Lettera di un padre al figlio: i padri dimenticano


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Ciao amici, oggi parleremo di un argomento molto interessante: parleremo delle critiche.

La critica, cioè l’atteggiamento critico, le lamentele, il fatto che spesso ci lamentiamo con gli altri e molto spesso, ad esempio, sgridiamo i nostri figli, cioè ci lamentiamo con loro e li critichiamo, per degli errori che fanno, magari anche delle sciocchezze. Lo facciamo a scopo educativo, in questo caso, o meglio crediamo di farlo a scopo educativo (parlo anche per me stesso) ma, essendo padre come molti di voi, mi è capitato spesso di farlo, magari al rientro di una giornata pesante, stressante, quando è facile perdere la pazienza. Il risultato che si ottiene non è così educativo come crediamo però, e l’unico beneficio che otteniamo è quello di sfogarci, di scaricare la tensione, ma sicuramente le conseguenze sugli altri, in questo caso sui nostri figli, sono molto negative: rancore, sensi di colpa, insicurezza. Questo vale per l’atteggiamento critico e severo nei confronti di tutti, e non solamente dei nostri figli. A casa come in ufficio, con gli amici eccetera.

Voglio leggervi una lettera che mi ha molto colpito, una lettera di W. Livingstone Larned, che se volete potete trovate su internet credo in tutte le lingue del mondo; lettera che in inglese si chiama”FATHER FORGETS”, cioè “il padre dimentica”.

Vi voglio leggere questa lettera, alcuni pezzi, sperando che faccia piacere anche a voi ascoltarla, io l’ho letta in lingua francese, e quando si ascolta qualcosa di interessante  ci si dimentica che si sta imparando una lingua straniera. Per analogia con “father forgets”, quando si impara una lingua potremmo dire “LEARNER FORGETS” cioè lo studente dimentica. Ed infatti questo fa parte del metodo utilizzato nel sito italianosemplicemente.com, come chi ci segue sa già, parlo delle sette regole d’oro per imparare l’italiano. In particolare la quarta e la quinta regola.  Se non pensate al fatto che state ascoltando in lingua italiana per imparare l’italiano, ma state concentrati sul contenuto di quanto ascoltate, allora vuol dire che ciò che ascoltate è interessante, e  magari anche emozionante. Almeno lo spero. Alla fine della lettera vi spiegherò comunque alcune parole più difficili. Ah dimenticavo di dire che mio figlio di tanto in tanto interviene per rendere la lettera ancora più emozionante.

Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte umida. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa, mi avvicino al tuo letto.

Stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia. Perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto: hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”

E di nuovo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato, eri in ginocchio sul pavimento a giocare con le biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me: Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura!

Ti ricordi, più tardi, come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, scocciato per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta.

“Papà?”

“Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore. Poi te ne sei andato sgambettando giù per le scale.

Beh’, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale che mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando a trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino e non un adulto? Non che non ti volessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mia età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore è grande come l’alba dietro le colline. Lo dimostra il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Sono solamente venuto qui, vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.

È un misero tentativo di riparazione, lo so che non capiresti queste cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “è ancora un bambino, un ragazzino!”

Ho paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fai capire che sei ancora un bambino. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.

Questa lettera ci insegna, me compreso, che non si deve condannare l’operato delle persone, piuttosto occorre cercate di capirle, di comprenderle. Occorre sforzarsi perché l’istinto ci dice di criticare, è più naturale credo, è umano. Ma cercate di immaginare perché la gente fa quello che fa. Capire è molto più utile e interessante che criticare, senza contare che questo poi, porta cose positive, produce simpatia, genera tolleranza e gentilezza anche da parte degli altri verso di te.

Spero vi siate emozionati, come me la prima volta che ho letto questa lettera ed anche un po’ ora rileggendola. Voi l’avete anche ascoltata, quindi credo faccia ancora più effetto.

Vediamo le parole difficili, che ho sottolineato e scritto in colore rosso sul testo che vi ho appena letto.

1) Appiccicati: I capelli biondi appiccicati alla fronte umida – Appiccicati vuol, dire attaccati, come incollati, come se ci fosse la colla. Ad esempio posso dire: i capelli sono appiccicati alla testa; oppure gli abiti, i vestiti sono appiccicati addosso. Appiccicati però da un po’ il senso di fastidio: non starmi così appiccitato! cioè mi stai dando fastidio, mi stai attaccato.

2)  Ti ho messo in croce: ti ho messo in croce vuol dire, in senso figurato, tormentare, infliggere sofferenza, far soffrire, far provare della sofferenza a qualcuno. È un modo di dire evidentemente collegato alla croce di Cristo, alla croce di Gesù, che come sapete è stato “messo in croce”, cioè è stato crocefisso, cioè fissato alla croce, messo in croce. Mettere in croce qualcuno quindi si usa senza pensare al senso proprio della frase, in qualunque circostanza dove si mette in forte difficoltà una persona. Nella lettera il papà ha messo in croce il figlio, cioè lo ha punito, gli ha provocato sofferenza, perché lo ha sgridato troppo, lo ha rimproverato contunuamente.

3) Ingurgitare: “hai ingurgitato cibo come un affamato”. Ingurgitare vuol dire ingoiare qualcosa, mangiare qualcosa frettolosamente, di fretta, come quando si è molto affamati, cioè quando si ha molta fame.

aggrottare
aggrottare la fronte

4) Aggrottare: “io ho aggrottato le sopracciglia”. Aggrottare vuol dire contrarre, corrugare, vuol dire piegare le sopracciglia. È un termine quasi esclusivo delle sopracciglia, cioè si usa quasi solamente per le sopracciglia. Si usa infatti anche per la fronte. Si può aggrottare la fronte e si possono aggrottare le sopracciglia, e quando si aggrottano le sopracciglia si aggrotta anche la fronte. E quando si aggrotta la fronte e le sopracciglia vuol dire che si sta pensando, oppure si prova un po’ di inquietudine, o magari si ha paura.

5) Sgambettare: “te ne sei andato sgambettando giù dalle scale”. Sbambettare, in questo caso, vuol dire correre, correre per le scale. Si dice dei bambini, che sgambettano, cioè che cioè dimenano le gambe qua e là, corrono cioè in modo un po’ disordinato.

6) Beninteso: beninteso vuol dire bene inteso, cioè capito bene, inteso bene, che è la stessa cosa che dire “è ovvio che”, “é scontato che”, “come ben sai”. Si usa per esprimere un punto di vista di chi parla. Beninteso, è una parola che si può usare in ogni circostanza.

7) Appallottolato: “tutto appallottolato nel tuo lettino”. Appallottolato viene da pallottola, cioè proiettile, che è simile ad una palla. Quindi appallottolare qualcosa vuol dire ridurre qualcosa in forma di una piccola palla. Posso appallottolare un foglio di carta ad esempio, ma posso anche appallottolare me stesso. Appallottolarsi quindi significa avvolgersi su se stessi, assumere la forma di una palla.

Bene amici, nella speranza che vi siate dimenticati che stavate ascoltando in lingua italiana, vi abbraccio e vi saluto.

“Ciao!”

Ps: grazie per le vostre donazioni

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