Che aria tira? 

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Trascrizione

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Ciao a tutti da Giovanni e grazie per essere qui ad ascoltare questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi spieghiamo il significato di una espressione molto usata in tutta Italia che sicuramente non troverete in un libro di italiano per studenti.

L’espressione di cui sto parlando è una domanda, e la domanda è: “che aria tira? ” .

È una domanda,  ed è una domanda che si fa a voce,  cioè è una espressione colloquiale che non si usa nella forma scritta, ma solo all’orale.

Prima di iniziare la spiegazione vi ricordo brevemente che entro il 31 dicembre potrete prenotare, se siete interessati,  il corso di italiano professionale,  che è stato studiato per chi vuole lavorare in Italia. Entro il 31 dicembre si può avere con uno sconto del 60%, un prezzo promozionale considerato che il corso sarà disponibile per gennaio 2018, quindi manca ancora un anno,  e chi prenota pagherà quindi solamente 79 euro e non 200 euro. Chi prenota  potrà però  ricevere per ora le prime 11 lezioni che sono già pronte, e che comunque sono già molte poiché si tratta già  di circa 10 ore di ascolto e circa 200 pagine da leggere. Potrebbe essere anche un bel regalo per il nuovo anno. Poi non appena saranno pronte le altre lezioni saranno immediatamente inviate. Ovviamente vi garantisco che se cambiate idea perché non siete soddisfatti vi sarà rimborsata la spesa.

Passiamo dunque a “che aria tira“.

L’aria, come sapete, è ciò che respirate e ciò che vi permette semplicemente di vivere. L’aria è composta da ossigeno ed anidride carbonica e senza l’aria nessun essere vivente può sopravvivere. L’aria entra nella nostra bocca ed esce sempre dalla nostra bocca: entra ossigeno ed esce anidride carbonica. Bene, ma cosa significa che aria tira? Spieghiamo allora il verbo tirare.

Tirare è un verbo, e tirare significa prendere qualcosa, prenderlo con le mani, afferrare questo oggetto e portarlo verso di voi. Se lo portate verso di voi lo state tirando, altrimenti se lo allontanate da voi lo state spingendo.

OK,  ma questo non si può fare con l’aria, infatti l’aria non si può afferrare con le mani. Non posso tirare l’aria.

Al limite l’aria  si aspira, o si inspira.  Si aspira  con l’aspirapolvere, che in realtà è nata per aspirare la polvere e non l’aria, mentre quando si fa entrare l’aria in bocca si dice che l’aria si inspira, viene inspirata, mentre quando esce si espira. Quindi l’aria non si tira come se fosse un oggetto.

Il verbo tirare si usa,  in questo caso, cioè nella frase “che aria tira”  in senso figurato. Iniziamo a dire  che tirare si usa col vento: anziché dire “oggi c’è un vento molto forte”,  posso dire “oggi tira un vento molto forte”, il vento tira quindi vuol dire che c’è vento, e si può anche sentire il rumore del vento quando tira.

Il vento è il movimento dell’aria, ma una cosa è che “tira vento“,  che significa che c’è  vento, un’altra cosa è che tira l’aria , anzi che “tira un’aria in particolare,  un’aria con certe caratteristiche”.

Quando è l’aria che tira vuol dire che il senso è figurato.

Quando si chiede “che aria tira?”  si vogliono conoscere delle notizie sul futuro,  come se l’aria trasportasse qualcosa, come se nell’aria ci fosse qualcosa che ci fa prevedere il futuro.  Se dico che oggi tira un’aria di pioggia,  voglio dire che forse fra un po’ pioverà, perché l’aria mi fa pensare che pioverà, magari perché è più umida del solito.

Allo stesso modo se mi riferisco non alle previsioni del tempo, ma ad altre previsioni,  ad altre tipologie di previsioni.

In generale quindi la domanda “che aria tira? ” significa semplicemente “come pensi che andrà?”, “quali sono le tue previsioni? “e  ci si riferisce ad una situazione precisa,   al lavoro ad esempio, o all’università, o in qualunque altro luogo in cui potrebbe essere successo qualcosa, o potrebbe accadere qualcosa.  Quando si chiede ad esempio “che aria tira nella tua università?”

Chi fa questa domanda sta semplicemente chiedendo com’è la situazione all’università? Cosa sta accadendo all’università?  La persona che deve rispondere potrebbe dire ad esempio:”niente di particolare”, oppure “non tira nessun’aria in particolare “, il che significa che non sembra debba accadere nulla in un prossimo futuro. Oppure potrei dire che le cose vanno male all’università, per qualsiasi motivo.

Che aria tira in Italia? Se qualcuno mi fa questa domanda io risponderei che in Italia tira un’aria di cambiamento, perché è appena caduto il governo e tra poco ci saranno nuove elezioni.

Un altro esempio: Ammettiamo che ci sia una ragazza  che ha un fidanzato di nome Andrea,  un fidanzato col quale però  spesso litiga,  con cui questa ragazza discute spesso.  Lei e Andrea non vanno molto d’accordo.

Se a questa ragazza capita di incontrate una sua amica che le chiede: “ciao, è un po’ di tempo che non ci vediamo,  che aria tira con Andrea?

La ragazza potrebbe rispondere: insomma,  ultimamente non va molto bene perché discutiamo spesso io ed Andrea e forse ci lasceremo.

In questo caso possiamo dire che tira una brutta aria tra questa ragazza e Andrea. Analogamente, facciamo un esempio nel campo del lavoro: se una azienda sta per fallire,  sta per chiudere perché non riesce a vendere molti prodotti, ma non è ancora fallita, possiamo dire che per questa azienda tira sicuramente una brutta aria, perché forse accadrà qualcosa di negativo nel futuro,  forse l’azienda chiuderà,  quindi tira proprio una brutta aria per l’azienda.

Spero che col vostro italiano invece non tiri affatto una brutta aria, perché, se tirasse una brutta aria vorrebbe dire che le cose vanno male e non state facendo progressi.

Bene, spero di essere riuscito ad aiutarvi a capire questa espressione così tanto diffusa nel linguaggio informale, se non fosse così fatemi sapere.  In ogni caso provate a utilizzare questa frase con degli amici per memorizzarla velocemente; potete farlo anche su Facebook.

Ora facciamo un po’di pratica della lingua.

Rispondete alle mie domande usando l’espressione che aria tira se pensate  sia il caso. Poi io vi farò ascoltare una risposta che voi potete ripetere,cercando di imitare la mia voce ed il mio tono.

Che aria tira nel tuo paese?

—-

Nel mio paese tira una brutta aria!

—-

Come va con la tua fidanzata? Hai ancora problemi ?

—-

Si, purtroppo non tira una bella aria tra noi. Oppure un’altra risposta può essere “Non ha mai tirato una bella aria tra noi”.

—-

Che aria tira in America ultimamente?

—-

Secondo me in America non tira un’aria positiva recentemente.

—-

Grazie ragazzi, ascoltate il podcast più volte per memorizzare.

Un saluto ai miei più fedeli ascoltatori, ed in particolare un saluto oggi ai serbi, agli abitanti della Serbia,  infatti la Serbia è il paese che in questa giornata ha visitato di più  italianosemplicemente.com


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Italiano Professionale: Lezione n. 11 – Rischi ed Opportunità

immagine_lezione_11

Audio introduttivo: i rischi e le opportunità nel settore della farmaceutica

 

    La lezione è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano i rischi e le opportunità
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas relativas a los riesgos y oportunidades
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant les risques et opportunités.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning risks and opportunities.
bandiera_animata_egitto سوف نتحدث عن العبارات الاصطلاحية المتعلقة المخاطر والفرص
russia Мы будем говорить о идиоматических выражений, касающихся рисков и возможностей.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Risiken und Chancen.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις σχετικά με τους κινδύνους και τις ευκαιρίες.

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Cogliere un’occasione al volo

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Descrizione

cogliere_un_occasione_al_volo_immagineIn questo episodio, registrato alla guida della mia automobile, potete ascoltare la spiegazione di una espressione idiomatica italiana molto diffusa ed utilizzabile in moltissime occasioni diverse: “cogliere un’occasione al volo”.

Nell’episodio, in fase di trascrizione, potete ascoltare la spiegazione delle singole parole della frase, esempi esplicativi della via di tutti i giorni, eventuali rischi nella pronuncia ed alla fine un esercizio di pronuncia, che vi aiuterà ad esercitare la lingua italiana. Coniugheremo la frase al presente ed al passato.

Di particolare rilevanza la pronuncia della parola “COGLIERE”, per via della parte  finale “GLI”.

Un saluto dall’Italia

Giovanni

PS: non appena sarà possibile metterò online la trascrizione del podcast

La Concordanza dei tempi. Uso del Congiuntivo 

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Trascrizione

immagine_concordanza

Buongiorno a  tutti ragazzi. Vediamo oggi la concordanza dei tempi. Questo è l’argomento di oggi.

Ringrazio Leily di avermi proposto questo interessante argomento. Si tratta, a dire il vero, di un argomento molto difficile, a volte anche per gli italiani. La concordanza dei tempi.

Naturalmente non vi spaventate perché state ascoltando un podcast di Italiano Semplicemente, e la parola “semplicemente” non sta lì per caso.

Riusciremo a far diventare anche la concordanza dei tempi una cosa semplice da capire. Questa è la sfida di oggi dunque!

Cominciamo a spiegare anche le parole però. Cos’è la concordanza dei tempi?

Beh se il verbo concordare ci sembra difficile, sappiate che concordare significa semplicemente andare d’accordo.

Se due persone concordano, se concordano tra loro vuol dire che la pensano nello stesso modo, che sono d’accordo.

Se io vi dico:

io credo che imparare bene l’italiano sia difficile . 

Voi potrete dirmi “sì, è vero, sono d’accordo con te, l’italiano è una lingua difficile”.

Ebbene, voi siete d’accordo con me, quindi voi concordate con me. Ed io concordo con voi. Io e voi concordiamo nel dire che imparare bene l’italiano è abbastanza difficile. Concordare significa quindi andare d’accordo.

Analogamente se vi dico

Temo che (cioè ho paura che) la mia fidanzata mi tradisca“. Ebbene, spero che voi non concordiate con me e che mi diciate: no, non è vero che ti tradisce! In questo caso voi siete in disaccordo con me, cioè non concordate con me.

Bene. Questa sono la concordanza e la discordanza. Ma Leily mi ha chiesto la concordanza tra i tempi indicativo e congiuntivo, non la concordanza tra due persone.

Sono due verbi quindi, due tempi verbali che devono concordare.  Ma come fanno due tempi a concordare? In che senso due verbi concordano? Mica sono persone! Infatti, dico io, non sono persone. Ma allora i verbi possono anche essere in disaccordo? Possono non concordare tra loro? Ebbene sì!

I tempi sono come le persone! Possono andare d’accordo ma anche essere in disaccordo. E quando sono in disaccordo siete bocciati all’esame di italiano.

Prima abbiamo detto che:

credo che imparare l’italiano sia difficile. 

Bene,  in questa frase c’è il verbo credere. Attenzione perché la concordanza dei tempi è un problema che esiste solamente quando nella frase utilizzate alcuni verbi particolari. Credere è uno di questi.  Ma ci sono anche i verbi pensare, immaginare,  temere,  sperare, aspettare e attendere. Fondamentalmente questi sono i verbi in cui i tempi possono andare d’accordo oppure no, possono concordare o non concordare.
Quando ci sono questi verbi infatti, cosa succede? Succede che la frase continua solitamente con una parolina particolare: la parolina “che”. E poi c’è la seconda parte della frase, che contiene un altro verbo qualsiasi.

Es: io credo che, io penso che, io tempo che, io aspetto che, eccetera.

Quindi vi ripeto il concetto perché è importante: c’è una frase, dove all’inizio, come primo verbo, usate uno dei verbi tra  pensare, credere, sapere, immaginare,  temere , sperare, aspettare e attendere, poi c’è la la parola “che” e poi c’è la seconda parte della frase che contiene il secondo verbo, che può essere un verbo qualsiasi, uno qualunque. “Che” in realtà a volte potrebbe non essere presente, quindi è più importante ricordarsi del verbo utilizzato nella prima frase.

“credo che imparare l’italiano sia difficile”.
Questa è quindi una delle tante frasi in cui si pone il problema della concordanza. “CREDO” e “SIA” sono i due verbi, che in questo caso sono credere e essere.
Come facciamo a far andare d’accordo i due tempi dei due verbi? Semplicissimo. Io poi vi spiego la regola, ma sappiate una cosa: non vi servirà a nulla nella comunicazione orale. Serve solamente per svolgere degli esercizi scritti.

Io allora ora utilizzerò il mio solito metodo, quello che vi è più utile per comunicare, e soprattutto quello che vi farà risparmiare moltissimo tempo.
Vi racconterò una storia,  e nella storia ogni volta che ci saranno frasi di questo tipo ascolterete un piccolo suono, fatto da mio figlio al Pianoforte (vai Emanuele fai ascoltare il suono…  Ok perfetto), dopo il suono, ascolterete la frase la frase.
Ok iniziamo ed alla fine vi dirò la regola. Promesso. Tenete presente che io non conosco ancora la regola, ma la cercherò in qualche pagina internet, dove si spiegano le regole, sapete quei siti noiosi pieni di regole? Proprio Quelli!

Allora ecco la storia.
È una storia vera, accaduta a me stesso qualche giorno fa.

Ero a Parigi e dovevo tornare a Roma con l’aereo. L’aereo era alle ore 21, la sera, e sapete cosa è successo? Ho perso l’aereo!
Quello giorno alle ore 17 ho pensato:

credo sia meglio che vada.
Altrimenti perderò l’aereo delle 21 per Roma. In questo modo credo che domani sarò in ufficio.
Penso che questa sia la scelta giusta. Sì ho deciso,  vado! Questa è l’ora giusta. Farò sicuramente in tempo a prendere l’aereo.
In realtà credo che io sia stato un po’ imprudente quel giorno.

Alle ore 17 quindi:
credevo che fosse meglio partirecredevo fosse meglio partire per non perdere l’aereo. Credevo che fosse l’ora giusta. Credevo fosse l’ora giusta.

Ho creduto fosse meglio partire. Ho creduto che le 17 fosse l’ora giusta per partire. 

Tutto era stato programmato in anticipo. Infatti il giorno precedente ho immaginato che io fossi (sarei) stato abbastanza prudente a partire alle 17.
Ho pensato che in questo modo, il giorno successivo sarei riuscito ad andare in ufficio al lavoro.
Infatti ero ad un’ora di distanza dall’aeroporto e dovevo prendere dei mezzi pubblici ed allora ho consultato Google maps che mi dava diverse possibilità: metropolitana più treno, autobus più metro, treno più autobus eccetera.

Io allora ho pensato:
Penso (che) sia il caso di scegliere il percorso più veloce.
Ho quindi creduto che fosse meglio scegliere il percorso più veloce,  quello che richiedeva il minor tempo.
Questo credevo quel giorno.
Ma oggi, sapendo che poi ho perso l’aereo, non farei più la stessa scelta.
Oggi credo che quel giorno sarebbe stato più prudente partire alle 16, un’ora prima.
Immagino che io sia stato imprudente quel giorno a partire alle 17, e penso che partire almeno alle 16 sarebbe stato più prudente, più saggio.
La prossima volta credo che partirò alle 16,  perché in questo modo credo che riuscirò sicuramente ad andare al lavoro il giorno successivo.

Quel giorno ho iniziato a temere di perdere l’aereo intorno alle ore 18, più o meno.
Alle 18 Infatti,  mentre aspettavo l’autobus alla stazione di palais des congrès, pensavo:
Mmmmmmm, come mai non passa l’autobus? Ci sarà un incidente? Se continua così temo che perderò l’aereo.
In effetti c’era un incidente sulla strada per l’aeroporto, un incidente che immagino (che) abbia fatto perdere l’aereo a molte persone, non solo a me.
Appena ho saputo dell’incidente ho pensato di essere molto sfortunato.
C’è sfortuna! Se avessi immaginato, sarei sicuramente partito prima.
Mia figlia mi aspettava quella sera, voleva il bacino della buonanotte prima di andare a dormire. Quando sono arrivato a casa mi ha detto: “papà, credevo che tu fossi (saresti) arrivato a casa ieri”.
Mi dispiace, le ho detto, ma…
“sei sempre il solito distratto papà!”

lo so, pensavo di fare in tempo, quel giorno ho creduto che fossi uscito in tempo per prendere l’aereo, ma non è colpa mia! Credevo di essere in tempo.

E lei mi ha risposto: ma il giorno prima, quando hai programmato il viaggio, credevi che fossi (saresti)  arrivato in tempo per l’aereo?

Sì, certo” – ho risposto io, “credevo fossi (sarei) arrivato in tempo, e l’ho creduto fino alla fine, anche il giorno stesso credevo fossi in tempo”.

Ele: “pensavi anche che il giorno successivo al viaggio saresti stato in ufficio?”

“”Sì, lo pensavo, lo pensavo sì! Non credevo che a Parigi ci fosse traffico”.

Poi mia figlia mi ha chiesto: “ma il dirigente del tuo ufficio, sa che sei stato a Parigi?

Sì, certo che lo sa che ero a Parigi, sa che sono stato a Parigi“.

Ele: “sa che adesso sei a Roma?

Sì, lo sa, certo! Sa bene che ora sono a Roma.”

Ele: “sa anche che solo domani andrai al lavoro?

“Sì, naturalmente, lo sa, lo sa che domani sono al lavoro. La mia dirigente sa tutto! Sa che andai via da Roma, sa chesono stato a Parigi, sa che ora sono di nuovo a Roma, e sa anche che domani andrò al lavoro. Tutto sa”

Quindi la mia dirigente ha saputo che sono tornato a Roma, e sapeva anche che il giorno prima ero stato a Parigi, e sapeva anche che il giorno dopo sarei stato in ufficio.

Bene, finita la storia. Tranquilli, capisco che la prima volta può spaventare. Quello che dovete fare ora è solo finire di ascoltare il podcast, dopo aver fatto un esercizio di ripetizione. Non pensate alle regole, non vi preoccupate.

Ripetete dopo di me e state trqnauilli: Pronti? Via!

 

mio figlio sa che ieri sono stato a Parigi.

—–

mio figlio sa che adesso sono tornato a Roma, senza cioccolatini

—-

mio figlio sa che domani tornerò in ufficio

credo che ieri io sia stato troppo superficiale

—-

penso che oggi io sia un po’ più saggio di ieri

—-

Immagino che io domani sarò in ufficio

—–

 

 

Bene, dopo questa storia, dopo averla ascoltata più volte vedrete che la parolina “CHE” in realtà non sempre è presente tra i due verbi. Nella storia ci sono molti esempi in cui ho ripetuto la stessa frase con e senza il “che”.

Infatti posso dire ad esempio:

“oggi pensavo non venissi al lavoro, oppure “oggi pensavo che non venissi al lavoro”. Pensavo che non venissi, oppure pensavo non venissi. Posso dire in entrambi i modi. Il verbo pensare però c’è sempre. Ricordate questo.

 

Poi, vi avevo promesso che vi avrei spiegato la regola.

Innanzitutto dobbiamo dire che tecnicamente si parla non di due verbi, ma di due frasi, quella che viene prima e quella che viene dopo. La prima si chiama frase principale e la seconda frase subordinata. Ma questo è meno importante, ed io non sapevo questa cosa prima di leggerla su internet. Non c’è bisogno di saperlo.

Potete continuare a pensare ad una sola frase divisa in due parti dove nella prima parte c’è uno dei verbi elencati sopra: pensare, credere, temere, immaginare, eccetera.

 

Ok? ascoltate più volte l’episodio.Non dimenticate! Per la spiegazione tecnica della regola vi rimando a due pagine ben fatte.
1) http://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2012/01/19/concordanza-dei-tempi-con-lindicativo/
2) http://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2012/10/18/la-concordanza-dei-tempi-con-il-congiuntivo-1/

 

Ele: papà, hai portato i cioccolatini da Parigi?

 

Gianni: oddio, i cioccolatini!!

 

Ele: ma sei restato anche un giorno in più! Uffa!!!

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I verbi Pronominali (no panic!)

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Trascrizione

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Oggi vediamo, come vi avevo promesso, i verbi pronominali.

Tranquilli, non spaventatevi, perché questa non sarà una noiosa lezione di grammatica. Renato, che saluto, mi ha chiesto di dire qualcosa sui verbi pronominali, ed io voglio aiutarlo. Non lo aiuterò però iniziando a parlare dei verbi pronominali spiegando le regole, le tipologie eccetera, perché ci sono centinaia di siti e pagine web in cui si fa questo. Quello che farò è utilizzare il mio solito metodo, quello delle sette regole d’oro. Non verrò meno ai miei principi quindi. Venire meno a dei principi significa cambiare il proprio comportamento, non applicare le regole che secondo me sono importanti. I principi sono generalmente le regole morali, ciò che guida il comportamento, quindi i principi riflettono il proprio pensiero; riguardo alla lingua italiana io dico sempre che i principi sono quelli descritti nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Dico sempre che studiare la grammatica non serve per comunicare in italiano, non serve almeno all’inizio, è noioso e richiede tempo. Se vi spiegassi i verbi pronominali nel classico modo che tutti utilizzano, finirei per annoiarvi e la lezione verrà dimenticata in due o tre giorni. Invece se sarò divertente e piacevole avrete voglia di ascoltarla ancora.

Dunque caro Renato, spero che la cosa non ti dispiaccia e come hai detto tu, utilizzando proprio un verbo pronominale, spero che te la spasserai ascoltando la mia spiegazione. Spassarsela significa divertirsi, ed entrambi sono appunto due verbi pronominali. Io mi diverto è uguale a io me la spasso.

Bene, allora i verbi pronominali: brutta parola. Sembra quasi qualcosa che può spaventarci. No problem comunque. I verbi pronominali sono come i verbi normali, ed infatti ciò che cambia è solamente una cosa. La regola generale da ricordare, facilissima, è che un verbo normale diventa pronominale quando il verbo è rivolto a se stessi. Tutto qui.  Quasi tutti i verbi possono diventare pronominali, ma ci sono anche dei verbi che si usano solamente nella forma pronominale, ma l’uso di tutti questi verbi pronominali, caro Renato, si impara solamente parlando, ascoltando e parlando. Il nostro cervello lavora da solo, non ha bisogno di essere riempito di nozioni, la comunicazione è automatica, perché serve alla sopravvivenza.

Capisco che i maniaci della grammatica possono a questo punto dire: non è possibile, non si insegna italiano in questo modo! Ma io sono tutto d’un pezzo perché il metodo ha funzionato su di me e so quindi che funziona. Ho appena detto che sono tutto d’un pezzo, e quindi devo spiegare che Essere tutto d’un pezzo significa essere sicuri e non farsi venire dubbi.

Vediamo alcuni esempi: dicevo che un verbo diventa pronominale quando si riferisce a se stessi. Quasi tutti sono così. Cosa significa? significa che fare, cioè il verbo “fare”, diventa il verbo “farsi”. Ad esempio, vediamo la frase: “fare del male”, è una frase normalissima, e  fare del male significa compiere del male. Non c’è nessun verbo pronominale qui. Il verbo fare è utilizzatissimo in italiano, sia nelle frasi normali che in quelle idiomatiche.

Ma io posso anche dire che io “mi faccio del male“. Io mi faccio del male vuol dire che io faccio del male a me stesso.

Quindi io vi dico ad esempio che studiare la grammatica serve a “farsi del male”. Se voi studiate la grammatica fate male a voi stessi. ecco: non ho usato un verbo pronominale ora.

Ma posso ugualmente dire che se studio la grammatica anziché ascoltare io mi faccio del male: “faccio del male a me stesso” è uguale a “mi faccio del male”.

In generale si dice “farsi del male”. Studiare la grammatica è farsi del male. Questo è sicuro.

Io mi faccio del male se studio la grammatica

Tu ti fai del male se studi la grammatica

Lui si fa del male se studia la grammatica

Noi ci facciamo del male se studiamo la grammatica

Voi vi fate del male se studiate la grammatica

Essi (o loro) si fanno del male se studiano la grammatica.

Molto facile quindi non farsi del male, basta non studiare la grammatica.

Così come fare del male diventa farsi del male, allo stesso modo funzionano anche molti altri verbi, quasi tutti direi.

Ci sono però alcuni verbi che si usano solo nella loro forma pronominale. Io vi dico questo solamente perché l’ho letto su alcuni siti web. Non sapevo neanche che questi verbi si chiamassero in questo modo: pronominali, perché davanti c’è il pronome: mi faccio, ti fai, mi lavo, ti lavi, si lava, ci laviamo eccetera. Comunque Renato tu nel tuo esempio mi facevi alcuni esempi di verbi pronominali: svignarsela, battersela, filarsela, darsela, bersela, aspettarsela ecc.

Hai citato quasi tutti verbi che si usano solamente nella loro forma pronominale. Perché svignare non esiste, battere invece esiste, ma esiste anche battersi e appunto battersela, che ha tutto un altro significato, lo stesso vale per filare, che esiste ma non c’entra con filarsela , così come dare e darsela sono verbi diversi. Riguardo a bersela invece esiste bere, e bersela è la versione idiomatica , dal senso figurato. Lo stesso vale per aspettarselo,  o aspettarselo,  versione pronominale di aspettare.

Mi hai in particolare chiesto di spiegare il significato di questi verbi e il loro uso nei diversi tempi verbali.

Allora per fare questo vi racconterò una storia, una storia che mi riguarda, quindi una storia vera e userò, nel raccontare questa storia, tanti verbi pronominali, cercando di includere proprio i verbi che mi hai chiesto tu ed anche qualcun altro, sempre pronominale. Sentirete un piccolo suono ogni volta che pronuncio un verbo pronominale, in qualsiasi forma. Prima il suono, poi il verbo pronominale. Tutto ciò che sentirete è realmente accaduto proprio al sottoscritto.

Pronti? via!

Una volta, ai tempi dell’università, mi piaceva farmi del male.

Infatti spesso (io ho fatto l’università a Roma) andavo a fare gli esami e, non so perché, mi attraeva l’idea di non andare preparatissimo agli esami. Studiavo un po’, e non appena mi sentivo pronto, non appena sentivo che avevo delle possibilità di potermela cavare, mi buttavo! Provavo a fare l’esame, pur sapendo che avrei potuto farmi molto del male. Qualora infatti il professore mi avesse trovato impreparato avrebbe pensato: questo ragazzo adesso me lo mangio vivo! Io diciamo che sono sempre stato una persona ottimista, mi ritengo un ottimista di natura, quindi mi dicevo (dicevo a me stesso): rischio, o la va, o la spacca (ps: frase idiomatica).

E mi trovavo così a fare l’esame, di fronte al professore che si aspettava sicuramente uno studente preparato,  e non si aspettava di certo uno studente che amava farsi del male come me. Dico questo perché qualche volta mi sono fatto veramente del male: una volta un professore mi ha tenuto mezz’ora in più, dopo l’esame, per farmi una bella ramanzina, mi ha sgridato spiegandomi che non si andava a fare gli esami nella speranza che poteva andarmi bene, ma quando si fa un esame si deve essere preparati, altrimenti poi viene voglia di svignarsela.

Se il professore scopre che non sei preparato potrebbe sempre scapparci una brutta figura e il primo pensiero che viene in mente è battersela il prima possibile! Scappare, darsela a gambe levate!  Certo, filarsela non è una cosa positiva, ed è anche una cosa che non si può fare, ma io non pensavo a questa eventualità. Ma succede, e quando succede occorre starci. Io ero ottimista e mi aspettavo sempre che tutto andasse bene.

Di fatto, due volte in particolare mi è andata male. La prima volta il secondo anno di università: il professore mi fece delle domande ed io non sapevo assolutamente la risposta. Io allora mi aggiustavo la cravatta, cominciavo cioè ad innervosirmi, e non aspettandomi una domanda che non sapessi, dicevo semplicemente: non lo so!

Non lo so! Questa è veramente una cosa che ci si deve guardar bene dal dire, che cioè non si deve mai dire all’università, ma questo l’ho imparato col tempo: credo che bisogna cascarci almeno una volta nella vita. Guardatevi bene dal dire “non lo so” se il professore vi fa una domanda e voi non sapete come rispondere.

Un’altra volta invece oltre a non essermi preparato abbastanza, non mi ero neanche vestito in modo elegante, e vestirsi in modo elegante spesso è apprezzato dai professori.

Il professore in questo caso non mi ha neanche interrogato. Ha iniziato a prendersela con me e mi ha detto che io non rispettavo l’università, che non rispettavo l’istituzione dell’università. Io non mi aspettavo ovviamente una reazione del genere da parte sua. Prima mi ha detto che dovevo tagliarmi la barba, poi che è necessario vestirsi bene. Insomma ci ha dato dentro di brutto! Non è stato facile uscirne!

Io speravo la piantasse con questa storia dei vestiti e della barba, ma lui continuava: “io ci tengo molto alla forma” – diceva – “lei non me ne voglia per questo ma anche lei deve rendersi conto che non basta prepararsi, è importante anche la forma, come ci si presenta”. Insomma, per farla breve, mi ha bocciato senza neanche farmi una domanda.

Insomma, immaginatevi come io sia rimasto sconvolto da questa esperienza. E immaginatevi anche come io fossi vestito quando poi sono tornato a fare l’esame, che ho poi superato anche con un bel voto.

Insomma vi ho raccontato questa storia perché volevo dirvi che quando si rischia può capitare di spuntarla, spesso la si può fare franca, cioè può capitare che tutto vada bene, ma può capitare di non farla franca, di non riuscire a spuntarla, di non farcela, ma quello che conta è che alla fine l’obiettivo venga raggiunto e di coraggio ce ne vuole per sopportare fino alla fine prima di farcela.

Bene, credo che in questo racconto sono riuscito ad utilizzare tutte le forme possibili dei verbi pronominali, ce ne sono molte. Ho evidenziato i verbi utilizzati quindi chi legge ed ascolta nello stesso tempo può ascoltare il suono che segnala il verbo pronominale e nello stesso tempo può vedere che il verbo pronominale è stato messo in grassetto, cioè è più scuro; si nota perché è più scuro del resto del testo.

Spero Renato che sia riuscito oggi a suscitare il tuo interesse e quello degli altri membri della famiglia, e nello stesso tempo che io sia riuscito a farvi capire cosa siano i verbi pronominali. Ora potete anche dimenticare che esistono! La cosa importante invece è che ripetiate l’ascolto di questo file audio. Più volte (Repetita Iuvant: prima regola d’oro di Italiano Semplicemente). Ripetendo vedrete che non avrete bisogno di studiare le regole per saper esprimervi in italiano. Anche “esprimersi”  è un altro verbo pronominale, e quindi se siete capaci di comprendere e di dire correttamente la frase: “io riesco ad esprimermi in italiano” senza problemi vuol dire che avete capito e che non avete bisogno di studiare la grammatica dei verbi pronominali. Se poi siete appassionati di grammatica me ne farò una ragione. Anche qui ho usato un verbo pronominale: il verbo “farsene“.

Prima di completare l’episodio con l’esercizio di ripetizione voglio però ringraziare di cuore tutti coloro che hanno utilizzato lo strumento Donazione, e quindi che mi hanno aiutato con una loro donazione e questo mi rende molto felice perché significa in qualche modo che è apprezzato quello che faccio, e questo mi dà anche molta motivazione per andare avanti e fare nuovi episodi. Grazie quindi a Lya dalla Danimarca a Ulrike dalla Germania, che sono gli ultimissimi, ma mille grazie anche a Leyla, ad Anastasia ed agli altri che si uniranno in futuro. Mi rendo conto del vostro sforzo e spero di continuare anche in futuro a meritarlo.

Ora per concludere vi propongo il consueto esercizio di ripetizione (settima regola). Vi propongo di provare 3 verbi pronominali: i verbi fregarseneinfischiarsene e curarsene. Fregarsene, infischiarsene e curarsene sono tre verbi pronominali molto simili tra loro, e si usano tutti e tre per dire se siete o non siete interessati a qualcosa o a qualcuno.

Fregarsene di qualcosa vuol dire non essere interessati a questa cosa. Infischiarsene è la stessa cosa: non vi interessa, non vi importa nulla. Questi due verbi esistono solamente nella forma pronominale. Se dite al vostro fidanzato o fidanzata ad esempio la frase: “me ne infischio di te!“, vuol dire che a voi non interessa nulla di lui o di lei. Voi non siete interessati a lui: ve ne fregate, ve ne infischiate, non ve ne curate. Non curarsi di qualcosa quindi equivale a fregarsene, infischiarsene, ma occorre mettere il “non” davanti. Infatti non curarsi è una conseguenza di non essere interessati. Se  qualcosa non vi interessa come conseguenza non ve ne curate di questa cosa, non prestate attenzione a questa cosa.

Ok, iniziamo, non pensate alla grammatica ma limitatevi a ripetete: ascoltarsi (cioè ascoltare se stessi) fa bene al vostro italiano:

Io me ne sono sempre infischiato della grammatica!

Tu te ne sei sempre fregato della grammatica!

Lui non si è mai curato della grammatica.

Noi ce ne siamo sempre fregati della grammatica!

Voi ve ne siete sempre fregati della grammatica!

Loro non si sono mai curati della grammatica.

Ciao a tutti.

Video con sottotitoli 

Fatti non foste a viver come bruti

Audio

I libri di Italiano Semplicemente:

Trascrizione

Buongiorno, un caro saluto a tutti. Chi vi parla è Gianni, o Giovanni, cioè il creatore di Italiano Semplicemente. Oggi cercherò di spiegarvi una frase italiana famosissima.

Non si tratta, a dire il vero, di una frase idiomatica italiana, non è una espressione tipica italiana, ma si tratta di una citazione. Una citazione è quello che si fa quando si ricorda, si cita, appunto, ciò che ha detto oppure scritto qualcun altro. Una citazione quindi è il dire o lo scrivere una cosa che ha già scritto o detto qualcun altro. Questo qualcun altro, in questo caso, è Dante Alighieri.

Parleremo di Dante Alighieri in modo un po’ più approfondito in un prossimo podcacst, per la rubrica “grandi personaggi italiani” (abbiamo già visto Umberto Eco e Roberto Benigni)  per ora  mi accontenterò di citare Dante. Oggi quindi citerò Dante Alighieri. La citazione che farò di Dante Alighieri è relativa ad una terzina del canto numero ventisei dell’Inferno. Stiamo quindi parlando della Divina Commedia.

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La Divina Commedia è, come tutti saprete, l’opera più importante composta da Dante Alighieri, e probabilmente è anche l’opera più importante della letteratura italiana e mondiale. La Divina Commedia è suddivisa in Inferno, Paradiso e Purgatorio e ognuna di queste tre parti è a sua volta divisa in “canti”. Ogni canto è diviso in parti più piccole che si chiamano “terzine”.

La terzina è detta anche “terza rima” o anche “dantesca” (dantesca perché relativa a Dante Alighieri), e si chiama anche “terzina incatenata”, è la strofa usata da Dante nella composizione della Divina Commedia.

Si chiama terzina perché è composta da tre parti, da tre versi: se fosse stata composta da due sole parti, da due soli versi, si sarebbe chiamata “distico“, un nome che conoscono solamente coloro che si occupano di queste cose,  ed invece questa si chiama terzina, poiché le parti sono tre, i versi sono tre. 

Ho parlato di strofa, ed infatti la terzina è una strofa, che nella letteratura è un gruppo di versi, dove ogni verso è composto da parole. Il numero dei versi di una strofa può variare, ed in questo caso abbiamo appunto una strofa composta da tre versi: una terzina.

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Dopo questa breve introduzione sulla struttura della Divina Commedia, che magari può interessare a qualcuno e comunque è interessante per coloro che studiano Dante nelle scuole di Italiano, passiamo alla celebre terzina di cui voglio parlarvi oggi.

Questa terzina, del canto numero ventisei dell’Inferno, contiene due versi famosissimi:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza

è una terzina molto famosa, soprattutto il secondo ed il terzo verso. Questa terzina ci dà un quadro abbastanza chiaro, a quanto pare, della personalità di Dante Alighieri, che considerava la conoscenza il presupposto per la valutazione di una persona.

Se una persona è una persona colta, cioè conosce molte cose, allora è una persona di valore, altrimenti questa persona non vale nulla, o meglio, la sua vita equivale alla vita di un bruto, quello che lui chiama bruto.

Vediamo bene questa terzina.

Il primo verso è: “Considerate la vostra semenza“. Considerate, cioè pensate, prendete in valutazione la vostra semenza, cioè da dove venite, considerate la vostra natura, considerate il fatto che siete esseri umani, esseri intelligenti, e non bestie, non animali. Semenza viene da “seme”, da cui nascono le piante. La semenza quindi rappresenta l’origine, la razza umana in questo caso.

Ebbene, se considerate la vostra semenza, arriverete facilmente a capire, dice Dante, che non siete fatti per vivere come bruti – “fatti non foste“, cioè “non siete fatti”.

“Fatti non foste” significa che voi, voi esseri umani, non foste fatti per vivere come bruti. Foste è il passato remoto del verbo essere.

io fui
tu fosti
egli fu
noi fummo
voi foste
essi furono

Se faccio la negazione posso dire:

Voi non foste.

Quindi “voi non foste fatti” lo posso anche dire “fatti non foste”. Il voi è sottinteso.

Quindi voi, esseri umani, non foste fatti per vivere come dei bruti – “a viver come bruti“, cioè per vivere come delle bestie, come animali. La parola bruto, al singolare (bruti al plurale) rappresenta una persona che non usa la ragione, che non usa l’intelligenza, una persona che è incapace di dominare i propri istinti, e che quindi è anche violenta, feroce. La parola bruto nel linguaggio parlato è usata fondamentalmente per indicare una persona di questo tipo, soprattutto nella sfera familiare: un bruto è colui che picchia la moglie, che fa del male ai propri familiari, bruto è colui che usa violenza contro gli altri, ma soprattutto nei confronti delle donne e dei bambini.

Poi la parola al femminile “bruta” è associata spesso alla forza. La forza bruta è una forza molto grande. Se dico che io ho una forza bruta non significa che sono un bruto, un violento, ma che ho una grande forza, talmente grande che sembra quasi non essere una forza umana. Dante quindi usa il termine bruti per dire che l’essere umano è fatto per pensare e per conoscere, per leggere e apprendere, e non per usare la violenza, non per essere vittima dell’istinto, come un animale.

Infatti l’ultimo verso recita: “ma per seguir virtute e canoscenza“.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, cioè per seguir, cioè per seguire, cioè conseguire, per inseguire la conoscenza, che Dante chiama canoscenza: il nostro obiettivo, come esseri umani, è cercare di perseguire la conoscenza.

Dante usa “seguir”, che sta per seguire, ma è da intendere come conseguire, cioè cercare di raggiungere, cercare di raggiungere l’obiettivo della conoscenza. Questo è la cosa per cui siamo fatti. Questa è la cosa per cui l’essere umano è fatto. “E’ fatto per” significa che “serve a”, che “è nato per”. Se noi siamo fatti per la conoscenza, quindi, vuol dire che siamo nati, siamo predisposti per aumentare la nostra conoscenza.

Quindi “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“.

La “virtute” è la virtù. Se provate a cercare sul dizionario la parola virtute molto probabilmente non la troverete, dipende un po’ da quello che utilizzate, ma la virtute è la virtù, e la virtù è ogni buona qualità, ogni caratteristica positiva dell’essere umano.

virtute_immagine

Ognuno di noi ha almeno una virtù: una persona può essere buona, un’altra sensibile, un’altra ancora ha la virtù del fascino, oppure la virtù della pazienza. Questa potrebbe essere la mia virtù, ad esempio: io mi reputo una persona molto paziente, che sa aspettare.

La virtù è più una caratteristica dell’animo umano, ma la parola virtù ha moltissimi significati in realtà.

Quindi l’essere umano, dice Dante, è fatto per inseguire le virtù, è fatto per migliorarsi di giorno in giorno, per assumere un valore sempre maggiore, “e conoscenza”: “seguir virtute e canoscenza“, cioè per conseguire le virtù e per imparare cose. Se l’uomo non impara non ha valore.

Beh credo che il messaggio di Dante sia abbastanza condivisibile da tutti. Non sono entrato nel dettaglio di tutte le spiegazioni perché in questo episodio volevo solamente farvi capire che questa frase è molto famosa, molto utilizzata in Italia, soprattutto negli ambienti intellettuali, o comunque da persone che hanno una alta cultura.

Dante spesso fa omaggio alla conoscenza ed all’importanza per l’uomo: “Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere“, dice all’interno del Convivio, che è un’altra opera di Dante Alighieri.

Immagino che anche voi, che state ascoltando e leggendo questo episodio, avete voglia di sapere, di conoscere. Vi lascio allora ascoltare, non con la mia voce, ma con la voce di Benigni, famoso attore e comico italiano, la famosa terzina del canto numero ventisei dell’Inferno, così da farvi innamorare della melodia della lingua italiana.

immagine_roberto_benigni

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza

Bene, spero che l’episodio vi sia piaciuto e in futuro, come vi dicevo, è in programma un podcast interamente dedicato a Dante Alighieri, dove non racconterò ovviamente tutta la sua vita né farò l’elenco delle sue opere, ma parlerò come al solito di un aspetto di interesse relativo alla lingua italiana, all’apprendimento della lingua italiana.

Portrait_de_Dante

Quello di oggi è sicuramente un aspetto legato all’apprendimento, perché l’apprendimento di una lingua significa voglia di conoscenza di una lingua e di una cultura in generale, quella italiana nella fattispecie, quindi oggi abbiamo anche scoperto che non siamo fatti per vivere come bruti ma per conseguire le virtù e la conoscenza.

Abbiamo anche visto da vicino una frase molto famosa in Italia, i due versi finali delle terzina descritta sopra, e quindi è come aver imparato una espressione tipica italiana.

Se venite in Italia e vi capita di andare in un ristorante molto affollato o di andare in un autobus molto affollato, dove in entrambi i casi ci possono essere persone che alzano la voce, che strillano, che sono nervose, ebbene, potete dire a queste persone: ”

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza

Buona giornata e continuate a seguire Italiano Semplicemente, perché il prossimo podacst sarà dedicato ai verbi prenominali, e spiegherò in particolare una frase idiomatica italiana che contiene appunto un verbo prenominale. In realtà lo ho già fatto in passato, perché mi è capitato di spiegare ad esempio la frase “farsene una ragione“, la cui spiegazione la potete trovare sul sito italianosemplicemente.com, che contiene proprio un verbo prenominale, anche se non è stato detto all’interno del podcast perché, come sapete, non è buona cosa concentrarsi sulla grammatica ma sulla comunicazione, ben più importante della grammatica, soprattutto per chi ama ascoltare.

Ma un ragazzo di nome Renato mi ha chiesto di dedicare un podacst ai verbi pronominali ed io lo farò perché mi piace andare incontro alle esigenze dei membri della famiglia di Italiano Semplicemente. Ovviamente lo farò nel modo consueto, senza annoiare possibilmente, e facendo esempi divertenti.

Alla prossima amici.

Una parola!

Audio

Trascrizione

Buonasera, grazie di essere qui all’ascolto dell’episodio di oggi di Italiano Semplicemente. Oggi a Roma fa abbastanza freddo e speriamo di riuscire a scaldarci con la vostra compagnia.

Allora dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle domande che mi avete fatto riguardo alle spiegazioni di alcune cose. C’è chi mi ha chiesto cose particolari, altri delle frasi idiomatiche italiane, e c’è chi, come Ramona, mi ha chiesto di spiegare una parola: la parola è “parola!”.

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Ebbene sì. “Parola” è la parola del giorno. Facile? Probabilmente sì, molto facile, sia da pronunciare che da scrivere. Il problema è che questo è un vocabolo molto usato nelle espressioni tipiche italiane. Ci sono molte espressioni, molte frasi che contengono questo termine: “parola“. Oggi quindi vediamo un episodio particolare, in cui vediamo proprio tutte queste frasi.

Forse un po’ più difficile come episodio da ascoltare e ricordare, ma cercherò di essere il più chiaro possibile, cercando di non annoiarvi.

Si tratta di un episodio che durerà almeno 20 minuti, quindi se dovete farvi una passeggiata, se dovete fare le pulizie di casa, indossate le cuffie e buon ascolto.

Per non annoiarvi l’esercizio di ripetizione lo faremo all’interno del podcast.

Allora vediamo prima le frasi più semplici e brevi, poi passiamo alle più complicate.

  • E’ una parola!

“E’ una parola” è la prima espressione. Si tratta di una esclamazione, che significa “non è facile”.

Questa espressione quindi significa semplicemente questo: non è facile. E’ una parola! cioè: non è come dire una parola, non è facile come se si trattasse di dire o di comprendere una parola.

Se vi dicono: mi devi leggere questo documento di 1000 pagine e domani mattina voglio trovare un riassunto sulla mia scrivania. Allora voi se pensate che la cosa è difficile e complicata potete dire: è una parola! Si tratta ovviamente di una espressione colloquiale e non si usa per iscritto.

Vediamo una seconda espressione:

  • passaparola

Un solo termine: passaparola. Passaparola è l’azione che si fa, ciò che si fa quando si comunica ad una persona una informazione, e poi questa persona la comunica ad un’altra persona, e poi ancora ad un’altra. Questo accade soprattutto in ambito commerciale: se un negozio, un market ad esempio, fa delle offerte speciali, fa degli sconti, dei prezzi bassi, allora le persone comunicano tra loro e questo comunicare si chiama “passaparola“, perché la parola passa da una bocca all’altra. Passare è il verbo che si usa, perché passare vuol dire dare una cosa ad un’altra persona. In questo caso il passaparola è il passaggio di un messaggio, di una comunicazione. Le aziende che fanno pubblicità ad esempio, sperano nel passaparola, sperano cioè che le persone parlino dei prodotti dell’azienda con altre persone, che potrebbero essere interessate a questi prodotti.

Analogamente “passar parola” o “passare parola” vuol dire comunicare qualcosa a qualcuno. Ma in questo caso non ci sono una serie infinita di persone coinvolte, ma c’è una o poche più comunicazioni; uno o più passaggi. Se ad esempio un vostro amico vi dice “dovresti dire a Giovanni ed ai suoi colleghi che il loro ufficio oggi è chiuso“. Allora io rispondo e dico: “ok, passerò parola“, cioè “ok, glielo dirò“.

Invece:

  • passare la parola

Con l’articolo “la” significa semplicemente “lasciare la parola“, cioè lasciare che parli qualcun’altra persona. “Passare la parola” si usa nelle riunioni, nelle conferenze, nei meeting, quindi in ufficio sostanzialmente. Se state in una riunione e state facendo un discorso, dopo potete dire: “ok, spero di essere stato chiaro, adesso passo la parola a Giovanni, che vi spiegherà alcune cose“.

Poi c’è anche:

  • togliere la parola di bocca

Si dice anche “levare le parole di bocca“. Togliere la parola di bocca significa dire qualcosa che stava per dire qualcun altro. “mi hai tolto la parola di bocca” è una frase che si può dire a qualcuno che vi anticipa, dicendo, prima di voi, qualcosa che voi stavate per dire.

“Accidenti, lo stavo per dire io, mi hai tolto la parola di bocca”.

Qui è importante usare “di” e non “dalla” perché le espressioni idiomatiche non rispettano necessariamente le regole grammaticali.

Ma la parola si può anche “tenere”:

  • tenere parola

Tenere parola a qualcuno di qualche cosa significa parlargliene, cioè fargliene cenno. “Mi raccomando, è un segreto, e ti prego di non tenerne parola a nessuno”: “di non tenerne parola a nessuno” cioè di non dire nulla a  nessuno, di non parlarne con nessuno, perché è un segreto: non ne devi parlare con nessuno, non ne devi tenere parola con nessuno.

Diverso è se aggiungete “in

  • tenere in parola

Questa frase si usa nel lavoro soprattutto: se tenete in parola un vostro cliente, vuol dire che avete preso un accordo con lui, un accordo verbale, a voce quindi, senza nulla di scritto, quindi si dice che avete tenuto in parola il vostro cliente, e lui si fiderà di voi, perché glielo avete promesso. Quindi se si tiene in parola qualcuno, si tiene vincolato qualcuno, in una trattativa d’affari o in una prospettiva di lavoro.

La parola si può tenere, ma si può anche dare:

  • Dare la propria parola

Significa promettere di dire la verità. Se una donna dice al fidanzato: “promettimi che non mi hai mai tradito. Dammi la tua parola!” Il fidanzato sicuramente dirà: “ti do la mia parola, cioè te lo prometto“.

Quindi dare la propria parola vuol dire questo: giurare di dire la verità.

Se poi non è vero ciò che si è detto, allora vuol dire che non si è tenuto fede alla parola data.

  • Tener fede alla parola data

Vuol dire che qualcuno ha dato la sua parola, ma poi non ha mantenuto la promessa, e quindi non ha tenuto fede alla parola data. Questa è un frase più difficile delle altre se vogliamo. Una promessa fatta e poi non mantenuta significa non tener fede alla parola data.

La parola si può anche “rimangiare”

  • Rimangiarsi la parola/le parole

Vuol dire cambiare idea. Le parole escono dalla bocca, e mangiare sta ad indicare che si mette qualcosa in bocca. Ciò che si mangia è il cibo: la carne, la verdura la frutta eccetera. Invece rimangiare non vuol dire solo mangiare due volte, ma è come se si cercasse di far tornare le parole dette, la promessa che si è fatta, in bocca: “rimangiarsi la parola”,è come se le parole tornano indietro la parola al singolare, vuol dire smentire quanto si è detto, far finta che non si sia mai detto.

Quest’anno ti regalo un viaggio a Disneyland“, potrebbe dire un genitore al figlio, e dopo qualche tempo il figlio potrebbe chiedere al padre: “papà, quando andiamo a Disneyland?” Il padre, che si era dimenticato della promessa, potrebbe dire: “non avevo mai detto che andavamo a Disneyland!“, “Che fai, ti rimangi la parola?” potrebbe dire il figlio. In questo caso il padre del bambino si è appunto rimangiato la parola, perché ha detto di non aver mai fatto quella promessa al figlio.

La parola si può anche spendere:

  • spendere una parola/qualche parola

“Spendere” è un verbo che si usa con il denaro solitamente, oppure col tempo. “Oggi ho speso 100 euro al ristorante“, oppure “ho speso due ore a fare un lavoro inutile“.

Quando si “spende una parola”, invece, vuol dire che si parlerà di qualcosa. Si dice spendere una parola a favore di qualcuno o qualcosa.

Ad esempio: “Spero che durante la riunione spenderai una parola su di me, e che spenderai qualche parola sul mio lavoro“.

Quindi in questo caso vuol dire: spero che troverai il tempo di parlare di me, spero che tra tutte le cose che dirai oggi, qualcuna delle tue parole sarà dedicata a me ed al mio lavoro.

Si usa molto nel lavoro: ad esempio “ho speso una parola su di te oggi col mio capo“, cioè ho parlato di te. Il senso è positivo, non si spendono parole in senso negativo, ma solamente in senso positivo.

In questo senso, riferito alle persone, si dice anche:

  • metterci una buona parola

Qui usiamo il verbo “mettere“: se io metto una buona parola su di te, vuol dire che parlerò bene di te, cercherò di aiutarti. La parola è buona, cioè serve ad aiutare qualcuno, e la parola buona si “mette”, si mette “su qualcuno”.

Se qualcuno vi dice “oggi metterò una buona parola su di te”, allora voi potete rispondere: “ok, grazie, ti prendo in parola”.

  • Prendere in parola

Vuol dire fidarsi: mi fido della tua parola, mi fido di ciò che hai detto, faccio affidamento su quanto hai appena detto: ti prendo in parola. Attenzione a fare le promesse che non potete mantenere, soprattutto ai figli, perché altrimenti loro ti prendono subito in parola.

Poi c’è anche:

  • far parola di qualcosa a qualcuno

Che significa accennare, parlare di qualcosa a qualcuno. Ad esempio puoi dire ad un tuo collega: “Potresti aiutarmi a risolvere questo problema?” lui potrebbe rispondere: “ne farò parola con il mio dirigente, lui potrebbe aiutarti“. Si usa quindi quando volete parlare di un dato argomento o anche solo accennarne a qualcuno.

Le parole si possono anche pesare:

  • Pesare le parole

Vuol dire prestare attenzione a ciò che si dice, fare attenzione alle parole che si usano, perché anche una sola parola potrebbe essere pericolosa. I politici ad esempio, quando sono intervistati dai giornalisti, devono pesare le parole. Pesare è un verbo che si usa solitamente quando si deve capire quanto un oggetto è pesante: Quanto pesa un oggetto? 1 grammo, 10 grammi, 1 ettogrammo, 1 chilogrammo, eccetera. Pesare le parole quindi indica cercare di capire quanto una parola è pesante, quanto cioè è importante.

Andiamo avanti:

  • dire l’ultima parola

Si dice l’ultima parola quando si parla con qualcuno, e magari si discute, non si è d’accordo su un certo argomento e si vuole avere ragione. Tra marito e moglie ad esempio, in caso di litigio, di discussione, tutti e due vogliono dire l’ultima parola, vogliono parlare per ultimi, prima del silenzio, come se parlare per ultimi volesse dire avere ragione.

In effetti dire l’ultima parola vuol dire anche questo: avere ragione. Se ascoltate qualcuno che dice: “sono io che voglio dire l’ultima parola su questo argomento”, vuol dire che questa persona vuole vincere una battaglia, vuole mettere fine alle discussioni, vuole zittire tutti e risolvere il problema. Dopo di lui non parlerà più nessuno, perché il problema sarà risolto: è lui che metterà l’ultima parola.

Vediamo adesso:

  • quattro/due parole in croce

Solitamente questa frase si usa quando si parla di un discorso o di uno scritto molto breve, molto succinto e conciso, come formato da quattro parole che intersecandosi (incrociandoli) formano le quattro braccia di una croce. Spesso si usa con il verbo spendere, come abbiamo visto prima. Quindi si sente spesso dire: “spendere una parola o qualche parola a favore di qualcuno“, ma se si spendono due parole o quattro parole in croce a favore di qualcuno, vuol dire che non si è parlato poco, si sono dette quattro parole, oppure due parole, quindi è inutile.

Ammettiamo che ci sia qualcosa di importante di cui dovete parlare durante una riunione. Dovete parlarne perché è importante, ma non dovete spendere due parole in croce, o non dovete spendere quattro parole in croce, perché in questo caso ne avete parlato molto poco, non ne avete parlato a sufficienza, non ne avete parlato quanto dovevate parlarne considerata l’importanza dell’argomento.

In questo caso si può anche dire

  • spendere mezza parola

Se spendete quindi mezza parola, o qualche mezza parola o due mezze parole a favore di qualcosa, ne avete parlato poco, ovviamente la parola non si può spezzare a metà, non si può dividere in due, quindi il senso anche qui è figurato.

 

Poi c’è anche chi ne usa poche e chi non ne usa nessuna. Chi non usa parole, perché magari non trova le parole da dire, perché emozionato o perché non trova la forza di dire nulla, si dice che “resta senza parole”

  • restare senza parole

Si resta senza parole davanti ai morti di una guerra, si resta senza parole davanti a qualcosa che ci colpisce, che ci immobilizza, che ci sconvolge anche. Restare senza parole significa quindi rimanere esterrefatti, sbalorditi, tanto stupiti o meravigliati da non riuscire a reagire, nemmeno parlando: si resta senza parole.

Una frase molto semplice è poi:

  • dire due parole

Che equivale a spendere due parole, ma è più informale. Dire due parole è molto usata come frase in ogni contesto. “Dai, dicci due parole sulla tua vita” potreste chiedermi ed io potrei dirvi: ok, sono italiano, abito a Roma, sono sposato”.

Vi posso anche dire che esiste la frase:

  • avere una sola parola

che vuol dire non cambiare mai idea. Avere una sola parola quindi è una caratteristica di chi è una persona di parola, di chi mantiene la parola.

  • mantenere la parola

Infatti significa esattamente questo: mantenere le promesse, non smentirsi, avere una sola parola,

  • essere una persona di parola

e se una persona è di parola, la potete prendere in parola, potete far parola su di lui, potete fidarvi di lui perché questa persona è di parola. Chi è di parola mantiene le promesse, mantiene la parola data.

Vedrete che anche se adesso avete alcune difficoltà, dopo qualche volta che ascolterete questo episodio non avrete più alcun problema.

A proposito di mantenere la parola data, c’è una frase dialettale che però è di uso comune in Italia e che tutti comprendono: chi non mantiene la parola data si dice che è un “quaquaraquà!”. Se sei un quaquaraquà sei una persona che parla, parla, parla, chiacchiera inutilmente, dice tante parole, e solitamente i quaquaraquà dicono un sacco di bugie. Quaquaraquà simiglia un po’ al verso delle oche, o delle papere: qua, qua, qua, e ci fa capire come il quaquaraquà, la persona che viene chiamata quaquaraquà vuol dire che parla molto ma ciò che dice non conta nulla, come se fossero tutte parole uguali: qua, qua qua!

Bene, abbiamo finito con i verbi, vediamo adesso alcune frasi in cui alla parola viene associato un aggettivo o una caratteristica:

  • parole sante/parole d’oro

Quando sentite qualcuno esclamare”parole sante“, o “parole d’oro” vuol dire che dà molto valore alle parole che ha appena ascoltato.

Se il santo padre, cioè il Papa, se Papa Francesco dice:

il segreto per la pace del mondo è la fratellanza

Io posso dire: “parole sante!” ed in questo modo voglio dire che ciò che ha detto Papa Francesco è una cosa importante, ma non solo Papa Francesco dice parole sante.

Il termine sante si usa in senso figurato. Nella religione cristiana i santi sono delle persone che hanno compiuto dei miracoli e che sono quindi degne di essere ricordate dai cristiani. Non sono però i santi a pronunciare “parole sante”, ma sono tutti coloro che dicono delle cose importanti, delle verità, delle verità importanti. L’aggettivo sante, associato alle parole, serve solamente ad indicare l’importanza delle parole, come se fossero state pronunciate da un santo.

 

Le parole possono essere anche “grosse”.

  • parole grosse

“Parole grosse” è anch’essa una esclamazione. Grosso significa grande. Semplicemente. Ma grande si usa più per gli oggetti e le cose che si toccano, le cose tangibili. Invece grosso si usa spesso per le cose non tangibili, che non si toccano: posso parlare di un grosso affare, di un grosso investimento, di una grossa opportunità, di grosse occasioni eccetera. Ma quando si usa la frase, l’esclamazione “parole grosse“? Si usa quando le parole che sentite pronunciare da qualcuno sono delle parole, che non sono “importanti”, ma che possono avere degli effetti importanti, e spesso sono anche esagerate.

Se ad esempio mio figlio mi dice:

papà, non ti voglio più bene, anzi, non ti ho mai voluto bene!

beh io dico che queste sono parole grosse, sono parole esagerate, parole pesanti. Non è possibile che mio figlio pensi queste cose di me, e tra l’altro se fosse vero le conseguenze potrebbero essere molto gravi.

Vi faccio un secondo esempio: se nel mio ufficio c’è una atmosfera diciamo un po’ ostile, perché le persone hanno discusso, hanno litigato tra loro e non vanno più d’accordo, io allora potrei stancarmi della situazione, e potrei dire:

basta! Non voglio più far parte di quest’ufficio, perché siete tutti una massa di stronzi!“.

A questo punto, il dirigente dell’ufficio potrebbe dire: non c’è bisogno di dire queste parole grosse, bisogna fare pace perché quello che è successo è una sciocchezza!

Concludiamo con la parola d’ordine.

  • parola d’ordine

La “parola d’ordine” è nata nell’esercito, nelle forze armate, quindi si usa durante una guerra ad esempio. La parola “ordine” è una parola molto importante nell’esercito. La parola d’ordine è una frase, quindi non una parola singola, ma un insieme di parole, una espressione: non una parola sola ma una espressione. E che espressione è? Qual’è la sua caratteristica? Non tutte le espressioni infatti sono parole d’ordine.

La parola d’ordine è una frase segreta, usata per farsi riconoscere dagli alleati ad esempio. Se non si conosceva la parola d’ordine non si poteva entrare, non si poteva accedere in un edificio ad esempio, o in un territorio, perché chi stava alla porta, la guardia, il militare che stava all’ingresso chiedeva: “conosci la parola d’ordine?” E la persona che doveva entrare doveva sapere la parola d’ordine, altrimenti non poteva entrare. Si tratta di una specie di password quindi, ma era una frase, anche detta “lasciapassare”, perché si lasciava passare la persona che conosceva la parola d’ordine.

La parola d’ordine però è anche qualcos’altro, non solamente una frase che occorre conoscere per entrare da qualche parte. Si può usare la parola d’ordine anche per indicare una delle cose più importanti.

Vi faccio un esempio: in una azienda la parola d’ordine potrebbe essere: “puntualità”, non perché non puoi entrare in azienda se non la conosci – l’azienda non è un esercito –  ma perché è la cosa che conta di più, la cosa più importante per lavorare in quell’azienda: la puntualità è la parola d’ordine.

Credo che può bastare così per oggi, spero che Ramona, professoressa di chimica, sarà contenta di questa spiegazione. Forse ho un po’ esagerato, perché sono veramente molte frasi che contengono il termine “parola”.

Grazie di averci seguito, grazie a Ramona, un grosso abbraccio da parte mia e vi do la mia parola che farò sempre il massimo per aiutarvi a migliorare il vostro italiano. Parola di Gianni.

Parola mia

Quando si dice “parola mia“, o “parola di Gianni”, in questo caso, o parola di Marco, o di chi parla, vuol dire fidatevi, perché ve lo dico io, è una parola mia, quindi vi potete fidare.

Ciao a tutti.