Il periodo ipotetico 

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Buongiorno a tutti, sono Gianni, il creatore di ItalianoSemplicemente.com e vi ringrazio di essere qui con noi.

Oggi ci occupiamo di un argomento molto ostico. Ostico significa difficile.

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Parliamo del Periodo Ipotetico. Rispondo quindi alla domanda di Mervat Abdalla (spero di aver pronunciato bene) che mi ha chiesto di affrontare questo argomento, credo su facebook.

Ovviamente cerchiamo di farlo in modo poco pesante anche se la grammatica, si sa, è di per sé difficile da digerire. Solitamente, come sapete non mi occupo di grammatica per scelta, perché credo sia più produttivo usare il proprio tempo per ascoltare cose divertenti usando la tecnica descritta nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Ad ogni modo la cosa mi incuriosiva un po’ quindi ho deciso di fare un podcast su questo argomento, nella speranza che voi lo ascoltiate anche, che voi scarichiate il file mp3 e quindi non vi limitiate a leggere l’articolo ma che ascoltiate anche il file audio.

Per affrontare l’argomento nel modo meno traumatico possibile forse è bene dare una definizione di PERIODO IPOTETICO.

Il periodo ipotetico è un periodo, cioè è una frase, o una parte di una frase, attraverso il quale si esprime un’ipotesi da cui può derivare una conseguenza.

Quindi stiamo parlando di ipotesi, cioè di cose che possono accadere oppure no. Ogni volta che si parla di cose che possono accadere, cioè di ipotesi, come sapete nella frase c’è sempre di mezzo la parola “SE” oppure sinonimi di questa parola (tipo qualora, nel caso, putacaso eccetera. Abbiamo già spiegato in un podcast qualche mese fa quali sono tutti i modi possibili per dire “se”, cioè per presentare una ipotesi (il podcast ha come titolo “putacaso ti tradissi”). Stavolta invece spieghiamo la regola grammaticale.

Ad esempio. Partiamo da tre frasi:

  1. se parlo lentamente tutti potranno capire;
  2. se tutti capiscono ciò che dico, la lezione è utile;
  3. se voi non capite nulla, io non sono un bravo professore

In tutte queste frasi, in questi tre esempi che ho fatto ed in generale sempre, ogni volta che si fanno ipotesi, c’è sempre la parola SE, oppure una parola simile che sostituisce la parola SE.

Iniziamo a dire che tutte le frasi di questo tipo possiamo in realtà dividerle in due parti: la PROTASI e la APODOSI.

Brutte parole!! Vediamo bene.

Ad esempio vediamo la prima frase:

1. Se parlo lentamente tutti potranno capire

“parlo lentamente” è la PROTOSI, cioè la condizione che si deve rispettare affinché accada ciò che c’è scritto dopo, nella APODOSI: “tutti potranno capire”: questa è la apodosi. Se si verifica la protosi (se cioè parlo lentamente),  allora come conseguenza si verifica anche la apodosi (cioè tutti potranno capire). Prima c’è la protosi, poi la apodosi.

Per facilitare la lettura sul testo che trovate sul sito, ho scritto in colore rosso la protosi di tutti gli esempi ed in verde la apodosi.

Bene,

la stessa cosa vale per gli altri due esempi fatti prima:

2. se tutti capiscono ciò che dico (protosi), la lezione è utile (apodosi)

3. se voi non capite nulla (protosi), io non sono un bravo professore (apodosi)

Fin qui è tutto abbastanza semplice. Gli esempi che ho fatto io finora sono solamente una tipologia di periodo ipotetico. Ciò che cambia da una tipo all’altro è quanto è probabile l’ipotesi indicata nella protasi. L’ipotesi può essere molto probabile, possibile (ma non sicura), oppure impossibile.

Sono possibili quindi tre tipi diversi di periodo ipotetico. Tutto dipende dalla protosi, cioè dall’ipotesi, cioè da quello che c’è subito dopo la parola “se”. Nei tre casi diversi cosa cambia però? Cambia il tempo del verbo, anzi dei verbi. Infatti vedete che sia la protasi che l’apodosi contengono ciascuno un verbo. Questi due verbi vanno usati in modo diverso quando appunto cambia la probabilità del verificarsi dell’ipotesi.

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Allora, niente panico, vediamo il primo caso: ipotesi molto probabile. E’ il caso degli esempi che ho fatto prima.

1A. Se parlo lentamente tutti potranno capire

Parlo lentamente è l’ipotesi, ed è molto probabile, infatti io sto parlando lentamente no? Ebbene allora in questo esempio il primo verbo che è PARLARE si usa all’indicativo ed il secondo verbo: CAPIRE si usa lo stesso all’indicativo oppure all’imperativo. Nel caso della frase è all’indicativo, ma se dico:

1B. Se parlo velocemente interrompimi!

In questo caso il verbo interrompere è all’imperativo: interrompimi!

Questo è il primo tipo di periodo ipotetico: alta probabilità dell’ipotesi (cioè della protosi).

Lo stesso discorso vale per gli altri due esempi che ho fatto.

2. se tutti capiscono ciò che dico (molto probabile: quindi verbo capire – indicativo), la lezione è utile (verbo essere – indicativo);

terzo esempio:

3. se voi non capite nulla (molto probabile: quindi verbo capire – indicativo), ) io non sono un bravo professore (verbo essere – indicativo)

Anche nel secondo e nel terzo esempio avrei potuto comunque usare il secondo verbo nella forma imperativa, rivolgendomi al mio interlocutore (la persona con cui parlo) tramite un ordine:  “fatemelo sapere”, oppure “ditelo”, o “alzate la mano” eccetera.

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Vediamo il secondo tipo di periodo ipotetico. Ipotesi poco sicura: possibile ma non certa.

Ad esempio:

4. Se qualcuno me lo chiedesse, parlerei ancora più lentamente

Adesso infatti non sto dicendo ” se qualcuno me lo chiede” ma dico “se qualcuno me lo chiedesse” e così facendo sto dicendo che è meno probabile che qualcuno me lo chieda, infatti la sto presentando come una possibilità un po’ più lontana. Notate bene che quando uso la forma indicativa “se qualcuno me lo chiede” è come se stessi dicendo “ditemelo, avanti”, “chiedetemelo”, “fatemi la domanda”, quindi è molto probabile che accada questo. Un professore, dopo aver spiegato un argomento ai suoi alunni, potrebbe dire: “se qualcuno me lo chiede posso spiegare meglio”, e poi aggiungere: “allora nessuna richiesta?”.

Invece lo stesso professore, potrebbe dire: “ok, ora vi ho spiegato l’argomento”, domani prima di andare avanti col prossimo argomento, se qualcuno me lo chiedesse potrei anche chiarire qualche dubbio. In questo caso quindi è meno probabile che la cosa accada, che cioè qualcuno chieda ulteriori spiegazioni al professore.

Quindi la regola è che quando l’ipotesi è possibile, ma non è sicura, nella protasi (cioè subito dopo il “se”) il verbo non è all’indicativo (me lo chiede) ma al congiuntivo imperfetto (me lo chiedesse), e nell’apodosi il verbo non è all’indicativo neanche qui (parlo più lentamente) ma è al condizionale presente (parlerei più lentamente) ma anche in questo secondo caso il secondo verbo può essere all’imperativo (se qualcuno me lo chiedesse lo spiego subito)

Posso fare anche altri esempi di questo secondo tipo per chiarirvi meglio le idee:

Se me lo chiedestepotrei anche spiegarvelo via whatsapp

Se me lo chiedesse un italianoditegli che le mie lezioni non sono rivolte a lui

In quest’ultimo caso ho usato l’imperativo nella seconda frase che abbiamo detto si chiama apodosi: ditegli che le mie lezioni non sono rivolte a loro, dite loro, agli italiani, che le lezioni non sono per loro, per gli italiani, ma per gli stranieri. Ditegli significa dite loro, quindi è imperativo, è un ordine.

Quindi questo secondo caso è un po’ più complicato.

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Vediamo ora il terzo caso di periodo ipotetico. In questo terzo caso l’ipotesi è impossibile, cioè non può accadere, è impossibile che accada.

Se vediamo ad esempio la frase:

Se fossi in voi, studierei meno la grammatica

Non sentirete mai un professore pronunciare queste parole, ma comunque facciamo finta che accada.

Se fossi in voi è la prima parte della frase, e si riferisce al presente, cioè al momento attuale. E’ impossibile che io sia voi, cioè io sono io e voi siete voi, siamo delle persone diverse, quindi è impossibile quello che si dice. Quindi siamo nel terzo caso: ipotesi impossibile: “se fossi i voi” è congiuntivo imperfetto, proprio come prima, come il secondo caso. Fin qui non cambia nulla. Che l’ipotesi sia poco probabile o impossibile non cambia nulla nella prima parte della frase. Poi la frase continua: “Se fossi in voi, studierei meno la grammatica”. L’apodosi è “studierei” quindi è condizionale presente. Anche in questo caso posso usare anche l’imperativo. Anche qui non cambia nulla. Tutto come prima.

Cosa cambia allora nel terzo caso di ipotesi impossibile?

Cambia quando l’ipotesi non si riferisce al presente ma al passato. In questo caso cambia tutto, sia nella prima che nella seconda parte della frase.

Vediamo un esempio: il professore, un mese dopo la spiegazione di un argomento, si sente dire da uno studente che lui non ha ancora capito nulla di quell’argomento. Può accadere! Ma il professore allora cosa risponde?

Il professore risponde ad esempio:

Se fossi stato più attento alla lezione, non avresti avuto problemi.

Il professore quindi parla del passato, non sta parlando del presente e dice: “se fossi stato più attento”. Il professore potrebbe anche dire: “se me lo avessi chiesto un mese fa, ti avrei spiegato una seconda volta“.

Quindi l’ipotesi è riferita al passato. Inoltre è impossibile che accada, perché il passato è passato e non si può più cambiare. Quindi se l’ipotesi è riferita al passato, nella protasi il verbo è al congiuntivo trapassato (se fossi stato), e nell’apodosi il verbo è al condizionale passato (non avresti avuto problemi).

Se pensate sia difficile, notate che la stessa frase, ma al presente diventa: “se fossi più attento alla lezione non avresti problemi“. Al passato basta aggiungere “stato” e “avuto: se fossi stato più attento, non avresti avuto problemi. “Se fossi” diventa “se fossi stato” e “avresti” diventa “avresti avuto”

Questi sono i tre diversi casi di periodo ipotetico.

C’è da dire una cosa però che fa riferimento al linguaggio parlato. Molto spesso vi potrebbe capitare di ascoltare, anche da parte di italiani, delle frasi che non rispettano queste regole che vi ho detto.

In effetti esiste in teoria anche un periodo ipotetico misto che non è scorretto ma è diciamo sconsigliabile. Ad esempio:

Se me lo avessi detto primate lo spiegavo di nuovo (la apodosi corretta è: te lo avrei spiegato di nuovo e non “te lo spiegavo”)

Oppure:

Se lo sapevo, te lo avrei spiegato di nuovo (la protasi corretta è: se lo avessi saputo prima e non “se lo sapevo)

Quindi non è scorretto accoppiare congiuntivo e indicativo oppure indicativo e condizionale come nei due esempi appena visti, ma è meglio attenersi alle regole dei primi tre casi spiegati prima. Questo sicuramente almeno per la forma scritta. All’orale possiamo anche fare queste eccezioni. I giovani italiani solitamente, fino almeno ai 20 anni, usano questa forma nel linguaggio parlato.

Gli stessi giovani poi nella lingua parlata a volte usano l’imperfetto indicativo sia nella protasi che nell’apodosi: in entrambe le frasi dunque. Anche qui vale la stessa raccomandazione: mai farlo allo scritto.

ad esempio:

se me lo dicevi prima te lo spiegavo

la frase corretta sarebbe: “se me lo avessi detto prima te lo avrei spiegato“, ma è troppo lunga e quindi spesso viene accorciata usando  l’imperfetto indicativo sia nella protasi che nella apodosi.

Un altro esempio:

se lo sapevo te lo spiegavo di nuovo

Anche qui la frase corretta sarebbe: “se lo avessi saputo, te lo avrei spiegato di nuovo

L’uso di questa forma è quindi sconsigliabile, almeno nella lingua scritta.

Ragazzi questo è tutto per la spiegazione. Facciamo un piccolo esercizio di ripetizione per essere sicuri che sappiate anche pronunciare bene:

Ripetete dopo di me le frasi che dico io, sono tutte frasi molto simili tra loro, ed attenzione alla pronuncia. Userò anche qualche sinonimo di “se”: userò anche qualora e putacaso, che servono a dare maggiormente l’idea che l’ipotesi è poco probabile, quindi vi aiutano a capire come coniugare i verbi: se c’è qualora e putacaso infatti non siamo mai nel primo caso, poiché l’ipotesi non è mai molto probabile, ma è poco probabile oppure impossibile.

Attenzione quindi:

Se vuoi, possiamo vederci

—-

Se credi sia il caso, potremmo prendere un appuntamento

—-

Qualora decidessi di incontrarmifammi uno squillo

—-

Putacaso  decidessi di incontrarmifammi sapere

—-

Nella lontana ipotesi volessi rivedermi, prova a chiamarmi

—-

Nel caso in cui decidessi di incontrarci nuovamente, spero per te che non sia troppo tardi


 

Bene ragazzi, ascoltate più volte questo file audio se volete ben memorizzare.

Ringrazio ora tutti coloro che stanno continuando a prenotare il corso di italiano Professionale, il grande progetto di Italiano Semplicemente, e ringrazio anche coloro che sostengono la missione di Italiano Semplicemente attraverso una donazione personale: grazie di cuore a tutti voi: è grazie soprattutto a voi se Italiano Semplicemente si continua a sviluppare di giorno in giorno.

Se qualcuno di voi vuole quindi aiutare Italiano Semplicemente (ipotesi probabile, ho usato la forma indicativa!) può donare anche un solo euro, usando lo strumento Donazione che permette di trasferire denaro in qualsiasi moneta con Paypal o anche con un qualsiasi conto bancario. Qualora invece decideste di non contribuire, restereste comunque miei amici!

Ciao ragazzi.

Le preposizioni semplici DI e DA

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Ciao a tutti amici di Italiano Semplicemente. Prima di tutto scusatemi se non riesco a rispondere a tutti i vostri messaggi su Facebook e per email ma è molto difficile riuscire a trovare il tempo di fare tutto, durante il mio tempo libero, che è davvero poco, preferisco massimizzarne l’utilità facendo dei podcast utili a tutti.

Vi prego di scusarmi quindi e se dovete farmi domande relative ad espressioni italiane preferisco che me le facciate sulla pagina Facebook di italiano semplicemente in modo che siano visibili a tutti e tutti possono vedere anche la risposta. In questo modo tra l’altro anche gli altri possono rispondere. Oggi vorrei rispondere ad una domanda che mi è stata posta via Facebook da Auwie, spero di aver pronunciato bene.

Auwie mi fa una domanda sulle preposizioni semplici. In particolare  vuole sapere l’utilizzo della proposizione DI e DA quando dopo o prima c’è un verbo. Auwie mi fa anche degli esempi: “Ho un sacco di cose da fare” e “Ho smesso di fumare”.

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Bene, quindi dunque cercherò di rispondere alla domanda di Auwie senza essere troppo noiosi.

Vi darò inizialmente delle indicazioni generali sull’utilizzo delle due preposizioni “di” e “da” cercando di fare un approfondimento sui verbi che seguono o precedono tali preposizioni. Se il verbo segue la preposizione vuol dire che viene dopo rispetto alla preposizione, cioè che il verbo è successivo alla preposizione. Se invece il verbo precede la preposizione allora viene prima, la precede quindi.

Vediamo quindi la preposizione DI: questa preposizione  si usa in generale in molti modi diversi. Così come  d’altronde anche la preposizione DA. La  domanda di Auwie poi in particolare si riferisce al legame con i verbi, cioè alla scelta se mettere “di” oppure “da” prima o dopo un verbo. Quindi la spiegazione che facciamo in questa lezione si riferisce solamente a questo.

La risposta, cara Auwie,  è che ci sono alcuni verbi con i quali si deve utilizzare DI ed altri verbi in cui usare invece DA. La regola quindi è solamente quella del verbo, ed è una regola che si impara solamente ascoltando molto e parlando molto.

diAd esempio, con la preposizione DI si usano i verbi seguenti (vi dico solamente i più utilizzati): soffrire di qualcosa; avere voglia di qualcosa; preoccuparsi di qualcosa, meravigliarsi di qualcosa, decidere di fare qualcosa; capacitarsi di qualcosa, fidarsi di qualcuno; innamorarsi di qualcuno o qualcosa; occuparsi di qualcuno o qualcosa; prendersi cura di qualcosa o qualcuno, lamentarsi di qualcuno o qualcosa; ricordarsi o dimenticarsi di qualcuno o qualcosa; discutere di qualcosa; ridere di qualcuno;  rendersi conto di qualcosa; essere in grado di fare qualcosa, rimanere (rimanere di sasso ad esempio), eccetera. Questi sono i verbi più usati con cui usare DI.

DA.jpgInvece la preposizione DA si usa con altri verbi, come ad esempio: difendersi da qualcuno o qualcosa; buttarsi da (dal ponte ad esempio) ripararsi da qualcosa; pretendere qualcosa da qualcuno; dipendere da qualcuno o qualcosa; escludere da qualcosa; tradurre da una lingua in un’altra.

Poi ci sarebbero anche dei verbi in cui si possono usare entrambe le preposizione. Ad esempio il verbo “tremare: tremare di paura ad esempio, ma in questo caso potrei anche dire tremare dalla paura, o tremare dal terrore, o anche tremare da capo a piedi. In questo caso si può dire in più modi diversi. Anche il verbo restare  lo posso usare con DI, ad esempio nella frase “restare di sasso”, o “restare di stucco” ad esempio, ma dipende dalla frase che costruisco, perché se dico “restare a casa” sto usando la preposizione “a” , o se dico “restare da te”, o “restare da Paolo”, eccetera, sto usando la preposizione DA. Dipende dai singoli casi quindi per alcuni verbi. Lo stesso discorso vale per molti altri verbi. Alcuni verbi comunque si usano solamente con DI oppure solamente con DA.

In tutti i casi visti finora comunque, sia con DI che con DA, la preposizione Di e DA si trova dopo il verbo, quindi la preposizione segue il verbo. A volte invece la preposizione precede il verbo, quindi prima c’è la preposizione e dopo il verbo. Vediamo allora questo caso: La regola è che quando ci sono le parole cosiddette “indefinite“, si usa DA. Le parole indefinite sono le parole come “qualcosa”, “qualcuno”, “nessuno”, “niente”, ecc., cioè non ci si riferisce a qualcuno o qualcosa in particolare, non è cioè ben definito a chi o cosa ci si riferisce. Si usa quindi DA  in questi casi, e poi si mette il verbo all’infinito. Ad esempio:

Nulla da bere.

Qualcosa da mangiare.

Niente da fare.

Niente da guardare.

Qualcuno da interrogare.

Tutto da guadagnare

In questi casi DA precede il verbo: prima viene DA e poi il verbo.

Riguardo a DI, ci sono alcuni casi in cui potrebbe sembrare che anche DI si possa usare prima del verbo, ma non è così in realtà.

Ad esempio se io dico: Sono stanco di parlare, in realtà, anche se parlare sta dopo la preposizione DI, ma in questa frase ci sono due verbi, sono e parlare, e la preposizione DI si trova dopo il verbo essere e prima del verbo parlare, ma il verbo che conta è il verbo essere: “Sono stanco di parlare”. Infatti posso anche dire:

  • sono stanco di ascoltare
  • sono stanco di viaggiare

eccetera.

La stessa cosa vale per la frase vista in precedenza: essere in grado di fare qualcosa, oppure anche della frase “avere voglia di mangiare”. In questo caso posso scrivere qualsiasi verbo dopo la preposizione DI:

  • ho voglia di mangiare
  • ho voglia di bere
  • ho voglia di viaggiare
  • ho voglia di dormire

eccetera.

Quindi fate attenzione, perché se dire “ho voglia” oppure “sono in grado”dovete sempre dire DI, e non DA. Ma tutte queste cose si imparano con l’ascolto ripetuto e non studiando la grammatica. Ricordatevi la prima regola d’oro di italiano semplicemente: ascoltare ascoltare ascoltare. Se non la ricordate cliccate sul link che ho inserito su questo episodio.

Quindi adesso vi propongo di ascoltare una bella storia, in cui io utilizzerò moltissime volte le due preposizioni. In questo modo sarà meno noioso e ascoltando la storia più volte memorizzerete più facilmente. Non vi consiglio di imparare la regola a memoria ma solo di ascoltare la storia più volte. Io stesso non conoscevo la regola grammaticale ma sono comunque in grado DI usare correttamente DI e DA. Non potete certo pensare alla regola ogni volta che parlate in italiano!!

Ecco la storia dunque.

“Ho voglia di mangiare!” Disse mia figlia quel giorno

Cosa vuoi da mangiare“, le risposi io.

“Qualsiasi cosa, basta che sia dolce!” Rispose mia figlia

Ok, allora posso darti… vediamo, no purtroppo non c’è niente da mangiare, ma c’è qualcosa da bere. Va bene una spremuta?

No, rispose lei, bisogna ricordarsi di fare la spesa. Ok, dissiio, ma occorre prima decidere di fare la spesa e visto che l’abbiamo appena deciso, cosa compriamo?

Devi dirlo a mamma prima, disse mia figlia, non vorrai mica dimenticarti di lei, vero papà?

No, per carità“, dissi io.

E lei: “Uffa però, per ogni cosa al mondo mai dimenticarsi di dirlo a mamma!

Lo so, dai“, risposi io, “non ti lamentare sempre di tutto, dai!“.

Ok“, disse lei, “ma lei non si fida di te?”.

“No, non si fida, ma fa bene, io mi dimentico sempre di qualcosa, lo sai, non sono in grado di ricordarmi di tutto; è per questo che è meglio che si occupi lei di queste cose”.

Allora decido io, anche io posso decidere no?” aggiunse mia figlia

No dai, tu sei esclusa dalla lista delle persone che possono decidere!” Scherzo, dai Ele, tu sei ancora piccola!

“Ok, ma tu di cosa ti occupi papà!” Disse mia figlia.

“Io mi occupo di Italiano Semplicemente no? Sono innamorato di Italiano Semplicemente lo sai!”

E anche di mamma vero?” replicò mia figlia.

Sì, naturalmente“, risposi io, “anche di più! e quindi non si può pretendere da me che io, insomma, mi ricordi anche di cosa comprare…

Ok, ok“, disse lei, “non ne discutiamo più di questa cosa, non devi mica difenderti da me”

A questo punto interviene mio figlio che dice:

Papà, posso farti una domanda? Ma italiano Semplicemente quando diventerà famoso?” “Beh, credo che… insomma  dipende da me, da quanto tempo ci dedico ogni giorno, e in fondo dipende anche da te!

Da me?” rispose mio figlio.

Sì, anche da te, ti rendi conto di questo?” dissi io.

Ok papà“, disse lui, “ma non c’è niente da guadagnare con Italiano Semplicemente!

Va bene, ok, hai ragione, ma… non devi preoccuparti di questo. Ci sono sempre le donazioni. Comunque noi lo facciamo per passione no?

Sì va bene, ho capito“, rispose mio figlio, anche se dentro di se pensò: “non c’è niente da fare con mio padre, vive solo di passioni lui!

Bene, la storia è finita, spero vi sia piaciuta. Un grazie a Auwie per la domanda che mi ha posto. Se volete potete ascoltare il podcast e la storia più volte, e mentre ascoltate potete anche fare delle pause e ripetere le singole frasi, in modo da esercitare anche la vostra pronuncia. Non dimenticate infatti la regola numero sette: parlare.

Ciao a tutti da Gianni, e non dimenticatevi DI prenotare il corso di Italiano Professionale.

Che aria tira? 

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Ciao a tutti da Giovanni e grazie per essere qui ad ascoltare questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi spieghiamo il significato di una espressione molto usata in tutta Italia che sicuramente non troverete in un libro di italiano per studenti.

L’espressione di cui sto parlando è una domanda, e la domanda è: “che aria tira? ” .

È una domanda,  ed è una domanda che si fa a voce,  cioè è una espressione colloquiale che non si usa nella forma scritta, ma solo all’orale.

Prima di iniziare la spiegazione vi ricordo brevemente che entro il 31 dicembre potrete prenotare, se siete interessati,  il corso di italiano professionale,  che è stato studiato per chi vuole lavorare in Italia. Entro il 31 dicembre si può avere con uno sconto del 60%, un prezzo promozionale considerato che il corso sarà disponibile per gennaio 2018, quindi manca ancora un anno,  e chi prenota pagherà quindi solamente 79 euro e non 200 euro. Chi prenota  potrà però  ricevere per ora le prime 11 lezioni che sono già pronte, e che comunque sono già molte poiché si tratta già  di circa 10 ore di ascolto e circa 200 pagine da leggere. Potrebbe essere anche un bel regalo per il nuovo anno. Poi non appena saranno pronte le altre lezioni saranno immediatamente inviate. Ovviamente vi garantisco che se cambiate idea perché non siete soddisfatti vi sarà rimborsata la spesa.

Passiamo dunque a “che aria tira“.

L’aria, come sapete, è ciò che respirate e ciò che vi permette semplicemente di vivere. L’aria è composta da ossigeno ed anidride carbonica e senza l’aria nessun essere vivente può sopravvivere. L’aria entra nella nostra bocca ed esce sempre dalla nostra bocca: entra ossigeno ed esce anidride carbonica. Bene, ma cosa significa che aria tira? Spieghiamo allora il verbo tirare.

Tirare è un verbo, e tirare significa prendere qualcosa, prenderlo con le mani, afferrare questo oggetto e portarlo verso di voi. Se lo portate verso di voi lo state tirando, altrimenti se lo allontanate da voi lo state spingendo.

OK,  ma questo non si può fare con l’aria, infatti l’aria non si può afferrare con le mani. Non posso tirare l’aria.

Al limite l’aria  si aspira, o si inspira.  Si aspira  con l’aspirapolvere, che in realtà è nata per aspirare la polvere e non l’aria, mentre quando si fa entrare l’aria in bocca si dice che l’aria si inspira, viene inspirata, mentre quando esce si espira. Quindi l’aria non si tira come se fosse un oggetto.

Il verbo tirare si usa,  in questo caso, cioè nella frase “che aria tira”  in senso figurato. Iniziamo a dire  che tirare si usa col vento: anziché dire “oggi c’è un vento molto forte”,  posso dire “oggi tira un vento molto forte”, il vento tira quindi vuol dire che c’è vento, e si può anche sentire il rumore del vento quando tira.

Il vento è il movimento dell’aria, ma una cosa è che “tira vento“,  che significa che c’è  vento, un’altra cosa è che tira l’aria , anzi che “tira un’aria in particolare,  un’aria con certe caratteristiche”.

Quando è l’aria che tira vuol dire che il senso è figurato.

Quando si chiede “che aria tira?”  si vogliono conoscere delle notizie sul futuro,  come se l’aria trasportasse qualcosa, come se nell’aria ci fosse qualcosa che ci fa prevedere il futuro.  Se dico che oggi tira un’aria di pioggia,  voglio dire che forse fra un po’ pioverà, perché l’aria mi fa pensare che pioverà, magari perché è più umida del solito.

Allo stesso modo se mi riferisco non alle previsioni del tempo, ma ad altre previsioni,  ad altre tipologie di previsioni.

In generale quindi la domanda “che aria tira? ” significa semplicemente “come pensi che andrà?”, “quali sono le tue previsioni? “e  ci si riferisce ad una situazione precisa,   al lavoro ad esempio, o all’università, o in qualunque altro luogo in cui potrebbe essere successo qualcosa, o potrebbe accadere qualcosa.  Quando si chiede ad esempio “che aria tira nella tua università?”

Chi fa questa domanda sta semplicemente chiedendo com’è la situazione all’università? Cosa sta accadendo all’università?  La persona che deve rispondere potrebbe dire ad esempio:”niente di particolare”, oppure “non tira nessun’aria in particolare “, il che significa che non sembra debba accadere nulla in un prossimo futuro. Oppure potrei dire che le cose vanno male all’università, per qualsiasi motivo.

Che aria tira in Italia? Se qualcuno mi fa questa domanda io risponderei che in Italia tira un’aria di cambiamento, perché è appena caduto il governo e tra poco ci saranno nuove elezioni.

Un altro esempio: Ammettiamo che ci sia una ragazza  che ha un fidanzato di nome Andrea,  un fidanzato col quale però  spesso litiga,  con cui questa ragazza discute spesso.  Lei e Andrea non vanno molto d’accordo.

Se a questa ragazza capita di incontrate una sua amica che le chiede: “ciao, è un po’ di tempo che non ci vediamo,  che aria tira con Andrea?

La ragazza potrebbe rispondere: insomma,  ultimamente non va molto bene perché discutiamo spesso io ed Andrea e forse ci lasceremo.

In questo caso possiamo dire che tira una brutta aria tra questa ragazza e Andrea. Analogamente, facciamo un esempio nel campo del lavoro: se una azienda sta per fallire,  sta per chiudere perché non riesce a vendere molti prodotti, ma non è ancora fallita, possiamo dire che per questa azienda tira sicuramente una brutta aria, perché forse accadrà qualcosa di negativo nel futuro,  forse l’azienda chiuderà,  quindi tira proprio una brutta aria per l’azienda.

Spero che col vostro italiano invece non tiri affatto una brutta aria, perché, se tirasse una brutta aria vorrebbe dire che le cose vanno male e non state facendo progressi.

Bene, spero di essere riuscito ad aiutarvi a capire questa espressione così tanto diffusa nel linguaggio informale, se non fosse così fatemi sapere.  In ogni caso provate a utilizzare questa frase con degli amici per memorizzarla velocemente; potete farlo anche su Facebook.

Ora facciamo un po’di pratica della lingua.

Rispondete alle mie domande usando l’espressione che aria tira se pensate  sia il caso. Poi io vi farò ascoltare una risposta che voi potete ripetere,cercando di imitare la mia voce ed il mio tono.

Che aria tira nel tuo paese?

—-

Nel mio paese tira una brutta aria!

—-

Come va con la tua fidanzata? Hai ancora problemi ?

—-

Si, purtroppo non tira una bella aria tra noi. Oppure un’altra risposta può essere “Non ha mai tirato una bella aria tra noi”.

—-

Che aria tira in America ultimamente?

—-

Secondo me in America non tira un’aria positiva recentemente.

—-

Grazie ragazzi, ascoltate il podcast più volte per memorizzare.

Un saluto ai miei più fedeli ascoltatori, ed in particolare un saluto oggi ai serbi, agli abitanti della Serbia,  infatti la Serbia è il paese che in questa giornata ha visitato di più  italianosemplicemente.com


Video con sottotitoli

Italiano Professionale: Lezione n. 11 – Rischi ed Opportunità

immagine_lezione_11

Audio introduttivo: i rischi e le opportunità nel settore della farmaceutica

 

    La lezione è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano i rischi e le opportunità
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas relativas a los riesgos y oportunidades
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant les risques et opportunités.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning risks and opportunities.
bandiera_animata_egitto سوف نتحدث عن العبارات الاصطلاحية المتعلقة المخاطر والفرص
russia Мы будем говорить о идиоматических выражений, касающихся рисков и возможностей.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Risiken und Chancen.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις σχετικά με τους κινδύνους και τις ευκαιρίες.

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Cogliere un’occasione al volo

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Descrizione

cogliere_un_occasione_al_volo_immagineIn questo episodio, registrato alla guida della mia automobile, potete ascoltare la spiegazione di una espressione idiomatica italiana molto diffusa ed utilizzabile in moltissime occasioni diverse: “cogliere un’occasione al volo”.

Nell’episodio, in fase di trascrizione, potete ascoltare la spiegazione delle singole parole della frase, esempi esplicativi della via di tutti i giorni, eventuali rischi nella pronuncia ed alla fine un esercizio di pronuncia, che vi aiuterà ad esercitare la lingua italiana. Coniugheremo la frase al presente ed al passato.

Di particolare rilevanza la pronuncia della parola “COGLIERE”, per via della parte  finale “GLI”.

Un saluto dall’Italia

Giovanni

PS: non appena sarà possibile metterò online la trascrizione del podcast