27 – I verbi professionali: SUFFRAGARE

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Trascrizione

Benvenuti a tutti questo nuovo episodio, il ventisettesimo, dedicato ai verbi professionali. Questa è la volta di SUFFRAGARE. Si tratta di un verbo anche questo molto importante e usato in ambito lavorativo, ma è usato anche al di fuori del lavoro.

Suffragare significa sostenere la credibilità di qualcosa con l’apporto di elementi probanti. (cioè con l’aiuto di elementi probanti)

Questa è la definizione che trovate sul vocabolario.

Quello che si capisce è che siamo in un contesto apparentemente serio.

Sostenere la credibilità di qualcosa” leggiamo nella definizione. Dunque, per spiegare suffragare si utilizza quindi un altro verbo: il verbo sostenere. Dunque sostenere e suffragare sono due verbi simili.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio è disponibile per i membri dell’associazione culturale Italiano Semplicemente

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Onde evitare

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È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com, oggi vediamo una espressione molto particolare, che probabilmente pochissimi stranieri conoscono.

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Prima però volevo ricordare a tutti, soprattutto ai nuovi, a coloro che per la prima volta ascoltano un podcast di Italiano Semplicemente, che questo è il sito dell’Associazione Culturale che si chiama esattamente in questo modo: Italiano Semplicemente ed è il sito in cui gli stranieri possono imparare l’italiano in modo semplice attraverso dei contenuti audio e scritti. I principi a cui si fa riferimento, cioè le regole che si utilizzano in questo sito sono state riassunte in quelle che vengono qui chiamate “sette regole d’oro” per imparare la lingua italiana. Andate a dare un’occhiata se siete curiosi.

Abbene l’espressione di oggi è “onde evitare”. Un’espressione un po’ complicata perché contiene una parola complicata “onde”.

Tutti conoscono la parola onde intesa come sostantivo: onda è il singolare di onde, ad esempio le onde del mare, quelle che si infrangono sugli scogli o detto più semplicemente quella massa d’acqua che si solleva e si abbassa alternativamente, in modo cioè alternato, sul livello di quiete del mare per effetto semplicemente del vento o anche per altra causa come le maree. Attenzione alla pronuncia di maree, plurale di marea.

Ripeti: l’onda può essere provocata dalle maree

Questo esercizio di ripetizione, che vi invito a fare, rappresenta una delle sette regole d’oro di cui vi parlavo prima. È sufficiente che ripetiate ogni volta la frase che vi viene proposta in modo da restare concentrati ed essere anche maggiormente partecipi all’episodio.

Ripeti: sì, voglio essere partecipe all’episodio

Bene, allora la parola “onde”  della frase “onde evitare” non è quella di cui vi ho appena parlato. Infatti la parola “onde”, con la e finale, non è solamente un sostantivo. Tra l’altro ci sono molti tipi di onde (come sostantivo) non solo quelle del mare. Ci sono le onde elettromagnetiche, le onde gravitazionali, le onde d’urto, le onde sonore, le onde longitudinali anche, eccetera.

Oggi invece parliamo di onde con un altro significato.

Vi dico subito che “onde evitare” significa “al fine di evitare” o anche semplicemente “per evitare”.

La parola onde in questo caso può anche quindi essere sostituita da “per”, più semplice da capire perché è la parola, la preposizione semplice (una delle nove preposizioni semplici),  quasi sempre usata per indicare una finalità, un obiettivo e un modo, uno strumento per raggiungerlo.

Ad esempio “per andare a Roma posso prendere l’aereo” , “per dimagrire occorre mangiare meno”.

Ripeti: per ripetere occorre parlare.

Mi sembra giusto!

La vostra domanda allora potrebbe essere:

Allora posso sempre, in teoria, usare “onde” al posto di “per”? Posso farlo sempre?

La mia risposta è: No!

Perché? Direte voi.

Ci sono due motivi. Prima di tutto, Il motivo numero uno è che “per” non si usa solamente per indicare un obiettivo. La preposizione “per” ha molti utilizzi diversi. Solo per farvi un esempio, se prendiamo la frase:

– Vado a Roma passando per Napoli.

In questa frase per ha un valore spaziale; non posso dire pertanto “Vado a Roma passando onde Napoli”. Non ha senso. Questa frase non ha nessun significato.

Posso sostituire “per” con “onde” soltanto  quando sto parlando di ottenere un risultato, cioè raggiungere un obiettivo e, al fine di raggiungere questo obiettivo c’è qualcosa che mi può aiutare. In questo caso posso farlo.

Vediamo la seconda frase che ho detto in precedenza:

per dimagrire occorre mangiare meno

Ripeti: per dimagrire occorre mangiare meno

Questo rappresenta in effetti un obiettivo. Qual è l’obiettivo, qual è il risultato che devo raggiungere? È il dimagrimento. Devo dimagrire no? Quindi, a questo scopo, devo mangiare meno. Devo dimagrire, quindi a tal fine devo mangiare meno. Devo dimagrire, e per raggiungere questo risultato devo mangiare meno.

In questo caso potrei in teoria dire: “onde dimagrire occorre mangiare meno”.

La parola “onde” in questo caso non è un sostantivo ma è una congiunzione che diventa quasi una preposizione, quasi come “per” appunto. Quando questa parola (onde) è seguita da un verbo all’infinito (dimagrire ad esempio), come in questo caso, questo verbo all’infinito è quasi sempre il verbo “evitare”, quasi sempre ma non sempre, come nella frase che avete ripetuto: “onde dimagrire”.  Quasi sempre invece è il verbo evitare: onde evitare.

Più raramente dunque si usano altri verbi all’infinito, ed il significato di “onde evitare” è “con l’obiettivo di evitare”, “al fine di evitare”, “per poter evitare”, “se vogliamo evitare” eccetera.

L’espressione non è neutra (diciamo così) dal punto di vista espressivo, e con questo intendo dire che non è molto elegante. “Onde evitare” contiene a volte dell’ironia, a volte anche della presunzione da parte di chi parla, quindi attenzione, a volte esprime persino maleducazione. Invece qualche volta la frase è del tutto innocua e può risultare anche molto appropriata a seconda del contesto di riferimento.

Vediamo qualche esempio:

– Onde evitare guai, ti consiglio di smetterla!

Ripeti: Onde evitare guai, ti consiglio di smetterla!

Questa è una frase che potrebbe dire un padre o una madre al figlio che ha fatto qualcosa di sbagliato. Anzihé dire smettila!

Si tratta di una specie di avvertimento in questo caso.

E’ un’espressione che si usa sempre per parlare del futuro in generale, quando c’è una necessità, quando si auspica, cioè si spera, che accada qualcosa nel futuro. Questo qualcosa deve accadere affinché una conseguenza negativa non ci sia, cioè sia evitata. In tal caso la madre consiglia al figlio di smetterla di fare qualcosa (che non abbiamo detto) di sbagliato, onde evitare guai (guai per il bambino si intende!).

Vediamo un altro esempio:

– Onde evitare di cadere, meglio camminare con gli occhi aperti

Ripeti: Onde evitare di cadere, meglio camminare con gli occhi aperti

Questa frase è un po’ ironica (fa un po’ ridere). Lo stesso effetto non lo avremmo ottenuto usando “per” o “al fine di”.

– Onde evitare di fare incidenti, meglio non bere alcool.

In questa frase diciamo che si raccomanda di non bere alcool al fine di non fare incidenti. È una semplice raccomandazione.

Ma si tratta sempre di raccomandazioni, o di precauzioni, di attenzioni da prestare “per”, cioè “onde” evitare di avere delle conseguenze negative.

Cosa possiamo fare seguire ad “onde evitare”? Cosa posso dire dopo? C’è una regola?

Vediamo qualche esempio per capirlo:

– Onde evitare malintesi, dobbiamo fare maggiore chiarezza;

Ripeti: Onde evitare malintesi, dobbiamo fare maggiore chiarezza

– Onde evitare possibili disguidi (cioè possibili malintendimenti, malintesi) occorre spedire in tempo la documentazione;

Ripeti: onde evitare possibili disguidi occorre spedire in tempo la documentazione; 

– Onde evitare spiacevoli effetti collaterali, meglio vendere i medicinali solo con una prescrizione medica;

Ripeti: onde evitare spiacevoli effetti collaterali, meglio vendere i medicinali solo con una prescrizione medica

– Onde evitare equivoci come in passato, è preferibile pagare le tasse in tempo;

Ripeti: Onde evitare equivoci come in passato, è preferibile pagare le tasse in tempo

Vedete che “onde evitare” si usa spesso all’inizio della frase. Ma questo non significa che non si possa inserire al centro, posso quindi invertire la frase:

– Dobbiamo fare maggiore chiarezza onde evitare malintesi,

– Occorre spedire in tempo la documentazione onde evitare possibili disguidi;

– Meglio vendere i medicinali con una prescrizione medica, onde evitare spiacevoli effetti collaterali;

– E’  preferibile pagare le tasse in tempo, onde evitare equivoci come in passato.

L’unica regola quindi è quella di mettere dopo “onde evitare” la cosa che va evitata. Tutto qui.

Talvolta dopo la parola “onde” si mettono altri verbi però al posto di “evitare”, e sempre all’infinito.

Questo si fa specialmente nell’uso burocratico, quando si vuole evitare di ripetere la  preposizione “per” che potremmo già aver usato nella stessa frase. Allora utilizzo “onde” al posto di “per” usando il verbo all’infinito, come si fa normalmente con “per” ma questo è un modo considerato meno corretto.

Vediamo qualche esempio:

Per imparare l’italiano con divertimento esiste ItalianoSemplicemente.com, e bisogna diventare membri dell’Associazione Italiano Semplicemente onde raggiungere un buon livello di italiano;

In questo caso ho usato “raggiungere” e “onde raggiungere” significa “per poter raggiungere”. Avevo già utilizzato la preposizione “per” all’inizio della frase (Per imparare l’italiano…) quindi anziché dire: per raggiungere un buon livello di italiano, scelgo di sostituire per con “onde”.

Questa cosa si fa abbastanza spesso, come dicevo, nel linguaggio della burocrazia, ma come dicevo prima,  meglio evitare questa forma per via dei possibili pericoli legati alla frase e quindi meglio preferire invece altre forme, come “al fine di”, oppure  anche “se vogliamo”:

–  Per imparare l’italiano con divertimento esiste ItalianoSemplicemente.com, e bisogna diventare membri dell’Associazione Italiano Semplicemente al fine di raggiungere un buon livello di italiano opure “se vogliamo” raggiungere un buon livello di italiano;

Posso farvi anche frasi ancora più burocratiche:

– Restiamo in attesa di Vs. (vostre) disposizioni, onde provvedere in conformità; questa è una frase veramente molto burocfratica. Attendiamo quindi di sapere le vostre disposizioni (quello che volete fare) per poter operare al meglio. Vs significa “vostre” nel linguaggio burocratico.

Ripeti: restiamo in attesa di Vs. disposizioni, onde provvedere in conformità

Allora abbiamo detto che quando vogliamo sostituire la congiunzione “per” usiamo il verbo all’infinito giusto? Onde evitare, onde provvedere, onde raggiungere… in tutti questi casi voglio sempre raggiungere un risultato ed indicare uno strumento per raggiungerlo. È sempre così.

Vediamo ora, con lo stesso fine, che la parola “onde” può, in questi casi, anche sostituire  la parola “affinché” o “perché”.

Se ricordate l’episodio in cui abbiamo parlato di come esprimere le conseguenze (vi ricordate?) per passare dalla causa all’effetto, in quell’episodio abbiamo spiegato le parole: perciò, quindi, per cui, eccetera (molte altre parole), dove abbiamo anche visto la parole “cosicché”, simile ad “affinché” ed anche a “perché”, parole che si usano anche per sottolineare una conseguenza conclusiva, ma non esattamente come causa ed effetto; non è esattamente una cosa che ne causa un’altra, ma è una cosa che ne permette un’altra. La prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda:

Ripeti: la prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda

Siamo esattamente in questo caso quindi: stiamo parlando di un risultato e di uno strumento che permetta di ottenere il risultato. Quindi “onde” può anche sostituire, facendo molta attenzione le parole “affinché”, “cosicché” e “perché” in questi casi.

Posso dire ad esempio:

– ascolta più volte questo episodio cosicché ricorderai più facilmente. una frase semplice.

– ascolta più volte questo episodio onde ricordare più facilmente;

“Cosicché ricorderai” diventa “onde ricordare”: è più generico, impersonale (usando l’infinito è impersonale) e quindi può avere un tono di presunzione, (come se fosse una regola, una legge) o anche solamente ironico.

– E’ bene riscaldare il latte cosicché sia pronto al momento della colazione;

Ripeti: è bene riscaldare il latte cosicché sia pronto al momento della colazione;

– è bene riscaldare il latte onde sia pronto al momento della colazione;

In questo caso onde mantiene il congiuntivo: onde sia. “Cosicché sia” diventa “onde sia”.

Allo stesso modo posso dire:

affinché tutto sia chiaro ascolta attentamente;

onde tutto sia chiaro ascolta attentamente.

Notate che quando uso “affinché” solitamente utilizzo il congiuntivo: “affinché tutto sia chiaro”.

Quindi anche quando uso “onde” al suo posto devo usare il congiuntivo: “onde tutto sia chiaro”.

Vediamo altri esempi:

Affinché io sia promosso devo studiare molto;

Ripeti: affinché io sia promosso devo studiare molto;

Onde io sia promosso devo studiare molto.

In definitiva quando “onde” sostituisce “per” si usa solitamente il verbo all’infinito (per mangiare, per bere eccetera) invece al posto di “affinché” uso il congiuntivo. Con “cosicché” posso usare entrambi, dipende un po’ dalla frase.

Per concludere, la frase del giorno “onde evitare” è una espressione usata molto spesso dagli italiani, ma non dai ragazzi e dai bambini e neanche dagli adolscenti. Piuttosto molto di più dai giornalisti e ogni volta si voglia dare un tono particolare alla frase: spesso un tono ironico come detto, anche se spesso si rischia di apparire un po’ presuntuosi e arroganti. Altre volte non ci sono problemi quindi in generale fate attenzione. Bisogna ascoltare molto per evitare di usare male questa espressione.

La parola “onde” in realtà ha molti altri significati utilizzi, che vedremo in altri episodi. È stata usata molto spesso da Dante Alighieri e anche da altri famosi letterati italiani come Verga, Petrarca, Boccaccio, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Carducci e Machiavelli solo per fare qualche nome.

Per oggi può bastare così, onde evitare una eccessiva confusione mentale da parte vostra.

Grazie della vostra attenzione, grazie a tutti per le vostre donazioni molto generose che servono a sostenere l’attività del sito. Senza i donatori nulla sarebbe possibile.  Ricordatevi comunque che potete richiedere l’iscrizione all’Associazione culturale Italiano Semplicemente se state pensando di fare le cose seriamente con la lingua italiana. Vi aspetto. Un caro saluto a tutti.

Le meraviglie dell’Italia: la torre di Pisa

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Trascrizione

Buongiorno amici, e benvenuti su Italiano Semplicemente. Oggi ci occupiamo di bellezze d’Italia, ed in particolare della “Torre di Pisa“.

Ripeti: ed in particolare della “Torre di Pisa“.

Sono sicuro che si tratta di un argomento che sta a cuore di molti stranieri, che me hanno sicuramente sentito parlare, se già non hanno avuto l’occasione di visitare il bel paese, nome con cui si indica l’Italia.

Ripeti: il bel paese

Chiunque venga in Italia viene infatti a visitare Pisa, la città toscana celebre in tutti il mondo per la Torre Pendente.

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In questo episodio voglio parlarvi un po’ della storia della Torre Pendente, vale a dire del campanile risalente al XII secolo, che oggi è appunto uno dei monumenti italiani più conosciuti e visitato al mondo per via della sua caratteristica inclinazione. Di tanto in tanto mi fermerò e vi invierò a ripetere alcune frasi per non perdere l’abitudine ad esercitare anche la lingua.

Ripeti: il campanile risale al XII secolo

Ripeti: esercitare la lingua

La torre in questione si chiama infatti “Torre Pendente“, o semplicemente “La Torre”. Questo è il nome della Torre di Pisa per i pisani (gli abitanti di Pisa): E’ pendente in quanto la Torre “pende”, e ciò che pende si chiama “pendente”, cioè non è una torre verticale, come dovrebbe essere, ma è inclinata.

Ripeti: la torre di Pisa pende.

Ripeti: la torre di Pisa è pentente

La sua inclinazione è dovuta ad un cedimento del terreno sottostante. Il terreno sottostante è ceduto. Il terreno che si trova sotto la Torre è quindi ceduto, cioè si è spostato, e questo è accaduto nelle prime fasi della costruzione della Torre.

Questo significa che la pendenza della torre non è stata voluta, ricercata, da chi l’ha costruita, come si potrebbe anche pensare e come è stato sostenuto, tra l’altro, da alcuni studiosi dell’ottocento.

Il campanile quindi non è stato pensato pendente sin dalla sua origine ma lo è diventato grazie ad un cedimento del terreno sottostante.

Ripeti: la pendenza della torre ha cause naturali.

Ripeti: la Torre di Pisa è pendente per cause naturali

Non si tratta questo di un fenomeno che ha riguardato solamente la Torre di Pisa a dire il vero.

Infatti esistono altre costruzioni in Italia che “soffrono”, si fa per dire, dello stesso “difetto” strutturale.

Ripeti: Difetto strutturale

Ad esempio c’è una Chiesa, una Cattedrale, sempre in Toscana e precisamente a Pienza (La Cattedrale dell’Assunta di Pienza) che è fortemente pendente anch’essa e rischia di collassare, cioè di cadere. Rischia il collasso, nonostante gli interventi che sono stati realizzati per stabilizzare la Cattedrale. La sua pendenza comunque non è così evidente come quella della Torre Pendente di Pisa.

Ripeti: la Cattedrale di Pienza rischia di collassare

La torre di cui parliamo invece, quella di Pisa, è un campanile, il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta. Anche in questo caso si tratta di una cattedrale dunque. Questa cattedrale si trova nella piazza del Duomo. Si chiama così la piazza in cui si trova la Torre di Pisa: Piazza del Duomo. Casualmente in entrambi i casi si tratta di cattedrali dedicate all’assunzione di Maria.

Ripeti: in entrambi i casi si tratta di cattedrali dedicate all’assunzione di Maria.

Ripeti: l’Assunzione di Maria

Nella stessa città di Pisa ci sono però altri monumenti pendenti come la Torre, anche se meno famosi, come il campanile della chiesa di San Nicola, che ha un’inclinazione di 2 gradi e mezzo (2,5 gradi) ed anche un altro campanile, quello della chiesa di San Michele degli Scalzi, inclinato di ben 5 gradi.

Il campanile più famoso invece è alto circa 56 metri ( quello della torre di Pisa) ed è stato costruito tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo.

Ripeti:  tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo.

Ripeti: la Torre di Pisa ed è stata costruito tra il dodicesimo e il quattordicesimo secolo.

Il campanile è divenuto, grazie alla sua speciale caratteristica, uno dei simboli dell’Italia, ed è stata anche proposto come una delle sette meraviglie del mondo moderno. Pensate che tra le prime 77 opere che sono state sottoposte al vaglio dei giudici internazionali la Torre di Pisa si classificò settima in classifica, mentre il Colosseo di Roma (l’anfiteatro Flavio) arrivò quarto, quindi tre posizioni prima della Torre di Pisa.

Ripeti: la Torre di Pisa si è classificata settima.

Vi dicevo che la pendenza della torre si verificò all’inizio della fase di costruzione. La prima fase dei lavori fu infatti interrotta quando era stata costruita solamente la metà del terzo piano della torre, proprio perché il terreno iniziava a cedere sotto di essa, quindi la costruzione si è fermata a metà del terzo piano.

Ripeti: il cedimento del terreno fece inclinare la torre.

Successivamente sono stati aggiunti altri tre piani, e alla fine è stata aggiunta anche la cella campanaria, cioè la cella (la piccola stanza) dove si trova la “campana” del campanile.

Così in tutto i piani sono diventati sei. Questi tre piani aggiuntivi però, hanno una curvatura opposta alla pendenza. Questi tre piani che hanno aggiunto hanno una curvatura opposta alla pendenza, e questo è stato voluto poiché si è pensato che in questo modo la torre potesse raddrizzarsi con maggiore facilità.

Ripeti: si è pensato che in questo modo la torre potesse raddrizzarsi con maggiore facilità.

Poi cosa è accaduto col passare del tempo?

Ripeti: Poi cosa è accaduto col passare del tempo?

La pendenza col tempo è aumentata, ma nel corso dei secoli ci sono stati anche dei periodi in cui la pendenza si è ridotta ed altri in cui non è fondamentalmente cambiata. Il campanile nel corso dell’Ottocento  fu interessato da importanti restauri.

E proprio durante queste fasi di restauro che si è scoperto che sotto il terreno c’erano notevoli quantità di acqua che lo rendeva morbido e quindi cedevole.

Ripeti: il restauro della Torre di Pisa.

Cosa fare?

Si iniziò ad aspirare (A succhiare) acqua dal sottosuolo con delle pompe, ma questo peggiorò la situazione e fece aumentare ancora di più la pendenza della torre, tanto che il pericolo del crollo della torre è aumentato fino a farsi concreto. C’era il concreto rischio che la torre cadesse.

In termini di gradi, in termini di inclinazione, di angolatura della pendenza, l’angolatura della pendenza della torre è arrivata a circa 4,5 gradi. In pratica la punta della torre era spostata verso sud di quasi 4 metri e mezzo rispetto alla base. Una bella inclinazione.

Ripeti: l’angolatura della pendenza della torre è arrivata a circa 4,5 gradi

Fino alla fine del 2001 si è lavorato per cercare di ridurre questa pendenza, e questo tentativo è stato raggiunto tramite diversi tipologie di interventi, tra cui l’applicazione temporanea di alcuni tiranti di acciaio (delle corde di acciaio in pratica che tenevano in equilibrio la torre per non farla cadere) e dei contrappesi di piombo che pesavano fino a 900 tonnellate. Pensate un po’.

Si è operato anche sotto il terreno della torre ed alla fine si è riportata la pendenza a quella che la torre aveva circa 200 anni prima. Quindi si sono fatti dei passi in avanti e si è messa in sicurezza la Torre di Pisa.

Ripeti: alla fine si è riportata la pendenza a quella che aveva circa 200 anni prima.

State tranquilli comunque perché perché la Torre di Pisa è sicura; i tecnici l’hanno infatti consolidata in modo che resti in piedi per almeno altri trecento anni. Quindi i turisti possono stare sereni: l’inclinazione attuale non raggiunge i 4 gradi.

All’interno del campanile ci sono due stanze. Una di queste si trova in basso e l’altra sta più i alto. La prima si trova alla base della torre, ed è nota come la “sala del Pesce“. Perché si chiama così? Perché si può notare la raffigurazione di un pesce attraverso un bassorilievo.

Ripeti: la sala del pesce si trova nella Torre Pendente.

Ripeti: la Torre Pendente ospita la sala del pesce

Questa stanza è però una stanza senza il soffitto. L’altra stanza invece è più in alto, si trova al settimo anello della torre e il suo soffitto è il cielo stesso. Al centro di questa stanza, se si guarda in basso, si vede il pian terreno attraverso un foro: si può anche vedere il pian terreno della torre grazie ad un’apertura sul pavimento. Sono inoltre presenti tre rampe di scale (tre scalinate) utilizzabili dai turisti: la prima si trova alla base fino e arriva fino al sesto anello, dove si finisce all’esterno; ed una a chiocciola e più piccola che porta dal sesto anello fino al settimo. Infine ce n’è anche un’altra, una terza scala, sempre a chiocciola, che porta dal settimo anello finoalla sommità della torre, cioè la punta della torre, la parte più alta.

Ripeti: la sommità della torre di Pisa.

Bene ragazzi cercate di ripetere più volte se avete difficoltà, anche per esercitare la pronuncia.

Vi invito tutti ad aderire alla neonata Associazione culturale Italiano Semplicemente, nata proprio con l’obiettivo di diffondere la lingua e la cultura italiana. Tra l’altro ci avviciniamo alla fine dell’anno e tra qualche giorno i membri riceveranno il programma delle lezioni del 2018 riservate ovviamente agli iscritti. Sono previste lezioni sia per un livello intermedio sia per un livello più basso (principianti).

Grazie a tutti naturalmente per la fiducia di chi si iscrive ed anche grazie a chi aiuta il sito con una semplice ma importantissima donazione personale.

Un saluto a tutti di cuore.

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Il Natale in Italia (esercizio di ripetizione)

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Trascrizione

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, oggi vediamo il vocabolario del Natale e facciamo un esercizio di ripetizione in modo da ricordare meglio le parole e le frasi del Natale, per esercitare la pronuncia e per ricordare meglio anche alcune espressioni italiane.

Il Natale

Il giorno di natale

Il giorno di Natale è il 25 dicembre

Il 25 dicembre è il giorno di Natale

Tutti gli anni il 25 dicembre è il giorno di Natale

Gesù bambino

Il Natale è l’anniversario della nascita di Gesù

La vigilia di Natale.

La vigilia di Natale è il 24 di dicembre

L’albero di Natale

Abete

Le decorazioni natalizie

L’albero di Natale è un abete

L’albero di Natale viene addobbato

Addobbare l’albero di Natale

L’albero di Natale addobbato

Il presepe

I Re Magi

Il presepe e i Re Magi

La stella cometa

Il presepe, i Re Magi e la stella cometa

Le feste natalizie

I dolci natalizi

Babbo Natale

Le renne

La slitta

I doni

Babbo Natale porta i doni ai bambini

Babbo Natale arriva con la sua slitta guidata dalle renne

L’Avvento

Il calendario dell’Avvento

I dolci del Natale

Il panettone

Il pandoro

Il torrone

Il panforte

Il panforte è un tipico dolce natalizio

Il panettone è un tipico dolce natalizio milanese

Il panettone è un tipico dolce natalizio milanese diffuso in tutta Italia

Il pandoro è un tipico dolce veronese

Il pandoro è un tipico dolce veronese, che viene consumato soprattutto durante le festività natalizie

Il pandoro Insieme al panettone è uno dei dolci natalizi più tipici in Italia

Il torrone è un dolce natalizio.

Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi

Ciao a tutti ragazzi e buon Natale.

Grazie per le vostre donazioni 🙂

Ciao

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Esprimere le conseguenze: causa ed effetto

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E’ possibile scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto. E’ possibile ordinare anche la versione cartacea.

Audiolibro copertina completa cartacea

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Buongiorno e benvenuti a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, oggi vediamo un argomento molto interessante: come esprimere le conseguenze.

Cosa significa esprimere le conseguenze? Vi chiederete voi.

Quello che voglio dire è che ogni volta che si fa una affermazione che porta a delle conseguenze, dobbiamo trovare il modo più appropriato per dirlo.

Ad esempio:

Io sono un essere umano, perciò ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

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“Io sono un essere umano” è la prima parte della frase, “ho bisogno di mangiare e bere per vivere” è la seconda parte della frase.

La parola perciò, che tecnicamente è una congiunzione, serve appunto a congiungere, cioè ad unire, le due parti della frase.

In mezzo quindi c’è la congiunzione “perciò“. A cosa serve “perciò”? Serve a congiungere le due parti, serve a congiungere la causa con l’effetto.

La causa è la prima parte: “io sono un essere umano” e l’effetto, cioè la conseguenza della causa è espresso nella seconda parte “ho bisogno di mangiare e bere per vivere”.

Questo è solo un esempio di quello che si chiamano anche “connettivi conclusivi“.

I “connettivi conclusivi” sono delle parole che introducono la conclusione di un discorso o la conferma di una tesi appena presentata.

Ci sono comunque anche altri tipologie di connettivi, che affronteremo in altri episodi.

Dunque quali sono questi connettivi conclusivi?

Abbiamo già visto “perciò” che si ottiene dalle due parole “per” e “ciò” cioè “”, “per questo motivo”.

Dire perciò equivale a dire “per questo motivo“. Molto semplice da comprendere.

In questo modo infatti esprimiamo le conseguenze di quello che abbiamo appena detto:

io sono un essere umano, perciò (per questo motivo) ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

Ma non esiste solamente questa parola. Posso anche utilizzare “quindi”.

Sono arrivato molto presto in ufficio, quindi ho preso un caffè.

Attenzione però perché “quindi” è anche avverbio. Tra le altre cose posso usare “quindi” anche al posto di “cioè”, con l’obiettivo di spiegare meglio qualcosa, non come conseguenza ma per meglio chiarire un concetto.

In questo caso parliamo di “quindi” inteso come “perciò”. Sono entrambi modi utilizzatissimi per esprimere delle conseguenze, e sicuramente “perciò” è più adatto rispetto a “quindi”.

Visto che stiamo parlando di conseguenze, posso usare anche le due parole “di conseguenza“, meno informale ma sicuramente ugualmente molto usato da tutti in ogni circostanza:

Oggi vado a Roma, di conseguenza non sono a casa

Quando usiamo “di conseguenza” vogliamo ancora di più esprimere un risultato. Lo diciamo pertanto quando vogliamo essere sicuri che chi ascolta riceva il messaggio: lo usiamo per essere più convincenti.

Un altro modo è dire semplicemente “in conclusione” o anche “concludendo“, ad esempio:

Dopo aver fatto una riunione di lavoro potete dire: concludendo, il prossimo appuntamento è domani alla stessa ora.

Avete sicuramente notato che non è proprio come dire “perciò” o “quindi”. Concludendo (e anche “in conclusione”) è più conclusivo, serve più a fare una conclusione generale, non per esprimere una semplice conseguenza.

Se dico: piove, quindi prendo l’ombrello, non posso dire: piove, concludendo, prendo l’ombrello.

Posso però dire:

Sta piovendo, c’è molto vento e stamattina devo fare parecchi giri. In conclusione è meglio che esca con l’ombrello.

Devo dire però che la formula “in conclusione” o concludendo è più usata in occasioni formali, tipo riunioni, conferenze, meeting.

Vediamo adesso il verbo “considerare”. Considerare significa prendere atto di qualcosa, tenere in considerazione qualcosa, e questo qualcosa è la causa. Poi ovviamente devo dire anche l’effetto.

Ad esempio:

Considerando che ho molta fame, vado a mangiare.

La parola “Considerando” va inserito preferibilmente all’inizio della frase e non al centro, come “perciò” e “quindi”.

Potrei dire:

Ho molta fame, perciò vado a mangiare.

Ho molta fame quindi vado a mangiare.

Non potete mettere considerando al centro, tra la causa e l’effetto. Anzi, lo potete fare ma cambiando un po’ la frase.

Però attenzione:

Ho molta fame, e considerando questo, vado a mangiare.

Ho dovuto un po’ cambiare la frase per poterlo inserire al centro.

Posso anche dire:

Vado a mangiare considerato che ho molta fame.

In questo caso ho messo la causa alla fine e l’effetto all’inizio.

Anche la parola “Siccome” è interessante. Siccome è sempre usato come congiunzione, ed è equivalente a “considerando che”. Siccome non ha bisogno di altre parole per poter introdurre una causa.

Siccome ho molta fame, vado a mangiare

Siccome sono stanco, vado a riposare.

Siccome l’italiano è molto diverso dall’arabo, per me non è facile imparare la lingua araba.

La congiunzione siccome deve per forza essere messa all’inizio della frase. Non la posso mettere al centro o alla fine. Non c’è niente da fare in questo caso. Siccome precede la causa, ed alla fine va messo l’effetto.

Siccome è molto usato, ma è più colloquiale di altre congiunzioni equivalenti, come “poiché” e “giacché”.

Poiché sono stanco, vado a riposare.

Giacché ho molta fame, vado a mangiare.

“Poiché” è molto simile a “siccome” ed a “Giacché”. Tutte e tre le congiunzioni si usano allo stesso modo: congiunzione, causa, effetto.

Sono parole che servono a mettere in rilievo più una conseguenza che una causa.

Poiché mi hai stancato, me ne vado!

La cosa che voglio sottolineare è che me ne sto andando. Lo stesso avviene con “giacché”, che è una sola parola ma spesso si vede usare staccando le due parole:

Già che sei in piedi, passami un bicchiere. Ma nessuno mi impedisce di unire le parole, ed anche all’udito la parola è unita.

Comunque tranquilli perché è la stessa cosa. Giacché = già che.

Notate poi che “poiché”, che serve a sottolineare la conseguenza, cioè l’effetto, riesce a sottolineare l’effetto in quanto l’effetto viene alla fine: poiché ho fame, vado a mangiare.

Quando voglio sottolineare la causa invece, allora poiché non è adatto. In questo caso devo dire la causa alla fine della frase, allora meglio usare “perché” al suo posto.

Vado a mangiare perché ho fame. Poiché ho fame, vado a mangiare.

Vado a casa perché ho sonno. Poiché ho sonno, vado a casa,

Ti do un bacio perché ne ho voglia. Poiché ne ho voglia, ti do un bacio.

Quindi poiché va messo all’inizio della frase, analogamente a giacché, poi la causa, infine l’effetto.

Invece perché si inserisce al centro, tra l’effetto e la causa.

Capisco bene che pensare a queste regole può far venire il mal di testa.

Ho una buona notizia per voi: potete dimenticare tutto se non dovete fare un esame di grammatica.

Se il vostro obiettivo è imparare a comunicare meglio ascoltare degli esempi e provare a costruirne di altri, senza pensare alla regole.

Una osservazione interessante:

Posso evitare di congiungere le due parti della frase? Posso evitare di inserire un connettivo conclusivo? Posso evitare di congiungere la causa con l’effetto?

Posso farlo utilizzando, all’inizio della frase, la forma al gerundio del verbo.

Vediamo un esempio e capirete immediatamente:

Vediamo la frase:

Ho fame quindi mangio un panino.

Come posso fare per non dire la parola “quindi”?

Posso usare, al posto di “ho fame”, “avendo fame”.

Avendo fame, mangio un panino.

Questo è un piccolo trucco sempre valido.

Avendo voglia di baciarti, ti do un bacio.

La frase è del tutto equivalente a:

Siccome ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Considerato che ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Poiché ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

– Ti do un bacio perché ho voglia di baciarti;

– Ho voglia di baciarti, perciò ti do un bacio

Queste frasi sono tutte equivalenti, quello che cambia è la cosa che voglio sottolineare e il contesto di riferimento.

Non finisce qui però. Due modi interessante e curiosi per esprimere una conseguenza sono: “indi per cui” e “ragion per cui

Vediamo prima “Indi per cui”. La parola “Indi” è simile a quindi. Nel parlato può capitare di ascoltare questo “pleonasmo”, dove pleonasmo è una parola che indica qualcosa di non necessario.

Qual è la parola non necessaria? Il pleonasmo è “indi” e un professore di italiano direbbe che non si deve usare “indi per cui” ma bisognerebbe dire semplicemente “per cui”.

Ho voglia di baciarti, per cui ti do un bacio. “Indi per cui” può capitare di ascoltarlo in frasi ironiche più che altro, e comunque meglio non scriverlo.

“Ragion per cui” è assolutamente analogo a “per cui” e anche “ragion per cui” si usa in contesti ironici come “indi per cui”. Probabilmente i professori di italiano sono disposti a tollerare “ragion per cui” anche se a dire il vero anche “ragion” è qualcosa di cui possiamo fare a meno. Anche “ragion” è un pleonasmo.

Il fatto è che spesso si usa dividere le due parti, la causa con l’effetto, facendo una pausa, e questo è il motivo di usare “ragion per cui” o “indi per cui” o anche “per cui”. Lo faccio per evidenziare quello che viene dopo, cioè la conseguenza.

Potrei dire semplicemente:

Ho fame è la ragione per cui io vado a mangiare.

In questo caso non ci sono pause, e la parola “ragione” ha persino l’articolo: “la ragione”. Ma in questo caso sto evidenziando la causa: la fame è la ragione!

Se invece qualcuno mi chiede: dove stai andando?

Ho fame, ragion per cui vado a mangiare. (ragion va senza articolo, ragione invece va con l’articolo: la ragione).

In questo modo evidenzio di più la conseguenza ma sto anche usando un tono forte, quasi sgarbato, quasi scortese. C’è una sottile ironia che emerge, ma dipende anche dal tono che viene usato.

Se non volete passare per maleducati meglio dire: vado a mangiare, ho fame.

In questo modo evitate proprio di unire la causa con l’effetto. In fondo non c’è bisogno nel linguaggio parlato.

Ci sono vari modalità per sottolineare una parte della frase. Il tono è una di queste e ciò che dite alla fine solitamente è la cosa da sottolineare, poi se usate più parole insieme anziché una sola, come “ragion per cui”, “indi per cui”, “e questo è il motivo per cui”, “considerando che”, anche questo è un modo per sottolineare qualcosa.

Visto che parliamo di sottolineare, vediamo due parole che servono a sottolineare, anche se usate da sole, la conclusione: le parole sono “sicché” e “pertanto”. Sono due congiunzioni che si usano quando dobbiamo concludere.

Posso usare “sicché” e “pertanto” al centro, fra la causa e l’effetto, proprio come perciò, quindi e giacché.

Ma Sicché si usa prevalentemente all’inizio e alla forma orale.

Sicché, cosa hai deciso?

Sicché sta all’inizio della frase quindi. Si vuole evidenziare una conclusione, un effetto:

Sicché, come è andata a finire? L’uso di sicché lascia pensare ad una causa oppure ad una serie di eventi che sono accaduti nel passato che però hanno meno importanza. È più importante l’effetto che la causa.

È un po’ come dire: allora? Com’è andata poi?

La conclusione è ciò che interessa.

Sicché, verrai o no?

Sto facendo una domanda, a me interessa se verrai, non quello che c’è stato prima. La domanda infatti lascia pensare che qualcosa sia successo. Se si fa la domanda con “sicché” però interessa sapere solo la conseguenza.

A volte però si usa “sicché” non per evidenziare una conseguenza, ma per chiedere una conferma.

Conosco già un fatto accaduto, ma voglio chiedere se veramente è successo, una conferma appunto.

Esempio:

Sicché poi alla fine hai deciso di non venire in vacanza con noi? Come mai?

Sicché ti sei lasciato con Maria?

È come dire: è vero che ti sei lasciato con Maria? Mi dai conferma?

Passiamo a “Pertanto” che è simile a “sicché”, ma pertanto si usa molto di più al centro. È molto più simile a perciò e quindi.

È una forma più gentile di “per cui”. Del tutto equivalente ma un po’ più neutra e più adatta alla forma scritta.

Troverete articoli giornalistici che dicono:

Amazon è un operatore postale, pertanto deve rispettare la normativa

Mio figlio non è maggiorenne, pertanto non può aprire un account su facebook.

Io invece sono maggiorenne, pertanto posso farlo.

Trump è un uomo ricco, pertanto può acquistare una macchina costosa.

Le ultime due parole sono “cosicché” e “dunque”.

Cominciamo da dunque. Dunque è una congiunzione molto adatta per fare una conclusione, quindi sottolinea l’effetto, analogamente a “pertanto” e “sicché”, quindi si trova spesso in mezzo alla frase, tra causa ed effetto, ma è una congiunzione più neutra, adatta sia allo scritto che all’orale ma più all’orale.

Non è ironica come può esserlo “sicché” a volte. Tra l’altro “sicché” è più usata in alcune zone d’Italia come la Toscana; in altre regioni “dunque” è più usata, e sempre adatta a dei discorsi dal tono pacato.

Molto usata dai politici e anche dai giornalisti per giungere a delle conclusioni. È una parola però più eclettica, usata anche da sola spesso:

Dunque? In Tal caso equivale a “Allora?” e a “Insomma”? Ed è usato come avverbio.

Allora, ti decidi dunque? Anche come avverbio però serve a concludere.

Esiste anche la frase “venire al dunque” che è una espressione che sottolinea la necessità di una conclusione. Venire al dunque infatti significa concludere, senza tergiversare, senza perdere tempo.

Si usa in molte circostanze diverse:

Ho sbagliato, dunque devo pagare. Qui la uso al centro, tra la causa e l’effetto, però voglio sempre sottolineare l’effetto, la conseguenza.

Insomma avete capito che ci sono moltissimi modi per esprimere delle conseguenze. Non c’è un modo da preferire ed uno da scartare. Dipende come abbiamo visto da quello che riteniamo sia più importante nella frase.

Questo significa comunicare in fondo. Con Italiano Semplicemente abbiamo sempre detto che la cosa che conta è comunicare, e comunicare significa far passare un messaggio, fatto di parole, di ordine e di tono.

Vediamo con “cosicché” e “visto che

Ovviamente è una congiunzione anche “cosicché”, che volendo può anche essere divisa in due parti: “così che” (due parole) che è come dire: “di modo che”, “in modo che”, “in modo tale che

Si usa più spesso come parola unica, tutta attaccata, e si usa per sottolineare una conseguenza conclusiva, ma non esattamente come causa ed effetto, direi più per spiegare che una cosa ne permette un’altra. La causa diventa in questo caso un requisito, una necessità affiché possa verificarsi la conseguenza.

Ad esempio:

Preparati cosicché sarai pronto per uscire quando ti chiamo. Quindi in questo caso ho detto che tu ti devi preparare per uscire, quindi devi vestirti eccetera, in modo tale che, quando io ti chiamerò, sarai già pronto e non dovrai perdere altro tempo. La preparazione serve a non perdere tempo, non si tratta di una vera causa, come nella frase: “ho fame, perciò mangio”.

Posso usare “cosicché” anche in questo modo ma è poco adatto. La stessa parola, che contiene “così” e “che” fa chiaramente capire che il senso è “in modo che”, “in questo modo”.

– Devo mettere l’antifurto in casa, cosicché i ladri abbiano la vita difficile;

– Mangia lentamente, cosicché potrai digerire più facilmente.

Vedete quindi che non è esattamente una cosa che ne causa un’altra, ma è una cosa che ne permette un’altra. La prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda:

– ascolta più volte questo episodio cosicché ricorderai più facilmente.

“Visto che” non posso invece usarlo nello stesso modo. Infatti “visto che” equivale a “considerato che” e “considerando che”, quindi devo dire prima la causa e poi l’effetto:

visto che sei molto carina, ti faccio una foto;

visto che conosci bene l’italiano, aiutami a fare questo esercizio;

Vale la pena inoltre soffermarci sulla parola “ciò”, con l’accento sulla “o” (accento grave) che significa “questo” e anche “quello”.

Pertanto dire “considerato ciò” è la stessa cosa che dire “considerato questo”.

Inoltre la frase “ragion per cui” può anche diventare “in ragione di questo” e “in ragione di ciò”.

La parola “ciò” è anche la fine di “perciò”, quindi si capisce facilmente come “perciò” sia esattamente come “per questo” e “per questo motivo”.

La parola “ciò” è poi usata spesso in contesti formali. Un esempio è la stessa frase “in ragione di ciò”, che si usa quando vogliamo sottolineare le buone ragioni che hanno determinato una conseguenza.

Troverete molti articoli su internet in cui si parla di giustizia, di decisioni importanti in generale, in cui si usa questa espressione.

Ancora più formale è l’espressione “quanto sopra premesso”. Questa è una frase che si usa esclusivamente nella forma scritta, e si usa nelle comunicazioni ufficiali, per dimostrare una tesi, per associare dei fatti tra loro. È una frase che serve a concludere quindi, una volta che abbiamo detto una serie di cose. “quando sopra” vuol dire “quello che è stato appena scritto”, “sopra” nel senso di posizione nel foglio in cui si legge. Sopra è come dire “prima”. Sopra c’è la causa, dopo ci sarà l’effetto.

Le comunicazioni che contengono questa frase sono solitamente molto formali. Sono usate dagli avvocati, dai giudici e nelle comunicazioni tra istituzioni e famiglie.

Esempio: se devo scrivere al comune di Roma per chiedere uno spazio dedicato al benessere dei cani, posso fare una lista di motivazioni, una serie di problemi che derivano dalla mancanza di uno spazio di questo tipo ed alla fine dire:

Per tutto quanto sopra premesso (cioè per tutte queste ragioni) si chiede al Sindaco di Roma di impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per individuare uno spazio adeguato per i cani”.

La parola “premesso” indica una “premessa” ed è il participio passato del verbo “premettere”. Premettere significa “mettere prima”, cioè “dire all’inizio”. Ed infatti la premessa si fa all’inizio. Quando si fa una premessa è sempre al fine di dimostrare qualcosa, quindi c’è sempre una causa ed una conseguenza della causa.

Terminiamo questo episodio con “grazie a” (o “per merito di”) e “per colpa di” (o a causa di) che sono due modalità che servono ugualmente ad esprimere una conseguenza, ma stavolta vogliamo sottolineare il merito oppure la colpa.

Ad esempio:

– E’ grazie a te che ora sono più tranquillo. È merito tuo che ora sono più tranquillo.

Evidentemente si vuole sottolineare un merito. Avreste potuto dire:

– Tu sei con me, perciò ora sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo poiché ora sei con me;

Visto che ora sei con me, sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo in quanto ora sei con me;

In quanto” è assolutamente equivalente a “poiché”: dove usiamo poiché possiamo sostituirlo con “in quanto”. Nessun problema.

“In quanto” però si usa anche in altri modo: ad esempio si usa al posto di “relativamente a”, che non c’entra nulla con le conseguenze. Oppure si usa nell’espressione “in quanto tale”.

Quando lo usiamo al posto di “poiché” ha lo stesso significato, solo che è un pochino meno informale. Non voglio dire formalissimo ma comunque diciamo un po’ meno adatto alle conversazioni familiari o tra amici.

per colpa di” è analogo a “grazie a” ma serve ovviamente per sottolineare una colpa:

– è per colpa tua che mi sono fatto male;

è causa tua che mi sono fatto male;

– mi sono fatto male per causa tua (per colpa tua);

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea, gli americani un po’ meno per colpa della loro scarsa educazione alimentare”.

Prima solitamente, sia nel merito che nella colpa, si mette l’effetto e poi la causa:

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea.

Questa è la frase costruita nel modo classico:

Se inverto e metto prima l’effetto posso usare “se” oppure “che”;

grazie alla dieta mediterranea gli italiani sono in salute;

E’ grazie alla dieta mediterranea se (che) gli italiani sono in salute;

Analogamente con le colpe:

– Gli americani mangiano male (effetto) per colpa della loro scarsa educazione alimentare (causa);

oppure:

a colpa (o per colpa) della loro scarsa educazione alimentare gli americani non si nutrono bene;

è colpa della loro scarsa educazione alimentare se (che) gli americani non si nutrono bene.

Terminiamo questo episodio con “ergo”. Un termine molto particolare questo.

Ergo significa pertanto, ma si usa molto raramente. Quando si usa solitamente chi parla si vuole generalmente dare “un tono”, è un modo un po’ strano ma qualche volta può capitare si sentirlo.

Molto famosa è la frase “Cogito ergo sum”, una frase che significa letteralmente “penso dunque sono”, che è una frase con cui Cartesio, un filosofo e matematico francese, esprime la certezza che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante. L’uomo pensa e quindi è. La consapevolezza dell’uomo di essere, deriva dal fatto che lui è un soggetto pensante. Il pensiero è la causa, l’esistenza dell’uomo è la conseguenza.

Quindi, capite che chi usa questa parola si sente una persona importante. Io personalmente non la amo molto come parola. Spesso si usa con un significato simile a “vale a dire”, “cioè”, ma sempre come causa-effetto:

Se andate su internet troverete inoltre molti esempi giornalistici di causa ed effetto:

– L’imputato è stato assolto, ergo, è innocente

Per concludere l’episodio posso dire:

– ora avete capito come esprimere le conseguenze, ergo, potete fare degli esempi e ripetere l’ascolto per ricordare meglio.

Vi ringrazio della pazienza che avete avuto per arrivare fino alla fine, ora vi saluto tutti ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie a tutti i donatori che sostengono il nostro progetto di aiutare gli stranieri ad imparare la lingua italiana.

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26 – I verbi professionali: VAGLIARE

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Trascrizione

Benvenuti a tutti questo nuovo episodio dedicato ai verbi professionali. Si tratta del verbo n. 26, stiamo parlando del verbo VAGLIARE. Un verbo anche questo molto importante e usato in ambito lavorativo.

Tra le altre cose non è semplice da pronunciare. Infatti la g e la l insieme formano “gl” che ha una pronuncia difficile per molti stranieri. Faremo naturalmente un esercizio di ripetizione alla fine per pronunciarlo nel miglior modo possibile.

Iniziamo dal significato. Ogni volta che dobbiamo fare delle scelte, e nel lavoro se ne fanno molte di scelte, si può usare questo verbo.

Vagliare infatti significa “Esaminare attentamente e minuziosamente, valutare con estrema cura”.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per i membri dell’associazione culturale Italiano Semplicemente 

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Tanto

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L’episodio appartiene all’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

Trascrizione

Buongiorno ragazzi, grazie di essere qui con me e con questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

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Oggi vorrei affrontare un argomento particolare. Non si tratta di spiegare una espressione italiana, come facciamo solitamente, ma si tratta di spiegare tutti gli utilizzi di una parola italiana tanto utilizzata dagli italiani. La parola è “tanto“.

Prima però ringrazio tutti per l’interesse mostrato per l’associazione culturale italiano semplicemente.

Vi informo che lo statuto e le condizioni di adesione saranno presto tradotte in diverse lingue grazie all’aiuto di alcuni membri dell’associazione che sono già iscritti. In questo modo tutto sarà più chiaro. Per chiunque fosse interessato a far parte dell’associazione basta dare i dati personali e pagare l’iscrizione. Mandate una email se volete maggiori chiarimenti (italianosemplicemente @ gmail.com)

Torniamo adesso all’episodio di oggi. Abbiamo in passato già affrontato alcune espressioni che contengono questa parola “tanto” , ad esempio quando abbiamo spiegato la frase “si fa per dire“, che può diventare “tanto per dire” e inoltre abbiamo anche visto, in un episodio di qualche mese fa, tutti i modi per dire “molto” e “molti“.

Potete dare un’occhiata a questi due episodi se volete. Oggi vediamo l’argomento da un punto di vista più generale. Infatti la parola “tanto” ha molti significati e molti utilizzi diversi, non solo in senso di quantità o intensità.

Può essere infatti un aggettivo, un avverbio, un pronome, una congiunzione e usato in diversi modi, anche in alcune frasi particolari che vedremo oggi.

Iniziamo con tanto inteso come aggettivo. Ma non prestate troppa attenzione alla grammatica perché quello conta è che voi sappiate comprendere ed utilizzare le frasi.

Lo so, ci vuole tanta volontà per studiare l’italiano.

Ho appena utilizzato l’aggettivo tanto. Ci vuole anche tanta pazienza e anche tanti soldi a volte per pagare i corsi di italiano. Ma dopo tanto studiare sicuramente imparerete l’italiano. Anche in questo caso tanto è un aggettivo, ma di intensità (tanto studiare) e non di quantità come prima (tanta volontà, tanta pazienza ecc).

Con italiano semplicemente poi non dovete neanche tanto viaggiare per imparare.

Al massimo dovete navigare, ma solo tra le pagine del sito. Nella frase “non dovete neanche tanto viaggiare“, tanto è un aggettivo usato per la distanza, non è una intensità ma una quantità di metri, chilometri, miglia eccetera. A volte tanto si usa senza specificare di cosa state parlando perché si capisce dalla frase: da quanto tempo studiate italiano? Da tanto! Questa risposta significa “da tanto tempo”. Quanto mi vuoi bene? Tanto!

A volte si unisce con “che” o “da“:

ho studiato così tanto da farmi venire il mal di testa;

Ho bevuto tanto che ora mi sento scoppiare.

In questi casi si usa tanto che o tanto da per esprimere una conseguenza.

Inoltre posso fare dei confronti usando tanto: ho studiato tanto quanto te.

Oppure:

ho studiato tanto l’italiano quanto il francese.

Quindi nel primo caso non stiamo dicendo che ho studiato molto, ma che l’ho fatto quanto te, ho studiato tanto quanto te, né meno te, tantomeno più di te, ma ho studiato tanto quanto te. Nel secondo caso ho studiato italiano quanto il francese: uguale.

La parola “come” ed “analogamente” possono facilmente sostituire “tanto quanto“. Se usiamo “tanto quanto” è perché vogliamo sottolineare il livello raggiunto:

tu sei stato bocciato all’esame ed io promosso? Strano, perché hai studiato tanto quanto me, eppure io sono stato promosso e tu invece bocciato.

Anche come avverbio si usa spesso, non come aggettivo:

io amo l’italiano proprio tanto, e lo studio senza pensarci tanto, devo solamente parlare ed ascoltare tanto se voglio seguire I consigli di italiano semplicemente. Se seguirete questi consigli non ci metterete tanto.

Inoltre potrei aggiungere che:

le sette regole d’oro sono disponibili tanto per i brasiliani quanto per i tedeschi.

Questa frase è simile a quella di prima: ho studiato tanto quanto te, l’unica differenza è che ora non sto parlando di quantità bensì sto facendo un semplice confronto tra brasiliani e tedeschi. In questo caso potrei dire:

le sette regole d’oro sono disponibili sia per i brasiliani che per i tedeschi

Uso invece “tanto quanto”. Perché lo faccio? Solo perché è per fare un esempio, tanto per dire due diverse nazionalità, due nazioni qualunque. Non è sempre questa la ragione però, infatti spesso si usa “tanto quanto” solo per rafforzare il senso della frase.

Ad esempio:

io voglio bene tanto a mia figlia quanto a mio figlio

cioè voglio bene ad entrambi, sia all’una che all’altro.

Se amate l’italiano pertanto (cioè “quindi”) iniziate ad ascoltare di più e a studiare un po’ meno la grammatica perché:

tanto più” passano gli anni quanto meno si ha il tempo e l’entusiasmo per farlo. Quindi quanto prima iniziate, tanto meglio per voi.

Tutte queste frasi che ho appena detto usano l’avverbio “tanto”.

Tanto può essere anche pronome:

vi state stancando? Allora vuol dire che avete poca pazienza, mentre, avete ragione, ce ne vorrebbe tanta. Ma siete in tanti ad averne tanta. Vi assicuro!

Cercate di resistere un tantino in più (cioè un po’ in più) e sarete soddisfatti, anche se ci vuole “tanto di” pazienza.

Quando dite che vuole tanto di qualcosa è come dire molta quantità di un qualche cosa che non ha una unità di misura, il peso, l’altezza eccetera.

Ci vuole tanto di pazienza per imparare l’italiano, ci vuole tanto di coraggio per tenere un orso in casa, ci vuole tanto di cervello per laurearsi in due soli anni, eccetera.

Adesso invece se io vi dicessi:

ok, basta ascoltare, tanto non serve, tanto è lo stesso. In questo caso tanto è una congiunzione. Possiamo usare anche “perché” al suo posto: tanto è lo stesso = perché è lo stesso.

A volte (si usa spesso in famiglia), si usa la parola “tanto” come congiunzione, anche senza aggiungere altro.

Ad esempio:

perché non vuoi ascoltare più? Risposta: tanto…

In questo caso si esprime rassegnazione. Si vuole dire che è inutile.

Perché hai abbandonato il gruppo whatsapp di italiano semplicemente?

Risposta: Perché tanto…

È inutile! È questo il significato in questo caso. Tanto secondo me non serve adresse ad imparare la lingua.

Oppure rispondete:

Va bé, continuo ad ascoltare tanto per fare qualche cosa di diverso, tanto per cambiare.

Anche qui è una congiunzione: tanto per + qualcosa. Stavolta significa solamente, soltanto. È come dire: non c’è un motivo particolare, qualcosa di molto importante, “tanto per” : qualcuno può anche rispondere in questo modo, tanto si capisce lo stesso: lo faccio tanto per. Si usa però solo all’orale.

Ma quanti saranno gli stranieri che seguono italiano semplicemente? A dir tanto saranno 100.

Questo potrebbe dire una persona dodicenne.

Ebbene no, sono circa 1000 ogni giorno. Rispondo io.

Questi 1000 ora hanno imparato anche la frase “a dir tanto“, che vuol dire “al massimo“, “se volessi esagerare”.

Tanto è congiunzione anche in questo caso. Ovviamente dir è la forma abbreviata di dire.

Non lo dico “tanto per dire” , ma proprio di congiunzione di tratta anche nella frase “tanto per dire”.

In questo caso significa “così“, ma anche “soltanto” come esempi che abbiamo fatto in precedenza.

È la cosa quando diciamo “tanto per fare”, e possiamo anche cambiare verbo.

Bene ora vediamo delle frasi colloquiali molto frequenti che quindi si usano spessissimo:

Di tanto in tanto:

di tanto in tanto imparo nuove parole italiane.

Quindi significa “ogni tanto“.

Non farla tanto lunga: cioè non resistere, non continuare ad insistere.

Tanto meglio / tanto peggio:

non vuoi ascoltare ma preferisci leggere? Tanto peggio per te. Vuoi iniziare ad ascoltare e leggere nello stesso tempo ? Tanto meglio (ancora meglio).

Tanto più:

puoi provare il nostro metodo, tanto più che molte persone hanno provato già e non sono pentite.

In questo caso sto aggiungendo una informazione aggiuntiva, “tanto più” è seguito da “che” in questo caso. Non è solo un’informazione aggiuntiva ma è anche importante. Altrimenti avrei detto semplicemente: “ed in più“.

Né poco né tanto:

quanto tempo devo ascoltare ogni giorno? Diciamo che 40 minuti non sono né poco né tanto, cioè sono il giusto.

Una volta tanto:

credi ancora che ascoltare non serva a nulla? Ed ascoltami una volta tanto, no? In questo caso significa “almeno una volta“, ma la frase è più forte ed ha un tono di rimprovero.

Lo usano spesso i genitori con i propri figli.

Tanto vale:

tanto vale che mi ascolti, perché questo è l’unico modo di imparare l’italiano senza annoiarsi. “Tanto vale” di usa quando vale la pena di fare qualcosa perché non costa nulla.

Prova a seguire questo metodo:

dopo due settimane, se non funziona puoi provarne un altro ma se invece funziona “Tanto di guadagnato!”

anche questa frase si utilizza quando fare un tentativo non costa nulla: se dopo aver provato vedi che funziona allora tanto di guadagnato!

Guardare con tanto d’occhi:

se non mangiate da una settimana e io vi faccio vedere una bella mela, sicuramente la guarderete con tanto d’occhi! Perché avete molta fame.

Tanto di cappello:

chapeau! Così si dice in francese. Tanto di cappello in italiano. Quando volete mostrare stima, apprezzamento verso qualcuno per ciò che ha fatto, perché richiede molta fatica, allora si può usare questa espressione: tanto di cappello! Per mostrare quindi la stima ed il rispetto.

Bene ragazzi questo è un episodio un po’ più difficile degli altri, vi consiglio di ascoltarlo più volte e di fare anche l’esercizio di ripetizione che facciamo subito. Ripetete dopo di me.

Tanto

Tanto di cappello

Guardare con tanto d’occhi

Una volta tanto

Di tanto in tanto

Tanto di guadagnato

Tanto vale

Tanto vale ripetere

Una volta tanto

Non farla tanto lunga

Tanto per cambiare

Ciao amici e grazie tanto a tutti i donatori che aiutano italiano semplicemente. Grazie ad Ulrike che mi ha aiutato a realizzare il podcast che avete appena ascoltato. Un caro saluto a tutti.

Si fa per dire

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Audio

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

Trascrizione

Ciao ragazzi e benvenuti all’ascolto di questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente. Oggi vediamo l’espressione idiomatica “si fa per dire” e ringrazio Ulrike, un avvocato di Berlino fedelissima ad italiano semplicemente per avermi proposto questa spiegazione.

Prima della spiegazione vi do le ultime notizie. Finalmente è nata l’associazione culturale che si chiama esattamente come il sito: Italiano Semplicemente.

Naturalmente tutti possono iscriversi all’associazione, italiani e stranieri. E’ un progetto pensato per gli stranieri, sin dal 2015 quando è nato il nostro sito, quindi ci sembra giusto permettere a tutti di appartenere all’associazione.

Vi ricordo tra l’altro che è stato possibile creare l’associazione solamente grazie alle generose donazioni di tutti voi, che io ho sempre chiamato membri della famiglia di Italiano Semplicemente.

Quindi per tutti coloro che sono interessati possono aderire all’associazione Italiano Semplicemente. Da quel momento potranno accedere a tutte le lezioni del sito, quindi anche a tutte le lezioni del corso di Italiano Professionale. Stiamo comunque già lavorando anche su dei corsi speciali per aiutare i principianti della lingua, dedicati ugualmente ai membri dell’associazione. Se volete saperne di più vi invito a leggere il regolamento (lo Statuto) dell’associazione e le condizioni di adesione.

Vi aspetto numerosi dunque, per chiedere di aderire è sufficiente una email all’indirizzo italianosemplicemente – chiocciola – gmail.com.

Adesso occupiamoci dell’espressione di oggi: “Si fa per dire

“Si fa per dire” è una espressione italiana utilizzatissima da tutti, tutti i giorni ed in ogni mento della giornata. Non credo esista un solo italiano che non abbia mai detto “si fa per dire” nella sua vita.

Per spiegare bene questa espressione, che può creare dei problemi agli stranieri, userò il solito metodo: spiegherò dunque le singole parole e il senso della frase. Poi faremo alcuni esempi ed alla fine faremo come al solito un esercizio di ripetizione per aiutarvi a pronunciare bene questa frase.

Si fa per dire” è una frase che contiene quattro parole.

La prima è “si”. Si, senza accento, è un pronome, e nella fattispecie è una particella impersonale che si usa soprattutto col verbo dire. Impersonale significa che non si riferisce ad una persona specifica. Ad esempio:

  • si dice che tu sia molto bravo a parlare italiano;
  • di te si dice molto molto bene al lavoro;
  • si parla molto di grammatica in questo gruppo di Whatsapp;
  • Si mangia molto bene in Italia;
  • Si fa molto sport in questa scuola

Quindi la particella “si”, come pronome impersonale si usa appunto per parlare senza indicare una persona specifica; è un pronome impersonale, come ho detto.

Si mangia bene in Italia” significa che in generale, chi viene in Italia, mangia bene. Chi è che mangia bene in Italia? Non ho detto che io mangio bene, e neanche che sei tu a mangiare bene o che sia un mio amico a mangiare bene. Dico invece che “si mangia bene”. Ho usato una modalità impersonale ed ho usato quindi il pronome “si”.

Nella frase “si fa per dire“, è la stessa cosa. Anche “si fa per dire” indica un’azione generica, non un’azione che viene compiuta da una persona specifica.

Vediamo che dopo il pronome “si” c’è poi il verbo fare: “si fa per dire”.

Se osserviamo l’ultimo esempio che ho fatto prima è stato:

  • Si fa molto sport in questa scuola.

Questo significa che in questa scuola, in generale, le persone fanno molto sport, praticano dello sport. Il verbo fare ha un senso: fare sport significa praticare sport, fare una attività sportiva. Questo è importante da dire perché nella frase “si fa per dire” invece non è così: il verbo fare: “si fa” non indica un qualcosa che si fa, come lo sport.

Ma andiamo avanti nel frattempo.

Per dire” sono le ultime due parole della frase. “Per dire” è una coppia di parole che inizia con la preposizione semplice “per”. Per è una delle nove preposizioni semplici.

Ad esempio:

  • per andare al lavoro uso la bicicletta;
  • per parlare italiano bisogna esercitarsi;
  • per mangiare bene occorre venire in Italia.

Vedete che la preposizione “per” in questi casi indica una finalità, un obiettivo da raggiungere. Si tratta di uno dei diversi utilizzi della preposizione per. Ce ne sono una decina in tutto. Per si usa in molti modi diversi. Uno di questi è appunto quella di essere una preposizione finale. E’ usata per arrivare ad una conseguenza, ad un obiettivo, o per indicare una necessità.

  • Uso la bicicletta per andare al lavoro.

Andare al lavoro: questa la finalità, l’obiettivo della bicicletta: Uso la bicicletta per andare al lavoro.

  • Per parlare italiano bisogna esercitarsi.

Cosa occorre per parlare bene italiano? Occorre esercitarsi.

Analogamente, come posso fare per mangiare cibo di qualità? Serve venire in Italia. Se vado in Italia sicuramente mangerò bene. Ovviamente questi sono solamente degli esempi 🙂 si mangia bene anche in altri paesi del mondo, non solo in Italia.

Passiamo ora al significato della frase intera.

In virtù di quanto abbia detto sull’utilizzo della preposizione “per”, “si fa per dire”, va interpretato così: perché si fa? Si fa per dire!

Questo è l’obiettivo! Il motivo per cui “si fa” è “per dire”.

Nonostante tutto, ancora non si comprende bene però il significato.

Quello che porta fuori strada è la prima parte: “si fa”.

In effetti, come dicevo prima, in verbo fare in questa frase porta un po’ fuori strada, perché la frase dovrebbe essere “si dice per dire” che è più comprensibile.

Si dovrebbe cioè usare il verbo “dire” due volte, ma questo suona un po’ male. ”

A volte però, notate bene, si dice anche “si dice tanto per dire“. Si aggiunge quindi la parola “tanto”. Oppure anche “si fa tanto per dire” che ha lo stesso significato. Questo può aiutarvi a comprendere.

Tanto per” si usa spesso in italiano anche in altre frasi.

Ad esempio:

  • Sì, sono venuto a trovarti, ma tanto per vedere come stavi;
  • Sono andato a vedere il film al cinema, ma l’ho fatto tanto per curiosità;
  • Ho accettato un nuovo lavoro. Vuoi sapere perché l’ho fatto? Così, tanto per cambiare;

Questi esempi vi fanno comprendere come “tanto per” significa quindi “solo per” o “soltanto per“. Si usa quindi per dire che una cosa non è molto importante. “Tanto per” nel linguaggio parlato si usa in questo modo.

Notiamo poi che “tanto per” che sono due parole è diverso da “pertanto” che è una sola parola ed è equivalente a “perciò”.

Quindi “si dice tanto per dire” cosa significa?

Significa “si dice soltanto per dire“, che a sua volta è equivalente a “si fa per dire“. Tutte queste frasi sono equivalenti, hanno lo stesso significato e vogliono dire che la cosa che si è appena detta non è proprio da intendere e da leggere così come è scritta, alla lettera, ma meno seriamente. Quindi “si fa per dire” serve a alleggerire una frase in termini di importanza.

Oppure la frase si usa per chiarire che quanto si è detto, per dire che è semplicemente un esempio, o soltanto un’ipotesi, nelle intenzioni di chi parla. Quando ci si accorge che quello che abbiamo detto potrebbe essere frainteso allora possiamo aggiungere “si fa per dire”. è come dire: non prestare troppa attenzione a quello che ho detto, perché ho fatto solo un esempio, oppure ho usato una frase che mi è venuta spontanea, che non va interpretata alla lettera, troppo seriamente.

Se vogliamo sostituire la frase con una equivalente possiamo dire “più o meno” o “indicativamente“.

Facciamo alcuni esempi:

C’è una partita di calcio e la tua squadra ha perso giocando malissimo. Tutti i giocatori erano stanchi e rassegnati, e l’unico giocatore che ha provare a vincere, si fa per dire è l’attaccante, che tira in porta una volta ma senza impensierire il portiere.

Quindi diciamo che l’unico giocatore che prova a vincere la partita è l’attaccante della squadra che ha perso. Il giocatore infatti ha tirato in porta senza impensierire il portiere avversario. Diciamo quindi che si fa per dire che ha provato a vincere, cioè non ha veramente provato a vincere, ma sicuramente ha fatto più dei suoi compagni che erano stanchi e poco motivati.

Secondo esempio: ora che è stata superata la crisi economica mondiale, si fa per dire, ora ogni paese del mondo deve provare ad aumentare il tasso di occupazione.

Quindi questa volta voglio dire che la crisi economica mondiale non è veramente una cosa risolta del tutto, quindi dopo aver detto: “ora che è stata superata la crisi economica mondiale” mi accorgo che la frase che ho detto potrebbe sembrare esagerata. Non è in fondo cambiato molto per i cittadini di tutto il mondo e chi aveva problemi economici ancora continua ad averne, quindi aggiungo “si fa per dire”. E’ questa una frase che può anche essere messa tra parentesi, oppure tra due virgole, una prima e una dopo, proprio perché si deve fare una pausa prima e dopo aver pronunciato questa frase.

Bene che avete tutti ma proprio tutti, si fa per dire, capito il significato di questa frase possiamo fare un esercizio di pronuncia. Ripetete dopo di me copiando la mia voce ed il mio tono.

Si fa

per dire

Si fa per dire

Si fa per dire

Grazie a tutti, ora mi piacerebbe che tutti, si fa per dire, abbiano voglia di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente. Vi aspetto.

Ciao ragazzi.

Avere la faccia di bronzo

Audio

E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon.

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Trascrizione

Ecco qua amici, ancora una volta, cari membri della famiglia di Italiano Semplicemente.

Oggi ci divertiamo un po’, che ne dite? Ci divertiamo e nello stesso tempo impariamo delle parole nuove. Ed oggi ce ne sono molte di parole nuove. L’argomento è quello delle relazioni sociali.

Oggi infatti parliamo di “facce“. Cosa sono le facce?

Facce è il plurale di “faccia”, e tutti noi ne abbiamo una! Come sapete la faccia è una parola con la quale si indica il viso, cioè la parte anteriore della vostra testa in cui si trovano i vostri due occhi, il vostro naso (uno, in questo caso), le vostre due guance, una a destra e una a sinistra, la vostra fronte, ed anche il vostro mento. Per non parlare delle ciglia, le sopracciglia e delle orecchie, che stanno a fianco del vostro viso.

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Ebbene la “faccia”, la parola faccia non è proprio identica alla parola “viso”, in quanto la faccia è utilizzata non solo per indicare le caratteristiche fisiche di una persona, ma soprattutto quelle morali. La faccia è una di quelle parole italiane che si trovano in moltissime espressioni idiomatiche.

Una di queste è “avere la faccia di bronzo“.

Cosa significa questa espressione?

Beh, intanto spieghiamo cosa è il bronzo. Il bronzo è un metallo, anzi, a dire il vero Il bronzo è una “lega” di metalli. Infatti per fare il bronzo occorrono due metalli: del “rame” e un altro metallo che si chiama “stagno“. Una lega di due metalli è quindi quello che si ottiene quando due metalli si fondono tra loro, si uniscono. Unendo, o meglio fondendo il rame con lo stagno si ottiene il bronzo.

Se vi dico la frase “Bronzi di Riace” non vi dice nulla? Mai sentiti nominare i Bronzi di Riace? I Bronzi di Riace sono due statue, due bellissime e famosissime statue, che sono state trovate in mare in Italia, nel sud dell’Italia qualche anno fa e che sono fatte interamente di bronzo, un materiale che ha molte ottime proprietà come una alta resistenza alla corrosione, ed inoltre il bronzo è molto duttile e malleabile: si riesce bene a lavorare senza troppi problemi.

I Bronzi di Riace sono state ritrovate in eccezionale stato di conservazione, a riprova della proprietà del bronzo di saper resistere alla corrosione, specie quella dell’acqua del mare.

I Bronzi di Riace sono stati rinvenuti nel 1972 ma risalgono al V secolo avanti Cristo, quindi hanno resistito alla corrosione del mare per circa 2500 anni. Se capitate a Reggio Calabria vi consiglio caldamente di andate a vedere i Bronzi di Riace.

Ebbene, queste due statue, possiamo sicuramente dire che hanno la faccia di bronzo, ma quando si usa questa espressione in realtà non ci si riferisce alla composizione fisica della nostra faccia; non stiamo parlando del materiale con cui è fatto la nostra faccia, cioè il nostro viso.

Ci riferiamo invece ad una qualità morale, ad una caratteristica umana, ad un aspetto relativo al comportamento.

Chi sono dunque le persone che hanno la faccia di bronzo. Si tratta delle persone che possiamo anche chiamare sfrontate, spudorate, sfacciate, capaci di azioni riprovevoli senza rimorsi, che non si vergognano di nulla e non arrossiscono mai, proprio come se fosse di metallo, come se fosse di bronzo!

Il bronzo è un materiale resistente alla corrosione abbiamo detto giusto? Ebbene se una persona ha la faccia di bronzo allora questa persona è capace a mantenere inalterata una espressione facciale anche in circostanze particolari, circostanze in cui normalmente una persona diventa rossa, cioè arrossisce, oppure si vergogna per aver fatto qualcosa di moralmente non accettabile. Insomma, in situazioni difficili, poche persone riescono a rimanere del tutto impassibili, specie quando ci sono delle colpe, quando si è colpevoli di qualcosa, quando si è fatto qualcosa di sbagliato e per cui ci si dovrebbe pentire, o quantomeno vergognare.

Ed invece le persone che hanno la faccia di bronzo no! Loro sono persone “sfacciate“. Notate bene questo aggettivo: “sfacciate” significa senza faccia, cioè prive di faccia. Ovviamente si tratta di una immagine. Queste persone sono “spudorate“, cioè senza pudore, senza vergogna, senza ritegno. Queste persone sono “sfrontate” cioè senza fronte – anche questa è un’immagine. La sfrontatezza è quell’atteggiamento o quel comportamento insolente, impudente. Spesso si sente dire:

Quella persona è di una sfrontatezza incredibile“, quando si parla appunto di persone spudorate, sfacciate, senza vergogna, senza pudore, senza faccia.

Chi ha la faccia di bronzo quindi ha il coraggio di fare delle cose che sono moralmente inaccettabili e di farle con una naturalezza sconcertante, con una naturalezza che sembra strana agli occhi delle persone normali:

Ma guarda che faccia di bronzo!

E’ questa la frase che viene spontanea di fronte a queste persone.

Notate poi come le parole sfrontatezza, spudoratezza e sfacciataggine, iniziano tutte con la lettera “s” e questo si fa spesso quando si vuole indicare la mancanza di qualcosa. In questo caso quello che manca è il pudore (le persone spudorate), la fronte (le persone sfrontate) e la faccia (le persone sfacciate).

Il senso è sempre negativo ovviamente. Si tratta di apprezzamenti, di giudizi rivolti a persone che stupiscono in negativo per come reagiscono in specifiche circostanze.

Si vuole pertanto comunicare una qualità morale negativa; questo senza dubbio.

Volevo poi soffermarmi sulla preposizione semplice “di” presente nell’espressione “avere la faccia di bronzo”: “di bronzo”: è la faccia ad essere “di bronzo”.

Usiamo questa preposizione perché in genere indichiamo un materiale: la faccia è fatta di bronzo. Così come il tavolo è fatto di legno, il maglione è di lana e il cucchiaio è di ferro.

Nelle espressioni idiomatiche si usano spesso le preposizioni semplici. Ognuna ovviamente ha le sue caratteristiche. Poi ce ne sono moltissime di espressioni che contengono la parola “faccia”.

Vediamo ad esempio che l’espressione “avere una faccia da schiaffi” contiene la preposizione “da”. La faccia da schiaffi è una faccia che merita schiaffi, una faccia che merita di essere schiaffeggiata. Qui usiamo “da” perché è come dire: questa ragazza è da baciare, questa persona è da conoscere, questo bambino è da apprezzare per la sua generosità eccetera.

Poi c’è anche “Stare faccia a faccia” in cui si utilizza la preposizione “a”;

Dire qualcosa in faccia a qualcuno” utilizza la preposizione “in”;

poi c’è anche “per la tua bella faccia” in cui si utilizza “per”;

Diciamo che in generale ascoltare le spiegazioni delle idiomatiche è un modo interessante per capire come si usano le preposizioni semplici.

Vediamo alcuni esempi di utilizzo dell’espressione di oggi: “avere la faccia di bronzo

Ammettiamo ad esempio che mio figlio faccia un dispetto, una marachella, cioè un dispetto, uno scherzo, un atto di furbizia ad esempio. Io, che sono il padre, mi accorgo di questo, lo vedo con i miei occhi, io mi accorgo di questa marachella, e lui, mio figlio, nonostante tutto, nega. Lui dice: “non è vero papà, non sono stato io. Io non ho fatto nessuno scherzo”, dice mio figlio guardandomi dritto negli occhi con una espressione seria.

Hai proprio una faccia di bronzo“, gli rispondo io.

Quello che sto dicendo a mio figlio è che lui ha il coraggio di negare, ha il coraggio di dire che non è stato lui a fare questa marachella, nonostante che io lo abbia visto con i miei occhi.

Ha proprio una faccia di bronzo mio figlio, proprio una bella “faccia tosta“.

Questo è un altro modo molto usato per esprimere lo stesso concetto: “quella faccia tosta di mio figlio ha negato di aver fatto una marachella!”.

Quando dico una marachella voglio dire una cosa poco grave, un atto poco lecito ma in fondo non cattivo.

La “faccia tosta” quindi è la stessa cosa della “faccia di bronzo“. La faccia tosta è più familiare, si usa più spesso in famiglia, mentre la faccia di bronzo è un pochino più ricercato.

Si sta però sempre parlando di persone sfrontate, sfacciate. Ci sono in realtà delle differenze tra avere una faccia di bronzo e essere sfacciati, spudorati e sfrontati. Anche se questo non lo troverete nei dizionari provo a  darvi una spiegazione facendo alcuni esempi.

Nel caso di mio figlio e dell’esempio precedente non userei il termine “spudorato” perché i bambini, almeno fino ad una certa età, diciamo fino alla soglia dei 3 o quattro anni possiamo dire che non hanno un vero senso del pudore. Solo più tardi nasce nel bambino il desiderio di un minimo di intimità. Il pudore infatti non è esattamente come la vergogna. Il pudore è, possiamo dire,  il senso di intimità fisica di una persona.

Spieghiamo innanzitutto quindi la differenza tra vergogna e pudore.

Intorno ai 3, 4 anni i bambini iniziano ad acquisire consapevolezza di sé stessi e a capire diciamo i confini e le differenze tra il proprio corpo e quello degli altri. Il pudore inizia quindi a svilupparsi proprio durante questa presa di coscienza. La vergogna invece è più generale come concetto: si può provare vergogna per mille motivi diversi, non solo per motivi legati al proprio corpo ed ai propri sentimenti.

Un ladro ad esempio potrebbe pentirsi di aver rubato e provare vergogna: il ladro si vergogna, prova vergogna per aver rubato.

Allo stesso modo un politico corrotto si può pentire, anche lui, potrebbe provare vergogna per il suo passato da corrotto. Questo non accade mai nella realtà ma sarebbe sicuramente una buona cosa se ogni tanto accadesse!

In tali rarissimi casi il politico, come il ladro, prima di pentirsi non ammette naturalmente le sue ruberie. Non ammette di aver rubato prima del pentimento. Nega sempre, anche di fronte all’evidenza, anche cioè quando è evidente: e ci vuole una bella faccia tosta sicuramente per negare anche davanti all’evidenza. Ci vuole una bella faccia di bronzo!

Poi il politico si pente, ammette di aver sbagliato e si vergogna del suo passato. Non posso certamente dire che prova pudore del suo passato! Quindi la vergogna e il pudore non sono la stessa cosa.

La sfrontatezza è come abbiamo visto, anch’esso un termine simile, ma essere una persona sfrontata è peggio che avere semplicemente una faccia di bronzo. Il comportamento di una persona sfrontata è non solo sfacciato, ma è anche irriverente e insolente poiché si manca di rispetto alle persone.  E’ anche un atteggiamento arrogante, perché esprime un senso di superiorità nei confronti del prossimo. Lo sfrontato è arrogante perché non tiene in nessun conto di suggerimenti, proposte o richieste che arrivano dalle altre persone. E questa arroganza si manifesta con un costante disdegno e con una irritante altezzosità. Una persona sfrontata pertanto è anche altezzosa, una persona cioè boriosa, piena di boria e presunzione, specialmente nei rapporti sociali, nelle relazioni con le altre persone: “io sono meglio degli altri!”

Avere la faccia di bronzo abbiamo detto è meno familiare di avere la faccia tosta, che è più familiare. C’è un modo poi ancora più in uso in famiglia, un modo un po’ sgarbato, un po’ maleducato ed anche offensivo. Stiamo parlando di “avere la faccia come il sedere” oppure “avere la faccia come il culo“, dove,  la parola “culo” come tutti voi saprete, rappresenta il sedere, anche se questa (culo) è una parolaccia usata in molti modi diversi nella lingua italiana. Potrei dedicare un episodio di un paio d’ore a riguardo 🙂

Infine la “sfacciataggine” è, secondo me, meno grave della sfrontatezza e leggermente diverso anche dalla  spudoratezza. Il pudore è più intimo e pertanto non avere pudore (cioè essere spudorati) sembra a prima vista più grave di essere sfacciati.

Ad ogni modo queste riflessioni piene di particolari che vi sto facendo devono servire solamente a farvi riflettere un po’ sui termini e soprattutto ad esercitare l’ascolto. Magari adesso ricorderete meglio il significato dell’espressione di oggi: “avere la faccia di bronzo”.

Esercitiamo la voce invece adesso: un piccolo esercizio di ripetizione, che ne dite?

Bronzo

Faccia di Bronzo

Avere la faccia di bronzo

Hai proprio una faccia di bronzo!

Io non ho la faccia di bronzo, sono molto timido!

Grazie a tutti anche delle vostre generose donazioni e ci vediamo il prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

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Essere in gamba

Audio

  • E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Pubblichiamo questo episodio per rispondere ad una domanda di Eduardo

Trascrizione

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Ciao, sono Ludovica. Oggi con me ci sono mia figlia Bianca e la sua amica Dana. Stanno facendo i compiti insieme…

Mamma il nostro progetto sulle risorse energetiche è piaciuto molto al professore.

Brave, siete proprio delle ragazzine in gamba!

Come si capisce l’espressione “essere in gamba” in questo senso significa essere bravi, capaci, un po’ in generale ed è usato con valore attributivo cioè che qualifica la persona a cui si riferisce.

Ma perché in gamba? che c’entrano le gambe con l’essere bravi?

In effetti quello appena descritto è una derivazione del significato originario della formula, quello che indica chi gode di buona salute: chi sta male è spesso costretto a letto e le gambe non le può utilizzare.

In quest’ambito l’espressione viene usata anche come augurio di di pronta guarigione: si dice “in gamba mi raccomando” come per dire “guarisci presto” oppure in generale “stammi bene”.

Capito che c’entrano le gambe?

Sì per tornare a rialzarsi e tornare in forma.

Esatto, per rimettersi in buona salute e poter stare in piedi per conto proprio.

Quindi se mi rialzo sulle mie gambe posso ricominciare a fare le cose da sola senza l’aiuto di nessuno e tornare ad usare le mie capacità”.

Sì. Come si vede il significato principale dell’espressione essere in gamba si estende all’altro figurato di persona di valore, con delle capacità, intelligente ed efficiente.

Una persona in gamba é una persona dotata di abilità,che è grado di reggersi in piedi ed affrontare le difficoltà in autonomia.

Che dite, ripetiamo di insieme? Dai…

Ho finito tutto il lavoro, ammettilo, sono in gamba!

Ma sei davvero in gamba! Hai vinto ancora!

Lui è proprio in gamba, lo assumeremo certamente.

Dateci un’altra possibilità, noi siamo in gamba!

Visto che voi siete tanto in gamba, aiutatemi..

Loro sono più in gamba di noi in questo lavoro.

Ok, amici. Vi saluto per ora.. ah, in gamba eh!

19^ lezione di Italiano Professionale: I verbi da usare durante una presentazione (estratto)

Audio (estratto di 5 di 60 minuti)

Descrizione

In questa lezione spieghiamo i verbi più adatti da utilizzare in una presentazione personale o aziendale. Si analizzano le differenze tra i vari verbi, quali preferire e il perché. Ringraziamo con affetto chi ci ha aiutato a realizzare questa lezione: Ulrike (Germania), Mohamed (Egitto), Jasna (Slovenia), Ramona (Libano), Bogusia (Germania) e Ivan (Brasile)

lezione_19_immagine

italiano dante_spunta I verbi da utilizzare durante una presentazione.
portogallo_bandiera Os verbos a serem usados durante uma apresentação
spagna_bandiera Los verbos que se utilizarán durante una presentación
france-flag Les verbes à utiliser lors d’une présentation
flag_en The verbs to be used during a presentation
bandiera_animata_egitto

الأفعال التي سيتم استخدامها أثناء العرض التقديمي

russia Глаголы, которые будут использоваться во время презентации
bandiera_germania Die Verben, die während einer Präsentation verwendet werden sollen
bandiera_grecia Τα ρήματα που πρέπει να χρησιμοποιούνται κατά τη διάρκεια μιας παρουσίασης

 

Il bambino farfalla: una storia emozionante. Ripasso verbi professionali (1-25)

Audio

Trascrizione

Oggi, cari amici di Italiano Semplicemente voglio raccontarvi una storia.

Durante questa storia vedremo alcuni termini e verbi particolari ed anche qualche espressione italiana. Inoltre faremo un ripasso di alcuni verbi professionali che abbiamo imparato finora nel corso di Italiano Professionale. Alla fine di questo episodio vi ripeterò brevemente tutte le frasi in cui ho utilizzato i verbi spiegati nel corso di Italiano Professionale.

Si tratta di una storia a lieto fine che ha come protagonista un bambino originario della Siria che aveva una brutta malattia. Il protagonista di questa storia è quindi un bambino siriano.

Quando si parla di storie a lieto fine significa che le storie finiscono bene, che hanno una fine lieta, cioè positiva, piacevole. Una fine lieta è un lieto fine. Fine è una parola, un sostantivo italiano che è sia femminile che maschile: la fine, il fine.

La storia però iniziava veramente male. Il bambino infatti aveva una bruttissima malattia genetica.

Per causa di questa malattia il bambino aveva perso quasi tutta la pelle. La malattia gli provocava enormi sofferenze naturalmente ed era continuamente a rischio infezione. Come potete immaginare il dolore era insopportabile.

I medici così, per poter alleviare le sofferenze a questo bambino  decisero di provocargli il coma. Alleviare le sofferenze significa rendere le sofferenze minori, renderle più lievi (alleviarle), renderle più tollerabili; attenuarle quindi.

Successivamente, i medici gli hanno trapiantato della pelle nuova. Ora il bambino è tornato a scuola e ha una vita normale.

È proprio una bella storia, anzi bellissima direi. Il protagonista è un bambino siriano di 9 anni.

Non vive in Italia, né in Siria, bensì in Germania con la sua famiglia numerosa. Bensì è una congiunzione poco usata, soprattutto dagli stranieri. Equivale a “ma”, “invece”, “anzi”, e si usa quando in precedenza abbiamo usato una negazione: non viveva in Italia, né in Siria, bensì in Germania.

Il bambino che viveva in Germania soffriva di una rara malattia genetica, una malattia dei suoi geni. Il gene è l’unità fondamentale degli organismi viventi. Tutti gli esseri viventi, non solamente gli esseri umani hanno i geni, ed i geni umani vengono ereditati dai nostri genitori. Non si tratta quindi di una malattia contratta per contagio ma di una malattia ereditata.

Fino a due anni fa non era possibile curare questo bambino e come lui tutti gli altri bambini con questa rara patologia.

La sua pelle era fragile come le ali di una farfalla. I bambini come lui sono anche chiamati “bambini dalla pelle di cristallo” o appunto “bambini farfalla”. Questo perché la loro pelle è così delicata che è sufficiente un minimo contatto, basta un minimo contatto per creare delle dolorose lesioni, delle ferite sulla pelle.

I “bambini dalla pelle di cristallo”: Il cristallo è un particolare tipo di vetro, un vetro particolarmente delicato e prezioso.

Il bambino siriano stava morendo, aveva di fatto perso quasi tutta la pelle. Spesso aveva anche infezioni come potete immaginare: le infezioni erano all’ordine del giorno. E quando qualcosa è all’ordine del giorno significa che possono accadere e di fatto accadono più o meno tutti i giorni.

Così la famiglia del ragazzo ha deciso di avvalersi dell’aiuto dei medici, che si sono adoperati per salvargli la vita procurandogli uno stato di coma. Lo stato di coma consiste in uno stato di assenza di coscienza, uno stato di incoscienza. Chi è in coma pertanto è incosciente, non è consapevole  del suo stato e pertanto non avverte neanche alcun dolore. In uno stato di coma i pazienti sono in uno stato di sonno profondo dal quale sembra non essere in grado di svegliarsi. Così i medici gli hanno procurato uno stato di coma. In questo caso il verbo procurare equivale a provocare e anche a indurre: I medici gli hanno provocato, gli hanno indotto, gli hanno procurato uno stato di coma. Un coma pertanto che possiamo chiamare farmacologico, vale a dire non un coma naturale, ma un coma indotto da farmaci, provocato cioè da farmaci.

In questo stato il bambino non sentiva dolore e le infezioni potevano essere meglio tenute sotto controllo da parte dei medici. Ecco il motivo della scelta disposta dai medici. Le infezioni avvengono quando dei batteri o dei virus entrano nel nostro organismo.

La pelle del bambino però doveva essere curata e così il bambino è stato sottoposto ad un trapianto di pelle. E tutto questo è merito della ricerca italiana, che ha permesso di poter produrre in laboratorio una pelle nuova per il bambino. Una pelle che è stata quindi “coltivata” in laboratorio, all’interno di un’Università di Modena alla quale è stato commissionato questo speciale incarico. Una pelle coltivata che è stata corretta dal difetto genetico.

Si parla di pelle “coltivata”, proprio come si usa dire per i terreni e per le piante o anche per gli orti. Una pelle quindi cresciuta in laboratorio, coltivata in laboratorio.

Per quanto riguarda la cura, si tratta di una terapia genetica condotta con cellule staminali epidermiche: la cura è stata condotta con delle cellule staminali epidermiche, cioè cellule dell’epidermide, altro nome della pelle: epidermide. Questo nuovo derma – altro nome ancora della pelle: il derma – è stato quindi trapiantato su gran parte del corpo del bambino. Potete immaginare la difficoltà di questo intervento. Con la parola “trapianto” in genere si indica un intervento chirurgico che prevede la sostituzione di un organo ma in realtà possiamo usarlo anche con i tessuti, come appunto la pelle, che è, tra le altre cose, un vero organo, come il cuore o i polmoni. La pelle, pensate un po’, ricopre una superficie di circa due metri quadrati.

L’intervento predisposto dai medici sul bambino siriano comunque è perfettamente riuscito. Ho detto infatti che la storia è una storia a lieto fine, e per valutare se una storia sia o meno a lieto fine bisogna quindi vedere la fine della storia. Si tratta del primo intervento in assoluto di questo tipo, ed è stato eseguito a Bochum, in Germania, alla fine dell’anno 2015.

Oggi il bambino sta bene, è tornato fortunatamente un bambino come tanti, che può giocare e divertirsi normalmente. I medici quindi sono riusciti con successo ad adempiere la loro delicata missione dopo essersi assunti le responsabilità per questo intervento. Spesso non riusciamo ad apprezzare adeguatamente la normalità con i nostri figli.

Facciamo ora un breve esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me per esercitare la pronuncia.

Si tratta di una storia a lieto fine.

Una malattia genetica

Alleviare le sofferenze

Bensì

Il bambino non vive in Italia, né in Siria, bensì in Germania

Geni, genetica, genitori

Un coma farmacologico

Procurare un coma farmacologico

Pelle, epidermide, derma

Cellule staminali

Coltivare cellule staminali

Coltivare cellule staminali epidermiche

Bene ragazzi spero abbiate gradito questa storia e che abbiate imparato nuovi termini del vocabolario italiano. Su Italiano Semplicemente facciamo spesso storie di questo tipo e ne faremo ancora. Uno dei segreti per imparare una lingua è, non dimentichiamolo mai, provare emozioni, (vedi le sette regole d’oro) ed anche per questo ho scelto questa storia che ritengo veramente emozionante.

Se volete migliorare il vostro italiano ad un livello professionale continuate ad ascoltare le storie di Italiano Semplicemente e non voglio liquidarvi senza ricordarvi che esiste anche un corso di Italiano Professionale che inizierà ufficialmente nel 2018, intorno al mese di marzo.

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I verbi professionali incontrati in questa lezione sono i seguenti:

 

1) rendere: Alleviare le sofferenze significa rendere le sofferenze minori

2) avvalersi: Così la famiglia del ragazzo ha deciso di avvalersi dell’aiuto dei medici,

3) adoperarsi: medici, che si sono adoperati per salvargli la vita procurandogli uno stato di coma.

4) disporre: In questo stato il bambino non sentiva dolore e le infezioni potevano essere tenute meglio sotto controllo da parte dei medici. Ecco il motivo della scelta disposta dai medici.

5) commissionare: La  pelle è stata coltivata in laboratorio all’interno di un’Università di Modena alla quale è stato commissionato questo speciale incarico.

6) predisporre: L’intervento predisposto dai medici sul bambino siriano è perfettamente riuscito.

7) valutare: per valutare se una storia sia o meno a lieto fine bisogna vedere la fine della storia.

8) eseguire: l’intervento è stato eseguito a Bochum, in Germania, alla fine dell’anno 2015.

9) adempiere: I medici sono riusciti con successo ad adempiere la loro delicata missione

10) assumere: I medici si sono assunti le responsabilità per questo intervento.

11) liquidare: non voglio liquidarvi ma adesso è veramente terminato l’episodio.

Ciao a tutti

Che sarà mai

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 anche tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Descrizione

Una espressione informale simile a “capirai” ed anche a “figurati”. Una domanda? Oppure una esclamazione. Episodio senza trascrizione.

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25 – I verbi professionali: COMMISSIONARE

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Trascrizione

Benvenuti a questo nuovo episodio dedicato ai verbi professionali. Il verbo n. 25 è il verbo COMMISSIONARE. Un verbo molto usato in ambito lavorativo.

Vi dico subito il significato del verbo: commissionare significa “dare ordine o incarico di eseguire un lavoro, di compiere una prestazione o di fornire una merce“.

Bene, cominciamo a spiegare dunque.

Commissionare viene da commissione.

Cos’è una commissione? Una commissione è un incarico. Una commissione è un mandato. Questo significa che la commissione non è un oggetto, non è una cosa che si tocca, una cosa tangibile. Una commissione è un qualcosa che si consegna a qualcun altro, è qualcosa che si dà a qualcun altro, pur non essendo tangibile

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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A mia volta

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, o buonanotte, dipende un po’ dal vostro paese in cui vi trovate in questo momento. Benvenuti su questo nuovo episodio dedicato ad una espressione italiana.

L’espressione è “a mia volta”.

A mia volta è, più che un’espressione idiomatica, una frase che può risultare ostica, cioè difficile da capire per uno straniero.

A mia volta è una frase composta da tre parole.

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“A” è una preposizione semplice, e le preposizioni semplici sono in tutto 9: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

Quindi “A” è una preposizione semplice. Solitamente si usa in molti modi diversi:

1) A me piace studiare italiano. In questo caso “a me” indica la mia persona.

2) Vado a casa. In questo caso “a” serve ad indicare il luogo in cui sto andando: dove vado? Vado “a casa”

3) Un albergo a 5 stelle. L’albergo è a 5 stelle, cioè si tratta di un albergo di una categoria alta. A può sembrare un verbo in questo caso, ma in realtà è una preposizione semplice. Infatti la preposizione “a” non si scrive con la lettera h davanti.

4) A proposito! Avrete sentito spesso questa locuzione italiana. In questo caso la “a” indica la cosa di cui stavate parlando.

5) A mia madre piace il gelato. A chi piace il gelato? A mia madre, è a lei che piace il gelato. Quindi la “a” qui indica mia madre. Lei è la persona a cui piace il gelato.

Inutile stare qui a spiegare tutti gli utilizzi della preposizione a. Non serve questo a capire la frase “a mia volta”. Però era importante capire che la preposizione “a” serve per riferirsi a qualcosa o a qualcuno o a un luogo.

Notate che l’ultima frase che ho detto “a mia madre piace il gelato” contiene anche l’aggettivo possessivo “mia”.

Di chi è la madre? È mia. È mia madre.

Sto indicando mia madre, quindi è mia madre la protagonista. Posso ovviamente dire quindi “a mia madre” ma anche “a mio padre”, “ a mia sorella” eccetera.

Sto indicando una persona in questo caso.

Quindi vediamo cosa succede quando dopo la lettera “a” c’è l’aggettivo possessivo “mia” o “mio”.

Notate intanto che “a”, può anche diventare “al”: al mio gatto piace fare delle passeggiate, al mio posto, tu cosa avresti fatto? Al mio sguardo nessuna ragazza sa resistere! (magari!). In generale, se dite “a mio”, o “a mia” dovete poi aggiungere qualcosa che vi riguarda: mia madre, mio padre, mia sorella eccetera, al mio gatto, eccetera. Qualcosa che appartiene a me, qualcosa che è mio.

Invece, “a mia volta” cosa significa?

La parola “volta” non è una cosa, una persona o un animale che appartiene a me o a qualcun altro.

Infatti di solito quando uso la parola “volta” in italiano è per dire un numero: una volta, due volte, tre volte, eccetera. Si indica una circostanza, una occasione, un momento preciso, un tempo preciso.

Es: quest’estate sono andato al mare 10 volte, tu invece sei andata al mare solamente una volta.

“Volta” però si usa anche in altri modi.

Ad esempio se dico:

E’ andata sempre male, ma questa volta andrà meglio”, “sono andato sempre in montagna, ma questa volta andrò al mare” eccetera. “Volta” quindi dà l’idea di un cambiamento. Finora è andata così, stavolta (cioè questa volta) andrà diversamente.

Un altro modo per usare “volta” è dire ad esempio: “venite uno per volta, venite uno alla volta”, cioè prima venga una persona, poi un’altra persona, uno alla volta, uno dopo l’altro, non tutti insieme quindi. Posso dirlo a dei bambini ad esempio, per farli entrare uno alla volta in una stanza.

Ancora un altro significato: “una volta che hai deciso, poi non potrai più cambiare idea”. In questo caso “una volta che hai deciso” significa “quando hai deciso”, “quando avrai preso una decisione”, in quel momento, non potrai più cambiare idea. Una volta deciso ormai la decisione è presa.

La parola “volta” ha anche altri significati, e, lo avete capito, dipende molto dalle parole che stanno le vicino.

La frase “una volta” ad esempio si usa anche per indicare “tanto tempo fa”, e non solamente per indicare quante volte hai fatto qualcosa. Solitamente se si trova all’inizio della frase, “una volta” significa qualche tempo fa, alcuni anni fa, un numero imprecisato di anni fa.

Es: una volta, quando ero giovane, avevo i capelli rossi.

Una volta mi piaceva andare sulla barca a vela

Una volta amavo moltissimo stare a casa, ora preferisco viaggiare.

Quindi io dico “quando ero giovane”, quindi molto tempo fa, cioè “una volta”. È come dire “un tempo”, o “molti anni or sono”. Si dice anche tcosì.

Molte favole e racconti per bambini iniziano poi con una frase particolare: “c’era una volta”, che equivale all’inglese “one upon a time”. Molte favole iniziano così. In questo caso può significare “tanto tempo fa”, ma questa frase: “c’era una volta” si usa solitamente per indicare che stiamo raccontando una favola, una storia non vera, una cosa frutto della fantasia.

Ok, quindi la parola “volta” ha molti significati.

Ma quello che interessa a noi oggi è “a mia volta”.

Ed allora la frase “a mia volta”? Cosa significa?

La parola “volta” ha qui un altro significato, che è molto simile alla parola “anche”.

Proprio così: se davanti alla parola “volta” c’è “a mia” allora la frase ha un significato simile a “anche io”. A mia volta = anche io, cioè anch’io. Ma anch’io cosa?

Questa è la domanda da fare. Infatti “a mia volta” non è esattamente identico ad anch’io. Non è proprio così. C’è una sottile differenza, sottile, cioè piccola, ma molto importante.

Ad esempio ascoltate la frase.

Oggi vado al mare.

Tu puoi rispondere: “anch’io”.

Quindi tu dici: anch’io vado al mare. In teoria potresti dire: “anche io, a mia volta, vado al mare”.

Oppure puoi rispondere “io, a mia volta, ho deciso di andare in montagna”.

Nel primo caso ho detto “anche io a mia volta”, e nel secondo caso ho detto solamente “a mia volta”. Perché?

Il motivo è che a mia volta non significa esattamente anche io, e non posso, in generale, sostituirlo ad “anch’io”, ma posso, volendo aggiungerlo, come in questo caso: “anch’io, a mia volta, vado al mare”

Vai al mare? “Anche io, a mia volta, vado al mare”

Perché lo faccio? Perché aggiungo “a mia volta” in questa frase?

Lo aggiungo perché voglio creare un legame, un collegamento tra me e te. Tu vai al mare e ci vado anche io.

Voi mi direte: Ma non basta dire “anche io” per creare un legame?

Può bastare infatti, non è obbligatorio aggiungere “a mia volta” in questo caso. Ma qualche volta accade che la frase “a mia volta” si usa non per aggiungere un legame di uguaglianza: “io vado al mare ed anche io vado al mare, come te”.

Infatti nella seconda frase dico: “io, a mia volta, ho deciso di andare in montagna”.

A volte quindi si usa per aggiungere delle informazioni diverse, che riguardano un’altra persona ma stiamo parlando sempre dello stesso argomento. Quindi voglio creare un legame tra la prima frase e la seconda frase.

Facciamo un altro esempio:

Io e te avevamo un appuntamento oggi alle 12 ma poi non ci siamo più incontrati.

Infatti tu hai perso l’autobus e sei arrivato un po’ tardi. Io, a mia volta, ho avuto un problema e non sono potuto più andare all’appuntamento. Quindi io ti ho chiamato ed ho detto: scusami ma non posso venire più all’appuntamento!

Tu a tua volta mi rispondi: “tranquillo, nessun problema, perché anch’io, a mia volta, ho avuto un problema perché ho perso l’autobus”.

Oppure: io chiamo te per dire che non verrò più all’appuntamento e tu, a tua volta, chiami tua madre per dirle che andrai a casa sua.

Oppure: io ti chiamo e ti avviso che non verrò all’appuntamento, tu, a tua volta, mi dici che ti eri dimenticato.

Quindi a mia volta non significa necessariamente “anche io come te”, ma può anche significare “io invece”,“ oppure “per quanto mi riguarda”, “per quanto riguarda me”, oppure anche “da parte mia” o frasi di questo tipo. Quindi serve a creare un legame, che può essere anche un legame di diversità, non sempre di uguaglianza.

Facciamo altri esempi per capire meglio:

Ho appena litigato con la mia fidanzata e dopo un anno lei si arrabbia con me perché dice che non la guardo più come un tempo. Io, a mia volta, ritengo che anche lei sia cambiata molto in questi anni; anche lei, a sua volta, ha meno interesse per me oggi.

E’ simile ad “anche”, solo che “anche” si usa in tutti i casi; è molto generico, e serve sempre a creare un legame di uguaglianza, mentre “a mia volta” si usa di più nei dialoghi tra persone, per meglio spiegare le dinamiche sociali, le relazioni tra persone maggiormente e anche per creare un legame di diversità.

In teoria potete sempre usare “a mia volta” al posto di anche, infatti non si tratta di un grande errore, ma è improprio, non ha molto senso in questo modo.

“Io ti amo, e tu?“

“Anche io” è la risposta più corretta (anche per non litigare!).

Ma volendo potete rispondere:

“Anche io, a mia volta amo te”.

Questa frase non è scorretta di per sé, ma non è questo il motivo per cui è nata la frase “a mia volta”.

La parola “volta” ha un ruolo preciso: quello di aggiungere delle informazioni che riguardano me: “a mia volta”, oppure che riguardano te: “a tua volta”, o che riguardano lui: “a sua volta”, o noi: “a nostra volta”, o voi: “a vostra volta”, ed infine loro: “a loro volta”.

Quindi alla domanda “io ti amo e tu?” potete rispondere: “tu mi ami, ma io, a mia volta, amo un’altra ragazza”.

La frase tecnicamente è perfetta…. avete usato benissimo “a mia volta”. Peccato per la ragazza che ci resterà un po’ male però.

Le informazioni che si aggiungono quindi possono essere di qualsiasi tipo, non è detto che siano uguali.

Mi ami? Beh, anche io, a mia volta, credo di provare qualcosa per te, ma non sono sicuro sia amore.

Questo è più rassicurante per la ragazza.

Facciamo altri esempi con tutte le persone.

Una squadra di calcio, diciamo la Juventus, perde alcune partite, allora l’allenatore della squadra dice: “la colpa è di tutti. Anche dei giocatori quindi: ho parlato con la squadra, e ho detto loro che anche io è giusto che mi prenda a mia volta le responsabilità”.

Quindi i calciatori sono colpevoli, è colpa loro se perdono in campo ma anche l’allenatore, a sua volta, si prende le sue responsabilità.

Lo stesso allenatore potrebbe dire: il mio obiettivo principale è conoscere bene i calciatori e farmi a mia volta conoscere sempre più da loro. Quindi non solamente io devo conoscere loro, ma anche loro, a loro volta, devono conoscermi bene.

Secondo esempio: Trump ha deciso di essere l’uomo più potente del mondo. Il presidente della corea del nord, a sua volta, non vorrebbe essere da meno, non vorrebbe cioè apparire più debole del presidente Trump.

Terzo esempio: c’è un Incidente stradale. Un uomo e sua moglie vanno fuori strada. L’uomo rimane ferito ad una gamba, e la moglie, a sua volta, riporta delle lesioni al braccio sinistro.

Quarto esempio: è una buona cosa che i migranti arrivino in un paese europeo per lavorare? Questo è un bel tema da trattare. Infatti è vero che in Italia ad esempio ci sono molte persone anziane, quindi è difficile riuscire a pagare tutte le pensioni di anzianità agli anziani italiani. Gli stranieri che arrivano in Italia, quindi i migranti, molto giovani, lavorando possono aiutare l’Italia a pagare le pensioni agli anziani di oggi.

Ma tra 40 anni quando anche loro saranno anziani, sarà il momento a nostra volta di pagare le loro di pensioni.

Ultimo esempio: ci sono molte persone che picchiano i propri bambini nel mondo.

Le ragioni per cui queste persone violente oggi picchiano i loro bambini è dovuto anche al fatto che siano stati picchiati a loro volta dai loro genitori quando erano piccoli. Da piccoli, a loro volta, anche loro sono stati picchiati dai loro genitori.

Facciamo ora un piccolo esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me, senza pensare a nulla. Limitatevi ad ascoltare e ripetere, ascoltando la mia voce e cercando di fare la stessa cosa voi.

A mia volta

A tua volta

A sua volta

A nostra volta

A vostra volta

A loro volta

Bene amici, spero che abbiate capito il significato di questa frase di oggi, che vi consiglio di usare spesso perché è carina da ascoltare, elegante anche e dà bene l’idea che la lingua italiana la conosciate molte bene. Se avete ascoltato attentamente avrete sicuramente assimilato il concetto, io, a mia volta, spero di aver fatto il massimo nello spiegare bene il significato.

Un saluto a tutti i membri della famiglia di italianoSemplicemente.com e grazie ancora a tutti i donatori che aiutano in questo modo Italiano Semplicemente, che a sua volta vuole aiutare tutti gli stranieri ad imparare la lingua di Dante Alighieri.

Ciao.

Una minestra riscaldata

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E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi, buongiorno e benvenuti su italianosemplicemente.com. Oggi è con noi Ludovica, che ci spiegherà una frase idiomatica italiana. Lei è italiana, è italiana come me e la frase che ci spiegherà è “una minestra riscaldata“.

Ludovica: Un saluto a tutti ! vi piace la minestra? La minestra, o zuppa, è propriamente una ricetta di cucina, tra le più antiche, credo comune un po’ tutti paesi. ma il termine viene utilizzato in parecchi detti perché, data la sua specifica composizione di insieme di più ingredienti mischiati, si presta ad essere adattata a svariati modi di dire.

Tra questi i più frequenti usi in senso figurato c’è:” la solita minestra” cioè qualcosa che si ripete, sempre la stessa cosa, che quindi alla fine annoia, stufa. Si applica a situazioni, a persone e a discorsi come se appunto ad esempio ci proponessero ogni giorno lo stesso pasto.

Ele: la parola “solita” significa “la stessa”

Giovanni: puoi fare un esempio?

Ele: sì, ok, allora… per esempio: io faccio la stessa strada…

Giovanni: …tutti i giorni per andare a scuola…

Ele: e quindi dicendo la parola solita si potrebbe dire: io faccio la solita strada per andare tutti i giorni a scuola.

Giovanni: oppure puoi dire: io tutti i giorni per andare a scuola faccio sempre la solita strada, che vuol dire “faccio sempre la…?”

Ele: stessa strada!

Giovanni: ok, sempre quella!

Ele: sì!

Giovanni: grazie!

Ele: ok, ciao!

Ludovica: Ma la nostra minestra può essere anche “riscaldata“. Avete mai sentito dire: “è una minestra riscaldata“? È un’espressione in verità poco lusinghiera, che si riferisce di solito ad una relazione amorosa passata ma che si ripresenta e si contrappone alla passione bollente di un primo incontro.

In pratica si fa riferimento ad una storia con una persona con cui si è stati in passato e con cui ci si rimette, quasi quasi accontentandosi, senza però troppa convinzione.

In un altro simpatico detto troviamo la nostra parola in rima; “o mangi questa minestra o salti la finestra“.

E’ un proverbio usato per convincere qualcuno a fare una determinata cosa facendogli capire che non ha alternative, o che, comunque, rifiutandosi, non avrà in cambio qualcos’altro.

Questo modo di dire che in senso figurato può applicarsi alle più diverse situazioni può essere efficace anche nel suo significato più letterale quando ad esempio vogliamo far capire ai bambini, per non viziarli, che non c’è altro da mangiare oltre quello che abbiamo preparato e che non vogliono. Cioè se non ti piace quello che c’è pazienza, ti arrangi!

Bene, vi auguro che la vostra minestra sia sempre appena fatta! Ciao, e alla prossima ricetta di italiano.

Giovanni: uffa però, sempre questi soliti podcast…sempre questa minestra…. la solita minestra riscaldata… ma quand’è che fate qualcosa di nuovo, voi di Italiano Semplicemente… sempre questa minestra riscaldata… ufff… che pizza!

Ventilare un’ipotesi

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Trascizione

Ciao ragazzi, chi vi parla è Giovanni, il creatore di. Italianosemplicemente.com, il sito per imparare a comunicare in italiano in modo semplice e divertente.

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Oggi voglio spiegare a tutti voi, membri fedeli della famiglia di Italiano Semplicemente, una frase: ventilare un’ipotesi: una frase non di uso molto comune, ma veramente molto adatta in certe circostanze e che quindi secondo me vale sicuramente la pena di sapere il significato

È una frase che appartiene più, sicuramente, al mondo professionale. Vediamo perché.

Con l’occasione vedremo di approfondire in particolare il significato e l’utilizzo di alcuni verbi e termini o frasi poco utilizzati dagli stranieri, parole e frasi come “attendibilità”, “grado di attendibilità”, “ventilare”, “credibilità” e anche il verbo “scartare”.

Cominciamo dal verbo ventilare.

Sicuramente avete già pensato al ventilatore, che è quello strumento che si usa durante l’estate, quando fa molto caldo, e che ha lo scopo di produrre del vento per rinfrescarci. Il vento è semplicemente dell’aria in movimento.

E infatti il ventilatore, muovendo l’aria, spostando l’aria all’interno di un ambiente serve a ventilare, cioè ad areare, serve a portare aria fresca in un certo ambiente: una casa, una stanza generica, un locale eccetera.

Questo significato del verbo ventilare, però, non ha nulla a che vedere col significato della frase “ventilare un’ipotesi”.

Non è possibile ventilare fisicamente un’ipotesi. Un’ipotesi infatti non è un locale, uno spazio in cui si può far circolare dell’aria con un ventilatore ad esempio. Un’ipotesi invece (un – apostrofo – ipotesi – si mette l’apostrofo perché ipotesi è un sostantivo femminile: sarebbe una ipotesi) è una condizione relativa al possibile o eventuale verificarsi di un fatto. Un’ipotesi riguarda solitamente il futuro, perché il futuro deve ancora avvenire, a differenza del presente e del passato, e quindi possiamo ipotizzare che qualcosa accada nel futuro. Possiamo fare delle ipotesi sul futuro. Ad esempio domani pioverà? Oppure ci sarà il sole?

Se ipotizziamo che pioverà, allora andrò al lavoro, altrimenti, nell’ipotesi che ci sia il sole, nell’ipotesi che domani sia una bella giornata, allora posso andare a fare una bella passeggiata.

Quindi è sul futuro che solitamente si fanno delle ipotesi, ma teoricamente posso farle in tutti i contesti in cui non abbiamo sufficienti conoscenze. Se non sappiamo qualcosa possiamo ipotizzare, possiamo fare delle ipotesi, quindi anche su un evento passato o presente: lo facciamo perché vogliamo dimostrare qualcosa. In genere si fanno diverse ipotesi sulle cose che non si conoscono, ed il fine solitamente è dimostrare qualcosa, arrivare ad una tesi, ad una assunzione. Dove ci sono delle ipotesi solitamente c’è anche qualcosa che si vuole dimostrare: una tesi. In matematica ad esempio si usano molto le ipotesi.

Si usano molto anche a livello investigativo. Quando la polizia deve fare delle indagini su un delitto o un omicidio cosa fa? Fa delle ipotesi. Non sapendo chi abbia commesso il delitto, ipotizza che lo abbiano commesso più persone diverse, e cerca di capire quale di queste ipotesi risulti più attendibile, cioè più credibile. Ogni ipotesi ha una sua attendibilità, una sua credibilità: quanto possiamo credere che ciascuna ipotesi sia credibile? Quanto mi posso attendere che sia proprio quella la verità?

Solo una delle ipotesi è vera, quindi ogni ipotesi ha un suo grado di attendibilità, che è la probabilità che io associo a quell’ipotesi che corrisponda al vero. Questa è l’attendibilità di una ipotesi. Più è elevato il grado di attendibilità di una ipotesi, maggiore è la probabilità che corrisponda alla verità, perché l’osservazione della realtà, oggi, ci porta a credere questo, soprattutto perché non ci sono circostanze ed accadimenti che ci fanno pensare il contrario o che sono in contraddizione con questa ipotesi.

Questo è un altro termine particolare: contraddizione: una contraddizione è qualcosa che sta in opposizione, che sta in contrasto con un’altra, e sta in contrasto perché è incoerente, è inconciliabile.

Quando un’ipotesi non sembra avere contraddizioni, allora posso pensare che sia vera.

Se invece ci sono alcune contraddizioni inizio ad avere dei subbi sulla sua attendibilità.

Bene a questo punto torniamo alla nostra frase: ventilare un’ipotesi, che è simile a “fare un’ipotesi”.

Un’ipotesi infatti può essere fatta, nel senso che chi “fa” un’ipotesi la presenta, prende in considerazione questa ipotesi, la considera perché questa persona reputa, cioè valuta, crede, che questa ipotesi sia attendibile. Quindi la considera come una delle ipotesi attendibili, e non la scarta finché non trova alcune contraddizioni.

Scartare un’ipotesi significa appunto non prenderla più in considerazione. Un’ipotesi ha molte contraddizioni? Allora sta perdendo credibilità, perde attendibilità, la reputo meno probabile rispetto a prima. Se le contraddizioni aumentano ad un certo punto posso dire: Beh, meglio che questa ipotesi la scartiamo. E l’ipotesi viene così scartata, cioè non più considerata attendibile. Le nostre ricerche sulla verità saranno concentrate su altre ipotesi che abbiano meno o nessuna contraddizione.

Bene, “ventilare un’ipotesi” è come “fare un’ipotesi”, ma è sicuramente più professionale e adatta in particolare quando davanti a noi abbiamo più persone alle quali vanno presentate delle ipotesi per spiegare un fenomeno.

Queste persone devono cercare di capire qualcosa, ed allora che possiamo fare? Possiamo ventilare una o anche più ipotesi, cioè possiamo prospettare, fare un prospetto di tutte le ipotesi possibili che riguardano un certo fenomeno.

Ad esempio, se lavoro in una azienda come altri lavoratori e l’azienda è in forte crisi economica, il direttore dell’azienda o l’organo decisionale può prendere decisioni diverse sul futuro dell’azienda. Ci sono pochi soldi, siamo in crisi. Cosa possiamo fare?

Anche i lavoratori se lo chiedono ovviamente e qualcuno dice che è stata ventilata l’ipotesi della chiusura dell’azienda, ed è stata ventilata anche l’ipotesi del licenziamento di parte del personale.

Vedete quindi che in realtà il significato del verbo ventilare non è così lontano poi dal suo significato primario. Il ventilatore fa muovere l’aria, ma l’aria può anche trasportare delle notizie, ed in questo caso l’aria può trasportare delle ipotesi sul futuro dell’azienda in crisi.

“Sono state ventilate più ipotesi”, dice il capo del personale ai lavoratori, ed alla fine abbiamo deciso di resistere! Non licenzieremo nessuno!

Quest’ipotesi sarebbe sicuramente la preferita dei lavoratori. Peccato che spesso invece a ventilare sono solitamente altri tipi di ipotesi.

Quindi ventilare un’ipotesi è sicuramente un modo originale per esprimere che sia stata presa in considerazione un’ipotesi, per esprimere il fatto che quell’ipotesi è una delle ipotesi che sono ventilate, cioè di cui si è parlato, che sono state considerate.

In genere si usa più spesso “fare delle ipotesi”, ma questo accade quando dobbiamo spiegare qualcosa. Chi ha fatto questo? Possono essere stato io, oppure Franco, oppure Carla, oppure Giovanna. Non lo sappiamo, quindi facciamo delle ipotesi e vediamo se troviamo delle contraddizioni.

Invece “ventilare delle ipotesi” si usa più, non per spiegare qualcosa che è accaduto, ma per cercare di risolvere un problema, per cercare delle soluzioni ad un problema che solitamente coinvolge più persone, direttamente o indirettamente.

Come salviamo questa azienda? Sono state ventilate due ipotesi: o licenziamo metà del personale (prima ipotesi) oppure aspettiamo ancora un anno (seconda ipotesi).

Facciamo un altro esempio: Trump, il Presidente degli Stati Uniti, decide di lasciare la presidenza. Una decisione clamorosa che tutti cercano di spiegarsi. Perché Trump fa questo? Si cerca allora di ventilare delle ipotesi, si cerca un motivo per spiegarci questo fatto incredibile: ha forse ricevuto delle minacce? Qualcuno l’ha minacciato? Oppure ha capito che fare il presidente degli Stati Uniti è troppo faticoso per lui? Qualcuno ventila persino l’ipotesi che sia colpa della Corea del Nord. No! Chi si è permesso di ventilare questa ipotesi? Potrebbe dire Trump ai giornalisti. L’ho fatto, dice, semplicemente perché ho capito di non essere capace, quindi torno a fare l’imprenditore. Quindi, cari giornalisti, smettetela di ventilare delle ipotesi bizzarre sul mio conto.

È una frase quindi, lo avete capito, anche molto giornalistica: non farete nessuna fatica quindi a trovare articoli su Google news in cui vengono ventilate delle ipotesi per qualsiasi ragione.

A proposito, solamente un’ipotesi può essere ventilata, nessun’altra cosa. Volendo, al limite, anche delle possibilità possono essere ventilate, con lo stesso identico significato. Infatti possibilità è un sinonimo di ipotesi, ma senza dubbio si usa molto più spesso ventilare delle ipotesi. Non ci sono altre cose che sono ventilabili, a parte una stanza o un ambiente nel senso proprio del termine.

Bene amici, grazie di essere stati all’ascolto di questo episodio e di fare parte del numeroso gruppo di ascoltatori, che a me piace chiamare la famiglia di italiano semplicemente. Grazie anche ai donatori che sostengono il nostro progetto, che è quello di imparare la lingua italiana senza sforzo ma con divertimento.

Ora facciamo un bell’esercizio di ripetizione, come facciamo sempre, nel rispetto della settima regola d’oro: parlare. Pronti? Via.

Ventilare delle ipotesi

—-

Non mi piace ventilare ipotesi

Tu hai ventilato un’ipotesi assurda

Lui ha ventilato troppe ipotesi

Lei ama ventilare ipotesi bizzarre

Noi non abbiamo ventilato alcuna ipotesi

Voi non dovete ventilare ipotesi del genere

Loro non hanno ventilato ipotesi attendibili

Ciao ragazzi un saluto e mi raccomando, se volete imparare l’italiano in modo ancora più approfondito potreste ventilare l’ipotesi di acquistare il corso di Italiano Professionale.

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italiano dante_spunta Orientare il pubblico.
portogallo_bandiera Orientar o público
spagna_bandiera Oriente al público
france-flag Orienter le public
flag_en Orient the audience
bandiera_animata_egitto

توجيه الجمهور

russia Ориентировать аудиторию
bandiera_germania Orientiere das Publikum
bandiera_grecia Προσανατολίστε το κοινό

17^ lezione di Italiano Professionale: Reputazione ed Esperienza (estratto)

Audio (estratto di 5 di 42 minuti)

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lezione_17_immagine

italiano dante_spunta L’esperienza e la reputazione in una presentazione
portogallo_bandiera Experiência e reputação em uma apresentação
spagna_bandiera Experiencia y reputación en una presentación
france-flag Expérience et réputation dans une présentation
flag_en Experience and reputation in a presentation
bandiera_animata_egitto

الخبرة والسمعة في العرض التقديمي

russia Опыт и репутация в презентации
bandiera_germania Erfahrung und Reputation in einer Präsentation
bandiera_grecia Εμπειρία και φήμη σε μια παρουσίαση

Non mi si fila

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Trascizione

Buongiorno, un caro saluto a tutti voi, amici di Italiano Semplicemente. Oggi vorrei rispondere all’invito di Alex che mi ha chiesto di spiegare una frase: non so dove l’abbia sentita o letta, ad ogni modo lo accontentiamo subito Alex.

La frase è: “Non mi si fila“.

non_mi_si_fila_immagine

Non mi si fila è una espressione idiomatica, chiaramente. E’ una espressione che capita spessissimo di ascoltare ed anche di leggere, anche se più raramente, essendo una di quelle frasi che si dicono a voce. Può comunque capitare di leggerla in chat o in email tra amici, soprattutto se nell’età dell’adolescenza.

L’espressione inizia con una negazione: “non“. In realtà esiste anche l’espressione “mi si fila“, senza la negazione. Il suo significato ovviamente è l’opposto.

Non quindi, la prima parola della frase, è la negazione. Attenzione a non confondere NON con NO: molti stranieri lo fanno. NON è un avverbio di negazione e precede di regola immediatamente il verbo. Tra i due può esserci però anche la particella “ci“, “ce“, ed anche “ne” a volte, ed anche l’avverbio “più” o “meno” qualche volta.

Esempio:

  • mia figlia non vuole sorridere;
  • mia figlia non ci vuole;
  • Quanto tempo ci vuole? Non ce ne vuole molto;
  • Non ne posso più;
  • Quanto zucchero vuoi nel caffè? Non più di un cucchiaino, grazie.

Questi sono vari esempi con “NON”.

Invece “NO” è il contrario di sì, e si usa soprattutto nelle risposte. Quindi “NON” si usa prima del verbo e si può usare sia nelle domande che nelle risposte. Invece NO è il contrario di sì e si usa solo nelle risposte.

Vediamo “mi si fila“, seconda, terza e quarta parola della frase di Alex. Cominciamo da “filare”. In questo caso filare è un verbo.

Ma filare è anche un sostantivo (anche se non è questo il caso). Il filare indica una fila, una fila di piante allineate, cioè di piante che stanno su una fila, come le viti: le viti sono le piante dell’uva, che serve a fare il vino. Il filare di viti, che è una fila di viti. Dove c’è una fila di piante quindi c’è un filare.

Come verbo “filare” significa invece più cose.

Primo significato: filare significa lavorare le fibre tessili, lavorare con il filo, cioè un tessuto ridotto in fili sottili. Il ragno ad esempio, fila la ragnatela, e mia nonna filava a maglia, cioè faceva la maglia filando la lana, filando cioè il filo della lana.

Quindi ci sono sia “le file” intese come un ordine di cose che stanno una dietro l’altra come gli alberi e ci sono “i fili“, intesi come filamenti di tessuti, parti sottili di tessuti.

Filare è però un verbo che non ha soltanto a che fare con le file di piante e con i fili dei tessuti.

Infatti nel linguaggio comune, nel linguaggio informale il verbo “filare” si usa in almeno quattro modi completamente diversi tra loro: quattro modi diversi e tutti e quattro relativi al linguaggio informale.

Il primo modo è per indicare che tutto va bene.

Come va? Fila tutto liscio?

Sì, tutto fila liscio, tranquillo. Tutto fila alla perfezione!

In questo modo quindi si vuole indicare che tutto va bene. Si usa filare per indicare che le cose che accadono, le cose che si susseguono una dietro l’altra, scandite dal tempo, si susseguono senza problemi: tutto fila liscio indica quindi lo scorrere del tempo e il fatto che il programma di attività che avevamo pensato si sta svolgendo nel migliore dei modi: “tutto fila liscio“, cioè tutto procede senza problemi, senza intoppi, senza impedimenti.

Si vuole soprattutto sottolineare l’assenza di problemi quindi. Il termine “liscio“, che si aggiunge in questo caso indica infatti una superficie senza rilievi, senza sporgenze, liscia, dove la mano può scorrere senza problemi, senza incontrare ostacoli. Quindi è una superficie uniforme, piatta, levigata, come un tavolo.

Quando tutto va bene – quando tutto fila liscio tutto va bene – tutto è a posto (si dice anche così) possiamo anche dire che “tutto fila liscio”.

Si può anche dire: “tutto fila liscio come l’olio“. In realtà sono molti i modi di esprimere l’assenza di problemi. Se volete saperne di più abbiamo fatto un approfondimento, una lezione completa che fa parte del corso di Italiano Professionale, dove nella lezione n. 9, ci occupiamo proprio dei problemi e delle espressioni che si usano: formali ed informali.

Il secondo modo di usare il verbo filare è per indicare un comportamento di una persona, soprattutto dei bambini:

Quando un bambino “fila dritto” vuol dire che si comporta bene. Semplicemente. Infatti spesso i bambini sono indisciplinati, fanno dispetti, si comportano in modo da far arrabbiare i genitori o i maestri a scuola. Allora potreste ascoltare frasi come:

Questo ragazzo è molto indisciplinato! Occorre farlo filare dritto!

Lo faccio filare dritto io, vedrai!

Finché non fili dritto sarai in punizione!

Queste sono tutte frasi che indicano il comportamento di un bambino o di un ragazzo che, se fila dritto, vuol dire che rispetta le regole. Se invece non fila dritto occorre migliorare questo comportamento, occorre qualcuno che faccia filare dritto questo ragazzo. Dritto o diritto in questo caso significa senza fare curve. Dritto è il contrario di “storto” e di “piegato“. Inoltre diritto indica anche una direzione. In questo caso la direzione del buon comportamento.

Si dice anche, “rigare diritto” col comportamento, con lo stesso significato.

Riga dritto, altrimenti sono guai!

Fila dritto, se non vuoi che mi arrabbi!

Vedete che si prende sempre ad immagine una fila, cioè una serie di oggetti messi in fila, perché quando le cose stanno in fila, come le piante, sono più ordinate. Tutte le cose in realtà se sono in fila sembrano migliori. Anche le persone quando si mettono in fila, uno dietro l’altro, e quando rispettano la fila, sono persone più ordinate e migliori. Spesso gli italiani sono un po’ carenti in questo, lo ammetto: molti italiani non rispettano la fila.

Quindi “filare” può significare che tutto va bene se diciamo “tutto fila liscio” oppure si usa nel caso di comportamenti che vanno migliorati: “il ragazzo deve filare dritto (o diritto): Fila liscio indica i problemi, fila dritto indica i comportamenti

Il terzo significato di filare è quello che ci interessa di più nella frase proposta da Alex. Infatti filare significa anche prendere in considerazione, cioè avere un interesse verso qualcosa. Solitamente si tratta di interesse verso le persone. Si usa però il verbo filare nella forma riflessiva: filarsi. Quindi si parla rivolgendosi a sé stessi ed indicando l’oggetto del nostro mancato interesse, che è solitamente una persona.

“Io mi filo Marco” che equivale a “io me lo filo”, dove “lo” indica Marco e “me” è la trasformazione di “mi” quando è seguito da un altro pronome (“lo” in questo caso è il secondo pronome)

tu ti fili Marco – tu te lo fili

lui/lei si fila Marco – lui/lei se lo fila

Noi ci filiamo Marco – Noi ce lo filiamo

Voi vi filate Marco – Voi ve lo filate

Loro si filano Marco – Loro se lo filano

Marco se lo filano proprio tutti!

Questo esempio che vi ho appena fatto non è alla forma negativa, ma nella maggior parte dei casi si usa proprio in frasi negative, che quindi hanno una negazione davanti. Quasi sempre si usano in questo modo. Sono molto rare frasi senza il non davanti. Ad esempio:

Io non mi filo Maria – io non me la filo.

Questo significa che io non do importanza a Maria. Questo è il terzo significato. A me non interessa Maria, non presto attenzione a ciò che fa Maria. Si usa normalmente quando vogliamo sottolineare una mancanza di considerazione verso una persona (Maria in questo caso).

Giovanni non si fila più Maria, hai visto?

Quindi Giovanni non prende più in considerazione Maria. Prima lo faceva, ora non più. Questo dice la frase.

Perché si usa “filare” in questo caso? Perché questo verbo? Interessante!

Credo che l’origine sia la parola “philos” che in greco significa amare, perciò se Giovanni non si fila più Maria vuol dire che non è più interessato a lei. L’origine quindi è l’amore (pensate u po’!) che tra l’altro è in generale l’origine di tutto, non solo della frase di oggi!

Non è un caso che esiste la frase “fare il filo“, un’altra espressione informale (anche questa) che è strettamente collegata all’amore ed ai sentimenti: fare il filo vuol dire essere interessati, amare qualcuno; esattamente il contrario dell’espressione di oggi “non mi si fila“. Anche questa è una espressione che si usa molto tra i ragazzi:

Una volta Giovanni faceva il filo a Maria, ricordi? Ora invece non se la fila più!!

Questa frase significa che Giovanni, una volta, cioè prima, qualche tempo fa, amava Maria, o semplicemente la corteggiava, era interessato a lei, le faceva il filo, cioè le mostrava interesse, voleva mettersi con lei, voleva fidanzarsi con Maria. Oggi invece Giovanni ha perso interesse verso di lei. HA perso interesse verso Maria. Oggi Giovanni non si fila più Maria. Non se la fila più. Oggi Giovanni non è più interessato a Maria.

Notate che ho detto “non se la fila più“: “Giovanni non se la fila più“.

La parolina “se” (che è un pronome) è quindi una trasformazione di “si”. Come prima quindi: si diventa “se” perché dopo c’è un altro pronome “la“, che si riferisce a Maria. “Se la” serve a non ripetere il nome di Maria.

Giovanni non si fila più Maria” che è uguale a “Giovanni non se la fila più“.

Maria potrebbe dire: Giovanni non mi si fila più! Questo potrebbe dire Maria.

Ecco che siamo arrivati alla frase di Alex: “non mi si fila“.

Non mi si fila quindi significa “non mi dà importanza”, “non è interessato a me”.

Attenzione perché in teoria devo mettere la particella “si” prima di filare (non mi si fila) perché in questo modo si indica “filarsi”, la forma riflessiva di filare. In realtà però anche “Giovanni non mi fila più” (senza il “si”) ha lo stesso significato ed è una forma equivalente ed ugualmente usata nel linguaggio comune. Con o senza il “si” non cambia. Quindi allo stesso modo “Marco non se la fila” equivale a “Marco non la fila”, eccetera. Possiamo eliminare il riferimento a sé stessi.

Facciamo quindi un po’ di esercitazione con queste frasi per fissarle bene in mente. Provate quindi a ripetere dopo di me. Non pensate troppo alla grammatica. E’ importante questo. Limitatevi a ripetere.

Francesca non mi si fila! … Francesca non mi fila!…

Leonardo non ti si fila! … Leonardo non ti fila! …

Eleonora non se lo fila! … Eleonora non lo fila! …

Marco non se la fila! … Marco non la fila! …

Ok. Adesso vediamo adesso un altro esercizio verbale. Io vi dico una frase e su questa frase vi farò qualche domanda. Ascoltate la frase, poi provate a ripetere la domanda oppure a rispondere, ok? Avrete il tempo necessario per farlo. Poi dopo la pausa vi do io la risposta che potete ripetere se volete. La frase è la seguente

Leonardo non si fila più Maria. Non se la fila più perché a Leonardo ora piace Stefania.

Domanda: Chi non si fila più Maria?

Risposta: Leonardo. E’ Leonardo che non si fila più Maria.

Domanda: Chi è la persona che Leonardo non si fila più?

Risposta: E’ Maria. La persona che Leonardo non si fila più è Maria.

Domanda: Perché Leonardo non si fila più Maria?

Risposta: Leonardo non si fila più Maria perché a Leonardo ora piace Stefania.

Domanda: perché Leonardo non se la fila più?

Risposta: Leonardo non se la fila più perché ora gli piace Stefania.

Domanda: a chi ora piace Stefania?

Risposta: a Leonardo ora piace Stefania.

Domanda: è Maria che non si fila più Leonardo?

Risposta: no, non è Maria che non si fila più Leonardo. E ‘Leonardo che non si fila più Maria.

Domanda: Leonardo ora chi si fila?

Risposta: Leonardo ora si fila Stefania. E’ lei che si fila ora Marco.

Bene, prima di concludere questo episodio, vorrei dirvi che esiste anche un altro modo molto diffuso per esprimere un concetto simile: la frase è “dare retta” o anche “dar retta“, senza la e finale del verbo dare.

Il concetto non è del tutto uguale a “filarsi qualcuno“, perché non c’è più il verbo filare che ha un significato più importante. Però “dar retta” è quasi uguale, e comunque si usa in più circostanze rispetto a filarsi qualcuno.

La retta però in fin dei conti indica una linea diritta in geometria, quindi dar retta è abbastanza simile a filare.

Quindi “dar retta” significa ugualmente ascoltare, prestare attenzione, ma per motivi meno personali in genere:

Dammi retta un momento, ti prego, ho una cosa importante da dirti!

Questo è un esempio per farvi capire. Oppure:

Se mi avessi dato retta, ora non avresti questi problemi!

Quindi dar retta è più leggero, diciamo rispetto a filarsi, è più “ascoltare“, “prestare attenzione” o anche “ascoltare i consigli” a volte. Non c’entrano i sentimenti.

Caro Alex, se mi hai dato retta attentamente confido che tu ora sappia usare l’espressione “non mi si fila” anche se ti auguro di non usarla mai per motivi sentimentali ovviamente.

Avevo dimenticato però di parlarvi del quarto modo di usare il verbo filare: “filarsela“, anche questo informale, che significa andarsene via rapidamente- questo è filarsela – squagliarsela, telare, svignarsela, quindi andar via rapidamente, per fretta, oppure per paura. Non ha niente in comune con i tre significati precedenti del verbo filare che abbiamo visto prima:

Filare liscio (1° significato) che significa “va tutto bene”, “filare dritto” (2° significato) che è il comportamento di chi si comporta bene, e poi c’è “filarsi qualcuno”, prendere in considerazione qualcuno (3° significato). Questo quarto significato però (filarsela, cioè andarsene) potrebbe trarci in inganno a volte. Attenzione infatti alla seguente frase: io non me la filo:

Io non me la filo” può significare due cose. Primo significato: io non presto attenzione ad una persona (io non mi filo Maria, quindi io non me la filo, riferito a Maria), oppure (secondo significato) io non me ne vado, cioè io resto, io rimango qui, in questo posto.

Analogamente “tu non te la fili” può significare che tu non presti attenzione, che tu non sei interessato ad una persona, di sesso femminile ovviamente (non te “la” fili), oppure che tu non te ne stai andando rapidamente, che non stai andando via, cioè che non te la stai squagliando. Tu non te la fili in questo caso è come “non te la svigni”, “non teli”, “tu non te la dai a gambe levate”. Ci sono molti modi per dire che tu non te ne vai.

Attenzione perché in questi casi è solamente il contesto che può aiutarci a capire la frase. Non sempre infatti, come avete visto, il pronome “la” si riferisce ad una persona di sesso femminile.

Terminiamo questo episodio con un saluto a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente che ci seguono sempre e con un ringraziamento ad Alex che mi ha fatto questa domanda. Spero non se ne sia pentito!

Ringrazio anche chi sostiene economicamente Italiano Semplicemente e che lo fa attraverso una donazione. Lo faccio spesso perché mi sembra giusto ringraziare coloro che, tra tutti, si filano maggiormente Italiano Semplicemente (possiamo dire così) e quindi che si filano la sua missione che è quella di aiutare tutti gli stranieri a non perdere il filo che li tiene attaccati all’Italia ed alla lingua italiana. Scusate il gioco di parole!

Adesso si è fatto tardi, saluto tutti e me la filo anche io! Ciaooo!

16^ lezione di Italiano Professionale: Introdurre una presentazione (descrizione)

Descrizione

Questa lezione è la prima lezione della seconda parte del corso di Italiano Professionale, disponibile per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Se ti interessa il corso e vuoi far parte dell’Associazione inoltra la tua domanda.

Per farti un’idea, ascolta un episodio in cui sono utilizzate alcune delle espressioni della lezione n. 16

italiano dante_spunta La prima parte di una presentazione: benvenuto, saluti, ringraziamenti, espressioni tipiche.
portogallo_bandiera A primeira parte de uma apresentação: bem vindo, saudações, obrigado, expressões típicas.
spagna_bandiera La primera parte de una presentación: bienvenida, saludos, gracias, expresiones típicas.
france-flag La première partie d’une présentation: accueil, salutations, remerciements, expressions typiques.
flag_en The first part of a presentation: welcome, greetings, thanks, typical expressions.
bandiera_animata_egitto

الجزء الأول من العرض: ترحيب، تحية، شكر، تعبيرات نموذجية.

russia Первая часть презентации: приветствие, приветствия, спасибо, типичные выражения.
bandiera_germania Der erste Teil einer Präsentation: Begrüßung, Grüße, Danke, typische Ausdrücke.
bandiera_grecia Το πρώτο μέρος μιας παρουσίασης: ευπρόσδεκτα, χαιρετισμούς, ευχαριστίες, τυπικές εκφράσεις.

Non sia mai

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Descrizione

 

Questa espressione è “Non sia mai”. L’espressione è composta da tre parole. La prima parola è “non”.

Cos’è “non”? “Non” è simile a “no”, che è un’esclamazione, una negazione.

Anche “non” serve per negare. Spesso gli stranieri, prevalentemente i principianti confondono l’utilizzo di “no” e l’utilizzo di “non”.

La differenza fondamentale tra “no” e “non” è che dopo la parola “non” ci va sempre un verbo, mentre “no” è un’esclamazione.

Quindi ad esempio:

“Sei Italiano?”.

“No, non sono Italiano”.

La seconda parola dell’espressione è “sia”. Quindi “sia” è il verbo essere.

Infatti dopo “non” va un verbo, quindi “non sia” è corretto.

Sia è il congiuntivo del verbo essere. “Non sia” è simile a “non è”. Sappiamo che il congiuntivo si usa in determinate occasioni.

Quando si usa il congiuntivo?

Abbiamo già visto in altri episodi di Italiano Semplicemente che la presenza del congiuntivo in generale possiamo dire che avviene quando c’è incertezza, cioè quando non c’è certezza. Quindi “non sia” è diverso da “non è” perché “non è” è la negazione di “è”.

Quindi se una cosa “è” vuol dire che esiste, se “non è” non esiste. “Non sia” esprime invece incertezza.

Non sia mai, che è esattamente l’espressione che sto cercando di spiegarvi, non è la stessa cosa che “non è mai”.

“Non è mai” è un rafforzativo di “non è”. “Mai” è la terza parola, sta lì a rappresentare la frequenza di un avvenimento, di qualcosa che accade.

“In Italia non è mai accaduto che nevicasse ad agosto”, ad esempio, vuol dire che ad agosto non nevica mai.

Quindi vuol dire che ad agosto non capita mai. Non nevica mai.

Okay, questa è una certezza. Non è mai accaduto, non c’è alcun dubbio su questo.

Invece non sia mai esprime incertezza, una mancanza di certezza. Quando si usa questa frase?

Si usa ogni volta che nel futuro potrebbe accadere qualcosa ma noi non vogliamo che questa cosa accada.

Quindi la allontaniamo.

La allontaniamo mentalmente dicendo “non sia mai”.

In particolare, non solo la allontaniamo mentalmente ma vogliamo anche fare qualcosa.

Vogliamo rimediare, anzi vogliamo prevenire. Vogliamo prevenire questa cosa che potrebbe accadere, questo evento. Okay?

Ad esempio “Non sia mai che domani piove”

Quando è che usiamo questa frase?

La usiamo quando facciamo qualcosa che serve a prevenire, a ripararci contro la possibilità che domani piova.

E cosa si fa per prevenire le conseguenze negative della pioggia?

Ad esempio si acquista un ombrello: si può acquistare un ombrello.

Allora posso dire:

Voglio acquistare un ombrello, non sia mai che domani piova

Oppure: non sia mai che domani piove.

Oppure non sia mai che domani dovesse piovere.

Ci sono diversi modi di esprimere lo stesso concetto, dipende dalla forza che vogliamo dare all’incertezza.

È meglio che compri un ombrello, è meglio che io acquisti, che io compri un ombrello, non sia mai che domani piove, o non sia mai che domani piova o non sia mai dovesse piovere domani.

Okay, c’è incertezza.

Non sappiamo se domani pioverà.

Per poterci cautelare contro l’eventualità che domani possa piovere acquistiamo un ombrello.

Questo è uno dei tanti modi di usare la frase non sia mai.

Posso fare altri esempi:

È meglio che io ripassi l’inglese, non sia mai che domani debba capitare di parlare con qualcuno in inglese e che io non sia preparato.

È meglio che domani io sia ben preparato.

È quindi meglio che io inizi a studiare inglese, non sia mai dovessi parlare con qualcuno in inglese.

Oppure: se ho un esame di matematica domani, ho studiato tutto, tutto quello che c’era da studiare tranne la moltiplicazione ad esempio, allora oggi posso dire è meglio che io mi studi anche la moltiplicazione perché non sia mai che il professore me la chiede (o chieda), non sia mai che il professore me lo  chiederà. In teoria posso anche dire così.

Normalmente nelle frasi di tutti i giorni si può usare l’indicativo:

non sia mai che il professore mi chiede la moltiplicazione

Può capitare di ascoltare l’ uso del congiuntivo:

non sia mai che il professore mi chieda proprio questo.

Oppure:

non sia mai che il professore mi chiederà questo.

Ma questo è anche scorretto dal punto di vista grammaticale.

Dunque, non sia mai che il professore “mi chiede” questo o che “mi chieda” questo. Quindi è meglio che oggi io “mi ripassi”, “mi studi” ancora una volta per poter ricordare meglio domani le moltiplicazioni, non sia mai che domani me le chiede.

Questo è un altro esempio analogo a quello di prima, quando dovevamo acquistare un ombrello (non sia mai domani dovesse piovere) che non ha niente di ironico. Siamo d’accordo su questo.

Dicevo però che questa è un’ espressione che si può usare per prendere in giro qualcuno. E quando è che possiamo prendere in giro qualcuno?

Quando questo qualcuno è particolarmente attento alle cose che possano accadere e che sono fonte di preoccupazione.

Se ci sono delle persone molto ansiose, che cioè sono molto preoccupate in generale delle cose che accadranno o che potrebbero accadere nel futuro, quindi delle persone ansiose (che provano ansia), sono le persone che sono molto preoccupate del futuro in generale, che quindi pensano continuamente a tutte le cose che possano accadere.

Chi di noi non è stato ansioso nella sua vita?

Penso capiti un po’ a tutti.

Ci sono persone poi particolarmente più ansiose delle altre, tanto ansiose che a volte ti trasmettono un po’ d’ansia, fanno provare ansia anche a te, fanno venire la preoccupazione anche a te, dici:

“Oddio, che ansia mi hai messo, mi hai messo un’ ansia addosso! E’ meglio che io mi allontani. Non voglio essere ansioso come te, cerca di stare calmo! stai calmo, non essere cosi ansioso!

E allora, per prendere in giro queste persone si usa spesso la frase non sia mai.

Ad esempio se parlo con un amico e lui mi dice:

Sai, domani ho un appuntamento alle otto di mattina.

Ah, hai un appuntamento alle otto di mattina? E quando parti da casa?

Mah,  – dice il mio amico – dovrei impiegare cinque minuti per arrivare alle otto di mattina ma io per sicurezza partirò alle sei di mattina, due ore prima.

“Ah” – dici tu – “non sia mai arrivi in ritardo.

È questo quindi un modo per prendere in giro, come per dire:

Parti due ore prima perché hai paura che tu possa arrivare in ritardo?

Quindi si dice “non sia mai che tu possa arrivare tardi, quindi è meglio, fai bene a partire alle sei di mattina, non partire più tardi delle sei di mattina perché non sia mai tu possa arrivare tardi.

È meglio partire molto presto, anzi sai che ti dico? Parti alle cinque, non sia mai possano accadere cose che ti possono fare ritardare.

Parti ancora prima delle sei, non sia mai!

Spesso si può dire anche così: “non sia mai”, e non aggiungere altro.

È ancora più ironico delle frasi in cui si specifica la cosa che può accadere dopo.

Quando si dice soltanto: “non sia mai!” potete star certi che la frase è ironica.

E si può usare anche verso se stessi.

Verso gli altri più spesso, ma verso se stessi anche. Succede anche questo.

Dire: “per sicurezza” o “cautelativamente è meglio che io faccia questo” o “per sicurezza è meglio che io faccia questo” non è ironico.

Se si vuole essere ironici, nel linguaggio di tutti i giorni, quindi in modo informale ovviamente, meglio dire “non sia mai” e basta, senza aggiungere altro.

Cosa fai mamma domani?

Domani devo andare a fare la visita dall’oculista, e ho paura di fare un incidente con la macchina.

Ah, come mai hai paura? È tanto lontano?

No, sono cinquanta metri, ma è meglio che io non vada a piedi.

Ah certo, non sia mai!

Posso rispondere io.

Che vuol dire: non sia mai tu debba fare un incidente percorrendo cinquanta metri con la macchina.

Ovviamente questo è soltanto un esempio, ma l’importante è che questi esempi vengano fatti in contesti familiari e quando parlate con persone con le quali potete permettervi di fare una battuta, potete permettervi di essere ironici.

Se state parlando con un vostro professore universitario non potete usare questa espressione perché potrebbe essere offensiva nei suoi confronti.

Anche se parlate di qualcun altro, in questi casi è meglio usare altre espressioni, è meglio dire:

“Per sicurezza è bene che tu faccia questo!

Oppure:

“Ha fatto bene a comportarsi in questo modo perché altrimenti sarebbe successo quest’altro”

Quindi meglio non usare “non sia mai” come forma preventiva.

Nel passato abbiamo visto anche un’ altra espressione simile che si usava in circostanze di questo tipo e l’espressione era “scongiurare un pericolo”.

Se non avete ascoltato quel episodio vi consiglio di ascoltarlo: “scongiurare un pericolo” è un’espressione non ironica, è un’espressione che significa semplicemente allontanare un pericolo, scongiurarlo.

È un verbo particolare “scongiurare”, che si usa soltanto per i pericoli, per le cose pericolose che potrebbero accadere.

Quando si vuole rimediare ad un pericolo, quando si vuole fare in modo che qualcosa non accada, allora si prende una misura preventiva, (cioè che si fa prima), quindi si mette in atto una misura preventiva, qualcosa che possa prevenire l’accadere di qualcosa o che possa attenuare le conseguenze di un evento.

Allora per poter scongiurare il pericolo che io domani mi bagni è bene che acquisti un ombrello.

Per poter scongiurare il pericolo che tu, mamma, domani possa fare un incidente, non sia mai, è bene che tu vada a piedi.

Per poter scongiurare il pericolo che arrivi tardi all’appuntamento alle otto di mattina, non sia mai, è bene che tu parta da casa molto tempo prima.

Quindi la frase “scongiurare un pericolo” si usa in contesti analoghi, contesti dello stesso tipo, soltanto che “non sia mai” è ironica, soprattutto se non è seguita da nient’altro, mentre “scongiurare un pericolo” è una frase molto più spesso usata allo scritto in contesti non ironici.

Bene ragazzi, credo che sia tutto per questa espressione di oggi. Grazie a tutti, grazie di aver ascoltato questi episodi e mi fa molto piacere che questi episodi e le frasi di tutti i giorni che si usano anche in senso ironico, trovino l’apprezzamento da parte vostra, voi che fate parte della famiglia di Italiano Semplicemente, che cioè ascoltate i nostri podcast di frequente.

Questa di oggi è una di quelle tante espressioni che non troverete mai su un libro di Italiano ed è anche difficile trovarla spiegata in maniera accurata su internet.

E’ anche molto importante badare al tono con cui viene pronunciata l’espressione “non sia mai”: se si vuole essere ironici il tono è un tono particolare.

“Non sia mai”, e poi si fa una pausa.

Eh, non sia mai!

Si usa un tono apparentemente serio.

Il fatto che però non segua nulla dopo “non sia mai” dà all’espressione un senso ironico.

Questo è difficile impararlo leggendo una frase e una spiegazione su internet.

Grazie a tutti ancora una volta, grazie ai donatori che sostengono economicamente, che aiutano Italiano Semplicemente con le loro donazioni. Grazie a tutti e ci vediamo presto con la prossima espressione di Italiano Semplicemente. Ciao.

E ti pareva!

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Bentrovati a tutti e bentornati sulle pagine di Italiano Semplicemente.

Io sono Giovanni, il creatore del sito, senonché la voce principale, anche se ci sono molte persone che mi aiutano di tanto in tanto.

Oggi ragazzi vediamo di affrontare la spiegazione di una frase utilizzata in tutta Italia.

La frase è “e ti pareva!”. Tre parole: e, ti, pareva.

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Capita spessissimo di incontrare questa esclamazione, perché di una esclamazione si tratta.

Questa esclamazione, in quanto tale, si utilizza solamente all’orale. Difficile ma non impossibile trovare questa frase per iscritto ma può capitare, soprattutto quando si esprime una opinione personale e ci si rivolge in modo informale ad un amico.

Questo quindi è molto importante dirlo subito: si sta esprimendo una opinione personale. Vediamo perché.

Diciamo subito che il sentimento, l’emozione legata alla frase non è positivo. Si tratta di leggero stupore, di leggera meraviglia, e nello stesso tempo di dispiacere. A volte c’è anche dell’ironia, ma non è detto. Non sempre.

E’ accaduto qualcosa e di fronte a questo evento di fronte a questo accadimento, si esprime una emozione di dispiacere. Leggero stupore e dispiacere.

Dico leggero stupore perché si tratta di qualcosa che non era del tutto inaspettato. Non è proprio una cosa sbalorditiva quello che è successo. In qualche modo me l’aspettavo; poteva accadere. Questa cosa che è accaduta me l’aspettavo, ma speravo che non accadesse. La mia speranza era che questa cosa non accadesse, che questo accadimento non si fosse verificato; ma purtroppo è avvenuto.

Infatti “pareva“, il verbo utilizzato nella frase – la terza parola della frase – è il verbo “parere” che è un verbo equivalente a “sembrare” e “somigliare“.

E ti pareva!” col punto esclamativo, è una frase che appunto sta ad indicare che la cosa accaduta era prevedibile. Non era certa ma prevedibile e di fronte a questa cosa si manifesta dispiacere. Oppure, se non si tratta di una cosa negativa della quale ci si dispiace, è un avvenimento che non ci stupisce, che “era nelle corde“, “era nell’aria” che cioè poteva accadere, e con questa esclamazione si sottolinea che chi parla lo aveva intuito.

Quindi si esprime o dispiacere verso quanto accaduto o la prevedibilità di quanto accaduto. O entrambe le cose: dispiacere e prevedibilità. Con prevedibilità intendo la constatazione che quello che è accaduto era stato previsto personalmente; la constatazione, cioè l’aver constatato, l’aver verificato, che quello che è avvenuto c’era un alto rischio che accedesse. Dico rischio perché la cosa ha delle conseguenze negative.

E ti pareva!”. E’ molto importante il tono che viene usato: alto all’inizio e basso a seguire: “E ti pareva!”. La lettera “e” iniziale è più marcata, più evidenziata, pronunciata con un tono più alto, perché come detto serve a enfatizzare. Se non metto la “e” iniziale invece dico semplicemente “ti pareva!” accentuando la parola “ti”.

“E” all’inizio della frase è una congiunzione. Può anche essere omessa. Potete anche togliere questa prima parola perché serve solamente a enfatizzare, serve solo a sottolineare lo stupore ed il sentimento di dispiacere legato all’espressione.

Questo modo di dire “ti pareva” o “mi pareva” con o senza la lettera e, è in realtà una forma abbreviata. E’ un modo veloce di esprimere un parere, cioè una opinione. Un modo veloce che volendo potrei esprimere in altri modi:

  • Me l’aspettavo!
  • Secondo me questa cosa era prevedibile.
  • Per la mia esperienza, mi sembrava strano che non succedesse così!
  • Ecco, hai visto cosa è successo? Cosa ti avevo detto?
  • Guarda cosa è successo! Hai visto? Io l’avevo previsto!
  • Visto? Non sembrava anche a te che fosse nell’aria?
  • Visto? Non pareva anche a te fosse nell’aria?

E altre frasi equivalenti. Più brevemente: “e ti pareva!“. Breve, conciso, sintetico, efficace.

Facciamo alcuni esempi.

C’è la partita Roma-Real Madrid alla tv. Il Real Madrid è molto più forte della Roma, quindi mi aspetto che vinca il Real Madrid. Appena il Real fa un gol io dico: nooooo, e ti pareva!

Se invece segna la Roma dico: sììì, e vai!! Forza Roma!

Se non vi piace lo sport o tifate per il Barcellona, facciamo un secondo esempio più legato al. Un esempio mondo del lavoro.

Ammettiamo che nel tuo ufficio capiti spesso che diano la colpa a te di alcune cose sbagliate che accadono. Sei sempre tu la persona a cui danno la colpa, guarda caso. All’ennesimo episodio, cioè ancora una volta, dopo altre tante volte che è accaduto, danno ancora una volta la colpa a te, puoi dire:

  • E ti pareva! Ti pareva che anche stavolta non era colpa mia! Lo sapevo io! Succede sempre così, è sempre la stessa storia! Guarda caso è sempre colpa mia!

Quindi in questo caso è uno sfogo; ti senti accusato di essere il colpevole di un fatto accaduto, e come al solito, invece di cercare il colpevole, si dà la colpa a te come sempre.

Una alternativa breve e sintetica può essere “lo sapevo!“, che esprime lo stesso concetto, forse in modo meno ironico ma più arrabbiato: “lo sapevo io!”.

Se tu “lo sapevi” vuol dire che lo avevi immaginato, avevi previsto accadesse, perché nel passato era già accaduto più volte un episodio analogo a questo, ed anche questa volta non poteva essere che così!

Apriamo ora una parentesi sul verbo “parere“.

Quando una cosa “pare” un’altra, allora vuol dire che sembra un’altra, che assomiglia ad un’altra. I verbi parere, somigliare e sembrare sono molto vicini tra loro.

Anche per le persone vale lo stesso discorso. Se io paio mio fratello, allora somiglio a mio fratello, sembro mio fratello.

Il verbo parere si utilizza poco però. Si usa quasi esclusivamente con la terza persona: lui pare, lei pare, oppure una cosa pare. Rarissimo l’utilizzo nelle altre persone a parte in alcune forme che vediamo dopo.

Non si usa mai dire ad esempio: io paio mio fratello, o tu pari tuo fratello. Piuttosto si usa “io somiglio a mio fratello”, o tuttalpiù “io sembro mio fratello”. A me personalmente risulta difficile anche intuire come sia la coniugazione del verbo parere in alcuni modi come le varie forme del congiuntivo ad esempio. Il motivo è che si usa poco come verbo al di là dei casi citati. Si usano quasi sempre sembrare, somigliare e apparire.

Parere è invece molto usato nelle poesie e a livello letterario in generale. siete stupiti?

Pensate che era soprattutto molto usato nel passato, soprattutto tra il 1700 e il 1800 ma il suo utilizzo oggi è un po’ scemato.

Ho un esempio da farvi relativo a Dante Alighieri, e questo esempio si riferisce al 1293.

“Tanto gentile e tanto onesta pare”; questo è il titolo di un sonetto di Dante, di un’opera di Dante Alighieri contenuto nella Vita Nova, che è poi la prima opera di Dante. Pensate un po’. La prima opera. Pare sia la prima opera di Dante. Così pare almeno!

Questa frase (Tanto gentile e tanto onesta pare) è riferita a Beatrice, la sua donna. “Pare”, in questo sonetto è un verbo importantissimo. L’utilizzo del verbo parere è fondamentale perché Dante in questo modo vuole esprimere l’emozione soggettiva di chi osserva Beatrice e vuole dire che chiunque osservi Beatrice, chiunque guardi la sua donna, immediatamente nota le virtù di Beatrice. A chi guarda Beatrice, a chiunque la ammiri, Beatrice pare tanto gentile e tanto onesta. L’emozione di chi osserva è sottolineata con il verbo “parere”.
Ovviamente Dante avrebbe potuto scrivere “sembra ma probabilmente Dante non voleva apparire dubbioso, non voleva dare l’impressione di avere dei dubbi su Beatrice, voleva invece lodarla, dare evidenza delle sue qualità, non metterle in discussione.

E infatti “sembrare” dà più l’idea soltanto di una opinione personale, che può essere condivisa o meno da altre persone. Dicendo “sembra” si evidenzia incertezza, la mancanza di sicurezza.

Apparire” è abbastanza simile a “parere” e forse potrebbe meglio essere utilizzato in sostituzione a parere, ma sicuramente parere “suona meglio”, come si dice, vale a dire è più melodico e nella frase, nel titolo del sonetto la frase è più bella con “parere”.

Ai giorni d’oggi il verbo parere, oltre a ricordarci qualche poesia e qualche sonetto, si usa solamente in alcuni contesti ed in alcune locuzioni legate alla conversazione. Una di queste locuzioni è appunto “ti pareva“, o “mi pareva” che hanno lo stesso significato.

In effetti quando si dice “e ti pareva“, non è detto che si stia parlando con qualcun altro. Non ci si sta rivolgendo a qualcuno, non si sta facendo alla persona che si ha di fronte una domanda. Potrebbe anche essere una osservazione che si fa dentro di sé. “Ti pareva” e “mi pareva” sono pertanto equivalenti. Ovviamente si tratta di una osservazione personale, di una opinione di chi parla, quindi in teoria sarebbe più corretto dire “mi pareva”. Si usano entrambe le forme con la stessa frequenza. Forse “ti pareva” esprime una maggiore volontà di condivisione, quasi per voler ricevere conforto dal proprio interlocutore, se c’è un interlocutore.

Potrei ugualmente dire, con lo stesso significato:

  • mi pareva strano!

Notate il tono con cui si pronuncia questa frase: ” e mi pareva strano!”.

La stessa cosa è dire:

  • mi sarebbe parso strano se quello che è successo non fosse successo!

Quindi “mi sarebbe parso strano” diventa “mi pareva strano!“: il condizionale passato, che è la forma corretta, si sostituisce con l’indicativo imperfetto e diventa una esclamazione. Grammatica a parte comunque, che non è il mio forte, questa è un’esclamazione più netta e concisa oltre che più colloquiale, e si sa, quando si parla in modo colloquiale si dà più importanza alle emozioni.

Quando si esprime un parere in modo colloquiale, se vogliamo esprimere quindi rammarico, dispiacere, amarezza per quanto accaduto, uso “mi/ti pareva” all’interno di una esclamazione: mi pareva! mi pareva strano! E ti pareva strano! E mi pareva strano!

Posso mettere in questi casi anche “sembrava” al posto di “pareva” e non cambia nulla. Pareva è più usata perché esprime maggiore rammarico e dispiacere.

Attenzione adesso: se utilizzo l’indicativo presente la frase diventa:

– “Mi pare strano”. Mi pare strano non esprime dispiacere, rammarico. Esprime semplicemente un dubbio. ed anche il tono cambia.

Se oggi c’è il sole e non si vede neanche una nuvola nel cielo, magari un amico ti dice: “ho sentito le previsioni per domani: pioverà tutto il giorno”.

  • Mi pare strano!

Mi pare strano, cioè mi sembra strano, con questo sole che c’è oggi! Possibile che domani piova tutto il giorno? Strano! Infatti nulla è ancora accaduto. Domani vedremo. E domani arriva.

Domani tra l’altro potrei avere un impegno importante e sarebbe un problema se dovesse piovere tutto il giorno come dicono le previsioni oggi. Se poi domani dovesse piovere, allora domani potrò dire:

  • E ti pareva! Proprio oggi! Proprio oggi che avevo un impegno!

Questo esempio mi permette di aggiungere qualcosa in più sull’espressione “ti pareva!” di cui finora vi ho solo accennato.

L’espressione infatti si usa per manifestare dispiacere, come abbiamo detto, perché oggi ho un impegno importante e non vorrei che piovesse, quindi se oggi piove potrei avere dei problemi; oltre al dispiacere però c’è qualcosa di più. E’ come se volessi sottolineare la sfortuna, il caso che mi ha colpito:

  • Tra tutti i giorni possibili doveva piovere proprio oggi! Proprio oggi che ho questo impegno! E ti pareva! Guarda caso! Sono il solito sfortunato! Succede sempre così!

Come vedete ho anche utilizzato “guarda caso”, un’espressione ironica che abbiamo già incontrato e spiegato. Le due espressioni infatti possono usarsi negli stessi contesti. Quando questo accade stiamo ovviamente facendo ironia. Non esprimiamo solo dispiacere ma anche ironia. Un’ironia particolare, un’auto ironia, una ironia su noi stessi la maggior parte dei casi.

In questi casi si usa quindi maggiormente in prima persona, quando si parla di se stessi, quando si esprime un’opinione su un qualsiasi argomento che ha degli effetti negativi su di noi.

Notate che la parola parere non è solamente un verbo, ma è anche un sostantivo. Un parere è semplicemente una opinione; tra le altre cose è una opinione professionale. Questo è molto interessante, e lo vedremo più nel dettaglio all’interno del corso di Italiano Professionale. Merita una lezione a parte.

Il verbo parere quindi si usa poco, come dicevo, nel senso di sembrare, apparire, ed invece fa parte di alcune espressioni particolari come proprio quella di oggi.

Non è l’unico modo di usare questo verbo. Tra l’altro posso farlo anche parlando di una cosa passata: “mi parve strano” che si usa quando si parla di molto tempo fa.

Poi c’è anche “come mi pare“, “come ti pare“, “come vi pare” , “come le pare” e “come gli pare“. In questo caso si usa al posto del verbo volere.

Quindi “fai come ti pare” significa “fai come vuoi”, cioè decidi tu, prendi tu la decisione. Anche queste sono modalità colloquiali per esprimere una opinione ma in questo caso lo si fa in modo scocciato, in modo infastidito, in un modo che esprime la perdita della pazienza.

– Uffff, ma fai come ti pare! Fai un po’ come ti pare!

Che significa: fai come vuoi, mi sono stancato.

Analogamente se parlo di un’altra persona posso dire:

– Faccia come gli pare!

Cioè: “faccia pure come vuole, faccia pure come preferisce, prenda lui la decisione, considerato che mi ha stancato, considerato che la mia opinione non conta. Mi sono stancato”, oppure “non mi interessa, non posso perdere tempo!”

Il tono anche in questo caso è importante. Lo è anche in ambito professionale, dove si preferisce però utilizzare modalità diverse per esprimere opinioni di questo tipo.

Vedremo nel corso di Italiano Professionale, quali sono i modi per esprimere un parere in modo più formale, quindi le forme più usate al lavoro, nelle riunioni e con persone che non si conoscono. Una lezione molto interessante.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione dove dovrete ripetere le frasi che dirò usando lo stesso tono. Assicuratevi che non ci siano italiani attorno a voi!

E ti pareva!

Ti pareva!

Mi pareva strano!

Per finire vi faccio ascoltare un breve spezzone della sigla di una trasmissione tv che ha come titolo “E mi pareva strano“: la sigla è cantata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, una coppia comica italiana.

I verbi professionali: CONTRARRE

Audio

 

Trascrizione

Buongiorno, siamo arrivati al verbo numero 24.

Vediamo in questo episodio un verbo che ha moltissimi utilizzi, e fra questi ce ne sono alcuni di uso esclusivamente professionale, cioè in ambito lavorativo.

Sapete che la caratteristica dei verbi professionali è quella di essere verbi specifici del mondo del lavoro e non molto conosciuti dalle persone la cui lingua madre non è l’italiano.

Contrarre” fa sicuramente parte di questa categoria di verbi.

Non è sicuramente molto usato dagli stranieri, io direi per niente usato.

È invece molto utilizzato nel mondo del lavoro e si incontra molto spesso anche nella vita di tutti i giorni degli italiani. I motivi sono diversi.

Alla fine di questo episodio, per facilitarvi il compito di ricordare meglio i vari significati del verbo racconterò una piccola storia, in cui utilizzerò tutti i significati che vi spiego ora. Un modo che abbiamo già utilizzato su Italiano Semplicemente e che fa parte del metodo utilizzato, basato sulle emozioni. Vedrete che vi piacerà. Passiamo alla spiegazione.

Contrarre si usa moltissimo nel mondo del lavoro ma ha anche  alcuni significati usati nella vita di tutti i giorni. Tutti questi modi comunque, professionali e non professionali, hanno qualcosa in comune.

Contrarre infatti significa restringere, cioè ridurre, far diventare qualcosa più piccolo, oppure (secondo significato) contrarre significa fare proprio, prendere, in un certo senso anche “avere”. Due grandi categorie di significati quindi: ridurre e prendere.

 

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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Guarda caso!

Trascrizione

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Saluto tutti i membri della grande famiglia di Italiano Semplicemente, che aumenta di giorno in giorno. Grazie di essere qui all’ascolto di questo nuovo episodio, dedicato ad una espressione idiomatica molto utilizzata dagli italiani di ogni luogo. “Guarda caso”. Questa è l’espressione di oggi: “guarda caso“. Due sole parole.

Non è una espressione facile da comprendere per diversi motivi.

Il primo motivo è che le due parole non sembrano legate tra loro: guarda e caso, le due parole dell’espressione, sembrano non avere cose in comune; un legame particolare.

Secondo motivo: non c’è un senso figurato. L’espressione non ha un senso figurato, non c’è quindi neanche un’immagine, neanche una metafora che può aiutarci.

Terzo motivo: manca qualcosa, sembra mancare un legame tra le due parole: un articolo, una preposizione, qualcosa che possa aiutarci a capire.

Vediamo bene le due parole allora.

“Guarda” viene dal verbo guardare. E’ l’imperativo del verbo guardare: guarda! Quindi si riferisce alla persona con cui si parla: guarda, osserva, vedi.

Cosa deve guardare però?

La persona con cui si sta parlando cosa deve guardare?

Deve guardare il “caso” che è la seconda parola della frase.

Il “caso” è un avvenimento che si verifica senza una causa definita e identificabile. E’ un evento, qualcosa che accade, che avviene, per cause che sicuramente ci sono ma che non sono conosciute.

Se una cosa avviene “per caso” significa che non c’è un motivo per cui è avvenuta, non è successo qualcosa di importante e di identificabile. In poche parole è avvenuta “casualmente” o per caso, appunto.

Non c’è una causa, una causalità. E quando non c’è una causalità c’è quella che si chiama una “casualità”. Questa cosa è avvenuta “per caso. Non c’è una causalità, bensì una casualità. La parola caso dà origine alla parola casualità, opposta alla causalità, che invece deriva da “causa”.

Il “caso” inoltre è anche un sinonimo di “coincidenza“, che è la cosa che accade quando due o più cose accadono contemporaneamente ma senza nessun legame, oppure quando due o più cose sembrano legate tra loro ma non lo sono in realtà: si tratta di una coincidenza.

“Guarda caso” quindi significa “guarda il caso”, però si omette l’articolo “il”. Si omette, cioè si toglie, si evita di mettere l’articolo “il”. Quindi la frase è “guarda caso”, (senza articolo) che possiamo dire anche “guarda che coincidenza”.

Il senso quindi è quello di invitare la persona con cui si parla a notare una coincidenza, una cosa che è avvenuta e che sembra proprio essere legata ad un’altra. Sembra evidente il legame: hei, guarda che coincidenza, hai notato che strana coincidenza? Toh, che caso!

Avrete notato il tono ironico di queste frasi che ho appena pronunciato. Avrete notato che chi parla in realtà non crede affatto si tratti di una coincidenza, anzi, è convinto che ci sia causalità, e non casualità, nell’evento che si è appena verificato, che è appena accaduto. Si tratta evidentemente di una frase ironica. Chi la pronuncia non crede a questa coincidenza!

Quando si usa quindi questa espressione?

Vi faccio alcuni esempi. Parlano due amici. Il primo dice:

Sai, sto pensando di trasferirmi a Roma.

L’amico risponde:

Davvero? Roma?… guarda caso è dove vive ora la tua ex fidanzata!

L’amico quindi non crede si tratti di un caso. Ti trasferisci a Roma? Proprio dove vive la tua fidanzata? Davvero? Ma guarda che caso! Guarda caso proprio dove vive la tua fidanzata!

L’ironia emerge chiaramente, anche dal tono. Ma non c’è bisogno di ascoltare la risposta. Leggere è sufficiente: guarda caso si usa esclusivamente in questi casi, con ironia.

Facciamo un altro esempio. Due politici italiani che parlano.

Hai visto che nel 2016 sono aumentati i furti negli appartamenti?

E l’altro politico risponde:

Nel 2016? Guarda caso nello stesso anno sono aumentati anche i disoccupati.

è chiaro che il secondo politico ha associato l’aumento dei furti negli appartamenti con l’aumento della disoccupazione, nonostante lui abbia detto “guarda caso”.

Secondo lui non si tratta affatto di un caso, di una casualità, di una coincidenza, ma di due eventi che hanno un legame. L’aumento dei disoccupati ha causato un aumento dei furti, perché i furti sono episodi di criminalità, che ha un legame con il fatto che molte persone non abbiano più un lavoro.

L’espressione è adatta in dialoghi informali, ma non è raro trovarla anche in articoli giornalistici ed anche in email di lavoro. In ogni caso, cioè sempre, di tratta sempre di ironia, si cerca sempre di mettere in discussione quella che sembra una semplice coincidenza, ma che, secondo chi parla, non lo è.

Attenzione perché non potete inserire nulla, nessuna parola tra guarda e caso. Se lo fate non si capisce più cosa volevate dire.

Se chi vi ascolta non è un amico o comunque il contesto è più serio e non è il caso di fare dell’ironia, non potete usare questa espressione. Come fare allora? Beh in questi casi possiamo semplicemente dire: “non a caso” oppure “non è un caso”.

Ad esempio:

Sai, sto pensando di trasferirmi a Roma.

L’amico risponde:

Davvero? Roma?… Immagino non sia un caso che è proprio a Roma che vive ora la tua ex fidanzata!

In questo caso non c’è nessuna ironia.

Oppure:

Hai visto che nel 2016 sono aumentati i furti negli appartamenti?

E l’altro politico risponde:

Nel 2016? Non a caso nello stesso anno sono aumentati anche i disoccupati.

è chiaro che resta la volontà di collegare i due eventi in modo causale, in un meccanismo di causa-effetto, ma lo si fa senza ironia, ed il discorso è più serio.

Altri modi, più educati e professionali per manifestare questa volontà sono:

– mi sembra evidente che non si tratti di un caso;

– non è possibile secondo me che si tratti di una causalità;

– è chiaro, dal mio punto di vista, che esiste un legame tra queste due cose.

Bene credo che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti il significato dell’espressione, possiamo quindi fare un esercizio di ripetizione.

Ripetete dopo di me cercando di imitare anche il mio tono.

– guarda caso!

– ah, guarda caso!

– ma pensa un po’, guarda caso!

– ma dai, davvero? Ma guarda caso che coincidenza!

Ciao ragazzi continuate a seguire Italiano Semplicemente se vi fa piacere, per me è un onore potervi aiutare quando posso.

Ringrazio tutti per l’ascolto e ovviamente tutti i sostenitori, tutti coloro che hanno fatto una donazione a favore di Italiano Semplicemente.

Alla prossima lezione.

Italiano Professionale: Lezione n. 12 – condivisione ed unione (Prima parte)

lezione_12_condivizione_unione_sommario

Audio – prima parte (15 minuti)

La lezione completa disponibile per gli abbonati al corso.

PRENOTA

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano la condivisione e l’unione
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas referentes a Compartir y fusionar
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant le partage et l’union
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning Sharing and merging
bandiera_animata_egitto نحن نتحدث عن العبارات الإصطلاحية التي تتعلق بالتقاسم و الإتحاد
russia Мы говорим о идиоматических выражений, которые касаются совместного использования и объединения
bandiera_germania Wir sprechen über Redewendungen betreffend Verbindungen und Gemeinsamkeiten in der Arbeitswelt.
bandiera_grecia Μιλάμε για ιδιωματικές εκφράσεις που σχετίζονται με την ανταλλαγή και την ένωση
bandieradanimarca Vi vil tale om sproglige udtryk der handler om enighed og organisering.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione

Benvenuti alla lezione numero 12, dedicata alla condivisione ed all’unione.

In questa lezione, importantissima in ambito lavorativo, vediamo le espressioni più utilizzate, in ogni tipologia di lavoro, dal più umile al più professionale, che riguardano il gruppo. In particolare vediamo le espressioni  che si riferiscono all’unione di persone, di interessi, di attività ma anche all’unione di sogni ed emozioni, tutti aspetti che occupano un posto di primo piano in ambito lavorativo.

Come diceva il poeta latino Omero, “Lieve è l’oprar se in molti è condiviso”, vale a dire che operare, cioè lavorare, pesa meno, è meno pesante, cioè è lieve, è leggero, se tale lavoro è condiviso, se cioè il lavoro è frutto di un lavoro di gruppo, se lo condividiamo con qualcun altro.

Fino ad ora, dalla corso della sezione n.1, la prima del corso di Italiano Professionale, abbiamo esplorato quasi tutti gli aspetti che riguardano la vita professionale, da come esprimere le proprie professionalità (nel corso della prima lezione), alla sintesi, dall’approssimazione alla puntualità, la sincerità, il controllo, il denaro, i risultati ed i problemi, per finire con i rischi e le opportunità, argomento quest’ultimo che è stato oggetto della scorsa lezione, la numero 11.

Questa lezione, dedicata all’unione ed alla condivisione, è probabilmente quella che più delle altre affronta un argomento trasversale a tutti i lavori, vale a dire un aspetto talmente importante che è veramente difficile trovare, ammesso che esista, una attività lavorativa che non abbia bisogno di contatti umani e relazioni sociali.

Gli ambiti lavorativi ai quali la lezione si riferisce, in particolare, sono quelli della trattativa d’affari e quello delle relazioni interne.

Ci occuperemo più avanti nel corso, nei capitoli che seguiranno, dei singoli aspetti. Ad esempio nella sezione numero tre del corso, dedicata alle riunioni  ed agli incontri di lavoro faremo un approfondimento su tutti i termini che si possono utilizzare per indicare un gruppo di persone. Ci sono dei termini che danno un’immagine positiva ed altri che ne danno una negativa, a volte anche molto negativa, di un gruppo di persone. Vedremo quindi il “gruppo di lavoro”, la “compagine”, la “società”, eccetera. Si tratta della prima lezione della terza sezione, che si preannuncia molto interessante.

Ma entriamo subito nel vivo di questa lezione numero dodici. Anche questa sarà suddivisa in tre parti, come la precedente, per facilitare al massimo l’ascolto e la lettura.

Nel corso della prima parte tratteremo tutte le espressioni “negative”, vale a dire quelle che non danno una immagine positiva di un gruppo, che non aiutano la condivisione e che danno quindi un’immagine negativa di un’azienda o comunque di un gruppo di persone che lavorano insieme.

Nella seconda parte vediamo invece le frasi cosiddette “positive” e poi quelle che possiamo definire “neutre”, la cui valenza e significato dipendono molto dal contesto e dal tono con cui vengono pronunciate. Nella seconda parte vedremo anche i rischi nella pronuncia e nell’utilizzo di queste frasi.

Infine nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione, con domande e risposte. Io farò delle domande e voi potete provare a rispondere. Poi ascolterete una delle possibili risposte. Ovviamente le domande avranno come oggetto le espressioni spiegate nel corso della lezione.

2. L’armata Brancaleone e l’Attrazione Fatale

Abbiamo detto che iniziamo dalle espressioni negative.

Quali sono dunque le caratteristiche negative di un gruppo? Di primo acchitto verrebbe da pensare a problemi di organizzazione ed efficienza. Insomma, se un gruppo è un cattivo gruppo allora vuol dire che funziona male, vuol dire che il gruppo non funziona come dovrebbe perché manca una organizzazione e c’è un problema di efficienza; poi possiamo aggiungere che le persone che ne fanno parte sono male assortite.

Ebbene, quando un gruppo di persone ha queste caratteristiche negative possiamo chiamarlo l’armata Brancaleone.

L’espressione viene dal titolo di un grande film italiano, un film comico del 1966. Un film di Mario Monicelli, che è quindi il regista.

Protagonista di questo film, ambientato nel Medioevo è appunto, un gruppo, un gruppo di briganti, il cui capo era un certo Brancaleone da Norcia interpretato da Vittorio Gassman, grande attore italiano.

Ebbene, questo gruppo di briganti, cioè di banditi, di disonesti, di persone fuorilegge, era un gruppo di persone completamente disorganizzato, che hanno moltissimi problemi, disorganizzati e che non hanno molte cose in comune tra loro.

Questa tipologia di gruppo, con queste caratteristiche la potete sempre chiamare l’Armata Brancaleone. Si chiama armata perché questo è il nome che si dà ad un gruppo armato di persone, generalmente in un esercito. È una frase molto usata in Italia ed è ovviamente molto negativa.

Se il vostro gruppo viene etichettato con questo nome, non è sicuramente un bel segnale! L’Armata Brancaleone non è però l’unica espressione che deriva da un film in senso negativo.

Considerato che stiamo parlando di espressioni negative, ce n’è un’altra altrettanto negativa: “Attrazione fatale”, che viene dal film del 1987 dal titolo Fatal  Attraction. Se usiamo questa espressione vogliamo rappresentare una situazione in cui, in ambito sentimentale o anche in ambito lavorativo, una iniziale attrazione si è alla fine dimostrata “fatale”. Un’attrazione iniziale, che può essere quell’attrazione che ha portato più persone a formare un gruppo, alla fine è risultata negativa, anzi, fatale, il che significa che c’era di mezzo il fato. Il fato è il destino, e ciò che è fatale è prescritto dal destino; inevitabile, ineluttabile.

Un’attrazione fatale però ha un significato negativo, infatti fatale significa anche mortale, che porta alla morte, o comunque disastrosa. Se un’attrazione è fatale allora significa che l’unione di più persone si è dimostrata molto negativa, fatale, ha cioè portato conseguenze drammatiche per il membri del gruppo.

3. Meglio soli che male accompagnati

Passiamo alla terza espressione della lezione. Eravamo rimasti ai gruppi che non funzionano, alle Armate Brancaleone ad esempio. Ebbene, se si è dell’opinione che un gruppo sia un’Armata Brancaleone, allora si potrebbe pensare: meglio non formare un gruppo. In tali casi si dice spesso: “meglio soli che male accompagnati”.

È questa una frase che è più un proverbio che una frase idiomatica. Il senso è chiaro: meglio soli, cioè meglio non fare nessun gruppo, meglio non unirsi con nessuno piuttosto che accompagnarsi male.

Essere accompagnati significa avere compagnia, cioè avere qualcuno vicino. Essere “male accompagnati” quindi vuol dire essere “accompagnati male”, cioè avere una cattiva compagnia. Quindi meglio essere soli in questo caso: meglio soli che male accompagnati, frase utilizzata dappertutto e da chiunque in Italia, in ogni contesto in cui ci sia un gruppo che non funzioni bene.

4. Fare di tutta l’erba un fascio

Chi è che può dire la frase meglio soli che male accompagnati?

Ad esempio lo può dire una persona che ha capito che le persone che lo circondano non sono persone affidabili secondo lui, persone delle quali quindi lui non si fida.

Qualcuno potrebbe obiettare e dire: non fare di tutta l’erba un fascio! Non devi fare di tutta l’erba un fascio! Il che significa semplicemente: non tutte le persone sono uguali.

Anche questa è una frase fatta usata da tutti in Italia. Ma cosa vuol dire? Da dove viene questa frase?

Questa frase parla di erba, che cresce nel prato, e del fascio, che è un mazzo, un gruppo di erbe raccolte. L’origine è legata evidentemente al mondo contadino. A terra, come sapete, crescono piante buone e piante meno buone, e durante la raccolta nei campi, si poteva scegliere di raccogliere tutta l’erba assieme, oppure raccogliere solamente quella buona, lasciando le erbacce.

Era evidente che non conveniva, non era conveniente, raccogliere tutte le erbe in un unico mazzo, tutte assieme,  senza fare una selezione tra quelle buone e quelle cattive. Col termine fascio si indica quindi un mazzo, un insieme di erbe, un gruppo di erbe, raccolte tutte assieme, senza fare attenzione se le erbe raccolte siano  buone o cattive.

La stessa cosa può avvenire con le persone: in ogni gruppo ci sono persone positive, persone in gamba, adatte a lavorare insieme ad altre, e persone che invece non sono adatte, sono persone diciamo “negative”, professionalmente poco valide, non adatte a lavorare in gruppo. Ebbene, chi dice: no, non voglio lavorare con queste persone, non voglio lavorare con questo gruppo, sta facendo di tutta l’erba un fascio. Questa persona non sta distinguendo le persone positive da quelle negative, ma le considera tutte uguali, dicendo; meglio soli che male accompagnati. Questa persona fa di tutta l’erba un fascio, cioè fa un solo fascio, un solo mazzo, non distingue, fa un solo fascio di tutte queste persone, le considera come tutte uguali, come  un unico fascio d’erba.

5. Chi c’è c’è (e chi non c’è non c’è)

Vediamo la quinta espressione della lezione, che è poi l’ultima espressione della prima parte della lezione.

Quando si decide di far parte di un gruppo, non è detto che tutti siano d’accordo. Solitamente diverse persone hanno diversi gradi di entusiasmo. Qualcuno allora potrebbe dire: ok, d’accordo, formiamo il gruppo, sono contento. Qualcun altro invece potrebbe non essere d’accordo: “beh, un momento, fatemici pensare, non so se voglio appartenere a questo gruppo, ho bisogno ancora di tempo”.

A questo punto, se il gruppo nasce per qualche motivo specifico e non c’è più tempo da perdere, allora una persona del gruppo, una di quelle persone che è entusiasta di formare il gruppo potrebbe dire:

Sapete cosa vi dico? “Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”.

Si tratta di un’espressione chiaramente colloquiale, adatta al linguaggio parlato ma non a quello scritto. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è significa: “basta, non c’è più tempo, chi ha deciso di appartenere al gruppo fa parte del gruppo, e chi invece non ha deciso ancora sta fuori dal gruppo. Più brevemente: Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è.

Perché questa è un’espressione negativa? La risposta è che si tratta di una delle espressioni che non evidenziano sicuramente un aspetto positivo del gruppo, ma piuttosto il fatto che esistono due diverse opinioni, due gruppi che non si uniscono tra loro, perché hanno idee diverse. Il meglio sarebbe essere tutti d’accordo, e se siamo in un’azienda e non tutti condividono gli obiettivi aziendali, questo è un bel problema. Diversa è la situazione di un gruppo di persone che si mettono insieme per formare un gruppo motivato e unito. In questo caso è bene e giusto fare una selezione e escludere sin dall’inizio chi non è abbastanza convinto.

Non sempre quindi dividere è sbagliato e negativo.

Bene, finisce qui la prima parte della lezione n. 12. Nella seconda parte vedremo le espressioni neutre e quelle positive, tra cui alcune idiomatiche, come ad esempio “spezzare una lancia a favore di qualcuno”, “chi fa da se fa per tre“, ma anche molte altre espressioni più professionali e meno colloquiali.

Fine prima parte

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Il congiuntivo, come evitarlo?

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Trascrizione

Buongiorno amici e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni, il creatore del sito.

Oggi vi vorrei parlare del congiuntivo. Prendo spunto da una mail che mi è arrivata in cui mi veniva chiesto da Lya, dalla Danimarca, se, in certe frasi, si deve usare il congiuntivo oppure no. Il dubbio è sicuramente lecito, è comprensibile; non è facile a volte usare il congiuntivo.

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Bene, allora vorrei condividere con tutti voi questo argomento perché credo che l’uso del congiuntivo sia uno degli ostacoli su cui si imbattono tutti gli stranieri.

Allora oggi vediamo l’uso del congiuntivo e in particolare vedremo come evitare il congiuntivo. Questo è l’obiettivo di questo episodio.

Cosa voglio dire?

Voglio dire che si può evitare di usare il congiuntivo, se non siete sicuri che possa andar bene in alcune frasi, e questi suggerimenti che vi darò oggi vi aiuteranno, almeno lo spero, a capire anche come usarlo oltre che come evitarlo.

È un modo alternativo di approcciare un argomento, e vedere un’altra faccia di un argomento credo possa aiutare a capirlo meglio.

Abbiamo già affrontato l’argomento del congiuntivo già in altri due episodi di Italiano Semplicemente. La prima volta quando parlavamo di tutti i modi di dire “se”: se, qualora, putacaso eccetera, quando si parla insomma di una possibilità probabile.

La seconda ne abbiamo parlato quando abbiamo affrontato la questione della concordanza dei tempi.

In questo episodio invece lo facciamo con un obiettivo particolare: cercare di evitare il congiuntivo. È possibile?

Sappiamo che quando la persona che parla presenta un fatto che per lui è certo e reale usa il modo indicativo, se invece esprime un dubbio, un’ipotesi, una possibilità eventuale o anche un desiderio, o una volontà, usa invece il modo congiuntivo, che quindi è il modo che si usa per esprimere possibilità, soggettività e incertezza. Non si tratta di un fatto certo, ma c’è il dubbio, una incertezza, una possibilità.

Sappiamo anche che, perché lo abbiamo visto nell’articolo della concordanza dei tempi, dove c’è un congiuntivo solitamente nella frase ci sono due verbi, e quello che va al congiuntivo è il secondo dei due verbi. Il primo è il verbo principale, che sta nella prima parte della frase; il secondo, quello che ci interessa, sta nella seconda parte, subordinata alla prima, cioè che dipende dalla prima.

Bene, vediamo alcune frasi, partiamo cioè da alcuni esempi con delle frasi in cui usiamo il congiuntivo e vediamo, per ogni frase, come evitare il congiuntivo, come possiamo fare per dire la stessa cosa ma senza usare il modo congiuntivo, se non siamo sicuri.

Prima frase: Siamo ad un matrimonio, e volete fare gli auguri agli sposi. In questi casi, nei casi di un augurio o un desiderio, è facile usare il congiuntivo, perché fare gli auguri a qualcuno significa augurare che accada qualcosa nel futuro, qualcosa di positivo. È un desiderio quindi. Potete ad esempio dire

Mi auguro che possiate vivere sempre felici.

oppure:

Mi auguro che siate felici per sempre.

La persona che parla, in queste due frasi, usa il congiuntivo dei verbi potere e essere (possiate, siate), e, rivolgendosi direttamente agli sposi, si augura che, gli sposi, possano essere sempre felici, per tutta la vita: mi auguro che (voi) possiate essere felici, o che siate felici.

Allora, un trucco, per evitare il congiuntivo, se non siete sicuri che sia la forma giusta da usare, è non usare il secondo verbo. Evitate il secondo verbo. Questo significa che, ad esempio con gli sposi potete riferirvi direttamente alla “vita felice”, quindi potete dire:

Vi auguro la migliore delle vite insieme

Vi auguro una vita bellissima

Vi auguro un futuro radioso

Vi auguro una vita eccezionale

E via dicendo. Evitate il verbo, il secondo verbo. In fondo per evitare il secondo verbo basta evitare la parolina “che”. Se pronunciate “che” (vi auguro che…) siete fregati: dovete usare il secondo verbo, col rischio che potreste sbagliarvi.

Non dovete quindi usare la frase subordinata, cioè il secondo verbo, perché se usate il secondo verbo si deve usare il congiuntivo. Dopo la frase principale ci va una frase senza il verbo.

Notate inoltre che in teoria c’è un secondo modo per fare un augurio; potete infatti anche dire:

Siate felici per sempre!

Abbiate la miglior vita insieme!

Possiate essere felici per il resto della vostra vita!

In questo caso la frase inizia subito col congiuntivo. Cosa cambia rispetto a prima?

Manca “mi auguro che”. Si tratta in realtà sempre dello stesso augurio, ma non c’è la frase principale (mi auguro che, spero, vi auguro, spero, vorrei, eccetera).

In questo caso siamo di fronte ad una frase che possiamo chiamare “indipendente”, che è ugualmente corretta e si usa frequentemente in italiano. Si chiama indipendente perché non c’è la frase principale e quindi l’unica frase presente non possiamo chiamarla “subordinata”. Non c’è più la subordinazione, cioè la dipendenza, della frase subordinata da quella principale. Se non c’è subordinazione è chiaro che c’è indipendenza: mancanza di dipendenza.

In questi casi evitare il congiuntivo può sembrare più complicato. Infatti in questi casi è necessario cambiare la frase. Manca la frse principale, quindi una possibilità è inserire nuovamente la frase principale. Quindi:

Mi auguro, mi piacerebbe, mi farebbe piacere, vorrei, eccetera. E poi?

Poi dovete fare come prima, cioè evitare il verbo, evitare il secondo verbo presente nella frase, perché se inserite un secondo verbo dovete usare il congiuntivo. Come prima quindi:

Vi auguro la migliore delle vite insieme, una vita bellissima, un futuro radioso, una vita eccezionale.

Vediamo un secondo esempio:

Non ho ancora capito il congiuntivo: che io debba preoccuparmi?

Questa è la frase: Non ho ancora capito il congiuntivo: che io debba preoccuparmi?

Oppure:

Non ho ancora capito il congiuntivo: che sia il caso di preoccuparsi?

In questo caso chi parla ha un dubbio. Chi parla dice di non aver ancora capito l’uso del congiuntivo ed allora aggiunge: che io debba preoccuparmi? Che sia il caso di preoccuparsi?

Anche questa non è una frase subordinata ma è una frase indipendente. Non c’è quindi una frase principale. Un dubbio quindi è come un augurio. Potete esprimerlo anche senza frase principale.

C’è solamente una frase, che è indipendente. Come facciamo? Beh, come prima, dovete reintrodurre, reinserire, inserire nuovamente la frase principale. Se non mettete la frase principale non potete evitare il congiuntivo. Quindi:

Che io debba preoccuparmi? Questa frase equivale a:

Credete che io debba preoccuparmi?

Pensate sia il caso di preoccuparsi?

Queste sono due frasi equivalenti dove c’è però la frase principale: credete che, pensate che…

Ancora una volta quindi, anche se la frase principale non c’è, potete evitare il verbo al congiuntivo:

Che io debba preoccuparmi? equivale come appena detto a “Credete che io debba preoccuparmi?

Bene, in questa frase è difficile fare ciò che abbiamo fatto prima, cioè evitare il secondo verbo, non scrivendo la congiunzione “che”. Dopo la parola “credete” difficile non inserire “che”.

Allora vi propongo un seocndo trucco.

La frase può diventare ad esempio la seguente:

Che ne dite? La situazione è preoccupante? Mi devo preoccupare?

Quindi qual è il trucco stavolta?

Il trucco è fare due domande e non una. Spezzare Così potete parlare sempre al presente o al futuro, o al condizionale.

Anziché dire:

Pensate che la situazione sia preoccupante?

Potete dire

Che ne dite? La situazione è preoccupante?

Che ne dite? Mi dovrò preoccupare?

Che ne dite? Dovrei preoccuparmi?

In questo modo avete spezzato la frase in due frasi separate. Due domande separate.

Se invece Cominciate con Credi o credete, dovete aggiungere “che”, e questo significa usare il congiuntivo: Credi che, pensi che, dovete per forza usare il congiuntivo, perché la congiunzione “CHE” è appunto una congiunzione, che congiunge, unisce due frasi. Dovete invece separare le due frasi. Fare due domande e non una sola.

Vediamo un terzo esempio:

Abbiamo visto come esprimere prima un desiderio, un augurio, e poi dubbio. Ora vediamo cosa succede quando facciamo una richiesta, un’esortazione o un invito, un invito a fare qualcosa. Ad esempio. Se volete dire a un collega, o ad un cliente, dandogli del lei, di avere pazienza, che deve avere pazienza, solitamente si dice:

Abbia pazienza! Abbia un po’ di pazienza!

Questo è un invito. Si invita una persona ad avere pazienza. La frase inizia subito con un congiuntivo: abbia pazienza!

Beh, in questo caso è abbastanza semplice non usare il congiuntivo: l’invito diventa “Lei deve avere pazienza!

Facile quindi evitare il congiuntivo nel caso di un invito.

Facciamo un altro esempio di invito:

Vada via!

Oppure:

Se ne vada subito!

Oppure:

Esca immediatamente da questa stanza!

Anche qui si tratta di inviti: si invita la persona ad uscire, ad andarsene da un luogo, come una stanza.

Anche qui è abbastanza facile: è sufficiente inserire il soggetto nella frase:

Lei deve andare via! Lei deve lasciare subito questo posto!

Inserite il soggetto quindi; rivolgetevi alla persona dicendo “lei”. Sapere bene che sono molte le situazioni e i modi diversi di usare il congiuntivo.

Abbiamo quindi visto tre modi diversi di evitare il congiuntivo:

1) Nel caso di augurio evitare il secondo verbo;

2) Nel caso di dubbio spezzare la frase;

3) Nel caso di invito inserire “lei” davanti alla frase.

Non è facile riuscire a comprendere tutti i casi in cui si usa il congiuntivo, ma abbiamo detto il congiuntivo si usa nelle situazioni in cui non c’è certezza, e infatti per esprimere i dubbi si può usare il congiuntivo. Lo stesso come si è visto vale per gli auguri. In entrambi i casi non sappiamo cosa avverrà: “mi auguro che tu sia felice”, “spero che tu sia felice”. Non so se sei felice, io me lo auguro ma non lo so. Lo stesso per i dubbi: spero che tu sia felice esprime un dubbio oltre che un augurio.

Sapete poi che il congiuntivo si usa non con tutti i verbi ma come regola si tratta sempre di verbi adatti per i dubbi, gli auguri, le volontà, i desideri, insomma tutte le situazioni in cui non c’è certezza: credere, pensare, temere, sperare, desiderare, preferire, dubitare, sembrare eccetera. In tutti questi casi, sono moltissimi, si può usare il congiuntivo. Si dice che questi verbi “reggono” il congiuntivo. Ciò significa che possiamo usare il congiuntivo, ma significa che possiamo anche evitarlo, se vogliamo, ma nel modo giusto.

Spesso la scelta di usare il congiuntivo è legato a quello che noi vogliamo evidenziare nella frase.

Non per forza dobbiamo usarlo. A volte basta semplicemente lasciare la frase uguale e cambiare solo il modo del verbo.

A volte infatti preferiamo dare l’accento alla possibilità, all’eventualità, ed allora usiamo il congiuntivo. Ma non siamo quindi obbligati.

Ad esempio se tu mi chiedi: è possibile imparare una lingua senza studiare la grammatica?

Io potrei rispondere con:

Non so se è possibile;

Oppure con:

Non so se sia possibile.

Potete usare entrambi le forme, l’indicativo o il congiuntivo, si tratta si una scelta più che altro di stile, più o meno formale.

Oppure, la frase:

Non so se può andar bene così, professore.

Che potete anche dire usando il congiuntivo:

Non so se possa andar bene così, professore.

Vanno bene entrambe le frasi, e la seconda, quella col congiuntivo, ha un significato più incerto, ipotetico, come se chi parla non fosse così sicura di quello che dice.

Quindi se volete sembrare più sicuri di voi, sicuri di quello che state dicendo, evitate il congiuntivo: “non so se può andar bene, professore”.

In fondo gli italiani, soprattutto coloro che devono essere credibili, quelli che vogliono convincere gli altri, come ad esempio i politici, cercano di evitare il congiuntivo quando possono, per non sembrare incerti, dubbiosi. Loro devono sembrare sicuri di sé. Spesso fanno anche errori però.

Analogamente:

“Non so se va bene”, e “non so se vada bene” sono entrambe forme corrette.

“Non so se è possibile” è ugualmente equivalente a “non so se sia possibile”.

A volte quindi potete semplicemente evitare il congiuntivo, lasciare la frase così com’è, identica a prima, e mettere l’indicativo al posto del congiuntivo.

Questo quindi è il quarto caso diverso che vi ho presentato: cambiare solamente il verbo e usare l’indicativo.

Vediamo un quinto caso, simile al precedente: Quello che cambia è che ci sono due congiuntivi in una sola frase.

Delle volte infatti ci possono essere più congiuntivi in una frase. Ad esempio:

Non so se esistano persone che abbiano paura di parlare in italiano.

In questo esempio ci sono quindi due congiuntivi: esistano e abbiano

Oppure:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Lo stesso. Due congiuntivi; siano e abbiano.

Anche in questo caso si hanno dei dubbi: non so se, mi chiedo se …

In queste frasi in realtà, come prima, non è corretto o scorretto usare due volte il congiuntivo. Tra le due frasi c’è la congiunzione “che” a fare da spartiacque, la congiunzione “che” quindi separa le due frasi, e possiamo usare il congiuntivo in entrambe le frasi, oppure solamente nella prima frase.

Quindi:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che hanno paura di parlare in italiano.

È equivalente a:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Analogamente, cambiando frase:

Non so se esistano persone che hanno paura di parlare in italiano.

È equivalente a:

Non so se esistano persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Se usiamo due congiuntivi diamo più enfasi all’eventualità, alla mancanza di certezza, ma le frasi sono entrambe corrette. Fate attenzione alla congiunzione “che”.

La congiunzione “che” ci aiuta a capire quindi.

Ma potrebbe anche darsi che nella frase la congiunzione “che” appaia due volte.

Questo è il sesto caso che vi presento oggi.

Ad esempio:

Sono convinto che la lingua italiana abbia alcune caratteristiche che la rendono migliore delle altre.

In questo caso abbiamo due volte “che” (che la lingua italiana abbia) e (caratteristiche che la rendono migliore…).

In questi casi, una volta usato il congiuntivo la prima volta, la seconda volta, cioè dopo il secondo “che”, si deve usare l’indicativo: “che la rendono” e non “che la rendano”.

Non è corretto quindi dire:

Credo che la lingua italiana abbia delle caratteristiche che la rendano migliore delle altre

Ma devo dire: “che la rendono migliore delle altre”.

Vediamo altre frasi simili:

– Penso che tu debba frequentare persone che ti stimano;

– Non credo che Giovanni abbia dei genitori che lo odiano;

– Non credo che Marco debba fare le cose che vogliono i suoi amici.

Naturalmente è importante dire ancora una volta che il congiuntivo è “retto” solamente da alcuni e non da tutti i verbi, quindi in ogni caso si può usare solamente con i verbi che “reggono” il congiuntivo..

Quindi quando dico di prestare attenzione alla congiunzione “che”, questo vale quando ci sono i verbi giusti.

Ad esempio:

– Penso che tu debba frequentare persone che ti stimano;

Abbiamo detto poco fa che in questa frase il primo verbo va al congiuntivo (debba) e poi stimare si deve usare all’indicativo. Ci sono due “che”

Questo discorso va bene, è corretto, perché “pensare” è un verbo di opinione, che “regge” quindi il congiuntivo, come anche credere, ritenere, supporre, o avere l’impressione.

Se cambio la frase invece e uso un verbo diverso, non di opinione, come ad esempio il verbo “dire” cambia tutto:

Io dico che tu devi frequentare persone che ti stimano.

Oppure:

Io direi che tu dovresti frequentare persone che ti stimano.

Il verbo dire non fa parte dei verbi che “reggono” il congiuntivo, quindi non si deve usare il congiuntivo.

Vediamo adesso un altro modo, il settimo, di sostituire e così evitare il congiuntivo.

Un modo particolare di usare il congiuntivo è nelle frasi in cui si vuole esprimere una conseguenza.

Ad esempio:

Studio l’italiano affinché possa riuscire a parlarlo correttamente

Quindi studio l’italiano in modo tale che io riesca, che io possa riuscire a parlare correttamente l’italiano come conseguenza. Prima lo studio, poi lo parlo.

Un altro esempio:

Faccio la dieta cosicché possa riuscire a dimagrire

Il dimagrimento è una conseguenza della dieta.

Vi faccio molti esempi affinché voi possiate capire bene.

Il fatto che voi capirete bene è una conseguenza del fatto che io vi faccio molti esempi.

In questi casi, se vogliamo evitare il congiuntivo, è sufficiente agire sulla parola “cosicché” o “affinché”, usando al loro posto, un sinonimo, una frase equivalente che permetta di usare l’indicativo, o il futuro, o il condizionale eccetera. Spesso è necessario spezzare, dividere la frase in due frasi.

Ad esempio:

Studio l’italiano affinché possa riuscire a parlarlo.

diventa:

Studio l’italiano in modo da poter riuscire a parlarlo. Non c’è il congiuntivo qui.

Studio l’italiano perché così potrò riuscire a parlarlo.

Studio l’italiano così riuscirò un giorno a parlarlo.

Studio l’italiano. In questo modo riuscirò un giorno a parlarlo. Qui uso due frasi.

Studio l’italiano al fine di poterlo parlare un giorno.

Studio l’italiano con l’obiettivo di pararlo un giorno.

Studio l’italiano per poterlo parlare un giorno.

Oppure:

Faccio la dieta cosicché possa riuscire a dimagrire

diventa:

Faccio la dieta in modo da poter dimagrire;

Faccio la dieta perché così potrò dimagrire;

Faccio la dieta così riuscirò a dimagrire;

Faccio la dieta. In questo modo riuscirò a dimagrire;

Faccio la dieta al fine di dimagrire;

Faccio la dieta con l’obiettivo di dimagrire;

Faccio la dieta per poter dimagrire;

Vediamo il terzo esempio:

Vi faccio molti esempi affinché voi possiate capire bene.

diventa:

Vi faccio molti esempi con l’obiettivo di farvi capire bene.

Vi faccio molti esempi. In questo modo capirete bene.

Vi faccio molti esempi. L’obiettivo è infatti quello di farvi capire bene.

Vi faccio molti esempi. Così sicuramente capirete bene.

Vi faccio molti esempi. Così facendo capirete bene.

Vi faccio molti esempi. La speranza è che in questo modo riuscirete a capire bene.

Vediamo altri esempi per fare pratica:

– Dovete allungare le gambe, così che i muscoli non siano più tesi ma siano rilassati.

può diventare:

Dovete allungare le gambe, e vedrete che i muscoli non saranno più tesi ma saranno rilassati.

– Dovete respirare profondamente in modo che il ritmo cardiaco rallenti,

Dovete respirare profondamente. In questo modo vedrete che il ritmo cardiaco rallenterà.

– Dovete seguire le mie istruzioni, così che possiate massimizzare i benefici dello yoga.

Dovete seguire le mie istruzioni. Come risultato massimizzerete i benefici dello yoga.

Dovete mangiare in modo adeguato, in modo che il vostro corpo sia nelle condizioni migliori dal punto di vista metabolico.

Dovete mangiare in modo adeguato, così il vostro corpo sarà nelle condizioni migliori dal punto di vista metabolico.

Bene ragazzi, abbiamo terminato, spero di non avervi confuso le idee. Probabilmente non ho esaurito tutte le possibilità dell’uso del congiuntivo ma spero di avervi dato alcune idee e alcuni suggerimenti utili per usarlo correttamente e per, in caso di dubbio, riuscire ad evitarlo.

Abbiamo visto sette casi diversi di usare e di evitare il congiuntivo. Vi consiglio di ripetere l’ascolto per esercitare l’ascolto. Non preoccupatevi di memorizzare i sette casi che vi ho mostrato. Quello che conta, come sapete è l’ascolto ripetuto e che voi comprendiate quello che ho detto e scritto. Ricordatevi le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Non dovete stressarvi.

Un saluto a tutti da Giovanni e grazie a tutti i donatori che fanno vivere Italiano Semplicemente, coloro che così ci danno una mano e in questo modo riusciamo ad aiutare tanti stranieri che hanno problemi con la lingua italiana.

Un abbraccio.

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I verbi professionali: QUERELARE

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Descrizione

querelare immagine 2In questa lezione vedremo il significato del verbo diffamare e la differenza tra querela e denuncia. Vedremo inoltre:

1) la differenza tra vittima e “persona offesa”;

2) Le frasi “recare una offesa”, “sporgere denuncia”, “sporgere querela”

3) Il procedimento e l’azione legale

4) “Perseguire un reato d’ufficio”

5) Il reato di diffamazione

 

 

 

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I guai: vocabolario, verbi ed espressioni

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E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Buongiorno amici e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni, la voce principale del sito.

Oggi vorrei venire incontro alla richiesta di Alexandre che mi ha consigliato di affrontare l’argomento guai.

Saluto Alexandre e lo ringrazio perché quello dei guai è un tema simpatico e molto ricco di espressioni italiane.

Ma cominciamo dalla definizione della parola guai. Guai, che è il plurale di guaio. Cos’è un guaio? Un guaio è un pasticcio, cioè qualcosa di sbagliato che è successo e che ha provocato delle conseguenze negative.

Questo avvenimento, questa cosa che è accaduta è stata quindi provocata, causata, da qualcuno o da qualcosa (più spesso da qualcuno) e ha provocato, ha causato, ha determinato delle conseguenze, delle conseguenze negative, altrimenti non si parlerebbe di guaio. La parola guaio è una delle poche parole che, nella lingua italiana, ha quattro vocali in fila, come aiuola.

È una parola che si usa soprattutto in famiglia e tra amici, sto parlando di guaio, quindi rientra nel vocabolario informale, nel linquaggio quotidiano di tutti gli italiani di ogni area geografica, ma non c’è nulla di male ad usare questa parola al lavoro. Il guaio solitamente non è usato per cose molto gravi, dalle conseguenze disastrose. I bambini solitamente sono la categoria di persone che fanno più guai.

Se due bambini giocano con una palla e rompono un vetro, ebbene hanno appena COMBINATO un guaio.

Combinare un guaio è quindi la frase che si usa nel caso siano guai provocati da bambini. Combinare dei guai è quindi provocare dei guai.

Chi ha provocato questo guaio?

È stato Emanuele!

Non è vero è stata lei!

Adesso bisogna sostituire il vetro! Per penitenza un mese senza tablet! E cercate di combinare altri guai!

Quindi provocare un guaio solitamente non è mai gravissimo. Sicuramente non c’è mai di mezzo la vita di una persona. In quel caso si provoca piuttosto un disastro, un incidente, un atto criminale, un episodio di violenza, o anche una calamità naturale come un terremoto, un uragano eccetera. Un guaio è meno grave.

Combinare quindi è il verbo che si abbina più frequentemente con i guai.

Chi combina molti guai si dice che ne combina di tutti i colori. Cioè fa un sacco di guai. Molti bambini in effetti ne combinano di tutti i colori. Quando si parla di questi bambini solitamente si usa una espressione tipica: ne ha combinata una delle sue. Cioè ha combinato un altro guaio, uno di quei guai che combina solitamente. Ne ha combinata una delle sue. Si usa il femminile, come si fa solitamente nella lingua italiana in questi casi: farla pagare, farla scontare, l’hai fatta grossa, eccetera.

Se invece mi rivolgo direttamente alla persona dico: ne hai combinata una delle tue? Ed ovviamente parlando di me stesso posso dire che ne ho combinata una delle mie. Quindi la particella “ne” si usa spesso con i guai e con combinare: combinarne di tutti i colori, ne hai combinata una delle tue, quante ne hai combinate oggi?

INCASINARE è un altro verbo che ha dei legami con i guai. È un verbo questo che si usa sia in modo transitivo, che in modo riflessivo. Nel primo caso bisogna specificare cosa viene incasinato: ad esempio ‘incasinare il tavolo “,” incasinare l’appartamento ” che vuol dire creare uno stato di confusione, quindi un appartamento incasinato è disordinato, le cose non stanno al loro posto e c’è molta confusione. C’è un “casino”. Non si tratta di guai in questo caso ma di confusione, e la stessa parola “casino” è un modo familiare di descrivere una situazione confusa e disordinata.

In modo riflessivo invece è incasinarsi, che ha due significati simili tra loro. Il primo non cambia rispetto a prima: incasinarsi significa trovarsi in uno stato di confusione. Mi sono incasinato mentre stavo scrivendo un documento significa ad esempio che non sono rimasto concentrato, mi sono distratto ed ho fatto un po’ di confusione, ho confuso delle cose, ne ho scambiata una per un’altra quindi ora devo correggere, quindi ho fatto un guaio, un errore che devo riparare.

Il secondo significato di incasinarsi è invece riferito alla propria situazione personale, quindi è più grave. In questo caso significa trovarsi nei guai per colpe proprie, trovarsi in una situazione difficile da risolvere per aver fatto dei gravi errori. Ad esempio se parlo con un amico e gli chiedo: come va?

Lui potrebbe rispondere:

“mi sono veramente incasinato ultimamente.”

Perché?

Ho perso il lavoro e non so come fare per andare avanti.

In questo esempio il mio amico si è messo in una situazione difficile, dalla quale vorrebbe uscire. È incasinato. Si è incasinato, ha commesso degli errori gravi per la sua vita.

Si riferisce quindi alla sua situazione attuale. I guai questa volta sono guai seri. “Sono nei guai”, oppure “mi trovo in guai seri ” questa poteva essere la risposta del mio amico. Essere nei guai, trovarsi in guai Seri”, “trovarsi nei guai” o “essere incasinati”, è ben diverso da combinare un guaio.

Il mio amico è incasinato, e si è incasinato da solo. È sua la colpa. Si tratta in qualche modo anche in questo caso di confusione, ma la confusione si riferisce alla sua vita, che non ha più un futuro sicuro ora che ha perso il lavoro. Si trova veramente nei guai.

Fortunatamente ha un buon amico che lo aiuterà e non lo lascerà nei guai fino al collo.

Questa è la peggiore delle situazioni possibili: essere nei guai fino al collo dà l’idea di affogare, come se si fosse in mare e si stesse quasi per affogare.

Il mio amico è INGUAIATO, ma io lo aiuterò. Essere inguaiato è esattamente trovarsi nei guai, essere nei guai, e per dire che è per colpa sua posso dire che si è inguaiato, o che si è messo nei guai con le sue stesse mani. Più comunemente si usa però dire che si è CACCIATO nei guai.

“Cacciarsi nei gua” è ovviamente la frase generica, quindi applicata alle varie persone:

Io mi sono cacciato nei guai

Tu ti sei cacciato nei guai

Il mio amico si è cacciato nei guai.

Eccetera. Questa era però la forma al passato. Al presente diventa:

Io mi caccio nei guai,

Tu ti cacci nei guai,

Lui si caccia nei guai

Eccetera.

Chi si caccia spesso nei guai non ha sicuramente una vita facile perché si tratta quasi sempre di “guai con la giustizia”, cioè di reati commessi o nell’ipotesi migliore di indagini che potrebbero concludersi con una condanna, una pena, una multa, cioè una pena pecuniaria. Se riferito agli adulti cacciarsi nei guai ha sempre a che fare con la giustizia, con i bambini invece si tratta di piccoli guai.

Tra gli adulti chi ha dei guai con la giustizia spesso finisce inevitabilmente per trovarsi nei guai fino al collo, dai quali è difficile uscire.

Come vedete non è facile usare le giuste espressioni: incasinarsi, essere incasinati, inguaiati, cacciarsi nei guai, combinare dei guai, combinarne di tutti i colori.

Soprattutto può essere difficile capire quando si parla di semplice confusione oppure di seri guai personali. Fortunatamente ci sono altri verbi che ci possono aiutare. Verbi simili a incasinare ed inguaiare ma che possono evitare disguidi.

In caso di semplice confusione posso anziché dire che “mi sono incasinato”, posso dire che mi sono IMPELAGATO, o anche IMPEGOLATO. In questo caso ci si perde, si rimane incastrati. L’idea è quella di rappresentare una situazione difficile da cui uscire. Impelagarsi in qualcosa è rimanere in una situazione senza uscirne con una soluzione.

Si usa anche col traffico: siamo rimasti impelagati nel traffico, cioè non riuscivamo ad uscire, ad andare avanti. Ma spesso si usa per rappresentare una confusione: stavo risolvendo il problema, poi mi sono impelagato, ho combinato un casino, un guaio che mi ha creato dei problemi e mi ci è voluto un po’ di tempo per risolverli.

Usando impelagato al posto di incasinato non rischiate di sbagliarvi. Impelagarsi è più leggero e meno impegnativo.

Riguardo ai sinonimi di guai, c’è PASTICCI, molto leggero come termine.

Combinare dei pasticci è identico a combinare dei guai, ma i pasticci sono solitamente meno gravi. I pasticci sono anche più usati in cucina: c’è il pasticcio di maccheroni, il pasticcio di verdure, ma questi sono piatti, non sono guai.

Fuori dalla cucina invece in generale i pasticci sono lavori male eseguiti, confusi. Il pasticcio dà più l’idea di confusione rispetto a guaio, sicuramente, quindi mettersi nei guai e mettersi nei pasticci è la stessa cosa ma con i pasticci sembra meno grave.

Ci sono anche ROGNA e BRIGA, altri due termini simili a guai.

Rogna è un termine che viene da una malattia della pelle, la rogna appunto. Si anche scabbia.

Nel linguaggio dei guai la rogna si usa spesso per dire “cercare rogne”, questa è la modalità più duffusa di usare il termine.

Che fai, cerchi rogne?

Questa è una frase che si può dire a chi ha un atteggiamento spavaldo, sfrontato, che sembra non interessarsi delle conseguenze dei suoi atti. Un atteggiamento provocatorio, di sfida:

“Non cercare rogne” , “ti consiglio di non cercare rogne”.

Rogne quindi si può usare al posto di guai, ma si usa anche al posto di problemi:

Ho una rogna da risolvere in ufficio che non mi fa stare tranquillo.

Le rogne sono problemi, cose delicate e potenzialmente molto dannose, e bisogna essere molto attenti con le questioni “rognose”.

Poi c’è brighe, una parola più gentile, meno forte rispetto a rogne. Sicuramente. Ma il concetto è il medesimo: una faccenda insidiosa, rischiosa, carico di rischio potenziale. Possiamo anche dire una ROTTURA DI SCATOLE, una SCOCCIATURA, che può portare solo guai.

Ecco, possiamo dire che le brighe e le rogne possono portare guai. Prima vengono le rogne e le brighe e poi i guai.

La stessa cosa vale per BEGHE, sinonimo più garbato di rogne e brighe.

Brighe è un termine usato in particolare in due espressioni molto usate e mai volgari ma assolutamente che vi consiglio di utilizzare.

La prima espressione è PRENDERSI LA BRIGA di fare qualcosa, o DARSI LA BRIGA che significa assumersi il compito di fare qualcosa. Assumendosi questo compito si prende un impegno non obbligatorio, e chi lo fa si assume la briga di farlo.

Io oggi mi sono preso la briga di spiegarvi il vocabolario dei guai. Una bella rogna, perché non è una cosa facile. Nessuno mi ha costretto, ho deciso io di prendermi la briga di farlo.

Una bella GATTA DA PELARE, si dice anche così. Quando ci si prende la briga di fare qualcosa molto spesso è una rogna, una brutta gatta da pelare, Una bega, ma non sempre. Nel caso di questo episodio ad esempio io mi sono preso la briga di spiegare con dovizia di particolari tutte le questioni che riguardano i guai, ma non c’è il rischio di guai in cui INCORRERE, a meno che faccia degli errori e qualche professore di italiano se ne accorga! Incorrere è un verbo che spesso si utilizza con i guai e con i problemi. Significa andare incontro ai guai.

La seconda espressione con briga è ATTACCARE BRIGA.

Attaccare briga significa provocare, iniziare a provocare, spesso con parole offensive, con insulti, spesso con le mani, spingendo, dando delle spinte con le mani ad un’altra persona. Cercare di litigare con qualcuno. Chi attacca briga è sicuramente uno che cerca rogne, che è a caccia di guai.

Spesso i bambini sono degli ATTACCABRIGHE tremendi e si cacciano continuamente nei guai. Normalmente gli ATTACCABRIGHE sono bambini che hanno avuto una infanzia difficile.

Credo che possiamo considerarci soddisfatti. Abbiamo sviscerato tutto il vocabolario dei guai, sperando che ne abbiate meno con la lingua italiana.

Riesco a capire i vostri problemi perché anch’io studio le lingue straniere, ma ogni lingua è diversa. Insomma possiamo dire che “i guai della pentola li conosce solo il cucchiaio che la mescola”. Proverbio che afferma che solamente chi ha un guaio, lo conosce bene. Non è possibile cercare di comprendere i guai degli altri se non ci sei passato anche tu nella tua vita.

È giunto il momento dell’esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me dopo aver fatto una donazione… Scusate volevo dire dopo aver ascoltato attentamente.

Guai

Guaio

Fare un guaio

Combinare un guaio

Combinare un pasticcio

Essere nei guai

Essere nei guai fino al collo

Combinarne di tutti i colori

Combinarne di cotte e di crude

… (ha lo stesso significato di combinarne di tutti i colori)

Ne hai combinata una delle tue?

Ne ha combinata un’altra delle sue

Cacciarsi nei guai

Una ne fa e cento ne pensa

… (questa è una frase scherzosa che si usa con i bambini che combinano molti guai, nel senso che per ogni guaio combinato ne ha pensati cento.

Guai a te!

Guai a te se lo dici a qualcuno!

Rogne

Cercare rogne

Cerchi rogne?

Ti consiglio di non cercare rogne.

Brighe

Attaccabrighe

Mio figlio non è un Attaccabrighe (fortunatamente)

Avere delle beghe

Darsi la briga

Prendersi la briga

Mi sono preso la briga di fare un episodio sui guai

Voi vi siete presi la briga di ascoltare l’episodio

I guai della pentola li conosce solo il cucchiaio che la mescola.

… (mescolare vuol dire girare, muovere il cucchiaio nella pentola)

Un saluto a tutti e vi aspettiamo al corso di italiano professionale.

Potete prenotare il corso fino a fine 2017, un corso dedicato a tutto coloro che vogliono migliorare il loro livello di italiano con il metodo naturale e senza sforzo di italiano semplicemente.

Seguono alcune osservazioni sui guai di Bogusia (polacca) e Ulrike, che ci propone un indovinello riguardante una espressione tipica sui guai.

Grazie a Bogusia e Ulrike.

Un saluto a tutti.

I verbi professionali: ADDOSSARE

Sommario del corso di Italiano Professionale

Audio

 

Trascrizione

Ciao e benvenuti nel Corso di italiano professionale, verbi professionali.

Oggi vediamo il verbo addossare.

È il verbo n. 21 del corso. Un verbo molto utilizzato nel mondo del lavoro. Per quale motivo?

Facciamo un passo alla volta.

Addossare è il verbo da spiegare. Addossare deriva da addosso, che significa “sulla persona”, o “sulle spalle di una persona”.

Addosso è un avverbio, un semplice avverbio che si usa in moltissime circostanze, sia in senso proprio che in senso figurato.

Ad esempio:

Io ho addosso un vestito – io porto un vestito addosso

Questo significa che io indosso un vestito. Il vestito mi ricopre, mi sta addosso, lo porto addosso, quindi lo porto sopra di me.

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Visita ad Aarhus (ripasso verbi professionali 1-20)

Audio ad una voce

Audio a due voci

Trascrizione

Buongiorno amici, e benvenuti in questo episodio di ripasso dedicato ai verbi professionali, episodio disponibile per tutti, affinché tutti possano trarne beneficio.

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In questo episodio verranno quindi utilizzati tutti i verbi professionali finora spiegati all’interno del corso di Italiano Professionale. E’ un esperimento che abbiamo già fatto in passato: se vi ricordate avevamo parlato di come rafforzare le ossa.

Ma col passare del tempo i verbi professionali che spieghiamo aumentano sempre di più quindi è necessario di tanto in tanto rinfrescare un po’ la memoria.

Un modo simpatico e molto produttivo di ripassare, cioè di studiare nuovamente i verbi professionali, verbi che non vengono, se non molto raramente utilizzati dagli stranieri.

L’argomento di oggi, di cui vi parlerò, è un viaggio che faremo dal 15 al 22 agosto di quest’anno. Oggi mi avvarrò quindi dell’aiuto di mia moglie Margherita.

Andremo a visitare la Danimarca e precisamente la città di Aarhus.

Questo progetto è nato per merito di un visitatore, anzi una visitatrice di Italiano Semplicemente, di nome Lya (mille grazie anche a Anette, Grete e Morten per l’ospitalità)

, una ragazza danese che saluto con affetto. Lya ci ha anche aiutato a trovare una bella sistemazione, ci ha aiutato a trovare un appartamento lì, si è adoperata per venirci incontro e con l’occasione ci incontreremo per salutarci. Non avrei mai declinato un invito di questo tipo e di conseguenza abbiamo accettato il cortese invito, e personalmente avevo assunto l’impegno di dedicare un episodio come questo alla città di Aarhus.

Italiano Semplicemente sbarca quindi in Danimarca.

Aarhus, non so bene come si possa pronunciare, è la seconda città più popolosa della Danimarca, e la prima per numero di abitanti della penisola dello Jutland (credo che in lingua danese si dica Jylland. Avete capito che non conosco la lingua danese, pertanto non potrò spacciarmi per un danese, e d’altronde non ne ho alcuna intenzione.

Abbiamo scoperto con piacere che la città in questione sia stata scelta come capitale europea della cultura per il 2017 assieme a Pafo, a Cipro.

Cogliamo l’occasione quindi anche noi per promuovere la città di Aarhus.

Aarhus ha persino un soprannome, ed infatti è nota come “la più piccola grande città del mondo”. Si trova sulla costa orientale (cioè ad est) dello Jutland in corrispondenza della foce di un fiume che ha lo stesso nome della città: Aarhus.

È una città in cui il fiume riveste una notevole importanza perché lo stesso nome della città in danese antico significa “foce del fiume”.

Io sono rimasto stupito del premio alla cultura perché non conoscevamo questa piccola-grande città danese. Meglio tardi che mai.

Allora io e mia moglie ci siamo un po’ informati e abbiamo scoperto che si tratta di una delle più antiche città della Scandinavia, anche detta penisola scandinava, che è quell’area geografica che comprende anche la Norvegia, la Svezia e parte della Finlandia.

Abbiamo ad esempio scoperto che ad Aahrus c’è la sede della importante marca di birra Ceres.

Per quanto riguarda i monumenti c’è una cattedrale che risale al XIII secolo, e si tratta della cattedrale più grande della Danimarca. Spero avremo occasione di visitarla.

C’è poi dal punto di vista culturale una chiesta storica importante, la Vor Frue Kirke (spero che la pronuncia non sia così tremenda (valutate voi e fatemi sapere) mi scuso se faccio grossi errori). Poi c’è anche Il Palazzo di Marselisborg (Marselisborg Slot) da visitare che è invece una residenza reale.

Poi c’è un museo d’arte: ARoS è il suo nome, il Teatro, il Municipio e l’antico borgo, o la vecchia città (Den Gamle By), che è una ricostruzione di un vecchio villaggio danese, quindi si tratta di una ricostruzione della vita urbana dal Settecento fino agli Anni ’70 – che permette al visitatore di immergersi fisicamente nel passato. A me piacerebbe visitare questo posto.

Non lontano dalla città ci sono molte spiagge, boschi e altre cose da esplorare, basta prendere una bella bicicletta. Sono molto curioso personalmente di vedere anche le pietre runiche di Jelling, uno dei patrimoni dell’umanità dichiarati dall’UNESCO, e poi anche i fiordi e le fantastiche coste danesi. Molta natura quindi da vedere.

È una popolazione molto giovane, la più giovane della Danimarca. Infatti ci sono moltissimi studenti.

Nonostante questo la città però è una delle più antiche della Danimarca.

La cosa che mi ha colpito maggiormente però è che, udite udite, degli studi recenti hanno stabilito che gli abitanti di Aarhus sono i più felici della Danimarca.

Ecco un altro bel motivo per cui visitare questa bella città. Grazie ancora a Lya che ci ha dato questa opportunità.

Fortunatamente ci sono attrazioni un po’ di tutti i tipi e per tutti i gusti, per cui credo che non ci annoieremo. Tra l’altro vale la pena di non trascurare neanche lo shopping, e quindi non mancheremo di visitare il Quartiere Latino.

Mia moglie tra l’altro ha dato un ordine preciso: impossibile non eseguire!

Dal punto di vista della democrazia, della crescita e dello sviluppo, pare che Aarhus sia all’avanguardia, quindi ho letto che si sta andando verso un modello basato sulla sostenibilità dell’ambiente e della società, verso un modo di vivere che non consumi più risorse di quelle che produce quindi. Un modello basato anche sulla diversità in generale, quindi sul rispetto alle altre culture, a tutte le religioni e tutte le forme di diversità. Riguardo alla democrazia ed alla cooperazione, questi credo siano il punto forte dei danesi in generale e questo era noto anche a me, che dall’Italia, come un po’ tutti i miei concittadini, vediamo i danesi come un esempio di democrazia, di onestà e di progresso.

Insomma è una città con una forte propensione al cambiamento. Il motto della città, la frase che rappresenta la città Let’s Rethink (che dovrebbe significare qualcosa come “Ripensiamo, ripensiamoci”, induce, spinge a pensare, a ripensare la società, e pare che esprima proprio questo spirito innovativo di Aarhus, dove tutti i cittadini sono inseriti e motivati alla partecipazione. In un ambiente del genere potete immagina come tutto funzioni meglio: tutti sono molto più felici e di conseguenza anche i servizi pubblici e privati vengono erogati con puntualità ed efficienza.

Speriamo con tutto il cuore di venire contagiati da questo spirito e portare un po’ di tutte queste belle caratteristiche al nostro ritorno in Italia. Sicuramente ne saremo arricchiti.

Voi a questo punto mi direte: è tutto perfetto ad Aarhus?

Scommetto che si mangia male! Questo mi sono detto. Questo ho pensato. Ci scommetto quello che volete! Solo in Italia si mangia bene. Ebbene: scommessa persa! Se avessi scommesso avrei perso tutto: avrei sbancato! Completamente!

Fortunatamente non ho scommesso, anche perché avendo perso, e in mancanza di soldi per terminare la vacanza avremmo dovuto cercare un lavoretto per arrotondare.

Infatti Aarhus pare non tema confronti neanche sulla gastronomia. Beh, vedremo se è così. Vi faremo sapere. Cercheremo di assaggiare il pesce locale e tutte le specialità del posto e vi faremo sapere se secondo noi il cibo e la cucina valgono il titolo di “Regione Europea della Gastronomia 2017”.

Purtroppo non potremo partecipare al Food Festival di Aarhus, (peccato!) che sarà qualche giorno dopo, ai primi di settembre, ispirata alla cultura culinaria sostenibile. Non disponiamo di tanti giorni di vacanza purtroppo.

Non potremo partecipare neanche al Festival di Aarhus (Aarhus Festuge) che si svolge dalla fine di agosto ai primi di settembre. Un festival di arte e cultura anche noto col nome di WindMade (cioè fatto col vento), e questo perché il festival è alimentato dall’energia del vento, dall’energia eolica. Prima infatti parlavo di sostenibilità.

Si tratta di uno dei più grandi eventi culturali della Scandinavia dove ci saranno una vasta gamma di eventi culturali, dal teatro alla musica e letteratura, fino alla gastronomia alle arti visive e l’architettura.

Insomma ci perderemo un po’ di cose di Aarhus, ma sono sicuro che avremo modo di apprezzare ugualmente la città e che le nostre aspettative non saranno disattese. La data del nostro viaggio d’altronde è stata dettata da esigenze diverse. Non potevamo predisporre il nostro viaggio in una data diversa da questa purtroppo.

Ok, credo sia il caso di liquidarci per oggi, speriamo di aver reso piacevole l’ascolto raccontandovi del nostro programma di viaggio ad Aarhus e di aver riscosso quindi il vostro interesse.

Il podcast volge al termine. Un saluto da Roma.

Tutti i modi per nascondere la verità – 2^ parte

Audio a bassa ed alta velocità

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Trascrizione

Eccoci alla seconda parte di “come nascondere la verità”. Abbiamo già visto molti termini e alcuni verbi da usare quando si vuole nascondere la verità ognuno con le sue specifiche caratteristiche.

Non volevo che l’episodio fosse troppo lungo per non annoiarvi, quindi ho suddiviso l’episodio in due parti e questa è appunto la seconda parte.

Vi invito ad ascoltare la prima parte dell’episodio, interessante anche perché è stato registrato in due velocità.

omertà
Non vedo, non sento, non parlo

 

La prima parte la possiamo anche rappresentare graficamente, con una immagine, quello che si chiama uno “schema a blocchi”, e credo che questo schema può essere molto utile per tutti per creare una mappa mentale, per rappresentare nella propria mente, in un modo veloce e schematico, tutto ciò che è stato detto nella prima parte dell’episodio. Vi invito a dare un’occhiata sul sito, nella trascrizione del file audio che state ascoltando e grazie a Maja, una ragazza polacca, che l’ha realizzato per tutti noi. E’ una cosa che potremmo fare anche altre volte se vi fa piacere.

maja immagine mappa mentale nascondere la verità1.jpg
Figura 1: Come nascondere la verità (1^ parte)

 

Adesso vediamo quindi altri modi interessanti che si usano molto in senso figurato, per esprimere il nascondimento della verità.

Un verbo è “Coprire” che è un verbo semplice, dai mille utilizzi, e che può essere usato anche nel senso di nascondere la verità. Il significato proprio del verbo coprire è quello di mettere qualcosa (un oggetto) sopra o davanti ad un’altra (un altro oggetto), ed in questo modo si copre quest’oggetto. Ad esempio la tovaglia copre il tavolo. Posso quindi coprire per nascondere una cosa allo sguardo altrui, collocando un oggetto sopra di essa, talvolta per migliorarne l’aspetto o la funzionalità. Poi c’è il senso figurato di coprire. In senso figurato equivale a Celare, occultare e dissimulare, di cui abbiamo discusso nella prima parte dell’episodio.

Posso coprire i misfatti di un amico, il che significa che se ho un amico che ha fatto qualcosa di sbagliato, posso decidere di aiutarlo, occultando o minimizzando le sue colpe e le sue responsabilità. Lo faccio perché sono un suo amico. Per questo motivo sono disposto a coprire i suoi misfatti, per questo motivo sono disposto a coprirlo; si dice anche così: coprire una persona, affinché sia riparata dalle accuse.

Anche al lavoro, il direttore o un dirigente può decidere di coprire i suoi dipendenti. Anche se questi sono colpevoli perché hanno sbagliato qualcosa, il loro capo li difende, li copre, è disposto a nascondere la verità coprendoli, si intende coprendoli dalle accuse. Coprire qualcuno significa quindi difendere qualcuno, ma attenzione perché si usa molto anche nei delitti, o nelle rapine, negli omicidi, insomma negli atti criminali. In questi casi ci sono solitamente due persone, di cui una commette l’atto illecito (ad esempio fa una rapina in una banca) e l’altra, che gli fa da “spalla”, lo copre, cioè controlla che non arrivi nessuno, controlla la situazione fuori dalla banca e avvisa il suo complice nel caso arrivasse la polizia o accadesse qualcosa di sospetto, qualcosa di cui preoccuparsi. Anche questo è coprire una persona.

Coprire non ha un’accezione necessariamente negativa però, anzi il più delle volte la copertura è una difesa amichevole, un atto di amicizia. Però l’obiettivo della copertura è comunque quello di nascondere la verità. Con la copertura si impedisce che qualcosa venga visto.

Un particolare modo di coprire è quello di coprire con la sabbia: insabbiare.

Insabbiare significa letteralmente “nascondere sotto la sabbia”, ma figurativamente si usa spesso nella politica e a livello giornalistico. Spessissimo potete leggere sui giornali che sono stati insabbiati dei risultati di indagini, delle verità che emergono in generale. Quindi anche dei risultati di inchieste pericolose.

Quando si decide di insabbiare qualcosa, è perché questo qualcosa può dar fastidio a qualcuno di molto potente, un uomo politico eccetera. Quindi se ci sono forti interessi, facilmente si può insabbiare una indagine o una inchiesta che può danneggiare qualche potente della terra.

Il verbo insabbiare è molto giornalistico e su Google news se volete troverete molti articoli in cui si parla di insabbiamento di verità scottanti. Troverete insabbiamenti di omicidi, insabbiamenti di informazioni militari e di crimini.

Tanto è negativo il termine, che dove c’è insabbiamento c’è spesso quella che si chiama omertà. La parola insabbiamento ed il verbo insabbiare spesso si usano insieme alla parola omertà, che non è un verbo ma è un sostantivo femminile.

La parola omertà deriva da uomo. Ma cos’è l’omertà e cosa ha a che fare con l’uomo?

Dunque, l’omertà la possiamo descrivere come una forma di solidarietà tra alcune persone, una solidarietà tra uomini, intesi come esseri umani. Quindi tali esseri umani cosa fanno? Si tratta di uomini che tacciono, che nascondono la verità al fine di coprire comportamenti disonesti di alcuni. Questa è la caratteristica dell’omertà: una solidarietà tra uomini per coprire malefatte.

Dove avviene un insabbiamento della verità, questo difficilmente viene condotto da una sola persona. Generalmente è condotto da più persone che tra loro sono solidali, persone che hanno deciso, insieme, di insabbiare, di nascondere una verità che può far male a qualcuno. Quindi queste persone nascondono delle verità che potrebbero essere utili alle indagini della polizia.

Si dice che tra queste persone c’è omertà, e si dice che queste persone sono persone omertose e che si comportano in modo omertoso. E’ un termine tipico degli ambienti criminali. Molto usato nella stampa e dai media. L’omertà è solitamente condivisa tra persone che hanno interessi in comune: – io copro te e tu copri me – ma spesso però c’è omertà solo per paura.

Le persone normali, anche se non sono criminali, se hanno visto o sentito qualcosa, spesso però non parlano con la polizia e con i giornali, nascondono quindi la verità per paura di essere puniti per questo. Ad ogni modo, complici o non complici, non è certamente un bel complimento essere chiamati persone omertose.

La parola omertà è quindi una parola offensiva se usata contro qualcuno. La versione non offensiva è la parola riserbo: Il riserbo è la tendenza a tacere o a non rivelare qualcosa, per prudenza o semplicemente per carattere. Ci sono persone particolarmente “riservate” che quindi si distinguono dalle altre per il loro riserbo. Queste persone hanno, quando parlano, la massima discrezione e cautela. Sono molto attente a non dire cose compromettenti.

Avere discrezione e essere persone discrete significa quindi avere riserbo (con la penultima lettera che è una “b”: riserbo, e non la “v”, come riservate), e il riserbo non è, come l’omertà, una caratteristica negativa. La discrezione, il riserbo sono invece degli atteggiamenti, dei modi di essere, giudicati invece delle qualità.

Se io ti dico, ti racconto, ti rivelo un mio segreto, una cosa che non voglio che altri sappiano, posso raccomandarmi con te e dirti:

Mi raccomando il massimo riserbo! Riserbo assoluto!

Il che è come dire:

Mi raccomando, occorre discrezione!

Mi raccomando, non lo dire a nessuno.

Nessuno quindi dice: mi raccomando, devi essere omertoso, ci vuole omertà! E questo perché l’omertà è citata solamente quando si nascondono cose delittuose compiute generalmente da più persone insieme, da una organizzazione criminale. Se io ti rivelo un segreto non si può parlare di omertà quindi, parlo invece di riserbo, di discrezione, di riservatezza

Tutte però sono caratteristiche delle persone: l’omertà, la discrezione, il riserbo, la riservatezza.

A livello giornalistico si sente spesso la frase “uscire dal riserbo“, che significa smettere di nascondere qualcosa.

Chi esce dal riserbo decide di rivelare, decide di dire ciò che finora aveva nascosto: una notizia qualsiasi. Basta nascondere la verità: usciamo dal riserbo!

La parola riserbo è molto simile a riservatezza, infatti entrambi i termini si usano per le cose riservate, le cose cioè che non si devono conoscere, che devono restare private, segrete. Sia la riservatezza che il riserbo sono caratteristiche delle persone. La riservatezza è molto più utilizzata come qualità personale, mentre riserbo si usa molto di più quando si ha una cosa in particolare che occorre tenere nascosta.

Bene. Abbiamo prima parlato del verbo insabbiare. Molto simile ad insabbiare è eclissare.

Eclissare viene da eclissi. L’eclissi (o eclisse) è quel fenomeno naturale che si ha quando una stella, un astro, viene coperto, viene occultato, viene nascosto, viene celato da qualcosa come la luna ad esempio: se il sole viene coperto dalla luna ho una eclisse. Quindi l’eclisse nasconde il sole.

In senso figurato si usa spesso dire “eclissare la verità“, nel senso di nascondere, occultare la verità. E’ solamente un po’ più stravagante e fantasioso come termine. Si usa tra l’altro anche verso se stessi: eclissarsi, ed in questo caso significa nascondere se stessi, e non la verità.

Poi c’è spacciarsi, il penultimo verbo della lezione, che è un altro verbo usato per nascondere la verità. Spacciarsi è fingere di essere qualcun altro. Quindi se mi spaccio per mio fratello gemello sto facendo finta di essere mio fratello, ed in questo caso sto sicuramente agendo sotto mentite spoglie: per la precisione sotto le spoglie di mio fratello. E’ un verbo questo al quale abbiamo già dedicato una lezione all’interno del corso di Italiano Professionale. Pertanto rimando i visitatori, se vogliono approfondire, a dare un’occhiata al verbo spacciare e alla sua versione riflessiva “spacciarsi”. Metto il link all’interno dell’articolo.

Ricapitolando quindi, in questa seconda parte abbiamo descritto l’omertà, una forma di solidarietà tra uomini finalizzata al nascondimento di atti criminali o comunque illeciti. Il verbo coprire, molto generico, la riservatezza come caratteristica personale ed il riserbo, molto usato quando si presenta la necessità di nascondere qualcosa di riservato. Poi abbiamo visto il verbo insabbiare ed eclissare. Il primo molto usato in contesti in cui si commettono atti illeciti, il secondo più fantasioso ma anch’esso usato a volte associato alla verità.

Voglio terminare la lezione col verbo “contraffare”. È un altro verbo che spesso viene legato alla verità. Infatti l’uso più comune di questo verbo è quello legato ai prodotti che si vendono sul mercato: le merci contraffatte. Quindi i prodotti contraffatti sono tutti quei prodotti, in vendita sul mercato, che sono prodotti al fine di spacciarlo per l’originale.

La verità che viene nascosta in questo caso è quella legata al prodotto. Non si tratta del prodotto originale, ma si tratta di merce contraffatta. Si tratta di merce falsa, non originale. Moltissime cose si possono contraffare: un marchio può essere contraffatto, come i marchi di moda, producendo magliette, pantaloni, merce che viene spacciata per originale ma invece è solamente merce contraffatta. Si possono contraffare schede elettorali, anche una foto si può contraffare. Una patente di guida, un passaporto possono essere contraffatti. Insomma è molto simile a falsificare come verbo. E la verità, anche la verità può essere contraffatta: quando si contraffà la verità, si modifica, si falsifica la verità. Il verbo si usa quando, anche qui, si fa qualcosa di illecito. Significa quindi falsificare, trasformare, ritoccare, alterare, manipolare, per ottenere qualcosa di poco lecito.

Adesso facciamo il consueto esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me, attenti alle doppie. Uno, due, tre, via!

Coprire la verità

Insabbiare un crimine

Omertà

Atteggiamento omertoso

Riserbo

Massimo riserbo, mi raccomando!

Eclissare la verità

Spacciarsi per qualcun altro

 

Riservatezza

Contraffare

Ciao ragazzi. Continuate a seguirci ed a proporci nuovi podcast. Se volete potete anche partecipare attivamente, su Facebook o su WhatsApp.

Fatevi sentire, vi aspetto.

Ciao

 

Italiano Professionale – Lezione n. 14: CONFRONTI E SCONTRI

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italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche sui confronti e sugli scontri
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Agire sotto mentite spoglie: tutti i modi per nascondere la verità – 1^ parte

Audio a velocità normale e accelerata

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Trascrizione

Buongiorno ragazzi e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, grazie di essere qui all’ascolto ancora una volta e benvenuti a chi per la prima volta ascolta un episodio audio di italianosemplicemente.com.

In questo vi spiegherò la frase “agire sotto mentite spoglie“. Questa è la frase di oggi, una frase particolare, ed anche direi abbastanza complessa da spiegare.

agire_sotto_mentite_spoglie_immagine

Per giungere al nostro obiettivo vi spiegherò prima le singole parole che compongono questa frase e con l’occasione affronteremo anche una serie di espressioni simili, anch’esse legate allo stesso argomento, che ancora non vi ho detto, che è quello della verità e più precisamente della mancanza della verità.

Faremo quindi una serie di esempi, come al solito, così che capirete senza problemi questa frase, ed anche le altre che vi spiegherò, frasi tutte molto usate sia nei film italiani, sia alla tv, sia negli articoli di giornale, oltre che nella vita di tutti i giorni.

Mi sembra un argomento molto interessante questo della verità, anche perché a tutti capita di avere a che fare, prima o poi, con persone che non dicono la verità (prima o poi capita a tutti) o che si comportano in modo tale da far credere che possano nascondere qualcosa.

Inoltre oggi faremo un piccolo esperimento. Questo episodio sarà registrato in due velocità diverse. La prima volta parlerò più lentamente, la seconda volta invece a velocità normale. Vi consiglio pertanto di ascoltare prima la versione più lenta, almeno un paio di volte e dopo quella più veloce. In questo modo nella versione lenta potrete concentrarvi maggiormente sulle parole e su come si pronunciano, e poi nella versione più veloce la vostra attenzione sarà più invece sulla melodia della lingua, sulle pause e sulle frasi intere.

Bene, iniziamo allora. Il modo più semplice per dire questo, per esprimere una non verità, è il verbo mentire, che vuol dire “non dire la verità“. Semplicemente. Un verbo universalmente utilizzato a questo scopo. Un verbo non facile da coniugare. All’indicativo presente ad esempio è: io mento, tu menti, lui/lei mente, noi mentiamo, voi mentite, loro mentono.

Chi mente dice bugie. Le bugie sono il prodotto di chi mente. Se una persona mente dice bugie.

Ma ci sono svariate modalità per dire questa parola, ognuna con le sue caratteristiche, ognuna con le sue sfaccettature. Prima quindi di vedere il significato della frase “agire sotto mentite spoglie” facciamo un approfondimento sulle bugie.

Bugie si dice anche, ad esempio, menzogne. Quindi dire menzogne equivale a mentire, ed equivale a “dire bugie”.

Le menzogne hanno però un senso un po’ più negativo.

Infatti le menzogne sono associate ad un comportamento che, più delle bugie, colpisce qualcuno, nuoce a qualcuno in particolare. Con le menzogne si fa del male a qualcuno. “Nuoce” significa “danneggia”, e “nuocere” significa “danneggiare”, il verbo è il verbo nuocere, cioè provocare un danno, arrecare un danno. Le bugie sono, quindi, rispetto a nuocere, un termine più familiare:

I bambini dicono le bugie, o al limite il marito alla moglie può dire bugie, o viceversa. Magari un uomo dice di andare a giocare a calcio con gli amici ed invece si incontra con l’amante. Questo non si fa! Questa è una bugia, è una cosa non vera, ma non è una menzogna. Ok?

Che bugiardo! Che traditore questo marito. Il traditore: chi tradisce il proprio partner è un traditore (traditrice al femminile) e quindi il traditore è ovviamente un bugiardo, perché non lo dichiara, non lo dice… almeno la maggioranza dei traditori non lo dice quando tradisce.

Quindi le bugie si dicono per nascondere qualcosa, per nascondere la verità, perché la verità potrebbe essere controproducente per chi dice le bugie, ed allora si nasconde la verità con una bugia, piccola o grande che sia.

Invece la menzogna si dice, più che per nascondere la verità, si dice per accusare qualcuno, per danneggiare qualcuno.

Non è un caso che menzogna termini con le lettere ogna, come vergogna, cioè quella emozione che si prova quando accade qualcosa o quando facciamo qualcosa che, agli occhi degli altri, ci fa apparire persone peggiori, brutte persone, magari disoneste, o comunque come non vorremmo apparire agli occhi degli altri. Ok? Questa è la vergogna.

Chi dice menzogne generalmente non si vergogna.

Anche la parola “gogna” termina in questo modo, e la parola vergogna deriva proprio da gogna. La gogna è una sorta di punizione, si usava nel medioevo, una punizione per aver fatto qualcosa di molto sbagliato. Una punizione di cui ci si doveva vergognare.

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Un uomo alla gogna

La gogna infatti era una condanna, una punizione a cui si veniva condannati per aver commesso atti gravi. E tutti potevano insultarti e dirti le cose peggiori possibili mentre il condannato alla gogna indossava un collare di ferro attorno al collo, un collare che veniva applicato a tutti coloro che erano stati condannati alla gogna. Il collare che dovevano indossare queste persone si chiamava appunto gogna. E chi era messo alla gogna (si dice proprio così: mettere alla gogna) si dice anche che era messo alla berlina, veniva svergognato, veniva esposto al pubblico ludibrio, allo scherno. In poche parole tutti potevano deriderlo ed insultarlo.

Quindi la menzogna, lo avete capito, è sicuramente peggiore della bugia. Notate come anche la parola fogna, come gogna, vergogna e menzogna, ha un significato molto negativo. La fogna è il luogo dove confluiscono gli scarichi biologici. Ci sono anche altre parole di questo tipo, come rogna, che è una malattia tipica dei cani randagi.

Quindi se ad esempio c’è un omicidio, cioè viene uccisa una persona, e si deve trovare ed arrestare il colpevole (l’assassino, colui che ha commesso l’omicidio), allora io posso dire: è stato Emanuele, è stato lui, è lui l’assassino, l’ho visto io. Emanuele sicuramente direbbe:

No, non è vero, è una menzogna!

Giustamente Emanuele si è risentito per l’accusa e quindi parla di menzogna, di una falsa accusa.

Chi dice bugie è un bugiardo e chi dice menzogne è un menzognero. Io che ho accusato ingiustamente Emanuele sono un menzognero. Bugiardo e menzognero sono entrambe persone che affermano il falso, che cioè dicono il falso, oppure che semplicemente alterano la verità.

Ho detto “persone che affermano il falso”: affermare equivale a “dire” (“io affermo” equivale a “io dico”, ma è più professionale.

Affermare il falso, cioè dire il falso in fondo è la stessa cosa di alterare la verità. Alterare significa modificare, e chi altera la verità dice quella che si chiama una “mezza verità“, perché per metà è una verità e per l’altra metà è una bugia.

Quando si parla di una mezza verità – capita spesso di ascoltare questa frase –  è un modo per dire che la verità è stata alterata, non molto ma direi in modo fondamentale. Non si tratta quindi di una bugia inventata di sana pianta, ma comunque di una mezza verità.

Quindi quando si nasconde la verità a parole, usando le parole, si parla di bugie e di menzogne, di bugiardi e di menzogneri.

Ma si può nascondere la verità anche con dei comportamenti, non solo con le parole.

In questo caso possiamo ad esempio dire che chi si comporta in modo misterioso con ogni probabilità sta facendo le cose di nascosto. Sta agendo di nascosto.

L’agente segreto ad esempio agisce di nascosto, ma lo fa perché è il suo mestiere. L’agente segreto si muove di nascosto, non si deve far vedere da nessuno, deve spiare, osservare di nascosto, filmare quello che vede con una videocamera (a volte), registrare, deve seguire le persone, deve pedinare le persone, seguirle e scoprire cosa fanno, esattamente come un investigatore segreto, che investiga, cioè svolge delle indagini accurate, quindi segue le tracce di qualcuno e analizza tutti i dettagli.

La differenza tra un investigatore e un agente segreto è che quest’ultimo (l’agente segreto) fa parte di un gruppo, di una organizzazione di servizi segreti, come la CIA e l’FBI. Entrambi però nascondono la verità attraverso dei comportamenti, sia l’investigatore segreto, sia l’agente segreto, detto anche spia, agiscono di nascosto e, se le circostanze lo richiedono, cioè se necessario, possono anche agire sotto mentite spoglie.

Agire sotto mentite spoglie, che è il titolo di questo episodio, è sicuramente l’espressione più complicata di oggi.

“Agire” equivale a comportarsi, mentre le “spoglie” è il plurale di spoglia. E le spoglie rappresentano i vestiti, ed in generale rappresentano ciò di cui ci si ricopre, ciò di cui ci si veste, e quindi ciò di cui anche ci si può spogliare, e spogliarsi è il contrario di vestirsi. Il verbo spogliare significa togliere i vestiti. Tutti noi la sera, prima di andare a letto, ci spogliamo, cioè ci togliamo le spoglie, ci togliamo i vestiti, ciò che ci ricopre.

Queste sono le spoglie, termine molto usato tra l’altro nella poesia. Spogliare quindi significa togliere le spoglie, e spogliarsi significa togliersi le spoglie.

Le mentite spoglie sono quindi le false spoglie, cioè i falsi vestiti, quindi agire sotto mentite spoglie significa comportarsi come se fossimo un’altra persona. Quindi “mentite” quindi vuol dire false. È una parola che viene usata solo per questa frase. Esclusivamente per la frase: agire sotto mentite spoglie.

Mentite è usato come aggettivo: le spoglie sono mentite. È come dire “i vestiti che indossa non sono veramente i suoi”.

La parola “sotto” rappresenta il fatto che la persona che agisce sotto mentite spoglie indossa un vestito, le spoglie appunto, quindi la persona si trova sotto le spoglie, agisce coperto da queste spoglie, sta sotto, sta nascosto.

Infine c’è la parola “spoglie”: le mentite spoglie.

Attenzione perché la parola spoglie è una parola che può significare anche cadavere, cioè il corpo di una persona morta, non più viva. In questo caso si parla di “spoglie mortali“. E’ la stessa cosa che dire salma, cadavere.

Ma perché un cadavere si chiama anche spoglia? Semplicemente perché la religione cattolica vuole che il corpo sia la veste mortale dell’anima. Il nostro corpo è il vestito della nostra anima. Per questo il nostro corpo, quando non è più vivo, diventa una spoglia mortale.

C’è in particolare una poesia di Alessandro Manzoni, il grande poeta italiano, una poesia dal titolo “il 5 maggio“, dedicata a Napoleone Bonaparte, che inizia così:

Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro

Manzoni in questa poesia parla di Napoleone Bonaparte e della sua morte, avvenuta proprio il giorno 5 maggio (dell’anno 1821), e parla del corpo di Napoleone, della sua salma, della sua spoglia, appunto.

La spoglia, quindi il corpo senza vita di Napoleone, dopo il mortal sospiro, cioè dopo l’ultimo respiro, quello mortale, stava immemore, cioè stava senza più ricordi, senza memoria (immemore). Stette la spoglia immemore… molto bello come verso.

Tornando a noi, chi agisce sotto mentite spoglie agisce quindi “sotto falso nome“, finge di essere qualcun altro, e questo qualcun altro potrebbe anche essere non una persona precisa, ma solo un tipo di persona, come un medico, un avvocato eccetera, non quindi una persona precisa.

Quindi quando si parla di “mentite spoglie” si parla di “false spoglie”, di “falsi vestiti”, di “falsa identità”. La falsità – è così che si chiama la caratteristica delle cose false, o delle persone false – in generale, è una caratteristica molto negativa, soprattutto se viene associata ad una persona. Una persona falsa è una persona che non dice mai la verità, una persona che dice cose false, non vere. Il falso quindi mente con le parole e col comportamento.

Anche la finzione è un altro modo di nascondere la verità (come la falsità) ed è relativo solo al comportamento. Ovviamente chi finge col comportamento, spesso lo fa anche con le parole: dice bugie, e se serve dice anche menzogne. Ma il termine finzione si riferisce al comportamento: io posso fingere di essere un medico, oppure fingo di essere un ingegnere, o magari fingo di comportarmi bene, eccetera. La finzione ovviamente è falsa, ma la falsità ha sicuramente un significato molto più negativo della finzione. La finzione può anche essere un gioco: l’attore finge ad esempio, ma gli attori non sono falsi. La falsità è una caratteristica delle persone, la finzione invece, pur essendo un atteggiamento falso o simulato, può anche essere un gioco, oppure il frutto dall’immaginazione e dalla fantasia.

Con la falsità e con la finzione si può fare, se occorre, anche una “falsa testimonianza”. Questo è un altro termine legato all’argomento di oggi.

Che significa fare falsa testimonianza? Una testimonianza è una dichiarazione con la quale si dice, si dichiara, cioè si afferma, e quindi si testimonia di aver visto o ascoltato delle cose. Ad esempio si dice di essere stati presenti quando è avvenuto un fatto. In questo caso si dice di essere stati testimoni di un fatto, di aver assistito ad un evento o di aver ascoltato qualcosa.

Una falsa testimonianza quindi è una affermazione falsa, una dichiarazione falsa, non vera. Posso anche dire una dichiarazione mendace. Mendace è un termine particolare e più usato nella giustizia. Nei processi e nelle aule di tribunale.

Una dichiarazione può essere mendace? Sì, può esserlo. Ovviamente questa è una dichiarazione falsa.

Una persona può essere mendace? Sì, anche una persona può esserlo. E questa persona è una persona bugiarda, o un menzognero.

Quindi anche chi fa una falsa testimonianza, cioè una dichiarazione mendace, è un testimone mendace. Chi fa una falsa testimonianza è un bugiardo, un mentitore (si può chiamare anche così chi mente, la persona che mente). La falsa testimonianza e la dichiarazione mendace si usano quasi esclusivamente nei processi, nelle aule di tribunale, d’altronde è lì che i testimoni possono fare le loro dichiarazioni, le loro testimonianze. Se queste sono false allora si è in presenza di una falsa testimonianza e di dichiarazioni mendaci.

Poi è interessante anche il fatto che un modo particolare di dire bugie è farlo in modo fantasioso, ed in questo caso si può organizzare una vera e propria storia, fatta di avvenimenti, di cose, di persone, insomma chi fa questo si dice che racconta delle storie.

Voi mi direte: ma io spesso ho raccontato delle storie ai miei figli, prima di andare a letto. Queste non sono bugie giusto?

Giusto, dico io, infatti raccontare delle storie ha un doppio significato. Quello figurato si usa spesso in famiglia e significa appunto dire bugie sotto forma di racconti.

Non mi raccontare storie!

Dice il padre al figlio, ad esempio, quando il figlio si inventa delle scuse per giustificare il proprio comportamento.

Non hai fatto i compiti oggi? Come mai? Dice il maestro al bambino.

Beh, veramente… Sono stato malato.

Se questa è la risposta del bambino, la maestra risponde:

Non mi raccontare storie! Di’ la verità!

Chi racconta storie quindi può farlo in senso proprio, nel senso vero della frase, quando si raccontano delle storie ai bambini la sera prima di andare a letto per farli addormentare, oppure, in senso figurato, chi racconta storie è colui che inventa degli avvenimenti, delle storie, per giustificarsi. In questo caso si tratta di bugie.

Vediamo adesso un verbo simile a mentire. Sto parlando del verbo “dissimulare”. Molto ricercato ed elegante come verbo, senza dubbio.

Dissimulare significa nascondere, “fare finta” (o far finta). Quindi si tratta di una bugia del comportamento.

Quando una persona dissimula, allora sta fingendo, ed in particolare l’accento è sul nascondere qualcosa. Chi dissimula vuole evitare che le proprie intenzioni, le vere intenzioni, escano fuori, emergano, oppure che emergano le proprie emozioni, o la propria sorpresa. Insomma vuole nascondere qualcosa, qualcosa di sé: un’emozione, una sensazione.

Quindi dissimulare è quasi come fingere, ma mentre fingere pone l’attenzione sulla falsità del comportamento, dissimulare pone più attenzione sulla volontà di nascondere ed inoltre è più professionale di fingere. Indubbiamente è più ricercato e professionale.

Se io voglio evitare che gli altri si accorgano della verità, allora posso fingere, ad esempio, di non odiare una persona, quando invece io provo dell’odio verso quella persona, ma non voglio che l’odio traspaia, che si veda; allora cerco di dissimulare l’odio. Cosa sto facendo? Sto nascondendo l’odio, sto dissimulando l’odio. E’ la stessa cosa.

Secondo esempio: Posso nascondere di essere una persona ansiosa, allora dissimulo l’ansia.

Terzo esempio: Se mi fanno un regalo per il mio compleanno e il regalo non mi piace, allora voglio fingere che il regalo invece mi piaccia. Allora dissimulo il dispiacere, cioè nascondo il dispiacere.

Notate che dissimulare è, contrariamente a mentire, un verbo transitivo, e questo significa che occorre specificare cosa viene dissimulato. Bisogna specificare la cosa che si nasconde.

Spesso però si usa anche senza specificare, al posto di nascondere. Ad esempio posso dire che un attore deve essere bravo a dissimulare. ok?

Se uso questo verbo mostro sicuramente una conoscenza dell’italiano più profonda. Diciamo che se voglio parlare in modo più ricercato, più forbito, in modo più elegante, posso usare il verbo dissimulare, che deriva dalla parola dissimile, cioè il contrario di simile. Dissimulare è rendere dissimile, quindi rendere diverso, mostrare, far apprezzare qualcosa in modo diverso dalla realtà. In una sola parola dissimulare.

Quindi nascondere la realtà può essere espresso in modi diversi, a seconda della cosa che si vuole nascondere o del motivo. Infatti abbiamo detto che mentire equivale a dire bugie ed il focus, l’attenzione, è sulla bugia. La menzogna è invece una bugia il cui obiettivo è danneggiare qualcuno, mentre dissimulare equivale a fingere; entrambi i verbi sono relativi al comportamento, ma fingere pone l’attenzione sulla finzione, sulla falsità del comportamento, mentre dissimulare sul fatto che si nasconde un sentimento, una sensazione. Abbiamo anche visto la “falsa testimonianza” e la “dichiarazione mendace”, espressioni simili, il cui focus è sulle parole e non sui comportamenti, e che sono perlopiù usate nelle aule di tribunale. Una bella varietà di espressioni quindi.

L’espressione di oggi era più relativa al comportamento che alle parole: “agire sotto mentite spoglie”.

Ci sono poi anche altri termini. Infatti c’è un verbo particolare che può essere associato alle menzogne, che come vi ho detto sono le bugie che hanno come obiettivo accusare qualcuno.

Il verbo in questione è “occultare“. Questo è un verbo che si usa molto quando c’è un reato, nelle indagini quindi, quando c’è quindi un reato, in cui una persona nasconde, cioè occulta qualcosa. Occultare e nascondere hanno lo stesso significato, ma occultare è nascondere per fini illeciti, nascondere per fare una cosa che non si può fare. Occultare è rendere qualcosa occulto, cioè nascosto o non visibile ma spesso si fa un reato, si infrange la legge.

Si può occultare un documento importante quindi, ma si può semplicemente anche occultare la verità, che quindi significa mantenere segreta la verità, non rivelare la verità.

Occultare ha a che fare anche con la vista, con gli occhi. Quindi posso dire che un muro costruito di fronte alla finestra occulta il giardino: non riesco più a vedere il giardino dalla finestra di casa perché c’è questo muro che occulta il giardino. Però è un verbo che a me, personalmente non piace perché c’è un senso fortemente negativo: è troppo usato nei reati contro la legge.

Se parliamo di vista, di nascondere qualcosa alla vista è invece molto più adatto un altro verbo, il verbo “celare“, molto simile ad occultare ma molto usato sia nei libri e nelle poesie anche. Non molto usato nella vita quotidiana a dire il vero.

Celare è esattamente “sottrarre alla vista”, “nascondere alla vista”.

Si può quindi celare il giardino alla vista mediante un muro, oppure posso dire che, in una giornata nuvolosa:

Le nuvole celano il sole.

Posso anche celare il mio volto dietro una maschera: se indosso una maschera sul viso tale da non essere riconosciuto, sto celando il mio vero volto, sto celando la mia vera identità.

Sentite come è bello questo verbo e come è gradevole all’udito.

Anche se usato in contesti negativi può riuscire ad attenuare i dissapori. Se siete accusati di qualcosa (immaginate di essere accusati di aver nascosto la verità) potete rispondere: non voglio celare la verità! Lungi da me l’intenzione di celarvi la verità! E’ molto gradevole all’udito e direi anche più convincente.

Dicevo che questo è un verbo che è molto usato nella poesia:

non celare i segreti del tuo cuore“, si potrebbe dire ad un amico, oppure: “non celare i tuoi sentimenti“, il che è come dire “non nascondere i tuoi sentimenti, rivela i tuoi sentimenti, non li nascondere, non li celare”.

Altri due verbi interessanti, ma molto meno poetici sono “mascherare” e “camuffare”.

Mascherare si usa spesso in contesti in cui c’è da nascondere qualcosa, come occultare, ma è molto meno legato alla giustizia. Mascherare infatti deriva da maschera, e si usa pertanto anche a Carnevale, che è la festa in cui ognuno, se vuole, si maschera, si traveste. A Carnevale ci si maschera, cioè si indossa un vestito per non essere riconosciuti, e solitamente ci si maschera indossando anche una maschera, che serve a coprire il volto, una maschera di un personaggio noto ad esempio.

Ma in questo caso, se ci mascheriamo, non stiamo “agendo sotto mentite spoglie”, perché è Carnevale, ed è concesso quindi travestirsi, mascherarsi per nascondere la propria identità. Non sto mentendo a nessuno in realtà. Non si tratta di bugie.

Si possono poi anche mascherare i propri sentimenti, come celare, ma è sicuramente meno poetico.

Camuffare invece è come mascherare, ma è meno divertente. Posso anche usare camuffare al posto di mascherare ma è improprio. C’è infatti una volontà di nascondere che non ha un fine divertente. Camuffare significa quindi truccare, travestire, trasformare, quindi anche mascherare, in modo che qualcosa o qualcuno non si riconosca. Quindi la persona che si camuffa per sembrare qualcun altro sta sicuramente agendo sotto mentite spoglie. Il fine è imbrogliare il prossimo, la finalità non è amichevole, non è divertente ma intenzionalmente finalizzata a imbrogliare, a “fregare” il prossimo.

Posso anche camuffare un’automobile, cambiando il motore in uno più potente.

Posso camuffare però anche delle intenzioni. Quindi camuffare è un po’ come dissimulare: però dissimulare è più elegante e si applica sempre a qualcosa di intangibile, come l’odio e la speranza, (non sono oggetti)come abbiamo visto, invece camuffare è meno elegante e si usa più in senso negativo.

Un altro verbo mai usato dagli stranieri ma anch’esso molto elegante è “edulcorare”.

Anche edulcorare ha a che fare con la verità e con il nascondimento della verità.

Tra i termini e verbi visti oggi, edulcorare è vicino ad “alterare la verità”, e anche a “dire una mezza verità”. Quindi anche edulcorare ha a che fare con la modifica. Quando uso edulcorare voglio in particolare far sembrare qualcosa migliore. Questa è la caratteristica di edulcorare.

L’intenzione è quella di presentare qualcosa come meno grave o meno sgradevole di quanto sia effettivamente nella realtà.

E’ una bugia? Non necessariamente si tratta di una vera bugia. Spesso è solamente un modo di attenuare qualcosa.

Facciamo alcuni esempi.

Sono un bambino di 6 anni ed ho fatto qualcosa di sbagliato. Ora devo dirlo a mia madre, magari ho paura che lei mi sgridi, che mi rimproveri, allora mia madre, che mi conosce bene, mi dice:

Dimmi tutta la verità, cosa hai fatto? E cerca di non edulcorare la realtà!

“Cosa?” risponde il figlio.

I bambini non conoscono questo verbo e quindi chiede spiegazioni. Giustamente.

Allora la madre si spiega bene:

Cerca di dire esattamente le cose come sono avvenute, senza modifiche. Non edulcorare la realtà a tuo favore!

Facciamo altri esempi:

Se voglio vivere gli ultimi anni della mia vita in modo felice, per edulcorare le sofferenze della vecchiaia, posso trasferirmi in Italia.

In questo caso le sofferenze vengono edulcorate, quindi è come dire attenuate, ridotte, ma edulcorare è rendere più dolce.

Infatti il verbo deriva da dolcezza, (dulcis) e si utilizza anche in senso proprio al posto di dolcificare, rendere dolce, addolcire. Infatti c’è, esiste l’edulcorante, che è una sostanza che serve per addolcire una bevanda. Si può mettere nel caffè ad esempio.

La maggioranza delle volte però edulcorare si usa in senso figurato, per mitigare, attenuare qualcosa nella sua gravità. Una cosa edulcorata è più dolce, meno grave, perché è stata modificata, è stata resa più dolce, come la vecchiaia se la passiamo in Italia 🙂

Si usa spesso in modo figurato anche quando si parla di “stile edulcorato“. Le persone che hanno uno stile edulcorato sono generalmente molto calme, e tutto sembra meno grave, più dolce, se detto da queste persone, che usano espressioni edulcorate, tranquillizzanti. Anche questo è un verbo che vi consiglio caldamente di utilizzare.

Posso usare edulcorare anche in un contesto negativo, come “occultare”, come “dichiarazione mendace” e come “falsa testimonianza”. Infatti anche edulcorare si usa spesso nelle aule di tribunale, quando un testimone può cercare di far sembrare qualcosa meno grave.  Il testimone può infatti “presentare una versione edulcorata dei fatti. I fatti, certi fatti, certi avvenimenti, certi accadimenti, vengono presentati in modo meno grave, in modo edulcorato: si presenta una versione edulcorata di alcuni fatti.

 

Per concludere c’è il verbo “sottacere“. L’ultimo verbo della lezione. Sottacere non ha nulla a che fare con i “sottaceti”, che sono delle verdure che si mettono in un contenitore con dell’aceto. I sottaceti si mangiano quindi. Sottacere invece è un verbo!

Qual è la caratteristica del verbo sottacere?

Anche sottacere, come edulcorare, è simile a “dire una mezza verità”, ed infatti contiene “tacere“, che vuol dire stare zitti, non parlare. Sottacere significa “non dire”, cioè omettere di dire, omettere di dire qualcosa in modo intenzionale. Quindi quando si omette di dire qualcosa, quando non si dice qualcosa di importante, si sta sottacendo, cioè si stanno omettendo fatti o circostanze particolari e rilevanti. Non si tratta di far sembrare migliore, come edulcorare, ma semplicemente di non dire qualcosa.

Quando si sottace, è come dire che si “passa sotto silenzio“. Infatti sottacere contiene tacere ma contiene anche “sotto”: sottacere = tacere sotto, nel senso di nascondere.

Cosa può essere sottaciuto?

Beh, posso fare alcuni esempi. Posso dire ad esempio che se parliamo di apprendimento della lingua italiana, non posso sottacere l’importanza della ripetizione dell’ascolto: prima regola d’oro: la ripetizione, cioè ascoltare più volte non può essere sottaciuto. Se lo sottacessi vi farei un torto e non sarei un buon professore di italiano.

Non posso neanche sottacervi che occorre anche praticare la lingua per imparare a comunicare in italiano. Se vi avessi sottaciuto questo non avrei creato dei gruppi su Whatsapp per parlare italiano. Non vi sottaccio neanche che questo episodio sta diventando un po’ troppo lungo (non ve lo sottaccio) e la vostra attenzione potrebbe calare.

Seppure ve lo avessi sottaciuto sarebbe stata comunque una bugia a fin di bene. A proposito, questa particolare categoria di bugie sono, appunto, a fin di bene, sono cioè finalizzate a far del bene (fin è l’abbreviazione di fine, cioè finalità, scopo, obiettivo). Non sempre quindi sottacere qualcosa può essere negativo, anche se c’è chi afferma che è sempre meglio essere sinceri. Io sono della teoria delle bugie a fin di bene.

Quindi facciamo un breve esercizio di ripetizione prima di lasciarvi.

agire sotto mentite spoglie

agire sotto mentite spoglie

nascondere la verità

mentire

dire bugie

menzogne

non dire menzogne!

menzognero

falsa testimonianza

dichiarazione mendace

sottacere

sottacere la verità

omettere

 

alterare la verità

dire una mezza verità

mascherare la verità

camuffare

raccontare storie

celare la verità

edulcorare

presentare una versione edulcorata dei fatti

..

dissimulare

 

maja verita
I verbi delle bugie. Immagine fornita da Maja (Polonia)

 

Questo episodio è terminato. Grazie a tutti e grazie ai donatori, ancora una volta, che aiutano Italiano Semplicemente. E’ grazie a loro che si sostiene Italiano Semplicemente e che tutti gli stranieri possano usufruire dei nostri podcast. La Germania ed il Brasile sono i paesi più generosi ma molte persone in molti paesi non hanno le possibilità tecniche (ed economiche) per donare. Fortunatamente però anche in questi paesi è possibile ascoltare gli episodi di Italiano Semplicemente.

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I verbi professionali: EROGARE

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Trascrizione

Benvenuti nel Corso di italiano professionale, per coloro che vogliono portare ai massimi livelli la loro conoscenza della lingua italiana. Un percorso lungo ma con italiano semplicemente ci arriveremo insieme, seguendo un percorso graduale.

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Questo episodio in particolare fa parte della sezione “verbi professionali” ed è dedicato al verbo professionale: EROGARE.

Questo è sicuramente un modo trasversale di affrontare argomenti diversi in ambito professionale. Un verbo infatti di solito ha diversi utilizzi, validi in diversi contesti.

Questo è in particolare un verbo che appartiene alla stessa categoria di liquidare e riscuotere, che abbiamo già visto e spiegato all’interno della speciale sezione “verbi professionali”. Infatti anche il verbo erogare ha a che fare con i soldi e i pagamenti. Ma non solo. Vedremo in realtà come il verbo ha un altro importante utilizzo.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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