Grandi personaggi italiani: DANTE ALIGHIERI

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dante_alighieri_immagineChloé: “Ciao Gianni! Piacere di fare la tua conoscenza ! Io sono Chloé, e come avrete capito sono francese e abito a Lione. Oggi insegno l’italiano ecco il mio sito https://parlaritaliano.com. Faccio anche un blog su https://mordusditalie.com perché vado pazza per l’Italia !

Gianni: piacere tutto mio Chloé. Io sono Gianni ed il mio sito è italianosemplicemente.com. Approfitto allora per dare un saluto ai miei ed anche ai tuoi visitatori. Io e Chloé abbiamo pensato di fare un podcast insieme, spero che l’idea piaccia ai nostri visitatori!

Chloé: Con te mi piacerebbe trattare di un argomento che mi fa interrogare: “Come mai Dante Alighieri è ancora così importante oggi?”

Gianni: Questo dunque è l’argomento di oggi: Dante Alighieri. Mica male come inizio! Molto interessante, credo, per chi studia la lingua italiana no?

Chloé: credo proprio di sì. Io pensavo che, tranne che negli studi di lettere, Dante non si studiasse più di tanto a scuola, all’estero, invece tante associazioni riprendono questa figura.

Gianni: a dire il vero non so bene, ma molti stranieri spesso mi chiedono di Dante e di parlare di lui.

Chloé: eccoli accontentati dunque!

Gianni: spero di sì. Parlare di Dante è molto interessante.

Chloé: E in Italia si studia tanto?

Giovanni: in Italia si studia moltissimo Dante, almeno nelle scuole superiori, dai 13 ai 18 anni. Forse si studia anche troppo!

Chloé: Certo, Dante Alighieri ha la sua importanza nella lingua italiana; ha contribuito molto alla diffusione ed allo sviluppo della lingua italiana che conosciamo oggi… ma alla fine quanto l’hanno fatto anche Petrarca e Boccaccio… Perché lui?

Gianni: ci vorrebbe un professore di letteratura italiana per poter dare una risposta appropriata Chloé! Ma credo che anche Petrarca e Boccaccio abbiano il loro spazio sui libri che si studiano a scuola in Italia.

Chloé: L’altro ieri ho sentito una canzone di Caparezza, sai il cantante.

Gianni: ah sì Caparezza, come no. Il famoso rapper e cantautore italiano.

Chloé: sì, ha fatto una canzone che si chiama “Argenti Vive”, che tratta proprio di Dante Alighieri e dell’inferno.

Gianni: “Argenti Vive”, sì. Non la conoscevo prima, ma grazie a te che me ne hai parlato ora la conosco anche io adesso. Ho ascoltato la canzone ed ho fatto una piccola ricerca.

Chloè: è interessante perché si parla della vita personale di Dante, e di come la sua vita e la Divina Commedia siano molto legate tra loro.

Gianni: brava, e a me sembra interessantissimo. Dante in questo modo sembra molto più umano, sembra quasi una persona come noi.

Gianni: Ne facciamo ascoltare un pezzo a tutti?

Chloé: maaa sì come no ! Sono d’accordissima, Caparezza è un grande !

Chloé-Gianni: La voilà allora! 

— Spezzone audio della canzone “Argenti Vive” di Caparezza —

mentre solcavamo l’immobile palude,

mi si parò davanti uno spirito coperto di fango, […]

Allora allungò verso la barca entrambe le mani,

ma Virgilio pronto lo respinse, dicendogli:

“Via di qui, vattene a stare con gli altri maledetti!”.

E io: “Maestro, sarei molto desideroso,

prima di uscire dalla palude,

di vederlo immergere in questa melma”.[…]

Poco dopo vidi gli iracondi fare di lui

un tale scempio, che per esso ancora

glorifico e rendo grazie a Dio.

Tutti insieme gridavano: “Addosso a Filippo Argenti!”;

Chloé: ah dunque piace anche a te Gianni, interessante vero? Ma ho visto pure che lo stesso cantante ha concesso un’intervista, sempre su Dante… non sapevo che ogni tanto Caparezza facesse anche il professore di lettere haha.

Gianni: sì, ho visto… beh forse ha voluto solo dare un’idea del personaggio, di questo “Argenti”, che poi si chiama Filippo Argenti.

Chloé: Ma chi è questo “Filippo Argenti” allora, io non ho trovato tante informazioni su di lui ? Non ne ho mai sentito parlare, neanche all’università… Tu lo conosci?

Gianni: io ero bravo in matematica…

Chloé: hahaha che ridere ! Beh io ho fatto il liceo “generale” (come si dice in Francia) e con una specialità “Lettere” ma… a dire vero anche se all’università ho studiato Dante durante la triennale… e questo famoso “inferno”… secondo me non ero abbastanza grande per interessarmi a questo tipo di letteratura. Oggi invece, mi piace informarmi sulla grande letteratura italiana ma a modo mio!

Gianni: sì, mi sono informato anche io:questo Filippo Argenti viene citato da Dante nell’VIII Canto dell’Inferno nella Divina Commedia. Su Wikipedia ho trovato che pare si chiamasse in realtà Filippo Cavicciuli, e che sia stato un membro di una famiglia fiorentina ai tempi di Dante Alighieri. Era soprannominato “Argenti”.

Chloé: a proposito, sai che Filippo Argenti appare anche nel Decameron di Boccaccio? Adoro il Decameron ! Queste storie mi fanno morire dal ridere. Ma dai non è l’argomento di oggi 😉

Gianni: deve essere stato un tipo famoso.

Chloé: Ma nella canzone non sembrano molto amici, mi sa giusto? Qual è la tua impressione ?

Gianni: mah, pare di no! Ho letto che una volta questo Argenti, un tipo grande e grosso, prese a schiaffi proprio il nostro Dante Alighieri.

Chloé: sì, lo prese a schiaffi… non è da tutti fare una cosa del genere!

Gianni: a dire il vero… anche io lo avrei fatto se ne avessi avuto la possibilità… mi ha fatto studiare troppo!!

Chloé: hahaha ! Ma ho pure trovato che Argenti aveva scritto una risposta a Dante, per mostrare alle generazioni future che Dante era un personaggio cattivo e violento.

Gianni: beh, a me è arrivata la sensazione che fosse un sognatore, ma sai come si dice: ciascun dal cuore suo l’altrui misura…

Chloé: cerchiamo di spiegare bene la situazione. Dante colloca Filippo Argenti nel girone degli IRACONDI.

Gianni: gli IRACONDI sono coloro che nella loro vita sono stati pieni di IRA.

Chloé: sì, cioè di rabbia.

Gianni: erano arrabbiati dunque!

Chloé: pare di sì. Quando Dante parla di Filippo Argenti lo fa in modo molto pesante.

Gianni: infatti, è uno tra i più violenti e drammatici passaggi dell’intero Inferno.

Chloé: ormai da secoli i lettori ed i commentatori cercano di spiegare il motivo di questa violenza con cui Dante ed anche Virgilio, la sua guida, trattano questo “dannato”.

Gianni: i “dannati” sono le anime dell’inferno.

Chloé:sicuramente la vita personale del poeta ha avuto il suo peso, no?

Gianni: uno schiaffo non si dimentica!

Chloé: questo poi è anche quello che dicono a Firenze già da molti secoli.

Gianni: vorrei far ascoltare un pezzo di questa canzone? Che ne dici Chloè?

Chloé: Certo ! Direi pure che è necessario! Caparezza, nella canzone, che abbiamo detto si chiama “Argenti vive”, si immagina un monologo di Filippo Argenti che si rivolge a Dante Alighieri.

Gianni: esatto, si tratta di un monologo immaginato dal cantautore: Ci sono molte rime ed alcuni pezzi molto difficili. Ascoltiamo prima, poi spiegheremo questi pezzi perché ci fanno capire molto sul rapporto tra Dante e Argenti.

— Filippo Argenti monologo (parte del testo della canzone) —

Ciao Dante, ti ricordi di me?

Sono Filippo Argenti,

il vicino di casa che nella Commedia ponesti tra questi violenti,

sono quello che annega nel fango, pestato dai demoni intorno.

Cos’è vuoi provocarmi, sommo?

Puoi solo provocarmi sonno!

Alighieri, vedi, tremi, mi temi come gli eritemi, eri te che mi deridevi.

Devi combattere, ma te la dai a gambe levate, ma quale vate? Vattene!

Ehi, quando quando vuoi, dimmi dimmi dove!

Sono dannato ma te le dò di santa ragione!

Così impari a rimare male di me, io non ti maledirei, ti farei male

Non sei divino, individuo, se t’individuo, ti divido!

è inutile che decanti l’amante, Dante, provochi solo cali di libido!

Il mondo non è dei poeti, il mondo è di noi prepotenti!

Vai rimando alla genti che mi getti nel fango, ma io rimango l’Argenti!

Chloè: chi parla dunque è Filippo, e faccia passare Dante per un uomo molto violento!

Gianni: sì, esatto, parla malissimo di Dante e fa anche un sacco di battute, giocando con la rima e con le parole.

Chloè: ci sono un sacco di cose difficili da capire per uno straniero.

Gianni: ad esempio quel pezzo in cui Filippo dice: Cos’è vuoi provocarmi, sommo? Puoi solo provocarmi sonno !

Chloè: il gioco di parole qui è con le due parole sommo e sonno. “Sommo” equivale a “grande”, infatti Dante lo possiamo definire anche come “il sommo poeta”, cioè il grande poeta. Spesso si parla di Dante come il “Sommo Poeta

Gianni: infatti, mentre la seconda parola è “sonno”, con due enne al posto delle due emme. Il sonno è la sensazione che si ha quando si vuole dormire: quando si ha sonno, poi si dorme. no?

Chloè: infatti, quindi Filippo Argenti dice – “Cos’è, vuoi provocarmi, sommo?”

Gianni: cioè: “cosa vuoi Dante, mi vuoi provocare? Vuoi che io reagisca?”

Chloè: quindi Argenti dice che Dante vorrebbe provocarlo, vorrebbe provocare Argenti con tutta la sua feroce descrizione nel canto dell’inferno, e si rivolge a Dante chiamandolo “SOMMO”, cioè sommo poeta, grande poeta.

Gianni: infatti, e poi aggiunge che anziché provocarlo, cioè anziché farlo arrabbiare Dante gli provoca solamente sonno, cioè Dante è noioso, fa addormentare Filippo Argenti: gli provoca sonno, cioè lo fa solamente addormentare, come una camomilla!

Chloè: Poi dice anche a Dante: mi temi come gli eritemi.

Gianni: sì, mi temi come gli eritemi, cioè hai paura di me, mi temi, come gli eritemi, cioè come hai paura degli eritemi, che sono una malattia della pelle. In realtà solitamente si parla di eritema, al singolare, di solito.

Chloè: un altro gioco di parole! temi-eritemi

Gianni: sì, forse anche tu temi gli eritemi Chloè?

Chloè: beh dire che fa un po’ paura eh, sembra quasi quasi il diavolo che sta entrando sotto la mia pelle haha…..

Gianni: poi la rima continua: mi temi come gli eritemi, eri te che mi deridevi.

Chloè: eri tu che mi deridevi, cioè eri tu che ridevi di me: mi deridevi. Si tratta del verbo “deridere” che significa prendere in giro.

Gianni: “eri te” vuol dire “eri tu”. Spesso al posto di “tu” si dice “te”, ma in questo caso si tratterebbe di un errore, almeno un errore di grammatica.

Chloè: sì, ma i giovani spesso dicono “te” al posto di “tu”.

Gianni: vai avanti te allora, Chloè. Fa anche rima!

Chloè: lasciale fare a Dante quelle, è meglio!

Gianni: o anzi a Caparezza. Ma vediamo adesso un altro pezzo difficile.

Chloè: Devi combattere, ma te la dai a gambe levate, ma quale vate? Vattene!

Gianni: questo è più difficile: devi combattere, dice Argenti, ma “te la dai a gambe levate”. “Darsela a gambe levate” significa scappare velocemente. Filippo Argenti dice a Dante che lui scappa, se la dà a gambe levate, anziché combattere.

Chloè: e poi aggiunge: “ma quale vate, vattene!” ma quale VATE, cioè ma quale “poeta”, cioè dice “non sei un poeta”: quale vate, vattene!

Gianni: un altro gioco di parole: vate-vattene

Chloè: sì, vattene significa “vai via”, scappa. Argenti dice ancora una volta che Dante è un vigliacco, che è uno che scappa, altro che poeta, altro che VATE!

Gianni: sì, questo pezzo è un po’ difficile, ci vuole un po’ per digerirlo. Sai che alla fine della canzone c’è un pezzo molto simpatico. Ascoltiamo Caparezza:

Caparezza: le tue terzine sono carta straccia, le mie cinquine sulla tua faccia lasciano il segno.

Chloè: sapete cosa sono le terzine? La terzina, al singolare, è una strofa composta da tre versi.

Gianni: Infatti, e chi studia Dante avrà anche notato, o letto che La terzina si chiama anche “terzina dantesca”, perché è la strofa usata da Dante nella composizione della Divina Commedia.

Chloè: infatti molto interessante questo punto: tutta la Divina Commedia è fatta di terzine. Nella Divina Commedia ci sono solamente terzine.

Gianni: vuoi spiegare come funziona una terzina Chloé?

Chloè: certo: terzina significa tre versi, cioè tre frasi: il primo verso (A) ed il terzo verso fanno rima tra loro (A), mentre il secondo verso (B) fa rima con il primo successivo. Poi si continua così sullo stesso modello, con il terzo della terzina successiva. (ABA BCB CDC…)

Gianni: sembra un po’ complicato ma in fondo è semplice. Le terzine, dice Argenti, sono “carta straccia”. Questo è un modo di dire che significa che le terzine non valgono nulla. Quindi Argenti dice che la Divina Commedia non vale nulla, che ha lo stesso valore della carta straccia. Cioè nessun valore.

Chloè: poi aggiunge: le mie cinquine sulla tua faccia lasciano il segno.

Gianni: sì, le tue terzine sono carta straccia, le mie cinquine sulla tua faccia lasciano il segno. Cioè mentre le tue terzine sono carta straccia, le mie cinquine lasciano il segno sulla tua faccia.

Le cinquine sono gli schiaffi. Abbiamo detto prima che Argenti una volta ha schiaffeggiato Dante.

Chloé: quindi gli ha dato una cinquina. Cinquina viene da cinque, che sono le dita della mano.

Gianni: si dice in italiano, ma è un linguaggio familiare: mi ha dato una cinquina ! Cioè mi ha dato uno schiaffo.

Chloé: fanno male le cinquine Gianni?

Gianni: eh altroché, io ne ho presa una, molto tempo fa ed ancora me la ricordo sai?. Ho preso una bella cinquina sulla faccia.

Chloé: quella cinquina deve aver fatto male anche a Dante, tanto male.. Mi sa che Argenti l’ha preso a calci, ti immagini ?!!!

Gianni: un’immagine insolita di Dante… comunque credo che abbia ragione Argenti (cioè Caparezza): una cinquina lascia il segno. Infatti l’ha lasciato il segno. Anche quella che ha dato Argenti a Dante ha lasciato il segno a quanto pare non credi?

Chloé: Eccome! “Lasciare il segno” significa avere un effetto, sortire un effetto, lasciare un risultato/una traccia. Alla fine non sappiamo bene se Dante fosse davvero “un angelo”! Magari era un po’ violento anche lui no?

Gianni: chi lo sa… ma speriamo di averlo lasciato anche noi un risultato Chloé, col nostro episodio su Dante!!

Chloé: speriamo di aver lasciato una bella traccia. Sai, credo che ora Dante abbia un aspetto molto più umano di prima Gianni.

Gianni: credo proprio di sì! Anche Dante come noi si arrabbia e prende schiaffi!

Chloé: un saluto a tutti con affetto, speriamo di aver raccontato qualcosa di divertente ed istruttivo. E soprattutto di avervi dato una versione un po’ più moderna di Dante e della letteratura italiana! Direi pure che Dante non è sempre un inferno da leggere!

Gianni: per me lo è stato….intendo dire molto istruttivo. Infatti non sapevo nulla di questo Argenti prima di questo episodio.

Ciao a tutti!

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I verbi professionali: DETTARE

Sommario del corso di Italiano Professionale

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Benvenuti nel corso di Italiano Professionale. Oggi vediamo il verbo DETTARE.

Ci sono due principali significati del verbo dettare.

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Appena iniziate a studiare l’italiano, è facile che il professore vi detti qualcosa. Quando il vostro professore vi detta qualcosa, inizia a pronunciare lentamente delle parole, con chiarezza, affinché tu e tutti gli studenti possiate scrivere queste parole dettate dal professore. Dettare quindi significa pronunciare lentamente affinché qualcuno scriva.

Il professore non è però l’unica persona che può dettare. Anche io posso dettare una lettera a mia figlia, in modo che lei possa scrivere.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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O la va o la spacca 

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Video con sottotitoli

https://www.youtube.com/timedtext_video?v=BjTg7XNYO1Y

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Eccoci qua amici, di nuovo su italiano semplicemente. Anche oggi un episodio dedicato ad un paio di espressioni italiane molto usate da tutti. Grazie Manel, che mi sta aiutando per questo podcast.  Manel è una ragazza algerina.  La prima espressione di oggi è “O LA VA O LA SPACCA”. 

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È stato Leonardo dal Cile che mi ha proposto di spiegare il significato e l’utilizzo di questa espressione, ed approfitto per salutare Leonardo e tutti i suoi compatrioti cileni. Grazie della domanda,  sono felice di aiutarti, caro Leonardo.

Allora: o la va o la spacca è una frase molto utilizzata dagli italiani di ogni estrazione sociale, di ogni età, di ogni religione e chi più ne ha più ne metta.

Come al solito spieghiamo prima le singole parole dell’espressione così sarà più facile capire l’espressione completa.

La frase comincia con la parola o. Sapete tutti che la parola o è una congiunzione: “o” indica che dobbiamo fare una scelta, che ci sono più alternative e quindi quando trovate questa parola, di una sola lettera, il significato è solamente questo. Dobbiamo scegliere tra una cosa o un’altra cosa. È diverso dalla parola “ho”, perché mentre “o” è una congiunzione, “ho” è un verbo,  ok? È totalmente un altro significato,   e poi “ho” si scrive con la lettera h davanti, lettera che non si pronuncia ma che modifica il suono della lettera “o” che così diventa “ho”.

“Ho” quindi è la prima persona dell’indicativo presente del verbo avere: “io ho”, ad esempio “io ho fame”,  “io ho 18 anni”,  “io ho rispetto di te” eccetera.

Quindi “o” non è uguale ad “ho”. Dobbiamo scegliere tra due alternative. Quali sono queste due alternative? “O la va o la spacca”  quindi le due alternative sono:”la va”- prima Alternativa- e “la spacca” – seconda alternativa.

Ma cosa significa “la va” e cosa significa “la spacca”?

“La va” sono due parole, la e va.  La è un articolo. Ad esempio “la finestra”, “la mamma”, “la pizza” eccetera, quindi è l’articolo femminile singolare. La versione maschile è “il”  o anche “lo”, mentre il plurale di “la” è “le”: le finestre, le mamme e le pizze.

“Va” invece è il verbo andare. Io vado, tu vai,  lui va, noi andiamo, voi andate, loro vanno. Quindi posso dire “lui va” o anche “lei va”,  ad esempio lui va al mare, lui va a casa eccetera. Ma “la va”, non significa proprio nulla dal punto di vista della grammatica. La grammatica non aiuta in questo caso. Infatti “la va” ha un significato idiomatico, ed ha un senso solamente in questa espressione che stiamo spiegando oggi “o la va o la spacca”. “La va” in questo caso significa semplicemente “funziona”. Ok allora vediamo: o funziona o la spacca.

Se una cosa va, vuol dire che funziona, che va bene. Anche al passato posso usarla: “è andata! ” è una esclamazione: “è andata”, cioè “è andata bene”, “ha funzionato”: si usa spesso in italiano:  se devo dare un esame, ad esempio, e dopo qualcuno mi chiede: com’è andata? Io posso rispondere: “è andata bene!”, oppure semplicemente “è andata”, cioè “ce l’ho fatta”, “ci sono riuscito”.

OK quindi “o la va” vuol dire o ci riesco,  o funziona, o ce la farò, o ci riuscirò, oppure? Qual è l’alternativa? L’alternativa è che non ce la farò, non ci riuscirò, non funzionerà, o anche,  posso dire che “la spacca”.

Quindi questa è una frase che si usa quando c’è una sfida da superare, e quando non sappiamo come andrà a finire, non conosciamo il futuro.

E  nonostante noi non conosciamo il futuro, nonostante questo dubbio che abbiamo, noi ci proviamo lo stesso e diciamo: “o la va o la spacca”. Capite quindi che si usa dire questa frase quando vogliamo sfidare il destino, quando non ci importa come andrà a finire. O la va o la spacca, cioè o andrà bene oppure no, non mi importa!

Facile no?

Resta però aperta una domanda: perché si dice “la spacca”?

A dire la verità non lo so!

Non so perché si dice così, ho sempre saputo che questa espressione di usa quando devo esprimere questo sentimento, quando c’è qualcosa che bisogna fare senza aver paura di come andrà, perché vogliamo rischiare, forse perché non avremo altre occasioni, forse perché questa è l’unica occasione che abbiamo è quindi siamo obbligati a provare o forse perché amiamo il rischio e ci piace rischiare, ci piace sfidare noi stessi. “la spacca” infatti non significa nulla. La frase poteva essere “o la va o la non va”, ma non si usa dire così, si usa invece dire “o la va o la spacca” ; si usa quindi il verbo “spaccare” che vuol dire rompere, distruggere, quindi è un verbo forte che in questo caso si usa perché vogliamo dire che andrà male, che non funzionerà: o la va o la spacca, cioè o funziona oppure pazienza, anche se il risultato sarà negativo non mi importa, ed è come se questo risultato negativo fosse come qualcosa che si rompe, che si spacca, e quando qualcosa si spacca non si può più tornare indietro, non si può più riparare, è distrutto per sempre!

Un’immagine molto negativa quindi!

Facciamo qualche esempio: mi piace una ragazza e vorrei dirglielo che mi piace, anche se c’è il rischio che io non piaccia a lei. Allora dico a me stesso: basta, adesso glielo dico, non mi importa come andrà, sono disposto a correre il rischio: o la va o la spacca!

Credo sia una espressione molto melodica, che va dritta al punto: si capisce credo abbastanza intuitivamente il significato, ed infatti Leonardo che mi ha proposto questa spiegazione mi ha detto che credeva di aver capito ma che aveva bisogno di qualche esempio per essere sicuro.

Allora facciamo un secondo esempio: immaginiamo che io sia uno studente che studia la lingua italiana, e che io debba fare un esame di italiano molto importante entro una settimana. È  l’ultimo esame universitario, quindi  se supererò questo esame sarò laureato, altrimenti farò una brutta figura.  Ho solamente una settimana di tempo per studiare, altrimenti dovrò aspettare un anno prima di poter provare nuovamente a fare l’esame. Cosa faccio? Ci provo? Rischio di fare una figuraccia oppure rinuncio? Se scelgo di rischiare potrei farcela ma è rischioso…

Allora alla fine decido di rischiare e dico a me stesso: mi butto!  O la va o la spacca!

Decido quindi di rischiare, mi butto! Si dice anche così normalmente in italiano: è la stessa cosa che dire “o la va o la spacca”, mi butto, provo, rischio, tento la fortuna, provo a sfidare il destino. Sono tutte espressioni equivalenti. Anche “mi butto” è molto usata: buttarsi è il verbo usato. Buttarsi significa buttare se stessi, cioè provare tentare.  C’è anche un’ultima espressione equivalente anch’essa molto usata in Italia: “tentar non nuoce“. Tentar significa tentare, mentre non nuoce significa “non fa male”: provare non fa male. Facile ed intuitiva come frase.

Questa forse è anche più elegante e la potete usare veramente con tutti senza problemi.  Infatti o la va o la spacca è più familiare e più adatta con gli amici  invece “tentar non nuoce”  la potete usare anche negli affari o col vostro insegnante. Non abbiate paura di utilizzare queste espressioni perché tutti vi capiranno e nessuno si stupirà di questo.

Bene spero che ora sia tutto chiaro.

Provate a ripetere ora dopo di me:

O la va o la spacca.

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

Ciao amici. Grazie a tutti per il vostro tempo che mi avete dedicato. Alla prossima!

Grazie Manel.

Manel: grazie a te!

Il linguaggio del calcio

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Buongiorno amici benvenuti su ItalianoSemplicemente.com.

A grande richiesta oggi spieghiamo il linguaggio del calcio. Stiamo parlando del calcio nel senso del gioco del calcio. Abbiamo già visto in un precedente episodio di Italiano Semplicemente i vari significati della parola calcio: vi invito a visitare il sito e scoprire quali siano questi significati. In ogni caso adesso spieghiamo il linguaggio del gioco del calcio.

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Spiegare il linguaggio del gioco del calcio significa spiegare i termini che si usano nel calcio, i termini che usano gli italiani, ed in particolare i commentatori televisivi, coloro cioè che raccontano, che commentano una partita di calcio alla TV, in televisione; coloro che parlano e descrivono la partita a tutti i telespettatori italiani e stranieri. E’ quindi molto facile che molti di questi termini ed espressioni non siano chiari per gli stranieri. Oggi quindi ne vediamo alcuni, i più utilizzati.

Cominciamo dall’inizio, anzi dal calcio d’inizio. Il calcio d’inizio è l’inizio della partita, ed infatti all’inizio della partita, dopo il fischio dell’arbitro, un calciatore tocca la palla per primo, e questo è proprio il calcio d’inizio. Infatti colpire la palla col piede in generale si dice “calciare la palla“, calciare quindi è colpire la palla col piede, e il calcio è il colpo che viene dato alla palla. Il calcio d’inizio è quindi il primo calcio, quello che decreta l’inizio della partita.

Ora vediamo invece i ruoli dei giocatori. I ruoli sono le tipologie di giocatori, che dipendono dal punto del campo, dalla zona del campo in cui giocano. Ci sono quattro macro-ruoli, quattro macro-categorie di ruoli, che sono come potete immaginare il Portiere, il Difensore, il Centrocampista e l’Attaccante.

Cominciamo dal primo, dal portiere: il portiere è colui che difende la porta e che deve impedire che gli avversari facciano gol, cioè che mettano la palla nella porta avversaria, cioè quella della squadra avversaria.

Il portiere difende la porta dunque. E’ curioso come il portiere sia il termine con cui è indicato anche un altro mestiere, che è il portiere del palazzo, o del condominio, colui che sta all’ingresso del palazzo e che tutti i condomini conoscono e quindi è colui che si occupa della gestione del condominio. Anche lui è “il portiere” ma la porta che controlla lui è quella del palazzo, quella del condominio.

Poi davanti al portiere ci sono i difensori. I difensori difendono, quindi anche loro hanno il compito di non far segnare gli avversari. Segnare significa fare gol, realizzare una rete, cioè, ancora una volta, mettere la palla all’interno della porta difesa dal portiere che si chiama anche “ultimo difensore“. Il difensore quindi gioca nella porzione arretrata del campo, del campo da calcio, che è anche detto “rettangolo verde“. Il difensore gioca davanti al portiere e comunque solitamente non oltre la metà campo (che è la linea che divide le due metà di un campo da calcio). Difficilmente i difensori oltrepassano la linea di metà campo. .

Il difensore difende, cioè ha l’obiettivo di presidiare l’area, cioè di controllarla, contrastando e marcando i calciatori avversari. Contrastare e marcare sono due verbi che si addicono molto ai difensori: contrastare significa impedire loro di fare qualcosa, di raggiungere il loro obiettivo, e marcare invece significa stare sempre vicino all’avversario, marcare l’avversario significa prenderlo in consegna, occuparsi di lui.

In base alla posizione poi occupano nel campo, i difensori si distinguono poi in Terzino, Stopper e Libero. Il terzino è un difensore laterale, gioca cioè su uno dei due lati del campo; a destra o a sinistra della difesa. Si dice anche che gioca sulla fascia destra oppure sulla fascia sinistra. Il terzino è solitamente il giocatore incaricato, cioè che ha il ruolo, il compito di marcare l’ala avversaria (l-apostrofo-ALA), limitandone i movimenti.

Vedremo poi chi è l’ala e cosa fa. Il terzino poi oltre ai compiti di difesa, cioè di copertura (si dice anche così), può avviare il contropiede. Avviare il contropiede significa dare inizio al contropiede. Il contropiede, termine molto particolare, è la parola che si usa quando dalla dìfesa si passa velocemente all’attacco, alla fase d’attacco. Questo è il contropiede. Ci sono naturalmente due terzini in una squadra: Il terzino destro, che ha il numero 2 ed il terzino sinistro che invece indossa la maglia col numero tre.

Oggi nel calcio moderno, questo bisogna dirlo, ogni giocatore indossa la maglia col numero che vuole, ma tradizionalmente nel gioco del calcio ogni ruolo di un giocatore era associato ad un numero preciso.

Oltre al terzino ci sono anche lo stopper ed il libero.

Lo stopper è un difensore detto “difensore centrale“, che agisce leggermente più indietro rispetto ai terzini. Lo stopper ha un ruolo importantissimo perché ha in carico la marcatura del centravanti, lui deve marcare il centravanti avversario. Il centravanti è il giocatore avversario più pericoloso. Lo stopper gioca quindi prevalentemente in area di rigore. Nella sua area di rigore. L’area di rigore è delimitata da delle strisce bianche, poco distanti dalla porta e si chiama così perché se viene commesso un fallo in quell’area, se viene fatto un fallo contro un avversario all’interno dell’area di rigore, ad esempio viene fatto cadere un avversario che stava facendo gol, allora l’arbitro fischia il calcio di rigore. L’arbitro fischia, cioè prende il fischietto e ci soffia dentro, e facendo questo concede il calcio di rigore a favore della squadra del giocatore caduto. L’arbitro però può fischiare il calcio di rigore anche se un difensore prende la palla con le mani ad esempio.

Il numero tradizionale dello stopper è il numero cinque.

Il libero invece è un difensore particolare, infatti lui non marca nessuno, non ha questo ruolo, non si attacca ad un giocatore avversario, ma è quindi sollevato da questi tradizionali compiti di marcatura. E’ libero, appunto. Il suo nome viene proprio dalla sua libertà nel campo. Il libero gioca vicinissimo al proprio portiere, quasi a ridosso del portiere. Il suo ruolo è quello di contrastare eventuali avversari sfuggiti al controllo dei suoi compagni. Gli avversari che sfuggono, cioè che non sono più controllati dai suoi compagni difensori quindi sono controllati dal libero. E’ quindi un difensore, il libero, particolare ed il suo nome fa in qualche modo immaginare, come dicevo prima, il suo ruolo. Comunque il libero deve anche guidare il reparto arretrato; é questo il nome che viene dato ai giocatori che giocano in difesa: il “reparto arretrato”, cioè la difesa

Il libero veste tradizionalmente il numero sei. La sua maglia ha quindi il numero sei stampato dietro la schiena.

Passiamo ora ai centrocampisti. Chi è il centrocampista? La parola parla abbastanza chiaro. Il centrocampista gioca al centrocampo, cioè nella parte centrale del campo. Centrocampo è una sola parola come centrocampista. Il centrocampista gioca, cioè agisce nella zona centrale del campo dunque, davanti ai difensori.

A seconda della posizione ricoperta, i centrocampisti, come i difensori, hanno dei nomi diversi. Esistono in particolare quattro tipi di centrocampisti. Il mediano, il regista, l’interno e l’ala.

Il mediano: gioca davanti ai difensori, con l’obiettivo di contrastare gli avversari e recuperare più palloni possibile. Recuperare palloni significa togliere la palla all’avversario. Solitamente il mediano è un giocatore abbastanza forte fisicamente, deve avere molte energie perché deve faticare molto. Generalmente infatti inoltre è l’elemento più dotato nella corsa. E’ il giocatore che corre di più e quindi deve essere colui che lo sa fare meglio. È tradizionalmente il numero quattro della squadra. Questo è il mediano.

Poi c’è il regista: il regista ha compiti di impostazione, proprio come il regista di un film. Al regista  spetta quindi la regia, quindi lui è il cervello della squadra, lui dirige la squadra, la prende per mano e la guida. Gioca proprio al centro del campo. Visto il suo ruolo di leader, deve avere una buona visione di gioco, deve avere una certa precisione nei passaggi e nei lanci. Francesco Totti è il regista della squadra della Roma ad esempio, e capite bene che questo è un ruolo importantissimo ed è difficile trovare un regista bravo a fare il suo lavoro. Il numero tradizionale del ruolo è il numero dieci. Maradona, Platinì, Roberto Baggio, sono tutti nomi di registi del calcio. Fare i lanci, dicevo prima, è compito del regista. I lanci sono  i passaggi lunghi, i passaggi verso gli attaccanti che devono fare gol. Gli attaccanti vanno lanciati verso la porta avversaria. Il regista comunque molto spesso fa gol anche lui.

Poi c’è l’interno, un altro ruolo importante al centrocampo. L’interno è un centrocampista centrale, si occupa della costruzione del gioco. L’interno può anche supportare l’azione offensiva, cioè aiutare ad attaccare (offendere nel calcio non significa insultare ma semplicemente attaccare). L’interno quindi può quindi anche lui dei lanci agli attaccanti, come il regista e andare anche al tiro come gli attaccanti. Il suo numero tradizionale è l’8 e il suo è un lavoro molto duro, anche se meno apprezzato di quello del regista, che deve avere i piedi più buoni di tutti. Avere i piedi buoni è una espressione molto usata nel calcio. Se un giocatore ha i piedi buoni vuol dire che sa giocare molto bene, ha molta tecnica e riesce a fare passaggi precisi e a controllare la palla molto bene.

L’ala è anche lui un centrocampista. ALA (A-L-A) è il nome del suo ruolo, che con l’articolo diventa l’ala. L’ala si chiama proprio come l’ala degli uccelli, cioè il braccio degli uccelli (anche loro hanno le ali che gli permettono di volare) e l’ala nel calcio è un centrocampista laterale; come il terzino quindi gioca sulla fascia, sulla destra o sulla sinistra. Anche le ali degli uccelli, non  a caso, stanno una a destra e una a sinistra. Quindi anche di ali nel calcio ce ne sono due: l’ala destra che gioca, agisce a destra e l’ala sinistra che gioca a sinistra. Il loro obiettivo è di correre, di “volare” anzi sulla fascia e rifornire gli attaccanti, rifornirli, cioè dare la palla agli attaccanti mediante dei passaggi. Questi passaggi, alcuni di questi passaggi hanno un nome particolare: si chiamano i “cross“. Le ali fanno i cross in area di rigore. L’ala veste tradizionalmente il numero 7 (l’ala destra) oppure il numero 11 (l’ala sinistra).

Un cross quindi è un passaggio che dalla parte laterale del campo va verso la parte del campo dove stanno gli attaccanti. Il cross è anche detto “traversone”: la palla va in alto e poi scende verso il basso, magari proprio sulla testa dell’attaccante, o se va male su quella del difensore avversario.

Veniamo quindi agli attaccanti. Gli attaccanti sono coloro che attaccano, che offendono, quindi il loro compito è di segnare i gol per la propria squadra, attaccando la porta avversaria. Fare gol è il compito dell’attaccante, ma ovviamente tutti possono segnare, anche il portiere in teoria, anche se capita raramente.

Quando si parla di attaccante solitamente si parla del centravanti, che è l’attaccante centrale, cioè è il giocatore che sta più in avanti. E’, si dice, il terminale offensivo della formazione. Così come il portiere è il terminale difensivo della formazione.

Il centravanti gioca nei pressi dell’area e della porta avversarie, con l’obiettivo di spingere in rete il pallone. Quali devono essere le caratteristiche del centravanti? Deve essenzialmente fare gol, e per fare questo deve avere la capacità nella conclusione a rete. La conclusione a rete è semplicemente il “tiro”. Il centravanti deve fondamentalmente essere in grado di tirare bene, quindi deve avere precisione, velocità e forza. Deve sicuramente possedere una certa prestanza fisica, ma anche una abilità nel gioco aereo. Deve quindi essere in grado di “segnare al volo”, anticipando i difensori avversari. Il gioco aereo significa colpire la palla mentre si salta, ad esempio colpirla di testa, cioè con la testa, o comunque deve essere capace di saper colpire la palla al volo. Il centravanti veste, da tradizione, la maglia numero 9.

Poi ovviamente c’è l’allenatore, che è il vero regista della squadra. L’allenatore è quindi colui che allena la squadra, che decide chi mettere in campo, decide cioè chi schierare in campo. Mettere in campo e schierare in campo significano la stessa identica cosa: significa decidere quali giocatori devono far parte della formazione titolare, cioè quali sono gli 11 giocatori che entrano in campo al primo minuto: questa è la formazione titolare, che è decisa dall’allenatore solitamente, anche se spesso anche il presidente della squadra ha voce in capitolo su questo, ma forse dovrebbe decidere solamente l’allenatore chi scende in campo. Poi ovviamente ci sono anche le riserve. Chi sono le riserve? Le riserve sono i giocatori che non fanno parte della formazione titolare e che quindi non scendono in campo dal primo minuto, ma che possono entrare nei minuti successivi. E’ l’allenatore che decide se e quando deve entrare in campo una riserva, cioè uno dei giocatori che fanno parte delle riserve e che decide al posto di chi deve entrare. Quale giocatore deve essere sostituito? La sostituzione di un giocatore quindi è il cambio di un giocatore, e tale cambio potrebbe anche modificare radicalmente le sorti di una partita, cioè il destino della partita-

Molto importanti, inoltre sono anche i tifosi, cioè i supporters di una squadra, cioè le persone  che seguono la squadra sia quando gioca in casa sia quando gioca in trasferta.

Giocare in casa significa giocare nella propria città, mentre giocare in trasferta significa giocare nel campo della squadra avversaria. Ad esempio se c’è la partita Juventus-Roma, la Juventus è la squadra che gioca in casa, cioè nello stadio di Torino e la Roma è la squadra che gioca in trasferta.

Solitamente la squadra che gioca in casa, a parità delle altre condizioni, è quella che ha più probabilità di vincere proprio perché ha l’aiuto dei tifosi, l’aiuto del tifo del pubblico amico. Quando si vuole esprimere questo concetto e cioè che anche i tifosi sono importanti si dice che il tifo è il dodicesimo uomo in campo. Infatti in campo si va in undici in realtà e così il tifo rappresenta il dodicesimo uomo in campo.

Il linguaggio del calcio non finisce qui comunque, perché ad esempio potremmo parlare di altre cose come del regolamento. I giocatori hanno delle regole da rispettare quando sono in campo, e se non le rispettano la terna arbitrale prende dei provvedimenti. La terna arbitrale è costituita dall’arbitro, detto anche il direttore della partita, e dai due giudici laterali, cioè dai guardalinee, i due arbitri che giocano vicino alle linee del campo per vedere da vicino il gioco quando si svolge lontano dagli occhi dell’arbitro della partita. Poi c’è anche il cosiddetto “quarto uomo” che è un altro giudice, un altro arbitro che si trova solitamente vicino alle due panchine dove si trovano gli allenatori e le riserve delle due squadre. Le panchine sono delle panche, cioè dei posti in cui sedersi, in cui le riserve e l’allenatore si siedono a vedere la partita e solitamente sono delle panchine coperte per gli eventi atmosferici. Ultimamente poi le panchine sono anche seminterrate, cioè sono  leggermente sottoterra, quindi ci sono degli scalini che bisogna scendere per accedere alle panchine. Vale la pena infine di ricordare cosa sia il calcio di rigore, vale a dire la massima punizione che un arbitro può fischiare a favore di una squadra.

Una punizione in generale viene fischiata dall’arbitro quando un calciatore commette un fallo nei confronti di un giocatore avversario, ed in questo caso un calciatore viene incaricato di calciare la punizione, cioè di toccare la palla, mettendo cioè la palla a terra ed aspettando il fischio dell’arbitro prima di calciare la punizione. La cosiddetta “punizione” è quindi un “calcio di punizione”: la palla viene calciata, cioè viene colpita da un giocatore perché chi ha commesso l’infrazione deve essere punito. A questo serve un calcio di punizione. E il calcio di rigore è esattamente come una punizione, ma il calcio di rigore viene calciato da un punto preciso che si trova all’interno del’are di rigore: il “dischetto”.

Quando l’arbitro fischia un calcio di rigore cosa fa? Indica con la mano il dischetto del calcio di rigore, quindi quando si dice che l’arbitro indica il fischietto vuol dire che l’arbitro fischia il calcio di rigore e quindi l’arbitro decreta un calcio di rigore; l’arbitro decreta, cioè decide, la massima punizione, cioè appunto il calcio di rigore.

I calci di rigore sono anche un modo in cui può terminare una partita, specie nelle coppe europee, nella Champions League o anche nella coppa del mondo. Se le squadre dopo i tempi regolamentari sono ancora in parità, ci sono i tempi supplementari, e poi se la parità continua i calci di rigore. In questo caso si parla della cosiddetta “LOTTERIA” dei calci di rigore, e si usa il termine lotteria per indicare che può vincere chiunque, proprio come in una lotteria. E’ quasi come fare testa o croce o lanciare un dado. Non è detto che vinca la squadra con più esperienza, quella che si chiama anche la squadra più “blasonata“, con un blasone maggiore, cioè con una esperienza maggiore.

I calcio è uno sport in cui comunque ogni partita ha una storia a sé. Non a caso si dice che nel calcio “la palla è rotonda” il che significa che può vincere chiunque. Una regola che vale quasi sempre ovviamente.

Bene ragazzi, credo che di termini calcistici ne abbiamo affrontati molti oggi. Potete tranquillamente provare a vedere una partita in TV in lingua italiana se vi sentite sicuri e vedrete quante volte ascolterete questi termini che abbiamo visto oggi.

Mi raccomando però di ascoltare questo podcast più volte per memorizzare meglio tutti i termini. Se vi è piaciuto questo episodio continuate a sostenere Italiano Semplicemente, o con un like, con un commento o persino con una donazione economica, che è un progetto recente di Italiano Semplicemente: potete donare anche solo un euro al mese se volete o usare anche altre monete. Grazie a coloro che sostengono questo progetto.

Se poi volete migliorare il vostro italiano ad un livello professionale non dimenticate che stiamo sviluppando il corso di Italiano Professionale, che sarà completo nella sua versione base nel 2018, ma che già potete prenotare.

Un saluto a tutti. Questo episodio finisce qui: Triplice fischio finale.

 

 

Italiano Professionale: Lezione n. 12 – condivisione ed unione

lezione_12_condivizione_unione_sommario

Audio – prima parte (15 minuti)

La lezione completa disponibile per gli abbonati al corso.

PRENOTA

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano la condivisione e l’unione
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas referentes a Compartir y fusionar
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant le partage et l’union
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning Sharing and merging
bandiera_animata_egitto نحن نتحدث عن العبارات الإصطلاحية التي تتعلق بالتقاسم و الإتحاد
russia Мы говорим о идиоматических выражений, которые касаются совместного использования и объединения
bandiera_germania Wir sprechen über Redewendungen betreffend Verbindungen und Gemeinsamkeiten in der Arbeitswelt.
bandiera_grecia Μιλάμε για ιδιωματικές εκφράσεις που σχετίζονται με την ανταλλαγή και την ένωση
bandieradanimarca Vi vil tale om sproglige udtryk der handler om enighed og organisering.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione

Benvenuti alla lezione numero 12, dedicata alla condivisione ed all’unione.

In questa lezione, importantissima in ambito lavorativo, vediamo le espressioni più utilizzate, in ogni tipologia di lavoro, dal più umile al più professionale, che riguardano il gruppo. In particolare vediamo le espressioni  che si riferiscono all’unione di persone, di interessi, di attività ma anche all’unione di sogni ed emozioni, tutti aspetti che occupano un posto di primo piano in ambito lavorativo.

Come diceva il poeta latino Omero, “Lieve è l’oprar se in molti è condiviso”, vale a dire che operare, cioè lavorare, pesa meno, è meno pesante, cioè è lieve, è leggero, se tale lavoro è condiviso, se cioè il lavoro è frutto di un lavoro di gruppo, se lo condividiamo con qualcun altro.

Fino ad ora, dalla corso della sezione n.1, la prima del corso di Italiano Professionale, abbiamo esplorato quasi tutti gli aspetti che riguardano la vita professionale, da come esprimere le proprie professionalità (nel corso della prima lezione), alla sintesi, dall’approssimazione alla puntualità, la sincerità, il controllo, il denaro, i risultati ed i problemi, per finire con i rischi e le opportunità, argomento quest’ultimo che è stato oggetto della scorsa lezione, la numero 11.

Questa lezione, dedicata all’unione ed alla condivisione, è probabilmente quella che più delle altre affronta un argomento trasversale a tutti i lavori, vale a dire un aspetto talmente importante che è veramente difficile trovare, ammesso che esista, una attività lavorativa che non abbia bisogno di contatti umani e relazioni sociali.

Gli ambiti lavorativi ai quali la lezione si riferisce, in particolare, sono quelli della trattativa d’affari e quello delle relazioni interne.

Ci occuperemo più avanti nel corso, nei capitoli che seguiranno, dei singoli aspetti. Ad esempio nella sezione numero tre del corso, dedicata alle riunioni  ed agli incontri di lavoro faremo un approfondimento su tutti i termini che si possono utilizzare per indicare un gruppo di persone. Ci sono dei termini che danno un’immagine positiva ed altri che ne danno una negativa, a volte anche molto negativa, di un gruppo di persone. Vedremo quindi il “gruppo di lavoro”, la “compagine”, la “società”, eccetera. Si tratta della prima lezione della terza sezione, che si preannuncia molto interessante.

Ma entriamo subito nel vivo di questa lezione numero dodici. Anche questa sarà suddivisa in tre parti, come la precedente, per facilitare al massimo l’ascolto e la lettura.

Nel corso della prima parte tratteremo tutte le espressioni “negative”, vale a dire quelle che non danno una immagine positiva di un gruppo, che non aiutano la condivisione e che danno quindi un’immagine negativa di un’azienda o comunque di un gruppo di persone che lavorano insieme.

Nella seconda parte vediamo invece le frasi cosiddette “positive” e poi quelle che possiamo definire “neutre”, la cui valenza e significato dipendono molto dal contesto e dal tono con cui vengono pronunciate. Nella seconda parte vedremo anche i rischi nella pronuncia e nell’utilizzo di queste frasi.

Infine nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione, con domande e risposte. Io farò delle domande e voi potete provare a rispondere. Poi ascolterete una delle possibili risposte. Ovviamente le domande avranno come oggetto le espressioni spiegate nel corso della lezione.

2. L’armata Brancaleone e l’Attrazione Fatale

Abbiamo detto che iniziamo dalle espressioni negative.

Quali sono dunque le caratteristiche negative di un gruppo? Di primo acchitto verrebbe da pensare a problemi di organizzazione ed efficienza. Insomma, se un gruppo è un cattivo gruppo allora vuol dire che funziona male, vuol dire che il gruppo non funziona come dovrebbe perché manca una organizzazione e c’è un problema di efficienza; poi possiamo aggiungere che le persone che ne fanno parte sono male assortite.

Ebbene, quando un gruppo di persone ha queste caratteristiche negative possiamo chiamarlo l’armata Brancaleone.

L’espressione viene dal titolo di un grande film italiano, un film comico del 1966. Un film di Mario Monicelli, che è quindi il regista.

Protagonista di questo film, ambientato nel Medioevo è appunto, un gruppo, un gruppo di briganti, il cui capo era un certo Brancaleone da Norcia interpretato da Vittorio Gassman, grande attore italiano.

Ebbene, questo gruppo di briganti, cioè di banditi, di disonesti, di persone fuorilegge, era un gruppo di persone completamente disorganizzato, che hanno moltissimi problemi, disorganizzati e che non hanno molte cose in comune tra loro.

Questa tipologia di gruppo, con queste caratteristiche la potete sempre chiamare l’Armata Brancaleone. Si chiama armata perché questo è il nome che si dà ad un gruppo armato di persone, generalmente in un esercito. È una frase molto usata in Italia ed è ovviamente molto negativa.

Se il vostro gruppo viene etichettato con questo nome, non è sicuramente un bel segnale! L’Armata Brancaleone non è però l’unica espressione che deriva da un film in senso negativo.

Considerato che stiamo parlando di espressioni negative, ce n’è un’altra altrettanto negativa: “Attrazione fatale”, che viene dal film del 1987 dal titolo Fatal  Attraction. Se usiamo questa espressione vogliamo rappresentare una situazione in cui, in ambito sentimentale o anche in ambito lavorativo, una iniziale attrazione si è alla fine dimostrata “fatale”. Un’attrazione iniziale, che può essere quell’attrazione che ha portato più persone a formare un gruppo, alla fine è risultata negativa, anzi, fatale, il che significa che c’era di mezzo il fato. Il fato è il destino, e ciò che è fatale è prescritto dal destino; inevitabile, ineluttabile.

Un’attrazione fatale però ha un significato negativo, infatti fatale significa anche mortale, che porta alla morte, o comunque disastrosa. Se un’attrazione è fatale allora significa che l’unione di più persone si è dimostrata molto negativa, fatale, ha cioè portato conseguenze drammatiche per il membri del gruppo.

3. Meglio soli che male accompagnati

Passiamo alla terza espressione della lezione. Eravamo rimasti ai gruppi che non funzionano, alle Armate Brancaleone ad esempio. Ebbene, se si è dell’opinione che un gruppo sia un’Armata Brancaleone, allora si potrebbe pensare: meglio non formare un gruppo. In tali casi si dice spesso: “meglio soli che male accompagnati”.

È questa una frase che è più un proverbio che una frase idiomatica. Il senso è chiaro: meglio soli, cioè meglio non fare nessun gruppo, meglio non unirsi con nessuno piuttosto che accompagnarsi male.

Essere accompagnati significa avere compagnia, cioè avere qualcuno vicino. Essere “male accompagnati” quindi vuol dire essere “accompagnati male”, cioè avere una cattiva compagnia. Quindi meglio essere soli in questo caso: meglio soli che male accompagnati, frase utilizzata dappertutto e da chiunque in Italia, in ogni contesto in cui ci sia un gruppo che non funzioni bene.

4. Fare di tutta l’erba un fascio

Chi è che può dire la frase meglio soli che male accompagnati?

Ad esempio lo può dire una persona che ha capito che le persone che lo circondano non sono persone affidabili secondo lui, persone delle quali quindi lui non si fida.

Qualcuno potrebbe obiettare e dire: non fare di tutta l’erba un fascio! Non devi fare di tutta l’erba un fascio! Il che significa semplicemente: non tutte le persone sono uguali.

Anche questa è una frase fatta usata da tutti in Italia. Ma cosa vuol dire? Da dove viene questa frase?

Questa frase parla di erba, che cresce nel prato, e del fascio, che è un mazzo, un gruppo di erbe raccolte. L’origine è legata evidentemente al mondo contadino. A terra, come sapete, crescono piante buone e piante meno buone, e durante la raccolta nei campi, si poteva scegliere di raccogliere tutta l’erba assieme, oppure raccogliere solamente quella buona, lasciando le erbacce.

Era evidente che non conveniva, non era conveniente, raccogliere tutte le erbe in un unico mazzo, tutte assieme,  senza fare una selezione tra quelle buone e quelle cattive. Col termine fascio si indica quindi un mazzo, un insieme di erbe, un gruppo di erbe, raccolte tutte assieme, senza fare attenzione se le erbe raccolte siano  buone o cattive.

La stessa cosa può avvenire con le persone: in ogni gruppo ci sono persone positive, persone in gamba, adatte a lavorare insieme ad altre, e persone che invece non sono adatte, sono persone diciamo “negative”, professionalmente poco valide, non adatte a lavorare in gruppo. Ebbene, chi dice: no, non voglio lavorare con queste persone, non voglio lavorare con questo gruppo, sta facendo di tutta l’erba un fascio. Questa persona non sta distinguendo le persone positive da quelle negative, ma le considera tutte uguali, dicendo; meglio soli che male accompagnati. Questa persona fa di tutta l’erba un fascio, cioè fa un solo fascio, un solo mazzo, non distingue, fa un solo fascio di tutte queste persone, le considera come tutte uguali, come  un unico fascio d’erba.

5. Chi c’è c’è (e chi non c’è non c’è)

Vediamo la quinta espressione della lezione, che è poi l’ultima espressione della prima parte della lezione.

Quando si decide di far parte di un gruppo, non è detto che tutti siano d’accordo. Solitamente diverse persone hanno diversi gradi di entusiasmo. Qualcuno allora potrebbe dire: ok, d’accordo, formiamo il gruppo, sono contento. Qualcun altro invece potrebbe non essere d’accordo: “beh, un momento, fatemici pensare, non so se voglio appartenere a questo gruppo, ho bisogno ancora di tempo”.

A questo punto, se il gruppo nasce per qualche motivo specifico e non c’è più tempo da perdere, allora una persona del gruppo, una di quelle persone che è entusiasta di formare il gruppo potrebbe dire:

Sapete cosa vi dico? “Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”.

Si tratta di un’espressione chiaramente colloquiale, adatta al linguaggio parlato ma non a quello scritto. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è significa: “basta, non c’è più tempo, chi ha deciso di appartenere al gruppo fa parte del gruppo, e chi invece non ha deciso ancora sta fuori dal gruppo. Più brevemente: Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è.

Perché questa è un’espressione negativa? La risposta è che si tratta di una delle espressioni che non evidenziano sicuramente un aspetto positivo del gruppo, ma piuttosto il fatto che esistono due diverse opinioni, due gruppi che non si uniscono tra loro, perché hanno idee diverse. Il meglio sarebbe essere tutti d’accordo, e se siamo in un’azienda e non tutti condividono gli obiettivi aziendali, questo è un bel problema. Diversa è la situazione di un gruppo di persone che si mettono insieme per formare un gruppo motivato e unito. In questo caso è bene e giusto fare una selezione e escludere sin dall’inizio chi non è abbastanza convinto.

Non sempre quindi dividere è sbagliato e negativo.

Bene, finisce qui la prima parte della lezione n. 12. Nella seconda parte vedremo le espressioni neutre e quelle positive, tra cui alcune idiomatiche, come ad esempio “spezzare una lancia a favore di qualcuno”, “chi fa da se fa per tre“, ma anche molte altre espressioni più professionali e meno colloquiali.

Fine prima parte

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I verbi professionali: RENDERE

Audio

Trascrizione

Benvenuti nel corso di Italiano Professionale. Oggi vediamo il verbo RENDERE.

Anche questo è un verbo che è quasi sempre utilizzato nel lavoro.

Vediamo quanti sono i significati del verbo rendere e quando si usa. Facciamo ovviamente degli esempi di utilizzo ed infine un esercizio di ripetizione, seguendo quindi il metodo di Italiano Semplicemente che tutti voi sicuramente conoscete. Per chi non ne sa nulla vi invito a leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Dunque rendere ha un utilizzo, come dicevamo, prevalentemente professionale, ma il primo significato che trovate sul dizionario è quello di dare indietro qualcosa che si era preso o ricevuto, cioè rendere è un sinonimo di restituire. Posso quindi dire “devo rendere a Giovanni il libro che mi ha prestato”.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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Quando a tordi e quando a grilli

Audio

Trascrizione

Ragazzi Buonasera a tutti sono sempre io,  Gianni di italianosemplicemente.com e oggi ho voglia di spiegare a tutti voi un bel proverbio.

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Un proverbio è quasi come una frase idiomatica, ma il proverbio contiene una frase che viene dalla cultura di un paese, solitamente dalla saggezza degli anziani che danno dei consigli di vita ai più giovani e quindi è una frase che solitamente si comprende Facilmente. Si riesce quindi a capire facilmente il significato di un proverbio conoscendo tutte le parole dell’espressione. Invece una frase idiomatica ha spesso un significato figurato e quindi si usa un’immagine figurata. Il proverbio di cui voglio parlarvi oggi è “quando a tordi e quando a grilli“. A dire il vero però questo è un proverbio con un significato figurato. Quindi è  una via di mezzo tra un proverbio e una frase idiomatica.  Un po’ proverbio e un po’ frase idiomatica. Una via di mezzo significa un po’ ed un po’; sta al centro.

Probabilmente si tratta di un proverbio tra i più difficili da capire al volo, almeno credo, poiché le parole non sono semplicissime, ed inoltre questo proverbio è in realtà la versione accorciata  di una frase più lunga. Il proverbio originario sarebbe in realtà un altro, più lungo, composto da un numero più elevato di parole, ma ormai in Italia tutti conoscono questa versione del proverbio ed hanno probabilmente tutti dimenticato il proverbio originale, che ancora non vi ho detto e che vi dirò alla fine dell’episodio.

Dunque: Quando a tordi (verso del tordo) e quando a grilli (verso del grillo). Avete ascoltato il verso dei due animali.

Ma cosa sono i tordi?

I tordi sono uccelli (t-o-r-d-i ripetete dopo di me: tordi).  Sono uccelli che a quanto pare,  a quanto sembra sono anche molto buoni da mangiare, e questo fatto è un fatto conosciuto persino dagli antichi romani,  per i quali erano proprio i tordi gli uccelli più buoni e gustosi. Io personalmente non li ho mai mangiati quindi non ve lo posso confermare.

I tordi quindi sono dei volatili, altro nome con cui si possono chiamare gli uccelli, ed i volatili infatti volano; per questo si chiamano volatili. I grilli invece sono insetti, come le mosche e le formiche o le api, ma i grilli sono degli insetti particolari perché i grilli cantano, ed il canto del grillo è molto caratteristico. Grilli è il plurale di Grillo (g-r-i-l-l-o): un grillo, due grilli.

Generalmente i grilli sono concepiti,  sono considerati come insetti simpatici, ma in questo proverbio stanno a rappresentare (rappresentano) una cosa negativa ed in particolare il fatto che, essendo degli insetti, sono molto piccoli e leggeri. Invece il tordo, l’uccello tordo è esattamente il contrario, è un uccello, è buono da mangiare, a differenza del grillo che è un piccolo insetto.

Provate a mangiare un grillo e vedrete che, sapore a parte, che non conosco,  non sarete molto soddisfatti.  Ed infatti il tordo e il grillo, anzi i tordi ed i grilli vengono confrontati,  vengono messi a confronto, e stanno ad indicare l’uno l’abbondanza e l’altro la scarsità. L’abbondanza è l’avere a disposizione molte cose, la scarsità invece è avere poche cose.  La frase “quando a tordi e quando a grilli” quindi è un’immagine della vita, la vita che è fatta di alti e bassi ed a volte ci sono momenti fortunati e altri un po’ meno, a volte ci sono  periodi in cui si possono mangiare i tordi e altre volte periodi in cui bisogna accontentarsi dei grilli.

“Quando a tordi e quando a grilli” significa esattamente questo.

La parola “quando” è usata qui per dire “a volte”, “qualche volta”, “delle volte”, o anche “alcune volte”.  A volte “a tordi”, cioè a volte c’è abbondanza ed a volte “a grilli”, cioè a volte la vita non ci dà molto, c’è scarsità e bisogna accontentarsi,  nella vita ci sono dei momenti fortunati e altri meno felici.  Si dice “a tordi”, ed “a grilli” con la “a” davanti, perché quando si cacciano gli animali, si dice “andare a  caccia“, oppure “andare a  caccia di tordi” che si può anche dire “andare a tordi“. Analogamente a caccia di grilli si può anche dire “andare a grilli”.

“Quando a tordi” è quindi l’abbreviazione  di “a volte si va a caccia di tordi”.

Di conseguenza la frase intera “quando a tordi e quando a grilli” significa  “a volte si va a caccia di tordi, ed a volte si va a caccia di grilli“. Adesso è molto più chiaro.

Spesso questo detto, questo proverbio viene usato anche  come un invito al risparmio, cioè un invito a non spendere, a mettere da parte i soldi, cioè a risparmiare quando si può, in caso ci fossero dei periodi peggiori in futuro.

Meglio essere prudenti quindi, meglio essere saggi, e risparmiare quando possiamo farlo perché prima o poi verranno periodi più negativi, i tordi finiranno e ci saranno solamente grilli da mangiare.

La frase si usa normalmente in senso ironico ed informale, diciamo ogni volta che si nota un periodo molto positivo ed uno molto negativo, soprattutto se la cosa non dipende da noi. Si usa molto in agricoltura ad esempio e se un anno il mio albero di mele,  ad esempio,  é pienissimo di mele mentre l’anno scorso non c’era neanche una mela posso dire, vedendo l’albero pieno di mele: “vedi l’albero com’è pieno di mele quest’anno? Quando a tordi e quando a grilli”.

La stessa cosa la posso dire però anche in altri contesti: se una ragazza ha molti ammiratori contemporaneamente mentre magari l’anno successivo la stessa ragazza non ha altrettanto successo, in questo caso i tordi sono i molti ragazzi innamorati della ragazza mentre i grilli sono la scarsità di ragazzi, anzi l’assenza di ragazzi dell’anno successivo.

Bene sono sicuro che ora sapete sicuramente utilizzare questa espressione, vi dico allora come promesso la frase completa: “disse la volpe ai figli: quando a tordi, quando a grilli”.

La frase è adesso molto più gradevole ad ascoltarla. La volpe è anch’essa un animale, un animale carnivoro, cioè che mangia carne, che si nutre di carne di altri animali.  Ed è la volpe che dice quindi ai propri figli, ai figli della volpe che non sempre c’è la fortuna dell’abbondanza, non sempre ci sono tordi da mangiare, buoni anche per le volpi,  ma a volte bisogna mangiare i grilli, e rimanere così affamati.  Povera volpe e poveri figli.

Bene ragazzi è stato un piacere anche oggi spiegarvi una frase molto famosa e di utilizzo abbastanza frequente in Italia. Fate anche un esercizio di ripetizione se volete, fermate il lettore mp3 quando volete e provate voi a ripetere la frase che avete scelto. Questo è sicuramente un esercizio utile soprattutto se è ripetuto.

Un abbraccio a tutti i miei amici di italiano semplicemente e se volete seguiteci su Facebook, su Twitter e sul canale YouTube di Italiano Semplicemente.  C’è una abbondanza di episodi da ascoltare, e pensare che fino a 2 anni fa neanche esisteva Italiano Semplicemente, potrei quindi dire: quando a tordi e quando a grilli.

Grazie per averci seguito anche oggi.