Non mi si fila

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Trascizione

Buongiorno, un caro saluto a tutti voi, amici di Italiano Semplicemente. Oggi vorrei rispondere all’invito di Alex che mi ha chiesto di spiegare una frase: non so dove l’abbia sentita o letta, ad ogni modo lo accontentiamo subito Alex.

La frase è: “Non mi si fila“.

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Non mi si fila è una espressione idiomatica, chiaramente. E’ una espressione che capita spessissimo di ascoltare ed anche di leggere, anche se più raramente, essendo una di quelle frasi che si dicono a voce. Può comunque capitare di leggerla in chat o in email tra amici, soprattutto se nell’età dell’adolescenza.

L’espressione inizia con una negazione: “non“. In realtà esiste anche l’espressione “mi si fila“, senza la negazione. Il suo significato ovviamente è l’opposto.

Non quindi, la prima parola della frase, è la negazione. Attenzione a non confondere NON con NO: molti stranieri lo fanno. NON è un avverbio di negazione e precede di regola immediatamente il verbo. Tra i due può esserci però anche la particella “ci“, “ce“, ed anche “ne” a volte, ed anche l’avverbio “più” o “meno” qualche volta.

Esempio:

  • mia figlia non vuole sorridere;
  • mia figlia non ci vuole;
  • Quanto tempo ci vuole? Non ce ne vuole molto;
  • Non ne posso più;
  • Quanto zucchero vuoi nel caffè? Non più di un cucchiaino, grazie.

Questi sono vari esempi con “NON”.

Invece “NO” è il contrario di sì, e si usa soprattutto nelle risposte. Quindi “NON” si usa prima del verbo e si può usare sia nelle domande che nelle risposte. Invece NO è il contrario di sì e si usa solo nelle risposte.

Vediamo “mi si fila“, seconda, terza e quarta parola della frase di Alex. Cominciamo da “filare”. In questo caso filare è un verbo.

Ma filare è anche un sostantivo (anche se non è questo il caso). Il filare indica una fila, una fila di piante allineate, cioè di piante che stanno su una fila, come le viti: le viti sono le piante dell’uva, che serve a fare il vino. Il filare di viti, che è una fila di viti. Dove c’è una fila di piante quindi c’è un filare.

Come verbo “filare” significa invece più cose.

Primo significato: filare significa lavorare le fibre tessili, lavorare con il filo, cioè un tessuto ridotto in fili sottili. Il ragno ad esempio, fila la ragnatela, e mia nonna filava a maglia, cioè faceva la maglia filando la lana, filando cioè il filo della lana.

Quindi ci sono sia “le file” intese come un ordine di cose che stanno una dietro l’altra come gli alberi e ci sono “i fili“, intesi come filamenti di tessuti, parti sottili di tessuti.

Filare è però un verbo che non ha soltanto a che fare con le file di piante e con i fili dei tessuti.

Infatti nel linguaggio comune, nel linguaggio informale il verbo “filare” si usa in almeno quattro modi completamente diversi tra loro: quattro modi diversi e tutti e quattro relativi al linguaggio informale.

Il primo modo è per indicare che tutto va bene.

Come va? Fila tutto liscio?

Sì, tutto fila liscio, tranquillo. Tutto fila alla perfezione!

In questo modo quindi si vuole indicare che tutto va bene. Si usa filare per indicare che le cose che accadono, le cose che si susseguono una dietro l’altra, scandite dal tempo, si susseguono senza problemi: tutto fila liscio indica quindi lo scorrere del tempo e il fatto che il programma di attività che avevamo pensato si sta svolgendo nel migliore dei modi: “tutto fila liscio“, cioè tutto procede senza problemi, senza intoppi, senza impedimenti.

Si vuole soprattutto sottolineare l’assenza di problemi quindi. Il termine “liscio“, che si aggiunge in questo caso indica infatti una superficie senza rilievi, senza sporgenze, liscia, dove la mano può scorrere senza problemi, senza incontrare ostacoli. Quindi è una superficie uniforme, piatta, levigata, come un tavolo.

Quando tutto va bene – quando tutto fila liscio tutto va bene – tutto è a posto (si dice anche così) possiamo anche dire che “tutto fila liscio”.

Si può anche dire: “tutto fila liscio come l’olio“. In realtà sono molti i modi di esprimere l’assenza di problemi. Se volete saperne di più abbiamo fatto un approfondimento, una lezione completa che fa parte del corso di Italiano Professionale, dove nella lezione n. 9, ci occupiamo proprio dei problemi e delle espressioni che si usano: formali ed informali.

Il secondo modo di usare il verbo filare è per indicare un comportamento di una persona, soprattutto dei bambini:

Quando un bambino “fila dritto” vuol dire che si comporta bene. Semplicemente. Infatti spesso i bambini sono indisciplinati, fanno dispetti, si comportano in modo da far arrabbiare i genitori o i maestri a scuola. Allora potreste ascoltare frasi come:

Questo ragazzo è molto indisciplinato! Occorre farlo filare dritto!

Lo faccio filare dritto io, vedrai!

Finché non fili dritto sarai in punizione!

Queste sono tutte frasi che indicano il comportamento di un bambino o di un ragazzo che, se fila dritto, vuol dire che rispetta le regole. Se invece non fila dritto occorre migliorare questo comportamento, occorre qualcuno che faccia filare dritto questo ragazzo. Dritto o diritto in questo caso significa senza fare curve. Dritto è il contrario di “storto” e di “piegato“. Inoltre diritto indica anche una direzione. In questo caso la direzione del buon comportamento.

Si dice anche, “rigare diritto” col comportamento, con lo stesso significato.

Riga dritto, altrimenti sono guai!

Fila dritto, se non vuoi che mi arrabbi!

Vedete che si prende sempre ad immagine una fila, cioè una serie di oggetti messi in fila, perché quando le cose stanno in fila, come le piante, sono più ordinate. Tutte le cose in realtà se sono in fila sembrano migliori. Anche le persone quando si mettono in fila, uno dietro l’altro, e quando rispettano la fila, sono persone più ordinate e migliori. Spesso gli italiani sono un po’ carenti in questo, lo ammetto: molti italiani non rispettano la fila.

Quindi “filare” può significare che tutto va bene se diciamo “tutto fila liscio” oppure si usa nel caso di comportamenti che vanno migliorati: “il ragazzo deve filare dritto (o diritto): Fila liscio indica i problemi, fila dritto indica i comportamenti

Il terzo significato di filare è quello che ci interessa di più nella frase proposta da Alex. Infatti filare significa anche prendere in considerazione, cioè avere un interesse verso qualcosa. Solitamente si tratta di interesse verso le persone. Si usa però il verbo filare nella forma riflessiva: filarsi. Quindi si parla rivolgendosi a sé stessi ed indicando l’oggetto del nostro mancato interesse, che è solitamente una persona.

“Io mi filo Marco” che equivale a “io me lo filo”, dove “lo” indica Marco e “me” è la trasformazione di “mi” quando è seguito da un altro pronome (“lo” in questo caso è il secondo pronome)

tu ti fili Marco – tu te lo fili

lui/lei si fila Marco – lui/lei se lo fila

Noi ci filiamo Marco – Noi ce lo filiamo

Voi vi filate Marco – Voi ve lo filate

Loro si filano Marco – Loro se lo filano

Marco se lo filano proprio tutti!

Questo esempio che vi ho appena fatto non è alla forma negativa, ma nella maggior parte dei casi si usa proprio in frasi negative, che quindi hanno una negazione davanti. Quasi sempre si usano in questo modo. Sono molto rare frasi senza il non davanti. Ad esempio:

Io non mi filo Maria – io non me la filo.

Questo significa che io non do importanza a Maria. Questo è il terzo significato. A me non interessa Maria, non presto attenzione a ciò che fa Maria. Si usa normalmente quando vogliamo sottolineare una mancanza di considerazione verso una persona (Maria in questo caso).

Giovanni non si fila più Maria, hai visto?

Quindi Giovanni non prende più in considerazione Maria. Prima lo faceva, ora non più. Questo dice la frase.

Perché si usa “filare” in questo caso? Perché questo verbo? Interessante!

Credo che l’origine sia la parola “philos” che in greco significa amare, perciò se Giovanni non si fila più Maria vuol dire che non è più interessato a lei. L’origine quindi è l’amore (pensate u po’!) che tra l’altro è in generale l’origine di tutto, non solo della frase di oggi!

Non è un caso che esiste la frase “fare il filo“, un’altra espressione informale (anche questa) che è strettamente collegata all’amore ed ai sentimenti: fare il filo vuol dire essere interessati, amare qualcuno; esattamente il contrario dell’espressione di oggi “non mi si fila“. Anche questa è una espressione che si usa molto tra i ragazzi:

Una volta Giovanni faceva il filo a Maria, ricordi? Ora invece non se la fila più!!

Questa frase significa che Giovanni, una volta, cioè prima, qualche tempo fa, amava Maria, o semplicemente la corteggiava, era interessato a lei, le faceva il filo, cioè le mostrava interesse, voleva mettersi con lei, voleva fidanzarsi con Maria. Oggi invece Giovanni ha perso interesse verso di lei. HA perso interesse verso Maria. Oggi Giovanni non si fila più Maria. Non se la fila più. Oggi Giovanni non è più interessato a Maria.

Notate che ho detto “non se la fila più“: “Giovanni non se la fila più“.

La parolina “se” (che è un pronome) è quindi una trasformazione di “si”. Come prima quindi: si diventa “se” perché dopo c’è un altro pronome “la“, che si riferisce a Maria. “Se la” serve a non ripetere il nome di Maria.

Giovanni non si fila più Maria” che è uguale a “Giovanni non se la fila più“.

Maria potrebbe dire: Giovanni non mi si fila più! Questo potrebbe dire Maria.

Ecco che siamo arrivati alla frase di Alex: “non mi si fila“.

Non mi si fila quindi significa “non mi dà importanza”, “non è interessato a me”.

Attenzione perché in teoria devo mettere la particella “si” prima di filare (non mi si fila) perché in questo modo si indica “filarsi”, la forma riflessiva di filare. In realtà però anche “Giovanni non mi fila più” (senza il “si”) ha lo stesso significato ed è una forma equivalente ed ugualmente usata nel linguaggio comune. Con o senza il “si” non cambia. Quindi allo stesso modo “Marco non se la fila” equivale a “Marco non la fila”, eccetera. Possiamo eliminare il riferimento a sé stessi.

Facciamo quindi un po’ di esercitazione con queste frasi per fissarle bene in mente. Provate quindi a ripetere dopo di me. Non pensate troppo alla grammatica. E’ importante questo. Limitatevi a ripetere.

Francesca non mi si fila! … Francesca non mi fila!…

Leonardo non ti si fila! … Leonardo non ti fila! …

Eleonora non se lo fila! … Eleonora non lo fila! …

Marco non se la fila! … Marco non la fila! …

Ok. Adesso vediamo adesso un altro esercizio verbale. Io vi dico una frase e su questa frase vi farò qualche domanda. Ascoltate la frase, poi provate a ripetere la domanda oppure a rispondere, ok? Avrete il tempo necessario per farlo. Poi dopo la pausa vi do io la risposta che potete ripetere se volete. La frase è la seguente

Leonardo non si fila più Maria. Non se la fila più perché a Leonardo ora piace Stefania.

Domanda: Chi non si fila più Maria?

Risposta: Leonardo. E’ Leonardo che non si fila più Maria.

Domanda: Chi è la persona che Leonardo non si fila più?

Risposta: E’ Maria. La persona che Leonardo non si fila più è Maria.

Domanda: Perché Leonardo non si fila più Maria?

Risposta: Leonardo non si fila più Maria perché a Leonardo ora piace Stefania.

Domanda: perché Leonardo non se la fila più?

Risposta: Leonardo non se la fila più perché ora gli piace Stefania.

Domanda: a chi ora piace Stefania?

Risposta: a Leonardo ora piace Stefania.

Domanda: è Maria che non si fila più Leonardo?

Risposta: no, non è Maria che non si fila più Leonardo. E ‘Leonardo che non si fila più Maria.

Domanda: Leonardo ora chi si fila?

Risposta: Leonardo ora si fila Stefania. E’ lei che si fila ora Marco.

Bene, prima di concludere questo episodio, vorrei dirvi che esiste anche un altro modo molto diffuso per esprimere un concetto simile: la frase è “dare retta” o anche “dar retta“, senza la e finale del verbo dare.

Il concetto non è del tutto uguale a “filarsi qualcuno“, perché non c’è più il verbo filare che ha un significato più importante. Però “dar retta” è quasi uguale, e comunque si usa in più circostanze rispetto a filarsi qualcuno.

La retta però in fin dei conti indica una linea diritta in geometria, quindi dar retta è abbastanza simile a filare.

Quindi “dar retta” significa ugualmente ascoltare, prestare attenzione, ma per motivi meno personali in genere:

Dammi retta un momento, ti prego, ho una cosa importante da dirti!

Questo è un esempio per farvi capire. Oppure:

Se mi avessi dato retta, ora non avresti questi problemi!

Quindi dar retta è più leggero, diciamo rispetto a filarsi, è più “ascoltare“, “prestare attenzione” o anche “ascoltare i consigli” a volte. Non c’entrano i sentimenti.

Caro Alex, se mi hai dato retta attentamente confido che tu ora sappia usare l’espressione “non mi si fila” anche se ti auguro di non usarla mai per motivi sentimentali ovviamente.

Avevo dimenticato però di parlarvi del quarto modo di usare il verbo filare: “filarsela“, anche questo informale, che significa andarsene via rapidamente- questo è filarsela – squagliarsela, telare, svignarsela, quindi andar via rapidamente, per fretta, oppure per paura. Non ha niente in comune con i tre significati precedenti del verbo filare che abbiamo visto prima:

Filare liscio (1° significato) che significa “va tutto bene”, “filare dritto” (2° significato) che è il comportamento di chi si comporta bene, e poi c’è “filarsi qualcuno”, prendere in considerazione qualcuno (3° significato). Questo quarto significato però (filarsela, cioè andarsene) potrebbe trarci in inganno a volte. Attenzione infatti alla seguente frase: io non me la filo:

Io non me la filo” può significare due cose. Primo significato: io non presto attenzione ad una persona (io non mi filo Maria, quindi io non me la filo, riferito a Maria), oppure (secondo significato) io non me ne vado, cioè io resto, io rimango qui, in questo posto.

Analogamente “tu non te la fili” può significare che tu non presti attenzione, che tu non sei interessato ad una persona, di sesso femminile ovviamente (non te “la” fili), oppure che tu non te ne stai andando rapidamente, che non stai andando via, cioè che non te la stai squagliando. Tu non te la fili in questo caso è come “non te la svigni”, “non teli”, “tu non te la dai a gambe levate”. Ci sono molti modi per dire che tu non te ne vai.

Attenzione perché in questi casi è solamente il contesto che può aiutarci a capire la frase. Non sempre infatti, come avete visto, il pronome “la” si riferisce ad una persona di sesso femminile.

Terminiamo questo episodio con un saluto a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente che ci seguono sempre e con un ringraziamento ad Alex che mi ha fatto questa domanda. Spero non se ne sia pentito!

Ringrazio anche chi sostiene economicamente Italiano Semplicemente e che lo fa attraverso una donazione. Lo faccio spesso perché mi sembra giusto ringraziare coloro che, tra tutti, si filano maggiormente Italiano Semplicemente (possiamo dire così) e quindi che si filano la sua missione che è quella di aiutare tutti gli stranieri a non perdere il filo che li tiene attaccati all’Italia ed alla lingua italiana. Scusate il gioco di parole!

Adesso si è fatto tardi, saluto tutti e me la filo anche io! Ciaooo!

16^ lezione di Italiano Professionale: Introdurre una presentazione (descrizione)

Descrizione

Questa lezione è la prima lezione della seconda parte del corso di Italiano Professionale, disponibile per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Se ti interessa il corso e vuoi far parte dell’Associazione inoltra la tua domanda.

Per farti un’idea, ascolta un episodio in cui sono utilizzate alcune delle espressioni della lezione n. 16

italiano dante_spunta La prima parte di una presentazione: benvenuto, saluti, ringraziamenti, espressioni tipiche.
portogallo_bandiera A primeira parte de uma apresentação: bem vindo, saudações, obrigado, expressões típicas.
spagna_bandiera La primera parte de una presentación: bienvenida, saludos, gracias, expresiones típicas.
france-flag La première partie d’une présentation: accueil, salutations, remerciements, expressions typiques.
flag_en The first part of a presentation: welcome, greetings, thanks, typical expressions.
bandiera_animata_egitto

الجزء الأول من العرض: ترحيب، تحية، شكر، تعبيرات نموذجية.

russia Первая часть презентации: приветствие, приветствия, спасибо, типичные выражения.
bandiera_germania Der erste Teil einer Präsentation: Begrüßung, Grüße, Danke, typische Ausdrücke.
bandiera_grecia Το πρώτο μέρος μιας παρουσίασης: ευπρόσδεκτα, χαιρετισμούς, ευχαριστίες, τυπικές εκφράσεις.

Non sia mai

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Descrizione

 

Questa espressione è “Non sia mai”. L’espressione è composta da tre parole. La prima parola è “non”.

Cos’è “non”? “Non” è simile a “no”, che è un’esclamazione, una negazione.

Anche “non” serve per negare. Spesso gli stranieri, prevalentemente i principianti confondono l’utilizzo di “no” e l’utilizzo di “non”.

La differenza fondamentale tra “no” e “non” è che dopo la parola “non” ci va sempre un verbo, mentre “no” è un’esclamazione.

Quindi ad esempio:

“Sei Italiano?”.

“No, non sono Italiano”.

La seconda parola dell’espressione è “sia”. Quindi “sia” è il verbo essere.

Infatti dopo “non” va un verbo, quindi “non sia” è corretto.

Sia è il congiuntivo del verbo essere. “Non sia” è simile a “non è”. Sappiamo che il congiuntivo si usa in determinate occasioni.

Quando si usa il congiuntivo?

Abbiamo già visto in altri episodi di Italiano Semplicemente che la presenza del congiuntivo in generale possiamo dire che avviene quando c’è incertezza, cioè quando non c’è certezza. Quindi “non sia” è diverso da “non è” perché “non è” è la negazione di “è”.

Quindi se una cosa “è” vuol dire che esiste, se “non è” non esiste. “Non sia” esprime invece incertezza.

Non sia mai, che è esattamente l’espressione che sto cercando di spiegarvi, non è la stessa cosa che “non è mai”.

“Non è mai” è un rafforzativo di “non è”. “Mai” è la terza parola, sta lì a rappresentare la frequenza di un avvenimento, di qualcosa che accade.

“In Italia non è mai accaduto che nevicasse ad agosto”, ad esempio, vuol dire che ad agosto non nevica mai.

Quindi vuol dire che ad agosto non capita mai. Non nevica mai.

Okay, questa è una certezza. Non è mai accaduto, non c’è alcun dubbio su questo.

Invece non sia mai esprime incertezza, una mancanza di certezza. Quando si usa questa frase?

Si usa ogni volta che nel futuro potrebbe accadere qualcosa ma noi non vogliamo che questa cosa accada.

Quindi la allontaniamo.

La allontaniamo mentalmente dicendo “non sia mai”.

In particolare, non solo la allontaniamo mentalmente ma vogliamo anche fare qualcosa.

Vogliamo rimediare, anzi vogliamo prevenire. Vogliamo prevenire questa cosa che potrebbe accadere, questo evento. Okay?

Ad esempio “Non sia mai che domani piove”

Quando è che usiamo questa frase?

La usiamo quando facciamo qualcosa che serve a prevenire, a ripararci contro la possibilità che domani piova.

E cosa si fa per prevenire le conseguenze negative della pioggia?

Ad esempio si acquista un ombrello: si può acquistare un ombrello.

Allora posso dire:

Voglio acquistare un ombrello, non sia mai che domani piova

Oppure: non sia mai che domani piove.

Oppure non sia mai che domani dovesse piovere.

Ci sono diversi modi di esprimere lo stesso concetto, dipende dalla forza che vogliamo dare all’incertezza.

È meglio che compri un ombrello, è meglio che io acquisti, che io compri un ombrello, non sia mai che domani piove, o non sia mai che domani piova o non sia mai dovesse piovere domani.

Okay, c’è incertezza.

Non sappiamo se domani pioverà.

Per poterci cautelare contro l’eventualità che domani possa piovere acquistiamo un ombrello.

Questo è uno dei tanti modi di usare la frase non sia mai.

Posso fare altri esempi:

È meglio che io ripassi l’inglese, non sia mai che domani debba capitare di parlare con qualcuno in inglese e che io non sia preparato.

È meglio che domani io sia ben preparato.

È quindi meglio che io inizi a studiare inglese, non sia mai dovessi parlare con qualcuno in inglese.

Oppure: se ho un esame di matematica domani, ho studiato tutto, tutto quello che c’era da studiare tranne la moltiplicazione ad esempio, allora oggi posso dire è meglio che io mi studi anche la moltiplicazione perché non sia mai che il professore me la chiede (o chieda), non sia mai che il professore me lo  chiederà. In teoria posso anche dire così.

Normalmente nelle frasi di tutti i giorni si può usare l’indicativo:

non sia mai che il professore mi chiede la moltiplicazione

Può capitare di ascoltare l’ uso del congiuntivo:

non sia mai che il professore mi chieda proprio questo.

Oppure:

non sia mai che il professore mi chiederà questo.

Ma questo è anche scorretto dal punto di vista grammaticale.

Dunque, non sia mai che il professore “mi chiede” questo o che “mi chieda” questo. Quindi è meglio che oggi io “mi ripassi”, “mi studi” ancora una volta per poter ricordare meglio domani le moltiplicazioni, non sia mai che domani me le chiede.

Questo è un altro esempio analogo a quello di prima, quando dovevamo acquistare un ombrello (non sia mai domani dovesse piovere) che non ha niente di ironico. Siamo d’accordo su questo.

Dicevo però che questa è un’ espressione che si può usare per prendere in giro qualcuno. E quando è che possiamo prendere in giro qualcuno?

Quando questo qualcuno è particolarmente attento alle cose che possano accadere e che sono fonte di preoccupazione.

Se ci sono delle persone molto ansiose, che cioè sono molto preoccupate in generale delle cose che accadranno o che potrebbero accadere nel futuro, quindi delle persone ansiose (che provano ansia), sono le persone che sono molto preoccupate del futuro in generale, che quindi pensano continuamente a tutte le cose che possano accadere.

Chi di noi non è stato ansioso nella sua vita?

Penso capiti un po’ a tutti.

Ci sono persone poi particolarmente più ansiose delle altre, tanto ansiose che a volte ti trasmettono un po’ d’ansia, fanno provare ansia anche a te, fanno venire la preoccupazione anche a te, dici:

“Oddio, che ansia mi hai messo, mi hai messo un’ ansia addosso! E’ meglio che io mi allontani. Non voglio essere ansioso come te, cerca di stare calmo! stai calmo, non essere cosi ansioso!

E allora, per prendere in giro queste persone si usa spesso la frase non sia mai.

Ad esempio se parlo con un amico e lui mi dice:

Sai, domani ho un appuntamento alle otto di mattina.

Ah, hai un appuntamento alle otto di mattina? E quando parti da casa?

Mah,  – dice il mio amico – dovrei impiegare cinque minuti per arrivare alle otto di mattina ma io per sicurezza partirò alle sei di mattina, due ore prima.

“Ah” – dici tu – “non sia mai arrivi in ritardo.

È questo quindi un modo per prendere in giro, come per dire:

Parti due ore prima perché hai paura che tu possa arrivare in ritardo?

Quindi si dice “non sia mai che tu possa arrivare tardi, quindi è meglio, fai bene a partire alle sei di mattina, non partire più tardi delle sei di mattina perché non sia mai tu possa arrivare tardi.

È meglio partire molto presto, anzi sai che ti dico? Parti alle cinque, non sia mai possano accadere cose che ti possono fare ritardare.

Parti ancora prima delle sei, non sia mai!

Spesso si può dire anche così: “non sia mai”, e non aggiungere altro.

È ancora più ironico delle frasi in cui si specifica la cosa che può accadere dopo.

Quando si dice soltanto: “non sia mai!” potete star certi che la frase è ironica.

E si può usare anche verso se stessi.

Verso gli altri più spesso, ma verso se stessi anche. Succede anche questo.

Dire: “per sicurezza” o “cautelativamente è meglio che io faccia questo” o “per sicurezza è meglio che io faccia questo” non è ironico.

Se si vuole essere ironici, nel linguaggio di tutti i giorni, quindi in modo informale ovviamente, meglio dire “non sia mai” e basta, senza aggiungere altro.

Cosa fai mamma domani?

Domani devo andare a fare la visita dall’oculista, e ho paura di fare un incidente con la macchina.

Ah, come mai hai paura? È tanto lontano?

No, sono cinquanta metri, ma è meglio che io non vada a piedi.

Ah certo, non sia mai!

Posso rispondere io.

Che vuol dire: non sia mai tu debba fare un incidente percorrendo cinquanta metri con la macchina.

Ovviamente questo è soltanto un esempio, ma l’importante è che questi esempi vengano fatti in contesti familiari e quando parlate con persone con le quali potete permettervi di fare una battuta, potete permettervi di essere ironici.

Se state parlando con un vostro professore universitario non potete usare questa espressione perché potrebbe essere offensiva nei suoi confronti.

Anche se parlate di qualcun altro, in questi casi è meglio usare altre espressioni, è meglio dire:

“Per sicurezza è bene che tu faccia questo!

Oppure:

“Ha fatto bene a comportarsi in questo modo perché altrimenti sarebbe successo quest’altro”

Quindi meglio non usare “non sia mai” come forma preventiva.

Nel passato abbiamo visto anche un’ altra espressione simile che si usava in circostanze di questo tipo e l’espressione era “scongiurare un pericolo”.

Se non avete ascoltato quel episodio vi consiglio di ascoltarlo: “scongiurare un pericolo” è un’espressione non ironica, è un’espressione che significa semplicemente allontanare un pericolo, scongiurarlo.

È un verbo particolare “scongiurare”, che si usa soltanto per i pericoli, per le cose pericolose che potrebbero accadere.

Quando si vuole rimediare ad un pericolo, quando si vuole fare in modo che qualcosa non accada, allora si prende una misura preventiva, (cioè che si fa prima), quindi si mette in atto una misura preventiva, qualcosa che possa prevenire l’accadere di qualcosa o che possa attenuare le conseguenze di un evento.

Allora per poter scongiurare il pericolo che io domani mi bagni è bene che acquisti un ombrello.

Per poter scongiurare il pericolo che tu, mamma, domani possa fare un incidente, non sia mai, è bene che tu vada a piedi.

Per poter scongiurare il pericolo che arrivi tardi all’appuntamento alle otto di mattina, non sia mai, è bene che tu parta da casa molto tempo prima.

Quindi la frase “scongiurare un pericolo” si usa in contesti analoghi, contesti dello stesso tipo, soltanto che “non sia mai” è ironica, soprattutto se non è seguita da nient’altro, mentre “scongiurare un pericolo” è una frase molto più spesso usata allo scritto in contesti non ironici.

Bene ragazzi, credo che sia tutto per questa espressione di oggi. Grazie a tutti, grazie di aver ascoltato questi episodi e mi fa molto piacere che questi episodi e le frasi di tutti i giorni che si usano anche in senso ironico, trovino l’apprezzamento da parte vostra, voi che fate parte della famiglia di Italiano Semplicemente, che cioè ascoltate i nostri podcast di frequente.

Questa di oggi è una di quelle tante espressioni che non troverete mai su un libro di Italiano ed è anche difficile trovarla spiegata in maniera accurata su internet.

E’ anche molto importante badare al tono con cui viene pronunciata l’espressione “non sia mai”: se si vuole essere ironici il tono è un tono particolare.

“Non sia mai”, e poi si fa una pausa.

Eh, non sia mai!

Si usa un tono apparentemente serio.

Il fatto che però non segua nulla dopo “non sia mai” dà all’espressione un senso ironico.

Questo è difficile impararlo leggendo una frase e una spiegazione su internet.

Grazie a tutti ancora una volta, grazie ai donatori che sostengono economicamente, che aiutano Italiano Semplicemente con le loro donazioni. Grazie a tutti e ci vediamo presto con la prossima espressione di Italiano Semplicemente. Ciao.

E ti pareva!

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Trascrizione

Bentrovati a tutti e bentornati sulle pagine di Italiano Semplicemente.

Io sono Giovanni, il creatore del sito, senonché la voce principale, anche se ci sono molte persone che mi aiutano di tanto in tanto.

Oggi ragazzi vediamo di affrontare la spiegazione di una frase utilizzata in tutta Italia.

La frase è “e ti pareva!”. Tre parole: e, ti, pareva.

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Capita spessissimo di incontrare questa esclamazione, perché di una esclamazione si tratta.

Questa esclamazione, in quanto tale, si utilizza solamente all’orale. Difficile ma non impossibile trovare questa frase per iscritto ma può capitare, soprattutto quando si esprime una opinione personale e ci si rivolge in modo informale ad un amico.

Questo quindi è molto importante dirlo subito: si sta esprimendo una opinione personale. Vediamo perché.

Diciamo subito che il sentimento, l’emozione legata alla frase non è positivo. Si tratta di leggero stupore, di leggera meraviglia, e nello stesso tempo di dispiacere. A volte c’è anche dell’ironia, ma non è detto. Non sempre.

E’ accaduto qualcosa e di fronte a questo evento di fronte a questo accadimento, si esprime una emozione di dispiacere. Leggero stupore e dispiacere.

Dico leggero stupore perché si tratta di qualcosa che non era del tutto inaspettato. Non è proprio una cosa sbalorditiva quello che è successo. In qualche modo me l’aspettavo; poteva accadere. Questa cosa che è accaduta me l’aspettavo, ma speravo che non accadesse. La mia speranza era che questa cosa non accadesse, che questo accadimento non si fosse verificato; ma purtroppo è avvenuto.

Infatti “pareva“, il verbo utilizzato nella frase – la terza parola della frase – è il verbo “parere” che è un verbo equivalente a “sembrare” e “somigliare“.

E ti pareva!” col punto esclamativo, è una frase che appunto sta ad indicare che la cosa accaduta era prevedibile. Non era certa ma prevedibile e di fronte a questa cosa si manifesta dispiacere. Oppure, se non si tratta di una cosa negativa della quale ci si dispiace, è un avvenimento che non ci stupisce, che “era nelle corde“, “era nell’aria” che cioè poteva accadere, e con questa esclamazione si sottolinea che chi parla lo aveva intuito.

Quindi si esprime o dispiacere verso quanto accaduto o la prevedibilità di quanto accaduto. O entrambe le cose: dispiacere e prevedibilità. Con prevedibilità intendo la constatazione che quello che è accaduto era stato previsto personalmente; la constatazione, cioè l’aver constatato, l’aver verificato, che quello che è avvenuto c’era un alto rischio che accedesse. Dico rischio perché la cosa ha delle conseguenze negative.

E ti pareva!”. E’ molto importante il tono che viene usato: alto all’inizio e basso a seguire: “E ti pareva!”. La lettera “e” iniziale è più marcata, più evidenziata, pronunciata con un tono più alto, perché come detto serve a enfatizzare. Se non metto la “e” iniziale invece dico semplicemente “ti pareva!” accentuando la parola “ti”.

“E” all’inizio della frase è una congiunzione. Può anche essere omessa. Potete anche togliere questa prima parola perché serve solamente a enfatizzare, serve solo a sottolineare lo stupore ed il sentimento di dispiacere legato all’espressione.

Questo modo di dire “ti pareva” o “mi pareva” con o senza la lettera e, è in realtà una forma abbreviata. E’ un modo veloce di esprimere un parere, cioè una opinione. Un modo veloce che volendo potrei esprimere in altri modi:

  • Me l’aspettavo!
  • Secondo me questa cosa era prevedibile.
  • Per la mia esperienza, mi sembrava strano che non succedesse così!
  • Ecco, hai visto cosa è successo? Cosa ti avevo detto?
  • Guarda cosa è successo! Hai visto? Io l’avevo previsto!
  • Visto? Non sembrava anche a te che fosse nell’aria?
  • Visto? Non pareva anche a te fosse nell’aria?

E altre frasi equivalenti. Più brevemente: “e ti pareva!“. Breve, conciso, sintetico, efficace.

Facciamo alcuni esempi.

C’è la partita Roma-Real Madrid alla tv. Il Real Madrid è molto più forte della Roma, quindi mi aspetto che vinca il Real Madrid. Appena il Real fa un gol io dico: nooooo, e ti pareva!

Se invece segna la Roma dico: sììì, e vai!! Forza Roma!

Se non vi piace lo sport o tifate per il Barcellona, facciamo un secondo esempio più legato al. Un esempio mondo del lavoro.

Ammettiamo che nel tuo ufficio capiti spesso che diano la colpa a te di alcune cose sbagliate che accadono. Sei sempre tu la persona a cui danno la colpa, guarda caso. All’ennesimo episodio, cioè ancora una volta, dopo altre tante volte che è accaduto, danno ancora una volta la colpa a te, puoi dire:

  • E ti pareva! Ti pareva che anche stavolta non era colpa mia! Lo sapevo io! Succede sempre così, è sempre la stessa storia! Guarda caso è sempre colpa mia!

Quindi in questo caso è uno sfogo; ti senti accusato di essere il colpevole di un fatto accaduto, e come al solito, invece di cercare il colpevole, si dà la colpa a te come sempre.

Una alternativa breve e sintetica può essere “lo sapevo!“, che esprime lo stesso concetto, forse in modo meno ironico ma più arrabbiato: “lo sapevo io!”.

Se tu “lo sapevi” vuol dire che lo avevi immaginato, avevi previsto accadesse, perché nel passato era già accaduto più volte un episodio analogo a questo, ed anche questa volta non poteva essere che così!

Apriamo ora una parentesi sul verbo “parere“.

Quando una cosa “pare” un’altra, allora vuol dire che sembra un’altra, che assomiglia ad un’altra. I verbi parere, somigliare e sembrare sono molto vicini tra loro.

Anche per le persone vale lo stesso discorso. Se io paio mio fratello, allora somiglio a mio fratello, sembro mio fratello.

Il verbo parere si utilizza poco però. Si usa quasi esclusivamente con la terza persona: lui pare, lei pare, oppure una cosa pare. Rarissimo l’utilizzo nelle altre persone a parte in alcune forme che vediamo dopo.

Non si usa mai dire ad esempio: io paio mio fratello, o tu pari tuo fratello. Piuttosto si usa “io somiglio a mio fratello”, o tuttalpiù “io sembro mio fratello”. A me personalmente risulta difficile anche intuire come sia la coniugazione del verbo parere in alcuni modi come le varie forme del congiuntivo ad esempio. Il motivo è che si usa poco come verbo al di là dei casi citati. Si usano quasi sempre sembrare, somigliare e apparire.

Parere è invece molto usato nelle poesie e a livello letterario in generale. siete stupiti?

Pensate che era soprattutto molto usato nel passato, soprattutto tra il 1700 e il 1800 ma il suo utilizzo oggi è un po’ scemato.

Ho un esempio da farvi relativo a Dante Alighieri, e questo esempio si riferisce al 1293.

“Tanto gentile e tanto onesta pare”; questo è il titolo di un sonetto di Dante, di un’opera di Dante Alighieri contenuto nella Vita Nova, che è poi la prima opera di Dante. Pensate un po’. La prima opera. Pare sia la prima opera di Dante. Così pare almeno!

Questa frase (Tanto gentile e tanto onesta pare) è riferita a Beatrice, la sua donna. “Pare”, in questo sonetto è un verbo importantissimo. L’utilizzo del verbo parere è fondamentale perché Dante in questo modo vuole esprimere l’emozione soggettiva di chi osserva Beatrice e vuole dire che chiunque osservi Beatrice, chiunque guardi la sua donna, immediatamente nota le virtù di Beatrice. A chi guarda Beatrice, a chiunque la ammiri, Beatrice pare tanto gentile e tanto onesta. L’emozione di chi osserva è sottolineata con il verbo “parere”.
Ovviamente Dante avrebbe potuto scrivere “sembra ma probabilmente Dante non voleva apparire dubbioso, non voleva dare l’impressione di avere dei dubbi su Beatrice, voleva invece lodarla, dare evidenza delle sue qualità, non metterle in discussione.

E infatti “sembrare” dà più l’idea soltanto di una opinione personale, che può essere condivisa o meno da altre persone. Dicendo “sembra” si evidenzia incertezza, la mancanza di sicurezza.

Apparire” è abbastanza simile a “parere” e forse potrebbe meglio essere utilizzato in sostituzione a parere, ma sicuramente parere “suona meglio”, come si dice, vale a dire è più melodico e nella frase, nel titolo del sonetto la frase è più bella con “parere”.

Ai giorni d’oggi il verbo parere, oltre a ricordarci qualche poesia e qualche sonetto, si usa solamente in alcuni contesti ed in alcune locuzioni legate alla conversazione. Una di queste locuzioni è appunto “ti pareva“, o “mi pareva” che hanno lo stesso significato.

In effetti quando si dice “e ti pareva“, non è detto che si stia parlando con qualcun altro. Non ci si sta rivolgendo a qualcuno, non si sta facendo alla persona che si ha di fronte una domanda. Potrebbe anche essere una osservazione che si fa dentro di sé. “Ti pareva” e “mi pareva” sono pertanto equivalenti. Ovviamente si tratta di una osservazione personale, di una opinione di chi parla, quindi in teoria sarebbe più corretto dire “mi pareva”. Si usano entrambe le forme con la stessa frequenza. Forse “ti pareva” esprime una maggiore volontà di condivisione, quasi per voler ricevere conforto dal proprio interlocutore, se c’è un interlocutore.

Potrei ugualmente dire, con lo stesso significato:

  • mi pareva strano!

Notate il tono con cui si pronuncia questa frase: ” e mi pareva strano!”.

La stessa cosa è dire:

  • mi sarebbe parso strano se quello che è successo non fosse successo!

Quindi “mi sarebbe parso strano” diventa “mi pareva strano!“: il condizionale passato, che è la forma corretta, si sostituisce con l’indicativo imperfetto e diventa una esclamazione. Grammatica a parte comunque, che non è il mio forte, questa è un’esclamazione più netta e concisa oltre che più colloquiale, e si sa, quando si parla in modo colloquiale si dà più importanza alle emozioni.

Quando si esprime un parere in modo colloquiale, se vogliamo esprimere quindi rammarico, dispiacere, amarezza per quanto accaduto, uso “mi/ti pareva” all’interno di una esclamazione: mi pareva! mi pareva strano! E ti pareva strano! E mi pareva strano!

Posso mettere in questi casi anche “sembrava” al posto di “pareva” e non cambia nulla. Pareva è più usata perché esprime maggiore rammarico e dispiacere.

Attenzione adesso: se utilizzo l’indicativo presente la frase diventa:

– “Mi pare strano”. Mi pare strano non esprime dispiacere, rammarico. Esprime semplicemente un dubbio. ed anche il tono cambia.

Se oggi c’è il sole e non si vede neanche una nuvola nel cielo, magari un amico ti dice: “ho sentito le previsioni per domani: pioverà tutto il giorno”.

  • Mi pare strano!

Mi pare strano, cioè mi sembra strano, con questo sole che c’è oggi! Possibile che domani piova tutto il giorno? Strano! Infatti nulla è ancora accaduto. Domani vedremo. E domani arriva.

Domani tra l’altro potrei avere un impegno importante e sarebbe un problema se dovesse piovere tutto il giorno come dicono le previsioni oggi. Se poi domani dovesse piovere, allora domani potrò dire:

  • E ti pareva! Proprio oggi! Proprio oggi che avevo un impegno!

Questo esempio mi permette di aggiungere qualcosa in più sull’espressione “ti pareva!” di cui finora vi ho solo accennato.

L’espressione infatti si usa per manifestare dispiacere, come abbiamo detto, perché oggi ho un impegno importante e non vorrei che piovesse, quindi se oggi piove potrei avere dei problemi; oltre al dispiacere però c’è qualcosa di più. E’ come se volessi sottolineare la sfortuna, il caso che mi ha colpito:

  • Tra tutti i giorni possibili doveva piovere proprio oggi! Proprio oggi che ho questo impegno! E ti pareva! Guarda caso! Sono il solito sfortunato! Succede sempre così!

Come vedete ho anche utilizzato “guarda caso”, un’espressione ironica che abbiamo già incontrato e spiegato. Le due espressioni infatti possono usarsi negli stessi contesti. Quando questo accade stiamo ovviamente facendo ironia. Non esprimiamo solo dispiacere ma anche ironia. Un’ironia particolare, un’auto ironia, una ironia su noi stessi la maggior parte dei casi.

In questi casi si usa quindi maggiormente in prima persona, quando si parla di se stessi, quando si esprime un’opinione su un qualsiasi argomento che ha degli effetti negativi su di noi.

Notate che la parola parere non è solamente un verbo, ma è anche un sostantivo. Un parere è semplicemente una opinione; tra le altre cose è una opinione professionale. Questo è molto interessante, e lo vedremo più nel dettaglio all’interno del corso di Italiano Professionale. Merita una lezione a parte.

Il verbo parere quindi si usa poco, come dicevo, nel senso di sembrare, apparire, ed invece fa parte di alcune espressioni particolari come proprio quella di oggi.

Non è l’unico modo di usare questo verbo. Tra l’altro posso farlo anche parlando di una cosa passata: “mi parve strano” che si usa quando si parla di molto tempo fa.

Poi c’è anche “come mi pare“, “come ti pare“, “come vi pare” , “come le pare” e “come gli pare“. In questo caso si usa al posto del verbo volere.

Quindi “fai come ti pare” significa “fai come vuoi”, cioè decidi tu, prendi tu la decisione. Anche queste sono modalità colloquiali per esprimere una opinione ma in questo caso lo si fa in modo scocciato, in modo infastidito, in un modo che esprime la perdita della pazienza.

– Uffff, ma fai come ti pare! Fai un po’ come ti pare!

Che significa: fai come vuoi, mi sono stancato.

Analogamente se parlo di un’altra persona posso dire:

– Faccia come gli pare!

Cioè: “faccia pure come vuole, faccia pure come preferisce, prenda lui la decisione, considerato che mi ha stancato, considerato che la mia opinione non conta. Mi sono stancato”, oppure “non mi interessa, non posso perdere tempo!”

Il tono anche in questo caso è importante. Lo è anche in ambito professionale, dove si preferisce però utilizzare modalità diverse per esprimere opinioni di questo tipo.

Vedremo nel corso di Italiano Professionale, quali sono i modi per esprimere un parere in modo più formale, quindi le forme più usate al lavoro, nelle riunioni e con persone che non si conoscono. Una lezione molto interessante.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione dove dovrete ripetere le frasi che dirò usando lo stesso tono. Assicuratevi che non ci siano italiani attorno a voi!

E ti pareva!

Ti pareva!

Mi pareva strano!

Per finire vi faccio ascoltare un breve spezzone della sigla di una trasmissione tv che ha come titolo “E mi pareva strano“: la sigla è cantata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, una coppia comica italiana.