I verbi professionali: CONTRARRE

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Trascrizione

Buongiorno, siamo arrivati al verbo numero 24.

Vediamo in questo episodio un verbo che ha moltissimi utilizzi, e fra questi ce ne sono alcuni di uso esclusivamente professionale, cioè in ambito lavorativo.

Sapete che la caratteristica dei verbi professionali è quella di essere verbi specifici del mondo del lavoro e non molto conosciuti dalle persone la cui lingua madre non è l’italiano.

Contrarre” fa sicuramente parte di questa categoria di verbi.

Non è sicuramente molto usato dagli stranieri, io direi per niente usato.

È invece molto utilizzato nel mondo del lavoro e si incontra molto spesso anche nella vita di tutti i giorni degli italiani. I motivi sono diversi.

Alla fine di questo episodio, per facilitarvi il compito di ricordare meglio i vari significati del verbo racconterò una piccola storia, in cui utilizzerò tutti i significati che vi spiego ora. Un modo che abbiamo già utilizzato su Italiano Semplicemente e che fa parte del metodo utilizzato, basato sulle emozioni. Vedrete che vi piacerà. Passiamo alla spiegazione.

Contrarre si usa moltissimo nel mondo del lavoro ma ha anche  alcuni significati usati nella vita di tutti i giorni. Tutti questi modi comunque, professionali e non professionali, hanno qualcosa in comune.

Contrarre infatti significa restringere, cioè ridurre, far diventare qualcosa più piccolo, oppure (secondo significato) contrarre significa fare proprio, prendere, in un certo senso anche “avere”. Due grandi categorie di significati quindi: ridurre e prendere.

 

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Guarda caso!

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Buongiorno ragazzi e benvenuti su Italianosemplicemente.com, il sito internet per imparare l’italiano o per migliorare il proprio livello.

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Saluto tutti i membri della grande famiglia di Italiano Semplicemente, che aumenta di giorno in giorno. Grazie di essere qui all’ascolto di questo nuovo episodio, dedicato ad una espressione idiomatica molto utilizzata dagli italiani di ogni luogo. “Guarda caso”. Questa è l’espressione di oggi: “guarda caso“. Due sole parole.

Non è una espressione facile da comprendere per diversi motivi.

Il primo motivo è che le due parole non sembrano legate tra loro: guarda e caso, le due parole dell’espressione, sembrano non avere cose in comune; un legame particolare.

Secondo motivo: non c’è un senso figurato. L’espressione non ha un senso figurato, non c’è quindi neanche un’immagine, neanche una metafora che può aiutarci.

Terzo motivo: manca qualcosa, sembra mancare un legame tra le due parole: un articolo, una preposizione, qualcosa che possa aiutarci a capire.

Vediamo bene le due parole allora.

“Guarda” viene dal verbo guardare. E’ l’imperativo del verbo guardare: guarda! Quindi si riferisce alla persona con cui si parla: guarda, osserva, vedi.

Cosa deve guardare però?

La persona con cui si sta parlando cosa deve guardare?

Deve guardare il “caso” che è la seconda parola della frase.

Il “caso” è un avvenimento che si verifica senza una causa definita e identificabile. E’ un evento, qualcosa che accade, che avviene, per cause che sicuramente ci sono ma che non sono conosciute.

Se una cosa avviene “per caso” significa che non c’è un motivo per cui è avvenuta, non è successo qualcosa di importante e di identificabile. In poche parole è avvenuta “casualmente” o per caso, appunto.

Non c’è una causa, una causalità. E quando non c’è una causalità c’è quella che si chiama una “casualità”. Questa cosa è avvenuta “per caso. Non c’è una causalità, bensì una casualità. La parola caso dà origine alla parola casualità, opposta alla causalità, che invece deriva da “causa”.

Il “caso” inoltre è anche un sinonimo di “coincidenza“, che è la cosa che accade quando due o più cose accadono contemporaneamente ma senza nessun legame, oppure quando due o più cose sembrano legate tra loro ma non lo sono in realtà: si tratta di una coincidenza.

“Guarda caso” quindi significa “guarda il caso”, però si omette l’articolo “il”. Si omette, cioè si toglie, si evita di mettere l’articolo “il”. Quindi la frase è “guarda caso”, (senza articolo) che possiamo dire anche “guarda che coincidenza”.

Il senso quindi è quello di invitare la persona con cui si parla a notare una coincidenza, una cosa che è avvenuta e che sembra proprio essere legata ad un’altra. Sembra evidente il legame: hei, guarda che coincidenza, hai notato che strana coincidenza? Toh, che caso!

Avrete notato il tono ironico di queste frasi che ho appena pronunciato. Avrete notato che chi parla in realtà non crede affatto si tratti di una coincidenza, anzi, è convinto che ci sia causalità, e non casualità, nell’evento che si è appena verificato, che è appena accaduto. Si tratta evidentemente di una frase ironica. Chi la pronuncia non crede a questa coincidenza!

Quando si usa quindi questa espressione?

Vi faccio alcuni esempi. Parlano due amici. Il primo dice:

Sai, sto pensando di trasferirmi a Roma.

L’amico risponde:

Davvero? Roma?… guarda caso è dove vive ora la tua ex fidanzata!

L’amico quindi non crede si tratti di un caso. Ti trasferisci a Roma? Proprio dove vive la tua fidanzata? Davvero? Ma guarda che caso! Guarda caso proprio dove vive la tua fidanzata!

L’ironia emerge chiaramente, anche dal tono. Ma non c’è bisogno di ascoltare la risposta. Leggere è sufficiente: guarda caso si usa esclusivamente in questi casi, con ironia.

Facciamo un altro esempio. Due politici italiani che parlano.

Hai visto che nel 2016 sono aumentati i furti negli appartamenti?

E l’altro politico risponde:

Nel 2016? Guarda caso nello stesso anno sono aumentati anche i disoccupati.

è chiaro che il secondo politico ha associato l’aumento dei furti negli appartamenti con l’aumento della disoccupazione, nonostante lui abbia detto “guarda caso”.

Secondo lui non si tratta affatto di un caso, di una casualità, di una coincidenza, ma di due eventi che hanno un legame. L’aumento dei disoccupati ha causato un aumento dei furti, perché i furti sono episodi di criminalità, che ha un legame con il fatto che molte persone non abbiano più un lavoro.

L’espressione è adatta in dialoghi informali, ma non è raro trovarla anche in articoli giornalistici ed anche in email di lavoro. In ogni caso, cioè sempre, di tratta sempre di ironia, si cerca sempre di mettere in discussione quella che sembra una semplice coincidenza, ma che, secondo chi parla, non lo è.

Attenzione perché non potete inserire nulla, nessuna parola tra guarda e caso. Se lo fate non si capisce più cosa volevate dire.

Se chi vi ascolta non è un amico o comunque il contesto è più serio e non è il caso di fare dell’ironia, non potete usare questa espressione. Come fare allora? Beh in questi casi possiamo semplicemente dire: “non a caso” oppure “non è un caso”.

Ad esempio:

Sai, sto pensando di trasferirmi a Roma.

L’amico risponde:

Davvero? Roma?… Immagino non sia un caso che è proprio a Roma che vive ora la tua ex fidanzata!

In questo caso non c’è nessuna ironia.

Oppure:

Hai visto che nel 2016 sono aumentati i furti negli appartamenti?

E l’altro politico risponde:

Nel 2016? Non a caso nello stesso anno sono aumentati anche i disoccupati.

è chiaro che resta la volontà di collegare i due eventi in modo causale, in un meccanismo di causa-effetto, ma lo si fa senza ironia, ed il discorso è più serio.

Altri modi, più educati e professionali per manifestare questa volontà sono:

– mi sembra evidente che non si tratti di un caso;

– non è possibile secondo me che si tratti di una causalità;

– è chiaro, dal mio punto di vista, che esiste un legame tra queste due cose.

Bene credo che ormai dovrebbe essere chiaro a tutti il significato dell’espressione, possiamo quindi fare un esercizio di ripetizione.

Ripetete dopo di me cercando di imitare anche il mio tono.

– guarda caso!

– ah, guarda caso!

– ma pensa un po’, guarda caso!

– ma dai, davvero? Ma guarda caso che coincidenza!

Ciao ragazzi continuate a seguire Italiano Semplicemente se vi fa piacere, per me è un onore potervi aiutare quando posso.

Ringrazio tutti per l’ascolto e ovviamente tutti i sostenitori, tutti coloro che hanno fatto una donazione a favore di Italiano Semplicemente.

Alla prossima lezione.

Italiano Professionale: Lezione n. 12 – condivisione ed unione (Prima parte)

lezione_12_condivizione_unione_sommario

Audio – prima parte (15 minuti)

La lezione completa disponibile per gli abbonati al corso.

PRENOTA

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano la condivisione e l’unione
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas referentes a Compartir y fusionar
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant le partage et l’union
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning Sharing and merging
bandiera_animata_egitto نحن نتحدث عن العبارات الإصطلاحية التي تتعلق بالتقاسم و الإتحاد
russia Мы говорим о идиоматических выражений, которые касаются совместного использования и объединения
bandiera_germania Wir sprechen über Redewendungen betreffend Verbindungen und Gemeinsamkeiten in der Arbeitswelt.
bandiera_grecia Μιλάμε για ιδιωματικές εκφράσεις που σχετίζονται με την ανταλλαγή και την ένωση
bandieradanimarca Vi vil tale om sproglige udtryk der handler om enighed og organisering.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione

Benvenuti alla lezione numero 12, dedicata alla condivisione ed all’unione.

In questa lezione, importantissima in ambito lavorativo, vediamo le espressioni più utilizzate, in ogni tipologia di lavoro, dal più umile al più professionale, che riguardano il gruppo. In particolare vediamo le espressioni  che si riferiscono all’unione di persone, di interessi, di attività ma anche all’unione di sogni ed emozioni, tutti aspetti che occupano un posto di primo piano in ambito lavorativo.

Come diceva il poeta latino Omero, “Lieve è l’oprar se in molti è condiviso”, vale a dire che operare, cioè lavorare, pesa meno, è meno pesante, cioè è lieve, è leggero, se tale lavoro è condiviso, se cioè il lavoro è frutto di un lavoro di gruppo, se lo condividiamo con qualcun altro.

Fino ad ora, dalla corso della sezione n.1, la prima del corso di Italiano Professionale, abbiamo esplorato quasi tutti gli aspetti che riguardano la vita professionale, da come esprimere le proprie professionalità (nel corso della prima lezione), alla sintesi, dall’approssimazione alla puntualità, la sincerità, il controllo, il denaro, i risultati ed i problemi, per finire con i rischi e le opportunità, argomento quest’ultimo che è stato oggetto della scorsa lezione, la numero 11.

Questa lezione, dedicata all’unione ed alla condivisione, è probabilmente quella che più delle altre affronta un argomento trasversale a tutti i lavori, vale a dire un aspetto talmente importante che è veramente difficile trovare, ammesso che esista, una attività lavorativa che non abbia bisogno di contatti umani e relazioni sociali.

Gli ambiti lavorativi ai quali la lezione si riferisce, in particolare, sono quelli della trattativa d’affari e quello delle relazioni interne.

Ci occuperemo più avanti nel corso, nei capitoli che seguiranno, dei singoli aspetti. Ad esempio nella sezione numero tre del corso, dedicata alle riunioni  ed agli incontri di lavoro faremo un approfondimento su tutti i termini che si possono utilizzare per indicare un gruppo di persone. Ci sono dei termini che danno un’immagine positiva ed altri che ne danno una negativa, a volte anche molto negativa, di un gruppo di persone. Vedremo quindi il “gruppo di lavoro”, la “compagine”, la “società”, eccetera. Si tratta della prima lezione della terza sezione, che si preannuncia molto interessante.

Ma entriamo subito nel vivo di questa lezione numero dodici. Anche questa sarà suddivisa in tre parti, come la precedente, per facilitare al massimo l’ascolto e la lettura.

Nel corso della prima parte tratteremo tutte le espressioni “negative”, vale a dire quelle che non danno una immagine positiva di un gruppo, che non aiutano la condivisione e che danno quindi un’immagine negativa di un’azienda o comunque di un gruppo di persone che lavorano insieme.

Nella seconda parte vediamo invece le frasi cosiddette “positive” e poi quelle che possiamo definire “neutre”, la cui valenza e significato dipendono molto dal contesto e dal tono con cui vengono pronunciate. Nella seconda parte vedremo anche i rischi nella pronuncia e nell’utilizzo di queste frasi.

Infine nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione, con domande e risposte. Io farò delle domande e voi potete provare a rispondere. Poi ascolterete una delle possibili risposte. Ovviamente le domande avranno come oggetto le espressioni spiegate nel corso della lezione.

2. L’armata Brancaleone e l’Attrazione Fatale

Abbiamo detto che iniziamo dalle espressioni negative.

Quali sono dunque le caratteristiche negative di un gruppo? Di primo acchitto verrebbe da pensare a problemi di organizzazione ed efficienza. Insomma, se un gruppo è un cattivo gruppo allora vuol dire che funziona male, vuol dire che il gruppo non funziona come dovrebbe perché manca una organizzazione e c’è un problema di efficienza; poi possiamo aggiungere che le persone che ne fanno parte sono male assortite.

Ebbene, quando un gruppo di persone ha queste caratteristiche negative possiamo chiamarlo l’armata Brancaleone.

L’espressione viene dal titolo di un grande film italiano, un film comico del 1966. Un film di Mario Monicelli, che è quindi il regista.

Protagonista di questo film, ambientato nel Medioevo è appunto, un gruppo, un gruppo di briganti, il cui capo era un certo Brancaleone da Norcia interpretato da Vittorio Gassman, grande attore italiano.

Ebbene, questo gruppo di briganti, cioè di banditi, di disonesti, di persone fuorilegge, era un gruppo di persone completamente disorganizzato, che hanno moltissimi problemi, disorganizzati e che non hanno molte cose in comune tra loro.

Questa tipologia di gruppo, con queste caratteristiche la potete sempre chiamare l’Armata Brancaleone. Si chiama armata perché questo è il nome che si dà ad un gruppo armato di persone, generalmente in un esercito. È una frase molto usata in Italia ed è ovviamente molto negativa.

Se il vostro gruppo viene etichettato con questo nome, non è sicuramente un bel segnale! L’Armata Brancaleone non è però l’unica espressione che deriva da un film in senso negativo.

Considerato che stiamo parlando di espressioni negative, ce n’è un’altra altrettanto negativa: “Attrazione fatale”, che viene dal film del 1987 dal titolo Fatal  Attraction. Se usiamo questa espressione vogliamo rappresentare una situazione in cui, in ambito sentimentale o anche in ambito lavorativo, una iniziale attrazione si è alla fine dimostrata “fatale”. Un’attrazione iniziale, che può essere quell’attrazione che ha portato più persone a formare un gruppo, alla fine è risultata negativa, anzi, fatale, il che significa che c’era di mezzo il fato. Il fato è il destino, e ciò che è fatale è prescritto dal destino; inevitabile, ineluttabile.

Un’attrazione fatale però ha un significato negativo, infatti fatale significa anche mortale, che porta alla morte, o comunque disastrosa. Se un’attrazione è fatale allora significa che l’unione di più persone si è dimostrata molto negativa, fatale, ha cioè portato conseguenze drammatiche per il membri del gruppo.

3. Meglio soli che male accompagnati

Passiamo alla terza espressione della lezione. Eravamo rimasti ai gruppi che non funzionano, alle Armate Brancaleone ad esempio. Ebbene, se si è dell’opinione che un gruppo sia un’Armata Brancaleone, allora si potrebbe pensare: meglio non formare un gruppo. In tali casi si dice spesso: “meglio soli che male accompagnati”.

È questa una frase che è più un proverbio che una frase idiomatica. Il senso è chiaro: meglio soli, cioè meglio non fare nessun gruppo, meglio non unirsi con nessuno piuttosto che accompagnarsi male.

Essere accompagnati significa avere compagnia, cioè avere qualcuno vicino. Essere “male accompagnati” quindi vuol dire essere “accompagnati male”, cioè avere una cattiva compagnia. Quindi meglio essere soli in questo caso: meglio soli che male accompagnati, frase utilizzata dappertutto e da chiunque in Italia, in ogni contesto in cui ci sia un gruppo che non funzioni bene.

4. Fare di tutta l’erba un fascio

Chi è che può dire la frase meglio soli che male accompagnati?

Ad esempio lo può dire una persona che ha capito che le persone che lo circondano non sono persone affidabili secondo lui, persone delle quali quindi lui non si fida.

Qualcuno potrebbe obiettare e dire: non fare di tutta l’erba un fascio! Non devi fare di tutta l’erba un fascio! Il che significa semplicemente: non tutte le persone sono uguali.

Anche questa è una frase fatta usata da tutti in Italia. Ma cosa vuol dire? Da dove viene questa frase?

Questa frase parla di erba, che cresce nel prato, e del fascio, che è un mazzo, un gruppo di erbe raccolte. L’origine è legata evidentemente al mondo contadino. A terra, come sapete, crescono piante buone e piante meno buone, e durante la raccolta nei campi, si poteva scegliere di raccogliere tutta l’erba assieme, oppure raccogliere solamente quella buona, lasciando le erbacce.

Era evidente che non conveniva, non era conveniente, raccogliere tutte le erbe in un unico mazzo, tutte assieme,  senza fare una selezione tra quelle buone e quelle cattive. Col termine fascio si indica quindi un mazzo, un insieme di erbe, un gruppo di erbe, raccolte tutte assieme, senza fare attenzione se le erbe raccolte siano  buone o cattive.

La stessa cosa può avvenire con le persone: in ogni gruppo ci sono persone positive, persone in gamba, adatte a lavorare insieme ad altre, e persone che invece non sono adatte, sono persone diciamo “negative”, professionalmente poco valide, non adatte a lavorare in gruppo. Ebbene, chi dice: no, non voglio lavorare con queste persone, non voglio lavorare con questo gruppo, sta facendo di tutta l’erba un fascio. Questa persona non sta distinguendo le persone positive da quelle negative, ma le considera tutte uguali, dicendo; meglio soli che male accompagnati. Questa persona fa di tutta l’erba un fascio, cioè fa un solo fascio, un solo mazzo, non distingue, fa un solo fascio di tutte queste persone, le considera come tutte uguali, come  un unico fascio d’erba.

5. Chi c’è c’è (e chi non c’è non c’è)

Vediamo la quinta espressione della lezione, che è poi l’ultima espressione della prima parte della lezione.

Quando si decide di far parte di un gruppo, non è detto che tutti siano d’accordo. Solitamente diverse persone hanno diversi gradi di entusiasmo. Qualcuno allora potrebbe dire: ok, d’accordo, formiamo il gruppo, sono contento. Qualcun altro invece potrebbe non essere d’accordo: “beh, un momento, fatemici pensare, non so se voglio appartenere a questo gruppo, ho bisogno ancora di tempo”.

A questo punto, se il gruppo nasce per qualche motivo specifico e non c’è più tempo da perdere, allora una persona del gruppo, una di quelle persone che è entusiasta di formare il gruppo potrebbe dire:

Sapete cosa vi dico? “Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”.

Si tratta di un’espressione chiaramente colloquiale, adatta al linguaggio parlato ma non a quello scritto. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è significa: “basta, non c’è più tempo, chi ha deciso di appartenere al gruppo fa parte del gruppo, e chi invece non ha deciso ancora sta fuori dal gruppo. Più brevemente: Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è.

Perché questa è un’espressione negativa? La risposta è che si tratta di una delle espressioni che non evidenziano sicuramente un aspetto positivo del gruppo, ma piuttosto il fatto che esistono due diverse opinioni, due gruppi che non si uniscono tra loro, perché hanno idee diverse. Il meglio sarebbe essere tutti d’accordo, e se siamo in un’azienda e non tutti condividono gli obiettivi aziendali, questo è un bel problema. Diversa è la situazione di un gruppo di persone che si mettono insieme per formare un gruppo motivato e unito. In questo caso è bene e giusto fare una selezione e escludere sin dall’inizio chi non è abbastanza convinto.

Non sempre quindi dividere è sbagliato e negativo.

Bene, finisce qui la prima parte della lezione n. 12. Nella seconda parte vedremo le espressioni neutre e quelle positive, tra cui alcune idiomatiche, come ad esempio “spezzare una lancia a favore di qualcuno”, “chi fa da se fa per tre“, ma anche molte altre espressioni più professionali e meno colloquiali.

Fine prima parte

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Il congiuntivo, come evitarlo?

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni, il creatore del sito.

Oggi vi vorrei venire parlare di congiuntivo. Prendo spunto da una mail che mi è arrivata in cui mi veniva chiesto da Lya, dalla Danimarca, se, in certe frasi, si deve usare il congiuntivo oppure no. Il dubbio è sicuramente lecito, è comprensibile; non è facile a volte usare il congiuntivo.

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Bene, allora vorrei condividere con tutti voi questo argomento perché credo che l’uso del congiuntivo sia uno degli ostacoli su cui si imbattono tutti gli stranieri.

Allora oggi vediamo l’uso del congiuntivo e in particolare vedremo come evitare il congiuntivo. Questo è l’obiettivo di questo episodio.

Cosa voglio dire?

Voglio dire che si può evitare di usare il congiuntivo, se non siete sicuri che possa andar bene in alcune frasi, e questi suggerimenti che vi darò oggi vi aiuteranno, almeno lo spero, a capire anche come usarlo oltre che come evitarlo.

È un modo alternativo di approcciare un argomento, e vedere un’altra faccia di un argomento credo possa aiutare a capirlo meglio.

Abbiamo già affrontato l’argomento del congiuntivo già in altri due episodi di Italiano Semplicemente. La prima volta quando parlavamo di tutti i modi di dire “se”: se, qualora, putacaso eccetera, quando si parla insomma di una possibilità probabile.

La seconda ne abbiamo parlato quando abbiamo affrontato la questione della concordanza dei tempi.

In questo episodio invece lo facciamo con un obiettivo particolare: cercare di evitare il congiuntivo. È possibile?

Sappiamo che quando la persona che parla presenta un fatto che per lui è certo e reale usa il modo indicativo, se invece esprime un dubbio, un’ipotesi, una possibilità eventuale o anche un desiderio, o una volontà, usa invece il modo congiuntivo, che quindi è il modo che si usa per esprimere possibilità, soggettività e incertezza. Non si tratta di un fatto certo, ma c’è il dubbio, una incertezza, una possibilità.

Sappiamo anche che, perché lo abbiamo visto nell’articolo della concordanza dei tempi, dove c’è un congiuntivo solitamente nella frase ci sono due verbi, e quello che va al congiuntivo è il secondo dei due verbi. Il primo è il verbo principale, che sta nella prima parte della frase; il secondo, quello che ci interessa, sta nella seconda parte, subordinata alla prima, cioè che dipende dalla prima.

Bene, vediamo alcune frasi, partiamo cioè da alcuni esempi con delle frasi in cui usiamo il congiuntivo e vediamo, per ogni frase, come evitare il congiuntivo, come possiamo fare per dire la stessa cosa ma senza usare il modo congiuntivo, se non siamo sicuri.

Prima frase: Siamo ad un matrimonio, e volete fare gli auguri agli sposi. In questi casi, nei casi di un augurio o un desiderio, è facile usare il congiuntivo, perché fare gli auguri a qualcuno significa augurare che accada qualcosa nel futuro, qualcosa di positivo. È un desiderio quindi. Potete ad esempio dire

Mi auguro che possiate vivere sempre felici.

oppure:

Mi auguro che siate felici per sempre.

La persona che parla, in queste due frasi, usa il congiuntivo dei verbi potere e essere (possiate, siate), e, rivolgendosi direttamente agli sposi, si augura che, gli sposi, possano essere sempre felici, per tutta la vita: mi auguro che (voi) possiate essere felici, o che siate felici.

Allora, un trucco, per evitare il congiuntivo, se non siete sicuri che sia la forma giusta da usare, è non usare il secondo verbo. Evitate il secondo verbo. Questo significa che, ad esempio con gli sposi potete riferirvi direttamente alla “vita felice”, quindi potete dire:

Vi auguro la migliore delle vite insieme

Vi auguro una vita bellissima

Vi auguro un futuro radioso

Vi auguro una vita eccezionale

E via dicendo. Evitate il verbo, il secondo verbo. In fondo per evitare il secondo verbo basta evitare la parolina “che”. Se pronunciate “che” (vi auguro che…) siete fregati: dovete usare il secondo verbo, col rischio che potreste sbagliarvi.

Non dovete quindi usare la frase subordinata, cioè il secondo verbo, perché se usate il secondo verbo si deve usare il congiuntivo. Dopo la frase principale ci va una frase senza il verbo.

Notate inoltre che in teoria c’è un secondo modo per fare un augurio; potete infatti anche dire:

Siate felici per sempre!

Abbiate la miglior vita insieme!

Possiate essere felici per il resto della vostra vita!

In questo caso la frase inizia subito col congiuntivo. Cosa cambia rispetto a prima?

Manca “mi auguro che”. Si tratta in realtà sempre dello stesso augurio, ma non c’è la frase principale (mi auguro che, spero, vi auguro, spero, vorrei, eccetera).

In questo caso siamo di fronte ad una frase che possiamo chiamare “indipendente”, che è ugualmente corretta e si usa frequentemente in italiano. Si chiama indipendente perché non c’è la frase principale e quindi l’unica frase presente non possiamo chiamarla “subordinata”. Non c’è più la subordinazione, cioè la dipendenza, della frase subordinata da quella principale. Se non c’è subordinazione è chiaro che c’è indipendenza: mancanza di dipendenza.

In questi casi evitare il congiuntivo può sembrare più complicato. Infatti in questi casi è necessario cambiare la frase. Manca la frse principale, quindi una possibilità è inserire nuovamente la frase principale. Quindi:

Mi auguro, mi piacerebbe, mi farebbe piacere, vorrei, eccetera. E poi?

Poi dovete fare come prima, cioè evitare il verbo, evitare il secondo verbo presente nella frase, perché se inserite un secondo verbo dovete usare il congiuntivo. Come prima quindi:

Vi auguro la migliore delle vite insieme, una vita bellissima, un futuro radioso, una vita eccezionale.

Vediamo un secondo esempio:

Non ho ancora capito il congiuntivo: che io debba preoccuparmi?

Questa è la frase: Non ho ancora capito il congiuntivo: che io debba preoccuparmi?

Oppure:

Non ho ancora capito il congiuntivo: che sia il caso di preoccuparsi?

In questo caso chi parla ha un dubbio. Chi parla dice di non aver ancora capito l’uso del congiuntivo ed allora aggiunge: che io debba preoccuparmi? Che sia il caso di preoccuparsi?

Anche questa non è una frase subordinata ma è una frase indipendente. Non c’è quindi una frase principale. Un dubbio quindi è come un augurio. Potete esprimerlo anche senza frase principale.

C’è solamente una frase, che è indipendente. Come facciamo? Beh, come prima, dovete reintrodurre, reinserire, inserire nuovamente la frase principale. Se non mettete la frase principale non potete evitare il congiuntivo. Quindi:

Che io debba preoccuparmi? Questa frase equivale a:

Credete che io debba preoccuparmi?

Pensate sia il caso di preoccuparsi?

Queste sono due frasi equivalenti dove c’è però la frase principale: credete che, pensate che…

Ancora una volta quindi, anche se la frase principale non c’è, potete evitare il verbo al congiuntivo:

Che io debba preoccuparmi? equivale come appena detto a “Credete che io debba preoccuparmi?

Bene, in questa frase è difficile fare ciò che abbiamo fatto prima, cioè evitare il secondo verbo, non scrivendo la congiunzione “che”. Dopo la parola “credete” difficile non inserire “che”.

Allora vi propongo un seocndo trucco.

La frase può diventare ad esempio la seguente:

Che ne dite? La situazione è preoccupante? Mi devo preoccupare?

Quindi qual è il trucco stavolta?

Il trucco è fare due domande e non una. Spezzare Così potete parlare sempre al presente o al futuro, o al condizionale.

Anziché dire:

Pensate che la situazione sia preoccupante?

Potete dire

Che ne dite? La situazione è preoccupante?

Che ne dite? Mi dovrò preoccupare?

Che ne dite? Dovrei preoccuparmi?

In questo modo avete spezzato la frase in due frasi separate. Due domande separate.

Se invece Cominciate con Credi o credete, dovete aggiungere “che”, e questo significa usare il congiuntivo: Credi che, pensi che, dovete per forza usare il congiuntivo, perché la congiunzione “CHE” è appunto una congiunzione, che congiunge, unisce due frasi. Dovete invece separare le due frasi. Fare due domande e non una sola.

Vediamo un terzo esempio:

Abbiamo visto come esprimere prima un  desiderio, un augurio, e poi dubbio. Ora vediamo cosa succede quando facciamo una richiesta, un’esortazione o un invito, un invito a fare qualcosa. Ad esempio. Se volete dire a un collega, o ad un cliente, dandogli del lei, di avere pazienza, che deve avere pazienza, solitamente si dice:

Abbia pazienza! Abbia un po’ di pazienza!

Questo è un invito. Si invita una persona ad avere pazienza. La frase inizia subito con un congiuntivo: abbia pazienza!

Beh, in questo caso è abbastanza semplice non usare il congiuntivo: l’invito diventa “Lei deve avere pazienza!

Facile quindi evitare il congiuntivo nel caso di un invito.

Facciamo un altro esempio di invito:

Vada via!

Oppure:

Se ne vada subito!

Oppure:

Esca immediatamente da questa stanza!

Anche qui si tratta di inviti: si invita la persona ad uscire, ad andarsene da un luogo, come una stanza.

Anche qui è abbastanza facile: è sufficiente inserire il soggetto nella frase:

Lei deve andare via! Lei deve lasciare subito questo posto!

Inserite il soggetto quindi; rivolgetevi alla persona dicendo “lei”. Sapere bene che sono molte le situazioni e i modi diversi di usare il congiuntivo.

Abbiamo quindi visto tre modi diversi di evitare il congiuntivo:

1) Nel caso di augurio evitare il secondo verbo;

2) Nel caso di dubbio spezzare la frase;

3) Nel caso di invito inserire “lei” davanti alla frase.

Non è facile riuscire a comprendere tutti i casi in cui si usa il congiuntivo, ma abbiamo detto il congiuntivo si usa nelle situazioni in cui non c’è certezza, e infatti per esprimere i dubbi si può usare il congiuntivo. Lo stesso come si è visto vale per gli auguri. In entrambi i casi non sappiamo cosa avverrà: “mi auguro che tu sia felice”, “spero che tu sia felice”. Non so se sei felice, io me lo auguro ma non lo so. Lo stesso per i dubbi: spero che tu sia felice esprime un dubbio oltre che un augurio.

Sapete poi che il congiuntivo si usa non con tutti i verbi ma come regola si tratta sempre di verbi adatti per i dubbi, gli auguri, le volontà, i desideri, insomma tutte le situazioni in cui non c’è certezza: credere, pensare, temere, sperare, desiderare, preferire, dubitare, sembrare eccetera. In tutti questi casi, sono moltissimi, si può usare il congiuntivo. Si dice che questi verbi “reggono” il congiuntivo. Ciò significa che possiamo usare il congiuntivo, ma significa che possiamo anche evitarlo, se vogliamo, ma nel modo giusto.

Spesso la scelta di usare il congiuntivo è legato a quello che noi vogliamo evidenziare nella frase.

Non per forza dobbiamo usarlo. A volte basta semplicemente lasciare la frase uguale e cambiare solo il modo del verbo.

A volte infatti preferiamo dare l’accento alla possibilità, all’eventualità, ed allora usiamo il congiuntivo. Ma non siamo quindi obbligati.

Ad esempio se tu mi chiedi: è possibile imparare una lingua senza studiare la grammatica?

Io potrei rispondere con:

Non so se è possibile;

Oppure con:

Non so se sia possibile.

Potete usare entrambi le forme, l’indicativo o il congiuntivo, si tratta si una scelta più che altro di stile, più o meno formale.

Oppure, la frase:

Non so se può andar bene così, professore.

Che potete anche dire usando il congiuntivo:

Non so se possa andar bene così, professore.

Vanno bene entrambe le frasi, e la seconda, quella col congiuntivo, ha un significato più incerto, ipotetico, come se chi parla non fosse così sicura di quello che dice.

Quindi se volete sembrare più sicuri di voi, sicuri di quello che state dicendo, evitate il congiuntivo: “non so se può andar bene, professore”.

In fondo gli italiani, soprattutto coloro che devono essere credibili, quelli che vogliono convincere gli altri, come ad esempio i politici, cercano di evitare il congiuntivo quando possono, per non sembrare incerti, dubbiosi. Loro devono sembrare sicuri di sé. Spesso fanno anche errori però.

Analogamente:

“Non so se va bene”, e “non so se vada bene” sono entrambe forme corrette.

“Non so se è possibile” è ugualmente equivalente a “non so se sia possibile”.

A volte quindi potete semplicemente evitare il congiuntivo, lasciare la frase così com’è, identica a prima, e mettere l’indicativo al posto del congiuntivo.

Questo quindi è il quarto caso diverso che vi ho presentato: cambiare solamente il verbo e usare l’indicativo.

Vediamo un quinto caso, simile al precedente: Quello che cambia è che ci sono due congiuntivi in una sola frase.

Delle volte infatti ci possono essere più congiuntivi in una frase. Ad esempio:

Non so se esistano persone che abbiano paura di parlare in italiano.

In questo esempio ci sono quindi due congiuntivi: esistano e abbiano

Oppure:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Lo stesso. Due congiuntivi; siano e abbiano.

Anche in questo caso si hanno dei dubbi: non so se, mi chiedo se …

In queste frasi in realtà, come prima, non è corretto o scorretto usare due volte il congiuntivo. Tra le due frasi c’è la congiunzione “che” a fare da spartiacque, la congiunzione “che” quindi separa le due frasi, e possiamo usare il congiuntivo in entrambe le frasi, oppure solamente nella prima frase.

Quindi:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che hanno paura di parlare in italiano.

È equivalente a:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Analogamente, cambiando frase:

Non so se esistano persone che hanno paura di parlare in italiano.

È equivalente a:

Non so se esistano persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Se usiamo due congiuntivi diamo più enfasi all’eventualità, alla mancanza di certezza, ma le frasi sono entrambe corrette. Fate attenzione alla congiunzione “che”.

La congiunzione “che” ci aiuta a capire quindi.

Ma potrebbe anche darsi che nella frase la congiunzione “che” appaia due volte.

Questo è il sesto caso che vi presento oggi.

Ad esempio:

Sono convinto che la lingua italiana abbia alcune caratteristiche che la rendono migliore delle altre.

In questo caso abbiamo due volte “che” (che la lingua italiana abbia) e (caratteristiche che la rendono migliore…).

In questi casi, una volta usato il congiuntivo la prima volta, la seconda volta, cioè dopo il secondo “che”, si deve usare l’indicativo: “che la rendono” e non “che la rendano”.

Non è corretto quindi dire:

Credo che la lingua italiana abbia delle caratteristiche che la rendano migliore delle altre

Ma devo dire: “che la rendono migliore delle altre”.

Vediamo altre frasi simili:

– Penso che tu debba frequentare persone che ti stimano;

– Non credo che Giovanni abbia dei genitori che lo odiano;

– Non credo che Marco debba fare le cose che vogliono i suoi amici.

Naturalmente è importante dire ancora una volta che il congiuntivo è “retto” solamente da alcuni e non da tutti i verbi, quindi in ogni caso si può usare solamente con i verbi che “reggono” il congiuntivo..

Quindi quando dico di prestare attenzione alla congiunzione “che”, questo vale quando ci sono i verbi giusti.

Ad esempio:

– Penso che tu debba frequentare persone che ti stimano;

Abbiamo detto poco fa che in questa frase il primo verbo va al congiuntivo (debba) e poi stimare si deve usare all’indicativo. Ci sono due “che”

Questo discorso va bene, è corretto, perché “pensare” è un verbo di opinione, che “regge” quindi il congiuntivo, come anche credere, ritenere, supporre, o avere l’impressione.

Se cambio la frase invece e uso un verbo diverso, non di opinione, come ad esempio il verbo “dire” cambia tutto:

Io dico che tu devi frequentare persone che ti stimano.

Oppure:

Io direi che tu dovresti frequentare persone che ti stimano.

Il verbo dire non fa parte dei verbi che “reggono” il congiuntivo, quindi non si deve usare il congiuntivo.

Vediamo adesso un altro modo, il settimo, di sostituire e così evitare il congiuntivo.

Un modo particolare di usare il congiuntivo è nelle frasi in cui si vuole esprimere una conseguenza.

Ad esempio:

Studio l’italiano affinché possa riuscire a parlarlo correttamente

Quindi studio l’italiano in modo tale che io riesca, che io possa riuscire a parlare correttamente l’italiano come conseguenza. Prima lo studio, poi lo parlo.

Un altro esempio:

Faccio la dieta cosicché possa riuscire a dimagrire

Il dimagrimento è una conseguenza della dieta.

Vi faccio molti esempi affinché voi possiate capire bene.

Il fatto che voi capirete bene è una conseguenza del fatto che io vi faccio molti esempi.

In questi casi, se vogliamo evitare il congiuntivo, è sufficiente agire sulla parola “cosicché” o “affinché”, usando al loro posto, un sinonimo, una frase equivalente che permetta di usare l’indicativo, o il futuro, o il condizionale eccetera. Spesso è necessario spezzare, dividere la frase in due frasi.

Ad esempio:

Studio l’italiano affinché possa riuscire a parlarlo.

diventa:

Studio l’italiano in modo da poter riuscire a parlarlo. Non c’è il congiuntivo qui.

Studio l’italiano perché così potrò riuscire a parlarlo.

Studio l’italiano così riuscirò un giorno a parlarlo.

Studio l’italiano. In questo modo riuscirò un giorno a parlarlo. Qui uso due frasi.

Studio l’italiano al fine di poterlo parlare un giorno.

Studio l’italiano con l’obiettivo di pararlo un giorno.

Studio l’italiano per poterlo parlare un giorno.

Oppure:

Faccio la dieta cosicché possa riuscire a dimagrire

diventa:

Faccio la dieta in modo da poter dimagrire;

Faccio la dieta perché così potrò dimagrire;

Faccio la dieta così riuscirò a dimagrire;

Faccio la dieta. In questo modo riuscirò a dimagrire;

Faccio la dieta al fine di dimagrire;

Faccio la dieta con l’obiettivo di dimagrire;

Faccio la dieta per poter dimagrire;

Vediamo il terzo esempio:

Vi faccio molti esempi affinché voi possiate capire bene.

diventa:

Vi faccio molti esempi con l’obiettivo di farvi capire bene.

Vi faccio molti esempi. In questo modo capirete bene.

Vi faccio molti esempi. L’obiettivo è infatti quello di farvi capire bene.

Vi faccio molti esempi. Così sicuramente capirete bene.

Vi faccio molti esempi. Così facendo capirete bene.

Vi faccio molti esempi. La speranza è che in questo modo riuscirete a capire bene.

Vediamo altri esempi per fare pratica:

– Dovete allungare le gambe, così che i muscoli non siano più tesi ma siano rilassati. 

può diventare:

Dovete allungare le gambe, e vedrete che i muscoli non saranno più tesi ma saranno rilassati.

– Dovete respirare profondamente in modo che il ritmo cardiaco rallenti

Dovete respirare profondamente. In questo modo vedrete che il ritmo cardiaco rallenterà.

– Dovete seguire le mie istruzioni, così che possiate massimizzare i benefici dello yoga. 

Dovete seguire le mie istruzioni. Come risultato massimizzerete i benefici dello yoga.

Dovete mangiare in modo adeguato, in modo che il vostro corpo sia nelle condizioni migliori dal punto di vista metabolico. 

Dovete mangiare in modo adeguato, così il vostro corpo sarà nelle condizioni migliori dal punto di vista metabolico.

Bene ragazzi, abbiamo terminato, spero di non avervi confuso le idee. Probabilmente non ho esaurito tutte le possibilità dell’uso del congiuntivo ma spero di avervi dato alcune idee e alcuni suggerimenti utili per usarlo correttamente e per, in caso di dubbio, riuscire ad evitarlo.

Abbiamo visto sette casi diversi di usare e di evitare il congiuntivo. Vi consiglio di ripetere l’ascolto per esercitare l’ascolto. Non preoccupatevi di memorizzare i sette casi che vi ho mostrato. Quello che conta, come sapete è l’ascolto ripetuto e che voi comprendiate quello che ho detto e scritto. Ricordatevi le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Non dovete stressarvi.

Un saluto a tutti da Giovanni e grazie a tutti i donatori che fanno vivere  Italiano Semplicemente, coloro che così ci danno una mano e in questo modo riusciamo ad aiutare tanti stranieri che hanno problemi con la lingua italiana.

Un abbraccio.