Esprimere le conseguenze: causa ed effetto

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Buongiorno e benvenuti a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, oggi vediamo un argomento molto interessante: come esprimere le conseguenze.

Cosa significa esprimere le conseguenze? Vi chiederete voi.

Quello che voglio dire è che ogni volta che si fa una affermazione che porta a delle conseguenze, dobbiamo trovare il modo più appropriato per dirlo.

Ad esempio:

Io sono un essere umano, perciò ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

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“Io sono un essere umano” è la prima parte della frase, “ho bisogno di mangiare e bere per vivere” è la seconda parte della frase.

La parola perciò, che tecnicamente è una congiunzione, serve appunto a congiungere, cioè ad unire, le due parti della frase.

In mezzo quindi c’è la congiunzione “perciò“. A cosa serve “perciò”? Serve a congiungere le due parti, serve a congiungere la causa con l’effetto.

La causa è la prima parte: “io sono un essere umano” e l’effetto, cioè la conseguenza della causa è espresso nella seconda parte “ho bisogno di mangiare e bere per vivere”.

Questo è solo un esempio di quello che si chiamano anche “connettivi conclusivi“.

I “connettivi conclusivi” sono delle parole che introducono la conclusione di un discorso o la conferma di una tesi appena presentata.

Ci sono comunque anche altri tipologie di connettivi, che affronteremo in altri episodi.

Dunque quali sono questi connettivi conclusivi?

Abbiamo già visto “perciò” che si ottiene dalle due parole “per” e “ciò” cioè “”, “per questo motivo”.

Dire perciò equivale a dire “per questo motivo“. Molto semplice da comprendere.

In questo modo infatti esprimiamo le conseguenze di quello che abbiamo appena detto:

io sono un essere umano, perciò (per questo motivo) ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

Ma non esiste solamente questa parola. Posso anche utilizzare “quindi”.

Sono arrivato molto presto in ufficio, quindi ho preso un caffè.

Attenzione però perché “quindi” è anche avverbio. Tra le altre cose posso usare “quindi” anche al posto di “cioè”, con l’obiettivo di spiegare meglio qualcosa, non come conseguenza ma per meglio chiarire un concetto.

In questo caso parliamo di “quindi” inteso come “perciò”. Sono entrambi modi utilizzatissimi per esprimere delle conseguenze, e sicuramente “perciò” è più adatto rispetto a “quindi”.

Visto che stiamo parlando di conseguenze, posso usare anche le due parole “di conseguenza“, meno informale ma sicuramente ugualmente molto usato da tutti in ogni circostanza:

Oggi vado a Roma, di conseguenza non sono a casa

Quando usiamo “di conseguenza” vogliamo ancora di più esprimere un risultato. Lo diciamo pertanto quando vogliamo essere sicuri che chi ascolta riceva il messaggio: lo usiamo per essere più convincenti.

Un altro modo è dire semplicemente “in conclusione” o anche “concludendo“, ad esempio:

Dopo aver fatto una riunione di lavoro potete dire: concludendo, il prossimo appuntamento è domani alla stessa ora.

Avete sicuramente notato che non è proprio come dire “perciò” o “quindi”. Concludendo (e anche “in conclusione”) è più conclusivo, serve più a fare una conclusione generale, non per esprimere una semplice conseguenza.

Se dico: piove, quindi prendo l’ombrello, non posso dire: piove, concludendo, prendo l’ombrello.

Posso però dire:

Sta piovendo, c’è molto vento e stamattina devo fare parecchi giri. In conclusione è meglio che esca con l’ombrello.

Devo dire però che la formula “in conclusione” o concludendo è più usata in occasioni formali, tipo riunioni, conferenze, meeting.

Vediamo adesso il verbo “considerare”. Considerare significa prendere atto di qualcosa, tenere in considerazione qualcosa, e questo qualcosa è la causa. Poi ovviamente devo dire anche l’effetto.

Ad esempio:

Considerando che ho molta fame, vado a mangiare.

La parola “Considerando” va inserito preferibilmente all’inizio della frase e non al centro, come “perciò” e “quindi”.

Potrei dire:

Ho molta fame, perciò vado a mangiare.

Ho molta fame quindi vado a mangiare.

Non potete mettere considerando al centro, tra la causa e l’effetto. Anzi, lo potete fare ma cambiando un po’ la frase.

Però attenzione:

Ho molta fame, e considerando questo, vado a mangiare.

Ho dovuto un po’ cambiare la frase per poterlo inserire al centro.

Posso anche dire:

Vado a mangiare considerato che ho molta fame.

In questo caso ho messo la causa alla fine e l’effetto all’inizio.

Anche la parola “Siccome” è interessante. Siccome è sempre usato come congiunzione, ed è equivalente a “considerando che”. Siccome non ha bisogno di altre parole per poter introdurre una causa.

Siccome ho molta fame, vado a mangiare

Siccome sono stanco, vado a riposare.

Siccome l’italiano è molto diverso dall’arabo, per me non è facile imparare la lingua araba.

La congiunzione siccome deve per forza essere messa all’inizio della frase. Non la posso mettere al centro o alla fine. Non c’è niente da fare in questo caso. Siccome precede la causa, ed alla fine va messo l’effetto.

Siccome è molto usato, ma è più colloquiale di altre congiunzioni equivalenti, come “poiché” e “giacché”.

Poiché sono stanco, vado a riposare.

Giacché ho molta fame, vado a mangiare.

“Poiché” è molto simile a “siccome” ed a “Giacché”. Tutte e tre le congiunzioni si usano allo stesso modo: congiunzione, causa, effetto.

Sono parole che servono a mettere in rilievo più una conseguenza che una causa.

Poiché mi hai stancato, me ne vado!

La cosa che voglio sottolineare è che me ne sto andando. Lo stesso avviene con “giacché”, che è una sola parola ma spesso si vede usare staccando le due parole:

Già che sei in piedi, passami un bicchiere. Ma nessuno mi impedisce di unire le parole, ed anche all’udito la parola è unita.

Comunque tranquilli perché è la stessa cosa. Giacché = già che.

Notate poi che “poiché”, che serve a sottolineare la conseguenza, cioè l’effetto, riesce a sottolineare l’effetto in quanto l’effetto viene alla fine: poiché ho fame, vado a mangiare.

Quando voglio sottolineare la causa invece, allora poiché non è adatto. In questo caso devo dire la causa alla fine della frase, allora meglio usare “perché” al suo posto.

Vado a mangiare perché ho fame. Poiché ho fame, vado a mangiare.

Vado a casa perché ho sonno. Poiché ho sonno, vado a casa,

Ti do un bacio perché ne ho voglia. Poiché ne ho voglia, ti do un bacio.

Quindi poiché va messo all’inizio della frase, analogamente a giacché, poi la causa, infine l’effetto.

Invece perché si inserisce al centro, tra l’effetto e la causa.

Capisco bene che pensare a queste regole può far venire il mal di testa.

Ho una buona notizia per voi: potete dimenticare tutto se non dovete fare un esame di grammatica.

Se il vostro obiettivo è imparare a comunicare meglio ascoltare degli esempi e provare a costruirne di altri, senza pensare alla regole.

Una osservazione interessante:

Posso evitare di congiungere le due parti della frase? Posso evitare di inserire un connettivo conclusivo? Posso evitare di congiungere la causa con l’effetto?

Posso farlo utilizzando, all’inizio della frase, la forma al gerundio del verbo.

Vediamo un esempio e capirete immediatamente:

Vediamo la frase:

Ho fame quindi mangio un panino.

Come posso fare per non dire la parola “quindi”?

Posso usare, al posto di “ho fame”, “avendo fame”.

Avendo fame, mangio un panino.

Questo è un piccolo trucco sempre valido.

Avendo voglia di baciarti, ti do un bacio.

La frase è del tutto equivalente a:

Siccome ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Considerato che ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Poiché ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

– Ti do un bacio perché ho voglia di baciarti;

– Ho voglia di baciarti, perciò ti do un bacio

Queste frasi sono tutte equivalenti, quello che cambia è la cosa che voglio sottolineare e il contesto di riferimento.

Non finisce qui però. Due modi interessante e curiosi per esprimere una conseguenza sono: “indi per cui” e “ragion per cui

Vediamo prima “Indi per cui”. La parola “Indi” è simile a quindi. Nel parlato può capitare di ascoltare questo “pleonasmo”, dove pleonasmo è una parola che indica qualcosa di non necessario.

Qual è la parola non necessaria? Il pleonasmo è “indi” e un professore di italiano direbbe che non si deve usare “indi per cui” ma bisognerebbe dire semplicemente “per cui”.

Ho voglia di baciarti, per cui ti do un bacio. “Indi per cui” può capitare di ascoltarlo in frasi ironiche più che altro, e comunque meglio non scriverlo.

“Ragion per cui” è assolutamente analogo a “per cui” e anche “ragion per cui” si usa in contesti ironici come “indi per cui”. Probabilmente i professori di italiano sono disposti a tollerare “ragion per cui” anche se a dire il vero anche “ragion” è qualcosa di cui possiamo fare a meno. Anche “ragion” è un pleonasmo.

Il fatto è che spesso si usa dividere le due parti, la causa con l’effetto, facendo una pausa, e questo è il motivo di usare “ragion per cui” o “indi per cui” o anche “per cui”. Lo faccio per evidenziare quello che viene dopo, cioè la conseguenza.

Potrei dire semplicemente:

Ho fame è la ragione per cui io vado a mangiare.

In questo caso non ci sono pause, e la parola “ragione” ha persino l’articolo: “la ragione”. Ma in questo caso sto evidenziando la causa: la fame è la ragione!

Se invece qualcuno mi chiede: dove stai andando?

Ho fame, ragion per cui vado a mangiare. (ragion va senza articolo, ragione invece va con l’articolo: la ragione).

In questo modo evidenzio di più la conseguenza ma sto anche usando un tono forte, quasi sgarbato, quasi scortese. C’è una sottile ironia che emerge, ma dipende anche dal tono che viene usato.

Se non volete passare per maleducati meglio dire: vado a mangiare, ho fame.

In questo modo evitate proprio di unire la causa con l’effetto. In fondo non c’è bisogno nel linguaggio parlato.

Ci sono vari modalità per sottolineare una parte della frase. Il tono è una di queste e ciò che dite alla fine solitamente è la cosa da sottolineare, poi se usate più parole insieme anziché una sola, come “ragion per cui”, “indi per cui”, “e questo è il motivo per cui”, “considerando che”, anche questo è un modo per sottolineare qualcosa.

Visto che parliamo di sottolineare, vediamo due parole che servono a sottolineare, anche se usate da sole, la conclusione: le parole sono “sicché” e “pertanto”. Sono due congiunzioni che si usano quando dobbiamo concludere.

Posso usare “sicché” e “pertanto” al centro, fra la causa e l’effetto, proprio come perciò, quindi e giacché.

Ma Sicché si usa prevalentemente all’inizio e alla forma orale.

Sicché, cosa hai deciso?

Sicché sta all’inizio della frase quindi. Si vuole evidenziare una conclusione, un effetto:

Sicché, come è andata a finire? L’uso di sicché lascia pensare ad una causa oppure ad una serie di eventi che sono accaduti nel passato che però hanno meno importanza. È più importante l’effetto che la causa.

È un po’ come dire: allora? Com’è andata poi?

La conclusione è ciò che interessa.

Sicché, verrai o no?

Sto facendo una domanda, a me interessa se verrai, non quello che c’è stato prima. La domanda infatti lascia pensare che qualcosa sia successo. Se si fa la domanda con “sicché” però interessa sapere solo la conseguenza.

A volte però si usa “sicché” non per evidenziare una conseguenza, ma per chiedere una conferma.

Conosco già un fatto accaduto, ma voglio chiedere se veramente è successo, una conferma appunto.

Esempio:

Sicché poi alla fine hai deciso di non venire in vacanza con noi? Come mai?

Sicché ti sei lasciato con Maria?

È come dire: è vero che ti sei lasciato con Maria? Mi dai conferma?

Passiamo a “Pertanto” che è simile a “sicché”, ma pertanto si usa molto di più al centro. È molto più simile a perciò e quindi.

È una forma più gentile di “per cui”. Del tutto equivalente ma un po’ più neutra e più adatta alla forma scritta.

Troverete articoli giornalistici che dicono:

Amazon è un operatore postale, pertanto deve rispettare la normativa

Mio figlio non è maggiorenne, pertanto non può aprire un account su facebook.

Io invece sono maggiorenne, pertanto posso farlo.

Trump è un uomo ricco, pertanto può acquistare una macchina costosa.

Le ultime due parole sono “cosicché” e “dunque”.

Cominciamo da dunque. Dunque è una congiunzione molto adatta per fare una conclusione, quindi sottolinea l’effetto, analogamente a “pertanto” e “sicché”, quindi si trova spesso in mezzo alla frase, tra causa ed effetto, ma è una congiunzione più neutra, adatta sia allo scritto che all’orale ma più all’orale.

Non è ironica come può esserlo “sicché” a volte. Tra l’altro “sicché” è più usata in alcune zone d’Italia come la Toscana; in altre regioni “dunque” è più usata, e sempre adatta a dei discorsi dal tono pacato.

Molto usata dai politici e anche dai giornalisti per giungere a delle conclusioni. È una parola però più eclettica, usata anche da sola spesso:

Dunque? In Tal caso equivale a “Allora?” e a “Insomma”? Ed è usato come avverbio.

Allora, ti decidi dunque? Anche come avverbio però serve a concludere.

Esiste anche la frase “venire al dunque” che è una espressione che sottolinea la necessità di una conclusione. Venire al dunque infatti significa concludere, senza tergiversare, senza perdere tempo.

Si usa in molte circostanze diverse:

Ho sbagliato, dunque devo pagare. Qui la uso al centro, tra la causa e l’effetto, però voglio sempre sottolineare l’effetto, la conseguenza.

Insomma avete capito che ci sono moltissimi modi per esprimere delle conseguenze. Non c’è un modo da preferire ed uno da scartare. Dipende come abbiamo visto da quello che riteniamo sia più importante nella frase.

Questo significa comunicare in fondo. Con Italiano Semplicemente abbiamo sempre detto che la cosa che conta è comunicare, e comunicare significa far passare un messaggio, fatto di parole, di ordine e di tono.

Vediamo con “cosicché” e “visto che

Ovviamente è una congiunzione anche “cosicché”, che volendo può anche essere divisa in due parti: “così che” (due parole) che è come dire: “di modo che”, “in modo che”, “in modo tale che

Si usa più spesso come parola unica, tutta attaccata, e si usa per sottolineare una conseguenza conclusiva, ma non esattamente come causa ed effetto, direi più per spiegare che una cosa ne permette un’altra. La causa diventa in questo caso un requisito, una necessità affiché possa verificarsi la conseguenza.

Ad esempio:

Preparati cosicché sarai pronto per uscire quando ti chiamo. Quindi in questo caso ho detto che tu ti devi preparare per uscire, quindi devi vestirti eccetera, in modo tale che, quando io ti chiamerò, sarai già pronto e non dovrai perdere altro tempo. La preparazione serve a non perdere tempo, non si tratta di una vera causa, come nella frase: “ho fame, perciò mangio”.

Posso usare “cosicché” anche in questo modo ma è poco adatto. La stessa parola, che contiene “così” e “che” fa chiaramente capire che il senso è “in modo che”, “in questo modo”.

– Devo mettere l’antifurto in casa, cosicché i ladri abbiano la vita difficile;

– Mangia lentamente, cosicché potrai digerire più facilmente.

Vedete quindi che non è esattamente una cosa che ne causa un’altra, ma è una cosa che ne permette un’altra. La prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda:

– ascolta più volte questo episodio cosicché ricorderai più facilmente.

“Visto che” non posso invece usarlo nello stesso modo. Infatti “visto che” equivale a “considerato che” e “considerando che”, quindi devo dire prima la causa e poi l’effetto:

visto che sei molto carina, ti faccio una foto;

visto che conosci bene l’italiano, aiutami a fare questo esercizio;

Vale la pena inoltre soffermarci sulla parola “ciò”, con l’accento sulla “o” (accento grave) che significa “questo” e anche “quello”.

Pertanto dire “considerato ciò” è la stessa cosa che dire “considerato questo”.

Inoltre la frase “ragion per cui” può anche diventare “in ragione di questo” e “in ragione di ciò”.

La parola “ciò” è anche la fine di “perciò”, quindi si capisce facilmente come “perciò” sia esattamente come “per questo” e “per questo motivo”.

La parola “ciò” è poi usata spesso in contesti formali. Un esempio è la stessa frase “in ragione di ciò”, che si usa quando vogliamo sottolineare le buone ragioni che hanno determinato una conseguenza.

Troverete molti articoli su internet in cui si parla di giustizia, di decisioni importanti in generale, in cui si usa questa espressione.

Ancora più formale è l’espressione “quanto sopra premesso”. Questa è una frase che si usa esclusivamente nella forma scritta, e si usa nelle comunicazioni ufficiali, per dimostrare una tesi, per associare dei fatti tra loro. È una frase che serve a concludere quindi, una volta che abbiamo detto una serie di cose. “quando sopra” vuol dire “quello che è stato appena scritto”, “sopra” nel senso di posizione nel foglio in cui si legge. Sopra è come dire “prima”. Sopra c’è la causa, dopo ci sarà l’effetto.

Le comunicazioni che contengono questa frase sono solitamente molto formali. Sono usate dagli avvocati, dai giudici e nelle comunicazioni tra istituzioni e famiglie.

Esempio: se devo scrivere al comune di Roma per chiedere uno spazio dedicato al benessere dei cani, posso fare una lista di motivazioni, una serie di problemi che derivano dalla mancanza di uno spazio di questo tipo ed alla fine dire:

Per tutto quanto sopra premesso (cioè per tutte queste ragioni) si chiede al Sindaco di Roma di impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per individuare uno spazio adeguato per i cani”.

La parola “premesso” indica una “premessa” ed è il participio passato del verbo “premettere”. Premettere significa “mettere prima”, cioè “dire all’inizio”. Ed infatti la premessa si fa all’inizio. Quando si fa una premessa è sempre al fine di dimostrare qualcosa, quindi c’è sempre una causa ed una conseguenza della causa.

Terminiamo questo episodio con “grazie a” (o “per merito di”) e “per colpa di” (o a causa di) che sono due modalità che servono ugualmente ad esprimere una conseguenza, ma stavolta vogliamo sottolineare il merito oppure la colpa.

Ad esempio:

– E’ grazie a te che ora sono più tranquillo. È merito tuo che ora sono più tranquillo.

Evidentemente si vuole sottolineare un merito. Avreste potuto dire:

– Tu sei con me, perciò ora sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo poiché ora sei con me;

Visto che ora sei con me, sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo in quanto ora sei con me;

In quanto” è assolutamente equivalente a “poiché”: dove usiamo poiché possiamo sostituirlo con “in quanto”. Nessun problema.

“In quanto” però si usa anche in altri modo: ad esempio si usa al posto di “relativamente a”, che non c’entra nulla con le conseguenze. Oppure si usa nell’espressione “in quanto tale”.

Quando lo usiamo al posto di “poiché” ha lo stesso significato, solo che è un pochino meno informale. Non voglio dire formalissimo ma comunque diciamo un po’ meno adatto alle conversazioni familiari o tra amici.

per colpa di” è analogo a “grazie a” ma serve ovviamente per sottolineare una colpa:

– è per colpa tua che mi sono fatto male;

è causa tua che mi sono fatto male;

– mi sono fatto male per causa tua (per colpa tua);

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea, gli americani un po’ meno per colpa della loro scarsa educazione alimentare”.

Prima solitamente, sia nel merito che nella colpa, si mette l’effetto e poi la causa:

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea.

Questa è la frase costruita nel modo classico:

Se inverto e metto prima l’effetto posso usare “se” oppure “che”;

grazie alla dieta mediterranea gli italiani sono in salute;

E’ grazie alla dieta mediterranea se (che) gli italiani sono in salute;

Analogamente con le colpe:

– Gli americani mangiano male (effetto) per colpa della loro scarsa educazione alimentare (causa);

oppure:

a colpa (o per colpa) della loro scarsa educazione alimentare gli americani non si nutrono bene;

è colpa della loro scarsa educazione alimentare se (che) gli americani non si nutrono bene.

Terminiamo questo episodio con “ergo”. Un termine molto particolare questo.

Ergo significa pertanto, ma si usa molto raramente. Quando si usa solitamente chi parla si vuole generalmente dare “un tono”, è un modo un po’ strano ma qualche volta può capitare si sentirlo.

Molto famosa è la frase “Cogito ergo sum”, una frase che significa letteralmente “penso dunque sono”, che è una frase con cui Cartesio, un filosofo e matematico francese, esprime la certezza che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante. L’uomo pensa e quindi è. La consapevolezza dell’uomo di essere, deriva dal fatto che lui è un soggetto pensante. Il pensiero è la causa, l’esistenza dell’uomo è la conseguenza.

Quindi, capite che chi usa questa parola si sente una persona importante. Io personalmente non la amo molto come parola. Spesso si usa con un significato simile a “vale a dire”, “cioè”, ma sempre come causa-effetto:

Se andate su internet troverete inoltre molti esempi giornalistici di causa ed effetto:

– L’imputato è stato assolto, ergo, è innocente

Per concludere l’episodio posso dire:

– ora avete capito come esprimere le conseguenze, ergo, potete fare degli esempi e ripetere l’ascolto per ricordare meglio.

Vi ringrazio della pazienza che avete avuto per arrivare fino alla fine, ora vi saluto tutti ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie a tutti i donatori che sostengono il nostro progetto di aiutare gli stranieri ad imparare la lingua italiana.

Ciao

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26 – I verbi professionali: VAGLIARE

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Trascrizione

Benvenuti a tutti questo nuovo episodio dedicato ai verbi professionali. Si tratta del verbo n. 26, stiamo parlando del verbo VAGLIARE. Un verbo anche questo molto importante e usato in ambito lavorativo.

Tra le altre cose non è semplice da pronunciare. Infatti la g e la l insieme formano “gl” che ha una pronuncia difficile per molti stranieri. Faremo naturalmente un esercizio di ripetizione alla fine per pronunciarlo nel miglior modo possibile.

Iniziamo dal significato. Ogni volta che dobbiamo fare delle scelte, e nel lavoro se ne fanno molte di scelte, si può usare questo verbo.

Vagliare infatti significa “Esaminare attentamente e minuziosamente, valutare con estrema cura”.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per i membri dell’associazione culturale Italiano Semplicemente 

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Tanto

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi, grazie di essere qui con me e con questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

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Oggi vorrei affrontare un argomento particolare. Non si tratta di spiegare una espressione italiana, come facciamo solitamente, ma si tratta di spiegare tutti gli utilizzi di una parola italiana tanto utilizzata dagli italiani. La parola è “tanto“.

Prima però ringrazio tutti per l’interesse mostrato per l’associazione culturale italiano semplicemente.

Vi informo che lo statuto e le condizioni di adesione saranno presto tradotte in diverse lingue grazie all’aiuto di alcuni membri dell’associazione che sono già iscritti. In questo modo tutto sarà più chiaro. Per chiunque fosse interessato a far parte dell’associazione basta dare i dati personali e pagare l’iscrizione. Mandate una email se volete maggiori chiarimenti (italianosemplicemente @ gmail.com)

Torniamo adesso all’episodio di oggi. Abbiamo in passato già affrontato alcune espressioni che contengono questa parola “tanto” , ad esempio quando abbiamo spiegato la frase “si fa per dire“, che può diventare “tanto per dire” e inoltre abbiamo anche visto, in un episodio di qualche mese fa, tutti i modi per dire “molto” e “molti“.

Potete dare un’occhiata a questi due episodi se volete. Oggi vediamo l’argomento da un punto di vista più generale. Infatti la parola “tanto” ha molti significati e molti utilizzi diversi, non solo in senso di quantità o intensità.

Può essere infatti un aggettivo, un avverbio, un pronome, una congiunzione e usato in diversi modi, anche in alcune frasi particolari che vedremo oggi.

Iniziamo con tanto inteso come aggettivo. Ma non prestate troppa attenzione alla grammatica perché quello conta è che voi sappiate comprendere ed utilizzare le frasi.

Lo so, ci vuole tanta volontà per studiare l’italiano.

Ho appena utilizzato l’aggettivo tanto. Ci vuole anche tanta pazienza e anche tanti soldi a volte per pagare i corsi di italiano. Ma dopo tanto studiare sicuramente imparerete l’italiano. Anche in questo caso tanto è un aggettivo, ma di intensità (tanto studiare) e non di quantità come prima (tanta volontà, tanta pazienza ecc).

Con italiano semplicemente poi non dovete neanche tanto viaggiare per imparare.

Al massimo dovete navigare, ma solo tra le pagine del sito. Nella frase “non dovete neanche tanto viaggiare“, tanto è un aggettivo usato per la distanza, non è una intensità ma una quantità di metri, chilometri, miglia eccetera. A volte tanto si usa senza specificare di cosa state parlando perché si capisce dalla frase: da quanto tempo studiate italiano? Da tanto! Questa risposta significa “da tanto tempo”. Quanto mi vuoi bene? Tanto!

A volte si unisce con “che” o “da“:

ho studiato così tanto da farmi venire il mal di testa;

Ho bevuto tanto che ora mi sento scoppiare.

In questi casi si usa tanto che o tanto da per esprimere una conseguenza.

Inoltre posso fare dei confronti usando tanto: ho studiato tanto quanto te.

Oppure:

ho studiato tanto l’italiano quanto il francese.

Quindi nel primo caso non stiamo dicendo che ho studiato molto, ma che l’ho fatto quanto te, ho studiato tanto quanto te, né meno te, tantomeno più di te, ma ho studiato tanto quanto te. Nel secondo caso ho studiato italiano quanto il francese: uguale.

La parola “come” ed “analogamente” possono facilmente sostituire “tanto quanto“. Se usiamo “tanto quanto” è perché vogliamo sottolineare il livello raggiunto:

tu sei stato bocciato all’esame ed io promosso? Strano, perché hai studiato tanto quanto me, eppure io sono stato promosso e tu invece bocciato.

Anche come avverbio si usa spesso, non come aggettivo:

io amo l’italiano proprio tanto, e lo studio senza pensarci tanto, devo solamente parlare ed ascoltare tanto se voglio seguire I consigli di italiano semplicemente. Se seguirete questi consigli non ci metterete tanto.

Inoltre potrei aggiungere che:

le sette regole d’oro sono disponibili tanto per i brasiliani quanto per i tedeschi.

Questa frase è simile a quella di prima: ho studiato tanto quanto te, l’unica differenza è che ora non sto parlando di quantità bensì sto facendo un semplice confronto tra brasiliani e tedeschi. In questo caso potrei dire:

le sette regole d’oro sono disponibili sia per i brasiliani che per i tedeschi

Uso invece “tanto quanto”. Perché lo faccio? Solo perché è per fare un esempio, tanto per dire due diverse nazionalità, due nazioni qualunque. Non è sempre questa la ragione però, infatti spesso si usa “tanto quanto” solo per rafforzare il senso della frase.

Ad esempio:

io voglio bene tanto a mia figlia quanto a mio figlio

cioè voglio bene ad entrambi, sia all’una che all’altro.

Se amate l’italiano pertanto (cioè “quindi”) iniziate ad ascoltare di più e a studiare un po’ meno la grammatica perché:

tanto più” passano gli anni quanto meno si ha il tempo e l’entusiasmo per farlo. Quindi quanto prima iniziate, tanto meglio per voi.

Tutte queste frasi che ho appena detto usano l’avverbio “tanto”.

Tanto può essere anche pronome:

vi state stancando? Allora vuol dire che avete poca pazienza, mentre, avete ragione, ce ne vorrebbe tanta. Ma siete in tanti ad averne tanta. Vi assicuro!

Cercate di resistere un tantino in più (cioè un po’ in più) e sarete soddisfatti, anche se ci vuole “tanto di” pazienza.

Quando dite che vuole tanto di qualcosa è come dire molta quantità di un qualche cosa che non ha una unità di misura, il peso, l’altezza eccetera.

Ci vuole tanto di pazienza per imparare l’italiano, ci vuole tanto di coraggio per tenere un orso in casa, ci vuole tanto di cervello per laurearsi in due soli anni, eccetera.

Adesso invece se io vi dicessi:

ok, basta ascoltare, tanto non serve, tanto è lo stesso. In questo caso tanto è una congiunzione. Possiamo usare anche “perché” al suo posto: tanto è lo stesso = perché è lo stesso.

A volte (si usa spesso in famiglia), si usa la parola “tanto” come congiunzione, anche senza aggiungere altro.

Ad esempio:

perché non vuoi ascoltare più? Risposta: tanto…

In questo caso si esprime rassegnazione. Si vuole dire che è inutile.

Perché hai abbandonato il gruppo whatsapp di italiano semplicemente?

Risposta: Perché tanto…

È inutile! È questo il significato in questo caso. Tanto secondo me non serve adresse ad imparare la lingua.

Oppure rispondete:

Va bé, continuo ad ascoltare tanto per fare qualche cosa di diverso, tanto per cambiare.

Anche qui è una congiunzione: tanto per + qualcosa. Stavolta significa solamente, soltanto. È come dire: non c’è un motivo particolare, qualcosa di molto importante, “tanto per” : qualcuno può anche rispondere in questo modo, tanto si capisce lo stesso: lo faccio tanto per. Si usa però solo all’orale.

Ma quanti saranno gli stranieri che seguono italiano semplicemente? A dir tanto saranno 100.

Questo potrebbe dire una persona dodicenne.

Ebbene no, sono circa 1000 ogni giorno. Rispondo io.

Questi 1000 ora hanno imparato anche la frase “a dir tanto“, che vuol dire “al massimo“, “se volessi esagerare”.

Tanto è congiunzione anche in questo caso. Ovviamente dir è la forma abbreviata di dire.

Non lo dico “tanto per dire” , ma proprio di congiunzione di tratta anche nella frase “tanto per dire”.

In questo caso significa “così“, ma anche “soltanto” come esempi che abbiamo fatto in precedenza.

È la cosa quando diciamo “tanto per fare”, e possiamo anche cambiare verbo.

Bene ora vediamo delle frasi colloquiali molto frequenti che quindi si usano spessissimo:

Di tanto in tanto:

di tanto in tanto imparo nuove parole italiane.

Quindi significa “ogni tanto“.

Non farla tanto lunga: cioè non resistere, non continuare ad insistere.

Tanto meglio / tanto peggio:

non vuoi ascoltare ma preferisci leggere? Tanto peggio per te. Vuoi iniziare ad ascoltare e leggere nello stesso tempo ? Tanto meglio (ancora meglio).

Tanto più:

puoi provare il nostro metodo, tanto più che molte persone hanno provato già e non sono pentite.

In questo caso sto aggiungendo una informazione aggiuntiva, “tanto più” è seguito da “che” in questo caso. Non è solo un’informazione aggiuntiva ma è anche importante. Altrimenti avrei detto semplicemente: “ed in più“.

Né poco né tanto:

quanto tempo devo ascoltare ogni giorno? Diciamo che 40 minuti non sono né poco né tanto, cioè sono il giusto.

Una volta tanto:

credi ancora che ascoltare non serva a nulla? Ed ascoltami una volta tanto, no? In questo caso significa “almeno una volta“, ma la frase è più forte ed ha un tono di rimprovero.

Lo usano spesso i genitori con i propri figli.

Tanto vale:

tanto vale che mi ascolti, perché questo è l’unico modo di imparare l’italiano senza annoiarsi. “Tanto vale” di usa quando vale la pena di fare qualcosa perché non costa nulla.

Prova a seguire questo metodo:

dopo due settimane, se non funziona puoi provarne un altro ma se invece funziona “Tanto di guadagnato!”

anche questa frase si utilizza quando fare un tentativo non costa nulla: se dopo aver provato vedi che funziona allora tanto di guadagnato!

Guardare con tanto d’occhi:

se non mangiate da una settimana e io vi faccio vedere una bella mela, sicuramente la guarderete con tanto d’occhi! Perché avete molta fame.

Tanto di cappello:

chapeau! Così si dice in francese. Tanto di cappello in italiano. Quando volete mostrare stima, apprezzamento verso qualcuno per ciò che ha fatto, perché richiede molta fatica, allora si può usare questa espressione: tanto di cappello! Per mostrare quindi la stima ed il rispetto.

Bene ragazzi questo è un episodio un po’ più difficile degli altri, vi consiglio di ascoltarlo più volte e di fare anche l’esercizio di ripetizione che facciamo subito. Ripetete dopo di me.

Tanto

Tanto di cappello

Guardare con tanto d’occhi

Una volta tanto

Di tanto in tanto

Tanto di guadagnato

Tanto vale

Tanto vale ripetere

Una volta tanto

Non farla tanto lunga

Tanto per cambiare

Ciao amici e grazie tanto a tutti i donatori che aiutano italiano semplicemente. Grazie ad Ulrike che mi ha aiutato a realizzare il podcast che avete appena ascoltato. Un caro saluto a tutti.