Non ne posso più

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Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni.

Oggi ci occupiamo di stanchezza. Come possiamo definire la stanchezza?

Sicuramente possiamo parlare di una sensazione, una sensazione soggettiva, cioè che riguarda un singolo soggetto, cioè una singola persona, oppure la stanchezza possiamo definirla come anche una condizione di indebolimento delle proprie forze e capacità. Diventiamo deboli in conseguenza di uno sforzo fisico o mentale. Nel caso mentale quindi parliamo di un indebolimento della capacità di concentrazione o di partecipazione.

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La stanchezza la possiamo quindi dividere in due categorie: la stanchezza fisica e quella mentale:

La stanchezza fisica riguarda il nostro corpo mentre la stanchezza mentale è quella stanchezza che non riguarda le sensazioni fisiche ma quelle mentali e celebrali, quindi quel genere di stanchezza che arriva quando il nostro cervello è stanco, perché è stato sottoposto ad una condizione di stress, ad esempio perché si sono verificati una serie di eventi tali da averci messo alla prova.

Ebbene, “Non ne posso più” è la frase di oggi (non ne posso più: quattro parole), frase interessante, che molti stranieri conoscono ma probabilmente non tutti. Allora oggi cerco di spiegarvi questa espressione, questa esclamazione, ed in questo modo colgo l’occasione per spiegare altre modalità per esprimere ogni tipo di stanchezza.

Non ne posso più” è in realtà un’espressione di estrema stanchezza fisica o mentale, estrema significa massima, esagerata, cioè indica che siamo al limite, stiamo per raggiungere il limite massimo della stanchezza. Cosa c’è dopo l’estrema stanchezza mentale? Cosa succede dopo aver superato il limite estremo? Beh, nel caso della stanchezza mentale evidentemente quando superiamo il limite, il valore estremo, quello che succede è che perdiamo la pazienza, non riusciamo più a comportarci in modo razionale ed equilibrato e perdiamo il controllo.

Questo è un limite variabile da persona a persona, un limite che dipende da ciascuno di noi, dal nostro personale grado di sopportazione e di pazienza.

Se ad esempio state facendo una passeggiata in montagna, dopo 5 ore di passeggiata qualcuno di voi potrebbe stancarsi ed esclamare:

– scusate, io mi fermo, non ne posso più.

In realtà, in questo caso (siamo nel caso di stanchezza fisica) l’espressione più usata è:

Non ce la faccio più!

Quest’ultima è infatti più adatta alla stanchezza fisica, benché non ci siano problemi ad usare “non ne posso più”, che è ugualmente adatta.

In entrambi i casi si potrebbe iniziare la frase con “basta!” che indica in una sola parola la volontà di arrestare ciò che sta proseguendo da troppo tempo, che in questo caso è la passeggiata in montagna.

Nel caso di stanchezza fisica ci sono molte espressioni equivalenti informali:

Basta!

Mi arrendo! (che si può usare nel caso di una sfida personale o nel caso di una gara)

è troppo!

– Sono sfinito! (con la “s” davanti)

Ripeti: Sono sfinito!

In questo caso parliamo dello sfinimento delle energie: “questa riunione mi ha sfinito!” cioè mi ha tolto le energie. Questo è essere sfiniti.

Lo sfinimento si usa soprattutto nella frase: “fino allo sfinimento

– Il cane ha abbaiato fino allo sfinimento

– Ho ripetuto a mio figlio fino allo sfinimento che deve fare i compiti

– Stasera vorrei lavorare fino allo sfinimento per terminare il mio lavoro

In tutti questi casi il termine sfinimento si usa per indicare un’attività che si è protratta a lungo, quindi si vuole indicare lo sforzo fatto e la stanchezza derivante da questo sforzo.

Un’altra espressione interessante è:

Sono al capolinea!

Ripeti: sono al capolinea!

Anche quest’ultima è un’espressione che si può usare quando vi trovate al limite estremo di stanchezza fisica. Il capolinea indica la stazione o la fermata terminale di un servizio di trasporto pubblico, per lo più urbano. Il capolinea è l’ultima fermata, quindi essere al capolinea (cioè a capo della linea – la linea di autobus si intende, dove la linea indica il numero identificativo dell’autobus).

In realtà essere al capolinea non si usa solamente nel caso di stanchezza, anche quando un percorso sta per finire. I giornalisti utilizzano molto questo modo di dire quando parlano di un percorso politico ad esempio, o lavorativo, o affettivo:

– Il partito al governo è al capolinea (nel senso che sta per terminare l’esperienza politica al governo)

– Il nostro amore è al capolinea (cioè sta per finire)

– Il capitalismo finanziario è al capolinea (anche qui indica una fine prossima, in tal caso del capitalismo finanziario)

Comunque si usa anche spesso per indicare una stanchezza estrema.

Poi c’è:

– Sono arrivato!

Anche questa è una modalità frequente e abbastanza informale: sono arrivato, Sono proprio arrivato. Molto usata dai giovani.

Un’altra espressione curiosa, anche questa molto usata dai giovani è:

– Sono alla frutta!

Ripeti: Sono alla frutta!

Questa frase si usa spesso in Italia per indicare una stanchezza estrema. Perché alla frutta? Di solito i pasti in Italia finiscono con una porzione di frutta: una mela, una pera, del melone eccetera. Quindi, nel senso proprio, la frase significa “finire il pasto”. Essere alla frutta significa essere arrivati al momento della frutta, cioè proprio quando il pasto sta per terminare.

In realtà posso usarlo anche se non stiamo mangiando ma ugualmente c’è qualcosa che stiamo finendo: le energie. Stiamo finendo le energie quindi diciamo di essere “alla frutta”.

Quando uscite dal lavoro alle 20 di sera, dopo una giornata di intenso lavoro, siete autorizzati sicuramente a dichiarare di essere alla frutta, poiché a quel punto non resta che il letto per terminate la giornata.

Molto informale anche questa modalità: “essere alla frutta”. Se volessi essere più formale potrei invece tranquillamente dire:

– sono esausto!

Qui mi riferisco all’esaurimento delle energie. Io sono esausto, cioè privo di energie. Non ho più energie. Le mie energie sono esaurite, sono finite, terminate, quindi sono esausto, come le batterie, cioè le pile, che quando sono scariche non hanno più la carica elettrica per ricaricare un telefono cellulare, ad esempio.

Attenzione a non confondere l’essere esausti con l’esaustività.

Ripeti: esaustività

L’esaustività indica tutta un’altra cosa. L’esaustività è la capacità di essere esaustivi (e non esausti. Le due cose sono ben diverse). Cosa significa essere esaustivi?

È questa una bella modalità per indicare che una cosa è stata spiegata bene, o che una persona ha spiegato bene qualcosa, cioè in modo completo, in modo esaustivo.

Sono stato esaustivo? Cioè: mi sono spiegato bene? Avete capito tutto chiaramente?

Se state cucinando un piatto italiano e state leggendo la ricetta su un libro, sperate che le istruzioni siano esaustive, perché se non sono esaustive allora non riuscirete a cucinare il piatto in modo esatto. L’esaustività quindi è un pregio, e una mancanza di esaustività indica una mancanza di completezza. L’esaustività è associata a molte cose diverse: una spiegazione, una ricerca, una trattazione, una soluzione. Io spero che questo episodio sia esaustivo, perché se non fosse esaustivo sarebbe carente di informazioni.

Ma torniamo alla stanchezza fisica. In quel caso parliamo di esaurimento e non di esaustività. Possiamo anche dire:

– Sono esaurito

Ma questa modalità aggiunge qualcosa in più alla stanchezza. Se dico “sono esaurito” può anche essere semplicemente stanchezza, quindi parliamo di un esaurimento delle energie, ma in generale il concetto è simile e vicino a quello dell’esaurimento nervoso, che è la denominazione generica di una serie concatenata di disturbi da stress. L’esaurimento nervoso è una forma di depressione o di disturbo d’ansia. Un concetto abbastanza generico ma legato ad una condizione di salute che va curata, una specie di malattia dunque. L’essere esauriti quindi richiama un po’ l’esaurimento nervoso, e si può usare ogni volta che vogliamo indicare una stanchezza molto grave che ha portato delle conseguenze mentali, quasi come se avessimo bisogno di un medico.

Altre modalità per esprimere stanchezza informali sono poi:

– Sono stremato (cioè sono allo stremo delle energie)

– Sono spossato, logorato

Ripeti:

– sono logorato

– Logoramento

Il logoramento, in particolare, è molto usato quando si parla di stanchezza fisica.

Tutti i materiali sono soggetti a logoramento: si logorano perché si consumano, il tempo li consuma, ma anche l’utilizzo li logora.

Cosa può logorarsi? In senso figurato anche le forze possono logorarsi, l’ingegno, per arrivare fino ad un rapporto affettivo. Anche le amicizie, purtroppo, possono logorarsi col tempo.

Quindi se dite “sono logorato” state esprimendo una forte stanchezza fisica oppure mentale: non siete più quello/a di prima: siete consumati, consunti; siete spossati, stanchi. Il logoramento in genere indica una condizione dalla quale non si può tornare indietro, quindi è più forte come termine, e questo lo rende adatto anche ad essere utilizzato per i rapporti sociali come le amicizie.

– Sono logorato da questo rapporto difficile

– Non voglio che il mio lavoro mi logori

– il potere logora chi non ce l’ha

Quest’ultima frase è molto celebre perché appartiene ad un importante politico italiano del recente passato, che ha scritto anche un libro con questo titolo.

Ma torniamo alla nostra frase di oggi: “Non ne posso più”, dicevamo prima, si usa sia nel caso di stanchezza fisica che in quello di stanchezza mentale. Quest’ultimo caso è quello più interessante, senza dubbio.

Non ne posso più di questo lavoro, voglio assolutamente trovarne un altro!

C’è la particella “ne” all’interno, che indica qualcosa, che in questo caso è il mio lavoro.

Di solito quando si utilizza questa espressione si chiarisce sempre la cosa della quale stiamo parlando:

– Non ne posso più della nostra relazione!

– Non ne posso più di questi ritardi dell’autobus tutte le mattine!

– Non ne posso più di te, lasciami stare, ti prego!

– Non ne posso più di questo governo!

Generalmente la particella “ne”, come sappiamo, serve a sostituire la cosa di cui parliamo, invece in questo caso solitamente si chiarisce sempre tramite “di”.

Posso comunque fare una semplice esclamazione:

– non ne posso più!

Tuttavia deve essere chiaro la cosa di cui sto parlando, altrimenti arriverà la domanda:

– Di cosa? Di cosa non ne puoi più?

Risposta (prova a rispondere):

Del mio lavoro. Non ne posso più del mio lavoro!

Perché in questa espressione usiamo il verbo “potere”?

Semplice, sto dicendo semplicemente che non posso più andare avanti, non posso, cioè non riesco più a proseguire. “Non posso” in generale esprime la mancanza di una volontà o l’impossibilità di un’azione:

– Non posso tradire mia moglie (per mancanza di volontà, per rispetto verso mia moglie)

– Non posso essere in aeroporto alle 14. Non posso perché non ci riesco, non sono in grado di farcela, non faccio in tempo.

In questo caso però è fondamentale la presenza di “ne” che dà alla frase tutto un altro significato: “non ne posso più”, indica qualcosa di cui siamo stanchi, quindi se la frase prosegue deve esserci “di” o “del” o “dello”, “della”, “dei”, “degli”, “delle”.

– Non ne posso più di questo caldo

– non ne posso più del mal ti testa

– non ne posso più dello stallo politico italiano

– non ne posso più della pasta alla puttanesca

– non ne posso più dei rumori durante la lezione

– non ne posso più degli schiamazzi notturni

– non ne posso più delle serate in discoteca

Se anche voi non ne potete più di questa spiegazione terminiamo qui questo episodio, augurandomi che continuiate a seguire Italiano Semplicemente e che magari decidiate anche di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Siamo arrivati a 32 membri, l’associazione cresce rapidamente. Vi aspettiamo numerosi.

Rita Levi-Montalcini

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Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni.

Che ne pensate se oggi parliamo di un grande personaggio italiano?

Tra i tanti personaggi famosi in tutto il mondo potremmo ad esempio parlare di Rita Levi Montalcini.

Una grande donna italiana, vissuta dal 1909 al 2012; dunque ha vissuto ben 103 anni, durante i quali è stata una famosa neurologa e accademica, oltre che una senatrice a vita italiana, e per finire ha vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1986.

Neurologa significa che ha studiato neurologia, cioè la scienza che si occupa del sistema nervoso. La neurologia è la branca specialistica della medicina che studia le patologie del sistema nervoso.

Accademica vuol dire che si è dedicata alla ricerca e all’insegnamento, mentre il premio Nobel, o Nobèl (si può pronunciare in entrambi i modi) è innanzitutto un premio, anzi potremmo dire che si tratta di un’onorificenza, cioè un alto premio, un premio di alto valore, legato all’onore. Il premio Nobel è quindi un premio di valore mondiale, un’onorificenza attribuita annualmente a persone viventi che si sono distinte nei diversi campi dello scibile apportando i maggiori benefici all’umanità per le loro ricerche, scoperte e invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale.

Questa è la definizione di premio Nobel. Soltanto persone che viventi possono ricevere questo premio, quindi persone che sono vive nel momento della premiazione.

Il premio è attribuito (cioè dato) annualmente (cioè tutti gli anni) a persone viventi che si sono distinte nei diversi campi dello scibile.

Ho detto persone che si sono “distinte”. Si parla del verbo “distinguere” nella modalità riflessiva: “distinguersi”, che significa mettersi in luce, farsi notare, essere riconoscibile per qualcosa che si è fatto nella vita. Chi si distingue quindi si distingue dagli altri, perché è diverso dagli altri. In questo caso perché ha una qualità rispetto agli altri, una grande qualità. In generale ci si può distinguere per diversi motivi.

Ci si può distinguere per onestà,

Ci si può distinguere per correttezza, per diligenza, per chiarezza, ed in generale per qualità morali e professionali soprattutto.

Comunque spesso i parla semplicemente di caratteristiche, come l’elefante indiano ad esempio, che si distingue da quello africano perché ha le zanne meno sviluppate, più corte quindi.

Ebbene Rita Levi Montalcini nella sua vita si è distinta (parlo al passato ovviamente e al femminile) per diverse cose. Si è distinta in uno dei campi dello scibile.

Lo scibile è un termine che indica tutto ciò che può essere conosciuto e compreso. Si parla spesso dello scibile umano, cioè di tutto quello che gli esseri umani posso conoscere, quindi si parla di scienze, di conoscenze degli esseri umani. Questo è lo “scibile umano”.

Ripeti: scibile umano

Ripeti: lo scibile umano

Ripeti: Distinguersi in un campo dello scibile umano.

Rita Levi Montalcini per cosa si è distinta quindi? Essendo una scienziata in medicina, di è ovviamente distinta nel campo della medicina e della neurologia. Ha fatto un’importante scoperta scientifica, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina.

È stata insignita del premio Nobel per la medicina dunque.

Insignita. Insignita viene dal verbo “insignire”, che significa: “Fregiare di un’onorificenza o di un titolo”.

Quando una persona viene insignita di qualcosa, si tratta sempre di qualcosa che dà onore a questa persona, che la premia, che la onora, che le riconosce un alto merito per la sua opera. Si usa sempre in questo modo:

Insignire di un premio, insignire di una onorificenza, insignire di riconoscimenti, insignire di una targa.

Rita Levi Montalcini è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina.

Attenzione perché solamente per le alte onorificenze posso parlare di un vero insignimento. Non posso certamente insignire un amico di un premio per aver vinto una corsa in bicicletta. La cosa farebbe un po’ sorridere.

Stiamo facendo perciò un alto riconoscimento, ed è quello che ha avuto Rita Levi Montalcini quando è stata insignita del Premio Nobel per la medicina. Questo sì che è un vero insignimento.

Ripeti: Insignita

Ripeti: Insignita del premio Nobel

Ripeti: Rita Levi Montalcini è stata insignita del Premio Nobel per la medicina

Nel 2001 poi è stata nominata senatrice a vitaper aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.

È stata nominata senatrice a vita, cioè è stata designata senatrice a vita.

Essere nominati senatrice a vita (o senatore a vita) è ovviamente un onore, perché quando una persona viene nominata o designata senatore o senatrice a vita, questo può avvenire solamente per alti meriti; per aver fatto delle grandi cose.

In questo caso per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale.

Rita Levi Montalcini ha illustrato la patria, cioè l’ha resa gloriosa, ha dato lustro alla patria, cioè ha reso la patria migliore, l’ha migliorata, le ha dato gloria, l’ha illustrata.

Il verbo illustrare si può usare anche in questo modo. Normalmente quando si illustra qualcosa si mostra, si commenta, si chiarisce nei particolari:

vorrei illustrare un libro con delle immagini

ad esempio.

In tal caso si usa per dare lustro, per dare gloria alla patria, cioè all’Italia. E lei lo ha fatto “con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.

Il senatore a vita è una carica istituzionale. Normalmente si diventa senatori attraverso una elezione, ma senatore a vita si diventa per due motivi: o perché si è stati Presidente della Repubblica Italiana, oppure perché ci si è distinti “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. In questo caso si viene scelti dal presidente della Repubblica Italiana, che ha la facoltà (cioè la possibilità) di nominare 5 senatori a vita, scegliendoli tra i cittadini italiani.

Capite quindi che essere nominati senatore a vita non è una cosa da poco. “A vita” vuol dire per tutta la vita, cioè fino alla morte.

E’ interessante notare che su più di 500 premi Nobel assegnati fino ad oggi, soltanto 12 di questi sono andati a delle donne: circa 1 su 50.

Lei stessa ha ammesso che nella sua vita ha dovuto combattere, ed ha sofferto tutta la vita per essere accettata in quanto donna negli ambienti scientifici più esclusivi e rinomati. Ha faticato, ha sofferto tutta la vita.

Lei era consapevole di questa difficoltà per le donne di tutto il mondo, soprattutto nel mondo dello studio e delle scienze.

Per questo ha deciso di aiutare le giovani studentesse universitarie africane, con l’obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo chiave, un ruolo importante nella vita scientifica e sociale del loro paese.

In Africa infatti anche il diritto allo studio è spesso negato alle donne. La donna africana spesso non ha diritto allo studio. Il diritto allo studio le viene negato, cioè le viene impedito di studiare alla donna africana: studiare non è un suo diritto, non rientra tra i suoi diritti.

Notate che ho detto “le viene negato” e non “gli viene negato” perché si tratta di una donna. Anche gli italiani speso fanno questo errore: il pronome “gli” tende a essere usato anche al posto del femminile “le”.

– Stasera chiamerò Giovanni. Gli mostrerò il mio lavoro.

– Stasera chiamerò Giovanna. Le mostrerò il mio lavoro.

Analogamente posso dire:

– Voglio bene a Giovanni. Gli voglio bene.

– Voglio bene a Giovanna. Le voglio bene.

– A Giovanni viene negato un diritto. Gli viene negato un diritto

– A Giovanna viene negato un diritto. Le viene negato un diritto

Dunque secondo la Montalcini le ragazze africane hanno fame di conoscenza, di sapere: “hanno più fame di conoscenza che di cibo” (sono le sue esatte parole) e “sono molto più determinate degli uomini: quando possono istruirsi i risultati sono davvero sorprendenti”.

Sentiamo direttamente la sua voce, quando in un’intervista parlava delle donne e della sua esperienza di vita come donna:

—-

Rita Levi non si è mai sposata (un’altra curiosità interessante) e non ha mai pensato di sposarsi: “Io sono sposata con la scienza” diceva, e “non ho mai sentito la mancanza di un figlio o il bisogno di legarmi a un uomo. Sono felice così”.

Aggiunge che se in passato fosse mai stata corteggiata da qualche uomo, se qualche uomo fosse mai stata interessata a lei, magari un collega di lavoro, ebbene, lei non ne n’è neanche accorta. “L’amore su di me ha l’effetto dell’acqua sulle piume di un’anatra: sono totalmente impermeabile”, ha detto.

Come sapete infatti l’acqua, quando viene a contatto con le piume delle anatre non riesce a bagnare le piume, perché queste sono impermeabili, quindi l’acqua scivola sulle piume, e la Montalcini usa questa immagine per descrivere l’amore e l’effetto che fa su di lei: l’amore per un uomo, su di lei, è impermeabile, nel senso che lei non si è mai innamorata di un uomo, l’amore le scivola addosso, come l’acqua scivola sulle piume di un’anatra.

Tra parentesi, una piccola curiosità: mi sono informato su questo, ed ho scoperto che le anatre, come anche le oche e i cigni, possiedono una ghiandola, che si trova sul dorso, cioè sulla schiena, vicino alla coda, che produce una sostanza oleosa, (come un olio quindi) con la quale gli uccelli si spalmano le piume per renderle impermeabili.

Ripeti:

un olio

una sostanza oleosa

un olio che le anatre si spalmano sulle piume

una sostanza con la quale le anatre si spalmano le piume

un olio con il quale le anatre si spalmano le piume

Comunque, curiosità a parte, mi sono anche chiesto se Rita Levi Montalcini avesse a che fare in qualche modo con la lingua italiana.

Beh, comunque non ho trovato granché sul legame con la lingua italiana, ma ho trovato una curiosità: dovete sapere che La Montalcini ha scritto anche una canzone nell’anno 2006 che si chiamava “Linguaggio Universale”, che ha partecipato alle selezioni del Festival di Sanremo 2007.

Non si parlava di lingua italiana però. Si parla però di una lingua, anzi di un linguaggio: questa canzone parla di vita, di pace e di amore, gli unici veri linguaggi universali che uniscono il mondo.

La canzone sarebbe stata cantata dal gruppo Musicale Jalisse. Ho detto “sarebbe stata cantata” perché la canzone non è riuscita a superare le selezioni, quindi non ha partecipato a quel Festival.

L’episodio di oggi finisce qui. Spero ne abbiate tratto giovamento, ci voleva un grande personaggio come Rita Levi Montalcini per onorare la donna e l’intelligenza umana.

Un grazie a tutti voi e un grazie speciale per le vostre donazioni.

Chi aiuta Italiano Semplicemente aiuta in realtà tutti gli stranieri che vogliono imparare bene l’italiano.

Per chi è interessato poi a sostenere anche il proprio italiano, propongo di aderire all’Associazione Italiano Semplicemente che conta finora 31 membri. Aspettiamo le vostre adesioni, sarete soddisfatti o rimborsati, ma vedrete che non ve ne pentirete.

Un abbraccio a tutti.

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Vuoi mettere?

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Ciao ragazzi da Giovanni e da Italiano Semplicemente, ora sono le 10:00 di mattina in Italia e le 5 di mattina in Brasile. Vi parlo del Brasile perché sono infatti appena tornato dal mio viaggio in Brasile, e devo dire che è stata un’esperienza che mi ha cambiato profondamente. Abbiamo fatto il primo incontro con alcuni dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vi racconterò i dettagli comunque in un episodio dedicato proprio a questo incontro.

Oggi invece vediamo un’espressione nuova: “Vuoi mettere?”.

Questa è l’espressione di oggi, è una domanda, ma può anche essere interpretata come un’esclamazione: vuoi mettere!

Quindi possiamo sia inserire il punto interrogativo alla fine (vuoi mettere?) oppure il punto esclamativo (Vuoi mettere!).

Questa è un’espressione che si usa quando si fanno dei confronti, quando cioè si fa una comparazione tra due cose, tra qualsiasi due cose, e, in particolare, quando questo confronto è totalmente a favore di una delle due scelte.

Non stiamo parlando quindi di un confronto alla pari, cioè di un confronto in cui le due cose che vengono confrontate sono valutate allo stesso modo, in cui queste due cose sono giudicate della stessa qualità, o dello stesso valore, ma stiamo parlando di un confronto in cui una delle due cose è migliore di un’altra.

Una delle due cose è molto migliore dell’altra, è decisamente migliore dell’altra, quindi il confronto non è alla pari, ma è tutt’altro che alla pari.

In questo caso quindi possiamo esprimere questo concetto attraverso molti modi diversi.

Uno di questi modi è dire “vuoi mettere?”.

Perché usiamo questa frase? Perché diciamo così? Beh il motivo è semplice.

La frase “vuoi mettere” è semplicemente una abbreviazione di una frase più lunga; un modo veloce di esprimere una preferenza. Perché proprio questo vogliamo fare: esprimere una preferenza, esprimere una netta preferenza per una delle due o più possibilità.

Quando confrontiamo due o più cose e crediamo che non ci sia confronto, allora possiamo dire “vuoi mettere!”. Ho detto quando “non c’è confronto”. Questo è un altro modo per esprimere lo stesso concetto.

 

 

“Vuoi mettere“ è una modalità molto usata da tutti gli italiani di ogni regione, quindi la usano ovunque, ed è sempre usata in contesti informali ed amichevoli. In contesti formali e professionali ci sono altri modalità.

Chi è più forte, la squadra del Real Madrid o la squadra della Roma?

Beh, non c’è confronto!

Direi di sì infatti. Non c’è confronto tra la Roma ed il Real Madrid, infatti è molto più forte il Real Madrid, vuoi mettere? Il Real Madrid ha Cristiano Ronaldo e la Roma chi ha? Dzeko? Vuoi mettere?

Quello che stiamo facendo adesso è “mettere a confronto” due giocatori: Ronaldo e Dzeko. Mettere a confronto significa confrontare. Da questo deriva la frase di oggi: mettere a confronto, cioè confrontare, accostare, mettere una cosa vicino ad un’altra. Infatti quando accostiamo due cose, cioè quando le mettiamo vicine, come se fossero due oggetti, allora riusciamo a vedere questi due oggetti nello stesso momento, insieme, quindi riusciamo a vedere bene le differenze e le similitudini, riusciamo a vedere bene le cose che questi due oggetti hanno in comune e le cose per cui differiscono. Attenzione al linguaggio che sto usando. Differire significa mostrare delle differenze (questo è solo uno dei significati di differire).

Quindi accostiamo due o più cose, le mettiamo a confronto e vediamo subito quale delle due cose è migliore dell’altra. Allora, se la nostra preferenza è marcata e va ad una delle due squadre di calcio, potremmo chiedere: vuoi mettere a confronto il Real con la Roma? Vuoi veramente fare questo confronto? Vuoi comparare il Real con la Roma? Dai, non c’è storia, il Real è sicuramente più forte, vuoi mettere?

Vuoi mettere è quindi l’abbreviazione di “vuoi mettere a confronto?”. Si tratterebbe di una domanda quindi, una domanda che esprime però una preferenza, come per dire: vuoi scherzare? Hai il coraggio di fare questo confronto? È un confronto impari, non c’è storia, non c’è confronto.

Ho appena detto che è un “confronto impari”, cioè che è un confronto tra due cose che non sono pari tra loro, cioè non sono uguali di valore. In questo caso ci si riferisce ad una uguaglianza in termini di valore. Il termine impari è sinonimo di diseguale, ma esprime una differenza di valore, di merito, di qualità. Non è semplicemente una non uguaglianza.

Impari si scrive come impari, seconda persona dell’indicativo del verbo imparare (io imparo, tu impari, lui impara ecc), ma ovviamente cambia la pronuncia: ìmpari, impàri.

Impàri è, a dire il vero, anche il congiuntivo: “spero che Giovanni impari la lezione”, oppure “non è sicuro che io impari a memoria la poesia”.

Ma torniamo ad ìmpari. Impari non è informale, possiamo sempre usare questo modo di esprimere una preferenza, anche in contesti professionali.

Ho detto anche “non c’è storia”. Anche questa è una modalità informale. Non c’è storia esprime, analogamente a “vuoi mettere” una preferenza marcata, evidente. La storia in realtà non c’entra nulla, è solo un modo di dire, probabilmente si cerca una analogia con la storia, con avvenimenti passati, magari a sfide del passato, a guerre, come per cercare di immaginare una sfida, una battaglia e fare una previsione su come finirà: non c’è storia, cioè la storia è già scritta, è ovvio chi vincerà, è scontato, è facile immaginare il vincitore. In poche parole: “non c’è storia”.

Facciamo un esempio:

Mi ricordo bene della primavera piovosa e fredda dell’anno scorso. La primavera di quest’anno invece ci sta offrendo una catena di giorni quasi estivi. Vuoi mettere!

Ecco, anche in questo esempio, chi parla esprime una preferenza. È chiaro che è preferibile avere una primavera quasi estiva che una piovosa e fredda. Il contesto è informale, quindi usare questa espressione è corretto, alleggerisce la frase.

Ci sono delle piccole differenze tra le varie modalità che abbiamo visto.

Vuoi mettere si usa di più per le preferenze, mentre “non c’è storia” più nelle sfide, quindi nello sport ad esempio, o nelle competizioni, quando si fa una previsione soprattutto:

Chi vincerà? Beh, non c’è storia secondo me. Vincerà Giovanni.

Non c’è confronto” è sempre utilizzabile, è probabilmente il modo migliore se si vuole essere sicuri di non sbagliare.

Non c’è confronto tra la primavera calda di quest’anno e quella piovosa dell’anno scorso.

Tra Margherita e Eisabetta chi è la più bella? Beh, non credo ci sia confronto, preferisco Margherita.

Il termine “impari” come dicevo è più formale, ma è usato molto anche dai giornalisti. Questo non significa che voi non lo possiate usare in un qualsiasi confronto. Nessun italiano si stupirà.

Se sto parlando di un incontro di Pugilato (box), posso dire che tra i due pugili, “il confronto è stato impari sin dal primo momento”.

Se parlo di due cellulari, uno Samsung ed uno Huawei, se voi avete una marcata preferenza, potete dire che preferite Samusng (o Huawei) perché secondo voi “il confronto è impari”. Vedrete che un italiano, ascoltandovi, vi farà i complimenti per il vostro italiano.

È più bella la lingua italiana o il francese? Non è detto che il confronto sia impari, ma per qualcuno di voi potrebbe esserlo.

Meglio l’italiano, vuoi mettere?

Perché meglio l’italiano? E’ molto meglio il francese, non c’è proprio storia secondo me.

Beh, anche secondo me meglio l’italiano, la lotta è impari, l’italiano è più melodioso.

No, dai, non è vero, il francese è la lingua della diplomazia, non c’è confronto!

Non c’è paragone” è ancora un’altra espressione, del tutto equivalente a “non c’è confronto” ed infatti la parola confronto è equivalente alla parola paragone. “Mettere a paragone” è esattamente la stessa cosa di mettere a confronto, di conseguenza. Allora per esprimere una netta preferenza potremmo anche dire: “non c’è paragone!” Meno informale di “non c’è storia” ma del tutto analogo come significato.

Infine vale la pena di ricordare anche la frase “reggere il confronto”, che è una frase anche questa che si usa quando facciamo un paragone, un confronto, e manifestiamo una preferenza spiccata. Allora posso dire:

La Roma? Non regge il confronto col Real Madrid.

È più melodica la lingua francese di quella italiana? Può darsi, sicuramente l’inglese non regge il confronto però. Molto più melodiche la lingua italiana e quella francese. Si usa il verbo “reggere” perché reggere significa “sostenere”, “sopportare”, “resistere”. Come se ci fosse un peso da reggere, un grande peso che non ce la facciamo a reggere, a sostenere, a sopportare.

Se io non reggo il confronto con te significa quindi che io non riesco a sostenere il confronto con te, che non reggo il confronto, non riesco a reggerlo, a sopportarlo, poiché dopo un po’ di tempo risulterà chiaro che tu sei migliore di me. Il verbo reggere si usa per indicare lo sforzo che si fa ad apparire uguale, equivalente, quando invece non si riuscirà a lungo a sostenere questa tesi. Il senso dello sforzo a volte è anche inteso come uno sforzo psicologico, non è un caso che si usi anche con “reggere lo sguardo” nel senso di riuscire a guardare senza interrompere, senza staccare per vergogna o timidezza o senso di inferiorità.

La lingua inglese quindi, in quanto a melodia, non regge assolutamente il confronto con l’italiano: non c’è confronto, non c’è paragone. Non c’è storia, vuoi mettere? L’italiano è molto più melodica. È un confronto impari.

L’episodio di oggi finisce qui. Un saluto a tutti e grazie ancora per le vostre donazioni. Chi aiuta Italiano Semplicemente aiuta tutti gli stranieri che vogliono imparare bene l’italiano.

Benvenuta inoltre a Luciana, ultimo membro dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Luciana è, tra l’altro, anche il Tour Operator dell’associazione (questa è l’ultima novità!) e stiamo preparando una bella sorpresa per tutti i membri. Un saluto a tutti.

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Ci mancherebbe

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, dedicato all’espressione CI MANCHEREBBE, come richiesto da Mariana dal Brasile, ragazza brasiliana membro della nostra associazione culturale Italiano Semplicemente. Grazie Mariana di questa domanda. Chi vi parla è Giovanni, o Gianni, il creatore di italianosemplicemente.com.

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Mi dai l’occasione, cara Mariana, per fare un episodio dedicato ad un argomento interessante: come rispondere ad un ringraziamento. Un ringraziamento è quando una persona ti dice “grazie” per qualche motivo. Come possiamo rispondere?

Beh, prima di tutto vorrei io ringraziare tutti per il vostro interesse e le vostre donazioni.

Visto che parliamo di grazie e di ringraziamenti colgo quindi questa ghiotta occasione per ringraziare tutti voi che apprezzate italiano semplicemente.

Bene, allora “ci mancherebbe” è l’espressione di oggi. Allora se qualcuno ci ringrazia questa può essere la nostra risposta: “ci mancherebbe”, che è solamente uno dei tanti modi possibili per rispondere.

Prova a ripetere: ci mancherebbe!

È un’esclamazione, come avrete notato.

Attenzione alla pronuncia della doppia b.

L’espressione è composta da due parole. La prima è la particella “ci“, mentre la seconda è “mancherebbe”. Cominciamo da ci.

“Ci” è una parola molto particolare italiana, molto simile a “ce”, un’altra particella che ha un uso analogo ma che si usa in modo doverso. Per uno straniero può essere difficile usare correttamente ci e ce, ma fortunatamente abbiamo fatto alcune lezioni qualche mese fa dedicate a ci e ce. Molto brevemente vi ricordo “ci” che ha tre principali utilizzi.

Il primo utilizzo si riferisce a noi, ad esempio: (ripeti)

– mia madre ci vuole bene

Il che significa “mia madre vuole bene a noi” quindi “ci” sta per noi. Ad esempio noi figli: mia madre vuole bene a noi figli, quindi ci vuole bene, e ci riferisce a noi. Quindi se cambio il complemento oggetto, “ci” sparisce e viene sostituita da mi, ti, vi, gli, le.

– mia madre mi vuole bene (a me)

– mia madre ti vuole bene (a te)

– mia madre gli vuole bene (a lui o a loro)

– mia madre le vuole bene (a lei)

– mia madre vi vuole bene (a voi)

Il secondo utilizzo di ci invece si riferisce a un luogo, indica un luogo che non vogliamo ripetere:

– andiamo al cinema stasera? No, ci andiamo domani.

Dove andiamo domani? Al cinema.

In questo caso ci indica il cinema e possiamo riconoscere questo dal fatto che cambiando il soggetto ci non cambia :

– ci vado domani al cinema (io)

– ci vai domani (tu)

– ci va domani (lui, lei)

– ci andate domani (voi)

– ci vanno domani (loro)

Vedete che in questo caso “ci” non cambia quando cambia il soggetto, perché ci in questo caso indica il cinema.

Il terzo uso di “ci” è sempre per indicare qualcosa, ma non un luogo, bensì un’altra cosa: un oggetto, una circostanza, una situazione.

Ad esempio:

– Per andare a Roma ci vogliono 3 ore

– per risolvere questo problema ci vuole/vorrebbe un’idea geniale.

In questo caso si parla in generale, non c’è un soggetto identificato. Si usa il verbo volere, quasi sempre, come in questi due esempi che ho fatto. Ci vuole indica una necessità e ci vorrebbe indica anche un desiderio.

Ripeti:

– che caldo, ci sarebbe bisogno di un ventilatore!

– Ho un problema, ci vorrebbe una soluzione.

Nella frase “ci mancherebbe” siamo in questo terzo caso. Si indica in particolare qualcosa che manca. Non manca però a noi, perché non siamo nel primo caso e non indica neanche un luogo.

Cosa manca? Mancherebbe viene dal verbo “mancare“. Mancare indica una mancanza, cioè un’assenza di qualcosa. C’è qualcosa che non c’è, che manca, che è assente. Cos’è questa cosa?.

“Ci mancherebbe” è una espressione equivalente a “prego“, quella parla che si usa come risposta alla parola “grazie”. Semplice quindi. Abbiamo già detto che in questo episodio ci occupiamo proprio di questo.

Se qualcuno ti dice grazie si può rispondere con il classico “prego” oppure con “ci mancherebbe” dove usiamo il verbo mancare al condizionale. Ma perché?

Sapete che il condizionale si usa per indicare una condizione che quindi si può verificare oppure non si può verificare.

Solitamente quando c’è una condizione si usa “se”:

– se avessi fame mangerei.

Mangerei è condizionale. È quello che succederebbe se avessi fame. Cosa succederebbe se avessi fame? Mangerei. Attenzione quindi. Mangerei è la conseguenza. Se avessi fame, io mangerei. Alla terza persona non cambia nulla: se mio fratello avesse fame mangerebbe.

Allo stesso modo funziona “mancherebbe”. Mancherebbe indica una conseguenza.

Abbiamo fatto una cortesia, una gentilezza a una persona e questa persona ci ringrazia: grazie signore, grazie mille!

Noi rispondiamo “ci mancherebbe”

Quando rispondiamo “ci mancherebbe” è proprio perché vogliamo comunicare al nostro interlocutore una condizione e una conseguenza. Quale condizione e quale conseguenza? Tranquilli, ve lo spiego subito!

Quello che stiamo dicendo è:

Se non ti avessi fatto questa cortesia, mancherebbe qualcosa. Questa è la condizione.

L’assenza della cortesia vorrebbe dire che mancherebbe qualcosa, quindi questa frase “ci mancherebbe” in realtà è una abbreviazione, una frase veloce che indica una risposta di questo tipo: se io che ti ho fatto questo favore, questa cortesia, non lo avessi fatto (questa è la condizione) allora avrei fatto una cosa sbagliata, mancherebbe qualcosa, qualcosa sarebbe andato nel modo sbagliato; ci sarebbe una mancanza, il mio comportamento sarebbe stato sbagliato, perché questa cortesia sarebbe mancata.

Un po’ complicato, direte voi, ma è una formula di cortesia. Con questa risposta si sta dicendo che da parte mia non c’è nessun problema, non ho fatto nulla di insolito; è il mio normale atteggiamento.

La mia cortesia, il favore che ti ho fatto non è stato qualcosa di strano per me, non è stato uno sforzo per me, ma un atto assolutamente naturale, quindi non ti preoccupare di ringraziarmi, si tratta di un atto dovuto, anzi, in caso contrario ci sarebbe qualcosa che sarebbe mancato. “Ci mancherebbe” indica esattamente questo.

La particella “ci” in questo caso indica il mio comportamento: nel mio comportamento ci sarebbe stato qualcosa di mancante se mi fossi comportato diversamente.

È semplice capire che non si tratta di noi e neanche di un luogo, soprattutto perché “ci mancherebbe” indica quasi sempre una risposta ad un ringraziamento.

Tuttavia è possibile, non è da escludere che “ci mancherebbe” indichi qualcos’altro, come “a noi mancherebbe” oppure qualcosa in generale. “Ci mancherebbe” quindi, qualche volta non significa “prego” ma può indicare semplicemente “a noi mancherebbe“, oppure “manca qualcosa”.

Ad esempio, se stai su un aereo in compagnia di un amico e la hostess vi porta il pranzo e poi vi chiede: tutto ok signori? Avete bisogno di qualcos’altro? Voi potete rispondere: ci mancherebbe l’acqua.  State indicando un bisogno e utilizzate per essere più gentili.

Oppure potete dire alla hostess: scusi, quanto ci mancherebbe per arrivare? Che è un modo alternativo per chiedere: quanto manca per arrivare?

C’è anche però un altro utilizzo ancora di “ci mancherebbe”, che è quello di allontanare mentalmente qualcosa. Se ad esempio non ci auguriamo che accada qualcosa, se non vogliamo che qualcosa accada, allora possiamo usare questa espressione per dire che sarebbe una cosa negativa se accadesse, ad esempio se sto parlando con te e tu mi dici: Sai Giovanni, domani finalmente è sabato e possiamo andare al mare, ma forse domani pioverà.

Io posso rispondere:

ci mancherebbe solo che domani piova! Dopo tanta fatica al lavoro se domani dovesse piovere sarebbe una vera sfortuna.

Un altro esempio: sono stato trattato male da mia moglie e secondo me non c’era ragione, non c’era motivo. Mi sono offeso con lei, mi sono arrabbiato e sono uscito di casa. Un amico mi dice: torna a casa e fai pace con lei, altrimenti ti chiude fuori di casa e non ti fa più entrare!

Io allora posso dire:

cosa? Ci mancherebbe che mi chiude anche fuori casa adesso!

In questi casi quindi uso ci mancherebbe per allontanare qualcosa, e per segnalare una esagerazione, un qualcosa di esagerato.

Ma restiamo all’utilizzo di “ci mancherebbe” come alternativa a “prego”.

Vi starete ora sicuramente chiedendo se posso usare prego e ci mancherebbe allo stesso modo.

Prego come sapete ha più significati. Potete ascoltare l’episodio dedicato a questa parola. Quando è la risposta a “grazie”, prego è una risposta molto educata, da usare con chiunque: amici, parenti, conosciuti e sconosciuti.

“Ci mancherebbe” invece è anche questa una risposta gentile, ma più confidenziale. Lascia intendere che esiste un rapporto più vicino tra due persone. A volte si usa quando vogliamo esprimere un atteggiamento di riconoscenza, come per dire che quello che abbiamo fatto è nulla in confronto a quello che abbiamo ricevuto.

Quindi la persona con cui parliamo è spesso un amico, un collega, col quale abbiamo già avuto rapporti, che qualche volta ci ha fatto a sua volta dei favori. Questa è la differenza tra prego e “ci mancherebbe”. Ci mancherebbe è più amichevole.

Ci sono poi delle espressioni alternative come “ci mancherebbe altro“, che è equivalente e anche più marcata come espressione. La parola “altro” indica che un altro comportamento non sarebbe stato accettato.

Ti ringrazio per avermi aiutato!

Ma non ti preoccupare, ci mancherebbe altri! (ripeti).

È importante anche il tono, cioè la voce, quando si pronuncia questa esclamazione:

ci mancherebbe altro! (ripeti)

Oppure:

ci mancherebbe anche questo! (ripeti)

Che sottolinea ancora di più che questo mio comportamento non poteva assolutamente mancare, sarebbe stata una mancanza molto grave.

Finora però, abbiamo visto solamente espressioni orali ed abbastanza informali. Esiste anche:

figurati!

Espressione altrettanto informale. Ma vediamo cosa succede se vogliamo essere più professionali. In tal caso possiamo sostituire figurati con :

– si figuri!

Anche questa adatta all’orale ma possiamo utilizzare con degli sconosciuti o anche con dei clienti, quindi è più adatta al lavoro. Una valida alternativa a “prego”.

Ci sono quindi più modalità per rispondere ad un ringraziamento. Se conoscete la persona potete dire “ci mancherebbe”, “ci mancherebbe altro”, o “figurati”, mentre se non conoscete la persona, al lavoro o con la clientela va benissimo un “prego” o un più cortese “si figuri”.

Con “Si figuri” si dà del lei, quindi è chiaro che questa è una forma di maggiore rispetto.

Ci sono altri modi per rispondere ad un “grazie” naturalmente, come “di niente” o “che sarà mai“, che abbiamo già spiegato in un altro episodio.

L’episodio di oggi però finisce qui, grazie per l’ascolto. Vi ricordo che chiunque di voi abbia esigenze più particolari, soprattutto se avete un’azienda, un’attività in cui lavorate con italiani o avete clienti italiani, in questi casi il corso di italiano professionale potrebbe esservi di aiuto.

Potreste utilizzare diverse modalità molto adatte alla comunicazione con la clientela e con altre aziende con cui lavorare, sia all’orale ma soprattutto allo scritto, tramite e-mail ad esempio. In questo caso basta aderire all’associazione italiano semplicemente e potrete ottenere il corso di italiano professionale con tutte le lezioni dedicate al linguaggio formale e commerciale, tra cui questa dedicata ai ringraziamenti professionali.

Un saluto da Roma. Spero che Mariana sia soddisfatta della spiegazione.

Ciao

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