Ce ne vuole, ce ne passa

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Buongiorno amici, chi vi parla è Giovanni, il presidente dell’Associazione culturale Italiano Semplicemente e creatore del sito italianosemplicemente.com.

Oggi voglio parlarvi della particella “ce”. Lo abbiamo già fatto in precedenti puntate di Italiano Semplicemente – non me ne vogliate per questo – ma ritengo che sia il caso di fare ancora un episodio vista la difficoltà che voi stranieri avere a riguardo.

Bene, nei precedenti episodi dedicati alla particella “ce” abbiamo visto che questa particella si accoppia spesso con un’altra particella, che è la particella “ne”.

Ovunque ci sia “ce” è difficile non trovare anche “ne”. Poi abbiamo visto che ce è diverso da “ci”, un’altra particella fastidiosa.

Oggi in particolare vediamo la frase: “ce ne vuole” e “ce ne passa”.

Bene, per capire il significato della frase “ce ne passa”, o “ce ne vuole” devo subito puntualizzare una cosa: stiamo parlando di opinioni. Inoltre parliamo di associazioni, nel senso di associare due cose tra loro, accoppiare, mettere in relazione, parliamo di distanza ed infine parliamo di futuro, cioè di tempo. Parliamo anche di fantasia.

Spero di non avervi confuso ulteriormente. Mi spiego meglio.

Parliamo di opinioni, ho detto, perché “ce ne passa” e “ce ne vuole” sono frasi che si usano quando si esprime un’opinione, quando si fa una considerazione, quando si esprime un pensiero.

Ho parlato di associazioni, perché questo pensiero si riferisce a due cose, due cose che potrebbero essere associabili, potrebbero essere accostate, potrebbero essere messe a confronto, si potrebbe addirittura credere che queste due cose siano una la conseguenza dell’altra.

Ho parlato di distanza, perché questa relazione tra le due cose che stiamo confrontando, secondo l’opinione di chi parla, è in realtà una relazione da non fare. Non si devono accostare i due concetti, due fatti, due eventi, due questioni. Tra le due cose c’è una certa distanza, non sono due cose da avvicinare, perché sono ancora distanti.

Ho parlato di tempo e di futuro, perché queste due cose di cui stiamo parlando spesso riguardano il tempo.

Ecco, adesso sicuramente vi ho disegnato la cornice in cui inquadrare le due espressioni: “ce ne vuole” e “ce ne passa”. Ora che la cornice è fatta adesso vi disegno il quadro.

Vi faccio subito qualche esempio delle frasi di oggi:

Ho trovato dei soldi, (ad esempio 100 euro) nelle tasche dei pantaloni di mio figlio. Allora preoccupato di questo vado da mia moglie e dico: guarda cosa ho trovato! Secondo me li ha rubati tutti questi soldi!

Mia moglie allora potrebbe dire:

Rubati? E perché? Di qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

Questa risposta di mia moglie ha un significato preciso: non è vero che li ha rubati, o meglio: abbiamo trovato 100 euro nelle tasche di nostro figlio, questo è un fatto. Ma tu stai dicendo che li ha rubati, che li ha sottratti a qualcuno. Queste due cose non sono associabili secondo me. Secondo me non dobbiamo necessariamente pensare che li abbia rubati. È una associazione che non dobbiamo fare, perché non è l’unica conclusione possibile. Potrebbero essere tante le ragioni:

– Potrebbe averli guadagnati con un lavoro

– Potrebbe averli trovati

– potrebbe averglieli regalati qualcuno

– Potrebbe aver vinto una scommessa

– Potrebbero essere il frutto dei suoi risparmi

Quindi da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa! Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

Vedete che stiamo cercando di creare una distanza tra le due cose: la prima cosa è la scoperta dei 100 euro trovati nella tasca dei pantaloni e la seconda è considerare ladro nostro figlio.

Le due cose non sono confrontabili per la madre, ecco perché dice: “da qui” (cioè da questo fatto, se partiamo da questa scoperta, dal trovare 100 euro nei pantaloni) a considerare nostro figlio un ladro ce ne vuole!

Vedete come ho fatto un confronto: “da – a” e con questo la madre vuole creare una distanza trale due cose, non vuole associare la scoperta con un giudizio negativo su suo figlio.

“Da – a” si usa spesso con le distanze nello spazio, quando cioè parliamo di distanze tra luoghi: da Roma a Parigi ci sono più di 1000 km. Da casa mia a casa tua la distanza è di 100 metri.

Lo stesso accade con i concetti da collegare tra loro, o da allontanare tra loro: “da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!”

“Ce ne passa” o “ce ne vuole” è la parte finale della frase, che sta ad indicare la molta distanza.

È un’immagine quella che la madre sta cercando di dare al marito.

Quanti km ci sono tra Parigi e Roma? Ce ne sono molti!

Potrei dire: Ce ne sono di Km da Parigi a Roma!

È una esclamazione, che ha il valore di una affermazione. “Ce ne sono di km” vuole dire che “ce ne sono molti”. La parola “molti” non si dice, sia dà per scontata. Ma è come se la dicessimo.

Allo stesso modo la frase della madre: da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

In questo caso non mi riferisco alla distanza in km ovviamente. In questo caso mi riferisco alla capacità di deduzione, alla fantasia. La madre vuole dire che ci vuole molta fantasia (ce ne vuole di fantasia!) a pensare che le due cose siano associabili.

Quelle che seguono sono tutte frasi equivalenti che vi invito a ripetere anche nel tono:

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di fantasia!

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di immaginazione!

L’uso di “vuole” è più intuitivo di “passa”. Si capisce più facilmente che “ci vuole molta fantasia” viene sostituito da “ ce ne vuole di fantasia” oppure di “ce ne vuole” e basta.

Invece il verbo “passare” è più difficile da capire. Cerco di spiegarvelo.

Passare fa riferimento ad uno spazio, che è sempre una distanza tra due cose.

Ad esempio io non riesco a passare con la mia macchina in una strada molto stretta. Questo perché il passaggio è stretto. Non ci passo!

La distanza tra una parte e l’altra della strada è troppo breve. Non ci passo! Con la mia macchina non ci passo! È troppo stretto!

Se invece la strada è molto larga, tanto larga che ci passano 10 automobili, potrei dire: certo che ci passo con la mia macchina in quella strada, ce ne passano di macchine in quella strada!

Ce ne passano di macchine!

Questo è un modo per dire che ne passano molte di macchine.

In modo figurato posso usare il verbo passare per indicare una distanza, una grande distanza. Quindi la madre dice:

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

Credo che ora sia abbastanza chiaro il concetto!

Per capire ancora meglio: c’è anche un proverbio italiano che dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

Questo per indicare che la distanza tra il dire ed il fare è notevole! Una cosa è dire, un’altra cosa è fare. Potrei anche trasformare questo proverbio così:

Tra il dire e il fare ce ne passa!

Quindi questo significa che c’è una grande differenza, c’è una grande distanza tra il dire: ci vuole poco a parlare! E il fare, che è molto più faticoso J

Il verbo passare e volere sono spesso collegati al tempo. All’inizio ho detto che anche il tempo e il futuro è chiamato in causa spesso in questo tipo di frasi: il passaggio del tempo, cioè il trascorrere del tempo. Spesso si dice: ci vuole molto tempo. Il che significa: dovrà passare molto tempo. Quindi volere e passare si usano spesso quando si parla di tempo: ore, secondi, minuti, anni!

Quindi posso dire ad esempio:

A mia figlia di 6 anni piacciono molto gli aeroplani. Ce bello! Ma per curiosità: quanto tempo ci vuole per diventare un esperto di ingegneria aerospaziale?

Potrei rispondere: ce ne vuole di tempo! Ne deve passare di tempo prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale!

Vedete che qui in realtà ho puntualizzato, ho specificato: ce ne vuole di tempo, ne deve passare di tempo. Aggiungo “di tempo” perché sto puntualizzando, sto specificando che mi sto riferendo al tempo.

Ma potrei anche dire:

Ah, ce ne vuole!

Prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale ce ne vuole!

In questo caso faccio implicitamente riferimento al tempo, ma mi potrei riferire anche alla fatica, alle cose che possono accadere nel frattempo, ai gusti che cambiano, insomma a tutte le cose che “passano” tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali.

Tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali ce ne passa!

Bene ragazzi, un ultimo avvertimento: le due particelle “ce” e “ne” non sempre hanno questo significato. L’uso dei verbi passare e volere aiuta a interpretare la frase in questo modo, ma con altri verbi non funziona così. Ad esempio:

Domanda: dove andate? Risposta: Ce ne andiamo!

Domanda: ve ne siete accorti? Risposta: sì, ce ne siamo accorti!

Affermazione: Abbiamo perso l’aereo! Risposta: Ce ne dispiace molto!

Domanda: Quante speranze vi date? Ce ne diamo molte!

Domanda: Quanti gelati volete? Risposta: ce ne mangiamo due a testa!

Domanda: quante arance ci sono in frigo? Risposta: ce ne sono molte!

Domanda: quanti modi ci sono di usare le due particelle ce e ne? Risposta: ce ne sono molti!

Spero di essere stato esaustivo amici con la spiegazione di oggi. Certo che ce ne vuole di tempo per imparare una lingua!

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La quota associativa cambia da paese a paese, in base alle possibilità economiche di ciascun paese.

Un abbraccio e un grazie a tutti per l’ascolto.

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Tanto vale

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Eccoci qua ragazzi, anche oggi con una espressione idiomatica italiana. Anzi, quella di oggi non è una espressione idiomatica ma è quella che si chiama una locuzione grammaticale.

Sono due semplici parole quelle che compongono la locuzione “tanto vale” ma messe insieme, in questo ordine, hanno un significato particolare.

E’ semplice in realtà spiegarne il senso, infatti “tanto vale” significa “è lo stesso”, o “è la stessa cosa”.

In pratica quando usiamo questa frase, informale e molto usata nel linguaggio quotidiano, vogliamo sottolineare l’inutilità pratica di un’azione, ma si usa in risposta ad una affermazione. Precisamente vogliamo dire che lo stesso effetto si può ottenere anche in un altro modo, magari più semplice, più economico, o meno faticoso, che richiede meno tempo.

Vi faccio qualche esempio.

Sono uno studente universitario, devo dare un esame di italiano, e si tratta di un esame difficile, difficilissimo.

Allora non so se sono abbastanza preparato per superare l’esame. Se però non faccio l’esame potrò farlo solamente tra 6 mesi.

A questo punto un mio amico può dirmi:

Beh, a questo punto tanto vale provarci!

Cosa vuole dire il mio amico? Vuole dire che anche se non superassi l’esame, potresti comunque rifarlo tra sei mesi, quindi ti conviene comunque provare a far l’esame. Se sarai promosso, ben venga, se invece sarai bocciato, darai l’esame tra sei mesi, ma se non proverai a fare l’esame comunque avrai nuovamente l’esame tra sei mesi. A questo punto tanto vale fare l’esame!

Ecco, quindi “tanto vale” significa “ti conviene”, “non hai nulla da perdere”. Fare l’esame non comporta dei rischi, perché se non darai l’esame, se non proverai a fare l’esame perché hai paura, sarà come farlo e non superarlo, allora tanto vale provare, così almeno ci sono delle possibilità.

Quindi “tanto vale” si usa quando si vuole mostrare al nostro interlocutore la convenienza di una certa azione. In questo caso la convenienza nel fare l’esame anziché rinunciarci.

Tanto vale dare l’esame. Fare l’esame vale tanto quanto non farlo, anzi, vale di più!

Attenzione qui. “Tanto vale” non è come “vale tanto“. Non è esattamente uguale, ma semplicemente perché “tanto vale”  è una locuzione grammaticale, cioè è una “frase fatta“, come si dice. Le locuzioni grammaticali si chiamano anche in questo modo “frasi fatte” nel senso che hanno un significato che gli italiani sanno riconoscere, e “vale tanto”, con le parole invertite, non è una frase fatta. Benché sia formata dalle stesse parole non si usa nelle stesse situazioni.

C’è ovviamente una similitudine nel significato.

Vale tanto” si usa in frasi tipo:

La mia macchina vale tanto!

Cioè la mia macchina ha un valore elevato, vale tanto, cioè tanti soldi.

Oppure:

La mia macchina vale tanto quanto la tua.

Cioè la mia macchina ha lo stesso valore della tua macchina.

Invece se invertiamo l’ordine delle parole otteniamo “tanto vale” che si usa, come dicevo prima, per mostrare la convenienza di una scelta rispetto ad un’altra. Si usa quindi per fare dei confronti.

Si ascolta una affermazione e poi si dice la propria opinione, indicando una preferenza in luogo di un’altra:

Vuoi andare al mare? Ma con questa pioggia tanto vale andarci domani al mare!

Ad una donna che è stata tradita dal marito potrei dire:

Se non volevi sposare Francesco, perché eri sicura che ti avrebbe tradito, tanto valeva non sposarlo!

Quindi in questo caso ho parlato al passato. Tuo marito ti ha tradito, ma se sapevi che lo avrebbe fatto e non volevi sposarlo per questo motivo, allora non dovevi sposarlo. Quindi non sposare Francesco sarebbe stata la scelta migliore! Tanto valeva non sposarlo!

Riguardo al tempo, “tanto vale” si usa al presente per delle scelte e delle azioni che si devono ancora fare.

Tanto valeva” si usa invece per il passato, per commentare il passato a ragion veduta, cioè a  posteriori, giudicando sapendo come sono andati i fatti.

Spesso si usa anche dire: “tanto varrebbe“, al posto di “tanto vale” se non vogliamo dimostrare eccessiva sicurezza nel nostro consiglio. Diciamo che in questo caso, con “tanto varrebbe” si tratta più di un consiglio, con “tanto vale” invece è più una considerazione, un’opinione sicura, decisa.

Dicevo che si usa in moltissime occasioni. Il motivo per cui preferire una scelta al posto di un’altra può essere legato al tempo, o alla fatica impiegata, o alla semplicità. Il “valore” a cui facciamo riferimento nella frase “tanto vale” è quindi generico, non specificato. La frase da sola chiarisce a quale tipo di valore facciamo riferimento.

Se ci riferiamo al tempo ad esempio diciamo:

Perché andare in treno al lavoro? Se impieghiamo 1 ora tanto vale andare a piedi se impieghiamo sempre un’ora.

Se ci riferiamo alla fatica:

Se studiare insieme a me ti costa fatica e dà gli stessi risultati di studiare da soli, tanto vale studiare da soli!

Se mi riferisco alla semplicità:

Se ti sembra così complicato studiare la grammatica italiana ma riesci ugualmente a parlare in italiano senza fare errori, tanto vale non studiare la grammatica!

Quindi ricapitolando: tanto vale, tanto valeva, tanto varrebbe significano “è lo stesso”, “sarebbe stato lo stesso”, “darebbe gli stessi significati”, ed è una locuzione grammaticale, cioè una frase fatta per esprimere una preferenza che non comporta una perdita di qualcosa, qualcosa espresso in termini di valore. Questo valore può essere riferito alla semplicità, al tempo, alla fatica eccetera. In generale al valore.

Gli italiani la usano spessissimo, e concludo dicendo che se consideriamo che la ascolterete spesso dagli italiani, allora tanto vale che impariate ad usare questa frase.

Attenzione: può capitare di ascoltare “tanto vale” non come frase fatta ma come un modo per sottolineare il valore di qualcosa. Ad esempio:

La Barilla quest’anno ha speso 300 milioni in pubblicità: tanto vale acquistare degli spazi televisivi.

In Italia quest’anno abbiamo risparmiato 1 miliardo di euro. Tanto vale il taglio degli stipendi del settore statale.

Esempi di questo tipo ne troverete molti in realtà. Per riconoscere la frase fatta da questi ultimi due esempi, notate che la frase fatta possiamo riconoscerla da alcune caratteristiche:

Contiene spesso la congiunzione “che“:

tanto vale che, tanto valeva che… eccetera

Se non mi ami più, tanto vale che mi lasci stare!

A volte è presente “allora“:

Se devi sempre essere bocciato, allora è meglio non studiare più!

Altre volte è presente l’uso del congiuntivo:

Se non sei convinto del metodo di insegnamento di Italiano Semplicemente, tanto vale che tu scelga un normale corso di italiano

Ciao ragazzi.

 

I luoghi comuni

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Buongiorno amici, oggi voglio spiegarvi una espressione abbastanza comune in Italia: i luoghi comuni.

Può sembrare una frase semplice, perché tutti conoscete “i luoghi”. I luoghi sono le località, i posti. I luoghi hanno a che fare con la geografia. Un luogo è, in senso ampio, una parte dello spazio, una parte circoscritta, precisa, determinata e ben identificata. Ma un luogo comune?

Un luogo comune potrebbe essere un luogo dove ci sono molte persone, un luogo frequentato da molte persone. Sì, questo è vero. Un luogo comune può essere questo, ma generalmente in questi casi si parla di luoghi molto frequentati, luoghi comunemente visitati, luoghi famosi.

In realtà un luogo comune, in italiano è tutta un’altra cosa. E’ infatti un modo di dire, un modo di dire che indica ciò che normalmente si dice, o si sente dire, di una categoria di persone, o di una paese.

Stiamo parlando quindi di ciò che si dice e si pensa di qualcosa, un’opinione diffusa tra le persone, di un’idea che accomuna molte persone. Molte persone la pensano in un certo modo, hanno una certa idea.

Ma non si tratta non solo di questo. In realtà molto spesso, ma non sempre, si tratta di qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo superficiale. Spesso si tratta di qualcosa dettato dal pregiudizio.

Spiego meglio.

Un tipico luogo comune riguarda l’opinione degli stranieri sugli italiani. Il luogo comune riguarda quindi gli italiani. Quali sono le caratteristiche degli italiani? Cosa ne pensano nel mondo degli italiani?

Ad esempio gli italiani mangiano la pasta.

Questo è un luogo comune. La pasta è una tradizione italiana, da sempre. Si tratta di un luogo comune che ha un fondo di verità. Si dice così quando qualcosa è in parte vera: ha un fondo di verità. Si dice anche che solo in Italia si sappia cuocere la pasta alla perfezione. Ad esempio la pasta deve essere “buttata” in acqua solamente quando l’acqua bolle, cioè diventa talmente calda da fare le bolle. L’acqua deve essere salata, cioè si deve aggiungere del sale all’acqua. Il sale non si mette sulla pasta ma si mette solamente nell’acqua, e questo non si fa in tutto il mondo. La pasta deve essere scolata al dente: quindi la pasta va tolta dal fuoco, cioè dall’acqua quando non è troppo cotta. Parliamo generalmente di otto-nove minuti di cottura. Insomma che in Italia si sappia cucinare bene la pasta è sicuramente vero, ma che sia l’unico luogo al mondo dove si sappia cucinare bene la pasta non è sicuramente vero. Si tratta appunto di un luogo comune, di una opinione diffusa e che spesso trova riscontro con la realtà. Si tratta sicuramente di un modo per semplificarci la vita quella di usare dei luoghi comuni.

Però un luogo comune non è necessariamente sempre “vero” solo perché molte persone lo pensano. E’ una opinione che si è diffusa nel tempo, e questo lo fa sembrare a volte ovvio, scontato.

Ma perché si chiama “luogo” comune? perché la parola luogo? Sembra che derivi dal latino “locus communis”, e il luogo era la piazza, cioè un luogo dove le persone si incontravano, e conversano tra loro, dicendosi delle cose, scambiandosi informazioni che diventavano appunto luoghi comuni, come la stessa piazza.

All’inizio ho detto che spesso si tratta di qualcosa dettato dal pregiudizio. Il pregiudizio è una opinione che noi abbiamo già su una persona o su una categoria di persone. “Pre” sta per anteriore, cioè “prima”. Quindi è un giudizio che noi non facciamo in virtù di una conoscenza reale, ma in base a ciò che abbiamo sentito dire, in base appunto a qualcosa di preconcetto; insomma, un “vero luogo comune”.

Se un luogo comune è “dettato dal pregiudizio“, significa che è colpa del pregiudizio se noi abbiamo quel luogo comune. Come una maestra che fa il dettato agli alunni della sua classe: se una parola è sbagliata gli alunni scrivono la parola sbagliata: è colpa della maestra!

Si usa spesso il verbo “dettare” in modo figurato: significa consigliare, ispirare.

Ad esempio si dice spesso:

Una cosa dettata dal buon senso (ripeti)

Ho sempre fatto ciò che mi detta il buon senso (ripeti)

Il mio comportamento è dettato dal buon senso (ripeti)

Quindi dettare è una cosa che non fanno solo le maestre a scuola. Quando devono far scrivere un testo agli alunni le maestre leggono lentamente il testo e gli alunni devono scriverlo, quindi le maestre fanno quello che si chiama il dettato, dettano il testo e gli alunni scrivono il testo dettato dalla maestre o maestri.

In senso figurato se qualcosa è dettato dal pregiudizio, o dal buon senso vuol dire che la buona fede, cioè l’onestà, la correttezza, o il buon senso sono i responsabili del risultato.

Quindi posso dire:

mi sono comportato in questo modo perché credo sia un atteggiamento di buon senso

quindi:

Il mio comportamento è stato dettato dal buon senso.

I luoghi comuni non sono sempre dettati dal pregiudizio però. A volte sono dettati dall’ignoranza o dalla superficialità.

Alcuni luoghi comuni famosi sono:

i francesi sono romantici

muoiono sempre i migliori

le donne non sanno guidare

le piramidi sono state costruite dagli schiavi

I tedeschi pensano solo al lavoro

I brasiliani non fanno che ballare la samba e bere Caipirinha

I russi sono scontrosi

Eccetera.

Spesso si parla di “stereotipi“, parola che ha lo stesso significato di luogo comune e che significa “immagine rigida” in lingua greca. Immagine rigida, quindi un’idea, una immagine che abbiamo in testa, nella nostra testa, che è una immagine rigida, dura a cambiare, difficile da cambiare, da modificare.

C’è anche la parola cliché, molto simile a stereotipo. Si tratta di un termine evidentemente di origini francesi e che viene dal linguaggio della stampa, della tipografia. Quando si effettua una stampa sembra che si produca un rumore, che suoni più o meno così: “cliché”. Un rumore che si sente molte volte e quindi questo termine nel tempo è diventato una metafora per un qualsiasi insieme di idee ripetute nello stesso modo, in massa, da tante persone.

Un breve episodio quello di oggi, che finisce qui. Un saluto a tutti.

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Infatti, in effetti

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Trascrizione in corso

Buongiorno ragazzi, oggi voglio rispondere ad una domanda che mi è arrivata da una ragazza di nome Ericka, che saluto e ringrazio per questo.

Erika mi ha chiesto di spiegare la differenza tra infatti e in effetti.

Infatti è la prima parola, di sette lettere e poi in effetti, che sono due parole: la preposizione in seguita dalla parola effetti.

Bene allora vi dico subito che si tratta di due modalità molto simili, che in alcune occasioni possono essere l’una utilizzata al posto dell’altra. C’è però una differenza. Su internet non è facile trovare una spiegazione dettagliata di “in effetti” perché è composta da due parole e non è una vera espressione idiomatica. Si tratta di una locuzione grammaticale cioè un gruppo di parole che funziona come un’unità lessicale con significato proprio, che prescinde dalle singole parole di cui è composta.

Noi italiani lo diamo per scontato, perché pensiamo sia semplice, l’utilizzo corretto di “in effetti” ma pensandoci bene scopro che non è così.

Per infatti invece è più facile trovare una spiegazione, poiché si tratta di una sola parola, si tratta di una congiunzione. Una congiunzione congiunge, cioè unisce due parti di una frase.

Infatti viene utilizzato per confermare, per dare una conferma ad un’altra persona, o per confermare una frase precedente. Sta in mezzo solitamente a due parti di una frase. Ma spesso sta anche da sola, alla fine della frase.

Ad esempio:

Non ti ho trovato a casa ieri, infatti eri uscito.

Quindi dopo la parola infatti c’è un’altra frase che conferma la frase precedente, che avvalora la frase precedente, che dà una ulteriore prova della veridicità della frase precedente.

Dicevo che posso anche evitare di aggiungere altro. Infatti può terminare una frase.

La parola infatti è anche una affermazione singola, il cui scopo è confermare semplicemente la frase precedente detta da qualcun altro.

Oggi non ho voglia di studiare italiano, meglio ascoltare un episodio di Italiano Semplicemente che ne dici?

Risposta: infatti!

In questi casi significa si, buona idea, è vero, hai ragione.

Infatti ha qualche sinonimo, che potete usare al suo posto, ma c’è sempre qualche piccola differenza:

di fatto, nei fatti, in realtà, invero, appunto, esattamente, precisamente, proprio, effettivamente, veramente, tanto è vero.

Di fatto” e “nei fatti” si usano maggiormente per evidenziare un fatto, la realtà dei fatti, l’evidenza.

Giovanni dice di essere povero, ma di fatto lui ha 3 automobili.

Con Italiano semplicemente non si studia la grammatica, ma nei fatti si impara bene l’italiano

In realtà” si usa per contrastare una precedente affermazione, per negare qualcos’altro quindi, evidenziando un secondo aspetto, qualcosa che mette in evidenza la verità. Molto simile a “di fatto” e “nei fatti”.

Sabrina sembra una anziana signora, ma in realtà ha solo 35 anni.

Invero è molto meno usato di infatti e degli altri sinonimi. Viene da “in+vero” ed equivale a davvero, veramente, ma è meno usato.  Serve ad introdurre un’argomentazione che conferma quanto è detto precedentemente. Niente di nuovo quindi:

Imparare l’italiano può essere un problema per qualcuno, e invero non ci sono molti metodi validi.

Appunto, proprio, precisamente, esattamente si usano come in risposta, come affermazione energiche, per dare forza a una frase. Sono simili a “sì”, “infatti”, “bravo”, come a confermare che un concetto è proprio quello che volevo dire, quindi ha un tono di conferma:

Se una persona ti dice:

Hai visto? avevi ragione tu!

La tua risposta potrebbe essere:

Appunto, te l’avevo detto!

proprio così!

era precisamente questo ciò che volevo dire.

era proprio ciò che ti dicevo.

era appunto quello che intendevo io.

infatti, proprio questo intendevo dire

“Infatti” è anche simile ad un’altra congiunzione: “difatti“, ma questa parola, in realtà, benché molto simile, anche nella pronuncia, ad “infatti”, è molto simile, come significato, anche a “in effetti“. Quando usiamo “difatti” o “in effetti”, solitamente aggiungiamo sempre qualcosa dopo.

Ma non è soltanto questo. Questo non basta a capire la differenza, perché accade spesso anche con “infatti”.

Quello che aggiungiamo non serve solamente a confermare la frase precedente ma serve a convincere e anche a convincersi, serve a convincere se stessi della veridicità della frase precedente. È una specie di riflessione, alla quale facciamo seguire qualcosa di convincente, una prova, qualcosa che ci convince.

“in effetti” si usa spesso per convincere la persona con cui si parla, il proprio interlocutore, mostrando che noi stessi ora siamo più convinti, ma l’uso di “in effetti” dimostra l’esistenza di un dubbio, di qualcosa di cui non eravate sicuri e quindi cercate di trovare dei collegamenti logici, dei nessi, dei legami per dimostrare qualcosa.

Se usate “in effetti” in pratica volete essere più convincenti ma voi stessi state cercando una soluzione un legame logico.

Se invece usate “infatti” non è mai del tutto sbagliato ma non avete dei dubbi. Si tratta semplicemente di una conferma. È più semplice usare “infatti”, ed anche più comune, tra gli italiani e tra gli stranieri.

Vi faccio un esempio:

Ieri è piovuto, infatti ho dovuto prendere l’ombrello.

Beh, in questo caso non ha nessun senso usare “in effetti” perché non ci sono dubbi sul fatto che ieri piovesse, non devo fornire prove, non è in discussione la pioggia. È sicuro che ieri piovesse. Quindi ho dovuto prendere l’ombrello. Questa è una semplice conferma e anche una conseguenza della pioggia di ieri.

Se invece dico:

Non so se ieri sia piovuto o meno a Roma. Non ero a Roma ieri, ma forse è piovuto. In effetti ho trovato una pozzanghera quando sono tornato a casa.

Quindi in questo caso non sono sicuro se ieri sia piovuto, ma il fatto che al mio ritorno io abbia trovato una pozzanghera a terra mi fa credere che ieri sia piovuto. Una pozzanghera è semplicemente acqua, un piccolo accumulo di liquido che si trova a terra, sul suolo, e solitamente si forma a seguito della pioggia.

Quindi abbiamo capito che “in effetti” si usa per cercare di dare credito a una affermazione, per dare una spiegazione, per cercare delle prove.

“Difatti” è, come vi dicevo, molto simile a “in effetti” , ma anche simile a “infatti” . Diciamo che è una via di mezzo.

L’origine è sempre nella parola “fatto” cioè qualcosa che è accaduto. Il fatto è un avvenimento, una cosa reale che è successa, che si è realizzata. Quindi infatti e difatti contengono entrambi la parola “fatti” che vuole indicare quindi dei fatti, degli avvenimenti che confermano qualcosa.

“In effetti” invece contiene la parola “effetti”, plurale di “effetto”.

L’effetto è il risultato, la conseguenza di qualcos’altro. L’effetto è il contrario della causa.

La causa determina l’effetto. Quindi quando usiamo “in effetti” vogliamo cercare delle conseguenze, degli effetti di un qualcosa che è la causa. “In effetti” è più complicato da sostituire rispetto a “infatti”.

Possiamo sostituirlo con “difatti”, ed a volte anche con “adesso che ci penso“, “pensandoci bene”, “pensandoci attentamente“, oppure “guarda, credo che questo possa aiutare a capire“.

Notate anche che non si usa dire “in effetto” al singolare. La parola effetto infatti, al singolare, si usa spesso per altri motivi. Ad esempio per indicare una sensazione:

Ad esempio:

Che effetto ti ha fatto rivedere tua sorella dopo 20 anni? Non ti ha fatto effetto rivederla dopo tanto tempo?

Mi ha fatto veramente effetto tornare nella mia vecchia casa.

Ma questo è “fare effetto”, un’altra locuzione avverbiale. Per evitare fraintendimenti quindi, “in effetti” si usa solamente al plurale. Questo è importante.

Per ultimo vi faccio notare che “in effetti”, come espressione a se stante, come espressione singola, senza aggiungere altre parole dopo, si usa per affermare che ci si è convinti di qualcosa. E’ come dire: “sì, è vero!”

Si usa quindi per dire:

Hai ragione, hai proprio ragione, ora che ci penso questa è la verità.

In poche parole “in effetti!”

In questo caso è una esclamazione.

Ad esempio, se un vostro amico vi dice:

Italiano semplicemente è un sito molto utile per imparare e migliorare l’italiano. Le sette regole d’oro sono veramente dei consigli utili, ed ho sentito dire che i membri dell’associazione Italiano Semplicemente sono molto soddisfatti e fanno molti progressi senza studiare la grammatica italiana ma con divertimento con il metodo di italiano semplicemente.

Uno dei membri dell’associazione potrebbe rispondevi:

In effetti!

È questa risposta vuol dire: hai ragione, quello che dici è vero, ti do ragione, è proprio la verità.

Bene ragazzi, è stato un piacere ancora una volta. Un ciao ed un grazie ad Ericka, spero di essere stato chiaro. Grazie a tutti per l’ascolto e la lettura di questa puntata di italiano semplicemente.

Grazie ancora una volta ai donatori e ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Ma ora è bene che finisca questo episodio, in effetti potreste già aver perso la pazienza. Speriamo di no!

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

 

Programma di una giornata di lavoro – presentazione

Questa è la terza lezione del programma di Italiano Professionale per Principianti.

Titolo: Programma di una giornata di lavoro

Descrizione: Viene descritto il programma di una giornata di lavoro in giorni diversi diversi: prima il giorno stesso, poi il giorno successivo ed infine il giorno precedente. Attenzione a come e quando cambia il tempo dei verbi.

Audio della giornata nei tre tempi diversi: oggi, ieri e domani (durata: 1:57)

Per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente sono disponibili anche i tre file audio con le domande e le risposte relative ai tre tempi diversi: 207 domande e 207 risposte. 60 minuti di ascolto. In più la trascrizione integrale del testo.