A priori e a posteriori

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Sono le 14 e 20 venti minuti in Italia e oggi vorrei parlavi di “a priori” e “a posteriori“.

Parlare di queste due espressioni significa parlare del tempo e di come esprimere la successione degli eventi temporali.

Prima e dopo sono due dei modi che si posso usare per descrivere il tempo ed il succedersi degli eventi.

Questi almeno sono le parole che gli stranieri usano maggiormente: prima, opposto a dopo, indica anteriorità nel tempo e si usa per indicare un tempo precedente.

Invece “dopo” ed anche “poi” si usano per indicare un tempo successivo. In realtà prima e dopo si usano anche per indicare anteriorità e posteriorità nello spazio, non solo nel tempo, ma oggi ci occupiamo solamente del tempo.

Se vi dico ad esempio:

E’ nato prima l’uovo o la gallina?

Dopo un attimo di riflessione qualcuno di voi potrebbe dire: è nato prima l’uovo. Poi dall’uovo è nata la prima gallina che quindi è nata dopo.

Altri direbbero: è nata prima la gallina, poi la gallina ha fatto l’uovo, che quindi è nato dopo.

Questo eterno dilemma continua ad essere un mistero, ad ogni modo le espressioni di oggi sono in realtà due locuzioni latine: a priori e a posteriori, che hanno anch’esse a che fare col tempo. Se traduciamo letteralmente queste due locuzioni significano “da ciò che è prima” e “da ciò che viene dopo”.

Non si tratta quindi esattamente di “prima” e “dopo” nel senso che non posso sostituire prima con “a priori” e dopo con “a posteriori”.

Si tratta in realtà di qualcosa di diverso. L’utilizzo di queste due locuzioni risale ai tempi di Aristotele, il famoso filosofo Greco, e venivano utilizzate per contrapporre l’idea della conoscenza da quella dell’esperienza. Viene prima l’esperienza o prima la conoscenza? Se viene prima l’esperienza faccio una deduzione, altrimenti faccio una induzione.

Adesso ve lo spiego meglio. Una deduzione è un ragionamento, che consente di derivare una conseguenza logica da una data premessa: da una verità generale si può ricavare una verità particolare in essa implicita. Da una verità generale si deduce una verità secondaria.

L’induzione è invece il contrario di deduzione. L’induzione è anch’esso un procedimento logico ma il processo è opposto  a quello della deduzione: da un particolare si risale a qualcosa di più generale: da una constatazione di fatti particolari  si risale ad affermazioni generali. Il processo è opposto.

In questi casi si parla a volte anche di congettura (che però ha un accezione negativa), o anche di supposizione.

Ad esempio posso dire: per arrivare alla soluzione bisogna fare un ragionamento induttivo! Bisogna cioè risalire dal basso verso l’alto.

Questa è l’induzione: dal basso verso l’alto. Il procedimento che stiamo facendo, quando facciamo un’induzione, è asserire, affermare qualcosa sulla base di una o più constatazioni, sulla base di qualcosa che è stato constatato, verificato.

La deduzione invece è il contrario.

Quando faccio una deduzione arrivo a una conclusione sulla base di un ragionamento o di un’indagine. Faccio un ragionamento oppure do un mio giudizio partendo da un’esperienza vissuta. In questi casi possiamo anche usare il verbo “desumere” al posto di “dedurre”. Una deduzione quindi avviene a posteriori, dopo aver vissuto un’esperienza.

Quindi adesso è chiaro il legame tra deduzioni, induzioni e “a priori” e “a posteriori”.

Le deduzioni si fanno a posteriori e le induzioni a priori, cioè prima di vivere l’esperienza.

Infatti dicevamo che ai tempi di Aristotele si parlava di esperienza e di conoscenza. Voi direte sicuramente che se io conosco qualcosa vuol dire che ho avuto prima un’esperienza, quindi l’esperienza viene prima e la conoscenza dopo. Prima ho esperienza e poi la conoscenza.

Esempio:

Dalla tua espressione ne deduco che non sei d’accordo con me, giusto?

Vedo la tua espressione e, dopo questa esperienza vissuta, deduco che tu non sei d’accordo con me. Questo ragionamento avviene a posteriori rispetto all’esperienza.

Avete già capito che siamo profondamente immersi in un concetto puramente filosofico, ed io l’ho interpretato in questo modo.

Ad ogni modo non parliamo solo di filosofia: avete capito intanto che in qualche modo stiamo parlando di prima e di dopo: prima l’esperienza e dopo la conoscenza. E’ un concetto abbastanza comune utilizzabile nella vita di tutti i giorni.

Queste due locuzioni infatti si usano normalmente nella lingua italiana e non c’è bisogno di Aristotele per usarle.

Non si tratta certamente di un linguaggio che appartiene a tutti gli italiani però. Almeno la metà degli italiani non usa e non ha mai usato queste due locuzioni, pur conoscendone più o meno il significato.

Vediamo qualche esempio corretto di utilizzo:

Quando ho pensato di spiegarvi queste due locuzioni ho subito capito che si trattava di un’impresa non facile, ma non potevo certamente rinunciare a priori a spiegarvele.

Qual è l’esperienza? L’esperienza consiste nella spiegazione stessa. Provare a dare una spiegazione.

Quello che voglio dire con questa frase è che senza provare a dare una spiegazione, già da prima della spiegazione, non potevo pensare si potesse trattare di un’impresa impossibile. Non potevo dirlo a priori: è vero, ho pensato, è un po’ complicato, ma non posso rinunciare a priori alla spiegazione.

Prima voglio provarci, poi, ma solo a posteriori, potrò dare il mio giudizio finale sulla difficoltà di questa spiegazione. Rinunciare a priori non mi sembra giusto.

Secondo esempio:

Ad oggi l’Associazione Italiano Semplicemente conta 60 membri. Sarà difficile ma non posso escludere a priori che non si arrivi ai 100 membri prima della fine del 2018.

In questo caso l’esperienza è vedere cosa accade da oggi al 31 dicembre.

Quindi quello che voglio dire è che è difficile a priori ipotizzare il numero dei membri alla fine dell’anno, (senza aver vissuto l’esperienza quindi) ma non posso escludere del tutto a priori la possibilità di arrivare a 100 membri al 31 dicembre.

Se succederà, cioè se arriveremo a 100 prima della fine dell’anno mi stupirei e a posteriori cercherei di capire, di spiegarmi cosa ha potuto causare questo aumento molto veloce, cercherei cioè di ricostruire a posteriori le ragioni di questo exploit, di questo successo. Una volta vissuta l’esperienza (cioè a posteriori) sarà mio compito capire le ragioni di ciò.

Un altro esempio:

Un calciatore si infortuna: si fa molto male al ginocchio giocando una partita di calcio, ma i mondiali sono vicini. Come facciamo? Ci sarà il tempo per recuperare la forma fisica? Rischiamo di farlo giocare lo stesso ai mondiali? Potrebbe farsi molto male se non si sarà ripreso del tutto.

Arrivano i mondiali di calcio e alla fine il calciatore gioca e segna 10 gol. La sua squadra vince i mondiali!

Possiamo dire che:

A priori fargli giocare i mondiali sembrava una scelta azzardata, rischiosa, mentre a posteriori la scelta è stata molto azzeccata. Fortunatamente è andata bene, nonostante a priori non potessimo immaginarlo.

Notiamo una cosa: è possibile confondere l’espressione “a prescindere” con “a priori“?

Sicuramente per uno straniero questo è possibile. Questo accade perché anche “a prescindere” si riferisce spesso al tempo ed al futuro, come abbiamo spiegato recentemente in un episodio dedicato questa espressione.

Ma vi invito a notare che “a prescindere” indica maggiormente qualcosa di non importante, e non qualcosa che viene “prima” da un punto di vista temporale.

Ad esempio posso dire che:

Io ti voglio bene a prescindere dal fatto che sei mio figlio oppure no.

Oppure che:

Domani andrò al mare a prescindere dal fatto che pioverà o meno.

Nei due esempi appena visti non posso dire che “ti voglio bene a priori”, perché non stiamo parlando del tempo, infatti non deve accadere nulla, non c’è nulla che deve accadere e che può farmi cambiare idea sul mio sentimento. Quello che voglio dire quando dico che “ti voglio bene a prescindere” è che non mi importa se sei mio figlio o se non lo sei.

Se invece dicessi: “ti voglio bene a priori” oppure  “a priori ti voglio bene” questa frase potrebbe venire interpretata come un sentimento che potrebbe cambiare se scoprissi che non sei mio figlio! In questo caso (usando a priori) voglio sottolineare che il tempo è importante, quando invece con “a prescindere” sto dicendo che non mi interessa la nostra parentela: non faccio riferimento al tempo.

Analogamente, se io domani andrò al mare a prescindere dalle condizioni meteo, ci andrò comunque, non mi interessa delle condizioni del tempo. Invece non posso dire:

A priori, domani andrò al mare comunque.

Non posso dirlo perché “a priori” non esprime un’indifferenza verso le condizioni meteo, anzi, esprime un’idea che io ho sul futuro e in base a quell’idea io esprimo un parere.

Un altro modo di esprimere un concetto simile è precedentemente e successivamente.

Questi due avverbi come prima e dopo (o poi) si usano ugualmente per descrivere gli eventi nel tempo e si riferiscono a qualcosa che avviene in precedenza, prima, cioè anteriormente nel tempo oppure dopo, cioè poi, successivamente, in un secondo momento.

Però questi due avverbi si usano innanzitutto maggiormente quando si parla del passato e non del futuro, e più precisamente quando mi trovo a descrivere una situazione e la devo collocare temporalmente prima o dopo un certo fatto o evento. Inoltre sono termini meno generici di prima e dopo, che si usano anche per lo spazio e non solo per il tempo.

Posso anche usare precedentemente e successivamente al presente e al futuro comunque, ma non sto esprimendo una preferenza tra un’esperienza e una conoscenza. Sto semplicemente descrivendo dei passaggi temporali partendo da un evento dato. Ho un punto di riferimento preciso.

Ad esempio:

Io dal 2015 mi occupo di Italiano Semplicemente. Precedentemente non esisteva italianosemplicemente.com. 

Ho gestito altri siti in passato, ma Italiano Semplicemente è nato solo successivamente a queste precedenti esperienze.

Non so dirvi oggi quando il sito smetterà di esistere. Non posso dirlo a priori. Anche perché ad oggi non riesco ad immaginare i motivi di una interruzione delle attività del sito.

Prima che io vi annoi comunque è meglio fare un esercizio di ripetizione e solo successivamente decretare la fine dell’episodio.

A priori

A posteriori

Ragionamento induttivo

Ragionamento deduttivo

A priori non riesco a fare previsioni

A posteriori potrò darti un mio giudizio

A priori giocare i mondiali sembra una scelta azzardata

A posteriori possiamo dire di aver fatto bene!

Ciao ragazzi vi aspetto al prossimo episodio di italianoSemplicemente.com, grazie a tutti per l’ascolto.

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La Costituzione Italiana (livello Principianti)

Prima lezione disponibile per tutti. Tutti i restanti articoli de “La Costituzione italiana” saranno a disposizione dei soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Audio (Articolo 1)

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Trascrizione

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Giovanni: La Costituzione Italiana – Principi fondamentali – Articolo 1:
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Questo è un principio fondamentale?

Sì, questo è un principio fondamentale?

È un principio importante?

Assolutamente sì, è un principio importante, importantissimo: è un principio fondamentale.

Cos’è l’Italia?

L’Italia è una Repubblica democratica.

L’Italia è una Repubblica?

Sì, l’Italia è una Repubblica.

L’Italia è una monarchia?

No, non è una monarchia. L’Italia è una Repubblica.

In Italia c’è il re?

No, in Italia non c’è il re.

In Italia c’è la regina?

No, non c’è neanche la regina.

Perché in Italia non ci sono né il re né la Regina?

Perché l’Italia è una Repubblica, non una Monarchia.

L’Italia è un paese Repubblicano? O monarchico?

È un paese Repubblicano, non monarchico. L’Italia è un paese Repubblicano.

Che tipo di Repubblica è l’Italia?

Democratica. L’Italia è una Repubblica democratica.

Esiste la democrazia in Italia?

Sì, in Italia esiste la democrazia.

Perché?

Perché l’Italia è una Repubblica democratica.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Su cosa è fondata la Repubblica Italiana?

Sul lavoro. La Repubblica italiana è fondata sul lavoro.

Qual è la cosa più importante secondo la Repubblica Italiana?

Il lavoro. La cosa più importante secondo la Repubblica Italiana è il lavoro.

La Repubblica Italiana è costruita sul lavoro?

Sì, esatto, la Repubblica Italiana è costruita sul lavoro.

È fondata sull’amore la Repubblica Italiana?

No, non sull’amore ma sul lavoro.

Il lavoro rappresenta le fondamenta di cosa?

Della Repubblica italiana. Il lavoro rappresenta le fondamenta della Repubblica italiana.

Il lavoro è alla base della monarchia?

No, il lavoro non è alla base della monarchia ma della Repubblica italiana.

Cosa c’è alla base della Repubblica italiana?

Il lavoro. Il lavoro è alla base della Repubblica italiana.

Perché?

Perché la Repubblica italiana è fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

A chi appartiene la sovranità?

Al popolo. La sovranità appartiene al popolo.

Appartiene a me la sovranità dell’Italia?

No, non a me ma al popolo.

A chi appartiene la sovranità nella Repubblica italiana?

Al popolo. È al popolo che appartiene la sovranità.

Il popolo è sovrano?

Sì, il popolo è sovrano.

Perché? Perché il popolo è sovrano?

Perché l’Italia è una Repubblica.

Chi è il titolare della sovranità nella Repubblica?

Il popolo.

A chi appartiene la sovranità nella monarchia?

Al re. Appartiene al re la sovranità nella monarchia.

E nella Repubblica? A chi appartiene nella Repubblica?

Nella Repubblica appartiene al popolo.

Cosa esercita il popolo nella Repubblica italiana?

La sovranità. Il popolo esercita la sovranità nella Repubblica italiana.

Nella Repubblica italiana c’è la sovranità popolare?

Esattamente. Nella Repubblica italiana c’è la sovranità popolare.

Cosa viene esercitato dal popolo?

La sovranità. È la sovranità che viene esercitata dal popolo.

A chi appartiene l’esercizio della sovranità?

Al popolo. L’esercizio della sovranità appartiene al popolo.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Come viene esercitata la sovranità popolare?

Nelle forme e nei limiti della Costituzione.

L’esercizio della sovranità popolare come avviene?

L’esercizio della sovranità popolare avviene nelle forme e nei limiti della Costituzione.

In quale modo il popolo esercita la sovranità popolare?

Nelle forme e nei limiti della Costituzione

La Costituzione va rispettata dal popolo?

Certamente. La Costituzione va rispettata.

Come va rispettata? Completamente? In tutte le sue forme e i tutti i suoi limiti?

Sì, La Costituzione va rispettata completamente, cioè in tutte le sue forme e in tutti i suoi limiti.

Chi deve rispettare la Costituzione?

Il popolo. Il popolo deve rispettarla.

Nelle forme di cosa Il popolo deve rispettarla?

Nelle forme della Costituzione.

E nei limiti di cosa?

Nei limiti della Costituzione.

La Costituzione fissa dei limiti e delle forme da rispettare?

Certo, la Costituzione fissa dei limiti e delle forme che vanno rispettate.

La Costituzione italiana fissa limiti e forme che vanno rispettati nell’esercizio della sovranità popolare da parte del popolo? È così?

Certamente. È proprio così!

È Il popolo che fissa i limiti e le forme da rispettare? È il popolo a fissarli? È così?

No, non è così! Non è il popolo ma la Costituzione a fissare i limiti e le forme. Non è il popolo a fissarli, ma è la Costituzione a fissarli.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.


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Consigli utili per fare una buona presentazione in pubblico

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Introduzione di Giovanni

Buongiorno a tutti.
Oggi vorrei provare ad usare alcuni dei verbi professionali del corso e le frasi ideomatiche adatte per descrivere qualche nuova idea in una presentazione. Immaginiamo di aver gia fatto una introduzione e che gli ascoltatori abbiano anche capito quali saranno i punti salienti e più importanti per loro e che abbiano ben capito anche la struttura ed i tempi della presentazione.
Molto spesso chi presenta inizia subito la presentazione con il primo punto della scaletta. Secondo me, non è detto che questa sia sempre la strategia migliore. Mi spiego meglio.
Ritengo che prima di iniziare il discorso principale sia molto utile concedere la parola alla platea.

Ritengo sia sufficiente chirdere ai partecipanti di presentarsi ed esprimere le loro aspettative sulla presentazione. In questo modo gli obiettivi di ogni partecipante saranno più chiari e la presentazoiine sarà sicuramente orientata su dei binari più confacenti alle aspettative della platea. Anche chi presenta ha bisogno di essere orientato.
Se la presentazione non è così lunga, a volte serve fermarsi un attimo e porre la propria mente alle osservazioni importanti del pubblico. E’ molto probabile che già dopo l’introduzione sia ben chiaro chi, tra il pubblico partecipante sarà tra le persone più e meno entusiaste e partecipative delle altre.
Un relatore con una certa esperienza è in grado di identificare subito le persone più attente, quelle che faranno domande e anche quelle su cui si potrà contare nel caso di bisogno: si tratta di leggere alcuni segni non verbali del loro coinvolgemento, ad esempio se rivolgono tutta la loro attenzione a chi presenta.
Durante la presentazione il loro apporto potrebbe essere molto gradito.

Ad esempio, se chi presenta dovesse chiedere un parere su un argomento, loro sarebbero i primi ad avviare una discussione costruttiva.
Un’altra categoria ben definita di partecipanti sono coloro chi ci aiutano a raggiungere più facilmente l’obiettivo della nostra presentazione.

Queste persone sono quelle che con i loro interventi dimostrano d’essere più informati degli altri, e questo può avvalorare gli assunti esposti durante la presentazione qualora incontrino il loro consenso.
Anche quando si espongono delle difficoltà o dei punti critici, il loro contributo può essere importante in termini di delucidazioni aggiuntive.
In conclusione vorrei anche condividere con voi un problema abbastanza frequente nel. Corso di seminari, incontri e tavole rotonde. Mi riferisco all’eventualità improvvisa di dover ridurre la presentazione all’ultimo momento e dover quindi raccontarla per sommi capi.

Se colui che presenta possiede abbastanza esperienza nei discorsi pubblici, sa certamente dove andare a parare, ma
Accade spesso che quando le presentazioni si susseguono una dietro l’altra, ci possono essere ritardi non programmati. Questo è una eventualità alla quale occorre prepararsi in anticipo, ma se avete bene in mente la gerarchia dei contenuti, potete anzi dovete saltare qualche parte della presentazione. Ad onor del vero sarebbe ancor meglio valutare se sia il caso di lasciare anche il tempo per rispondere alle domande dopo una breve presentazione. E non abbiate paura che una domanda pericolosa possa capitarvi tra capo e collo all’improvviso. Può capitare e non c’è nulla di strano.

Tenete presente che una domanda di questo tipo, sebbene possa mettervi in difficoltà, può risvegliare l’attenzione del pubblico. Valutate questo fatto con attenzione e vedrete che anche questa può essere un’occasione per voi.

Poi non è mica possibile sapere tutte le risposte.
Fatevene una ragione e prendetela con filosofia. Questo atteggiamento gioverà molto alla vostra tranquillità.

Conclusione di Giovanni

Vita da cani – episodio di ripasso

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Introduzione di Giovanni.

André Arena: Buon giorno da André Arena da Brasile. Qual è l’estremo dell’imbecillità dell’essere umano? In Brasile, il personale di sicurezza di un negozio di una grande catena internazionale di supermercati, è accusato di aver ferito e ucciso un cane. Le immagini disponibili, pubblicate *su Facebook* mostrano l’animale con le zampe posteriori ferite e segni di sangue sul pavimento. Qualche giorno fa, il cane veniva addirittura nutrito da alcuni collaboratori del supermercato, ma la squadra di sicurezza dell’esercizio commerciale è stata informata di una visita prevista nel negozio da parte del direttore. Pare che al personale di sicurezza sia stato stato chiesto di fare una “pulizia” del luogo e, in conseguenza si ciò, vuoi per essere sicuri di aver capito bene il concetto di pulizia, vuoi per non avere preoccupazioni, povero animale sia stato bastonato senza pietà fino alla morte.
La legge brasiliana sui reatiambientali considera un crimine la pratica di abuso, maltrattamento, ferimento o mutilazione di animali e può portare ad una pena detentiva da tre mesi ad un anno, oltre che a una bella multa salata.
Speriamo veramente che sia applicata, a prescindere da chi commetta il crimine. Se andrà come deve andare, male che va I colpevoli si faranno tre mesi in gattabuia.

Chiusura di Giovanni

André Arena, Il corrispondente dal Brasile di Italiano Semplicemente

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Macché

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, un episodio veloce oggi per spiegare una parolina: “macché”.

Mi voglio ricollegare all’episodio in cui è stata spiegata l’espressione “ma di che!” che come abbiamo visto ha più di un significato e utilizzo. Molto simile è l’espressione (composta da una singola parola): macché!

Macché è una opposizione a qualcosa, esprime una negazione.

Abbiamo visto che “ma di che” – per chi non ricorda vi invito a leggere l’episodio – si può usare anche per esprimere una forte negazione.

Ma quali sono allora le differenze con macché?

Iniziamo da una puntualizzazione.

Macché deriva da “ma che“, due parole separate, che però si usano insieme (senza attaccarle) in frasi interrogative.

Ma che (parole staccate) quindi si usa diversamente da macché.

Ma che stai dicendo?

Ma che stai scherzando?

Ma che dici, davvero?

Si tratta di frasi interrogative che esprimono anche uno stupore, una incredulità ed inoltre si tratta di vere domande.

Macché invece, con due “c” e con l’accento acuto sulla e, si usa per negare, come si è detto. Non è un semplice no, ma un no più convinto, equivale a “proprio no!“, “neanche per idea“, neppure per idea“, “ma no!, cosa dici“.

La differenza rispetto a “ma di che” è che “ma di che” si utilizza per affermare la propria opinione, si usa per rimarcare la contrapposizione tra due idee: tu hai un’idea e qualcuno ne ha un’altra, allora alzando la voce dico: “ma di che!” (cioè ma di che stai parlando?) una domanda che diventa una esclamazione come abbiamo visto.

Macchè invece si usa prevalentemente per dire qualcosa che non è una opinione, ma una verità assoluta. Solitamente si usa quando si parla del passato, per smentire seccamente qualcosa, per dare un’informazione più che un’opinione.

Alcune volte il confine tra macché e “ma di che” è molto sottile, ma nel caso di opinioni è più facile trovare “ma di che” mentre nel caso di informazioni è più facile trovare macché.

Perché la linea è sottile? Perché a volte può crearsi il dubbio su quale delle due espressioni usare?

Il motivo è che anche macché, come “ma di che”, ha un contenuto emotivo. In entrambe le espressioni chi parla non solo comunica un’informazione o un’opinione, ma anche un’emozione. Ci sono dei casi in cui è possibile avere il dubbio su quale usare, mentre in altri casi meno. Quando non si tratta di un’opinione, non abbiamo nessun dubbio: usiamo macché, che comunica sempre una contrarietà, una sensazione di opposizione all’argomento, alla frase che si sta negando. Spesso si esprime anche dispiacere o rammarico, o rassegnazione.

Domanda: E’ arrivata la lettera?

Risposta: macché!

La lettera non è arrivata e questo non mi rende felice. Non è una bella notizia. Non è un’opinione la mia, ma è un fatto concreto che la lettera non è arrivata. Avrei voluto che fosse arrivata, speravo, ma purtroppo non lo è. Vediamo quando si può creare il dubbio:

Mamma ha detto che la lettera è arrivata!

Risposta: macché!

In questo caso la risposta è sia un’opinione (infatti mamma ha una diversa opinione dalla mia) sia una negazione convinta. In questo caso avremmo potuto dire anche “neanche per idea!, “non è vero!“, oppure “ma di che“, sebbene forse quest’ultima è un po’ esagerata in questo caso. Non c’è uno scontro diretto tra due opinioni infatti. Un altro esempio:

Secondo me Giovanni è stanco di fare episodi per Italiano Semplicemente!

Macché stanco, lui è un vulcano inesauribile di idee ed è anche molto motivato, come ti viene in mente?

In questo caso lo stesso è una opinione, ma possiamo usare “macché”, perché come prima non è uno scontro diretto con chi parla, e poi si esprime comunque una forte convinzione. Infine possiamo aggiungere “stanco”, possiamo dire: “macché stanco“, sottolineando la cosa che stiamo negando. Questo non possiamo farlo con “ma di che”, che invece sottolinea di più la contrapposizione, e direi meno il convincimento.

Macché in generale si utilizza di più per parlare di fatti, di cose accadute, e questo lo rende più convincente.

Notate che quando si tratta di eventi passati e stiamo dando un’informazione, come abbiamo detto con “macché” vogliamo comunicare a volte un dispiacere, altre volte una contrarietà, altre un’emozione contrastante con questa verità. Invece quando usiamo “macché” per esprimere un’opinione (in uno dei casi in cui potremmo usare anche “ma di che”) sottolineiamo la negazione e non il dispiacere, l’enfasi in questo caso è sul negare quanto abbiamo sentito (macché stanco!) e non sul comunicare dispiacere o rammarico ad esempio.

Facciamo alcuni esempi (ripetete le risposta):

Hai superato l’esame oggi?

Macché! era molto complicato, dovrò riprovare tra due mesi

Oppure:

Come sta la zia? So che che sei andato a trovarla. Sta meglio dopo l’incidente che ha avuto?

Macché, non sta per niente meglio purtroppo!

Oppure:

Come mai hai quest’aria sognante? Secondo me sei innamorato di Maria!

Macché innamorato, stavo pensando alla partita di calcetto di stasera!

Oppure:

Hai visto che la Roma affronterà il Real Madrid in finale? Vincerà la Roma secondo te?

Macché, faremo l’ennesima figuraccia, vedrai!

Quindi ricapitolando: macché esprime una forte negazione e si può usare in due casi: o per negare un avvenimento, qualora qualcuno ci faccia una domanda e noi dobbiamo rispondere negativamente con contrarietà, dispiacere, rassegnazione o rammarico, oppure quando si utilizza per dare un’opinione, analogamente a “ma di che“, ma quando il confine tra l’opinione e l’informazione è sottile, oppure quando la circostanza non è così oppositiva tra due opinioni diverse da giustificare l’utilizzo di “ma di che”, che infatti è molto forte, spesso anche segno di maleducazione. “Macchè” in questi casi è una risposta anche più convinta, equivale a “no, credimi!“, “sei fuori strada“, e frasi di questo tipo. Anche macché, questo è importante dirlo, è una espressione informale.

In contesti formali potreste dire:

Non direi, piuttosto credo sia vero il contrario!

Non mi sento di sottoscriverlo, tutt’altro direi!

Questo non corrisponde alla verità!

Infine come abbiamo detto “macché” consente di aggiungere qualcosa dopo, cioè ciò che si sta negando: macché stanco, macché allegro, eccetera.

A proposito di contesti formali, nel corso di Italiano Professionale è prevista una lezione interamente dedicata a come esprimere assenso e dissenso (cioè accordi e disaccordi) in contesti lavorativi. Se siete interessati potete fare richiesta di adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Un saluto a tutti da Giovanni ed alla prossima

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