Le specialità italiane: la pasta all’amatriciana

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La ricetta farà parte di un prossimo audio-libro in fase di pubblcazione

Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi. Oggi, in questo episodio delle specialità italiane, dedicato a persone non madrelingua, grazie a mia madre Giuseppina, vediamo un primo piatto che fa parte della cucina di tutti i giorni nelle case degli italiani. Nello stesso tempo, come di consueto, impariamo un po’ di italiano. Lo facciamo cucinando. Che ne dite?

Ho detto “come di consueto“, impariamo un po’ di italiano: Come di consueto significa come d’abitudine, come sempre, come al solito, come facciamo solitamente, come nostra consuetudine. Usare le parole consuetudine e “di consueto” è solo un po’ più elegante e ricercato. Qual è la ricetta di oggi?

Parlo della pasta all’amatriciana, un primo piatto relativamente semplice da preparare anche per questo motivo la potete trovate anche in qualsiasi ristorante, trattoria, autogrill e tavola calda italiana.

L’unico luogo dove non la troverete è probabilmente una pizzeria.

Prima di lasciarvi alla voce di Giuseppina vorrei parlarvi proprio della differenza che intercorre tra un ristorante, una trattoria, un’osteria, un autogrill e una tavola calda, dove potete trovare questo piatto, oltre che a casa vostra naturalmente.

Quale differenza intercorre? Cioè che differenza c’è? Quando parlate di differenze potete tranquillamente usare il verbo intercorrere.

Dunque, sono parecchie le differenze che intercorrono tra queste categorie di locali.

Il ristorante solitamente è più grande, più professionale, meno legato al territorio, più costoso e con un menù più ampio.

broccaLa trattoria invece propone solitamente cibi con ingredienti locali. Anche i vini possono essere locali, spesso sono anche “sfusi” e quindi sono serviti all’interno di “brocche“, e non in bottiglie con tappo. Per questo il prezzo delle trattorie è più basso ed il personale con un aspetto più familiare, meno formale dei ristoranti.

E la clientela? La clientela, cioè i clienti di questi locali sono diversi.

La trattoria fa mangiare solitamente i lavoratori per pranzo o cena, mentre il ristorante è più adatto alle feste, ai pranzi o cene di matrimoni, battesimi e ricorrenze in genere.

L’osteria invece, pur essendo simile alla trattoria, è più specializzata in vino e fornisce spuntini più che pasti veri e propri.

L’autogrill invece è il nome che viene dato ad un “posto di ristoro” (cioè dove si mangia, ci si ristora) situato nelle aree di servizio lungo le autostrade o su delle grandi strade.

Infine col termine “Tavola calda” si intende un locale di piccole dimensioni, dove si mangia e si beve molto spesso in modo veloce. Ci sono piatti solitamente già preparati in precedenza, caldi e freddi. Non sempre ci sono dei tavoli in cui sedersi però.

In questi locali potete trovare la pasta all’amatriciana. Vai mamma!

Giuseppina: Amatrice, uno dei borghi più belli d’Italia, purtroppo danneggiato pesantemente dal terremoto di due anni fa, è situata al centro di un’area, al confine tra quattro regioni italiane: Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo, in una zona strategica di passaggio tra versante adriatico e quello tirrenico.

Abitata sin dai tempi antichissimi. La sua tradizione ci offre un grande classico della cucina romana, un primo piatto emblema della cucina italiana a base di bucatini, pomodoro, guanciale e pecorino.

bucatini

Le interpretazioni della ricetta originale sono varie ma prevedono principalmente proporzioni diverse tra questi quattro ingredienti principali. La pasta all’amatriciana è un primo semplice ed economico, dal successo garantito.

Stiamo parlando infatti di un piatto di origine contadina tramandato per lo più per via orale da padre in figlio e, sebbene siano pervenuti a noi diversi documenti storici, sono tutti fra loro molto discordanti.

Ciò che è certo è che tutte le varie aggiunte previste dai molti ricettari non snaturano per nulla il piatto, anzi ne arricchiscono il sapore in base al gusto personale, così come facevano i pastori del tempo.

Questi sono gli ingredienti della ricetta tradizionale, il guanciale però non è sempre facile da trovare nei supermercati e poi io lo trovo un po’ troppo grasso, perciò noi oggi la prepariamo con la pancetta tesa, bella stagionata, ed al posto dei bucatini che sono più complicati da cuocere utilizzeremo degli spaghetti.

Vi assicuro che la modifica non cambia il piatto che risulta buonissimo.

Per un bel piatto di matriciana per 2 persone prenderemo: 3 belle fette di pancetta stagionata, 200 grammi. di spaghetti non troppo sottili, un barattolo di pelati da 500 grammi, un pezzettino di peperoncino, mezzo bicchiere di vino bianco, olio extra vergine di oliva, sale e pecorino grattugiato a piacere.

Tagliamo a listarelle la pancetta e con un pochino di olio la mettiamo in una padella ed a fuoco basso la facciamo fondere e rosolare.

Aggiungiamo ora il vino facendo attenzione perché il grasso bollente a contatto con il vino freddo schizza, lo lasciamo evaporare e poi aggiungiamo il pomodoro, un po’ di sale ed il pezzettino di peperoncino, che toglieremo prima di aggiungere la pasta.

In una pentola alta mettiamo a bollire abbondante acqua, aggiungiamo un bel pizzico di sale e quando bolle buttiamo gli spaghetti, li giriamo facendo attenzione che non si attaccano tra loro.

Facciamo bollire per il tempo previsto (di solito bastano 8 minuti), poi li scoliamo e li trasferiamo nella padella.

Fuori dal fuoco aggiungiamo il pecorino, mescoliamo bene e ecco servito un meraviglioso piatto di pasta all’amatriciana. semplice e buona.

Buon appetito!

Giovanni: grazie mamma. La pasta all’amatriciana è buonissima, ma attenzione alla pronuncia: alla amatriciana diventa all’amatriciana. Perché si dice così?

Beh, all’amatriciana, prima di tutto c’è l’apostrofo perché sarebbe “alla amatriciana“.

Ma perché queste due parole?

pasta_google.jpgSi dice “Amatriciana” perché è nata ad Amatrice, come ha lasciato intendere mia madre. La pasta di amatrice, si dovrebbe dire, invece si dice pasta all’amatriciana. Questa “regola” (chiamiamola così) non vale solamente per la pasta all’amatriciana.

Quando un prodotto (non solo la pasta) viene da una specifica località, si fa sempre così: pasta alla …

Se cercate su internet vedrete che esistono molti cibi con cui vale questa regola.

Pasta alla genovese (di Genova), alla siciliana (della regione Sicilia), alla sorrentina (di Sorrento), o la carne alla genovese, salsicce alla messicana, eccetera. Insomma, “alla” significa “alla maniera“, di Amatrice, “seguendo la ricetta” di Amatrice cioè nel modo in cui viene cucinata o preparata in un certo luogo, o, se vogliamo, come viene cucinata da una donna di Amatrice, che si chiama “amatriciana“.

Quindi i prodotti tipici di un luogo si possono chiamare come gli abitanti. Bene, a questo punto possiamo anche uscire dalla cucina, e vediamo che ad esempio, le cose “alla romana” (non solo i cibi) sono quindi quelle che riguardano Roma.

A proposito, se andate al ristorante e alla fine, quando è il momento di pagare, vi viene chiesto di fare “alla romana“, vuol dire che il conto viene pagato da tutti in egual misura. Quindi se siete in due e dovete pagare cento euro, se pagate “alla romana” pagherete cinquanta euro “a testa” (cioè a persona).

Un saluto a tutti da Roma!

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Italiano Professionale – Il linguaggio della Polizia – 1 episodio

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Descrizione

Con questo breve episodio iniziamo una serie di lezioni dedicate al linguaggio delle Forze dell’Ordine in Italia.

Iniziamo con una breve storia in cui analizziamo alcuni termini molto utilizzati sia dalla Polizia italiana che dagli automobilisti. Inizialmente siete chiamati a provare a scrivere le parole mancanti della storia, dopodiché potrete ascoltare la storia completa e rispondere alle domande di un secondo episodio audio. Vi consiglio di dare un’occhiata alla pagina dedicata all’associazione per chi fosse interessato alle lezioni del corso di Italiano Professionale.

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Rifarsi con gli interessi

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Trascrizione

Rifarsi con gli interessi. Questa è la frase che vi spiego oggi. State ascoltando la voce di Giovanni e questo è uno dei tanti episodi presenti su italianosemplicemente.com.

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Sapete cosa sono gli interessi? Facciamo una breve panoramica su questa parola, così capirete bene la frase di oggi in un secondo momento. Sarà anche l’occasione per vedere qualche verbo particolare.

Se andate in banca e chiedete dei soldi in prestito, vedrete che ciò che prendete in prestito dalla banca deve essere restituito indietro alla banca, ovviamente. Ma non basta la cifra che avete preso. Bisogna aggiungere gli interessi.

Se prendete €100 in prestito probabilmente dovrete restituirne circa €105.

€100 di capitale e €5 di interessi. I cinque euro rappresentano il compenso della banca, cioè il guadagno della banca.

La parola interesse ha anche altri significati come sapete.

Ad esempio è un’attrazione verso qualcosa che quindi attira il vostro interesse.

Inoltre l’interesse è un affare, una faccenda, un’attività da cui si può ricavare un vantaggio, un utile. I due significati sono ovviamente legati perché se puoi ricavare un vantaggio da qualcosa allora questo qualcosa attira o riscuote il tuo interesse.

È interessante notare i verbi legati alla parola interesse, in particolare mi interessa parlarvi di badare e curare, che hanno ciascuno due significati diversi.

Si può badare al proprio interesse o ai propri interessi. Badare significa prestare attenzione, avere cura in questo caso. L’interesse di cui si parla è il vantaggio personale, l’interesse personale, cioè che è importante per la singola persona. Non si parla necessariamente di denaro.

L’altro significato di badare è riferito alle persone, come ai bambini o agli anziani. Esiste anche la figura della badante nel caso degli anziani. La/il badante è chi si occupa, chi ha cura degli anziani (il senso è lo stesso di prima ma si riferisce alle persone). Nel caso dei bambini è la baby sitter (detta “Tata” in italiano) che bada (cioè ha cura) ai bambini.

In questo caso non possiamo chiamarla “badante”, che è solo la persona che si occupa delle persone anziane non autosufficienti.

L’altro verbo è curare: curare gli interessi.

Curare e simile a badare quando si parla di interessi. Nulla a che fare con la guarigione però. Non si tratta di curare una malattia, ma di curare gli interessi, avere cioè cura degli interessi. Sono gli avvocati che curano gli interessi di una persona. Si parla di interessi economici quindi. Non esiste solamente l’avvocato però.

Ad esempio la persona che cura gli interessi delle star, delle persone famose si chiama “agente“.

Quella che cura gli interessi dell’attore o degli atleti si chiama “manager“, ma nel caso dei calciatori ad esempio si sente parlare di “procuratore“.

Comunque quando parliamo di “rifarsi con gli interessi”, la frase di oggi, parliamo dell’interesse economico, quello che la banca ottiene in più oltre al capitale prestato. Questi interessi, come tutti voi saprete, aumentano al passare del tempo.

Si dice che gli interessi “maturano“, come se fossero un frutto di un albero. Ma in effetti se ci pensate bene, i soldi, come si dice, fruttano, nel senso che, come la frutta sugli alberi, al passare del tempo gli interessi aumentano.

Anche un investimento può fruttare, cioè può rilevarsi un buon investimento. Ma rimaniamo agli interessi.

“Rifarsi con gli interessi” contiene il verbo rifarsi. Un verbo che ha diverse interpretazioni.

Questa frase si usa quando un affare non va molto bene. Quando dico affare intendo solitamente una questione economica, legata ai soldi, ma in realtà in senso figurato posso usare l’espressione anche in altre circostanze.

Rifarsi con gli interessi significa che in futuro andrà meglio. Oggi non è andata come speravo, ma in futuro andrà meglio, meglio anche di quanto speravo accadesse oggi.

In futuro avrò una soddisfazione talmente alta che compenserà l’insoddisfazione di oggi.

Ad esempio:

Oggi un affare economico è andato male, non sono contento di quanto accaduto, ma domani mi rifarò con gli interessi. Domani i mie guadagni saranno superiori delle perdite di oggi.

Rifarsi, questo è il verbo utilizzato, verbo riflessivo, non è come rifare.

Io mi rifaccio

tu ti rifai

lui si rifà

Noi ci rifacciamo

Voi vi rifate

Loro si rifanno

Rifarsi significa riprendersi economicamente recuperando i soldi spesi, oppure prendersi la rivincita su qualcuno o qualcosa. Non sempre il significato è economico.

Nella frase di oggi è però importante usare “con“: rifarsi con gli interessi. Questo perché il verbo rifarsi può avere altri significati. E’ un verbo che può ingannare. Non facilissimo da usare

Se dico:

Il pugile, dopo aver perso il primo incontro, si è rifatto con il secondo avversario.

Questo significa che inizialmente il pugile perde il primo incontro, ma il secondo lo vince. Il pugile si è rifatto con il secondo avversario. Il pugile ha avuto una rivincita col secondo avversario, ha quindi vinto il secondo incontro. Lo ha battuto, lo ha sconfitto.

Se invece dico:

Mi rifaccio una vita

Questa frase significa che la mia vita tornerà quella di prima. Non c’è “con“.

Devo recuperare la mia vita, farla tornare come prima. Sto parlando solo di me stesso, non mi sto rifacendo “con” qualcos’altro.

Perdo una sfida con Giovanni? Mi posso rifare con Luigi. Perdo anche con Luigi? Posso cercare di rifarmi con Andrea.

Se va male anche con Andrea, dovrò cercare di rifarmi una reputazione, visto che ho perso con tutti!

Adesso vediamo la frase di oggi:

Nella frase “rifarsi con gli interessi” il verbo rifarsi si riferisce a qualcosa che va recuperato. Gli interessi rappresentano qualcosa in più che si otterrà in futuro. Questo qualcosa in più, come abbiamo visto, nel linguaggio economico finanziario possiamo chiamarli “interessi”.

Rifarsi con gli interessi dunque rappresenta una soddisfazione che si otterrà in futuro che riuscirà a compensare abbondantemente la delusione di oggi, e posso usarla anche al di fuori dei discorsi che riguardano il denaro.

Facciamo alcuni esempi.

L’attaccante della Juventus non è riuscito a mettersi in mostra con la maglia della sua Nazionale ai Mondiali, ma si è rifatto con gli interessi nella stessa Juventus, vincendo lo scudetto.

Lo studente non riusciva a migliorare il proprio italiano, ma con Italiano Semplicemente spera di rifarsi con gli interessi.

Vedete che io sto facendo esempi che non hanno a che fare con i soldi, ed in effetti l’espressione si sua quasi sempre in modo figurato.

Non è un’espressione formale naturalmente.

Se volete esprimere lo stesso concetto in senso più formale anziché dire:

Mi sono rifatto con gli interessi

Potete dire (ripetete dopo di me):

Ho pienamente compensato le perdite

Ho risanato pienamente il fallimento iniziale

Ho ampiamente risanato la condizione iniziale

Mi sono riscattato abbondantemente dalla sconfitta iniziale

Ho completamente ripreso la condizione iniziale, ottenendo ancora di più

Concludo facendovi notare altri due modi il usare il verbo rifarsi:

Rifarsi = intervenire chirurgicamente modificando i connotati di una persona

Es: l’attore si è rifatto il naso

Rifarsi a” che significa, tra le altre cose, riferirsi a, fare riferimento a. Ad esempio, se vi volessi spiegare il verbo “cavarsela” mi conviene rifarmi ad un podcast realizzato la settimana scorsa, in cui ho spiegato il significato di questo verbo. Quindi potrei aggiungere qualcosa ma comunque mi rifarei a quell’episodio.

Analogamente mi posso rifare a quanto già ho detto nella spiegazione delle sette regole d’oro per sottolineare l’importanza della ripetizione dell’ascolto. Ascoltate dunque questo episodio più volte.

Rifarsi il letto = rifare il proprio letto, sistemare il proprio letto in modo ordinato dopo aver dormito; farlo tornare come prima.

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Le specialità italiane: la stracciatella

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Trascrizione

Giovanni: buongiorno e benvenuti nella rubrica “le specialità italiane“. Parliamo di specialità culinarie e quindi che riguardano la cucina e di conseguenza il nostro palato.

Cos’è il palato? Prima della ricetta di oggi apriamo una piccola parentesi su questa speciale parola: il palato. Poi mia madre vi parlerà della Stracciatella. Ma attenzione, non si tratta del “gelato alla stracciatella“. Non è un dolce quindi, ma è un primo piatto, cioè un piatto che viene consumato all’inizio del pasto, ma che può essere, a volte, preceduto da uno o più antipasti.

Allora parliamo prima del palato. Il palato sta nella vostra (nella nostra) bocca. Sta nella parte superiore della nostra bocca (chiamata anche cavità orale). E’ la parte della bocca che nella lingua italiana viene associata al gusto, al sapore. Per questo motivo quando parliamo di palato, nella lingua italiana si parla di gusto e di sapore. Quindi ad esempio soddisfare il nostro palato significa far felice il nostro palato, cioè provare delle sensazioni positive associate al gusto di mangiare o bere qualcosa di buono.

Si dice anche:

  • avere un buon palato cioè avare una certa capacità nel distinguere ciò che è buono da ciò che non lo è. Si può avere un buon palato anche per il vino;
  • avere/essere un palato fine simile ad avere un buon palato, ma in questo caso è più vicino al senso di “buongustaio”, cioè la persona che ama i buoni sapori, che ha la capacità di saperli distinguere distintamente tra loro, oppure chi non si accontenta di mangiare qualsiasi cosa;
  • cibi che stuzzicano il palato. Il palato si può stuzzicare, che è come stuzzicare l’appetito. Avere fame ed avere appetito non è proprio la stessa cosa, poiché l’appetito è una leggera fame ed i cibi appetitosi sono i cibi gustosi, che sono particolarmente buoni, che sono particolarmente attraenti e fanno venire la voglia di mangiarli. Quindi stuzzicare il palato significa provocare il palato, sollecitarlo. Si usa spesso con i dolci, o con alcuni cibi particolarmente attraenti. Posso ad esempio presentare un antipasto particolarmente “sfizioso“, bello da vedere, colorato, con cose da mangiare molto attraenti. Notate che esiste anche lo “stuzzicadenti“, che è quel bastoncino a punta che si usa per rimuovere residui di cibo rimasti fra i denti. Quindi anche lo stuzzicadenti “stuzzica” i denti. Questo per farvi capire bene il significato di stuzzicare (notate la pronuncia con la zeta sorda, come pazzo, ma non come razzo, che invece ha la zeta sonora). In definitiva stuzzicare serve a provocare una reazione, e la reazione del palato, quando è stuzzicato, è quella di far venire voglia di mangiare ciò che lo ha stuzzicato.

Passiamo alla ricetta quindi. Oggi mia madre vuole stuzzicare il vostro palato attraverso la ricetta della “stracciatella“. A te la parola mamma.

Giuseppina: Avete mai assaggiato la stracciatella alla romana? No? Però sicuramente ne avete sentito parlare.

Prima che finisce l’inverno dobbiamo prepararla almeno una volta. E’ un piatto della cucina povera, quella popolana, ma buonissimo, e da noi, è ancora il piatto di inizio di tutti i pranzi importanti, quelli di nozze, anniversari, feste importanti, prima la stracciatella poi tutto il resto.

Essendo un piatto che si mangia caldo si apprezza di più nelle stagioni non troppo calde.

Per prima cosa facciamo un bel brodo di carne, mettendo in un tegame acqua fredda, un bel pezzo di carne magra, meglio ancora se sono due tagli di carne diversa, così danno un sapore più intenso, poi mettiamo un bel gambo di sedano, una carota, una piccola cipolla, 2 pomodorini, saliamo e lasciamo bollire piano, piano, per almeno 3 ore. Il brodo è fatto. Il bollito sarà un ottimo secondo.

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Ora prepariamo la stracciatella: per 4 persone mettiamo in una ciotola 3 uova, un pizzico di sale, 3 cucchiai colmi di parmigiano grattugiato, ed un pezzo di buccia di limone.

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Sbattiamo bene.

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Passiamo il brodo in un colino, così lo troviamo bello limpido, e tendendo la pentola fuori dal fuoco ci versiamo dentro le uova sbattute. Giriamo bene con un mestolo e rimettiamo sul fuoco fino a che riprende il bollore, ci vorranno circa 2,3 minuti. Mescoliamo bene ed è fatta.

L’uovo diventa frammentato in piccoli grumi spumosi, leggerissimi.

Intanto il profumo del brodo ha invaso tutta la casa creando un’atmosfera di pranzo della festa. Versiamo la stracciatella nei piatti e buon appetito!

Poi mi direte se vi è piaciuta.

stracciatella5Giovanni: Bene, vi è venuta l’acquolina in bocca? Prima di mettervi a preparare voi la stracciatela, notiamo come mia madre ha usato alcuni verbi particolari nella sua spiegazione: salare, bollire, sbattere e versare.

Una frase è: saliamo e lasciamo bollire

Allora “saliamo” significa mettiamo del sale. Il verbo è salare (che significa mettere, aggiungere del sale) da non confondere con “salire”. Infatti “saliamo” (cioè noi saliamo) è lo stesso del verbo salire.

Ma non è l’unico caso in cui coincidono i due verbi salire e salare:

Io salgo, io salo – DIVERSO

Tu sali, tu sali – UGUALE

Lui sale, lui sala – DIVERSO

Noi saliamo, noi saliamo – UGUALE

Voi salite – voi salate – DIVERSO

Loro salgono – loro salano – DIVERSO

Il verbo bollire è più semplice: una volta che l’acqua è stata “portata ad ebollizione“, poi si può lasciare o far bollire l’acqua. Se ciò che facciamo bollire è della carne, questa carne si chiama “bollito” (carne bollita) che è semplicemente carne bollita, cioè lessata. Si chiama infatti anche “lesso“. Esiste il “bollito di manzo (o di bovino)” ma anche di altri animali come pollo o maiale. I vegetariani mi perdonino.

Attenzione, perché il bollito non è la carne “dopo” che è stata bollita, ma si tratta di un pezzo di carne “per fare” il lesso.

In macelleria quindi (la macelleria è il negozio della carne, dove si acquista la carne), se volete preparare carne bollita, dovete chiedere ad esempio:

Per favore, mi dia un chilo di bollito.

Il macellaio vi darà un chilo di carne adatta ad essere bollita, ad esempio se volete preparare la stracciatella.

Vediamo il verbo “versare” invece, utilizzato da mia madre nella frase finale:

Versiamo la stracciatella nei piatti e buon appetito!

Versare quindi significa  rovesciare un liquido o una sostanza da un recipiente ad un altro:  versare da, versare su, versare in, versare nel.

Versare il vino in un bicchiere

Versare l’acqua da un bicchiere ad un altro

Versare l’acqua su una tavola

Poi c’era il verbo “sbattere“, che in questo caso significa agitare ripetutamente (la forchetta d esempio) per mischiare, per miscelare gli ingredienti.

Sbattere comunque è un verbo che ha molti utilizzi, pensiamo a “sbattere le ciglia”, “sbattere la porta”, o nel giornalismo “sbattere in prima pagina”.

Ma in cucina nel nostro caso, quando diciamo “le uova sbattute” intendiamo sbattere con una forchetta, cioè agitare una forchetta nelle uova per mischiare, miscelare la parte bianca (l’albume) con la parte rossa (il tuorlo) dell’uovo.

Per finire esercitiamoci col verbo “salare” al presente e al passato remoto. Facciamo un bell’esercizio. Io dico il presente, faccio una pausa e voi provate con il passato remoto.

io salo la pasta – io salai la pasta

tu sali il bollito – tu salasti il bollito

lui/lei sala l’insalata – lui/lei salò l’insalata

noi saliamo l’acqua – noi salammo l’acqua

voi salate la stracciatella – voi salaste la stracciatella

loro salano la frittata – loro salarono la frittata

Buon appetito ed alla prossima specialità italiana.

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Le specialità italiane: le zeppole di San Giuseppe

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Trascrizione

Andrè: Buongiorno Gianni, buona festa del papà.

A proposito, si festeggia oggi anche il giorno di San Giuseppe ci potresti spiegare la ricetta delle zeppole di San Giuseppe? Che ne dici?

Gianni: grazie ed auguri anche a te (anche tu sei papà).

Giuseppina:

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Giuseppina

Ciao Andre! siccome è San Giuseppe, allora proviamo a fare le “zeppole“:

Le zeppole le fanno tipo “ciambella”, a Napoli, mentre da noi (nel Lazio) non sono a ciambella ma sono come i bignè e sono fritti per San Giuseppe. L’impasto è sempre lo stesso per cui se vuoi farle alla napoletana le fai tipo ciambella e le metti in forno altrimenti come, le faccio io, fritte.

Allora: mettiamo in un pentolino 120 g di acqua 60 g di burro e facciamo bollire.

Non appena l’acqua bolle aggiungiamo in un colpo solo 80 grammi di farina e un pizzichino piccolo di sale e un pizzichino di zucchero e giriamo, giriamo, giriamo sempre sul fuoco facendola cuocere un paio di minuti fino a che non diventa una bella palla e si stacca dalle pareti del pentolino: bastano 2 minuti, girando sempre però, senza farla attaccare.

A questo punto versiamo questo impasto in una terrina e ci mettiamo, uno alla volta, due uova, prima il primo uovo, poi giriamo fin quando non l’ha assorbito bene, poi mettiamo il secondo uovo e continuiamo a mescolare, ed è fatta.

Se vuoi farle a ciambella con una saccapoche fai la forma delle ciambelle e la metti in forno a 220 gradi (perché il forno serve alto) x 10 minuti; dopo le apri e le riempi di crema.

Altrimenti metti una padella con l’olio sul fuoco e quando è bello bollente, a cucchiai, metti l’impasto tipo frittelle dentro la padella che frigge mettendone 3-4 per volta col fuoco prima alto e poi, dopo pochissimo (appena si sono gonfiate) lo  abbassi un pochino così si cuoce anche dentro e dopo anche questi le riempi di crema pasticcera.

Puoi prenderla anche fatta. Non posso mettermi le foto perché oggi non ho tempo di farli la prossima volta.

Vediamo se vi riescono. Ciao!

Io non sono una cuoca eh? Per cui vi do le ricette casalinghe, magari tradizionali, ma modificate ad uso familiare. Comunque riescono perché sono ricette provate e riprovate tante volte e sono semplicissimi. Se riesco a farli io potete farli tutti quanti voi!

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Vedersela e cavarsela

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Trascrizione

Buongiorno amici, bentornati su Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuovo episodio raccontato dalla voce di Giovanni.

Spero che oggi siate in forma perché dobbiamo vedere la differenza tra CAVARSELA e VEDERSELA.

Si tratta di due verbi pronominali, ed abbiamo già dedicato un episodio ai verbi pronominali. Si tratta di un bell’episodio tra l’altro.

Se siete curiosi vi consiglio di darci un’occhiata. Oggi interessa invece vedere la differenza che esiste tra questi due particolari verbi pronominali, vedersela e cavarsela.

Vi dico questo perché si tratta di verbi simili apparentemente ma hanno funzioni diverse.

Dunque: iniziamo da cavarsela.

Il verbo è pronominale quindi si usa verso se stessi:

Io me la cavo

Tu te la cavi

Lui se la cava

Noi ce la caviamo

Voi ve la cavate

Loro se la cavano.

Si usa sempre al femminile quindi cavarselo in questo senso non esiste. E dunque non si può neanche dire “io me lo cavo” perché se dite una frase del genere, al maschile, state dicendo tutta un’altra cosa.

Il verbo cavarsela si usa in vari contesti diversi. Vediamo quali.

Se una persona ti chiede: come stai?

La risposta può essere “me la cavo, grazie, e tu?”.

Me la cavo significa che va bene, che è ok; si tratta di una risposta standard ma questa risposta indica che in realtà le cose vanno bene ma non troppo bene. Diciamo benino.

“Me la cavo” significa letteralmente “riesco ad andare avanti”, “riesco a sopravvivere” e solitamente la frase è accompagnata da una smorfia, un’espressione del viso che indica proprio questo. Una persona anziana risponde solitamente con:

Si tira avanti

Si tira a campare

Sì va avanti nonostante tutto.

Questo è un primo modo di usare cavarsela.

Un secondo modo è quando si descrivono le proprie abilita nel fare qualcosa.

Come vai a scuola?

Me la cavo abbastanza bene in matematica, mentre in lingua italiana non me la cavo affatto.

A matematica quindi il ragazzo va bene, se la cava bene, e questo significa che raggiunge la sufficienza almeno. Può anche essere un modo modesto per rispondere che va benissimo.

In italiano invece non se la cava affatto quindi le cose vanno male. I risultati non sono positivi in italiano. Questo uso si estende a qualsiasi attività lavorativa.

come te la cavi a dipingere?

Il che equivale a dire: “sei bravo a dipingere”?

È una modalità informale ma molto usata in tutti i lavori.

C’è infine una terza modalità di usare cavarsela, cioè quando riusciamo a scampare o a scongiurare un pericolo.

Quando riusciamo a uscire da una situazione pericolosa. La situazione è simile in fondo a quando riusciamo a risolvere un problema o a svolgere una mansione, un’attività. Quando riusciamo a cavarcela vuol dire che siamo usciti illesi, indenni da una situazione pericolosa. Poteva essere pericolosa ma non lo è stata:

ce la siamo cavata.

Non deve necessariamente essere un pericolo di vita o di salute, ma un qualsiasi tipo di pericolo.

In questi casi si usa anche un’altra espressione:

l’abbiamo scampata

Oppure anche:

L’abbiamo scampata bella

Ce la siamo cavata è leggermente diversa perché implica un’attività da parte di chi parla, come uno sforzo compiuto. Si è riusciti a superare una difficoltà con astuzia o accortezza o con abilità. Insomma grazie ad una qualità personale.

Se c’è un terremoto pertanto è meglio usare “l’abbiamo scampata” perché se si sopravvive da un terremoto è solitamente solo merito della fortuna. Comunque posso dire: “ce la siamo cavata per miracolo” oppure “ce la siamo cavata per il rotto della cuffia“, un’altra espressione che si usa in questi casi.

Invece se siamo inseguiti da una persona e riusciamo a scappare meglio usare “me la sono cavata” perché c’è stata un’abilità personale nell’uscire da questa situazione pericolosa. Non è merito della fortuna.

Prima di passare a vedersela, voglio farvi notare che “cavare” significa anche “estrarre“, “tirar fuori”, quindi “uscire“. Non a caso la “cava” è quel luogo dove si estrae il materiale per le costruzioni. La cava si scava dalla Montagna. La cava viene scavata. Anche il verbo “scavare” vi aiuta quindi a capire il significato si cavarsela. Scavare significa togliere terra dal terreno (ad esempio).

Infine cavarsela si usa anche in senso economico.

Quanto l’hai pagata quella giacca?

Me la sono cavata per €20

Cioè sono riuscito a spendere solo venti euro.

Oppure:

Nella nostra azienda ce la caviamo bene ultimamente

Cioè gli affari vanno abbastanza bene recentemente.

E vedersela?

Anche vedersela si usa con i problemi, le attività ed i lavori ma è diverso però perché si riferisce non all’abilità nel fare qualcosa ma nel semplice affrontare la situazione.

Ad esempio:

Giovanni: Il direttore è arrabbiato con noi. Chi prova a calmarlo?

Francesco: ok, me la vedo io con lui.

Francesco dice che se la vede lui con il Direttore, cioè lui prova a risolvere il problema, ad affrontare la situazione. Non è detto che Francesco riuscirà però a cavarsela.

Giovanni: com’è andata col direttore? Te la sei cavata bene?

Francesco: si, me la sono cavata egregiamente.

Cavarsela egregiamente è una modalità molto usata per dire che il risultato è stato molto buono.

Quindi vedersela significa affrontare, fronteggiare, cercare di risolvere un problema, in particolare escludendo gli altri.

Quando si usa vedersela molto spesso si vuole dire che si vogliono escludere gli altri dal problema. In questo modo quindi ci si assume tutta la responsabilità.

Quindi “me la vedo io” è del tutto uguale a “ci penso io“.

Un uso particolare di vedersela è:

Me la sono vista brutta

Che è una frase che si usa quando si racconta una vicenda passata e si dice che si è passato un brutto momento. “Me la sono vista brutta” significa quindi “ho attraversato un brutto periodo”.

Spesso si usa quando le cose alla fine sono andate bene, ma c’è stato un momento in cui non andavano bene.

Quando ero giovane, durante la guerra, non c’era nulla da mangiare e ce la siamo veramente vista brutta in quel periodo.

Oppure:

La nostra azienda adesso va molto bene ma durante la crisi economica ce la siamo vista brutta.

Vi starete chiedendo:

Si usa “ce la siamo vista bella?”

La risposta purtroppo è no.

Quindi, ricapitolando: cavarsela e vedersela si usano entrambi con i problemi e le situazioni difficili o con le attività lavorative.

Cavarsela è più legata al risultato finale (me la sono cavata) e per esprimere una abilità nello svolgere una mansione (me la cavo bene a scrivere).

Vedersela invece è affrontare la situazione (me la vedo io) e si usa anche per escludere gli altri e quindi prendersi tutta la responsabilità (lascia stare, me la vedo io). Infine “vedersela brutta” significa passare una brutta situazione.

Adesso fate un bell’esercizio di ripetizione.

Cavarsela

Come te la cavi coi verbi pronominali?

In Italia ce la caviamo bene economicamente

Nella nostra famiglia ce la caviamo con poco

Vedersela

Me la vedo io con lui, voi statene fuori

Che paura il terremoto! Me la sono vista proprio brutta

Chiudo con un avvertimento: cavarsela e vedersela si usano solo e sempre al femminile. Ve lo avevo accennato all’inizio dell’episodio. Anche noi maschietti dobbiamo usare il femminile. Quindi me la cavo e me la vedo, me la sono cavata e me la sono vista. Se usate il maschile state dicendo un’altra cosa. Ad esempio:

– quel film me lo vedo domani.

Che è come dire “lo vedo domani”

Oppure:

– mi sono cavato un occhio.

Cioè (che brutta immagine) mi sono tolto un occhio. Quindi, parlando dell’occhio:

me lo sono cavato.

Come capite il significato di queste frasi al maschile è completamente diverso dalle precedenti.

Ciao a tutti.

Un saluto da Giovanni.

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