Segnaletica stradale

Audio

Trascrizione

Andrè e Giovanni vanno in discoteca. I due diciottenni promettono ai propri genitori di non bere.

Alla fine della serata, Andrè sembra in grado di guidare, sebbene abbia bevuto un paio di bicchieri.

Giovanni invece è decisamente brillo, per non dire alticcio. Peccato, perché dei due, Giovanni è il più attento alla guida, mentre Andrè si distrae abbastanza spesso. Inoltre Andrè non ha ancora fatto l’esame di guida!

Andrè si mette comunque alla guida.

Tu fammi da navigatore”, dice a Giovanni, “perché non sono sicuro di ricordare la strada di casa.

Conta su di me”, risponde Giovanni, sebbene Andrè fosse consapevole della probabile scarsa credibilità delle parole di Giovanni, ma d’altronde non aveva scelta.

Fai attenzione ai segnali di precedenza”. Giovanni inizia subito con i sui consigli, sbracato sul sedile posteriore ad occhi semichiusi.

Andrè: Ok, tranquillo, ce la faccio. Però dammi indicazioni precise, perché i cartelli stradali non li conosco benissimo ancora.

Dopo 100 metri, ecco il primo incrocio pericoloso.

Giovanni: “fermati allo stop, vedi il cartello?”

Andrè si ferma allo stop, rispettando correttamente l’apposita segnaletica verticale e orizzontale.

Giovanni: Questo segnale o cartello indica che ci dobbiamo fermare per dare la precedenza alle macchine che vengono da destra o da sinistra. E’ uno stop. Si chiama così.

“Tra un po’ inoltre incroceremo una strada con diritto di precedenza”, la voce di Giovanni arrivava puntuale dalle retrovie.

Andrè: Bene, ecco la strada. Che faccio?

Giovanni: il cartello triangolare con la punta verso il basso indica che bisogna dare la precedenza a chi viene da destra.

Adesso vedrai che la strada peggiorerà, ci sono molte buche qui, quindi vai più piano. Ecco il cartello che indica che la strada è dissestata.

Andrè: ah ok, che devo fare?

Giovanni: rallenta, mica vorrai rompere il semiasse, no?

Andrè: Giusto. E quel segnale ritondo? Questo con le frecce che fanno il giro.

Giovanni: vuol dire che tra poco c’è una rotatoria.

E’ un segnale di prescrizione, cioè di obbligo. Lo trovi prima dello sbocco su un’area in cui è prescritta la circolazione rotatoria (un incrocio, una piazza).
Quindi i conducenti sono obbligati, c’è cioè la prescrizione, quindi devono per forza circolare secondo il verso indicato dalle frecce.
Il segnale lo trovi sempre prima dell’incrocio sul lato destro. Ricordati he?

Andrè: va bene allora giro in tondo.

Giovanni: adesso attento perché c’è una scorciatoia che possiamo prendere, una strada in cui non si potrebbe passare, ma considerata l’ora, possiamo provarci. Eccola, vedi che c’è il cartello di divieto di transito.

Andrè: Quello rotondo col bordo rosso e dentro bianco?

Giovanni: sì, quello, ma vai lo stesso, tanto chi deve passare a quest’ora! Tra l’altro nessuno può passare qui, né da una parte né dall’altra. Quello è un divieto di transito,

Andrè: rischiamo una multa?

Giovanni: sì, ma la polizia non c’è in giro. Ecco, adesso vai fino alla fine, gira a sinistra e siamo quasi arrivati.

Andrè: ok, ma quest’altro cartello che significa? E’ rosso ed ha una banda bianca orizzontale al centro.

Giovanni: non potremmo transitare, è vero, infatti quando incontri questo segnale vuol dire che stiamo entrando dal senso sbagliato. Da questa parte non si può entrare, dobbiamo entrare dall’altro senso. Ma vai tranquillo, sono le tre di mattina.

Andrè: possibile che incontriamo tutte strade in cui non possiamo andare?

Giovanni: no, tranquillo, adesso c’è anche un senso unico. Prendilo. Ecco, è questa strada davanti a te, che ci porterà fino a casa.

Andrè: quale strada? E dov’è il cartello?

Giovanni: questo rettangolare blu, con la freccia bianca dentro verso destra.

Andrè: ah sì, lo vedo. Vado tranquillo quindi?

Giovanni: vai, vai, questa è una strada a senso unico, puoi andare tranquillamente!

Andrè: sì… a meno che incontriamo altri due ubriaconi come noi che tornano a casa!

Giovanni: vai a tutta birra qui che siamo quasi arrivati!

Andrè: ma c’è il limite di velocità a 80 all’ora, non possiamo andare forte qui, questo cartello lo conosco! E poi c’è una macchina davanti a noi. Mica possiamo sorpassarla.

Giovanni: sì, lo so, ma stanotte abbiamo fatto tante infrazioni, quindi vai forte e sorpassa questa lumaca!

Andrè: va bè, ma ti ricordavo come un ragazzo prudente, cosa ti è successo stanotte? Comunque faccio finta che questo divieto di sorpasso non esista?

Giovanni: esatto! Allora qualche cartello lo conosci!

Andrè: solo qualcuno. Ma guarda chi sta arrivando!

Giovanni: la polizia!! Ci stava seguendo da un po’ di tempo!

Meno male che siamo arrivati. Accosta davanti casa e fai finta di niente!

Poliziotta: buongiorno (si fa per dire), non è la vostra giornata fortunata oggi: Guida in stato di ebrezza, guida senza cinture di sicurezza, infrazione del divieto di transito, transito senso contrario, ed infine parcheggio in sosta vietata. Non oso neanche chiederle di farmi vedere la patente!

Andrè: beh, in effetti… ma come sosta vietata?

Poliziotta: certo, non si può parcheggiare qui. Non conosce i cartelli stradali?

Giovanni: signora poliziotto, potrebbe chiudere un occhio per stavolta? Siamo stanchi e…

Poliziotta: … va bene, va bene, ma la prossima vi ritiro la patente! Se ce l’avete…

Lanciare frecciate

Audio

scarica il file audio in formato mp3

Trascrizione

Avete mai lanciato frecciate?

frecciate_immagine.jpg

Che voi siate italiani oppure no, sappiate che non ha alcuna importanza. È questa la frase idiomatica oggetto di spiegazione oggi. Chi vi parla è la voce di Italiano Semplicemente, Giovanni.

Bene è interessante notare l’uso del verbo lanciare.

Sapete cosa sono le frecce? Frecce si scrive senza la lettera i, a differenza del singolare freccia.

Le frecce stanno all’arco come i proiettili stanno ad un’arma da fuoco.

Le frecce le usano gli indiani, e sono un’arma. Si lanciano o si tirano oppure si scoccano o si scagliano. Le frecce le usano gli arcieri, che sono i tiratori d’arco, ad esempio dei soldati muniti di arco e frecce addestrati per lanciare delle frecce.

Esistono anche le freccette, ed anch’esse si lanciano. Sono delle piccole frecce che si afferrano con due dita e si lanciano contro un piccolo bersaglio. Un gioco da ragazzi in pratica. Si tratta del gioco delle freccette.

E le frecciate? Non sono come le freccette (anche freccette si scrive senza la lettera i). La parola frecciata è analoga alla parola sassata. Quando lancio un sasso, una pietra, do una sassata, tiro una sassata. Posso ad esempio dire che sono stato colpito da una sassata, cioè da un colpo di sasso.

Analogamente potrei dire che se qualcuno mi lancia una freccia, potrei essere colpito da una frecciata. In realtà però questo termine frecciata si usa in senso prevalentemente figurato. Cosa vuol dire?

Una frecciata non si lancia con l’arco bensì con lo sguardo, oppure con delle parole. Evidentemente l’effetto deve essere simile, quindi quantomeno pungente!

Quello che voglio dire è che quando una persona lancia una frecciata a qualcuno vuol dire che ha fatto una battuta, una battuta maliziosa, maligna, una allusione pungente. Oppure semplicemente ha lanciato uno sguardo ugualmente pungente.

Vi faccio alcuni esempi:

Siamo in ufficio e precisamente in una riunione. Io sto spiegando alcune cose al capo, al direttore diciamo, e sono presenti anche tutti i miei colleghi.

Il direttore chiede: come vanno le cose nell’ufficio?

Io rispondo: abbastanza bene, a parte qualche discussione ogni tanto.

A questo punto mi accorgo che una mia collega (diciamo che ad esempio si chiama Katia) mi sta guardando, mi sta fissando, cioè guardando intensamente, come se volesse che io la guardassi.

Katia non può dire nulla ovviamente perché siamo in riunione, ma se potesse, a giudicare dallo sguardo, credo mi direbbe:

Ma cosa stai dicendo? Stai dicendo al direttore che in ufficio ci sono discussioni? Ma come ti viene in mente?

Ma questo non può dirlo, ed allora continua a lanciarmi frecciatine con lo sguardo, per farmi capire che ho sbagliato. Direi che mi ha quasi fulminato con lo sguardo.

Poi un altro collega (Giuseppe) interviene e dice:

sì, in effetti alcuni colleghi hanno discusso ma in tutti gli uffici si discute un po’. Il tempo comunque premierà chi lavorerà di più e parlerà meno.

Questa è ancora una frecciatina. Molto spesso si usa il diminutivo: una frecciatina, per indicare che è meno grave della frecciata. In cosa consiste la frecciata o frecciatina di Giuseppe?

Giuseppe ha detto che il tempo premierà chi lavorerà di più e parlerà meno, e dicendo questo fa una allusione velata (leggermente nascosta) a me che ho osato dire che ci sono discussioni: ho parlato troppo, sono io che ho parlato troppo, e questo non mi premierà in futuro. Questo voleva dire Giuseppe.

Una frecciatina pertanto può essere lanciata con lo sguardo, con una “occhiataccia“, oppure con le parole, con una battuta “al vetriolo“.

Questi sono due termini molto usati: un’occhiataccia è una brutta occhiata, uno sguardo volto a ferire. Un’occhiataccia è molto simile alla frecciata: è una breve, rapida occhiata volta a fare un dispetto, o a rimproverare, a volte a minacciare.

L’occhiataccia è un termine più informale di frecciata ma direi equivalente. Potrei dire anche un’occhiata al vetriolo, come ho detto prima, o uno sguardo al vetriolo, o una frecciata al vetriolo.

Per vetriolo, nel linguaggio del popolo, si intende un acido, l’acido solforico fumante, che quindi corrode in un istante. Se quindi faccio una battuta al vetriolo, se lancio un’occhiata al vetriolo – è importante la preposizione “al” davanti – significa che c’è uno spirito polemico aggressivo, impietoso (senza pietà), volto a far male come l’acido.

Una frecciata in effetti fa male quando si riceve. Che si tratti di una occhiataccia, di una risposta al vetriolo, o di una battuta velenosa (si usa anche questo aggettivo a volte: velenosa come il veleno di un serpente) una frecciata non si dimentica.

C’è ovviamente chi preferisce parlare chiaramente ed apertamente, senza lasciare spazio all’allusione ed al veleno di un’occhiataccia e di una frecciata.

Volevo anche dire che le parole frecciata e frecciatina fanno pensar e anche ad altre parole che hanno un legame e che possono essere usate in circostanze simili.

Ad esempio il “sarcasmo“: è questo il nome che si dà ad una forma di ironia puntenge, con la quale si intende offendere o ferire una persona. E’ un atteggiamento di alcune persone o a volte proprio una caratteristica di alcune persone, che sono spesso sarcastiche. Spesso fanno battute allusive, ovviamente offensive. Un semplice commento può essere sarcastico, un sorriso, una frase detta con un certo tono. Un’espressione può essere sarcastica.

Il sarcasmo è molto fastidioso, è bene sottolinearlo.

Un’altra parola usata in queste circostanze “stoccata“, termine che viene dallo sport della scherma, ed è un colpo che colpisce il bersaglio.

Lanciare una stoccata (si usa lo stesso verbo di frecciata) significa colpire una persona, ferirla con una battuta, una frase, con una risposta al vetriolo. Questo avviene direttamente, come si fa con la frecciata. In effetti i termini sono molto simili. La stoccata è meno allusiva in generale. E’ un rimprovero più diretto a volte.

Posso usarla anche nel linguaggio di tutti i giorni:

Vai tu a fare la spesa caro? Così potrai incontrare la cassiera del supermercato che ti fa grandi sorrisi!

Ecco, questa è una stoccata!

Parlare “tra le righe” è un’altra espressione simile che si usa quando si dice una cosa e in realtà se ne vuole dire un’altra, oppure entrambe. Anche in questo caso si gioca con le parole facendo allusioni più o meno nascoste. Le righe sono quelle che state leggendo, una serie di parole disposte orizzontalmente sulla stessa linea in una pagina scritta. Tra le righe c’è uno spazio vuoto, e dunque leggendo “tra le righe” di un discorso si può leggere qualcosa che non è scritto e che non poteva essere scritto per diverse ragioni.

Un’altro termine che si usa in caso di critiche è il “pettegolezzo“, che è il parlare alle spalle di qualcuno. Si tratta di chiacchiere di corridoio, spesso di notizie senza un fondamento di verità, una voce falsa messa in giro da qualcuno. La differenza tra una frecciata ed un pettegolezzo è che chi lancia frecciate lo fa direttamente al destinatario – è vero, facendo una allusione – ma l’obiettivo è ferire, far male.

Invece il pettegolo e la pettegola sono persone che parlano male di una persona ma parlandone con altre persone: non direttamente ma alle spalle. Si possono fare pettegolezzi anche su una società, su una squadra, ma generalmente sono sempre persone l’oggetto principale di un pettegolezzo. Molto simile a “chiacchiera” come termine, ed il “chiacchierone” è quindi simile al “pettegolo“: entrambi dicono cose “infondate“, cose cioè che non hanno fondamento, cioè non si può dimostrare che siano vere.

Quindi ricapitoliamo: una frecciata è a volte uno sguardo, un’occhiataccia, altre volte è una battuta pungente, e ha origine dal termine freccia, che insieme all’arco costituisce l’arma degli arcieri. Il senso figurato della freccia deve dare l’idea di far male, colpire, attraverso però una frase poco chiara, vagamente allusiva, una insinuazione maliziosa spesso. Se la persona offesa risponde, facendo notare l’offesa, chi ha lanciato la frecciata può sempre dire: ma io scherzavo, non volevo dire questo!

Si usa quasi sempre il verbo “lanciare” con le frecciate. Non si usa mai o quasi mai scoccare, a volte si usa scagliare e quasi mai tirare. Questi tre verbi sono riservati alle vere frecce.

Adesso facciamo un piccolo esercizio: provate a riformulare la frase in modo equivalente nel significato ma usando il termine “frecciata” o “frecciatina“:

Andrea mi ha fulminato con lo sguardo.

Andrea mi ha lanciato una frecciata.

Giovanni mi ha fatto una battutaccia allusiva in riunione!

Giovanni mi ha lanciato una frecciata in riunione.

Queste insinuazioni pubbliche non le sopporto più!

Queste frecciate lanciate pubblicamente sono insopportabili!

Paolo deve smetterla di darmi stoccate!

Paolo deve smetterla di lanciarmi frecciate!

Bene ragazzi, spero che io sia riuscito a spiegarmi bene. Al prossimo episodio di ItalianoSemplicemente.com.

Grazie infine a tutti coloro che ci sostengono: associati e donatori.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Programma 20-25 maggio 2019

Audio

scarica il file audio

Descrizione

Programma settimanale dei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Per iscriversi italianosemplicemente.com/chi-siamo italianosemplicemente.com/chi-siamo

Le specialità italiane: melanzane alla parmigiana

Audio

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno ragazzi oggi vediamo un piatto classico della cucina italiana: la parmigiana di melanzane. Dal nome si capisce subito che gli ingredienti fondamentali sono due: il parmigiano e le melanzane. Spessissimo gli italiani la chiamano semplicemente la parmigiana, ma lascio la parola a Giuseppina, che vi spiega la ricetta da par suo, noi ci sentiamo dopo. Vai mamma!

Giuseppina:

Parmigiana di melanzane.

Che domenica piovosa! Oggi si presenta una giornata di quelle noiosissime e io cosa posso fare, per passare la giornata senza restare tutto il giorno davanti alla TV?

Cucino, e preparo un piatto confort food, di quelli che ci coccola e ci scalda il cuore, gratifica, rassicura e fa passare anche eventuali momenti di tristezza.

Da buona italiana il mio piatto di conforto, quello per i giorni in cui serve tirarsi su, è la parmigiana di melanzane, il piatto della famiglia in festa.

Un grande classico della cucina italiana, ricco, fatto con melanzane, farina, uova, sugo di pomodoro, mozzarella e parmigiano.

Se decidiamo di concederci una parmigiana, dobbiamo farla buona, perché questo non è un piatto dietetico, inutile pensare di fare light un piatto come la parmigiana, la facciamo una volta ogni tanto e quella volta ce la gustiamo così, ricca e gustosa.

Se poi volete sentirvi meno in colpa, gustatela come piatto unico. E’ un piatto generoso, di quelli che dopo aver riposato, il giorno dopo è ancora più buono.

Allora dai, facciamo insieme questo piatto tradizionale, semplice e perfetto, che rappresenta uno dei piatti meglio riusciti della tradizione mediterranea e ha il grosso vantaggio di poter essere preparato in anticipo per poi essere cotto al forno, prima di servirlo caldo e filante.

Le regioni che si contendono l’origine delle melanzane alla parmigiana sono la Sicilia, la Campania e la città di Parma.

Non spetta certamente a me decidere chi ha ragione, ma solo cercare di prepararla al meglio per poterla gustare sulle nostre tavole. Io la preparo così:

Prendiamo le melanzane, quelle lunghe e strette, 1 chilogrammo.
Le laviamo bene, togliamo la parte superiore e le facciamo a fette dello spessore di mezzo cm. che faremo fritte dorate. Procediamo così:
Passiamo nella farina le fette di melanzane;

Sbattiamo due uova con un pizzichino di sale e ci bagniamo le fette di melanzane infarinate. Le rigiriamo una per volta in modo che l’uovo le ricopra bene e le lasciamo li.

Mettiamo sul fuoco una padella con abbondante olio per friggere, – io per friggere preferisco l’olio di girasole – e mettendo 3,4 fette per volta le facciamo dorare tutte.

Mano a mano che le togliamo dalla padella le mettiamo in un piatto sopra della carta assorbente che toglierà l’olio in eccesso.

Ora facciamo un bel sugo di pomodoro, ma non solo con quello.

Metteremo in un tegame olio extra vergine di oliva, sedano, carota e cipolla, e 300 grammi di carne bovina macinata, facciamo scaldare e aggiungiamo una bottiglia di polpa di pomodoro o di passata, come preferite, l’importante è che sia di buona qualità, sale e pepe e facciamo cuocere circa mezz’ora.

Qualcuno arriccia il naso di fronte al sugo di carne sulla parmigiana, io vi assicuro che ci sta proprio bene, però se volete farla solo vegetariana, come la vuole Gianni, preparate la salsa di pomodoro solo con il trito di sedano, carota e cipolla e basilico.

Facciamo a fettine una bella mozzarella grande, di circa 300 grammi.

Ora, in una teglia, versiamo sul fondo un poco di sugo, poi facciamo uno strato di melanzane, aggiungiamo la mozzarella, il parmigiano e copriamo con il sugo.

Continuiamo sempre così fino a che avremo finito tutte le melanzane.

Mettiamo in forno a 200 gradi per 30 minuti con il calore impostato sia sotto che sopra in modo che venga una bella crosticina dorata.

Ed eccola qua, pronta, profumata e molto invitante. Basta lei sola a rendere importante un pranzo. Buon appetito!

Un consiglio: fatela riposare qualche minuto prima di tagliarla e servirla, troppo bollente ed appena sfornata non da il meglio.

Giovanni: bene, ora che non vedete l’ora di assaggiarla, considerato che dovete aspettare un po’ per farla raffreddare, usiamo questo poco tempo per imparare qualcosa.

Mia madre ha parlato di conforto: un piatto di conforto, che serve a confortare le persone, cioè a tirarle su, a farle risollevare il morale, a rassicurarle. A consolare, ad alleviare una sofferenza. Quando piove confortatevi con una bella parmigiana, concedetevi una bella parmigiana come ha fatto mia madre. Cedete alla tentazione e concedete una gratificazione al vostro palato. Attenzione perché il verbo concedersi, quindi nella forma riflessiva (concedersi a qualcuno) significa concedere se stesso, nel senso sessuale, vale a dire abbandonarsi tra le braccia di qualcuno. Meglio concedersi la parmigiana!

Il verbo contendersi, utilizzato da mia madre, significa lottare per aggiudicarsi qualcosa. In questo caso la Sicilia, la Campania e la città di Parma si contendono l’origine della parmigiana, come ci si può contendere una coppa, un premio o una conquista amorosa. Se la parmigiana è troppo poca e gli ospiti sono tanti, allora vi contenderete anche voi la parmigiana.

La parmigiana, tra i suoi ingredienti ha due tipi di formaggi, il parmigiano e la mozzarella. Ed è quest’ultima a rendere filante la parmigiana.

Filante è tutto ciò che fila. Ed è la stessa mozzarella a filare.

Un verbo particolare “filare“. Ha molti significati, ma nel caso della mozzarella, filare significa produrre dei fili, cioè assumere un aspetto filiforme, formare dei filamenti. La mozzarella, quando è riscaldata, diventa filante, cioè fila, diventa molto più morbida e non si spezza, ma forma dei filamenti. Questo accade quando mordete un pizza con della mozzarella o provate a spezzare con la forchetta la parmigiana. Avrete bisogno di allungare il braccio per spezzare la mozzarella filante (un gesto non molto elegante).

La mozzarella difficilmente si spezza ma rimane sempre un filamento attaccato che si allunga, si allunga, si allunga…

Meglio poi la polpa di pomodoro o la passata di pomodoro 🍅?

Qual è la differenza innanzitutto?

La polpa è ricavata direttamente da pomodori che sono stati precedentemente tagliati a pezzi e privati dei semi. La polpa è usata prevalentemente per cotture lunghe o a elevate temperature ed è particolarmente indicata per fare il ragù.

La passata invece è più liquida perché i pomodori li trovate già tritati ed inseriti nella loro acqua. Non è pomodoro in pezzi quindi ma pomodori tritato. Inoltre la passata a differenza della polpa viene precedentemente cotta durante la produzione quindi necessita di una cottura più breve, anche perché perderebbe parte delle sue proprietà.

Vediamo adesso arricciare il naso.

Questa è un’espressione del viso oltre che un’espressione idiomatica. Simile a storcere il naso, Quando ascoltiamo qualcosa con cui non siamo d’accordo facciamo una smorfia tipica, arricciamo il naso, storciamo il naso. Un’espressione del viso particolare che mostra la nostra disapprovazione verso qualcosa, come se assaggiassimo un cibo che non ci convince. Arricciare e storcere significano piegare, avvolgere, cambiandone la forma.

Potete usare l’espressione arricciare il naso in un contesto informale ogni volta che c’è qualcuno che disapprova qualcosa. Non è una forte disapprovazione, altrimenti useremmo altre espressioni tipo provare ribrezzo verso qualcosa o schifare qualcosa o rabbrividire per qualcosa.

Se viene servito un caffè non eccezionale un italiano sicuramente storce o arriccia il naso. Se sento dire che in alcuni paesi la parmigiana viene preparata senza melanzane, qualcuno potrebbe incuriosirsi, altri arriccierebbero il naso per questo.

Vediamo adesso la differenza tra una padella ed un tegame.

Avete ascoltato che si usa la padella per friggere le melanzane con olio. In effetti la padella si usa prevalentemente per friggere verdure e per fare le frittate, cioè uova fritte. La padella è poco profonda ed ha un solo manico. Solo una mano è necessaria per usare una padella.

Il tegame invece è un utensile di metallo (come anche la padella) ma è più profondo, ed ha due manici. Il tegame è più adatto per preparazioni più lunghe perché può contenere una quantità maggiore di verdure, carne eccetera.

Quindi un hamburger si cucina in padella, mentre per il ragù si usa un tegame. Sia la padella che il tegame comunque vanno sul fuoco, cioè si usano solo sui fornelli. In un forno potete mettere invece una teglia (o pirofila), generalmente rettangolare, alta circa 7-10 centimetri, di metallo o rame ed ha anche questa due manici. È nella teglia che cuoce la parmigiana al forno.

Adesso potete andare a farvi confortare dalla vostra parmigiana. Se ne avete fatta abbastanza potete evitare di contendervela.

Un saluto da Giovanni.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Parliamo di strade, di automobili e di guida

Audio

scarica il file audio in formato mp3

Trascrizione

Benvenuti in questo nuovo episodio di italiano semplicemente. Questo episodio lo dedichiamo alla strada, alle automobili ed alla segnaletica stradale.

Vi racconto allora una storia, scritta da Jasna, insegnante di Italiano a Lubiana, ed arricchita da me con qualche approfondimento linguistico.

Esco di casa e vado verso l’auto.

»L’auto« è un secondo modo di chiamare l’automobile, o macchina. Informalmente si chiama sempre auto.

Mi metto al posto di guida.

Questa è solitamente la cosa che si fa appena si sale sulla propria automobile.

Chi guida l’auto o una qualunque vettura può chiamarsi: il conducente, il guidatore, l’autista o l’automobilista.

Se si tratta di un mezzo pubblico, come un autobus, una metropolitana, il termine più adatto è »conducente«, che quindi è il termine con cui si indica chi conduce un veicolo, e in particolar modo se si tratta di servizio pubblico.

Il guidatore è semplicemnete la persona cui è affidata la guida di un mezzo di trasporto (qualsiasi). Ogni mezzo ha un guidatore: è colui che sta al posto di guida ogni volta: può trattarsi di un pilota di aereo anche.

L’autista è un termine anch’esso associato a chi conduce autoveicoli di servizi pubblici o anche per conto di privati. In genere se una persona lavora nel servizio degli autobus pubblici, come lavoro fa proprio l’autista. É più associato al lavoro rispetto al conducente, che è più associato alla vettura specifica che guida.

Che mestiere fai? Faccio l’autista di autobus.

Chi era il conducente dell’autobus 772 di Roma che oggi ha avuto un incidente?

L’Automoblista invece è, molto genericamente, il guidatore di automobile. Non viene associato alla singola vettura, ma si parla di automobilista ogni volta che si parla della categoria di coloro che guidano le autovetture in generale.

Si usa molto nelle notizie dei quotidiani:

Scontro tra automobili: l’automobilista colpevole si dà alla fuga!

Violento tamponamento, automobilista finisce in ospedale.

Accende la propria auto e questa esplode: paura per un automobilista a Roma.

Un Automobilista viene colto da un malore e viene soccorso da un elicottero.

Eccetera.

Continuiamo con la storia:

Al posto di guida sono prudente e non vado mai molto veloce. Rispetto sempre i limiti di velocità, metto sempre la freccia a sinistra e poi sorpasso altre auto e mi fermo sempre quando incontro un semaforo rosso, rispetto sempre il codice della strada.

Un limite di velocità è la velocità massima, il limite oltre il quale non si può andare su una strada.

Mettere la freccia invece è quell’operazione che si fa quando si deve svoltare a destra o a sinistra (o si deve arrestare la vettura o quando si sorpassa o quando si riparte) e in questo modo si avvertono gli altri automobilisti. Le frecce, poste lateralmete alle vetture, lampeggiano dalla direzione in cui la macchina si dirigerà.

Io ho la patente da un mese. La patente di mia sorella invece è scaduta e non può guidare.

Col termine »patente« si intende quasi sempre la patente di guida, che in generale è il documento di autorizzazione all’esercizio di una determinata attività (in questo caso: guidare) rilasciato da una autorità pubblica (una autorità amministrativa, come è la motorizzazione civile). Chi ha la patente da poco tempo (come un mese) è un neopatentato.

Continuiamo:

Per prendere la patente devi superare la prova scritta e poi ancora la prova di guida. Mi piace guidare la mia macchina rossa. Salgo in macchina, mi allaccio la cintura di sicurezza e metto in moto.

Per prendere la patente bisogna quindi superare la prova scritta, cioè un esame scritto e poi anche la prova di guida, cioè l’esame pratico. La cintura di sicurezza è la cintura che si allaccia, che si deve allacciare quando si sale in macchina ed è obbligatoria. Solo dopo si mette in moto, cioè si accende la macchina, cioè si accende il motore. Mettere in moto significa semplicemente avviare il motore: girare la chiave, o premere il pulsante, e avviare il motore. La macchina ancora non si muove, sebbene »mettere in modo« può sembrare far muovere la macchina (moto= movimento).

Prima guido in una strada urbana sulla corsia di destra. Sto molto attenta e non mi avvicino troppo al marciapiede. Mi fermo all’incrocio, guardo a destra e poi a sinistra, passo solamente quando la strada è libera.

Una strada urbana è un tipo di strada, una strada la cui velocità non è generalmente molto alta, e tutte le tipologie di veicoli motorizzati e non, possono circolare: moto, auto, biciclette, camion eccetera.

Il Marciapiede, lo dice il nome, serve per camminare con i piedi, e il marciapiede si trova ai lati della strada e a un livello più o meno sopraelevato, rialzato. Fa sempre parte della »sede stradale«, ma è riservata al transito dei »pedoni«: così si chiamano le persone che procedono a piedi, senza nessun mezzo.

L’incrocio invece è l’intersezione di più strade, dove due o più strade si incrociano e bisogna fare molta attenzione prima di »passare«. Chi passa per prima in un incrocio? Passa chi ha la precedenza! Chi non ha la precedenza non passa per primo e invece fa passare qualche altra macchina che invece ha la precedenza.

Metto la freccia a sinistra, giro, vado dritto e poi mi fermo al semaforo che è rosso. Ci sono due pedoni che intanto attraversano la strada. Appena vedo un pedone che vuole attraversare la strada, gli do sempre la precedenza, anche se non si trova sulle strisce pedonali.

Solitamente agli incroci è facile incontrare un semaforo stradale: è un apparecchio che serve a segnalare con delle luci colorate, e che generalmente è automatico. Viene usato per la regolazione del traffico proprio agli incroci o nei punti di attraversamento pedonale. Quando il semaforo è verde si può passare, quando è rosso ci si deve fermare, quando è giallo si deve far attenzione, perché tra qualche secondo il semaforo sarà rosso.

I pedoni quindi possono attraversare la strada, a piedi naturalmente, ed attraversare significa percorrere (una strada ad esempio) da un lato a quello opposto. I pedoni solitamente per attraversare usano le strisce pedonali, di colore bianco (quasi sempre): è anche questa una forma di segnaletica – si chiama segnaletica orizzontale – che indica un punto della strada in cui i pedoni possono attraversare, ed hanno diritto alla precedenza rispetto alle auto.

La precedenza si può dare e si può avere, ma non è un oggetto. Eppure si usa il verbo dare.

Sulle strisce pedonali i pedoni hanno la precedenza, e le macchine devono dare la precedenza ai pedoni quando questi attraversano la strada usando le strisce pedonali.

Ma la storia continua:

Il semaforo diventa poi verde e io riparto. Mi devo pero’ fermare di nuovo piu’ avanti perché altri due pedoni attraversano la strada sulle strisce pedonali. Fra poco incontro un posto di blocco della Polizia. Vedo una macchina della polizia e due poliziotti: un poliziotto e una poliziotta.

La poliziotta alza la paletta, io comincio subito a frenare, metto la freccia a destra e mi fermo a bordo della strada.

“Buongiorno, per favore, mi faccia vedere i documenti“, dice la poliziotta.

Cerco i documenti ma non li trovo mai subito.

»Ecco la patente e il libretto di circolazione«, dico io.

Si avvicina il poliziotto e dice: »Scenda dalla macchina e faccia l’alcoltest.«

Poi mi dicono: »Tutto va bene, stia attenta al traffico e non corra troppo sennò paga la multa«.

Certo che non mi rifiuto mai di fare l’alcoltest. L’alcoltest, mediante l’uso dell’etilometro permette la misurazione del valore di alcol presente nel sangue.

Per fortuna non ho bevuto.

Ripenso a mio padre che mi dà sempre buoni consigli. Lo ascolto volentieri perché ha ragione e perciò non vado mai veloce, rispetto sempre i limiti di velocità e mantengo la distanza di sicurezza, non bevo alcolici; prima di guidare allaccio sempre la cintura di sicurezza.

Se mi chiamano al cellulare, mi fermo e rispondo oppure uso gli auricolari.

Do la precedenza ai pedoni sulle strisce, accendo le luci anche di giorno e non lampeggio agli altri automobilisti. Faccio controllare il motore e i pneumatici e spengo il motore quando sono ferma in fila.

Dopo circa un’ora parcheggio. Ho sete e voglio bere una bibita in un bar. Metto la freccia e cerco un posto per l’auto. Lo trovo, mi avvicino, ma vedo che lì avanti c’e’ un cartello dove c’e’ scritto »passo carrabile«. Lì non posso parcheggiare e cerco percio’ un altro posto. Eccolo. Lo trovo subito. Alla fine scendo dall’auto e vado al bar.

Di alcuni termini ci siamo già occupati in alcuni episodi dedicati al mestiere del poliziotto: posto di blocco e libretto di circolazione ad esempio.

Invece un parcheggio è uno spazio riservato alla »sosta« di un veicolo: esistono anche le aree di parcheggio; quelle in autostrada ad esempio, esistono i parcheggi a pagamento e quelli gratuiti (in genere si distinguono dal colore delle strisce che delimitano l’area); esiste il parcheggio sotterraneo, quello coperto e quello scoperto, esiste anche il parcheggio ad un solo piano e quello a più piani.

Il passo carrabile (o carraio) invece è un punto in cui si può accedere (cioè entrare) in un’area laterale (quasi sempre privata) e che è fatto apposta per lasciare e parcheggiare i veicoli.

Nel prossimo episodio dedicato alle automobili vedremo anche la segnaletica stradale.

Un saluto da Giovanni e da iTALIANOSEMPLICEMENTE.COM

La solita solfa

Audio

Trascrizione

Ciao ragazzi, oggi spieghiamo la frase “la solita solfa“.

solita_solfa_immagine

Si tratta di un nuovo episodio di Italiano Semplicemente ed io, come di consueto, sono Giovanni, abito a Roma e sono il vostro professore di italiano.

Allora, “la solita solfa” è la frase di oggi.

Una espressione informale, che quindi si usa solamente nel linguaggio parlato, soprattutto tra amici e conoscenti.

Vediamo cosa significa.

La solita“: comincia così la frase.

“Solita” è un aggettivo e significa conforme alla consuetudine, uguale alle altre volte, quindi una cosa “solita” è una cosa consueta, abituale.

Si sente dire spesso ad esempio:

Ci vediamo alla solita ora

Il che significa: ci vediamo alla stessa ora di sempre, ci vediamo all’ora in cui ci vediamo abitualmente, quando ci vediamo sempre. Insomma, alla stessa ora, al solito orario.

Si sente spesso anche dire:

Siamo alle solite!

E questa è una frase che viene pronunciata quando una persona è stanca di veder accadere sempre le stesse cose. Cose che si ripetono invariabilmente e sistematicamente ogni volta.

Sono stufo di sentire sempre i soliti discorsi

Anche questa frase è abbastanza standard come forma di lamentela orale.

Sei sempre il solito imbranato!

Anche questo tipo di frasi è molto frequente nei dialoghi informali: una persona esprime il proprio pensiero rivolgendosi ad una persona ed accusandola di essere sempre il solito… imbranato ad esempio, ma posso usare qualsiasi tipo di aggettivo!

In poche parole, “solito” e “solita” esprime una ripetizione e anche la mancanza di una novità, e generalmente è un termine che si usa in caso di lamentele.

La parola che segue nella nostra frase è “solfa” che è una parola apparentemente molto strana.

Cos’è una solfa?

La parola deriva dall’unione di due parole: sol e fa.

Sol e fa sono due note musicali, due delle sette note musicali: do, re, mi, fa, sol, la, si.

Di queste note musicali si considerano sol e fa esattamente in questo ordine.

Perché proprio queste due note? e perché in questo ordine?

Il motivo è che solfa è il nome con cui una volta, molto tempo fa, veniva chiamato il “solfeggio”, che è una attività che praticano coloro che imparano la musica. All’inizio, una delle attività che vengono fatte nelle scuole di musica è proprio il solfeggio.

Ricordo di averlo fatto anch’io da giovane. Ricordo ancora i movimenti con la mano ed i vocalizzi che prevedeva il solfeggio: doooo, reeee, miiiii eccetera, ed allo stesso tempo occorreva fare un movimento particolare con la mano, questo per imparare i tempi della musica e le varie note.

Quindi il solfeggio, lo avrete capito, è un’attività molto noiosa e ripetitiva. Bisogna fare sempre lo stesso tipo di esercizio finché non si riesce a legge un brano musicale. é importante ma comunque resta una cosa molto noiosa da fare.

La parola solfa quindi si porta dietro questo significato, legato inevitabilmente alla noia ed alla ripetizione.

Quindi la frase “la solita solfa” contiene due volte lo stesso concetto di ripetizione, arricchito anche da un po’ di noia. Inoltre nella frase “la solita solfa” non c’è nulla che faccia riferimento all’utilità.

Di solito è una frase che si usa quando si ascolta un discorso da una persona, per indicare che questo discorso lo si è già ascoltato in molte altre occasioni ed è sempre lo stesso, non cambia per niente.

Ad esempio, se assisto ad una lezione all’università dedicata ad un certo argomento e questa lezione viene fatta ogni volta usando le stesse parole e le stesse frasi, posso dire che la lezione è stata sempre la solita solfa. Ovviamente questo avviene in contesti informali.

Com’è andata la lezione? Interessante?

Macché, sempre la solita solfa!

Cioè?

Cioè il professore ha parlato delle solite cose, delle cose di cui parla sempre, tutti gli anni

Evidentemente la lezione è stata molto noiosa.

Si usa anche quando si ascolta un rimprovero, da parte di un genitore ad esempio.

Sono rientrato molto tardi sabato sera, ed al mio rientro mia madre mi ha fatto il solito discorso di sempre: che devo rientrare prima e che devo avvisare, che altrimenti mi toglie il telefono e che non mi fa più uscire da solo eccetera eccetera, insomma, niente di nuovo, sempre la solita solfa!

A volte si usano espressioni simili. Basta cambiare la parola finale. A volte si usa la parola “tiritera“, un discorso lungo e monotono.

Stessa cosa per le parole “cantilena” e “filastrocca“, che trovano un utilizzo a volte anche al di fuori dei contesti adatti ai bambini.

Una lunga successione di parole, fastidiosa e ripetitiva, proprio come le filastrocche che si cantano ai bambini, piccole canzoni, piccoli componimenti che hanno delle rime e dei versi. Abbiamo visto in un passato episodio una filastrocca: ambaraba cicci coccò, episodio che vi invito ad ascoltare se volete.

La parola cantilena è abbastanza simile, indica più una melodia, una canzone quindi, che ha però un ritmo abbastanza lento e anche monotono, come una ninnananna ad esempio, quelle canzoncine che si cantano ai bambini per farli addormentare. Questa è la cantilena: dormi bambino, della tua mamma, eccetera eccetera. Una melodia appositamente ripetitiva e noiosa che funge da sonnifero per i bambini. Ricordo però con affetto quando mi venivano cantate le ninannanne per addormentarmi.

Ad ogni modo la frase “la solita solfa” dà un’idea di noia più accentuata di quanto non faccia “la solita cantilena” o “la solita filastrocca”.

La solita tiritera” è ugualmente efficace direi. Spero di non avervi mai annoiato tanto da farvi pronunciare una qualsiasi di queste frasi. Prima che lo facciate, come al solito, vi propongo la solita solfa della ripetizione, per fare in modo che possiate ricordare meglio questa frase.

Provate ad imitare anche il mio tono di voce e vedrete che riuscirete persnmoa divertirvi.

Ufff… questa lezione è la solita solfa….me ne vado!

Oddio, adesso che mia madre ha scoperto che ho rotto la macchina mi farà la solita solfa che non abbiamo soldi per ripararla!

Ecco, questo traffico mi farà fare tardi e mi toccherà sentire la solita solfa del mio dirigente! Che pizza!

Che noia questo discorso, la solita tiritera di ogni volta!

Ciao ragazzi