Perché, poiché, anzi, anziché

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E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Trascrizione

avverbi.jpgBuongiorno amici, grazie di essere qui all’ascolto di questo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi rispondo ad una domanda di Madonna, una bella e simpaticissima ragazza egiziana che avendo avuto modo di ascoltare la sua voce vi posso dire che parla molto bene l’italiano. Madonna vorrebbe conoscere l’utilizzo, con degli esempi, di alcune parole italiane: si tratta di alcuni avverbi e congiunzioni.

Madonna ha un livello abbastanza elevato per poter comprendere e parlare di qualsiasi argomento nella lingua italiana, quindi questo significa che queste parole creano qualche volta dei problemi anche alle persone di livello elevato.

Saper utilizzare bene queste paroline significa sapersi esprimere bene in italiano.

In questo episodio quindi spieghiamo alcune delle parole richieste da Madonna, che saluto con l’occasione, e poi inserirò sul sito il podcast audio in formato mp3 in modo che lo possiate scaricare ed ascoltare.

 Inserirò però anche le singole frasi separatamente, facciamo questo esperimento  in modo che i visitatori di Italiano Semplicemente possano ascoltare solamente le frasi e gli esempi che gli interessano di più. Se volete potete anche ripetere le frasi in modo che possiate esercitare la lingua.

Un esperimento questo che se si rivelerà produttivo e che se gradirete attraverso dei like su Facebook continueremo sicuramente a fare. Vediamo come va.

I miei figli mi aiuteranno a rendere più piacevole l’ascolto.

Oggi spieghiamo perché, poiché, anzi ed anziché

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Perché

Perché si usa principalmente in frasi interrogative, quando si fa una domanda e quindi si richiede una risposta: (in tal caso è un avverbio e sta prima di un verbo)

– perché studi la grammatica?

– Perché stai studiando italiano?

Perché sei così stupido?

è perché tu non pensi mai agli affari tuoi?

La parola “perché” a volte si usa anche da sola, dando il verbo per scontato: ad esempio:

– non rispondi mai al telefono quando ti chiamo: perché?

– non mi guardi mai in faccia quando ti parlo, perché?

mi rubi sempre le caramelle, perché?

mi fai sempre un sacco di domande, perché?

Infine “perché” si può usare anche  in frasi in cui non si fa direttamente la domanda, ma la si riporta in modo indiretto. Vediamo qualche esempio.

ho chiesto a mia moglie perché fosse così bella.

– mi chiedo perché mangi così tanto durante le feste di Natale!

– la maestra mi ha chiesto perché non ho fatto i compiti!

– tu invece non ti sei mai chiesto perché sei così stupido!

A volte “perché” si usa al posto della parola “motivo” o “causa”, e in questo caso ci mettiamo anche l’articolo davanti: “il perché” cioè “il motivo”, “la causa”, o anche “la colpa”. Ad esempio:

– voglio sapere il perché di tutto questo.

Oppure anche:

– non ti chiedi il perché delle nostre continue discussioni?

Oppure:

– ti dirò dopo il perché di tutti i miei dispetti!

scoprirai dopo il perché di tutti gli errori che fai!

sei tu il perché dei nostri problemi, lo vuoi capire?

Inoltre si usa anche come congiunzione: ad esempio:

voi ascoltate perché siete interessati;

oppure anche:

voi adesso state ascoltando perché un giorno possiate comunicare bene in italiano;

Inoltre,  ma è più raro questo uso, si usa in frasi di questo tipo:

– è troppo difficile perché tu possa capirlo;

oppure:

parli con la voce troppo bassa perché io possa ascoltarti.

sei troppo stupido perché tu possa capire le donne!

– e tu sei troppo presuntuosa perché  possa riuscire ad essere gentile!

Passiamo ora a poiché:

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Poiché

Poiché è una congiunzione, ma non ce ne potrebbe fregare di meno. A parte gli scherzi, vediamo i suoi utilizzi.

In molti casi si usa come “perché”; con valore causale infatti equivale a ‘perché’, ma l’accento non è sulla causa, sul motivo, non si vuole evidenziare il motivo. Quando evidenzio il motivo infatti devo usare perché: ad esempio:

– ti voglio sposare perché mi piaci;

voglio baciarti perché sei bello!

voglio lasciarti perché puzzi!

Quando l’accento è sulla causa, sul motivo quindi si preferisce “perché”: ad esempio:

– adesso state ascoltando Italiano Semplicemente perché vi piace;

Perché ascoltate italiano Semplicemente? Perché vi piace!

Quindi la cosa importante è che vi piace, il motivo per cui ascoltate è che vi piace. E per questo è meglio che usuate perché, ciò comunque non esclude che possiate usare anche poiché.

Invece “poiché” si usa per mettere in rilievo più una conseguenza che una causa vera e propria; più cioè ciò  che accade dopo. Mi interessa quindi più l’effetto che la causa. In questo particolare utilizzo, poiché equivale a “siccome”.

Ad esempio:

– poiché siete stranieri non sapete bene l’italiano (che equivale a ” non sapete bene l’italiano perché siete stranieri”) 

poiché sei brutto, non ti bacio!

poiché sei bella, ti amo!

Quindi generalmente poiché sta all’inizio della frase, e non si usa “perché” in questi casi, ma si usa “poiché”.

– poiché siete single, state cercando moglie;

L’accento qui non è sul motivo, sul fatto che siete single, ma sul fatto che state cercando moglie: Poiché siete single state cercando moglie.

Passiamo alla parola “ANZI”

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Anzi, anziché

Anzi è una preposizione e un avverbio.

E’ una parola che si usa, nel linguaggio moderno, al posto di “Invece”, oppure al posto di  “al contrario”. Si usa per correggere un’affermazione, una frase, che è stata già precedentemente negata: vi faccio alcuni esempi. Posso dire ad esempio, parlando con una persona straniera:

non sei un principiante, anzi conosci molto bene l’italiano;

Quindi vedete che prima si dice una frase (non sei un principiante) che è una negazione, infatti state dicendo “non  sei un princiupiante”,  poi si dice “anzi” e poi dite il contrario: conosci molto bene l’italiano. Quindi anzi è come dire: tutt’altro, tutto il contrario, in una sola parola: anzi!

Posso dire anche, se qualcuno entra nella mia stanza e mi dice: “disturbo”? Io posso rispondere

non mi disturbi affatto, anzi mi fa molto piacere.

Anche qui c’è una negazione: non mi disturbi affatto. Poi c’è “anzi”, che anticipa la frase contraria: “mi fa molto piacere”: non mi disturbi affatto, anzi (al contrario, tutt’altro) mi fa molto piacere.

Vediamo però che “anzi” si può usare anche da solo nelle esclamazioni:

Ad esempio posso dire:

– non è brutto, anzi! 

– non è un principiante, anzi!

non sono una bambina, anzi!

Non sono uno stupido, anzi!

Anche in queste frasi significa: tutt’altro, tutto il contrario! Infatti dicendo “anzi”, sottolineando con il tono della voce la parola si vuole dire: tutto il contrario!

Anzi però non si usa solamente per dire il contrario di una cosa che avete già negato, ma significa anche: “o meglio”, “piuttosto”; si usa quindi anche per modificare quanto abbiamo già detto e non solo per negare. Se fate un esame all’università, il professore potrebbe dirvi:

-bene, ti promuovo con il voto di 28, anzi, facciamo 30;

mi spiace ma non sei andato molto bene, anzi, diciamo pure che sei andato malissimo;

– A me piacciono più le femmine che i maschi, anzi, i maschi non mi piacciono per niente!

A me piacciono le bambole, anzi, ora mi piacciono un po’ meno perché sono cresciuta.

Nelle frasi appena viste quindi c’è una frase affermativa e non una già negata. In questo caso correggo, specifico, modifico, aggiungo qualcosa; é come dire: “o meglio”.

Infine “anzi” si può usare anche per rafforzare, per insistere su un concetto e renderlo ancora più forte.

Anche in questo caso non si nega quanto già è stato detto, ma lo si modifica. In questo caso in particolare lo si rafforza: Se voglio dire a mio figlio che ha sbagliato a non fare i compiti posso dirgli:

– hai fatto male, anzi malissimo, a non fare i compiti;

E mio figlio potrebbe rispondermi:

– hai fatto male a sgridarmi, anzi, malissimo!

E mia figlia può dire:

– ho fatto bene a scrivere la lettera a Babbo Natale, anzi, benissimo!

La parola anzi si usa poi insieme ad altre parole, prima anzi e poi qualche altra parola, che spesso si unisce ad “anzi”.

Ad esempio nell’avverbio “anzitutto” o anche “innanzitutto“, che vuol dire “prima di tutto , cioè prima di dire altre cose vi dico questo.

Ad esempio se devo andare a fare la spesa mia figlia potrebbe dirmi:

innanzitutto papà, comprami i biscotti;

E mio figlio potrebbe invece dire:

Anzitutto papà, dovresti sentire mamma che dice!

In questo caso quindi anzi vuol dire “prima di tutto”.

Ma “anzi” se unita a qualche altra parola può voler dire anche solamente “prima”.

Ad esempio: “anzi notte”, che vuol dire “prima di notte”, ma che è veramente poco usata come accoppiata.

Più usato è “anzi tempo (che si scrive anche tutto unito, in una sola parola: anzitempo.

l’ho saputo anzitempo

che vuol dire “l’ho saputo prima del tempo previsto, prima degli altri, prima che lo sapessero le altre persone, o l’ho saputo prima del normale.

Si dice anche molto spesso:

– è invecchiato anzitempo;

– è morto anzitempo;

il che significa prematuramente, prima del previsto. È invecchiato anzitempo si dice di una persona che sembra più anziana, più vecchia, di quanto in realtà non sia. Se una persona sembra più anziana della sua età, potete dire che è invecchiata anzitempo.

 Lo stesso se una persona muore da giovane: è deceduta anzitempo, ci ha lasciato anzitempo, è morta anzitempo, cioè prima del previsto, prima di quanto comunemente ci si aspetta.

Un altro esempio di come anzi si unisce ad un’altra parola è la parola “anzidetto”, é una parola però molto formale, che non si usa nel linguaggio quotidiano e familiare.

Significa “detto prima”, predetto, suddetto, summenzionato.

Ad esempio:

per le ragioni anzidette, non possiamo incontrarci.

 Che significa per le ragioni dette prima, per le ragioni appena dette, dette in precedenza, non possiamo vederci. Si usa prevalentemente per iscritto,  a voce farebbe un po’ ridere una frase del genere.

In linguaggio familiare potrei dire:

– Ti ho già spiegato prima le ragioni, e per le ragioni che ti ho detto prima, non ci possiamo vedere.

Poi non dimentichiamo che esiste anche la parole “anziché, che è derivata da “anzi.

Anziché significa “invece di”, “piuttosto di”.  Ci sono due azioni contrapposti, ed una delle due azioni viene messa in risalto rispetto all’altra.

– mio figlio preferisce giocare anziché studiare;

– le tue parole, anziché tranquillizzarmi, mi hanno innervosito;

– anziché mangiare sempre, dovresti fare sport!

– anziché farti gli affari miei, potresti pensate ai fatti tuoi!

Anzi inoltre si trova anche nella parola poc’anzi.

Anche in questo caso c’è il tempo di mezzo, e vuol dire “poco fa”, “poco tempo fa”.

Questa parola si scrive con l’apostrofo prima di anzi: P-O-C- apostrofo – anzi. È una delle parole più difficili da scrivere per gli stessi italiani, perché non è così intuitivo mettere l’apostrofo . Tuttavia non è scorretto non metterlo. Posso scriverlo in entrambi i modi.

La prossima lezione vedremo altre parole suggerite da Madonna. Ce ne mancano ancora molte. Ne vedremo altre tre almeno.

Ciao a tutti.

Video con sottotitoli

Metterci e rimetterci del proprio, mettersi in proprio

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Descrizione

In questo episodio spieghiamo la differenza tra:

  • metterci del proprio
  • rimetterci del proprio
  • mettersi in proprio

proprio

Da quando in qua 

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Descrizione

La spiegazione dell’espressione “da quando in qua”, con esempi di applicazione, tono da utilizzare e un esercizio di ripetizione.

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È grasso che cola

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Descrizione

In questo episodio spieghiamo il significato dell’espressione “é grasso che cola“.

Spieghiamo prima il significato di “grasso”, del verbo “colare” e poi dell’espressione completa.

Infine molto esempi concreti ed un esercizio di ripetizione.

lacrima_cola
Inserisci una didascalia

la lacrima cola sul viso – il grasso dello speckspeck-grasso

Saltare di palo in frasca

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Trascrizione

Buongiorno amici di italiano semplicemente, oggi è il 26 dicembre 2016, cioè santo Stefano, il giorno dopo di Natale.

Mentre vi parlo sto facendo una piccola passeggiata in un piccolo paese in provincia di Campobasso nel Molise, una zona abbastanza deserta, non c’è praticamente nessuno qua e ho quindi pensato che questo fosse il luogo ideale per registrare un episodio di italiano semplicemente e spiegare a tutti i membri una bella espressione italiana di uso molto comune, utilizzata un po’ ovunque sia in ambito familiare sia in ambito professionale, ma soprattutto utilizzata all’orale.

Si tratta quindi di un’espressione che non troverete sui libri di grammatica, sui libri dell’università. Ma potrete ascoltare questa espressione soltanto parlando con degli italiani o più probabilmente mentre degli italiani parlano tra loro. L’espressione è saltare di palo in frasca. Questa è un’espressione composta da cinque parole: saltare, di, palo, in, frasca.

Vi spiegherò di conseguenza le parole più difficili di questa espressione, dopodiché farò degli esempi pratici di utilizzo. E vi dirò ovviamente il significato della frase, che è un’espressione idiomatica, quindi non ha soltanto un senso proprio, ma anche un senso figurato. Spero nel frattempo che voi stiate passando delle belle festività natalizie. Le festività natalizie sono le feste di Natale, quindi “natalizie”.

Molti di voi ascoltatori non siete neanche di religione cattolica, molti siete musulmani ma evidentemente saprete che il 25 dicembre è il giorno di Natale, è il giorno in cui è nato Gesù e di conseguenza sapranno che il 25 dicembre si festeggia come ogni anno la festa cristiana più importante, festa cattolica più importante che è la festa del Natale.

Spero che siate contenti dei regali che avete ricevuto. Non voglio passare (o saltare) di palo in frasca comunque, mentre sto parlando perché vi stavo spiegando appunto l’espressione: saltare di palo in frasca.

Probabilmente avete già intuito qual è il significato dell’espressione, cominciamo comunque a spiegare le parole. Che cosa è il palo? Anzi cominciamo con il verbo saltare.

Scusate se ho un po’ di fiatone. Il fiatone è un “grande” fiato e ho un po’ di fiatone perché sto facendo attività sportiva, sto camminando, quindi il mio fiato, cioè il mio respiro è grande, cioè è affannato perché sto camminando.

Scusate per l’inconveniente. Dunque, che cosa è il palo? Il palo è un oggetto, un oggetto di cui il materiale molto spesso è il legno, il materiale di cui sono composti gli alberi. Normalmente il palo può avere una lunghezza che va da un metro circa fino anche alle cinque o sei metri di altezza.

Ha una larghezza dai cinque ai venti centimetri di diametro circa, quindi va dai cinque ai venti centimetri, ed è molto pesante. Solitamente un palo è molto pesante,  è fatto di legno ed è utilizzato per essere piantato nel terreno.

Normalmente è questo che si intende per palo. Quindi ha una forma appuntita, ha una punta, almeno in una delle estremità.

Questa punta si pianta, si inserisce nel terreno e quello è il palo. Il palo ha la funzione di essere piantato nel terreno per stare dritto, per stare in piedi e ci sono diversi tipi di palo.

C’è il palo della luce ad esempio che serve a sostenere i fili dell’elettricità che consentono alle abitazioni di avere la luce all’interno.

Quindi consentono di avere corrente elettrica. Ma esistono anche altri tipi di palo. Esistono anche i pali per le recinzioni cioè per suddividere il territorio nel caso in cui ci sono diversi proprietari, quindi nelle recinzione dei terreni agricoli. I territori agricoli sono molto spesso suddivisi tra di loro con dei pali, dove molto spesso sono attaccati  dei fili di ferro o delle sbarre di legno.

Poi ci sono anche altri tipi di palo. Ma il palo ha anche un senso figurato. Non solo in questa espressione ma il palo può anche essere un’altra cosa perché quando ad esempio c’è una rapina in banca cioè quando ci sono dei ladri che decidono di rapinare una banca o di rapinare una gioielleria, ebbene solitamente quando si rapina una banca i ladri sono almeno due.

Uno di loro fa la rapina, quindi entra all’interno della gioielleria o della banca e rapina la gioielleria, rapina la banca.

L’altra persona, l’altro ladro fa il palo. Vale a dire sta fuori e controlla; controlla che non arrivino le forze dell’ordine, che non arrivi la polizia o i carabinieri e che quindi il ladro che sta nel negozio possa tranquillamente rapinare il negozio, la gioielleria o la banca.

Quello è il palo in senso figurato. Perché sta fermo come un palo. Come se fosse piantato come un palo. E invece saltare come vi stavo spiegando è ciò che si fa quando si fa un salto.

Io adesso sto facendo una passeggiata, sto camminando ma volendo posso fare un salto. Ho fatto un salto, ho staccato le gambe dal terreno e ho fatto un salto.

Ovviamente saltare è un verbo che si utilizza fondamentalmente negli sport.

Quindi ci sono anche delle discipline in cui c’è il nome “salto”: c’è il salto con l’asta, c’è il salto in lungo, in alto, e c’è il salto triplo: tutte discipline sportive in cui si fanno dei salti, in cui si salta. E quindi si utilizza il verbo saltare.

Coloro che saltano sono gli atleti. Io non sono un atleta, ma tutti noi possiamo saltare, basta che stacchiamo entrambi i piedi dal suolo e facciamo un salto.

Si può fare un salto in lungo, un salto in alto eccetera.

Quindi: abbiamo spiegato saltare, abbiamo spiegato palo e spieghiamo adesso il significato della parola frasca.

Metterò una foto sull’articolo sul sito italianosemplicemente.com per farvi capire cosa esattamente è una frasca, così come metterò anche una foto di un palo che ho fatto durante questa mia passeggiata.

Che cosa è una frasca? La Frasca è un insieme di piccoli bastoncini secchi, che quindi possono essere utilizzati per accendere il fuoco, perché è un materiale infiammabile perché composto di legno e le foglie secche che sono facilmente incendiabili.

Questa è una frasca. Quando toccate una frasca, fa anche un certo rumore che adesso vi faccio sentire. Ecco😃.

Ho appena calpestato una frasca cioè un insieme di rami secchi, di bastoncini di legno che si rompono anche con le mani, che potete mettere sul fuoco per accendere con facilità il fuoco. Questa è la frasca. Le frasche vengono utilizzate anche dagli uccelli ad esempio, per fare , per costruire il nido, cioè la loro abitazione.

L’abitazione degli uccelli, la casa degli uccelli è fatta e composta di frasche , di pezzettini di legno secchi.

Quindi credo che sia la cosa più facilmente incendiabile, che ci sia al mondo. Perché gli uccelli prendono con il loro piccolo becco dei pezzettini di legno, li trasportano uno ad uno finché compongono il loro nido.

Quindi il nido è fatto di frasche. Ma cosa significa la frase saltare di palo in frasca?

È un ‘espressione all’interno della quale non dovete ricercare delle regole grammaticali perché il palo è un nome che richiede l’articolo “il”, si dice: il palo. Quindi quando utilizzate la preposizione articolata si usa dire: dal palo, ad esempio: saltare dal palo. Se voi salite su un palo e saltate a terra si dice saltare dal palo. Prima eravate sul palo, poi, dopo, arrivate fino a terra, quindi state saltando da un palo oppure saltare dal palo.

Invece l’espressione qui è saltare di palo, si dice soltanto nel l’espressione: saltare di palo in frasca. Perché è un’espressione idiomatica. E spesso Le espressioni idiomatiche non rispettano le regole grammaticali.

L’unica regola che rispettano e la regola del l’udito, dell’ascolto, quindi deve essere piacevole e deve essere subito riconoscibile la frase. Anche perché ha una sua musicalità.

Ovviamente è un’espressione che viene coniugata, quindi potete mettere un soggetto, ad esempio: io salto di palo in frasca, tu salti di palo in frasca, lui o lei salta di palo in frasca, noi saltiamo di palo in frasca, voi saltate di palo in frasca, essi o loro saltano di palo in frasca, il che non significa nulla diciamo in senso proprio.

Infatti devo ancora spiegarvi il significato dell’espressione, che significa semplicemente: passare da un argomento all’altro.

Cioè parlare di un argomento poi interrompersi e iniziare parlare di un ‘altro argomento, di un’altra cosa. L’espressione probabilmente viene proprio dagli uccelli, è un’espressione che deriva dagli uccelli che nel momento in cui devono costruire un nido, saltano da un palo all’altro perché gli uccelli volano e quindi, è loro abitudine saltare da un palo all’altro, si appoggiano un po’ ovunque e saltano anche da una frasca all’altra perché devono costruire un nido.

Devono staccare dei piccoli pezzi di legno per costruire il nido. Quindi saltano di palo in frasca senza capire, senza essere prevedibili. Quindi possono saltare su un palo, possono saltare su una frasca , poi saltare su un altro palo poi saltare su un’altra frasca. Decidono loro.

Nessuno gli impone una sequenza logica e quindi saltare di palo in frasca, quello che fanno gli uccelli ma in senso figurato, come vi dicevo, che significa passare da un argomento all’altro.

Se io ad esempio adesso vi incomincio a parlare di mia figlia e dico: mia figlia ha undici anni e fa le scuole elementari, fa la quinta elementare e poi vi dico che per andare al lavoro ogni giorno impiego circa trenta minuti, poi mia figlia ha un fratello di otto anni, si chiama Emanuele e poi vi dico anche che vado in ufficio tutti i giorni utilizzando una moto, uno scuoter.

Quello che ho fatto è saltare di palo in frasca, cioè passare da un argomento all’altro.

Prima vi parlavo di mia figlia, poi vi parlavo del mio lavoro, del viaggio per andare in ufficio. Quindi sono saltato di palo in frasca.

Quando si utilizza questa espressione lo si fa per indicare il passaggio improvviso da un argomento all’altro; passaggio improvviso e non prevedibile.

Quindi se una persona passa di palo in frasca o salta di palo in frasca, vuol dire che sta facendo un discorso poco organizzato, poco logico, un discorso poco comprensibile perché non si capisce per quale motivo salta da un argomento all’altro; passa da un argomento all’altro senza un criterio logico, senza una vera motivazione. Un po’ come fanno gli uccelli quando scelgono di saltare da un palo della luce ad una frasca.

Perché evidentemente loro scrutano un territorio e cercano di capire quale pezzettino di legno è più adatto per costruire il loro nido e facendo così saltano di palo in frasca. Vi posso fare un altro esempio.

All’inizio della passeggiata, all’inizio del podcast, vi parlavo delle vacanze di Natale, poi vi ho parlato all’improvviso dell’espressione di oggi e l’ho fatto apposta per farvi capire cosa significa saltare di palo in frasca, senza che voi ve lo aspettavate. Senza che la cosa fosse prevedibile sono saltato di palo in frasca.

Dicevo che saltare di palo in frasca è un’espressione utilizzata per lo più all’orale quindi non si usa nella forma scritta ma soltanto nei dialoghi informali.

La potete utilizzare fra amici, o anche fra colleghi ma soltanto nel linguaggio parlato. È spesso sotto forma di esclamazione, quindi quando si dice saltare di palo in frasca molto spesso si fanno delle esclamazioni.

Se io sto ad una conferenza ad un meeting, ad una riunione e sento una persona, ascolto una persona che parla, che passa da un argomento all’altro posso rivolgermi ad un mio collega che sta accanto a me e dirgli: non capisco nulla di quello che sta dicendo perché salta continuamente di palo in frasca.

Cambia continuamente argomento, salta sempre di palo in frasca e non capisco la logica.

Non capisco ciò che voglia dire. Quindi in questo caso è una esclamazione: sta saltando di palo in frasca.

Oppure posso dire: perché salti di palo in frasca, fati capire, spiega ti meglio, non saltare di palo in frasca.

Quindi, anche in questo caso si tratta di un’esclamazione , qualcosa che si dice direttamente alla persona col la quale si sta parlando.

Non saltare di palo in frasca. Altrimenti non capisco nulla.

Questa è un’espressione che quindi potete utilizzare tranquillamente con chiunque anche volendo con i vostri amici, ovviamente se lo fate su Facebook siete costretti a scriverlo ma comunque è utilizzabile nelle Chat, perché le chat sono appunto un discorso informale, un discorso che si fa con gli amici.

Potete scrivere tranquillamente “saltare di palo in frasca”.

Bene amici, scusate ancora per il fiatone di oggi. Allora, quale sono le novità di italiano semplicemente?

Oltre a spiegare le espressioni idiomatiche, come sapete su italiano semplicemente ci sono anche molte lezioni per principianti. Quella invece che state ascoltando in questo momento è una lezione per le persone che sanno già un po’ italiano e hanno problemi con la comunicazione perché non riescono ad esprimersi bene, perché non sono molto abituate a parlare in italiano , la lingua di Dante Alighieri. Quindi, il livello di questo podcast è un livello intermedio.

Perché solo coloro che già conoscono un po’ l’italiano sono in grado di capire ciò che sto dicendo e una cosa molto importante che consiglio a tutti di fare è di imparare esercitarsi anche a parlare.

Allora, all’interno di un podcast come questo, l’unico modo per farlo è di ripetere le espressioni o ripetere delle intere frasi dopo che le ho pronunciate io.

Di conseguenza potreste ad esempio decidere di fare delle pause, di tanto in tanto, quando ascoltate delle parole che sono un po’ più difficili o che avete desiderio di imparare o delle intere frasi più complicate potete fermare il vostro lettore mp3 e potreste ripetere la frase che avete appena ascoltato.

Questo è uno dei miei consigli , altrimenti potete fare l’esercizio di ripetizione che faccio solitamente alla fine di ogni podcast.

Facciamo proprio quello  adesso quindi è un esercizio che vi consiglio di fare è in questo caso ripetiamo appunto la frase idiomatica cercando di coniugarla sotto forma di espressioni in vari modi, al presente e al passato.

Ripetete quindi dopo di me, non pensate alla grammatica perché in questo caso non è importante.

Ciò che dovete imparare è proprio l’espressione che contiene la preposizione semplice di: saltare di palo in frasca, quindi ci sono due preposizioni semplici: di e in, che non c’entrerebbero nulla con il palo e con la frasca, perché sono preposizioni semplici che normalmente vengono utilizzate in altro modo, quindi saltare di palo in frasca è un’espressione idiomatica che si deve utilizzare soltanto in questo modo. Non potete cambiare le preposizioni semplici, altrimenti si potrebbe anche non comprendere bene il senso della frase. Ripetete dopo di me, imitate la mia pronuncia.

Adesso mi fermerò un ‘attimo, cosicché il fiatone si interrompa. Ripetete dopo di me senza pensare alla grammatica.

Io salto di palo in frasca

Tu salti di palo in frasca

Lui salta di palo in frasca

Noi saltiamo di palo in frasca

Voi saltate di palo in frasca

Essi , saltano di palo in frasca

Vediamo adesso al passato

Io sono saltato di palo in frasca

Tu sei saltato di palo in frasca

Lui è saltato di palo in frasca

Lei è saltata di palo in frasca

Noi siamo saltati di palo in frasca

Voi siete saltati di palo in frasca

Loro sono saltati di palo in frasca

Bene amici, grazie di aver dedicato del vostro tempo ed aver ascoltato questo episodio di italiano semplicemente e scusate se salto di palo in frasca nel ricordarvi che mancano quattro giorni alla fine dell’anno ed è ancora attiva la promozione del corso di italiano professionale che sarà completato alla fine del 2017 quindi disponibile per chi vuole acquistarlo dall’inizio 2018 ma è possibile prenotarlo a prezzi molto scontati con uno sconto del 60% se lo prenotate entro la fine del 2017. Potete quindi usufruire dell’offerta di uno sconto del 60%. Il corso è arrivato alla undicesima lezione, adesso, in questi giorni sto cercando di terminare la lezione dodici e tutte le undici lezioni terminate fino ad oggi sono state inserite su Google drive quindi all’interno del mio spazio del mio account italiano semplicemente e il corso è stato reso disponibile a tutti coloro che l’hanno per il momento prenotato e hanno deciso di iniziare subito il corso per avvantaggiarsi, per ascoltare le lezioni che sono già disponibili.

In questo modo nel 2018, quando il corso sarà completo avranno avuto modo di ascoltare molte lezioni di italiano professionale che ricordo è un corso dove il focus è sul lavoro. Quindi tutti coloro che hanno un’attività lavorativa e che sono in contatto con gli italiani. Questo corso è fatto proprio per loro perché vengono studiate tutte le situazioni che in ogni tipo di lavoro sono più frequenti. Quindi dalle riunioni ai dialoghi informali,  alle presentazioni, al colloquio di lavoro eccetera.

Ovviamente all’interno del corso verranno affrontati moltissimi argomenti che sono utili non soltanto a chi cerca di imparare l’italiano per lavorare con gli italiani ma anche per chi vuole approfondire la lingua. Perché moltissime espressioni che si usano all’interno del lavoro si usano anche nella vita di tutti i giorni. All’interno del corso di questa prima parte si affrontano le questioni relative alle frasi idiomatiche più utilizzate nel lavoro che sono comunque delle frasi, delle espressioni che vengono utilizzate anche al di fuori dell’ambito del lavoro. Il corso è adatto a tutti coloro che semplicemente vogliono approfondire la loro lingua, approfondire la conoscenza della lingua italiana. Ogni lezione è composta da un file pdf e da un file audio.

Poi c’è un file sempre in pdf composto dagli esercizi sulla lezione. Che quindi vanno svolti nella forma scritta e ascoltati in forma orale. Grazie a tutti ancora una volta, buone feste e al prossimo episodio di italiano semplicemente.

 

saltare_di_palo_in_frasca_immagine

L’uccello salta di palo in frasca

Un tipo di frasca (piccoli rametti secchi)
Un tipo di frasca (piccoli rametti secchi)

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Il palo della luce
Il palo della luce

 

Ps: grazie per le vostre donazioni

Il periodo ipotetico 

Audio

Trascrizione

Buongiorno a tutti, sono Gianni, il creatore di ItalianoSemplicemente.com e vi ringrazio di essere qui con noi.

Oggi ci occupiamo di un argomento molto ostico. Ostico significa difficile.

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Parliamo del Periodo Ipotetico. Rispondo quindi alla domanda di Mervat Abdalla (spero di aver pronunciato bene) che mi ha chiesto di affrontare questo argomento, credo su facebook.

Ovviamente cerchiamo di farlo in modo poco pesante anche se la grammatica, si sa, è di per sé difficile da digerire. Solitamente, come sapete non mi occupo di grammatica per scelta, perché credo sia più produttivo usare il proprio tempo per ascoltare cose divertenti usando la tecnica descritta nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Ad ogni modo la cosa mi incuriosiva un po’ quindi ho deciso di fare un podcast su questo argomento, nella speranza che voi lo ascoltiate anche, che voi scarichiate il file mp3 e quindi non vi limitiate a leggere l’articolo ma che ascoltiate anche il file audio.

Per affrontare l’argomento nel modo meno traumatico possibile forse è bene dare una definizione di PERIODO IPOTETICO.

Il periodo ipotetico è un periodo, cioè è una frase, o una parte di una frase, attraverso il quale si esprime un’ipotesi da cui può derivare una conseguenza.

Quindi stiamo parlando di ipotesi, cioè di cose che possono accadere oppure no. Ogni volta che si parla di cose che possono accadere, cioè di ipotesi, come sapete nella frase c’è sempre di mezzo la parola “SE” oppure sinonimi di questa parola (tipo qualora, nel caso, putacaso eccetera. Abbiamo già spiegato in un podcast qualche mese fa quali sono tutti i modi possibili per dire “se”, cioè per presentare una ipotesi (il podcast ha come titolo “putacaso ti tradissi”). Stavolta invece spieghiamo la regola grammaticale.

Ad esempio. Partiamo da tre frasi:

  1. se parlo lentamente tutti potranno capire;
  2. se tutti capiscono ciò che dico, la lezione è utile;
  3. se voi non capite nulla, io non sono un bravo professore

In tutte queste frasi, in questi tre esempi che ho fatto ed in generale sempre, ogni volta che si fanno ipotesi, c’è sempre la parola SE, oppure una parola simile che sostituisce la parola SE.

Iniziamo a dire che tutte le frasi di questo tipo possiamo in realtà dividerle in due parti: la PROTASI e la APODOSI.

Brutte parole!! Vediamo bene.

Ad esempio vediamo la prima frase:

1. Se parlo lentamente tutti potranno capire

“parlo lentamente” è la PROTOSI, cioè la condizione che si deve rispettare affinché accada ciò che c’è scritto dopo, nella APODOSI: “tutti potranno capire”: questa è la apodosi. Se si verifica la protosi (se cioè parlo lentamente),  allora come conseguenza si verifica anche la apodosi (cioè tutti potranno capire). Prima c’è la protosi, poi la apodosi.

Per facilitare la lettura sul testo che trovate sul sito, ho scritto in colore rosso la protosi di tutti gli esempi ed in verde la apodosi.

Bene,

la stessa cosa vale per gli altri due esempi fatti prima:

2. se tutti capiscono ciò che dico (protosi), la lezione è utile (apodosi)

3. se voi non capite nulla (protosi), io non sono un bravo professore (apodosi)

Fin qui è tutto abbastanza semplice. Gli esempi che ho fatto io finora sono solamente una tipologia di periodo ipotetico. Ciò che cambia da una tipo all’altro è quanto è probabile l’ipotesi indicata nella protasi. L’ipotesi può essere molto probabile, possibile (ma non sicura), oppure impossibile.

Sono possibili quindi tre tipi diversi di periodo ipotetico. Tutto dipende dalla protosi, cioè dall’ipotesi, cioè da quello che c’è subito dopo la parola “se”. Nei tre casi diversi cosa cambia però? Cambia il tempo del verbo, anzi dei verbi. Infatti vedete che sia la protasi che l’apodosi contengono ciascuno un verbo. Questi due verbi vanno usati in modo diverso quando appunto cambia la probabilità del verificarsi dell’ipotesi.

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Allora, niente panico, vediamo il primo caso: ipotesi molto probabile. E’ il caso degli esempi che ho fatto prima.

1A. Se parlo lentamente tutti potranno capire

Parlo lentamente è l’ipotesi, ed è molto probabile, infatti io sto parlando lentamente no? Ebbene allora in questo esempio il primo verbo che è PARLARE si usa all’indicativo ed il secondo verbo: CAPIRE si usa lo stesso all’indicativo oppure all’imperativo. Nel caso della frase è all’indicativo, ma se dico:

1B. Se parlo velocemente interrompimi!

In questo caso il verbo interrompere è all’imperativo: interrompimi!

Questo è il primo tipo di periodo ipotetico: alta probabilità dell’ipotesi (cioè della protosi).

Lo stesso discorso vale per gli altri due esempi che ho fatto.

2. se tutti capiscono ciò che dico (molto probabile: quindi verbo capire – indicativo), la lezione è utile (verbo essere – indicativo);

terzo esempio:

3. se voi non capite nulla (molto probabile: quindi verbo capire – indicativo), ) io non sono un bravo professore (verbo essere – indicativo)

Anche nel secondo e nel terzo esempio avrei potuto comunque usare il secondo verbo nella forma imperativa, rivolgendomi al mio interlocutore (la persona con cui parlo) tramite un ordine:  “fatemelo sapere”, oppure “ditelo”, o “alzate la mano” eccetera.

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Vediamo il secondo tipo di periodo ipotetico. Ipotesi poco sicura: possibile ma non certa.

Ad esempio:

4. Se qualcuno me lo chiedesse, parlerei ancora più lentamente

Adesso infatti non sto dicendo ” se qualcuno me lo chiede” ma dico “se qualcuno me lo chiedesse” e così facendo sto dicendo che è meno probabile che qualcuno me lo chieda, infatti la sto presentando come una possibilità un po’ più lontana. Notate bene che quando uso la forma indicativa “se qualcuno me lo chiede” è come se stessi dicendo “ditemelo, avanti”, “chiedetemelo”, “fatemi la domanda”, quindi è molto probabile che accada questo. Un professore, dopo aver spiegato un argomento ai suoi alunni, potrebbe dire: “se qualcuno me lo chiede posso spiegare meglio”, e poi aggiungere: “allora nessuna richiesta?”.

Invece lo stesso professore, potrebbe dire: “ok, ora vi ho spiegato l’argomento”, domani prima di andare avanti col prossimo argomento, se qualcuno me lo chiedesse potrei anche chiarire qualche dubbio. In questo caso quindi è meno probabile che la cosa accada, che cioè qualcuno chieda ulteriori spiegazioni al professore.

Quindi la regola è che quando l’ipotesi è possibile, ma non è sicura, nella protasi (cioè subito dopo il “se”) il verbo non è all’indicativo (me lo chiede) ma al congiuntivo imperfetto (me lo chiedesse), e nell’apodosi il verbo non è all’indicativo neanche qui (parlo più lentamente) ma è al condizionale presente (parlerei più lentamente) ma anche in questo secondo caso il secondo verbo può essere all’imperativo (se qualcuno me lo chiedesse lo spiego subito)

Posso fare anche altri esempi di questo secondo tipo per chiarirvi meglio le idee:

Se me lo chiedestepotrei anche spiegarvelo via whatsapp

Se me lo chiedesse un italianoditegli che le mie lezioni non sono rivolte a lui

In quest’ultimo caso ho usato l’imperativo nella seconda frase che abbiamo detto si chiama apodosi: ditegli che le mie lezioni non sono rivolte a loro, dite loro, agli italiani, che le lezioni non sono per loro, per gli italiani, ma per gli stranieri. Ditegli significa dite loro, quindi è imperativo, è un ordine.

Quindi questo secondo caso è un po’ più complicato.

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Vediamo ora il terzo caso di periodo ipotetico. In questo terzo caso l’ipotesi è impossibile, cioè non può accadere, è impossibile che accada.

Se vediamo ad esempio la frase:

Se fossi in voi, studierei meno la grammatica

Non sentirete mai un professore pronunciare queste parole, ma comunque facciamo finta che accada.

Se fossi in voi è la prima parte della frase, e si riferisce al presente, cioè al momento attuale. E’ impossibile che io sia voi, cioè io sono io e voi siete voi, siamo delle persone diverse, quindi è impossibile quello che si dice. Quindi siamo nel terzo caso: ipotesi impossibile: “se fossi i voi” è congiuntivo imperfetto, proprio come prima, come il secondo caso. Fin qui non cambia nulla. Che l’ipotesi sia poco probabile o impossibile non cambia nulla nella prima parte della frase. Poi la frase continua: “Se fossi in voi, studierei meno la grammatica”. L’apodosi è “studierei” quindi è condizionale presente. Anche in questo caso posso usare anche l’imperativo. Anche qui non cambia nulla. Tutto come prima.

Cosa cambia allora nel terzo caso di ipotesi impossibile?

Cambia quando l’ipotesi non si riferisce al presente ma al passato. In questo caso cambia tutto, sia nella prima che nella seconda parte della frase.

Vediamo un esempio: il professore, un mese dopo la spiegazione di un argomento, si sente dire da uno studente che lui non ha ancora capito nulla di quell’argomento. Può accadere! Ma il professore allora cosa risponde?

Il professore risponde ad esempio:

Se fossi stato più attento alla lezione, non avresti avuto problemi.

Il professore quindi parla del passato, non sta parlando del presente e dice: “se fossi stato più attento”. Il professore potrebbe anche dire: “se me lo avessi chiesto un mese fa, ti avrei spiegato una seconda volta“.

Quindi l’ipotesi è riferita al passato. Inoltre è impossibile che accada, perché il passato è passato e non si può più cambiare. Quindi se l’ipotesi è riferita al passato, nella protasi il verbo è al congiuntivo trapassato (se fossi stato), e nell’apodosi il verbo è al condizionale passato (non avresti avuto problemi).

Se pensate sia difficile, notate che la stessa frase, ma al presente diventa: “se fossi più attento alla lezione non avresti problemi“. Al passato basta aggiungere “stato” e “avuto: se fossi stato più attento, non avresti avuto problemi. “Se fossi” diventa “se fossi stato” e “avresti” diventa “avresti avuto”

Questi sono i tre diversi casi di periodo ipotetico.

C’è da dire una cosa però che fa riferimento al linguaggio parlato. Molto spesso vi potrebbe capitare di ascoltare, anche da parte di italiani, delle frasi che non rispettano queste regole che vi ho detto.

In effetti esiste in teoria anche un periodo ipotetico misto che non è scorretto ma è diciamo sconsigliabile. Ad esempio:

Se me lo avessi detto primate lo spiegavo di nuovo (la apodosi corretta è: te lo avrei spiegato di nuovo e non “te lo spiegavo”)

Oppure:

Se lo sapevo, te lo avrei spiegato di nuovo (la protasi corretta è: se lo avessi saputo prima e non “se lo sapevo)

Quindi non è scorretto accoppiare congiuntivo e indicativo oppure indicativo e condizionale come nei due esempi appena visti, ma è meglio attenersi alle regole dei primi tre casi spiegati prima. Questo sicuramente almeno per la forma scritta. All’orale possiamo anche fare queste eccezioni. I giovani italiani solitamente, fino almeno ai 20 anni, usano questa forma nel linguaggio parlato.

Gli stessi giovani poi nella lingua parlata a volte usano l’imperfetto indicativo sia nella protasi che nell’apodosi: in entrambe le frasi dunque. Anche qui vale la stessa raccomandazione: mai farlo allo scritto.

ad esempio:

se me lo dicevi prima te lo spiegavo

la frase corretta sarebbe: “se me lo avessi detto prima te lo avrei spiegato“, ma è troppo lunga e quindi spesso viene accorciata usando  l’imperfetto indicativo sia nella protasi che nella apodosi.

Un altro esempio:

se lo sapevo te lo spiegavo di nuovo

Anche qui la frase corretta sarebbe: “se lo avessi saputo, te lo avrei spiegato di nuovo

L’uso di questa forma è quindi sconsigliabile, almeno nella lingua scritta.

Ragazzi questo è tutto per la spiegazione. Facciamo un piccolo esercizio di ripetizione per essere sicuri che sappiate anche pronunciare bene:

Ripetete dopo di me le frasi che dico io, sono tutte frasi molto simili tra loro, ed attenzione alla pronuncia. Userò anche qualche sinonimo di “se”: userò anche qualora e putacaso, che servono a dare maggiormente l’idea che l’ipotesi è poco probabile, quindi vi aiutano a capire come coniugare i verbi: se c’è qualora e putacaso infatti non siamo mai nel primo caso, poiché l’ipotesi non è mai molto probabile, ma è poco probabile oppure impossibile.

Attenzione quindi:

Se vuoi, possiamo vederci

—-

Se credi sia il caso, potremmo prendere un appuntamento

—-

Qualora decidessi di incontrarmifammi uno squillo

—-

Putacaso  decidessi di incontrarmifammi sapere

—-

Nella lontana ipotesi volessi rivedermi, prova a chiamarmi

—-

Nel caso in cui decidessi di incontrarci nuovamente, spero per te che non sia troppo tardi


 

Bene ragazzi, ascoltate più volte questo file audio se volete ben memorizzare.

Ringrazio ora tutti coloro che stanno continuando a prenotare il corso di italiano Professionale, il grande progetto di Italiano Semplicemente, e ringrazio anche coloro che sostengono la missione di Italiano Semplicemente attraverso una donazione personale: grazie di cuore a tutti voi: è grazie soprattutto a voi se Italiano Semplicemente si continua a sviluppare di giorno in giorno.

Se qualcuno di voi vuole quindi aiutare Italiano Semplicemente (ipotesi probabile, ho usato la forma indicativa!) può donare anche un solo euro, usando lo strumento Donazione che permette di trasferire denaro in qualsiasi moneta con Paypal o anche con un qualsiasi conto bancario. Qualora invece decideste di non contribuire, restereste comunque miei amici!

Ciao ragazzi.

Le preposizioni semplici DI e DA

Audio

Trascrizione

Ciao a tutti amici di Italiano Semplicemente. Prima di tutto scusatemi se non riesco a rispondere a tutti i vostri messaggi su Facebook e per email ma è molto difficile riuscire a trovare il tempo di fare tutto, durante il mio tempo libero, che è davvero poco, preferisco massimizzarne l’utilità facendo dei podcast utili a tutti.

Vi prego di scusarmi quindi e se dovete farmi domande relative ad espressioni italiane preferisco che me le facciate sulla pagina Facebook di italiano semplicemente in modo che siano visibili a tutti e tutti possono vedere anche la risposta. In questo modo tra l’altro anche gli altri possono rispondere. Oggi vorrei rispondere ad una domanda che mi è stata posta via Facebook da Auwie, spero di aver pronunciato bene.

Auwie mi fa una domanda sulle preposizioni semplici. In particolare  vuole sapere l’utilizzo della proposizione DI e DA quando dopo o prima c’è un verbo. Auwie mi fa anche degli esempi: “Ho un sacco di cose da fare” e “Ho smesso di fumare”.

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Bene, quindi dunque cercherò di rispondere alla domanda di Auwie senza essere troppo noiosi.

Vi darò inizialmente delle indicazioni generali sull’utilizzo delle due preposizioni “di” e “da” cercando di fare un approfondimento sui verbi che seguono o precedono tali preposizioni. Se il verbo segue la preposizione vuol dire che viene dopo rispetto alla preposizione, cioè che il verbo è successivo alla preposizione. Se invece il verbo precede la preposizione allora viene prima, la precede quindi.

Vediamo quindi la preposizione DI: questa preposizione  si usa in generale in molti modi diversi. Così come  d’altronde anche la preposizione DA. La  domanda di Auwie poi in particolare si riferisce al legame con i verbi, cioè alla scelta se mettere “di” oppure “da” prima o dopo un verbo. Quindi la spiegazione che facciamo in questa lezione si riferisce solamente a questo.

La risposta, cara Auwie,  è che ci sono alcuni verbi con i quali si deve utilizzare DI ed altri verbi in cui usare invece DA. La regola quindi è solamente quella del verbo, ed è una regola che si impara solamente ascoltando molto e parlando molto.

diAd esempio, con la preposizione DI si usano i verbi seguenti (vi dico solamente i più utilizzati): soffrire di qualcosa; avere voglia di qualcosa; preoccuparsi di qualcosa, meravigliarsi di qualcosa, decidere di fare qualcosa; capacitarsi di qualcosa, fidarsi di qualcuno; innamorarsi di qualcuno o qualcosa; occuparsi di qualcuno o qualcosa; prendersi cura di qualcosa o qualcuno, lamentarsi di qualcuno o qualcosa; ricordarsi o dimenticarsi di qualcuno o qualcosa; discutere di qualcosa; ridere di qualcuno;  rendersi conto di qualcosa; essere in grado di fare qualcosa, rimanere (rimanere di sasso ad esempio), eccetera. Questi sono i verbi più usati con cui usare DI.

DA.jpgInvece la preposizione DA si usa con altri verbi, come ad esempio: difendersi da qualcuno o qualcosa; buttarsi da (dal ponte ad esempio) ripararsi da qualcosa; pretendere qualcosa da qualcuno; dipendere da qualcuno o qualcosa; escludere da qualcosa; tradurre da una lingua in un’altra.

Poi ci sarebbero anche dei verbi in cui si possono usare entrambe le preposizione. Ad esempio il verbo “tremare: tremare di paura ad esempio, ma in questo caso potrei anche dire tremare dalla paura, o tremare dal terrore, o anche tremare da capo a piedi. In questo caso si può dire in più modi diversi. Anche il verbo restare  lo posso usare con DI, ad esempio nella frase “restare di sasso”, o “restare di stucco” ad esempio, ma dipende dalla frase che costruisco, perché se dico “restare a casa” sto usando la preposizione “a” , o se dico “restare da te”, o “restare da Paolo”, eccetera, sto usando la preposizione DA. Dipende dai singoli casi quindi per alcuni verbi. Lo stesso discorso vale per molti altri verbi. Alcuni verbi comunque si usano solamente con DI oppure solamente con DA.

In tutti i casi visti finora comunque, sia con DI che con DA, la preposizione Di e DA si trova dopo il verbo, quindi la preposizione segue il verbo. A volte invece la preposizione precede il verbo, quindi prima c’è la preposizione e dopo il verbo. Vediamo allora questo caso: La regola è che quando ci sono le parole cosiddette “indefinite“, si usa DA. Le parole indefinite sono le parole come “qualcosa”, “qualcuno”, “nessuno”, “niente”, ecc., cioè non ci si riferisce a qualcuno o qualcosa in particolare, non è cioè ben definito a chi o cosa ci si riferisce. Si usa quindi DA  in questi casi, e poi si mette il verbo all’infinito. Ad esempio:

Nulla da bere.

Qualcosa da mangiare.

Niente da fare.

Niente da guardare.

Qualcuno da interrogare.

Tutto da guadagnare

In questi casi DA precede il verbo: prima viene DA e poi il verbo.

Riguardo a DI, ci sono alcuni casi in cui potrebbe sembrare che anche DI si possa usare prima del verbo, ma non è così in realtà.

Ad esempio se io dico: Sono stanco di parlare, in realtà, anche se parlare sta dopo la preposizione DI, ma in questa frase ci sono due verbi, sono e parlare, e la preposizione DI si trova dopo il verbo essere e prima del verbo parlare, ma il verbo che conta è il verbo essere: “Sono stanco di parlare”. Infatti posso anche dire:

  • sono stanco di ascoltare
  • sono stanco di viaggiare

eccetera.

La stessa cosa vale per la frase vista in precedenza: essere in grado di fare qualcosa, oppure anche della frase “avere voglia di mangiare”. In questo caso posso scrivere qualsiasi verbo dopo la preposizione DI:

  • ho voglia di mangiare
  • ho voglia di bere
  • ho voglia di viaggiare
  • ho voglia di dormire

eccetera.

Quindi fate attenzione, perché se dire “ho voglia” oppure “sono in grado”dovete sempre dire DI, e non DA. Ma tutte queste cose si imparano con l’ascolto ripetuto e non studiando la grammatica. Ricordatevi la prima regola d’oro di italiano semplicemente: ascoltare ascoltare ascoltare. Se non la ricordate cliccate sul link che ho inserito su questo episodio.

Quindi adesso vi propongo di ascoltare una bella storia, in cui io utilizzerò moltissime volte le due preposizioni. In questo modo sarà meno noioso e ascoltando la storia più volte memorizzerete più facilmente. Non vi consiglio di imparare la regola a memoria ma solo di ascoltare la storia più volte. Io stesso non conoscevo la regola grammaticale ma sono comunque in grado DI usare correttamente DI e DA. Non potete certo pensare alla regola ogni volta che parlate in italiano!!

Ecco la storia dunque.

“Ho voglia di mangiare!” Disse mia figlia quel giorno

Cosa vuoi da mangiare“, le risposi io.

“Qualsiasi cosa, basta che sia dolce!” Rispose mia figlia

Ok, allora posso darti… vediamo, no purtroppo non c’è niente da mangiare, ma c’è qualcosa da bere. Va bene una spremuta?

No, rispose lei, bisogna ricordarsi di fare la spesa. Ok, dissiio, ma occorre prima decidere di fare la spesa e visto che l’abbiamo appena deciso, cosa compriamo?

Devi dirlo a mamma prima, disse mia figlia, non vorrai mica dimenticarti di lei, vero papà?

No, per carità“, dissi io.

E lei: “Uffa però, per ogni cosa al mondo mai dimenticarsi di dirlo a mamma!

Lo so, dai“, risposi io, “non ti lamentare sempre di tutto, dai!“.

Ok“, disse lei, “ma lei non si fida di te?”.

“No, non si fida, ma fa bene, io mi dimentico sempre di qualcosa, lo sai, non sono in grado di ricordarmi di tutto; è per questo che è meglio che si occupi lei di queste cose”.

Allora decido io, anche io posso decidere no?” aggiunse mia figlia

No dai, tu sei esclusa dalla lista delle persone che possono decidere!” Scherzo, dai Ele, tu sei ancora piccola!

“Ok, ma tu di cosa ti occupi papà!” Disse mia figlia.

“Io mi occupo di Italiano Semplicemente no? Sono innamorato di Italiano Semplicemente lo sai!”

E anche di mamma vero?” replicò mia figlia.

Sì, naturalmente“, risposi io, “anche di più! e quindi non si può pretendere da me che io, insomma, mi ricordi anche di cosa comprare…

Ok, ok“, disse lei, “non ne discutiamo più di questa cosa, non devi mica difenderti da me”

A questo punto interviene mio figlio che dice:

Papà, posso farti una domanda? Ma italiano Semplicemente quando diventerà famoso?” “Beh, credo che… insomma  dipende da me, da quanto tempo ci dedico ogni giorno, e in fondo dipende anche da te!

Da me?” rispose mio figlio.

Sì, anche da te, ti rendi conto di questo?” dissi io.

Ok papà“, disse lui, “ma non c’è niente da guadagnare con Italiano Semplicemente!

Va bene, ok, hai ragione, ma… non devi preoccuparti di questo. Ci sono sempre le donazioni. Comunque noi lo facciamo per passione no?

Sì va bene, ho capito“, rispose mio figlio, anche se dentro di se pensò: “non c’è niente da fare con mio padre, vive solo di passioni lui!

Bene, la storia è finita, spero vi sia piaciuta. Un grazie a Auwie per la domanda che mi ha posto. Se volete potete ascoltare il podcast e la storia più volte, e mentre ascoltate potete anche fare delle pause e ripetere le singole frasi, in modo da esercitare anche la vostra pronuncia. Non dimenticate infatti la regola numero sette: parlare.

Ciao a tutti da Gianni, e non dimenticatevi DI prenotare il corso di Italiano Professionale.

Che aria tira? 

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Ciao a tutti da Giovanni e grazie per essere qui ad ascoltare questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi spieghiamo il significato di una espressione molto usata in tutta Italia che sicuramente non troverete in un libro di italiano per studenti.

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L’espressione di cui sto parlando è una domanda, e la domanda è: “che aria tira? ” .

È una domanda,  ed è una domanda che si fa a voce,  cioè è una espressione colloquiale che non si usa nella forma scritta, ma solo all’orale.

Prima di iniziare la spiegazione vi ricordo brevemente che entro il 31 dicembre potrete prenotare, se siete interessati,  il corso di italiano professionale,  che è stato studiato per chi vuole lavorare in Italia. Entro il 31 dicembre si può avere con uno sconto del 60%, un prezzo promozionale considerato che il corso sarà disponibile per gennaio 2018, quindi manca ancora un anno,  e chi prenota pagherà quindi solamente 79 euro e non 200 euro. Chi prenota  potrà però  ricevere per ora le prime 11 lezioni che sono già pronte, e che comunque sono già molte poiché si tratta già  di circa 10 ore di ascolto e circa 200 pagine da leggere. Potrebbe essere anche un bel regalo per il nuovo anno. Poi non appena saranno pronte le altre lezioni saranno immediatamente inviate. Ovviamente vi garantisco che se cambiate idea perché non siete soddisfatti vi sarà rimborsata la spesa.

Passiamo dunque a “che aria tira“.

L’aria, come sapete, è ciò che respirate e ciò che vi permette semplicemente di vivere. L’aria è composta da ossigeno ed anidride carbonica e senza l’aria nessun essere vivente può sopravvivere. L’aria entra nella nostra bocca ed esce sempre dalla nostra bocca: entra ossigeno ed esce anidride carbonica. Bene, ma cosa significa che aria tira? Spieghiamo allora il verbo tirare.

Tirare è un verbo, e tirare significa prendere qualcosa, prenderlo con le mani, afferrare questo oggetto e portarlo verso di voi. Se lo portate verso di voi lo state tirando, altrimenti se lo allontanate da voi lo state spingendo.

OK,  ma questo non si può fare con l’aria, infatti l’aria non si può afferrare con le mani. Non posso tirare l’aria.

Al limite l’aria  si aspira, o si inspira.  Si aspira  con l’aspirapolvere, che in realtà è nata per aspirare la polvere e non l’aria, mentre quando si fa entrare l’aria in bocca si dice che l’aria si inspira, viene inspirata, mentre quando esce si espira. Quindi l’aria non si tira come se fosse un oggetto.

Il verbo tirare si usa,  in questo caso, cioè nella frase “che aria tira”  in senso figurato. Iniziamo a dire  che tirare si usa col vento: anziché dire “oggi c’è un vento molto forte”,  posso dire “oggi tira un vento molto forte”, il vento tira quindi vuol dire che c’è vento, e si può anche sentire il rumore del vento quando tira.

Il vento è il movimento dell’aria, ma una cosa è che “tira vento“,  che significa che c’è  vento, un’altra cosa è che tira l’aria , anzi che “tira un’aria in particolare,  un’aria con certe caratteristiche”.

Quando è l’aria che tira vuol dire che il senso è figurato.

Quando si chiede “che aria tira?”  si vogliono conoscere delle notizie sul futuro,  come se l’aria trasportasse qualcosa, come se nell’aria ci fosse qualcosa che ci fa prevedere il futuro.  Se dico che oggi tira un’aria di pioggia,  voglio dire che forse fra un po’ pioverà, perché l’aria mi fa pensare che pioverà, magari perché è più umida del solito.

Allo stesso modo se mi riferisco non alle previsioni del tempo, ma ad altre previsioni,  ad altre tipologie di previsioni.

In generale quindi la domanda “che aria tira? ” significa semplicemente “come pensi che andrà?”, “quali sono le tue previsioni? “e  ci si riferisce ad una situazione precisa,   al lavoro ad esempio, o all’università, o in qualunque altro luogo in cui potrebbe essere successo qualcosa, o potrebbe accadere qualcosa.  Quando si chiede ad esempio “che aria tira nella tua università?”

Chi fa questa domanda sta semplicemente chiedendo com’è la situazione all’università? Cosa sta accadendo all’università?  La persona che deve rispondere potrebbe dire ad esempio:”niente di particolare”, oppure “non tira nessun’aria in particolare “, il che significa che non sembra debba accadere nulla in un prossimo futuro. Oppure potrei dire che le cose vanno male all’università, per qualsiasi motivo.

Che aria tira in Italia? Se qualcuno mi fa questa domanda io risponderei che in Italia tira un’aria di cambiamento, perché è appena caduto il governo e tra poco ci saranno nuove elezioni.

Un altro esempio: Ammettiamo che ci sia una ragazza  che ha un fidanzato di nome Andrea,  un fidanzato col quale però  spesso litiga,  con cui questa ragazza discute spesso.  Lei e Andrea non vanno molto d’accordo.

Se a questa ragazza capita di incontrate una sua amica che le chiede: “ciao, è un po’ di tempo che non ci vediamo,  che aria tira con Andrea?

La ragazza potrebbe rispondere: insomma,  ultimamente non va molto bene perché discutiamo spesso io ed Andrea e forse ci lasceremo.

In questo caso possiamo dire che tira una brutta aria tra questa ragazza e Andrea. Analogamente, facciamo un esempio nel campo del lavoro: se una azienda sta per fallire,  sta per chiudere perché non riesce a vendere molti prodotti, ma non è ancora fallita, possiamo dire che per questa azienda tira sicuramente una brutta aria, perché forse accadrà qualcosa di negativo nel futuro,  forse l’azienda chiuderà,  quindi tira proprio una brutta aria per l’azienda.

Spero che col vostro italiano invece non tiri affatto una brutta aria, perché, se tirasse una brutta aria vorrebbe dire che le cose vanno male e non state facendo progressi.

Bene, spero di essere riuscito ad aiutarvi a capire questa espressione così tanto diffusa nel linguaggio informale, se non fosse così fatemi sapere.  In ogni caso provate a utilizzare questa frase con degli amici per memorizzarla velocemente; potete farlo anche su Facebook.

Ora facciamo un po’di pratica della lingua.

Rispondete alle mie domande usando l’espressione che aria tira se pensate  sia il caso. Poi io vi farò ascoltare una risposta che voi potete ripetere,cercando di imitare la mia voce ed il mio tono.

Che aria tira nel tuo paese?

—-

Nel mio paese tira una brutta aria!

—-

Come va con la tua fidanzata? Hai ancora problemi ?

—-

Si, purtroppo non tira una bella aria tra noi. Oppure un’altra risposta può essere “Non ha mai tirato una bella aria tra noi”.

—-

Che aria tira in America ultimamente?

—-

Secondo me in America non tira un’aria positiva recentemente.

—-

Grazie ragazzi, ascoltate il podcast più volte per memorizzare.

Un saluto ai miei più fedeli ascoltatori, ed in particolare un saluto oggi ai serbi, agli abitanti della Serbia,  infatti la Serbia è il paese che in questa giornata ha visitato di più  italianosemplicemente.com


Video con sottotitoli

Italiano Professionale: Lezione n. 11 – Rischi ed Opportunità

immagine_lezione_11

Audio introduttivo: i rischi e le opportunità nel settore della farmaceutica

 

    La lezione è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano i rischi e le opportunità
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas relativas a los riesgos y oportunidades
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant les risques et opportunités.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning risks and opportunities.
bandiera_animata_egitto سوف نتحدث عن العبارات الاصطلاحية المتعلقة المخاطر والفرص
russia Мы будем говорить о идиоматических выражений, касающихся рисков и возможностей.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Risiken und Chancen.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις σχετικά με τους κινδύνους και τις ευκαιρίες.

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Cogliere un’occasione al volo

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

 

Descrizione

cogliere_un_occasione_al_volo_immagineIn questo episodio, registrato alla guida della mia automobile, potete ascoltare la spiegazione di una espressione idiomatica italiana molto diffusa ed utilizzabile in moltissime occasioni diverse: “cogliere un’occasione al volo”.

Trascrizione

Buonasera amici di Italiano Semplicemente, questa sera un episodio particolare perché sono all’nterno della mia macchina, della mia automobile e sto andando al lavoro, non è il luogo abituale di lavoro, questo perché mi sto recando in una località per lavorare al di fuori del mio ufficio, quindi si dice che sono in missione, sono in missione lavorativa; quindi registro questo episodio all’interno della mia macchina.

Mi sono detto: perché no? perché non approfittare di questo tempo, di quest’ora di tempo per dedicare quindici minuti ad un episodio di italiano semplicemente.

Una bella occasione da cogliere, di conseguenza ho pensato di approfittare di questo tempo per raccontarvi una storia, per spiegarvi come al solito il significato di una espressione italiana; non so in realtà ancora quale espressione italiana spiegarvi, ci sto pensando in questo momento, ma al dire il vero ne ho già utilizzato una, perché ho appena finito di dirvi che: vorrei cogliere l’occasione al volo di raccontarvi, di spiegarvi una frase, una espressione italiana.
Vorrei cogliere l’occasione al volo, cioè vorrei approfittare di questo tempo che ho a disposizione, vorrei cogliere l’occasione di questo tempo per spiegarvi una espressione italiana, e la espressione italiana e proprio questa: Cogliere un’occasione al volo
Dunque, vediamo da dove posso iniziare, probabilmente non tutti voi, non tutti gli ascoltatori, non tutti i membri della famiglia di italiano semplicemente conoscono questa espressione, comunque consiglio a tutti di ascoltare la spiegazione perché in questo modo avremo l’opportunità di esercitare l’ascolto che è la prima regola per imparare una lingua, la prima regola d’oro di italiano semplicemente come i più fedeli ascoltatori ormai sanno; avrete quindi l’occasione per ascoltare un po’ d’italiano e anche per esercitare un po’ la lingua perché alla fine di questo episodio come al solito faremmo un piccolo esercizio di ripetizione.
Quindi cogliere l’occasione al volo è la espressione di oggi, spieghiamo prima le parole, poi spieghiamo l’intera frase, poi faremmo qualche esempio e poi l’esercizio di ripetizione.
Allora, cogliere un’occasione al volo oppure cogliere l’occasione al volo, che cosa significa? :

Cogliere: forse non tutti voi conoscete il verbo cogliere.

Cogliere è un verbo che si può utilizzare con la frutta ad esempio, cogliere o raccogliere la frutta, oppure cogliere una pianta, per esempio; cogliere una mela dall’albero, cogliere una mela o raccogliere una mela significa prendere una mela (che è un frutto) e staccarla dal ramo, dall’albero: cogliere.
Si usa appunto anche il verbo raccogliere, il verbo raccogliere in realtà è più utilizzato per prendere degli oggetti quando questi oggetti si trovano a terra; quindi si usa più il verbo raccogliere in questo caso.
Per la frutta si usano ugualmente cogliere e raccogliere, ma il verbo cogliere in questo caso (cogliere un’occasione al volo), è utilizzato in senso figurato, perché ciò che viene colto non è un frutto in questo caso, ma è un’occasione, un’occasione significa: una occasione, che però in modo abbreviato si scrive: un’occasione, cioè: un, apostrofo, occasione; perché come sapete quando i sostantivi iniziano per vocale come in questo caso: occasione, e quando i sostantivi sono femminili, (occasione è femminile), perché è la occasione, il pronome personale d’avanti cosi come l’articolo si possono apostrofare, quindi: l’occasione oppure un’occasione.
E che cos’è l’occasione, che cos’è un’occasione, cosa significa occasione?.
Non è molto facile da spiegare, ma un’occasione è una possibilità, è una possibilità che voi avete. f

Facciamo un esempio: se voi venite a Roma, avete l’occasione di visitare il Colosseo, e, visto che venite a Roma, potete dire: perché no, perché non vedere il Colosseo, perché non prendere l’occasione al volo. Un’occasione quindi è un’opportunità che potrebbe capitarvi oppure no, se venite a Roma e bene che voi decidiate di visitare il Colosseo, è bene che voi cogliate questa occasione, cogliate questa opportunità, quindi un’occasione è una parola che significa opportunità, è un sinonimo di opportunità.
Un’occasione si può cogliere.

Cogliere un’occasione significa sfruttare un’occasione, sfruttare un’occasione è uguale a cogliere un’occasione, quindi cogliere un’occasione significa fare qualcosa, approfittare di qualcosa, approfittare di un’occasione, approfittare del fatto che venite a Roma per visitare il Colosseo, quindi cogliere l’occasione per visitare il Colosseo.
Io ho colto l’occasione di questo viaggio per registrarvi questo episodio di italiano semplicemente in cui vi sto spiegando l’espressione “cogliere un’occasione al volo”, quindi sto cogliendo l’occasione e vi sto registrando un podcast, avrei potuto decidere di non farlo, in quel caso non avrei colto l’occasione; in questo caso invece, ho colto l’occasione, ho sfruttato questo tempo che ho a disposizione per registrarvi un podcast, un episodio, quello che state ascoltando in questo momento.

Ho colto l’occasione, quindi se vogliamo, potete coniugare la frase cogliere un’occasione perché la coniugazione del verbo cogliere non è molto facile, in effetti:
• Io colgo l’occasione
• Tu cogli l’occasione  (“gli” non è molto facile da pronunciare per voi stranieri), capisco benissimo che “gli” in molte lingue non esiste, ho dedicato un’intera lezione alla spiegazione di “gli” all’nterno di Italiano Semplicemente, all’interno della storia per principianti che si chiama: “Il ladro padre e il ladro figlio” che come potete vedere nella sezione principianti, è la prima lezione per principianti.
• Lui coglie l’occasione
• Lei coglie l’occasione
• Noi cogliamo l’occasione
• Voi cogliete l’occasione
• Loro colgono l’occasione, loro cioè; Essi, essi e uguale a loro, però essi si usa pochissimo in italiano, si usa sempre “loro”, questo è bene che voi lo sappiate; essi si usa quasi esclusivamente nella grammatica, perché nel linguaggio parlato si usa” loro” oppure “coloro”; è molto difficile, veramente molto difficile che voi possiate incontrare il pronome essi se non nello studio della grammatica e nella coniugazione di un verbo, quindi:
• Io colgo
• Tu cogli
• Egli coglie o Lui coglie, Lei coglie (Lui è maschile, Lei è Femminile, Egli è il maschile), anche Egli si usa pochissimo, allo steso modo l’equivalente di egli al femminile è Ella, molto usato nella poesia, ma non certo nel linguaggio di tutti i giorni, quindi Lui coglie o Lei Coglie, si dice anche Egli coglie, ma “Egli coglie” è molto difficile perché c’è due volte la parola “gli”)
• Noi cogliamo
• Voi cogliete
• Essi colgono, attenzione: Essi o Esse colgono, qui non c’è “gli”, colgono non è “cogliono”, attenzione è molto pericoloso perché “cogliono” non Esiste, tra ‘altro la parola “cogliono” che non fa parte della coniugazione del verbo “Cogliere”, è molto pericoloso perché somiglia alla parola “coglione”.

È molto simile alla parola “coglione”, quindi non si dice “essi cogliono”, ma si dice “Colgono”, “cogliono è sbagliato”.

Io colgo, tu cogli, egli coglie, noi cogliamo, voi cogliete, essi colgono, che cosa? Un’occasione!
Ciò che si coglie è un’occasione, cogliere un’occasione significa fare qualcosa, approfittare di qualcosa per farne un’altra.
Io approfitto del mio viaggio per registrare un podcast; voi approfittate del fatto che venite a Roma per visitare il Colosseo; quindi io colgo l’occasione del mio viaggio per registrare un podcast, voi potete cogliere l’occasione di venire a Roma per visitare il Colosseo.
Io colgo l’occasione per registrare un podcast, ok? Quindi attenzione all’utilizzo delle preposizioni semplici “di” e “per”, io colgo l’occasione di questo viaggio per registrare un podcast.
Ripetete dopo di me in modo che vi rimanga più impresso:
• Io colgo l’occasione di questo viaggio per registrare un podcast.
• Voi cogliete l’occasione di venire a Roma per visitare il Colosseo.
Ok, quindi “Cogliere l’occasione” abbiamo spiegato cosa significa: approfittare di qualcosa per farne un’altra. Cogliere un’occasione significa quindi “cogliere un’opportunità”.
La parola “occasione” e la parola “opportunità” sono più o meno sinonimi, se io ho un’occasione, per esempio se io ho l’occasione di incontrarti, ho l’opportunità di incontrarti.
L’opportunità come l’occasione si può “cogliere”, io posso cogliere l’opportunità o cogliere l’occasione.
La parola “opportunità” si utilizza di più in ambito professionale, l’opportunità è una cosa positiva, l’opportunità si contrappone al rischio, negli affari quando parlate di opportunità vuol dire che potete approfittare di qualcosa per ottenere un qualcosa di positivo; potete cogliere l’opportunità di un viaggio per fare un affare, ad esempio. In questo caso, cogliete l’opportunità del viaggio per fare un affare, ma è meglio usare opportunità, nel caso del lavoro, nel caso di una professione, l’opportunità si coglie, un’occasione si coglie.
Ora, la frase in realtà non finisce qui, perché io ho detto all’nizio che la frase è: cogliere un’occasione al volo”, “cogliere un’opportunità al volo”, “cogliere un’occasione al volo” significa…cosa significa?
Allora, le due parole “al volo”, significa, danno l’idea, diciamo che questa occasione è unica, un’occasione importante, che potrebbe non capitarvi più, è un’occasione importante. Al volo, infatti include la parola “volo” quindi il volo è ciò che fanno gli uccelli, gli uccelli volano nel cielo, e quando una cosa vola nel cielo, lo fa solitamente in maniera molto rapida, in maniera molto veloce, e se voi dovete colpire una cosa che vola, se dovete colpire un “uccello” mentre vola ad esempio, beh, se non siete dei cacciatori è difficile che voi riusciate a colpire un uccello mentre vola, cioè a colpire un uccello al volo o che voi riusciate a colpire una cosa mentre vola, bisogna essere molto bravi, di conseguenza, cogliere un’occasione al volo, significa cogliere un’occasione mentre passa, mentre capita. Un’occasione potrebbe capitare molto velocemente, perché magari se non approfittate di questa occasione, potrebbe non capitarvi più oppure potrebbe durare poco tempo e quindi dovete pensarci bene, dovete pensarci prima, soprattutto, perché questa occasione è un’occasione importante, magari non vi capiterà più di venire a Roma, quindi è importante che lo facciate adesso questa visita al Colosseo, perché se non approfittate di questa occasione al volo, se non approfittate subito di questa occasione potrebbe non capitarvi più di venire a Roma.
Quindi prendere un’occasione al volo vuol dire non lasciarsela scappare, non lasciare passare questa opportunità, come se questa cosa fosse una cosa che vola, come se passasse nel cielo e voi la dovete prendere al volo, la dovete cogliere al volo.
Quindi, prendere un’occasione al volo vuol dire non lasciarsi scappare un’occasione, è la stessa cosa, in effetti, prendere un’occasione al volo si può dire anche in un altro modo:

Non lasciarsi scappare, ad esempio, io posso dire: domani verrò a Roma quindi non voglio lasciarmi scappare l’occasione di venire a vedere il Colosseo. Non voglio perdere l’occasione, non voglio lasciarmi scappare l’occasione di vedere il Colosseo, voglio cogliere l’occasione di venire a Roma per vedere il Colosseo.
Quindi come vedete la stessa frase la posso dire in più modi diversi, voglio vedere il Colosseo, quindi; visto, considerato che vengo a Roma, considerato che devo fare un viaggio per venire a Roma, voglio cogliere l’occasione di venire a Roma per vedere il Colosseo, non voglio lasciarmi scappare questa occasione, non voglio perdere questa opportunità.
La lingua italiana come sapete è una lingua abbastanza variegata, cioè varia, ha molti termini diversi e ci sono moltissimi modi per esprimere lo stesso concetto; secondo me è molto importante che una persona straniera, quando impara la lingua, quando impara una lingua come l’italiano, una lingua difficile, non dovrebbe accontentarsi di imparare il linguaggio base, dovrebbe invece avere il piacere di imparare anche un po’ della cultura italiana, il che significa capire che la lingua è il risultato della cultura e essendo la cultura italiana una cultura molto variegata, molto varia, non è uguale all’nterno delle regioni, non è uguale all’interno delle città, ci sono moltissime storie diverse all’interno della Italia, di conseguenza cosi come la cultura è variegata anche la lingua è variegata ed è bello imparare una lingua, (forse non vale soltanto per l’italiano questo discorso), è bello parlare una lingua cercando di utilizzare varie terminologie, vari modi diversi per imparare uno stesso concetto.
Bene ragazzi, allora credo che a questo punto abbiate capito cosa significa “cogliere un’occasione al volo”, credo che a questo punto prima di fare l’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che entro il mese di dicembre per coloro che possono essere interessati ad un corso di italiano professionale, entro il mese di dicembre, c’è la possibilità per tutti i visitatori di Italianosemplicemente.com di prenotare il corso di italiano professionale che uscirà nel mese di gennaio 2018, quindi manca ancora un anno, il corso è in fase di preparazione, sono pronte soltanto le prime dieci lezioni , ma tra circa una settimana uscirà la lezione numero undici che tratterà di tutte le frasi, tutte le espressione idiomatiche italiane che riguardano i rischi e le opportunità.
Per chi ascolta per la prima volta questo podcast, il podcast di italiano semplicemente, vi ricordo che il corso di italiano professionale è un corso studiato per tutti coloro che vengono in Italia per motivi professionali, di conseguenza tutte le lezioni sono organizzate in modo tale da essere utili al lavoro.
Quindi, tutte le espressione, tutte le occasioni, tutto il linguaggio italiano viene analizzato, diciamo suddividendo gli argomenti in maniera tale che sia più facile applicare questi argomenti alla vita lavorativa, quindi la lezione numero undici è appunto dedicata ai rischi e alle opportunità; oggi in qualche modo abbiamo già parlato delle opportunità perché, prendere un’occasione al volo vi ho spiegato che il termine occasione equivale ad opportunità, di conseguenza prendere un’occasione al volo significa prendere un’opportunità al volo, non lasciarsi scappare un’occasione, non lasciarsi scappare un’opportunità.
Ci sono moltissimi espressioni in Italia che riguardano i rischi e le opportunità perché in ogni lavoro c’è un rischio, in ogni lavoro si prendono decisioni e ogni volta che si prende una decisione c’è un rischio, ma là dove c’è un rischio, c’è un’occasione, c’è un’opportunità. Ogni decisione può essere una decisione positiva, in questo caso c’è un’opportunità oppure un’occasione negativa, c’è un rischio; un’opportunità negativa è un rischio. Quindi se la vostra decisione è una buona decisione si crea un’opportunità, se la vostra decisione al lavoro si rivela negativa in questo caso è molto rischiosa, quindi può portare a delle conseguenze negative.
Bene, allora facciamo adesso l’esercizio di ripetizione, credo che sia importante per coloro che non sono abituati a parlare l’italiano, per coloro che non hanno l’abitudine di parlare, di esercitare la lingua italiana fare questo piccolo esercizio di ripetizione, soprattutto è importante questa volta perché la frase “cogliere un’occasione al volo” contiene la parola “cogliere”, quindi il verbo “cogliere” che non è molto facile da pronunciare; quindi io ripeterò, io pronuncerò una frase, voi cercate di ripetere la frase dopo di me cercando di imitarmi, cercando di imitare la mia pronuncia e per fare questo rilassatevi.

Non c’è alcun bisogno che voi vi concentrate sulla grammatica, limitatevi a ripetere dopo di me e vedrete che dopo vi sentirete meglio, ok allora:
• Io colgo un’occasione al volo
• Tu cogli un’occasione al volo
• Lui coglie un’occasione al volo
• Lei coglie un’occasione al volo
• Noi cogliamo un’occasione al volo
• Voi cogliete un’occasione a volo
• Loro colgono un’occasione al volo

Adesso vediamo al passato:
• Io ho colto l’occasione
• Io ho colto l’occasione al volo
• Tu hai colto l’occasione al volo
• Lui ha colto l’occasione al volo
• Lei ha colto l’occasione al volo
• Noi abbiamo colto l’occasione al volo
• Voi avete colto l’occasione al volo
• Loro hanno colto l’occasione al volo

Un’ultima annotazione, la parola “colto” (Io ho colto, tu hai colto, lui ha colto, noi abbiamo colto, voi avete colto, essi hanno colto), la parola “colto” ha la “O” aperta, questo è molto importante, perché “Colto” significa un’altra cosa, se io sono colto, vuol dire che io ho studiato, conosco molte cose, sono istruito, sono una persona istruita, sono una persona laureata che ha studiato, conosce molte cose, quindi sono colto.
Ovviamente una persona può essere colta oppure può essere ignorante, cioè, può essere una persona che non ha studiato, che non sa molte cose, una persona che ignora le cose ed essere ignoranti è il contrario ad essere colti, colti con la “o” chiusa.

La Concordanza dei tempi. Uso del Congiuntivo 

Video con sottotitoli

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Trascrizione

immagine_concordanza

Buongiorno a tutti ragazzi. Vediamo oggi la concordanza dei tempi. Questo è l’argomento di oggi.

Ringrazio Leily di avermi proposto questo interessante argomento. Si tratta, a dire il vero, di un argomento molto difficile, a volte anche per gli italiani. La concordanza dei tempi.

Naturalmente non vi spaventate perché state ascoltando un podcast di Italiano Semplicemente, e la parola “semplicemente” non sta lì per caso.

Riusciremo a far diventare anche la concordanza dei tempi una cosa semplice da capire. Questa è la sfida di oggi dunque!

Cominciamo a spiegare anche le parole però. Cos’è la concordanza dei tempi?

Beh se il verbo concordare ci sembra difficile, sappiate che concordare significa semplicemente andare d’accordo.

Se due persone concordano, se concordano tra loro vuol dire che la pensano nello stesso modo, che sono d’accordo.

Se io vi dico:

io credo che imparare bene l’italiano sia difficile .

Voi potrete dirmi “sì, è vero, sono d’accordo con te, l’italiano è una lingua difficile”.

Ebbene, voi siete d’accordo con me, quindi voi concordate con me. Ed io concordo con voi. Io e voi concordiamo nel dire che imparare bene l’italiano è abbastanza difficile. Concordare significa quindi andare d’accordo.

Analogamente se vi dico

Temo che (cioè ho paura che) la mia fidanzata mi tradisca“. Ebbene, spero che voi non concordiate con me e che mi diciate: no, non è vero che ti tradisce! In questo caso voi siete in disaccordo con me, cioè non concordate con me.

Bene. Questa sono la concordanza e la discordanza. Ma Leily mi ha chiesto la concordanza tra i tempi indicativo e congiuntivo, non la concordanza tra due persone.

Sono due verbi quindi, due tempi verbali che devono concordare. Ma come fanno due tempi a concordare? In che senso due verbi concordano? Mica sono persone! Infatti, dico io, non sono persone. Ma allora i verbi possono anche essere in disaccordo? Possono non concordare tra loro? Ebbene sì!

I tempi sono come le persone! Possono andare d’accordo ma anche essere in disaccordo. E quando sono in disaccordo siete bocciati all’esame di italiano.

Prima abbiamo detto che:

credo che imparare l’italiano sia difficile.

Bene, in questa frase c’è il verbo credere. Attenzione perché la concordanza dei tempi è un problema che esiste solamente quando nella frase utilizzate alcuni verbi particolari. Credere è uno di questi. Ma ci sono anche i verbi pensare, immaginare, temere, sperare, aspettare e attendere. Fondamentalmente questi sono i verbi in cui i tempi possono andare d’accordo oppure no, possono concordare o non concordare.
Quando ci sono questi verbi infatti, cosa succede? Succede che la frase continua solitamente con una parolina particolare: la parolina “che”. E poi c’è la seconda parte della frase, che contiene un altro verbo qualsiasi.

Es: io credo che, io penso che, io tempo che, io aspetto che, eccetera.

Quindi vi ripeto il concetto perché è importante: c’è una frase, dove all’inizio, come primo verbo, usate uno dei verbi tra pensare, credere, sapere, immaginare, temere , sperare, aspettare e attendere, poi c’è la la parola “che” e poi c’è la seconda parte della frase che contiene il secondo verbo, che può essere un verbo qualsiasi, uno qualunque. “Che” in realtà a volte potrebbe non essere presente, quindi è più importante ricordarsi del verbo utilizzato nella prima frase.

“credo che imparare l’italiano sia difficile”.
Questa è quindi una delle tante frasi in cui si pone il problema della concordanza. “CREDO” e “SIA” sono i due verbi, che in questo caso sono credere e essere.
Come facciamo a far andare d’accordo i due tempi dei due verbi? Semplicissimo. Io poi vi spiego la regola, ma sappiate una cosa: non vi servirà a nulla nella comunicazione orale. Serve solamente per svolgere degli esercizi scritti.

Io allora ora utilizzerò il mio solito metodo, quello che vi è più utile per comunicare, e soprattutto quello che vi farà risparmiare moltissimo tempo.
Vi racconterò una storia, e nella storia ogni volta che ci saranno frasi di questo tipo ascolterete un piccolo suono, fatto da mio figlio al Pianoforte (vai Emanuele fai ascoltare il suono… Ok perfetto), dopo il suono, ascolterete la frase la frase.
Ok iniziamo ed alla fine vi dirò la regola. Promesso. Tenete presente che io non conosco ancora la regola, ma la cercherò in qualche pagina internet, dove si spiegano le regole, sapete quei siti noiosi pieni di regole? Proprio Quelli!

Allora ecco la storia.
È una storia vera, accaduta a me stesso qualche giorno fa.

Ero a Parigi e dovevo tornare a Roma con l’aereo. L’aereo era alle ore 21, la sera, e sapete cosa è successo? Ho perso l’aereo!
Quello giorno alle ore 17 ho pensato:

credo sia meglio che vada.
Altrimenti perderò l’aereo delle 21 per Roma. In questo modo credo che domani sarò in ufficio.
Penso che questa sia la scelta giusta. Sì ho deciso, vado! Questa è l’ora giusta. Farò sicuramente in tempo a prendere l’aereo.
In realtà credo che io sia stato un po’ imprudente quel giorno.

Alle ore 17 quindi:
credevo che fosse meglio partire, credevo fosse meglio partire per non perdere l’aereo. Credevo che fosse l’ora giusta. Credevo fosse l’ora giusta.

Ho creduto fosse meglio partire. Ho creduto che le 17 fosse l’ora giusta per partire.

Tutto era stato programmato in anticipo. Infatti il giorno precedente ho immaginato che io fossi (sarei) stato abbastanza prudente a partire alle 17.
Ho pensato che in questo modo, il giorno successivo sarei riuscito ad andare in ufficio al lavoro.
Infatti ero ad un’ora di distanza dall’aeroporto e dovevo prendere dei mezzi pubblici ed allora ho consultato Google maps che mi dava diverse possibilità: metropolitana più treno, autobus più metro, treno più autobus eccetera.

Io allora ho pensato:
Penso (che) sia il caso di scegliere il percorso più veloce.
Ho quindi creduto che fosse meglio scegliere il percorso più veloce, quello che richiedeva il minor tempo.
Questo credevo quel giorno.
Ma oggi, sapendo che poi ho perso l’aereo, non farei più la stessa scelta.
Oggi credo che quel giorno sarebbe stato più prudente partire alle 16, un’ora prima.
Immagino che io sia stato imprudente quel giorno a partire alle 17, e penso che partire almeno alle 16 sarebbe stato più prudente, più saggio.
La prossima volta credo che partirò alle 16, perché in questo modo credo che riuscirò sicuramente ad andare al lavoro il giorno successivo.

Quel giorno ho iniziato a temere di perdere l’aereo intorno alle ore 18, più o meno.
Alle 18 Infatti, mentre aspettavo l’autobus alla stazione di palais des congrès, pensavo:
Mmmmmmm, come mai non passa l’autobus? Ci sarà un incidente? Se continua così temo che perderò l’aereo.
In effetti c’era un incidente sulla strada per l’aeroporto, un incidente che immagino (che) abbia fatto perdere l’aereo a molte persone, non solo a me.
Appena ho saputo dell’incidente ho pensato di essere molto sfortunato.
C’è sfortuna! Se avessi immaginato, sarei sicuramente partito prima.
Mia figlia mi aspettava quella sera, voleva il bacino della buonanotte prima di andare a dormire. Quando sono arrivato a casa mi ha detto: “papà, credevo che tu fossi (saresti) arrivato a casa ieri”.
Mi dispiace, le ho detto, ma…
“sei sempre il solito distratto papà!”

lo so, pensavo di fare in tempo, quel giorno ho creduto che fossi uscito in tempo per prendere l’aereo, ma non è colpa mia! Credevo di essere in tempo.

E lei mi ha risposto: ma il giorno prima, quando hai programmato il viaggio, credevi che fossi (saresti) arrivato in tempo per l’aereo?

Sì, certo” – ho risposto io, “credevo fossi (sarei) arrivato in tempo, e l’ho creduto fino alla fine, anche il giorno stesso credevo fossi in tempo”.

Ele: “e pensavi anche che il giorno successivo al viaggio saresti stato in ufficio?”

“”Sì, lo pensavo, lo pensavo sì! Non credevo che a Parigi ci fosse traffico”.

Poi mia figlia mi ha chiesto: “ma il dirigente del tuo ufficio, sa che sei stato a Parigi?

Sì, certo che lo sa che ero a Parigi, sa che sono stato a Parigi“.

Ele: “e sa che adesso sei a Roma?

Sì, lo sa, certo! Sa bene che ora sono a Roma.”

Ele: “e sa anche che solo domani andrai al lavoro?

“Sì, naturalmente, lo sa, lo sa che domani sono al lavoro. La mia dirigente sa tutto! Sa che andai via da Roma, sa chesono stato a Parigi, sa che ora sono di nuovo a Roma, e sa anche che domani andrò al lavoro. Tutto sa”

Quindi la mia dirigente ha saputo che sono tornato a Roma, e sapeva anche che il giorno prima ero stato a Parigi, e sapeva anche che il giorno dopo sarei stato in ufficio.

Bene, finita la storia. Tranquilli, capisco che la prima volta può spaventare. Quello che dovete fare ora è solo finire di ascoltare il podcast, dopo aver fatto un esercizio di ripetizione. Non pensate alle regole, non vi preoccupate.

Ripetete dopo di me e state trqnauilli: Pronti? Via!

mio figlio sa che ieri sono stato a Parigi.

—–

mio figlio sa che adesso sono tornato a Roma, senza cioccolatini

—-

mio figlio sa che domani tornerò in ufficio

credo che ieri io sia stato troppo superficiale

—-

penso che oggi io sia un po’ più saggio di ieri

—-

Immagino che io domani sarò in ufficio

—–

Bene, dopo questa storia, dopo averla ascoltata più volte vedrete che la parolina “CHE” in realtà non sempre è presente tra i due verbi. Nella storia ci sono molti esempi in cui ho ripetuto la stessa frase con e senza il “che”.

Infatti posso dire ad esempio:

“oggi pensavo non venissi al lavoro, oppure “oggi pensavo che non venissi al lavoro”. Pensavo che non venissi, oppure pensavo non venissi. Posso dire in entrambi i modi. Il verbo pensare però c’è sempre. Ricordate questo.

Poi, vi avevo promesso che vi avrei spiegato la regola.

Innanzitutto dobbiamo dire che tecnicamente si parla non di due verbi, ma di due frasi, quella che viene prima e quella che viene dopo. La prima si chiama frase principale e la seconda frase subordinata. Ma questo è meno importante, ed io non sapevo questa cosa prima di leggerla su internet. Non c’è bisogno di saperlo.

Potete continuare a pensare ad una sola frase divisa in due parti dove nella prima parte c’è uno dei verbi elencati sopra: pensare, credere, temere, immaginare, eccetera.

Ok? ascoltate più volte l’episodio.Non dimenticate! Per la spiegazione tecnica della regola vi rimando a due pagine ben fatte.
1) http://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2012/01/19/concordanza-dei-tempi-con-lindicativo/
2) http://aulalingue.scuola.zanichelli.it/benvenuti/2012/10/18/la-concordanza-dei-tempi-con-il-congiuntivo-1/

Ele: papà, hai portato i cioccolatini da Parigi?

Gianni: oddio, i cioccolatini!!

Ele: ma sei restato anche un giorno in più! Uffa!!!

Video con sottotitoli

I verbi Pronominali (no panic!)

Audio

Trascrizione

verbi_pronominali_immagini

Oggi vediamo, come vi avevo promesso, i verbi pronominali.

Tranquilli, non spaventatevi, perché questa non sarà una noiosa lezione di grammatica. Renato, che saluto, mi ha chiesto di dire qualcosa sui verbi pronominali, ed io voglio aiutarlo. Non lo aiuterò però iniziando a parlare dei verbi pronominali spiegando le regole, le tipologie eccetera, perché ci sono centinaia di siti e pagine web in cui si fa questo. Quello che farò è utilizzare il mio solito metodo, quello delle sette regole d’oro. Non verrò meno ai miei principi quindi. Venire meno a dei principi significa cambiare il proprio comportamento, non applicare le regole che secondo me sono importanti. I principi sono generalmente le regole morali, ciò che guida il comportamento, quindi i principi riflettono il proprio pensiero; riguardo alla lingua italiana io dico sempre che i principi sono quelli descritti nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Dico sempre che studiare la grammatica non serve per comunicare in italiano, non serve almeno all’inizio, è noioso e richiede tempo. Se vi spiegassi i verbi pronominali nel classico modo che tutti utilizzano, finirei per annoiarvi e la lezione verrà dimenticata in due o tre giorni. Invece se sarò divertente e piacevole avrete voglia di ascoltarla ancora.

Dunque caro Renato, spero che la cosa non ti dispiaccia e come hai detto tu, utilizzando proprio un verbo pronominale, spero che te la spasserai ascoltando la mia spiegazione. Spassarsela significa divertirsi, ed entrambi sono appunto due verbi pronominali. Io mi diverto è uguale a io me la spasso.

Bene, allora i verbi pronominali: brutta parola. Sembra quasi qualcosa che può spaventarci. No problem comunque. I verbi pronominali sono come i verbi normali, ed infatti ciò che cambia è solamente una cosa. La regola generale da ricordare, facilissima, è che un verbo normale diventa pronominale quando il verbo è rivolto a se stessi. Tutto qui.  Quasi tutti i verbi possono diventare pronominali, ma ci sono anche dei verbi che si usano solamente nella forma pronominale, ma l’uso di tutti questi verbi pronominali, caro Renato, si impara solamente parlando, ascoltando e parlando. Il nostro cervello lavora da solo, non ha bisogno di essere riempito di nozioni, la comunicazione è automatica, perché serve alla sopravvivenza.

Capisco che i maniaci della grammatica possono a questo punto dire: non è possibile, non si insegna italiano in questo modo! Ma io sono tutto d’un pezzo perché il metodo ha funzionato su di me e so quindi che funziona. Ho appena detto che sono tutto d’un pezzo, e quindi devo spiegare che Essere tutto d’un pezzo significa essere sicuri e non farsi venire dubbi.

Vediamo alcuni esempi: dicevo che un verbo diventa pronominale quando si riferisce a se stessi. Quasi tutti sono così. Cosa significa? significa che fare, cioè il verbo “fare”, diventa il verbo “farsi”. Ad esempio, vediamo la frase: “fare del male”, è una frase normalissima, e  fare del male significa compiere del male. Non c’è nessun verbo pronominale qui. Il verbo fare è utilizzatissimo in italiano, sia nelle frasi normali che in quelle idiomatiche.

Ma io posso anche dire che io “mi faccio del male“. Io mi faccio del male vuol dire che io faccio del male a me stesso.

Quindi io vi dico ad esempio che studiare la grammatica serve a “farsi del male”. Se voi studiate la grammatica fate male a voi stessi. ecco: non ho usato un verbo pronominale ora.

Ma posso ugualmente dire che se studio la grammatica anziché ascoltare io mi faccio del male: “faccio del male a me stesso” è uguale a “mi faccio del male”.

In generale si dice “farsi del male”. Studiare la grammatica è farsi del male. Questo è sicuro.

Io mi faccio del male se studio la grammatica

Tu ti fai del male se studi la grammatica

Lui si fa del male se studia la grammatica

Noi ci facciamo del male se studiamo la grammatica

Voi vi fate del male se studiate la grammatica

Essi (o loro) si fanno del male se studiano la grammatica.

Molto facile quindi non farsi del male, basta non studiare la grammatica.

Così come fare del male diventa farsi del male, allo stesso modo funzionano anche molti altri verbi, quasi tutti direi.

Ci sono però alcuni verbi che si usano solo nella loro forma pronominale. Io vi dico questo solamente perché l’ho letto su alcuni siti web. Non sapevo neanche che questi verbi si chiamassero in questo modo: pronominali, perché davanti c’è il pronome: mi faccio, ti fai, mi lavo, ti lavi, si lava, ci laviamo eccetera. Comunque Renato tu nel tuo esempio mi facevi alcuni esempi di verbi pronominali: svignarsela, battersela, filarsela, darsela, bersela, aspettarsela ecc.

Hai citato quasi tutti verbi che si usano solamente nella loro forma pronominale. Perché svignare non esiste, battere invece esiste, ma esiste anche battersi e appunto battersela, che ha tutto un altro significato, lo stesso vale per filare, che esiste ma non c’entra con filarsela , così come dare e darsela sono verbi diversi. Riguardo a bersela invece esiste bere, e bersela è la versione idiomatica , dal senso figurato. Lo stesso vale per aspettarselo,  o aspettarselo,  versione pronominale di aspettare.

Mi hai in particolare chiesto di spiegare il significato di questi verbi e il loro uso nei diversi tempi verbali.

Allora per fare questo vi racconterò una storia, una storia che mi riguarda, quindi una storia vera e userò, nel raccontare questa storia, tanti verbi pronominali, cercando di includere proprio i verbi che mi hai chiesto tu ed anche qualcun altro, sempre pronominale. Sentirete un piccolo suono ogni volta che pronuncio un verbo pronominale, in qualsiasi forma. Prima il suono, poi il verbo pronominale. Tutto ciò che sentirete è realmente accaduto proprio al sottoscritto.

Pronti? via!

Una volta, ai tempi dell’università, mi piaceva farmi del male.

Infatti spesso (io ho fatto l’università a Roma) andavo a fare gli esami e, non so perché, mi attraeva l’idea di non andare preparatissimo agli esami. Studiavo un po’, e non appena mi sentivo pronto, non appena sentivo che avevo delle possibilità di potermela cavare, mi buttavo! Provavo a fare l’esame, pur sapendo che avrei potuto farmi molto del male. Qualora infatti il professore mi avesse trovato impreparato avrebbe pensato: questo ragazzo adesso me lo mangio vivo! Io diciamo che sono sempre stato una persona ottimista, mi ritengo un ottimista di natura, quindi mi dicevo (dicevo a me stesso): rischio, o la va, o la spacca (ps: frase idiomatica).

E mi trovavo così a fare l’esame, di fronte al professore che si aspettava sicuramente uno studente preparato,  e non si aspettava di certo uno studente che amava farsi del male come me. Dico questo perché qualche volta mi sono fatto veramente del male: una volta un professore mi ha tenuto mezz’ora in più, dopo l’esame, per farmi una bella ramanzina, mi ha sgridato spiegandomi che non si andava a fare gli esami nella speranza che poteva andarmi bene, ma quando si fa un esame si deve essere preparati, altrimenti poi viene voglia di svignarsela.

Se il professore scopre che non sei preparato potrebbe sempre scapparci una brutta figura e il primo pensiero che viene in mente è battersela il prima possibile! Scappare, darsela a gambe levate!  Certo, filarsela non è una cosa positiva, ed è anche una cosa che non si può fare, ma io non pensavo a questa eventualità. Ma succede, e quando succede occorre starci. Io ero ottimista e mi aspettavo sempre che tutto andasse bene.

Di fatto, due volte in particolare mi è andata male. La prima volta il secondo anno di università: il professore mi fece delle domande ed io non sapevo assolutamente la risposta. Io allora mi aggiustavo la cravatta, cominciavo cioè ad innervosirmi, e non aspettandomi una domanda che non sapessi, dicevo semplicemente: non lo so!

Non lo so! Questa è veramente una cosa che ci si deve guardar bene dal dire, che cioè non si deve mai dire all’università, ma questo l’ho imparato col tempo: credo che bisogna cascarci almeno una volta nella vita. Guardatevi bene dal dire “non lo so” se il professore vi fa una domanda e voi non sapete come rispondere.

Un’altra volta invece oltre a non essermi preparato abbastanza, non mi ero neanche vestito in modo elegante, e vestirsi in modo elegante spesso è apprezzato dai professori.

Il professore in questo caso non mi ha neanche interrogato. Ha iniziato a prendersela con me e mi ha detto che io non rispettavo l’università, che non rispettavo l’istituzione dell’università. Io non mi aspettavo ovviamente una reazione del genere da parte sua. Prima mi ha detto che dovevo tagliarmi la barba, poi che è necessario vestirsi bene. Insomma ci ha dato dentro di brutto! Non è stato facile uscirne!

Io speravo la piantasse con questa storia dei vestiti e della barba, ma lui continuava: “io ci tengo molto alla forma” – diceva – “lei non me ne voglia per questo ma anche lei deve rendersi conto che non basta prepararsi, è importante anche la forma, come ci si presenta”. Insomma, per farla breve, mi ha bocciato senza neanche farmi una domanda.

Insomma, immaginatevi come io sia rimasto sconvolto da questa esperienza. E immaginatevi anche come io fossi vestito quando poi sono tornato a fare l’esame, che ho poi superato anche con un bel voto.

Insomma vi ho raccontato questa storia perché volevo dirvi che quando si rischia può capitare di spuntarla, spesso la si può fare franca, cioè può capitare che tutto vada bene, ma può capitare di non farla franca, di non riuscire a spuntarla, di non farcela, ma quello che conta è che alla fine l’obiettivo venga raggiunto e di coraggio ce ne vuole per sopportare fino alla fine prima di farcela.

Bene, credo che in questo racconto sono riuscito ad utilizzare tutte le forme possibili dei verbi pronominali, ce ne sono molte. Ho evidenziato i verbi utilizzati quindi chi legge ed ascolta nello stesso tempo può ascoltare il suono che segnala il verbo pronominale e nello stesso tempo può vedere che il verbo pronominale è stato messo in grassetto, cioè è più scuro; si nota perché è più scuro del resto del testo.

Spero Renato che sia riuscito oggi a suscitare il tuo interesse e quello degli altri membri della famiglia, e nello stesso tempo che io sia riuscito a farvi capire cosa siano i verbi pronominali. Ora potete anche dimenticare che esistono! La cosa importante invece è che ripetiate l’ascolto di questo file audio. Più volte (Repetita Iuvant: prima regola d’oro di Italiano Semplicemente). Ripetendo vedrete che non avrete bisogno di studiare le regole per saper esprimervi in italiano. Anche “esprimersi”  è un altro verbo pronominale, e quindi se siete capaci di comprendere e di dire correttamente la frase: “io riesco ad esprimermi in italiano” senza problemi vuol dire che avete capito e che non avete bisogno di studiare la grammatica dei verbi pronominali. Se poi siete appassionati di grammatica me ne farò una ragione. Anche qui ho usato un verbo pronominale: il verbo “farsene“.

Prima di completare l’episodio con l’esercizio di ripetizione voglio però ringraziare di cuore tutti coloro che hanno utilizzato lo strumento Donazione, e quindi che mi hanno aiutato con una loro donazione e questo mi rende molto felice perché significa in qualche modo che è apprezzato quello che faccio, e questo mi dà anche molta motivazione per andare avanti e fare nuovi episodi. Grazie quindi a Lya dalla Danimarca a Ulrike dalla Germania, che sono gli ultimissimi, ma mille grazie anche a Leyla, ad Anastasia ed agli altri che si uniranno in futuro. Mi rendo conto del vostro sforzo e spero di continuare anche in futuro a meritarlo.

Ora per concludere vi propongo il consueto esercizio di ripetizione (settima regola). Vi propongo di provare 3 verbi pronominali: i verbi fregarseneinfischiarsene e curarsene. Fregarsene, infischiarsene e curarsene sono tre verbi pronominali molto simili tra loro, e si usano tutti e tre per dire se siete o non siete interessati a qualcosa o a qualcuno.

Fregarsene di qualcosa vuol dire non essere interessati a questa cosa. Infischiarsene è la stessa cosa: non vi interessa, non vi importa nulla. Questi due verbi esistono solamente nella forma pronominale. Se dite al vostro fidanzato o fidanzata ad esempio la frase: “me ne infischio di te!“, vuol dire che a voi non interessa nulla di lui o di lei. Voi non siete interessati a lui: ve ne fregate, ve ne infischiate, non ve ne curate. Non curarsi di qualcosa quindi equivale a fregarsene, infischiarsene, ma occorre mettere il “non” davanti. Infatti non curarsi è una conseguenza di non essere interessati. Se  qualcosa non vi interessa come conseguenza non ve ne curate di questa cosa, non prestate attenzione a questa cosa.

Ok, iniziamo, non pensate alla grammatica ma limitatevi a ripetete: ascoltarsi (cioè ascoltare se stessi) fa bene al vostro italiano:

Io me ne sono sempre infischiato della grammatica!

Tu te ne sei sempre fregato della grammatica!

Lui non si è mai curato della grammatica.

Noi ce ne siamo sempre fregati della grammatica!

Voi ve ne siete sempre fregati della grammatica!

Loro non si sono mai curati della grammatica.

Ciao a tutti.

Video con sottotitoli 

Fatti non foste a viver come bruti

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Video

Trascrizione

Buongiorno, un caro saluto a tutti. Chi vi parla è Gianni, o Giovanni, cioè il creatore di Italiano Semplicemente. Oggi cercherò di spiegarvi una frase italiana famosissima.

Non si tratta, a dire il vero, di una frase idiomatica italiana, non è una espressione tipica italiana, ma si tratta di una citazione. Una citazione è quello che si fa quando si ricorda, si cita, appunto, ciò che ha detto oppure scritto qualcun altro. Una citazione quindi è il dire o lo scrivere una cosa che ha già scritto o detto qualcun altro. Questo qualcun altro, in questo caso, è Dante Alighieri.

Parleremo di Dante Alighieri in modo un po’ più approfondito in un prossimo podcacst, per la rubrica “grandi personaggi italiani” (abbiamo già visto Umberto Eco e Roberto Benigni) per ora mi accontenterò di citare Dante. Oggi quindi citerò Dante Alighieri. La citazione che farò di Dante Alighieri è relativa ad una terzina del canto numero ventisei dell’Inferno. Stiamo quindi parlando della Divina Commedia.

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La Divina Commedia è, come tutti saprete, l’opera più importante composta da Dante Alighieri, e probabilmente è anche l’opera più importante della letteratura italiana e mondiale. La Divina Commedia è suddivisa in Inferno, Paradiso e Purgatorio e ognuna di queste tre parti è a sua volta divisa in “canti”. Ogni canto è diviso in parti più piccole che si chiamano “terzine”.

La terzina è detta anche “terza rima” o anche “dantesca” (dantesca perché relativa a Dante Alighieri), e si chiama anche “terzina incatenata”, è la strofa usata da Dante nella composizione della Divina Commedia.
Si chiama terzina perché è composta da tre parti, da tre versi: se fosse stata composta da due sole parti, da due soli versi, si sarebbe chiamata “distico“, un nome che conoscono solamente coloro che si occupano di queste cose, ed invece questa si chiama terzina, poiché le parti sono tre, i versi sono tre.
Ho parlato di strofa, ed infatti la terzina è una strofa, che nella letteratura è un gruppo di versi, dove ogni verso è composto da parole. Il numero dei versi di una strofa può variare, ed in questo caso abbiamo appunto una strofa composta da tre versi: una terzina.

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Dopo questa breve introduzione sulla struttura della Divina Commedia, che magari può interessare a qualcuno e comunque è interessante per coloro che studiano Dante nelle scuole di Italiano, passiamo alla celebre terzina di cui voglio parlarvi oggi.

Questa terzina, del canto numero ventisei dell’Inferno, contiene due versi famosissimi:

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza

è una terzina molto famosa, soprattutto il secondo ed il terzo verso. Questa terzina ci dà un quadro abbastanza chiaro, a quanto pare, della personalità di Dante Alighieri, che considerava la conoscenza il presupposto per la valutazione di una persona.

Se una persona è una persona colta, cioè conosce molte cose, allora è una persona di valore, altrimenti questa persona non vale nulla, o meglio, la sua vita equivale alla vita di un bruto, quello che lui chiama bruto.

Vediamo bene questa terzina.

Il primo verso è: “Considerate la vostra semenza“. Considerate, cioè pensate, prendete in valutazione la vostra semenza, cioè da dove venite, considerate la vostra natura, considerate il fatto che siete esseri umani, esseri intelligenti, e non bestie, non animali. Semenza viene da “seme”, da cui nascono le piante. La semenza quindi rappresenta l’origine, la razza umana in questo caso.

Ebbene, se considerate la vostra semenza, arriverete facilmente a capire, dice Dante, che non siete fatti per vivere come bruti – “fatti non foste“, cioè “non siete fatti”.

“Fatti non foste” significa che voi, voi esseri umani, non foste fatti per vivere come bruti. Foste è il passato remoto del verbo essere.

io fui
tu fosti
egli fu
noi fummo
voi foste
essi furono

Se faccio la negazione posso dire:

Voi non foste.

Quindi “voi non foste fatti” lo posso anche dire “fatti non foste”. Il voi è sottinteso.

Quindi voi, esseri umani, non foste fatti per vivere come dei bruti – “a viver come bruti“, cioè per vivere come delle bestie, come animali. La parola bruto, al singolare (bruti al plurale) rappresenta una persona che non usa la ragione, che non usa l’intelligenza, una persona che è incapace di dominare i propri istinti, e che quindi è anche violenta, feroce. La parola bruto nel linguaggio parlato è usata fondamentalmente per indicare una persona di questo tipo, soprattutto nella sfera familiare: un bruto è colui che picchia la moglie, che fa del male ai propri familiari, bruto è colui che usa violenza contro gli altri, ma soprattutto nei confronti delle donne e dei bambini.

Poi la parola al femminile “bruta” è associata spesso alla forza. La forza bruta è una forza molto grande. Se dico che io ho una forza bruta non significa che sono un bruto, un violento, ma che ho una grande forza, talmente grande che sembra quasi non essere una forza umana. Dante quindi usa il termine bruti per dire che l’essere umano è fatto per pensare e per conoscere, per leggere e apprendere, e non per usare la violenza, non per essere vittima dell’istinto, come un animale.

Infatti l’ultimo verso recita: “ma per seguir virtute e canoscenza“.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, cioè per seguir, cioè per seguire, cioè conseguire, per inseguire la conoscenza, che Dante chiama canoscenza: il nostro obiettivo, come esseri umani, è cercare di perseguire la conoscenza.

Dante usa “seguir”, che sta per seguire, ma è da intendere come conseguire, cioè cercare di raggiungere, cercare di raggiungere l’obiettivo della conoscenza. Questo è la cosa per cui siamo fatti. Questa è la cosa per cui l’essere umano è fatto. “E’ fatto per” significa che “serve a”, che “è nato per”. Se noi siamo fatti per la conoscenza, quindi, vuol dire che siamo nati, siamo predisposti per aumentare la nostra conoscenza.

Quindi “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“.

La “virtute” è la virtù. Se provate a cercare sul dizionario la parola virtute molto probabilmente non la troverete, dipende un po’ da quello che utilizzate, ma la virtute è la virtù, e la virtù è ogni buona qualità, ogni caratteristica positiva dell’essere umano.

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Ognuno di noi ha almeno una virtù: una persona può essere buona, un’altra sensibile, un’altra ancora ha la virtù del fascino, oppure la virtù della pazienza. Questa potrebbe essere la mia virtù, ad esempio: io mi reputo una persona molto paziente, che sa aspettare.

La virtù è più una caratteristica dell’animo umano, ma la parola virtù ha moltissimi significati in realtà.

Quindi l’essere umano, dice Dante, è fatto per inseguire le virtù, è fatto per migliorarsi di giorno in giorno, per assumere un valore sempre maggiore, “e conoscenza”: “seguir virtute e canoscenza“, cioè per conseguire le virtù e per imparare cose. Se l’uomo non impara non ha valore.

Beh credo che il messaggio di Dante sia abbastanza condivisibile da tutti. Non sono entrato nel dettaglio di tutte le spiegazioni perché in questo episodio volevo solamente farvi capire che questa frase è molto famosa, molto utilizzata in Italia, soprattutto negli ambienti intellettuali, o comunque da persone che hanno una alta cultura.

Dante spesso fa omaggio alla conoscenza ed all’importanza per l’uomo: “Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere“, dice all’interno del Convivio, che è un’altra opera di Dante Alighieri.

Immagino che anche voi, che state ascoltando e leggendo questo episodio, avete voglia di sapere, di conoscere. Vi lascio allora ascoltare, non con la mia voce, ma con la voce di Benigni, famoso attore e comico italiano, la famosa terzina del canto numero ventisei dell’Inferno, così da farvi innamorare della melodia della lingua italiana.

immagine_roberto_benigni

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza

Bene, spero che l’episodio vi sia piaciuto e in futuro, come vi dicevo, è in programma un podcast interamente dedicato a Dante Alighieri, dove non racconterò ovviamente tutta la sua vita né farò l’elenco delle sue opere, ma parlerò come al solito di un aspetto di interesse relativo alla lingua italiana, all’apprendimento della lingua italiana.

Portrait_de_Dante

Quello di oggi è sicuramente un aspetto legato all’apprendimento, perché l’apprendimento di una lingua significa voglia di conoscenza di una lingua e di una cultura in generale, quella italiana nella fattispecie, quindi oggi abbiamo anche scoperto che non siamo fatti per vivere come bruti ma per conseguire le virtù e la conoscenza.

Abbiamo anche visto da vicino una frase molto famosa in Italia, i due versi finali delle terzina descritta sopra, e quindi è come aver imparato una espressione tipica italiana.

Se venite in Italia e vi capita di andare in un ristorante molto affollato o di andare in un autobus molto affollato, dove in entrambi i casi ci possono essere persone che alzano la voce, che strillano, che sono nervose, ebbene, potete dire a queste persone: ”

fatti non foste a viver come bruti

ma per seguir virtute e canoscenza

Buona giornata e continuate a seguire Italiano Semplicemente, perché il prossimo podacst sarà dedicato ai verbi prenominali, e spiegherò in particolare una frase idiomatica italiana che contiene appunto un verbo prenominale. In realtà lo ho già fatto in passato, perché mi è capitato di spiegare ad esempio la frase “farsene una ragione“, la cui spiegazione la potete trovare sul sito italianosemplicemente.com, che contiene proprio un verbo prenominale, anche se non è stato detto all’interno del podcast perché, come sapete, non è buona cosa concentrarsi sulla grammatica ma sulla comunicazione, ben più importante della grammatica, soprattutto per chi ama ascoltare.

Ma un ragazzo di nome Renato mi ha chiesto di dedicare un podacst ai verbi pronominali ed io lo farò perché mi piace andare incontro alle esigenze dei membri della famiglia di Italiano Semplicemente. Ovviamente lo farò nel modo consueto, senza annoiare possibilmente, e facendo esempi divertenti.

Alla prossima amici.

Una parola!

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Trascrizione

Buonasera, grazie di essere qui all’ascolto dell’episodio di oggi di Italiano Semplicemente. Oggi a Roma fa abbastanza freddo e speriamo di riuscire a scaldarci con la vostra compagnia.

Allora dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle domande che mi avete fatto riguardo alle spiegazioni di alcune cose. C’è chi mi ha chiesto cose particolari, altri delle frasi idiomatiche italiane, e c’è chi, come Ramona, mi ha chiesto di spiegare una parola: la parola è “parola!”.

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Ebbene sì. “Parola” è la parola del giorno. Facile? Probabilmente sì, molto facile, sia da pronunciare che da scrivere. Il problema è che questo è un vocabolo molto usato nelle espressioni tipiche italiane. Ci sono molte espressioni, molte frasi che contengono questo termine: “parola“. Oggi quindi vediamo un episodio particolare, in cui vediamo proprio tutte queste frasi.

Forse un po’ più difficile come episodio da ascoltare e ricordare, ma cercherò di essere il più chiaro possibile, cercando di non annoiarvi.

Si tratta di un episodio che durerà almeno 20 minuti, quindi se dovete farvi una passeggiata, se dovete fare le pulizie di casa, indossate le cuffie e buon ascolto.

Per non annoiarvi l’esercizio di ripetizione lo faremo all’interno del podcast.

Allora vediamo prima le frasi più semplici e brevi, poi passiamo alle più complicate.

  • E’ una parola!

“E’ una parola” è la prima espressione. Si tratta di una esclamazione, che significa “non è facile”.

Questa espressione quindi significa semplicemente questo: non è facile. E’ una parola! cioè: non è come dire una parola, non è facile come se si trattasse di dire o di comprendere una parola.

Se vi dicono: mi devi leggere questo documento di 1000 pagine e domani mattina voglio trovare un riassunto sulla mia scrivania. Allora voi se pensate che la cosa è difficile e complicata potete dire: è una parola! Si tratta ovviamente di una espressione colloquiale e non si usa per iscritto.

Vediamo una seconda espressione:

  • passaparola

Un solo termine: passaparola. Passaparola è l’azione che si fa, ciò che si fa quando si comunica ad una persona una informazione, e poi questa persona la comunica ad un’altra persona, e poi ancora ad un’altra. Questo accade soprattutto in ambito commerciale: se un negozio, un market ad esempio, fa delle offerte speciali, fa degli sconti, dei prezzi bassi, allora le persone comunicano tra loro e questo comunicare si chiama “passaparola“, perché la parola passa da una bocca all’altra. Passare è il verbo che si usa, perché passare vuol dire dare una cosa ad un’altra persona. In questo caso il passaparola è il passaggio di un messaggio, di una comunicazione. Le aziende che fanno pubblicità ad esempio, sperano nel passaparola, sperano cioè che le persone parlino dei prodotti dell’azienda con altre persone, che potrebbero essere interessate a questi prodotti.

Analogamente “passar parola” o “passare parola” vuol dire comunicare qualcosa a qualcuno. Ma in questo caso non ci sono una serie infinita di persone coinvolte, ma c’è una o poche più comunicazioni; uno o più passaggi. Se ad esempio un vostro amico vi dice “dovresti dire a Giovanni ed ai suoi colleghi che il loro ufficio oggi è chiuso“. Allora io rispondo e dico: “ok, passerò parola“, cioè “ok, glielo dirò“.

Invece:

  • passare la parola

Con l’articolo “la” significa semplicemente “lasciare la parola“, cioè lasciare che parli qualcun’altra persona. “Passare la parola” si usa nelle riunioni, nelle conferenze, nei meeting, quindi in ufficio sostanzialmente. Se state in una riunione e state facendo un discorso, dopo potete dire: “ok, spero di essere stato chiaro, adesso passo la parola a Giovanni, che vi spiegherà alcune cose“.

Poi c’è anche:

  • togliere la parola di bocca

Si dice anche “levare le parole di bocca“. Togliere la parola di bocca significa dire qualcosa che stava per dire qualcun altro. “mi hai tolto la parola di bocca” è una frase che si può dire a qualcuno che vi anticipa, dicendo, prima di voi, qualcosa che voi stavate per dire.

“Accidenti, lo stavo per dire io, mi hai tolto la parola di bocca”.

Qui è importante usare “di” e non “dalla” perché le espressioni idiomatiche non rispettano necessariamente le regole grammaticali.

Ma la parola si può anche “tenere”:

  • tenere parola

Tenere parola a qualcuno di qualche cosa significa parlargliene, cioè fargliene cenno. “Mi raccomando, è un segreto, e ti prego di non tenerne parola a nessuno”: “di non tenerne parola a nessuno” cioè di non dire nulla a  nessuno, di non parlarne con nessuno, perché è un segreto: non ne devi parlare con nessuno, non ne devi tenere parola con nessuno.

Diverso è se aggiungete “in

  • tenere in parola

Questa frase si usa nel lavoro soprattutto: se tenete in parola un vostro cliente, vuol dire che avete preso un accordo con lui, un accordo verbale, a voce quindi, senza nulla di scritto, quindi si dice che avete tenuto in parola il vostro cliente, e lui si fiderà di voi, perché glielo avete promesso. Quindi se si tiene in parola qualcuno, si tiene vincolato qualcuno, in una trattativa d’affari o in una prospettiva di lavoro.

La parola si può tenere, ma si può anche dare:

  • Dare la propria parola

Significa promettere di dire la verità. Se una donna dice al fidanzato: “promettimi che non mi hai mai tradito. Dammi la tua parola!” Il fidanzato sicuramente dirà: “ti do la mia parola, cioè te lo prometto“.

Quindi dare la propria parola vuol dire questo: giurare di dire la verità.

Se poi non è vero ciò che si è detto, allora vuol dire che non si è tenuto fede alla parola data.

  • Tener fede alla parola data

Vuol dire che qualcuno ha dato la sua parola, ma poi non ha mantenuto la promessa, e quindi non ha tenuto fede alla parola data. Questa è un frase più difficile delle altre se vogliamo. Una promessa fatta e poi non mantenuta significa non tener fede alla parola data.

La parola si può anche “rimangiare”

  • Rimangiarsi la parola/le parole

Vuol dire cambiare idea. Le parole escono dalla bocca, e mangiare sta ad indicare che si mette qualcosa in bocca. Ciò che si mangia è il cibo: la carne, la verdura la frutta eccetera. Invece rimangiare non vuol dire solo mangiare due volte, ma è come se si cercasse di far tornare le parole dette, la promessa che si è fatta, in bocca: “rimangiarsi la parola”,è come se le parole tornano indietro la parola al singolare, vuol dire smentire quanto si è detto, far finta che non si sia mai detto.

Quest’anno ti regalo un viaggio a Disneyland“, potrebbe dire un genitore al figlio, e dopo qualche tempo il figlio potrebbe chiedere al padre: “papà, quando andiamo a Disneyland?” Il padre, che si era dimenticato della promessa, potrebbe dire: “non avevo mai detto che andavamo a Disneyland!“, “Che fai, ti rimangi la parola?” potrebbe dire il figlio. In questo caso il padre del bambino si è appunto rimangiato la parola, perché ha detto di non aver mai fatto quella promessa al figlio.

La parola si può anche spendere:

  • spendere una parola/qualche parola

“Spendere” è un verbo che si usa con il denaro solitamente, oppure col tempo. “Oggi ho speso 100 euro al ristorante“, oppure “ho speso due ore a fare un lavoro inutile“.

Quando si “spende una parola”, invece, vuol dire che si parlerà di qualcosa. Si dice spendere una parola a favore di qualcuno o qualcosa.

Ad esempio: “Spero che durante la riunione spenderai una parola su di me, e che spenderai qualche parola sul mio lavoro“.

Quindi in questo caso vuol dire: spero che troverai il tempo di parlare di me, spero che tra tutte le cose che dirai oggi, qualcuna delle tue parole sarà dedicata a me ed al mio lavoro.

Si usa molto nel lavoro: ad esempio “ho speso una parola su di te oggi col mio capo“, cioè ho parlato di te. Il senso è positivo, non si spendono parole in senso negativo, ma solamente in senso positivo.

In questo senso, riferito alle persone, si dice anche:

  • metterci una buona parola

Qui usiamo il verbo “mettere“: se io metto una buona parola su di te, vuol dire che parlerò bene di te, cercherò di aiutarti. La parola è buona, cioè serve ad aiutare qualcuno, e la parola buona si “mette”, si mette “su qualcuno”.

Se qualcuno vi dice “oggi metterò una buona parola su di te”, allora voi potete rispondere: “ok, grazie, ti prendo in parola”.

  • Prendere in parola

Vuol dire fidarsi: mi fido della tua parola, mi fido di ciò che hai detto, faccio affidamento su quanto hai appena detto: ti prendo in parola. Attenzione a fare le promesse che non potete mantenere, soprattutto ai figli, perché altrimenti loro ti prendono subito in parola.

Poi c’è anche:

  • far parola di qualcosa a qualcuno

Che significa accennare, parlare di qualcosa a qualcuno. Ad esempio puoi dire ad un tuo collega: “Potresti aiutarmi a risolvere questo problema?” lui potrebbe rispondere: “ne farò parola con il mio dirigente, lui potrebbe aiutarti“. Si usa quindi quando volete parlare di un dato argomento o anche solo accennarne a qualcuno.

Le parole si possono anche pesare:

  • Pesare le parole

Vuol dire prestare attenzione a ciò che si dice, fare attenzione alle parole che si usano, perché anche una sola parola potrebbe essere pericolosa. I politici ad esempio, quando sono intervistati dai giornalisti, devono pesare le parole. Pesare è un verbo che si usa solitamente quando si deve capire quanto un oggetto è pesante: Quanto pesa un oggetto? 1 grammo, 10 grammi, 1 ettogrammo, 1 chilogrammo, eccetera. Pesare le parole quindi indica cercare di capire quanto una parola è pesante, quanto cioè è importante.

Andiamo avanti:

  • dire l’ultima parola

Si dice l’ultima parola quando si parla con qualcuno, e magari si discute, non si è d’accordo su un certo argomento e si vuole avere ragione. Tra marito e moglie ad esempio, in caso di litigio, di discussione, tutti e due vogliono dire l’ultima parola, vogliono parlare per ultimi, prima del silenzio, come se parlare per ultimi volesse dire avere ragione.

In effetti dire l’ultima parola vuol dire anche questo: avere ragione. Se ascoltate qualcuno che dice: “sono io che voglio dire l’ultima parola su questo argomento”, vuol dire che questa persona vuole vincere una battaglia, vuole mettere fine alle discussioni, vuole zittire tutti e risolvere il problema. Dopo di lui non parlerà più nessuno, perché il problema sarà risolto: è lui che metterà l’ultima parola.

Vediamo adesso:

  • quattro/due parole in croce

Solitamente questa frase si usa quando si parla di un discorso o di uno scritto molto breve, molto succinto e conciso, come formato da quattro parole che intersecandosi (incrociandoli) formano le quattro braccia di una croce. Spesso si usa con il verbo spendere, come abbiamo visto prima. Quindi si sente spesso dire: “spendere una parola o qualche parola a favore di qualcuno“, ma se si spendono due parole o quattro parole in croce a favore di qualcuno, vuol dire che non si è parlato poco, si sono dette quattro parole, oppure due parole, quindi è inutile.

Ammettiamo che ci sia qualcosa di importante di cui dovete parlare durante una riunione. Dovete parlarne perché è importante, ma non dovete spendere due parole in croce, o non dovete spendere quattro parole in croce, perché in questo caso ne avete parlato molto poco, non ne avete parlato a sufficienza, non ne avete parlato quanto dovevate parlarne considerata l’importanza dell’argomento.

In questo caso si può anche dire

  • spendere mezza parola

Se spendete quindi mezza parola, o qualche mezza parola o due mezze parole a favore di qualcosa, ne avete parlato poco, ovviamente la parola non si può spezzare a metà, non si può dividere in due, quindi il senso anche qui è figurato.

 

Poi c’è anche chi ne usa poche e chi non ne usa nessuna. Chi non usa parole, perché magari non trova le parole da dire, perché emozionato o perché non trova la forza di dire nulla, si dice che “resta senza parole”

  • restare senza parole

Si resta senza parole davanti ai morti di una guerra, si resta senza parole davanti a qualcosa che ci colpisce, che ci immobilizza, che ci sconvolge anche. Restare senza parole significa quindi rimanere esterrefatti, sbalorditi, tanto stupiti o meravigliati da non riuscire a reagire, nemmeno parlando: si resta senza parole.

Una frase molto semplice è poi:

  • dire due parole

Che equivale a spendere due parole, ma è più informale. Dire due parole è molto usata come frase in ogni contesto. “Dai, dicci due parole sulla tua vita” potreste chiedermi ed io potrei dirvi: ok, sono italiano, abito a Roma, sono sposato”.

Vi posso anche dire che esiste la frase:

  • avere una sola parola

che vuol dire non cambiare mai idea. Avere una sola parola quindi è una caratteristica di chi è una persona di parola, di chi mantiene la parola.

  • mantenere la parola

Infatti significa esattamente questo: mantenere le promesse, non smentirsi, avere una sola parola,

  • essere una persona di parola

e se una persona è di parola, la potete prendere in parola, potete far parola su di lui, potete fidarvi di lui perché questa persona è di parola. Chi è di parola mantiene le promesse, mantiene la parola data.

Vedrete che anche se adesso avete alcune difficoltà, dopo qualche volta che ascolterete questo episodio non avrete più alcun problema.

A proposito di mantenere la parola data, c’è una frase dialettale che però è di uso comune in Italia e che tutti comprendono: chi non mantiene la parola data si dice che è un “quaquaraquà!”. Se sei un quaquaraquà sei una persona che parla, parla, parla, chiacchiera inutilmente, dice tante parole, e solitamente i quaquaraquà dicono un sacco di bugie. Quaquaraquà simiglia un po’ al verso delle oche, o delle papere: qua, qua, qua, e ci fa capire come il quaquaraquà, la persona che viene chiamata quaquaraquà vuol dire che parla molto ma ciò che dice non conta nulla, come se fossero tutte parole uguali: qua, qua qua!

Bene, abbiamo finito con i verbi, vediamo adesso alcune frasi in cui alla parola viene associato un aggettivo o una caratteristica:

  • parole sante/parole d’oro

Quando sentite qualcuno esclamare”parole sante“, o “parole d’oro” vuol dire che dà molto valore alle parole che ha appena ascoltato.

Se il santo padre, cioè il Papa, se Papa Francesco dice:

il segreto per la pace del mondo è la fratellanza

Io posso dire: “parole sante!” ed in questo modo voglio dire che ciò che ha detto Papa Francesco è una cosa importante, ma non solo Papa Francesco dice parole sante.

Il termine sante si usa in senso figurato. Nella religione cristiana i santi sono delle persone che hanno compiuto dei miracoli e che sono quindi degne di essere ricordate dai cristiani. Non sono però i santi a pronunciare “parole sante”, ma sono tutti coloro che dicono delle cose importanti, delle verità, delle verità importanti. L’aggettivo sante, associato alle parole, serve solamente ad indicare l’importanza delle parole, come se fossero state pronunciate da un santo.

 

Le parole possono essere anche “grosse”.

  • parole grosse

“Parole grosse” è anch’essa una esclamazione. Grosso significa grande. Semplicemente. Ma grande si usa più per gli oggetti e le cose che si toccano, le cose tangibili. Invece grosso si usa spesso per le cose non tangibili, che non si toccano: posso parlare di un grosso affare, di un grosso investimento, di una grossa opportunità, di grosse occasioni eccetera. Ma quando si usa la frase, l’esclamazione “parole grosse“? Si usa quando le parole che sentite pronunciare da qualcuno sono delle parole, che non sono “importanti”, ma che possono avere degli effetti importanti, e spesso sono anche esagerate.

Se ad esempio mio figlio mi dice:

papà, non ti voglio più bene, anzi, non ti ho mai voluto bene!

beh io dico che queste sono parole grosse, sono parole esagerate, parole pesanti. Non è possibile che mio figlio pensi queste cose di me, e tra l’altro se fosse vero le conseguenze potrebbero essere molto gravi.

Vi faccio un secondo esempio: se nel mio ufficio c’è una atmosfera diciamo un po’ ostile, perché le persone hanno discusso, hanno litigato tra loro e non vanno più d’accordo, io allora potrei stancarmi della situazione, e potrei dire:

basta! Non voglio più far parte di quest’ufficio, perché siete tutti una massa di stronzi!“.

A questo punto, il dirigente dell’ufficio potrebbe dire: non c’è bisogno di dire queste parole grosse, bisogna fare pace perché quello che è successo è una sciocchezza!

Concludiamo con la parola d’ordine.

  • parola d’ordine

La “parola d’ordine” è nata nell’esercito, nelle forze armate, quindi si usa durante una guerra ad esempio. La parola “ordine” è una parola molto importante nell’esercito. La parola d’ordine è una frase, quindi non una parola singola, ma un insieme di parole, una espressione: non una parola sola ma una espressione. E che espressione è? Qual’è la sua caratteristica? Non tutte le espressioni infatti sono parole d’ordine.

La parola d’ordine è una frase segreta, usata per farsi riconoscere dagli alleati ad esempio. Se non si conosceva la parola d’ordine non si poteva entrare, non si poteva accedere in un edificio ad esempio, o in un territorio, perché chi stava alla porta, la guardia, il militare che stava all’ingresso chiedeva: “conosci la parola d’ordine?” E la persona che doveva entrare doveva sapere la parola d’ordine, altrimenti non poteva entrare. Si tratta di una specie di password quindi, ma era una frase, anche detta “lasciapassare”, perché si lasciava passare la persona che conosceva la parola d’ordine.

La parola d’ordine però è anche qualcos’altro, non solamente una frase che occorre conoscere per entrare da qualche parte. Si può usare la parola d’ordine anche per indicare una delle cose più importanti.

Vi faccio un esempio: in una azienda la parola d’ordine potrebbe essere: “puntualità”, non perché non puoi entrare in azienda se non la conosci – l’azienda non è un esercito –  ma perché è la cosa che conta di più, la cosa più importante per lavorare in quell’azienda: la puntualità è la parola d’ordine.

Credo che può bastare così per oggi, spero che Ramona, professoressa di chimica, sarà contenta di questa spiegazione. Forse ho un po’ esagerato, perché sono veramente molte frasi che contengono il termine “parola”.

Grazie di averci seguito, grazie a Ramona, un grosso abbraccio da parte mia e vi do la mia parola che farò sempre il massimo per aiutarvi a migliorare il vostro italiano. Parola di Gianni.

Parola mia

Quando si dice “parola mia“, o “parola di Gianni”, in questo caso, o parola di Marco, o di chi parla, vuol dire fidatevi, perché ve lo dico io, è una parola mia, quindi vi potete fidare.

Ciao a tutti.

 

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro nobilita l’uomo (scarica audio)

 

Trascrizione

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Il Palazzo della civiltà del lavoro, a Roma

Ciao ragazzi, eccoci arrivati all’appuntamento settimanale di Italiano Semplicemente.

Qualche giorno fa ho chiesto, sul gruppo Facebook di Italiano Semplicemente, se i visitatori, i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, avessero delle domande da farmi, avessero qualche cosa da chiarire a proposito della lingua italiana, una domanda che  faccio di tanto in tanto per avere un’idea dei problemi degli stranieri con la lingua italiana. Ho ricevuto molte richieste e sto lavorando sulle risposte. State tranquilli quindi che piano piano cercherò di rispondere a tutte le vostre richieste.

Oggi invece vorrei parlarvi di una frase molto importante che ha un profondo significato. La frase è “il lavoro nobilita l’uomo“. La frase è stata detta probabilmente per la prima volta da Darwin, cioè da Charles Darwin, colui che creò la teoria dell’evoluzione.

Il lavoro nobilita l’uomo, cioè il lavoro rende nobile l’uomo, quindi lo nobilita, il lavoro nobilita l’uomo, lo rende  nobile. Rendere nobile qualcuno vuol dire far diventare nobile: é grazie al lavoro che l’uomo diventa nobile. Senza il lavoro invece, l’uomo, inteso come razza umana (quindi anche la donna) non sono nobili.

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Essere nobili significa essere superiori, significa avere un maggiore prestigio. In sostanza se qualcosa ci rende nobili, ci rende migliori, ci fa diventare migliori. Il lavoro è talmente importante che grazie al lavoro siamo persone migliori.

Questo è il significato della frase “il lavoro nobilita l’uomo“.

L’importanza del lavoro è talmente elevata che è universalmente riconosciuto, il lavoro,  come fondamentale, come un diritto fondamentale dell’uomo.

Il lavoro è un diritto fondamentale, cioè tra tutti i diritti, tra tutte le cose che spettano all’uomo, di cui l’uomo ha diritto, il lavoro è una delle cose più importanti, fondamentali. Fondamentale significa che senza il lavoro non c’è nulla. Il lavoro è fondamentale, cioè necessario, indispensabile.

Fondamentale viene da fondamenta, e le fondamenta (fondamenta è una parola femminile) sono ciò che si trova sotto le case, ciò che sostiene ogni casa: esistono le fondamenta di un palazzo, le fondamenta della casa, le fondamenta di una chiesa.

Potreste chiedervi il motivo per cui ho deciso di parlare di lavoro oggi.

La motivazione principale è che, come molti di voi sanno, sto sviluppando da tempo il corso di Italiano Professionale, un corso che forniscaetutti gli strumenti linguistici per poter lavorare in Italia, ma c’è anche un altro motivo.

Mi è infatti capitato qualche giorno fa di vedere un programma in TV in cui si parlava della religione islamica e delle regole che ogni musulmano deve rispettare.

Mi ha molto colpito che all’interno del Corano, scusate la mia ignoranza ma in quanto cattolico non conosco nel dettaglio il contenuto del Corano, ci sia spazio anche per il lavoro.

Allora ho chiesto ai miei amici su Facebook di spiegarmi in legame tra l’ISLAM e il lavoro.

Allora mi è stato spiegato, e ringrazio Mohamed, Safia e Rania per il loro aiuto, che secondo la religione islamica, “Lavorare è un dovere“.

Lavorare è un dovere quindi, oppure lavorare è un diritto?

E’ un dovere, cioè è una cosa che si deve fare, oppure è un diritto, cioè è una cosa che ci spetta, e di cui tutti ne hanno il diritto?

Due concetti opposti: diritto e dovere, se ci pensate bene, ma vediamo meglio:

Mohamed specifica che secondo la dottrina islamica:

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Il Corano

“il lavoro costituisce la base sulla quale si fonda l’universo ed è il solo garante della sopravvivenza delle creature”.

Spieghiamo: garante significa che garantisce, cioè che assicura. Il lavoro è il solo garante della sopravvivenza delle creature, cioè il lavoro assicura la sopravvivenza. Grazie al lavoro si è vivi. Lavoro è vita.

Continuo citando testualmente le parole di Mohamed:

Dio l’Altissimo ha dotato ciascuna delle Sue creature di adeguati mezzi, mediante i quali esse possono trarre profitto ed evitare i danni.L’uomo, che è la più stupefacente e complessa specie dell’universo, ha maggiori necessità rispetto alle altre creature. È per questo che gli occorre una maggiore attività per potere da un lato soddisfare le sue numerose esigenze e dall’altro mantenere la famiglia che deve per natura formare.È questo il motivo per il quale l’Islam, religione naturale e sociale, considera il lavoro come uno dei doveri dell’essere umano. A tal proposito il sommo Profeta dice: “È dovere di ogni Musulmano, uomo o donna che sia, lavorare per conseguire beni leciti con i quali sostentarsi”.

Ok. Vale la pena evidenziare la parola “leciti“:  con il lavoro si devono conseguire, cioè raggiungere, i beni leciti con i quali sostentarsi. I beni leciti sono i beni ottenuti senza commettere illeciti, cioè rispettando la legge

Tutto ciò che è lecito si può fare, perché la legge ci consente di farlo. I beni quindi sono leciti se sono ottenuti lecitamente, cioè rispettando la legge.

Torniamo però al concetto di dovere e di diritto.

« “Il diritto è un apparato simbolico che struttura un’organizzazione sociale anche quando si sa che alcune sue norme sono destinate a rimanere inapplicate”. »

(Definizione di Stefano Rodotà)

Secondo la dottrina islamica il lavoro è un dovere, abbiamo detto. Si deve lavorare, perché se non si  lavora vuol dire che per sopravvivere si deve ricorrere a qualcosa di illecito, di non lecito.

Chi non lavora, questo credo sia il senso, vuol dire che non rispetta la legge.

Questo è molto interessante, ma nello stesso tempo si dice anche che, come detto prima, che il lavoro costituisce la base sulla quale si fonda l’universo ed è il solo garante della sopravvivenza delle creature.

Questa frase dà maggiormente l’idea del diritto, perché è il mezzo attraverso il quale si vive. La sopravvivenza  quindi è la posta in gioco. Quindi in questo senso il lavoro è maggiormente interpretabile come un diritto che come un dovere.

Il lavoro è importante ovviamente in tutto il mondo, e se usciamo dalla religione islamica e vediamo come il lavoro è visto in Italia in generale, c’è un chiaro riferimento al lavoro nella Costituzione Italiana, che è la legge più importante d’Italia. In questo caso quindi non si sta parlando di una religione, ma si parla di diritti e doveri in generale.

costituzione_immagine

Secondo la Costituzione italiana, al primo articolo della Costituzione si legge che:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Questa è la prima parte del primo articolo della Costituzione Italiana.

Secondo la Costituzione Italiana quindi la stessa Italia, lo stesso paese, è fondato sul lavoro.

Non parla di diritti o doveri quindi, ma dice che l’Italia, la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro. Il lavoro è un fondamento della Repubblica Italiana. Senza il lavoro la Repubblica Italiana non esiste.

Quindi anche qui, come nel Corano nella frase che abbiamo visto prima, è chiaro, anche se non viene scritto, si sta più parlando di diritti che di doveri.

Ci sono poi altre parti, altri articoli della Costituzione che parlano del lavoro, ad esempio nell’articolo 48, dove si parla del lavoro come un diritto ma, attenzione, anche come di un dovere civico, cioè di un dovere del cittadino, di ogni cittadino italiano.

costituzione_immagine_art-48

L’articolo numero 4  poi è molto importante perché afferma che tutti i cittadini hanno  il diritto al lavoro, e che ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Insomma per la legge italiana il lavoro è un diritto-dovere.

Non è obbligatorio lavorare però, quindi non possiamo dire che il lavoro sia un vero dovere, però sicuramente è un diritto.

Sul diritto non ci sono dubbi. Riguardo al dovere, si tratta, come detto prima, di un dovere civico, cioè per potersi sentire un vero cittadino, bisogna lavorare, è importante che ciascun cittadino italiano lavori per potersi ritenere un vero cittadino Italiano.

Certo, parlare di un vero dovere, nell’Italia moderna, fa un po’ ridere, poiché in effetti oggi è molto difficile lavorare, è difficile riuscire a trovare un lavoro, riuscire ad esercitare il diritto al lavoro.

Quindi purtroppo nella società di oggi è facile parlare di diritto, perché nessuno ci può negare il diritto al lavoro ma parlare di dovere non è, diciamo, così scontato.

Un dovere è il frutto di una scelta , e se non si può scegliere se lavorare o non lavorare, parlare di dovere lascia un po’ il tempo che trova. Se una cosa lascia il tempo che trova vuol dire che non serve a nulla, è inutile.

Bene ragazzi mi è piaciuto fare questo confronto tra la religione musulmana e la Costituzione Italiana sul tema del lavoro.

Mi spiace molto che ci siano i cosiddetti Hadith, cioè i detti del Profeta, che parlano di lavoro ma che purtroppo non vengono tradotti in italiano.

Grazie  a Rania per questa informazione.

Attendo comunque i vostri commenti su Facebok oppure sullo stesso articolo sui italianosemplicemente.com e mi scuso con tutti se non fossi riuscito a ben interpretare la dottrina musulmana su questo argomento.

Mi rendo conto che l’argomento necessita di approfondimento ma lascio a voi visitatori la possibilità di commentare l’articolo e  aggiungere tutte le informazioni che ritenete opportune.

Ora facciamo un piccolo esercizio di ripetizione per esercitare la pronuncia: ripetete dopo di me e cercate di ricopiare ciò che dico.

Non pensate alla grammatica ma ripetete semplicemente.

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro nobilita l’uomo

Il lavoro rende nobile l’uomo

Il lavoro rende nobile l’uomo

Lavorare è un dovere

Lavorare è un dovere

Lavorare è un diritto

Lavorare è un diritto

Ciao ragazzi, ci sentiamo al prossimo podcast e grazie a tutti coloro che aiutano Italiano Semplicemente attraverso i loro suggerimenti, commenti, e anche a chi ci aiuta attraverso una donazione con paypal o con carta di credito.

Vi farò vedere attraverso una foto su Facebook il regalo che acquisterò per i miei con i primi soldi raccolti.

Per i più esigenti vi ricordo poi che esiste l’associazione italiano semplicemente. 

Grazie a tutti e al prossimo podcast dove cercherò di venire incontro alle vostre numerose richieste di spiegazione.

Ingannare il tempo

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Trascrizione

ingannare_il_tempo_immagineBuonasera amici di Italiano Semplicemente.

Elettra: ciao io sono Elettra:

Emanuele: ciao io sono Emanuele

Ecco, adesso ci siamo presentati tutti. Questa sera siamo qui, a casa, e con l’aiuto di Elettra ed Emanuele proveremo a spiegare una frase molto interessante che ci è stata proposta da Tatiana. Credo che il suo nome sia questo, perché è scritto in una lingua che non capisco molto bene.

Tatiana in ogni caso risponde ad un mio post su Facebook, dove avevo chiesto ai visitatori di Italiano Semplicemente se avessero qualcosa da chiedere, qualche frase particolare sulla quale avrei potuto aiutarli.

Tatiana mi chiede di spiegare una frase, mi chiede di spiegare il significato di un’espressione. L’espressione è “ingannare il tempo”.  Vediamo se Elettra conosce il significato di ingannare il tempo.

Elettra: Io… forse lo so ma non sono sicura.

Gianni: Prova a dire che vuol dire ingannare.

Elettra: Ingannare?

Gianni: il verbo ingannare.

Elettra: ingannare vuol dire… sarebbe un sinonimo di “mentire”.

Gianni: mentire! Ok quindi ingannare vuol dire “mentire”.

Elettra: Sì!

Gianni: Quindi se inganniamo una persona vuol dire che gli diciamo una bugia. E qual è la finalità? È una parola brutta “ingannare” in realtà!

Elettra: sì, che sarebbe tipo… dirgli una bugia per ottenere qualcosa che lei non vorrebbe che noi dicessimo.

Gianni: però magar8i a noi conviene!

Elettra: A noi conviene, però lo fanno le persone proprio… cattive.

Gianni: ok questo è “ingannare”. Manu (Emanuele), tu cosa ne pensi del verbo ingannare?

Emanuele: Vuol dire mentire! Insomma dire una cosa che non è vera per poi prendere…. Per fare qualcosa che non è bello!

Gianni: per avere un vantaggio comunque.

Emanuele: Eh!

Gianni: Ok, quindi il tempo non è una persona, giusto Ele?

Elettra: No!

Gianni: possiamo ingannarlo il tempo?

Elettra: no!

Gianni: è difficile riuscire ad ingannarlo! La frase ingannare il tempo non ha un significato tutto suo, non ha un significato proprio. Avrà un altro significato, giusto? Si dice così. Un significato figurato. Vediamo se Eletra lo sa cosa significa ingannare il tempo.

Elettra: ingannare il tempo vuol dire che tu, in pratica, è come risparmiare il tempo!

Gianni: è come risparmiarlo, ma il tempo passa sempre alla stessa velocità?

Elettra: sì, sempre alla stessa velocità ma, sei tu (“tu”=“te”, gergo giovanile) che, che ne so, mentre …

Gianni: mentre aspetti che tuo fratello si fa la doccia, ad esempio, non sai che fare…

Elettra: Tipo (“tipo”=“ad esempio”, gergo giovanile) se è mattina, tipo devi andare ad una occasione importante, lui si fa la doccia e tu potresti fare colazione.

Gianni: e per quale motivo?

Elettra: in che senso per quale motivo?

Gianni: perché tu dovresti fare colazione mentre lui si fa la doccia? Perché non hai nient’altro da fare?

Eletra: ah, no, cioè insomma.. può darsi che lui prima si fa la doccia e prima…e poi dopo fa colazione, però…

Gianni: ok, ingannare il tempo quindi… facciamo una cosa… ingannare il tempo vuol dire fare in modo che noi non ci accorgiamo che passa.

Elettra: eh, insomma, per noi è come se passi più veloce!

Gianni: è come se passa più veloce, perfetto! Quindi abbiamo capito che ingannare il tempo non vuol dire prendere in giro il tempo, non vuol dire fare qualcosa di male al tempo, ma vuol dire… un attimo Elettra.. vuol dire fare in modo che il tempo passi apparentemente più velocemente, sembra che passi più velocemente. Tu ingannando il tempo, in realtà, vuoi non soffrire per questo tempo che non passa mai, cioè non ti va di aspettare non facendo niente, quindi per ingannare il tempo, ad esempio, ti metti a fare i compiti, come stai facendo ora, quindi il tempo ti passerà più velocemente, perché non te ne accorgi.

Ok? Quindi ingannare il tempo è un po’ come dire, si dice anche in un altro modo in italiano, si dice “ammazzare il tempo”. Quando si ammazza una persona, ad esempio, quella persona, dopo che l’hai ammazzata, cioè dopo che l’hai uccisa, non esiste più, non vive più, è morta, invece il tempo, ovviamente non si può uccidere, non si può ammazzare, perché il tempo scorre e scorrerà per sempre.

Quello che si ottiene ammazzando il tempo, o ingannando il tempo, è l’impressione, cioè la sensazione che il tempo passi velocemente, che il tempo non esista, è come se non esiste, è come se tu l’avessi ammazzato. Ok? Quindi se tu, un’ora di tempo non sai cosa fare, se tiu metti a contare i secondi ti dura sempre un’ora, ma hai la sensazione che duri sempre di più, perché quando il tempo lo conti…

Elettra: sì, perché se guardi l’orologio tipo per cinque minuti, ti sembra che siano passate cinque ore!

Gianni: se guardi l’orologio per cinque minuti, come dice Elettra, e conti tutti i secondi che passano; uno, due, tre, quattro, cinque, poi arrivi fino a  sessanta e finisce il primo minuto, poi cominci a contare il secondo minuto, un secondo alla volta, fino a  sessanta. E continui così, vedrete che alla fine il tempo scorre molto lentamente questa almeno è la vostra sensazione.

Invece se ammazzate il tempo, cioè se ingannate il tempo, è come se il tempo lo prendete in giro. Ecco qua: questa è la spiegazione. Emanuele sta suonando il pianoforte, giustamente perché Italiano Semplicemente ha bisogno anche di una colonna musicale. Prego continua!

Emanuele non sapeva cosa fare, si stava annoiando, e per ammazzare il tempo ha deciso di suonare il pianoforte. Giusto Manu? (Emanuele) Per ingannare il tempo.

Vogliamo fare qualche altro esempio Ele?

Elettra: Va bene. Ci sono tanti modi per ammazzare il tempo; dunque: suonare uil tempo, fare i compiti, farsi la doccia.

Gianni: ma per ingannare il tempo occorre fare qualcosa di divertente o qualcosa di molto noioso?

Ele: qualcosa di divertente, perché poi alla fine, come hai detto tu prima, guardante l’orologio e fare qualcosa di molto noioso più o meno… cioè non è che cambia tanto.

Gianni: certo, se facciamo qualcosa di molto noioso il tempo passa molto lentamente, quindi il tempo si inganna facendo cose divertenti, ma in realtà non si inganna mai, perché il tempo non si fa ingannare. Siamo noi che crediamo di ingannare il tempo.

Elettra ha qualcosa da dire!

Elettra: infatti, se ci hai fatto caso, quando voi fate qualcosa di divertente, tipo, che ne so, guatrdate la TV, andate a casa di una vostra amica, ecc, voi ci volete rimanere, perché è divertente, e tipo se dice: “dai dobbiamo andare!”, “ah, ma è passato così tanto tempo?”.

Gianni: esatto, Ele dice che se fai qualcosa di divertente, sembra che il tempo passi molto velocemente. Vero Emanuele? Vuoi sonare un’altra colonna sonora?

Emanuele: (bisbigliando) se è finito facciamo la colonna sonora!

Gianni: è finito! Abbiamo finito il podcast, possiamo fare la colonna sonora! Vai!

 – – Emanuele suona il pianoforte – –

Gianni: molto bene Emanuele, credo che suonare il pianoforte sia un ottimo modo per ingannare il tempo. Un saluto a tutti i visitatori di Italiano Semplicemente. Un saluto speciale da…

Elettra: Elettra!

Gianni: ed un saluto speciale da..

Emanuele: Emanuele!!

— Sigla finale —

Mica

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Trascrizione

mica_immagineBuongiorno amici, eccoci di nuovo qui in una nuova lezione di Italiano Semplicemente. Approfitto facendo una breve introduzione per ricordarvi i “segreti” di Italiano Semplicemente legati all’apprendimento dell’italiano.

Non si tratta di veri e propri segreti visto che li ho condivisi con tutti voi. Io le ho chiamate le sette regole d’oro. D’oro perché il tempo è prezioso, come l’oro, ed applicare queste semplicissime regole permette di risparmiare molto tempo. Ve le ricordo brevissimamente:

Prima regola: ascoltare più volte lo stesso podcast, REPETITA IUVANT, cioè “ripetere giova”, cioè ripetere fa bene, ripetere è utile, perché ripetendo si fissano le cose nella testa.

Seconda regola: usare i tempi morti per ascoltare, cioè ascoltare in viaggio, mentre si fa la spesa, lavando i piatti ecc).

Terza regola:  Studiare senza stress, quindi studiare quando siete tranquilli e rilassati. Quindi la cosa migliore è farlo mentre fate una passeggiata ad esempio.

Quarta regola: Non cercate di memorizzare le parole, ci sono anche molti programmi che sono presentati come miracolosi, ma questi presuppongono che voi stiate davanti al PC e possono anche esser molto noiosi. Non focalizzatevi sulle singole parole quindi, ma cercate di apprendere attraverso delle storie e soprattutto usando le vostre emozioni; non attraverso parole o frasi. Le emozioni sono la vera colla, il cemento della memoria.

Quinta regola: utilizzate Italiano vero e ciò che vi PIACE. Non è banale. Ognuno di noi è un individuo unico, con i propri gusti, con le proprie emozioni, con le proprie preferenze. Se vi piace la grammatica, se vi emoziona la grammatica, ascoltate lezioni in cui si spiega la grammatica, ma ascoltatele, non solo leggetele. Se vi piace la moda, ascoltate audio che riguardano la moda, eccetera. Ad ognuno il suo argomento, non ce n’è uno che vale per tutti.

Sesta regola: l’importanza  di fare delle domande e dare delle risposte sulle storie ascoltate. Questa è una regola valida soprattutto per i principianti, e infatti tutte le storie per principianti di Italiano Semplicemente hanno a loro disposizione, oltre alla singola storia per principianti, anche un file audio che si chiama Domande & Risposte. Questo per ogni storia. E’ una gran fatica per me preparare questo file audio, e se lo faccio è per aiutare tutti coloro che vogliono imparare l’italiano con la tecnica che credo sia la più efficace.

Settima regola: Parlare. Parlare è fondamentale. La comunicazione è fratta di bocca ed orecchie, con in mezzo il vostro cervello. Usate Whatsapp, usate Youtube, il telefono, quello che volete ma dovete parlare.

Bene allora se non avete mai visto le rette regole d’oro questa è una buona occasione per farlo. Su Italiano Semplicemente ho dedicato un file audio per ognuna delle regole d’oro.

Oggi invece spieghiamo una parola che una ragazza di nome Amany mi ha suggerito sul gruppo Facebook di Italiano Semplicemente.

La parola è MICA. Ringrazio Amany della domanda. Se non sbaglio ho già provato a spiegare questa parola su un altro episodio, ma questa volta cercherò di farlo in modo diverso. Ci ho pensato a lungo a questo, e sono arrivato alla conclusione che esiste  un modo molto efficace di spiegare questa parola. Al modo che credo sia il migliore per far sì che poi sappiate usare la parola MICA senza problemi dopo questa spiegazione. E’ importante perché è una parola che non esiste nelle altre lingue, non esiste cioè una traduzione della parola MICA.

Allora, la parola MICA è una parola italiana usata per fare la negazione di una frase. Fare la negazione significa dire che qualcosa non è vera: vogliamo negare qualcosa dunque. Se ad esempio dico:

“Oggi vado a casa“, e voglio negare questo, allora posso dire semplicemente “oggi non vado a casa“. Questo è il modo più utilizzato per negare in italiano. Usare la parola “NON”.

Innanzitutto una precisazione: “non” serve a negare esattamente come la parola “no” ma “no” è una esclamazione, cioè si usa da sola; non c’è bisogno di aggiungere altro. Se uno vi domanda “sei andato a  casa oggi?” Voi per negare potete rispondere con “no!”. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

Oppure potete dire “no, oggi non sono andato a casa“. Il “non”, la parola “non” è sempre seguita da un verbo. Questa è una precisazione importante da fare. Invece “No” è una esclamazione.

Ma se esiste l’esclamazione “No” ed anche la parola “non”, a cosa serve la parola “MICA”? Bella domanda, e provo a darvi subito una risposta. La parola MICA non serve semplicemente a negare, ma serve a rispondere a qualcuno che sta dando per scontato che la mia risposta sia affermativa.

Mi spiego meglio. Se una persona vi domanda: oggi sei andato a casa? Ad una domanda facile come questa, se la risposta è no, dovete semplicemente rispondere: “No!” come ho detto prima, oppure “oggi non sono andato a casa”. Non dovete usare mica. Se invece una persona vi domanda:

Visto che vai a casa, prendimi le chiavi che ho lasciato sul tavolo

In questo caso se volete dire che voi non andate a casa, è meglio rispondere con la frase:

“Mica vado a casa oggi”, oppure “oggi mica vado a casa”, oppure ancora con “Oggi non vado mica a casa”. Dicendo in questo modo, usando una di queste tre forme, voglio sottolineare non tanto che non vado a casa, ma che la persona con cui parlo si sbaglia, perché lei crede che io vada a casa, la persona con cui parlo sta dando per scontato che io vada a casa, tanto che lei vuole che io prenda le chiavi che ha lasciato sul tavolo: visto che vai a casa –  mi domanda – prendimi le chiavi. Quindi sta dando per scontato, per assodato, che io vada a casa, quando invece io a casa non ci vado in realtà.

Quindi la parola MICA si usa per evidenziare che non è come pensa la persona con cui sto parlando, non è come crede lui, ma la realtà è differente, la realtà è diversa.

La risposta: no! non è una risposta adatta a questa domanda. Non lo è perché la persona mi ha chiesto: “visto che vai a casa, prendimi le chiavi”. Rispondendo NO avrei detto non che non vado a casa, ma che non voglio prenderle le chiavi, e non è quello che volevo dire.

Analogamente se dicessi “non vado a casa” andrebbe al limite anche bene, ma non state avvisando il vostro interlocutore che si sbaglia nel modo giusto. Una buona risposta potrebbe essere:

Guarda che ti sbagli, non sto affatto andando a casa

In questo modo state invece avvisando il vostro interlocutore che non è come pensa, quindi che non state andando a casa, quindi non potete prendergli le chiavi che avete lasciato sul tavolo.

Riguardo ai tre diversi modi, alle tre forme che abbiamo usato prima, la parola MICA è sempre presente: prima, dopo o al centro della frase:

  1. Mica vado a casa oggi!”: la parola MICA sta all’inizio, prima del verbo;
  2. “Oggi mica vado a casa!”, la parola MICA si trova al centro, sempre prima del verbo;
  3. “Oggi non vado mica a casa!”: MICA sta sempre al centro, ma dopo il verbo.

Sappiate che queste tre forme sono del tutto equivalenti, ma nel primo caso: “Mica vado a casa oggi!” la frase è senza il NON, come nel secondo caso (“Oggi mica vado a casa”), mentre nel terzo caso “Oggi non vado mica a casa”, c’è anche la parola NON. Quando quindi mettere il NON insieme alla parola MICA?

Sappiate che ho dovuto impegnarmi molto per capire la regola da utilizzare e spiegarvela, pur non avendola trovata da nessuna parte. Non c’è un solo sito internet, un solo libro di grammatica che spiega questa regola, e io stesso non sono mai stato a pensare alla regola, non sapevo neanche esistesse una vera e propria regola!

Questo per dirvi che la cosa migliore è comunque ascoltare, e le regole sapreste comunque ricostruirle voi stessi, qualora ce ne fosse il bisogno, proprio come ho fatto io.

Ora sapete quindi come usare la parola MICA, o meglio sapete la regola, ma per essere sicuri che sarete in grado di utilizzarla, dovete fare esercizi di ripetizione e di pronuncia.

Prima per facciamo altri esempi per memorizzare meglio: immaginiamo una mamma col suo bambino, e la mamma si accorge che il pavimento è molto sporco ed allora dice a suo figlio: “Adesso che hai sporcato tutto il pavimento, dovrò pulire tutto”. Il figlio allora risponde: “Mamma, mica sono stato io”. In questo modo il figlio vuole dire a sua madre che si è fatta un’idea sbagliata, che non è vero che lui ha sporcato il pavimento, quindi le risponde:

Mica sono stato io!

Attenzione al tono usato, che è la parte più importante. Si tratta di una esclamazione, quindi deve avere un tono adeguato, e l’accento, l’enfasi, è sulla parola MICA.

Allo stesso modo, se state all’università, e un vostro amico vi incontra e vi chiede:

“com’è andato ieri l’esame di Italiano?”. Voi potreste rispondere al vostro amico:

Ieri mica ho fatto l’esame di italiano, ma l’esame di filosofia!

Quindi state avvisando il vostro amico che sbaglia a credere che voi abbia dato l’esame di italiano. La verità è che voi avete fatto l’esame di filosofia, che è un’altra materia.

Un ultimo esempio: state andando in automobile, e la Polizia vi ferma, vi sa segno di accostare, di fermare la macchina, dopodiché un poliziotto vi domanda: come mai siete passati con il semaforo rosso? Evidentemente il poliziotto crede che voi siate passati, in un incrocio, col semaforo rosso, e non col semaforo verde, come si dovrebbe fare.

Voi allora, che invece avete sempre rispettato le regole stradali, rispondete al poliziotto dicendo:

“non sono passato mica col rosso, ma col verde!”

Anche in questo caso si vuole dire al poliziotto che si sbaglia, che non è vero che siete passati col rosso.

In questi tre esempi che vi ho fatto ho usato la parola MICA nei tre modi che sono stati visti in precedenza. Teoricamente potreste anche utilizzare la parola MICA alla fine della frase, come ultimissima parola, ma è più raro, meno utilizzato. IN questo caso potreste dunque dire:

“Oggi non vado a casa mica!”. Questa comunque è una forma poco usata che potete anche dimenticare.

C’è da dire che la parola “MICA”, oltre che all’interno di una frase, può anche essere usata da sola. Questo è l’ultimo modo in cui è possibile utilizzare questa parolina.

Quando si usa da sola la parola MICA? Si tratta sempre di una risposta, si tratta ancora di una esclamazione, e precisamente si tratta di una esclamazione ironica, spiritosa. Con questa risposta si vuole mettere in discussione quanto si è appena ascoltato, e lo si fa in modo ironico.

Se ad esempio due fratelli di nome Giovanni e Pietro, che stanno parlando con la madre, e la madre si sta lamentando perché uno dei due fratelli ha rotto un vetro in cucina, ad esempio. Allora Giovanni si difende e dice alla madre:

“Non sono stato io a rompere il vetro!”; allora Pietro potrebbe dire:

No, mica!

Rispondendo in questo modo Pietro vuole semplicemente dire: “certo che sei stato tu a rompere il vetro”. La risposta quindi è ironica, e la madre capisce subito che è stato Giovanni, perché Pietro glie l’ha confermato con quella frase ironica.

Quando la parola mica è pronunciata in questo modo, da sola o insieme alla parola No, in realtà vuol dire esattamente il contrario: vuol dire Sì.

Allora adesso vediamo a fare alcuni esercizi per vedere se avete capito bene. Io proverò a farvi alcune domande.

Provate a rispondere alle domande che vi farò, cercando di usare la parola MICA. Io dopo una piccola pausa risponderò e darò una delle tre risposte. Voi quindi state cercando di farmi capire che io ho una idea sbagliata. Siete pronti?

Via!

Visto che vai a Roma domani, puoi comprare un pacco di pasta?

——

Esempio di Risposta:

Mica vado a Roma domani! Vado a Milano!

Seconda domanda:

Scusami, adesso che hai finito gli esami all’università, che farai?

—-

Esempio di risposta:

Non ho mica finito gli esami all’università! non ancora!

Terzo esempio:

Hei, Ho saputo che hai imparato l’inglese in sei mesi! Come hai fatto?

—-

Esempio di risposta:

Non ho imparato mica l’inglese, ma l’italiano

Bene ora spero che, Amany, hai capito come usare la parola MICA. Spero non imparerai la regola a memoria perché quando si parla o quando si ascolta non c’è il tempo di pensare alle regole da applicare.

Un’ultima osservazione: l’utilizzo di mica è da sconsigliare in ambito formale, e quindi con persone che non conoscete o delle persone importanti, diciamo. L’uso di MICA fa più parte del linguaggio di tutti i giorni; tra l’altro è una parola che se non è pronunciata col tono giusto può anche essere offensiva, quindi fate attenzione.

In generale la parola MICA è usata anche in parecchie espressioni italiane, anche con un significato leggermente diverso. Ad esempio alla vista di una bella ragazza, qualcuno potrebbe dire, o pensare:

Mica male!

Che equivale a dire: questa ragazza non è male, cioè è carina. Mica male! è come dire: Non è mica male, cioè non è mica una brutta ragazza, tutt’altro, è carina. “Mica male” riassume il concetto in due semplici parole.

Analogamente se vedete una bella macchina potete dire:

Mica male questa macchina!

Spesso si usa anche sotto forma di domanda. Ad esempio:

  • Non ti sarai mica offeso!
  • Mica sarai andato a scuola oggi!
  • Mica sarai impazzito!

In tutti questi casi si sta facendo una domanda, anche se non sembra una vera domanda, e quello che conta è il tono usato.

Mica ti sarai offeso! equivale a: non ti sei offeso, vero?

Mica sarai andato a scuola oggi! Equivale a: oggi non sei andato a scuola, vero?

Mica sarai impazzito! equivale a: stai parlando sul serio? sei impazzito? no, vero?

Quindi attenzione alla pronuncia e usate la parola MICA solamente in conversazioni informali. Meglio non rischiare.

Terminiamo questo podcast ricordandovi che ognuno di voi, se vuole, può chiedermi di spiegare qualcosa che non vi è molto chiaro. Cercate di concentrare la vostra attenzione però non sulle regole grammaticali ma sulle espressioni tipiche italiane. In questo caso posso aiutarvi attraverso un podcast come questo che potreste poi scaricare ed ascoltare durante i vostri tempi morti della giornata. Ciao amici e grazie a quanti di voi mi hanno aiutato attraverso una donazione con Paypal.

Alla prossima

Grandi personaggi Italiani: Roberto Benigni

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Audio

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente e grazie di essere qui all’ascolto di questo nuovo episodio dedicato ai grandi personaggi Italiani. Questo è un nuovo modo di ascoltare la lingua italiana, un nuovo modo che abbiamo cominciato a  sperimentare.

Spero di aver trovato una modalità interessante, che vi renda piacevole l’ascolto, ed in questo modo riuscirete senz’altro a migliorare la vostra comprensione della lingua italiana, a memorizzare le regole grammaticali in modo automatico, e nello stesso tempo riuscirete ad imparare qualcosa sulla cultura italiana, fatta anche di grandi personaggi, cioè di persone importanti, persone che nella loro vita hanno fatto o stanno tuttora facendo qualcosa di importante per l’Italia.

Oggi parliamo quindi di un secondo grande personaggio italiano. Abbiamo visto per primo Umberto Eco, scelto perché la maggioranza di voi me lo aveva richiesto. Abbiamo visto alcune curiosità della sua vita e il suo contributo a favore della lingua italiana, cioè abbiamo visto che cosa ha fatto e cosa ha dato Umberto Eco alla lingua italiana e come ha contribuito alla diffusione della conoscenza della lingua italiana in Italia e nel mondo, ed abbiamo visto anche alcune questioni interessanti che lo riguardano, come il rapporto tra la lingua italiana ed i dialetti italiani, cioè le lingue locali, le lingue diffuse a livello locale, territoriale.

Oggi vorrei invece parlarvi di un altro grande personaggio italiano: Roberto Benigni. Roberto Benigni è un comico italiano. Un comico è una persona che per mestiere, come lavoro, fa divertire le persone, deve far ridere, diciamo che guadagna facendo divertire le persone. Il suo compito è questo, cosa non affatto facile direi. Benigni è un comico, o farei meglio a dire che Benigni nasce come comico.

Ha fatto anche molti film, alcuni di successo, sia film comici, appunto, ma anche film drammatici. Il suo film più famoso, che appartiene proprio alla categoria dei film drammatici, è “la vita è bella“, film che ha avuto un successo clamoroso, tanto da vincere anche il premio oscar nel 1997. “La vita è bella” è il titolo di questo film, film diretto e interpretato da Roberto Benigni. “Diretto” significa che lui è stato il regista di questo film, lui l’ha diretto, e chi dirige un film si chiama il “regista”. “Interpretato” invece significa che Benigni era un attore di questo film, era un interprete di questo film; lui ha quindi interpretato una parte in questo film, e la parte che Benigni ha interpretato è stata la parte dell’attore protagonista, cioè la parte dell’attore principale, il più importante, il protagonista principale del film, il cui nome nel film era Guido.

Benigni ha interpretato la sua parte talmente bene da vincere il Premio Oscar come attore protagonista. Questo è uno dei tre premi oscar che ha vinto il film “la via è bella”. Gli altri due premi oscar che ha vinto il film sono stati il premio come miglior film straniero e il premio come miglior colonna sonora.

La colonna sonora è fondamentalmente la musica del film, la base musicale del film. La colonna sonora è l’insieme della voce, della musica e dei rumori di un film. Per chi non avesse visto questo film vi consiglio di farlo, perché è un film molto originale perché Benigni ha avuto il coraggio di fare un film sull’Olocausto facendo anche dell’ironia. Inoltre il film fa vedere l’Olocausto dagli occhi di un bambino. Questo film è quindi anche un film molto ironico,  è un film che riesce  far divertire nonostante parli di un tema serissimo, quello della strage degli ebrei, dello sterminio nazista.

Il film è ironico perché  quando la famiglia di cui il protagonista fa parte nel film viene deportata all’interno del campo di concentramento nazista, cioè del Lager nazista, Benigni, nei panni di Guido, fa credere al figlio che tutto sia un gioco. Guido fa credere al figlio che ci sia un gioco in cui i giocatori devono affrontare delle prove difficili per vincere un premio finale. Tutto questo, naturalmente, Guido lo fa per proteggere il figlio, per proteggere il proprio figlio dall’orrore del nazismo, per non fargli vivere quella terribile esperienza. Un’idea geniale questa che è stata premiata con ben tre premi oscar appunto. Il campo di concentramento è una struttura carceraria, un carcere quindi, una prigione, ma all’aperto; è quel campo, quel terreno, quell’area territoriale aperta in cui venivano concentrati, cioè venivano messi tutti assieme,  i detenuti. Questo campo quindi è una struttura in cui venivano concentrate molte persone, una grande quantità di persone.

Benigni però non ha fatto solamente film e spettacoli comici però. Infatti nella sua vita Benigni si è anche occupato della lingua e della cultura italiana. Cosa ha fatto per la lingua italiana Benigni? Forse gli stranieri non ne sono a conoscenza, ma ci sono moltissime cose che accomunano Roberto Benigni alla lingua ed anche alla cultura italiana. Benigni e l’Italia hanno molte cose in comune, e quindi possiamo dire che ci sono molte cose che “accomunano” Benigni alla lingua ed alla cultura italiana.

Benigni ha aiutato gli stessi italiani a comprendere il significato e la bellezza della Costituzione Italiana, che è la legge italiana più importante in Italia, e questa è una cosa che per un comico è molto originale. Solitamente i comici sanno far divertire le persone e basta infatti.

Benigni ha, non dimentichiamo, anche cantato ed spiegato l’Inno di Mameli, che è l’Inno d’Italia, la canzone dedicata all’Italia.  L’Inno di Mameli è la canzone che si canta in occasioni dei mondiali di calcio ad esempio, prima dell’inizio di ogni partita. Benigni ha quindi spiegato l’inno d’Italia in TV, davanti a tutti gli italiani: ha appunto spiegato le singole parole dell’Inno, una ad una, facendo scoprire a tutti gli italiani il loro vero significato, evidentemente non proprio così scontato.

Benigni infine parla più volte pubblicamente della cultura italiana, lo fa nel suo modo simpatico e appassionato, come al solito. Allora vi voglio far ascoltare un pezzo di cui riporto anche la trascrizione su Italiano Semplicemente. Dopo, considerando che Roberto parla abbastanza velocemente, vi ripeterò brevemente quello che dice.

È il sud dell’Italia che ci deve dare un’identità. L’Italia è l’unico luogo al mondo in cui è nata prima la cultura e poi la nazione, dobbiamo andare fieri di questo, è una cosa meravigliosa… Il sud dell’Italia quante cose c’ha dato: tutti i più grandi pensatori; è il sud che deve dare un’identità, ci darà un’identità perché tutti i più grandi pensatori sono nati al sud. Non è un caso: Campanella, Telesio, Benedetto Croce, Galiani, Vigo, Giordano Bruno, Tommaso D’Aquino. Tutti i pensatori che ci sono stati in Italia vengono da sud; è da lì che aspettiamo l’identità, dal sud dell’Italia..

Benigni, avete sentito, parla molto velocemente in questo pezzo che vi ho fatto ascoltare. Nel caso aveste avuto dei problemi di comprensione,  Benigni dice che i più grandi personaggi italiani, quelli che hanno dato una identità all’Italia, sono del sud Italia, appartengono alle zone del sud-Italia.

L’Italia infatti è divisa in regioni, in venti regioni, ed in tre grandi macro-aggregati di regioni: le regioni del nord, quelle del centro e quelle del sud. Ci sono molte differenze tra queste tre parti dell’Italia: differenze culturali, linguistiche, stili di vita, oltre che differenze di abitudini quotidiane, di dialetti e tradizioni. E Benigni esalta, cioè parla bene delle regioni del sud, della parte sud dell’Italia, che, c’è da dire, è anche la parte economicamente più svantaggiata dell’Italia, la parte che è meno vicina all’Europa, al nord Europa, quella più produttiva, e quindi per questo il sud-Italia è la parte più carente di infrastrutture, più carente di lavoro e più carente di opportunità in generale. Nel sud dell’Italia, dice Benigni, sono nati però i più grandi personaggi della letteratura, i più grandi pensatori, che sono coloro che pensano, che usano la testa per pensare.

Benigni parla anche di Dante Alighieri in quella stessa occasione. Tutti voi sicuramente conoscete Dante Alighieri, che sarà anche uno dei prossimi grandi personaggi di cui parleremo. Ebbene, Benigni è stato molto importante per avvicinare gli italiani alla bellezza dell’Italia, ed in particolare alla bellezza della Divina Commedia, l’opera più importante di Dante Alighieri. E ascoltate anche cosa dice Benigni della Divina Commedia:

La Divina Commedia è una di quelle opere… il dono più grande proprio! Prima di tutto chiariamo una cosa: che è l’opera di poesia più grande! Tutte le letterature di tutti i tempi e di tutto il mondo. Non c’è una cosa grande nel mondo come la Divina Commedia; e guardate che  non potete sapere la bellezza quando si va all’estero. No potete sapé (=sapere) quanta gente impara l’italiano per leggerla dall’originale: più di quella che pensate. Questa è l’opera più ardita dell’ingegno umano.

Nella seconda parte parla della Divina Commedia come della cosa più grande, l’opera più grande di poesia che ci sia al mondo, l’opera più grande che sia mai stata scritta nella letteratura mondiale e che ci sono molti stranieri, tante persone di altre nazionalità che hanno voluto imparare la lingua italiana per il piacere di poter leggere e capire la Divina Commedia in lingua originale.

Insomma avete sicuramente capito perché ho scelto Benigni come uno dei principali personaggi di cui parlare nella nostra rubrica dei grandi personaggi italiani. La passione con cui parla è veramente incredibile. Benigni ha un accento toscano, quindi quando parla si nota, o almeno gli italiani notano chiaramente il suo accento, la sua inflessione tipica della regione Toscana, che tra l’altro è proprio la Regione di dante Alighieri.

Infatti qualche anno fa ha recitato e commentato la Divina Commedia in TV, davanti a milioni di telespettatori. Ha spiegato il significato anche qui di ogni singola parola, e l’ha fatto in modo appassionato e divertente, a modo suo, facendo anche riferimenti storici, senza i quali è praticamente impossibile capire fino alla fine. Ma questo lo vedremo la prossima volta, quando il personaggio di cui ci occuperemo sarà proprio Dante Alighieri.

Un saluto a tutti, tutti i visitatori ed ascoltatori di Italiano Semplicemente, che vengono un po’ da tutti i paesi del mondo. Spero che questo episodio di sia piaciuto, e grazie anche a coloro che hanno usato lo strumento della donazione, strumento che ho messo recentemente a disposizione per coloro che vogliono aiutare Italiano Semplicemente a svilupparsi ed a crescere.

A proposito di visitatori: I primi visitatori del 2016, quelli più numerosi, lo voglio ricordare, sono i finlandesi. Un saluto speciale dunque a tutti i finlaldesi: “hei hei” è il classico saluto finlandese, un saluto che ho imparato quest’estate durante le mie vacanze nella splendida Finlandia.

Ancora uno hei hei a tutti amici!

Il quarto d’ora accademico

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente e grazie di essere all’ascolto di questo nuovo episodio.

Ho notato che l’ultimo episodio dedicato a Umberto Eco è stato molto apprezzato da tutti voi. Sono contento di questo, ed oggi come promesso torniamo alle espressioni idiomatiche italiane.

Oggi ne vediamo una che ha a che fare con una abitudine tutta italiana: il quarto d’ora accademico. Questa è l’espressione di oggi: “il quarto d’ora accademico”.

Allora “Il quarto d’ora accademico” è l’espressione di oggi. I più fedeli ad Italiano Semplicemente ricorderanno sicuramente che questa frase  la avevamo già affrontata in una lezione di Italiano Professionale, il corso che stiamo costruendo di giorno in giorno insieme ai membri dello staff del sito, e la lezione è la numero quattro, lezione dedicata a tutte le espressioni che riguardano la precisione e la puntualità. In quell’occasione avevamo visto in particolare tredici espressioni che riguardavano l’argomento precisione e puntualità, argomento molto importante nel lavoro, ed il quarto d’ora accademico è la prima espressione spiegata nella lezione in questione.

Bene, oggi le rivediamo, la spieghiamo nuovamente, e lo facciamo in un nuovo contesto, in modo che vi rimanga più impressa nella mente.

Il nuovo contesto è quello del tempo, in generale. Il tempo è un argomento ancora più generale della puntualità, e in questo contesto più generale ci sono moltissime espressioni, che riguardano il tempo: l’importanza del tempo che passa, l’inesorabilità del tempo, vale a dire il fatto che il tempo passi sempre e comunque, inesorabilmente; il valore del tempo, le scelte collegate all’utilizzo del tempo, ci sono espressioni che riguardano persino la bontà del tempo, o la sua cattiveria. Ebbene all’interno del corso di Italiano professionale verrà inserita anche una lezione sul tempo in generale dove vedremo tutte queste espressioni, tutte molto usate in Italia dagli italiani. La lezione sarà inserita nella prima sezione, dedicata proprio alle frasi idiomatiche.

Allora il quarto d’ora accademico è una usanza tutta italiana, come vi dicevo.

Il “quarto d’ora”, come avrete intuito, sono semplicemente 15 minuti, e sono quei 15 minuti che fanno la differenza tra una persona puntuale ed una persona in ritardo.

Mi spiego meglio: Quando in Italia abbiamo un appuntamento, una lezione all’università, un appuntamento di lavoro, molto spesso sono concessi fino a 15 minuti di ritardo, cioè si può arrivare anche un quarto d’ora dopo l’appuntamento, fino a 15 minuti dopo l’ora dell’appuntamento, della riunione, della lezione. Questo è il quarto d’ora accademico. Se ad esempio avete una lezione alle 15:00, cioè alle tre di pomeriggio, se arrivate alla lezione un po’ in ritardo, fino alle 15 e 15 minuti siete giustificati, e non siete in realtà considerati in ritardo.

Non è sempre così ovviamente, dipende dalla città, dal tipo di appuntamento ed anche dalla regione in cui vi trovate, dipende anche dalle persone che partecipano o che organizzano l’incontro, ma è abbastanza diffusa l’abitudine del quarto d’ora accademico. Quindi quando è permesso arrivare fino a 15 minuti in ritardo si dice che c’è il quarto d’ora accademico, e chi arriva 15 minuti dopo l’ora dell’appuntamento si dice che questa persona si è presa il quarto d’ora accademico.

Soprattutto a Roma, ma anche in altre città l’abitudine del quarto d’ora accademico è molto diffusa. Se andate all’università a Roma, alla Sapienza di Roma, (La Sapienza è il nome dell’università di Roma) e guardate l’orario delle lezioni appeso alla bacheca di una qualsiasi facoltà: lettere, matematica, scienze politiche, geologia, medicina eccetera, potete vedere ad esempio l’orario delle lezioni, e ad esempio potete leggere che dalle 10:30 di mattina alle 11.30 è prevista la lezione di Matematica, ma se andate nell’aula alle 10:30 precise, o alle 10:35, vedete che le persone stanno ancora  cercando un posto per sedersi, tutti stanno chiacchierando tranquillamente, chi in piedi, chi seduto, e magari neanche il professore, neanche cioè il docente di matematica è ancora arrivato. Se aspettate ancora un po’ vedrete intorno alle 10:45 cioè esattamente dopo un quarto d’ora, dopo 15 minuti l’orario stabilito per l’inizio della lezione il professore inizierà a parlare. Coloro che invece arriveranno oltre il quarto d’ora accademico saranno considerati in ritardo. Il professore, il docente potrebbe arrabbiarsi, potrebbe dire: non si arriva tardi alla lezione, non si può arrivare oltre il quarto d’ora accademico.

Come è nata questa strana abitudine dei quindici minuti di tolleranza? Beh diciamo che la scusa è quella del traffico, quella di incontrare traffico per stradaq e quindi questo traffico ci impedisce di arrivare puntuali alle 10:30. Possono anche capitare altri contrattempi in una grande città, come Roma ad esempio, altre cose che ci fanno ritardare, ma ovviamente su questo aspetto ci sono diversi punti di vista.

tolleranza

Un  danese, uno svedese, un olandese e un tedesco ad esempio diranno che il quarto d’ora accademico è una brutta abitudine e che invece è sempre bene arrivare puntuali alle riunioni per una questione di rispetto verso gli altri. Uno spagnolo, un indiano o in altre nazioni  come l’Italia penseranno invece che è una abitudine giusta perché  è bene non stressarsi troppo e considerare che ci sono persone che possono avere problemi e quindi concedere un po’ di tempo in più a queste persone.

A dire il vero se ci pensate bene sono vere entrambi punti di vista, perché dove il quarto d’ora accademico è una abitudine, beh allora una volta passati quei  quindici minuti di tolleranza, dopo il quarto dora accademico non sono più ammessi ritardi, e  la lezione ha comunque inizio. Chi ama la puntualità sa bene che la lezione non inizierà che alle 10:45, non prima, e quindi arriverà alle 10:45, e chi invece non ama stressarsi troppo o ha problemi di traffico, sa bene, anche lui, che gli è concesso solamente un quarto d’ora, non di più di ritardo, e se arriverà alle 10:30 dovrò aspettare 15 minuti prima della lezione. Se invece arriverà alle 10:45 sarà perché ha incontrato traffico, ma tutti sanno comunque che la lezione inizierà alle 10:45 minuti. Quindi il problema potrebbe nascere solamente i primi giorni, quando coloro che amano la puntualità non capiscono che esiste il quarto dora accademico.

Gli italiani in generale, sono, diciamolo, meno rigidi nel rispetto delle regole rispetto ai tedeschi svedesi e finlandesi, alle popolazioni del nord Europa in generale e questo è una questione di cultura ovviamente. Se da una parte questo è un lato negativo, dall’altra gli italiani si sentono più tolleranti, più buoni, più umani, più elastici, più flessibili; non siamo in generale rigidi nel rispetto delle regole, almeno nelle regole dell’orario e della puntualità. Questa mancanza di capacità di stare alle regole, di stare nel “recinto” delle regole, se da una parte è una mancanza di rispetto verso chi invece le regole le rispetta, dall’altra ci dà probabilmente la capacità di stare al di fuori della logica comune, e questo porta l’italiano ad una maggiore creatività, una maggiore inventiva, una maggiore capacità di inventare e di lavorare con la fantasia. Questa ovviamente può essere una delle possibili interpretazioni, una delle tante.

Quella del quarto d’ora accademico è comunque una tradizione tutta italiana, una abitudine esclusivamente italiana (o quasi) e ricordo benissimo che all’università le lezioni iniziano sempre con un quarto d’ora di ritardo. Si tratta per l’appunto del quarto d’ora accademico.

Se vi state chiedendo cosa significhi la parola “accademico” la risposta è che la parola accademico si riferisce generalmente all’università, si riferisce all’organizzazione dell’università, a come l’università è organizzata, infatti ad esempio c’è “l’anno accademico”, ad esempio l’anno accademico 2016-2017, che indica il periodo di tempo in cui si svolgeranno le attività dell’università, come le lezioni ad esempio, che inizieranno ogni anno a partire dal mese di settembre, lezioni che finiranno nell’anno successivo. All’università non si usa parlare di anni: 2016, o 2017 eccetera, ma  piuttosto si parla di anni accademici: l’anno accademico 2016-2017 o l’anno accademico 2017-2018 e via dicendo. Ogni anno inizia un nuovo anno accademico. E non è un caso che il quarto d’ora accademico si usi anche all’università, nelle lezioni universitarie. Credo che l’espressione nasca proprio in ambito universitario.

Però attenzione perché il quarto d’ora accademico non può essere considerato una cosa seria, una cosa da scrivere nei documenti ufficiali. Si tratta di una moda, di una abitudine che è nata per gli arrivi dei ritardatari, per potersi spostare da un’aula all’altra; per qualcuno il quarto d’ora accademico serve a fumarsi una sigaretta tra una lezione ed un’altra. In teoria si fa un’ora di lezione, in pratica la lezione durerà solamente 45 minuti.

Per coloro di voi che non riescono a capire fino in fondo il motivo dell’esistenza del quarto d’ora accademico, sappiate che questo fa parte semplicemente della cultura italiana, che ha delle cose bellissime e delle cose meno belle, la stessa cultura che ha dato origine ai grandi artisti di tutti i tempi ed alle loro opere, la stessa cultura che ha fatto nascere la Gioconda di Leonardo Da Vinci e anche la Divina Commedia di Dante Alighieri.

E vero che probabilmente, almeno metà dell’Italia e degli italiani probabilmente non condivide ciò che ho detto oggi sul quarto d’ora accademico, e infatti ognuno ha la sua opinione e ha diritto di pensare che questa sia una abitudine positiva o che sia invece negativa e da superare. L’altra metà però la condivide, e a qualcuno anzi piacerebbe di più se esistesse la “mezzora accademica” e non solo il quarto d’ora accademico.

Ora facciamo un piccolo esercizio orale, come sempre.

Provate a ripetere ciò che dico io, a parlare dopo di me, ripetendo le stesse identiche parole: questo vi aiuterà, poco a poco a memorizzare le parole e sentirvi più sicuri nella pronuncia.

Accademico

accademico_pronuncia

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Accademico

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Il quarto d’ora

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Il quarto d’ora

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Il quarto d’ora accademico

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Il quarto d’ora accademico

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Il quarto d’ora accademico

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Grazie amici di averci seguito anche oggi, mi raccomando: se pensate di non aver capito più dell’80 per cento, ripetete l’ascolto più volte, (ricordate la prima regola di Italiano Semplicemente: repetita iuvant) e se volete approfondire il vostro italiano ancora di più prenotate il corso di Italiano Professionale, che sarà completo e disponibile solo nel 2018, ma  chi vuole può prenotare sin da ora e quando il corso sarà disponibile riceverà un avviso e allora potrò decidere se acquistare o meno il corso. Se poi siete interessati a discutere del corso e a discutere dei contenuti, anche per dare consigli sui temi da trattare e sul modo in cui farlo, potete unirvi al gruppo di discussione su Facebook, vi aspettiamo. Un saluto da Gianni, ci sentiamo al prossimo podcast, che sarà dedicato ad un altro grande personaggio italiano. Ciao ciao.

Ps: grazie per le vostre donazioni

Grandi personaggi italiani: Umberto Eco

umberto_eco

Audio

Trascrizione

Buongiorno, amici di Italiano Semplicemente. Spero stiate tutti bene. Dunque oggi inizia una serie di episodi dedicati ai grandi personaggi italiani.
Lo avevo preannunciato nel corso dell’ultimo episodio, quando abbiamo parlato di terremoto e dei termini più usati quando si parla di terremoto, articolo tra l’altro molto apprezzato a giudicare dal numero delle visite.

Ebbene sulla pagina Facebook vi avevo chiesto da quale grande personaggio italiano iniziare e ho notato che c’è stato molto interesse su questo argomento; ne sono molto felice, quindi ho solamente l’imbarazzo della scelta:
Valentino Rossi per il MotoGP, Umberto Eco per la letteratura, Garibaldi per ciò che ha fatto per l’Italia, Dante Alighieri, chi non conosce la Divina Commedia? I grandi artisti come Leonardo da Vinci, Michelangelo,  Pinturicchio, Giotto, il Ghirlandaio,  Cimabue, Brunelleschi, Bernini,  Caravaggio. Chi più ne ha, più ne metta! C’è anche chi mi ha proposto Nerone; bene. Abbiamo quindi il materiale per un paio di anni di lavoro.

Inizialmente, pensando a questa idea, avevo proposto ai visitatori di Italiano semplicemente l’attore Roberto Benigni, ed anche Rita Levi Montalcini per la letteratura, o anche Pavarotti, famoso cantante lirico, ma voglio considerare ovviamente le vostre indicazioni quindi vorrei iniziare con Umberto Eco.

Prima di iniziare a parlare di Umberto Eco, vorrei darvi una piccola informazione che probabilmente non avete ancora notato, perché pubblicando molti episodi recentemente siete giustamente concentrati su questi, ma vorrei accertarmi del fatto che avete notato che ho creato una pagina che si chiama DONAZIONE. DONAZIONE è una pagina che serve ad aiutare i creatori di contenuti come me, ad aiutare tutte le persone che mettono dei contenuti a disposizione gratuitamente a raccogliere dei fondi che possono donare i donatori. I donatori sono le persone che consumano i contenuti gratuiti, come voi in questo caso, e questa pagina dà la possibilità ai donatori di aiutare il creatore di contenuti attraverso una donazione mensile. Ogni mese voi donate una piccola somma, e quello che è veramente stupefacente è che si può donare anche 1 solo euro. Questo vuol dire che voi potete donare anche 1 euro al mese e così potete aiutare il creatore di contenuti e la pagina internet che seguite. Potete ovviamente pagare usando qualsiasi altra moneta e potete, ovviamente, fermarvi quando volete voi, potete decidere di pagare quanto e quando volete voi. Uno strumento molto flessibile dunque. Quello che mi piace di questo sistema è che è basato sulla fiducia ed è basato sulla volontà: voi non siete obbligati a farlo, potete continuare semplicemente a consumare i contenuti senza aiutare Italiano Semplicemente e ad ogni modo, credo che sia un sistema niente male; non a caso viene utilizzato in molti siti web.

Sapete che Italiano Semplicemente sta crescendo grazie a voi tutti ed io vi ringrazio di questo. Non è facile per me che ho anche un lavoro e una famiglia da seguire quindi devo trovare il tempo per occuparmi anche di ciò di cui sono appassionato. Non ho mai messo alcuna forma di pubblicità sul mio sito perché so che può dar fastidio e può distrarre i visitatori. Quindi continuerò ad occuparmi di voi e a fare in modo che possiate migliorare il vostro italiano con divertimento e se possibile senza annoiarvi.

Se volete aiutare la missione di Italiano Semplicemente, in alto sul sito c’è il pulsante “donazione” e vedrete che è semplicissimo e velocissimo, soprattutto se avete Paypal. Ad ogni modo vi ringrazio di dedicare il vostro tempo per considerare questa possibilità. Non so neanche se funziona ancora, fatemi sapere se avete problemi.

Allora parliamo di Umberto Eco ora: Il motivo di questa scelta è che il primo che me l’ha proposto mi ha ricordato una cosa su Umberto Eco, vale a dire una sua frase celebre che è la seguente:

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro”

Umberto Eco è morto abbastanza recentemente, a Milano, il giorno 19 febbraio di quest’anno, del 2016, dopo aver vissuto per 84 anni. Infatti Umberto Eco nasce ad Alessandria, il giorno 5 gennaio 1932. Attenzione perché (apro una piccola parentesi) ho appena detto “nasce” ad Alessandria e non ho detto invece “è nato” e neanche “nacque” ad Alessandria. Ho usato dunque il presente del verbo nascere. Come mai? Non si tratta di un errore: è corretto, quando si parla di nascite, e quando si parla di qualcuno che è nato in un certo luogo in una certa data posso talvolta dire: “nasce”: Umberto Eco nasce ad Alessandria, oppure Umberto Eco nasce nel 1932. Anche nei testi scolastici è comune l’uso del presente; per esempio: “Alessandro Manzoni nasce a Milano nel 1785″. Attenzione però perché se la persona è ancora viva, in tal caso si usa dire “è nato”. Vi potrebbe venir voglia di dire che Umberto Eco “era nato” ad Alessandria poiché ora è morto, ma in realtà non si usa fare questo, anche se dal punto di vista grammaticale non sarebbe scorretto. Diciamo che “nasce nel” o “nasce a ” quindi al presente è una forma che si usa quando la persona è morta. Chiudiamo la parentesi; è solamente per dirvi che la grammatica non sempre ci è di aiuto per parlare ed esprimerci correttamente

Tornando ad Eco, non parlerò oggi ovviamente di tutta la sua vita e di tutto quello che ha fatto, anche per non annoiare i visitatori. Quello che farò, ogni volta, in questa rubrica, è ricordare alcune cose, alcuni fatti importanti, alcune cose “degne di nota” di un personaggio. Quando una cosa è degna di nota vuol dire che è importante. Degna di nota vuol dire degna di essere citata, degna di essere ricordata. Degna significa che ha dignità, quindi degna vuol dire che vale la pena di ricordare.

La frase precedentemente citata è una frase infatti veramente degna di essere citata. La lettura è una delle cose che veramente ci distingue dall’animale. C’è anche una famosa frase di Mark Twain secondo la quale “chi non legge non ha nessun vantaggio su chi non sa leggere“. Anche questa è una frase di grande effetto.

Ma innanzitutto perché è famoso Umberto Eco e perché vale la pena di essere ricordato? Non è solo per questa frase evidentemente. Eco è stato un uomo nato in una famiglia normale; era figlio di un semplice impiegato delle Ferrovie dello Stato, quindi  non di personaggi famosi. Apparteneva insomma ad una famiglia normale. Ha studiato filosofia, laureandosi nel 1954. Nella sua vita Umberto Eco si interessò in realtà di molte cose: prima di filosofia e cultura medievale, successivamente si è interessato molto alla comunicazione dei mass media e all’influenza dei mass media nella cultura di massa, ma anche di politica e di molti altri aspetti. Oggi mi soffermerò in particolare su alcune curiosità che riguardano Umberto Eco, che credo siano interessanti per chi segue Italiano Semplicemente.

Mi ha colpito che Eco ad esempio sia stato un grande appassionato di fumetti, ed in particolare di un fumetto di nome “Dylan Dog“, un fumetto del quale anche io stesso sono stato molto appassionato in passato. Mi ha molto colpito questa cosa. Umberto Eco diceva che lui poteva leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog tranquillamente per giorni e giorni senza mai annoiarsi.

Per chi non lo conosce, Dylanj Dog è il famoso “indagatore dell’incubo“, nome sicuramente complicato per voi stranieri. L’Indagatore  dell’incubo è colui che indaga sull’incubo, cioè Dylan Dog è un indagatore, cioè un investigatore, come Sherlock Holmes ad esempio, ed è un investigatore dell’incubo, lui indaga, investiga, sull’incubo. L’incubo è la parola indicata per descrivere un brutto sogno, un sogno pauroso. Pensate che questo fumetto ha anche dedicato uno dei suoi numeri ad Umberto Eco, ed in questo fumetto, in questo numero, il personaggio protagonista, che si chiama appunto Dylan Dog, è stato affiancato proprio da Umberto Eco, per fare, pensate un po’, un’indagine sull’origine delle lingue del mondo. Un’indagine per capire, per scoprire l’origine, cioè come sono nate, le lingue nel mondo.

Umberto si occupa anche di narrativa, ed è all’età di 48 anni fa il suo ingresso nel mondo della narrativa. Il suo più grande successo è il libro dal titolo “Il nome della rosa“, un successo strepitoso che è stato tradotto in moltissime lingue diverse, ben 47 se non sbaglio. Probabilmente moltissimi di voi avranno letto Il nome della rosa.

Una delle caratteristiche più note di Umberto Eco era sicuramente l’umorismo. Questa è un’altra cosa degna di nota, secondo me. Si è parlato dell’umorismo come di una vera arma letteraria di Umberto Eco. Il fatto stesso di citare Dylan Dog vicino alla Bibbia e ad Omero ne è una chiara dimostrazione, secondo me.

Umberto Eco si è occupato anche della lingua italiana. Lo ha fatto in moltissimi modi diversi a dire il vero, e vorrei soffermarmi un po’ su questo aspetto perché chi ascolta questo podcast sono sicuro troverà interessante le idee di Umberto Eco in proposito. In una intervista del 2011, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, avvenuta nel 1861, Eco parla ad esempio dei dialetti italiani. I dialetti sono diffusissimi in Italia. Un dialetto è una lingua che si parla in una specifica parte dell’Italia; il dialetto ha quindi un ambito geografico limitato, si parla in un ambito geografico limitato ed in Italia ci sono moltissimi dialetti, moltissime lingue che sono simili alla lingua italiana, chi più chi meno: alcuni dialetti sono veramente difficili da comprendere però.

Molti dialetti sono più famosi degli altri, perché più caratteristici, perché spesso legati a personaggi italiani famosi: parlo del dialetto napoletano, che si parla quindi a Napoli e dintorni, o del dialetto siciliano. Questi due dialetti sono sicuramente più famosi degli altri. Non ci dimentichiamo del dialetto romano inoltre. Ci sono però dialetti altrettanto caratteristici ma meno famosi all’estero, come il dialetto sardo, che si parla in Sardegna, il dialetto milanese eccetera. Potrei continuare all’infinito, perché in Italia in realtà ogni piccolo paese, anche il più piccolo di 100 abitanti ha un suo dialetto caratteristico: qualche volta si parla di una leggera inflessione, di una leggera differenza nella lingua parlata rispetto ad altri dialetti, ed altre volte si tratta di una vera e propria lingua, che può essere anche molto diversa dalla lingua italiana come dicevo prima.

Ebbene Umberto Eco in questa intervista del 2011 parla della lingua italiana e parla anche delle differenze tra la lingua italiana e le altre lingue. Trovo personalmente molto interessante ciò che ha detto in proposito.

“…e un lettore inglese che prendesse in mano il Canterbury Tales di Chaucer (nota: XIV secolo) che è scritto in middle english….. non riuscirebbe a capire niente, mentre un italiano prendendo in mano un libro sessant’anni prima di Chaucer, “nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura“, capisce benissimo”

Umberto Eco ci spiega che la lingua italiana non si è evoluta un granché, tra Leopardi e Petrarca ci sono 500 anni di differenza e non si nota molto la differenza nel linguaggio tra i due grandi letterati.

Umberto Eco dice poi, facendo uso dei suoi studi sulla comunicazione dei mass-media, che esiste un diffuso linguaggio basico che si è diffuso grazie soprattutto alla televisione, e questo ha messo in crisi i dialetti. I dialetti ovviamente hanno sofferto quindi la diffusione dell’italiano basico, ma i dialetti sono una buona cosa o sono considerati una cosa negativa per la lingua italiana e per l’Italia in generale?

Dobbiamo considerare i dialetti locali come una caratteristica di arretratezza culturale, come segno di ignoranza oppure i dialetti sono una cosa da proteggere perché preziosa?

Eco sottolinea come gli esperti della lingua italiana fino a qualche anno fa auspicavano che si abbandonasse l’uso dei dialetti per favorire l’uso della lingua italiana nazionale. Oggi invece gli stessi linguisti credono che i dialetti siano un patrimonio da conservare e si chiedono come fare per evitare l’estinzione dei dialetti, considerati quindi come qualcosa di prezioso, da conservare e proteggere. Ma l’italiano sta comunque cambiando; si evolve, si sviluppa lo stesso nonostante il basic-italian diffuso dalla TV: negli anni 50 in una famiglia italiana i genitori parlavano in dialetto ed i figli che andavano a scuola parlavano l’italiano. Oggi le parti pare si siano invertite. Ora i figli sono cresciuti e sono diventati genitori ed i figli di oggi, dice Umberto Eco, non sanno più parlare italiano, perché i giovani usano molto gli sms, ed oggi ancora più del 2011 usano molto Facebook e Whatsapp, in cui si usa un linguaggio semplificato, fatto di sigle e di scorciatoie, di parole tagliate ed acronimi inventati. Le nuove generazioni leggono meno dei loro genitori, leggono meno i giornali e guardano meno la TV. I giovani preferiscono brevi messaggi, anzi, brevi sms.

Spero che i giovani che seguono Italiano Semplicemente invece siano dei buoni lettori ed anche dei buoni ascoltatori. Trovo la frase di Umberto Eco veramente molto profonda, soprattutto nella parte finale quando dice: “la lettura è un’immortalità all’indietro”, vale a dire con la lettura si vive più a lungo, ma la vita si allunga all’indietro, indietro all’infinito, fino a  diventare immortali: la lettura è un’immortalità all’indietro.

Spero che questa nuova rubrica vi piaccia, ogni volta faremo un personaggio italiano diverso e cercheremo alcuni spunti che possano avere a  che fare con la lingua italiana, con l’apprendimento della lingua italiana, come abbiamo fatto oggi. Continuate a lasciare messaggi sulla pagina Facebook e fatemi sapere quale personaggio volete sia il protagonista del prossimo grande personaggio italiano.

Grazie di essere sempre più numerosi e fedeli a seguire Italiano Semplicemente. Io sono sempre molto felice di leggere i vostri commenti e di discutere con voi, di connettermi con voi anche chiarendo dei dubbi che possono venire ascoltando i podcast.

Non esitate ad unirvi con noi su Facebook o su Twitter o Instagram al fine di riuscire a portare a termine  la mia missione che è quella di aiutarvi ad imparare a comunicare in Italiano. Voi comprendete già l’italiano, lo capite, volete parlarlo ed è la mia missione quella di aiutarvi a riuscirci.

Ora vi dico a presto, ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente, in cui vi spiegherò il significato de “il quarto d’ora accademico“, una caratteristica tutta italiana.

Ciao ciao.

 

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Giovanni Coletta

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Il terremoto nel centro Italia

Audio

Trascrizione

Buonasera e grazie di essere all’ascolto di questo nuovo episodio di Italiano semplicemente. Oggi parleremo di alcuni termini molto utilizzati quando si parla di terremoto, visto che ultimamente quando si parla di Italia si parla fondamentalmente di terremoto.

Prima permettetemi di fare un breve cenno su italiano semplicemente e sui prossimi progetti.

Dunque italiano semplicemente, come sapete, è un sito che è nato per aiutare voi stranieri a migliorare il vostro italiano. Parlo sia dei principianti che di coloro che conoscono la lingua e la devono perfezionare soprattutto l’orale. Inoltre su Italiano semplicemente non ci accontentiamo, ed allora abbiamo a cuore anche coloro che vogliono conoscere la lingua italiana in modo più avanzato, ossia a livello professionale. Per queste persone, i fedelissimi già lo sanno, stiamo preparando un corso di italiano professionale, di cui per il momento sono pronte le prime 10 lezioni. Un corso questo che è adatto a coloro che vogliono lavorare in Italia ma anche a coloro che vogliono portare il loro livello di italiano ad un alto livello, sviluppando sia la scrittura che l’ascolto.

Ebbene dopo questa breve introduzione siamo all’episodio di oggi. Oggi non ci sono state scosse di terremoto che si sono avvertire a Roma. Ieri mattina invece tutt’Italia alle 7.40 di mattina ha sentito la fortissima scossa di terremoto che ha distrutto migliaia di abitazioni e raso al suolo interi paesi. Sono moltissimi gli sfollati e lo sciame sismico non si arresta. Un problema da non sottovalutare inoltre è quello degli sciacalli, che, incredibile a dirsi, non mancano mai in questi casi. L’italia è un paese molto solidale in generale; milioni di euro sono stati raccolti per aiutare gli sfollati, ma ci sono anche molti disgraziati (passatemi il termine) che non hanno altro da fare che approfittarsi della situazione per depredare le abitazioni colpite.

Comunque, nell’episodio di oggi voglio spiegarvi brevemente alcune espressioni molto usate in caso di terremoto.

La prima è un parola: sfollati.

Chi sono gli sfollati?

Allora lo sfollato, al singolare, è la persona costretta a lasciare, temporaneamente, la propria abitazione, la propria residenza abituale a causa di una guerra o di altre calamità, come appunto un terremoto.

sfollati

Una seconda parola, che ho appena utilizzato, è calamità. Attenzione, calamità si scrive con l’accento: calamità ha l’accento sull’ultima a. Altrimenti sarebbe “calamita”, che ha tutto un altro significato. La calamita infatti è un magnete, cioè un oggetto magnetizzato, capace cioè di attrarre a se il ferro.

calamita

Una seconda parola, che ho appena utilizzato, è calamità. Attenzione, calamità si scrive con l’accento: calamità ha l’accento sull’ultima a. Altrimenti sarebbe “calamita”, che ha tutto un altro significato. La calamita infatti è un magnete, cioè un oggetto magnetizzato, capace cioè di attrarre a se il ferro.

La calamità invece è un grave accadimento, una grave sventura, un evento cioè negativo, un evento naturale negativo, che colpisce molte persone o anche un’intera comunità, e questo comporta provvedimenti speciali, decisioni speciali da parte del Governo.

Ci sono quindi le calamità naturali, come il terremoto, gli uragani, i maremoti eccetera. Le calamità sono negative quindi, sono eventi naturali che colpiscono la popolazione e causano molti danni. Si dice poi molto spesso che dopo un grave evento naturale, come il terremoto, o un alluvione (cioè una fortissima pioggia), o un uragano, il Governo dichiari lo “stato di Calamità”, oppure lo “Stato di emergenza” che pur non coincidendo tecnicamente sono due condizioni diverse di emergenza.

Una frase interessante è poi “sciame sismico”. Allora dopo un terremoto, dopo che si è verificata una forte scossa di terremoto, solitamente arriva lo “sciame sismico”, vale a dire una lunga sequenza di scosse sismiche, cioè di scosse, di piccole scosse di terremoto, di lieve intensità che diminuisce lentamente. Diciamo che sono scosse di lieve e media intensità, più piccole della scossa sismica iniziale.

sciame_sismico

Tale sciame sismico può durare molto tempo, anche fino a diversi mesi e localizzato in una determinata zona e che può essere molto fastidioso, perché tali piccole scosse possono in realtà determinare ulteriori danni alle abitazioni già colpite e rendere molto più complicato il soccorso agli abitanti delle zone colpite, le vere vittime del terremoto, cioè a coloro che sono rimaste sotto le macerie, oppure coloro che hanno bisogno di assistenza e cure.

L’espressione sciame sismico è molto curiosa in realtà. Lo sciame infatti è la parola con la quale si indica solitamente un gruppo di api. Le api, cioè i piccoli insetti che producono il miele, se riunite tutte assieme costituiscono uno sciame. Uno sciame di api è quindi un gruppo molto numeroso di api. Lo sciame sismico invece è una sequenza, una serie di scosse sismiche, piccole medie scosse di terremoto che vanno considerate nel loro insieme, come facenti parte di un gruppo di scosse che diminuisce sempre di più. Forse si chiama sciame perché, come le api, vanno considerate in gruppo, cioè tutte assieme.

scosse_di_assestamento

Poi ci sono anche le “scosse di assestamento”. Le scosse di assestamento hanno ugualmente a che fare col terremoto, ma a differenza dello sciame sismico, le scosse di assestamento sono quelle scosse, quei movimenti della terra che non vanno considerate nel loro insieme, come un insieme di scosse che va via via decrescendo; quello è lo sciame sismico. Può anche esserci una sola scossa di assestamento, dopo quella iniziale. Sono quindi quelle scosse, più o meno grandi, che hanno origine dalla prima scossa e che svolgono una funzione di assestamento. Assestamento significa sistemazione. Quindi le scosse di assestamento servono per sistemare il terreno. Una scossa di assestamento sistema il terreno, cioè il terreno trova una nuova situazione di equilibrio dopo lo shock seguito alla prima grande scossa di terremoto.

sciacallaggio

Infine volevo parlarvi degli sciacalli, del fenomeno dello sciacallaggio. Lo sciacallaggio. Non è una parola semplice da pronunciare. Gli sciacalli sono quelle persone che, dopo che è accaduto un terremoto, entrano in azione. Cosa fanno gli sciacalli? Gli sciacalli sono quelle persone disoneste che cercano di rubare alle persone colpite dal terremoto. Queste persone possono fisicamente recarsi nelle abitazioni abbandonate a rubare le cose rimaste all’interno, oppure gli sciacalli possono, ed è quello che sta accadendo oggi nelle zone colpite in Italia dal terremoto di ieri, 30 ottobre, possono fingersi di essere dei tecnici, si presentano come operatori, come tecnici inviati presso le abitazioni danneggiate per fare dei controlli sullo stato degli edifici che vanno a controllare, per vedere appunto se queste abitazioni sono in pericolo di crollo oppure no. Ebbene queste persone in realtà sono degli sciacalli, sono cioè dei ladri che con la scusa di controllare vanno a rubare nelle abitazioni. Ovviamente sono soprattutto gli anziani che in questi momenti potrebbero farsi imbrogliare facilmente.

Ma perché si chiamano sciacalli? Lo sciacallo in realtà è il nome di un animale, simile al cane e al coyote, e questi animali si muovono prevalentemente all’alba e al tramonto, e la loro caratteristica fondamentale è che sono degli animali predatori, cioè carnivori, che vanno a caccia di prede, vanno a caccia di piccoli animali e soprattutto sono mangiatori di carogne. Gli sciacalli mangiano cioè gli animali che sono già morti: mangiano le carogne di animali morti, cioè si nutrono del corpo di animali già morti. Capite bene quindi il motivo per cui questo termine: sciacallo, sia utilizzato anche per queste persone che quando c’è un terremoto si approfittano della situazione e vanno a rubare e a colpire le persone che sono già state colpite da una calamità naturale, così come fanno i veri sciacalli che anziché cacciare le prede preferiscono mangiare quelle già morte.

Quindi abbiamo visto il termine “sfollati”, che sono le persone che sono evacuate da una zona colpita da un grave fenomeno naturale; abbiam visto la parola calamità, da non confondere con la calamita (calamità = una grave sventura, grave fenomeno, spesso naturale); poi “sciame sismico” che è quell’insieme di piccole-medie scosse che seguono alla prima grande scossa di terremoto e che diminuiscono sempre di più; diverse dalle “scosse di assestamento”, con le quali il terreno si assesta, si sistema, ed infine vi ho descritto il fenomeno dello sciacallaggio. “Sciacallaggio”, difficile a pronunciare.

Adesso passiamo alla fase della ripetizione per esercitare come al solito la pronuncia. Un piccolo esercizio che serve a imparare ad ascoltarsi mentre si parla in italiano.

Pronti? Via!

Sciame sismico – ripetete dopo di me…

sciame_pronuncia

___________

Sciame sismico

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Sciacallo

sciacallo_pronuncia

___________

Sciacalli

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Sciacallaggio

sciacallaggio_pronuncia

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Sciacallaggio

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Il fenomeno dello sciacallaggio

fenomeno_pronuncia

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Lo sciame sismico e lo sciacallaggio

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Gli sfollati

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Gli sfollati

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Gli sfollati sono le vittime degli sciacalli

vittima

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Calamità

calamita_pronuncia

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Il terremoto è una calamità naturale

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Dopo le calamità naturali arrivano gli sciacalli

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Scosse di assestamento

assestamento_pronuncia

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Scosse di assestamento

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Con le scosse di assestamento il terreno si assesta.

___________

Bene, ciao amici, grazie ancora di aver ascoltato questo nuovo episodio dedicato al terremoto che ha colpito il centro Italia. Sperando che non ce ne saranno altri, vi invio un saluto da Roma.

Il prossimo episodio sarà dedicato ad un grande personaggio italiano. Cominciamo da Umberto Eco, visto che è stato il nome più richiesto. Poi ovviamente ne vedremo anche altri, non mancate di segnalarmeli sulla pagina Facebook di italiano semplicemente. Ciao a presto.

Ps: grazie per le vostre donazioni

Italiano Professionale – Lezione n. 10: I problemi sul denaro

imm_denaro_e_problemi_sommario_lezione_10

Descrizione

In questa lezione vediamo alcune espressioni idiomatiche che riguardano i problemi riguardanti il denaro. Circa 1 ora di registrazione audio e 22 pagine di trascrizione in PDF.

> Ascolta e leggi un esempio di come utilizzare alcune delle espressioni della lezione

La lezione n. 10 del corso è in formato MP3 e PDF ed è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Chiedi di diventare membro

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano problemi sul denaro.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas sobre el dinero.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes concernant l’argent.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning issues on the money.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير فيما يتعلق بقضايا على المال
russia Мы говорим о идиом, связанных с вопросами о деньгах.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen auf das Geld.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα για τα χρήματα.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione alla lezione e prime frasi

Giuseppina: Ciao io sono Giuseppina.

Giovanni: Ed io sono Giovanni.

Manel: Ed io sono Manel, benvenuti nella decima lezione di Italiano Professionale: lezione numero dieci.

Giovanni: Nella lezione di oggi io, Giuseppina e Manel vi parleremo di denaro. Manel è una ragazza Algerina, studentessa di lettere e lingua italiana in Algeria.

Giuseppina: Dev’essere una facoltà difficile!

Giovanni: credo proprio di sì!

Giuseppina: Quindi il denaro è l’argomento di oggi. I problemi sul denaro in particolare. Parlare di denaro, significa quasi sempre parlare di problemi, purtroppo, e le espressioni italiane sul denaro, cioè dedicate al denaro, riguardano sempre o quasi sempre problemi o comunque fastidi. La volta scorsa, nella lezione numero 9, ci siamo occupati proprio di problemi, ma di problemi in generale.

I problemi legati al denaro, ai soldi, alla moneta, sono però dei problemi specifici e meritano pertanto di essere trattati a parte. Meritano un episodio a parte. È quello che faremo oggi.

Giovanni: Lo faremo però in tre parti diverse.

Giuseppina: La lezione è pertanto suddivisa in tre parti, sia per meglio suddividere le espressioni, sia per non fare lezioni troppe lunghe, visto che stavolta si tratta di spiegare quasi trenta espressioni che sono utilizzate sui soldi e sui problemi legati ai soldi.

In questa prima parte vediamo una particolare categoria di problemi del denaro: quando ne abbiamo poco!

Manel: a me succede spesso Giovanni, a te?

Giovanni: abbastanza, anche a me purtroppo Manel!

Poi nella seconda parte invece vediamo i problemi legati ai prezzi troppo elevati, e quindi le espressioni che si usano quando le cose costano molto, ed a seguire i problemi legati ai debiti non pagati ed a tutte le colorite espressioni che si possono usare in questo caso.

Nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione utilizzando le frasi imparate, e in questo esercizio vedremo un caso concreto in cui usare le espressioni spiegate nella lezione.

Giovanni: voi dovrete ripetere le frasi

Giuseppina: facendo attenzione alla pronuncia.

2. Le espressioni più semplici sul denaro

Giuseppina: Denaro uguale problemi, dunque

Giovanni: eppure il Denaro, come dice un famoso proverbio italiano, non fa la felicità.

Manel: questa è la prima frase?

Sì, è la prima frase di oggi, ma forse non finisce qui la frase, manca ancora un pezzo. Tu che dici Manel?

Giovanni: la conosci Manel questa frase?

Manel: se il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria!

Giovanni: la conosce la conosce!

Brava, è proprio questo il pezzo mancante.

Se il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria

Giovanni: già, proprio così!

Giuseppina: è una frase scherzosa, ovviamente, quindi adatta solamente a dialoghi informali e nella forma orale. È una di quelle frasi che si usano per spezzare la tensione quando si parla di denaro, argomento sempre delicato che genera spesso forti tensioni.

Giovanni: forse la parola “figuriamoci” non è molto conosciuta?

Quando si dice “Figuriamoci la miseria” vuol dire “anche la miseria”. Figuriamoci vuol dire anche “a maggior ragione”. Se il denaro non rende felici, non ci rende felici, come può farci felici l’assenza del denaro?

Questa è la prima semplice frase di oggi.

Giovanni: abbastanza semplice direi!

Spesso quando si parla di denaro si usa qualificarlo con un particolare aggettivo, sempre in tono scherzoso.

Giovanni: vai Manel!

Manel: il vile denaro!

Giuseppina: Esatto, il vile denaro. Ma cos’è la viltà del denaro?

Giovanni: spieghiamolo dai!

Giuseppina: Bene, “vile” significa “che ha poca importanza” in generale. A dire il vero, detto così sembra un termine adatto a tutto.

Giovanni: infatti!

Giuseppina: ma se lo diciamo ad una persona, se ci rivolgiamo ad una persona chiamandolo vile, o parliamo di una persona dicendo che è una persona vile, si tratta di un vero insulto, perché il vile, la persona vile, non è semplicemente la persona che ha poca importanza ma è la persona che non accetta alcuna responsabilità;

Giovanni: già!

Giuseppina: una persona che è anche paurosa; una persona che ha paura di tutto, che ha paura di qualunque cosa e che non ha nessuna stima in se stesso e negli altri. Possiamo anche dire che una persona così non vale nulla.

Il vile denaro si usa dire spesso quando si parla di soldi. Ma sempre in tono scherzoso ed informale. Questo è importante dirlo. Se ad esempio state trattando un affare e state appunto parlando di soldi, se state trattando una cifra da stabilire per un servizio, per spezzare la tensione: potrete ad esempio dire:

“Il vile denaro non è tutto, ma non siamo ancora d’accordo sulla cifra”, oppure:

Manel: “non mi piace parlare solo del vile denaro, parliamo anche di qualità”

Giuseppina: Ok, perfetto. “Vile” quindi significa “poco importante” ed è spesso usato in senso scherzoso. Ma se è così poco importante, perché ci stiamo facendo una lezione?

Giovanni: infatti!

Giuseppina: E perché ci sono tante frasi?

Giovanni: io un sospetto ce l’ho…

Giuseppina: Evidentemente qualche importanza il denaro ce l’ha!

C’è comunque veramente l’imbarazzo della scelta per capire quali frasi sul denaro scegliere e da quale frase iniziare a parlare oggi.

Manel: Iniziamo come sempre dalle più semplici, che ne dici?

Giovanni: è una buona idea no?

Giuseppina: Sì ok.

Giovanni: allora vediamo cosa si usa dire quando si hanno pochi soldi, quando si ha poco denaro.

Giuseppina: Questo si può esprimere in molti modi diversi, più o meno formali, più o meno educati e più o meno familiari.

Vediamo quindi le espressioni più usate. Iniziamo con: “andare in rosso” o “essere in rosso”: la possiamo usare se abbiamo un’attività economica, un’azienda, o anche semplicemente quando parliamo di un conto in banca. “Essere in rosso” o “andare in rosso” sono semplici espressioni che si usano spessissimo in Italia: vuol dire semplicemente avere pochi soldi.

Giovanni: semplicemente? Mi pare un bel problema! Va bè andiamo avanti… c’è un’analogia in questa frase.

Giuseppina: L’analogia che si fa, la similitudine, è quella della benzina, del fuel, nella macchina. Se avete poca benzina nella vostra automobile, allora si accende una lampadina, una piccola spia di colore rosso, che vi segnala, che vi dice, appunto, che avete poca benzina, e che dovete presto fare un rifornimento di benzina, cioè dovete rimettere la benzina nel serbatoio-

Giovanni: altrimenti la macchina si ferma!

Giuseppina: Allo stesso modo, cioè analogamente, senza soldi non si va avanti, e quindi si dice che “siete in rosso” quando il livello delle vostre disponibilità finanziarie diventa preoccupante, cioè si abbassa troppo.

“Sono andato in rosso” vuol dire quindi “ho pochi soldi”.

Giovanni: chiaro!

Giuseppina: Poi se siete “al verde”, allora non ne avete per niente di soldi. In questo caso si può dire solamente “sono al verde”,

Giovanni: cioè non potete dire: “sono andato in verde”, ma solamente “sono al verde”

Giuseppina: e questo significa appunto che le vostre tasche sono vuote, per indicare che il vostro conto in banca è vuoto.

Giovanni: meglio essere al rosso che al verde allora!

Giuseppina: Quindi i colori sono indicativi della quantità di soldi che avete.

Se siete in rosso, o se siete andati in rosso (attenzione alla preposizione “in”) avete pochi soldi, se invece siete al verde, stavolta c’è “al” verde e non “in”, vuol dire che avete finito i soldi, non ne avete più.

Giovanni: facile!

Giuseppina: Questi due semplici colori sono i modi più usati per riferirsi ad un cattivo stato economico, ad una cattiva condizione economica.

Ma ce ne sono altre, molte altre, di espressioni.

Manel: infatti: c’è anche essere agli sgoccioli.

Sì, che è equivalente ad andare in rosso, ma in tal caso l’analogia è con l’acqua.

Giovanni: L’acqua come i soldi!

Giuseppina: quando il rubinetto sgocciola, cioè quando escono solo gocce dal rubinetto dell’acqua, solo piccole quantità d’acqua (plic, plic!) allora l’acqua sta per finire: siamo agli sgoccioli.

La stessa cosa possiamo dire se il nostro portafogli, o il nostro conto in banca, ha pochi soldi: siamo agli sgoccioli.

Giovanni: è un po’ informale, familiare.

Giuseppina: È più informale di “essere in rosso”, ma ugualmente utilizzata quando si parla di denaro. Essere agli sgoccioli però si usa anche per il tempo: “siamo agli sgoccioli”, se parliamo di tempo, vuol dire che manca poco tempo, che siamo quasi arrivati al termine ultimo temporale. È più generica come frase quindi: quando qualcosa sta per finire possiamo dire che siamo agli sgoccioli: posso parlare di soldi, di tempo, ma anche di pazienza.

Giovanni: sì, insomma, essere agli sgoccioli è come stare quasi per terminare qualcosa, qualunque essa sia

Poi c’è anche “essere in bolletta” che è anch’essa equivalente ad “essere in rosso”. Un po’ più formale come termine forse, essere in bolletta

Giovanni: ma è ugualmente utilizzato. Essere in bolletta è in teoria utilizzabile anche in forma scritta

Giuseppina: per manifestare le proprie difficoltà economiche.

Giovanni: poi c’è anche “non avere il becco d’un quattrino”.

becco_quattrino

Giuseppina: Questa espressione che hai appena detto è equivalente ad “essere al verde”: “non avere il becco d’un quattrino”!

Il quattrino è il denaro, indica il denaro, e il “becco”, cioè la bocca dell’uccello, si usa solamente per dare maggiore enfasi alla frase. Si dice anche “essere senza il becco d’un quattrino”: Vuol dire non avere soldi affatto. Si usa il becco per indicare che non si ha neanche una quantità minima di denaro. Non è una frase volgare, affatto, e lo dimostra il fatto che la frase è citata anche nelle dottrine linguistiche manzoniane.

Giovanni: addirittura!

Giuseppina: cioè è una frase usata anche da coloro che volevano difendere la lingua italiana ispirandosi al linguaggio di Alessandro Manzoni;

Giovanni: infatti.

Giuseppina: queste dottrine usavano la parola “becco” proprio per dire “non avere un becco d’un quattrino”.

Giovanni: Quindi potete usatela senza problemi: “non avere il becco di un quattrino”. Ma vediamo adesso una frase molto simile.

Giuseppina: Lo stesso significato ha anche l’espressione “essere all’asciutto”.

Giovanni: infatti

Giuseppina: L’analogia, ancora una volta, è con l’acqua: prima abbiamo visto essere agli sgoccioli, cioè avere quasi terminato i soldi, ora con essere all’asciutto indichiamo che i soldi sono proprio finiti: non ci sono più.

Manel: In tali casi si usano anche alcune espressioni più colorite.

Giuseppina: Sì, è vero, a seconda del tipo di analogia che si fa. Un esempio è “Essere alla frutta”. L’analogia qui è col cibo. La frutta è solitamente l’ultima portata del pranzo, o di un pasto in generale

Giovanni: infatti.

Giuseppina: quindi “essere alla frutta” vuol dire avere quasi finito di mangiare… quindi equivale a “essere agli sgoccioli”, “essere in rosso”, “essere in bolletta”.

Se poi parliamo di affari, quando si parla di aziende e di attività economiche, si usano due espressioni idiomatiche più delle altre.

Giovanni: infatti. E visto che questo è un corso di Italiano Professionale, possono interessare alcune espressioni legate al denaro. Qual è la prima Giuseppina?

Giuseppina: “Andare a rotoli” è la prima. Un’attività che va a rotoli è un’azienda che sta per fallire, che ha cominciato a rotolare, come una palla, verso il fallimento.

Giovanni: e poi?

Giuseppina: Anche “mandare all’aria” è altrettanto utilizzata quando si parla di aziende, di fallimenti e di affari. Si usa anche dire “mandare gambe all’aria un affare”. È facile capire che quando le gambe finiscono in aria non si è più in grado di camminare.

La nostra azienda è finita gambe all’aria quindi, e questo indica che la nostra azienda è fallita: non può più andare avanti, è finita gambe all’aria.

Giovanni: e se parliamo di un affare?

Giuseppina: Se si parla di un affare, si dice che l’affare è andato all’aria, o che è finito gambe all’aria, cioè è finito, non si fa più nessun affare, è saltato. Occorre iniziare tutto daccapo

Giovanni: quindi?

Giuseppina: quindi dobbiamo dire addio a quei guadagni, a quei ricavi, a quel denaro che potevamo guadagnare con quell’affare.

Il modo più informale per dire che un affare è andato male è però un altro:

Giovanni: sicura che lo vuoi dire Giuseppina?

Giuseppina: “mandare a puttane un affare”.

Giovanni: l’ha detto!

Giuseppina: Peggio di così non potete fare.

Giovanni: in effetti…

Giuseppina: Invece se volete essere il più cortese e delicato possibile, potete dire: “mandare a monte un affare”. Questa è un’espressione che se ricordate abbiamo già incontrato nella lezione n. 8, quando si è parlato di risultati. Come vedete gli argomenti si intrecciano, ed in questo caso si parla di problemi legati ai soldi, che ovviamente possono impedirci di ottenere dei risultati.

Comunque nel primo caso si usano quindi “le puttane”, cioè le prostitute, le donne che vendono il loro corpo in cambio di denaro, mentre nel secondo caso si usa “il monte”. Se quindi qualcuno vi chiede:

Manel: com’è andato poi quell’affare?

Giuseppina: Se l’affare è andato male, voi potete rispondere: “è andato a puttane!” Oppure “è andato a monte”. In entrambi i casi quello che state dicendo è che non è andato bene, è tutto finito, l’affare non si è fatto.

Quando poi le cose vanno male, ma proprio male, tato male che la persona convolta rischia la povertà, rischia di rimanere senza un soldo, allora si usa colorire ancora di più la frase.

Ad esempio se si finisce “con le pezze al sedere”, allora si finisce in povertà: le “pezze al sedere” sono le pezze sui pantaloni, le pezze sono dei pezzi di stoffa, che si attaccano, si cuciono, si mettono sui pantaloni vecchi, che sono consumati dal tempo, per coprire appunto le parti consumate, le parti usurate (a volte bucate).

Giovanni: ok ma perché si mettono le pezze al sedere?

Giuseppina: Evidentemente chi ha le pezze al sedere non ha abbastanza soldi per comprarsi un paio di pantaloni nuovi,

Giovanni: giusto!

Giuseppina: quindi finire con le pezze al sedere, significa finire in povertà, diventare poveri.

Giovanni: Se non vogliamo utilizzare questa frase colorita possiamo pensare che ce ne sono anche moooolto più colorite: come la frase: “Essere fregati” o peggio ancora “Essere fottuti”.

Manel: ma Gianni!! Non si dicono le parolacce!!

Giovanni: Eh, Lo so Manel, ma questa bisogna conoscerla!

Giuseppina: Si usa spesso nei film polizieschi e nei film western. Se dico “siamo fottuti” in generale vuol dire “siamo finiti”, cioè “non c’è più via d’uscita”, “non c’è più scampo”, “non c’è più nulla da fare”. Chi usa questa espressione (sono fottuto, o siamo fottuti) è una persona disperata, che si è appena accorta di aver fallito, di non aver più nessuna possibilità per recuperare.

Giovanni: Ma sul verbo “fottere” faremo una riflessione più avanti, quando parleremo di rischi, dei rischi delle espressioni.

Comunque abbiamo visto già un sacco di espressioni, che ne dite facciamo una pausa?

Giuseppina: va bene, allora finisce qui la prima parte della lezione n. 10, dedicata al “vile denaro” ed ai problemi relativi. Nella seconda parte vedremo, come anticipato all’inizio, un’altra categoria di espressioni sul denaro:

Giovanni: vedremo infatti cosa si usa dire quando le cose costano molto, quando cioè non sono molto economiche e quando abbiamo dei crediti o dei debiti.

Giuseppina: Vedremo quindi le frasi idiomatiche ed anche le semplici espressioni che si usano nei rapporti economici tra attività economiche, cioè tra aziende.

Vedremo infine i rischi nella terza parte, rischi che stavolta sono numerosi. Faremo alla fine un esercizio di ripetizione con le frasi imparate nel corso dell’intera lezione.

Manel: in questo esercizio parleremo di un affare tra due aziende

Giovanni: un affare in cui si parla, ovviamente, di soldi.

Giuseppina: È tutto per ora, un saluto a tutti.

Giovanni: ciao ciao.

Fine prima parte

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Le parole italiane più belle secondo gli stranieri

Audio

Trascrizione

Buongiorno o buon  pomeriggio  amici di Italiano Semplicemente e grazie di essere qui per ascoltare o leggere questo nuovo podcast, o episodio, e spero che il vostro apprendimento dell’italiano proceda nel modo migliore; nel frattempo per aiutare il vostro percorso verso questo ambizioso obiettivo oggi vi propongo di ascoltare  insieme un episodio inedito.  Vi propongo un episodio in cui verranno utilizzate le parole più belle, le parole italiane più belle, secondo l’opinione degli stranieri. Ci sono vari siti su internet che riportano la lista delle parole che piacciono maggiormente agli stranieri, non so esattamente come abbiano fatto ad estrarre questa lista di parole,  forse con dei sondaggi. In ogni caso questo mi ha dato l’idea di fare un episodio diverso.

Ebbene nell’episodio di oggi cerchiamo, anzi cercherò di usare la maggior parte di queste parole in un unico episodio, sperando di fare una cosa gradita al pubblico di italiano semplicemente.

Ho già iniziato ad usare qualcuna di queste parole, che a dire il vero non sono tutte conosciute da tutti gli stranieri, ed allora mi soffermerò a spiegare il significato di qualcuna tra queste.

Ad ogni modo per chi ascolta il file audio ogni volta che pronuncio una di queste parole sentirete un suono, lo avete già ascoltato qualche volta dall’inizio, e vi sarete sicuramente chiesti il motivo; un piccolo suono che vi segnalerà appunto che quella che segue al suono è una delle parole che appartiene alla lista. Quindi dopo il suono, dopo il piccolo suono sarà pronunciata la parola.

All’inizio avevo pensato ad una storia da raccontare,  una storia che contenesse  tutte queste parole, oppure avrei potuto farvi semplicemente un elenco, una lista di parole, ma sarebbe stato molto noioso.

Dunque devo dirvi che qualcuna di queste parole mi ha colpito veramente, perché in effetti non riesco a capire il motivo per cui piace agli stranieri.

Ed allora chiedo ai lettori ed agli ascoltatori di questo Podcast di fare un commento, di interagire con me per dirmi la loro opinione in merito, potete farlo commentando ad esempio su facebook, sulla pagina di Italiano Semplicemente. Basta cliccare sul link che inserirò anche sulla trascrizione di questo Podcast. Una di queste parole che mi ha colpito è “chiacchiera“. Difficile da scrivere e da pronunciare anche.

Questa parola, “chiacchiera”  infatti contiene una doppia “c”  ed anche due volte la lettera “h” che in italiano non si pronuncia  come sapete,  ma che quando è presente modifica il suono della lettera che la precede, infatti la parola “ci”  è diversa da “chi” ad esempio.

Questo rende la pronuncia della parola chiacchiera un po’ più ardua cioè difficile per uno straniero. Cos’è la chiacchiera? Si usa più al plurale a dire il vero: le chiacchiere sono le informazioni personali, le informazioni  che riguardano una persona, e che vengono raccontate dagli amici o dai conoscenti. Le chiacchiere sono le cose che vengono dette su questa persona, solitamente si tratta di cose non positive, di gossip, un termine anglosassone del tutto analogo a chiacchiere, e quindi le chiacchiere potrebbero anche non essere vere, potrebbero anche non corrispondere alla verità, potrebbero quindi essere solamente chiacchiere, niente di vero. In effetti generalmente non sono vere, ma qualcosa di vero qualche volta c’è.  Spesso però si tratta di un’opera di fantasia, di qualcosa di vero sul quale è stato aggiunto qualcosa in più per rendere la cosa più interessante.

In italiano quando accade questo, quando si modifica la realtà partendo da qualcosa di vero si dice che si ci si è ricamato un po’ sopra,  alla realtà,  che si è ricamato sopra a qualcosa di reale, di realmente accaduto. Ricamare è il verbo usato. Ci ha ricamato sopra, cioè ci ha lavorato sopra, sopra la realtà si intende. Non è una cosa gentile da fare sicuramente.

Allora perché si usa ricamare? Ricamare significa lavorare con l’ago, cioè seguire con l’ago su un tessuto dei punti decorativi seguendo un disegno.  Si può ricamare a mano ad esempio, si può ricamare una tovaglia; posso ricamare dei fiori su una maglietta ad esempio,  e ricamare é una attività più diffusa tra le  casalinghe.  Comunque le chiacchiere sono anche un dolce italiano. Un dolce che si prepara per le festività di carnevale. Queste di chiacchiere sono invece veramente buonissime.

Un’altra parola è “fagiolini”, proprio così, fagiolini. I fagiolini evidentemente sono molto buoni. Per chi non li conosce i fagiolini sono una varietà di fagiolo, un tipo di fagiolo, che ha la forma piuttosto sottile e allungato di colore verde scuro, come un piccolo coccodrillo ma ancora più piccolo, liscio, e un po’ più chiaro,  inoltre per crescere i fagiolini hanno bisogno di un clima non freddo, come il  pomodoro.

Infine c’è la parola “gattara“, molto curiosa,  che viene dalla parola gatto.  La gattara è, al femminile, il nome che viene dato ad una persona che si occupa di molti gatti, che dà da mangiare a molti gatti. Se l’attività principale di una persona è occuparsi dei gatti allora quando si parla di questa persona si dice la gattara. Solitamente si tratta di una persona anziana, quasi sempre di sesso femminile, ecco perché si dice gattara, al femminile e non gattaro, al maschile.

Altre parole curiose sono pipistrello  girasolemozzafiato. Il pipistrello è quell’animale notturno che somiglia ad un topo ma con le ali, e che dorme a testa in giù. Il girasole 🌻 è invece un fiore, un grande fiore che ha la particolarità di girare col sole, cioè di seguire il sole, il movimento del sole. Il girasole si chiama così perché si muove insieme al sole, e recentemente hanno anche scoperto il motivo, il funzionamento di questo movimento, fino ad ora sconosciuto. Il girasole è famoso anche per l’olio di girasole, l’olio estratto dal fiore usato molto in cucina.

Invece mozzafiato è un sinonimo di emozionante, molto emozionante, talmente emozionante da mozzare, cioè tagliare il fiato, cioè il respiro, talmente tanto emozionante che fa smettere di respirare: mozzafiato, che mozza il fiato. Se vedete qualcosa che giudicate  meraviglioso sicuramente quello è un episodio mozzafiato.

Alcune parole invece non mi stupiscono personalmente  ma mi hanno fatto ugualmente sorridere, non parlo di   bellissimo, e neanche di  bacio,  ma parlo  di  amoruccio, cioè di ciò che di può dire, in intimità, alla persona a cui vogliamo bene, amoruccio, cioè piccolo amore. Nel caso delle donne, amoruccio è una parola che potete dire al vostro principe azzurro, prima o dopo che gli avete dato un abbraccio o un  bacio. Potete dirlo però anche al vostro piccolo bambino, il vostro piccolo cucciolo, il vostro tesoro.

Bene credo di aver quasi terminato la mia  fantasia per oggi, nel frattempo si è fatto buio, ora mi vado a mangiare un bel pezzo di  torta, perché avverto nel mio stomaco un senso di vuoto. Oh, scusate mi suona il telefonino

Gianni: Sì…  pronto?

Ele: papà sei tu?

Gianni: Sì sono io  dimmi

Ele: papà quando sarai a casa?  quando sarai di ritorno a casa?

Gianni:  più tardi Ele,  adesso sto registrando un Podcast…

Ele: con italiano semplicemente?

Gianni: Sì  esattobrava,  ciao  Patatina.

Ele: ciao!

Ecco fatto! Scusate era mia figlia che aveva un po’ di nostalgia di suo padre.

Ora prima di terminare, vi propongo un esercizio di ripetizione in cui inserirò alcune tra le parole  preferite dagli stranieri ed anche alcune tra le più difficili da pronunciare:

Cantare

————

Farfalla

————

Stuzzicadenti (ripeti prima lentamente poi più velocemente)

————

Fagiolini

————

Chiacchiere (attenzione all’accento)

————

Mi raccomando lasciate un commento sulla pagina Facebook di italiano semplicemente dicendomi la vostra parola preferita ed il motivo.

Ciao alla prossima.

Ps: grazie per le vostre donazioni

Il combinato disposto

Audio

di Giovanni Coletta

Buongiorno amici. Oggi voglio spiegarvi una espressione che è molto di moda ultimamente. Se vi capita infatti di ascoltate la TV italiana o la radio italiana, una emittente qualsiasi, e ascoltate in particolare delle trasmissioni dove si parla di politica, di soggetti politici, cioè di attualità del mondo della politica, vi capiterà molto spesso di imbattervi in una espressione particolare: “il combinato disposto“.

Giusto per fare chiarezza: quando ci si imbatte in qualcosa vuol dire che si incontra qualcosa. Imbattersi è come incontrare, come se si stesse facendo un cammino ed improvvisamente ci si imbatte su qualcosa, cioè si incontra, qualcosa, inaspettatamente, qualcosa che non credevamo di incontrare.

Comunque se vi imbattete sull’espressione il “combinato disposto”… Allora ascoltate perché è questa l’espressione di oggi dunque, che mi appresto a spiegare oggi.

Se provate a cercare questa espressione su internet, ed in particolare se provate a cercare nella sezione news di Google, vedrete quanti risultati troverete. Dico di cercare nella sezione news di Google semplicemente perché così potrete leggere gli articoli in cui si parla di attualità.

il_combinato_disposto

Allora se proviamo a farlo leggerete frasi di questo tipo:

Il combinato disposto della riforma della legge elettorale e della riforma costituzionale fa sì che l’Italia sarà meno democratica

Cosa significa?

Allora cominciamo a dire che fino a poco tempo fa non si usava molto questa espressione. Ma è circa un anno che possiamo ascoltarla alla radio ed alla TV italiana tutti i giorni.

Intanto la parola “combinato” indica la somma di due o più cose: la combinazione di due o più cose. Il combinato: cioè la somma, l’unione diciamo, la combinazione. Se sommiamo due cose, se mettiamo insieme due cose, se cioè le combiniamo, se facciamo la combinazione di queste due cose, otteniamo un risultato che possiamo chiamare il “combinato“.

Possiamo parlare della combinazione di due avvenimenti, di due diverse cose accadute, della combinazione di eventi successi, generalmente è questo il modo di usare la parola combinazione, quando cioè si parla di due cose che si combinano. La parola combinazione si usa in realtà al posto della parola unione infatti, o somma, quando c’è di mezzo il tempo: ci si può incontrare per combinazione, cioè per caso, nello stesso posto e nello stesso momento: che combinazione!! si può esclamare quando ci si incontra tra due persone in un insolito posto.

Ma, potreste chiedervi, perché se è così semplice, perché se il concetto è così semplice, è ora così utilizzato questo strano modo di chiamare la somma, l’unione, la combinazione di due cose? Il combinato! Perché usare questa espressione?

La verità è che in realtà non ce n’era veramente bisogno, questo è il mio parere, ma si è voluta usare una espressione diversa, quando si parla di leggi: quindi l’unione di due norme, l’unione di due leggi. E allora si è unita una seconda parola: “disposto“, e la combinazione di due leggi è diventata: “il combinato disposto“. Ok, ma perché disposto? Cosa c’entra con le leggi? Cos’è il disposto?

Abbiamo capito finora che quando si parla di “combinato disposto” si parla sempre di leggi, di norme, di articoli di legge, che messe insieme determinano un certo risultato. Non basta però prendere una legge, un articolo di una legge, ma ne occorrono almeno due per fare un “combinato disposto”. Ok.

Da dove viene disposto? “Disposto” evidentemente viene da “disposizione“, ed in particolare dalla “disposizione normativa”, cioè dalla “disposizione di legge”. La disposizione è un altro modo di chiamare una legge, un modo più generico però. La legge, come qualsiasi altra norma, quindi in senso generico, si chiama disposizione normativa, e questo perché le decisioni di questo tipo vengono appunto disposte, si usa cioè il verbo “disporre“. E quindi una disposizione viene “disposta”. Cosa dispone una legge? Una legge dispone, ad esempio, che uomini e donne hanno gli stessi diritti, oppure una legge può disporre che vince le elezioni chi prende il maggior numero di voti, o una legge può disporre che la pena di morte viene abolita, eccetera. La disposizione quindi è ciò che decide la legge, il risultato della legge.

Quindi capite bene che “combinato disposto” è la combinazione di due disposizioni, cioè la combinazione, l’unione di due leggi, o di due articoli di due norme diverse. Anziché dire la combinazione delle due leggi x e y, si dice “il combinato disposto” delle leggi x e y. Cioè che è il risultato delle due leggi, cioè ciò che è il risultato delle due leggi considerate insieme: il risultato è ciò che è disposto, come se la legge fosse una soltanto e non due.

In questo caso la frase è molto di attualità in Italia perché da una parte c’è la legge elettorale, cioè la legge che stabilisce le regole su come eleggere il governo italiano, la legge che decide le regole che sono alla base della elezione del governo italiano, e dall’altra parte la riforma della costituzione, cioè la riforma, cioè il cambiamento, della legge fondamentale della Repubblica Italiana.

Allora, l’attuale legge elettorale italiana viene comunemente chiamata ITALICUM, e questa legge assegna ora molto potere al partito, cioè allo schieramento politico che vince le elezioni, che prende più voti dai cittadini; l’ITALICUM assegna più potere a chi vince rispetto alla legge elettorale precedente, chiamata PORCELLUM (noi italiani siamo molto creativi come sapete!).

In aggiunta, vi devo dire anche che nella seconda riforma, la riforma costituzionale, cioè nella riforma della Costituzione italiana, per dirla brevemente, viene dato più potere ad una delle due Camere, anzi, viene dato tutto il potere alla Camera dei Deputati.

Insomma, con queste due riforme, quella elettorale e quella costituzionale, messe insieme, combinate, sembra che il Governo abbia molto più potere di prima. Possiamo anche dire che combinando le due riforme il governo avrebbe un potere decisionale più forte rispetto a quello attuale.

Possiamo anche dire quindi che il combinato disposto della nuova legge elettorale e della riforma costituzionale dia questo risultato: più potere al governo eletto.

Mmmmm… Questo è un BENE oppure un MALE? E’ una cosa positiva? C’è chi crede sia positiva, ma c’è anche chi non la pensa così, chi crede che la cosa sia negativa e quindi che il combinato disposto delle due riforme sia una cosa negativa per l’Italia. Queste persone sostengono quindi che questo potere sarebbe eccessivo e in qualche modo minaccerebbe la democrazia.

Bene, ora a dicembre 2016 ci sarà il cosiddetto referendum, cioè ci sarà una consultazione dei cittadini italiani, e si chiederà agli italiani se sono d’accordo con la riforma della Costituzione, cioè con la seconda delle riforme di cui abbiamo parlato, quindi gli italiani si esprimeranno, voteranno, diranno il loro pensiero, quello che pensano a proposito di questa riforma costituzionale. Diranno cioè Sì, vogliamo la riforma, oppure No, non vogliamo la riforma costituzionale. Ed ora nelle TV italiane siamo in piena “campagna elettorale“: tutti i politici vanno in TV e dicono quello che pensano sulla riforma costituzionale: Ci sono quelli che sono d’accordo con il “Sì”, quelli cioè che vogliono la riforma, e questi signori sono quello che si chiama “il fronte del Sì“.

Poi dall’altra parte ci sono coloro che sono per il “No”, quelli che non vogliono cambiare le cose, e questi signori rappresentano il cosiddetto “fronte del No“.

Ebbene, il combinato disposto è l’argomento principe del “fronte del No” alle riforme costituzionali: coloro che voteranno “No” al referendum, e che vanno ora in TV a spiegare le loro ragioni, che vanno in TV a spiegare i motivi che sono alla base del loro “NO”, questi signori si appellano al cosiddetto “combinato disposto”.

Dicendo semplicemente queste due parole “combinato disposto” tutti ora sappiamo di cosa stiamo parlando: degli effetti negativi che deriveranno dalla riforma della legge elettorale e dalla riforma costituzionale; dalla combinazione di queste due riforme. Analogamente secondo il fronte del Sì il combinato disposto è un BENE, perché con un governo che ha più potere decisionale si possono prendere più decisioni e più in fretta.

Sapete che il linguaggio della TV è un linguaggio veloce, che deve puntare all’essenziale; ogni secondo è importante quindi utilizzare termini specifici e subito riconoscibili è a volte molto importante. Quindi parlare semplicemente di combinazione di leggi non è stato ritenuto sufficiente, perché si doveva ogni volta spiegare il soggetto: la combinazione di cosa? La combinazione della riforma elettorale e di quella costituzionale. Troppo lungo! Quindi è meglio essere più sintetici e coniare una nuova espressione, meglio introdurre una nuova espressione: “il combinato disposto”! Il combinato disposto è sembrato perfetto: non c’è bisogno di aggiungere altro. Fino a poco tempo fa si doveva specificare cosa veniva combinato, ora no, non è più necessario, ora è scontato.

Credo tra l’altro, questo lo dico al di là della spiegazione, che questo sia un argomento di attualità in tutti i paesi, in tutte le nazioni, non solo in Italia: meglio un Governo più forte oppure meglio sostenere le idee di tutti e prendere decisioni forse in tempi più lunghi ma più sagge e ponderate? Un bel dubbio! Non dimentichiamo poi che l’Italia non ha ancora dimenticato gli effetti della seconda guerra mondiale, dove il “governo forte” era quello del Duce, era quello di Benito Mussolini, che aveva tutto il potere a suo tempo, quindi capite bene come ci sia ancora la paura, in Italia, che ci sia un governo che abbia molto, troppo potere. Dall’altra parte però c’è anche chi sostiene che in Italia non cambiano mai le cose se non si prendono decisioni, anche se non siamo tutti d’accordo. Insomma è una bella lotta tra queste due differenti visioni politiche, e non è sicuramente facile dire “è meglio il sì”, oppure “è meglio il no”. Per ora in Italia ci sono moltissimi indecisi infatti: ci sono molte persone che non sanno cosa votare al referendum: sono indecisi.

Bene, spero che la mia spiegazione sull’espressione “il combinato disposto” sia stata sufficientemente chiara: credo che ogni tanto sia un bene parlare un po’ anche di attualità, per entrare un po’ nella cultura italiana.

Per terminare, vi dico che quella di oggi non è un’espressione che si usa in altri campi al di fuori delle leggi. Non potete dire ad esempio a vostro marito:

Il combinato disposto tra il tuo atteggiamento freddo che hai con me recentemente e il fatto che fai sempre tardi la sera mi fa pensare che hai un amante!

Questo non lo potete dire perché si capirebbe lo stesso ma farebbe un po’ sorridere. In questo caso dovete usare un’altra espressione, ad esempio: “Il fatto che” tu sei freddo con me eccetera.

Vi lascio alle vostre attività quotidiane, ci sentiamo prossimamente perché sto preparando la nuova lezione di Italiano Professionale dove si parlerà di soldi e dei problemi legati ai soldi. Tutte le espressioni che si usano quando si hanno problemi di denaro.

A presto.
Ps: grazie per le vostre donazioni

Tutti i modi per dire MOLTO o MOLTI

apprezzabilmenteAudio

Trascrizione

Ele: benvenuti su italianosemplicemente.com

Salma: Ciao a tutti, io sono Salma, una ragazza egiziana. Faccio parte dello staff di Italiano Semplicemente, ed oggi sono qui per dirvi che l’episodio di oggi è incentrato su tutti i modi di per dire molti:

A iosa, una cifra, un sacco, parecchio o parecchi, assai, aivoglia, un grande numero, una quantità rilevante, ragguardevole, tanti, una enorme quantità.

Un saluto e vi auguro un buon ascolto. Ciao!!

Ok, buongiorno l’episodio di oggi tratta di un argomento che credo possa interessare a tutti. Le espressioni di oggi infatti riguardano la parola “molti“, o “tanti” oppure “molto” Molti e tanti sono parole che hanno a che fare con la quantità. Quindi sono parole facili, che tutti sanno usare, e che si usano quando si parla di qualsiasi argomento.

Molti, o molte, o tante (se usiamo il femminile) significa, se ci riferiamo a qualcosa che contiamo, “più di uno“, se parliamo di oggetti, cose tangibili, cose che si toccano, o che si possono contare, oggetti materiali, ma non solo, l’importante è che possiamo contarli . Ma possiamo usare anche la parola molto, o molta, se parliamo di cose intangibili, cose non materiali, cose che non si toccano, o non si contano, ad esempio le emozioni, le sensazioni eccetera.

Vi faccio qualche esempio:

Ele puoi leggere qua?

  • ho molte cose da dire oggi;
  • sulla mia scrivania ho molte penne;
  • sulla tavola ci sono tanti piatti;
  • le parole del vocabolario italiano sono tante.

Oppure anche:

  • sei molto paziente con me;
  • oggi mi sento molto felice;
  • ho tanta voglia di vederti,
  • ho tanta strada da fare ancora per imparare bene l’italiano.

Bene, ma in italiano la parola molto, molta e molti possiamo in realtà sostituirla con altre parole. Ci sono molti modi di dire la stessa parola, la parola “molti” o “tanti”.

Quindi avete ascoltato mia figlia e anche Salma, che parla molto bene l’italiano, e che ci ha fatto una lista di parole utilizzate in Italia a questo scopo.

Non tutti questi termini sono però conosciuti dagli stranieri, e tantomeno sono termini che vi possono insegnare all’università, dove l’insegnamento è più concentrato sulla grammatica.

Ebbene oggi  quindi vediamo di spiegare quali parole possiamo usare al posto di molti, molto, molte.

Parliamo di cose tangibili prima: vediamo che la prima parola che potremo usare per sostituire “molti” è “parecchi“.

Parecchi è praticamente la stessa cosa che molti, solamente è più informale, più familiare, ma utilizzata lo stesso numero di volte in Italia, più o meno, rispetto alla parola molti.

E dire che ci sono dizionari online che, pensate un po’, non contengono la parola “parecchi”. Ho provato a cercare su un dizionario italiano online autorevole, molto famoso, importante e la risposta è stata: “Spiacenti, la ricerca non ha prodotto nessun risultato”.

Incredibile! Eppure la potreste sentite, ascoltare almeno 10 volte al giorno se vivete in Italia. “Parecchi” è dunque la stessa cosa, ma rispetto a molti è utilizzata solamente all’orale. Potreste trovare su internet documenti contenenti la parola parecchi, ma prevalentemente si tratta di chat, dialoghi, libri con conversazioni, e articoli giornalistici. Anche i libri possono contenere la parola parecchi, ma è sicuramente più raro rispetto a molti.

E’ più facile che troviate “parecchio” o “parecchia” al singolare, piuttosto che “parecchi” al plurale, ma mentre parecchio si riferisce a cose intangibili, parecchi si usa con le quantità, con gli oggetti.

Ad esempio posso dire:

  • mi sento parecchio malato – La malattia è intangibile-
  • ho parecchia pazienza con te – anche la pazienza non si conta –
  • ho parecchi oggetti sulla mia scrivania – anche gli oggetti si contano
  • la mia azienda ha parecchi clienti – i clienti si contano

Quindi il plurale si usa con gli oggetti e il singolare con ciò che non è tangibile. Ma perché usare parecchi? E perché usare parecchio? Se vi siete posti questa domanda avete fatto bene, e la risposta è che, semplicemente, è più informale rispetto a molti, e come detto è usato prevalentemente nella forma orale. Semplicemente questo. Nient’altro.

Bene, andiamo avanti dunque. Come avete ascoltato da Salma, ci sono molti, anzi, parecchi modi di dire MOLTI.

Vediamo l’espressione un bel po’. La conosci ELE? Fammi un esempi.

Ho un bel po’ di compiti da fare!

Salma non l’ha detta, perché ha fatto solamente degli esempi.

Comunque un bel po’ deriva da un po’. Un po’ significa “un poco”, cioè sembrerebbe esattamente il contrario di “molti”. Po’, con l’apostrofo, significa poco, e un po’, con “un” davanti, significa “un poco”, cioè “non molti”, “non un numero elevato”, ma un po’. Attenti, perché un po’  significa  non molti, ma significa anche “non pochi”. Non è facile da spiegare in realtà, perché dipende dalla frase e dal contesto, dal modo di usare questa breve espressione.

Se ad esempio chiedo ad una donna di 50 anni: Quanti anni hai? lei potrebbe rispondere: un po’!

Quindi quando si dice un po’ può darsi che non si vuole essere precisi, non si vuole dare un numero esatto, anche se lo si conosce. In questo caso però significa “non pochi”, non pochi anni.

Ma invece potrebbe darsi che non si conosca il numero esatto. Se chiedo ad esempio ad un lavoratore: Quante ore hai lavorato questo mese?

Se lui risponde:

Ho lavorato un po’ di ore in più rispetto al mese scorso

Un po’ di ore in più significa qualche ora in più, un numero imprecisato di ore in più, non so esattamente quante ore in più, ma qualche ora in più rispetto al mese scorso. Quindi in questo caso potrebbe essere 2 ore, 5 ore, 10 ore, non si sa, ma non è un numero elevatissimo di ore, quindi non significa molti, come nell’esempio di prima, il caso degli anni della signora.

Ma l’espressione era un bel po’.

Qui cambia tutto. Un po’, come abbiamo detto, è ambiguo, potrebbe essere “non molti”, oppure potrebbe essere “non pochi” come abbiamo appena visto, ma “un bel po'” è diverso. In questo caso significa molti, moltissimi.

Un bel po’ è abbastanza informale, usato all’orale, nei dialoghi, nelle conversazioni tra amici, colleghi, ma difficilmente lo troverete per iscritto e in dialoghi formali. Usatelo quindi tranquillamente su facebook, se parlate con italiani, con amici eccetera, ma evitate di scriverlo comunque. Questo è il mio consiglio su un bel po’.

Dunque, come un po’ ed un bel po’, anche “un sacco” è molto usata come espressione.

La conosci Ele?”

Ele: Sì

Puoi farmi un esempio?

Ele: mia cugina ha un sacco di bambole.

Quindi la cugina di Ele ha un sacco di bambole…

Un sacco” è usata soprattutto tra i giovani, ma non solo. E’ ancora più informale…

Ele: …

Cosa? Dimmi Ele.

Ele: Sacco in realtà ha due significati.

Perché?

Ele: perché c’è anche il sacco…

Ah, il sacco del contenitore…

Ele: sì!

Ah Ok. Dicevo che  è ancora più informale e familiare di un po’ e di un bel po’.

Potete sentir dire ad esemèpio:

  • questo posto è un sacco bello;
  • la tua nuova automobile mi piace un sacco;
  • la mia fidanzata è un sacco carina;

Quindi “un sacco” si usa nel linguaggio di tutti i giorni, prevalentemente tra i più giovani, gli adolescenti e i ragazzi in generale.

Ma come diceva Ele, il sacco è in realtà un oggetto, si tratta di un contenitore, un grande contenitore, usato per il grano. Giusto Ele?

Ele: sì.

Che ci possiamo mettere nel sacco?

Ele: il grano!

Poi?

Ele:…varie cose insomma.. soprattutto il cibo.

Tipo la farina…

Ele: eh, la farina…poi…

Quindi il sacco è un grande contenitore.

Ele: sì, fatto di stoffa!

Di stoffa, giusto! Ed è per questo motivo, perché è grande, che si usa la frase “un sacco”?

Ele: sì!

Per indicare una grande…

Ele: quantità?

Brava!

Inizialmente si usava solamente per le quantità, come per dire che “ho molte cose”, “ce ne ho un sacco, di cose”, “ho un sacco di cose” vale a dire che “potrei riempire un sacco”, “le mie cose potrebbero riempire un sacco, talmente ne ho”.

Ad esempio:

A casa ho un sacco di libri

il che non significa che a casa ho un sacco pieno di libri, ma semplicemente che a casa ho molti libri. Giusto Ele?

Ele: sì!

Poi si è utilizzato anche per le cose non tangibili, quindi ad esempio: “ho un sacco di pazienza”, “ci vuole un sacco di tempo per imparare l’arabo”, ad esempio.

Bene, abbiamo quindi visto tre espressioni informali, colloquiali, diciamo familiari, per indicare molti, o molto, o molta sia per gli oggetti, sia per le cose non materiali, come le emozioni, o sensazioni eccetera.

Se vogliamo esagerare, ed andare ancora di più sull’informale, si usa anche “una cifra“.

Tu la conosci Ele?

Ele: sì!

Fammi un esempio!

Ele: tipo… ho una cifra di oggetti in camera mia!

Anche questa è usata molto dai giovani, non solo da Ele: ho una cifra di compiti da fare oggi, sono una cifra di giorni che non ci vediamo, mi piaci una cifra (potete dirlo alla vostra fidanzata o fidanzato); ho una cifra sonno, quindi: ho fame una cifra, ho sete una cifra, eccetera.

La parola “Cifra“, da sola, indica un numero. Le cifre sono i numeri da 0 a 9. 1,2,3,4,5,6,7,8,9, quindi ciascuno dei segni con cui si rappresentano i numeri dallo 0 al 9 secondo il sistema di numerazione introdotto dagli Arabi. Questo  si chiama cifra. E posso dire anche che il numero 95 è composto da 2 cifre, il 9 è la prima cifra e il 5 è la seconda cifra. Ma la parola cifra si usa anche per indicare un singolo numero.

Ad esempio posso chiederti: quanto devo pagarti? dammi la cifra! O anche dimmi la cifra! Cioè dimmi la cifra, cioè dimmi il numero esatto, dimmi quanti soldi devo darti; quindi in questo caso la parola cifra indica semplicemente un numero, una quantità di qualcosa, soldi in questo caso.

Si usa anche dire “una bella cifra” se vogliamo dire un numero elevato. Ad esempio se io ti domando:

Quanti giorni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti? Se tu mi dici ad esempio: 200 giorni, io posso risponderti: “una bella cifra” sono 200n giorni!

Cifra è quindi una parola normalissima, usata in matematica e nel commercio per indicare le quantità. Non è affatto familiare quindi se usata in questo modo. Ma se dico “una cifra“: una cifra di qualcosa, come ho detto prima, in questo caso è molto informale, quindi fa parte del gergo, del dialetto giovanile.

Una bella cifra” invece è usata normalmente, è anch’essa informale e colloquiale, ma si usa molto più spesso anche in ambito lavorativo.

Un sacco e una cifra sono praticamente due espressioni del tutto equivalenti, usate dunque anche negli stessi contesti, nelle stesse frasi e dallo stesso tipo di persone, cioè i giovanissimi.

Se ci concentriamo sulle quantità, sugli oggetti, e sulle cose che si possono contare in generale ci sono delle semplici espressioni che possiamo usare al posto di “molti“, o “moltissimi” sia informali che formali:

  • un gran numero (nota: “grand” se la parola successiva inizia per vocale es: grand’uomo)
  • una quantità rilevante
  • una quantità ragguardevole – formale
  • una quantità considerevole – formale
  • una ingente quantità – formale
  • una grande o una enorme quantità
  • un numero di notevole entità di oggetti
  • una quantità cospicua di oggetti
  • una quantità non indifferente

Un grand numero” equivale a “un grande numero” (G-R-A-N-D) ad esempio:

Quest’anno ho acquistato su Amazon un grand numero di oggetti.

Ma posso ugualmente dire una grande quantità di oggetti, oppure una quantità rilevante di oggetti – rilevante significa che rileva, cioè di notevole entità, una quantità cospicua, una quantità ingente, cioè grande, considerevole, ragguardevole.

Considerevole vuol dire che si deve considerare, cioè una quantità che non può essere ignorata, perché è alta, è un numero elevato, non possiamo non accorgercene e far finta di nulla,  dobbiamo quindi Considerarla, dobbiamo tenerne conto. Ecco perché si dice considerevole. Si deve considerare.

Usando lo stesso ragionamento possiamo anche dire “una quantità non indifferente“.

Infatti se tale quantità è molto elevata, va considerata, quindi non possiamo rimanere indifferenti, perché se si rimane indifferenti vuol dire che il numero non è molto elevato. Qui di si dice che la quantità non è indifferente.

Ad esempio:

da quando è nato il sito italianosemplicemente.com sono stati realizzati un numero non indifferente di episodi,

Cioè molti episodi, circa 100 episodi, 100 podcast più o meno, che potete ascoltare. Che ne dite,  è secondi voi una quantità indifferente o è una quantità non indifferente di episodi. Io direi che sono molti episodi, quindi si tratta di una quantità non indifferente di episodi.

Mi sarebbe piaciuto farne di più, farne a iosa, ma ritengo che anche così siano un bel po’ di episodi.

Comunque la frase “non indifferente” in realtà significa solamente che è rilevante, che è considerevole, quindi proprio come rilevante e considerevole si usa non solo per gli oggetti e per le cose che possiamo contare, ma per qualsiasi altra cosa, anche le emozioni e le cose non tangibili che non ti contano e non si toccano. Posso dire che, ad esempio:

Mi sono impegnato molto, in modo non indifferente, per imparare il francese e l’inglese e mi sto impegnando in modo considerevole anche per imparare il tedesco.

Con tutti questi modi che ci sono per dire la parola molto e molti, potreste essere un po’ confusi e chiedervi: quale usare? posso usare sempre la parola molti?

Sì, lo potete fare, ma se poi vi capita di ascoltare un italiano che parla, sappiate che non esiste solamente “molti”. Non è insolito, non è raro l’utilizzo di “ragguardevole”, “cospicuo”, “considerevole”, “ingente” eccetera  ed ognuna di queste parole ha utilizzi particolari.

Ad esempio la parola “ingente” è molto usata quando si parla di danni, di danni procurati da un terremoto ad esempio:

Il terremoto ha provocato danni ingenti alle abitazioni

Cioè il terremoto ha provocato molti danni, dei danni considerevoli, dei danni ragguardevoli, ma si usa più la parola ingenti con i danni, perché una quantità ingente significa il massimo di quanto è consentito o di quanto è tollerabile. Quindi il terremoto ha provocato dei danni alle abitazioni, e questi danni sono stati ingenti, cioè non sono tollerabili, sopportabili.

Non si dà quindi solamente l’informazione di molti danni, ma si dice anche che sono dei danni oltre una certa misura, oltre la misura del tollerabile.

Lo stesso vale per la parola “sforzi”,  non solo per i danni.  Uno sforzo rappresenta una fatica, un gesto, una azione che si fa per raggiungere un certo risultato, e che può essere faticoso. Ebbene, quando si parla di sforzi,  ma di sforzi non fisici, cioè di azioni che non si fanno con il corpo, cioè usando i muscoli, i muscoli del proprio corpo ma usando altri strumenti si usa la parola ingenti.

Ad esempio se parlo di azioni politiche ad esempio o di azioni economiche, finanziarie, si dice spesso “sforzi ingenti“.

Ad esempio:

Questo paese, l’Italia ha compiuto sforzi ingenti per far parte dell’Europa.

Quindi l’Italia ha fatto molti sforzi, ha fatto sforzi ingenti, considerevoli, ragguardevoli, per entrare in Europa; è costato molto all’Italia entrare in Europa, quindi ha fatto sforzi ingenti.

Oppure posso dire:

Gli sforzi ingenti della classe dirigente del nostro territorio.

Oppure:

Sono stati compiuti sforzi ingenti per riuscire ad unificare l’Italia (cioè a rendere unita l’Italia). 

Quindi capite che la parola ingenti non fa parte del linguaggio quotidiano, ma più di quello giornalistico, di quello economico e finanziario,  quindi al telegiornale si sente spesso. Si usa spesso quando si ascoltano le notizie su ciò che accade nel mondo.

Allo stesso modo la parola “cospicuo” si usa maggiormente col denaro e con i soldi in generale: ad esempio:

Acquistare la mia nuova casa mi è costata una quantità cospicua di denaro (o una cospicua quantità di denaro)

Oppure si usa anche con la parola patrimonio, che indica la ricchezza posseduta da una persona o una società, ad esempio: quindi posso ad esempio dire che:

Io ho un cospicuo patrimonio immobiliare (cioè ho molte case))

Cioè ho un patrimonio immobiliare molto grande, cospicuo, che vale molto, molti soldi. Quindi cospicuo significa molto grande, non solo molto.

Quindi è vero che in generale potete sempre usare la parola molto, molti o moltissimi, ma a seconda di cosa parlate a volte conviene utilizzare altre parole.

Non sono finite qui le parole o le espressioni comunque, che potete usare. Vale la pena di citare alcuni termini particolari che si usano ugualmente con le cose che si possono contare.

Ad esempio il termine “multicolore” si usa con i colori: una maglia multicolore o un pantalone multicolore è un oggetto che ha molti colori.

Tu ce l’hai Ele una magia multicolore?

Ele: sì!

Ce l’hai?

Ele: sì sì.

Pantalone?

Ele: no!

Nessun pantalone multicolore! Va bene!

Ele: cioè di pochi colori!

Pochi colori, però è sempre multi!

Ele: sì!

Ok!

Ele: però tipo… due, tre!

Due tre colori.

Ele: ah no, è vero! Emmm… ma secondo te quel pantalone che ho arancione, blu e rosa, quello…

Eh sì, quello è multicolore: un pantalone arancione, blu e rosa è multicolore!

Analogamente con le forme si usa “multiforme“.

Ele: che ha molte forme!

Se un oggetto ha o può avere molte forme diverse, posso dire che nella mia vita ho visto dei oggetti di diverse forme, dalle diverse forme, quindi ho visto oggetti multiforme. Ma anche il mondo, posso dire, ha un aspetto multiforme, perché c’è il bene e c’è il male, c’è la guerra e c’è la pace eccetera.

In generale, se non voglio specificare che si tratta di colori o forme, ad esempio, posso semplicemente usare la parola “molteplice“, o “molteplici“.

L’oggetto ha colori molteplici; il mondo ha aspetti molteplici. Il tuo carattere ha aspetti molteplici, l’arcobaleno ha molteplici colori.

Passiamo ora alla parola ASSAI. La conosci Ele?

Ele: sì!

Che vuol dire?

Ele: che hai una grande quantità di qualcosa!

Brava! hai una grande quantità di qualcosa! Sempre “molti” significa quindi!

Ele: sì!

Non so se la conoscete – se l’avete mai ascoltata –  la canzone del cantante Lucio Dalla dal titolo Te voglio bene assai, che significa “ti voglio molto bene”. Quindi anche “assai” significa “molto”.

In questo caso è utilizzato per un sentimento: l’amore, ma in realtà è usato anche per gli oggetti e le cose numerabili.

Posso quindi dire “ti voglio bene assai”, o “ti voglio assai bene”, oppure anche: “al market ho comprato assai mele”, oppure “ho soldi assai, ho assai soldi nel portafogli”, cioè “ho molti soldi!”

Assai è molto antico e molto utilizzata a livello poetico e letterario. Ho cercato un po’ su internet e mi sono accorto che Carducci, Alessandro Manzoni,  Petrarca ed anche Leopardi usavano “assai” molto spesso nei loro componimenti, potremmo dire che lo usavano assai.

Ma quando usare assai?

Vi faccio qualche esempio per capire bene:

Leopardi scriveva:

è già assai quello che ho fatto per voi…

Quindi: è già assai, cioè è già molto, è già tanto quello che ho fatto per voi. In questo caso quindi si usa assai per dire “non poco”, “a sufficienza”, “quanto basta”. Quindi è come se l’utilità di usare assai è quella di superare un livello, di dire che il livello raggiunto è sufficiente per poter giustificare qualcosa, per poter dire qualcosa: è già assai quello che ho fatto per voi.. cioè “quello che fatto per voi supera una certa quantità”.

Petrarca diceva:

Non pianger piùnon m’hai tu pianto assai?

Quindi anche Petrarca utilizza assai per dire “a sufficienza“: “non hai già pianto assai?” cioè non hai pianto quanto basta? A sufficienza? Quindi “assai” significa che può bastare così, hai già pianto a sufficienza. Basta piangere!

Potrei anche dire “in abbondanza“, che ha lo stesso significato ma è meno poetico, sicuramente

Si usa spesso dire: “ha piovuto in abbondanza oggi” ad esempio, oppure “hai mangiato in abbondanza”, che è lo stesso che dire “hai mangiato assai”, “hai mangiato molto”.

Per tornare alla parola assai, ci sono alcune espressioni in cui la parola assai rende molto meglio l’idea di molto e di altri sinonimi di “molto”, perché “assai” indica anche qualcosa di non più sopportabile, è come se ci fosse un limite, come dicevo, che è stato superato. Dicevo prima assai è “a sufficienza”, ed allora posso anche dire – si usa molto dire:

averne assai di qualcuno o di qualcosa, cioè esserne stufo, esserne sazio, non volerne più sapere.

Ad esempio, se dico “ho mangiato assai! ” voglio dire che voglio smettere di mangiare. Si dice anche “ne ho assai di mangiare! “, è la stessa cosa!

Analogamente  se dico “io ne ho assai di te! “, voglio dire che non ne voglio più sapere di te, ne ho assai, cioè non ti sopporto più, non ti voglio più vedere. Attenzione quindi ad usare la parola assai, potrebbe costarvi caro!

Quando si parla di quantità, e quindi di oggetti, spesso si dice anche “in quantità”,

in_quantita

Se ad esempio ti domando:

Quante fragole hai mangiato? Se la tua risposta è: “ne ho mangiate in quantità”, allora dicendo in questo modo non stai specificando quante fragole hai mangiato, ma stai dicendo che ne hai mangiate molte, ne hai mangiate in quantità.

“In quantità” non si usa solamente col verbo mangiare, ma con qualsiasi verbo. La cosa importante da ricordare è che non state specificando la quantità esatta; è come dire “ne ho mangiate una quantità notevole”, “ne ho mangiate una quantità rilevante”, in questo modo però è più informale, più familiare.

È quindi come dire “ne ho mangiate in abbondanza”. In abbondanza equivale a “in grande quantità”, o “in gran quantità”.

Ne avete mangiate ancora di più se dite “in quantità industriale”, e la parola “industriale” si riferisce alla produzione industriale, cioè ai prodotti che si producono per fini industriali. Quando si produce per fini industriali, cioè per vendere alla massa, si producono una grande quantità di oggetti, quindi dire “in quantità industriale” vuol dire una enorme quantità, una quantità grandissima.

in_quantita_industriale

Di conseguenza un’azienda multinazionale produce in quantità industriale e voi potete anche dire, in analogia, che ad esempio, quest’anno avete acquistato una quantità industriale di arance, o che ne avete acquistate in quantità industriale, anche qui senza specificare la esatta quantità. Dovete ricordare però che “quantità industriale” si usa prevalentemente per gli oggetti, e soprattutto nell’ambito del commercio. Non potete dire quindi “ti ho dato baci in quantità industriale”, o meglio potete dirlo ma in senso ironico.

Infine vediamo ancora due modalità formali di dire molto. La prima parola è “sensibilmente”.

sensibilmente

La parola sensibilmente significa per mezzo dei sensi, coi sensi, tramite i sensi, ma in realtà è quasi esclusivamente utilizzata per dire “notevolmente”, cioè “molto”.

Sensibilmente quindi ha lo stesso significato di molto. È solo un po’ più forbito, più adatto ad un linguaggio giornalistico. Spesso capita di sentir dire: “i prezzi sono sensibilmente aumentati”. Questo significa che i prezzi sono molto aumentati, significa in particolare che i nostri sensi lo hanno percepito, hanno percepito la variazione dei prezzi, ci siamo accorti del fatto che i prezzi sono aumentati, i nostri sensi lo hanno percepito, quindi i prezzi sono sensibilmente aumentati.

Posso anche dire che i prezzi sono apprezzabilmente aumentati, o che sono aumentati in modo apprezzabile, il che non vuol dire che abbiamo apprezzato questo, che ci fa piacere che siano aumentati, ma che sono molto aumentati, in modo apprezzabile, in modo tale da farci accorgere dell’aumento.

apprezzabilmente

Quindi sensibilmente ed apprezzabilmente hanno lo stesso significato quando si parla di aumenti o diminuzioni sensibili o apprezzabili.

Sensibilmente equivale anche a “in modo sensibile” ed a “in modo apprezzabile”.

Una modalità un po’ più tecnica, e quindi più utilizzata in articoli scientifici è la frase “in modo significativo”, o “significativamente”.

in_modo_significativo

In questo caso si fa riferimento alla significatività di una variazione, e quindi alla significatività di un aumento o di una diminuzione. Non voglio scendere troppo nei dettagli di questo termine, basti dire che un aumento è significativo quando ha un significato statistico, quando cioè questo aumento non è casuale, ma quando invece ci sono delle ragioni, quando questo aumento è stato causato da qualcosa in particolare.

Generalmente “l’aumento significativo” è utilizzato in questo modo, ma in realtà si usa spesso in modo generico, per date alla frase un tono professionale, per far sembrare che chi parla sia un professionista, uno che ha delle competenze che gli permettano di giudicare se un aumento è un aumento sensibile oppure no.

Quindi se dico: “le vendite della nostra azienda questo mese sono aumentate in modo significativo”, vogli dire che solitamente le vendite non sono così alte, questo mese invece sono alte, e questo aumento è da imputare a qualcosa in particolare. Ad esempio nel mese di dicembre le vendite di beni alimentari in Italia aumenta in modo significativo, e l’aumento significativo delle vendite di beni alimentari è dovuto al fatto che nel mese di dicembre ci sono le vacanze di Natale, e durante le vacanze natalizie si acquistano molti beni alimentari. Quindi è questo il motivo che determina l’aumento significativo delle vendite. Non si tratta di un aumento casuale.

Analogamente se vi dico che le visite del sito italianosemplicemente.com stanno aumentando in modo significativo, questo ha lo stesso significato, ed evidentemente voglio evidenziare che i visitatori apprezzano il lavoro fatto.

Ma il termine significativo e la frase “in modo significativo” posso usarli anche in senso opposto. Posso quindi avere una diminuzione significativa delle vendite e delle visite, o dire che le vendite sono diminuite in modo significativo.

Vediamo l’ultima espressione di oggi, e questa è “a iosa“, che poi è la prima espressione citata da Salma all’inizio del Podcast.

Non credo che gli stranieri conoscano “a iosa”, perché è veramente una espressione particolare.  Non è molto diversa da assai, diciamo la verità. Però mentre con assai si pone l’accento sul limite, quel limite che è stato superato, come dicevo prima, quando invece diciamo “a iosa” l’accento non è sul limite che è stato superato, ma è sulla quantità elevata, “a iosa” vuol dire  in gran quantità, in sovrabbondanza; è come dire “moltissimi“, “in gran quantità”. Quindi non è proprio necessario, in realtà, utilizzare “a iosa”. Però se ascoltate qualcuno che utilizza questa espressione almeno sarete in grado di capire.

Spesso si usa col denaro: “averne a iosa”, “spenderne a iosa”, “distribuirne a iosa”, “devolverne a iosa” e quando dico un verbo che termina con “ne” (averne, spenderne, distribuirne, devolverne)  in questo caso mi sto riferendo al denaro, è scontato che sto parlando del denaro, che è il soggetto della frase. Posso farvi altri esempi se volete:

Se parlo di soldi posso dire: “Vorrei avere soldi a iosa”, cioè vorrei avere molti soldi, di soldi vorrei averne a iosa, ma posso anche parlare di altre cose. Ad esempio se voglio fare il pane, se voglio cuocere il pane e non conosco la ricetta, se non so come fare, posso dirvi che su internet “di ricette per fare il pane se ne trovano a iosa” cioè molte, ci sono molte ricette su internet per fare il paneoppure parlando di fan, cioè di seguaci su Facebook, Italiano Semplicemente ne ha già molti, ha già molti fan, ma vorrei averne molti di più, vorrei averne a iosa.

Bene, ora invece voglio spiegarvi la parola “aivoglia“, la conosci Ele?

Ele: sì!

Puoi anche dire Aivoglia!

La parola aivoglia si scrive tutta attaccata. Attenzione si scrive senza la lettera h. Non è “hai voglia”, senza h e si tratta di un’unica parola “aivoglia”.

Che significa aivoglia Ele?

Ele: aivoglia vuol dire… cioè ha lo stesso significato di assai! Insomma vuol dire che ne hai in grande quantità!

Ok!

La parola aivoglia si usa solo in un caso. Quando si usa?

Ele: quando….

Chi è, quello che fa la domanda o quello che risponde che dice aivoglia?

Ele: quello che risponde!

Quello che risponde, quindi si usa nelle risposte. Si tratta di una risposta secca, di una risposta di una parola. Questa è la risposta, ok, ma qual è la domanda?

Se io vi chiedo se ti piace Italiano Semplicemente, tutti voi potreste dire: aivoglia!

Cioè vuol dire: certo, mi piace molto. Aivoglia!

Anche con gli oggetti posso usare aivoglia.

Sei maggiorenne? Hai superato la maggiore età? Se questa è la domanda e avete 50 anni o anche di più potete rispondere così: aivoglia!! Cioè Sì, certo che sono maggiorenne, sono molti anni che sono maggiorenne. Aivoglia!

Quindi aivoglia significa sì, certo, ma è un “sì” riferito quasi sempre alle quantità, è un sì forte, è come dire, certo, altroché. Aivoglia è equivalente di altroché, ma aivoglia è più usato con le quantità: è come dire che quel famoso limite di cui parlavamo prima è stato superato di molto, non di poco.

Posso comunque usare aivoglia anche senza le quantità.

Se io ti domando: hai fame Ele?

Ele: aivoglia!

Oppure puoi rispondere: altroché!

Ele: oppure anche assai, molto!

Oppure puoi rispondere: aivoglia! Certo che ho fame, ho molta fame. Aivoglia è più breve.

Aivoglia ed altroché sono due esclamazioni quasi identiche, quasi dallo stesso significato, che si usano per dare delle risposte secche, di una sola parola: altroché! Aivoglia! Col punto esclamativo.

E non posso usare un tono basso della voce…. non posso dire aivoglia o altroché parlando normalmente: devo alzare un po’ la voce, devo evidenziare con la voce che è stato superato il limite, è stato di molto superato il limite. Da un sacco di tempo che ho fame, è ora di cena!

Bene ragazzi termina qui questa lunghissima lezione, molto lunga  spero non vi siate annoiati ed in questo  caso vi risparmio la ripetizione, per oggi non la facciamo.

Un grazie a Salma e ad Ele, che mi hanno aiutato con la loro voce.  Un saluto a tutti e continuate a seguire italianosemplicemente.com.

Hai qualcosa da dire Ele?

Ele: ciao!!! Ci vediamo alla prossima lezione!

Ci vediamo alla prossima lezione e vi lascio ascoltare la sigla finale che mi piace assai.

 Ps: grazie mille per le vostre donazioni

 

Italiano Professionale – Lezione n. 9: problemi e fallimenti

Descrizione della lezione

Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: come cercarli, evitarli, risolverli e gestirli. Quindici espressioni tipiche italiane: informali, formali e giornalistiche.

Lunghezza: 17 pagine

Durata prima parte: 21 minuti e 4 secondi

Durata seconda parte: 18 minuti e 28 secondi

Per scaricare la lezione occorre essere membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

Lezioni collegate: problemi sul lavoro 

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche sui problemi: cercarli, evitarli, risolverli e gestirli.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas: buscarlos, evitarlos, resolverlos y administrarlos.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes: comment les chercher, les éviter, les résoudre et les gérer.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions of problems: search it, avoid it, solve it and manage it.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير على المشاكل: تجنبها، حلها وإدارتها
russia Мы говорим о идиомы по проблемам: избегать их, решать их и управлять ими.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen: vermeiden sie, lösen sie und verwalten.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα: αποφυγή, επίλυση και διαχείρισή τους.

Prenota il corso: https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

Trascrizione

  1. Introduzione

Ciao io sono Giovanni.

Ramona: Ed io sono Ramona, benvenuti nella nona lezione di Italiano Professionale: lezione numero nove.

Nella lezione di oggi io e Ramona, ragazza libanese laureata in italianistica all’università di Beirut, oltre che membro della redazione di Italiano Semplicemente – spero che anche questo giovi al tuo curriculum Ramona! – vi illustreremo alcune espressioni italiane che hanno a che fare con i problemi: problemi, fallimenti, errori; e vedremo le emozioni collegate ai problemi e come le espressioni italiane siano in questo caso molto colorite. Poi nella seconda parte della lezione vediamo le espressioni che si usano quando non c’è più nulla da fare, quando cioè un problema non ha nessuna soluzione, cioè quando non si può più risolvere.

Ramona: anche qui la lingua italiana è molto varia in questo campo Giovanni.

Forse perché di problemi ne abbiamo parecchi in Italia. Comunque state tranquilli perché inizieremo dalle frasi più facili e come sempre spiegheremo tutto dettagliatamente.

Ramona: poi faremo anche il solito esercizio di pronuncia alla fine, non ce lo dimentichiamo.

Sì, infatti, ma prima dell’esercizio dobbiamo parlare anche dei rischi legati alla pronuncia ed all’utilizzo delle frasi. Anche questa è una cosa che facciamo sempre nelle lezioni di italiano professionale, perché nel lavoro fare brutte figure non è una cosa buona Ramona, e chi non si sente sicuro a parlare italiano, è bene che sappia non solo pronunciare bene una frase, ma anche sapere cosa succede se sbaglia la pronuncia. Molte volte può essere molto pericoloso. Vediamo dopo il perché.

Iniziamo allora a parlare di problemi Ramona. Sei d’accordo vero?

Ramona: sì, iniziamo, e dobbiamo dire che questa lezione è strettamente collegata alla precedente lezione, in cui si è parlato di risultati.

Hai ragione Ramona, se c’è un problema, il risultato sicuramente non arriva. Per ottenere un risultato occorre risolvere questo problema. Oggi quindi parliamo dei problemi ma parliamo anche di risultati che non arrivano. Che ne dici Ramona?

  1. Le espressioni sui problemi

Ramona: certo Gianni, non voglio sicuramente metterti i bastoni tra le ruote!

Mettere i bastoni tra le ruote è proprio la prima espressione di oggi.

Creare problemi. È questo il semplicissimo significato di questa espressione.

Sapete tutti che se mettete dei bastoni tra le ruote, e precisamente tra le ruote di una bicicletta, rischiate seriamente di cadere.

Ramona: sicuramente create un bel problema al ciclista!

Infatti, il ciclista non gradirebbe sicuramente. Questa frase è semplice e universale: potete sempre utilizzarla, in ogni circostanza; tutti vi capiranno e vi capiterà molte volte di ascoltarla proprio perché è diffusissima.

Se mettete i bastoni tra le ruote di qualcuno gli state quindi creando un problema, quindi è un’espressione che si usa quando è stato ben identificato il problema e soprattutto quando è chiaro il responsabile, la persona che ha creato il problema, cioè che ha “messo” i bastoni tra le ruote.

Quindi “mettere i bastoni tra le ruote” serve ad identificare il colpevole, l’artefice del problema: colui che ha messo i bastoni tra le ruote è la persona che ha creato il problema. Invece sulla persona penalizzata dal problema, la persona che ha subito il danno, e che quindi non potrà ottenere dei risultati, o avrà dei problemi ad ottenere dei risultati, cosa possiamo dire di questa persona? Ebbene, quando arriva, o capita un problema, e questo capita all’improvviso, senza preavviso, se il problema è abbastanza grave, si può dire che questo problema è “arrivato tra capo e collo”.

– spezzone musicale tratto dalla canzone ”mentre nevica” della rock band “Caminada”, contenente l’espressione “tra capo e collo”

Non importa chi sia stato a causare il problema, non importa chi sia il colpevole. Se è un grave problema, difficile da risolvere si dice che a questa persona sia arrivato un problema tra capo e collo. Il capo è la testa, la testa della persona; il collo invece sta immediatamente sotto la testa; il collo sostiene la testa.

Ramona: perché si dice così?

La frase ha a che fare con il dolore fisico. Immaginate di ricevere una botta, una bastonata ad esempio, o comunque un colpo, e di ricevere questo colpo tra la testa ed il collo, cioè esattamente dietro la testa e sotto la testa, cioè alla base della testa.

Evidentemente questo colpo è doloroso e quindi la persona che lo riceve potrebbe anche morire, e dà l’idea di una morte improvvisa, immediata, ed anche inattesa. Se qualcuno arriva da dietro e ci dà un colpo tra capo (cioè la testa) e collo noi non lo vediamo e quindi riceviamo una sorpresa.

Quindi quando si ha un grande problema inatteso, che ci prende alla sprovvista, di sorpresa, si dice che questo problema ci è arrivato tra capo e collo. Si può usare anche il verbo capitare: capitare tra capo e collo. Infatti se qualcosa “capita” dà più l’idea della sorpresa rispetto al verbo arrivare, rispetto ad “arriva”.

Ramona: Ok quindi finora abbiamo parlato di problemi ed i problemi impediscono di raggiungere dei risultati; ma poi non ci sono solamente i problemi. Non è solo per via dei problemi che non si raggiungono risultati. Infatti credo che un’altra cosa che impedisca di raggiungere risultati siano gli errori.

Gli errori. Hmmmm.. io non faccio mai errori… ok ok, anche io ne faccio, ma errare è umano.

Ramona: sì, errare è umano, ma perseverare è diabolico!

Infatti: errare è umano, perseverare è diabolico. Questa è la prossima frase, molto utilizzata dagli italiani. Errare è umano, quindi sbagliare è umano (errare = sbagliare). Tutti sbagliano, tutti possono sbagliare, quindi tutti possono fare errori; errare è umano, è nella natura umana. Ma continuare a sbagliare non va bene, non si può sbagliare sempre: si dice che perseverare nell’errore, cioè continuare a sbagliare, sia diabolico. Perseverare è diabolico significa che non è umano, ma è sovrannaturale, è come se ci fosse il diavolo, una creatura maligna. Se nell’errore, nello sbaglio c’è il diavolo, allora perseverare nell’errore è diabolico.

In altre parole, sbagliare è comprensibile, può capitare, ma se si continua a sbagliare, se si persevera nell’errore, questo è contrario alla natura umana, perché non ci si può non accorgere che si sta continuando a sbagliare.

Bene, perseverare è diabolico dunque, e cosa possiamo dire di quelle persone che creano spesso dei problemi e li creano a se stessi?

Vediamo un’espressione che si utilizza proprio per descrivere queste persone. Ramona ci sono persone particolarmente adatte a trovare dei problemi.

Ramona: Sì Gianni, questa è una dote particolare. Ci son persone che si vanno a cercare i problemi col lanternino.

Questa, cara Ramona, è una caratteristica di molti italiani.

Ci sono persone che non sono molto attente, neanche nel lavoro, e creano sempre problemi. Se non ci sono situazioni difficili, se le vanno a cercare. Si dice così. Chi “se le cerca”, o “chi se le va a cercare” è una persona che cerca i problemi. La parola “problemi”, anche se non compare nella frase, è scontata: “andarsele a cercare” si riferisce ai problemi: andare a cercare i problemi; andare a cercare i problemi per se stessi, infatti si dice “andarsele a cercare”. In particolare si dice: “cercare col lanternino”; “andarsele a cercare col lanternino”.

Il lanternino è una lanterna, cioè una luce, una luce però molto debole, che si usava qualche anno fa. Evidentemente era difficile cercare qualcosa col lanternino. Eppure c’è qualcuno che riesce a trovare dei problemi anche col lanternino.

Questa ovviamente è una frase ironica quindi, e si usa quando c’è qualcuno che persevera nell’errore e questi producono degli effetti negativi su chi compie gli stessi errori.

Ramona: Bene Gianni, adesso vediamo di andare avanti con le frasi idiomatiche, oggi stiamo battendo la fiacca!

Ramona ha appena utilizzato un’altra delle espressioni legate ai risultati. “Battere la fiacca”. Prima si parlava di errori. E si diceva che errare è umano. Battere la fiacca non è un vero e proprio errore. Battere la fiacca significa andare lentamente. Battere la fiacca significa anche “non ottenere molti risultati”, non essere molto produttivi. “La fiacca” è quel senso di debolezza, quel senso di “voglia di far niente” che a volte, nel lavoro può capitare.

– spezzone musicale tratto dalla canzone “capitano uncino” di Edoardo Bennato, contenente l’espressione “battere la fiacca” –

È una espressione di origine militare, ma ormai si usa spesso quando c’è qualcuno che ozia, cioè che lavora poco volentieri, che lavora controvoglia.

Può capitare che se stai al lavoro, e stai prendendo un caffè, un tuo collega ti incontri e ti dica:

“si batte la fiacca oggi?”

Molti italiani in effetti battono la fiacca quando sono al lavoro, altri invece lavorano molto bene. Battere la fiacca è molto colloquiale come espressione.

Quindi c’è chi sbaglia e continua a sbagliare, chi cioè persevera nell’errore, poi c’è chi lavora poco, cioè chi batte la fiacca. Questi sono due ostacoli al raggiungimento dei risultati.

Ramona: Ma non finisce qui. Infatti c’è anche chi non sa cosa fare. In questi casi abbiamo una frase ad hoc: “brancolare nel buio”

Brancolare nel buio. In effetti le persone che brancolano nel buio magari non sono persone che sbagliano, e non sono neanche persone che battono la fiacca. Però potrebbero essere persone che, non sanno cosa fare. Perché non sono preparate, oppure perché il problema che è capitato è molto difficile.

La frase brancolare nel buio si usa soprattutto quando c’è un crimine, un omicidio ad esempio, o anche un furto, e chi deve indagare, cioè la Polizia, che deve fare le indagini, oppure i Carabinieri, non sanno chi è stato, non sanno chi ha commesso il furto o l’omicidio, non sanno chi ha commesso il reato e non hanno nessuna traccia, nessun indizio. Allora si dice che la polizia brancola nel buio.

Il buio infatti è l’assenza di luce. Di giorno c’è la luce e di notte c’è il buio. Se tenete gli occhi chiusi vedete tutto nero, state nel buio quindi, e se provate a camminare nel buio, state esattamente brancolando nel buio. Quando camminate e non c’è luce attorno a voi, è normale camminare con le mani in avanti, perché potreste sbattere contro qualcosa. Ecco, questo è “brancolare nel buio”, e la polizia quando non sa cosa fare, si dice che brancola nel buio.

Ma non si usa soltanto con i reati, con i crimini, si usa in effetti anche quando c’è qualcuno che deve prendere una decisione e non sa proprio cosa fare. Questa persona è come se camminasse al buio: sta brancolando nel buio, sta cercando l’orientamento, sta procedendo con incertezza, si muove alla ricerca di una soluzione. Insomma, sicuramente non sta ottenendo alcun risultato.

Chi brancola nel buio può provare a fare qualcosa, ma c’è il rischio di sbagliare, di fare dei grossi errori. C’è il rischio di fare un bel buco nell’acqua.

Fare un buco nell’acqua. Questa è un’altra espressione simpatica. Un buco nell’acqua. Come si fa a fare un buco nell’acqua?

Un buco si può fare nel legno, nel ferro, ma anche nell’acqua. Se lo fate nell’acqua cosa succede? Succede che l’acqua immediatamente ricopre il buco, e il buco sparisce. Se ne deduce che fare un buco nell’acqua vuol dire fare qualcosa di inutile. Fare un tentativo inutile, che non serve a nulla.

In ambito lavorativo si fanno spessissimo buchi nell’acqua. Se avete un’attività e volete attirare nuova clientela con un annuncio pubblicitario, se l’annuncio pubblicitario non funziona per niente, avete speso dei soldi inutilmente e potete dire di aver fatto un buco nell’acqua.

Qualsiasi tentativo può rivelarsi un buco nell’acqua. Come potete immaginare questa è un’espressione utilizzata in ogni lavoro, più o meno importante.

Dunque vediamo adesso cosa succede quando non sapete a chi dare la colpa quando un problema vi impedisce di raggiungere degli obiettivi, di raggiungere dei risultati.

C’è dunque un problema, e spesso non sappiamo chi sia il colpevole. Chi è il colpevole? Chi deve pagare per aver procurato il problema?

Solitamente quando c’è un grosso problema e non si conosce il colpevole, si cerca qualcuno a cui dare la colpa, si cerca cioè il “capro espiatorio”.

Ramona: questa non è un’espressione molto facile Gianni

Ne sono consapevole, ma è interessante conoscere l’origine di questa espressione.

Il capro espiatorio era un capro, cioè un animale, una capra, stavolta utilizzato al maschile (capro) che veniva utilizzato anticamente, molti anni fa, durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme, ed il “capro”, questo animale, veniva mandato nel deserto e fatto precipitare da una rupe, da un precipizio, insomma veniva ucciso. In questo modo tutti i peccati commessi, è come se sparissero, i peccati sono stati perdonati da Dio grazie al capro espiatorio. Il capro aiuta ad espiare i peccati, dove espiare significa riparare ad una colpa scontandone la pena. Il capro pagava per tutti e pagava con la sua vita.

Cosa c’entra col lavoro?

Beh, il capro espiatorio, in senso figurato, è un individuo, o anche un gruppo, un’organizzazione, scelto per addossargli una responsabilità o una colpa per la quale può anche essere innocente. Quando si trova un capro espiatorio vuol dire che si trova qualcuno a cui dare la colpa, anche se la colpa non è la sua.

– spezzone musicale tratto da “Gemitaiz – Non ti rivedo più” contenente le frase “capro espiatorio”

Cosa diciamo quando arriva qualche problema nel lavoro?

Ramona: beh, se non è un grande problema possiamo dire che qualcosa va storto, altrimenti, in caso contrario, va tutto liscio.

Va liscio oppure va storto. Proprio così. Nel primo caso, se tutto va liscio, vuol dire che non c’è nessun problema. Si usa il verbo andare. Tutto va liscio, tutto è andato liscio, tutto andrà liscio, dipende dal contesto, se parliamo al presente, passato o futuro. Si dice che va “liscio” – una cosa è “liscia”, come ad esempio un pavimento, o una qualsiasi superficie, è “liscia” quando è piatta, quando non ci sono imperfezioni, increspature. Una superficie liscia è una superficie che se viene toccata non si sentono imperfezioni, non si sentono bozzi, buchi, o cose che pungono eccetera.

In senso figurato invece vuol dire senza difficoltà, senza problemi.

Si usa spesso con gli esami, con le prove in generale:

Come è andato l’esame di matematica?

Ramona: Molto bene grazie, è andato tutto liscio, tutto liscio come l’olio!

Brava, si dice infatti anche così: tutto liscio come l’olio, cioè senza nessuna difficoltà.

Se invece l’esame è andato male posso dire che è andato tutto storto!

Attenzione perché si usa dire “è andato tutto storto”, oppure “qualcosa è andato storto”. Raramente si usa dire “è andato storto”. È più facile che ascoltiate “è andata male”, o “è andato male”.

In senso ironico si può utilizzare un’espressione molto comune. Come va Ramona?

Ramona: tutto a posto e niente in ordine.

Tutto a posto, cioè tutto ok, equivale a “tutto liscio”, cioè “non ci sono problemi”: “Tutto è a posto”, e “niente è in ordine”. Due frasi dal significato opposto quindi, infatti tutto a posto è il contrario di “niente è in ordine”. È chiaro quindi che la frase si usa per scherzare. Evidentemente ci sono dei piccoli problemi e questi piccoli problemi causano dei malumori, quindi non possiamo dire che tutto è ok, che tutto è a posto, ma in fondo di problemi gravi non ce ne sono. Finisce qui la prima parte della nona lezione di Italiano Professionale. Nella seconda parte vedremo più da vicino le espressioni che si utilizzano quando, tutto sembra perduto, quando non c’è più nulle da fare. A seguire nella seconda parte vedremo i rischi legati alla pronuncia di tutte le espressioni viste nella prima e seconda parte e alla fine l’esercizio di ripetizione.

Ramona: un saluto dal libano

Fine prima parte

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Episodio musicale. Traduzione e spiegazione personale del testo della canzone “Faded” di Alan Walker

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici, allora oggi un episodio particolare, un episodio musicale. Infatti mi è stato chiesto di spiegare il significato di una canzone, il significato del testo  di una canzone molto famosa in questo periodo. Me l’ha chiesto Mohamed, via email. Un saluto a Mohamed, sperando che la spiegazione sia di suo e di vostro gradimento. Il titolo della canzone è FADED, del produttore norvegese Alan Walker, un dj norvegese di 18 anni, mentre la canzone è cantata da Iselin Solheim. Quindi oggi un episodio diverso dal solito, ma per gli amanti della music, per chi ama la musica e a chi piace imparare l’italiano della musica, questo può sicuramente essere un buon esercizio.

Ovviamente questo è un episodio dedicato a chi di voi ha un livello intermedio-avanzato della lingua. Oggi quindi cercherò di spiegarvi le parole di questa canzone e di darvi anche alcune informazioni di contorno, perché in qualche caso è necessario dire qualche parola in più, senza fermarsi al significato letterale. Nell’articolo troverete comunque pubblicata la traduzione di tutto il testo della canzone.

Allora, cominciamo dal titolo: FADED significa diverse cose in italiano. In questo caso la canzone dice I’m faded, che significa “sono svanito”, o “sono svanita”. Quindi chi parla dice di essere svanita, visto che la cantante è una donna. Cosa significa? Allora, “svanito” o “svanita” significa scomparsa, scomparsa lentamente. Quando si usa il verbo svanire, in italiano, ci si riferisce a qualcosa che scompare lentamente e definitivamente, qualcosa che prima esisteva, si vedeva, e poi lentamente scompare, sparisce, perde di sostanza.

Posso ad esempio dire “il rumore svanì lentamente”, cioè il rumore diminuì gradualmente, ha perso gradualmente di intensità, si è disperso a poco a poco.

Se è una persona a svanire, come in questo caso, allora in generale significa: non farsi più vedere in giro, sparire dalla circolazione.

Di conseguenza quando si dice nella canzone “You fade away” significa semplicemente tu svanisci, cioè “tu stai svanendo”, stai scomparendo lentamente, scompari nel nulla, ti dissolvi, ti stai dissolvendo. Si può anche usare il verbo “sfumare“. You fade away quindi è: tu svanisci, tu stai sfumando, stai svanendo, stai scomparendo, ti stai dissolvendo.

Ho cercato di entrare nella canzone per cercare di capire il messaggio. Spero di non dire cose sbagliate, ma a me è sembrato un brano tra realtà e fantasia, dove c’è una relazione tra due persone, una relazione che è sembrata come un sogno, come frutto dell’immaginazione.

Quando dice “Were you only imaginary. Where are you now?” cioè: eri solo immaginario? dove sei ora? Eri solo frutto della mia immaginazione? Dove sei ora?

Quindi si apre un paragone con Atlantide, la leggendaria città scomparsa sotto le acque. è esistita veramente oppure no? “Was it all in my fantasy” cioè “eri solo nella mia fantasia?”

Un testo quindi che è molto triste, che parla di un amore perduto, così bello da sembrare solamente immaginario.

Un amore intenso e passionale: “You set my heart on fire” cioè “Mi fai ardere il cuore”, “fai andare il mio cuore in fiamme: “on fire”.

C’è anche l’immagine di un mostro “The monsters running wild inside of me“, un mostro che “corre selvaggio dentro di me”; un mostro quindi, cioè tutte le sensazioni negative, tutto il malessere, la tristezza, la disperazione, una disperazione che sembra inarrestabile, cioè sembra non fermarsi, nessuno la può fermare perché è un mostro selvaggio “wild”, dentro di me “inside of me”.

Sembra però che il confine tra rassegnazione e speranza non sia ancora stato oltrepassato: dove sei ora? (“where are you?”) sei svanito? Ci sono molte domande nel testo: ma in realtà è sempre la stessa domanda: Dove sei? Dove sei ora? Dove sei adesso? (Where are you now?) e ci sono allo stesso tempo molte esclamazioni, che sembrano in realtà delle domande pronunciate però con tono di rassegnazione: stai scomparendo “You fade away“, eri solamente immaginario? “Were you only imaginary“. Anche quando dice “Another dream” cioè “un altro sogno” è una domanda oppure una certezza? realtà e immaginazione, dubbi e certezze. Di sicuro chi canta è perso, si sente perso “lost“, e si sente che lui stesso sta svanendo “I’m faded“, si sente così perso che sente che sta svanendo “so lost, I’m faded“: così persa che sta svanendo”.
Un messaggio quindi che può essere visto come negativo, come suggerisce il titolo della canzone, ma qualcuno potrebbe anche leggerci un messaggio positivo, infatti quando la canzone parla di queste acque basse mai incontrate prima “These shallow waters, never met“; acque basse, acque quindi in cui si riesce a toccare, perché sono basse, e poi aggiunge “what i needed“, cioè ciò di cui avevo bisogno. Quindi questo poter toccare con i piedi nelle acque basse è proprio ciò di cui avevo bisogno.
Una volta raggiunta la disperazione sembra quindi arrivare un messaggio positivo, e così poi la canzone continua dicendo “I’m letting go“, mi lascio andare, mi lascio andare in un tuffo più profondo “A deeper dive”, un tuffo in profondità, dove però riesco a resirare, perché “I’m breathing”, cioè respiro, “sto respirando” nell’eterno silenzio del mare “Eternal silence of the sea”, sto respirando e sono viva “Alive”.
Quindi questo passare dalla disperazione più profonda fino ad arrivare a capire che sono ancora vivo, è la cosa interessante di questa canzone, a mio modo di vedere. Sono molto curioso di sapere se la mia interpretazione del testo della canzone è o può essere condivisibile”.

immagine_faded

Una cosa è certa, è sicura: se avete modo di guardare il video, il video della canzone, il dubbio tra la disperazione e la speranza, tra il negativo e il positivo viene fugato alla fine del video. Il dubbio viene fugato perché si vede come il ragazzo tiene in mano l’immagine di una bella casetta, stampata su carta, una immagine che evidentemente rappresenta ciò che aveva sempre sognato, cioè che è stato inseguito da sempre, forse la sua relazione ideale, la sua donna dei sogni, così come lui la sognava. E durante tutto il video viene ricercata questa casa di cui lui aveva una stampa un po’ “andata” diciamo, un po’ malridotta, ma una bella casetta. Ebbene, In questa corsa infinita in solitudine in luoghi desolati, alla fine il ragazzo trova la casa dei sui sogni, ma non è esattamente come l’aveva desiderata. Infatti è molto diversa dalla sua immagine, quella che teneva in mano: Una casa senza alberi, abbandonata, di cui sembra esistere solamente la facciata. Una casa senza vita, di cui al massimo si può immaginare il passato. Una casa senza futuro.

Ed allora il foglio gli cade dalle mani, e anche chi aveva un briciolo di speranza, anche il più ottimisti, la persona più ottimista, capace di vedere qualcosa di positivo nel messaggio, credo rimanga deluso alla fine del video.

Per rimanere ottimisti quindi vi consiglio di non vedere il video ma ascoltare solamente la canzone. Nella speranza di aver aiutato qualcuno che era alla ricerca della traduzione in italiano del testo di questa bella canzone, come Mohamed, e nella speranza di aver bene interpretato la canzone, non essendo un critico musicale, mando un saluto a tutti ed un ringraziamento a chi continua a seguire italianosemplicemente.com. E mi raccomando: Restate ottimisti.

 Traduzione di “FADED”, di Alan Walker

 INGLESE

You were the shadow to my light
Did you feel us
Another Start
You fade away
Afraid our aim is out of sight
Wanna see us alive. Where are you now
Where are you now?
Where are you now?
Was it all in my fantasy?
Where are  you now
Were you only imaginary? Where are you now? Atlantis
Under the sea
Where are you now
Another dream
The monsters running wild inside of me
I’m faded
So lost, I’m faded
I’m faded
So lost, I’m faded.
These shallow waters, never met
What i needed
I’m letting go – A deeper dive
Eternal silence of the sea
I’m breathing
Alive. Where are you now
Where are you now
Under the bright
but faded lights
You set my heart on fire
Where are you now?
Where are you now? Where are you now?
Under the sea
Where are you now?
Another dream
The monster running wild inside of me
I’m faded
I’m faded
So lost, I’m faded
I’m faded
So lost, I’m faded
ITALIANO

Eri l’ombra della mia luce
Ci hai sentito
Un altro inizio
Svanisci nel nulla
Temo che il nostro obiettivo sia stato perso di vista
Vogliamo sentirci in vita. Dove sei adesso?
Dove sei ora?
Dove sei adesso?
Era tutto nella mia fantasia  (?)
Dove sei ora?
Eri solo immaginario. Dove sei ora?
Atlantide
Sotto il mare
Dove sei ora?
Un altro sogno
Il mostro corre selvaggio dentro di me
Sto svanendo
Così perduta, sto svanendo
Sto svanendo
Così persa, sto svanendo.
Queste acque basse, mai incontrate
Quello di cui avevo bisogno
Mi lascio andare
Un tuffo più profondo
L’eterno silenzio del mare
Sto respirando
Vivo. Dove sei adesso?
Dove sei ora?
Sotto la luce
Ma luci affievolite
Mi fai ardere il cuore
Dove sei adesso?
Dove sei ora? Dove sei adesso?
Atlantide sott’acqua
Sotto il mare
Dove sei ora?
Un altro sogno
Il mostro corre selvaggio dentro di me
Sto svanendo
Così persa, sto svanendo
Sto svanendo
Così persa, sto svanendo

 Ps: grazie per le vostre donazioni

 

La paura fa novanta, pezzo da novanta

Audio

Trascrizione

Membri della famiglia Italiano Semplicemente, un saluto da Giovanni, e vi do il benvenuto in questo nuovo episodio, in questo nuovo podcast di ItalianoSemplicemente.com. Ringrazio tutti del vostro interesse e dei vostri commenti sulla pagina Facebook, spero da parte mia, di esservi utile e di aiutarvi concretamente nell’apprendimento della lingua italiana. Scusate se a volte non riesco a rispondere personalmente ai messaggi su Facebook ma non sempre riesco a trovare il tempo. Ad ogni modo credo sia più produttivo sottolineare due cose, prima di iniziare la spiegazione di oggi.

La prima cosa è che queste espressioni, conoscere le espressioni idiomatiche Italiane è importante per conoscere la cultura Italiana, e difficilmente troverete queste espressioni in un corso di italiano convenzionale, dove lo studio della grammatica è al centro e non c’è spazio per le espressioni tipiche italiane. La seconda cosa, ancora più importante, a mio modo di vedere, è che per ogni espressione tipica italiana bisogna sapere come utilizzarla, in quali occasioni, se è informale o formale, se la potete usare in famiglia o in ufficio o col vostro professore di italiano. È bene sapere quindi anche in quali altri modi esprimere lo stesso concetto, per essere sicuri che stiamo usando bene l’espressione, altrimenti c’è il rischio di fare brutte figure, ed allora è meglio non conoscerla quell’espressione. Sul web ci sono altri siti o canali YouTube, anche molto interessanti,  in cui si spiegano le espressioni italiane, ma tutti questi siti spiegano solo una versione della frase, e si tratta sempre di espressioni familiari, che potete usare e tra amici e non con persone diverse o che non conoscete bene. È per questo, è anche per questo che nelle mie spiegazioni cerco sempre di specificare il contesto di riferimento. Ed è anche per questo che ho deciso di sviluppare il corso di italiano professionale, che potete trovare sul sito e in cui vengono spiegate,  tra l’altro, tutte le frasi che si riferiscono al mondo del lavoro, dalle riunioni, alle conferenze, al colloquio di lavoro,  a come trattare eccetera. Ma torniamo all’espressione di oggi.

L’espressione che ho scelto di spiegarvi oggi, anzi le espressioni di cui ho deciso di parlarvi oggi sono due. Si tratta di “pezzo da novanta” e di “la paura fa novanta”. Credo siano due espressioni interessanti da spiegare e da comprendere.

Queste due espressioni sono state proposte da Leonardo, che saluto. Leonardo mi ha inviato una mail attraverso il link che ho inserito nella pagina delle frasi idiomatiche, e ha scelto due espressioni che contengono la parola “novanta”, che è un numero, come sapete. Novanta è il numero che sta dopo l’ottantanove e prima del novantuno. Ma in Italia il novanta è un numero particolare; non è un numero qualunque.  Sapete infatti,  o forse non lo sapete, che esiste un gioco in Italia che si chiama “Tombola”, un gioco molto famoso.  Ora vi spiego come funziona il gioco della Tombola.

Ecco quindi che per spiegare queste due semplici espressioni contenenti la parola 90, il numero 90, occorre fare una premessa. Occorre spiegare il significato del numero novanta, cioè quello che rappresenta il numero novanta. Questo, inevitabilmente, ci fa entrare nella cultura italiana. Vediamo come quindi.

La tombola, dicevo, è un gioco, un tradizionale gioco da tavolo nato nella città di Napoli nel XVIII secolo, secolo che inizia nell’anno 1701 e termina nell’anno 1800 incluso. Il gioco della Tombola è un gioco in cui vengono sorteggiati dei numeri, vengono estratti dei numeri che vanno da 1 a 90, numeri compresi tra 1 e 90. La Tombola è la versione casalinga del gioco del lotto.

Probabilmente molti di voi conoscono il gioco del lotto ma non conoscono la Tombola.

Ebbene, questo gioco, famosissimo in Italia, è un gioco diffuso a livello familiare, infatti ogni Natale, durante le feste del Natale (che cade il 25 dicembre di ogni anno)  in quasi tutte e famiglie, soprattutto se ci sono dei bambini, si gioca a Tombola: ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si gioca tutti assieme a Tombola.  Questo avviene anche nelle feste di paese, dove si gioca a Tombola nella piazza del paese, di molti paesi almeno,  soprattutto al centro-sud. Dicevo che vengono sorteggiati, vengono estratti dei numeri, che stanno dentro ad un contenitore, all’interno di alcune palline. Nelle piazze dei paesi i numeri vengono sorteggiati e vengono urlati con l’aiuto di un megafono, in modo che tutti possano ascoltare.

tombola

Ogni persona, per partecipare al gioco, acquista una “cartella”, cioè un foglio, un foglietto, sul quale sono scritti 15 numeri, in tre file di 5 numeri. C’è poi una persona che estrae un numero alla volta dall’urna, dalla scatola, dal contenitore. Quindi man mano che escono i numeri, uno alla volta, questi numeri vengono detti ad alta voce: “cinque, ventidue, ottantasei” eccetera. Le persone che hanno acquistato una cartella controllano se la loro cartella, il loro foglio contiene il numero di volta in volta estratto. Quando una cartella contiene, su una delle tre file, il numero estratto, normalmente si appoggia un fagiolo sopra quel numero, oppure si fa un buchino sulla cartella con uno stuzzicadenti: diciamo che ci sono vari modi di segnare i punteggi. E quando si vede, quando si verifica, si constata, si appura che avete quel numero nella cartella si dice: “ce l’ho”, e mettete, appoggiate il fagiolo sul numero della vostra cartella di carta.

Quando si vince? Si vince quando qualcuno nella sua cartella riesce per primo, prima degli altri, ad avere due o più numeri in fila, cioè sulla stessa fila, su una delle tre file di ogni cartella: si fa quindi “ambo” (con due numeri), si fa terno con tre numeri, quaterno con quattro e chi ne azzecca cinque, tutti i cinque numeri di una delle tre file fa quella che si chiama “cinquina”.

Chi è poi molto fortunato riesce anche a “fare Tombola”. Fare tombola vuol dire utilizzare tutti i fagioli, tutti e 15 i fagioli, quindi vuol dire che tutti e 15 i numeri della cartella sono stati estratti. Ovviamente chi riesca a fare tombola lo strilla, lo dice a voce alta davanti a tutti non appena viene pronunciato l’ultimo numero: “tombola, ho fatto tombola!”

Chi fa tombola vince generalmente dei soldi, ma a prescindere dai soldi o dal premio che si vince, è un gioco molto divertente.

Questo gioco nasce a Napoli, come ho detto prima, ed a Napoli si danno molta importanza ai numeri ed al loro significato. Cosa significa? Significa che i napoletani hanno attribuito, hanno assegnato ad ogni numero, ad ogni numero da 1 a 90, uno specifico significato.

Quindi esiste un sistema di associazione tra numeri e significati, di solito umoristici. Ogni numero ha un suo significato. Per chi fosse interessato esiste anche un libro, che si chiama “La Smorfia”, che da secoli, da molti anni quindi, associa i sogni ai 90 numeri. Ogni numero ha un suo significato, ed ogni avvenimento, ogni sogno particolare, va tradotto in uno o più numeri.

Ebbene, il numero 90 (novanta) è associato alla paura. Allo stesso modo possiamo dire che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutta questa lunga spiegazione per arrivare a questo dunque.

Dunque la paura è il numero 90, e la paura fa 90. Questo è il senso proprio dell’espressione “la paura fa 90”. Inoltre vediamo che si usa il verbo “fare”: “la paura fa 90”.

Allo stesso modo infatti possiamo dire che 47 fa “morto che parla”, oppure che 42 fa caffè.

Quanto fa 40? Vediamo un po’… ah 40 fa noia!

Quindi questo significa che se sognate, se fate un sogno e sognate che il vostro caro nonno, morto tanti anni fa, si beve un caffè e vi racconta delle storie, allora dovete giocare al lotto i numeri 47 (morto che parla) e il numero 40 (caffè). Infatti 40 fa caffè e 47 fa morto che parla. Semplice vero?

“La paura invece fa 90”, ora avete capito che significa, letteralmente, che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutto qui. Ma questo è il senso proprio, quello letterale.

La paura fa 90 è però una espressione idiomatica, e questa espressione significa invece che con la paura si possono fare cose incredibili. Sotto lo stimolo della paura si fanno cose che sembrerebbero impensabili in condizioni normali.

Se quindi, ad esempio, siete rincorsi da un cane che vuole mordervi, riuscirete a correre molto velocemente, molto più velocemente del normale: la paura fa 90!

Potete usare questa espressione quindi ogni volta che verificate che con la paura si fanno coe incredibili.

Spero Leonardo sia chiaro il senso della prima frase: la paura da novanta!

Ora vediamo la seconda frase che contiene il numero novanta: “pezzo da novanta”.

Stavolta la tombola non c’entra nulla. Stavolta il numero 90 rappresenta la dimensione, cioè la grandezza, di un cannone. Il cannone è l’arma da fuoco che si usava per sparare sulle navi, un’arma normalmente molto grande (lunga circa 2 metri o giù di lì). Sembra che la larghezza della bocca del cannone, da dove cioè esce la palla di cannone, cioè il proiettile del cannone, si misuri in calibri, e il calibro di un cannone può variare: Nella seconda guerra mondiale esistevano i cannoni a calibro 88 che avevano i tedeschi, e pare che gli italiani possedessero, avessero anche una trentina di cannoni a calibro 90, cioè più potenti.

Esistevano quindi solamente trenta cannoni, trenta cannoni che avevano un calibro pari a 90.

Esistevano quindi solamente 30 pezzi da 90.

Qui occorre spiegare però anche il termine “pezzo”, che normalmente si usa per indicare una piccola quantità, una porzione di qualcosa, come un pezzo di pizza eccetera. Soprattutto nel mondo del commercio la parola pezzo non indica una porzione di qualcosa, ma il termine “pezzo” viene usato in questo caso per indicare una singola unità: un pezzo. Questo vale per qualsiasi cosa: Se voi acquistate un qualsiasi oggetto, e ne acquistate alcune unità, potete dire anche che avete acquistato “alcuni pezzi”. Il termine pezzo quindi non significa solamente “una porzione”, “un pezzo” come quando qualcosa si rompe e “va in pezzi”, cioè si distrugge in piccole porzioni più piccole. Il termine pezzo al singolare significa quindi una singola unità. Al plurale, se voglio acquistare sei bicchieri uguali posso dire alla commessa: scusi, vorrei sei pezzi di questo bicchiere! Cioè vorrei sei bicchieri di questo tipo, sei bicchieri uguali. Quindi quei trenta cannoni speciali, quei trenta cannoni che avevano un calibro 90, erano dei pezzi speciali, dei pezzi quasi unici, perché ne esistevano solamente trenta pezzi: esistevano pochissimi pezzi da 90.

Da allora la frase “pezzo da novanta” ha anche un senso figurato, e viene usata per indicare una persona importante: un pezzo da novanta è un personaggio importantissimo, come ce ne sono pochi al mondo.

Allora ad esempio se conosco il vice presidente di un’importante azienda, posso dire che quello è un pezzo da novanta di quell’azienda, cioè un uomo importante, che svolge un ruolo importante. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di un vero pezzo da novanta.

Qualcuno di noi, credo, potrebbe conoscere alcuni pezzi da novanta, in qualsiasi ambito. Io, fatemi pensare… dunque, non ho mai conosciuto pezzi da novanta della politica italiana, ad esempio, e non ho neanche mai conosciuto pezzi da novanta dello sport. Totti ad esempio è un pezzo da novanta del calcio italiano e mondiale, e mi piacerebbe molto conoscerlo. Nel mio caso non mi vengono in mente pezzi da novanta che io abbia mai incontrato o conosciuto personalmente.

Avete quindi capito che un pezzo da novanta è una persona importante, molto importante. Non per forza la più importante nel suo settore, ma una delle persone più importanti.

Quindi se ad esempio devo indicare una persona che ricopre un ruolo importante in una azienda ma non ricordo il suo ruolo, cioè non ricordo ad esempio se si tratta del direttore, del vicedirettore, del presidente o del vicepresidente, ma ricordo solamente che è uno importante, posso dire che è un pezzo da novanta, che questa persona è uno dei pezzi da novanta.

Pezzo da novanta è una espressione molto usata in Italia, usata soprattutto nella forma orale e quindi non molto raffinata come espressione. Si dice anche “essere qualcuno”. Se dico che mio padre è qualcuno nel tennis, ad esempio, vuol dire che gioca bene a tennis, che è una persona conosciuta. Essere qualcuno, se detta nel modo giusto, significa quindi essere una persona conosciuta, importante perché conosciuta, una persona rispettata perché importante. Anche questa espressione però è abbastanza familiare.

Se vogliamo esprimerci in modo leggermente meno informale possiamo usare la parola “calibro”, oppure, ancora meglio, possiamo usare la parola “spessore”: allora possiamo dire che una persona importante è un pezzo da novanta, se parliamo con amici, ma possiamo anche dire che questa persona è una persona di grosso calibro, o di un certo calibro, che vuol dire ugualmente un calibro elevato, un livello elevato; questo se parliamo con persone di cui abbiamo molto rispetto, o che non conosciamo abbastanza bene. Il senso è lo stesso però. Esistono persone di grosso calibro, ed anche persone dello stesso calibro, cioè dello stesso valore, della stessa importanza. Esistono poi delle persone che hanno un “elevato calibro morale”, persone cioè che han dimostrato nella loro vita di avere una forte moralità, un forte senso del dovere ad esempio, o elevato senso civico. Se quindi volete fare un complimento ad una persona che stimate molto per la sua correttezza ed onestà, che vi ha dimostrato in molte occasioni, potete dirgli che secondo voi è una persona di un elevato calibro morale.

La parola spessore, infine, può essere usata allo stesso modo: “Quella persona ha un elevato spessore morale”, oppure quella persona ricopre un ruolo di un certo spessore, perché magari è il direttore, o il vicedirettore, o il responsabile di una qualche attività.

Bene, sperando che anche voi un giorno possiate diventare persone di elevato calibro morale, se non lo siete già ovviamente, spero di essere riuscito a farvi capire bene il significato di queste due frasi “pezzo da novanta” e “la paura fa novanta”: se ci sono riuscito posso dire di essere un professore di un certo spessore, anche se questo non è esattamente il mio mestiere. Siamo dovuti un po’ entrare nella cultura italiana per capire bene, ed in effetti è questo il significato profondo di imparare una lingua: se imparate la cultura, imparare la lingua vi risulterà più facile. Spero di non avervi annoiato, ringrazio Leonardo per la domanda e tutti gli altri di essere così numerosi a seguire ItalianoSemplicemente.com.

Ora rispondete a voce alta ad alcune facili domande. Aspettate la domanda e provate a rispondere, così vi esercitate nella pronuncia: saranno delle domandine facili-facili.

La paura fa ottantanove?

No, la paura non fa ottantanove, la paura fa novanta!

La paura fa novantuno?

No, la paura non fa novantuno, la paura fa novanta!

Quanto fa la paura?

La paura fa novanta!

Ripetete ora:

Pezzo da novanta.

Quell’uomo è un pezzo da novanta!

Rispondete:

Ma chi è quell’uomo? Una persona di spessore?

Altroché! Quello è un pezzo da novanta!

Quel tizio è qualcuno nell’azienda?

Sì, lui è un pezzo da novanta! È uno di grosso calibro!

Ciao a tutti, e ricordatevi che tutti i fan di italiano semplicemente sono pezzi da novanta, almeno per me.

L’undicesimo comandamento: fatti i fatti tuoi!

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Descrizione 

Tanti modi diversi per dire la stessa cosa. Agli amici, ai colleghi,  in famiglia. 

– fatti gli affari tuoi

– non ficcare il naso 

– la cosa non la riguarda 

– non ti inpicciare 

– non ti immischiare 

– fatti i fatti tuoi 

– non amo le interferenze 

– non sia inopportuno 

Trascizione

Buongiorno a tutti, e benvenuti su un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi siamo qui per spiegare il significato di alcune espressioni molto usate in Italia. In particolare spiegheremo a tutti cos’è l’undicesimo comandamento.

Il comandamento, o meglio, i comandamenti, sono le regole, scritte sulle tavole della legge che, secondo la Bibbia, furono date da Dio a Mosè sul monte Sinai.

Ci sarebbe molto da dire in proposito, ma qui mi limito a dire che  per chi non conosce molto bene la religione cattolica, i dieci comandamenti sono le dieci fondamentali regole che ogni cattolico deve rispettare. Ci sono varie versioni dei dieci comandamenti, e nella versione cattolica questi comandamenti sono ben noti a tutti gli italiani.

Questi comandamenti, sono appunto dieci. Il loro numero è dieci:

  1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.
  2. Non nominare il nome di Dio invano.
  3. Ricordati di santificare le feste.
  4. Onora il padre e la madre.
  5. Non uccidere.
  6. Non commettere atti impuri.
  7. Non rubare.
  8. Non dire falsa testimonianza.
  9. Non desiderare la donna d’altri.
  10. Non desiderare la roba d’altri.

Questi sono i dieci comandamenti che ci insegnano a tutti da piccoli, diciamo dai 6 ai 10 anni, quando si frequentano le scuole elementari e durante l’attività di formazione, diciamo così, durante il catechismo (o catechesi) che si fa ai bambini prima di fare la prima comunione, uno dei principali sacramenti cristiani.

Ma prima avevo parlato dell’undicesimo comandamento! 

fatti_gli_affari_tuoi

Ebbene, sebbene l’undicesimo comandamento non esista ufficialmente, almeno non esiste nella religione cristiana, ebbene è una usanza nota a tutti gli italiani che l’undicesimo comandamento sia un’altra regola che tutti dovremmo rispettare. La regola che tutti dovremmo rispettare è la seguente: Pensa ai fatti tuoi! “I fatti tuoi”, o in generale “i fatti propri” sono le cose che ci riguardano personalmente, le cose che riguardano noi stessi. Quindi “i fatti miei” sono le cose che mi riguardano, mentre “i fatti tuoi” sono le cose che riguardano te. Allo stesso modo “i fatti suoi” sono le cose che riguardano lui o lei, cioè una terza persona. La stessa cosa vale per “i fatti nostri”, che riguardano noi,  “i fatti vostri” che riguardano voi ed infine “i fatti loro”, che riguardano loro, cioè delle terze persone.

“Pensa ai fatti tuoi,” significa quindi non pensare alle cose che non ti riguardano, non entrare, non interessarti delle cose che non ti riguardano, che cioè non riguardante, te stesso, ma invece riguardano qualcun altro, un’altra persona. Questo è quello che scherzosamente è indicato come l’undicesimo comandamento.

Ovviamente non si tratta di una regola religiosa, ma semplicemente di un modo di dire italiano.

Quando vogliamo dire a qualcuno che non deve pensare alle cose che riguardano gli altri, possiamo farlo appellandoci all’undicesimo comandamento, che recita appunto: pensa ai fatti tuoi!

Appellandoci vuol dire “fare appello”, cioè “richiamando”, “ricordare che esiste”, e dicendo “mi appello all’undicesimo comandamento” si vuole dire, scherzosamente, che esiste una regola, una legge, un comandamento (quindi una legge divina), esiste una legge alla quale mi appello, cioè una legge che va rispettata e quindi te la ricordo, come se fosse una vera legge; e questa legge alla quale mi appello dice che non devi pensare alle mie cose, ma devi pensare alle tue cose e basta: “mi appello all’undicesimo comandamento significa semplicemente: “fatti i fatti tuoi

Ci sono però  altri modi di dirlo. Ci sono altri modi simili per dire la stessa frase, per dire questa semplice frase. Ed è proprio questo l’argomento di oggi.

Il modo più diffuso è: “fatti i fatti tuoi“. Fatti i fatti tuoi significa “pensa ai fatti tuoi”, ed anche a “occupati dei fatti tuoi”, il verbo quindi può variare: fare, pensare, occuparsi.

Ma perché si dice “i fatti”? 

I fatti sono le cose che accadono. I fatti, cioè: ciò che accade, ciò che succede. Quindi i fatti tuoi sono le cose che accadono a te, le tue vicende: i fatti tuoi.

Comunque non solo può cambiare il verbo: fare, pensare, occuparsi: A cambiare può anche essere la seconda parte della frase. “I fatti” possono diventare “gli affari”.

Quindi la frase diventa:

Fatti gli affari tuoi, pensa agli affari tuoi, occupati degli affari tuoi.

Di queste versioni viste finora la meno offensiva è “occupati degli affari tuoi”, semplicemente perché “occuparsi” è un verbo un po’ più formale, meno usato di fare o pensare.

Se invece non vogliamo essere affatto delicati con la persona  cui ci rivolgiamo, e quindi vogliamo proprio offendere questa persona, colpevole di non essersi occupata degli affari propri, possiamo essere decisamente più offensivi.

Quindi possiamo dirgli di “farsi i cazzi suoi“.

“Fatti i cazzi tuoi” è la versione più offensiva, sicuramente. Può capitare a tutti di ascoltarla molto spesso, e quando la ascolterete la persona che parla, e che dice questa frase a qualcun altro, avrà probabilmente un tono di voce molto alto, perché la frase è una frase di sfogo, una frase con la quale ci si sfoga, si urla quasi, una frase con la quale si accusa la persona con la quale si parla di non aver rispettato l’altra persona. Se lo dico a mia sorella, le sto dicendo che mi ha mancato di rispetto.

Si usa molto in ambito familiare, o con gli amici, con le persone alle quali si vuole più bene quindi… essendo le persone più importanti per noi, sono quelle con le quali le nostre emozioni sono più forti, e quindi ci dispiace di più litigare con familiari e amici che con sconosciuti.

Infatti è molto offensivo anche

Con uno sconosciuto basta dire: “non sono cose che la riguardano“, oppure “non sono cose che ti riguardano“, a seconda che state dando del lei o del tu a questa persona.

Ci sono però anche altri modi di dire questa cosa. Ad esempio c’è: “non ti immischiare” oppure “non ti impicciare” e anche “non ti intromettere

Immischiarsi, impicciarsi ed intromettersi sono i tre verbi utilizzati in questo caso. Questi tre verbi hanno lo stesso identico significato. Quello che cambia è il contesto: intromettersi è più educato. Impicciarsi è il più familiare dei tre.

Ad esempio: “non ti intromettere in ciò che non ti riguarda”. intromettersi significa mettersi in, cioè entrare, quindi “non entrare in ciò che non ti riguarda”: è la stessa cosa. Volendo si può usare anche il verbo entrare.

La stessa cosa vale per immischiarsi e impicciarsi. immischiarsi viene da “mischia”, e la mischia indica se vogliamo un gruppo di persone coinvolte in una attività. Chi si immischia (doppia m)  si sta facendo gli affari di qualcun altro, non si sta facendo i fatti suoi. Il verbo immischiarsi si usa solamente in questo modo in italiano, cioè per indicare che qualcuno si sta occupando di affari che non lo riguardano, sta entrando in una mischia che non gli compete.

Il verbo impicciarsi è uguale? Ha lo stesso significato di immischiarsi? 

La risposta è sì, ha lo stesso significato, ma diciamo che impicciarsi è indicato maggiormente per sottolineare che questa persona sta dando fastidio, sta entrando in questioni che non la riguardano e facendo questo crea fastidio, crea intralcio: “Non ti impicciare!” è come dire: “fatti gli affari tuoi, sei fastidioso!”.

Quindi voglio sottolineare questo aspetto, quello del fastidio, del disturbo creato, dell’intralcio. Ma più o meno il verbo è equivalente a immischiarsi.

Quello che si deve ricordare è che esistono situazioni diverse in cui usare espressioni diverse, e quindi se non conoscete la persona è meglio che al massimo  diciamo qualcosa come “non ti intromettere”. Non possiamo esagerare con la confidenza,  ed evitate di dire “fatti i fatti tuoi”, o ancora peggio “non ti impicciare” o “non ti immischiare” che sono più familiari.

“Fatti i cazzi tuoi”  è invece da evitare sempre, ma è bene sapere cosa significhi perché capita spesso di ascoltare questa frase, anche in film polizieschi o commedie italiane.

Se vogliamo poi essere ancora più formali  possiamo usare varie forme, dando però  del lei (questo è importante se non conoscete la persona). Posso dire ad esempio:

La cosa non credo che la riguardi!

oppure

non credo che la cosa debba essere di suo interesse!

o anche

non vedo,  non capisco come l’argomento possa interessarle!

In tutti questi casi si sta dando del lei all’interlocutore, e non del tu. In alternativa, sempre in modo formale, potete esprimere i vostri sentimenti, ciò che provate e quindi potete manifestare che i vostri sentimenti sono stati offesi: come farlo?

Gradirei moltissimo se lei non si interessasse della questione!“: In questo modo state comunicando un vostro disagio. Ma lo state facendo in modo formale, distaccato.

Si può  anche dire: “non amo le interferenze!“, o, ancora più deciso, potete dire: “la cosa non la deve interessare!” o ancora più forte: “non sia inopportuno!“.

Inopportuno significa non opportuno. Ed opportuno significa appropriato, adatto, adatto ad una certa circostanza. Quindi voi non siete opportuni,  cioè se siete inopportuni, allora vuol dire che non state nel posto giusto, quindi è come dire, è come invitare la persona ad andare in un luogo più opportuno, ad occuparsi di cose più opportune.

“Non sia inopportuno” quindi è un invito a non essere inopportuno: “non sia” cioè “non essere”, ma non dimenticate che state dando del lei alla persona, quindi “tu non essere” diventa “lei non sia” inopportuno.

Inopportuno è molto usato nella lingua italiana ma ha più utilizzi diversi: una persona può essere inopportuna, ma anche un intervento, cioè ciò che viene fatto o detto da qualcuno può essere inopportuno. Se qualcosa o qualcuno è inopportuno, in poche parole, c’è qualcosa che non va, e la cosa a cui ci si riferisce sarebbe stato meglio non fosse accaduta, perché ha creato disagio, ha creato dei problemi.

Se quindi vi siete chiesti il significato della parola inopportuno,  la vostra domanda non è stata inopportuna!

L’ultima espressione di oggi è “ficcare il naso“. Ficcare vuol dire mettere, inserire, mentre il naso come sapete è la parte del corpo che serve per odorare. “Ficcare il naso” è lo stesso che impicciarsi, immischiarsi: è al stessa cosa. “Ficcare il naso” dà più l’idea di chi si sporge, di chi si intromette, come se una persona dovesse entrare in una stanza e inserisce la testa di nascosto nella stanza con la porta appena aperta. Quindi mette la testa, ficca la testa dentro, ma la prima cosa che entra è in realtà il naso, come per annusare, o per vedere cose che non dovrebbe vedere. Quindi l’espressione “non ficcare il naso in queste cose” ad esempio, vuol dire “non immischiarti”, “non impicciarti. Il naso è utilizzato in molte espressioni italiane.

Bene ragazzi,  possiamo dire che è opportuno fare un esercizio di ripetizione ora? Ebbene sì, possiamo dirlo! È molto opportuno,  ed infatti lo facciamo subito.

Ripetete dopo di me e, state attenti alla vostra pronuncia. Non saltate questo esercizio, mi raccomando, sarebbe veramente inopportuno.

Io mi faccio i fatti miei!

Tu ti fai gli affari tuoi!

Lui si fa i fatti suoi

Lei si fa i fatti suoi.

Noi ci facciamo gli affari nostri.

Voi fatevi i fatti vostri!

Loro si fanno i fatti loro!

La cosa non ti riguarda! 

Pensa ai fatti tuoi!

Occupati degli affari tuoi!

La cosa non ti riguarda!

Non ti immischiare!

Noi non ci impicciamo!

Non ficcare il naso nelle mie cose!

Credo sia abbastanza per oggi. Se volete ascoltate questo episodio più volte e venite a trovarci su italianosemplicemente.com.

Fatevi pure i fatti nostri, noi non ci offendiamo!

Ps: grazie di cuore per le vostre donazioni


> Tutte le frasi idiomatiche

 

Italiano Professionale – Lezione n. 8: risultati

Audio prima parte (17:42)

Audio seconda parte (49:06)

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 Trascrizione

1. Introduzione all’ottava lezione

Buongiorno e benvenuti all’ottava lezione di Italiano Professionale. Siamo arrivati alla lezione numero otto. Spieghiamo oggi le espressioni italiane utilizzate quando si parla di risultati, di obiettivi raggiunti o ancora da raggiungere. Questo è l’argomento di oggi.

Mohamed: oggi ci sono io a farti compagnia! Mi chiamo Mohamed e sono egiziano. Insegno italiano ad Alessandria.

Ciao Mohamed, benvenuto. Grazie a Mohamed che offre il suo contributo, quindi presta la sua voce per questa lezione di italiano professionale.

Dunque Mohamed, parlavamo di risultati. Le espressioni di oggi, che vedremo nel dettaglio, sono tutte relative ai risultati (goal in inglese). In ogni lavoro ci sono dei risultati da raggiungere, da ottenere, da perseguire ed è quindi questo un argomento che non poteva mancare in un corso di italiano professionale, dove cerchiamo di affrontare le situazioni comuni a tutte le attività; situazioni suddivise per argomento.

Questo argomento, quello dei risultati, è sicuramente uno dei più importanti e dei più specifici del settore lavoro. I risultati si sognano, inseguono, e poi si raggiungono, si ottengono, o anche si perseguono: questi sono i verbi più diffusi che si usano quando si parla di risultati: sognare, inseguire, raggiungere, ottenere, perseguire, ma ce ne sono anche altri come vedremo nella lezione.

Vi capiterà di parlare di risultati, di obiettivi, di sogni, e vi capiterà di andare nella giusta direzione oppure no. Ebbene, nella lingua italiana esistono molteplici espressioni, anche idiomatiche, quindi con un doppio significato (significato letterale e figurato); espressioni che si adattano a descrivere ognuno un aspetto diverso riguardo a questo argomento.

Vediamo oggi queste espressioni insieme a Mohamed.

Mohamed: si tratta di molte espressioni Gianni, tutte diverse tra loro.

Molte espressioni diverse, infatti!

Mohamed: per semplicità, forse è meglio dividere queste espressioni in gruppi. Giusto Gianni?

Sì, infatti abbiamo pensato che è bene fare una classificazione. Così all’inizio vedremo un primo gruppo di espressioni che si riferisce alle frasi che si usano prima di aver raggiunto i risultati, in una fase precedente. Poi vediamo un secondo gruppo, dove collocheremo le frasi più utilizzate che si usano durante, oppure poco prima di aver ottenuto dei risultati, poco prima del traguardo diciamo, e infine il terzo ed ultimo gruppo, dedicato al dopo. Diciamo una suddivisione temporale. Essendo molte frasi abbiamo pensato di utilizzare questa pratica suddivisione. Vedrete che in questo modo sarà anche più facile riuscire ricordare le singole espressioni. In ogni caso avrete bisogno di ascoltare la lezione molte volte per poterle memorizzare completamente.

Nella seconda parte della lezione vedremo anche espressioni che si usano quando non si riesce a raggiungere dei risultati: quando i risultati cioè non arrivano.

Dopo la spiegazione, vedremo se ci sono, tra tutte le frasi viste, delle espressioni rischiose, rischiose nella pronuncia o anche nel contesto in cui ogni singola espressione va utilizzata. Vedremo allora quali evitare e quali usare in contesti istituzionali.

Alla fine concluderemo la lezione con un dialogo finale e con un esercizio di ripetizione.

Mohamed: Io e Gianni interpreteremo due personaggi che parleranno prima, durante e dopo i risultati: voi dovrete ripetere ognuna delle frasi dopo di noi.

Infatti ci sarà un dialogo e due personaggi, interpretati da me e Mohamed. Io e Mohamed saremo due dirigenti di una stessa azienda, un’azienda di scarpe italiane, che produce scarpe italiane, che discutono della stagione autunno-inverno. In questo dialogo useremo tutte le espressioni spiegate in questa lezione.

2. Pronti, partenza e via: verso i risultati!

Dunque abbiamo appena iniziato la nostra attività lavorativa: le cose vanno bene. Non abbiamo ancora ottenuto risultati, ma i primi risultati sono positivi. In questo caso possiamo utilizzare diverse espressioni.

La frase più semplice è: “andare alla grande!”. Andare alla grande vuol dire che le cose vanno bene; abbiamo iniziato bene. Il verbo andare è appropriato e adatto, perché indica una direzione ed un movimento: si sta andando, si sta procedendo, in una direzione. E qual è la direzione? “Alla grande” ci dice che questa direzione è quella giusta!

Alla grande significa semplicemente “benissimo”. Se chiedo a Mohamed: come va col tuo nuovo ristorante? Fai buoni affari?

Mohamed: Sì, vado alla grande, grazie!

Vado alla grande!” è molto usato ed è una espressione abbastanza informale, usata tutti i giorni tra persone che si conoscono. È informale, quindi, non è adatta a situazioni più importanti.

Ovviamente se parlo al plurale, se faccio cioè riferimento a più persone, si dice: “andiamo alla grande!” Oppure “vanno alla grande!” se mi riferisco a delle terze persone, ad un gruppo di persone a cui non si appartiene.

Ci sono alcune frasi analoghe ad “andare alla grande”. Una di queste è “Andare per il verso giusto”. Questa è più formale, adatta anche alla forma scritta: anche in questo caso si vuole dire che si è iniziato bene, sia sta andando verso la giusta direzione, anzi, il giusto verso: “Andare per il verso giusto”. La direzione infatti ha due versi, due versi opposti, e quello intrapreso, il verso intrapreso, è il giusto verso, o il “verso giusto”. Si sta utilizzando una rappresentazione, diciamo, geografica, geometrica, come se vi doveste recare, come se doveste andare in un luogo e doveste prendere una strada che porta in quel luogo. Quel luogo è il risultato da ottenere, e voi state andando verso quel luogo, ma non lo avete ancora raggiunto.

Ad esempio gli ascoltatori di questa lezione stanno andando nel verso giusto se vogliono ottenere una conoscenza della lingua italiana adatta ad un ambiente di lavoro.

Un’altra espressione simile, perché anch’essa adatta a contesti anche formali è: “andare a gonfie vele”.

In questo caso si utilizza l’immagine di una barca a vela, cioè di una barca, di un’imbarcazione, che non ha un motore, ma si muove grazie a delle vele, grazie al vento che gonfia le vele; le gonfia perché le riempie d’aria, e le vele diventano così “gonfie”. Se c’è molto vento la barca si muove velocemente; se invece non c’è vento, allora la barca, non avendo un motore, non si muove, non va avanti.

Ebbene, questo è probabilmente il miglior modo per esprimere che state procedendo molto bene, senza problemi, nella giusta direzione. Siete sospinti dal vento, ed ovviamente questa è un’immagine, un’immagine molto adatta e molto elegante da utilizzare: andare a gonfie vele.

Quindi “andare a gonfie vele” e per il verso giusto sono due espressioni adatte entrambe anche ad un contesto formale: le vele gonfie indicano che state andando benissimo. “Andare per il verso giusto” è meno ottimistica come frase, ma ugualmente positiva.

Mohamed: non mancano poi altre espressioni molto informali che utilizzano un’immagine per dire che tutto va bene.

Sì, “andare a tutto gas” è una di queste. L’immagine qui è quella di un veicolo a motore. Non c’è la vela quindi, ma un motore. Dove c’è un motore, come su una macchina o su una moto, c’è un combustibile che lo alimenta. Questo combustibile può essere la benzina, può essere il gasolio, eccetera; ma in questa frase si usa “il gas”, ed il gas nella frase rappresenta il combustibile, qualunque esso sia. Nelle macchine c’è il pedale dell’acceleratore, nelle moto c’è la manopola, perché si accelera con le mani e non con i piedi. Sia guidando una macchina che guidando una moto possiamo quindi accelerare: si può dire, anziché accelerare, “dare gas”. Si può dare più gas oppure si può dare meno gas, a seconda se si vuole accelerare o rallentare. E si può “andare a tutto gas” se si vuole andare alla massima velocità possibile, quindi premendo col piede il pedale al massimo nella macchina, o girando la manopola al massimo nella motocicletta, nella moto.

Chi “va a tutto gas” quindi va al massimo, “va a gonfie vele”. Le due frasi sono identiche ma adatte a due contesti diversi: il gas è informale, le vele sono più eleganti.

Andando dall’informale verso il formale, ci sono poi altre espressioni: “andare a tutta birra”, del tutto analoga come frase rispetto a “andare a tutto gas”. Sia il gas che la birra in effetti appartengono più al linguaggio giovanile ed a argomenti attinenti al tempo libero, e non al lavoro.

Lo stesso si può dire per “andare a tutto spiano”.

Mohamed: Questa però è più difficile da spiegare. Cos’è lo spiano?

Dunque, andare è anche qui il verbo utilizzato. La preposizione “a” è presente anche qui. “Tutto spiano” equivale a “tutta birra”, ed anche a “gonfie vele”. Cos’è lo spiano mi hai chiesto?

È talmente normale usare questa espressione per gli italiani che nessuno probabilmente sa cosa sia lo spiano. Ho fatto quindi una ricerca in proposito, caro Mohamed, ed ho scoperto che lo “spiano” si usava a Firenze, nell’antichità: si usava nei forni, dove si cucina il pane. Lo spiano era una certa quantità di grano col quale si fa il pane, lo spiano era quindi una quantità di grano. C’era anche il mezzo spiano, che era ovviamente la metà. C’era quindi il “tutto spiano”, e c’era il “mezzo spiano”. Se si lavorava “a tutto spiano” si faceva quindi il massimo del lavoro. Oggi l’espressione è usata in tutti i lavori e non solo nel forno, dove si fa il pane. E non solo nel lavoro poi!

Posso lavorare a tutto spiano, ma posso anche mangiare a tutto spiano, posso correre a tutto spiano, divertirmi a tutto spiano.

Anche questa è un’espressione familiare.

Mohamed: Ancora più difficile sarà spiegare l’espressione “a spron battuto”.

Mi stai veramente mettendo in difficoltà, Mohamed!

A spron battuto” è credo l’espressione più difficile da spiegare finora.

Il senso però è quasi identico a quello visto finora: procedere bene, andare bene, aver iniziato bene anzi, benissimo direi. Come ”a gonfie vele”.

Le due frasi “a gonfie vele” e “a spron battuto” si possono usare anche con altri verbi, non solo con il verbo “andare”: posso dire “Procedere a gonfie vele”, o “proseguire a gonfie vele”.

Analogamente posso dire “andare a spron battuto”, ma anche “procedere a spron battuto”, “proseguire a spron battuto”, “andare avanti a spron battuto”. Posso anche dire “lavorare a spron battuto”.

Però quando si dice “a spron battuto” c’è anche l’idea della velocità, della fretta, e non solo del buon risultato. Quindi si usa anche dire “allontanarsi a spron battuto”. A spron battuto quindi è anche come dire “subito”, “velocemente”. Invece “a gonfie vele” contiene solamente il risultato, la velocità sì, ma legata al risultato.

In ambito bellico, quindi in caso di guerre, di battaglie, si usa dire che un esercito si è “ritirato a spron battuto”, per dire che si è ritirato in massa, e con velocità.

Ok ma cos’è lo spron battuto? Ebbene lo spron è lo sperone, che è quel pezzo di ferro, o di acciaio, che si usa con il cavallo per farlo correre, per farlo andare più velocemente. Lo sperone è attaccato allo stivale del piede, e se si punzecchia il cavallo con lo sperone, il cavallo avverte del dolore e aumenta la velocità. Lo sperone si batte quindi sul cavallo, quindi lo sperone è battuto sul cavallo. “A spron battuto” vuol dire quindi “ a sperone battuto”. E se si va, se si procede “ a spron battuto” si procede velocemente. L’immagine del cavallo quindi è analoga all’immagine della vela, o della macchina a gas. Si sta comunque andando velocemente nella giusta direzione. Credo che a spron battuto si possa sempre utilizzare, ma si trova un po’ in mezzo alle espressioni viste, quindi è adatta a tutte le situazioni, ma di più a quelle informali. Utilizzatissima anche questa espressione.

Finisce qui la prima parte della lezione otto di italiano professionale: nella seconda parte vedremo altre espressioni: prima quelle del secondo gruppo e poi quelle del terzo gruppo. Poi si parlerà dei rischi nella pronuncia e per finire l’esercizio di ripetizione.

Fine prima parte

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Baciapile, bacchettone, bigotto

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Trascrizione

Buongiorno amici, benvenuti o bentrovati su Italiano Semplicemente, dipende se siete visitatori abituali oppure è la prima volta che ascoltate o leggete un episodio di Italiano Semplicemente.
Oggi un episodio carino, divertente, piacevole, almeno questo è quello che crede il sottoscritto.
Quello che spieghiamo oggi non è una frase idiomatica, una espressione idiomatica, ma è il significato di tre parole molto simili tra loro, che sul vocabolario italiano troverete come sinonimi, cioè aventi lo stesso significato. Con l’occasione vedremo anche tre sostantivi; tre sostantivi collegati a queste tre parole. Tre nomi, tre sostantivi, tre caratteristiche che si associano a queste tre parole.
Le tre parole sono baciapile, bacchettone e bigotto.
I tre sostantivi, le tre caratteristiche che impareremo oggi sono invece: pignoleria, rimprovero e ostentazione.
Concentriamoci però prima sulle tre parole. Forse qualcuno ha già sentito o letto una di queste tre parole, alla televisione, alla radio, oppure tra persone che parlano tra di loro. Ebbene queste tre parole, chi più, chi meno, hanno a che fare con la religione. Non importa quale sia la religione in questione, cristiana, musulmana eccetera. Una religione qualsiasi, una qualunque.
Le tre parole: baciapile, bacchettone e bigotto sono diversamente utilizzate, quindi non esattamente identiche. A dire il vero è importante capire la differenza. La più diffusa credo sia “bacchettone”, che è la parola più universale, che cioè ha un uso, un utilizzo più ampio, si può cioè applicare a più situazioni diverse, non solamente nella religione. Questa è una delle differenze.
Cominciamo quindi a spiegare la parola “bacchettone”. Chi di voi sa, conosce, la parola bacchetta?
La bacchetta è una cosa, una cosa fatta di legno o di metallo, uno strumento lungo più o meno trenta centimetri, ma la lunghezza può variare. La bacchetta quindi è un bastoncino, un piccolo bastone diritto, leggero e sottile. È una cosa che si tiene in mano quindi, e che serve a fare diverse cose, dipende dal tipo di bacchetta.

bacchettaLa bacchetta più famosa è quella magica: la bacchetta magica serve a fare le magie. Harry Potter usa la bacchetta magica ad esempio, perché lui è un mago, ma anche la fata di Cenerentola (Cinderella in inglese) ha la bacchetta magica. Anche lei la usa, come anche gli stregoni cattivi, che invece la usano non a fin di bene, non per fare del bene.

Poi c’è la bacchetta del direttore d’orchestra. In un concerto di musica classica, oltre agli strumenti musicali c’è anche il direttore d’orchestra che con la sua bacchetta indica il tempo da seguire e gli attacchi musicali dei vari strumenti durante l’esecuzione di un’opera: indica, con la bacchetta, quando uno strumento deve iniziare o finire di suonare.
Poi c’è un terzo tipo di bacchetta, che serve a “bacchettare”. Attenzione, perché la parola “bacchettone” deriva proprio da questo terzo tipo di bacchetta. Questa bacchetta viene usata dai maestri a scuola, o meglio, veniva usata dai maestri nelle scuole elementari di tanti anni fa, almeno in Italia, con i bambini dai 6 agli 11 anni, che frequentano appunto le scuole elementari in Italia.bacchetta_mago

Questa bacchetta, di legno, veniva usata dai maestri per punire gli studenti che non facevano il proprio dovere. Se uno studente faceva un errore importante, e il maestro decideva che lo studente meritava una punizione, allora lo studente appoggiava le mani sul banco, ad esempio, e la maestra, o il maestro, bacchettava lo studente, cioè dava dei colpi, con la bacchetta, cioè colpiva le mani dello studente con la bacchetta: La maestra bacchettava lo studente e lo studente veniva bacchettato dalla maestra. Era una punizione severa, e anche dolorosa, credo. Fortunatamente ai miei tempi non si usava più bacchettare gli studenti a scuola.
Oggi la parola, il verbo bacchettare è utilizzato non più per dare le bacchettate sulle mani, ma come sinonimo di “rimproverare”, rimproverare aspramente, duramente.

Quindi bacchettare è simile a rimproverare, ma è più forte di rimproverare. La mamma, tutte le mamme e papà rimproverano i suoi figli, cioè gli dicono che hanno sbagliato, e quindi li sgridano, li rimproverano, gli dicono che non devono fare più quell’errore. Ma non gli danno più le bacchettate sulle dita, ma si limitano a dirglielo a voce. Il rimprovero quindi, ed il verbo rimproverare si usa con i genitori, o al massimo con i maestri. Sono loro che rimproverano.

Invece “bacchettare” si usa di più quando ci sono dei rimproveri che arrivano non dai familiari, non dai genitori o anche da educatori, dai maestri, ma da persone che non sono della famiglia.
Ad esempio la Merkel, la cancelliera Merkel, bacchetta spesso l’Italia, perché la politica italiana non si comporta come dovrebbe, ad esempio. Non si comporta come la Germania, che invece rispetta più spesso le regole rispetto all’Italia. In generale i tedeschi, le persone tedesche, che abitano in Germania, bacchettano spesso gli italiani: a me è successo quando sono stato all’estero, di essere bacchettato più volte da persone tedesche: “non si raccolgono i fiori nel prato, altrimenti non crescono più”, “non si può salire su queste scale, si può solo scendere”, “non si parla a voce alta in questo posto”, “non si può fare questo, non si può fare quello”. Ovviamente non tutti i tedeschi sono così, naturalmente, ed io ne conosco anzi di simpaticissimi, quindi non me ne vogliano i tedeschi che ascoltano questa lezione.
Posso dire quindi che i tedeschi, alcuni tedeschi, sono molto bacchettoni. Le persone che bacchettano, che rimproverano gli altri, e lo fanno molto spesso, in Italia si chiamano quindi “bacchettoni”, cioè i bacchettoni sono coloro che bacchettano, che rimproverano spesso gli altri che non rispettano le regole. Loro, i bacchettoni, lo fanno perché credono nelle regole, e queste, secondo loro, vanno rispettate. Questo è molto importante per loro. Ma la parola “bacchettoni” in Italia ha un significato abbastanza negativo. Si usa quando vogliamo criticare questa persona che pensa troppo a bacchettare gli altri. Chi critica gli altri, viene a sua volta criticato in Italia, con la parola bacchettone.
Anche quando queste regole sono regole religiose, posso usare ugualmente la parola bacchettone, ad esempio chi dice sempre: “si va a messa, in chiesa, tutti i giorni”, “non si parla in Chiesa”, “si devono rispettare i genitori” eccetera. Insomma queste persone dicono anche cose giuste, per certi versi, cose condivisibili, che posso condividere personalmente, ma a volte esagerano, loro sgridano un po’ troppo, bacchettano troppo spesso gli altri; sembra che pensino solamente a bacchettare, perché vogliono, più di ogni altra cosa, che le regole, le loro regole, quelle che secondo loro sono le più importanti, vengano rispettate. Questi sono i bacchettoni.

Ma in ambito religioso si usa di più il termine “baciapile”.
Baciapile quindi è un termine che indica una persona che critica in ambito religioso, ma che soprattutto mostra, ostenta una religiosità esagerata. Ostentare vuol dire mostrare, mettere in mostra con insistenza o anche vantandosi, ostentare è quindi esibire, mostrare agli altri insistentemente. Mostrare agli altri insistentemente la propria religiosità, ma attenzione perché il baciapile può anche essere ipocrita, può anche non credere, non rispettare la religione, la propria religione. Però nonostante questo, lui ama mostrare questo agli altri, perché è, appunto, un baciapile, ama mostrarlo, e basta. Mostrare la sua religiosità è la sua principale caratteristica.
Baciapile deriva da baciare e da pile. Qui il termine “pile” indica il contenitore dell’acqua santa, l’acqua benedetta che si trova in tutte le chiese. “Baciare la pila”, questa immagine di baciare la pila, di baciare il contenitore, indica la devozione, il rispetto, verso la religione, qualunque essa sia, anche se si fa riferimento alla pila dell’acqua santa.
Quindi baciapile sembrerebbe non avere lo stesso significato di bacchettone, ma nel dizionario italiano troverete i due termini come sinonimi. Questo accade perché ogni parola ha una sua particolarità, ed il baciapile, se ci pensate, per mostrare la propria devozione per la propria religione, diventa anche bacchettone, sgrida tutti, rimprovera tutti gli altri di non essere devoto come lui, perché lui, il baciapile, è più religioso degli altri, questo vuole mostrare a tutti il baciapile.
Ok, arriviamo a Bigotto. È la terza parola di oggi. Anche la parola “bigotto” la troverete come sinonimo di baciapile, e anche di bacchettone. Non è esattamente così però.
Allora: Il baciapile vuole mostrare, ostentare, a lui interessa questo, e spesso, come ho detto prima, è un ipocrita, non crede veramente nella religione. L’ostentazione è la caratteristica principale del baciapile.
Al bacchettone interessa invece bacchettare, anche su cose al di fuori della religione. Lui bacchetta perché lui vuole insegnare le cose agli altri, che sono indisciplinati, che non sono cioè disciplinati. Gli indisciplinati non amano la disciplina, non amano rispettare le regole. Il bacchettone quindi bacchetta, cioè rimprovera, critica gli altri.
Bigotto invece, a differenza di bacchettone e di baciapile, ha un suo significato specifico. Al bigotto non interessa bacchettare, non più di tanto. Al bigotto non interessa mostrare, non molto almeno. A lui interessa invece la religione, solo la religione: Le regole religiose. Il bigotto osserva le pratiche religiose, le pratiche del culto, segue tutte le regole della sua religione, segue tutti i dettami della religione (i dettami sono le regole, ciò che viene indicato come importante dalla propria religione), ma, c’è un “ma” ovviamente, il ma è che il bigotto non riesce a comprendere bene, ad afferrare, quella che è la versa essenza il vero significato della religione. Lui è molto attento, molto scrupoloso, molto pignolo nel rispettare le regole, ma è come se avesse bisogno di fare questo per sentirsi molto religioso, non perché ha ben compreso la sua religione.

Il bigotto cattolico, ad esempio, va a messa tutti i giorni, fa beneficienza, non bestemmia, non ruba, onora il padre e la madre, rispetta insomma tutti i dettami, tutte le regole della religione, ma poi alla fine non ha la religione nel sangue: non è un disonesto, un ipocrita, chiariamoci; lui ci crede, lui è devoto, non è come il baciapile che è un ipocrita e neanche come il bacchettone che bacchetta tutti gli altri. Il bigotto ci crede ma non ha veramente capito, lui non critica più di tanto, a lui interessa solamente la religione, una religione che non ha ben compreso però; non fino alla fine.
Anche “bigotto”, come “bacchettone” e “baciapile”, è un termine comunque negativo, che si dice ad una persona non proprio normale, ma che eccede in qualcosa, che esagera in qualcosa. Ebbene il bigotto esagera nella pignoleria, mentre il baciapile esagera nell’ostentazione. Il bacchettone esagera nella critica. Tre particolarità, tre caratteristiche che fanno la differenza tra bacchettone, baciapile e bigotto.
La pignoleria è la caratteristica della persona pignola, della persona precisa, che fa tutto precisamente, attento al dettaglio, attento al minimo particolare.
L’ostentazione è la caratteristica di colui che ostenta, che mostra agli altri.
La critica, il rimprovero consiste nell’attività di valutare negativamente gli altri, nel dire che gli altri sbagliano, quasi fino a punire gli altri per questo.
Bene ragazzi, spero sia tutto chiaro ora, prima di lasciarci facciamo una prova di pronuncia, un piccolo esercizio di pronuncia. Poi vi farò tre domande e vediamo che se risponderete esattamente vuol dire che siete stati attenti. Ripetete ora dopo di me, copiate la mia pronuncia. Dopo faremo le domande. Ora limitatevi a ripetere:
Bacchettone

Bacchettone
—-
Il mio amico è un po’ bacchettone

Il mio amico è un po’ bacchettone, rimprovera tutti.

Il mio amico è un po’ bacchettone, rimprovera tutti.

Baciapile

Baciapile

Non mi piacciono i baciapile.

Non mi piacciono i baciapile. Ostentano troppo la fede.

Non mi piacciono i baciapile. Ostentano troppo la fede.

Bigotto

Bigotto

I bigotti sono pignoli

I bigotti sono molto pignoli

Ora rispondete alla domanda:
Chi è che rimprovera? Avanti, provate a rispondere: chi è che rimprovera? Il bigotto, il baciapile o il bacchettone?

Chi è che ostenta la propria fede? Chi è che ostenta la propria religione?

Chi è che è pignolo nell’osservare i principi religiosi? Chi è il pignolo tra il bigotto, il baciapile ed il bacchettone?

Allora se avete avuto difficoltà, ripetete l’ascolto, fatelo finché riuscirete a capire tutto o finché ne avete voglia. Potete decidere anche di ascoltare finché non avrete più difficoltà a rispondere alle domande.
Ciao amici, siate numerosi a seguire italiano semplicemente e soprattutto, mi raccomando, non siate bacchettoni!

Ps: grazie per le vostre donazioni

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