349 Ma va’

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Ma va

Trascrizione

Giovanni: cosa si dice ad un amico quando dice qualcosa di poco credibile? Cosa si dice quando questa cosa che hai appena ascoltato non è credibile, cioè quando è palesemente un’esagerazione o una bugia, o una notizia falsa, quando è chiaro che è una cosa non vera?

La lingua italiana è molto generosa anche in questo caso, quindi potete usare molte espressioni particolari.

Una di queste è dire:

Ma va’!

Certo, potreste anche rispondere più semplicemente con:

Non ci credo!

Ma cosa stai dicendo?

Ma dove l’hai sentita questa?

Se invece dite:

“Ma va’!”, normalmente si accompagna l’espressione con la mano e si gira la testa a destra o sinistra. I membri dell’associazione italiano semplicemente possono vedere anche un brevissimo video in cui mostro questo movimento.

Ma va!

Va’ è la terza persona singolare del verbo andare , e questo sembra un invito ad andare da qualche parte.

Conoscete tutti la parolaccia italiana simile a questa espressione vero?

Ebbene, questa parolaccia sarebbe certamente un’esagerazione in questo caso quindi è sufficiente dire:

Ma va’!

Spesso si raddoppia:

Ma va’ va’!

Come a dire:

Ma non dire sciocchezze!

Ma che dici!

Ma cosa stai dicendo!

Ma vai a raccontarlo a qualcun altro!

Ci sono anche delle varianti regionali. A seconda della regione in cui vi trovate poi potrebbe diventare:

Ma va’ là (Ma valà, Mavalà) potete scegliere come scrivere, si usa infatti solamente all’orale.

Ma vatti a ripone!

Ma vammoriammazzato!

Ma vadavialcú!

E tante altre simili.

La prima (ma valà) è abbastanza diffusa nel nord Italia, ed è equivalente a “ma va’“. Le altre sono di località diverse ma più pesanti, assimilabili a degli insulti o offese, ma tra amici spesso vengono usate.

Invece “ma va’” la potete usare tranquillamente, sempre con amici ovviamente, fate attenzione! Sempre meglio accompagnare con un sorriso.

Infatti si usa anche seriamente quando non volete più discutere con una persona e terminate il discorso in questo modo. È un modo brusco per liquidare una persona.

È una alternativa meno maleducata che sostituisce il classico “vaffanculo”, la parolaccia di cui vi parlavo prima e che tutti conoscete.

Avete voglia di usare subito questa nuova espressione?

Bene, allora grazie di aver ascoltato anche questo episodio di due minuti.

So cosa stare pensando….

Comunque devo dire che “ma va’” può anche essere una domanda:

Ma va’?

Come a dire:

Davvero? Ma non ci posso credere! Quello che mi hai detto è incredibile.

Anche qui il modo di pronunciare questa frase è fondamentale perché si usa anche quando una cosa è scontata e quindi mi dà fastidio averla ascoltata da te, come se tu dubitassi della mia intelligenza:

Sai che in Italia si mangia bene?

Ma va’?

Come a dire: certo che lo so, lo sanno tutti!

In pratica si fa finta di essere stupiti, si finge stupore, e il tono da usare deve essere adatto, quindi un po’ esagerato, uno stupore esagerato.

Adesso la parola sta a voi!

Sapete che c’è un ripasso alla fine di ogni episodio di questa rubrica?

Lejla:  Ma va’?
Komi: e fu così che anche questo episodio superò i due minuti. Siamo alle solite! Però l’episodio mi è piaciuto molto.
Rauno:  lo stesso dicasi per me.


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348 E fu così che…

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Trascrizione

Giuseppina: ricordate l’espressione “le ultime parole famose”? L’abbiamo spiegata due puntate fa sempre nella rubrica due minuti con italiano semplicemente.

Ebbene c’è un’altra espressione simile che si usa meno a fini scaramantici, cioè per allontanare la sfortuna, ma più  per ridere, per ironizzare su un situazione o su una affermazione che potrebbe risultare falsa, proprio come “le ultime parole famose”.

L’espressione è “e fu così che...”. Questo è solo l’inizio della frase che poi continua sempre in modo diverso.

“Fu” è il passato remoto del verbo essere.

“Fu così che” si pronuncia sempre non appena qualcosa è stato detto, qualcosa che è stato pronunciato con tono sicuro, come ad esprimere sicurezza o la non paura di un pericolo.

Ad esempio, se sto per entrare in un bosco di notte, potrei dire:

Non c’è nessun problema, riuscirò ad attraversare il bosco senza problemi!

Qualcuno potrebbe dire, in quel momento:

e fu così che si persero nel bosco…

Con questa frase, pronunciata usando il passato remoto (fu, si persero) si immagina di trovarsi nel futuro e di parlare di questa faccenda accaduta tanto tempo fa, come quando si racconta una cosa curiosa o interessante.

Se ci pensate ci troviamo nella stessa situazione di quando diciamo “le ultime parole famose”. La differenza è che “e fu così che…” si usa sempre prima che accada questo evento, in genere negativo. Ci si pone quindi nel futuro, a raccontare una vicenda passata divenuta famosa, celebre, degna di essere raccontata. In questo modo si fa quindi ironia su una possibilità futura, che comunque in generale può anche essere positiva.

Ad esempio se tu mi dici:

giochiamo alla lotteria, c’è in palio 1 miliardo di euro.

Si ok, rispondo io, gioco anch’io anche se so benissimo che non vincerò mai.

Tu potresti rispondermi: e fu così che diventò miliardario…

Allo stesso modo potrei dire:

Le ultime parole famose!

Potete usare l’espressione di oggi in molte occasioni diverse, quasi sempre per fare ironia su una dichiarazione o comunque delle parole appena pronunciate da un amico o parente.

Potete usarla anche sulle vostre stesse parole, facendo autoironia in questo caso.

Solitamente la frase inizia sempre con la e: “e fu così che…” per aumentare l’enfasi su ciò che accadrà, o meglio che potrebbe accadere in futuro. Potete comunque anche dire “fu così che…” senza problemi.

E fu così che anche l’episodio 348 durò più di due minuti e gli ascoltatori persero la pazienza!

Anthony:

E’ POSSIBILE MAI che TOCCA DI NUOVO A ME scrivere una frase di ripasso? LA VEDRESTE bene se provassi a SFODERARNE una stracolma delle nostre espressioni come i pendolari ACCALCATI sull’autobus all’ora di punta? Non sarebbe FUORI LUOGO, cioè inopportuno, se mi mettessi di nuovo in evidenza? Spero di no! Va bene. BANDO ALLE CIANCE (frase dal corso professionale) ragazzi! Ve ne scrivo una nuova. Però sono convinto che @Andre ci ironizzerà sopra dicendomi o “BONTÀ TUA!” o “ahó! (esclamazione romanesca) DACCHÉ le frasi di ripasso non TI DEGNAVI mai di scriverne una. E ne fai una ogni giorno ormai!” Come RISPOSTA, gliene farei una SIBILLINA. TAGLIANDO CORTO, gli direi “PUO’ DARSI!”. Ma in realtà, da questa settimana in poi mi metto a partecipare DI BUONA LENA ogni giorno, IL CHE SIGNIFICA *che* dovrete ABBOZZARE sempre di più le mie STUPIDAGGINI/SCIOCCHEZZE/FESSERIE scritte. Intanto ragazzi ve saludi (dialetto lombardo con uso ironico qui)! E domani CI RIAGGIORNIAMO!

 

347 – Rispondere picche ♠

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Giuseppina: Ho una domanda per voi: Vi hanno mai risposto picche ?

Ripeto: vi hanno mai risposto picche?

Dovete sapere che non è certamente piacevole sentirsi rispondere picche. Perché se qualcuno vi risponde picche non vuol dire che vi dice “picche”; non vuol dire che questa persona pronuncia la parola “picche”, ma significa che vi dice “no”.

L’espressione viene dal gioco delle carte. Chiunque giochi a poker o comunque con le carte da poker, sa bene che esistono quattro semi, cioè quattro gruppi di carte simili: le carte di cuori, quelle di quadri, quelle di fiori e quelle di picche. Cuori e quadri sono di colore rosso, mentre fiori e picche sono nere.

Nel gioco delle carte il verbo “rispondere” non significa parlare e pronunciare la risposta ad una domanda, ma vuol dire gettare una carta sul tavolo, mettere, giocare quella carta. E le carte hanno un valore diverso a seconda del seme. Infatti i cuori hanno un valore più alto, poi vengono i quadri, poi fiori e alla fine vengono le picche, che sono le carte che hanno il valore più basso.

Comunque per usare questa espressione non è necessario saper giocare a carte. Infatti rispondere picche, come vi dicevo, è un “no” particolare.  Rispondere picche significa infatti rifiutarsi, opporre un rifiuto a una richiesta, o anche negare un favore.

Vedete quindi che la domanda che si fa prevede un “si” oppure un “no” come risposta, ma si tratta di richieste e non di domande:

Ho chiesto un prestito alla banca, ma mi ha risposto picche.

La banca ha detto no, niente prestito.

Se chiedi un favore ad un amico l’ultima cosa che desideri è che ti venga risposto picche.

È un no molto fastidioso. Ovviamente informale come espressione. Più normalmente si può dire:

Non concedere un favore

Negare un aiuto

Opporre un rifiuto o un “diniego”

Rifiutarsi

Ricordate che si può rispondere picche solo se si tratta di richieste e non di domande generiche:

Vieni con me al cinema?

Ci sposiamo?

Mi aiuti per favore?

Mi perdonate se ho superato i due minuti?

Se non mi rispondete picche vi faccio ascoltare una frase di ripasso delle espressioni precedenti.

Komi:  a me non piace rispondere picche, fosse anche per non sentirmi dare della maleducata.
Carmen: secondo me invece ogni tanto non fa male rispondere picche, perché spesso e volentieri la gente se ne approfitta della tua disponibilità

Anthony: Grazie! Ma almeno agli amici trattiamoli bene. Altrimenti poi potrebbero fare i sostenuti, e l’amicizia rischierebbe di venir meno.

346 – Le ultime parole famose

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Giuseppina: c’è un’espressione italiana che si utilizza quando ci si augura che delle parole non vengano smentite dai fatti. Parliamo di questo argomento in questo episodio della durata di due minuti.

Mi riferisco a quando una persona prova a fare una previsione ottimistica su qualcosa, nella speranza che le cose vadano bene. Bene come si è previsto.

Spesso noi italiani in questi casi amiamo pronunciare delle formule scaramamtiche, nella speranza che non si venga contraddetti dalla realtà. Una si queste formule è “le ultime parole famose“.

Ad esempio:

Domani potremo fare la gita in montagna? Il tempo sarâ buono?

Credo di sì, domani infatti non dovrebbe piovere. Speriamo che non siano le ultime parole famose.

Questo significa: speriamo di non essere smentito dai fatti.

Speriamo che le mie parole non vengano ricordate in futuro come le ultime pronunciate da me prima di morire. Speriamo che queste parole non diventeranno famose, cioè conosciute da tutti proprio per questo motivo.

Questo è il senso ironico dell’espressione.

Ovviamente nessuno perderà la vita, nessuno morirà, quindi non saranno le ultime parole pronunciate. Non è il caso di interpretare seriamente la frase, che invece è ironica

Si può usare anche a posteriori, cioè dopo che le nostre previsioni, purtroppo, non si sono avverate.

Così ad esempio il giorno successivo, alla partenza della gita, appena inizia a piovere potrei dire:

Ecco, chi aveva detto che oggi non pioveva? Le ultime parole famose!

Allora ho superato la durata di due minuti?

Giovanni: non so, vediamo ne riparliamo dopo il ripasso di Ulrike e Anthony. 

Anthony:

Scusate ragazzi se MI FACCIO VIVO di nuovo per scrivere un’altra frase di ripasso. sì è vero! SONO TORNATO ALLA CARICA. Facendo così è chiaro che mi renderò SOGGETTO A scherno da parte di qualcuno. Ma SI DÀ IL CASO CHE non me ne freghi niente. Ho cincischiato troppo lasciando che altri impegni si mangiassero il tempo che mi sarebbe piaciuto passare con voi nel gruppo. ERO troppo RESTIO a partecipare insomma. Avrete già capito allora che ERA ORA di ROMPERE GLI INDUGI. Quindi PRENDO E scrivere di più! Tra le altre cose da integrare nelle mie scritte, MI SONO PREFISSO l’obiettivo di CHIAMARE IN CAUSA un altro membro del gruppo. Per L’ESORDIO di questa mia nuova tradizione, non posso non nominare la grande Ulrike. Niente TIRO MANCINO però! Vorrei solamente che replicasse con una frase di ripasso BELLA LUNGA, colma delle nostre frasi, e fatta A MODO SUO!

Ulrike:C iao a tutti i lettori e ascoltatori della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Se volete sapere qual buon vento mi ha portata nell’episodio di oggi, è stato Anthony, un’ altro membro dell’associazione italiano semplicemente che di punto in bianco mi ha chiamata in causa a rispolverare qualche espressione precedente della rubrica. Vi dico, a prima vista mi sembrava un’idea peregrina, almeno un po’ osè. Spontaneamente volevo rispondere: Anto, che stai facendo, sfacciato, che non sei altro. Poi però a ragion veduta mi sono detta, pazienza Ulrike, ce la farai senz’altro. Ed infatti, mi diceva bene ed ho sfoderato in men che non si dica una bella manciata di espressioni. E per questo posso tranquillamente chiudere qui. Ho raccolto la provocazione di Anto, non potevo farne a meno. Penso sia diventato un ripasso proprio come si deve.

Emanuele: quanto doveva durare questo episodio? 2 minuti? Le ultime parole famose eh?

345 – Dacché

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Giuseppina: l’episodio di oggi è sul termine dacché, un’unica parola che si scrive con due c, l’acca e una e accentata. Dacché si può scrivere anche con due parole staccate “da che”, ma si sa come è fatta la lingua italiana e spesso due parole diventano una sola. E c’è sempre un motivo per questo. Infatti dacché si usa in particolari circostanze e spesso ha lo stesso significato di poiché, dato che, dal momento che, siccome. Es: dacché Giovanni desidera una mela, gliela darò.

Si sta quindi dicendo il motivo per cui si compie un’azione. Dacché esiste anche questo termine occorre spiegarlo anche ai non madrelingua. Esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe. C’è anche un uso di dacché che ha a che fare col tempo: Dacché sei andato via, non ci divertiamo più. Significa semplicemente “da quando”. La preposizione “da” si usa però spesso per indicare un cambiamento: Da qui a li Da oggi a domani Da quando non ci sei tutto è cambiato. E infatti dacché ha anche un altro utilizzo, proprio quando i sono dei cambiamenti rilevanti che ci colpiscono. Si usa per indicare la situazione precedente al cambiamento:

Cosa? Ora ami i gatti? Dacché dicevi che li odiavi, adesso li ami?

In questo modo voglio evidenziare questo cambiamento: prima la situazione era diversa da adesso.

Dacché sembrava dovessi morire dalla stanchezza, adesso vuoi andare a ballare?

È un modo abbastanza veloce di evidenziare un qualcosa che stupisce. Potete usarlo senza problemi nelle modalità che vi ho descritto. Certo, non lo usano tutti gli italiani, ma tutti lo capiscono. Lo usano spesso i giornalisti. Giovanni: ed ora un po’ di ripasso. Scusate se parlo poco ma mi trovo in vacanza in montagna

Anthony: Vedendoti là in montagna MI HA COLTO DAVVERO SUL VIVO. Anzi MI HA COLTO ALLA SPROVVISTA. Eri a Roma e poi come niente fosse sei DI PUNTO IN BIANCO in vetta al Monte Bianco!
E per altro NON TI DICO quanto mi mancano le montagne del nord italia. Se mi invitassi ti raggiungerei in montagna SPESSO E VOLENTIERI ogni estate ma ai tempi del Covid, stando fuori dell’europa, Mi dovrei addirittura SCERVELLARE per trovare il modo di unirmi a voi. E se io ci riuscissi potreste RIVENDICARE il diritto di farmi SOTTOSTARE ad una quarantena di 14 giorni. Naturalmente SAREI DI DIVERSO AVVISO ma avreste comunque ragione voi. Per non FARLA TROPPO LUNGA adesso TAGLIO Corto! Intanto vi auguro buon proseguimento delle vacanze e fate attenzione sulla via del rientro a Roma, MI RACCOMANDO.

344 – Buttalo via!

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Giuseppina: cosa succede quando una cosa non serve più?

Si butta via, cioè si getta, si butta. Il verbo buttare ed anche gettare lo conoscete tutti probabilmente.

Sì usa con l’immondizia, la spazzatura che si getta tutti i giorni.

Chi va a gettare la spazzatura?

Ci penso io a gettarla. In genere si usa gettare se parlo della spazzatura. Buttare che ha o stesso significato si usa maggiormente con le cose che non servono più. Si può aggiungere anche “via”.

Questo armadio ormai è da buttare via. È vecchio.

C’è un’espressione che si usa in diverse parti dell’Italia che si usa invece proprio con un senso opposto quando cioè c’è qualcosa che non è male, che non ha una cattiva qualità, e che quindi può andar bene.

È molto importante l’uso del giusto tono da usare.

Ea:

Per cena nin abbiamo molto per stasera. Abbiamo solo della lasagna al forno.

Della lasagna? Buttala via!

Questo non è affatto un invito a liberarsi dell lasagna, a buttarla, tutt’altro!

La frase equivale a:

Una lasagna non è affatto male.

È che vuoi buttarla via?

Una lasagna? Hai detto niente!

Una lasagna non è per niente male!

Una lasagna? Lo dici come se fosse una cosa cattiva!

Mi va benissimo la lasagna!

Potete usare questa espressione in ogni circostanza quando volete sottolineare la qualità di qualcosa che viene presentata in modo negativo o neutro.

Quest’anno non possiamo andare all’estero. Dobbiamo accontentarci di una vacanza di 15 giorni in Italia.

E buttala via!

Potremo anche dire: mica male!

Ci va benissimo anche così!

Potete usare la frase al singolare o al plurale, maschile o femminile. Il tono è la cosa importante.

Carmen: Tanta gente pretende di cambiare in un giorno.
Per sentito dire bisogna invece tener duro per almeno 21 giorni affinché da un’azione diventi un’abitudine. Altro che storie!
Occorre armarsi di disciplina solo all’esordio, poi si procede a gonfie vele. Ma mi raccomando , non fermartevi. Se sgarrate un giorno durante questo periodo, sareste fritti. Vostro malgrado paghereste lo scotto e dovreste ricominciare daccapo. Io sono ancora a carissimo amico , ma mi sa che stavolta sia la volta buona e la farò diventare un abitudine quella dell’ascolto dei due minuti con italiano semplicemente.

 

343 – Essere a carissimo amico

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Essere a carissimo amico

 

Giuseppina: siamo arrivati all’episodio 343. Niente male vero? Se avete seguito sin dall’inizio questa rubrica, sicuramente ora sarete abbastanza avanti col vostro italiano. Se invece ancora siete a carissimo amico, di strada ne avete ancora molta da fare.

Essere a carissimo amico è l’espressione che vi spiego oggi. Molto simpatica vero? Deriva dalla lingua delle lettere scritte.

Quando scrivete ad un amico, la primissima frase potrebbe essere proprio questa:

Caro amico, oppure carissimo amico

Poi, segue il resto della lettera, che può essere anche piuttosto lunga.

Questa espressione si usa per analogia per indicare che ci si trova solo all’inizio di un lungo percorso: un lavoro, una strada, o una qualunque altra attività.

Quindi siamo abbastanza indietro, abbiamo ancora molta strada da fare.

Quando vi trovate solamente all’inizio di una attività potete perciò usare questa simpatica espressione.

L’idea quindi è che state in ritardo, che vi aspetta ancora molta strada.

Si può usare in ogni contesto, e spesso si usa quando questo ritardo è ingiustificato. Ma non è detto. In generale basta essere in ritardo.

Quanti esercizi hai fatto tu? Io sono al 22-esimo.

Ah, io sono ancora a carissimo amico!

Naturalmente è familiare, informale. Si usa con amici e parenti.

Hai finito col sistemare il giardino?

No, sono ancora a carissimo amico.

Allora noi intanto andiamo al ristorante, ti aspettiamo lì.

Giovanni: adesso ripassiamo.

Chiedo a uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente se ha qualche frase per ripassare le espressioni già spiegate. Mi serve un bel ripasso con i fiocchi però!

Komi:

*Mi sto scervellando* ma purtroppo non riesco a *sfoderare* nessuna frase di ripasso *con i fiocchi*. *Vai a capire* perché!
*Mi fa specie* che lo dica proprio io, ma *può darsi che* sia la stanchezza 😑 ? Non sono più *in vena*, *non fosse altro che per questo*. *Perso per perso* comunque *ho provato , dicendomi *hai voluto la bicicletta? Allora pedala*. *come lo trovate questo ripasso? sara la pigrizia? *Pensa un po’* che *per colpa di questo vizio* quasi quasi non *rispolveravo* le espressioni imparate ! *E possibile mai *? Spero di essere riuscita a *risparmiarmi* le vostre accuse.

342 – Dare del

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Giovanni: tutti voi, studenti o amanti della lingua italiana, sapete sicuramente la differenza tra dare del tu, dare del lei e dare del voi.

Questo modo di usare il verbo dare è naturalmente un po’ anomalo, considerando che di solito ci sono oggetti che vengono dati, e tra l’altro quando si dà qualcosa c’è qualcun altro che riceve quella cosa.

In “dare del tu” e “dare del lei” o del voi, dare sta per rivolgersi. Ci stiamo rivolgendo ad una persona.

Un modo simile di usare dare in questo modo è usare gli aggettivi.

Dare dello stupido

Dare dell’incompetente

Dare dell’idiota

Dare del ladro

Se ci avete fatto caso sono tutti aggettivi negativi.

E infatti “dare del” si può usare solamente con le accuse.

Si tratta quindi di giudizi negativi, anzi, di vere e proprie accuse. Si tratta di dire in faccia, o almeno apertamente, un insulto.

Tecnicamente si potrebbe fare anche con i complimenti, ma suonerebbe come una battuta ironica, una specie di presa in giro, più che come un complimento.

“Dare del”, quindi, in poche parole, si usa per insultare o accusare, in genere gravemente, una persona. Per rivolgergli contro un’accusa.

Ci sono simili per esprimere lo stesso concetto.

Se io ti dò del ladro ti accuso di essere un ladro.

Se tu mi dai dell’incompetente mi consideri un incompetente e me lo dici pure.

Se lui dà a te dell’imbecille allora lui ti dice in faccia di essere un imbecille.

Se Carmela dà a Maria della spudorata, allora Carmela insulta Maria dandole della spudorata, dicendole di essere una spudorata.

Si usa spesso questa modalità di giudizio accusatorio quando sono accuse dirette, quando ci si rivolge apertamente ad una persona, anche non direttamente ma attraverso i giornali o altre persone, senza usare mezzi termini e senza fare giri di parole inutili. L’accusa è chiara e diretta.

Si usa in genere verso persone singole e non al plurale, con accuse rivolte a più persone, sebbene in teoria si possa fare senza problemi.

Si parla anche di “affronto” molto spesso in questi casi.

Un affronto è un’offesa, un’ingiuria, un oltraggio, una provocazione.

Se volete saperne di più su questi termini date un’occhiata all’episodio dedicato agli insulti ed alle ingiurie. Così, se qualcuno vi dà dellignorante gli farete sapere tutto ciò che avete imparato.

Komi: non datemi della stupida ma io ho bisogno di fare una domanda: che voi sappiate si può dare dello stupido per interposta persona?

Bogusia: Ho appena parlato con Giovanni e ti ha dato del disattento perché lo ha detto durante la spiegazione.

Khaled: disattento? Cioè? Per via del mio livello tanti termini mi sfuggono.

Iberê: dicesi disattento, una persona che non è stata attenta, concentrata.

 

341 – Che tu sappia

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Trascrizione

Giovanni:

Che io sappia

che tu sappia

che lui sappia

che noi sappiamo

che voi sappiate

che loro sappiano

Sapere come si usa il verbo sapere in questo caso?

Mi riferisco al congiuntivo presente del verbo sapere, molto usato quando si chiedono informazioni.

Scusa, mi sai dire dov’è Giovanni?

Risposta:

Che io sappia, oggi usciva alle 13, quindi ancora dovrebbe essere in ufficio.

Che io sappia” significa, in questa frase,”per quanto ne so io“.

In pratica si sta dando una risposta, cercando però di spiegare che le proprie conoscenze potrebbero essere sbagliate. E’ come dire: “io so che lui oggi usciva alle 13, ma non so se poi ha cambiato idea” ad esempio. Questo è uno dei modi per usare il congiuntivo.

Insomma non si tratta di risposte certe, sulla quale si possa fare affidamento completo. Non si usa però con tutti:

Si usa anche con tu:

Che tu sappia, Giovanni è ancora in ufficio?

é come dire: non voglio la certezza, ma tu cosa ne sai? Hai qualche informazione in merito? Hai saputo notizie da lui o da qualcun altro?

La risposta non è impegnativa.

Potrei anche chiedere semplicemente: Giovanni è ancora in ufficio?

Se chi risponde è sicuro della risposta può dire:

Sì, l’ho appena visto!

Certo, ci ho appena parlato

No, oggi non è venuto

Se invece non è sicuro ma sa qualcosa può dire:

Che io sappia oggi non veniva in ufficio, però controlla, non si sa mai.

Difficile usare “che lui sappia” o “che lei sappia” perché questa modalità si usa per dire un’opinione personale o per chiederla ad un’altra persona.

Posso dire “che lei sappia” ma sto dando del lei ad una persona anziché del tu.

Non si usa neanche con noi: “che noi sappiamo”. Si preferisce in questi casi usare al limite:

“Per quanto ne sappiano noi”.

“Che voi sappiate” invece si usa spesso perché si stag facendo una domanda a un gruppo di persone (almeno due):

Ciao ragazzi, che voi sappiate oggi si va a cena a Roma vero?

Una possibile risposta:

Per quando ne sappiamo noi sì, la cena è confermata per le ore 21.

Ugualmente “che loro sappiano” è difficile usarlo, semplicemente perché non posso parlare a nome di altri.

Qui di “che io sappia” è l’inizio di una risposta non impegnativa e “che tu sappia” sono l’inizio di risposte sulle quali si dichiara il proprio stato di conoscenza dei fatti, senza avere alcuna certezza che sia la risposta giusta.

Khaled: Io vorrei rivendicare il diritto di non usare il congiuntivo!

Komi: esistono dei modi per evitare il congiuntivo forse?

Xiaoheng: ne esistono parecchi. Date un’occhiata all’episodio “come evitare il congiuntivo“, non fosse altro che per rivedere un episodio molto utile.

340 – Salvo poi

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Salvo poi

Trascrizione

Giovanni: Ricordate che abbiamo parlato di “fare salvo” qualcosa? Lo abbiamo visto nell’episodio n. 170 di questa rubrica.

Ebbene, il termine salvo si usa spessissimo anche nell’espressione “salvo poi“. Il termine salvo infatti si usa come abbiamo visto per introdurre una eccezione.

Quando le eccezioni riguardano i comportamenti, l’espressione “salvo poi” arriva in nostro soccorso, quindi ci può aiutare a parlare di eccezioni in modo molto elegante e spessissimo in modo ironico. In tal caso si tratta di contraddizioni.

L’uso di “salvo poi” infatti è quasi esclusivamente dedicato a frasi ironiche.

Vediamo qualche esempio:

C’è un politico italiano che pubblicamente afferma che bisogna indossare sempre le mascherine per contrastare il coronavirus, salvo poi dimenticarsi di indossarla ogni volta.

Potrei anche dire:

Ma poi si dimentica sempre

Però poi si dimentica sempre

Nonostante questo, si dimentica sempre

Voglio quindi evidenziare una contraddizione. Questo è il mio obiettivo.

Come a dire: “non è un caso che accade questo“. L’ironia sta nell’utilizzare il termine “salvo” per introdurre quella che potrebbe sembrare una eccezione o una casualità. Invece non lo è.

A volte si usa “salvo poi” non necessariamente per fare ironia ma per instillare un sospetto, per far dubitare di questo, di questa casualità, che casualità potrebbe non essere.

Vediamo altri esempi:

Il professore di grammatica italiana mi diceva che il mio metodo per insegnare la lingua era sbagliato, e mi criticava, salvo poi affermare, qualche anno dopo, che se non si ascolta e non si parla è impossibile imparare a comunicare.

C’è una contraddizione anche qui, che evidenzia un ripensamento sospetto. Il messaggio è: adesso il professore ha cambiato idea.

Potrei anche sostituire “salvo poi” con “per poi” o anche “e poi“, o anche “e invece poi” (l’invece serve a evidenziare la contraddizione) ma si perde un po’ il senso ironico. Allora magari se vogliamo essere più seri non usiamo “salvo poi” ma una di queste tre forme

Non puoi trattarmi male per poi dire che mi ami!

Diceva di non aver fame, e poi si è mangiato 1 kg di fettuccine!

L’amore è una sciocchezza, diceva Giovanni, salvo poi farsi 12 ore al mese di viaggio per andare a trovare la fidanzata brasiliana.

Notate che dopo “salvo poi” ci va un verbo o all’infinito o nella forma riflessiva:

forma riflessiva  significa: Salvo farsi, salvo mangiarsi, salvo aversi eccetera.

Lo stesso se usiamo “per poi” se vogliamo esprimere lo stesso concetto, mentre “e poi“, sempre se vogliamo esprimere una contraddizione, richiede generalmente l’indicativo:

Dicevi che non volevi andare a Roma i vacanza e poi scopro che hai passato tutte le ferie nella capitale!

Xiaoheng (Cina): dici sempre che l’episodio sarà di due minuti, salvo poi scoprire che non è così! Anche questo è bello lungo!

Komi (Congo): ma è per via della complessità della spiegazione, abbi pazienza!

Rauno (Finlandia): io non ho commenti da fare circa l’episodio di oggi.

Italiano Professionale – lezione 27: Spiegare un problema

Rappresentazione di un problema complicato. Photo by David Waschbu00fcsch on Pexels.com

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Descrizione della lezione

La lezione n. 27 del corso di Italiano professionale è dedicata ai problemi, un argomento di cui si parla sempre al lavoro. Ogni forma di impiego richiede la risoluzione di problemi.

Abbiamo dedicato alcune belle lezioni nella prima sezione del corso, se ricordate, la sezione dedicata alle espressioni idiomatiche. Si è parlato di scontri e confronti (problemi relazionali) e anche dei problemi economici.

Vediamo insieme come introdurre un problema e i vari modi che esistono per spiegarlo nel dettaglio.

La lezione fa parte della sezione terza del corso di Italiano Professionale, dedicata alle riunioni e agli incontri.

Vediamo anche i maggiori verbi che si usano: spiegare, risolvere, dettagliare, dipanare, esporre dirimere e tanti altri.

Durata file audio: 15 minuti

339 – Per via di, per merito di, grazie a, per colpa di

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Episodio collegato: Esprimere le conseguenze. Causa ed effetto

Trascrizione

Giovanni: mi capita, a volte, mentre mi scrivo con degli amici non madrelingua italiana, di veder confondere l’utilizzo delle diverse modalità che si possono usare per “imputare” qualcosa qualcuno o a qualcosa. Imputare, come verbo, ha a che fare con la causa e con l’effetto.

Mi spiego meglio.

Se dico:

È merito tuo se sto imparando l’italiano velocemente.

È colpa mia se non stai bene.

Grazie a te sono un uomo felice.

Per via del temporale non sono potuto uscire di casa.

C’è sempre una causa e un effetto. Se l’effetto è negativo parliamo di colpa, o anche di causa.

È colpa tua se sono malato

Sono malato per colpa tua

Sono malato per causa tua

Hai causato tu la mia malattia.

Hai provocato tu la mia malattia

Hai determinato tu la mia malattia

Hai prodotto tu la mia malattia.

Con la colpa si punta il dito molto di più, causare invece è meno forte, e i restanti verbi usati sono in realtà utilizzabili anche se l’effetto è positivo. A parte provocare.

Se l’effetto è positivo si parla di merito, generalmente.

È merito mio se sei felice

Sei felice per merito mio

Il merito è mio se sei felice

Ma posso dire anche:

Sono io l’artefice della tua felicità

Sono stato io a determinare la tua felicità.

In realtà però determinare e produrre hanno diversi usi ma parlando di causae effetto sono prevalentemente usati se si parla di cose logiche, tecniche o materiali.

Cosa ha determinato la sconfitta della Juventus?

Il terremoto è stato prodotto da una esplosione.

La distruzione del bosco è stata prodotta dagli incendi estivi.

Una cosa importante da dire è che il passaggio da causa ed effetto richiede l’uso di verbi diversi a seconda se si vuole indicare la causa o l’effetto.

Prima ho usato il verbo imputare, che significa quindi attribuire, ascrivere. Si indica in questo modo la causa.

Imputo a te il fallimento

L’inquinamento è da ascivere al nostro comportamento sbagliato

Non attribuire a me la colpa.

Per indicare invece l’effetto si usano verbi diversi:

Provocare un incendio

Causare un danno

Determinare il fallimento

Produrre un disastro.

L’uso del giusto verbo dipende pero anche dal tipo di effetto, positivo o negativo.

Parlando di merito, quinsi se l’effetto è positivo, questo si può può attribuire o imputare o ascrivere:

È merito tuo se sono salvo.

È grazie a te se sono salvo.

Imputare è abbastanza neutro. Si può imputare sia un merito che una colpa.

Non imputare a me i tuoi fallimenti. Cioè:

Non dare la colpa a me, non colpevolizzare me, non dire che è colpa mia.

Quindi dire che una cosa “è merito” di qualcuno significa che è grazie a lui che si è avuto l’effetto positivo.

La colpa invece si può sostituire con altri termini più difficilmente.

Al massimo potrei usare demerito, ma generalmente non si usa dire “è demerito mio, è demerito tuo eccetera. Si usa invece dire:

Questo è un mio demerito

L’unico tuo demerito è di non aver studiato abbastanza.

Demerito è anche un po’ più leggero rispetto a colpa. Spesso è legato a cose non fatte o non dette.

Un ultimo modo per imputare è usare “per via di“.

“Per via di” non è legato alla colpa ed al merito, ma solo al rapporto tra causa e effetto.

Per via di questo temporale non possiamo andare al mare.

Per via di un malinteso non abbiamo raggiunto un accordo

Perché non hai tempo per imparare l’italiano? Per via dei tuoi figli?

Quando la “causa” è legata a persone, ma non vogliamo incolparle, possiamo usare “per via”. Quando invece non ci sono persone di mezzo ma la causa è un fatto accaduto – di solito un problema – ha ancora meno senso usare la colpa e il merito.

In questi casi “per via” è molto adatto. Simile a “per effetto”, che però richiede sempre una specifica.

Per effetto della pandemia siamo tutti chiusi in casa.

“Per via” è infatti usato anche quando non vogliamo specificare troppo la causa, o quando gli effetti non sono molto negativi. Parliamo più che altro di ostacoli o problemi arrivati all’ultimo minuto.

Devo rimandare l’appuntamento per via del lavoro.

Per via di un impegno il direttore non sarà alla riunione.

Per via della complessità dell’episodio ho impiegato molto tempo a realizzarlo.

338 – È quello che è

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Trascrizione

Giovanni: Restiamo sul linguaggio informale, quello più usato dagli italiani tra italiani.

Anche perché il linguaggio di un madrelingua mediamente è quello che è, e non possiamo parlare troppo liberamente, troppo velocemente o in modo troppo complicato quando parliamo con uno di loro.

È quello che è”. Questa è l’espressione di oggi.

Questa espressione come si usa? Può essere usata in diversi modi.

Freud diceva che ognuno è quello che è non perché lo vuole, ma perché qualcosa nella vita lo ha reso tale.

In questo caso la frase indica le caratteristiche di una persona o di una cosa e non possiamo parlare di una espressione particolare. Equivale a:

è ciò che è

ha le caratteristiche che ha

è così com’è

è ciò che vedi

è così come lo vedi

eccetera

Ad esempio:

Mario è quello che è perché lo hanno ben educato

Potrei dire:

Mario è così gentile sei perché lo hanno ben educato

Mario è così com’è perché lo hanno ben educato

Mario è in questo modo perché lo hanno ben educato

Mario ha questo modo di fare perché lo hanno ben educato

Un secondo modo di usare “è quello che è”, più particolare del primo, è quando sto dando un giudizio non positivo. E questo è il modo in cui “è quello che è” assume un significato preciso:

Perché la Roma non vince mai scudetti?

Perché la Roma è quello che è, e i giocatori sono quello che sono.

Come a dire: niente di che, niente di rilevante, nessuna qualità particolare, nessun livello elevato.

Si usa questa frase quando non ci deve aspettare più di tanto, quando si devono avere pretese non troppo alte, quando le aspettative non possono essere troppo elevate, quando non si deve essere troppo pretenziosi.

I pretenziosi sono coloro che pretendono troppo, coloro che sognano troppo ma che invece devono tenere i piedi a terra.

Allora posso dire che:

Non ti devi arrabbiare se un italiano spesso non rispetta tutte le regole, perché gli italiani sono quello che sono.

Sia ben chiaro: frasi di questo tipo possono essere abbastanza offensive, anche perché è come se si stesse dicendo una cosa che tutti conoscono, una cosa nota, uno stato dei fatti.

Non sempre, a dire il vero, si tratta di giudizi necessariamente negativi. A volte la notorietà, o meglio lo stato dei fatti, è l’unica componente o comunque è il fattore più importante da considerare.

In Brasile fa caldissimo in certi periodi dell’anno. Purtroppo la temperatura in Brasile è quello che è.

In casi come questo si tratta sempre di aspettative che non possono essere diverse, nel senso:

Cosa ti aspettavi? Pensavi che in Brasile facesse freddo?

Insomma si tratta di cose che non si possono cambiare: sono così, sono quello che sono, e bisogna accettarle. Potrei anche dire:

Giovanni è quello che è, non ti puoi lamentare se spesso si distrae e non sta attento. E’ sempre stato così: accettalo!

Anche in questo caso si tratta di cose che non si possono cambiare.

Allo scritto difficile trovare esempi di utilizzo di “è quello che è“, sia nel primo caso che nel secondo, anche perché la frase spesso termina con un verbo, oppure c’è una virgola e questo, come sapete bene, non succede mai, o quasi mai.

L’espressione si può estendere anche al verbo “volere“, con lo stesso senso di “non aspettarsi cose diverse”, “non pretendere cose diverse”. La componente negativa è abbastanza attenuata. Abbiamo già visto una frase simile: “che vuoi“. Andate a vedere se non la ricordate.

Per sviluppare un vaccino contro il corona-virus ci vogliono i tempi che ci vogliono, non si può pretendere che con un mese o due si riesca a trovare.

Potrei dire ugualmente che “i tempi di attesa sono quelli che sono“. Stesso senso della frase.

Komi: Allora? sono passati i due minuti, no? E’ mai possibile che ti debba sempre aspettare?

Mariana: ci vuole il tempo che ci vuole!

Komi: anche la mia pazienza è quello che è!

Mariana: non la fare tropo lunga e aspetta! L’amore è anche attesa!

Komi: ma stavolta stai tardando di brutto!

Mariana: hai voluto la bicicletta?

Komi: era meglio una moto! Altro che storie!

337 – Ancora Ancora

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Trascrizione

Giovanni: cosa succede quando si ripete una parola due volte?

Potremmo fare tanti esempi, e abbiamo già visto insieme ad esempio l’espressione “zitto zitto”, e oggi ne spieghiamo un’altra:

Ancora ancora. Che significa?

Ve lo dico subito:

Quando si è disposti ad accettare qualcosa, ma non più di questo, o quando riusciamo a raggiungere un livello accettabile, ma non di più, o non qualcosa di diverso, possiamo usare “ancora ancora”.

È più facile spiegarlo con degli esempi, ma ripetendo la parola “ancora”, il significato è praticamente l’opposto rispetto a “ancora”, che da sola significa “di più”, “in più”.

Ancora ancora quindi è simile a “al massimo“, “al limite“.

Si usa per fissare un limite in modo informale, colloquiale. Inoltre si parla anche di qualità a volte, nel senso che questo massimo accettabile, questo limite tollerabile è un limite anche qualitativo. Di più o diversamente non possiamo accettarlo, o non è sufficiente, non basta.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ancora ancora potrebbe riuscire a spiegare 10 espressioni idiomatiche in 10 minuti, ma è lo stesso per gli altri professori di italiano?

Vedete che in questo modo “ancora ancora” è come dire che Giovanni potrebbe riuscirci, probabilmente ci riuscirebbe al limite, oppure “bene o male”, “in qualche modo” potrebbe riuscirci, ma non un numero maggiore di 10. Oltre anche Giovanni avrebbe difficoltà.

Quindi “ancora ancora” esprime una misura, un limite massimo oppure minimo, accettabile. Una qualità minima necessaria, un numero abbastanza alto o abbastanza basso, eccetera.

Quante ragazze riusciresti a frequentare contemporaneamente senza farti scoprire?

Dunque, ancora ancora 2 ragazze potrei riuscirci per qualche settimana, ma sicuramente non di più di due ragazze.

È molto colloquiale come modalità, ed a volte si usa anche “tanto tanto” con lo stesso significato.

A volte anche “pure pure” può capitare di sentire.

Attenti perché “in qualche modo” e “bene o male” hanno un uso più ampio.

Se dico:

In 10 minuti ancora ancora posso riuscire ad arrivare a casa, ma non di meno.

Posso usare in questo caso anche “in qualche modo” o “bene o male” è in generale posso farlo sempre.

Ma il contrario spesso non si può fare:

In qualche modo sono riuscito a fare l’esercizio.

Bene o male sono riuscito a fare l’esercizio.

In tali casi non posso usare “ancora ancora” perché non c’è l’idea di un minimo o un massimo accettabile, tollerabile.

Poi, tra l’altro, non si usa al passato ma solo al presente o al futuro, meglio ancora. Infatti “ancora ancora” esprime anche incertezza, una possibilità, ma nessuna certezza. Potremmo sostituirlo anche con “forse” con probabilmente” per questo motivo.

Quindi per il passato non va bene. Se lo faccio è sbagliato, tipo:

Ieri ancora ancora sono riuscito a fare 10 esercizi, ma ho faticato parecchio.

In tal caso posso solo dire bene o male, in qualche modo, a malapena. Sto esprimendo un massimo ma anche la fatica che ho fatto per raggiungerlo. Non c’è incertezza.

Va bene, basta così.

Proprio non riesco a fare episodi di due minuti soltanto. Ancora ancora di 3 o 4, spesso 5. Di meno è veramente difficile.

Pazienza.

Khaled: va bene Giovanni, non farla lunga con questa durata, a noi interessa poco. Anche questo episodio è bello ricco di contenuti. Che vuoi, mica si può fare tutto in due minuti!

Giovanni: Forse è anche il caso di dire che l’utilizzo di “ancora ancora” è più adatto quando dopo si aggiunge un “ma”…

Tipo: per gli episodi ancora ancora 5 minuti possono andar bene ma 10 minuti non è accettabile!

Quando non c’è un “ma” il messaggio da trasmettere è comunque lo stesso, ma deve essere scontato o enfatizzato con il tono della voce.

336 – Rivendicare

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Trascrizione

Giovanni:

In questo episodio n. 336 vorrei attirare la vostra attenzione sul verbo rivendicare. Anzi vorrei rivendicare l’attenzione su questo verbo.

Potreste chiedervi: Perché? Qualcuno forse usa questo verbo? Ce n’è bisogno? Uno straniero deve saperlo usare? Quando?

Queste domande hanno bisogno di una risposta, allora facciamo un esempio tratto dalle notizie di oggi:

Dopo le elezioni in Bielorussia (vinte da Lukashenko), la sua sfidante Tikhanovskaja rivendica la vittoria.

Rivendicare la vittoria equivale a dire a tutti:

Attenzione, guardate che sono io ad aver vinto. Io ho vinto le elezioni! Non le ha vinte Lukashenko, ma io!

Quindi quando una persona rivendica qualcosa, è perché vuole attirare l’attenzione su di sé o anche semplicemente su una cosa importante.

Questa cosa è mia!

Questa cosa è merito mio,

Questa cosa è importante.

Sembra quindi che qualcuno non la pensi come noi, che dobbiamo far sentire la nostra voce, per dimostrare la verità, per dire qualcosa di importante.

Anche la stessa “attenzione” si può rivendicare,come ho detto nell’esempio iniziale.

Se voglio che gli altri stiano attenti a ciò che dirò o che farò, allora rivendico la loro attenzione su qualcosa. Si usa la preposizione su o anche di.

Una professoressa può rivendicare l’attenzione degli studenti ad esempio.

A dire il vero in questo caso generalmente si usa “attirare” l’attenzione. È quasi sempre così. Rivendicare infatti si utilizza maggiormente in ambito politico in questo senso:

Bisogna rivendicare l’attenzione del governo sui diritti dei lavoratori.

Come a dire: questa cosa è importante. La rivendico!

Forse il modo migliore di definire rivendicare è “dire con forza qualcosa”, come quando i terroristi rivendicano un attentato per dire:

L’attentato è opera nostra!

Quindi si desidera sempre affermare o riaffermare qualcosa e esigere il riconoscimento e l’attribuzione di un diritto o di un merito.

Insomma stiamo reclamando, stiamo protestando.

Una cosa importante per noi viene quindi rivendicata se crediamo che sia importante o anche in pericolo.

Anche un diritto può rivendicarsi, perché spesso sono a rischio, i diritti.

Rivendico il diritto di parlare!

Cioè: voglio parlare, è un mio diritto, fatemi parlare!

Anche una proprietà può essere rivendicata:

Questa casa è mia, anche se mi è stata tolta, quindi la rivendico.

Questa è una vera azione giudiziaria, significa accertare, verificare la proprietà.

Voglio che la verità esca fuori: la rivendico!

Non lasciatevi ingannare dalla somiglianza con il verbo vendicare, cioè dalla vendetta, sebbene qualcosa in comune ci sia (infatti l’origine è la stessa).

In effetti, sebbene in teoria rivendicare possa significare anche “vendicare di nuovo” non è questo l’uso che se ne fa.

Certo è che chi rivendica qualcosa non è mai di buonumore!

E tu hai mai fatto una rivendicazione?

Lia: io non ho mai fatto una rivendicazione in vita mia. Questo la dice lunga sul mio carattere tranquillo.

Sofie: ma pensa un po’! Credo di sapere perché: tu, zitta zitta, hai sempre avuto agganci che ti hanno sempre risparmiato fatiche inutili e così ti è sempre andata di lusso.

Lia: neanche per sogno! Io non ho agganci di nessun tipo. Nessuno mi ha mai aiutata, sono accuse prive di fondamento le tue. Ma guarda tu! Impertinente che non sei altra!

Sofie: non fare la sostenuta adesso! Ti ho colta sul vivo eh? Vuoi rivendicare la tua integrità morale?

Lia: Ma ti pare che io mi debba difendere contro tutte queste accuse ingiuste? Ma io non lo so, guarda!

Sofie: comunque, a scanso di equivoci scherzavo. Adesso però non potrai più dire che non hai mai rivendicato nulla nella tua vita!

Giovanni: Grazie a Lia dal BRASILE e Sofie dal Belgio per questo bel ripasso di oggi. Lia e Sofie sono due membri dell’associazione italiano semplicemente. Lascio che siano sempre i membri a registrare le frasi di ripasso degli episodi precedenti.

Rauno: Se anche tu vuoi diventare membro, non hai che da chiederlo.

Elettra: e ringraziamo anche Rauno dalla Finlandia prima di ricevere una rivendicazione da parte sua!

335 – Pensa un po’

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Trascrizione

Giovanni:Buongiorno cari amici di Italiano Semplicemente, siamo arrivati all’episodio n. 335 di questa rubrica.

335! Pensate un po’!

ecco un’altra mini espressione che si usa almeno una decina di volte al giorno: pensa un po’.

L’espressione è da leggere alla lettera? Questa è una domanda chiave, molto importante cioè.

Questa espressione, voglio dire, è un invito a pensare un poco?

Sicuramente è un invito a pensare, ma non “un poco”, che abbreviato si scrive “un po'”.

Non è come dire:

Dammi un po’ di vino

Parla un po’ di più

Mangia un po’

Eccetera.

A dire il vero a volte può essere usata in questo modo:

Pensa un po’ a te stesso, pensa un po’ di più al lavoro,  pensa un po’ prima di rispondere. Eccetera.

Ma generalmente non è questo l’utilizzo principale di “pensa un po'”.

In genere si usa questa espressione per richiamare l’attenzione su qualcosa, per invitare a riflettere su un aspetto. “Un po'” non indica quindi una quantità (di tempo in questo caso) o una intensità. Spesso è un segnale di stupore, o anche di incredulità addirittura. Altre volte anche di contrarietà, dissenso. A volte poi “un po'” si può anche togliere perché non aggiunge molta intensità.

Ascoltate infatti alcuni esempi:

Pensa un po’ che bello se riuscissimo ad andare in Italia.

In tal caso “pensa” è sufficiente a esprimere questa condivisione del proprio pensiero. Possiamo togliere un po’ perché non aggiunge nulla.

Altre volte è fondamentale:

Sai che qualcuno crede che una lingua si possa imparare senza fare esercizi scritti?

Risposta: Pensa un po’!

Il tono che si usa, mai come in questo caso, è assolutamente fondamentale per capire il senso della frase.

Sicuramente c’è stupore, quello non manca quasi mai, il tono può esprimere poi curiosità, oppure un dissenso, anche forte. Altre volte può esprimere un po’ di sufficienza, come se la cosa non  interessasse molto. Dipende tutto dal tono.

Ascoltate la differenza di tono nel caso di stupore, incredulità, curiosità, dissenso e sufficienza.

– – –

Pensate un po’ che bello se per una volta riuscissi a rispettare i due minuti previsti.

Xiaoheng: Anche in questo caso basterebbe dire “pensate”, se non fosse che così è un po’ più ironica come frase.

Giovanni: giusto.

Komi: vabe allora rimaniamo che ci aggiorniamo domani?

Ne o lo?

Audio

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Ne o lo?Trascrizione

Oggi facciamo un bell’esercizio per imparare a usare bene ne e lo.

Queste particelle creano un sacco di problemi ai non madrelingua. Ne sapete qualcosa voi?

Vediamo allora alcuni esempi con delle frasi comuni in cui sono presenti queste due particelle.

Ascoltate l’audio.

Sapete che ne e lo servono a sostituire qualcosa di noto nella frase, qualcosa che non vogliamo ripetere o che è scontato, quindi non serve ripetere.

Allora io pronuncerò delle frasi complete e voi dovrete dire una o più frasi abbreviate che contengono ne oppure lo, a seconda della circostanza.

Poi dirò io la risposta e voi potrete ripeterla. Spesso darò più risposte equivalenti.

Ovviamente ci saranno esempi anche al femminile ed al plurale, quindi a volte dovrete usare li, la, gli o le. Non vi spiegherò nessuna regola. Anche perché non la conosco! Ad esempio se dico: iniziamo? Avete voglia di iniziare?

Voi dovete dire: iniziamo? Ne avete voglia?

Volendo, una risposta a questa domanda può essere:

Si, dai, ho voglia di iniziare.

Oppure:

Sì dai, ne ho voglia.

Oppure:

No, non ne ho voglia.

Allora iniziamo.

1. Hai vinto un premio! Ti aspettavo di vincerlo?

– – –

Te lo aspettavi?

Oppure

te l’aspettavi?

Risposte:

si, me l’aspettavo

Non me l’aspettavo!

Veramente me ne aspettavo due.

Mi aspettavo di vincerne due.

2. Volevo meno gelato.

– – –

Ne volevo meno.

3. Non ti volevo dire questa cosa

– – –

Non te la/lo volevo dire.

Oppure:

Non volevo dirtela/dirtelo

4. La vostra vacanza durerà 3 giorni. La nostra durerà 6 giorni.

– – –

La vostra vacanza durerà 3 giorni. La nostra ne durerà 6.

5. A lui dobbiamo dire questa cosa.

– – –

Glielo/glielo dobbiamo dire.

Oppure:

Dobbiamo dirglielo/dirgliela

A lui dobbiamo dirlo

6. A te devo dare 5 euro, a lui devo dare 6 euro.

– – –

A te devo dare 5 euro, a lui ne devo dare 6.

Oppure

A te devo dare 5 euro, a lui devo darne 6.

7. Posso fare a meno di te

– – –

Di te ne posso fare a meno

Oppure

Di te posso farne a meno

8. L’amore? Di questo parliamo domani

– – –

L’amore? Ne parliamo domani

Oppure

L’amore? Parliamone domani.

9. Ho del pollo. Vuoi un po’ di pollo?

– – –

Ne vuoi un po’?

10. Facciamo la pasta, ma quanta pasta cuciniamo?

– – –

Quanta ne cuciniamo?

11. Cuciniamo un kg di pasta?

Ne cuciniamo un kg?

12. Oppure cuciniamo ancora più pasta?

– – –

Oppure ne cuciniamo di più?

Risposte:

Cuciniamone meno

Cuciniamone di più

13. Ricordi gli amici di scuola? Quanti amici di scuola ricordi?

– – –

Quanti ne ricordi?

14. Chiudi la Porta. Ti devo ricordare di chiudere la porta?

Te lo devo ricordare?

Risposte:

Si, ricordamelo

No, non me lo ricordare

15. Ah, la Gioventù! Che bella. Ricordi di quando eravamo giovani?

– – –

Te lo ricordi? (di quando eravamo giovani)

Oppure

Te la ricordi? (la gioventù)

16. Buona la pizza. Vuoi assaggiare un pezzo di pizza?

– – –

Ne vuoi assaggiare un pezzo?

Oppure

Vuoi assaggiarne un pezzo?

17. Buona la pizza. Vuoi la pizza anche tu?

– – –

La vuoi anche tu?

18. I tuoi amici vogliono assaggiare un po’ di pizza anche loro?

– – –

Anche i tuoi amici ne vogliono assaggiare un po’?

Oppure

Anche i tuoi amici vogliono assaggiarne un po’?

19. Ti avevo detto che la pizza era buona!

– – –

Te l’avevo detto che la pizza era buona!

20. Quante pizze hai preso?

– – –

Quante ne hai prese?

21. Con chi hai mangiato la pizza ieri?

Con chi l’hai mangiata ieri?

22. Ecco il giornale. Hai letto il Giornale oggi?

– – –

L’hai letto oggi?

Risposte:

No, non l’ho letto

Ne ho lette solo 10 pagine.

23. Devi bere tutto il vino!

– – –

Lo devi bere tutto.

Oppure:

Devi berlo tutto (o devi berne 1 bicchiere)

24. Devi bere solo un po’ di vino

– – –

Ne devi bere solo un po’.

Oppure:

Devi berne solo un po’.

25. Di quale colore dipingiamo la casa?

– – –

Di quale colore la dipingiamo?

26. Facciamo metà casa rossa e metà verde?

– – –

Ne facciamo metà rossa e metà verde?

27. Tu cosa pensi di questa cosa?

– – –

Tu cosa ne pensi?

28. Io penso in questo modo…

– – –

Io la penso in questo modo…

29. Dove vuoi un bacio?

– – –

Dove lo vuoi?

30. Lo voglio sulle labbra. Ma voglio 10 baci.

– – –

Lo voglio sulle labbra. Ma ne voglio 10.

31. Ok. Dove vuoi i 10 baci?

– – –

Ok. Dove li vuoi?

32. Ti dico io dove.

– – –

Te lo dico io.

33. Quanti punti conosci? Io conosco molti punti adatti.

Io ne conosco molti adatti.

34. Anche io conosco molti punti adatti.

– – –

Anche io ne conosco molti.

35. Volevo il gelato al Cioccolato, non al limone.

– – –

Lo volevo al cioccolato, non al limone.

36. Conosci questa persona?

– – –

La conosci?

37. No, ma conosco altre persone.

– – –

No, ma ne conosco altre.

38. Vuoi una birra? Oppure vuoi 2 birre?

– – –

Vuoi una birra? Oppure ne vuoi 2?

39. Basta una birra, grazie.

– – –

Ne basta una, grazie.

40. Sapevo che rispondevi così!

– – –

Lo sapevo!

41. Ma quante cose sai tu?

– – –

Ma quante ne sai (di cose)?

42. So molte più cose di te.

Ne so molte più di te.

43 ti devo dire questa cosa

– – –

Te la devo dire

Oppure:

Devo dirtela

44. Ti devo parlare di questa cosa

– – –

Te ne devo parlare.

Ne devo parlare a te.

Oppure:

Devo parlartene

45. Possiamo parlare di questa cosa?

– – –

Ne possiamo parlare?

Oppure:

Possiamo parlarne?

46. Ok, possiamo discutere di questo domani.

Ok ne possiamo discutere domani.

Oppure:

Possiamo discuterne domani

47. Con chi possiamo parlare di questa cosa?

– – –

Con chi ne possiamo parlare?

Oppure:

Con chi possiamo parlarne?

48. Puoi parlare di questo con loro? Puoi parlare di questa cosa con loro domani.

– – –

Ne puoi parlare con loro? Puoi parlargliene domani

Oppure:

Puoi parlarne con loro? Gliene puoi parlare domani

49. Già l’ho detto a loro.

– – –

Gliel’ho già detto.

o

Già gliel’ho detto

50. Comunico questa cosa anche ai dirigenti

– – –

La comunico anche ai dirigenti

51. Discutiamo di questa cosa prima tra noi

– – –

Discutiamone prima tra noi

o

Ne discutiamo prima tra noi

o

Meglio se ne discutiamo prima tra noi.

334 – Di nuovo

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Trascrizione

Giovanni: cosa si dice quando si esce da un ristorante oppure quando termina un incontro di lavoro?

Si saluta ovviamente. Si tratta di un saluto di commiato, cioè di un saluto che si dà quando termina un incontro o una conversazione.

Allora, per accomiatarsi (questo è il verbo del commiato) si può dire buongiorno o buonasera o buonanotte a seconda dell’orario.

Per congedarsi (si può anche dire così, con lo stesso significato) si può anche dire arrivederci, buona giornata, a presto. Anche un “ci vediamo” o “alla prossima” possono andar bene se c’è abbastanza confidenza. Oppure si può ricorrere ad un semplice “ciao”, abbastanza familiare ed amichevole ma sempre valido come congedo (il congedo è come il commiato).

Ma cosa succede se dopo i saluti, ci si intrattiene ancora? Succede che poi si deve salutare nuovamente. In questi casi si può nuovamente dire buonasera o buonanotte eccetera, ma generalmente si utilizza un altro genere di saluto.

Di nuovo“!

In questi casi è sufficiente dire “di nuovo” o anche “nuovamente” (ma è meno usato).

Un tipo di saluto particolare, che si usa normalmente con persone che non si conoscono, quindi va bene al ristorante ma anche in una riunione di lavoro.

Non è necessario dire “di nuovo buongiorno” o “di nuovo buonasera” sebbene possa comunque andar bene. È sufficiente dire “di nuovo”.

Es: buonasera!

Ristoratore: Buonasera a voi, e grazie per averci scelto. Spero abbiate mangiato bene.

Cliente: Benissimo grazie. Le fettuccine che ho mangiato sono uguali a quelle che fa mia nonna.

Ristoratore: ci fa piacere. Di dove siete?

Cliente: veniamo da Roma. Siamo vicini. Quindi sicuramente ritorneremo trovarvi.

Ristoratore: ottimo! Allora alla prossima!

Cliente: certamente! Di nuovo!

Hartmut: un saluto a tutti gli ascoltatori di italiano semplicemente! Possibile mai però che i classici libri di italiano non ci dicano queste cose?

Khaled: questo la dice lunga sulla loro utilità.

Rauno: dai, adesso non si dica che tutti i libri sono inutili!

Doris: io qualcuno l’ho trovato interessante. Altri invece non sono niente di che.

Lia: dicono che anche la grammatica a suo modo è utile. Peccato che non basti. Occorre parlare ed ascoltare, altro che storie!

Iberê: grazie! Altrimenti la lingua a che serve? Bisogna aver cura di tutti gli aspetti della comunicazione.

Ulrike: ok. Adesso però per la cronaca i due minuti sono finiti. Ciao a tutti.

Hartmut: di nuovo!

Italiano Professionale – lezione 26: Fare le veci, essere il vice

Questa lezione fa parte del corso di italiano professionale, cioè dell’italiano che si usa in ambienti lavorativi

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Descrizione

Lezione n. 26 del corso di Italiano professionale. Oggi parliamo di due termini: vice e veci, che può capitare di utilizzare durate una riunione o un incontro di lavoro. 

Può capitare infatti che in una riunione, in un incontro, qualcuno dia forfait, vale a dire che qualcuno non si presenti, che non venga alla riunione, ma che questa persona si faccia sostituire da una seconda persona.

 

333 – Saperla lunga

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Saperla lunga

Giovanni: eccoci al terzo episodio sul termine “lunga”, sempre al singolare femminile. Saperla lunga è l’espressione di oggi.

Spero che questo termine non vi abbia stancato.

Komi: ma ti pare, Gianni, non siamo stanchi per niente! Mi fa specie che parli così.

Giovanni: Bene. Sono contento. Allora lascio la parola a mia madre.

Giuseppina: Certo, il sapere e la lunghezza sembrano non avere cose in comune, ma questa è un’espressione idiomatica.

Allora mi chiedo: se io la so lunga, cosa significa? Significa che conosco molte cose?

Si, significa anche questo, ma non si usa per le persone colte in generale, le persone che hanno studiato, o anche le persone curiose e sempre infornate su tutto.

Non sono queste le persone che la sanno lunga. Questa categoria di persone è troppo ampia.

Ulrike: E chi sono allora? Ci tieni sulle spine?

Giuseppina: Dunque: se parlo di conoscenza, posso usare questa espressione e posso dire che ad esempio “Giovanni la sa lunga in fatto di insegnamento”.

Questo posso dirlo e significa semplicemente che Giovanni conosce molto bene questo argomento.

Però devo specificare l’argomento, e per fare questo posso usare due forme diverse:

Maria la sa lunga in fatto di cinema

Gli italiani la sanno lunga in termini di cibo.

Questo esprime competenza, e questo è uno dei tanti modi per esprimere le competenze di una persona. Ne abbiamo parlato nella prima lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Un secondo e più usato modo per usare saperla lunga è per esprimere la furbizia di una persona. E le persone furbe spesso destano sospetti, spesso vengono scoperte, e spesso nascondo delle cose per ottenere un risultato vantaggioso. Allora quando vogliamo indicare proprio queste persone, quando abbiamo sospetti che una persona sappia delle cose ma non dica nulla per furbizia, possiamo dire che questa persona la sa lunga.

Giovanni la sa lunga, ma noi non dobbiamo lasciarci imbrogliare da lui.

Francesco ci nasconde qualcosa. Secondo me la sa lunga su questa storia e non ci dice niente.

È un’espressione che si usa sempre al presente.

Attenzione quindi a volte è un complimento, altre volte è un sospetto. Si può usare anche in modo ironico:

Questo ragazzo è un furbetto.. mi sa che tu la sai lunga eh?

Xiaoheng: io credo di aver capito. Ma se avrò dubbi mi ritaglio del tempo e ascolto nuovamente. D’altronde il metodo di Italiano Semplicemente è comprovato.

Giovanni: Ringrazio i membri Komi, Ulrike e Xiaoheng per averci aiutato a realizzare le frasi di ripasso contenute in questo episodio. Per chi è nuovo ed ascolta questo tipo di episodi per la prima volta, gli consiglio di cliccare sui link che sono stati inseriti nell’episodio per approfondire le espressioni che risultano poco chiare.

332 – Non farla lunga

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Trascrizione

Giovanni: dove eravamo rimasti? Ah, eravamo rimasti alla parola “lunga“, al femminile singolare. Questo è importante sottolinearlo.

Cosa può essere lunga?

Se parliamo di lunghezza in termini di centimetri, metri, chilometri, potremmo prendere qualsiasi “oggetto” femminile. Se definiamo una strada, ad esempio, è diciamo che è lunga, stiamo dicendo che ha una lunghezza elevata, molti chilometri ad esempio. Lunga è il contrario di corta.

Anche una barba può essere lunga o corta.

Ma anche una storia che viene raccontata può lunga o corta. In questo caso parliamo di quanto tempo ci vuole per raccontarla.

Tutto è relativo, è vero. Allora potrebbe essere lunga quando richiede troppa attenzione o quando è composta da molte pagine o troppi caratteri.

Ma se la storia è interessante potrebbe non essere giudicata lunga.

Mariana: Giovanni, però stavolta cerca di  evitare una spiegazione troppo lunga. Spesso e volentieri vai oltre i due minuti e sì direbbe che tu non abbia un orologio.

Komi: anche stavolta, se ci va di lusso, saranno 4 minuti.

Xiaoheng: l’importante è che si faccia una spiegazione concisa e niente resti in sospeso. Così che tutti si dicano soddisfatti.

Giovanni: Allora cercherò di essere il più conciso possibile. Se parlo di una storia, esiste l’espressione “farla lunga” che si usa spessissimo nei dialoghi familiari e tra amici.

Si parla non di una storia da raccontare, di un racconto, ma di spiegazioni generiche, di dialoghi tra persone, dialoghi dove spesso una delle due persone si stanca di ascoltare l’altra che magari sta cercando di spiegare una cosa che ritiene importante, o si sta giustificando spendendo però troppe parole e stancando così l’altra persona che ascolta.

Es:

Moglie: Dove vai? Devi uscire? E con chi devi uscire? È tardi e domani ti devi alzare presto. Poi non dire che hai sonno domani mattina. Tutte le sere la stessa cosa! Ma quanto dura questa storia? Ma pensa se anch’io iniziassi a…

Marito: Dai, non farla lunga adesso, tra poco sarò a casa.

Si usa anche quando si cerca di convincere una persona un po’ reticente, un po’ difficile da convincere:

Es:

Dai vieni a cena con noi!

No, mi sento giù, non me la sento, sono STANCO.

Dai, vieni e non farla troppo lunga!

Si usa anche senza la negazione, ma sempre con un tono un po’ scocciato, seccato:

Ma quanto la fai lunga!! Mi hai stufato!

La stai facendo troppo lunga adesso, sbrigati che ho da fare!

Finito. Contenti?

331 – La dice lunga

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Trascrizione

Giovanni: negli ultimi due episodi ci siamo occupati del verbo “dire”.

Nell’ultimo in particolare abbiamo incontrato l’espressione “dirla lunga” che merita un episodio a parte.

Hartmut: Quello di oggi, per l’appunto.

Bogusia: di volta in volta un episodio diverso. Via via che passano gli episodi impariamo sempre di più.

Iberê: personalmente trovo che questo approfondimento di oggi sia interessante. Ma puoi farci alcuni esempi?

Certo. Dunque:

Ascoltiamo alcuni esempi.

Gli studenti italiani studiano la lingua inglese per circa 10 anni e forse di più, prima di arrivare alla Maturità, cioè al diploma che si prende a 18 anni. Nonostante questo il loro livello di apprendimento e la loro capacità di comunicazione in lingua inglese sono abbastanza scarsi. Questo la dice lunga sull’efficacia di un metodo classico basato quasi esclusivamente sulla grammatica.

La mia squadra del cuore non vince uno scudetto da quasi 20 anni nonostante le ingenti spese ogni anno. Questo la dice lunga sulla capacità dei dirigenti della squadra.

In tutti i paesi del mondo, ovunque ci siano dittatori o politici autoritari al comando, il corona virus non è stato contenuto e sono morte inutilmente tantissime persone. Questo la dice lunga sui regimi dittatoriali.

In Italia si mangia bene e si vive più a lungo. Questi fatti la dicono lunga sull’importanza della dieta mediterranea.

In tutti questi esempi notiamo alcune cose in comune:

1.Stiamo dando un giudizio. Questo giudizio può essere positivo o negativo

2.stiamo osservando un fatto e in base a questo stiamo dando una valutazione più generale

3. Si usano sempre le preposizioni su, sul, sulla, sugli, sulle. Su ha il senso di “a proposito di”. Dopo “su” dobbiamo specificare l’aspetto che stiamo valutando in base all’osservazione iniziale.

4. Si usa “lunga”, sempre al femminile singolare e ha il senso di “molto“. Come a dire: questa cosa ci racconta molte altre cose, questo fatto mi permette di esprimere un giudizio più ampio, questa cosa accaduta non è casuale, ma è solo la punta di un iceberg, da questi fatti traspare tantissimo altro.

Questo termine “lunga“, sempre al femminile singolare si usa spesso in senso figurato nella lingua italiana.con significati sempre diversi.

Ad esempio le due frasi “non farla troppo lunga” e “alla lunga” o anche saperla lunga. Nei prossimi episodi le vediamo meglio. Oggi non vorrei farla troppo lunga.

 

330 – Dica

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Trascrizione

Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.

Elettra: Una signora entra in un bar e il barista, rivolgendosi alla signora:

Barista: Buongiorno signora, dica pure!

Signora: buongiorno signor barista. Mi dica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.

Barista: verissimo signora.

Signore accanto a lei: a dire il vero, ci sono anche persone che parlano male del suo latte di mandorle.

Signora: Allora sono qui proprio per verificare.

Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.

Signora: mmmm un po’ amaro però.

Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.

Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?

Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.

Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!

Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.

Signora: ragazzi, io stavo scherzando. Il latte di mandorle che ho assaggiato è il migliore del mondo, non di Roma. Veramente buonissimo!!

Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!

Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di tripadvisor.

Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!

Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!


Spiegazione:

Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.

Barista: Buongiorno signora, dica pure!

Questa è una modalità che si usa spesso quando si entra in un locale, un bar, un ristorante eccetera. Equivale a “mi dica”, “prego”, “come posso aiutarla”, “come posso servirla”.

Signora: buongiorno signor barista. Mi dica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.

“Mi dica”, usato in questo modo, è seguito da una domanda. é quindi una modalità gentile per chiedere una informazione. Stiamo dando del lei, quindi se dessimo del tu sarebbe “dimmi”.

Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.

Questa espressione, che abbiamo già spiegato, serve a sconfessare le opinioni contrarie alla propria, come a dire: nonostante qualcuno non la pensi come me.

Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.

Il signore intende dire: io l’avevo avvertita, cioè glielo avevo detto. Non dica che non è vero!

Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?

Questa espressione è particolare, perché “dirsi soddisfatti” significa “dichiararsi soddisfatti”, “dire di non essere soddisfatti”.

Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.

Un’alytra espressione tipica italiana, che si usa quando non si conosce una risposta, un motivo, e allo stesso tempo si è un po’ amareggiati o sconsolati, un po’ tristi a volte.

Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!

Il barista vuole dire: non mi si venga a dire che le recensioni sono false-. E’ un modo per difendersi contro eventuali accuse.

Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.

In questo caso si usa semplicemente il verbo dire, ma si sta dando del lei alla signora.

Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!

Questa è un’espressione che abbiamo già visto insieme: esprime velocità, immediatezza.

Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di TripAdvisor.

“Dirla lunga” è una espressione che si usa quando c’è qualcosa che dimostra un fatto. Dirla lunga significa quindi “dimostrare ampiamente”, ma spesso si usa anche per esprimere il senso contrario.

Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!”

“Non lo dica a me” o anche “non dirlo a me” sono espressioni che si usano quando una cosa riguarda anche e soprattutto la persona che parla, come a dire: non me lo devi dire, non devi spiegarmi queste cose, perché ne sono assolutamente convinto anche io, lo so, conosco questa cosa, la conosco bene. Il signore vuole dire che anche lui sa che TripAdvisor è credibile, infatti il, suo locale è il secondo di Roma e non l’ultimo. Evidentemente il signore accetta il verdetto e si arrende all’evidenza, anche se non ammettendolo a chiari parole. E neanche chiedendo scusa.

Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!

Ecco, il barista è irritato perché il signore non chiede scusa, e questa cosa (chiedere scusa) non accade mai quando una persona dice una sciocchezza, una fesseria. Invece il signore avrebbe dovuto farlo; avrebbe dovuto chiedere scusa secondo il barista.

Le meraviglie di Roma: la gatta di Via della Gatta

Audio

Bogusia (membro dell’associazione Italiano Semplicemente):

Buongiorno a tutti gli amici del sito italiano semplicemente. Sono di nuovo qui. Mi chiamo Bogusia, sono polacca, però affascinata della lingua italiana, della storia e cultura italiana e soprattutto della Roma con i suoi segreti e misteri.
Non riesco a smarcarmi dalla voglia di cercare i luoghi che forse sfuggono a tanti, che partendo alla volta di Roma, dimenticano che bisogna guardare in modo indefesso per scoprire cose meravigliose, che si trovano a portata di mano nel centro storico.

Mi rendo conto che a volte manca il tempo per fermarsi a lungo, guardare in su, bisogna fare qualche foto, consumare un pasto seguito da un ammazza-caffè e poi bisogna assolutamente dare seguito alle direttive della guida turistica. Altro che storie! A volte è un peccato però.
Il mio racconto di oggi verte su una gatta speciale. Forse adesso dovrei aprire una parentesi, si dà il caso che a Roma ci siano una caterva di raffigurazioni di animali, sparsi dappertutto, che coinvolgono tante leggende che non possono però passare in cavalleria.
Il mio racconto lo faccio ovviamente sulla falsariga degli episodi di ripasso precedenti, cioè facendo un ripasso delle espressioni di due minuti che mi ronzano per la testa.
Altrimenti non sarebbe cosa! Spero che io non sfori troppo e non faccia nessuno sgarro di sorta.
Ragion per cui smetto di parlare di cose futili, non vi tengo sulle spine e rinuncio ai preamboli, sperando anche che riesca a sfoderare un racconto con i fiocchi .
Siamo nel centro storico, via del Plebiscito, le collezioni di Palazzo Doria Pamphilj e di Palazzo Venezia, abbiamo visto già gli affreschi della chiesa del Gesù. E’ là dove ogni giorno si accalcano centinaia di visitatori, ma pochi sanno che a due passi da lì si trova una perla della Roma misteriosa.
Vale solamente la pena di fare una capatina sul retro di Palazzo Grazioli (che da qualche anno ha assunto una gran notorietà, al di là dei pregi architettonici, per essere stato scelto per un certo periodo di tempo come residenza romana di un noto esponente politico italiano: Silvio Berlusconi, nonché sede del suo “parlamentino”).

Palazzo Grazioli
Roma, palazzo Grazioli a via del Plebiscito – Autore =Lalupa

Passando per via della Gatta, bisogna buttare un occhio in su e si vede come sul cornicione di Palazzo Grazioli vi sia posata una piccola gatta in marmo, a grandezza naturale.

via della gatta romaSi presume proveniente dal vicino Iseo Campense. Infatti, a suo tempo il gatto era un animale sacro a Iside, divinità egiziana venerata anche a Roma. Ma che c’azzecca questa gatta egiziana con i romani e Roma? Vediamo un po’ allora.
La gatta di Via della Gatta proviene dagli scavi del tempio di Iside e Serapide che si trovava in questa zona: L’Iseo Campense. Non era però il tempio dedicato ad Iside più antico di Roma ma sicuramente il più grande ed in oltre sembra che il culto sia rimasto in piedi per molto tempo. Sono tante le statue che si possono ammirare a Roma, e può darsi che un giorno parlerò di una di quelle che ha attirato maggiormente la mia attenzione.
Ma torniamo a bomba, la nostra gatta di Via della Gatta.
La sua strana collocazione sul cornicione marcapiano fu oggetto di molte ipotesi e dicerie tra il popolino. È facile capacitarsene visto che spesso hanno anche un certo non so che di affascinante, e i romani amano le leggende e le sanno raccontare di punto in bianco, così su due piedi .
Vero Gianni? Mi reggeresti il gioco anche questa volta?

Giovanni: naturalmente, non vedo perché non dovrei, soprattutto quando trovo qualcuno che fa episodi al posto mio! Non c’è nessun rovescio della medaglia direi. Ma quante sono queste leggende?

Bogusia: Ne proverò a rispolverare tre, su questa nostra gatta.
Facendo questo non faccio nessuno strappo alla regola, infatti è un esercizio che faccio spesso, e vi dirò che mi aiuta molto ad ingranare con l’italiano, veramente come si deve. È Il metodo che preferisco e senz’altro forma un binomio inscindibile con l’apprendimento. Allora andiamo al dunque.
Una delle leggende racconta del salvataggio di un bambino in bilico sul cornicione di un palazzo. La gatta avrebbe avvisato la mamma distratta che riuscì poi a salvare il bambino. La statua in effetti ha dei tratti materni e protettivi e sarebbe stata posta proprio là dove il bambino avrebbe rischiato la vita.
Nella seconda leggenda, analogamente alla prima, il miagolio della gatta avrebbe svegliato gli abitanti della zona avvisandoli di un incendio notturno, salvando le case e le vite degli abitanti.
La storia più fantastica è sicuramente però quella relativa alla leggenda che vuole che la gatta punterebbe il suo sguardo proprio in direzione del luogo in cui sarebbe nascosto un tesoro. Nel tempo in parecchi hanno provato a cercarlo a destra e a manca. Non è dato sapere se tale tesoro sia rimasto sotterrato, oppure già da tempo scoperto e sfruttato nel più assoluto silenzio. Un parolone privo di fondamento? Per quanto se ne sa il tesoro non è stato ancora trovato e si dice che poiché lo sguardo della gatta si posa sulla vicina Biblioteca Rispoli, può darsi che il tesoro sia di altro tipo, tipo che si tratti di libri.
Non si direbbe?
Eh si, i libri sono il tesoro per eccellenza secondo me. Ragazzi, si sa che a Roma si racconta di tutto e sulla intera storia permane tuttora un alone di mistero. Le leggende non passano in cavalleria ed io ve le racconto, non fosse altro che per questo. Adesso vi dico ciao, ci riaggiorniamo.

Giovanni: abbiamo ripassato ben 55 episodi. Ciao a tutti e grazie a Bogusia.

fonti: www.romasegreta.itwww.fuoridellaclasse.it

329 – Dicesi o dicasi?

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Mariana: Scusa Giovanni, puoi spiegarci il termine divario?

Giovanni: Dunque, dicesi divario, una differenza, un distacco, una distanza, specialmente dal punto di vista morale.

Posso dire ad esempio che c’è un divario di cultura tra me e te.

Ecco, l’episodio di oggi però non è sul termine divario, ma sui due termini”dicesi” e “dicasi“.

In Italia fa sempre un po’ sorridere quando si ascolta una frase simile alla mia:

Dicesi divario…

Avrei potuto usare qualsiasi parola al posto di divario. È una modalità che si può utilizzare quando si spiega un termine che non si conosce.

Fa un po ridere perché lo usano in genere per sottolineare l’eccessiva formalità nell’esprimersi, ed anche, a volte, un po’ la superbia di chi spiega.

Equivale a dire:

Si definisce “divario”, eccetera eccetera

Si dice divario eccetera eccetera

Quindi il “si dice” diventa “dicesi”, una forma arcaica, un po’ vecchiotta diciamo, che deriva da regole metriche antiche.

Ad oggi la si sente utilizzare in matematica, quando si dà una definizione di un termine:

Ad esempio: Nei triangoli rettangoli, dicesi ipotenusa il lato opposto all’angolo retto

Cioè si chiama ipotenusa, si dice così, questa è la definizione esatta di ipotenusa.

Ci sono anche altri termini simili, nel senso che rispondono alla stessa regola, ma pochi sono rimasti nell’uso corrente come: cercasi (si cerca), affittasi (“si affitta”), vendesi (si vende), saputasi (si è saputo), avvicinatosi (si è avvicinato) ed altri ancora, volevasi (si voleva).

Comunque “dicesi”, questo è uno dei termini che ci interessa oggi, è molto simile a dicasi, con la “a”, che non si usa per dare spiegazioni tecniche e complicate, ma soprattutto in questo modo:

Lo stesso dicasi

Altrettanto dicasi

Queste due forme hanno lo stesso significato e si usano per fare confronti in modo un po’ formale, una modalità spesso usata dai giornalisti ma anche da tutti coloro che amano essere precisi. C’è un pizzico di formalità anche qui.

Vediamo degli esempi:

In Italia abbiamo sofferto molto per il coronavirus, lo stesso dicasi ovviamente per altri paesi come il Brasile.

Sentiamo una professoressa di italiano cosa dice ai suoi studenti:

Flora: Così ragazzi non va bene. Giovanni deve studiare di più. Domani sarà nuovamente interrogato. Lo stesso dicasi per Sofie e Ulrike.

Giovanni: che bello…

Ulrike: va bene professoressa. Me ne farò una ragione. Mio malgrado dovrò studiare nuovamente.

Sofie: ok anche per me…

Sofie: Ma guarda tu che sfortuna! Altrettanto dicasi per te Ulrike

Giovanni: in effetti le due studentesse sono state sfortunate. Comunque ci sono altri modi ugualmente utilizzati per esprimere lo stesso concetto di “lo stesso dicasi“.

Lo stesso per te (basta eliminare “dicasi”)

Vale lo stesso per te

La stessa cosa vale per te

Ugualmente per te

Stesso discorso per te

Per te uguale

Uguale per te

Queste ultime due sono più informali. L’episodio finisce qui. Ma ascoltiamo anche una frase di ripasso dalla studentessa Ulrike.

Ulrike: Durante i mesi del coprifuoco (il cosiddetto lockdown) causato dalla pandemia perdite di proventi a destra e a manca e al contempo un crescendo di debiti e fallimenti. Conformemente, va da sé, che si ridurranno gli introiti fiscali. E questi sono solo i postumi del covid in campo economico.

328 – Di volta in volta

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Trascrizione

Giovanni: ricordate “via via”? L’abbiamo spiegata qualche puntata fa. In quell’occasione vi ho detto che ci sono modalità equivalenti per esprimere lo stesso concetto di progressione e ripetizione: man mano, mano a mano, e di volta in volta.

Via via che passa il tempo mi sento più anziano.

Man mano che leggo, imparo di più

Mano a mano che miglioro mi sento più motivato

Abbiamo detto che “di volta in volta” si può utilizzare al posto di via via, perché esprime ugualmente il ripetersi di qualcosa.

Questo in realtà è vero solo in particolari occasioni perché di volta in volta non si usa in una situazione “fluida”, ma quando ci sono delle occasioni cadenzate, precise, ben identificare.

Man mano che miglioro, via via che imparo, mano a mano che leggo.

In queste tre frasi non ci sono le “volte” nel vero senso del termine, non ci sono eventi singoli che si ripetono, ma c’è semplicemente il tempo che passa e qualcosa che cambia insieme al tempo: imparo di più, mi sento più anziano eccetera.

Invece se dico:

Le video chat dell’associazione vengono organizzate di volta in volta in orari diversi affinché tutti possano partecipare.

In questo esempio ci sono delle occasioni ben identificate, delle “volte” ben precise. In ognuna delle volte può accadere qualcosa, che può anche essere diversa di volta in volta.

Viene quasi la tentazione di utilizzare “sempre” e non “di volta in volta” e in effetti un non madrelingua in genere usa proprio questo avverbio “sempre”, oppure “tutte le volte”, oppure “ogni volta”.

Non è scorretto, va bene, si può fare, ma la bellezza della lingua italiana è anche questa.

Io vi consiglio di usare “di volta in volta” quando ci sono ripetizioni ma quando gli eventi, cioè le volte, le occasioni, sono identificate, e soprattutto quando volete evidenziare non l’uguaglianza delle volte, ma la differenza.

Cambiare di volta in volta

Modificare di volta in volta

In pizzeria prendo una pizza diversa di volta in volta.

Inizia ad allenarti, e di volta in volta prova ad usare muscoli differenti

Si può usare anche, come abbiamo visto, al posto di via via, man mano e mano mano, ma le “volte” devono essere identificate:

Inizia ad allenarti, e di volta in volta noterai dei miglioramenti.

Questo documento va aggiornato di volta in volta con i dati più recenti.

Quando provo a parlare in italiano, di volta in volta noto dei leggeri miglioramenti.

Ogni episodio che faccio, di volta in volta mi accorgo che la durata tende ad aumentare gradualmente.

È questo non va bene! È arrivata l’ora del ripasso. Ci aiuta Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.

Khaled: Spesso e volentieri, ho il piacere di riascoltare alcuni episodi di italiano semplicemente. Durante l’ascolto, consolandomi, mi dico : via via che passa il tempo capirai!” Così, con tutte le espressioni che mi ronzano sempre per la testa, di tanto in tanto, durante i tempi morti, mi rileggo i messaggi precedenti. Me lo dico sempre, sfogandomi: dovresti sfruttare i tempi morti ogni due per tre rinfrescando la tua memoria! Mi sento come una tartaruga nel mio percorso di apprendimento, ma mi dico: non sei duro di comprendonio, è solo una questione di pratica e senz’altro “.
Prima o poi ce la farai!

 

18 – PROVENTI e INTROITI – 2 minuti con Italiano semplicemente – LINGUAGGIO COMMERCIALE

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proventi e introiti

Trascrizione

Lezione numero 18 di due minuti con Italiano Commerciale.

Oggi parliamo di due termini molto simili di utilizzo quotidiano in una attività economica e quindi anche commerciale.

I due termini sono i proventi e gli introiti.

Il provento (al singolare) deriva dal verbo provenire. Parliamo di pagamenti, ma parliamo in particolare di entrate.

E’ un termine che si usa quasi sempre al plurale: proventi, e con questo termine si indica un qualsiasi genere di entrata o di reddito.

Potremmo parlare di guadagni, di entrate, di ricavo o di reddito, ma a volte si usa proventi, e si usa in particolare quando ci sono dei soldi, o meglio, delle risorse economiche, che derivano da una fonte particolare, o che sono il corrispettivo di un bene o servizio fornito. é più specifico di entrata e di reddito perché è obbligatorio far riferimento alla fonte da cui proviene questo provento.

Posso in generale parlare sempre di proventi, ma se lo faccio devo specificare la fonte. Si usa questo termine prevalentemente quando l’attenzione si focalizza proprio sulla fonte del pagamento: chi ha pagato?

Oppure quando l’attenzione è sul bene o sul servizio fornito.

Posso dire ad esempio:

I proventi della professione del commerciante possono essere notevoli.

Quanti sono i proventi che derivano dalla tua attività?

Quale azienda ha i maggiori proventi in Italia?

I proventi che derivano dalla vendita via internet sono notevoli? E solo proventi leciti o illeciti?

Il proventi della vendita di droga venivano usati per acquistare armi.

Si può quindi parlare anche dei proventi di un furto, vale a dire dei soldi che sono stati ricavati da un furto.

Quindi il fatto che dei soldi possano avere un’origine, che derivino da una attività, questo giustifica l’uso del termine proventi o provento, sebbene il singolare sia veramente poco usato.

Si tratta in generale del ricavato  da una qualsiasi fonte di guadagno: una professione, una attività commerciale, dei beni immobili, delle imposte, ecc.

Se ci pensate è anche simile al corrispettivo, che abbiamo già spiegato. Tuttavia il corrispettivo è un rapporto uno ad uno. Il provento è più generico.

Il secondo temine è introiti. Anche questo termine si usa più al plurale. Il singolare è introito.
Dalla parola si intuisce che un introito è qualcosa che “entra”. Infatti anche in questo caso si può trattare di entrate derivati da una operazione economica. Esiste il verbo introitare che è molto simile a incassare e riscuotere.

Ma in realtà introitare non si usa solo col il denaro.

Si usa anche con le merci:

Introitare delle merci in magazzino.

Quando delle merci entrano in magazzino, allora possiamo anche dire che le abbiamo introitate. In fondo anche le merci hanno un valore economico.

Il termine comunque è simile a provento, nel senso che anche gli introiti si usano per indicare del denaro incassato, o introitato.

Un introito deriva generalmente dalla vendita di merce. Non si parla di introito però se vendo della merce ad un cliente in negozio.

Il termine si usa per operazioni più grandi.

Oggi abbiamo avuto un introito pari a diecimila euro.

A quanto ammontano gli introiti della giornata?

In questo caso meglio introiti che proventi, perché sto parlando di denaro entrato in cassa genericamente, ma siccome parlo di merce potrei usare anche provemti.

Potrei dire ugualmente

A quanto ammontano gli incassi della giornata?

A quanto ammontano gli introiti della giornata?

A quanto ammontano i proventi della giornata?

Quanto abbiamo ricavato oggi?

Quanto abbiamo introitato oggi?

Si sua questo termine anche nel linguaggio contabile, per indicare la sezione del conto o libro cassa nella quale si registrano gli incassi, e anche del libro magazzino nella quale si registra il carico o l’entrata delle merci.

Per questo motivo il termine è molto tecnico e si usa solo in casi particolari, quando ad esempio bisogna registrare registrare gli introiti della giornata lavorativa. Bisogna scriverli nel libro di cassa, cosa che si fa appena prima di staccare, la sera, e perché perché l’esercente, se gli viene richiesto, devo mostrare il libro di cassa alle autorità competenti.

Ci vediamo al prossimo episodio.

– – –

327 – Bello + aggettivo

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Un caffè bello forte

Trascrizione

Giovanni: Nell’episodio 322 abbiamo visto che l’aggettivo “bello” si può usare per formare “di bello”, che si usa in occasioni piacevoli, per chiedere informazioni in modo non impegnativo e non inquisitorio.

Bello” in quel, caso si usa solamente al singolare maschile.

Invece al singolare e plurale, sia maschile che femminile, gli italiani spessissimo usano mettere bello, o bella, belli, belle, davanti ad alcuni aggettivi, ma è una modalità familiare, colloquiale, che si usa un po’ in tutte le occasioni.

E’ l’ennesimo modo per esprimere “molto“, di solito con una sfumatura umorale. Ne abbiamo visti già molti altri di modi. Vi metto un link come promemoria.

Ad esempio: la mia fidanzata mi tradisce.

Un mio amico potrebbe commentare:

Ah, bella stronza!

Questo non significa che la mia fidanzata è bella (il che è anche possibile) ma significa che si è comportata male.

Xiaoheng: da stronza, appunto.

Giovanni: Quindi sto esaltando un aggettivo, una caratteristica qualsiasi.

Come avete mangiato in quel ristorante?

Bene, appena usciti ci sentivamo belli pieni! Eravamo belli sazi!

Come avete visto, non sempre “bello” è associato a cose positive. Significa “molto”, ma perché si dice “bello”, al posto di “molto”?

Solamente perché stiamo chiacchierando tra amici o parenti, ma allo stesso tempo, molto spesso come dicevo c’è un qualcosa di emotivo, oppure siamo in un contesto spensierato e vogliamo usare un termine alternativo, anche a volte per sdrammatizzare, o per attenuare un aggettivo o per affetto.

Com’è Paolo fisicamente? L’hai incontrato?

Sì, simpatico, ma è bello grosso!

Bello grosso è un po’ di più di “abbastanza grosso” e un po’ meno di “grosso di brutto” o “enorme”.

C’è spesso,COME IN questo caso, la volontà di attenuare emotivamente il significato dell’aggettivo. Cioè in questo esempio voglio dire che è molto grosso, ma senza la volontà di offendere.

Si usano spesso con i bambini queste modalità:

Il bambino è nato bello grosso! Questo bambino è bello cicciotto!

E tu invece? Ti vedo bello tonico, asciutto, bello in forma!

Si usa anche in modo affettuoso quindi.

Questa è una delle differenze che ci sono rispetto all’utilizzo di “di brutto“, che vi ho già spiegato qualche episodio fa.

Vediamo meglio allora queste differenze:

Questa bevanda è bella forte Questa bevanda è forte di brutto

L’uso di “di brutto” è piu forte, più simile a moltissimo. Ma le frasi sono quasi equivalenti.

Ma in alcuni casi non si può usare “bello” . Perché non c’è un aggettivo, non c’è una caratteristica, un tratto distintivo.

Es:

Ti sei sbagliato di brutto

Significa:

Ti sei sbagliato (di) moltissimo

In questo caso “bello” non si può usare. Quando c’è un’azione, e quindi un verbo che esprime questa azione, posso usare solamente “di brutto” tra le due.

Ho mangiato di brutto

Ho esagerato di brutto

Eccetera.

Invece al posto di “bello”, “di brutto” si può usare sempre, ma è più forte rispetto a “bello”.

Es:

Questo ragazzo è bello forte.

Questo ragazzo è forte di brutto.

Così (di brutto) è più intenso. Somiglia più a moltissimo, esageratamente, in modo spropositato, esagerato.

Non solamente è più forte, ma “bello” si usa anche in senso affettuoso. Questa è un’altra differenza non trascurabile. Bello, molto spesso, si usa anche per attenuare un aggettivo che altrimenti sarebbe negativo.

Se dico che un bambino è bello cicciottello, o che è bello grosso, è affettuoso, mentre se dico:

Questo bambino è grosso di brutto!

Sto dicendo semplicemente che è esageratamente grosso. Non c’è affetto. E alla mamma piace molto di più che suo figlio sia bello cicciotto che cicciotto di brutto.

Non sempre però si può usare bello in questo modo. Soprattutto in contesti più formali.

Questo ufficio è bello pulito

Può anche andar bene, ma:

Questo documento è bello interessante

In questo caso meglio dire che è molto interessante.

Ci sono commenti?

Mariana (Brasile): Ah…un’altra espressione da annoverare fra le espressioni che si usano per intensificare un concetto, cioè per dire molto.

Carmen (Germania) : C’è veramente un bel po’ po’ di espressioni di questo tipo. Altro che storie!
Difficile però averle presenti tutte!

326 – Evitare o impedire?

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Evitare o impedire?

Trascrizione

Giovanni: Che differenza c’è tra i due verbi evitare e impedire?
Hanno lo stesso significato e utilizzo?

Membro1: Ma ti pare! Ovviamente no, sennò non saremmo qui a spiegarlo!

Giovanni: Infatti, bisogna evitare di confondere questi due verbi. E se qualcuno cerca di dire che sono la stessa cosa, impeditegli di parlare!

Evitare di confondere i due verbi. Infatti evitare significa fare a meno di una cosa che riteniamo dannosa o fastidiosa.

Bisogna evitare  di mangiare cibo spazzatura

Sarebbe bene evitare di frequentare anche le persone negative e pericolose

Evitate di drogarvi, mi raccomando.

Membro2: Evitare somiglia anche a sfuggire da qualcosa o qualcuno, o anche schivare, scansare.

Giovanni: Si evitano gli ostacolo, i pericoli; persino gli sguardi di qualcuno.

Il verbo impedire invece viene da “piede” nel senso di mettere qualcosa ai piedi, mettere qualcosa che non ci fa camminare.

Quindi gli ostacoli ci impediscono di fare le cose, per questo gli ostacoli vanno evitati.

Non voglio impedirti di parlare

Non impedirmi di esprimermi liberamente

Il temporale ci ha impedito di andare al mare.

Impedire quindi significa rendere impossibile lo svolgimento o il compimento di un’azione. C’è sempre un ostacolo  a impedire qualcosa che accade. L’ostacolo va evitato.

Bisogna evitare l’ostacolo che impedisce l’azione.

Verbi simili a impedire? Proibire:

Se io ti proibisco di uscire vuol dire che la mia volontà è di impedirti di uscire. Ma la mia proibizione, non è detto che sia un’impedimento alla tua azione.

Lo stesso vale per vietare, del tutto simile a proibire, ma anche una legge può vietare.

Sbarrare è tipico dell’ostacolo:

Un albero ci sbarrava la strada, quindi ci impediva di passare.

Intralciare e ostacolare sono anche simili:

Non mi intralciare la strada.

L’intralcio e l’ostacolo, analogamente alla proibizione e al divieto, non è detto comunque che impediscano una azione. Di sicuro la rendono più complicata.

C’è forse da sottolineare questa cosa: impedire non è rendere difficile. Impedire è rendere impossibile lo svolgimento di un’azione.

Quindi se un muro impedisce la vista, allora io non posso vedere.

Il muro è un ostacolo che mi impedisce di vedere.

Invece nell’intralciare e nell’ostacolare c’è la volontà di impedire, e anche nel vietare e nel proibire. Ma possiamo evitarli!

Membro3: Possiamo evitare anche di parlare solo di ostacoli. Sono insofferente agli ostacoli!

Membro4: ma via via che si incontrano ostacoli si impara a superarli! Ma è mai possibile che solo a me non riesca?

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

3 giorni in Italia – Lezione 15: AL BAR

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Audio (estratto)

Esempio di utilizzo

Barista: Buongiorno Signore, cosa desiderate?

Bogusia: Buongiorno, io vorrei un caffè.

Barista: E lei signorina cosa prende?

Mariana: Per me una pizzetta col pomodoro e una birra, grazie. Anzi no, anziché la birra prendo dell’acqua.

Barista: il caffè signora come lo Desidera? Normale?

Bogusia: Macchiato grazie.

Barista: macchiato caldo o macchiato freddo?

Bogusia: Macchiato freddo grazie. E anche un cornetto con…

Barista: ce l’abbiamo semplice, con la marmellata, con la crema, al cioccolato e anche integrale.

Bogusia: non avete cornetti vegani?

Barista: no, quelli no, mi spiace.

maritozzi
I maritozzi con la panna, tipici dei bar di Roma

Bogusia: allora vorrei quel bel maritozzo con la panna!

Barista: complimenti per la scelta, sono freschissimi, appena fatti stamattina con la panna fresca. Ma non vuole assaggiare anche una splendida spremuta di arance rosse di sicilia?

Bogusia: se proprio insiste.

Barista: Se volete potete accomodarvi fuori, vi porto io tutto. Fuori c’è piccolo… un leggero sovrapprezzo per il servizio ma è più fresco.

Barista: ah, l’acqua per la signora? Acqua naturale o frizzante?

Due diversi tipi di acqua “effervescente naturale”

Mariana: se possibile effervescente naturale.

Barista: bene. allora ricapitoliamo. Per lei un caffè macchiato freddo, un maritozzo con la panna e una spremuta di arance rosse. Per la signorina invece una pizzetta col pomodoro e una bottiglia d’acqua effervescente naturale.

Bogusia: perfetto.

11 Barista: ecco il vostro ordine e buon appetito.

Dopo aver consumato…

Bogusia: il maritozzo era veramente buonissimo. Per non parlare del caffè.

Bogusia: ora, se non le dispiace, ci può portare il conto cortesemente?

Barista: certo. Sono 15 euro. La spremuta la offre la casa!

Bogusia: ecco a lei, grazie mille allora! E questi 5 euro sono di mancia.

Barista: grazie mille signore. E grazie per averci scelto.

Mariana: di nulla. Ma, accidenti, abbiamo dimenticato di prendere il cappuccino!

Bogusia: ah, vero… ci torneremo domani allora!

3 giorni in Italia – Lezione 15: Al BAR

Domande e Risposte

1. Dove si trovano le signore?

Si trovano in un bar.

2. Che tipo di caffè ordina la prima signora?

Un caffè macchiato freddo.

3. Nell’ordine c’è un cappuccino?

No, nell’ordine non c’è il cappuccino

4. Che tipo di acqua ordina la seconda signora?

Effervescente naturale.

5. Dove si trovano le signore?

Si tr

6. Le signore si accomodano dentro o fuori il locale?

Fuori. Si accomodano fuori.

7. Il prezzo fuori è lo stesso?

No, il prezzo non è lo stesso. Fuori il prezzo è più alto perché c’è un piccolo sovrapprezzo.

8. Cosa c’è all’interno dei maritozzi?

La panna. Sono dei maritozzi con la panna.

9. Quanti e quali tipi di cornetto il barista offre ai clienti?

4 tipi: con la marmellata, con la crema, al cioccolato e anche integrale.

10. Quanto costa la spremuta?

Nulla. La spremuta viene offerta dal barista.

11. I clienti lasciano la mancia al barista?

Sì, I clienti lasciano 5 euro di mancia al barista.

325 – Via via

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Esempio di utilizzo

Trascrizione

Giovanni:

Via via che passano gli episodi di apprende sempre un po’ di più.

Via via che si apprende l’italiano, si diventa sempre più motivati nel continuare.

La via, la nella lingua italiana, ha molti significati, a volte non diversissimi. Spesso c’è di mezzo una strada o una direzione.

“Via via” , quando la parola si ripete due volte, si usa invece solamente per indicare qualcosa che accade durante un percorso, che è simile ad una via, ad una strada.

Questo qualcosa che accade, può essere di qualsiasi tipo.

È di uso quotidiano da parte di tutti gli italiani questa espressione:

Si dice sempre (quasi sempre) “via via che”:

Via via che mi alleno divento sempre più forte.

Ci troviamo sulla strada che porta all’apprendimento.

Via via che imparo divento più bravo.

La ripetizione della parola indica il passare del tempo ma anche qualcosa che accade mentre passa il tempo. Quindi c’è qualcos’altro che si ripete oltre al tempo.

Via via che ti passo questi libri tu mettili sulla libreria.

Si può dire anche in altri modi più o meno equivalenti:

Mano a mano che imparo divento più bravo

Man mano che ci avviciniamo a Roma mi emoziono sempre di più.

È molto simile anche a “di volta in volta“.

Non sapevo parlare in italiano, ma andando in Italia, di volta in volta il mio livello è aumentato.

Vedete che questo ripetersi della parola, Via, mano, volta, indica sempre il progredire di qualcosa.

Non sempre c’è il “che”:

Stai attento alle persone che entrano via via.

Queste persone evidentemente entrano una dietro l’altra. Questo è ciò che si ripete. C’è movimento, c’è ripetizione.

Non confondere “via via” con “mentre“, perché mentre serve a indicare due cose che accadono nello stesso tempo.

Mentre fai ginnastica puoi ascoltare un episodio di italiano semplicemente.

In fondo la frase di oggi se ci pensate è alla base dell’apprendimento: repetita iuvant, ricordate? È la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente.

Ulrike: Quando parliamo l’italiano, soprattutto di un spontaneamente e a braccio, spesso e volentieri ci sfugge una parola cercata. Capita che ci si blocca di brutto il che è un momento dispiacevole. A maggior ragione però dobbiamo continuare a parlare. Via via che si parla questi momenti si perdono.

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!