Le abitudini, le consuetudini, l’assuefazione, le tradizioni, i costumi, la prassi, verbi e avverbi

Trascizione

Buongiorno ragazzi, amici appassionati ed entusiasti della lingua italiana.

Immagino che tutti voi abbiate l’abitudine di ascoltare o leggere gli episodi di Italiano Semplicemente; bene, allora se ne parlate con qualcuno, dovreste essere in grado di saper comunicare, esprimere questo fatto.

Come potreste fare?

Come fare per dire a qualcuno, ad un amico ad esempio che voi avete questa abitudine?

Questa puntata di Italiano Semplicemente è dedicata proprio a questo: le abitudini.

Cosa sono le abitudini e quanti modi esistono di esprimere una abitudine?

Se leggiamo il dizionario italiano, si parla di tendenza alla continuazione o ripetizione di un determinato comportamento, collegabile a fattori naturali o acquisiti e riconducibile al concetto di consuetudine o di assuefazione.

Una frase non immediatamente comprensibile, almeno non per tutti gli stranieri.

Allora spieghiamo bene:

Quindi l’abitudine è una tendenza alla continuazione o alla ripetizione di un comportamento.

Voi avete l’abitudine di studiare italiano, quindi studiate l’italiano con continuazione, con una certa continuità, costantemente, posso anche dire. Fare una cosa con continuità o costantemente o con continuazione significa non fare interruzioni significative. Un’abitudine quindi è qualcosa che fate tutti i giorni o quasi, qualcosa a cui siete abituati. Spesso si tratta di qualcosa a cui non fate più troppa attenzione, perché ormai è diventata un’abitudine. Attenzione perché la preposizione che usate qui è importante:

“con continuazione” è diverso da “in continuazione”. In continuazione infatti si utilizza spesso in frasi dove non si è d’accordo.

Ad esempio:

Giovanni rompe le scatole in continuazione!

Francesca mi chiama in continuazione al telefono!

Marco fa errori in continuazione con l’italiano!

Ho detto quasi sempre perché possiamo anche usare “in continuazione” per sottolineare la costanza:

mio figlio studia in continuazione, mia madre ci aiuta in continuazione

Eccetera.

In continuazione” equivale a “continuamente“.

Invece “con continuazione” si utilizza in contesti positivi, neutri e in ambito lavorativo:

La polizia controlla il quartiere con continuazione

Poi esiste anche “in continuità“. In continuità si utilizza quando qualcosa, spesso si tratta di una attività, prosegue nello spazio e nel tempo. Si tratta anche in questo caso di una abitudine, ma si usa in contesti più formali, per indicare il proseguimento di una attività, spesso di un gruppo di persone. Altre volte di una tendenza. Si usa molto nella politica anche:

In continuità con lo scorso trimestre, le vendite sono aumentate.

Questo significa che le vendite continuano ad aumentare, aumentano in questo trimestre così come erano aumentate lo scorso trimestre.

Il nuovo Governo gestirà la politica economica in continuità col passato.

Questo vuol dire che c’è continuità di azione politica nell’economia nonostante il governo sia cambiato. C’è continuità nella direzione. Non si tratta di una vera abitudine, perché sono soggetti diversi che agiscono.

Quindi attenzione perché “con continuità” è diverso da “in continuazione”, “continuamente” e “in continuità”.

Quindi questi primi esempi ci fanno notare che non è detto che un’abitudine sia una nostra azione; potrei ad esempio essere abituato a vedere elefanti in giardino.

Per chi non è abituato può essere una cosa scioccante, ma per chi ormai ci ha fatto l’abitudine non ci fa più neanche caso. E’ diventato normale ormai vedere proboscidi ed impronte giganti nel vostro giardino, è normale veder giocare il cane con un elefante.

Fare l’abitudine a qualcosa è il modo che si utilizza solitamente quando ci abituiamo a qualcosa. Abituarsi equivale quindi a farci l’abitudine:

Mi sono abituato a vedere elefanti in giardino: ho fatto l’abitudine a vedere elefanti in giardino.

Vediamo altri termini:

L’abitudine è, come abbiamo detto prima, una consuetudine, inoltre abbiamo anche nominato l’assuefazione. Due termini particolari: consuetudine ed assuefazione (ripeti).

Cominciamo dalla consuetudine: è un sinonimo di abitudine?

Possiamo dire di sì, ma si usa in modo diverso e spesso in contesti diversi:

La consuetudine è un modo costante di procedere o di operare. Vedete che sembra che la parola sia più legata a cose operative, a procedimenti, procedure. Si tratta di un linguaggio quindi anche poco legato alla singola persona, non tanto legato a dei comportamenti individuali, ma a delle modalità di procedere, delle modalità generiche, che magari riguardano il modo di fare in una azienda, al lavoro, svincolate quindi dalla singola persona.

Possiamo parlare di una abitudine, certo, ma non posso usare la parola consuetudine in contesti molto informali:

Ho l’abitudine di accompagnare mio figlio a scuola tutte le mattine.

Hai la cattiva abitudine di disturbarmi mentre dormo

Come buona abitudine Marco va a correre tutti i santi giorni

Ecco, in queste circostanze, di esempi personali, la parola consuetudine non si usa. Avere una abitudine, buona o cattiva che sia, è una cosa personale, benché la parola abitudine si possa usare anche in modo generale, tipo:

Come abitudine è bene non mangiare mai troppo (ripeti)

La parola consuetudine si usa invece come una specie di procedimento rituale, come quasi una tradizione. Ad esempio potete dire che:

In Italia è consuetudine addobbare l’albero di Natale qualche giorno prima di Natale

Vedete? Ho usato “è consuetudine“. Non c’è nessuno in particolare che ha una consuetudine, ma parliamo degli italiani in generale. Non posso dire “ho una consuetudine“, perché si usa il verbo essere ma alla terza persona, in modo che il riferimento sia spersonalizzato: è consuetudine, che equivale a “è abitudine” o “d’abitudine”.

D’abitudine l’albero di Natale si addobba qualche giorno prima

E’ abitudine mangiare l’uovo di Pasqua durante le festività pasquali

Domanda: Mangiate spesso la pasta in famiglia in Italia?

Risposta: Sì, per noi è una abitudine, lo facciamo d’abitudine, è consuetudine mangiare pasta quasi tutti i giorni per tutti gli italiani.

Si parla spesso di una abitudine consolidata, o di una consuetudine consolidata:

Come consuetudine consolidata, da quando sono nato, amo vedere i campionati di calcio alla TV.

Un’abitudine o una consuetudine consolidata è quindi una specie di rituale, una cosa che si ripete ogni anno, ogni mese, oppure in certe occasioni che si ripetono ogni determinato periodo di tempo.

Posso anche dire: “come di consueto” (ripeti)

Come di consueto, ogni anno la scuola in Italia inizia intorno alla metà del mese di settembre.

Dal lunedì al venerdì, come di consueto, mi alzo alle sette per andare al lavoro.

La frase “come di consueto” si usa quindi anche in modo informale per indicare delle attività quotidiane o ripetitive, che avvengono sempre nello stesso modo, a differenza della consuetudine, che più frequentemente indica, come detto, delle procedure generali.

Potete comunque usare “come consuetudine“, o “come abitudine” al posto di “come di consueto”, benché le abitudini siano più personali e di uso quotidiano.

Ho parlato anche di assuefazione all’inizio.

Assuefazione: questa parola è simile all’abitudine, ma ne sottolinea un aspetto particolare. Infatti l’assuefazione è sì, una abitudine, ma nel senso di un adattamento a qualcosa. Adattarsi, assuefarsi a qualcosa è diverso da abituarsi. Adattarsi a condizioni di vita particolari ad esempio, proprie di un dato ambiente. Posso quindi parlare di assuefazione quando c’è una situazione che perdura per tanto tempo, tanto tempo che sembra sia sempre esistita e non ci fa più provare le emozioni iniziali, positive o negative che siano.

Non si tratta quindi di qualcosa che si ripete, ma di una condizione che dura molto tempo, alla quale facciamo l’abitudine, alla quale ci si abitua. Questa è l’assuefazione: qualcosa a cui ci si assuefà, ci si abitua.

Posso dire ad esempio:

Alla bellezza ci si assuefà, alle ingiustizie meno

Questo vuol dire che quando una persona è bella, all’inizio è eccitante; è sempre comunque bello, intendiamoci, ma col passare del tempo lo consideriamo normale. Invece alle ingiustizie viene sempre una certa rabbia, difficile assuefarsi, abituarsi alle ingiustizie. Infatti l’assuefazione implica una diminuzione delle sensazioni associate.

L’assuefazione è un termine che si usa molto in medicina: si dice che una medicina, un farmaco, può creare assuefazione. Questo significa che l’assuefazione è uno stato che viene raggiunto dall’organismo quando la somministrazione continua di un farmaco ne diminuisce, o addirittura ne annulla, l’efficacia. In pratica l’organismo, il corpo umano si assuefà al farmaco. Si parla di assuefazione dell’organismo alla droga ad esempio. Ma anche al di fuori della Medicina ci si può assuefare a qualcosa. Ovviamente rimane nel termine quel senso di abituarsi a qualcosa con delle conseguenze negative.

Ci si può assuefare ad un lavoro squallido, un po’ meno ci si assuefà ad una vita senza soddisfazioni. Ci si può assuefare a vivere o a lavorare con una persona antipatica, che all’inizio non riuscivamo a sopportare. Ci si assuefà generalmente ai problemi quindi, o alle medicine, e talvolta si usa anche con le cose positive come la bellezza: difficilmente l’assuefazione riguarda le cose belle e piacevoli in generale, resta comunque un termine più simile all’adattamento che all’abitudine.

Vediamo un altro termine: tradizione.

Il termine “tradizione” è abbastanza simile all’abitudine. Ugualmente la parola “costume” e “usanza“.

Cominciamo dalla tradizione. Questa parola deriva dal latino e significa “trasmissione”, “consegna”. Strano…

Questo però ci aiuta molto a capire che qui c’è di mezzo la storia e le generazioni che si susseguono una dopo l’altra. Si tratta quindi di un tipo di abitudine, ma le tradizioni sono le abitudini che vengono trasmesse, consegnate, da una generazione all’altra, da padre in figlio. Ecco l’origine latina di trasmissione e consegna. Una tradizione si consegna ai figli, alle generazioni future, si trasmette. Non solo le malattie si trasmettono, e non solo i segnali o le informazioni si trasmettono. Anche le tradizioni si possono trasmettere, consegnare, quasi fossero un pacco di Amazon…

In questo caso possiamo parlare anche di “costumi“, intesi non come vestiti da indossare a Carnevale ma comportamenti, usanze, abitudini, appunto, di un popolo però.

“L’insieme degli usi e costumi che sono trasmessi da una generazione all’altra”. Queste sono le tradizioni. Quei modi di fare che diventano poi regole.

Ad esempio:

E’ tradizione nella mia famiglia mangiare il panettone a Natale (ripeti)

Era tradizione nel popolo dei Greci considerare come eroi i morti in battaglia (ripeti)

Le tradizioni quindi sono un’abitudine che si tramanda da generazione in generazione. Tramandare è in effetti più adatto come verbo di trasmettere e consegnare, perché l’idea è che ci sia un passaggio continuo, mai interrotto da padre in figlio. Sono poche le cose che si possono tramandare: le tradizioni e i costumi si possono tramandare, trasmettere nel tempo, attraverso le generazioni.

Si può tramandare la memoria di un fatto avvenuto nel passato; le usanze che si tramandano da secoli.

Per tornare alle tradizioni, una cosa tradizionale quindi non è esattamente un’abitudine, perché riguarda il costume di un popolo o di una famiglia. Le tradizioni sono qualcosa da rispettare, qualcosa a cui ci si attiene. Qualcosa cui attenersi, cioè che bisogna rispettare.

Anche il verbo attenersi è interessante.

Ci si attiene normalmente alle regole, ad una guida, alla legge: quindi, se si usa anche con le tradizioni questo ci fa capire quanto siano importanti le tradizioni, quanto sia importante distinguere una tradizione da una semplice abitudine.

Se poi una abitudine si perde, una tradizione si rompe. Quando non c’è più una abitudine si usa il verbo “perdere“:

Ho perso l’abitudine di correre tutte le mattine (ripeti)

Invece con le tradizioni si usa il verbo “rompere” (a volte interrompere)

La tradizione di famiglia di battezzare i propri figli è stata rotta (o interrotta)

Si usano verbi diversi proprio per sottolineare la differenza tra le parole.

Una rottura è più drastica, indica qualcosa di sbagliato e una situazione da cui non si torna indietro. Ciò che si perde invece, come le abitudini, sottolinea di più un cambiamento di comportamento, senza troppa negatività; in fondo si può perdere anche una cattiva abitudine, come quella di fumare. A volte comunque potete anche ascoltare rompere o interrompere un’abitudine.

Le consuetudini invece sono più legate ai processi come ho detto prima; è un termine che si usa anche al lavoro, ma non è legato alle emozioni ed ai popoli, come le tradizioni.

Usanza è un altro termine interessante. Difficile spiegare la differenza rispetto a “tradizione”. Tradizione probabilmente è più solenne, più importante come termine. Una usanza, lo dice anche la parola, è qualcosa che si “usa” fare. Una usanza è però in genere una cosa che accade periodicamente, un avvenimento abituale di vita pubblica o privata. Una usanza è un avvenimento che avviene “solitamente” in certe occasioni. Qualcosa che avviene “di solito” in certi periodi di tempo. Molto spesso si tratta di avvenimenti periodici, ma non è detto.

E’ una usanza del nostro paese dare il benvenuto ai nuovi cittadini

E’ una usanza della nostra famiglia festeggiare due volte ogni compleanno

E’ una usanza tipicamente italiana darsi due baci ogni volta che ci si saluta, uno per ogni guancia, una volta a destra e una volta a sinistra.

Non sempre però si tratta di usanze periodiche o nazionali: Esistono infatti le “usanze primitive”, le “usanze barbariche”, per indicare ciò che è in uso (o che era in uso) in certi periodi o in certi paesi

Paese che vai usanza che trovi

Questo è un proverbio che ci dice che in ogni luogo o paese ci sono delle usanze tipiche, delle abitudini, delle tradizioni popolari: Paese che vai usanza che trovi.

In ogni paese in cui si va si trovano delle usanze caratteristiche.

Se cambiamo ambiente adesso e passiamo al lavoro, l’usanza diventa la “prassi“, una parola che al lavoro si usa moltissimo. La prassi è una abitudine, una linea di comportamento nell’ambito di una consuetudine amministrativa, giudiziaria, professionale. La vediamo meglio in una prossima lezione di Italiano Professionale, dedicata ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Bene ragazzi, ora che siamo alla fine di questa puntata vorrei dirvi parole più semplici, che probabilmente sapete già utilizzare.

Per esprimere una abitudine infatti, nel linguaggio quotidiano, si usano alcune frasi come:

Spesso, molto spesso, di sovente, soventemente, di frequente, frequentemente, molto frequentemente, ripetutamente, con una certa frequenza.

Questi avverbi si usano tutti allo stesso modo; alcuni sono più formali e ricercati, altri si usano in contesti particolari.

Vi faccio quindi alcuni esempi significativi che vi aiuteranno a capire e che vi invito a ripetere, poi terminiamo l’episodio di oggi.

Spesso mi dimentico di telefonare a mia moglie

Mi capita molto spesso di parlare in inglese

Il governo del mio paese prende di sovente decisioni sbagliate

Soventemente ricevo messaggi su Facebook

Chi beve molto fa la pipi frequentemente

Mi collego ad internet molto frequentemente

La ragazza è stata insultata ripetutamente

Gli incidenti sul lavoro in Italia si verificano con una certa frequenza

Ciao ragazzi, vi saluto e mi auguro continuiate ad ascoltare gli episodi di Italiano Semplicemente con una certa continuità, in questo modo migliorerete il vostro livello di italiano senza studiare soltanto la grammatica (come avviene molto spesso tra gli studenti).

Per chi non ascolta soventemente l’apprendimento sarà più lento. Vi consiglio pertanto di fare dell’ascolto un’abitudine, una routine quotidiana, una consuetudineconsuetudine.

Routine, questo è un altro termine interessante: è una abitudine lentamente acquisita per mezzo della pratica e della esperienza.

Grazie ai donatori e ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Un saluto a tutti, come d’abitudine.

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Come esprimere i desideri: voglie, voleri, desiderata, sogni, ambizioni, bisogni, necessità, esigenze, smanie, bramosie

Audio 1^ parte

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Audio 2^ parte

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Audio parte 3

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Audio parte 4

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Trascrizione

1^ parte

Ciao amici, bentornati su Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e oggi in questa nuova puntata di italiano semplicemente, vi voglio parlare di desideri, cioè di ciò che vogliamo, che desideriamo, ciò che vorremmo accadesse nel futuro.

Lo faremo in un episodio diviso in più parti per rendervi più facile e meno stancante l’ascolto e per poter fare anche un po’ di ripetizione, in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente.

Come fare per esprimere un desiderio? Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Chi può dire di non avere desideri d’altronde? Innanzitutto vorrei dirvi che ci sono i desideri, che sono ciò che si desidera, poi ci sono le semplici volontà, una parola che non cambia al plurale (la volontà, le volontà), al contrario dei desideri, che al singolare diventa desiderio.

Le volontà rappresentano ciò che si vuole, un concetto forse meno nobile rispetto a ciò che si desidera.

Volere, desiderare: ma non sono solo questi gli unici verbi che si usano per esprimere un desiderio. Notate che le nostre volontà si chiamano anche i nostri voleri.

Curioso quest’ultimo termine: “voleri” è simile a volontà, ma si usa solamente in talune circostanze, come quando c’è un’autorità :

Bisogna rispettare i voleri del popolo

I voleri di sua maestà la regina.

Un volere indubbiamente esprime un desiderio, ma si usa solo quando qualcosa va rispettato, e questo qualcosa è la volontà di qualcuno di importante, come appunto una regina o l’intero popolo di una nazione.

Cominciamo dalle cose semplici. Per esprimere un desiderio o un volere normalmente si usa “vorrei”.

È il modo più semplice possibile:

Vorrei andare in Italia

Vorrei visitare Roma,

Vorresti andare a Venezia?

Tuo padre vorrebbe che tu ti laureassi?

Noi vorremmo aiutarvi

Loro vorrebbero venire

Però il verbo “volere” esprime una volontà, o un desiderio, diciamo in modo semplice, così come se usiamo il verbo piacere, sempre al condizionale.

A me piacerebbe imparare l’arabo.

Stavolta però è un po’ più lontano come desiderio, mi piacerebbe esprime più una possibilità, come un provare piacere al pensiero di raggiungere qualcosa, non una volontà forte ed emozionante.

Si usa spesso quando devo esprimere un desiderio lontano, oppure anche un desiderio irrealizzabile, ed in questo caso usiamo il condizionale passato, come se fosse accaduto nel passato ma ormai fosse tardi. Ad esempio:

Mi sarebbe piaciuto essere un’aquila

il presente in questo caso non si usa, proprio perché è impossibile diventare un’aquila, al massimo saremmo potuti nascere aquila, ammesso che questa frase abbia un senso.

Il condizionale passato ovviamente lo usiamo per tutti i desideri svaniti, ormai non più realizzabili, non solo per quelli irrealizzabili per definizione, quindi:

Mi sarebbe piaciuto vederti ieri

Quindi in generale mi piacerebbe e mi sarebbe piaciuto sono più adatti per desideri lontani, ipotetici o irrealizzabili, mentre vorrei e avrei voluto (al passato) sono più consoni ad esprimere volontà, vere volontà, cioè desideri reali, realizzabili, vicini.

Se ieri avreste voluto fare una cosa che per mancanza di tempo non avete potuto fare potete quindi dire:

Ieri avrei voluto mangiare insieme a te.

Comunque tranquilli, non succede nulla se usate mi piacerebbe o vorrei in entrambi i casi.

Una cosa da ricordare è che non dovete dire “a me mi piacerebbe” ma “a me piacerebbe” oppure “mi piacerebbe”. Queste ultime sono le uniche due forme corrette.

È un errore comune nei bambini e negli stranieri.

Iniziare con “A me”, sottolinea il soggetto:

A Giovanni piacerebbe visitare la Francia, a me invece piacerebbe andare in Norvegia.

In questo caso si deve usare “a me” perché devo sottolineare la differenza tra me e Giovanni.

Il verbo desiderare si può ugualmente usare in tutti gli esempi visti, ma il desiderio è qualcosa di più importante della volontà, un desiderio esprime qualcosa che ha a che fare con la felicità, e solitamente i desideri non sono molti per ognuno di noi. C’è chi ha un solo desiderio nella vita:

Visitare la mecca, diventare famosi, sposare l’uomo dei sogni, aprire un’attività, ottenere un lavoro, trasferirsi in un paese, questi possono essere chiamati desideri.

I desideri sono solitamente raggiungibili, devono essere raggiungibili, alla nostra portata, altrimenti si avvicinano a dei sogni o a delle utopie.

Desideri e sogni sono più o meno identici, forse il sogno è visto un po’ più lontano. L’utopia invece è qualcosa di impossibile, scollegato dalla realtà.

Seconda parte

C’è un modo interessante con cui potete chiamare i desideri: I desiderata.

Desiderata è un termine che si usa ed esiste quasi sempre al plurale. I desiderata sono i propri desideri, ma possiamo parlare anche di un solo desiderata, inoltre i desiderata si usano solo in certe occasioni.

Si tratta di richieste, di desideri ma nell’uso burocratico o amministrativo.

Quali sono i vostri desiderata?

“I vostri desiderata”, attenzione, quindi plurale maschile: I desiderata.

Quali sono i vostri desiderata?

Questa è una domanda che non può fare un cameriere di un ristorante ai clienti o una madre ai propri figli. Invece potrebbe farla un dirigente ai lavoratori di una azienda, o in una biblioteca, il responsabile della biblioteca a degli utenti, dei clienti o visitatori della biblioteca.

Sono qui pronto a soddisfare i desiderata dei cittadini.

Non c’è nessun sogno nei desiderata, questa è la principale differenza rispetto ai desideri. Potrei ad esempio dire che con questo episodio spero di soddisfare i desiderata di chi ha cercato su Google questo argomento o questa parola. Se così fosse sarebbero soddisfatti della mia spiegazione.

Desiderio e volontà: Chi ha dei desideri possiamo dire che è desideroso di qualcosa. Essere desiderosi però non significa essere volenterosi.

Essere desiderosi è avere un desiderio, mentre essere volenterosi significa avere forza di volontà. La parola volontà esprime infatti un volere, ma anche una forza, quella forza che ci fa raggiungere ciò che vogliamo.

L’uomo volenteroso ad esempio è un uomo che è determinato ad ottenere un risultato, tanto da impegnarsi quanto necessario, tanto da mettercisi con la testa e col cuore.

Essere volenterosi quindi è il contrario che essere sfaticati, fannulloni, indolenti, e non significa volere o desiderare qualcosa, il desiderio è la forza che ci spinge verso il risultato, la volontà è lo strumento che usiamo.

Due verbi particolari sono gradire ed apprezzare. Vedremo che più che i desideri, questi due verbi hanno a che fare con le sensazioni. Per esprimere un desiderio bisogna usare il condizionale: gradirei, apprezzerei, ma ad ogni modo il piacere è più importante del desiderio. Vediamo di distinguere però:

Il verbo gradire è più collegato al piacere ed alla piacevolezza.

Al bar o al ristorante si usa spesso:

Gradisce un caffè?

I signori gradiscono qualcosa da bere?

Si usa spesso e quasi solamente nei locali dove si fanno degli ordini, dove si consuma qualcosa. Significa accettare con piacere, ricevere con soddisfazione, apprezzare: gradire un regalo, una visita, una notizia. Si usa quindi in formule di cortesia, nell’offrire qualcosa.

Vedete quindi che anche gradire ha a che fare con i desideri, ma si tratta di piaceri momentanei, di piaceri dei sensi soprattutto.

Si usa più per distinguere ciò che si gradisce da ciò che invece non si gradisce.

Apprezzare è quasi identico a gradire. Ma apprezzando si riconosce una qualità ad una persona o ad un aspetto particolare di qualcuno o qualcosa; è come se riconosciamo il valore di qualcosa o qualcuno. Es:

Apprezzo molto i complimenti, specie i tuoi.

È da apprezzare la sua capacità di adattamento.

Quindi sia il gradimento che l’apprezzamento sono diversi da desiderare e volere: sono più due modi di riconoscere il valore di qualcosa o qualcuno. Apprezzare si usa di più con le persone e con i comportamenti:

Apprezzo il tuo altruismo

Apprezziamo la vostra generosità

Si usa quindi con le qualità e i meriti delle persone.

Gradire si usa più con le gentilezze e i regali.

Ho gradito molto il regalo che mi hai fatto. Apprezzo soprattutto la tua fantasia.

Vediamo adesso bramare e agognare.

Parliamo adesso di un forte desiderio. Quando un desiderio è talmente forte da sembrare esagerato, quasi come una malattia, possiamo parlare di bramosia. La bramosia è il forte desiderio di qualcosa.

Più che forte, il termine più adatto nei desideri è ardente. Desiderare ardentemente una cosa significa bramarla, agognarla.

Molto comune è la bramosia del potere, che ossessiona gli esseri umani, o meglio, qualche essere umano.

Essere ossessionati da qualcosa significa pensare solo a quella cosa, avere una ossessione, e in questo caso usare la parola bramosia  il verbo bramare è molto adatto.

La bramosia, o brama, è il desiderio smodato, incontenibile, che si riflette nel comportamento e in ogni atto dell’individuo.

Si dice avere brama di potere, o essere bramosi di qualcosa.

Es:

Sono bramoso di rivederti

Vale a dire: desidero ardentemente rivederti, lo desidero moltissimo.

Terza parte

Agognare è identico. Si usa maggiormente però come aggettivo:

Finalmente ho ottenuto la tanto agognata laurea.

C’è anche qui un forte desiderio, un desiderio che esisteva da tanto tempo. Molto simile è il verbo ambire.

L’ambizione però è diversa dal desiderio. Più che altro è un tipo particolare di desiderio. È un desiderio assiduo, costante ed egocentrico di affermarsi e distinguersi.

Riguarda quindi la sfera lavorativa, quella della realizzazione personale. In senso positivo, è il desiderio legittimo di migliorare la propria posizione o di essere valutato secondo i propri meriti.

Una persona può essere quindi ambiziosa, mentre un oggetto può essere ambito, cioè desiderato, e quando un oggetto è ambito vuol dire che non tutti possono raggiungerlo, averlo. Si può trattare anche di un posto di lavoro, che evidentemente può essere occupato soltanto da una persona.

Molti politici ad esempio ambiscono a diventare presidente del consiglio. Attenzione all accento: ambìto ed ambito si scrivono nello stesso modo, ma ambito è un sostantivo e vuol dire ambiente, circostanza ecc.

Le aspirazioni sono abbastanza simili alle ambizioni. Ciò a cui si aspira equivale a ciò à cui si ambisce. Si può aspirare ad una carriera lavorativa soddisfacente, ad un matrimonio felice, a diventare ricchi e famosi. E tu? A cosa aspiri? A cosa aspiri nella tua vita? Eh sì, perché le aspirazioni sono obiettivi di vita in ambiti specifici, nel lavoro, in famiglia, eccetera. Quando si aspira a qualcosa e poi si raggiunge l’obiettivo ci si sente appagati, soddisfatti, realizzati. Ma c’è chi dice che questa realizzazione, questo appagamento, duri un attimo, è subito ci si pone un obiettivo più alto ed ambizioso.

Restiamo nell’ambito del forte desiderio. Esiste anche il verbo fremere. Questo verbo si usa spesso quando il desiderio è associato all impazienza.

Fremo dalla voglia di vederti.

Allo stesso tempo c’è uno stato di nervosismo. Si usa infatti dire, quando non ci riesce a trattenere:

Mi fremono le mani

Le mani fremono quando hanno voglia di muoversi e così le dita vengono strisciate tra loro, in segno di impazienza.

Quindi una persona si dice che freme quando è impaziente e dà dei segnali di insofferenza, si agita nervosamente, perché non sa aspettare.

Quando una persona freme non vede l’ora di fare qualcosa, scalpita, sta sulle spine. Scalpitare è identico a fremere, ma mentre fremere fa pensare alle dita che si muovono, scalpitare fa pensare al cavallo, che dimostra di essere irrequieto, e batte continuamente il suolo con gli zoccoli. Gli zoccoli sono la parte terminale delle zampe del cavallo.

Un verbo simile è pretendere. Anche pretendere esprime un desiderio, ma in questo caso si tratta di un sentimento negativo. Quando una persona pretende qualcosa, è perché crede che sia sua, o che se la sia meritata. Si tratta di qualcosa che gli spetta (o che le spetta se di sesso femminile).

C’è una canzone italiana che fa:

Io non ti voglio, ti pretendo!

Il sostantivo è pretesa e pretese. Un sostantivo femminile quindi, al contrario di desiderio che è maschile. Pretendere ha una seconda caratteristica: quando si pretende qualcosa lo si fa quasi sempre da qualcuno. Se il tuo partner non si sente amato e ti chiede di più, puoi dirgli:

Cosa pretendi da me?

Pretendo un minimo d’attenzione accidenti!

Pretendi troppo!

Una pretesa è ovviamente un desiderio, ma è una cosa che pensiamo di meritare, una cosa che crediamo ci spetti.

Spettare è simile a pretendere. Però è più usato per i diritti che per i desideri.

Ci sono alcune differenze poi. Spettare significa due cose diverse. Il primo significato è legato ai desideri ma come dicevo più ai diritti: “Essere dovuto per diritto”, quindi è come pretendere ma più formale.

A me spetta rispetto!

Voglio dire che ho il diritto di essere rispettato. Desidero rispetto.

Mi spetta una fetta della torta.

Quindi pretendo una fetta di torta, è mia di diritto. Ma è più formale, si può usare anche in contesti più seri.

Il secondo significato ha a che fare invece con le competenze, con ciò che si deve fare: rientrare fra le competenze, i compiti di qualcuno; competere.

Mi spiego meglio

Se dico:

Spetta a me pulire casa.

Significa che è mia competenza, sono io la persona che deve pulire casa, sono io la persona a cui spetta pulirla.

Se facciamo una volta ciascuno posso dire che spetta una volta a ciascuno di noi la pulizia della casa.

Attenzione perché in entrambi i modi di usare spettare si usa spesso la preposizione “a” quindi potreste confondere:

L’eredità spetta a me.

Le pulizie spettano a me.

Se invece c’è il pronome gli o le (ed anche ci, vi) non vi potete sbagliare:

Gli spetta, le spetta si usano solamente per i diritti.

Spetta a lui, spetta a me, spetta a loro eccetera si usa sempre (o quasi) per indicare i doveri, cioè il secondo significato di spettare.

Tornando all esagerazione del desiderio si dice anche “avete sete” di qualcosa. Sete di potere, sete di successo, si usano molto spesso. Molto simile alla bramosia ed all’ardente desiderio.

Se invece non vogliamo esagerare ed il mio desiderio voglio esprimerlo in modo pacato, posso dire “sarebbe bello“, che è abbastanza simile a “mi piacerebbe” e a “vorrei”. Forse è più un desiderio che dipende meno da noi. Sicuramente però non c’è bramosia, nessuna pretesa, nessun egoismo. Solo un desiderio, un sogno ad occhi aperti.

La parola sogno si associa spesso ai desideri, sono più o meno sinonimi, e se sognamo ad occhi aperti spesso sospiriamo, guardiamo in alto e pensiamo: oh, come sarebbe bello se…

Terminiamo questa carrellata di espressioni e verbi con una singola parola: magari!

Un’espressione che esprime desiderio allo stato puro, o una speranza legata a qualcosa che potrebbe accadere. Nella speranza che sia stato esaustivo, auguro a tutti voi che riusciate ad esaudire tutti i vostri desideri.

Un abbraccio.

 

Quarta parte

Benvenuti nella quarta parte dedicata ai desideri, alle volontà ed ai voleri.

Ho deciso di fare una quarta parte in quanto mi sono reso conto di poter ampliare la discussione ad altri modi molto usati per esprimere alcuni tipi di desideri.

In effetti mi ero dimenticato dei bisogni.

Bisogni e desideri sono concetti abbastanza simili.

I bisogni esprimono qualcosa di cui si sente la mancanza. Se ci manca qualcosa, ci sono due possibilità:

La prima è che si tratta di qualcosa di cui sentite il bisogno, cioè la necessità, di qualcosa che vi risulterebbe utile, che vi risolverebbe un problema particolare. Ad esempio se state cucinando la pasta avrete bisogno del sale per salare l’acqua, per rendere cioè salata l’acqua in cui butterete la pasta. In questo caso potete tranquillamente dire:

Scusami Giovanni, ho bisogno di una manciata di sale grosso per la pasta.

Questo vale per qualsiasi tipo di oggetto (e non solo oggetti). Il bisogno è una necessità, qualcosa di necessario che ha una specifica utilità, un fine definito.

Potete anche dire:

Necessito di sale.

O anche:

E’ necessario un po’ di sale per la pasta.

Tuttavia “necessitare“, come verbo, è usato più in circostanze formali, usato maggiormente allo scritto che all’orale.

Necessitate è simile a “bisognare”, ed entrambi i verbi hanno una particolarità: si usano anche quando non è una persona ad avere bisogno di qualcosa. Ad esempio:

L’armadio ha bisogno di una sistemata.

L’armadio bisogna di una sistemata.

Le pareti della nostra cucina hanno bisogno di una nuova pittura.

Le pareti bisognano di una nuova pittura.

La nostra casa necessita urgentemente di una ristrutturazione

Questo tuo comportamento necessita di una spiegazione

In questi casi non si tratta di un desiderio dell’armadio, della parete o dell’appartamento ma sempre di una persona, quella che parla. Sono verbi che si usano per esprimere opinioni:

Secondo me l’armadio ha bisogno di una sistemata.

La necessità quindi esprime qualcosa che è necessario fare, un bisogno, una mancanza che va colmata.

Si tratta pur sempre di desideri, ma trattati da un punto di vista diverso, quello delle esigenze, dei bisogni.

Ho usato il verbo “colmare“, che è un verbo che si usa spesso quando si parla di desideri: colmare una mancanza significa riempire un vuoto, soddisfare un desiderio.

Esigenze e bisogni ci portano poi a discutere dei due verbi associati: esigere e bisognare.

Del verbo bisognare abbiamo già visto qualche esempio. “Bisognare di” è il modo giusto di usare il verbo.

Ancora però non vi ho parlato del verbo esigere, perché questo verbo esprime un significato diverso dalle esigenze.

Esigere è simile a pretendere, reclamare, richiedere, rivendicare.

Esigere: Quando una persona esige qualcosa vuol dire che sta pretendendo qualche cosa, e la pretende in virtù di un diritto che si ha o che si crede di avere, oppure in virtù della propria autorità, della propria forza, importanza.

Si tratta quindi di qualcosa di diverso di un desiderio o di una esigenza. ecco perché vi ho detto che esigere ed esigenza non hanno molte cose in comune in realtà.

L’esigenza è simile al desiderio e si usa molto nelle comunicazioni commerciali e con i clienti:

I clienti scelgono i loro prodotti in base alle loro esigenze.

Non c’è niente di male ad usare il verbo esigere in questo caso. Niente a che fare col verbo esigere.

Avere delle esigenze: si tratta semplicemente di aver bisogno di qualcosa.

Nonostante questo nei vostri dizionari troverete che una esigenza è una richiesta non sempre legittima e per lo più è pretensiosa, fatta valere nei confronti del prossimo con altezzosità.

In questi casi si usa sempre il verbo esigere e non il termine esigenza/e.

Basta citare alcuni esempi:

Esigere obbedienza

Esigere rispetto

Esigere interessi troppo alti

Esigere uno stipendio eccessivo;

Esigere delle prove

Esigere una spiegazione

C’è sempre “esigere”. Invece l’esigenza difficilmente si usa in questi contesti di pretenziosità, di qualcosa che ci spetta di diritto.

Posso dire che:

Per me la ginnastica quotidiana è un’esigenza

Per te la lettura delle notizie su internet è un’esigenza

Ci sono le:

Normali esigenze della vita

che semplicemente sono ciò di cui si ha bisogno per vivere: le normali esigenze della vita.

Si dice molto spesso:

Fare fronte alle esigenze quotidiane

In ufficio posso:

Modificare l’orario di lavoro per esigenze di servizio.

Un dirigente di un ufficio può:

Venire incontro alle esigenze dei lavoratori o della clientela.

Quindi esigere ed esigenza sono concetti apparentemente simili ma molto diversi nel loro utilizzo.

Prima abbiamo usato il verbo “colmare” quando parlavamo di mancanze. In effetti il verbo colmare ha questo utilizzo, anche con la parola bisogno:

Occorre colmare il bisogno di informazioni

ad esempio.

Molto simile è il verbo “Supplire“: supplire ad una mancanza o supplire ad un bisogno, ad una necessità.

Ogni volta che abbiamo un desiderio, un bisogno e non riusciamo a soddisfarlo, potremmo cercare di supplire a questa mancanza con qualcos’altro. Supplire vuol dire rimediare, sopperire, sostituire. Colmare significa riempire un vuoto, come quando abbiamo un bicchiere vuoto e lo riempiamo, lo facciamo diventare colmo. Invece se abbiamo un bisogno, un desiderio e non riusciamo a soddisfarlo, allora posso supplire a questo bisogno, posso compensare a questa mancanza con qualcosa che possa sostituire il bisogno.

Ad esempio:

Posso supplire alla mancanza di affetto con del cioccolato

Il desiderio di affetto posso quindi sostituirlo con del cioccolato. A volte funziona 🙂

Vediamo che  in generale si usano anche altri verbi: quando si riesce a soddisfare un desiderio posso dire che si riesce a rispondere a delle esigenze (si una proprio questo verbo “rispondere“). In tali casi si soddisfano dei bisogni, si dice anche che si appagano le esigenze.

Soddisfare, appagare, colmare, rispondere, supplire sono tutti verbi adatti a questo scopo. Si usano a seconda dell’occasione.

C’è anche un altro verbo: quando si trova qualcosa che è in grado di soddisfare delle esigenze, dei bisogni, delle necessità, possiamo anche usare il verbo “confare“.

Uno strano verbo vero? In realtà non si usa mai alla forma infinita. Vediamo come si usa:

Ho trovato una casa che si confà perfettamente alle esigenze della nostra famiglia.

Si confà: si usa quasi sempre solamente in questo modo, al singolare; difficilmente troverete cose che si “confanno” a delle esigenze. Sicuramente è più raro.

Quando qualcosa, come una casa, si confà alle esigenze (alle nostre, ad esempio), alle esigenze della nostra famiglia, ebbene significa che la casa è adatta alla nostra famiglia, ai nostri bisogni, ai nostri desideri.

La casa è in grado di soddisfare le nostre esigenze.

Usare la parola desideri qui è un tantino esagerato. Meglio esigenze, o al limite bisogni.

Voglio ritornare e sottolineare che le esigenze hanno poco a che fare col verbo esigere, a meno che non accompagnate le esigenze con altre parole: tante, troppe, eccessive esigenze.

Solo in questo caso le esigenze somigliano molto alle pretese, ed alle cose che si esigono.

Abbiamo poi più volte parlato di desideri eccessivi, esagerati, bisogni esagerati, smodati: abbiano già visto le bramosie e il verbo agognare.

In questi casi possiamo usare anche le smanie e il verbo smaniare. Molto simile a fremere.

Smanie non c’entra con le manie, infatti cambia anche l’accento: smànie, manìe.

Avere la smania di fare qualcosa significa avere fretta di fare qualcosa, molta fretta.

Vediamo le differenze: smaniare non è come avere una bramosia, perché la bramosia è più negativa, è usata sempre in situazioni negative e con il potere o con il sesso.

La smania invece si può usare in contesti più leggeri, situazione di tutti i giorni; sempre come una esagerazione, come una fretta esagerata di cui sarebbe meglio fare a meno.

Smaniare è praticamente come fremere: indica uno stato di nervosismo legato ad un desiderio che è molto vicino al realizzarsi.

Es:

Io smanio ogni volta che devo partire per una vacanza.

È molto simile a “non vedere l’ora“.

Tu smani (o tu hai la smania) di aprire il regalo di compleanno.

Non vedi l’ora di aprire questo regalo di compleanno che hai ricevuto, hai quindi questo desierio molto forte e fremi, smani dalla voglia di aprirlo.

Questa è la smania: uno stato di agitazione, di nervosismo, di inquietudine, di ansia, di impazienza e di frenesia. “Non vedere l’ora” è simile come significato ma non esprime molto nervosismo ma più che altro la felicità dell’approssimarsi dell’evento futuro.

Il desiderio poi possiamo esprimerlo anche come una forma di “appetito“. Appetito: Sapete bene che quando una persona ha fame, cioè ha voglia di mangiare, possiamo dire che questa persona ha appetito. E’ una forma di desiderio solitamente associata al cibo: un desiderio di mettere qualcosa sotto i denti. Solitamente si usa per indicare una forma leggera di fame.

Si dice che bisogna alzarsi da tavola sempre con ancora un po’ di appetito, cioè che non bisogna mangiare fino a farsi passare la fame. Questo è un consiglio dei nutrizionisti e dei medici per vivere in salute.

La parola appetito deriva comunque dal latino e significa “aspirare a” e questo significa che avere appetito significa in realtà aspirare, ambire a qualcosa, desiderare qualcosa, benché si usi prevalentemente a tavola.

La parola appetito infatti si usa qualche volta in modo figurato, alludendo ironicamente a chi, pur ottenendo molto nella vita (talvolta non onestamente), cerca di avere sempre di più. Una forma di appetito un po’ negativa quindi, un desiderio negativo.

Si parla anche di “appetiti”, al plurale, per indicare un desiderio di possedere qualcosa.

Gli appetiti dei politici

Gli appetiti dei clan della mafia

Gli appetiti del crimine

Ogni volta che si parla di appetiti ci sono cose scorrette, contro la legge o comunque egoistiche. Le persone che hanno appetito di successo, ad esempio, sono le persone che, pur avendo avuto successo, pur essendo state fortunate nella loro vita da questo punto di vista, ne hanno ancora voglia, hanno ancora appetito di successo. Posso anche dire  “fame” di successo, ed in questo modo indico un desiderio ancora maggiore: proprio come avviene con il cibo l’appetito è una forma più leggera di fame.

Si dice in questi casi che “l’appetito vien mangiando“, cioè l’appetito viene mangiando”, espressione che si usa ogni volta che si desidera qualcosa solo dopo che si è iniziato a mangiare e non solo a mangiare: si usa anche per le cose che non si mangiano; al di fuori dell’ambito culinario.

Potreste quindi sentir parlare di “appetito di potere”, dell’appetito di successo, eccetera.

Infine voglio parlarvi della parola peggiore possibile associata al desiderio: la cupidigia.

Chi ha studiato Dante Alighieri e la Divina Commedia ha sicuramente memoria di questa parola.

La cupidigia  è un termine che indica in genere la fame, o l’appetito per i beni terreni, quindi la fame, la voglia dei beni terreni, non solo di soldi, ma di tutto ciò che non è spirituale, tutto ciò che è superfluo, e che quindi è giudicato sbagliato e pericoloso per l’uomo.

La cupidigia è uno dei “sette vizi capitali” di cui Dante Alighieri parla nella Divina Commedia, la sua opera più importante. Uno dei vizi più grandi dell’essere umano: Si dicono vizi “capitali” poiché sono i più gravi, i vizi principali dell’uomo. Così come la capitale di una nazione è la città più importante della nazione.

La cupidigia è un desiderio intenso, ma è qualcosa di più di un desiderio intenso, è una bramosia sfrenata. Ancora peggiore della bramosia quindi.

E’ una brama peccaminosa, un desiderio che porta al peccato. Si tratta di un costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e un bisogno sfrenato (cioè senza freni), un bisogno esagerato di ottenere sempre di più.

Dante Alighieri parla della cupidigia nell’Inferno, all’inizio del suo viaggio. E la cupidigia è raffigurata come una bestia selvatica, una bestia feroce: una lupa. La lupa, cioè la femmina del lupo, è una bestia feroce, malvagia, che rappresenta proprio la cupidigia. La lupa è la bestia più feroce delle tre fiere (sono chiamate così) nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Le altre due fiere rappresentano la lussuria e la superbia.

lupa_inferno
William Blake: illustration to Dante The Divine Comedy, Inferno, Canto I, 1-90

Dante indica la cupidigia come il vizio peggiore, perché è il difetto dell’uomo più difficile da cui liberarsi poiché è quasi istintivo nell’uomo. E’ come se l’uomo fosse portato naturalmente ad avere desideri egoistici, quindi l’uomo, per liberarsene, deve andare contro la sua natura.

La cupidigia tutti gli italiani se la ricordano per merito di Dante, che la chiama anche “avarizia” e ogni volta che gli italiani usano la parola cupidigia pensano a Dante. Difficilmente viene usata nel linguaggio comune se non per indicare una forma di desiderio esagerato che andrebbe punito con l’inferno, come fa Dante. Con la cupidigia delle persone è impossibile avere pace e giustizia, riteneva Dante.

Tutti in Italia abbiamo studiato la Divina Commedia alle scuole superiori, e Dante indica nella cupidigia l’origine di tutti i mali d’Italia ed anche l’origine della corruzione della Chiesa.

Ciao ragazzi, e grazie dell’ascolto di questo episodio.

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Giocare

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Buongiorno ragazzi, oggi giochiamo un po’ che ne dite? In particolare parliamo proprio di giocare e di tutti quei verbi simili che si usano nei giochi.

Giocare rappresenta l’attività del gioco, ed avrete sicuramente fatto caso, vi sarete sicuramente accorti che non esiste solo giocare,come non esiste solo il gioco.

La sfida di oggi consiste allora nel trovare i verbi simili a giocare e i sostantivi simili a gioco, e ne ho appena utilizzato uno. Ho detto la sfida di oggi.

La sfida è come il gioco? E giocare è come sfidare? A volte sono usati come sinonimi, ma il gioco è un atteggiamento o comportamento in cui ci si diverte, ci si diletta, si passa il tempo, è un’attività cosiddetta ricreativa, ludica o scherzosa.

La sfida invece racchiude un atteggiamento provocatorio, di chi vuole provocare l’avversario. Perché si sfida qualcuno?

Si sfida qualcuno per vedere chi è il più forte, quindi sfidare l’avversario è come dire:

hei, vuoi sfidarmi? Ti vuoi misurare con me? Vogliamo vedere chi è più il bravo tra noi due?

È vero che una sfida è una competizione sportiva anche, e questo termine viene normalmente usato per indicare una partita, in incontro, una gara tra avversari in un gioco, ma il verbo sfidare, e il sostantivo “sfida” , si usano molto spesso per sottolineare la voglia di vincere contro l’avversario, anche fuori dal gioco.

Il gioco invece sottolinea maggiormente l’attività divertente, che si fa più per rilassarsi o per ridere. La sfida poi presuppone, implica, presume la presenza di un avversario. Il gioco posso farlo anche da solo. Ad esempio:

Un bambino gioca in giardino con la palla

Il bambino può giocare anche da solo. Il termine gioco si usa tutte le volte che c’è una partita in un gioco particolare:

chi gioca stasera al Mondiale?

Il mondiale di quale gioco?

Il mondiale del gioco del calcio.

Invece dopo o prima del termine sfida spesso ci si aspetta un aggettivo: una sfida esaltante, è stata una bella sfida, una sfida avvincente.

Nessuno mi impedisce di usare partita al posto di sfida, ma viene trasmessa meno emozione, e tra l’altro non si parla di partite in tutti gli sport.

Giocare poi ha anche alcuni particolari utilizzi.

Se ad esempio sono curioso e voglio vedere cosa succede se faccio una cosa pericolosa, allora posso dire che sto giocando col fuoco 🔥, mentre se sto giocando a carte con un amico, mi sto divertendo con il gioco delle carte, ma posso anche “giocare una carta”, cioè calare, tirare una carta, ad esempio giocare l’asso di cuori 💕.

Da qui, in senso figurato, giocare o giocarsi una carta particolare vuol dire prima sperimentare, mettere alla prova qualcosa. Ad esempio se non sono fisicamente molto affascinante, per conquistare una ragazza posso giocarmi la carta simpatia, cioè posso vedere cosa succede se provo ad essere simpatico con lei.

Magari riesco a conquistare la ragazza con la mia simpatia pur non essendo una bellezza di uomo! Attenzione perché giocarsi qualcosa significa anche perdere qualcosa per superficialità o per scarsa attenzione:

Con quella scappatella ti sei giocato il matrimonio!

Hai perso il tuo matrimonio quindi, te lo sei giocato, per una scappatella, termine con cui si indica una avventura amorosa.

Torniamo allo sport. Nel gioco del calcio, e non solo, si usa dire “giocare una partita“, ad esempio posso dire che domani si gioca la partita Italia – Argentina, e questo è il modo più comune per dirlo, ed anche quello più neutro. Si usa anche il match, termine inglese, per indicare una singola partita.

Se invece voglio sottolineare la difficoltà dell’incontro, la voglia di vincere delle due squadre o l’importanza della partita, dico che domani ci sarà la sfida Italia – Argentina.

I termini partita ed incontro invece sono equivalenti nel gioco del calcio, ma non in altri sport. Nella Box ad esempio si parla di incontri o sfide, e non di partite.

Questi termini hanno poi diversi utilizzi al di fuori del mondo sportivo.

Un incontro infatti è anche quando due persone si danno un appuntamento per parlare, quindi devono necessariamente incontrarsi se vogliono farlo a quattrocchi.

Una partita poi è anche qualcos’altro. Ad esempio se Trump e Macron si incontrano per parlare di dazi commerciali, posso dire che in quell’incontro si gioca la partita dei dazi, cioè delle tasse sui prodotti che vanno da un paese all’altro. Questo significa che verranno prese delle decisioni importanti in quell’incontro e che ci sono interessi contrastanti, opposti, per questo si usa il temine partita.

Poi c’è anche la partita commerciale, e con questo termine si indica una certa quantità di prodotto venduta. Una partita di frutta, una partita di materiale edile eccetera. Indica semplicemente una quantità non identificata di merce, dipende dal tipo di prodotto. Credo che il termine si riferisca alla merce che è partita, in un camion, in un furgone, verso il cliente che l’ha acquistata o verso un punto di distribuzione.

Il termine sfida invece lo potete usare anche in altri modi ma sempre con lo stesso significato. È interessante farvi notare che esiste lo sguardo di sfida, che si usa anche al di fuori dell’ambito sportivo, mentre la frase “in segno di sfida” si usa quando si fa un atto che dimostra la volontà di sfidare.

C’è ad esempio il gesto di gettare il guanto in segno di sfida. Frase che nasce nel passato, nei duelli personali, ma si usa oggi anche in senso figurato. Un guanto di sfida viene gettato quanto si invita l’avversario alla sfida, si invita l’avversario a fare una sfida.

Il gesto di gettare il guanto a terra era un segno di sfida per l’avversario e se il guanto veniva raccolto la sfida era accettata. Per questo quando si accetta una sfida si dice anche raccogliere la sfida. Nel passato era questione di vita o di morte, ovviamente oggi si usa in contesti meno pericolosi.

Infine non vi fate ingannare dalla frase “sfido io!” una esclamazione che si usa come risposta ad una affermazione che ha una facile spiegazione.

Se io ti dico: perché la lumaca è più lenta del gatto nel muoversi?

Sfido io, la lumaca non ha le zampe!

È come dire: ci credo, è ovvio, come fa senza zampe la lumaca a andare più veloce del gatto?

La sfida in questo caso indica una certezza sulla quale si è pronti a scommettere: sarei pronto a sfidarti, io sono il gatto e tu la lumaca! Vediamo chi vince?

Primo ho usato il verbo misurarsi. È un verbo molto simile a giocare e sfidare, però è riflessivo: misurarsi è misurare se stesso, cioè vedere quanto si è bravi, prendere coscienza della propria forza. Di solito quando ci si misura ci si misura in qualcosa, oppure ci si misura contro qualcuno.

Posso misurarmi in una corsa per mettere alla prova la mia velocità, oppure posso misurarmi con te nel gioco degli scacchi. Quindi misurarsi con una persona in una certa attività significa fare una gara, una competizione per vedere chi vincerà.

Quando ci si misura, lo si fa sempre “in” qualcosa o con/contro qualcuno se vogliamo indicare una gara, altrimenti la misurazione è quella che si fa col metro, per vedere quanto si è alti ad esempio. Invece misurarsi in una qualsiasi attività significa mettersi alla prova, o anche cimentarsi, (altro verbo), verbo che ha meno il senso della competizione e più quello del tentativo, della prova:

Emanuele si cimenta nel gioco del calcio.

Significa che Emanuele gioca a calcio, sta iniziando a provare a giocare al calcio. Cimentarsi significa quindi provare, sperimentare una attività in cui occorre usare le proprie abilità, fisiche o mentali. Ci si cimenta in o con una qualsiasi attività.

Voglio provare a cimentarmi nel tennis.

La prima volta che si fa qualsiasi cosa possiamo dire che ci stiamo cimentando.

Ho detto anche gara e competizione, due termini simili ma non del tutto identici.

Una gara è infatti una competizione fra due o più persone o fra due squadre che sono ugualmente desiderose di vincere, cioè di superarsi a vicenda. Quindi gara è usata anche al posto di partita ed incontro.

Attenzione però, perché con una competizione in generale si vuole raggiungere uno scopo più alto di una vittoria, è in realtà qualcosa per raggiungere il riconoscimento di una superiorità. Quindi la coppa del mondo è una competizione sportiva internazionale.

La Champions league è anch’essa una competizione sportiva internazionale. Non si tratta però di gare, poiché in una gara si affrontano due squadre in genere.

Ci sono anche le gare di nuoto però, dove ci sono più nuotatori, più atleti che si sfidano in una gara di nuoto. A volte si tratta di una competizione ma per essere tale, nel senso stretto del termine, deve esserci un premio finale, e magari deve svolgersi tutti gli anni o periodicamente, proprio come le due competizioni summenzionate.

Inoltre c’è da dire che una competizione può svolgersi anche fuori dello sport: una competizione politica, una competizione elettorale.

Il verbo competere invece si usa sia per dire che due o più squadre competono per vincere qualcosa in una competizione, ma anche per esprimere un particolare concetto:

Ce la farà l’Egitto a competere con le altre squadre del Mondiale? La domanda quindi è:

Ce la farà l’Egitto, sarà in grado di tener testa, di essere all’altezza delle altre squadre del mondiale?

Oppure per sfidare un avversario posso dirgli:

Non puoi competere con me! Sono troppo forte per te!

Competere si usa quindi per esprimere la capacità di essere allo stesso livello degli avversari in una stessa competizione.

Passiamo a fronteggiare: le squadre che fanno una gara, quindi, dicevo prima, si fronteggiano. Anche questo è un verbo interessante simile a giocare e sfidare. Fronteggiarsi indica una sfida che vede due persone o due squadre una di fronte all’altra. La fronte è la parte del nostro viso che si trova sopra i nostri occhi quindi fronteggiarsi significa affrontare un avversario, e non affrontare se stessi.

La Danimarca fronteggia oggi la Svezia.

È analoga a:

La Danimarca affronta oggi la Svezia.

La radice è sempre la fronte che indica che gli avversari sono uno contro l’altro, fronte a fronte, quindi si stanno sfidando, stanno giocando contro.

Fronteggiare ed affrontare hanno sempre bisogno di un avversario, per definizione. Non è come giocare quindi. Per competere vale lo stesso discorso: si compete sempre con qualcuno, altrimenti non c’è competizione alcuna.

Gareggiare è il verbo che ovviamente si riferisce alla gara, ma in realtà è più vicino a competere, nel senso che si gareggia quando si fa parte di una competizione, quando si partecipa ad una competizione, e più difficilmente si usa per dire che si partecipa ad un singolo incontro.

Oggi chi gareggia nei campionato mondiali di calcio?

Ad esempio posso dire che oggi gareggiano Svezia, Olanda, Danimarca e Inghilterra. Non ho detto contro chi giocherà ciascuna squadra quindi l’enfasi non è sulla singola sfida, bensì sul fatto stesso di giocare, di partecipare ad un evento sportivo.

Questo è gareggiare.

Invece se vogliamo sottolineare la sfida, la lotta, nel senso dello spirito competitivo allora possiamo usare verbi come scontrarsi, battersi e combattere.

Oggi si sconterranno le prime due squadre del campionato.

Si scontreranno le prime due squadre, cioè si affronteranno, si fronteggeranno, ma quello che ci sarà, sarà certamente un incontro tra due squadre, ma possiamo parlare di scontro. Quando si scontrano due squadre vogliamo sottolineare la forza, la competizione che ci sarà, la rivalità, perché spesso è l’incontro più atteso, più temuto e più di valore di tutto il campionato.

Scontrarsi è come misurarsi, entrambi riflessivi ma si riferisce non a sé stessi ma a degli evversari: misurarsi con degli avversari, scontrarsi con degli avversari. Mentre però ci si può misurare anche da soli, in un gioco solitario, non esiste scontrarsi da soli. Per scontrarsi occorre essere in due.

Battersi e combattere sono gli ultimi due verbi.

Sono molto simili e molto adatti più alle battaglie che agli incontri sportivi. Battersi si può usare al posto di giocare, sfidarsi e misurarsi:

Oggi giocano/si battono/si sfidano/si misurano Italia e Brasile.

Ma solitamente battersi si usa in altre frasi:

Oggi Germania e Brasile si battono per la finale di coppa del mondo. Quindi vogliamo dire che Germania e Brasile combattono uno contro l’altro “per” la finale di coppa del mondo. Usare battersi spesso è per sottolineare l’obiettivo, quindi usiamo spesso la preposizione “per” seguita dall’obiettivo: la coppa del mondo.

Anche questo verbo si usa fuori dal gioco:

Battersi per la libertà

Battersi per la pace

Battersi poi è diverso da battere, che significa vincere, uscire vincitori da una sfida:

L’Uruguay ha battuto la Russia 3-0 nei mondiali 2018.

Un’ultima cosa: a ciascun verbo corrisponde spesso un termine diverso per indicare la partita, l’incontro eccetera.

Ad esempio se uso giocare, quasi sempre c’è la partita, l’incontro e la gara. Meno facilmente si gioca una competizione, alla quale solitamente si partecipa.

Se uso disputare (ancora un altro verbo) è la stessa cosa, ma è più un verbo da gara ufficiale, quindi si usa molto di più quando la gara o la competizione ha un valore. Poi questo verbo contiene la “disputa” , che, lo rende adatto ad essere usato anche fuori dal gioco, in cose più serie: in politica, nella religione eccetera.

Comunque disputare si può usare con le partite singole:

Disputare una partita importante

Oppure con una competizione :

Disputare un campionato di calcio.

Grazie per aver ascoltato o letto questo approfondimento sul gioco e sugli incontri sportivi. Grazie ai nuovi membri dell’associazione italiano semplicemente per la fiducia e ai donatori per il sostegno. Grazie anche ai semplici visitatori.

Un abbraccio a tutti.

Capitare a tiro

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, oggi ci occupiamo di una parola interessante. La parola di cui sto parlando è TIRO.

In particolare vediamo anche un’espressione idiomatica molto usata: capitare a tiro.

Tiro: quattro semplici lettere che però possono essere usate in molti contesti diversi. Cominciamo proprio da questa parola.

Questa parola è molto particolare, perché a seconda della frase in cui è inserita o del contesto in cui è utilizzata ha dei significati completamente diversi tra loro.

Cominciamo dal mondo del calcio. Il tiro, nel calcio, è quando un calciatore calcia la palla, quando colpisce il pallone.

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Ma non si tratta di un calcio qualsiasi alla palla, non si tratta di colpire la palla semplicemente, ma di colpire la palla con l’intenzione di fare gol. L’obiettivo del tiro è quello di fare gol, quello di mettere la palla nella porta avversaria. Il termine tiro quindi nel calcio è un sostantivo. Un tiro avviene quando un calciatore tira. Quindi tiro è un sostantivo, mentre tira indica l’azione del tirare da parte del calciatore.

Tirare è il verbo. Tirare significa quindi calciare la palla verso la porta avversaria. Questo è il senso di tirare nel calcio. Tirare è molto simile a calciare. Ma calciare è semplicemente colpire la palla, mentre tirare è calciare con l’intenzione di fare gol.

Siamo quindi al verbo tirare. Se usciamo dal calcio e parliamo in generale ci accorgiamo però che tirare ha un significato duplice, cioè un doppio significato.

Da una parte significa allontanare da sé qualcosa, imprimendogli una forza, quindi significa gettare, lanciare. Qualcosa come un pallone, quando si tira, si allontana da noi, e va verso un un compagno, oppure si tira in rete, verso la porta avversaria; analogamente si può tirare un sasso, una scarpa, i capelli e tante altre cose.

Dall’altra, tirare significa anche l’esatto contrario, cioè far muovere qualcosa o qualcuno verso di sé esercitando una forza. Ad esempio tirare un cassetto dell’armadio. La mattina quando vado a cercare dei calzini da indossare vado verso l’armadio ed apro il cassetto dei calzini. Per aprirlo devo tirarlo verso di me.

Analogamente posso tirare il freno a mano della mia macchina quando parcheggio. Posso tirare una persona per la giacca, posso tirare il gatto per la coda (i bambini lo fanno spesso) eccetera. Questo è il doppio significato di tirare dunque: verso di sé oppure verso qualcun altro.

Tirare in realtà è un verbo usato in molte espressioni tipiche italiane. Abbiamo già visto la frase “tirare a campare” qualche tempo fa, ma questo è uno dei tanti esempi: esiste anche tirarsela ed altre espressioni.

La parola tiro poi ha altri significati. Un secondo significato è relativo alle sigarette.

Un tiro in questo caso è l’atto dell’aspirare aria dalla sigaretta. Si tira l’aria verso di sé, quindi si fa “un tiro”, questo però fa parte del linguaggio parlato più che altro, perlopiù giovanile.

Mi fai fare un tiro?

Questa è una frase che si sente spesso tra giovani che stanno fumando una sigaretta in compagnia.

Veniamo al terzo significato di “tiro”.

Un tiro rappresenta un atto simile al calcio di un pallone. Quello che viene lanciato stavolta è però un’altra cosa: un proiettile ad esempio, oppure una freccia. Il proiettile è la munizione della pistola o del fucile o in generale di un’arma da fuoco. La freccia è la munizione dell’arco, quello che usano gli indiani ad esempio.

Quindi qui torniamo allo senso di “tirare” che abbiamo nel gioco del calcio: lanciare, allontanare qualcosa verso un obiettivo. Quindi possiamo tirare anche una freccia, una lancia, un colpo col fucile.

Quindi il “tiro” in questo terzo caso è il lancio di un colpo ma non nel senso sportivo.

Ci stiamo avvicinando al senso di “capitare a tiro“.

Quando infatti cerco di colpire un bersaglio, che questo sia una porta di calcio o un oggetto volante o un bersaglio, allora quand’è che noi tiriamo? Noi tiriamo quando siamo abbastanza sicuri di colpire il nostro bersaglio. In caso contrario aspettiamo ancora del tempo prima di tirare.

Detto in altri termini, noi proviamo a tirare quando il nostro obiettivo “capita a tiro“, cioè quando col nostro tiro facilmente potremo colpire il bersaglio.

Perché usiamo il verbo capitare?

Il verbo capitare è un verbo particolare. In genere lo usiamo quando qualcosa accade in modo non programmato, quindi in modo casuale. Quindi “capitare” è come dire “arrivare per caso”, giungere per caso, arrivare in modo improvviso e inaspettato. Non c’è una programmazione.

Allora qualsiasi cosa può capitare.

Può capitare una giornata sfortunata? Certo. Capita a tutti prima o poi.

Può capitare di incontrare casualmente un amico per strada? Ovviamente, capita spessissimo.

Può capitare di mangiare male in un ristorante dove normalmente si mangia benissimo? Sì anche questo può capitare.

La stessa cosa “capitare a tiro”. Se giocate a calcio e state pensando di tirare la palla per fare gol, lo farete appena vi capiterà, lo farete non appena vi capiterà la giusta occasione, cioè non appena la porta avversaria vi capiterà a tiro.

Anche in senso figurato però posso però usare questa espressione.

Consideriamo che il tiro si fa verso un bersaglio o verso una porta avversaria, quindi se qualcosa vi capita a tiro non è mai una bella notizia per il bersaglio 🙂

Allora se una persona vi capita a tiro, in senso figurato vuol dire che stavate aspettando la giusta occasione da un po’ di tempo. Stavate aspettando il momento opportuno. Finalmente ora vi è capitata a tiro e potete sfruttare l’occasione.

Se ad esempio un collega vi fa un torto, fa qualcosa contro di voi, voi siete diapiaciuti per questo, ed è probabile che questo vi farà nutrire dei sentimenti negativi verso questo collega e avrete voglia di dirglielo, di sfogarvi, di vendicarvi per il torto che avete subito.

Allora non appena ne avete l’occasione, cioè non appena vi capita a tiro potrete fare ciò che avete pensato a lungo: sfogarvi, vendicarvi, o semplicemente dirglielo, sgridarlo, alzare la voce con lui, per fargli notare che vi ha fatto un torto che non avete dimenticato.

Questo è il senso figurato di capitare a tiro. State sparando in senso figurato, volete colpire un bersaglio non necessariamente in modo fisico.

Hai sentito cosa mi ha detto il direttore davanti a tutti? Non posso perdonarglielo, aspetto solo che mi capiti a tiro!

Oppure:

Ho aspettato molto tempo prima di rivedere il mio ex fidanzato. Mi aveva lasciato senza neanche una telefonata. Ma ieri mi è capitato a tiro per caso. Sapessi quante gliene ho dette!

Può capitare talvolta di usare o sentire l’espressione non in senso negativo ma è sicuramente più raro e meno adatto. Quindi può accadere che ascoltate:

devo ricordarmi di avvisare la mia fidanzata di prenotare l’hotel. Appena mi capita a tiro lo farò.

Può capitare di ascoltare frasi simili ma è sicuramente più raro.

Ci sono espressioni abbastanza simili a capitare a tiro, che tuttavia vanno usate in occasioni diverse.

Ad esempio “essere a portata di mano“, questa espressione si usa più con gli oggetti, quando sono abbastanza vicini per essere presi, cioè a portata di mano, vale a dire che se allungo la mano riesco a prendere questo oggetto. Se si usa con le persone è abbastanza minacciosa come espressione.

Più simile è “capitare sotto le mani” che si usa invece in senso figurato. E’ più informale di capitare a tiro, e esprime maggiormente il senso di voglia di rivalsa, la volontà di fare male a qualcuno, non solo fisicamente intendo.

Poi c’è venire (o cascare) come il cacio sui maccheroni, che si usa ugualmente per indicare una casualità, ma si usa per sottolineare che è capitata una bella occasione, da non perdere, proprio l’occasione giusta, come il cacio, cioè il formaggio quando lo mettete sui maccheroni, cioè sulla pasta. Ci sta benissimo il formaggio sulla pasta, giusto?

Grazie di avermi fatto compagnia anche oggi, spero sia stato abbastanza esaustivo. Buona serata a tutti.

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Prendere atto

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Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com, un sito dove potete imparare l’italiano, e soprattutto dove potete imparare a comunicare e parlare in italiano. Cerchiamo di farlo nel modo meno noioso possibile, evitando spiegazioni complicate.

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Oggi voglio spiegarvi una espressione che gli stranieri non usano mai, ma che vi risulterà molto utile.

L’espressione è “prendere atto

Non si tratta, vi dico subito, di una espressione di tutti i giorni, di quelle che gli italiani usano quotidianamente, ma piuttosto di una espressione molto usata al lavoro, soprattutto allo scritto. Ovviamente stiamo parlando di lavori in cui si fanno comunicazioni in forma scritta e con un certo livello di formalità.

L’espressione in molte famiglie si usa anche al di fuori dell’ufficio, ma questo non avviene in tutte le famiglie italiane; diciamo solo in quelle più istruite.

Ma passiamo subito alla spiegazione. “Prendere atto” contiene innanzitutto il verbo prendere. Si tratta di un verbo usato da tutti, anche dagli stranieri. E’ un verbo molto usato perché prendere significa afferrare, quindi per prendere un oggetto basta allungare una mano e afferrare un oggetto. Se ti dico: “Prendi questa mela!” tu puoi allungare la mano verso di me e prendere, afferrare la mela. Semplice quindi.

Ma prendere è un verbo molto usato anche in moltissime espressioni idiomatiche e anche molto usato per costruire tantissime frasi dove non si usa il verbo nel modo che abbiam visto prima, per afferrare gli oggetti.

Possiamo infatti prendere anche cose immateriali, che non si toccano. Posso “prendere in considerazione” qualcosa, ad esempio, cioè semplicemente “considerare”, “tenere in considerazione” qualcosa. Tra l’altro questa frase ha un significato molto simile a prendere atto di qualcosa.

Posso prendere un autobus, cioè salire su un autobus, come anche un treno, un taxi, una bicicletta eccetera.

Posso “prendere una decisione”, dove si usa il verbo prendere nel senso di assumere una decisione, decidere cosa fare, risolvere una situazione di incertezza.

Posso “premdere in giro” qualcuno, cioè ridere di qualcuno, fare delle battute su di lui, posso “prendere coscienza”, che significa svegliarsi, oppure risvegliarmi da una situazione di incoscienza. Il verbo prendere quindi si usa in una moltitudine di occasioni diverse: quando si prende qualcosa con le mani, oppure quando si fa proprio qualcosa, come una decisione appunto, oppure in senso figurato e con un senso molto diverso dal significato proprio del verbo. A volte si fatica molto a capire il motivo per cui si usa questo verbo, come prender in giro, “prendere alla larga” un argomento eccetera. In realtà non si deve molto riflettere sul motivo per cui usiamo questo verbo, perché gli italiani non lo fanno, ed io adesso sto cercando di spiegarvi qualcosa sulla quale non ho mai realmente riflettuto. Bisogna semplicemente fare l’abitudine ad usare certe espressioni, e col tempo diventerà naturale.

Nel caso della frase di oggi abbiamo “prendere atto”. Che significa “considerare come un dato acquisito”, oppure “tener conto al fine di prendere delle decisioni”. Non è facile sostituire “prendere atto” con un’altra frase di identico significato.

Prendere atto ha un significato preciso: se tu sei la mia fidanzata ed io ti dico ad esempio:

Il nostro rapporto è finito. Devi prendere atto di questo e cercare un’altra persona

Ti voglio dire che devi prendere atto di quello che ti ho detto, devi cioè considerare quello che ti ho detto come una realtà da accettare, cosicché le tue decisioni future non possano prescindere da questo (vedi anche farsene una ragione).

Prendere atto di qualcosa implica che da ora in poi bisogna sempre pensare a questo e capire che non c’è più nulla da fare per cambiare le cose. Possiamo solo prendere le nostre decisioni future considerando questo fatto, questa cosa di cui stiamo prendendo atto, come un fatto acquisito, come una realtà da accettare.

Spesso infatti l’espressione si usa quando si deve dire che bisogna accettare una realtà, anche se è difficile farlo. Non possiamo cambiare le cose, quindi l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

Vedete che non si tratta in fondo di una frase formale. Per quello che ho detto finora si può usare in molte occasioni diverse, al lavoro, in famiglia e nelle relazioni sociali di qualsiasi tipo.

Spesso si usa anche semplicemente per dire che una persona accetta qualcosa. Ecco, il verbo “accettare” può essere usato al posto di prenderne atto.

Tua figlia si sposa? Accettalo, devi accettarlo. Cioè, devi prenderne atto. Prendi atto di questa realtà. Accettala così com’è, perché così non soffrirai più.

Accettare ovviamente è molto più usato in queste occasioni non lavorative. Ma al lavoro se dobbiamo scrivere un documento o una comunicazione formale non possiamo scrivere “accettare”, anche perché accettare ha diversi significati: accettare un’offerta ad esempio ha un altro significato di “accettare un compromesso” o di “accettare le conseguenze di qualcosa”.

Prendere atto in questi casi è la forma migliore per comunicare l’accettazione di una realtà al fine di prendere delle decisioni future. In questi casi formali però non stiamo parlando necessariamente di cose negative che accettiamo a malincuore,

Usiamo questa frase invece ogni volta che veniamo a conoscenza di qualcosa di importante che influenza il nostro comportamento. Se usiamo questa espressione vogliamo comunicare che abbiamo ricevuto una informazione e ora siamo a conoscenza di questa informazione, e quindi “ne prendiamo atto”.

La frase è neutra, non stiamo esprimendo dispiacere o piacere. Stiamo solo dicendo che siamo venuti a conoscenza di qualcosa e la teniamo in considerazione, la consideriamo per il futuro.

Vediamo alcuni esempi:

Sono un’azienda che produce caldaie e scriviamo ad un cliente che si è lamentato per un inconveniente tecnico durante l’istallazione della caldaia: Gli rispondiamo così:

Gentile cliente, la ringraziamo per averci contattato. In merito all’inconveniente, ne prendiamo atto e ci scusiamo per quanto accaduto.

In questo caso “si prende atto” di quanto accaduto. E’ una formula cordiale per dire che la comunicazione del cliente non è stata inosservata. Invece ne prendiamo atto, perché per noi è importante.

Se invece io lavoro in una istituzione pubblica e ho ricevuto delle osservazioni su un documento, dei pareri da altre istituzioni, posso rispondere:

Si prende atto delle osservazioni arrivate al fine di apportare le modifiche al documento.

Si prende atto delle osservazioni, cioè ne terremo conto, le terremo in considerazione per il futuro, quando dovremo apportare le modifiche al documento sul quale sono state fatte le osservazioni.

Anche il verbo Considerare si avvicina molto a prendere atto. Quando si fa un ragionamento si può decidere di considerare qualcosa, cioè di tenere in considerazione qualcosa che riteniamo importante. Come dicevo prima “prendere in considerazione” ha un significato simile a prendere atto.

Si prende atto di qualcosa. Importante usare la giusta preposizione, che in questo caso è di, del, delle, dei, degli.

Prendo atto della tua decisione;

Prendiamo atto della vostra dichiarazione;

Prendiamo atto volentieri delle tue volontà;

Mi auguro prendiate atto di tutte le nostre osservazioni;

Se prenderete atto dei nostri consigli ve ne saremo lieti;

Se la Francia non dovesse prendere atto delle decisioni del governo Italiani ci saranno forti ripercussioni politiche;

Dovete prendere atto del risultato elettorale ed accettare la sconfitta

Tenete presente che in tono confidenziale, se dite che prendete atto di qualcosa la frase potrebbe sembrare un po’ fredda. Infatti la caratteristica di neutralità della frase, l’assenza di emozioni che c’è nella presa d’atto, può essere utilizzata volontariamente per sembrare offesi, freddi, distaccati dalla persona con cui parlate, proprio per comunicare una sensazione di freddezza.

Ah mi vuoi licenziare? Hai detto che non lavoro bene? Bene, ne prendo atto e da domani mi metto alla ricerca di un altro lavoro.

Come? Non mi ami più? Ne prendo atto e me ne vado.

A volte quindi si usa proprio per prendere le distanze dal nostro interlocutore, per comunicare freddezza e distacco dalla persona con cui parliamo.

Al lavoro invece vi consiglio di usarla perché una “presa d’atto”, così si chiama, è qualcosa di molto adatto alle comunicazioni di lavoro.

Spesso si tratta di qualcosa di molto formale, ma non ci sono problemi ad usarlo in email e scambi di opinioni.

Spesso si dice “prendere atto di un fatto”, cioè la parola fatto si associa molto spesso alla presa d’atto.

Devi prendere atto di un fatto: non sei più un bambino e devi guadagnarti da vivere!

La parola “atto” si riferisce al significato di atto inteso come relazione scritta, un resoconto, un rapporto, un verbale, insomma un documento che viene letto e quindi leggendolo si viene a conoscenza di qualcosa che si deve tenere nella dovuta considerazione.

Anche questo è un modo per sostituire la frase “prendere atto”: tenere qualcosa nella dovuta considerazione.

Posso anche dire: “prendere nota” cioè annotare, segnare da qualche parte. Ma prendere nota è più informale, somiglia più a segnarsi qualcosa, annotarsi un appunto, senza troppa considerazione in fin dei conti. Prendere atto è un po’ più serio come concetto.

Prendo anche atto che probabilmente vi state stancando di questa spiegazione e se ne prendo atto non posso continuare ancora, quindi vi saluto tutti, vi ringrazio per l’attenzione

Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori occasionali.

Ciao.

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