550 Un’acca

Un’acca (audio)

Trascrizione

Giovanni: il termine “niente“, o “nulla“, in italiano, può essere sostituito da molte altre parole o espressioni più o meno colorite.

Qualche esempio?

Assolutante niente, un bel niente, zero, zero assoluto, zero carbonella, un cavolo, un cacchio, un accidente, un fico secco.

Poi se andiamo sul volgare: una mazza, una minchia, una beata minchia, una cippa, una benemerita, ed altri ancora.

La scelta dipende dal contesto, più o meno informale, ma anche dall’argomento di cui si parla e dal verbo che si usa.

Quando si tratta di “capire“, ad esempio, e quando soprattutto non vogliamo essere volgari possiamo usare:

Non capire un’acca

Questa non è per niente un’espressione volgare, e potete usarla sempre senza problemi.

Significa ovviamente non capire nulla, non capire niente, non comprendere nulla.

La lettera h è una lettera particolare nella lingua italiana perché non è espressa attraverso un suono identificativo e infatti si dice che è muta e a volte si chiama “mutina“.

Per questo motivo l’espressione non capire un’acca ha il significato di non comprendere neanche una parola di quanto si è appena ascoltato o letto.

Es:

Ho letto le istruzioni del mio telefono ma non ci ho capito un’acca

Quando il professore di italiano parla, avendo un tono di voce molto basso, non si capisce un’acca.

Sono stato alla prima lezione all’università ma non ho capito un’acca.

Al cinema c’era un audio pessimo. Non si capiva un’acca.

Quando parla Giovanni va troppo veloce. Non capisco mai un’acca la prima volta.

In realtà l’espressione si usa anche per indicare una mancanza assoluta, in espressioni di giudizio o di constatazione. Quando quindi si sta giudicando qualcuno o qualcosa o si constata, cioè si verifica qualcosa e si fa un’osservazione, si dà una valutazione, un giudizio personale.

Quindi anche con altri verbi, tipo: contare, valere, sapere e conoscere, vedere, sentire e pochi altri:

Mario non conta un’acca all’interno della società. È solo un impiegato.

Non sento un’acca da quando ho compito 90 anni.

Al concerto eravamo 100 mila persone. Non si vedeva un’acca ovviamente.

Non conosco un’acca di informatica.

Ci sono due nuovi impiegati da oggi, ma da quanto ho capito parlandoci cinque minuti, non valgono un’acca.

Quanto vale questo quadro secondo te? Risposta: un’acca!

Non c’entra un’acca il sesso di una persona con la probabilità di diventare famosi

Non si usa normalmente con altri verbi, a meno che la frase non sia critica, una valutazione negativa, un giudizio.

Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di calcio. Lo so, non c’entra un’acca ma pazienza!

Khaled: che bello che negli stadi di calcio finalmente si rivedano i tifosi vero? Speriamo che questa pandemia sia sconfitta una volta per tutte.

Komi: bellissimo. I giocatori sono veramente felicissimi e hanno riscoperto la gioia di esultare dopo un gol. Niente a che spartire con gli spalti vuoti.

Anthony: ma l’Italia avrà la meglio dei suoi avversari?

Ulrike: ci vorrà anche un po di fortuna. Ma io non guferò contro gli azzurri comunque. Anzi!

Dorothea: io di calcio non ci capisco un’acca, ma tiferò comunque per gli azzurri. Punto su di loro sicuramente dopo aver visto le prime partite.

549 Sbucare

Sbucare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Tutti conoscete il buco vero?

Il buco è una piccola cavità variamente profonda, o piccola apertura per lo più tondeggiante, cioè soprattutto di forma rotonda. Si può fare un buco nel muro con un chiodo; c’è anche il buco della chiave; c’è il formaggio coi buchi, cioè l’emmental e poi ci sono i proverbi con il buco, come ad esempio:

Non tutte le ciambelle riescono col buco

Cioè non tutti i tentativi vanno a buon fine, non tutte le cose riescono perfettamente.

E la buca?

La buca, al femminile, si usa di solito per le cavità naturali, i buchi naturali, e stanno quasi sempre a terra. Ma se sono molto grandi si chiamano in altro modo: crateri o fosse ad esempio.

Il cane ad esempio fa una buca nel terreno per sotterrare l’osso per cioè nascondere l’osso sotto terra.

Ci sono le buche del gioco del golf, dove deve finire la pallina da golf.

Il termine buca ha in realtà moltissimi significati di cui vi parlerò anche in altri episodi.

In questo mi interessava parlarvi del verbo “sbucare“, molto usato nel linguaggio colloquiale.

Sbucare, letteralmente, significa uscire da una buca, uscir fuori, quindi ad esempio gli animali selvatici, tipo i serpenti quando escono da una buca nel terreno, che può essere la loro tana, il loro rifugio o un nascondiglio, cioè un luogo dove si nascondono; in questi casi si dice che sbucano fuori dalla loro tana.

Ho visto sbucare la testa di un gattino da quella buca.

Si usa spesso la preposizione “da” per indicare il luogo, la buca da cui si sbuca, cioè il luogo da cui si esce fuori.

Nel linguaggio comune però anche quando una persona appare all’improvviso in un luogo, si può usare il verbo sbucare:

E tu da dove sei sbucato?

E tu da dove sbuchi?

Che è come dire:

Ma tu dov’eri finora? Non ti avevo visto!

Si può anche dire:

Da dove sei uscito?

Da dove salti fuori?

Sono tutte espressioni che esprimono stupore, per aver visto una persona (o anche altro) che non si era notato prima. Come se fosse uscito da una buca nel terreno all’improvviso.

Da dove sbuca questa pistola? Da quando hai una pistola?

Ero ad una festa di compleanno di un mio amico e a un certo punto sbuca mia madre!

Da dove sbucano questi soldi? Come li hai guadagnati?

Si può anche fare un incidente perché una macchina “sbuca all’improvviso”

Ovviamente, quando una macchina o una persona sbuca, specie se si aggiunge “all’improvviso” c’è l’idea della sorpresa. È sempre così col verbo sbucare.

E adesso ripassiamo. L’argomento del ripasso di oggi è “i lati positivi del pianto”. Piangere pare giovi alla salute.

Vi risulta ragazzi?

Albéric: piangere, in effetti, da ciò che risulta da alcune ricerche, ha molti benefici ad esempio ha un’azione calmante. Questo è solo il primo rovescio della medaglia! Ve ne sono altri?

Mariana: senz’altro! Infatti si ottiene anche facilmente supporto dagli altri.

Dorothea: oltretutto aiuta ad alleviare il dolore.

Rauno: Migliora l’umore. Soprattutto se qualcuno ti tende una mano per correre ai ripari.

Emma: Rilascia le tossine e allevia lo stress. Questo è un altro bel pretesto per farsi un piantarello come si deve.

Lia: aiuta anche a dormire, volendo aggiungere un altro vantaggio. Combatte i batteri, che, se vogliamo, non è male come lato positivo, no?

Komi: e infine migliora la visione. Lo vogliamo buttare via come vantaggio?

Sofie: e fu così che tutti i visitatori di Italiano Semplicemente iniziarono a piangere a dirotto

548 Apostrofare

Apostrofare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 548 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di apostrofi. Non esattamente però. Parliamo di apostrofare.

Questo è ciò si fa quando si mette un apostrofo, giusto?

L’altra (la altra) notte ho fatto un brutto sogno.

Un’altra (una altra) volta?

Sapete tutti la regola vero?

Bene, allora passiamo al secondo significato di apostrofare.

Quello che abbiamo appena visto è quello che tutti gli stranieri conoscono: mettere un apostrofo.

L’apostrofo è una virgoletta sopraelevata (’) per indicare l’elisione di una vocale finale ( l’amore invece di lo amore) oppure ’71 al posto di 1971. Oppure da’ al posto di dai (verbo dare) oppure po’ per poco eccetera.

Ma apostrofare si usa anche per dire le parolacce o insultare una persona.

Significa, per l’esattezza, rivolgersi a qualcuno con un tono di rimprovero. Non è necessario dirsi parolacce, ma generalmente è proprio così.

Basta però rivolgere accuse ad alta voce e all’occorrenza insultarsi.

Guarda quei due, si stanno apostrofando a vicenda.

Non è neanche necessario ascoltarli, basta notare uno stato di agitazione e vedere che stanno in contrasto l’un l’altro, in un discorso animato.

Quindi se vedete due persone agitate che stanno discutendo, potete dire che:

Stanno discutendo animatamente

Stanno litigando

Si stanno accusando

Si stanno apostrofando

Attenzione però: l’apostrofo non è anche un sinonimo di insulto o accusa, ma solo un’innocente virgoletta sopraelevata (‘).

Comunque un’altra cosa da dire è che quando si usa apostrofare al posto di insultare e accusare, spesso si specificano le parole usate oppure si aggiunge qualcosa in più.

Es:

Quante volte i giovani italiani disoccupati sono stati apostrofati chiamandoli bamboccioni? Tante, troppe volte.

I poliziotti hanno cercato di calmare i manifestanti, ma sono stati apostrofati in malo modo.

I rappresentanti del governo sono stati apostrofati su Twitter: corrotti, bugiardi, eccetera eccetera.

Mariana: una volta in Italia mi hanno apostrofata perché non avrei dato la precedenza con la macchina! Ma io non avevo torto perché venivo da destra! Mi ha urlato “ah stronza! Ma dove hai preso la patente?”

Marguerite: che classe! Dev’essere stato qualcuno che se le cercava, sembrava quasi avesse voglia di litigare. Può capitare.

Hartmut: meglio stare alla larga da certa gente e munirsi di pazienza quando capitano questi episodi.

M4: io non le capisco certe persone. Sono decisamente agli antipodi. Amo la pace e l’amicizia. Poi, non guido più da illo tempore. Adesso ho l’autista

Lia: sei diventato qualcuno? beato te!

547 Come si suol dire

Come si suol dire (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 547 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. A Roma è scoppiata letteralmente e improvvisamente l’estate.

Come si suol dire, non ci sono più le mezze stagioni.

Questo è una frase che si sente molto spesso in Italia quando arriva il caldo all’improvviso oppure il freddo.

Le cosiddette “mezze stagioni” infatti sarebbero il passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e viceversa e si usa quando questo passaggio non è graduale, con temperature intermedie che quindi si abbassano o si alzano veloceente, da un giorno all’altro.

Comunque l’episodio di oggi non è dedicato alle mezze stagioni, bensì alla locuzione “come si suol dire” che ho usato all’inizio.

Come si suol dire ha il significato di “così come è abitudine dire“, “così come si dice normalmente in questi casi“.

Nell’espressione è presente uno strano verbo: solere, che si utilizza in pochissime occasioni.

In genere si usa in questa locuzione oppure in frasi come “si suole fare” e “suole accadere“, “soleva andare” e poche altre.

Il verbo solere – attenti alla pronuncia – significa appunto “avere l’abitudine di“. Un verbo usato spesso dai grandi poeti italiani e appartiene quindi al linguaggio letterario.

In teoria quindi se io anziché dire:

Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.

Potrei dire:

Tutte le domeniche soglio andare allo stadio a vedere la partita.

Ma a nessun italiano verrebbe in mente di dire una frase del genere, tanto meno riuscirebbe facilmente a comprenderne il significato se un’altra persona la pronunciasse.

Normalmente si usa invece dire, con lo stesso significato di solere: “essere solito“:

Tutte le domeniche sono solito andare allo stadio a vedere la partita.

che è come dire:

Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.

Tutte le domeniche normalmente vado allo stadio a vedere la partita.

Questo è tipicamente legato al concetto di abitudine, a ciò che si fa abitualmente.

Tornando alla locuzione “come si suol dire“, questo è il modo più frequente di usare il verbo solere, come ho fatto io all’inizio. Fa parte del linguaggio colloquiale, quindi usatela normalmente senza aver paura di essere scambiati per un poeta o una poetessa.

Vediamo qualche esempio, anche col verbo solere in generale.

Io e Alex siamo molto amici. Stiamo spesso insieme. Come si suol dire, siamo pappa e ciccia

Essere pappa e ciccia è ovviamente un’espressione idiomatica italiana (significa essere molto amici, essere sempre insieme) e l’espressione “come si suol dire” si può usare sempre quando si sta per pronunciare una espressione idiomatica.

Non solo le espressioni idiomatiche però. L’espressione può precedere un qualsiasi termine o verbo o locuzione che, in quella specifica occasione, è abitudine utilizzare nella lingua italiana.

In qualche modo, la locuzione “come si suol dire” ha la funzione di preparare l’ascoltatore o il lettore alla frase successiva. Questo potrebbe aiutare il lettore o l’ascoltatore a mettere maggiore attenzione a quanto sta per seguire.

Se poi la cosa che si sta per dire è anche discutibile, o “forte”, o esagerata, vi ricordo che, come abbiamo visto in un episodio passato, potrei usare l’espressione “passatemi il termine” al posto di “come si suol dire“, in sostituzione.

Es:

Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, come si suol dire, mi puzza di tradimento!

Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, passami il termine, mi puzza di tradimento!

Quindi la parola tradimento potrebbe essere malaccetto, (è il contrario di benaccetto), sgradito. Quindi, anche se “mi puzza di tradimento” è usata in questi casi, e per questo motivo io potrei usare la frase “come si suol dire”, forse meglio usare “passami il termine” affinché sia maggiormente accettata dal nostro interlocutore.

Questo, come si suol dire, “è quanto“, adesso occupiamoci del ripasso, che, come siamo soliti fare, inseriamo alla fine di ogni episodio.

Parliamo di alimentazione e sport cercando di usare qualche espressione che abbiamo già spiegato:

Marguerite: a proposito: io sono solita fare yoga una volta a settimana, tempo e imprevisti permettendo ovviamente.

Ulrike: yoga? Io non l’ho mai praticato. Faccio una corsetta ogni tanto, sempre meglio che niente.

Sofie: giusto. Più in generale si potrebbe dire che quale che sia l’attività motoria scelta, l’importante è muoversi un po’.

Anthony: infatti. Così possiamo permetterci anche uno sfizio ogni tanto, tipo un piatto di spaghetti o un tiramisù!

Dorothea: vacci piano coi tiramisù però!

Hartmut: io non sono ancora all’ultima spiaggia quindi posso ancora permettermi qualche sgarro.

Irina: ci vuole buon senso comunque con l’alimentazione, senza necessità di esagerare.

Komi: buon senso? Cioè, vuoi dire immagino che dovrei mangiare un piatto risicato di pasta alla puttanesca? Basterebbe mettere dei paletti alle esagerazioni, cercando di mantenere uno stile di vita sano. Ciò non toglie che ogni tanto si possa mangiare qualcosa in più.

Irina: moderazione, equilibrio, stile di vita… Uff! Ed io che stavo lì lì per farmi mezzo kilo di penne all’arrabbiata!! Mi avete fatto passare la fame, altro che storie!

38 – A carico – ITALIANO COMMERCIALE

 “A CARICO”

indice degli episodi

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Descrizione

Quando si parla di pagamenti, a volte si deve indicare una spesa dicendo anche chi deve fare questa spesa. Spesso poi c’è il dubbio su chi debba effettuare questa spesa o questo pagamento. Vediamo come usare la locuzione ” a carico” e anche alcuni verbi utili, come spettare, competere, toccare, sopportare e accollarsi.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA

 

546 Meglio di o meglio che? – CONFRONTI

Meglio di o meglio che? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
In questo episodio voglio parlarvi di “meglio“, avverbio e aggettivo.

Spesso infatti i non madrelingua, anche di livello avanzato, fanno un errore abbastanza evidente. L’errore viene dal fatto che non è chiaro quando “meglio” si usi insieme alla preposizione “di”, oppure alla congiunzione “che” oppure quando non ci vuole proprio nulla.

Più in generale “meglio” e “peggio” possono essere associati a qualsiasi preposizione e congiunzione ma spesso la preposizione “di” viene usata male dai non madrelingua.

In questo episodio cercherò di far luce su questo aspetto, sperando di non essere noioso.

Vediamo alcuni esempi:

Secondo te è meglio fare il vaccino Pfizer o Moderna?

Secondo me è meglio Pfizer che Moderna.

Questi due vaccini sono meglio che Astrazeneca?

Astrazeneca è sempre meglio che niente!

In tutti i casi stiamo facendo un confronto, un paragone, utilizzando “meglio“.

Beh, in fondo “meglio” serve a questo no? Serve ad esprimere una preferenza, quindi un paragone va sempre fatto.

Il problema c’è soprattutto quando facciamo un confronto e paragoniamo due cose, che possono essere due persone, due oggetti, due caratteristiche, due aspetti, eccetera.

In questi casi è importante notare l’ordine delle due cose che si confrontano.

C’è il primo termine di paragone e il secondo termine di paragone.

Col primo termine non si usa mai nulla. Questa è la prima cosa da sapere.

Ma prima del secondo termine cosa usare? “Di” oppure “che” ?

Ascoltate il seguente esempio e ditemi se vi sembra giusto:

Meglio di fare un po’ ogni giorno di fare tutto in un giorno!

La prima parte “meglio di fare” non va bene.

Meglio fare” è corretto perché è il primo termine di paragone. Non si deve usare né “di”, né “che”. Questo riguarda il primo termine di paragone.

Il secondo termine di paragone è “fare tutto in un giorno”.

È corretto usare “di” ? In genere No.

E’ infatti da preferire “che” se non parliamo di persone, col secondo termine di paragone. A volte si usa anche “di” ma generalmente si usa “che“, più corretto.

Negli esempi iniziali infatti posso anche usare “di” e questo è normalissimo e non ci sono problemi. Forse nel linguaggio comune è persino più normale usare la preposizione “di”:

Secondo me è meglio Pfizer di Moderna.

Questi due vaccini sono meglio di Astrazeneca?

Posso usare “di” senza problemi. Questo vale anche quando nel secondo termine di paragone c’è un verbo all’infinito. Si deve usare “che“, sebbene anche gli italiani a volte usino “di”.

Meglio bere che mangiare.

È meglio una settimana di vacanza che un solo giorno.

Meglio ridere che piangere

Meglio parlare d’amore che di lavoro

In questo caso ho usato “che” per fare il paragone. “di lavoro” sta invece per “parlare di lavoro”. “Parlare” lo ometto per non fare la ripetizione; è questa la funzione di questa preposizione semplice è diversa in questo caso. Non serve a fare il paragone. Ecco un buon motivo per usare “che”. Altrimenti dovremmo scrivere due volte “di”.

Spesso si usa anche “piuttosto che” per evidenziare il secondo termine di paragone:

Meglio divertirsi piuttosto che lavorare

Questo però vale per i verbi all’infinito.

Altrimenti meglio usare “di”:

Meglio dello sport, niente aiuta a rilassarsi.

Niente è meglio del caffè per svegliarsi.

Se confrontiamo direttamente le persone invece, col primo termine non si usa nulla, mentre col secondo si deve usare “di“:

Io sono meglio di te a giocare a tennis

Tu sei meglio di chiunque altro per me.

Meglio di noi non c’è nessuno al mondo.

Meglio lui di te.

Noi siamo meglio di voi

Naturalmente in questi casi stiamo confrontando le persone.

Se dico:

Questo vestito sta meglio a te (piuttosto) che a me

Ho usato “che“, ma in questo caso parlo del vestito, è un giudizio sul vestito.

Un’altra difficoltà c’è quando usiamo il verbo “preferire“. In questo caso non usiamo “meglio”.

La sostanza cambia un po’.

Col primo termine di paragone non si usa né “di”, né “che”, come prima – niente di nuovo – mentre col secondo termine di paragone si usa “a” oppure a volte “che“:

Meglio bere che mangiare

Se uso preferire:

Preferisco bere che mangiare

Preferisci Giovanni a Mario come professore.

Preferisco la campagna alla città

Stasera preferisco il cinema al teatro

Stasera preferisco andare al cinema (piuttosto) che al teatro

Adesso è meglio fare (senza “di“) un bel ripasso piuttosto che continuare a fare esempi:

Ulrike: Quali che siano le difficoltà nel ripassare le espressioni precedenti, alla luce del crescendo degli episodi, mi vedo proprio costretta a rispolverarle ogni tanto, altrimenti tutti i gioiellini della rubrica scompaiono dalla mia mente. Allora o così o pomì.

meglio di o meglio che? CONFRONTI LINGUA ITALIANA

545 Quale che sia

Quale che sia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Sapete che al posto dell’aggettivo “qualunque” potete usare anche “quale che sia“?

Per capire quando possiamo farlo, notate che “qualunque” si usa in tre modi diversi.

Può significare “ogni“. Ad esempio:

Devo riuscire a superare l’esame a qualunque costo

In questi casi potrei anche dire:

Quale che sia il costo, devo superare l’esame.

Inoltre qualunque può avere un significato limitante:

Per favore, posso avere un libro qualunque della libreria?

Questo accade ogni volta che è preceduto da un nome.

Limitante perché un libro qualunque non è un libro di qualità. Lo stesso accade se io volessi sposarmi con una donna qualunque.

Anche in questo caso potrei usare “quale che sia”:

Vorrei un libro. Quale che sia, a me va bene lo stesso.

Quale che sia, in generale, è più elegante rispetto a qualunque, e inoltre.

Quale che sia trova il suo utilizzo ottimale quando devo esprimere un parere, un’opinione. Es:

Quale che sia la tua scelta, sono pronto ad accettarla.

Quale che sia il motivo che ti ha spinto a lasciarmi, non credo di meritarlo.

Quale che sia il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, per me non cambierà niente.

Poi c’è una particolarità non indifferente. Infatti “quale che sia” , può diventare “quale che fosse” che equivale a “qualunque fosse“.

Quale che fosse” si dovrebbe usare per questioni passate, anche se molto spesso si usa esattamente come “quale che sia”.

Es: non mi interessa se lo scorso anno eri un milionario. A me interessa se sei ricco oggi.

Cioè, in altre parole:

Quale che fosse la tua ricchezza lo scorso anno, a me non interessa.

Quale che fosse il tuo livello di italiano prima di far parte della nostra associazione, sicuramente oggi sarà più alto.

Naturalmente esiste anche la forma plurale.

Quali che siano (qualunque siano) le tue condizioni fisiche, devi giocare assolutamente questa partita!

Quali che fossero (qualunque fossero) le tue condizioni fisiche, dovevi giocare assolutamente quella partita!

Dobbiamo assolutamente superare la crisi economica, quali che siano le difficoltà che incontreremo.

Si usa di frequente anche al futuro: quale che sarà, quali che saranno.

Quale che sia la forma e il tempo, vi consiglio comunque di cercare di utilizzare questa modalità, perché come detto è elegante, e, essendo molto adatta soprattutto quando si esprime un’opinione denota una maggiore convinzione in ciò che si sta dicendo, quindi quando volete sembrare più determinati, più convinti, usate pure “quale che sia”.

Un’ultima annotazione. Pensate alla locuzione “a prescindere“, molto simile nell’utilizzo, ma a prescindere è spesso più sintetica.

Ce ne siamo già occupati. Andate a dare un’occhiata, se volete, all’episodio. Vediamo solo un esempio:

Moglie: Caro, mi ami di più quando sono bionda o mora?

Marito: io ti amo a prescindere cara!

Vale a dire: quale che sia il colore dei tuoi capelli, io ti amo!

Bene. A questo punto facciamo un bel ripasso. Quali che siano i membri che ascolteremo, sono sicuro che sarà un ripasso coi fiocchi.

Dorothea: Adesso vi racconto una cosa che mi accade di frequente: inaspettatamente, gli occhiali da vista mi spariscono. Ogni volta che ciò accade ci rimango male: per quanto mi riguarda, difficile cercare gli occhiali senza averceli sul naso! Allora, ogni due per tre chiamo mio marito affinché mi dia manforte. È sempre disposto ad aiutarmi previa una piccola ramanzina in merito.

Anthony: Ancora tempo sprecato a cercare! Fai tutto a vanvera, sei troppo spensierata, è colpa tua, peggio per te! Non ti reggo più!

Irina: Si arrabbia e allora non ne ha per nessuno: la figlia, il cane, l’uccello canterino in gabbia.

Marguerite: Dopo lo sfogo chiedo:
Ora come la mettiamo con gli occhiali?

Anthony: visto che non sei uscita di casa, gli occhiali sono giocoforza dentro, non ci piove. Allora, facciamo mente locale…

Marguerite: In quattro e quattr’otto scopro l’oggetto della ricerca nascosto tra i miei capelli!

Emma: tuo marito in fondo è una brava persona, quindi ne avete ben donde di esservi affezionati. Avercene di mariti come lui!!!

544 Prendere in contropiede

Prendere in contropiede (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Anche il mondo del calcio contribuisce ad arricchire la lingua italiana. Lo abbiamo già visto con l’espressione salvarsi in calcio d’angolo.

La stessa cosa vale per “Prendere in contropiede”.

Sapete cos’è il contropiede?

Il contropiede, intendo nel gioco del calcio ma anche in altri sport con la palla, è un’azione rapida e improvvisa effettuata mentre la squadra avversaria è proiettata in avanti.

La squadra avversaria sta attaccando e i suoi giocatori sono un po’ troppo spostati verso la porta avversaria, quindi se perdono la palla, la nostra squadra può approfittare di questa situazione facendo un rapido contropiede.

In pratica si cerca di cogliere di sorpresa la squadra avversaria, e per fare questo è importante essere molto veloci.

Molte squadre di calcio hanno un sistema di gioco basato prevalentemente su tale tipo di azione.

Si usa anche nel tennis, e si parla di un colpo con cui si mette la pallina nella direzione dalla quale l’avversario si sta allontanando. Indubbiamente una cosa inaspettata per l’avversario.

Si può dire quindi:

Dobbiamo prendere in contropiede gli avversari non appena ne abbiamo la possibilità

Stiamo attenti a non farci prendere in contropiede

Abbiamo preso troppi gol in contropiede

L’espressione si può facilmente usare anche nella vita di tutti i giorni.

Infatti si capisce bene che prendere di sorpresa è un’espressione abbastanza simile, così come anche prendere o cogliere alla sprovvista, di cui ci siamo già occupati.

Se siamo noi ad essere presi in contropiede, non è qualcosa di piacevole, perché è accaduto qualcosa che non ci aspettavamo, che ci coglie impreparati. Si può dire anche così in effetti.

Siamo stati colti impreparati

Il verbo cogliere dà l’idea della cosa improvvisa. Ricordate l’espressione cogliere l’occasione al volo?

C’è l’idea che non si è pronti a reagire, perché è successo qualcosa di inaspettato, cioè che non ci aspettavamo.

Vediamo qualche esempio:

La decisione del professore di fare un compito in classe a sorpresa ha preso in contropiede tutti gli studenti.

Quindi gli studenti non se lo aspettavano e probabilmente questo compito non andrà molto bene in termini di risultati.

Sono andato dalla mia fidanzata per chiederle di sposarla. Lei mi ha detto di essere già sposata con un altro. Questa notizia mi ha preso in contropiede e non ho saputo come replicare.

Un’attrice famosa, sul suo account Instagram, ha dichiarato di ritirarsi dalla carriera, prendendo tutti in contropiede: i fan, i suoi sponsor, e persino i suoi familiari.

Adesso ripassiamo:

Marguerite: così, di punto in bianco un ripasso? Ci sentiamo presi alla sprovvista , ma proviamoci lo stesso. Pur di ripassare va bene tutto!

Dorothea: improvvisare è la cosa più difficile. Ma non bisogna sentirsi all’altezza per farlo.

Wilde: Se poi fioccano gli errori, pazienza!
Hartmut: Se è vero, come è vero, che gli errori aiutano, tanto vale provare!
Anthony: Sono tanto preoccupato quanto te, ma altrettanto fiducioso che questo produrrà dei risultati. Anzi, ne ha già prodotti, stando a quanto vedo!

543 Sparire o scomparire?

Sparire o scomparire (audio)

Sparire o scomparire?
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Trascrizione

Giovanni: qual è la differenza tra sparire e scomparire?

Un membro dell’associazione, Xiaoheng, che approfitto per salutare, mi ha posto questa domanda. Ascoltiamo Xiaoheng:

Xiaoheng: Ascoltando l’episodio dedicato al termine sparuto, hai usato i verbi sparire e scomparire, ma nonostante la mia ricerca sui dizionari non sono riuscita a capire la differenza tra questi due verbi. Poi la parte finale -parire mi crea problemi perché mi viene da dire “sono sparsi” e non “sono spariti” facendo confusione col verbo spargere. Infine, come se non bastasse, scomparso (participio passato) può diventare scomparsa, che è anche sostantivo.

Che mal di testa!

Giovanni: Allora vediamo un po’.

In realtà nessuno l’ha mai spiegato neanche a me, e a dire il vero non c’è una differenza significativa, ma in qualche caso, se proprio vogliamo andare a distinguere, quando si usa il verbo scomparire, si tratta spesso di persone.

Forse ci sono anche emozioni forti legate a questo verbo. Paura, ad esempio, per una persona scomparsa, che non vediamo più e siamo preoccupati. Preoccupazione e paura sono più spesso associati alla scomparsa.

Sicuramente sparire si usa maggiormente nel linguaggio colloquiale, mentre scomparire è più legato alla preoccupazione.

Scomparire e sparire significano entrambi non farsi più trovare, nascondersi, rendersi irreperibile, sottrarsi alla vista andando via o semplicemente qualcuno o qualcosa non si vede più e non si sa che fine abbia fatto e spesso siamo preoccupati per questa scomparsa o sparizione. In questo caso come detto mi sembra si preferisca scomparire.

Ho appena usato il sostantivo “scomparsa“:

Sono forti le preoccupazioni per la scomparsa (sparizione è meno adatto) di un anziano signore che si è allontanato da casa e da allora non si è più trovato.

Usata come verbo invece:

È scomparsa la mia automobile parcheggiata in garage.

La donna scomparsa si chiama Daniela

La scomparsa, come sostantivo, sta quindi alla sparizione come scomparire sta a sparire. Anche sparizione è sostantivo.

La sparizione dei vasi etruschi dal museo è un vero mistero.

Scomparire è comunque molto simile anche a dileguarsi.

Dileguarsi: in questo verbo la volontà e la velocità, sono le uniche cosa che contano. Quindi dileguarsi significa non esattamente sparire o scomparire, ma andare via, allontanarsi, lasciare un luogo, scappare da una situazione rischiosa, spesso per furbizia o per sfuggire da impegni e responsabilità.

Mi verrebbe da pensare che “scomparire” ha anche qualcosa di misterioso in più.

Riguardo agli oggetti, non si può dire in generale che sia sbagliato usare scomparire, assolutamente no, ma più spesso un oggetto sparisce. Forse perché la cosa non rappresenta spesso una forte, vera preoccupazione.

Sono spariti i miei occhiali. Che fine hanno fatto?

Non c’è una seria preoccupazione in questo caso. Ma nessuno mi impedisce di usare scomparire. Insomma quasi quasi il mal di testa viene anche a me!

Forse quando qualcosa sparisce questa cosa è introvabile, oppure è stata persa, oppure è colpa di qualcuno.

Si usa infatti spesso “far sparire” qualcosa, tipo:

Prima del processo qualcuno ha fatto sparire tutti i documenti più importanti

Sicuramente in questo caso è più usato sparire che scomparire.

Si usa anche “sparire o scomparire dalla circolazione“, senza preferenze. Espressione che si usa sia con le persone quando non si fanno più vedere in giro, sia con gli oggetti, quando sono fuori commercio.

Un’altra cosa certa è che sparire si usa molto più di frequente come esclamazione:

Sparisci!

Sparite!

Esclamazione che si usa per invitare una o più persone ad andarsene, perché sono fastidiose e negative.

Sicuramente in questo caso si usa più spesso sparire.

Potrei comunque dire:

Scompari dalla mia vista!

Un po’ più teatrale!

Riassumendo, se volete sempre usare scomparire o sparire, fate pure, non c’è una differenza marcata.

Ho voluto condividere qualche riflessione con voi, che può magari esservi utile, anche solo come esercizio di ascolto e riflessione in lingua italiana.

Saluto xiaoheng sperando che il mal di testa non sia aumentato!

Per quanto mi riguarda so come fare: meglio non iniziare a studiare il cinese!

Adesso ripassiamo.

Irina: ciao bella, ho sentito che siete tornati alla carica ieri sera al campo di calcetto. Vorrei sapere se, come l’ultima volta, la tua squadra si è salvata in calcio d’angolo col gol di Giovanni contro il portierone oppure avete vinto a mani basse?

Ulrike: all’inizio era una partita di una difficoltà che non ti dico. Hanno fatto venire a galla buona parte dei nostri punti deboli. Ci hanno pure colti alla sprovvista un paio di volte segnando due gol facili.

Sofie: a quel punto il nostro portiere sembrava un’anima in pena e quindi ci siamo visti costretti a sostituirlo con Anto’. Ce l’hai presente? È quel tipo strano che fa il medico ma parla come uno spazzino dell’Ama, mezzo ubriaco.

Komi: eh sì, ogni due per tre se ne esce con qualche strafalcione dialettale incomprensibile a metà del gruppo e le parolacce le spara a manetta. Torniamo a bomba però.

Rauno: proprio lui! A parte le sue uscite, ha fatto svoltare la partita. Dal punto in cui è entrato in porta le cose sono volte decisamente al meglio.

Anthony: Eh già! Siamo riusciti addirittura a sfoderare tre gol di fila, tutti con i fiocchi, compreso quello di quel maldestro di Giovanni che è stato il gol decisivo.

Emma: eh si ragazzi. Con questa formazione penso che siamo proprio a cavallo.

542 Passatemi il termine

Passatemi il termine (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Alexa, che significa “passare”?

Alexa: Passare significa transitare, specialmente senza fermarsi.

Giovanni: a parte questo significato del verbo passare oggi vorrei vedere con voi una locuzione che si usa generalmente quando si fa una riunione di lavoro, mentre sicuramente è un po’ meno adatta per un incontro tra amici.

L’espressione è “passatemi il termine“.

Quando si vuole esprimere il proprio pensiero, quando si sta facendo una esposizione orale durante un incontro di gruppo, spesso ci accorgiamo di star per utilizzare un termine, una parola, o un’espressione, che potrebbe sembrare poco adatta, a volte un po’ troppo forte, esagerata, e che qualcuno potrebbe contestare.

In quel momento però non ne troviamo uno migliore. Oppure vogliamo appositamente usare un termine “forte” per dare un segnale. In questo casi, consapevoli di questo, prima di pronunciare questo termine o questa espressione, si dice:

Passatemi il termine,

oppure:

Consentitemi il termine

Permettetemi di usare questa parola,

Lasciatemi usare questo termine

Vediamo qualche esempio:

Io credo che cucinare la pasta facendola bollire 30 minuti sia, passatemi il termine, criminale!

Questo non è certamente un episodio di “criminalità”, che è ben altra cosa, ma da una parte voglio porre l’attenzione sull’importanza della cottura e più in generale della cultura culinaria italiana. Dall’altra mi vedo costretto a riconoscere che questo termine è stato usato non perché appropriato, ma solo per enfatizzare un aspetto che noi italiani riteniamo importante.

Usare il verbo “passare” è il meno formale che si possa utilizzare, ma che dà maggiormente l’idea di chiedere un permesso, una sorta di autorizzazione all’utilizzo del termine che si sta per utilizzare.

Più formalmente potrei dire:

Mi sia passata l’espressione

Mi si passi il termine

Mi sia consentita l’espressione

Mi sia consentito il termine

Mi si permetta il termine

Mi si permetta di usare l’espressione…

Così facendo non ci si rivolge direttamente ai nostri interlocutori (consentitemi, passatemi, permettetemi) ma si usa una forma impersonale, che appare più cordiale, e quindi più rispettosa e formale.

Naturalmente, almeno in teoria, potrei usare questa espressione anche parlando con una sola persona:

Passami il termine

Consentimi l’espressione

Permettimi di usare questo verbo..

eccetera

Questo si può fare senza problemi, sebbene dando del tu alla persona, magari con famigliari o amici o colleghi, sia abbastanza inconsueto.

Dando del lei è sicuramente più adatto:

Mi consenta di usare il termine

Mi passi l’espressione..

Mi permetta di usare il verbo …

Se tutto è chiaro sentiamo cos’hanno da dire alcuni membri dell’associazione per ripassare le espressioni già spiegate:

Komi: buonasera a tutti. Eccoci ancora una volta alle prese con delle frasi di ripasso. E’ importante dire che queste frasi non sono un mero esercizio mnemonico, ma, vivaddio , un modo per allietare l’apprendimento della lingua italiana.
Mariana: aggiungo anche che chi si trovi ad iniziare ad ascoltare e leggere a partire da questo episodio, senza bisogno di studiare la caterva di espressioni precedenti, può limitarsi a vedere solo quelle usate via via nei ripassi.
Emma: Non fosse altro perché potrebbe essere un po’ frustrante iniziare daccapo.
Ulrike: Infine, coloro che hanno dubbi circa l’efficacia del metodo in questione, andate a fare una capatina alla pagina dedicata alle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

passatemi il termine

37 – Il buono – ITALIANO COMMERCIALE

Il buono

indice degli episodi

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Descrizione

Il buono sconto, il buono acquisto, il buono spesa, la vendita per corrispondenza e il buono d’ordine.

Durata: 10 minuti

buono sconto

541 Tanto da, così da, tanto che

Tanto da, così da, tanto che (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un modo particolare di usare la preposizione “da” (quindi senza accento e senza apostrofo).

Questa modalità si usa per esprimere una conseguenza, un effetto.

Ho mangiato tanto da scoppiare

Ho studiato tanto da farmi venire il mal di testa

Non ho tanti soldi da poter acquistare una villa

C’è quindi qualcosa (una causa) che, aumentando di intensità o quantità, determina una conseguenza, un effetto.

Di solito questo “da” si usa insieme a “tanto” (l’abbiamo appena accennato in un episodio passato dedicato a “tanto”) ma si può usare anche insieme a “così” (o anche con talmente) proprio come nell’esempio seguente.

Hai fatto un così bel lavoro da meritare i miei complimenti

Sei così sexy da far venire i brividi

Adesso notiamo una cosa. Questo “da” è molto simile a “che“, e molte volte posso usare l’uno o l’altro. Non però “così che“, che come abbiamo visto nell’episodio 438 ha un altro utilizzo. A volte comunque c’è una preferenza tra “da” e “che”. Vediamo perché.

Sei così irritante che mi fai venir voglia di prenderti a schiaffi.

Sei così irritante da farmi venire voglia di prenderti a schiaffi.

In questo caso è abbastanza indifferente. Possiamo decidere in base alla frase che suona meglio.

Vediamo un altro esempio:

Saremo così bravi da meritarci il primo premio?

Saremo così bravi che ci meriteremo il primo premio?

Vedete che in questo caso “che” non ci sta molto bene. Per due motivi. Prima di tutto la frase è più fluida usando “da”. Suona meglio. Il secondo motivo è da ricercare sul cosa voglio sottolineare. La causa o l’effetto? Vogliamo sottolineare che siamo bravi, tanto bravi, oppure il premio?

In questo caso voglio sottolineare la causa, cioè il motivo, ciò la nostra bravura: la nostra bravura sarà così alta? Arriverà al livello necessario? C’è un’intensità che potrebbe raggiungere un livello necessario a ottenere un risultato (il primo premio). Quindi, per questi due motivi preferisco usare “da” in questo caso.

Invece se dicessi:

L’atmosfera era così tesa che ad un certo punto sono scoppiato a piangere.

Adesso è molto più opportuno usare “che” perché si vuole trasmettere la conseguenza e è tanto più adatto usare “che” quanto più questa conseguenza è improvvisa. Si vuole sottolineare la conseguenza e non la causa. Infatti la frase contiene anche “ad un certo punto” che sottolinea anch’essa la conseguenza.

Invece se io domandassi:

Ma era veramente così tesa da mettersi a piangere?

In questo caso si vuole sottolineare il livello di tensione (la causa) che ha determinato la conseguenza: era così alto? era veramente così alta la tensione? Così alta da mettersi a piangere?
Adesso ripassiamo:

Irina: l’estate è ormai alle porte e io di questi tempi dovrei stare alla larga dai grassi e dal cibo spazzatura
Bogusia: proprio domenica scorsa ho fatto una capatina in spiaggia, ma oltre a un nutrito gruppetto di gabbiani non c’era nessuno.
Komi: Comunque vedrete che col caldo e superata l’emergenza, giocoforza l’Italia tornerà affollata di turisti
Albèric: aspettiamo a cantare vittoria con la variante indiana!
Khaled: Certo, ad ogni modo per scrupolo sempre meglio vaccinarsi!

539 Nutrito

Nutrito (audio)

Trascrizione

Giovanni: Un modo alternativo di dire “numeroso” è “nutrito“.

Sicuramente molti di voi stanno pensando al verbo nutrire e nutrirsi, che hanno a che fare con l’alimentazione. Nutrirsi significa nutrire sé stessi, cioè alimentarsi, ciò mangiare e bere. Il participio passato di questo verbo è proprio nutrito.

Mio figlio è stato nutrito.

Ho nutrito gli animali della fattoria

Oggi mi sono nutrito abbastanza

C’è da dire che il verbo nutrire si usa anche al di fuori dell’alimentazione. Si possono nutrire dubbi, speranze, amore, odio, rancore, gratitudine. In questo caso è simile a coltivare, come si fa con le piante, quindi ha sempre il senso di far crescere, simile a alimentare ancora una volta.

Ma il termine “nutrito” , nel senso di cui voglio parlare oggi è appunto quello di “numeroso” che poco ha a che fare con il verbo nutrire. Poco ma non niente comunque.

Infatti sicuramente, visto che esistono entrambi gli aggettivi, c’è sicuramente un motivo. Evidentemente qualche volta è opportuno usare l’uno e a volte l’altro.

Allora vediamo meglio.

L’aggettivo nutrito, innanzitutto, si usa praticamente solo al singolare perché qualifica un gruppo.

Invece “numeroso” diventa spesso numerosi o numerose, che è come dire molti e molte, tanti e tante, quando si parla di una quantità.

C’erano molte persone al mare oggi

C’erano numerose persone al mare oggi.

Le persone erano numerose.

Quanta persone c’erano? Numerose? Molte? Tante? Parecchie? Svariate?

Il termine nutrito non si usa in questo modo.

Non posso dire: “le persone erano nutrite” e neanche “c’erano nutrite persone”.

Infatti nutrito, sempre al singolare, precede sempre il termine gruppo o numero (di qualcosa), o un termine simile a gruppo e esiste anche al femminile.

Un nutrito gruppo di persone hanno manifestato davanti al parlamento italiano.

Un nutrito manipolo di rapinatori ha assaltato la banca

Un nutrito numero di genitori ha protestato oggi perché contrari alla didattica a distanza

Una nutrita rappresentanza di lavoratori ha manifestato contro il nuovo contratto di lavoro.

Nutrito e nutrita infatti non hanno solo il senso di numeroso, ma anche di notevole, fitto, intenso. C’è una intensità oltre che una numerosità.

Si usa solitamente parlando di persone.

Si usa in particolare per indicare che un gruppo di persone è abbastanza numeroso, e questa numerosità rappresenta la sua forza.

Ci sono in genere interessi coinvolti, e questo gruppo, considerata la sua numerosità, può diventare anche pericoloso, ma non necessariamente.

La cosa che conta è che il gruppo si riunisce per un motivo, legato all’ottenimento di un risultato.

A volte un nutrito gruppo può essere di 10 persone, altre volte di 1000, dipende dal motivo per cui si raggruppano.

Non si parla sempre di persone. A volte si usa semplicemente al posto di numeroso, sempre davanti a “numero” o “gruppo“, e simili.

Si usa quasi sempre per dire che questa numerosità è abbastanza elevata per rappresentare gli interessi di questo gruppo o per destare preoccupazione.

Un nutrito numero di cinghiali oggi ha invaso la piazza del paese.

Evidentemente erano parecchi cinghiali, che, visto il loro numero, facevano paura, rappresentavano un pericolo. Si poteva anche dire molti cinghiali, parecchi, tanti, svariati, numerosi cinghiali, un numero elevato, ma la numerosità non è l’unica cosa che conta in questa frase.

Più raramente, si usa anche solo per non ricorrere a termini come numeroso, numerosi, molti, tanti, che danno appunto solamente l’idea del numero elevato, senza aggiungere altro.

Se dico ad esempio:

Nel Friuli Venezia Giulia ci sono delle valli ricche di fauna: cervi, camosci, tassi, caprioli, che si sommano a un nutrito numero di uccelli tipici dei boschi.

Nutrito quindi è meno freddo come aggettivo, perché non contiene solo il concetto di numerosità.

Qui possiamo quindi ricollegarci al senso del verbo nutrire. Anche la nutrizione serve a dare forza, a vivere o a sopravvivere.

Ecco allora che un nutrito gruppo di persone, sebbene non indichi delle persone che sono state nutrite, alimentate, ugualmente ci dà l’idea di un gruppo che ha una certa importanza, forza, dati dalla numerosità del gruppo.

D’altronde, cone afferma un famoso proverbio, l’unione fa la forza!

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente:

Bogusia:

Siamo un nutrito gruppo di amanti della lingua e cultura italiana, su questo non ci piove. E al contempo, viviamo agli antipodi.
Questo non vi fa un po’ strano? Di volta in volta ci incontriamo per fare una chiacchierata grazie ai dispositivi elettronici e a zoom, laddove possiamo parlare a braccio, esercitandocidi buona lena, destreggiandoci nel parlare e facendo progressi che non vi dico. Con noi c’è sempre il nostro professore indefesso, nonché presidente dell’associazione IS, che all’uopo ci dà manforte ritagliandosi del tempo per noi. E ci sa fare, eccome! Vorrei togliermi lo sfizio per esaltare i bei tempi che viviamo per imparare le lingue straniere. Ed avere agganci per aderire al nostro gruppo, non ce n’è bisogno. Non penso che vi sia qualcuno di diverso avviso e ho sentore che io sfondi una porta aperta con voi .

540 Sparuto

Sparuto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Visto che lo scorso episodio ci siamo occupati dell’aggettivo nutrito, adesso vediamo anche il termine che esprime il senso contrario: sparuto. Parliamo sempre di gruppi, solitamente di persone. Notate come è simile a “sparito”, cioè scomparso.

Mentre quindi un gruppo nutrito è abbastanza numeroso, un gruppo sparuto non lo è affatto.

C’è, ancora una volta, qualcosa in più della semplice numerosità.

Quando viene usato il termine “sparuto” o “sparuta”, il motivo è che si vuole evidenziare non solo la scarsa consistenza dal punto di vista quantitativo, quindi non solo che si tratta di un piccolo gruppo, numericamente irrilevante, quindi esiguo, piccolo, limitato. Quando si usa questo aggettivo è perché si vuole evidenziare la debolezza di questo gruppo, la sua incapacità di far paura, o di rappresentanza.

C’è sempre un tono di compatimento o leggermente spregiativo legato.

Ci può essere ironia o disprezzo.

Vediamo qualche esempio:

Il ristorante era quasi vuoto. C’era solo un gruppetto sparuto di amici.

Durante lo spettacolo si è sentito solo qualche sparuto applauso

Una sparuta comitiva di italiani è entrata nel museo del Louvre

A scuola hanno organizzato una manifestazione ma erano solo pochi sparuti studenti

Notate che in questo caso ho usato il plurale: ho detto “pochi sparuti studenti” che è come dire “un gruppo sparuto di studenti“. Questo ci aiuta a capire che un gruppo può essere definito sparuto anche quando i singoli membri sono non solo pochi, ma, come dire, anche distanziati tra loro, un gruppo sparso (il contrario di fitto), quindi persone non tutti vicine tra loro, ma con ampi spazi in mezzo. Un gruppo quindi senza forza, inconsistente, disorganizzato, disordinato.

L’idea della debolezza di questo gruppo è data anche da un secondo utilizzo di sparuto, legato all’aspetto di una persona: un viso sparuto è un viso pallido, magro, che dà l’idea di debolezza. Lo stesso vale per un fisico sparuto, o un aspetto sparuto, che è come dire deperito, patito, smunto, debole, scarno, scheletrico, emaciato.

C’è spesso, come dicevo, ironia, ironia che non viene trasmessa attraverso altri termini come: piccolo, esiguo, limitato, ridotto. Ci avviciniamo maggiormente ricorrendo a aggettivi come misero, scarso, stentato, inconsistente e striminzito. Quest’ultimo è probabilmente il più adatto come sinonimo. Striminzito si usa forse anche più spesso, ugualmente in senso ironico, associato ad un gruppo poco numeroso.

Adesso ripassiamo.

Albèric: Ieri ho avuto il giorno libero, ergo non ero REPERIBILE. Quindi ho passato la Giornata girovagando per la mia città.

Ulrike: Com’è la situazione attuale da voi? Avete ancora i POSTUMI delle restrizioni?

Irina: sì, alcuni postumi ancora ci sono ma si vede soprattutto dai numeri che la situazione adesso si è MESSA MOLTO BENE. La gente ha risposto a tono come non ci si aspettava. Nella zona della movida i giovani sono tornati a SBALLARSI (nel senso buono) nei club e nelle discoteche come niente fosse. Ed i ristoranti espongono ormai cartelli con scritto “mascherine optional se vaccinati”

Sofie: Ho visto la stessa cosa. Ovviamente i vaccini sono stati la SVOLTA che ci voleva anche se per RIMETTERCI IN SESTO ci vorrà tempo. E’ D’UOPO che i governi dei paesi messi meglio intervengano TENDENDO LA MANO a quelli che sono ANCORA A CARISSIMO AMICO col virus così che possano INGRANARE pure loro.

Mariana: sono totalmente d’accordo, DARE MANFORTE ai paesi ancora a corto di vaccini è assolutamente d’obbligo se vogliamo uscire definitivamente da questo periodo davvero OBBROBRIOSO.

538 Gli antipodi

Gli antipodi (audio)

Trascrizione

Per gli antichi Greci esisteva una terra ipotetica, un continente ipotetico, quindi era solo una loro teoria. Questa terra era chiamata terra australe. Pare fosse immaginata come una terra completamente diversa da quella che conosciamo.

La terra australe era abitata da abitanti, ipotetici anche loro, abitanti che i greci chiamavano antipodi. Evidentemente anche questi antipodi erano immaginati molto diversi, strani, diametralmente diversi dagli uomini che si conoscono. Qualcuno avrebbe persino immaginato che camminassero con la testa in basso e i piedi in alto.

Questa è una premessa storica importante per spiegare il termine antipodi, che nel linguaggio comune viene usato quando due località, due luoghi sono molto lontani.

Se due luoghi si trovano agli antipodi, stanno in due punti del globo terrestre diametralmente opposti.

Dove abiti?

Abito in Islanda e tu?

Io sono del Madagascar. Siamo agli antipodi!

Nel linguaggio comune, esiste anche una versione più casereccia,direi anche volgare per indicare la lontananza di un luogo.

Scherzosamente infatti spesso per prendere in giro una persona si usa dire che un luogo si trova “in culo alla luna“.

Giovanni ha detto che ci vediamo a casa sua stasera, ma il problema è che abita in culo alla luna!

Questo è un brutto linguaggio ovviamente. Spesso indica anche un luogo non centrale, quindi periferico e scomodo da raggiungere.

Meglio dimenticarlo subito!

Invece se torniamo agli antipodi, il termine si può utilizzare anche per indicare un parere totalmente opposto. Parliamo di opinioni molto diverse.

Io e Mario siamo due professori di italiano, ma siamo agli antipodi, perché lui crede molto nella grammatica e negli esercizi, io invece punto tutto sull’ascolto e sulle emozioni.

Come dire: abbiamo due idee completamente opposte, la pensiamo in modo completamente diverso. Siamo agli antipodi.

Si usa molto più spesso di quanto si possa immaginare. Ci si può trovare agli antipodi parlando di politica, di educazione, di parità dei sessi e in generale di qualsiasi argomento in cui la distanza tra due opinioni appare incolmabile.

Irina: A seguito della scorpacciata e del divertimento della scorsa settimana, la mia salute ha preso una piega sinistra. Ciò non toglie che io mi sia anche scatenata di brutto però.
Ora, col senno di poi, capisco che è stato un atto indebito e che è meglio prendere atto della mia età. Del resto mi basta un pizzico di bisboccia per mettersi tutto male . Bisogna mettere dei paletti al divertimento, per un bel pezzo, almeno finché non mi riprendo completamente anziché lasciare la salute andare in vacca. Sicché ora mi accingo a togliermi lo sfizio di un bel meritato riposo, cosicché la prossima settimana sarò in grado di iniziare a svagarmi. Poi sarò nuovamente da capo a dodici però!!

537 All’uopo e d’uopo

All’uopo e d’uopo (scarica audio)

Trascrizione

Sapete dirmi un sinonimo di bisogno?

Potrei proporvi necessità, occorrenza, o anche urgenza o impellenza se questo bisogno bisogna soddisfarlo in tempi brevi.

Occorrenza è interessante, perché si usa prevalentemente nella locuzione “all’occorrenza” , che significa “se c’è bisogno”, “se serve”, “se necessario”, “al bisogno”, “alla bisogna”, “nell’eventualità”.

Quindi si tratta di un bisogno eventuale, che può verificarsi oppure no.

Ebbene, a questo scopo esiste anche la locuzione “all’uopo” che è proprio come all’occorrenza. È solamente più formale.

Oggi si usa poco, anzi pochissimo, e per lo più con una certa pedanteria. Ricordare l’espressione “a tempo debito“?

In quel caso si voleva indicare un momento nel futuro, momento non precisato, come a dire: quando ci sarà il tempo, quando sarà il caso, quando arriverà il momento giusto.

All’uopo è simile, ma non si fa riferimento al tempo, ma al bisogno. Significa quindi significa al momento opportuno, ma nel senso di “se o quando ci sarà bisogno, che può essere anche più di una volta, tra l’altro.

Ad esempio potrei dire:

Mi tieni la macchina nel tuo garage per favore?

All’uopo, potrai servirtene

All’uopo, utilizzala pure senza problemi

Cioè: se dovesse servirti, usala pure, non preoccuparti. Utilizzala se dovesse esserti utile. Usala pure all’occorrenza.

Oppure:

Facciamo questo affare, e se dovesse nascere qualche problema, potremmo nominare un avvocato all’uopo, o se vuoi lo decidiamo subito se preferisci. 

  Cioè: qualora ci dovesse essere la necessità, potremmo nominare un avvocato. Quindi questo avvocato può essere nominato subito oppure all’uopo, cioè all’occorrenza, vale a dire se dovesse servire, quando ce ne sarà bisogno.

Ancora:

Dopo l’incidente si è visto che il sistema di sicurezza creato all’uopo non ha funzionato.

Cioè: il sistema di sicurezza, creato proprio per essere azionato in caso di incidente, non ha funzionato.

Ancora: 

Non mi va di restare sveglio per paura dei ladri. Preferisco dormire e casomai essere svegliato dall’allarme predisposto all’uopo.    

Il termine uopo pertanto raramente si usa da solo, così come semplicemente con l’articolo: “l’uopo“. Si usa invece con la preposizione al: “all’uopo” che, come detto, significa “all’occorrenza“, “al bisogno“.

Si usa però anche in un secondo modo: “essere d’uopo” e “fare d’uopo” che hanno il significato di “essere necessario“, “essere il caso“, “essere opportuno“. Si evidenzia una necessità, qualcosa che deve essere fatto. Il senso del dovere è molto accentuato, come forma di rispetto, oppure al fine di fare chiarezza, o giustizia o per sottolineare l’importanza di qualcosa.

Es:

E’ d’uopo che tu domani sia presente alla riunione.

Cioè: è assolutamente necessario che tu sia presente alla riunione. E’ molto importante

Ancora:

A questo punto una mia considerazione è d’uopo.

Cioè: è assolutamente necessario (quasi un obbligo) che io faccia una considerazione, cioè che io aggiunga qualcosa, che dica qualcosa.

A me che ho i bambini piccoli farebbe veramente d’uopo un lavoro part time

Molto raramente si trova anche come termine singolo: 

Con i bambini è uopo avere molta pazienza!

Non vi nascondo che questo è un linguaggio che appare un po’ pesante, tuttavia è ancora presente e usato, quindi è bene conoscerne il significato. Appare molto formale, ma è un formalismo piuttosto antipatico (almeno secondo me) che appartiene più che altro al linguaggio della burocrazia.

A questo punto è assolutamente d’uopo per me ringraziare tutti per l’ascolto così come è altrettanto d’uopo ringraziare i membri che hanno registrato il ripasso che state per ascoltare, ripasso realizzato all’uopo.

Anthony: non è necessario ringraziarci Gianni, ma me lo sentivo che oggi avresti spiegato questa strana parola, L’avevi usata proprio ieri nel gruppo Whatsapp dell’associazione. 

Sofie: Tra l’altro darti manforte in questo modo giova soprattutto a noi. Con più di 500 episodi questo metodo dei ripassi credo sia l’unico fattibile per chi non ha molto tempo per ripassare gli episodi passati. Senza questi ripasso staremmo freschi!

Ulrike: il fatto che i ripassi si trovino a valle degli episodi è poco importante. La cosa che conta è non trascurarli.

Mariana: E dire che io non ci credevo tanto, pensavo infatti fosse un metodo poco ortodosso, ma, dimostratasi poi una tecnica efficace, ho assolutamente raccolto la provocazione!

Bogusia: Con me sfondi una porta aperta!  Non riesco a trovare un solo neo a questa rubrica! Ma ne devo trovare almeno uno, altrimenti mi prendono per ruffiana! 

 

36 – Soddisfatti o rimborsati – ITALIANO COMMERCIALE

Soddisfatti o rimborsati

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Descrizione

Una frase tipica del mondo del commercio è “soddisfatti o rimborsati”.

Una semplice frase che è rivolta alla clientela che sta per acquistare il vostro prodotto e potrebbe avere qualche dubbio. Vediamo la differenza tra la garanzia, il diritto di recesso e la formula “soddisfatti o rimborsati

536 Stare alla larga

Stare alla larga (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione di oggi è “stare alla larga“, che significa mantenersi lontani da qualcosa o qualcuno. La lontananza però non è da intendersi solamente o semplicemente come una distanza in termini di metri, ma, più in generale, nel senso di “evitare” qualcosa o qualcuno. Perché? Perché si parla di cose pericolose o fastidiose. Qualunque cosa che può esser negativa può essere una cosa da cui stare alla larga.

In genere si usa per dare un consiglio, un suggerimento, oppure + una minaccia, una intimidazione:

Stai alla larga dalle amicizie pericolose (cioè: non frequentare persone pericolose

Stai alla larga dalla droga (cioè: non drogarti)

Ti prometto che da oggi mi terrò alla larga dai pericoli (eviterò i pericoli)

Stai alla larga dalla mia fidanzata! (non le dare fastidio, non avvicinarti a lei)

Ho usato anche “tenersi alla larga“, ma è la stessa cosa. In effetti esistono delle varianti con lo stesso senso. Anche “girare alla larga” si usa abbastanza spesso, come anche “stai lontano/a“, “tieniti a distanza“, “tieni/mantieni le distanze

Cerca di girare alla larga da mia figlia, altrimenti saranno guai per te!

Meglio tenersi a distanza dalle persone invidiose

E’ bene tenere le distanze dai bugiardi

Adesso ripassiamo:

Lejla:
Giovedì prossimo in videochat faremo un esercizio interessante ma difficile. Non ce ne sarà per nessuno credo!!!

Rauno:
Dai, non essere pessimista. Se si mette male Giovanni ci aiuterà.

Ulrike:
Ho sentore che abbia a che fare con la grammatica. Io non me la sento. Poi mi fa strano che proprio Giovanni propone un argomento grammaticale.

Bogusia:
Infatti, di primo acchito potrebbe sembrare un tiro mancino però a pensarci bene un po‘ di grammatica non guasta, anch’essa, senz’altro è importante e può salvarci in calcio d’angolo. Eccome!

Sofie:
Nulla questio per me, raccoglierò la provocazione e mi farò viva nella videochat.

Irina:
Non è che io voglia vantarmi, ma la grammatica la conosco bene, mi fa specie che avete fifa, c’è sempre Gianni con il suo apporto, e non ci risponderà picche quando avremo bisogno di aiuto.

535 Nella misura in cui

Nella misura in cui (scarica audio)

Video YouTube

Nella misura in cui - locuzione italiana

Trascrizione

Ecco una locuzione che i non madrelingua non usano mai: nella misura in cui.
Oggi vediamo quando possiamo usarla e vi do anche una bella notizia perché si può usare spessissimo. Infatti si potrebbe tradurre in:

nella proporzione in cui
tanto quanto
in rapporto al fatto che

ed anche al posto di:

se

Il termine misura serve a introdurre qualcosa che può essere tanto o poco, debole o intenso, alto o basso. Insomma qualcosa di misurabile che però dipende da qualche altra cosa.

Es:

Mi aiuterai a studiare l’italiano?

Certo che ti aiuterò

Quanto potrai aiutarmi?

Non so esattamente. Ti aiuterò nella misura in cui potrò.

Ti aiuterò nella misura in cui avrò tempo.

Ti aiuterò nella misura in cui il mio lavoro non si prenderà tutto il tempo.

Quindi ti aiuterò ma il mio aiuto dipende da qualcosa, è in relazione con qualcosa quindi non so indicare esattamente quanto potrò aiutarti.

Posso anche dire:

Il risultato del tuo esame sarà buono nella misura in cui avrai studiato.

Il professore sarà disposto ad aiutarmi nella misura in cui noterà un miglioramento da parte mia.

L’Italia uscirà dalla crisi economica nella misura in cui saprà utilizzare le opportunità offerte dal Recovery Plan.

Vedete che è simile anche a “tanto quanto” di cui ci siamo già occupati. Anche in quel caso si facevano confronti.

Vedete, potrei dire, che il vostro vocabolario e la vostra capacità di usare la lingua italiana al meglio aumenta nella misura in cui si prosegue con l’ascolto e la lettura degli episodi di Italiano Semplicemente.

A volte non c’è una quantità o qualcosa di misurabile, ma solo un confronto, proprio come “se”

Potrò invitare i miei amici a cena nella misura in cui i miei genitori se ne andranno a cena fuori e mi lasceranno casa libera.

Niente di strano in questo, cioè nonostante l’uso della locuzione in questo caso faccia parte di un linguaggio meno informale è comunque accettato anche in questioni della vita di tutti i giorni. Ad ogni modo è più facile sicuramente vederlo usato in un contesto lavorativo.

Va bene, allora adesso ripassiamo un po’. Lascio la parola ai miei studenti. È la prima volta che li chiamo così. Devo dire che mi fa un po’ strano.

Anthony : avete visto cosa sta succedendo in medio oriente? Speriamo non si metta male.

Hartmut: io sono per la pace ad ogni costo, non so voi.

Ulrike: figurati, sfondi una porta aperta, ma pare che le cose siano molto complicate da risolvere.

Albéric: Quante persone dovranno rimetterci la pelle ancora?

Mariana: ogni tanto sembra che il conflitto sia terminato una volta per tutte, per poi riprendere qualche tempo dopo.

Irina: infatti. Quante volte abbiamo cantato vittoria?

Emma: è un conflitto iniziato illo tempore e non se ne vede la fine. Però stavolta sono più preoccupato del solito

Sofie: e ne hai ben donde visto che di mezzo c’è anche la questione delle armi nucleari.

Bogusia: sarà pure un’ipotesi da considerare in extrema ratio, ma anche a me preoccupa molto.

534 Mi fa strano

Mi fa strano (audio)

Trascrizione

Un’espressione che potrebbe sembrare strana ad un non madrelingua è “fare strano“.

Vi faccio qualche esempio:

Mi fa un po’ strano tornare a casa dei miei, dove sono cresciuto e notare che la casa sembra più piccola.

Oppure:

Non fa strano anche a te di non avere qui con noi i nostri figli? Noi siamo sempre stati insieme, tutti e 4, mentre all’improvviso sono diventati grandi e siamo rimasti noi due.

Ti fa strano baciare un’altra persona avendo una fidanzata?

Mi fa strano che mi stia affezionando ad un gatto. Non li avevo mai sopportati fino ad ora.

Ma che differenza c’è tra “sembrare strano” e “fare strano”.

La differenza è che quando una cosa sembra strana è perché è poco credibile, cioè avete dei dubbi, oppure è una cosa insolita, fuori dal normale, oppure è illogica o è qualcosa che non accade mai.

Mi sembra strano che italiano semplicemente sono due giorni che non pubblica episodi. Come mai? Sarà successo qualcosa a Giovanni?

Oppure si parla di un oggetto o una persona che ha qualcosa che non va, o di insolito, ma non riusciamo a capire cosa sia. Cerchiamo una soluzione.

Oggi Mario mi sembra strano. Forse ce l’ha con noi? Non si comporta come al solito.

Questa bicicletta mi sembra strana. Forse ha le ruote piccole?

Invece se una cosa “fa strano“, è perché si prova una sensazione per una situazione che è cambiata, una sensazione ben definita, che sappiamo bene da cui deriva. Si tratta di sensazioni personali dovute alle proprie personali esperienze.

Non si tratta di qualche cosa di incredibile o su cui nutriamo dei dubbi; non cerchiamo una soluzione.

Vogliamo solo condividere la nostra sensazione, e spesso si tratta di nostalgia, di ricordi.

Generalmente si tratta di confidenze fatte ad amici o familiari.

Altre volte sono semplicemente sensazioni che si provano per cose perfettamente normali mai fatte prima, o fatte in contesti diversi.

Un cambiamento, una differenza, possono far sembrare una cosa strana ma solo per effetto delle nostre esperienze passate.

Vi fa strano vedere due ragazze baciarsi? Sappiate che il problema non è delle due ragazze ma il vostro.

In tutti i casi puoi naturalmente puoi dire anche che ti sembra strano, ma “mi fa strano” nasce proprio per evitare che si pensi a un dubbio o che si stia cercando una spiegazione. Non è così infatti in questi casi.

Abbiamo visto anche “mi fa specie“, abbastanza simile, ma questa, se ricordate, si usa soprattutto per contestare o criticare un’altra persona che ha un atteggiamento diverso dal solito.

Adesso ripassiamo:

Anthony: So che siamo tutti presi dalla conversazione attuale ma non vi dispiacerà se APRO UNA PARENTESI? Vi ricorderete che MI SONO PREFISSO l’obiettivo di scrivere una serie di ripassi con almeno dieci termini ciascuno. Sono partito molto bene con questo buon proposito. Ma poi alcuni problemi professionali mi HANNO COLTO ALLA Sprovvista, IL CHE significava che OGNI DUE PER TRE mi trovavo SGUARNITO del tempo necessario per stare al passo. Per quanto riguarda il mio lavoro, a causa di un susseguirsi di frustrazioni mi sentivo esausto, cioè LA MISURA ERA davvero COLMA e non MI CAPACITAVO di come sarei potuto andare avanti. Ma se si comincia, non CI SI può tirare indietro. Questo vale a maggior ragione se si fa il medico. Ci sono tantissimi ANNESSI E CONNESSI dai quali non CI SI può allontanare. TOCCAVA A ME ideare delle soluzioni. E per fortuna, dopo un periodo di contemplazione e concentrazione, queste soluzioni mi SONO BALZATE AGLI Occhi. Quindi possiamo dire che tutto è bene ciò che finisce bene.

Italiano Professionale – lezione 34: la reperibilità

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Descrizione

la reperibilità è un concetto prettamente lavorativo. si può applicare alle persone ma anche ad altri aspetti del lavoro. Vediamo come sono poche le occasioni di utilizzo al di fuori del lavoro.

Durata: 25 minuti

La reperibilità

533 Sfondare una porta aperta

Sfondare una porta aperta (audio)

Trascrizione

Una espressione molto utile quando si parla con una persona e ci si scambiano delle opinioni, è: sfondare una porta aperta.

Vediamo un esempio:

Sai, io sono sposato da 20 anni e credo – non so se sei d’accordo – che due coniugi non dovrebbero condividere tutte le 24 ore della propria vita e stare così sempre insieme condividendo tutte le esperienze.

La persona che ascolta, se è completamente d’accordo, può dire:

Guarda, con me sfondi una porta aperta. Sono anni che lo dico a mia moglie!

Sfondare infatti significa rompere un oggetto facendone cedere il fondo, per un peso eccessivo, un colpo o una forza capace di perforazione.

In particolare sfondare una porta significa cercare di aprire, anzi, di rompere una porta quando questa è chiusa. Sfondare equivale a rompere nel caso della porta.

Per sfondare una porta basta prendere una bella rincorsa, da lontano, e colpire con forza la porta per aprirla, cosicché si possa riuscire a passare.

Ma se provate a sfondare una porta aperta, non si incontrerà nessuna resistenza: ci si aspetta che la porta sia chiusa e che quindi opponga resistenza, mentre invece la porta si aprirà subito, col minimo sforzo, perché appunto è aperta e non chiusa.

Sfondare una porta aperta è ovviamente un’immagine figurata, per indicare che una persona si aspetta che l’altra abbia un’opinione diversa mentre invece non è affatto così.

Il messaggio è: non affannarti per convincermi, non ce n’è bisogno, perché anch’io la penso come te. Stai sfondando una porta aperta.

Adesso ripassiamo:

Komi: io vorrei dire che in California è stata lanciata una lotteria alla quale potranno partecipare solo i vaccinati contro il Covid. Nell’iniziativa sicuramente, ma come la mettiamo con coloro che il Covid l’hanno già avuto?

Irina: che bella iniziativa. La sposo in toto. Riguardo alla tua osservazione, io lascerei correre, perché coloro che hanno superato la Malattia la loro lotteria l’hanno già vinta.

Khaled: quest’idea è proprio una vera mandrakata per aumentare i vaccini!

532 Come la mettiamo?

Come la mettiamo? (audio)

Trascrizione

Giovanni:

Eccoci ad un altro modo di usare il verbo mettere. Abbiamo appena visto, nell’episodio scorso le frasi “si mette bene” e “si mette male“. Oggi vediamo “come la mettiamo“, che si usa come domanda.

Questa domanda si usa quando c’è un problema da risolvere e non sappiamo come fare. Espressione informale, si usa prevalentemente all’orale, quindi difficilmente la troverete scritta da qualche parte. E’ simile a “cosa facciamo“, “come ci muoviamo“, “come risolviamo questo problema” e spesso il problema è solo ipotetico, e allora si aggiunge un “se”: come la mettiamo se…

Vediamo qualche esempio:

Come la mettiamo se arriva una variante resistente al vaccino del Covid?

Qualcuno dovrebbe saper rispondere a questa domanda, spero!

Si usa anche per problemi secondari, ma ugualmente importanti.

Es:

Ok, facciamo i lavori di ristrutturazione della casa e accetto la cifra di 3000 euro. Ma come la mettiamo con la fattura?

Meno male che sono guarito, dottore, ma come la mettiamo se scopriamo che ho trasmesso la malattia a mia moglie?

La nostra azienda sta fallendo. Fortunatamente abbiamo trovato un nuovo lavoro, ma come la mettiamo con tutti i nostri dipendenti?

Finora ho usato “mettiamo”, quasi a far pensare che il problema sia “nostro”. Ma questa è solo una frase fatta, quindi si dice quasi sempre così, anche se il problema è solamente di una persona.

Tuttavia, se voglio sottolineare che lo devi risolvere solo tu, posso dire:

Hai detto che oggi studierai per il compito di domani di matematica che ci sarà domani, ma come la metti se ti interroga oggi?

Si usa ugualmente anche “come la mettete“, e più raramente “come la mette” e “come la mettono” mentre non ci sono altre forme usate.

Se ci pensate la situazione è simile all’uso di “si mette male” (o bene) perché si parla ancora di una situazione di cambiamento improvvisa. Stavolta però siamo sempre nel caso di un problema da risolvere.

Esiste anche l’espressione “come la metti, la metti“, molto colloquiale anche questa, che si usa quando si parla di diversi punti di vista, diversi modi di vedere una situazione o diversi scenari evolutivi di una situazione che però sembra non portino alla soluzione di un problema. Equivale a “comunque la metti”, “qualunque sia il punto di vista”, “in ogni caso”,

Es: è vero che la situazione sta migliorando se parliamo di parità tra uomo e donna, ma in Italia, in ogni caso, ci sono ancora molte differenze: come la metti la metti, gli uomini hanno ancora un vantaggio ingiustificato.

E’ bene usare questa espressione “come la metti la metti” soprattutto quando si è alla ricerca di una eccezione o una scappatoia, che però non riusciamo a trovare, perché qualunque sia la questione che affrontiamo, qualunque sia il punto di vista, la soluzione è sempre la stessa.

Nel caso della parità di genere (tra uomo e donna), da ogni punto la si guardi, qualunque sia la questione analizzata: lavoro, sport, stipendio, diritti, opinioni, ostacoli eccetera la donna è sempre svantaggiata.

Adesso ripassiamo:

Irina: Ehi… Tenetevi forte, Marco finalmente ha preso il toro per le corna, e ha mollato la sua fidanzata. Dice che l’ha rimproverato a tal punto da non poter reggere più.
Ulrike: E ti pareva! Immaginavo che questa relazione prima o poi prendesse una brutta piega, ma non mi avete mai dato retta. Mi sa che covavano da illo tempore problemi tra di loro.
Lejla: ma pensa un po’! Sul serio? Non ci posso credere. Sembravano essere felici, se la sono spassata sempre insieme, parevano un binomio inscindibile.
Irina: macché rottura ! È stato una mera burla, non risponde al vero! Non è che avete davvero preso per buona questa storia? Oramai dovrete capacitarvi che occorre prendere con le molle ciò che racconta. Ma ci cascate sempre.
Ulrike: avrei messo la mano sul fuoco che fosse vero, perché secondo me questi due non sono portati l’uno per l’altro!
Lejla: io direi che su queste cose non si debba scherzare mai. Perché, come dice un proverbio, chi semina vento accoglie tempesta.

Traduzione in inglese del ripasso

M1: hey, wait ‘til you hear this (buckle your seatbelts!), Marco finally took the bull by the horns and dumped (left) his girlfriend. He said that she told him off (phrasal verb utile) to a point that he just couldn’t take it anymore.
M2: what a shocker!? (right, of course) I always knew that sooner or later their relationship would take a bad turn (would go off the tracks) but you never listened to me. I think there were problems between them for a very long time.
M3: incredible, are you serious? I can’t believe it. It seemed like they were happy, that they enjoyed their time together, they seemed inseparable (like two peas in a pod).
M4: what breakup are you talking about? It was just a joke, it’s not true. You all didn’t really take this story seriously? Now you’ll have to come to terms with the fact that you have to take lightly what she says. You fall for it everytime.
M2: I would have bet the farm that it was true, because, in my opinion, these two aren’t right for each other.
M3: I would say that you really shouldn’t joke about these things. Because, as the proverb says, what goes around comes around

531 Si mette bene o male?

Si mette bene o male? (audio)

Trascrizione

Giovanni: ricordate quando abbiamo parlato di “Mettiamo che” , oppure “metti che”? abbiamo detto che questo è un modo informale per fare un’ipotesi. Era l’episodio 395 di questa rubrica.

Sarebbe bello se il verbo mettere non avesse altri strani utilizzi, ma dovete purtroppo rassegnarvi.

In particolare oggi vorrei parlarvi di un’espressione interessante:

Si mette male

Oppure:

Si mette bene

In queste espressioni si usa il verbo mettere per descrivere il cambiamento di una situazione.

Quando una situazione si mette bene, significa che inizia a seguire un certo andamento giudicato positivo rispetto a prima.

È molto simile al verbo “volgere” che tuttavia ha un uso meno colloquiale ma sicuramente più adatto in situazioni più formali.

Quando una situazione si sta trasformando in senso positivo possiamo quindi dire che si mette bene, o che si sta mettendo bene. Al contrario invece se diciamo che si mette male.

Si usa spessissimo in ogni situazione:

La partita era iniziata malissimo ma si è messa proprio bene nel secondo tempo.

Allora questa partita ora, nel secondo tempo ha assunto un andamento positivo, promettente, e sembra avviata verso un risultato positivo.

Guarda che brutto tempo! Si mette male credo!

Aspettiamo un po’ e vediamo come si mette, poi decidiamo se andare o meno al mare

Ammettiamo adesso di progettare una rapina in banca. Io allora dico al mio complice:

Andiamo a rapinare la banca. Io entro e faccio alzare a tutti le Mani. Poi entri tu e svuoti la cassaforte. Va bene? Se inizia a mettersi male scappiamo!

Questo vuol dire che se qualcosa va male, se accade qualcosa di imprevisto che rovina il nostro piano, dobbiamo scappare.

Si può usare anche con altri tempi ovviamente:

Ieri ho avuto un sacco di problemi ma alla fine la giornata si è messa bene.

Se la situazione si metterà bene sarò più tranquillo.

All’inizio persi molti soldi giocando a carte, ma poi la serata si mise bene e iniziai a vincere.

Andava tutto bene con lei ma dopo il mio tradimento si è messa assai male per me.

Spesso queste espressioni vogliono indicare la fortuna o la sfortuna che interviene e cambia le cose, altre volte invece semplicemente la conseguenza di un evento qualsiasi che genera un cambiamento in meglio o in peggio rispetto a prima.

Infatti allo stesso modo si usa anche mettersi meglio/peggio. Comunque ciò che conta è che si sta trasmettendo una sensazione, un segnale di cambiamento quando ancora l’esito, il risultato finale, non è però determinato.

Adesso facciamo un breve ripasso delle puntate precedenti:

Carmen:

Oggi mi è andata bene. Infatti stamani mi sono imbattuto in Ezio, Il rappresentante dell’azienda joyveicoli. Mi ha proposto una moto di seconda mano, molto
a buon mercato. Ebbene, ho colto la palla al balzo e,
senza remore mi sono tolto lo sfizio di acquistarla. Abbiamo firmato il contratto e la consegna avverrà immagino a stretto giro. Poi faremo una capatina insieme al lago di Bolsena, ci stai?

Irina:

Eccome se ci sto! Sai che mi colpisci sempre! Non ti ci facevo stavolta.

Carmen:

Mannaggia… Ezio mi ha appena risposto picche. dicendomi che la moto è già stato venduta ad un altro cliente.

Irina:

Ma come sarebbe a dire?
Non riesco a capacitarmene. Si dà il caso che il contratto sia stato firmato da entrambe le parti. Sbaglio?

Carmen:

Si, vero, però Ezio ha omesso di dire che lui agiva solo per conto dell’azienda, e non anche a suo nome, ergo, il contratto sarebbe stato valido solo previo beneplacito dell’azienda per cui lavora.
Gliela farò pagare. gli farò causa per questo tiro mancino.

Irina:

Accidenti. Ma che vuoi farci? Se avesse preteso di agire in nome dell’azienda, ma così non è, non ti potrei dar torto. Ma perché non ti sei senza sincerato prima di firmare l’accordo, e farti illusioni?

Carmen:

Eh .. del senno di poi son piene le fosse!

35 – La domiciliazione bancaria – ITALIANO COMMERCIALE

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Descrizione

Oggi ci occupiamo della domiciliazione bancaria, un altro termine che ha a che fare con i pagamenti.

Durata: 4 minuti

530 Ortodosso

Ortodosso (audio)

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Poco ortodosso

Trascrizione

Giovanni: oggi avrei pensato ad un episodio dedicato ad un termine religioso. Spero che questo non sia giudicato poco ortodosso.

Voi sapete cosa significa ortodosso, vero?
Esiste infatti la Chiesa ortodossa che è una comunione di Chiese cristiane nazionali autonome oppure che non riconoscono alcuna autorità religiosa in terra al di sopra di sé.
Il fatto è che “non ortodosso” si utilizza anche per descrivere un tipo di comportamento. Si tratta di un comportamento non giudicato in modo positivo. Infatti questo comportamento sembra fortemente in contrasto con la normalità, con ciò che viene comunemente accettato. Si tratta di un giudizio a volte morale, altre volte significa semplicemente “strano”, poco adatto, anomalo, inopportuno, poco utile, inconsueto, sebbene spesso si utilizzi in modo scherzoso.
Se ad esempio un ragazzo si rivolge ad una anziana signora con un linguaggio troppo confidenziale, potremmo dire che utilizza un linguaggio poco ortodosso, quindi non adatto e in questo caso anche irrispettoso.
Se durante un’interrogazione lo studente rimane con le mani in tasca, anche questo è poco ortodosso.
Lo stesso potremmo dire di un metodo che usiamo per risolvere un problema matematico se questo metodo non è lo stesso usato dal professore, seppure ugualmente efficace.
Non si tratta mai di cose gravissime, di scandali, di reati e cose simili, ma di cose difficilmente accettabili, di scelte discutibili, di comportamenti giudicati sbagliati a volte perché inconsueti, altre volte troppo fantasiosi, altre ancora poco efficaci o che possono essere giudicati offensivi.
Si usa sicuramente meno dire che qualcosa è o sembra ortodosso. Si preferisce sottolineare invece soprattutto che è poco ortodosso, non molto ortodosso o per niente ortodosso.
Se ci pensate c’è una situazione simile a quando si usa “niente di trascendentale“, di cui ci siamo già occupati, solo che mentre in quel caso l’obiettivo è non allarmare e quindi sottolineare come qualcosa è normale o quasi normale, stavolta l’obiettivo è contestare questo comportamento dicendo che non siamo di fronte alla normalità o meglio a qualcosa di corretto o accettabile.
Adesso un bel ripasso.

Hartmut: Buongiorno cara, bello spettacolo ieri sera non trovi?

Giovanni: Hartmut, dai, stai buono!
Sofie: fai lo spiritoso? smettila Hartmut!
Hartmut: Ma dai. Datti una regolata. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Giovanni: così la fai arrabbiare però Hartmut! Può accadere di far tardi qualche volta. Peccato che stavolta le sia costato lo spettacolo.
Sofie: Che classe, sei un vero Dantista 😤. Anche oggi sei di una gentilezza che mi viene voglia di prenderti a schiaffi.

Giovanni: lo dicevo io che si arrabbiava!
Hartmut: Cara calmati. lo dicevo solo per scherzo. Ma fatto sta che la puntualità non è il tuo forte. Se hai un ritardo di mezz’ora non ti lasciano più entrare al teatro. Su questo non ci piove.

Giovanni: tedesco fino al midollo eh?
Sofie: Risparmiami i tuoi commenti! Ne ho fin sopra i capelli.
Hartmut: Ma ti hanno regalato uno sconto sul tuo prossimo biglietto. Bel contentino no?
Sofie: Veramente non ti reggo più. E adesso me ne vado, e lo sai perché? Per non arrivare in ritardo al lavoro! Ci vediamo stasera, cioè, se non faccio tardi.

Il verbo CONOSCERE – tutte le coniugazioni (e ripasso lezioni precedenti)

Il verbo conoscere (audio)

Video YouTube

Verbo conoscere

Vediamo oggi il verbo conoscere in tutti i suoi utilizzi. Naturalmente non sarà un esercizio puramente grammaticale perché cogliamo l’occasione per ripassare alcune espressioni già spiegate su Italiano Semplicemente. Grazie mille ad Ulrike per la collaborazione.

INDICATIVO PRESENTE

In genere indica un avvenimento presente, quindi azioni abituali, situazioni attuali, o un’azione che avverrà in un vicino futuro e a volte si usa al posto del passato per nel raccontare un fatto.

Ho un nuovo dirimpettaio, finora non lo conosco bene però. Che io sappia vive da solo.

Ah, anche tu non lo conosci? Vabbè, può darsi che in questi giorni si senta indisposto di uscire per salutare i vicini di casa.

Sai, la nostra amica Laura che lo conosce un po’ meglio, ha detto sia un uomo che abbia un certo non so che

Conosciamo bene il giudizio di Laura sugli uomini, quindi le sue parole vanno prese con le molle.

Conoscete il modo migliore per far conoscenza di un nuovo vicino di casa?

Beh…ovviamente un invito a cena. È risaputo che quelli che conoscono la ricetta di una bella parmigiana di melanzane vanno per la maggiore.

INDICATIVO IMPERFETTO

Si usa per parlare di un’azione passata, sottolineandone il suo svolgimento e/o mettendone in evidenza la durata.

Ti sei vestito un po’ osé, non ti conoscevo così, per quanto, hai sempre avuto molta fantasia.

Trovi? È vero, la fantasia non mi manca in effetti. Non conoscevi però il mio lato osé.

Il vestito è un regalo di mio marito di qualche anno fa. Lui, bontà sua, era generoso e conosceva bene i miei gusti.

Ci conoscevamo da poco tempo. Allora eravamo innamorati assai. Ma neanche per sogno immaginavo di sposarlo così presto.

Quindi vi conoscevate già quando la nostra amicizia iniziava appena a prendere forma?

Infatti, e tutti i miei amici, fatta salva me conoscevano già dall’inizio i suoi difetti, che non sono pochi.

INDICATIVO PASSATO PROSSIMO

Esprime un’azione avvenuta in un passato recente o lontano che tende ad avere effetti percepiti ancora nel presente da parte di chi parla o scrive.

Questo ragazzo l’ho conosciuto solo ieri. Il suo comportamento troppo confidenziale mi faceva un po’ specie.

Purtroppo mi hai conosciuto in un momento improbabile, ho dovuto tagliare corto perché stavo lì lì per aspettare una chiamata di mia figlia che – come sapevo – si trovava nei guai.

Chi ti ha conosciuto bene poi, non ti ha mai dimenticato. Io non lo so veramente, ma evidentemente avrai un tuo perché.

Ricordi le due ragazze che abbiamo conosciuto l’altro ieri al bar? Non hanno lasciato nulla di intentato per abbordare il barista.

Avete conosciuto mai un’amica più indefessa con lo studio della lingua italiana di Irina? Appena si è svegliata già scalpitava per studiare.

Loro hanno conosciuto veramente la fame in gioventù e giocoforza hanno dovuto a volte rubare per vivere.

INDICATIVO TRAPASSATO PROSSIMO

Si usa per indicare un fatto avvenuto prima di un altro nel passato o comunque a esso collegato.

Prima di sposarmi avevo conosciuto tante persone che mi corteggiavano, ma non mi andavano molto a genio, tutti fatto salvo il mio futuro marito ovviamente.

Mi hai scritto il giorno dopo che avevi conosciuto un tipo sereno e spiritoso. Mi sono accorto subito che ti sei innamorata di lui di punto in bianco.

Lui, fino a quel giorno, non aveva ancora conosciuto il vero amore e la voglia di sposarsi il più presto possibile, con tutti gli annessi e connessi.

Tuo marito è stato una svolta anche nella nostra vita. Non avevamo mai conosciuto un uomo così sensibile prima di conoscere il Papa.

Ricordo che vi siete sposati poco dopo. Quale sorpresa per noi! Per le nozze sceglieste proprio quel posto in che avevate conosciuto qualche anno prima con noi.

Era troppo tardi per salvarsi in calcio d’angolo. Forse avevano conosciuto periodi peggiori di quello, ma solo all’apparenza.

INDICATIVO PASSATO REMOTO

Si usa per indicare un fatto avvenuto nel passato, concluso e senza legami di nessun tipo con il presente; la lontananza è di carattere sia cronologico, sia psicologico.

All’università conobbi una ragazza che aveva la zeppola, era una ragazza bellissima ma molto timida. Aveva una fifa blu di parlare.

Più tardi conoscesti la verità, ma all’inizio, hai seguito voci false e tendenziose .

Mario conobbe Laura dopo che trovò la sua ex Erica a letto con il suo amante. Poverino, sembrava un’anima in pena ma finalmente adesso è felice.

Quando scoppiò la pandemia, nel lontano 2020, conoscemmo veramente la didattica a distanza. Ricordo come fu difficile ingranare nello studio con questo metodo.

Io e Maria ci amavamo già nel 1980. Voi conosceste la verità solo 10 anni dopo. Dacché adesso sapete tutto, potete finalmente dire cosa ne pensate.

I miei genitori si conobbero e si sposarono durante la seconda guerra mondiale. Fortuna volle che sono scappati dalla guerra insieme e vivi e vegeti.

INDICATIVO TRAPASSATO REMOTO

Si usa per indicare un fatto avvenuto prima di un altro nel passato, definitivamente concluso e senza riflessi sul presente

Non appena ebbi conosciuto le prove del suo tradimento, scappai di corsa. Per tanto tempo non seppi come ovviare alla situazione.

Se ricordi bene, dopo che avesti conosciuto il suo fare, decisamente sporco, decidesti di denunciarlo. L’hai fatto subito e senza remore. E dire che avevate vissuto una relazione apparentemente felice fino a quel punto.

Il giorno dopo che ebbe conosciuto tutta la verità sulla sua malattia, scrisse questo a sua madre: “domani dovrò andare in ospedale per un intervento, ma non ti preoccupare, voglio sincerarti che fra pochissimo tornerò alla carica.

Una volta passata la guerra credevo cambiasse tutto, invece quando avemmo conosciuto la verità, capimmo che ci illudevamo.

Voi invece, il giorno in cui aveste conosciuto che stava male, ve ne andaste senza dire niente. Proprio voi che allora eravate annoverati fra i suoi migliori amici.

Troppo tardi ebbero conosciuto il suo valore e i propri errori nei suoi confronti. Invano si scusarono con lei e così cominciarono ad accusare il colpo.

INDICATIVO FUTURO SEMPLICE

Si utilizza per un’azione collocata nel futuro rispetto a chi parla o scrive.

Fra un po’ conoscerò meglio questo ragazzo, poi deciderò sulla sua proposta di viaggiare insieme alla volta di Roma.

Vivi già da un pezzo da sola. È ora di fidanzarsi. Domani conoscerai un bravo ragazzo, ragion per cui ti consiglio di pensarci se te lo chiederà.

Lui conoscerà il tuo carattere e capirà senz’altro che sei una bella persona.

Prima dell’incontro con gli amici faremo i tamponi antigenici, quelli rapidi, così conosceremo in men che non si dica i risultati.

Non conoscerete mai tutte le tappe del mio viaggio. È un programma segreto.

Un giorno gli uomini conosceranno le conseguenze del loro fare inquinante verso la natura. Lo scotto lo pagheranno le generazioni future.

INDICATIVO FUTURO ANTERIORE

Esprime un’azione futura che avverrà prima di un’altra. Spesso si usa con le espressioni “prima che”, “dopo che”, “quando”, “solo se”, “appena”, “non appena”, “nel momento in cui” ecc.

Appena avrò conosciuto le usanze di questo paese smetterò di cincischiare e deciderò sul da farsi.

Risparmiami queste scuse. Avrai conosciuto le loro intenzioni prima che volevano coinvolgerti in questi intrallazzi no? Altro che storie!

Pare che lui ancora sia di diverso avviso, fra poco però avrà conosciuto i vantaggi della mia proposta e romperà gli indugi.

Solo quando avremo conosciuto i dettagli del tuo piano saremo in grado di valutarlo bene. Di primo acchito sembri in balia di ragionamenti scellerati.

È risaputo che siete spesso e volentieri duri di comprendonio, ma perfino voi un giorno, speriamo non troppo lontano, avrete conosciuto in cosa avete sbagliato di grosso.

Non preoccupatevi troppo. I vostri figli sono svegli, non appena avranno conosciuto tutte le difficoltà della faccenda sapranno fare di necessità virtù.

CONGIUNTIVO PRESENTE

In genere si usa per esprimere un dubbio, un’ipotesi, un augurio relativi al momento dell’enunciazione o della scrittura.

Benché Maurizio si comportasse in modo un po’ riservato di recente, penso sia la persona più empatica che io conosca

Secondo me è lui l’unica persona che tu conosca che sia votato a star vicino a quelli che hanno bisogno di supporto.

Domani ci sarà il mio esordio come autore. Finalmente me ne uscirò con il mio primo romanzo. Sembra però che nessuno conosca questa mia passione.

Che noi conosciamo o meno la verità, a Maria non interessa. E dire che eravamo amici.

Non mi torna che siate venuti a giocare ma allo stesso tempo non conosciate le regole del gioco.

Temo che siamo alle solite, cioè che i partecipanti del corso non conoscano l’argomento della lezione.

CONGIUNTIVO IMPERFETTO

In genere si usa per esprimere una speranza o un augurio. Insieme al condizionale presente si usa per esprimere una possibilità.

In questi giorni mi sento in balia delle sue fesserie. Se non lo conoscessi da anni, lo manderei a quel paese.

Vorrei che tu mi conoscessi meglio. Perché altrimenti non mi avresti dato il benservito. Adesso, perso per perso, posso anche dirti cosa penso di te.

Hai ragione, quel tizio si è comportato male di brutto con noi, proprio come se non ci conoscesse. Quale caterva di offese contro di noi!

Magari conoscessimo lo sviluppo di questa infame pandemia! Ci potremmo prefiggere obiettivi ambiziosi per quest’estate, tipo un bel viaggio in l’Italia

Se non conosceste il futuro sugli sviluppi della pandemia, acquistereste senza remore un volo alla volta di Roma? Sarebbe proprio una stupidaggine credo.

Non credo che mangerebbero questo piatto con gusto, se conoscessero gli ingredienti. Io li conosco ma ve li risparmio.

CONGIUNTIVO PASSATO

Il congiuntivo passato serve per esprimere un’azione passata che è accaduta prima di un’altra azione descritta con il verbo al presente nella frase principale.

Benché io abbia conosciuto questo ragazzo già da un pezzo, ho le mie ragioni per non venirgli incontro.

Mettiamo che tu abbia ragione e abbia già conosciuto questo divieto. Ma allora perché continui a fare il finto tonto? Vuoi che non sappia che hai la patente da 20 anni?

Credo che Maria non abbia ancora conosciuto le difficoltà legate a quest’affare. Speriamo si sia munita quantomeno di begli argomenti per convincere i clienti.

Questa storia della trappola che lui avrebbe preparato per te è una delle tue peggiori ipotesi peregrine che noi abbiamo mai conosciuto.

Immagino che voi abbiate conosciuto la sua capacità di tirare simili tiri mancini, vero?

Credo che tutti lo abbiano conosciuto in quel periodo. Non c’è bisogno di comprovarlo ulteriormente.

CONGIUNTIVO TRAPASSATO

Il congiuntivo trapassato è usato per descrivere un fatto visto come non reale o non obiettivo, e viene usato per esprimere anteriorità rispetto al momento indicato dal verbo della principale.

Avrei voluto che avessi conosciuto la verità, e cioè che sei sguarnito di soldi. In tal caso non ti avrei sposato, caro mio. Ma va‘, che scherzo!

Avevo paura che non mi sposassi, nonostante tu avessi conosciuto un altro bell’uomo.

Malgrado lui avesse conosciuto il suo passato, lo volle ugualmente sposare, e per giunta in chiesa!

Abbiamo fatto entrare tutti al museo, a condizione che avessimo conosciuto la loro formazione. Nonostante questo qualcuno ha giudicato un obbrobrio il quadro di Van Gogh.

Ho avuto molta paura che mi rispondeste picche, sebbene aveste conosciuto come stavano le cose.

Loro non sono mai stati prevenuti nei miei confronti, nonostante avessero già conosciuto la nostra opinione.

CONDIZIONALE PRESENTE

Il condizionale presente viene utilizzato generalmente per esprimere un desiderio, fare una richiesta, dare un consiglio o esprimere un dubbio. Oppure per esprimere l’azione che potrebbe verificarsi o che si sarebbe potuta realizzare alla condizione espressa dal verbo al congiuntivo.

Se io fossi più indefesso nella lettura dei giornali italiani, conoscerei meglio la vita politica e sociale del belpaese. Tu invece zitto zitto leggi moltissimo.

Se avessi ascoltato attentamente l’ultimo episodio di italiano semplicemente, conosceresti
senz’altro la risposta alla sua domanda.

Nel caso facesse il dritto con me, conoscerebbe in un battibaleno tutti i miei punti deboli.

Se non avessimo presente le preoccupazioni della notte, non conosceremmo la gioia che ci dà la luce di un nuovo giorno.

Se io dessi seguito alle mie parole e mi trasferissi in Italia conoscereste finalmente il vero Giovanni.

Se si ritagliassero solo un po’ di tempo per seguire gli episodi di italiano semplicemente, conoscerebbero presto come destreggiarsi con la lingua italiana.

CONDIZIONALE PASSATO

Si usa per esprimere: un’azione che non potrà essere cambiata, e quindi indica situazioni considerate solo potenziali e subordinate ad una condizione.

Penso proprio che questa notizia risponda al vero. Se fosse senza fondamento come dici tu, io non avrei conosciuto la fonte.

Peccato che non eri in vena di accompagnarci al cinema. Se fossi stato con noi avresti visto un bel film e al contempo avresti conosciuto la ragazza di cui ti avevamo parlato.

Sei lui fosse stato più maturo sicuramente avrebbe conosciuto i suoi limiti ed avrebbe potuto eludere ciò che è successo.

Non è colpa nostra che Eduardo ora si trova all’ultima spiaggia. Avremmo conosciuto il suo problema in tempo qualora ci avesse avvisato prima.

Se voi aveste mostrato più interesse per la sua situazione, avreste conosciuto il suo stato di salute. E adesso cascate proprio male con queste pretese.

Se i suoi genitori non si fossero allontanati da lui, avrebbero conosciuto le sue frequentazioni. Sarebbe toccato in primo luogo a loro essere più presenti.

IMPERATIVO PRESENTE

Si usa per esprimere esortazioni, per dare ordini

Prima conosci e poi insegna. Questa è la regola da seguire. Bisogna armarsi di pazienza, non ci si improvvisa insegnanti.

Conosca che il gioco è perso, tanto più che non c’è più nessuno che abbia voglia di continuare.

Conoscete i fatti prima di parlare! E adesso meglio se prendete e ve ne andate.

Ma li hai sentiti? Ma a cosa alludono? Vai a capire perché restano così nel vago. Ma forse il problema è che non sanno bene l’italiano! Allora che prima conoscano la lingua e poi facciano proposte.

GERUNDIO PRESENTE

Si usa per descrivere azioni contemporanee a quelle della principale.

Conoscendo bene di trovarmi solo soletto su quest’isola deserta voglio cantare a squarciagola.

GERUNDIO PASSATO

Si usa per descrivere azioni antecedenti a quelle della principale

Avendo conosciuto le tue pretese esagerate ho dovuto mettere dei paletti.

INFINITO PRESENTE

In genere serve ad esprimere uno scopo, una causa, per fare esclamazioni, o anche per fare domande e porre dubbi, porre divieti e dare comandi.

A volte si deve insistere e incalzare qualcuno per giungere allo scopo, purché conoscere quando la misura sia colma.

PARTICIPIO PRESENTE

Si usa normalmente come aggettivo e come sostantivo, e ha sempre un significato attivo

Conoscente del fatto che mi hai tradito di nuovo, ora ti caccio via di casa! E smettila di implorarmi, queste tue scuse lasciano il tempo che trovano.

PARTICIPIO PASSATO

Viene largamente usato sia con la funzione di aggettivo che con quella di verbo

Passi che sei un brutto bugiardo, passi anche che hai rotto la mia macchina con accanto a te la tua amante. Che però la tua relazione amorosa è conosciuta a destra e a manca, questo è veramente troppo!

INDICE DEGLI EPISODI

La Prebenda – POLITICA ITALIANA

Prebenda (audio) 

Episodi scorsi

Trascrizione

Giuseppina: Un termine più volte utilizzato in politica dai giornali è “prebenda“. Purtroppo, dovrei dire, perché non fa molto onore alla politica e alla nazione che si parli di “prebende“.

Ma cos’è una prebenda? Il dizionario dice: Guadagno, più o meno lauto, conseguito con estrema facilità.

E’ sicuramente un facile guadagno, conseguito, cioè ottenuto in cambio di qualcosa, ma si usa quando questo guadagno, sebbene legittimo è giudicato ingiusto, eccessivo, immeritato. 

Una prebenda è simile a un premio, un guadagno ottenuto da qualcuno senza che questo qualcuno ne abbia veramente diritto. Ma come usare questo termine?

Per questo basta dare un’occhiata ai giornali per vedere come lo usano. Generalmente si tratta di guadagni non solo facili, ma anche immeditati, eccessivi, frutto di una politica malata e ingiusta. Una prebenda è ingiusta per definizione. E qualcun altro sta pagando per questo.

C’è chi dice ad esempio che i parlamentari, e in generale i politici ricevano, per il loro lavoro, una prebenda troppo elevata.

Una prebenda può essere lo stipendio da parlamentare o senatore, o qualunque altro guadagno che possano avere. Ad esempio i parlamentari ricevono, una volta che non sono più parlamentari, i cosiddetti vitalizi, ogni mese per tutta la vita, e questi vitalizi sono una vera e propria pensione, che però chiamare pensione di anzianità sarebbe improprio. 

Se qualcuno ritiene che questa somma che ricevono sia ingiusta e eccessiva, allora può chiamarla “prebenda“.

La prebenda però è un concetto più ampio del vitalizio. 
Anche un aumento dello stipendio, se reputato ingiusto, può essere chiamato prebenda.

Recentemente la Guardia di Finanza, che per mestiere deve controllare che i cittadini paghino le tasse correttamente e che non si facciano cose contro la legge in ambito fiscale e tributario, sta svolgendo delle indagini in un’operazione che ha chiamato “mala prebenda“, perché  pare che alcune persone abbiano cercato di ottenere dei soldi dallo Stato indebitamente, cioè senza averne diritto.  Queste persone volevano ottenere dei soldi dallo Stato, soldi che sarebbero stati considerati una prebenda, cioè un facile guadagno, ma più che facile, direi un illecito guadagno.

Si legge spesso sui giornali che qualcuno “avrebbe concesso favori in cambio di ricche prebende”.

È un termine che si collega sempre a azioni sospette legate a guadagni non necessariamente illeciti, ma come minimo eccessivi. 

Si può in dafinitiva parlare di un sinonimo spregiativo di guadagno,  o di lucro (anche questo è un altro termine usato spesso in questi casi). Altri sinonimi, ma con un senso diverso, sono profitto (usato perlopiù negli affari), provento (può indicare un qualsiasi genere di entrata), reddito (un concetto più economico), rendita (usato per descrivere i guadagni da capitale o da titoli) e ricavo (una somma di denaro che si ricava cioè che deriva, che viene da una vendita, una prestazione e una operazione economica). 

34 – Per conto di – ITALIANO COMMERCIALE

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

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Descrizione 

Oggi vediamo la locuzione “per conto di” qualcuno, che significa “a nome di” qualcuno, o più semplicemente da parte di qualcuno. Vediamo l’uso in ambito commerciale.

529 Che classe!

Che classe (audio)

Trascrizione

Giovanni:

Parlando di scuola succede spesso di sentire la domanda:

che classe fai?

La risposta può essere:

Faccio la prima

Faccio la seconda

Faccio la terza elementare

Faccio la seconda media

Eccetera.

Ci si riferisce all’anno scolastico che si sta frequentando in quel momento, sia che si tratti della scuola elementare, sia della scuola media che delle scuole superiori.

Invece la domanda può essere:

In/di che classe sei?

A che classe appartieni?

Risposte possibili:

In terza B.

In quarta C

Sono in prima A

Sono della seconda C

Eccetera. In questo caso la risposta è più precisa. Si parla delle cosiddette sezioni. In ogni scuola che ha parecchi studenti per ogni età, questi vengono suddivisi in più sezioni: A, B, C eccetera perché non entrerebbero tutti nella stessa classe.

Tra l’altro “la classe” è anche la stanza in cui avvengono le lezioni. Ogni classe contiene circa 25 studenti.

Al di fuori del contesto scolastico invece la “classe” può essere l’anno di nascita:

Io sono della classe 1971, e tu di quale classe sei?

Questo significa: io sono nato nel 1971, appartengo quindi alla classe 1971, e tu in quale anno sei nato? A quale classe appartieni?

In effetti il concetto di classe è abbastanza ampio. In generale si utilizza per “classificare“, cioè per indicare l’appartenenza ad un gruppo di persone.

Può anche indicare un insieme di persone dal punto di vista sociale o che esercitano la stessa professione e hanno magari in comune interessi da salvaguardare:

La classe borghese, la classe operaia, la classe medica, la classe politica.

Si usa anche nelle scienze naturali, nella statistica e altri contesti, sempre per classificare, raggruppare.

Oggi vorrei parlare però dell’esclamazione:

Che classe!

Un’esclamazione che non ha però nulla a che fare con la scuola e con l’anno di nascita.

Per capire cosa significa, devo prima spiegarvi il significato di fuoriclasse, tutto attaccato.

Un fuoriclasse è una persona molto dotata, eccezionalmente dotata, con delle qualità, delle doti al di fuori della media, quindi nettamente al di sopra della media.

Si usa specialmente nel linguaggio sportivo a proposito di atleti. Pelè, Maradona, Ronaldo, Messi sono solo alcuni dei fuoriclasse più famosi del calcio.

Allora adesso passiamo all’esclamazione “che classe” che è un commento che si fa per fare un complimento ad una persona, che si apprezza in modo particolare.

Vedendo giocare un fuoriclasse potremmo dire:

Che classe!

Guarda che classe!

È un atleta con una classe incredibile!

È come dire: che bravo! Che brava! Che qualità!

È come dire che questo atleta merita di essere classificato tra i migliori al mondo.

Ma non si usa solo nello sport.

La classe infatti è legata anche all’eleganza e alla raffinatezza, all’educazione e quindi emerge dal modo di vestirsi, dal comportamento ma anche dal modo di muoversi.

Una persona che ha gusto nel vestire, nell’arredamento, che ha buone maniere, sono elementi che una persona deve possedere per potersi definire una persona di classe o con classe.

La mia amica Maria è una persona di gran classe

Maria evidentemente è una persona da apprezzare per le sue qualità, per l’eleganza e i modi.

Al contrario, una persona rozza, maleducata, sgarbata o anche che si comporta in modo scorretto o disonesto è la cosa più lontana che ci possa essere dalla persona “di classe”.

L’esclamazione “che classe” si usa però anche in modo ironico, proprio per commentare qualcosa che ci ha colpito e che è molto lontano dalla qualità e all’eleganza e dalla raffinatezza.

Se mi capita di essere in un luogo pubblico e una persona inizia a chiamare ad alta voce un suo amico, senza badare al fatto che siano presenti altre persone:

Franco!! Franco!!

Potremmo tranquillamente commentare dicendo:

Che classe!!

Mai vista tanta classe!

Questa sì che è classe!

Questa è una persona con una certa classe!

La stessa cosa potremmo dire o pensare se ascoltiamo o vediamo qualcosa di molto maleducato o rozzo da una persona, qualcosa che non ti aspetti e che ci colpisce.

Siamo in un ristorante e vediamo una persona che si gratta il sedere, o che appoggia i piedi sul tavolo o che fa rumore mentre mangia e cose di questo tipo.

Che classe, vero?

Hartmut: Senti, ne hai ancora per molto ché andiamo di fretta? Se vuoi che ti dia un passaggio datti una mossa. Sennò, mi sa che non facciamo più in tempo per il teatro.

Sofie: dai Hartmut non mi incalzare. Si dà il caso che ci si metta mezz‘ora per arrivarci. Quindi abbiamo ancora un‘ora di tempo.

Hartmut: non vorrei che facessimo tardi, anzi, è meglio arrivare anzitempo. Checché tu ne dica, ora mi tocca andarmene. Tanto per essere sul sicuro.

Sofie: vabbè, vedo che sei restio alle opinioni altrui, quindi insistere lascia il tempo che trova. Visto che continui a puntare i piedi, me ne farò una ragione. Allora parti pure. Io ti raggiungo tra 10 minuti.

528 Rimetterci la pelle

Rimetterci la pelle (audio)

Trascrizione

Giovanni: Quante persone, a causa del Covid ci hanno rimesso la pelle?

Parecchie direi.

Interessante la frase “rimetterci la pelle” vero? Significa semplicemente morire, cioè perdere la vita. Potremmo dire, “rimetterci la vita” ma vediamo insieme perché si usa questa espressione. Innanzitutto dobbiamo indicare una causa, quijdi morire per un motivo, per una causa, per un rischio che corriamo.

“La pelle” rappresenta semplicemente la vita, e questo termine viene spesso legato alla morte: “perdere la pelle” e “rimetterci la pelle” infatti significano entrambe “morire“.

Esiste anche, col medesimo senso, anche “rimetterci le penne” e “rimetterci le cuoia“. Il senso non cambia, anche perché le penne sono attaccate alla pelle degli uccelli e servono a volare, mentre “le cuoia” rappresentano ugualmente la pelle. Infatti il cuoio è il materiale ricavato dalla pelle degli animali. Anche “tirare le cuoia” significa morire. Qui però usiamo il verbo tirare.

A me interessa invece oggi approfondire il verbo “rimetterci” .

A proposito: esiste anche “rimetterci l’osso del collo” , espressione molto utilizzata, che però non è detto che significhi necessariamente morire. È comunque una grave conseguenza, spesso riferita alle conseguenze di un indicente.

E’ interessante l’uso del verbo rimetterci che voglio spiegarvi.

Non stiamo parlando di rimettere, e neanche di rimettersi. Usiamo invece la forma “rimetterci“.

Rimetterci è simile a perdere comunque, e anche a perderci.

Io ci rimetto
Tu ci rimetti
Lui/lei ci rimette
Noi ci rimettiamo
Voi ci rimettete
Loro ci rimettono

Rimetterci è un verbo che significa “perdere qualcosa subendo un danno”.

Spesso si parla di soldi, perdere soldi:

In questo affare ci ho rimesso 10 mila euro.

Non è detto però si parli di soldi:

Ci ho sempre rimesso ogni volta che ho preso accordi con te.

Qui si parla di perdere qualcosa, di risultare perdenti, o di uscire da una situazione in condizioni peggiori di prima.

Il verbo si presta bene a molti contesti:

Con tutta queste buche in terra ci ho rimesso le ruote della macchina;

In quell’investimento ci ho rimesso molti soldi;

Se cambiassi casa complessivamente ci rimetterei;

Con un cattivo matrimonio ci si rimette anche la/in/di salute.

Posso quindi specificare la cosa che “ci si rimette”, oppure no, se non è necessario.

Ricordate però che se non specifico ci sono diverse possibilità: o sto parlando di soldi, oppure si parla di subire un danno di qualsiasi tipo, oppure sto facendo un confronto tra più persone: uno potrebbe guadagnare qualcosa e un altro potrebbe perdere qualcosa.

La persona che ci rimette ha perso qualcosa.

Affinché si parli di morte però è necessario aggiungere “la pelle” o “le penne” o “le cuoia”.

Ad esempio:

Chi ci rimette in questo affare?

Non ci rimette nessuno, tutti ne usciamo con un vantaggio.

Qui non vuol dire che non muore nessuno, ma che nessuno ne esce svantaggiato.

Bene, siamo partiti da “rimetterci la pelle” ed è stato necessario specificare il verbo rimetterci con tutti i suoi utilizzi.

I tempi inevitabilmente si sono allungati, ma questo non credo che significhi che qualcuno ci abbia rimesso.

Io ho avuto l’occasione per infrangere la regola dei due minuti ancora una volta, voi invece, oltre a imparare la frase “rimetterci la pelle” avete probabilmente imparato anche altre cose interessanti.

Un’altra volta magari vedremo anche il verbo “rimettersi“.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Rimettiamoci a ripassare!

Carmen: Ciao Irina, c’eravamo dati appuntamento alle 10.00. Aspetto già da trenta minuti e passa e tu non ti fai ancora viva. È successo qualcosa di brutto? Ne hai ancora per molto?

Irina: No, no , scusa. Niente di trascendentale in effetti, solo che non sono riuscita a trovare la chiave di casa. Fortuna vuole che poi mi sono ricordata di tenerne una di riserva in macchina.

Carmen:, Avercene di idee come questa. Non ci avevo mai pensato. Ma perché non mi hai avvisato? Non hai neanche fatto la mossa di farmi uno squillo per avvisarmi del ritardo. L’hai fatto apposta?

Irina: Mi spiace, scusa, ne ho ancora per 5 minuti . Ma come sarebbe a dire che l’ho fatto apposta? Non è che tu sia un po’ prevenuta nei miei confronti? In primo luogo sai che la puntualità non è il mio forte, poi sai che con i contrattempi vado in ansia.

Carmen:: Ok, va bene, non agitarti, anche io sai che mi agito facilmente. Poi ne parliamo, per quanto, discutere su queste cose lascia il tempo che trova. A dopo allora.

Benvenuto Carlos, membro n. 135


Da oggi anche Carlos, residente negli Stati Uniti, fa parte dell’associazione Italiano Semplicemente.

Carlos scrive abbastanza bene e si esprime in modo comprensibile. La sfida è iniziata. Benvenuto Carlos.

Benefici:

  • Accesso al sito con nome utente e password
  • Accesso alle cartelle su Google drive per scaricare tutti gli audiolibri di Italiano Semplicemente
  • Partecipazione al gruppo Whatsapp dei membri dell’associazione
  • Partecipazione alle videochat tra i membri ogni settimana (piattaforma Zoom)
  • Registrazione audio dei ripassi delle lezioni quotidiane
  • Partecipazione alle riunioni annuali dell’associazione in Italia

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Associati al 16 maggio 2021

527 Te le cerchi?

Te le cerchi? (audio)

Video YouTube con sottotitoli

Te le cerchi e Cercarsele. Espressioni italiane

Trascrizione

Giovanni:

Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.

Conosci questo antico proverbio?
Con questo proverbio si vuole ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno, o dolore: costui (cioè questa persona) dovrà prendersela esclusivamente con sé stesso, e non addossare la responsabilità ad altri.
Prendersela con una persona significa esattamenete questo: dare la colpa ad altri, addossare la colpa ad altri
Chi causa il proprio male incolpi sé stesso.
Ecco, oggi vorrei parlare di ammonizioni. Un’ammonizione è simile ad una accusa, ed è un po’ più che un avvertimento.
Un’ammonizione non è solamente il cartellino giallo dell’arbitro mostrato ad un calciatore dopo un brutto fallo.
Quella sicuramente è l’ammonizione più famosa.
Per ammonizione si può intendere anche un forte rimprovero. Si potrebbe parlare anche di ammonimento, che rappresenta però un rimprovero meno grave dell’ammonizione. L’ammonimento è quasi un consiglio, un preavviso.
Ad esempio si potrebbe dire ad una persona:

Non si fa così, altrimenti…
Attento, questa cosa che hai fatto è sbagliata, perché potrebbe accadere che…

Questi sono ammonimenti.

Hai fatto una sciocchezza, se continui così ci saranno gravi conseguenze.

Questa è più un’ammonizione. L’ammonizione somiglia più ad un’accusa come dicevo e meno ad un consiglio o un avvertimento.
Quando diciamo ad una persona che ha fatto qualcosa di sbagliato e lo accusiamo per questo, dicendo che è colpa sua potremmo ricordarle il proverbio di cui sopra:

Chi è causa dei suo mal, pianga sé stesso.

Normalmente però, nella vita di tutti i giorni, ci sono frasi e espressioni molto più utilizzate. Se qualcosa è già accaduto si può trattare di accuse esplicite tipo:

Così impari!
Peggio per te!

Es:

Bravo, sei caduto. Ti avevo detto di non correre. Così impari a non correre!
L’hanno arrestato. Gliel’avevo detto di darmi ascolto. Non ha voluto seguire i miei consigli e adesso così impara! Peggio per lui!

Per ammonire qualcuno ci sono anche due locuzioni più complicate:

Te la sei voluta!
Te la sei cercata!

Es:

Ti avevo avvisato che c’era la pandemia in Cina. Sei voluto andare ugualmente e adesso hai preso il virus. Te la sei cercata! Ben ti sta!

Oppure:

Andare in montagna con questo tempo si sapeva fosse molto pericoloso. Quei ragazzi che hanno rischiato la morte se la sono voluta.

Si può trattare anche di avvisi, quindi di frasi pronunciate prima che la conseguenza delle azioni sbagliate accada:

Vuoi sposarti con quel Don Giovanni? Io ti avviso, non è una buona scelta. Poi, fai come vuoi, peggio per te!
Attento ragazzo, non mi provocare. Oggi te le cerchi!

Oppure:

Secondo me proprio non è il caso di uscire con questo tempaccio. Cos’è, le vai cercando?

Si tratta del verbo cercare e cercarsela.
Cercarsela significa comportarsi in modo tale da attirarsi qualcosa di spiacevole, negativo, dannoso, che pure sarebbe stato prevedibile ed evitabile.
Si usa spessissimo nel linguaggio colloquiale:

È proprio andato a cercarsela!
Se l’è cercata!

Si usa anche col plurale come si è visto.

Andare a cercarsele.
Andarsele a cercare
Ma allora te le cerchi!

Si usa anche quando una persona ha un atteggiamento provocatorio verso di te o qualcun altro. A queste persone possiamo dire:

Che fai, te le cerchi?
Oggi te la cerchi!

Si usa anche:

Cosa vai cercando?
Oggi le vai cercando vedo!

Quest’ultima frase si usa anche per alludere alle botte o ai guai.
Cercare o cercarsi le botte, cercare guai.
Si sentono spesso frasi simili in bocca a genitori arrabbiati con i figli che non li ascoltano:

Fai il bravo, non te le cercare anche oggi!
Oggi te le cerchi proprio! 😄

A volte, ma solo al passato, si usa anche il verbo volere:

Se l’è voluta, te la sei voluta, se la sono voluta, ecc.

Il significato è il medesimo:

Se l’è cercata, te la sei cercata, se la sono cercata, ecc.

Hartmut: Qualcuno potrebbe pensare che chiedere di unirvi all‘associazione “Italiano Semplicemente” sia un’offerta indebita, considerando che internet è così ricco di contenuti, ma vi chiedo di pensarci bene invece: nella nostra associazione ci sono contenuti che riguardano ogni situazione di vita e una comunità di studenti da tutto il mondo pronti ad aiutarvi!

Il metodo di Italiano Semplicemente ci piace e piacerà di sicuro anche a voi. Prendete spunto da quanto hanno già fatto 100 e passa persone per farvi strada nel campo della lingua italiana.

526 Indebito

Indebito (audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi, sperando di non fare nulla di indebito, vediamo proprio l’aggettivo indebito e l’avverbio indebitamente.

Immagino che tutti gli stranieri, a cui il sito italiano semplicemente si rivolge, conoscano il termine debito.

Il debito è il contrario del credito. Almeno questo è il significato più importante. Si parla generalmente di soldi. Chi ha un debito si chiama debitore e ha un obbligo nei confronti del creditore.

I debiti quindi vanno pagati, o onorati. Dunque possiamo dire che i debiti sono dovuti perché devono essere pagati. Proprio questa è l’origine del termine debito. I debiti vanno pagati, sono dovuti.

Mi sembra anche giusto.

Bene, invece tutte le cose che si dicono indebite vuol dire che invece sono illegittime, sono arbitrarie, sono ingiuste, nel senso di non dovute.

Bisogna dire che non è un termine del linguaggio comune e infatti si usa soprattutto nel linguaggio giuridico.

Allo stesso tempo però si può usare in molte altre circostanze. Spesso si usa come sinonimo di inopportuno o sconveniente.

Se un amico viene a trovarvi a mezzanotte potete dirgli:

Come mai mi vieni a trovare a quest’ora indebita?

Non è opportuno andare a casa delle persone a quell’ora così tarda. L’orario che è stato scelto è indebito.

Qui non parliamo di un orario giusto, dovuto o legittimo, ma di un orario accettabile e opportuno.

In questo senso allora molte cose possono essere indebite, ma a volte il confine tra il giusto il legittimo e l’opportuno è molto sottile.

Delle dichiarazioni indebite sono dichiarazioni inopportune, che non dovevano essere fatte.

E per le accuse indebite?

Sono stato accusato indebitamente?

Allora evidentemente ritengo che non sia giusto ricevere queste accuse. Sono stato accusato senza alcun diritto. La legittimità ha a che fare col diritto ovviamente.

Sono stato accusato ingiustamente, immeritatamente, illecitamente, inappropriatamente.

Si tratta di un’accusa indebita perché chi mi ha accusato non aveva il diritto di farlo. Per questo io non lo ritengo giusto e. Non meritavo perciò questa accusa.

A volte infatti c’è una mancanza di merito e non di diritto:

Una squadra di calcio può vincere indebitamente una partita.

In pratica si è presa la vittoria senza meritarla. Nel calcio vince chi fa più gol ovviamente, quindi non si può parlare di diritto. Però posso ritenere questa vittoria ingiusta e quindi anche indebita.

Una vittoria immeritata è spesso chiamata anche furto se è clamorosamente immeritata.

Dicevo che si usa molto in ambito giuridico.

Soprattutto esiste l’appropriazione indebita, che è un tipo di reato che esiste non solo in Italia. Qui il diritto è l’unica cosa che conta veramente.

Questo reato viene commesso quando c’è una appropriazione di beni o denaro di cui si è già in possesso. È diverso quindi dal furto. Il reato avviene quando una persona, decide di non restituire il bene al proprietario.

Vi faccio un esempio.

Diamo la macchina ad un nostro amico che, facendoci un favore, la tiene nel suo garage ma poi decide di non restituircela più. La tiene per sé e non me la restituisce.

Il nostro amico si appropria della nostra auto, ma lo fa indebitamente. Commette quindi il reato di appropriazione indebita perché si è appropriato della mia auto senza averne diritto.

In generale la mancanza di un qualunque diritto nel fare qualcosa è sufficiente per parlare di azione indebita, sebbene si tratti di linguaggio poco usato nel linguaggio colloquiale.

Se entriamo in un appartamento senza il permesso o in un museo fuori dall’orario consentito, facciamo un’azione indebita e questa azione avviene indebitamente.

Ricordate quindi. Per usare indebito e indebitamente può mancare il diritto, il merito, oppure riteniamo che qualcosa non sia giusta o opportuna.

Lo so cosa state pensando. Mi sono dilungato indebitamente ancora una volta…

Spero possiate perdonarmi con un ripasso coi fiocchi delle puntate precedenti.

Mariana: Di solito non ho molta stima di me stessa, ma ieri i miei amici, cogliendomi alla sprovvista mi hanno fatto un complimento veramente benacetto dicendo che sarei molto adatta per insegnare arti marziali, ragion per cui devo prendere atto che devo fidarmi un po’ di più di me stessa.

Ulrike: Brava Mariana, un bel ripasso spedito proprio a tempo debito.

525 Non averne per nessuno

Non averne per nessuno (audio)

Trascrizione

Giovanni: Nell’ultimo episodio abbiamo parlato di “averne per”. Ricordate?

Si è parlato di tempo e si è detto che soltanto se parliamo di tempo siano sicuri che il significato sia quello di indicare il tempo che ancora manca per terminare un’attività.

Ebbene, l’espressione di oggi conferma quanto detto ieri.

Non averne per nessuno” infatti ha tutto un altro significato. E infatti non si sta parlando di tempo.

Innanzitutto la negazione iniziale è obbligatoria. Infatti “averne per nessuno” non ha alcun senso.

Passiamo al significato, legato alle eccezioni.

Mi spiego meglio.

L’espressione ha un senso proprio e uno figurato.

Se due fratelli chiedono soldi alla madre, la mamma potrebbe rispondere:

Non ne ho per nessuno

Non ne ho per nessuno di voi

Non ne ho per nessuno di voi due

Cioè: non ho soldi né per un figlio né per l’altro.

Questo è il senso proprio. In questo caso ho parlato di soldi, ma è solo un esempio.

La negazione indica l’indisponibilità della madre verso i suoi figli nella stessa misura, senza eccezioni e preferenze. La madre non fa preferenze tra i due figli. Quindi non dà soldi a nessuno dei due.

In senso figurato invece si potrebbe dire:

Il direttore era molto arrabbiato per come stanno andando le cose in azienda. Oggi durante la riunione non ne ha avuto per nessuno.

Cosa significa?

Ho usato ancora l’espressione “non averne per nessuno” (al passato) che significa in questo caso, non risparmiare nessuno, oppure criticare tutti, non concedere niente a nessuno, non escludere nessuno dal cattivo trattamento.

Sono tutti significati simili ma la frase equivalente più vicina nel significato dipende dal contesto.

Comunque, la cosa in comune con il senso proprio è che la negazione indica sempre una indisponibilità verso tutti, come a non voler fare eccezioni in senso positivo, come a non voler fare un favore a nessuno.

In ambito sportivo, ad esempio, potrei dire:

Il Barcellona non ne ha per nessun avversario e vince la decima partita di fila

Questo vuol dire che il Barcellona non risparmia nessun avversario, non concede opportunità a nessuna squadra, infatti, a conferma di questo, ha vinto la decima partita consecutivamente. (cioè “di fila”).

Ho fatto un esempio sportivo, ma più spesso, quando si usa questa espressione si parla di rapporti umani e in particolare di critiche rivolte verso tutti, senza eccezioni.

Ad esempio:

Sofia sta attraversando un momento difficile e non ne ha per nessuno, nemmeno per me

Evidentemente Sofia non perdona nessuno, nel senso che sembra avercela con tutti per via del momento difficile che sta attraversando. Non risparmia nessuno nei suoi comportamenti ostili. Neanche per me fa un’eccezione.

Potete usare questa espressione ogni volta che una persona ha un atteggiamento di critica o comunque negativo verso tutti, senza eccezioni.

Può trattarsi di uno sfogo momentaneo, di un momento negativo, ma anche di un modo di essere di una persona, che tratta sempre tutti male, senza fare eccezioni.

Come avete visto si usa anche nello sport, ugualmente nel senso di non fare eccezioni concedendo opportunità ad alcuni avversari e non ad altri. Ugualmente si potrebbe utilizzare anche in campo militare. Anche lì ci sono gli avversari.

Adesso ripassiamo un po’ per non dimenticare ciò che abbiamo già imparato.

Bogusia: quindi mi sembra di aver capito che se qualcuno non ne ha per nessuno è inutile cercare di sfuggire da lui, suo malgrado.

Irina: qui non ci piove. Per quanto si possa provare, ogni tentativo risulterà vano. Nessuno la passa liscia.

524 Ne hai ancora per molto?

Ne hai ancora per molto? (audio )

Video

Trascrizione

Giovanni: Benvenuti nell’episodio n. 524 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente”. Probabilmente 2 minuti per questo episodio non basteranno. Ne avrò almeno per 4 o 5 minuti.

Ripeto:

Ne avrò almeno per 4 o 5 minuti.

Oggi parliamo di questa espressione “averne per” seguito da un certo numero di minuti, ore, giorni eccetera. 

State aspettando la vostra fidanzata (o il vostro fidanzato) da mezzora, sotto casa, e ad un certo punto le fate una telefonata per dirle:

Ne hai ancora per molto?

Oppure:

Per quanto ne hai ancora?

Per quanto tempo ne hai ancora?

Notate che si usa “quanto” e non “quanti”. Parliamo di tempo infatti.

Questi sono dei modi possibili per sollecitare la persona che si sta aspettando. Ce ne sono ovviamente degli altri, tipo:

C’è da aspettare ancora molto tempo?

Quanto tempo credi dovrò aspettare ancora?

Quanto ti manca?

Oppure, manifestando più impazienza:

Datti una mossa

Cerca di sbrigarti.

Vedi di sbrigarti

Oggi voglio approfondire la frase “averne per” seguita dal tempo, che è abbastanza utilizzata, non solo per fare domande, ma anche per dare risposte o per fare una comunicazione. La fidanzata potrebbe infatti rispondere:

Ne ho ancora per qualche minuto

Ne ho ancora per un po’ di tempo

Credo di averne ancora per un po’

Ne ho ancora per molto

Ne ho ancora per molto tempo

Non ne ho per molto

Non ne ho per molto ancora

Non ne ho per molto tempo

Averne per” è l’espressione di cui stiamo parlando. Quando si usa per fare domande si manifesta impazienza, e potrebbe essere una richiesta poco gradita a chi si sta facendo aspettare. Quando si usa per dare risposte si sta semplicemente dando una indicazione sul tempo ancora necessario per terminare, nella consapevolezza che qualcuno ci sta aspettando.

Usata come domanda, sicuramente è più educata rispetto a “datti una mossa” e “cerca di sbrigarti” o addirittura “sbrigati“, o “vedi di sbrigarti” e “vedi di darti una mossa“.

Si usa anche quando si sta terminando un lavoro:

Ne abbiamo ancora per una ventina di minuti, poi il lavoro sarà pronto.

Noi abbiamo finito. Voi per quanto ne avete?

L’uso di “ne” seguito dal verbo avere lo abbiamo già visto in altri episodi. 

Il primo è “ne ho abbastanza“.  Un altro è “ne ho fin sopra i capelli“, Poi c’è anche “non ne ho la più pallida idea“. 

In queste tre espressioni non si fa mai riferimento ad una quantità, che poi è uno degli usi più frequenti della particella ne:

Quanti anni hai? Io ne ho 50. Tu ne dovresti avere una trentina. Sbaglio?

Risposta:

Ne ho qualcuno in più, ma grazie per il complimento!

Allora diventa importante la preposizione “per” al fine di comprendere l’uso dell’espressione di oggi: “Ne ho per”

Stiamo parlando sempre di tempo comunque, altrimenti, se non parliamo di tempo, torniamo al concetto di quantità e di numero. Se andate al ristorante e chiedete un tavolo per 6 persone, il proprietario potrebbe rispondere:

Di tavoli ne ho per 5 e per 2. Non ne ho per 6 persone. Mi spiace.

Cioè: non ho nessun tavolo per 6 persone, ma ne ho (si intende di tavoli) solo per ospitare 2 o 5 persone.

Oppure, a fine pasto, chiedete 10 porzioni di dolce (quindi per 10 persone):

Per quante persone avete il dolce? Ne avete per 10 persone?

Notate che in questo caso ho detto “quante”, perché parlo di persone.

E la risposta potrebbe essere:

Ne abbiamo per 7. Non di più.

Che è come dire: il dolce che abbiamo non basta per 10 persone, ma solo per 7 persone. Di dolce ne abbiamo solo per 7 persone.

Parliamo quindi di quantità di persone o numero di porzioni, e non di minuti, di ore e di tempo il generale.

Ci vediamo al prossimo episodio, ma prima ascoltiamo un breve ripasso. Ne abbiamo ancora per un minuto e poi abbiamo finito

Emma: a proposito di aspettare. Credo che nella mia vita avrò aspettato le altre persone per un anno e passa, mettendo tutto il tempo in fila.  

Bogusia: Io invece preferisco farmi aspettare. Ma è l’unico mio neo. Per il resto sono una donna perfetta.

Ulrike: anch’io ho sempre fatto aspettare tutti i miei amici e fidanzati, anche mio marito, altrimenti avrei fatto torto a tutti gli altri.

Carmen: Io credo che aspettare sia una cosa positiva. In fondo, come dice un proverbio: “L’amore è l’attesa di una gioia che quando arriva annoia“. Questa frase però rischia di sembrare un contentino, vero?

 

523 E passa

E passa (audio)

Trascrizione

Giovanni: A che numero di episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente siamo arrivati?

Se non ricordate il numero esatto, ma avete un’idea di quanto possa essere, nella lingua italiana ci sono più modi per esprimere questo concetto.

Il più diffuso è “più o meno”.

Più o meno siamo all’episodio numero 500.

Siamo arrivati circa a 500 episodi.

Siamo arrivati all’incirca a 500 episodi.

Siamo a 500 o giù di lì.

Approssimativamente siamo arrivati a 500 episodi.

Siamo intorno ai 500 episodi

Suppergiú 500 episodi.

Giù di lì” equivale a “più o meno” e anche a circa o all’incirca e suppergiú.

C’è anche pressappoco con lo stesso significato.

Siamo pressappoco a 500 episodi.

Che sta a significare che siamo poco distanti dal numero 500, che siamo vicini, cioè siamo nei pressi (cioè nelle vicinanze) del numero 500.

Se siamo sicuri di aver superato il numero 500, ma ugualmente la cifra esatta non la ricordiamo, potremmo dire:

Sicuramente abbiano superato i 500 episodi, ma non saprei esattamente.

Un po’ più di 500.

Almeno 500.

Posso anche dire:

Abbiamo fatto 500 e passa episodi.

e passa” significa appunto che il numero è superiore a 500.

“Passa” viene da “passare”, che spesso si usa al posto di “superare”.

Questa locuzione “e passa” è colloquiale però, quindi benché si possa trovare anche nello scritto, è più difficile. All’orale però è di uso molto frequente.

Si usa spesso quando si parla di età delle persone e per il tempo in generale, ma non solo:

Hai 50 anni e passa, cosa aspetti a sposarti?

Sono due ore e passa che ti aspetto. Ne hai ancora per molto?

Sono 20 anni e passa che sono disoccupato.

Quando uso questa locuzione spessissimo non è in realtà molto importante indicare il numero esatto.

L’unica cosa che conta, in questo caso, è che questo numero è stato superato.

Comunque quello di oggi, se vogliamo essere precisi, è l’episodio numero 523 della rubrica. Abbiamo passato/superato l’episodio n. 500 da quasi un mese.

Un’ultima cosa: solo se c’è un numero prima di questa locuzione “e passa” potete essere sicuri che sia questo il significato:

50 e passa

100 e passa

Eccetera.

In genere si tratta di numeri non piccoli e “tondi”: 20, 50,100,500, 1000

Se alcuni professori di italiano ti dicono il contrario ti do un consiglio:

Non ti curar di lor, ma guarda e passa

Questo è una frase ispirata ad un verso famosissimo della Divina commedia di Dante Alighieri che significa: non prestare attenzione a queste persone, ma vai avanti.

A proposito. Quanti anni saranno che ho studiato questo verso a scuola? Trenta e passa anni direi!!

Come passa il tempo!

A proposito. È arrivato il momento di ripassare gli episodi precedenti.

Irina: anch’io ho superato i 50 da un pezzo. Ne risento molto, infatti è un crescendo di acciacchi recentemente.

Sofie: davvero Irina? E dire che io ti trovo persino più in forma di qualche anno fa a dispetto delle tue parole.

Ulrike: e che ci vuoi fare! Con l’età non si può correre ai ripari. Puoi solo cercare di mantenerti in forma. Io durante il lockdown ho fatto di necessità virtù e mi sono allenato.

Emma: io sono molto a corto di fiato. Per giunta sono ingrassato assai. Dovrò rimettermi a dieta?

Rafaela: potrebbe essere una buona idea, ma solo previa consultazione del tuo medico.

522 Un neo

Un neo (audio)

Trascrizione

Giovanni: Voglio fare una domanda a coloro che amano questa rubrica, che si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“, fatta di brevi episodi per migliorare la lingua italiana. Ebbene, riuscite a trovare un neo a questa rubrica?

Se ci riuscite, sono pronto a fare qualcosa per rimediare.

Cosa? non sapete cos’è un neo?

Un neo è una macchiolina della pelle solitamente di colore scuro. Avete presente Cindy Crawford? Cos’ha sul viso che l’ha resa famosa? Un neo, appunto, proprio vicino alle labbra.

Si direbbe che un neo sia qualcosa che non ci dovrebbe stare su un viso, soprattutto un bel viso. Un neo è infatti inteso come un’imperfezione. Non nel caso del neo di Cindy Crawford comunque, che ha fatto del suo neo il suo punto di forza.

Fatto sta che comunque questo termine “neo” può essere usato come sinonimo di “difetto” in generale, non solo un difetto della pelle.

In genere si tratta di un difetto piccolo comunque. Si può usare quando vogliamo far notare una piccola cosina che non va in qualcosa che, a parte quel piccolo neo, non presenta altri difetti. Un difetto che se non ci fosse, questa cosa sarebbe perfetta.

State attenti perché “neo” generalmente, viene usato nel senso di nuovo:

Il neo presidente, i neo genitori, i neo diciottenni, eccetera.

La pronuncia è identica, ma significa appunto “nuovo” , e precede sempre un sostantivo.

Oggi invece a me interessa segnalare il neo inteso come imperfezione. Questa imperfezione, come dicevo, in genere è piccola, poco importante ma altre volte è semplicemente l’unica cosa che non va, pur essendo importante.

Vediamo qualche esempio:

Il nuovo fidanzato di Maria è proprio adatto a lei. È buono, ha un ottimo lavoro, non ha figli. Ha solo un piccolo neo: va sempre allo stadio, tutte le domeniche…

Capite bene che si può usare il neo anche in senso ironico, come probabilmente avrete intuito.

Gioco benissimo a calcio come attaccante: corro, faccio tanti gol e sono allenatissimo. Unico neo: non so tirare i calci di rigore.

La campagna vaccinale sta andando benissimo in Italia, ma abbiamo ancora troppi decessi. Questo è l’unico neo.

Si può usare per valutare un lavoro e tante altre cose che possono avere dei difetti.

Comunque adesso ascoltiamo un bel ripasso dai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Carmen: Oggi voglio togliermi un sassolino dalla scarpa e dire al mio capo cosa penso di lui.
Sofie: sei sicura non sia una mossa azzardata?
Carmen: ma non è niente di trascendentale . Infatti gli dirò solo che mi sembra che non sia opportuno che alzi la voce con me, visto che non sono sua sorella.
Khaled: Quand’anche fossi sua sorella, a me sembra che sarebbe comunque maleducazione.
Wilde: Non posso darti torto. Per quanto, anche io a volte con i familiari spesso alzo la voce, quasi fossi autorizzato a non essere educato con loro.
Emma: Con i capi però bisogna comunque stare più attenti. Con loro c’è sempre il rischio che ti diano il benservito.

521 Il participio passato dei verbi riflessivi (seconda parte)

Il participio passato dei verbi riflessivi (audio)

Video YouTube con sottotitoli

Participio passato dei verbi riflessivi

Trascrizione

Giovanni: se ricordate, quando abbiamo parlato del participio passato dei verbi riflessivi, vi ho detto, ad esempio, che per il verbo rivelarsi, il participio passato è “rivelatosi”, e che significa “che si è rivelato”. Così è per tutti i verbi, allora “verificatosi” significa “che si è verificato” eccetera. Si parla del verbo verificarsi, in questo caso.

In questo episodio vorrei aggiungere solo che la traduzione letterale “che si è verificato”, “che si è messo”, “che si è pettinato” eccetera, non sempre è la più adatta.

Infatti il participio passato, per i verbi riflessivi come anche per gli altri verbi, viene usato anche nel senso di “dopo che“, quindi per indicare una sequenza temporale.

Altre volte indica invece una conseguenza logica, quindi è come se si aggiungesse “quindi“, perciò, dopodiché, poiché, siccome eccetera, come a dire: “per questo motivo”, “proprio per questo”, “di conseguenza”.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni, sentitosi chiamare, si voltò.

Quindi Giovanni, dopo che qualcuno l’ha chiamato, o, se vogliamo, per questo motivo, si voltò. Poiché si è sentito chiamare lui si è voltato. Se non lo avessero chiamato, non si sarebbe voltato.

C’è dunque un senso di conseguenza, o anche una sequenza temporale.

Un altro esempio:

messomi alla guida, accesi la radio.

Quindi: ho acceso la radio subito dopo essermi messo alla guida. Qui c’è il senso solamente temporale.

Ancora:

La turista giapponese, fattasi indicare la strada da un passante, si diresse verso Roma.

Anche qui c’è il senso temporale ma anche quello della causalità. Infatti la turista ha potuto dirigersi verso Roma solo dopo che un passante le ha indicato la strada: dopo che la turista si è fatta (fattasi) indicare la strada, poté dirigersi verso Roma.

Questo, badate bene, vale come detto per tutti i verbi, anche quelli non riflessivi. È una caratteristica del participio passato.

Potrei dire anche:

Mangiata la pasta, posso passare al secondo piatto.

Che è come dire:

Una volta mangiata la pasta, posso passare al secondo piatto.

La costruzione della frase è però decisamente più semplice quando usiamo il participio passato.

L’ultimo esempio:

Finito l’episodio passiamo al ripasso delle puntate precedenti:

Hartmut: Ciao ragazzi! Che fate di bello? Immagino che stiate studiando come schiavi; su questo non ci piove. Cosa ne dite se andiamo a ballare per toglierci lo sfizio di uno svago?

Khaled: Prima di ballare, dobbiamo sincerarci che ci sia musica buona.

Komi: Fortuna vuole che ho sentito parlare che stasera nel nostro club c’è una band rock rinomata che va per la maggiore.

Ulrike: Eccome se è rinomata. Stando a ciò che dicono le notizie, pare che la band sia reduce da un tour in Europa.

Rauno: Al netto di questo, non bisogna illudersi che ci divertiremo di sicuro.

Irina: ma dai, avercene di serate così! Mio malgrado però rimarrò a bocca asciutta. È troppo tardi per me perché a quell’ora vado già a nanna.

520 Trascendentale

Trascendentale (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo una parola difficilissima.

Scherzo ovviamente. Invece non spieghiamo niente di trascendentale, tranquilli.

Proprio “TRASCENDENTALE” è ciò di cui volevo parlarvi.

Nel linguaggio comune questa parola si usa per descrivere qualcosa di normale o comunque qualcosa di non troppo diverso dal normale. Si può usare al posto di importante, complicato, difficile, ma sempre con la negazione. Abbastanza colloquiale come termine.

Niente di trascendentale” è l’utilizzo più frequente, come ho fatto io all’inizio dell’episodio.

Si usa in genere per tranquillizzare una persona, alla quale diciamo che qualcosa non è particolarmente difficile, o particolarmente complicato.

Questa parola quindi non presenta difficoltà trascendentali.

È un aggettivo dunque.

Facile vero?

Un professore può usare questa parola con degli studenti che gli chiedono se un esercizio è complicato oppure no.

Il prof risponde: niente di trascendentale, tranquilli ragazzi.

Cioè: niente di particolarmente difficile, niente di cui preoccuparsi in particolar modo.

Che è successo tra te e la tua amica? Come mai non vi parlate più?

Riposta: niente di trascendentale, solo che ho fatto un po’ tardi ad un appuntamento. Le passerà.

Anthony: Dopo questa prolungata pandemia e i vari periodi di lockdown che ne sono conseguiti, non riesco più a tenere a bada la voglia di sballarmi almeno un po’.

Emma: Sicché credi che essere vivi e godersi la vita sia un binomio inscindibile?

Rauno: potrei essere d’accordo, ma non me la sento di dichiararlo pubblicamente perché il mio essere soggetto a questa tentazione potrebbe rendermi oggetto di scherno qui nel gruppo.

Ulrike: per quanto mi riguarda, vorrei tener fede ai miei principi di equilibrio. Però tra il mio desiderio di divertirmi e il buon senso civico sono davvero combattuto! In ogni caso, devo fermarmi qui che mi si sta impallando il PC quindi sarò indisposto mentre lo riavvio.

Hartmut: non posso darti torto riguardo all’equilibrio, ma quand’anche il tuo PC fosse andato del tutto, cerca comunque di non perdere la pazienza.

La filosofia del Calcetto

La filosofia del Calcetto

Descrizione

Un racconto della durata di 15 minuti adatto ad un pubblico non madrelingua di livello intermedio.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

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519 Una volta per tutte

Una volta per tutte (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno, oggi vediamo la differenza tra:

una volta per tutte

una volta per sempre

una buona volta

una volta tanto

Ringrazio Xhiaoheng per la domanda. Xhiaoheng è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ci siamo già occupati del termine volta, e a dire il vero lo abbiamo fatto più volte!

La prima volta lo abbiamo fatto nell’episodio 117, la seconda volta nell’episodio 184 (col verbo svoltare), la terza volta con”dare di volta il cervello” (episodio 260), poi anche nell’episodio 262, quando si è parlato della locuzione “alla volta di” e infine nella locuzione di volta in volta, episodio 328.

Allora iniziamo a rispondere alla domanda di Xhiaoheng. Le 4 frasi in questione hanno a che fare con i problemi e somigliano tutte a “finalmente“.

Una volta per tutte” indica qualcosa che si deve fare per risolvere un problema definitivamente.

Si usa quindi quando c’è un problema e una decisione che potrebbe finalmente risolvere questo problema in modo definitivo.

Ma questa decisione non viene mai presa. Allora posso dire:

È arrivato il momento che tu parli con tuo marito, una volta per tutte.

Te lo ripeto, ma che sia una volta per tutte: sono sposato. Ti prego di non darmi più fastidio!

Quando ci parli col direttore per chiedergli un aumento di stipendio? Vuoi farlo oggi una volta per tutte?

Ho due denti cariati che mi fanno molto male da un mese. Ho paura del dentista ma devo andarci una volta per tutte, così sparirà il dolore.

Una volta per sempre” ha un significato molto simile, ma si utilizza soprattutto per commentare un episodio accaduto che si trascinava da tempo.

Finalmente ho superato l’esame di italiano e mi sono tolto il problema una volta per sempre.

Spessissimo comunque viene usato allo stesso modo di “una volta per tutte”. Usate liberamente queste due modalità a scelta.

La terza frase è “una buona volta” , una locuzione ancora simile, che però esprime un’emozione, una certa irritazione per questa decisione che non viene mai presa. Usata quando si desidera o si attende con impazienza qualcosa.

Quindi:

Ti vuoi star zitto una buona volta?

La vuoi smettere una buona volta di chiamarmi di notte?

Attenzione perché “la volta buona” si usa diversamente dalla “buona volta”.

Infatti “la volta buona” si usa per indicare l’occasione giusta per risolvere un problema, o anche per indicare la speranza che il problema sia definitivamente risolto:

Dopo tre bocciature, domani sarà la volta buona che superi l’esame di italiano? Così almeno puoi dimenticare questo esame una volta per tutte. Ma vuoi metterti a studiare una buona volta?

Infine c’è “una volta tanto”, locuzione che indica qualcosa che accade molto raramente. Qualcosa di positivo. Esprime però anche rassegnazione, o speranza, o impazienza, o sollievo:

Una volta tanto abbiamo avuto fortuna.

Chissà se vinceremo, una volta tanto. Magari!

Simile ancora a “finalmente” , ma è riferita a una singola occasione. Non stiamo parlando di un problema risolto per sempre.

È quasi uguale a “una buona volta”, però “una volta tanto” sottolinea l’occasione rara (non accade quasi mai) che si è verificata o la speranza che accada, mentre “una buona volta” si usa più quando si è arrabbiati o impazienti per qualcosa che non accade mai.

Allora, ancora una volta non sono riuscito a fare un episodio breve come mi ero prefisso. La prossima sarà la volta buona?

Ve lo dico una volta per tutte però: la precisione non è mai stata il mio forte! Volete capirlo una buona volta?

Khaled: digiunando di mia volontà, non voglio avere torto lamentandomi con chicchessia.
Siamo negli ultimi 10 giorni del mese di Ramadan, quindi tutto sommato, meglio evitare di fare litigi con qualsiasi persona, quand’anche si subisca un torto o danno da questi.
In questi giorni, quando ci si sente offesi, è meglio dire sono un uomo in fase di digiuno , rivolgendosi a Dio con le invocazioni seguendo i riti del mese sacro.
Dobbiamo sentirci all’altezza dal punto di vista spirituale, per il fatto che c’è una notte che vale più di mille mesi di preghiera.

33 – In favore di – ITALIANO COMMERCIALE

File audio  e trascrizione disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro puoi registrarti qui

 

Durata: 6:22

Tipo file: MP3 & PDF

in favore di

Descrizione

Nell’ultimo episodio vi avevo premesso e promesso che avrei trattato qualcosa di molto attinente al versamento. Infatti in questo episodio, il n. 33 della rubrica “Italiano Commerciale” parliamo della locuzione “in favore di“.

518 IL PARTICIPIO PASSATO DEI VERBI RIFLESSIVI

IL PARTICIPIO PASSATO DEI VERBI RIFLESSIVI (scarica audio)

 

Participio passato

Trascrizione

Giovanni: Affrontiamo una questione che riguarda solo i verbi riflessivi. Sapete che i verbi riflessivi sono quei verbi che, detto in modo semplice, si riflettono su sé stessi, cioè si rivolgono su chi parla, tipo pettinarsi, asciugarsi, sposarsi e mangiarsi (una pizza ad esempio!). Ci sono diversi tipi di verbi riflessivi, ma tutti i verbi riflessivi sono accompagnati da un pronome riflessivo: mi, ti, si, ci, vi.

Es:

Io mi lavo le mani

Tu ti asciughi i capelli

Lei si mangia la pizza

Noi ci guardiamo

Voi vi addormentate

Loro si congratulano con me

I verbi riflessivi hanno una particolarità: il participio presente e passato possono dare molti problemi ai non madrelingua.  In questo episodio mi interessa soprattutto il participio passato, che si usa decisamente di più.

Vediamo qualche esempio:

Verbo rivelarsi. Il participio passato è “rivelatosi“, che significa “che si è rivelato”.

Es:

Ho creato un sito web per insegnare l’italiano, rivelatosi molto utile tra gli stranieri.

Posso dire ugualmente:

Ho creato un sito web per insegnare l’italiano, che si è rivelato molto famoso tra gli stranieri.

E’ la stessa cosa, non cambia nulla.

Ovviamente se parlo di qualcosa che è femminile, diventa rivelatasi, mentre al plurale diventa rivelatisi e rivelatesi rispettivamente.

La nostra collega, rivelatasi inaffidabile, è stata licenziata (rivelatasi = che si è rivelata)

I nostri colleghi, rivelatisi inaffidabili, sono stati licenziati (rivelatisi = che si sono rivelati)

Le nostri colleghe, rivelatesi inaffidabili, sono state licenziati (rivelatesi = che si sono rivelate)

Questo vale per tutti i verbi riflessivi e solo per questi verbi.

Esempi:

Ho preso una medicina che si è dimostrata inefficace.

Posso dire:

Ho preso una medicina dimostratasi inefficace.

Ho usato il verbo “dimostrarsi“.

Oppure:

Giovanni e Margherita, sposatisi nel 2005, ebbero un figlio di nome Emanuele  

Ho usato il verbo sposarsi. Uso “sposatisi” e non “che si sono sposati” perché è più veloce. Ma non è obbligatorio. 

Tempo fa, sentitomi male dopo aver mangiati i funghi ho chiamato l’ambulanza 

Ho usato “sentirsi male”. 

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente, esercitatisi alla fine di ogni episodio della rubrica e abituatisi a parlare, hanno migliorato gradualmente il loro livello di italiano. 

Emma: Ero giù di corda per via del mio italiano che non migliorava, e avrei buttato tutto in vacca, sennonché, per mero caso, mi sono imbattuta in Italiano Semplicemente. Ho avuto lo scrupolo di approfondire, dacché, dal quel momento, ho cambiato registro in toto.  

Hartmut: Ah si? In che senso? Dai, non tenermi sulle spine. Spiegamelo meglio, sono tutt’orecchi. 

Emma: Guarda, non ti so dire come è andata di preciso. Il metodo ha un certo non so che che magicamente ti manforte a giostrare la lingua in maniera efficace e senza stress. Così, tappa dopo tappa, il mio italiano sta prendendo forma. 

Anthony: Sai, da illo tempore non sento cotanto entusiasmo, ma io non mi fido per natura, quand’anche mi sforzi. Mica mi stai prendendo per i fondelli? 

Emma: Macché! Come sarebbe a dire che ti prendo per i fondelli? Ma guarda tu! 

Irina:  Su! Non prendertela per così poco. Questa sera vieni da me e facciamo una capatina insieme nel sito di Italiano Semplicemente.  

Emma: Questa sera? No, non posso. Mi tocca accompagnare mia suocera a fare la vaccinazione. Ormai si è fatta la mezza, male che vada magari facciamo un pranzo spartano al bar qui vicino, ti va?

Irina: Se mi va? Ma certo, su questo non ci piove. A dopo!

 

517 Non ci piove

Non ci piove (scarica audio)

 

Video Youtube

qui non ci piove

Trascrizione

Non tutti gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente sono della durata di due minuti, e su questo non ci piove, ma prometto che stavolta ce la farò.

“Su questo non ci piove” è un’espressione, un detto col quale si afferma una certezza, qualcosa di certo, di sicuro, qualcosa sulla quale non abbiamo dubbi. Un’espressione ovviamente colloquiale. Potete anche dire “qui non ci piove!“, dove “qui” non indica un luogo riparato, dove non può cadere la pioggia, ma, come detto una certezza.

Non si ha però certezza sul motivo di questo modo di dire. Perché si dice che non ci piove? Forse la pioggia rappresenta l’incertezza, la precarietà, oppure ci si riferisce alla “pioggia di critiche“, espressione che indica una elevata quantità di critiche. Non si sa in realtà.

Non importa l’origine comunque. L’importante è che anche col tono si esprima sicurezza e certezza in ciò che si dice.

Ho ragione io, su questo non ci piove!

Ho visto Giovanni, sono sicuro che era lui. Su questo non ci piove!

Irina: Oggi ho litigato con un tizio per il parcheggio oggi. *Per quanto,* credo avesse ragione lui. Ma mi sono innervosito *per via* del suo tono scortese, e mi è partito un insulto!

Mariana: vedi di munirti un po’ di pazienza per non finire col passare dalla parte del torto. 

Emma: vedi un po’! Senno c’è rischio che tu possa finire in galera!. 

Irina: invece l’avrei anche mandato a quel paese, senza neanche dire una mezza parola. 

Khaked: ragazzi, smorzate i toni e andateci piano. Siamo nel mese più sacro di Ramadan, cerchiamo pertanto di essere all’altezza di Dio, senza fare torto a chicchessia.

 

516 Il torto

Torto (scarica audio)

torto

Trascrizione

Oggi parliamo del torto, che è un termine strano perché ha un sacco di significati diversi. In ogni caso si pronuncia con la o aperta.

Gli utilizzi più comuni però sono tre, tutti molto utilizzati. Il senso si comprende a seconda del verbo che si usa.

Infatti “avere torto“, ad esempio, è il contrario di avere ragione.

Io ho ragione e tu hai torto!

Molto utilizzata è soprattutto la frase “non avere tutti i torti” per indicare che c’è qualcosa di vero in quello che dice una persona.

E’ importante sapere che “avere torto” si può anche dire “essere in torto“, oppure “essere dalla parte del torto“.

Poi c’è dare torto.

Se io riconosco che tu hai ragione, allora io “non ti do torto“, o “non posso darti torto” mentre se non sono d’accordo con te devo darti torto, che è come contraddire una persona, cioè esprimere opinione contraria alla sua.

Fondamentalmente avere torto e dare torto si usano quando le opinioni, con le quali si può essere d’accordo o meno, sono accompagnate da pretese: qualcuno pretende qualcosa, crede di aver ragione o più spesso crede di aver diritto a qualcosa, ma questa persona ha torto. Oppure non ha affatto torto, perché le sue pretese sono legittime. Come dargli torto in questo caso?

In questi casi si usano spesso anche le locuzioni “a torto” e “a ragione” e dovete stare attenti perché non si tratta stavolta del verbo avere. “A torto” e “a ragione” si scrivono senza la lettera acca. “A” è la preposizione semplice.

Es:

Giovanni pretende di essere rispettato a ragione.

Vuol dire che le sue ragioni sono fondate, vuol dire che Giovanni fa bene a pretendere rispetto, perché sta nella ragione.

Io, dopo 20 anni di lavoro, a ragione pretendo un aumento di stipendio.

Anche questa non sembra una richiesta ingiusta.

Mario si lamenta a torto.

Quindi non è opportuno che Mario ai lamenti. Non fa bene Mario a lamentarsi.

A torto” significa senza avere una ragione valida, quindi indica l’infondatezza o l’inopportunità di un atto o di un’opinione o di una presa di posizione.

Sofia crede, a torto, che io abbia qualcosa contro di lei.

Quindi, cara Sofia, io non ho niente contro di te. Se lo credi lo fai a torto.

Posso anche usare entrambe le locuzioni nella stessa frase. Una cosa che avviene spesso:

A torto o a ragione, chi rompe paga.

Cioè: non importa se hai torto o ragione. Ciò che si rompe si paga sempre.

Passiamo al secondo uso più frequente. Si usano in questo caso soprattutto i verbi fare e subire.

Fare un torto e subire un torto.

In questo caso un torto è un’ingiustizia, un’azione ingiusta o almeno immeritata. A volte anche semplicemente ingiuriosa.

Quando facciamo un torto ad una persona abbiamo una mancanza nei suoi confronti. Facciamo o diciamo qualcosa di ingiusto, a volte non apprezzando nel modo dovuto il suo operato, altre volte trattando diversamente una persona dalle altre, senza motivo.

Bisogna combattere per difendere i più deboli e riparare i torti subiti.

I torti quindi si fanno e si subiscono, cioè si ricevono e sono sempre ingiustizie.

Si usa molto spesso dire:

Non far torto a nessuno

Si usa quando si vuole trattare tutti allo stesso modo.

Es:

Per non far torto a nessuno, tutti avranno 2 ore per finire il compito.

Bisogna stabilire chi ha diritto a vaccinarsi per primi, senza far torto a nessuno.

Notate che fare un torto non significa essere in torto, cioè avere torto. Nel primo caso è un’ingiustizia, nel secondo caso si tratta di aver ragione oppure torto.

Il terzo uso di “torto” è quando uso il verbo torcere, che significa avvolgere qualcosa su sé stesso una o più volte, con un movimento a spirale. Si può torcere un filo, torcere la biancheria, dopo averla lavata, per farne uscire l’acqua.

Si usa soprattutto nell’espressione “torcere un capello” che significa far del male fisicamente. Ovviamente “torto” è il participio passato. Si usa soprattutto con la negazione: non torcere un capello, col senso di non fare alcun male.

Non ti abbiamo torto un capello!

Cioè non ti abbiamo fatto male, non ti abbiamo neanche toccato, non ti abbiamo causato nessun danno fisico.

Non ho mai torto un capello ai mei figli, neanche quando mi hanno fatto molto arrabbiare!

Il mio cane è buonissimo e non ha mai torto un capello a nessuno.

Allora adesso se qualcuno mi fa notare che abbiamo ampiamente superato i due minuti, non posso sicuramente dargli torto, ma a torto o a ragione, ho ritenuto necessario essere esaustivo su questo argomento. Non voleva essere un torto nei vostri confronti. Questo significa che non c’era la volontà di fare un torto a nessuno.

Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri dell’associazione di produrre un bel ripasso.

Mariana: Di nuovo ci chiami in causa per un ripasso? Queste richieste, caro Giovanni non le reggo più.

Irina: Ma va’!! Io mi domando e dico: è mai possibile un atteggiamento così restio?

Emma: Infatti, dopo tutti gli episodi che ci offre, siamo in debito con lui!

Giovanni: beh, io non so chi abbia torto o ragione, ma grazie a tutti del ripasso ugualmente.

515 Quand’anche

Quand’anche (scarica audio)

Buongiorno a tutti, visitatori di Italiano Semplicemente, quand’anche non siate membri dell’associazione culturale Italiano Semplicemente.

In questa mia frase ho usato quand’anche, una locuzione che significa “seppure“, “se anche” , oppure “neanche se” , “anche qualora”, “neanche qualora”, “anche/neanche nell’eventualità in cui”, “ammesso che”, “ammesso e non concesso che” “ammesso pure che” , e si usa sempre con il verbo al congiuntivo.

Quando“, quindi, non si usa per esprimere un tempo o un momento particolare, tipo: quando vieni a trovarmi?

Quando, seguito da anche, e quindi apostrofato, serve invece per rafforzare un concetto, per dire che qualcosa è vero o qualcosa accadrà in ogni caso, in un caso o nell’altro.

Se ad esempio voglio dire che io non ti darei un bacio neanche se me lo chiedessi in ginocchio, allora posso dire:

Quand’anche me lo chiedessi in ginocchio, non ti bacerei.

In questo modo il concetto è ancora più chiaro, e quand’anche non lo fosse, ascoltate i seguenti esempi:

Quand’anche fossi gay, cosa ci sarebbe di strano?

Quand’anche tu avessi ragione, io non ti chiederei scusa.

Non riuscirei a finire in tempo il lavoro quand’anche lavorassi tutta la notte.

Attenzione perché non potete dire o scrivere anche/neanche quand’anche!

Poi si può usare anche per fare domande ma devono essere sempre frasi concessive, ovviamente ipotetiche e la conclusione, il risultato, non cambia.

Quand’anche avessi voluto spiegare meglio questa locuzione, questo non avrebbe giustificato un episodio più lungo di 2 minuti.

Irina: se è vero, come è vero, che non voglio dimenticare ciò che ho già imparato, quand’anche capissi l’episodio al primo ascolto, per quanto mi piace la lingua italiana, vado a cercare altri esempi su internet, così da sentirmi subito all’altezza di usare l’espressione senza pensarci troppo.

Buttarla in vacca – FRASI FATTE

Buttarla in vacca (scarica audio)

Buttarla in vacca

Tutti conoscete la vacca vero?

La vacca è un animale, per esattezza la femmina adulta dei bovini.

In pratica è la mucca, sebbene la mucca sia il nome più associato alla produzione del latte, mentre la vacca è utilizzata anche per i lavori agricoli.

Comunque il termine vacca viene spesso usato anche in modo molto negativo, in modo simile a come si fa col cane.

Essere una vacca, ad esempio, spesso è un’offesa rivolta ad una donna che si ritiene molto volgare, nei modi e nei comportamenti. È anche associato, a volte, alle grandi dimensioni del seno, ma in genere vuole essere un’offesa legata al modo volgare di comportarsi o spesso anche alle abitudini sessuali.

Ci sono anche esclamazioni di disappunto tipo “vacca boia“, equivalente al più educato “accidenti“, “maledizione” o a “porca miseria” e “porco cane” (si, anche il maiale non scherza!) o meglio ancora, a “porca puttana”, che non si capisce bene se sia un insulto al maiale o alla puttana….

Insomma quando si è arrabbiati si può chiamare in causa anche la povera vacca, che ci fornisce invece tanto latte quotidianamente. Ingrati!!

Ma passiamo a “andare in vacca“, un’espressione colloquiale e al limite della volgarità che si usa quando qualcosa finisce male.

È simile a “andare in malora“, ma molto meno elegante.

Tipo:

Con la crisi economica i nostri affari sono andati in vacca.

Ha iniziato a piovere e la giornata al mare è andata in vacca.

Si può usare anche “finire in vacca” con lo stesso significato.

Poi c’è “buttarla in vacca“, abbastanza simile, ma c’è l’azione di una persona, che “butta” qualcosa in vacca, cioè che la fa andar male.

Un’espressione quindi che indica quel comportamento di una persona che non sa più che fare per salvare una situazione e allora svilisce ciò che stava facendo, cioè rovina tutto: la butta in vacca!

Nel nord si usa più spesso che nelle altre zone d’Italia, dove, specie al centro, c’è un’espressione apparentemente simile: “buttarla in caciara“, che abbiamo già spiegato.

Pero non hanno lo stesso significato, perché buttarla in vacca significa rovinare quello che si è fatto e disattendere le aspettative. Una cosa finisce male ad opera di qualcuno.

Es:

Lo spettacolo non stava andando molto bene, e l’attore l’ha buttata in vacca lasciando il palcoscenico.

Non so come fare con la mia fidanzata. Forse lei non mi ama più. A volte ho voglia di buttare tutto in vacca e andarmene.

La Roma stava vincendo 2-1 alla fine del primo tempo. Poi, nel secondo tempo l’ha come al solito buttata in vacca e alla fine ha perso 6-2. Vacca boia!

Riguardo all’origine, pare che queste espressioni “andare in vacca” e “buttarla in vacca”, derivino dai bachi da seta, quegli insetti che producono la seta.

Quando i bachi da seta si ammalano di una malattia particolare che si chiama giallume, questi bachi si gonfiano, diventano gonfi, come una vacca, appunto, e questo fa sì che non si produca più il bozzolo. Per questo si dice che i bachi da seta “vanno in vacca“.

Zitto e mosca – FRASI FATTE

Zitto e mosca!

Video YouTube

Trascrizione

Avere mai sentito questa esclamazione? Si tratta di una richiesta in realtà.

Significa “stai zitto, talmente zitto che non si deve sentire volare una mosca” .

Si sta chiedendo dunque di fare silenzio.

Fai silenzio = stai zitto

Ma chi usa questa frase? E quando si usa?

Di solito si usa tra ragazzi, e comunque è una richiesta un po’ maleducata. Non sentirete un professore universitario fare questa richiesta ai suoi studenti. Sicuramente il professore direbbe:

Per favore, fate silenzio

Non voglio sentir volare una mosca

“Zitto/a/i e mosca” è un po’ diverso.

Intanto si pronuncia con un tono autoritario e spesso si mette un dito sul naso per rafforzare il concetto.

Non è semplicemente equivalente a “fai silenzio” ma è più simile a “stai zitto” oppure “basta, non voglio sentire più la tua voce” o anche “adesso tu non parli più, perché comando io”.