419 Un pezzo

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    Ciao ragazzi, è un pezzo che non ci sentiamo vero?

    Allora ne approfitto per spiegarvi una locuzione interessante che ho appena utilizzato.

    Ho detto che è un pezzo che non ci sentiamo, cioè non ci sentiamo da un po’ di tempo.

    Si usa spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni.

    È da un pezzo che non vado in Italia in vacanza.

    Non ci vediamo da un bel pezzo

    È da un pezzo ormai che studio l’italiano con Italiano Semplicemente.

    Un pezzo non significa un tempo preciso, significa un po’ di tempo, non poco tempo comunque. Dipende, può essere qualche giorno, qualche mese o qualche anno, dipende da ciò di cui sto parlando. Comunque il senso è abbastanza tempo, o anche molto tempo.

    Si dice spesso anche “da qualche tempo” o anche “da un po’“, o anche “un po’“.

    Inoltre la preposizione “da” in realtà non è sempre obbligatoria.

    Quando la frase inizia col verbo essere e solo in questo caso posso omettere “da”:

    È un pezzo che non ci vediamo

    e

    È da un pezzo che non ci vediamo

    Hanno lo stesso significato.

    Era da un pezzo che non facevo una bella passeggiata

    È uguale a:

    Era un pezzo che non facevo una bella passeggiata

    Invece se ad esempio dico:

    Non ci vediamo da un pezzo

    Mangiamo in questo ristorante tutti i giorni ormai da un pezzo

    In questi casi non c’è il verbo essere e non posso togliere “da“.

    Vabè, nonostante non sia un pezzo che sto parlando, meglio finire l’episodio adesso.

    Ma non prima di aver ascoltato una frase di ripasso.

    Irina: Ieri era il compleanno di mio marito. Per l’occasione ho prenotato la cena nel migliore ristorante della città, che va per la maggiore.
    Non è un posto per fare una capatina . Il ristorante infatti è appannaggio solo delle persone vestite elegantemente.
    Stavo scalpitando dall’impazienza tutto il giorno. Finalmente il sole è volto al tramonto.
    Il ristorante si trova a ridosso del fiume. È veramente un posto all’insegna di lusso e stile.
    C’era musica dal vivo . Un pianista ha eseguito improvvisazioni jazz.
    Siamo stati accompagnati al nostro tavolo, Abbiamo ordinato il cibo, e per prima cosa è arrivata l’insalata. Ho iniziato a mangiare. Di punto in bianco un grande insetto nero è strisciato fuori dalla mia insalata. Involontariamente io sono saltata per lo spavento.
    Beh, forse questo significava che l’insalata era super fresca, però per me comunque era una magra consolazione. Il cameriere avendo visto l’incidente mi è venuto incontro subito. Di lì a poco mi ha portato un piatto fresco, ma si vedeva che gli rincresceva ancora per l’avvenimento. Mi ha promesso di fare tutto come si deve. .
    Il resto della cena infatti è andato senza intoppi. Il cibo era prelibato, e a prescindere da tutto la sera era romantica. Infine, quando è arrivato il momento di pagare il conto ho scoperto che non mi hanno fatto pagare per niente. Ho Non ho speso un solo centesimo.
    Che fortuna! Quale piega inaspettata ha preso la serata!

Avere voce in capitolo

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L’espressione che vi spiego oggi ha a che fare con l’importanza di una persona. Forse dovrei parlare di autorevolezza di una persona.

Una persona è autorevole quando è stimata, quando ha credito nei confronti degli altri, quando cioè gli altri si fidano di lui o lei.

Questa espressione è “avere voce in capitolo”.

Quanto conta, quanto è importante ciò che dice una persona? Ebbene, se una persona non ha voce in capitolo, allora non è autorevole, non conta niente, ciò che dice non è importante per le altre persone. “Non avere voce” quindi non indica l’assenza della voce ma l’effetto è lo stesso. Nessuno ti ascolta. Se invece hai autorità, se hai voce in capitolo, allora sei importante, le persone ti ascoltano, o per volontà o per diritto.

L’espressione si può usare infatti anche quando si parla di diritti.

Ad esempio tutti i figli hanno voce in capitolo quando si parla di ricevere l’eredità. Almeno in Italia funziona così.

Il termine capitolo sembra del tutto estraneo al contesto. In effetti deriva dalla riunione dei monaci che si chiamava in antichità “capitolo”.

I monaci non erano tutti uguali, perché c’erano i novizi, cioè gli ultimi arrivati, la cui opinione non era importante come quella dei monaci più anziani, più auterevoili dei novizi. Questi novizi non potevano parlare durante la riunione quotidiana: non avevano voce in capitolo.

Oggi l’espressione è di uso quotidiano, di uso abbastanza informale.

Adesso proporrei che alcuni membri facciano alcuni esempi con l’espressione di oggi. Esempi che invito tutti gli ascoltatori a ripetere.

Inizio io:

Con i miei figli ho sempre meno voce in capitolo. Più crescono e più vogliono fare come dicono loro… .

Irina: so di essere solo una principiante qui. Però sono stufa di non avere voce in capitolo.

Xiaoheng: Di fronte alla sfida di registrare una frase di ripasso, lanciata da Gianni, il presidente dell’Associazione Italiano semplicemente, Irina, disperata, non sapeva cosa dire. È arrivata a dire di non avere voce in capitolo, come avete ascoltato dalla sua voce.
Ma è risaputo che IS è un’associazione democratica, dove spetta a tutti di diritto parlare liberamente.

Giovanni: e questo è quanto.

– – –

L’episodio è contenuto anche nel seguente audiolibro in venditda su Amazon

 

418 – A monte e a valle

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Giovanni: Oggi vediamo due locuzioni che servono per indicare l’inizio e la fine di qualcosa.

Le locuzioni in questione sono “a monte” e “a valle” che rappresentano l’inizio e la fine rispettivamente.

“A monte”, sembra indicare un monte, cioè una montagna. La cosa non è casuale perché la montagna, o il monte è dove nasce un fiume.

Avete già capito che queste due locuzioni usano un’immagine figurata.

In realtà si possono usare sia in senso proprio che figurato.

In senso proprio, dicevo, “a monte” indica la parte più alta del corso di un fiume. Tutti i fiumi scendono dall’alto al basso ovviamente, per effetto della forza di gravità.

Quindi se vi trovate in un punto qualsiasi del fiume, per capire dove nasce il fiume dovrete andare a monte, dovrete cioè risalire il fiume fino a monte.

Si usa il verbo risalire i questi casi. E dove è diretto il fiume?

Tutti i fiumi dono diretti a valle.

Quando finiamo di scendere il monte significa che siamo arrivati a valle. In Italia ci sono tante valli perché ci sono anche tanti monti. Ogni valle ha un suo nome.

Quindi a monte e a valle in senso proprio indicano due direzioni opposte, una che rappresenta l’origine del fiume, l’altra dove il fiume termina, quindi è la parte più vicina alla foce, cioè dove il fiume entra in un mare, un lago o un altro corso d’acqua.

In senso figurato invece si vuole indicare non l’origine di un fiume, ma un altro tipo di origine, come l’origine di un problema, dove nasce un problema.

Non per forza un problema però. Diciamo che la cosa che conta è che ci sia una serie, breve o lunga che sia, di eventi, legati logicamente tra loro, che si susseguono l’un l’altro.

Ogni evento ne causa un altro, ne determina un altro. In genere c’è anche un ordine cronologico.

Vediamo qualche esempio:

Se vedo un uomo che vive per strada, che non ha una casa, probabilmente a monte ci sono stati dei problemi economici, o magari dei problemi psicologici o anche entrambi. Magari invece a monte c’è stato un problema familiare.

Voglio quindi indicare l’inizio del problema, il momento che ha dato origine alla situazione attuale.

Vediamo un esempio con ” a valle”.

Amazon è un’azienda di servizi grandissima, dove lavorano tantissime persone. A valle della catena dei servizi ci sono i cosiddetti corrieri amazon, che sono coloro che consegnano i pacchi ai clienti.

Vedere che in questo caso non parliamo di problemi, ma solo di una catena di passaggi successivi che termina con la consegna al cliente da parte di amazon.

Sono due locuzioni che si usano molto spesso in ambito lavorativo, dove i problemi e i processi non mancano mai.

A volte si preferisce semplicemente parlare di origine o di inizio o anche di causa.

Ad esempio:

In origine, questa casa era un albergo.

All’origine del problema dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio.

L’origine dell’uomo è la scimmia.

Non si può certamente dire che a monte della casa c’era un albergo.

Non lo posso fare perché sono cose slegate tra loro. Il motivo per cui oggi c’è una casa normale non risiede nel fatto che prima fosse un albergo. Non c’è una causa e un effetto ma solo un evento precedente uno successivo.

Invece nel caso dell’inquinamento potrei dire che a monte dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio. È un processo industriale.

Posso anche dire che la produzione della plastica avviene a valle dell’estrazione del petrolio. Quindi “a valle” si può spesso tradurre con successivamente, e “a monte” può diventare precedentemente, o in precedenza, ma deve esserci una catena causale (causale, non casuale).

Le due locuzioni si usano spesso anche in ambito economico e politico.

Ad esempio posso dire che a monte delle politiche nazionali in Europa ci sono spesso le decisioni prese dalla comunità europea. Ancora più a valle ci sono le politiche regionali e comunali.

Vedete quindi che spesso non si tratta semplicemente di un prima e di un dopo, ma c’è anche un legame logico oltre che cronologico.

L’episodio non finisce qui, perché come al solito, a valle di ogni spiegazione della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente c’è sempre un breve ripasso delle puntate precedenti.

Ulrike:
Facciamo un breve ripasso di gruppo. Siete in vena?

Doris:
Domanda retorica. Vuoi che non abbiamo sempre presente la prima regola d’oro di italiano semplicemente, ossia l’importanza delle ripetizioni per il nostro apprendimento?

Bogusia :
Giusto, poi quali membri dell’associazione italiano semplicemente siamo votati alla sua causa.

Komi:
Il che non significa che tutto vada dritto, senza intoppi. Bisogna scervellarsi e ci dà di volta il cervello, di volta in volta, con questa caterva di espressioni a portata di mano. Anche oggi però ce l’abbiamo fatta 😀

Complimentarsi

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Oggi parliamo di complimenti.

Cosa sono i complimenti?

Iniziamo da “fare un complimento” e “fare i complimenti

Quando fate i complimenti ad una persona, è perché magari si è laureata, oppure ha una bella figliola (o un bel figliolo) oppure ha una bella casa o magari ha fatto un’ottima scelta.

In questo caso fate i complimenti a questa persona. Ma potete usare anche il verbo complimentarsi.

Avete diverse possibilità in realtà:

Ti faccio i complimenti per la scelta della nuova macchina. Bellissima!

Complimenti vivissimi per il matrimonio!

I miei migliori complimenti per l’esame. Sei andato benissimo.

Mi complimento con te per la bella figlia che hai.

Attenzione perché non si dice “ti complimento” ma “mi complimento” se sono io a fare i complimenti a te.

Io mi complimento con te per l’esame

Se io mi complimento con te significa che io sto facendo i complimenti a te.

Se tu ti complimenti con me sei invece tu che stai facendo i complimenti a me.

Siamo felici di complimentarci con voi.

In questo caso siamo noi a fare i complimenti a voi.

Attenzione perché al singolare “fare un complimento” ha un senso leggermente diverso di “fare i complimenti“.

Sei molto bella.

Questo è un complimento.

Sei anche molto intelligente.

Questo è un altro complimento.

Le ho fatto un sacco di complimenti e la ragazza è diventata rossa. La ragazza è arrossita.

Ecco, in questi casi ogni complimento è un apprezzamento positivo.

Fare un complimento quindi significa apprezzare una caratteristica di una persona, risaltare un pregio. Con un complimento si esprime ammirazione ed elogio nei confronti di una persona, sull’aspetto fisico, sul carattere, il talento, gli oggetti posseduti, o altro.

Non c’è in realtà molta differenza, perché al plurale quando si fanno i complimenti ad una persona le cose sono simili:

Giovanni mi ha fatto un sacco di complimenti

In questo caso uso il plurale per indicare non un solo complimento ma più di uno.

Quando si esprime una numerosità si parla di apprezzamenti: un complimento, due complimenti, tanti complimenti. Invece fare i complimenti è più simile a fare le congratulazioni.

Quindi l’espressione “fare i complimenti”, molto spesso non si riferisce alla somma di più apprezzamenti positivi, ma è una formula che si usa in modo simile alle “congratulazioni“.

Soprattutto In contesti precisi e formali, come in caso di premiazioni, lauree, titoli eccetera, “fare i complimenti” ha lo stesso valore di congratularsi, fare le congratulazioni.

Mi congratulo con te!

E’ molto simile a “sei stato molto bravo“, ma posso anche dire “complimenti” o “congratulazioni!”. Usare le congratulazioni e il verbo congratularsi è comunque un po’ più formale rispetto a complimentarsi. In tali casi formali si usa spesso anche “felicitazioni” e il verbo “felicitarsi“:

Mi felicito con te (è un po’ come “sono felice per te”.

E’ il caso del matrimonio ad esempio.

Se un collega o un amico fa un bel lavoro meglio fargli i complimenti, se invece viene eletto sindaco o presidente o anche consegue una laurea, si preferisce fare le congratulazioni. Nei matrimoni si preferisce fare le felicitazioni.

Congratulazioni per il tuo nuovo lavoro

Congratulazioni per il risultato raggiunto

Congratulazioni per la tua laurea in Ingegneria

Anche per le congratulazioni si usa comunque:

Mi congratulo con te” e non “ti congratulo“, proprio come il verbo complimentarsi.

Quindi:

Complimenti! E’ equivalente a “mi complimento con te!

ed invece:

Congratulazioni! E’ equivalente a “mi congratulo con te!”

Un’altra cosa importante c’è da dire.

Abbiamo detto che un complimento è un apprezzamento positivo.

Esiste anche il verbo apprezzare, che sta per “giudicare positivamente”. Però il termine apprezzamento non è proprio equivalente a “complimento”..

Infatti esistono gli apprezzamenti positivi e quelli negativi.

Di solito un apprezzamento è un giudizio o un commento favorevole, positivo sul valore di qualcuno o di qualcosa. Ma spesso questo termine si usa anche per indicare qualcosa di poco gradito.

Il tuo apprezzamento su di me non mi è piaciuto.

Cioè: ciò che hai detto su di me non mi è piaciuto.

Con i termini apprezzamento e complimento si usa spesso il verbo “rivolgere” e non solo “fare“.

“Rivolgere un complimento” è esattamente come “fare un complimento” e “rivolgere un apprezzamento” è come “fare un apprezzamento”, ma quest’ultimo termine si può usare, come detto, anche in senso negativo:

Giovanni ha rivolto una serie di apprezzamenti indecenti nei confronti di Maria

Probabilmente Giovanni ha detto delle cose poco carine a Maria.

In genere dal contesto della frase si capisce se si tratta di cose positive o negative.

Questo genere di apprezzamenti non mi piace per niente

In questi due esempi si capisce che non si tratta di “complimenti”.

Ho ricevuto polemiche e apprezzamenti per ciò che ho detto

In questo caso invece gli apprezzamenti vengono contrapposti alle polemiche, quindi si tratta di apprezzamenti positivi. Mi pare ovvio.

Questo “malinteso” non succede mai quando uso il verbo apprezzare:

Apprezzo molto il tuo lavoro

Ti apprezzo per le tue qualità

Siamo molto apprezzati nella nostra azienda

Apprezzare quindi esprime sempre un gradimento. Non è un caso che esista anche disprezzare, che è l’esatto contrario.

Per terminare, “fare i complimenti” ha anche un significato diverso.

Si usa quando si offre qualcosa da mangiare a una persona e questa persona dice di no, magari per timidezza, magari per non mostrarsi che sta approfittando della generosità altrui. Ebbene, questa persona potrebbe aver rifiutato non perché non ha fame, ma perché sta facendo i complimenti.

Dai, non fare i complimenti e assaggia questa torta!” L’ha fatta mia moglie e si offenderebbe!

No, non faccio i complimenti, è che io sono intollerante al lattosio!

Chiunque faccia i complimenti, in questo caso, lo fa magari per gentilezza, ma quasi sempre non si sente a suo agio.

Quindi fare i complimenti in questo caso si usa solo al plurale e significa rifiutare qualcosa da mangiare o da bere per timidezza, vergogna o per educazione.

Questo tipo di complimenti non fanno mai piacere perché, come ho detto, denotano un forte disagio.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

Fare alla romana

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Facciamo alla romana?

Se andate al ristorante con amici, quando è il momento di pagare il conto, se volete potete fare alla romana, cioè potete dividere la spesa in parti uguali fra tutti i commensali, senza tener conto di cosa o quanto ha mangiato o bevuto ciascuno di loro.

Il conto viene 100 euro e siamo 5 persone? Se facciamo alla romana allora paghiamo 20 euro ciascuno.

Vi conviene mangiare parecchio!

417 – Fare tesoro

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Giovanni: Oggi vediamo l’ultimo episodio della serie memoria e esperienza.

Abbiamo visto “memore“, poi “reduce” poi “forte” e anche “sulla scorta“.

L’espressione di oggi è “fare tesoro” si qualcosa.

La caratteristica di questa espressione è utilità di un’esperienza vissuta, ma non solo di un’esperienza; anche delle parole che ci ha detto una persona.

Il termine “memore” è più incentrato sulla memoria, “reduce” sull’esperienza vissuta, “forte” si concentra invece su qualcosa che ci rafforza.
Fare tesoro” invece utilizza la parola tesoro, che esprime ricchezza. Un tesoro è qualcosa da custodire perché è molto prezioso. Quando si dice che dobbiamo fare tesoro di qualcosa ci si riferisce all’utilità, alla grande utilità  che ne deriva.

Posso fare tesoro di un’esperienza vissuta cercando di non ripetere gli errori commessi.

Se invece faccio tesoro dei consigli di un amico allora cerco di seguirli, di metterli in pratica

Far tesoro si usa spesso quando si parla di consigli e di esperienze, quando si vuole sottolineare la loro utilità. Si usa anche quando si fanno le promesse: “farò tesoro dei tuoi insegnamenti”.

Tradurre “fare tesoro” come “tener conto” non è del tutto esatto perché “tener conto” è, diciamo, privo di sentimento, una modalità troppo fredda, senza emozione.

Infatti “tener conto” si può usare anche al posto di “non dimenticare“, oppure al posto di “bisogna considerare” quindi non parliamo necessariamente di esperienze vissute che possono tornare utilissime nel futuro.

Un ultimo esempio:

Se siete curiosi della cucina italiana, se venite in Italia e vi capita di assistere alla preparazione di qualche specialità italiana, fate tesoro di ciò che vedete perché potrete provarci anche voi in futuro.

Attenzione poi perché non si deve inserire nulla tra “fare” e “tesoro” in quanto questa è una espressione ormai cristallizzata e va usata in questo modo. Non è la stessa cosa “fare un tesoro” o “fare il tesoro” eccetera.

Adesso che ne dite se facciamo tesoro di quanto imparato negli episodi precedenti? La parola a Bogusia.

Bogusia: Sulla scorta di quanto hai detto poc’anzi sulle pietanze italiane, di punto in bianco mi sono ricordata di una vicenda avvenuta quando, assieme a qualche mio compatriota, viaggiavamo alla volta dell’Italia. Si dà il caso che alcuni di loro siano rimasti sbigottiti del fatto che si mangiasse la pasta come primo piatto. Infatti in Polonia il primo piatto è sempre la zuppa (tra parentesi la facciamo buonissima).
Comunque, visitando un altro paese, bisogna avere contezza delle sue usanze ed accettarle. Forte della flessibilità che contraddistingue il mio carattere (sono del segno dei pesci), appunto per la mancanza della stessa flessibilità ho dovuto cazziarli, e ricordare loro che bisognerebbe badare a non lamentarsi ma accettare la cultura di ogni paese. Sono stata restia di essere accondiscendente. Nonostante la mia cazziata, cercare di cambiare le persone lascia il tempo che trova.
Che volete, la gente è quello che è. Pazienza!

65 – Suggerire

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Descrizione

Suggerire è il verbo professionale n. 65. Un verbo molto utile nella comunicazione scritta e anche molto adatto alle riunioni di lavoro.

Non raccontarla giusta

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Oggi parliamo di sospetti. Un sospetto è simile ad un dubbio, nel senso che è un dubbio che riguarda la colpevolezza di una persona.

Se ho un sospetto significa che ho un’opinione più o meno fondata, più o meno credibile, verosimile, che fa ritenere qualcuno responsabile di un’azione colpevole. Quindi io credo che una persona si colpevole di aver fatto qualcosa. Questo dubbio si chiama sospetto.

Ebbene, se questa persona cerca, secondo noi, di non apparire colpevole, se secondo noi dice delle bugie, ma io continuo a sospettare di lui o lei, in questi casi potrei dire che “non me la racconta giusta“. La frase è adatta soprattutto se noto che c’è qualcosa che non va, se noto che ci sono delle cose che mi fanno sospettare, delle incongruità ad esempio, delle contraddizioni. Qualcosa non mi torna.

Ad esempio: Qualcuno rompe il vetro della mia finestra. Ci sono dei ragazzi che giocavano a pallone, tra cui Giovanni. Allora gli chiedo: Giovanni, sei stato tu? Lui nego.

Giovanni però non me la racconta giusta. perché ho visto che tutti guardavano lui.

Non sono del tutto convinto se pronuncio o se penso questa frase. Però ho dei sospetti.

Un altro esempio:

Gli studenti hanno preso tutti il massimo dei voti, ma la volta precedente quasi nessuno aveva raggiunto la sufficienza….. mi sa che non me la raccontano giusta!

Ho evidentemente dei sospetti perché trovo molto strano che adesso tutti siano diventati bravissimi. Ho cioè il sospetto che abbiano copiato.

I genitori usano questa frase spesso con i propri figli quando sospettano che gli stiano nascondendo qualcosa. La verità raccontata può essere anche solo parziale, per rendere più credibile la storia.

Si usa il verbo “raccontare” come se si trattasse di una storia o di un avvenimento passato. In effetti spesso è così, ma in realtà l’espressione si può usare con qualsiasi tipo di sospetto.

Si tratta di una espressione informale e può essere offensiva. Non si usa nello scritto, dove si preferisce usare l”destare sospetti“. Quindi la persona che desta sospetti indubbiamente non la racconta giusta!

Destare significa far nascere, far venire, quindi si sta dicendo la stessa cosa: un dubbio sta nascendo, sta sorgendo, un sospetto sta emergendo.

L’espressione si usa quasi esclusivamente con la negazione. Se uso la frase senza negazione probabilmente sto negando di non raccontare tutta la verità, tipo:

Cosa? Non credi alle mie parole? Certo che te la racconto giusta, mica sono un bugiardo!

Ma perché “giusta?” Al femminile perché si riferisce ad una storia, come ho detto. Invece “giusta” nel senso di esatta, (il contrario di sbagliata), quindi è una storia non giusta, Non pariamo di giustizia, ma di giustezza.

Ad esempio se vi credo. Indovinate quanti anni ho? Se rispondete in modo giusto, avete risposto esattamente, avete indovinato. Al contrario avete sbagliato. Se una risposta è sbagliata, allora non è giusta, che è completamente diverso da “è ingiusto“. Non parliamo di giustizia e di ingiustizia, ma solo di esattezza, e l’esattezza, cioè la giustezza, non ha sfumature, non ha gradazioni. O è giusta oppure no.

Quindi la frase “non me la racconti giusta” sta a significare che la tua storia non è giusta, ovviamente in senso figurato. Quello che hai detto non corrisponde alla verità, ed anche se c’è qualcosa di vero, resta una cosa “non giusta”.

La frase posso, anche in senso affermativo, usarla anche in senso proprio, non figurato:

Ti racconto una storia e spero di raccontarla giusta, perché non sono sicuro di ricordami bene.

Aspetta, non la sto raccontando proprio giusta, ho paura che tu non capisca bene. Cerco di ricordare meglio e ci sentiamo domani

Adesso ripetete dopo di me, tanto per non perdere il vizio:

Mmm… Tu non me la racconti giusta!

Guardami negli occhi, non me la racconti giusta!

Credo che Marco non me la racconti giusta.

Secondo me Giuseppe non te la racconta giusta.

Secondo te Sofia ce la sta raccontando giusta?

Se non gliela raccontiamo giusta secondo me se ne accorgeranno!

I vostri figli secondo me non ve la stanno raccontando giusta. Io vi consiglio di approfondire.

Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.


Questo episodio è stato inserito anche nell’audio-libro “Frasi idiomatiche italiane” in vendita su Amazon

Audiolibro Italiano Semplicemente: "Espressioni idiomatiche italiane"

416 – Sulla scorta

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Giovanni: Abbiamo quasi finito di spiegare una serie di modalità molto simili tra loro.

Abbiamo iniziato con “memore“, poi abbiamo visto “reduce” poi “forte“. Rimangono due modalità simili per riferirsi alle esperienze vissute in passato.

Oggi vediamo “sulla scorta“. E’ molto simile alle precedenti. La meno prossima tra quelle che abbiamo già visto è  “memore”, che è quella che più fa riferimento alla memoria. Quindi sempre del passato parliamo, ma spesso memore richiama un passato molto lontano, e non sempre si tratta di esperienze personali. “Sulla scorta” si usa spesso in ambienti lavorativi.

Infatti c’è poca emozione in questo caso e il singolo individuo è meno coinvolto. Sulla scorta vuole la preposizione di, e “sulla scorta di” equivale a “in base a“.

Attenzione perché in questo caso non sempre si parla di passato. O meglio si tratta di un momento precedente ad un altro, ma questo momento può anche essere futuro.

Faccio un esempio per capire immediatamente:

In una classe di studenti, il professore potrebbe dire:

Deciderò la difficoltà dei compiti da assegnarvi sulla scorta del vostro livello raggiunto col passare del tempo.

.Questo significa che il professore, prima di decidere quale compito assegnare di volta in volta, aspetterà di vedere i risultati del compito precedente.

E’ esattamente come “in base a“, o anche “basandosi su“.

A me non piace molto come locuzione, comunque si usa il termine “scorta” perché questo termine viene usato, se ci pensate, anche per indicare una sorta di aiuto, qualcosa che può essere utile, come la “ruota di scorta” che è utile se ci capita di forare uno pneumatico della nostra auto. Le “scorte alimentari” invece hanno la funzione di essere utilizzate quando abbiamo fame.

Quindi sulla scorta di qualcosa indica qualcosa da usare, qualcosa di cui tenere conto. Sulla scorta in definitiva equivale a:

In/sulla base a/di

tenendo conto di

Alla luce di

Vediamo qualche esempio:

Dobbiamo terminare il lavoro sulla scorta di quanto abbiamo fatto ieri.

Equivalente a:

Dobbiamo terminare il lavoro sulla base di quanto abbiamo fatto ieri.

Dobbiamo terminare il lavoro alla luce di quanto abbiamo fatto ieri.

Dobbiamo terminare il lavoro tenendo conto di quanto abbiamo fatto ieri.

In questo esempio, a differenza di prima, ci riferiamo a ieri, quindi al passato.

Altro esempio:

Coronavirus: Il Governo deciderà le regole da rispettare per il 2021 sulla scorta dei dati di fine anno 2020

La decisione di fare la riunione dei membri di Italiano Semplicemente nel 2021 in Italia sarà presa sulla scorta del livello di sicurezza che sarà raggiunto.

Giovanni, sulla scorta delle indicazioni dei membri dell’associazione, deciderà la data più opportuna per incontrarci nel 2021.

Bene adesso ripassiamo un po’:

Doris: Hai fatto bene a parlare della riunione dei membri, perché probabilmente ci sarò anch’io. Te lo faccio saper nel giro di un mese, ma deciderò anche sulla scorta di quello che dicono gli altri.

Ulrike: Io ci resterei male però se non si facesse la riunione neanche quest’anno.

Rafaela: avrei in mente una mandrakata, ve la dico?

Komi: Magari!,Io pur di venire in Italia farei anche le magie nel 2021.

Rafaela: Ecco cosa ho pensato: noi intanto prenotiamo, così i prezzi sono più bassi, che ne dite? Pensate che questa proposta abbia il suo perché?

Sofie: un’idea ottima idea. Ma dopo cotanta idea, adesso Giovanni datti da fare se tutti siete d’accordo!

Giovanni: Benissimo. Poi dice a che servono i ripassi!

 

 

 

 

 

Uno sproloquio

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Sono interessanti i termini che finiscono con – loquio, infatti loqui significa parlare. Da qui derivano molte parole, come colloquiare, interloquire, esiste la loquacità, la loquela, loquace, loquacemente.

Esiste anche il ventriloquo, che è colui che sembra parlare con il ventre, cioè con la pancia e non con la bocca, perché ha l’abilità di parlare senza muovere le labbra e i muscoli facciali, sicché i suoni sembrano avere origine non dagli organi vocali ma da una sede diversa.

Ma anche il colloquio e lo sproloquio hanno la stessa origine.

Soffermiamoci in questo episodio sul colloquio e sullo sproloquio.

Il colloquio è un dialogo, UNA CHIACCHIERATA, uno scambio di parole e di opinioni. Quando si fa un colloquio in genere è perché si vuole ottenere un lavoro.

Un “colloquio di lavoro”, si dice in genere, ma non c’è neanche bisogno di specificare perché tutti i colloqui sono di lavoro. Con i colloqui di lavoro si fanno anche affari, accordi, trattative.

Poi ci sono gli sproloqui. Uno sproloquio è un discorso. Non si fa in due, come il colloquio ma si fa da solo.

È un discorso però lunghissimo, fastidiosamente lungo, macchinoso e inconcludente. Inutile direi.

Insomma gli sproloqui non piacciono a nessuno.

Quando si parla di sproloqui si usano spesso anche due altri aggettivi con cui si può definire quel discorso: prolisso, che significa lungo, ed enfatico, cioè un discorso fatto con enfasi, spesso anche alzando il tono della voce. Spesso però un discorso enfatico è anche ampolloso e ridondante.

Altri due aggettivi interessanti.

I discorsi che contengono sproloqui sono molto noiosi. Queste persone espongono con enfasi il loro punto di vista, la loro opinione, sottolineandolo con un tono particolare, ad alta voce spesso, facendo gesti anche con le mani. Si compiacciono di caricare i toni ma così facendo risultano prolissi (una lunghezza eccessiva) e ampollosi, cioè superbi, saccenti, vanagloriosi. Le persone equilibrate non fanno sproloqui. Chi li fa invece è pieno di superbia, direi anzi gonfio di superbia. Gonfi come le ampolle, che sono delle bottiglie panciute, delle bottiglie con la pancia più gonfia.

I loro discorsi sono noiosi perché anche ridondanti.

Questo significa che c’è una eccessiva abbondanza degli stessi termini e concetti. Si ripetono sempre le stesse cose. Come una campana 🔔 che quando suona fa “din don dan”. Questo sicuramente vi aiuterà a ricordare l’aggettivo ridondante!

Insomma ad un certo punto viene voglia di dire: basta! Questi sproloqui non si possono sentire!

Ma c’è di peggio sapete?

Se si esagera anche con la volgarità, allora c’è ancora un altro termine: si tratta di un turpiloquio, che è un parlare turpe, cioè un modo di parlare volgare, offensivo e irriverente, cioè irrispettoso, utilizzato per mostrare contrarietà, disappunto verso qualcosa o qualcuno.

Durante un turpioquio si usano imprecazioni, parolacce e anche bestemmie.

Se proprio dovete scegliere, fate uno sproloquio!!

Vediamo alcuni esempi:

La professoressa ha iniziato la lezione con un lungo sproloquio contro gli studenti che non lasciano il cellulare a casa.

Questa professoressa quindi ha parlato troppo, si è soffermata troppo su questo argomento, dicendo cose anche inutili e fastidiose. Non c’era bisogno di insistere così tanto su questo.

Un altro esempio:

Durante la conferenza, il direttore del giornale ha fatto uno sproloquio a favore degli sponsor, dicendo che senza di loro non si va avanti, che è sempre stato così, che anche la pubblicità online è necessaria e Bla Bla Bla. È durato mezz’ora questo sproloquio.

E chiaro che anche questo sproloquio non ha niente di positivo per nessuno, probabilmente neanche per gli sponsor del giornale.

Che ne dite se adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione? D’altronde la settima regola d’oro di italiano semplicemente è proprio “parlare“. E allora adesso tocca a voi.

Ascoltare e ripetere è importante, ma non voglio fare uno sproloquio sulla ripetizione 🙂

Ripetete dopo di me:

Uno sproloquio

Lo sproloquio

Gli sproloqui

Il professore ha fatto uno sproloquio.

Ma questo è uno sproloquio interminabile!

Ma quanto dura questo sproloquio?

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

Fare spallucce

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno, oggi voglio spiegarvi una bella espressione italiana, ma prima della spiegazione voglio fare una proposta ai visitatori di Italiano Semplicemente.
La proposta è che chi si iscrive oggi alla newsletter del sito Italianosemplicemente.com riceverà in regalo l’accesso alla cartella dei primi 100 episodi audio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, grazie alla quale potrete iniziare un percorso di miglioramento della lingua italiana.

Se siete in grado di capire ciò che dico e che scrivo evidentemente farete grossi passi in avanti.

Quindi chi si iscriverà verrà abilitato alla cartella con questi 100 episodi audio.

Spero che di fronte a questa proposta non farete spallucce.

Questo è l’argomento di oggi: fare spallucce.
Fare spallucce significa dimostrare disinteresse o disprezzo nei confronti di chi afferma qualcosa che si considera irrilevante. Fare spallucce è un gesto abbastanza offensivo direi. Quando non siete interessati a qualcosa alzate le spalle come a dire: non mi interessa!
Si dice in modo più semplice “alzare le spalle”.
Vediamo qualche esempio:

Ragazzi, ho una proposta per voi. Spero non alziate le spalle.
Ho detto a mia moglie che avevo un regalo per lei ma ha fatto spallucce. Basta. Chiedo il divorzio!!
Sei un egoista. Fai sempre spallucce quando ti dico che ho un problema!

E’ un gesto quindi. Stiamo parlando del gesto di stringersi nelle spalle, o alzare le spalle leggermente. In realtà non serve solamente a esprimere disinteresse.

Il gesto può sostituire diverse frasi:

Non mi interessa
Boh, e che ne so io?
Io non ne so nulla.
Io non lo sapevo
Non so, non lo chiedere a me
Non saprei proprio
Non saprei che dirti
Ma che ne so!

Ci può essere quindi indifferenza ma spesso anche solo disinteresse. Dagli esempi fatti può sembrare che si faccia questo gesto anche quando non si conosce qualcosa.

In realtà non si fanno spallucce semplicemente quando non si conosce qualcosa, ma anche quando non si è interessati a questa cosa.

Spesso lo si fa anche quando ci si vuole giustificare di fronte ad un’accusa, quindi si accompagnano alcune frasi con questo gesto delle spalle.

Ma io non ne sapevo nulla!
Non è colpa mia!
Ma io non sapevo di fare una cosa sbagliata!

Allora se non fate spallucce 🤷‍♂️ anche voi alla mia richiesta iscrivetevi alla newsletter.
Se non sapete come fare potete semplicemente inviarmi una richiesta nella pagina della trascrizione di questo episodio.
Alla prossima.

L’articolo il

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Trascrizione

Il è un articolo. Questo lo sapete tutti vero?

È uno degli articoli della lingua italiana.

Proviamo a ripassare qualche espressione della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente facendo degli esempi di utilizzo.

Anzi, facciamo degli esempi di non utilizzo. Quando non si utilizza l’articolo il si usa l’articolo lo.

Il, per gli amanti delle regole, si usa coi nomi maschili che cominciano con consonante, che non sia x, z, o la s seguita da altra consonante e infine quando le parole iniziano con gn e pn.

Ad esempio:

Col termine pneumatico, che è la ruota delle macchine, ci va l’articolo lo e non il.

Questa cosa non la sanno neanche gli italiani, che infatti dicono praticamente tutti: il pneumatico della macchina e i pneumatici, al plurale.

In realtà si dice lo pneumatico e gli pneumatici. Ma questo non lo sa praticamente nessuno.

Gli è il plurale di il. Quindi per “gli” valgono le stesse regole di “il”.

Con gn non ci sono dubbi invece. I nomi maschili che iniziano con gn vogliono l’articolo lo e gli

Gli gnomi hanno cura di biancaneve.

Lo gnocco si mangia, non fosse altro perché è il singolare di gnocchi.

Lo gnorri fa sempre il finto tonto.

Lo gnu non se la sente di farsi mangiare dai predatori.

Riguardo alla lettera s seguita da un’altra consonante qualsias, in nessun caso usiamo il.

Lo stupido è da prendere con le molle.

Lo stomaco quando fa male, non ti dico che fastidio!

Lo scarafaggio è carino? Un parolone direi!

Gli strozzini non li reggo proprio.

Eccetera

Per il resto, parole con la x ce ne sono poche, ma vogliono solo “lo”:

Lo xinofono è uno strumento che puoi trovare a buon mercato.

Lo xenofobo odia gli stranieri. Vi auguro di non imbattervi mai in uno di loro.

Anche con la zeta le parole non sono tantissime, e tutti i nomi vogliono l’articolo lo.

Lo zibibbo non è un ammazza caffè.

Lo zodiaco ha a che fare con l’oroscopo, ma mi fa specie che nessun oroscopo aveva previsto un 2020 così brutto.

Lo zio può essere il fratello del padre. Grazie! Questo lo sanno tutti!

Concludo con una curiosità che gli stranieri non conoscono.

Sapete che l’articolo il si usa anche quando due persone, ad esempio due amici che stanno sempre insieme o marito e moglie, una persona molto alta ed una molto bassa.

Per prenderli in giro a volte si dice:

Guarda quei due: sembrano l’articolo il!

Ovviamente la più dispiaciuta è la lettera i, che è più bassa della elle. “Altezza mezza bellezza”, come si dice in questi casi.

Voglio anche dirvi una cosa molto triste che riguarda la lettera i.

Molto tempo fa, nel II secolo dopo Cristo, la i non era mai sola. Infatti sebbene l’articolo determinativo in latino non esistesse, c’era il pronome dimostrativo che si usava come articolo: “illum“, ma col passare del tempo il pronome illum perse lum. E rimase il.

Alla lettera i era rimasta la sua unica compagna: la elle.

Al plurale accadde la stessa cosa: il pronome illi perse ill.

Da allora, il non ha più ritrovato lum. Ma soprattutto la lettera i rimase sola.

Una vera tragedia.

La povera i è sola ormai da illo tempore.

Questa è una locuzione molto usata in Italia. Significa “da molto tempo”.

Quanta nostalgia in questa locuzione vero? Bei tempi quelli.

415 – Forte di

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Trascrizione

Giovanni: oggi, cari amici, ci occupiamo dell’espressione “forte di”. Vorrei farlo ancora una volta con l’aiuto dei miei amici e membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Se siete d’accordo eh?

Olga: io ci sto. Anche se mi è rimasto un dubbio sul termine reduce. Si può usare in senso positivo?

Giovanni: si, si può fare infatti “essere reduci da” molto spesso si usa al posto di “venire da“, quindi semplicemente citando qualcosa di vissuto, un’esperienza positiva o negativa.

Ad esempio nello sport posso dire che una squadra è reduce da 10 vittorie consecutive. Si può fare. Non è tanto la memoria in questo caso la protagonista, ma ciò che è appena accaduto, cioè le ultime esperienze vissute. Vero Max?

Max: invece l’espressione di oggi Giovanni, “forte di” cosa ha a che fare con la forza?

Giovanni: Ok, grazie della domanda. Ci sono altre domande?

Ulrike: ciao Gianni. Avevi annunciato un episodio sulla locuzione “forte di”. Allora ho dato un’occhiata su google ed ho visto che ci sono significati diversi! C’è un utilizzo particolare di cui vuoi parlare?

Giovanni: grazie anche a te Ulrike. Bella domanda.

Normalmente trovate frasi come:

Sono più forte di te

Sono più forte di prima

Sono molto forte di cuore

Siamo la squadra più forte del Campionato

Eccetera.

In questo episodio invece “forte di” è legata all’esperienza o a qualcosa che ci rende più forti, ma non fisicamente. Dopo “di” dobbiamo indicare la cosa che ci rafforza, la cosa che ci dà forza. “forte di” , in questo caso è esattamente come “rafforzato da”.

Ha a che fare con la forza perché l’esperienza vissuta in passato ci rende più forti. Soprattutto se in futuro ci ricapita di vivere esperienze simili.

Irina: e quale verbo si usa in questo caso? Sempre il verbo essere come con memore e reduce?

Giovanni: si Irina, e anche il verbo fare: essere forte e farsi forte. Ma anche nessun verbo.

Vi faccio alcuni esempi.

I lavoratori hanno fatto un accordo molto favorevole con l’azienda. Forti dell’accordo raggiunto, ora possono essere soddisfatti.

Sofie: ho una domanda sulla preposizione da usare: stavolta è “di” e non “da”. Perché? Con reduce usiamo “da” invece.

Giovanni: Ottima domanda Sofie. Con reduce usiamo “di” nel caso in cui reduce è sostantivo, tipo: “i reduci di guerra”. Invece quando è aggettivo usiamo “da”: “siamo reduci da una brutta esperienza”. Ad esempio. Usiamo “da” perché veniamo da una brutta esperienza.  “I reduci” invece hanno l’articolo, quindi è sostantivo.

Quindi stavolta usiamo di perché la forza viene imputata a un particolare motivo. Ad esempio:

Forte dell’esperienza vissuta

Forte di un successo avuto

Forte di molti anni di studio

Eccetera.

Poi c’è un’altra cosa da dire. La preposizione “da” è più adatta per indicare la provenienza, quindi anche le esperienze vissute, il passato, ciò che viene prima in generale.

Invece in questo caso vogliamo riferirci a ciò che ci rende forti. Vogliamo indicare quello che ci è utile adesso. E per indicare qualcosa la preposizione di è più adatta.

Xiaoheng: Quindi adesso potrei dire che, forte di questa spiegazione, sento che potrei subito usare questa locuzione. Ho detto bene?

Giovanni: perfetto cara Xiaoheng. Vedi come ho imparato bene la pronuncia del tuo nome, forte di tanti tentativi?

Komi: riguardo all’uso del verbo fare, “farsi forte” di qualcosa è diverso da “farsi forza”?

Giovanni: infatti caro Komi, molto diverso. Farsi forza significa farsi coraggio, incoraggiarsi. Si può dire a una persona che non sembra avere la forza di affrontare qualcosa. Se devi fare un esame ma hai paura di non superarlo io posso dirti:

dai, fatti forza e vedrai che ce la farai

Questo però non c’entra nulla con la frase di oggi ma hai fatto bene a fare la domanda.

Allora se avete altre domande, fatevi forza e fatele.

Carmen: sembra che farsi forte di qualcosa, se ho capito bene, vuol dire utilizzare questa cosa come principale argomento a proprio vantaggio.

Giovanni: proprio così Carmen. Ad esempio io, che sono il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, posso farmi forte di questa posizione per decidere quale sarà il prossimo episodio di cui ci occuperemo.

Vedete che in questo caso non parliamo neanche di un’esperienza passata, ma stiamo solo indicando la cosa che mi rende forte. Questo è un motivo in più per usare la preposizione “di” e non “da”. Questo la rende simile all’espressione “in virtù di” che abbiamo spiegato nell’episodio 231 di questa rubrica.

Bene, credo che abbiate abbastanza su cui riflettere. Nel prossimo episodio vediamo insieme “sulla scorta di” e vedrete che, forti degli episodi precedenti tutto sarà più facile. Un saluto e grazie a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente che mi hanno aiutato oggi.

La primavera

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Trascrizione

Sicuramente sapete tutti cos’è la primavera: una delle quattro stagioni. Forse la più bella.

La primavera arriva dopo l’inverno e prima dell’estate.

È la stagione dei fiori, e il clima è mite e gradevole:esplodono i colori e la natura si risveglia dopo il freddo invernale.

È quindi normale che il termine primavera venga utilizzato anche per indicare la giovinezza, ad esempio. L’età giovanile viene spesso chiamata la primavera della vita, spesso quando si prova o si vuole trasmettere un senso di nostalgia.

È la stagione della nascita, del risveglio, del cambiamento.

Avete mai sentito parlare della primavera della patria? È il momento in cui nasce una nazione, un paese, uno stato, quando l’aria è piena di entusiasmo, un entusiasmo che riempe i cuori come il polline l’aria.

E avete mai sentito parlare della primavera di Praga? Era il 1968.

In questo caso si parla del risveglio politico e civile che accompagna il ritorno alla democrazia.

Dopo l’inverno (rappresentato dalla politica totalitaria, dalla dittatura), buio e triste, torna ancora la primavera. Un’immagine politica quindi.

È la stessa cosa accaduta a partire dal 2010 in medio oriente e in Africa settentrionale. Iniziarono movimenti di protesta che fecero cadere i regimi autoritari, anzi totalitari.

Quella viene chiamata la primavera araba. Una rinascita anch’essa.

Se passiamo allo sport esiste la squadra primavera che è quella giovanile. Si può giocare nella squadra primavera fino ad una certa età, un’età che non torna più.

Come se la primavera non tornasse più.

E invece la primavera torna ogni anno, puntualmente.

Infatti ogni volta che arriva la primavera è passato un anno.

Non è un caso che col termine primavere, al plurale quindi, si possono chiamare gli stessi anni che passano, ma solo quando sono tanti, solo quando voglio indicare moltissimi anni, passati con fatica:

Sai che mia nonna ha 96 primavere sulle spalle?

Anche mio nonno aveva molte primavere quando ci lasciato.

Sai quante primavere ho passato in questo ufficio? Ben 40!

Questo è un uso generalmente scherzoso ma anche letterario.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

414 – Reduce

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Giovanni: Allora oggi, dopo aver spiegato il termine “memore“,  è il turno di “reduce”, simile a memore, ma ci sono delle differenze. Anche oggi mi aiuteranno alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente, che pare trovino questa modalità per realizzare gli episodi alquanto stimolante.

Allora, cosa mi dite di “reduce”?

Sofie: cosa significa reduce? Nel dizionario ho trovato che il concetto è usato ad esempio come un nome.

Giovanni: infatti esiste il reduce, che è una persona. Reduci se sono più persone, maschi o femmine. Si usa normalmente con i soldati che vengono dalla guerra. Quindi è simile a “sopravvissuto“.

Fernando: è interessante anche il fatto che non esista un verbo corrispondente al nome.

Giovanni: infatti anche con reduce si usa “essere reduce“, proprio come “essere memore“.

Ulrike: In un altro episodio abbiamo parlato di rimettersi in sesto che significa guarire da una malattia, riprendersi da un infortunio.
Quindi chi viene da una malattia, possiamo dire che è reduce da una malattia?

Giovanni: certo: reduce significa “che ritorna“, quindi “che viene“. Si parla di esperienze vissute, come nel caso di memore, però c’è il senso del passato rischioso, di un’esperienza passata che abbiamo superato, proprio come i reduci dalle guerre, i reduci del campo di concentramento.

Ogni volta che si ha un’esperienza pericolosa, rischiosa in qualche modo, ma che abbiamo superato, possiamo usare “essere reduce da”.

Ulrike: ma ho visto che si usa anche in modo scherzoso. Ad esempio:

Sono reduce dopo una lunga passeggiata col mio cane.

Giovanni: certo, si usa in realtà molto più spesso in questo modo. Si lascia intendere che la passeggiata, in questo caso, sia stata un’impresa!

Ulrike: il giorno dopo Natale posso dire di essere reduce dal pranzo a casa di mia madre?

Giovanni: esatto, proprio in questo modo! Va benissimo!

Irina: Mi piace questo uso scherzoso. Sembra più utile nella vita quotidiana.

Giovanni: è proprio così cara Irina! E se collaborare a realizzare questi episodi ti sembra molto a rischio di fare brutte figure, alla fine potrai dire di essere reduce dall’ultimo episodio della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.

Doris: io sono reduce da una serie di notti in bianco. Posso dire così?

Giovanni: certo, tranquillamente.

Irina: Mio fratello, reduce dall’esame di latino, è sfinito!

Irina: Il gruppo rock è reduce da un tour in Australia.

Giovanni: si può anche essere reduci da un periodo di assenza, anche se non c’è stato pericolo in questo caso.

Bogusia: Allora io direi che sono proprio io un membro reduce da un lungo periodo di assenza dal gruppo Whatsapp dell’associazione. Ma adesso sono rientrata. Siccome però sono memore delle lagne di alcuni membri, che spesso dicevano frasi come “io sono ancoraa carissimo amico“, o cose di questo tipo, da allora, mi ha preso alla sprovvista la leggerezza con cui queste persone sono riuscite a sfoderare tutti questi esempi che avete fatto Grazie mille per tutti i vostri esempi con i fiocchi.

Giovanni: bene, visto che Bogusia ci ha aiutato anche a ripassare, ci vediamo al prossimo episodio in cui ci occupiamo ancora di memoria, con la frase “forte di“.

25 – I pezzi di ricambio – ITALIANO COMMERCIALE

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Lezione 25 di due minuti con Italiano commerciale.

Molti clienti, quando entrano in un negozio, stanno sono alla ricerca di pezzi di ricambio…

413 – Memore

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Trascrizione

Giovanni: ragazzi, come potremmo spiegare il termine Memore? Potete aiutarmi?

Anthony: sembra legato alla memoria. Sul dizionario ho trovato questo significato. Pare si debba usare il verbo essere, tipo “io sono Memore”

Giovanni: si, giusto Anthony. Facciamo un esempio?

Doris: sono memore di quando ero bambina.

Giovanni: si la frase Doris è corretta ma va inserita in un contesto in cui la memoria ti aiuta oggi.

Doris: allora riprovo. oggi riesco a esprimermi in italiano memore dei mille errori fatti in passato.

Giovanni: esatto, quando si usa memore bisogna generalmente anche specificare a cosa è servita l’esperienza passata. In questo caso è servita ad esprimerti meglio in italiano.

Al plurale rimane così? No, al plurale diventa memori, ma attenzione a come si pronuncia memori.

Sofie: in pratica essere memori di qualcosa significa ricordarsi di qualcosa e conservare nella memoria questa cosa per poi utilizzarla in futuro.

Giovanni: mi hai rubato le parole di bocca Sofie. È proprio così.

Sofie: si usa sempre la preposizione di?

Giovanni: si, è come dire “mi ricordo di”. Quindi essere memori di un’esperienza significa ricordarsi di quell’esperienza.

Vi faccio alcuni esempi:

Molti italiani, memori del significato delle parola fame e guerra, oggi sono felici anche se hanno pochissimo per vivere.

Memore degli errori fatti nel compito di italiano, studierò molto di più la prossima volta

Bogusia: scusa Giovanni, mi sembra di aver capito che queste esperienze avute in passato siano sempre negative.

Giovanni: hai ragione Bogusia, allora bisogna fare anche qualche altro esempio. Infatti si usa anche per i bei ricordi che conserviamo nella memoria.

Irina: che però ci hanno insegnato qualcosa, oppure che ci fa semplicemente piacere ricordare.

Giovanni: perfetto Irina. Assolutamente perfetto. Vedo che Ulrike vuole fare una domanda. Prego Ulrike.

Ulrike: Posso aggiungere un esempio?

Quando ero adolescente mia madre ha detto: un giorno quando sarai grande sarai memore dei miei consigli, vedrai. Ora so, non sono solamente memore dei suoi consigli, ma anche e soprattutto del suo amore.

Bogusia: posso essere memore della cordialità di una persona.

Giovanni: esatto. L’importante è che si conservi il ricordo di un fatto non solo nella mente ma anche nel sentimento, e anche in modo continuo, non momentaneo.
Altre domande?

Bogusia: Ah, si. Ascolto tante cose che riguardano la storia. Potrei dire anche, credo almeno, ad esempio: l’Italia è un paese pienissimo di luoghi memori di migliaia di vicende storiche. Allora non solo una persona può essere memore. Vero?

Giovanni: assolutamente si. Anche un luogo può conservare ricordi, proprio come una persona. Per oggi vi risparmio il ripasso. Può bastare così. Ci vediamo al prossimo episodio in cui vedremo ancora un termine collegato alla memoria: reduce.

412 – Il verbo fregarsene

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Rispondo ad una domanda che mi ha fatto Doris, membro dell’associazione Italiano semplicemente. Doris mi ha chiesto la differenza tra “me ne frego” e “me ne frega”.

Grazie della domanda Doris.

Allora: Quando siete o non siete interessati a qualcosa, quando provate o non provate interesse, un modo molto informale per esprimere questo concetto è usare il verbo fregarsene.

Parliamo di interesse e disinteresse, ma se usiamo il verbo fregarsene è soprattutto per esprimere disinteresse:

Io me ne frego
Tu te ne freghi
Lui se ne frega
Noi ce ne freghiamo
Voi ve ne fregate
Loro se ne fregano

Se dico che me ne frego di te significa che non mi interessa nulla di te.

Si tratta di un forte disinteresse, quasi di un disprezzo.

Usate questo verbo con moderazione perché può essere molto offensivo.

Tu te ne freghi di me

Significa che non sei per niente interessato a me. Non hai alcun interesse per me.

Mario se ne frega di Francesca

Significa che Mario non è per niente interessato a Francesca.

Ora, cosa succede se invece vogliamo esprimere il significato opposto, cioè che non è vero che non siamo interessati?

Vediamo, nelle tre frasi che abbiamo visto sopra, come fare:

Il contrario di “me ne frego di te” sarebbe:

Non me ne frego di te

Di te non me ne frego

Ho detto sarebbe perché questo verbo come ho detto si usa quasi esclusivamente per esprimere un forte disinteresse.

Infatti se volete veramente dire che provate interesse, meglio usare la seguente forma:

Non è vero che me ne frego di te!

Di te non me ne frego affatto!

Il tono da usare è anch’esso importante per far capire le proprie intenzioni.

Perché si può creare questo malinteso? Perché dovete poi sapere che esiste anche “me ne frega” e “non me ne frega niente/nulla“.

A me non frega nulla

A te non frega nulla

A lui non frega nulla

A noi non frega nulla

A voi non frega nulla

A loro non frega nulla

Sempre uguale. Non cambia mai. Questa è la versione, possiamo dire “maleducata” dell’uso di un altro verbo: importare. Lo vediamo tra un po’.

Questa forma, allo stesso modo del verbo fregarsene, si usa per mostrare prevalentemente un forte disinteresse.

Di te non me ne frega niente

Non mi frega nulla della scuola (più informale)

Non me ne frega nulla della scuola

Che me ne frega della grammatica! Mi basta leggere e ascoltare.

Non sono ricco? Che mi frega! Mi basta avere molti amici ed essere in salute.

In questo caso si aggiunge “non“:

Non mi frega di…

Non mi frega niente di…

Non me ne frega nulla di…

Significa che non sono per niente interessato a qualcosa.

Un’alternativa è iniziare con “che” o “ma che”:

Che me ne frega?

Che mi frega?

Ma che ne ne frega a me?

Si tratta di una domanda retorica ovviamente.

Se rivolgo la domanda ad un’altra persona diventa invece un consiglio a fregarsene:

Che te ne frega di Giovanni? Non dare ascolto alle sue parole!

Oppure è una vera domanda, sebbene un po’ arrabbiata:

Giovanni, ma tu sei innamorato di Sofia?

E a te che te ne frega? Fatti gli affari tuoi.

Equivalente a (usando fregarsene):

Fregatene!

Te ne devi fregare!

Insomma nelle due forme viste si usa quasi esclusivamente per esprimere un forte disinteresse.

Quando invece voglio mostrare interesse invece in genere non si usano queste due forme.

Si può fare ma solo per negare il disinteresse. Ad esempio:

Non è vero che non mi frega nulla di te

Non è vero che me ne frego di te

Se vogliamo esprimere interesse meglio usare un’altra modalità: usare il verbo importare, di cui abbiamo accennato prima.

Se qualcosa è importante per te, allora a te importa di questa cosa.

A me importa imparare l’italiano

Vuol dire che l’italiano è importante per me.

A te importa qualcosa si me?

La domanda equivale a:

Sei interessato a me?

Sono importante per te?

Posso usare questo verbo anche per mostrare disinteresse, se una cosa non è importante:

A me non importa se mi tradisci

Non ci importa se non venite alla festa

A loro non importa nulla di voi

Questo verbo si può quindi usare sia per mostrare interesse sia disinteresse.

Quando uso “non mi frega” e “chi se ne frega”, sebbene questa forma si usi quasi sempre solo x mostrare un forte disinteresse (ed è anche maleducata come detto) funziona allo stesso modo di importare.

Mi importa = mi frega

Non mi importa = non mi frega =

Non me ne importa = non me ne frega.

“Non mi frega” e “chi se ne frega” si usano soprattutto quando siete arrabbiati:

Non mi frega niente di te!

Lo vuoi capire che non mi frega più nulla di te? Io amo un altra donna!

Lo stesso è con il verbo fregarsene:

Non sei d’accordo con me? Me ne frego!

Me ne frego se non vuoi indossare la mascherina 😷. Indossala e basta!

Adesso la domanda nasce spontanea: quando uso fregarsene e quando uso “non mi frega”?

Sono ugualmente utilizzate. Ma c’è una differenza.

Fregarsene, e quindi ad esempio “me ne frego” è più ostentativa, più forte, denota più sicurezza di sé, ed è anche più provocatoria, sprezzante.

Se qualcosa non ci interessa per niente, se non è importante per noi, se il nostro interesse è rivolto ad altre cose, possiamo dire che non ce ne importa nulla o che, se siamo arrabbiati, che non ce ne frega niente.

Se invece vogliamo mostrare forza, prepotenza, se vogliamo mostrare disinteresse verso le difficoltà e gli ostacoli o verso le opinioni delle altre persone, “me ne frego” (quindi fregarsene) è più indicato. Somiglia molto a:

Vado avanti lo stesso

La cosa mi è assolutamente indifferente

La cosa non mi tange

Me ne Infischio

Posso usarlo anche per combattere un atteggiamento di prepotenza:

Non puoi fregartene di tutti, indossa quella mascherina!

Se te ne freghi sempre di tutti non puoi pensare di risultare simpatico!

Tutti se ne fregano di me. Ma io gli dimostrerò che valgo!

Ci sarebbero anche i verbi “fottersene” e “sbattersene” ma sono molto volgari quindi faccio a meno questa volta di spiegarli.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata con Bogusia, anche lei membro dell’associaizone.

Bogusia: Finalmente è arrivata una ottima spiegazione dell’uso del verbo fregarsene. Si dà il caso che tante volte ho sentito queste diverse frasi e qualcosa non mi tornava. Si poneva la domanda: perché lo usano gli italiani?

Però avevo una fifa blu, non volevo appunto sembrare dura di comprendonio . Ho abbozzato troppo a lungo con questo mio atteggiamento perché per poter ingranare come si deve bisogna smarcarsi dalle diverse paure, darsi alla disperazione non serve neanche. Essere accondiscendenti e dire sempre di si, assecondare chi fornisce le spiegazioni non sufficienti non è cosa.

Diciamo all’insegna dell’amicizia, uno strappo alla regola perché no. Però alla lunga non serve a chicchessia.

Passi che alcuni argomenti non ci interessano, passi pure che non sempre ci gira bene ma non chiedere mai lascia il tempo che trova.

Bisogna prendere e chiedere. Grazie a Doris per aver fatto le pulci a Gianni, si vede che le importa parecchio dell’italiano.

Una ragazza acqua e sapone

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Che tipo di ragazza sei?

Oppure che tipo di ragazza è la tua fidanzata oppure tua figlia o tua nipote?

Se sei fortunato, puoi descriverla come una ragazza acqua e sapone.

Si può dire così di una ragazza che non fa uso di nessun trucco, nessun altro cosmetico al di fuori dei prodotti per l’igiene personale per valorizzare la propria bellezza.

Solo acqua e sapone dunque, che sono i prodotti più semplici al mondo per mantenersi puliti.

Ma si dice così anche delle ragazze sincere e semplici. Molto spesso si tratta di ragazze timide, ma questa non è una condizione necessaria.

C’è anche un’idea di innocenza, di inesperienza e di limpidezza (come l’acqua appunto).

La gioventù è invece necessaria.

Oltre i 30 anni difficilmente si può usare ancora questa definizione

411 – Nel giro di

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Giovanni: sapete che uno degli episodi più cliccati di Italiano Semplicemente è un episodio dal titolo “a stretto giro” che parla della prontezza di una risposta, prevalentemente quando siamo in ambito lavorativo.

Nel linguaggio di tutti i giorni l’espressione diventa “nel giro di

Ad esempio:

Quanto tempo impiegherai a venire a casa mia? (quindi parliamo di tempo).

Risposta: sarò lì nel giro di 5 minuti

Arriverò nel giro di mezz’ora

Nel giro di un’ora sarò a casa tua.

Es:

Mi dici per favore se possiamo vederci domani a pranzo con anche tua moglie?

Risposta: aspetta un attimo, chiamo mia moglie e nel giro di qualche minuto ti faccio sapere.

Si usa il termine “giro” per indicare il tempo che passa, e precisamente le lancette dell’orologio che girano.

Nel giro di 5 minuti significa fondamentalmente “entro 5 minuti”, quindi stiamo dando un tempo massimo. Come dire: prima che le lancette abbiano finito il giro. E il giro in questo caso può valere 5 minuti, 10, 20 o anche 1 mese o di più.

Nel giro di due anni la mia vita cambierà completamente

Se il tempo è abbastanza breve si dice anche:

dammi 5 minuti

O, ancora più sintetico:

5 minuti e ti dico!

1 minuto e sono da te!

Xiaoheng: vorrei dire una cosa io adesso circa questo episodio. Posso?

Bogusia: certo, ti ascoltiamo. da che mondo è mondo siamo un’associazione democratica e tutti possono parlare.

Xiaoheng: bene, volevo dire che oggi mi gira bene, quindi sono felice di partecipare al ripasso.

Dunque, Ordunque, Comunque, Ovunque, Quantunque, Quandunque o chiunque?

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Trascrizione

Giovanni: Oggi impariamo a distinguere tra loro alcuni pronomi e congiunzioni che finiscono con –unque.

Sto parlando di:

Dunque

Ovunque/Dovunque

Chiunque

Qualunque

Quantunque

Comunque

Quandunque

Ordunque

Queste sono le uniche parole che hanno un senso che finiscono con –unque.

Allora: l’episodio consiste, oltre alle spiegazioni, in un esercizio in cui voi potete indovinare quale termine usare in ogni frase

Ad esempio:

— tu ti trovi, io ti raggiungerò.

Dovete suggerire il termine da usare.

E’ chiaro che in questo caso si tratti di OVUNQUE, che indica un luogo qualsiasi. Potrei dire anche un luogo QUALUNQUE.

— a che punto eravamo?

Qui devo usare DUNQUE, perché dunque si usa spesso come alternativa a “allora”, “insomma”.

Esempio:

Hai sbagliato, — devi pagare!

Anche qui ci va DUNQUE, che si usa per indicare una conseguenza logica:

Chi paga la cena? Io sono il più ricco, DUNQUE pagherò io.

Oggi piove, DUNQUE prenderò l’ombrello.

Molto simile a QUINDI e PERCIÒ in questi casi.

Esempio:

— tu ti sforzi, non riesci a parlare in Italiano

Il termine da usare è QUANTUNQUE, simile a “per quanto“, “sebbene“. Stiamo parlando di una quantità qualunque si sforzo. Significa quindi “per quanto grande possa essere” il tuo sforzo.

Esempio:

— il virus dovesse uccidere il 99% dell’umanità, ci sarebbero persone disposte a dire che  non esiste.

In questo caso è QUANDUNQUE, non è molto usato a dire il vero, ma ai giornalisti piace molto. Si usa per indicare un’eventualità, una possibilità, solitamente abbastanza remota. Significa “anche qualora accadesse che“, “anche se dovesse verificarsi“. Simile a “ALLORQUANDO“, che indica sempre una possibilità, una eventualità: ugualmente simili sono “allorché“, e “laddove” e “nel momento in cui”. Quest’ultima è la forma più usata. La forma più semplice per le possibilità è naturalmente “se” ma questa è neutra, non si parla specificamente di lontane possibilità.

Esempio:

—- sia il tuo colore della pelle, per me non fa differenza.

Facile: si tratta di QUALUNQUE, che significa “‘quale che sia“, notazione leggermente più formale.

A volte si può sostituire con “ogni“, tipo nella frase: “devo riuscirci a qualunque costo”. Non sempre potete fare questa sostituzione con “ogni” però.

Altro esempio:

— mi conosca, può dire che sono una brava persona

Sto parlando di persone, quindi non può essere qualunque ma deve essere CHIUNQUE.

Potrei però dire: qualunque persona mi conosca può dire che sono una brava persona.

Avete notato che in queste frasi c’è sempre il congiuntivo?

Chiunque tu sia, devi mettere la mascherina

Qualunque cosa accada io sono qui ad aiutarti

Quantunque sia potente questo virus dobbiamo trovare il vaccino.

E’ così con questi termini, ma non qualunque voi decidiate di usare. Non con tutti i termini.

Infatti dunque, ordunque e comunque non pretendono il congiuntivo.

Altro esempio:

A me non piace insegnare la grammatica, – — ogni tanto, faccio degli episodi grammaticali.

Ecco, questo è un esempio con COMUNQUE, che in questo caso non vuole il congiuntivo.

Ma se io dico:

Comunque vada l’esame, avrò un pensiero in meno.

In questo caso devo usare il congiuntivo.

Altro esempio:

Ti troverò – – – – tu vada.

Stiamo parlando di un luogo, quindi bisogna usare DOVUNQUE oppure OVUNQUE.

Altro esempio:

Lo so che arriverà il vaccino per il corona virus ma sono — poco tranquillo.

COMUNQUE è la risposta, perché comunque ha anche il senso di “in ogni caso“, “ugualmente“, “nonostante questo“.

Andiamo avanti:

Mamma, ho fatto l’esame stamattina!

Risposta della mamma: una sola parola col punto interrogativo. Qual è questa parola?

DUNQUE?

Proprio come “allora?”, “ebbene?”, “insomma?”.

Avanti:

Gli italiani hanno iniziato a mettere sempre la mascherina in pubblico, a mantenete le distanze, a frequentare poche persone, in più i ristoranti, i bar e i centri commerciali sono stati chiusi. Per tutti questi motivi – – – i malati di Covid adesso sono molto diminuiti.

DUNQUE è adatto a questo esempio, trattandosi di concludere qualcosa, ma in questo caso è adatto anche ORDUNQUE, un po’ arcaico forse come termine, e suonerebbe molto strano in bocca ad uno straniero. È adatto perché ordunque si può usare quando il concetto di conclusione è ancora più marcato, oppure quando è una conclusione ovvia, una conclusione o una conseguenza alla quale si voleva arrivare o che vale ancora più di prima.

Se voglio dimostrare qualcosa, alla fine, quando ci sono riuscito, posso usare ORDUNQUE, come à dire “ora, finalmente, sono arrivato al dunque, cioè alla conclusione”.

C’è in concetto del tempo: ora, in questo momento.

Si usa anche per sollecitare, per incitare quando è il momento di fare qualcosa:

Ordunque, cosa stiamo aspettando?

In tutti questi casi, COMUNQUE, potete usare tranquillamente DUNQUE.

Andiamo avanti:

Sono due ore che sto camminando, ma – – – io vada avanti, non riesco a capire quando arriverò a destinazione.

Siamo nuovamente a QUANTUNQUE: per quanto io vada avanti….

Quantunque io studi, non capisco nulla di matematica

C’è qualcosa che non basta, qualcosa che non è sufficiente:

Quantunque io mangi, non riesco a ingrassare

A volte può essere sufficiente un “anche se” senza tra l’altro usare il congiuntivo:

Anche se io mangio/mangiassi molto, non riesco/riuscirei a ingrassare

Anche “sebbene” e “nonostante” possono andar bene:

Sebbene io mangi molto, non riesco a ingrassare

Nonostante io mangi molto, non riesco a ingrassare

Ultimi due esempi:

Io sono qui che ti aspetto, — decidessi di sposarmi.

Siamo ancora ad una possibilità remota. Il senso è: qualora tu decidessi di sposarmi, nel caso in cui, nell’eventualità (abbastanza lontana) che tu possa prendere questa decisione. Quindi la risposta è QUANDUNQUE: si parla di un momento, si parla di tempo.

Cos’hanno in comune tutti questi termini di oggi?

Indicano qualcosa di poco definito:

Chiunque: una persona qualsiasi

Qualunque: una cosa qualsiasi

Quandunque: in un momento lontano non identificato nel futuro

Quantunque: qualcosa che non è sufficiente, che non basta. Non importa quanto, ma non basta

Comunque: In qualsiasi modo, in ogni caso, in ogni modo

Ordunque: si sua per concludere come abbiamo visto: ora, finalmente, dopo tanto tempo. Quanto tempo non è importante, ma è abbastanza per concludere.

Adesso, ordunque, è arrivato il momento di concludere questo episodio, dunque è proprio quello che sto per fare. Chiunque abbia voglia di fare degli esempi, può farlo, quantunque io creda fortemente che sia più importante ascoltare e parlare. Comunque io sono qui per aiutarvi e quandunque vogliate unirvi all’associazione Italiano Semplicemente ne saremo tutti felici: io e tutti i membri vi daremo il benvenuto, qualunque sia il vostro livello o dovunque voi vi troviate.

Un saluto da Giovanni.

410 – La moltiplicazione

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Trascrizione

Giovanni: Il termine moltiplicazione è ovviamente un termine matematico:

due per tre è uguale a 6

Cinque per otto fa quaranta

Sei per nove è pari a cinquantaquattro.

Per esprimere il risultato si può usare “fa”, cioè il vero fare, ma si può dire anche “è uguale a” oppure “è pari a”. Se parlo velocemente non c’è bisogno di usare nulla. Basta il risultato:

cinque per uno, cinque

sei per sei, trentasei

Inoltre il numero 1, quando si parla velocemente, può diventare “un” ma solo se sta all’inizio della frase:

Quindi:

cinque per uno, cinque

Un per cinque, cinque

Sei per uno, sei

Un per sei, sei.

i numeri che vengono moltiplicati si chiamano fattori.

La moltiplicazione si usa anche fuori dalla matematica, quando si vuole indicare l’aumento di una quantità, ma si tratta di un aumento che si ripete più volte, con insistenza, quindi di un reiterato accrescimento numerico, quantitativo o d’intensità.

La moltiplicazione dei contagi del virus

La moltiplicazione dei pani e dei pesci (il miracolo operato da Gesù)

La moltiplicazione in matematica si chiama anche prodotto.

osso quindi dire che se cinque per sei fa trenta, allora il prodotto di cinque e sei fa trenta.

Oppure che:

la moltiplicazione tra cinque e sei produce un risultato pari a trenta.

In questa frase ho usato prima il prodotto e poi  ho detto che questo prodotto produce come risultato un numero pari a 30.

Questa parte finale posso in realtà usarla in ogni operazione elementare. “Produrre un risultato” si usa nella matematica in generale e non è relativo solo ai “prodotti”.

Posso anche dire che:

la somma (+) tra due e tre produce come risultato un numero pari a cinque

La divisione (/) tra 10 e due produce un numero pari a cinque

La sottrazione (-) tra 10 e 9 produce un numero pari a uno.

Infine “produrre un risultato” si utilizza normalmente anche per indicare una performance, cioè il rendimento o l’esito di un evento.

Che risultato ha prodotto la produzione l’elezione americana? Ha prodotto la vittoria di Biden

Che risultato hai prodotto al lavoro? Ho prodotto ottimi risultati.

Che risultati ha prodotto Emanuele a scuola? Eccellenti risultati direi.

Vediamo se i membri dell’associazione hanno prodotto un bel ripassino delle puntate precedenti:

Rauno (Finlandia): Ok, allora nulla quaestio se inizio io?

Sofie (Belgio): Per me va bene. Fermo restando che sarebbe inutile contraddirti, visto che ormai hai iniziato!

Ulrike (Germania): Quindi il problema di chi inizia non si pone!

Irina (Stati Uniti):  Io volevo dire che siamo arrivati a qualcosa come 410 episodi con quello di oggi!

Xiaoheng (Cina): io invece volevo dire che stamattina mi sono imbattuta in un verbo sconosciuto: scartabellare!

Doris (Austria): Embè? Che problema c’è? Prima o poi Giovanni, bontà sua, ce lo spiegherà!

Andrè: direi che la frase giusta per concludere questo episodio dedicato alla moltiplicazione è: tutti per uno, uno per tutti! 

la moltiplicazione

A colpo sicuro

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A colpo sicuro” è una frase che si usa per indicare sicurezza.

Significa “sapendo di non sbagliare” e si utilizza quando si deve fare qualcosa che normalmente nasconde dei rischi ma fortunatamente stavolta conosco già il risultato finale.

Ad esempio:

Devo andare a Roma ma ho paura di trovare traffico.

Un consiglio: se vai nel mese di agosto vai a colpo sicuro. Stanno tutti in ferie!

Dove posso andare per non contrarre il covid?

Non muoversi da casa è l’unico modo per andare a colpo sicuro.

Si può usare anche “botta” al posto di “colpo” ma è più informale:

Quale sito scegliere per imparare l’italiano?

Con Italiano Semplicemente vai a botta sicura.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Un saluto da Giovanni.

409 – Fermo restando

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Giovanni: Una locuzione abbastanza comune ma allo stesso tempo abbastanza difficile da capire per un non madrelingua è “fermo restando”.

Cercherò di dirlo nel modo più sintetico possibile.

Fermo restando si utilizza quando quello che stiamo per dire potrebbe portare a pensare qualcosa di diverso dalla realtà. Abbiamo paura che la nostra affermazione porti fuori strada il nostro interlocutore. Abbiamo paura di non riuscire a far capire bene il nostro punto di vista, il nostro parere.

Allora con “fermo restando” si introduce una affermazione che è la vostra idea principale sull’argomento, poi fate seguire un’altra affermazione, che è una cosa meno importante, oppure di pari importanza, quindi voi state aggiungendo qualcosa, che è qualcosa in più, una precisazione meno importante, oppure qualcosa della stessa importanza che però da sola non basta a chiarire la vostra idea.

Il motivo principale è però che non volete essere fraintesi. Per questo utilizzate “fermo restando“.

Facciamo prima a fare degli esempi. Se tu mi chiedi: Chi preferisci tra Trump e Biden?

Io potrei rispondere:

Fermo restando che io credo che siano entrambi non adatti a fare il presidente degli Stati Uniti per via della loro età, tra i due preferisco Biden oppure Trump

Ecco, quindi io ho espresso la mia preferenza, ma ho preferito chiarire che in realtà a me non piace nessuno dei due. Dovendo scegliere comunque sceglierei Biden oppure Trump.

E’ un’espressione che potete sostituire con “comunque“, oppure “ad ogni modo“, che però generalmente si trovano nella seconda parte della frase. “Fermo restando” invece sta prima o dopo, potete scegliere.

Vediamo altri esempi.

Fermo restando che secondo me si deve anche parlare il più possibile, se volete imparare l’italiano, più si ascolta e meglio è.

A me piacciono  molto i dolci, fermo restando che preferisco non mangiarli perché ho il colesterolo alto!

Potete quindi invertire:

Fermo restando che preferisco non mangiare dolci perché ho il colesterolo alto, a me piacciono  molto i dolci.

Questa frase può diventare:

A me piacciono molto i dolci, comunque preferisco non mangiarli perché ho il colesterolo alto!

A me piacciono  molto i dolci, ad ogni modo preferisco non mangiarli perché ho il colesterolo alto!

Vediamo un altro esempio:

Mi piace guidare la Ferrari, fermo restando che non andrei mai a più di 160 all’ora perché ho paura dell’alta velocità!

Adesso vediamo un breve ripasso degli episodi precedenti, fermo restando che se avete dubbi meglio andare a leggere o ascoltare l’espressione che non capite.

Anthony: Ormai che il congresso virtuale che ho organizzato con dei colleghi italiani è finito, MI TOCCA scrivere tantissime mail di ringraziamento per far loro conoscere il nostro apprezzamento per la loro disponibilità e partecipazione. Mi chiedo però se io possa fare UNO STRAPPO ALLA REGOLA e saltare questa norma di comportamento professionale.

Scherzo. Questa era solamente UNA DOMANDA RETORICA. So infatti di dover ATTENERMI a questo onere altrimenti DITEMI VOI se parteciperanno DI BUONA LENA la prossima volta!

Il fatto è che a scrivere queste lettere sono sono più che un po’ RESTIO perché mi risulta sempre difficile evitare toni RUFFIANI. Dunque, FERMA RESTANDO questa mia titubanza, è giunto il momento di ROMPERE GLI INDUGI e iniziare a scrivere queste maledette email.

24 – La gamma e l’assortimento – ITALIANO COMMERCIALE

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Trascrizione

Lezione 24 di due minuti con Italiano commerciale.

Il termine gamma è molto usato nel commercio, soprattutto nella pubblicità:

Il nostro negozio ha una vasta gamma di prodotti per animali

Abbiamo a disposizione un’ampia gamma di prodotti biologici

Possiamo offrirvi una gamma completa di prodotti per la casa

Se desidera prodotti di qualità, ha a disposizione un’ampia gamma di possibilità.

Dunque parliamo di una vasta scelta, stiamo dicendo che ci sono molte possibilità di acquisto di prodotti di quel tipo.

Parliamo di un ambito determinato di prodotti, di una topologia di prodotto.

Se un cliente chiede:

Vendete dei monitor per PC?

Se ne avete di molte tipologie diverse potete rispondere:

Certo, ne abbiamo una vasta gamma

Venga con me, vedrà che ne disponiamo di un’ampia gamma: 12 pollici, 15 pollici, leggeri, ad alta definizione eccetera.

Naturalmente! C”è un’ampia gamma/possibilità di scelta a seconda delle sue preferenze e della disponibilità economica.

E’ però importante dire che il termine più adatto a sostituire gamma è: “assortimento“. Assortimento è più professionale e più adatto alla forma scritta.

C’è un vasto assortimento di prodotti disponibili

L’assortimento di cravatte è molto vasto: ce ne sono di vario colore e disegno.

Il negozio dispone di un vasto assortimento di giocattoli.

Gamma e assortimento: Parliamo in generale di una serie di oggetti che si differenziano tra loro per alcuni particolari e offrono possibilità di scelta.

Il termine assortimento ha anche un utilizzo aggiuntivo. Serve ad indicare l’operazione mediante la quale si raggruppano merci che presentano le stesse caratteristiche.

L’assortimento di cravatte si trova in fondo a destra

In un supermercato i prodotti vengono infatti assortiti, cioè raggruppati per tipologia. Altrimenti i clienti non riuscirebbero a trovarli.

Esiste infatti il verbo assortire.

Assortire un negozio ad esempio significa rifornire il negozio di varie qualità di merce.

Solo in questo modo il negozio diventerà assortito.
E solo in questo modo potrete dire che nel vostro negozio c’è un vasto assortimento di merce.
Se avete solo un tipo di computer, solo un tipo di monitor e solo un tipo di carta per stampanti non potrete dire che avete un vasto assortimento di prodotti, neanche se avete 1 milione di prodotti in vendita.

Le spinte, le spintarelle e i calci nel sedere

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Buongiorno. Allora oggi vediamo un secondo significato del “calcio nel sedere“.
Nello scorso episodio vi ho detto che oltre al senso proprio che è quello di colpire il sedere di una persona col piede, c’è il senso di avere una mancanza assoluta di riguardo per una persona.

Date un’occhiata all’episodio o guardate il video se non ricordate. Ma dare un calcio nel sedere è anche un’immagine per indicare un aiuto ad una persona.

Si usa molto spesso in ambito lavorativo, e naturalmente l’espressione è informale.

Dare un calcio nel sedere ad una persona può significare “aiutare” una persona ad ottenere qualcosa. Qualcosa che questa persona non avrebbe ottenuto senza quel calcio.

In questo caso si usa il verbo “dare“: dare un calcio nel sedere e non prendere a calci nel sedere, come avevamo visto nello scorso episodio.

Questo calcio sarebbe quindi un aiuto a questa persona, un aiuto però illegittimo, o almeno ingiusto e antidemocratico.

In questi casi, in senso meno volgare si parla molto più spesso di una “spinta” o una “spintarella“, che significa piccola spinta, cioè in pratica un aiutino.

Se vogliamo esprimerci invece in modo più preciso e corretto si parla di favoreggiamento o raccomandazione. Il senso è lo stesso: un aiuto illegittimo.

Ad esempio:

Giovanni per ottenere quel posto di lavoro si è trovato una spinta.

Giovanni ha trovato quindi una persona che l’ha aiutato per ottenere quel posto di lavoro.

Per superare l’esame di matematica all’università c’è stato bisogno di una spintarella.

Stiamo parlando, sia ben chiaro, di un aiuto illecito, di qualcosa che non si dovrebbe fare.

Farò il concorso per diventare dirigente, ma non voglio nessuna spinta.

Disegno di Doris

Sicuro? non vuoi neanche una spintarella? Conosco un uomo molto importante che un calcetto nel sedere te lo potrebbe dare.

Sicurissimo, voglio farcela da solo. Senza alcuna raccomandazione.

Oppure:

Hai visto quel medico? E’ un vero incapace, ma è diventato in pochissimo tempo il medico più importante dell’ospedale a forza di calci nel sedere.

Ecco: usiamo i “calci nel sedere” soprattutto quando questa cosa non ci piace, quindi per manifestare una disapprovazione verso questi atti illegittimi.

D’altronde cos’è una spinta? Il termine spinta normalmente è usato per indicare la pressione su un oggetto o su una persona per farla spostare: Se date una spinta ad una bottiglia che si trova su un tavolo, questa bottiglia cade a terra, o comunque si sposta. Si usa il termine spinta anche quando occorre spingere l’automobile per farla partire:

Qualcuno mi aiuta a dare una spinta alla mia auto?

Lo stesso con una persona: una spinta provoca uno spostamento: quando due persone litigano e passano alle mani, possono iniziare a spingersi l’un l’altro. In effetti le spinte spesso hanno questo senso negativo: un atto fisico che serve a far cadere qualcosa.

La spinta di cui parliamo oggi serve invece a far superare un esame, serve ad aiutare una persona a ottenere un posto di lavoro. Dunque sarebbe un aiuto, ma resta un atto negativo, perché questa “spinta” favorisce questa persona ma sfavorisce tutte le altre persone.

Un’ultima cosa: la spinta in generale non ha solo un senso negativo. Infatti ha anche il senso di “incitazione“, quindi ad esempio la tifoseria allo stadio dà una spinta alla squadra, la incita, la spinge dunque.

Spinta quindi ha anche il senso di stimolo, da dare anche, ad esempio, ad una persona quando è indecisa. Ad esempio per intraprendere un’attività, o in generale a prendere una decisione. In questi casi non è necessariamente negativo. Può anche essere molto positivo.

Però non è certo il caso di usare “i calci nel sedere” in questi casi, a meno che questa persona sia veramente dura di comprendonio!

Prendere a calci nel sedere

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Trascrizione

Buongiorno. Lascio la parola a mia figlia Elettra.

Elettra: Benvenuti su italianosemplicemente.com io sono Eletta e oggi parliamo di “calci nel sedere”.

Forse non dovrei parlarvi di questo… Non è molto gentile.

Il fatto è che i calci nel sedere sono usati in diversi modi nel linguaggio di tutti i giorni.

Allora: calci è il plurale di calcio, ma non parlo dello sport, ma del colpo che si dà col piede.

Se io do un calcio alla palla vuol dire che colpisco la palla col piede. Per questo motivo lo sport del calcio si chiama così. Perché si colpisce la palla coi piedi.

Infatti calciare significa colpire la palla col piede.

Allora dare il calcio nel sedere a una persona vuol dire colpire questa persona col piede. E questo colpo viene dato al sedere di questa persona.

Questo è il senso proprio, quello materiale della frase “dare un calcio nel sedere”.

Ma questa frase “dare un calcio nel sedere” può essere usata anche in senso figurato.

Quando qualcuno non ci piace perché ci crea problemi; non solo: quando vorremmo eliminare questo problema; non solo: quando questa persona ci ha offeso, ci ha fatto arrabbiare, di potrebbe venir voglia di cacciar via questa persona in modo brusco e senza alcun riguardo.

In poche parole ci viene voglia di dargli un calcio nel sedere.

Se non parliamo di persone, è sufficiente dare un calcio, sempre in modo figurato:

Dare un calcio alla sfortuna significa cacciar via la sfortuna, allontanare la sfortuna.

Si può anche dare un calcio alla fortuna però, e questo avviene quando non approfittiamo di un’occasione fortunosa.

Se ad esempio l’uomo più ricco del mondo chiede a Maria di sposarlo, Maria potrebbe non accettare questa proposta. Allora potremmo dire che Maria ha dato un calcio alla fortuna.

Ma dare un calcio nel sedere si può usare solo nei confronti delle persone, perché solo loro hanno un sedere, che è, come sapete, la parte posteriore del corpo. Si chiama anche in questo modo infatti: il posteriore.

Quando si dà un calcio nel sedere ad una persona può essere per diversi motivi.

Questa persona ha fatto qualcosa di sbagliato e voglio punirla. Allora la colpisco con un calcio nel sedere.

Sinceramente questo è un atto di rabbia e di prepotenza, uno sfogo personale che diventa violenza fisica.

Ma in senso figurato (e non fisico) possiamo usare questa espressione per allontanare, per cacciar via una persona senza mostrare alcun rispetto, quindi senza alcun riguardo, come ho detto prima.

Ad esempio se io sono il direttore di un’ azienda posso dire:

Giovanni mi sta creando un sacco di problemi. Se insiste con questo comportamento lo caccio dall’azienda a calci nel sedere.

Questo non è naturalmente un modo formale di esprimersi, e neanche un modo educato.

È invece un’espressione che mostra una forte arrabbiatura nei confronti di una persona che col suo comportamento non merita alcun rispetto.

Allora non dico:

Giovanni va allontanato

Mi devo liberare di Giovanni

Devo cacciar via Giovanni

Giovanni va eliminato

Invece, sono molto arrabbiato e manifesto questo mio sentimento avverso con una esclamazione più forte:

Giovanni va cacciato a calci nel sedere

Lo mando via a calci nel dedere

Posso usare anche il verbo prendere: prendere a calci nel sedere.

Se uso questo verbo sono ancora più arrabbiato:

Se non te ne vai da solo, ti prendo a calci nel sedere!

Questa è oltretutto un’espressione che può diventare ancora più volgare:

Giovanni va cacciato a calci nel/in culo!
Lo prendo a calci in culo!
Se non te ne vai ti prendo a calci in culo!

Ovviamente posso usare l’espressione anche per indicare che sono stato trattato senza rispetto, senza riguardo:

Sono stato trattato a calci nel sedere!
Perché dopo tanti anni di servizio vengo preso a calci nel sedere?

Non è giusto essere trattato a calci nel sedere!

Insomma essere presi o trattati a calci nel sedere significa essere trattati male, malissimo, senza rispetto, senza riguardo, senza umanità, senza gratitudine.

Se uso questa espressione per lamentarmi di come io sono stato trattato è perché credo ci sia stata un’ingiustizia.

Volendo, anche in amore potrei dire che la mia fidanzata mi ha trattato a calci nel sedere se non non ha avuto rispetto per me, è un’espressione molto forte naturalmente.

Anche qui c’è mancanza di rispetto, di gratitudine. È simile a “essere trattati come un cane“.

Ma non ho detto ancora il secondo significato dei “calci nel sedere” . Un significato stavolta positivo.

Ne parliamo nella seconda parte dell’episodio domani.

408 – Non si pone

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Video

  • Trascrizione

    Giuseppina: Vi siete mai posti il problema di conoscere il significato del verbo porre?

    Ne abbiamo parlato nella lezione 19 del corso di Italiano Professionale, dove si è parlato di porre una domanda.

    In quel caso porre è analogo a fare, che è più informale: “fare una domanda” è come “porre una domanda”.

    Anche un dubbio si può porre, e la cosa è del tutto simile alla domanda.

    Porre in questo caso ha un senso simile a mostrare, esporre, far vedere, presentare, far emergere, verificarsi.

    State ponendo una questione, la state cioè mettendo all’attenzione delle persone con cui parlate.

    Oggi però vorrei parlarvi di “si pone” e di “non si pone“, quando parliamo di problemi e di questioni, cioè con le cose di cui parlare.
    Il senso è: ha senso parlare di una cosa? Il problema esiste veramente? E’ il caso di parlarne? Cioè il problema si pone o non si pone?

    Signori, si pone un problema a questo punto.

    Significa che c’è un problema, che è emerso un problema, che bisogna affrontare un problema. E’ il caso di parlarne.

    Se invece dico:

    Il problema non si pone

    Significa che non c’è alcun problema. Non è il caso di parlarne. Facciamo qualche esempio:

    E’ una bella giornata. Se oggi avesse piovuto, non saremmo potuti andare al mare. Ma il problema non si pone.

    Quindi vedete che quando usiamo “non si pone” è perché non siamo in quel caso, non siamo in quell’eventualità. Infatti oggi è una bella giornata, non piove, quindi il problema che è stato posto, in realtà non si pone.

    Si pone una questione a questo punto:

    Quando uso “si pone” e “non si pone” posso anche parlare di una persona.

    Ad esempio “Giovanni si pone dei limiti” oppure “Francesca si pone in contrasto con Giovanni” o “Giuseppe si pone in contrapposizione con l’azienda” eccetera.

    Ma in realtà in questo episodio volevo parlarvi solamente di problemi e questioni che si pongono oppure che non si pongono, cioè problemi o questioni che emergono e quindi di cui si deve parlare oppure no.

    Questo è quanto. Ah no, manca ancora il ripasso del giorno:

    Ulrike:
    Datemi manforte con un consiglio amici. Ieri mi sono trovata a tu per tu con una mia amica. Lei mi ha colto/a alla sprovvista dicendo che il Covid 19 non esiste. Al che ho perso la pazienza e le ho risposto duramente cioè le ho dato dell’l’imbecille senza mezzi termini. Lei c’è rimasta malissimo.

    Irina:
    Può darsi che tu abbia calcato troppo la mano, il che sarebbe del tutto comprensibile però. Come si fa ad ignorare le notizie giornaliere su un continuo crescendo dei nuovi casi di contagio col virus? Ma dimmi tu!

    Lia:
    Tant’è vero che c’è anche un crescendo del numero dei pazienti ricoverati in ospedale, ragion per cui si paventa un collasso del sistema sanitario. Urge una svolta sennò ne pagheremo uno scotto mortale.

    Doris:
    Torniamo a bomba amici. Ulrike ci hai chiesto un consiglio. Allora io penso proprio che la tua amica sia da prendere con le molle con le sue fesserie sul Covid, ma secondo me devi comunque smorzare i toni nei suoi confronti. È sempre un’amica.

    Sofie:
    Hai proprio ragione Doris. Ci basta che il Covid stia rovinando la salute e l’economia dei paesi. Sarebbe troppo dover annoverare fra i suoi postumi anche la perdita di amicizie.

Giochiamo con: ci, ce, ne e lo

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Video con sottotitoli

Ce, ci, ne, lo

Trascrizione

Giovanni: Facciamo un bell’esercizio oggi.
Io vi faccio una domanda e voi date la risposta cercando di usare ci, ce, ne e lo.
Se ad esempio io dico:
Vuoi un po’ d’acqua?
Risposta:
grazie, ne voglio un bicchiere.
Oppure:
Non so, ci penso un attimo
Ovviamente scegliete voi la risposta, perché in alcuni casi potreste usare anche altre particelle o anche il pronome lo (oppure le, la, gli, li).
Domanda:
Quanto tempo/minuti impieghi la mattina per andare al lavoro?
Risposta 1: ci metto 20 minuti
Risposta 2: ci vogliono 20 minuti
Risposta 3: di minuti ne impiego 20
Risposta 4: ce ne metto 20 di minuti.
—-
Domanda: Vuoi venire in Italia con me?
Risposta 1: ok, ci penso e ti faccio sapere.
Risposta 2: te lo faccio sapere domani

Domanda:
Dimmi, cosa pensi di Giovanni? È una brava persona?
Risposta: credo di sì, io ne penso bene.

Domanda: Pensi ancora che io sia attraente?
Risposta: si, lo penso ancora

Vuoi venire con me? Pensaci.
OK, ci penso.

Vuoi questo regalo?
Si grazie, lo voglio

Quanti regali vuoi?
Ne voglio mille!

Credi agli ufo 🛸 ?
Si, ci credo
No, non ci credo

Mi dici il tuo nome?
Certo che te lo dico.
No, non te lo dico!

Sei sicuro che sia così?
Si, ne sono sicuro
No, non ne sono sicuro

Giureresti di dire la verità?
Si, ci giurerei
No, non ci giurerei

Vuoi dei baci? Quanti?
Si, ne voglio molti!
No, non ne voglio

Adesso prova a mettere la particella o il pronome all’inizio e poi alla fine. Se ad esempio io dico:
Mangia due mele.
Tu dici:
Di mele ne mangi due.
Mangiane due
—-
Prova due paia di scarpe e basta.
Ne provi due e basta
Provane due e basta

Approfitti di questa occasione?
Ne vuoi approfittare di questa occasione?
Di questa occasione vuoi approfittarne?

Cosa vogliamo fare di questi libri?
Cosa ne vogliamo fare?
Cosa vogliamo farne?

Vuoi parlare di questo problema con tua madre?
Ne vuoi parlare con tua madre?
Vuoi parlarne con tua madre?
Che ne dici? Vuoi parlarne con lei?
Glielo vuoi dire a lei?
Gliene vuoi parlare a tua madre?

Ti invito a giocare con Matteo
Ci vuoi giocare con Matteo?
Giocaci con Matteo

Paolo ha bisogno di aiuto. Vuoi aiutare Paolo?
Lo vuoi aiutare?
Vuoi aiutarlo?

I ragazzi ti chiedono aiuto. Chiedi loro cosa vogliono.
Gli vuoi chiedere cosa vogliono?
Vuoi chiedergli cosa vogliono?

Fossi in te, proverei a fare l’esame domani. Cosa pensi di questo?
Che ne pensi, vuoi fare l’esame domani? Fossi in te ci proverei!
Ci vuoi provare a fare l’esame domani?
Vuoi provarci?

Scommetteresti sulla vittoria del Barcellona?
Ci scommetteresti?
Prova a dare una risposta:
Es:
Sì, ci scommetterei!
Non ci scommetterei proprio!

Prova a dare una risposta:
Vuoi un altro esercizio?
Sì, grazie, ne vorrei un altro.
No, non ne voglio altri
Vuoi pensarci un po’ ancora?
Sì, grazie, ci penso un po’
Sì, grazie, vorrei pensarci un po’.

Sei sicuro?
Sì, ne sono sicuro
No, non ne sono sicuro.

Mi vuoi sposare?
Sì, lo voglio
No, non lo voglio

Vuoi dei figli?
No, non ne voglio
Sì, ne voglio 5

Vieni a Roma domani?
Sì, certo che ci vengo

Hai voglia di venire a Roma?
Sì, ne ho voglia.
No, non ne ho voglia

Hai dei dubbi?
Sì, ne ho qualcuno.
No, non ne ho nessuno

Dici tu agli zii che non andiamo alla festa? risposta:
1) si’ ci parlo io
2) si’, non ti preoccupare, ci penso io.
3) dirglielo? Non ne vedo il motivo.
4) se ce lo chiedono, glielo diciamo

Quando parliamo del problema?
Ne parliamo adesso.
Parliamone adesso
Non ne voglio parlare

Riesci ad arrivare in tempo per la riunione?
1) dubito di riuscirci
2) arrivero’ un po’ tardi, ma ce la farò
3) alla riunione non ci sarò
4) no, me ne frego della riunione
5) Sai cosa ti dico? Di questa riunione me ne infischio proprio!

Hai fatto il tampone prima di partire per il Brasile?
Risposta 1: certo, ne ho fatti due!
Risposta 2: sì, il primo me lo sono fatto ieri. Il secondo me lo faranno fra una settimana.
Risposta 3: Ma no, non ci credo ai tamponi.
Risposta 4: leri sono andato dal medico ma non ne aveva più.

Sai che abbiamo finito l’esercizio?
Sì, lo so.
No, non lo sapevo
—-
Vorresti altri esercizi come questi?
Sì, ne vorrei altri
No, non ne vorrei altri

André: Stasera preparerò delle caipirinha, chi vorrebbe provarle?
1: ne vorrà sicuramente un bicchiere anche Anthony
2: purtroppo non ci starà Ulrike
3: le berrà tutte Giovanni

Allarme covid: le regioni italiane sono state suddivise in diversi colori a seconda della gravità.
Sofie: Lo hai capito tu su quale base vengono attribuiti i colori alle regioni italiane?
1: no, io non ci capisco niente!
2: No, ne ho sentito parlare ma ho l’impressione che cambino tutti i giorni.
3: se vuoi saperne di più ti consiglio di telefonare al presidente. Ci pensi lui a spiegartelo!

Allora la facciamo finita?
1) facciamola finita subito!
2) basta, non ne posso più!
3) ok, ci vediamo domani?

A caldo e a freddo

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Trascrizione

Benvenuti su italianosemplicemente.com io sono Giovanni e oggi parliamo di “temperature“.

Parliamo di caldo e di freddo, che con la preposizione “a” davanti diventano una frase (anzi, due frasi) con un significato preciso.

Fare qualcosa “a caldo” significa fare questa cosa poco dopo l’accaduto. Poco dopo che è successo qualcosa.

Parliamo di emozioni, quindi “a caldo” si intende quando ancora è ancora viva l’emozione.

Ad esempio:

Ho saputo del risultato delle elezioni e la mia reazione a caldo è stata di gridare a squarciagola: abbiamo vinto!!

Quando si dice che bisogna contare fino a 10 prima di rispondere quando riceviamo un’accusa o un’offesa in pratica stiamo consigliando di non reagire a caldo, di aspettare un po’, perché avrebbe la meglio l’istinto e non la ragione.

Aspettare 10 secondi serve a far raffreddare le emozioni e a far prevalere la ragione sull’istinto. Questa è una reazione a freddo.

Normalmente “a caldo” e “a freddo” si usano in questo modo, quando si parla di risposte, di reazioni, ma si può usare anche quando parliamo di fare movimenti a caldo o a freddo.

Se faccio attività sportiva ed inizio a fare esercizi molto intensi, senza riscaldamento muscolare, posso anche farmi male. Allora è meglio non fare dei grossi sforzi a freddo o movimenti particolari.

In questo caso meglio fare questi movimenti a caldo,dopo che ci siamo riscaldati.

La preposizione “a” anche in questo caso ha un significato simile a “quando“, nel senso che indica un momento preciso, proprio come abbiamo già visto nella frase “a babbo morto”.

Ci vediamo alla prossima espressione. Un saluto da Giovanni.

A presto (ecco un altro esempio).

👋 Ciao

407 – A buon mercato

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Video in costruzione

Trascrizione

Giuseppina: Quanto costa un computer?

Esistono computer cari, cioè che costano molti soldi e esistono computer a buon mercato.

Certo, un computer non si trova in vendita al mercato, perché al mercato si trova frutta, verdura, carne e pesce, quindi generi alimentari.

Ad ogni modo quando il prezzo di un qualsiasi prodotto è basso possiamo dire che quel prodotto è a buon mercato.

Significa che costa poco, che si può acquistare con poca spesa, che è un prodotto economico.

Si dice anche che è a buon prezzo.

C’è però, attenzione, anche qualcosa in più in un prodotto a buon mercato. Anche la qualità è più bassa.

Ma c’è anche un’altra cosa da dire sulla frase “a buon mercato“.

Esiste infatti l’espressione “cavarsela a buon mercato” che si usa quando una persona deve pagare non per un prodotto ma per una colpa.

Se si fa qualcosa di sbagliato e le conseguenze non sono troppo negative, ebbene si può dire, spesso in modo ironico, che questa persona se l’è cavata buon mercato.

Quindi non andata troppo male, il prezzo da pagare non è stato così alto come ci si aspettava.

Si usa in modo ironico; si intende dire probabilmente che le conseguenze dovevano essere peggiori.

Vediamo qualche esempio:

Due studenti non hanno studiato ma il professore è stato buono e ha deciso solamente di a sgridarli, senza mettere loro un brutto voto.

Possiamo sicurente dire che i ragazzi se la sono cavata a buon mercato.

Insomma, non gli è andata così male come poteva accadere.

Un secondo esempio:

Mio figlio rientra alle 4 del mattino quando invece diceva rientrare a mezzanotte.

Appena arriva io gli dico: stavolta non te la caverai a buon mercato. Non uscirai più per un mese, così impari a trasgredire alle regole!

Giovanni: Bene ragazzi e grazie mamma. Adesso ascoltiamo un ripasso delle puntate precedenti dalle voci di Irina, Ulrike ed Hartmut, membri dell’associazione italiano semplicemente.

Irina: Mi fa specie che nostro figlio mi dia volontariamente manforte ai lavori domestici oggi ..
Di solito, trova sempre un pretesto per smarcarsi da queste mansioni o li esegue a malincuore. Metterei la mano sul fuoco che non si è attenuto alle regole a scuola e molto probabilmente ha combinato dei guai .
Ulrike: può darsi . beh. In ogni caso sembra che abbia la coscienza sporca e ora fa il ruffiano affinché non gli facciamo una cazziata. Comunque sbaglia di grosso a pensare di farla franca.
Hartmut: ma vi pare! Si dà il caso che voglia fare un figurone nei confronti della nostra tata poiché l’ha preso una cotta per lei. Altro che storie!

A chi tocca non s’ingrugna

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Trascrizione

A chi tocca non s’ingrugna è una frase che si usa quando non bisogna arrabbiarsi se si è colpiti dalla sfortuna.

È un invito a non arrabbiarsi, a non intristirsi in questi casi.

Chi è colpito dalla malasorte, dalla sfortuna, non deve arrabbiarsi, non se la deve prendere, non deve ingrugnirsi, ma la deve accettare serenamente.

Ingrugnirsi deriva dal termine grugno che è viso del maiale 🐷.

Questo termine si usa anche per indicare un’espressione triste o arrabbiata.

Un po’ come la faccia che fanno i bambini quando non ottengono quello che vogliono.

Si ingrugniscono sempre i bambini quando perdonono e anche quando si offendono.

Si dice anche “mettere il grugno” immusonirsi, fare il muso o mettere il muso.

A chi tocca non s’ingrugna

Facciamo un gioco? Chi perde paga 1000 euro. Però mi raccomando, a chi tocca non s’ingrugna, ok?

Si usa spesso nei giochi, dove si vince e si perde, e spesso questo dipende dalla fortuna o dal caso.

A chi tocca” significa “alla persona che perderà” , oppure “a chi capiterà la sfortuna”, chi sarà colpito dalla malasorte.

Si usa spesso nella lingua italiana informale il verbo “toccare” in questo modo:

La morte prima o poi tocca a tutti

A chi tocca lavare i piatti?

Quando toccherà a me vincere la lotteria?

In quest’ultimo caso si tratta di fortuna, ma la maggioranza delle volte non è mai così.

Abbaiare alla luna

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Trascrizione

Avete mai abbaiato alla luna? Sicuramente vi sarà successo, ma non come fanno i cani o i lupi.

Intendo dire, vi è mai successo di prendervela con qualcuno che però non reagisce per niente? In quel momento capite che state abbaiando alla luna, proprio come fanno i cani o i lupi che abbaiano contro la luna, forse per protestare per la luce eccessiva. Non sperate che la luna vi risponda! La luna non risponderà.

Ebbene, questa espressione si usa spesso con i figli, che non ascoltano mai i genitori, e i genitori continuano quindi ad abbaiare alla luna.

Potete usarla comunque con chiunque per indicare che la vostra protesta non sortisce alcun effetto apparente sul destinatario.

Non mi ascolti mai, con te è come abbaiare alla luna!

Ho provato a protestare con il direttore ma come al solito mi sembra di abbaiare alla luna!

Se non vogliamo usare l’immagine della luna potremmo dire “imprecare a vuoto“, Il significato è sempre lo stesso: agitarsi inutilmente, protestare inutilmente, inveire inutilmente.

 

Restare a bocca asciutta

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Video con sottotitoli

Trascrizione

Ancora una frase fatta, un modo di dire, un’espressione idiomatica.
Io sono Giovanni e quello che state ascoltando è un altro episodio di italianosemplicemente.com.

Cosa succede se a ora di pranzo o di cena scoprite che non c’è nulla da mangiare?

Restate a bocca asciutta.

Questo è quello che succede: restate a bocca asciutta.

Asciutta è il contrario di bagnata e umida anche. Simile a secca. Insomma senz’acqua. Ci si riferisce all’acquolina, che si forma nella nostra bocca quando mangiamo. Ma siccome non c’è nulla da mangiare, la nostra bocca rimane asciutta.

Una frase informale che potete però usare ogni volta che si prevedeva di ottenere qualcosa, non solo cibo, ma alla fine non si ottiene nulla.

Faccio un esempio:

Ci sono le elezioni e uno dei candidati è sicuro si vincere e invece viene sconfitto. Credeva si essere eletto e invece è restato a bocca asciutta.

Si può usare anche il verbo rimanere.

È rimasto a bocca asciutta.

Non è mai piacevole rimanere a bocca asciutta.

Avete mai visto cosa succede quando durante un compleanno un bambino non ha il suo pezzo di torta?

La torta finisce e lui resta senza niente, rimane a bocca asciutta nonostante le premesse favorevoli.

C’è insoddisfazione naturalmente. Si potrebbe dire rimanere insoddisfatti, delusi dopo avere sperato in qualcosa.

Sarà per la prossima volta.

Ripeti dopo di me:

Sono rimasto a bocca asciutta

Spero di non rimanere a bocca asciutta

Attento, potresti restare a bocca asciutta

La Juventus quest’anno resterà a bocca asciutta.

Ci sentiamo alla prossima espressione italiana.

Ps: notare come “a” in questa frase ha il senso di “con”. Succede anche in altre frasi simili:

Uscire a testa alta

Rimanere a pancia vuota

Fare a modo mio

Abbassare la cresta

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Video con sottotitoli

Trascrizione

Abbassare la cresta è una frase fatta che si sente spesso in Italia.

Una frase divertente, ma è anche un po’ offensiva che significa varie cose.

Se io ti dico che devi abbassare la cresta può significare:

– non fare l’arrogante

– non fare il presuntuoso

– non avere così tante pretese

– cerca di rispettarmi di più

– scendi dal piedistallo

– non fare il superiore

È una frase che si dice a chiunque cerchi di fare il prepotente o che ha troppe pretese.

Per capire bene dovete sapere che la cresta è ciò che i galli hanno in testa. La cresta è di colore rosso.

E il gallo, si sa, vuole essere il Re 👑 del pollaio. Il gallo 🐓 tiene sempre la cresta alta, a meno che perde il combattimento con un gallo più forte di lui.

A quel punto abbassa la cresta.

Questo per riconoscere la superiorità dell’avversario.

Un’espressione che arriva dal mondo contadino dunque.

Ci vediamo alla prossima frase fatta.

64 – Attenersi

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Descrizione

ATTENERSI è il verbo numero 64 del corso di italiano professionale, dedicato al mondo del lavoro. Il verbo si usa spessissimo nel linguaggio lavorativo, ed è adattissimo anche al linguaggio scritto formale. Verbo molto adatto per le riunioni e nei rapporti personali di lavoro.

406 Calcare

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Trascrizione

Giovanni: eccoci arrivati alla spiegazione del verbo CALCARE, che abbiamo incontrato nell’ultimo episodio dedicato al verbo INCULCARE.

Calcare è anche sostantivo ma a noi interessa il verbo.

Abbiamo detto che significa spingere, premere, pigiare. Ma quando si usa?

Si utilizza soprattutto in alcune frasi tipo:

Calcare la mano

Calcare con la penna/matita

Poi esiste anche la calca e i verbi accalcare e accalcarsi (di cui ci siamo già occupati)

“Calcare la mano” è interessante perché non significa spingere la mano ma insistere eccessivamente.

Quindi è un’insistenza esagerata o anche semplicemente un’esagerazione.

Se ad esempio stai rimproverando tuo figlio perché non ha fatto i compiti per la scuola, però calchi un po’ troppo la mano, vuol dire che l’hai rimproverato troppo. C’è un’azione volta ad ottenere un risultato ma non è moderata, è eccessiva, e i risultati non sono buoni.

Quindi calcare la mano è eccedere, esagerare.

Povero bambino, l’hai rimproverato troppo. Hai calcato troppo la mano.

Si usa molto nelle relazioni umane, quindi il senso è figurato. Non c’è una spinta materiale.

La spinta materiale invece c’è se scrivendo o se sto facendo un disegno che però non è molto visibile, è un po’ troppo sottile il tratto, quindi bisogna spingere un po’ di più con la matita. Occorre calcare la mano, appunto.

La calca invece è un affollamento, tante persone vicine che si spingono l’una contro l’altra.

Sono andato a fare acquisti nel mio negozio preferito ma c’era una calca pazzesca.

In questo negozio quindi c’erano tante persone tutte attaccate tra loro, appiccicate (per usare un termine più informale), persone che quindi si accalcavano tra loro. Ecco, ho appena utilizzato il verbo accalcarsi. Queste persone si accalcavano, cioè si spingevano, quindi stavano tutte accalcate nel negozio, stavano una sull’altra.

Vale la pena di parlare anche della differenza tra il raggruppamento e l’assembramento

Negli assembramenti, di cui si parla tanto in questi tempi di corona virus, le persone spesso si accalcano. In effetti si potrebbe usare il verbo raggrupparsi, perché si forma un gruppo di persone.

Ma quando questo gruppo di persone si riunisce con un obiettivo ostile, spesso diventa pericoloso.

Quindi quando si fa una protesta o uno sciopero in una piazza, viene chiamato assembramento non raggruppamento. C’è un potenziale pericolo.

È allora quando raggrupparsi diventa pericoloso perché c’è un virus ed è automatico chiamarlo assembramento.

E adesso ripassiamo:

Xiaoheng: Giovanni mi ha detto che vuole fare un episodio su ne, ci, vi e lo, sotto forma di esercizio. Pare che lui proporrà delle domande e noi dovremo rispondere usando una di queste particelle. Sembra una cosa noiosa ma vedrete che ci metterà del suo come al solito.

Olga: la cosa mi interessa. Non appena avrò finito questo esercizio sarò più consapevole delle mie capacità.

Wilde: bravi ragazzi, tappa dopo tappa state facendo progressi a vista d’occhio.

A babbo morto

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Video

Trascrizione

L’espressione “a babbo morto” si utilizza nella lingua italiana quando si parla di soldi.

Precisamente quando si prestano i soldi ad una persona.

Prima o poi i prestiti vanno restituiti giusto?

I soldi devono tornare indietro, devono essere restituiti.

Ebbene, quando avverrà la restituzione dei soldi? Quando avremo i nostri soldi indietro?

Se dico che il prestito mi verrà restituito a babbo morto, voglio dire che non c’è alcuna certezza su quando questo avverrà.

Non c’è una data precisa, e probabilmente questo avverrà tra molto tempo, quando il babbo sarà morto.

Ovviamente questo è solo un modo di dire, una frase fatta. Il babbo è il padre, il papà, nel linguaggio familiare.

Quindi i soldi torneranno quando il papà sarà morto. Questo è il senso letterale della frase.

La preposizione “a” viene usata per indicare quando qualcosa accadrà. Questo non è l’unico caso in cui si fa questo:

A giochi conclusi = quando i giochi saranno conclusi

A pancia piena = quando la pancia sarà piena

A partita finita = quando la partita sarà finita

Ma perché si usa dire “a babbo morto? E’ quello che avviene, se ci pensate, quando si riceve un’eredità.

Dobbiamo aspettare la morte prima di ereditare, prima che ciò che era di mio padre diventi mio. E la morte non si sa quando arriverà. Quindi se un ragazzo prende un prestito, quando suo padre morirà, riceverà l’eredità e potrà ripagare il prestito.

Naturalmente è una frase informale. Si usa proprio per evidenziare l’incertezza legata alla restituzione del prestito.

Tieni questi soldi, me li restituirai a babbo morto.

Ho prestato 1000 euro al mio amico, ma credo che li rivedrò a babbo morto.

Spesso è solo un modo ironico per dire MAI!! Non li avrò mai indietro!!

405 Inculcare

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Trascrizione

Giovanni: Chi di voi ha dei figli?

Chiunque abbia dei figli sa bene che deve trasmettere dei valori, deve insegnare l’educazione, deve spiegare come comportarsi eccetera. Allora i genitori devono far entrare nella testa dei figli queste cose, devono cercare di imprimere profondamente nel loro animo delle idee, devono convincerli della validità di certi insegnamenti attraverso l’educazione e l’esempio.

Ebbene in questi casi quale verbo possiamo usare se vogliamo indicare questa trasmissione dei valori?

I genitori vogliono trasmettere i valori, questo è un verbo adattissimo. Essi devono imprimere i valori, lo abbiamo già detto, e imprimere è fare un marchio, simile a stampare nella loro mente. Anche imprimere è un buon verbo che ci fa capire che i valori, gli insegnamenti, l’educazione, una volta impressi, non si modificano, non si possono cancellare, restano per sempre.

Potrei usare anche convincere, ma questo verbo si utilizza perlopiù quando parliamo con una persona che ha una idea diversa dalla nostra e dobbiamo fargli cambiare idea.

Un altro verbo che possiamo usare è inculcare, verbo che dà il titolo a questo episodio. Un po’ difficile forse da pronunciare.

Inculcare non è esattamente come trasmettere e imprimere. Notate che inculcare inizia per “in” che sta per dentro e poi la seconda parte sta per “calcare” cioè spingere, premere, pigiare. Questo verbo lo vediamo meglio nel prossimo episodio ma sappiate che ha il senso di spingere eccessivamente, spingere molto.

Quindi inculcare sta per “spingere dentro”. Si parla di valori, di educazione, quindi i genitori cercano di inculcare nella testa dei loro figli questi valori.

Ma quando si cerca di inculcare qualcosa, idee, concetti, valori nella testa di una persona, il motivo è che si sta facendo fatica a trasmettere queste cose. C’è anche il senso della resistenza da parte di chi deve ricevere queste idee.

I genitori cercano di inculcare il senso del dovere e quello dell’onestà nei loro figli. Non è una cosa facile.

Un professore cerca di inculcare nei suoi studenti l’amore per la sua materia.

I governi di tutto il mondo in questo momento stanno cercando di inculcare nella popolazione l’importanza di mettere la mascherina e di lavarsi le mani.

Il verbo si può anche usare materialmente: se cerco di “inculcare i vestiti nell’armadio” vuol dire che questo armadio è piccolo, e i vestiti c’entrano a fatica. Ad ogni modo il verbo è molto più utilizzato quando si parla di far entrare nella testa dei concetti, delle idee, dei valori, dei sentimenti eccetera, ogni volta che non è una cosa facile da fare.

Adesso ripassiamo:
EMMA: finalmente sembra che avremo un vaccino! Presto Non saremo più in balia del Corona virus.
XIAOHENG: speriamo che nel 2021 non ci imbatteremo in uno nuovo
WILDE: sarebbe un altro anno da annoverare tra i peggiori!
OLGA: Ragazzi, adesso datevi una regolata col pessimismo!
KOMI: Gli addetti ai lavori però dicono che il rischio è sempre alla porta
MARIANA: Vabbè, non ci pensiamo ragazzi. Per ora urge trovare una soluzione per questo di virus.
RAFAELA: Non sarà una bufala questa del vaccino? speriamo bene!

BOGUSIA: Forse sarà una domanda retorica da parte mia, ma non riesco però a tenere a bada la mia voglia di tornare alla normalità. Abbiamo abbozzato a lungo con tutto questo non vi pare? Credo che stiamo prendendo una brutta piega col pessimismo, il che lascia il tempo che trova. Adesso invece, lascio un messaggio all’insegna della positività: tanti auguri e abbiate cura di voi

404 Balia

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Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui.. In questo modo potrai anche partecipare alla realizzazione dei ripassi.

Trascrizione

Giovanni: si dice bàlia o balìa? Dove sta l’accento? Sulla a o sulla i?

In realtà, come qualcuno avrà immaginato, si tratta di una parola che ha due significati diversi e al variare dell’accento cambia anche il significato.

Una balia (con l’accento sulla a) è una donna che, per compenso, somministra il proprio latte a un bambino altrui.

Quindi questa donna dà il suo latte ad un bambino non suo.

Oggi però non credo esistano ancora le balie, essendo state sostituite dal latte artificiale

Nell’uso comune però esiste l’espressione “fare da balia” a qualcuno.

Significa seguire questa persona come se fosse un bambino, insegnargli tutto perché non è capace a far nulla. È un po’ offensivo però dire frasi come:

Scusa, io ho da fare, non posso farti da balia.

Quindi l’idea iniziale dell’allattamento, del nutrimento, utile per la sopravvivenza, viene presa ad immagine per indicare un’assistenza eccessiva.

Assistere una persona insegnandogli tutto, come se fosse un bambino, quindi aiutarlo, seguirlo, proteggerlo, specialmente agli inizi di un’attività o professione.

Questo è fare da balia a qualcuno.
“Fare da” nel senso di “comportarsi da”, assumere il ruolo di balia, comportarsi come una balia.

Per prendere in giro un collega inesperto puoi dirgli:

Hai bisogno di una balia?

Devo farti da balia?

Nel termine balia invece, con l’accento sulla i, c’è il senso dell’impotenza.

L’espressione “in balia”, e più precisamente “essere in balia” di qualcosa vuol dire essere travolto da qualcosa, essere trasportato completamente, avendo perso il controllo della situazione.

Posso dire ad esempio:

La nave è in balia delle onde

Giovanni è talmente sconvolto che ora è completamente in balia delle emozioni

C’è anche l’idea del futuro incerto nel termine balia, in questo caso.

Se ci si trova in mezzo a tante persone si può essere in balia della folla, se questa ti trascina e ti fa cadere e tu non puoi decidere dove andare perché la forza della spinta che ricevi è più forte di te.

Si può essere in balia di uno sfruttatore, di un marito prepotente, di un capufficio dispotico.

Si potrebbe dire anche “essere alla mercé di” con lo stesso significato. C’è in realtà una piccola differenza:

Essere in balia di qualcosa sottolinea l’assenza del controllo da parte tua, l’impotenza, e si usa relativamente poco dire “essere in balia di una persona”.

Invece essere alla mercè di qualcosa o qualcuno sottolinea di più che questo qualcuno o qualcosa ha il controllo su di noi.

Notate come mercé somigli a merce, e la merce si compra e si vende: se sono alla mercé di una persona, questa persona fa di me cosa vuole e io sono in suo potere, alla sua mercé.

Ovviamente non può comprarmi o vendermi come un prodotto o della merce: il senso è figurato ma in teoria la frase può essere applicata letteralmente in alcuni casi:

Gli schiavi erano alla mercé dei loro padroni

Le prostitute sono alla mercé dei loro protettori.

Ora ripassiamo.

Mariana: taliano semplicemente non ci lascia mai in balia della grammatica italiana! Tutti i giorni veniamo chiamati in causa per fare dei ripassi, e ormai non abbiamo più bisogno di una balia, perché abbiamo ormai le carte in regola per cavarcela da soli.

Occhio non vede, cuore non duole

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Trascrizione

Occhio non vede, cuore non duole è un famoso proverbio italiano.

L’insegnamento di questo proverbio è che per non soffrire è meglio non sapere, cioè non vedere la verità.

La frase corretta sarebbe:

Se gli occhi non vedono il cuore non duole.

Ci sarebbe molto da dire sul messaggio di questo proverbio

Tu preferisci sapere, conoscere la verità anche se ti fa soffrire oppure meglio non soffrire è non vedere la verità?

Quando il cuore duole vuol dire che il cuore fa male. È il verbo dolere. Vediamo qualche altro esempio del suo utilizzo:

Mi duole dirtelo, ma non ti amo più

Il dente mi ha doluto per 1 mese.

Ti dorrà ma bisogna togliere la Spina dal piede.

Non si usa spesso però: normalmente si preferisce “far male”:

Mi fa male il Dente

Mi fa male la testa

La testa mi ha fatto male tutto il giorno.

Ti farà male ma bisogna togliere la spina dal piede.

N.11 – IERI – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

PRIMI PASSI: CORSO DI ITALIANO PER PRINCIPIANTI

primi_passi

11^ lezione – UNDICESIMA lezione – lezione n. 11: IERI

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Dialogo

Ulrike: Ciao Sofie, come stai?

Ciao Ulrike, oggi sto bene, ma ieri mi sentivo male.

Come mai? Che cosa hai fatto ieri?

Ma niente! Ieri era venerdì e ho lavorato tutto il giorno.

Meno male che oggi è sabato. Puoi riposarti un po’.

Si, sono contenta. Ieri, cioè venerdì, ho lavorato troppo. Oggi è sabato e non devo lavorare.

Domani è domenica e anche la domenica puoi restare a casa.

Si. Sono contenta. E tu, che cosa hai fatto ieri?

Conosci Giovanni? Io ieri ho incontrato Giovanni e la sua famiglia

Non lo conosco. Chi è e da dove viene? Si chiama Giovanni?

Giusto, si chiama Giovanni. Giovanni è italiano ed è di Roma.

E ieri è arrivato a Berlino?

No, è arrivato l’altro ieri. Ieri era venerdì 6 novembre, lui è arrivato l’altro ieri 5 novembre.

Ma che bello! E che cosa avete fatto ieri? Hai mostrato la città di Berlino a Gianni?

Si. Ieri abbiamo fatto un giro per Berlino, poi siamo andati in un bel ristorante. Noi tutti eravamo affamati.

Ah…dopo la visita della città avevate fame e sete! E quando torna a Roma Giovanni? Parte già domani?

No, lui e la sua famiglia partono già oggi. Ieri è stato l’ultimo giorno del loro viaggio.

Peccato. Ma chissà, forse puoi andare tu a Roma la prossima volta!

Spero proprio di sì! Ciao Sofie.

Ciao Ulrike

…………..

Domande e risposte:

– L’amica di Ulrike come si chiama?

– L’amica di Ulrike si chiama Sofie.

– L’amica di Sofie si chiama Alessandra?

– No, l’amica di Sofie non si chiama Alessandra. Si chiama Ulrike.

– Sofie come sta oggi?

– Oggi Sofie sta bene.

– E come stava ieri?

– Ieri Sofie si sentiva male.

– Stava bene Sofie ieri?

– No, ieri non stava bene. Si sentiva male.

– Ha fatto qualcosa di speciale ieri?

– No, ieri Sofie non ha fatto niente di speciale.

– Che cosa ha fatto ieri?

– Ieri Sofie ha lavorato tutto il giorno.

– Sofie è stata in giro ieri?

– No, ieri Sofie non è stata in giro. Ha lavorato.

– Ha lavorato ieri?

– Si, ieri ha lavorato tutto il giorno.

– Che giorno è oggi?

– Oggi è sabato. Sabato 7 novembre.

– Che giorno era ieri?

– Ieri era venerdì. Venerdì 6 novembre.

– Sofie deve lavorare oggi?

– No, oggi è sabato e il sabato non deve lavorare.

– Che cosa farà oggi?

– Oggi Sofie si può riposare.

– Oggi è giovedì?

– No, oggi non è giovedì. Oggi è sabato.

– Domani è martedì?

– No, domani non è martedì. Domani è domenica.

– Domani Sofie deve lavorare?

– No, domani è domenica. Sofie non deve lavorare la domenica.

– Oggi Sofie è triste o è contenta?

– Oggi Sofie è contenta. Non si sente triste.

– Perché è contenta?

– È contenta perché non deve lavorare.

– Oggi Sofie si sente triste?

– No, oggi non è triste. È contenta. Si sente bene.

– Che cosa chiede Sofie alla sua amica?

– Sofie chiede a Ulrike che cosa ha fatto ieri.

– Ulrike ha fatto qualcosa ieri?

– Si, ieri Ulrike ha visto Giovanni.

-Ulrike ha incontrato Marco?

-No, lei ha incontrato Giovanni, la persona che Ulrike ha incontrato si chiama Giovanni.

-Ulrike e Giovanni si sono incontrati l’altro ieri?

-No, l’incontro era ieri non l’altro ieri.

-Dove si sono incontrati Ulrike e Giovanni, a Roma?

-No, non a Roma, si sono incontrati a Berlino.

-Giovanni è di Berlino, lui è tedesco? Giovanni viene dalla Germania?

-No, Giovanni è italiano, è di Roma, lui viene dall’Italia.

-Giovanni è venuto da solo a Berlino? Era da solo?

-No, è venuto con la sua famiglia a Berlino, non da solo.

-Quando è arrivato Giovanni? È arrivato ieri 6 novembre? *(senza articolo)*

-No, Giovanni è arrivato l’altro ieri a Berlino. Lui e la sua famiglia non sono arrivati ieri, ma l’altro ieri.

-L’altro ieri era venerdì 6 novembre?

-Ma no, venerdì 6 novembre era ieri. L’altro ieri era il 5 novembre, era giovedì 5 novembre.

-Dopo l’arrivo a Berlino cosa hanno fatto, hanno visitato lo zoo?

-No, non sono andati a visitare lo zoo.

-Sono andati al cinema forse?

-No, non al cinema, non hanno visto un film.

-Perché non hanno visto un film?

-Non hanno visto un film perché hanno fatto un giro per la città.

-Un giro per vedere la città di Berlino? Ieri loro hanno fatto questo?

-Sì, ieri, non l’altro ieri. L’altro ieri sono arrivati a Berlino.

-Dopo la visita della città di Berlino

Giovanni è partito per Roma?

-No, non è partito per Roma.

-Giovanni è rimasto a Berlino?

-Si, ieri non è partito, è ancora rimasto a Berlino.

-Dopo il giro per la città, tutti erano stanchi?

-Sì, tutti erano stanchi e anche affamati.

-Avevano fame?

-Sì molta fame e anche sete.

-Hanno mangiato e bevuto qualcosa? Sono andati a mangiare?

-Giusto, sono andati a mangiare in un bel ristorante.

-Gianni e la sua famiglia partono domani per l’Italia?

-No, partono già oggi, non domani.

-Ieri hanno fatto una visita della città di Berlino e oggi partono per l’Italia?

-Sì, ieri è stato l’ultimo giorno del loro viaggio, oggi partono per l’Italia.

Giovanni: grazie per l’invito Ulrike, io vado.

403 Non ti reggo più

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Trascrizione

Giovanni: il verbo reggere è interessante perché spessissimo si usa nel linguaggio informale, al posto di altri verbi molto prossimi e altrettanto spesso si usa con un significato pressoché identico nel linguaggio diciamo più corretto, che si usa anche al lavoro.

Il fatto, appunto, è che ci sono molti verbi simili a reggere, come ad esempio tenere, sostenere, sorreggere, portare, mantenere, resistere, ed anche aiutare un po.

Una delle espressioni informali di uso corrente vede però il verbo reggere sostituire il verbo sopportare.

L’espressione è “non ti reggo più“, espressione informale che sta per “non ti sopporto più“.

Quando non riuscite a sopportare più una persona potete rivolgervi a lui o lei con questa frase “non ti reggo più”.

Perché usiamo reggere e non sopportare?

Pensate a quando tenete un peso, quando sostenete un oggetto, lo reggete, lo state sorreggendo, lo state mantenendo sospeso con le vostre mani perché non cada, quindi ne state sopportando il peso. Quando non riuscite più a sopportare questo peso, quando cioè siete stanchi, allora non siete più in grado di reggere il peso. È diventato troppo pesante per voi, non riuscite più a sostenerlo: il peso diventa insopportabile. Non lo reggete più.

Nel caso di una persona, quando questa persona diventa insopportabile è equiparata ad un peso, vuol dire che ha un brutto carattere o si sta comportando male e continua a farlo e la vostra capacità di sopportare il suo carattere dipende dalla vostra pazienza.

Non ti reggo più

Non ce la faccio più a reggerti

Finora ti ho sopportato, spesso ti ho anche supportato, ma adesso basta, non ti reggo più.

Ovviamente state paragonando questa persona ad un peso non più sopportabile, quindi si tratta di un’espressione offensiva.

Spesso si usa anche con le situazioni e non con persone. Potete dire ad esempio che lo stress del lavoro non lo sipportate più:

Questo stress non lo reggo più!

Con un linguaggio più elegante (è sempre bene avere un’alternativa) potete ugualmente dire:

Questa situazione è divenuta insostenibile!

Ma adesso ripassiamo:

Mariana: ieri mi sono imbattuta in un parola sconosciuta: balia

Rafaela: vedrai che adesso Giovanni prende e ce la spiega

Xiaoheng: e magari ci dice anche come si pronuncia, perché secondo me si pronuncia balia, ma vai a capire.

Wilde: bisogna anche considerare che laddove si tratti di parole omografe, la pronuncia potrebbe non essere univoca

Iberè: wow, si direbbe che tu te ne intenda!

Giovanni: ne parliamo nel prossimo episodio allora! Non vi lascerò in balia dell’incertezza.

402 Questo è quanto

Audio

Trascrizione

Emanuele: lasciamo oggi la parola ai membri dell’associazione, che leggono un bel ripasso preparato da Doris. Ci sentiamo dopo con l’episodio n. 402 che vi spiegherà mio padre.

Doris: I membri dell’associazione Italiano Semplicemente, se per caso fossero alla frutta per un evento imprevisto, pur di fare dei ripassi, cercherebbero sempre di ricorrere ad estremi rimedi di fronte a mali estremi. Questo al fine di non vedersi costretti ad interrompere l’apprendimento.
I membri bisbocciano raramente, non si sballano con sostanze stupefacenti, e non si concedono mai stravizi. I vizi sono vietati, ivi inclusi gli strappi alle regole.
Oltretutto, abbiamo tutti contezza del programma settimanale e lo seguiamo assiduamente. Tutti apprezziamo la collaborazione dacché capiamo che ogni defezione ostacola l’avanzamento. Di giovedì nel gruppo Whatsapp si parla e basta, nel senso che è vietato scrivere e mai come in questo caso si può dire che non bisogna avere il buon senso di tacere, anche se si fanno errori.
Alcuni rompono gli indugi senza cincischiare. A volte si fanno errori e a ragion veduta se ne pentono, poi subentra anche la stanchezza di tanto in tanto. Questo a maggior ragione quando ci sono più nuovi episodi da ascoltare o da recuperare.
Qualche membro si sente spesso indisposto il giovedì; c’è chi ha sempre un buon pretesto per rimanere latitante. Forse sono ancora un po’ restii alla chiacchiera considerata la vastità della lingua italiana.
Nella puntata numero 99 il presidente invita le persone più restie ad ascoltare e ripetere gli episodi incessantemente per arrivare pronto per il gradino successivo.
Al che anch’io mi dovrò presto dare una regolata. Ovviamente abbiamo l’imbarazzo della scelta, ed Io, fino ad oggi, ho sempre fatto la finta tonta :-))
I membri evitano lo studio della grammatica italiana come il diavolo l’acqua santa, ragion per cui quando ricevono critiche per questo raccolgono la provocazione e rispondono con prontezza.
Insomma, sono insofferenti alle critiche del metodo offerto da Italiano Semplicemente. A volte i critici fanno commenti sconsiderati ed inadeguati, che comunque si dimenticano in men che non si dica.
Si dicono invece che forse, il metodo, sebbene non vada per la maggiore, è l’unico che conta per loro, l’unico che voglio seguire e che ha senso.
I loro risultati però la dicono lunga e comprovano l’efficacia del suddetto metodo. Pertanto non hanno dubbi di nessuna sorta e prendono in considerazione le sette regole d’oro come le hanno imparate.
Quasi tutti i membri scalpitano prima che un nuovo episodio venga lanciato ma al contempo non impazzirebbero di certo qualora si impallasse, loro malgrado, il cellulare; in questo caso hanno una caterva di episodi vecchi a disposizione.
Gli studenti non sono di per sé particolarmente portati per le lingue e non hanno un livello altissimo, ma a loro sta andando di lusso in confronto a prima.
Si dicono: “ma dai, hai voluto la bicicletta, dunque pedala; o così o pomì”. Per l’appunto! Hanno trovato una tecnica per tenere a bada i pensieri negativi che avevano quando l’avanzamento era lentissimo.
Vi faccio un esempio: Khaled, un ragazzo egiziano, alla fine dell’episodio 328 ha fatto un ripassino che è una meraviglia. Khaled ha fatto un salto di qualità come numerosi altri studenti che io sono venuta a conoscere durante quest’ultimo anno. Vale la pena leggerlo se questi alti e bassi stanno tormentando anche voi. Insomma, i membri, per abitudine si prefiggono di studiare almeno qualcosetta, cioè qualcosina ogni giorno e bramano il giorno in cui riusciranno a padroneggiare la lingua.
Loro tengono fede alle loro convinzioni che il loro impegno prima e poi pagherà. Ci vuole pazienza.
E’ molto appagante essere in grado di fare due chiacchiere in una lingua straniera su due piedi. Qualche volta vanno a tentoni con alcuni episodi, ma in qualche modo ingranano lo stesso, si scervellano finché non riescono a capire parola per parola. E poi, alla fine, l’illuminazione tanto bramata, che approdo! Quale soddisfazione! E con il passare del tempo, lo studio diventa più facile e le elucubrazioni diminuiscono. Via via le espressioni gli stanno entrando nel sangue ma i membri non dimenticano mai la crucialità della continuità nel destreggiarsi in modo costante, sennò ne va del progresso, cioè ne va di mezzo il progresso.
Per questo, si incalzano a vicenda e i più reticenti vanno costantemente tallonati.
Questa è la specialità di Ulrike, bontà sua. Lei fa sì che l’apprendimento di ciascuno non prenda una brutta piega e che la morale nel gruppo non si abbassi troppo.
In fin dei conti ne pagheremmo tutti lo scotto.
Quando i membri sono un po’ delusi provano subito a rimettersi in sesto e se alla fine sono disperati, perso per perso parlano con Ulrike, che si mostra spesso e volentieri tutt’orecchi per affrontare i grattacapi quotidiani.
Oltretutto, i membri dell’associazione hanno sempre il presidente a ridosso (e con questo non voglio dire che mi piacerebbe capitare sotto le sue mani :).

Lo studio sarà comunque sempre passibile di miglioramento. Non si finisce mai di imparare.
I membri sono volitivi e rispondono alacremente alle domande rivolte a loro. Nessuno risponde picche a nessuno ed il presidente non lascia mai una domanda rilevante in sospeso. Mai tenere troppo sulle spine i membri!!
A loro volta anche i membri non rimandano alle calende greche una risposta in sospeso.
Meno male che i membri lasciano correre qualche errore futile commesso nella chat. Per la cronaca, la chat è un posto veramente “in” per i membri: se non ci fosse bisognerebbe inventarla. CI sono tutte persone per bene, educate e per giunta selezionate. Nessun perditempo.
Alcuni si cimentano nello scrivere due parole, un ripasso, etc.. anche se rischiano di fare una brutta figura. Quando si imbattono in problemi non indugiano a chiamare in causa altri membri se ne abbiano bisogno. Sono fiduciosi che qualcuno gli venga incontro, gli tenda la mano al bisogno e gli dia manforte.
Gli studenti di Italiano Semplicemente si ritagliano del tempo con regolarità per studiare e si smarcano dagli svaghi improduttivi, ragion per cui progrediscono più velocemente degli altri.
La costanza dunque è imprescindibile. Per combattere la pigrizia se necessario si danno una regolata e recuperano gli episodi saltati come si deve a tempo debito. Anche se lavoriamo più o meno tutti, dei tempi morti si trovano sempre nella giornata.
I membri ovviano all’inerzia perché non abbia il sopravvento su di loro. Di solito gli episodi gli ronzano per le testa a lungo prima di interiorizzarli. Vogliono avere tutte le carte in regola per fare un figurone!

Di buon grado danno seguito all’invito a partecipare in modo vivace nel gruppo Whatsapp, e se il presidente dice di rispettare le sette regole d’oro, è sempre meglio assecondarlo.
Si fanno vivi ogni tanto nella chat, quando possono, senza stress ovviamente, seppure siano tutti abbastanza indaffarati.
Le conversazioni prive di fondamento vengono evitate. I membri fanno mente locale prima di parlare e mai sono a corto di risposte alle domande.
Lo voglia di migliorare ha sempre la meglio sulla voglia di cazzeggiare.
Quelli che si decidono ad iscriversi possono aver fiducia allora che all’inizio saranno alle prime armi, o, se vogliamo usare un’altra espressione, sono ancora a carissimo amico con la lingua, ma questo imbarazzo durerà solo qualche settimana e poi, dopo alcuni sforzi si aprirà un mondo tutto colorato e variopinto per loro.
Non sono tutti uguali: sono diversi perché alcuni colgono la palla al balzo e si mettono alla prova come scrittori in erba. Si direbbe che essi siano più dotati, o che hanno più voglia, o che abbiano un trasporto indomabile, irrefrenabile, incontenibile, insaziabile, che abbiano molta voglia di esprimersi. Sono proprio affamati (in senso figurativo ovviamente) e guardano a destra e a manca pur di trovare nuove parole ed espressioni. Di buona lena mettono i pensieri sulla carta nonostante sovente debbano in primis rispolverare qualche espressione già dimenticata.
Non possono farne di meno.
All’inizio lo stile di scrittura è quello che è, ma tutti i membri hanno imparato a guardare la sostanza e non la forma. Mi raccomando però!
Non lasciate niente di intentato per raggiungere i vostri obiettivi personali.
Comunque, qualche volta è più saggio tagliare corto per non tirare per le lunghe le cose. Menar il can per l’aia non è produttivo. Loro preferiscono invece venire subito al dunque, al sodo, e dire le cose papale papale.
I membri hanno imparato bene come essere concisi, come si puntualizzano le domande per ottenere le risposte giuste. Le risposte sibilline non si sentono quasi mai nel gruppo e neanche ci si avvale di domande retoriche, e se o si fa, solo in modo scherzoso.
Per ultimo, ma non per importanza, gli studenti sono pienamente consapevoli di non poter riuscire a dominare completamente tutte le materie offerte da Italiano Semplicemente, anche con uno sforzo intellettuale notevole, ma sanno che devono resistere e non scoraggiarsi.
Desidererei aggiungere un ulteriore punto di riflessione: i membri sanno perfettamente come sopravvivere senza difficoltà al periodo di stasi causato dal Covid perché siamo già arrivati a 400 episodi nella rubrica dei due minuti. :)). Questo è quanto. Questa però è un’espressione che Giovanni deve ancora spiegare. Scommettiamo che lo farà oggi stesso?

Giovanni: Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 402 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. Inizia un nuovo ciclo di 100 episodi. Questa rubrica non avrà mai fine? Se è così, allora non mi sentirete mai pronunciare la frase “questo è quanto”.

In realtà, si tratta di una frase che si usa quando si termina un racconto, quando cioè si raccontano dei fatti avvenuti, qualcosa che è successo, oppure quando semplicemente si sta spiegando qualcosa di abbastanza lungo, diciamo una serie di cose, di concetti, di fatti, di cose dette eccetera.

Insomma, alla fine, per segnalare che hai finito di spiegare qualcosa, per dire che hai finito, che hai terminato di raccontare delle cose, si può usare questa espressione.

Si può dire in realtà in vari modi:

Questo è tutto

Ho finito.

Non ho altro da dire

In alcune circostanze però, non dico formali, ma quasi; questa espressione segnala che adesso che ho terminato, può parlare qualcun altro. Magari ci sono più persone che devono parlare, allora è necessario un segnale per dire che si è finito di dire ciò che dovevamo dire.

Si usa anche quando si cerca di fare il punto su una situazione, quindi spesso non vuole essere un punto di vista quello espresso, ma lo stato dei fatti, come a dire:

questo è tutto ciò che si deve sapere

Questo è quanto occorre per andare avanti

Questo è quanto occorre sapere

Quindi “questo è quanto” è equivalente a “questo è tutto”, in realtà è una frase abbreviata, la forma abbreviata di:

Questo è quanto ho/avevo da dire

Questo è quanto c’è da sapere

Questo è quanto conosco

Quindi a proposito dell’episodio di oggi, questo è quanto!

401 Imbattersi

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imbattersi

Trascrizione

Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 401 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. Se questo è il primo episodio che leggete vuol dire che vi siete appena imbattuti in Italiano Semplicemente.

Tutti gli studenti e amanti della lingua italiana si imbattono prima o poi in italiano semplicemente.

Imbattersi, se non l’avete capito è l’argomento di questo episodio, il n. 401 della rubrica.

Significa incontrare per caso.

È un verbo di uso comune, e si utilizza molto spesso con le persone, quando si incontra qualcuno per caso, ma ancora più spesso quando questo incontro non è fisico, materiale ma figurato.

Quindi ci si può imbattere in un problema, in un ostacolo, in un inconveniente. Chissà perché si usa sempre o quasi sempre in senso negativo. Questo incontro è quasi sempre uno scontro.

Ci si può in teoria anche imbattere in qualcosa di positivo, ma di fatto non si usa in questi casi.

Ecco quindi che imbattersi è praticamente sempre un ostacolo o un problema attivato all’improvviso.

Molto simile a incorrere, che però è più formale e meno utilizzato nel linguaggio comune.

Notate come imbattersi somigli a sbattere. Non è un caso.

Anche sbattere può essere casuale:

Sbattere la testa, sbattere un piede su un tavolo, andare a sbattere con la macchina sono degli esempi.

Quando si sbatte la cosa è però materiale e generalmente si prova dolore o si fa un danno (all’auto ad esempio).

Notate poi che si usa “in:

Imbattersi in qualcosa o qualcuno.

Ieri mi sono imbattuto in una manifestazione al centro di Roma.

Non vorrei imbattermi nuovamente in Paolo. Meglio non uscire di casa…

Ogni volta che scrivo in lingua italiana mi imbatto sempre negli stessi errori.

Io mi imbatto sempre negli stessi problemi

È anche simile al verbo capitare, ma adesso ripassiamo insieme con Olga, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Olga: Avete presente i fumetti? Spero di non prendervi alla sprovvista con la mia domanda. Mi spiego. Ogni due per tre vedo mio marito che spesso e volentieri legge fumetti francesi . Che io sappia, i fumetti per adulti vanno per la maggiore in Francia. Ma io all’inizio non riusciva a capacitarmene. Gli dicevo sempre: I fumetti sono appannaggio solamente dei bambini. Mi rispondeva: “Come sarebbe a dire! Non mi darai dello stupido spero.
Per giunta non avevo neanche idea dei fumetti italiani. Qualche settimana fa, però, ho sentito un italiano parlare del libro intitolato “La Mennulara”, i fumetti creati sul romanzo di Simonetta Agnello, Hornby. Al contempo, la mia amica che, a quanto pare, è portata per le lingue, mi ha dato manforte dicendo che i fumetti di per sé non sarebbero brutti, e che io dovrei guardare la sostanza e non la forma. Lei mi ha fatto rompere gli indugi. Ho ordinato “La Mennulara” su internet due giorni fa, che è stato consegnato l’indomani, quindi in men che non si dica. Adesso devo solo ritagliarmi del tempo per leggerli. Spero che questo libro mi torni molto utile per migliorare il mio italiano, e che la lettura sia appagante. Scalpito per iniziare a leggerlo!

400 La Mandrakata

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Trascrizione

Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 400 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. Questo importante episodio lo voglio dedicare a Gigi Proietti, il grande mattatore romano venuto a mancare qualche giorno fa.

Oggi quindi parliamo delle mandrakate, un termine che tutti gli italiani ricordano ed associano ad un film di Gigi Proietti, dal titolo “febbre da cavallo”.

Mandrakata naturalmente è un temine informale che indica una trovata ingegnosa che permette di risolvere una situazione difficile.

Nella lingua italiana un termine equivalente potrebbe essere “trovata“.

Una trovata equivale ad una mandrakata.

Notate che mandrakata deriva da Mandrake, che si dovrebbe pronunciare all’inglese, ovviamente. “Mandrake” inizialmente era un personaggio di un fumetto, quindi non una persona realmente esistita, un personaggio particolarmente abile, molto abile e furbo e spesso faceva anche magie.

Nel linguaggio informale quando è impossibile riuscire a fare qualcosa si può dire:

Non sono mica Mandrake! Che significa: non si può fare questa cosa, ci vorrebbe una magia.

Poi Gigi Proietti ha interpretato, nel suo film “Febbre da cavallo” , un personaggio che si chiamava proprio così: Mandrake, che era ugualmente uno che usava la furbizia e aveva sempre grandi idee. Nel film queste idee avevano sempre l’obiettivo di guadagnare soldi nelle scommesse su cavalli. Questo ha fatto diventare la mandrakata un gesto di furbizia oltre che di abilità, spesso legato a comportamenti opportunistici. La magia c’entra poco in questo caso. Però c’entra l’inganno, l’imbroglio, e ogni gesto di estrema, incredibile furbizia usato a fini personali. In generale però posso usare la mandrakata per indicare qualcosa di molto intelligente, che ci aiuta a risolvere un problema.

Quindi fare una mandrakata è simile a fare una furbata, o “avere una trovata“, espressione però molto meno maliziosa, che si può usare per ogni idea geniale, ma senza necessariamente egoismo o opportunismo.

Posso usare anche “genialata“.

Nel linguaggio informale c’è sempre qualcosa di molto ironico nell’utilizzo di questo termine.

Per superare questo esame ci vorrebbe una mandrakata.

Ronaldo con una mandrakata si è liberato di 3 avversari ed ha fatto gol.

Per fumare con la mascherina bisogna inventarsi una mandrakata, tipo una mascherina con un buco nascosto.

Insomma una cosa geniale possiamo chiamarla mandrakata, ma se volete che il termine calzi a pennello, cioè che sia usato proprio come si deve, allora deve esserci un imbroglio, una fregatura, qualcosa di ben architettato che stupisce e dà un vantaggio personale a scapito di qualcun altro, proprio come faceva Mandrake nel film “febbre da cavallo”.

Genialata invece si usa sempre in senso ironico, è abbastanza simile ma spesso si usa col significato opposto: una ingenuità o una sciocchezza che voleva invece essere una mandrakata.

Mi è venuta un’idea per non far morire le persone anziane di Covid: che ne dite se prendiamo tutti gli anziani del mondo e li mettiamo su un’isola deserta? Vi piace questa mandrakata?

Iberè: Bravo: Che genialata che hai detto!

Ripassiamo adesso:

Natalia: ragazzi siamo arrivati a qualcosa come 400 episodi?

Ulrike: embè? Ti stupisci?

Max: dobbiamo festeggiare, non dico fare bisboccia ma almeno un brindisi!

Karl: e fu così che si ubriacarono tutti i membri dell’associazione!

399 Rimanerci e restarci male

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Restarci male, rimanerci male

Trascrizione

Ciao ragazzi, benvenuti in questo episodio n. 399 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”, ma se anche questa volta l’episodio sarà un po’ più lungo spero non ci restiate male.

E l’argomento del giorno è proprio questo: rimanerci male o restarci male.

La questione ha a che fare con le emozioni e in particolare con le offese.

Cos’è un’offesa? Un’offesa è un comportamento lesivo della dignità, integrità o autorità altrui. Questa è la definizione di offesa. Se una persona ti dice che sei uno stupido ti ha offeso, ti ha recato un’offesa. Si usa il verbo “recare” con le offese; le offese si recano, o al limite si fanno.

Comunque rimanerci male e restarci male non è la stessa cosa di un’offesa, perché un’offesa è qualcosa che ci colpisce direttamente, mentre quando si rimane male o quando si resta male, questo può avvenire anche se non c’è qualcosa che ci colpisce direttamente come un’offesa anzi, la maggioranza delle volte non è così: parliamo invece solo di una nostra sensazione, di un’emozione che può essere la conseguenza di un fatto accaduto o anche di qualcosa detto da una persona, ma questo qualcosa non deve essere per forza un’insulto o un’offesa.

Vediamo qualche esempio:

Le elezioni americane sono terminate ma sono rimasto male dal risultato finale.

Questo è sicuramente un modo colloquiale di esprimersi, ma riflette un sentimento, una sensazione immediata: non sono contento di come sia andata, non sono contento del risultato, potrei dire, non mi piace come siano andate le cose, ma non posso dire che mi sono offeso o che il risultato dell’elezione mi offende. Sto solamente esprimendo una mia reazione emotiva.

Quando hai detto che forse non potevi venire a cena con noi ci siamo tutti rimasti male.

Si può anche dire che “ci siamo restati male“, quindi rimanere e restare si usano in modo analogo. In quest’ultimo esempio le persone che avrebbero cenato con te (io compreso) non hanno preso bene la notizia che tu non saresti venuto a cena: ci siamo rimasti male o ci siamo restati male.

La particella “ci” solitamente si mette, ma a volte si omette. In generale non è obbligatoria, ma normalmente si mette.

Non mi hai salutato e ci sono rimasto male.

Non mi hai salutato e sono rimasto male.

Poi questo “ci” si può anche attaccare al verbo:

Non ci devi restare male se non ti saluto

Non devi restarci male se non ti saluto

Non devi rimanerci male…

Non ci devi rimanere male…

Si può in teoria anche dire:

Non ti devi offendere se non ti saluto

E

Mi sono offeso perché…

Ma l’offesa è molto legata alla volontà di offendere. Ci si offende quando c’è la volontà, altrimenti ha più senso usare rimanerci o restarci male.

Poi c’è da dire che solo una persona può rimanerci male per qualcosa di accaduto o detto, mentre l’offesa può riguardare anche altri soggetti:

Questo quadro è un’offesa alla decenza.

Evidentemente si ritiene che il quadro sia indecente, cioè brutto, senza gusto, quindi offende la decenza. La decenza non può rimanerci male.

Una violenza è un’offesa alla dignità umana.

Anche la dignità umana non può rimanerci male. Si può però offendere, nel senso di colpire, oltraggiare. In questo senso. Offendere ha anche questo utilizzo.

Invece restarci male e rimanerci male è una cosa che riguarda le persone, che confrontano ciò che si aspettavano con la realtà. E se questo confronto vede la realtà molto peggiore rispetto alle aspettative, allora ci rimangono male.

Ma perché usare rimanere e restare? Perché questi due verbi? Questi sono verbi che indicano una mancanza di movimento. Ad esempio:

Rimango a casa

Resto a casa

Voglio dire che non mi muovo da casa. Non vado da nessuna parte.

Allora si usa questa immagine perché i due verbi indicano una nostra reazione che si manifesta con una mancanza di movimento: restare e rimanere indicano questo in fondo: “non muoversi”. È il contrario di un’esultanza.

Ci sono molte espressioni simili che indicano qualcosa di simile quando c’è una reazione di quel tipo:

Restare di sasso (i sassi non si muovono)

Restare di stucco (lo stucco serve ad fissare, quindi è simile alla colla, che serve ad incollare quindi ad impedire il movimento)

Rimanere di stucco/ di sasso

Rimanere scioccato (indica l’incapacità di andare avanti con una vita normale, anche qui c’è un arresto di movimento)

Rimanere pietrificato (le pietre sono come i sassi).

Queste espressioni sono comunque più adatte ad evidenziare una forte sorpresa e non necessariamente un dispiacere.

Infine rimanerci male e restarci male si usano sempre in situazioni non troppo gravi in termini di conseguenze. È sempre una condizione temporanea che passa dopo poco tempo. Niente di troppo grave.

Si può rimanere male per un brutto voto preso a scuola, per non essere invitati ad una festa, per un atteggiamento poco cortese verso di me o anche per qualcosa che non ci aspettavamo e che ci provoca una delusione. Anche una sconfitta sportiva ci può far rimanere male.

Non posso dire lo stesso per la morte di una persona cara, per lo scoppio di una guerra o se sono stato mollato dalla mia fidanzata o da mia moglie. Il quei casi il sentimento che si prova è ben peggiore.

Adesso ripassiamo:

Hartmut:
Amici, facciamo un ripasso in gruppo che verte sui ripassi, o meglio sul metodo da usare per abbozzarne uno.

Lia:
Ma va, vuoi che non lo sappiamo già?
E poi gli ascoltatori della rubrica se ne fregano del metodo, vogliono vedere rispolverate le espressioni passate e basta.

Ulrike:
Hartmut, hai proprio ragione. Gianni è evidentemente insofferente a fare i ripassi da solo e nel gruppo vi sono ancora troppo pochi membri che raccolgono la provocazione per dargli manforte con un bel ripasso.

Flora: 
Giusto, ragion per cui dobbiamo essere d’ausilio a coloro che ancora non osano farsi vivi con un ripasso.

Komi:
Bando alle ciance! Vi sono alcuni membri che scalpitano in attesa di qualche suggerimento. Mettiamoci all’opera. Ci ritroviamo nel gruppo WhatsApp dell’associazione per condividere le nostre esperienze.

398 Qualcosa come

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Qualcosa come

Trascrizione

Benvenuti nell’episodio n. 398 della rubrica 2 minuti con Italiano Semplicemente.

Prima di iniziare la spiegazione del giorno vorrei però salutare l’ultimo membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Si chiama Marguerite ed è una gentile signora di Marsiglia che ha qualcosa come 83 anni e, nonostante la sua candida età ha deciso di unirsi a noi per amore della lingua italiana.

Allora cara Marguerite benvenuta nella nostra associazione. Spero che tu riesca a unirti a noi anche nel gruppo Whatsapp per poterti leggere ed ascoltare tutti i giorni.

Allora l’argomento del giorno è “qualcosa come”, l’espressione che ho appena utilizzato parlando di Marguerite.

“Qualcosa come” si può usare ogni volta che volete preparare l’ascoltatore ad una notizia sorprendente.

E’ sorprendente che una signora di più di 80 anni abbia deciso di unirsi a noi, non è vero?

Normalmente si usa con i numeri e le quantità ma si può usare anche con altro.

 Italiano Semplicemente oggi ha qualcosa come 123 associati in tutto il mondo.

Il virus ha colpito qualcosa come 47 milioni di persone in tutto il mondo.

L’uomo più ricco del mondo è riuscito a guadagnare qualcosa come 13 miliardi di dollari in un solo giorno

In generale è il termine *qualcosa* quello più importante e se non parliamo di numeri spesso è sufficiente “qualcosa“, mentre “come” viene sostituito da “di“: qualcosa di

Ho letto un libro che è qualcosa di meraviglioso!

Quando ho dato il mio primo bacio ho provato qualcosa di molto intenso nel cuore!

Quel film è qualcosa di eccezionale!

Giovanni non sa cucinare bene, infatti ho assaggiato la pasta fatta da lui ed era qualcosa di immangiabile

E’ come dire: non potete capire, non riesco a provare le parole adatte. Si può usare sia per esaltare una caratteristica positiva che una negativa.

Quindi questo “qualcosa” non viene utilizzato come avviene normalmente, tipo:

Ho fame, vorrei qualcosa da mangiare

C’è qualcosa di strano in te

Voglio qualcosa in più

Eccetera.

Lo usiamo invece facendolo seguire da “come” oppure da “di” a seconda che si tratti di numeri, quantità oppure di caratteristiche.

Comunque “qualcosa come” a volte si può usare anche senza parlare di quantità e numeri, questo si può fare quando c’è qualche dubbio o incertezza:

Al telefono Giovanni mi ha detto qualcosa come: “ci si vede”. Forse ha detto così, ma non ho capito bene, forse voleva dire che non ci vede bene o qualcosa del genere.

Può capitare di incontrare frasi di questo tipo, ma la maggioranza delle volte “qualcosa come” si usa per indicare un numero notevole di cose, una grande quantità, come abbiamo visto prima. Spesso si usa in modo ironico, come ho fatto anch’io parlando dell’età di Marguerite.

Bene ragazzi, allora adesso tocca al ripasso del giorno. Abbiamo voluto fare un omaggio a Gigi Proietti, che è venuto a mancare proprio oggi.:

Rafaela: Oggi è venuto a mancare Gigi Proietti, un grande personaggio dello spettacolo. L’Italia risentirà della sua assenza
Hartmut: Poi dice perché il 2020 è meglio dimenticarselo…
Ulrike: Gigi ha fatto una caterva di film durante tutta la sua vita
Olga: E poi non era mai a corto di battute. Lui diceva: “Chi non sa ridere mi insospettisce”
Max Karl: Lui ci sapeva fare quando si trattava di far ridere le persone. era particolarmente portato per questo.
Xiaoheng: Naturalmente sapeva anche parlare seriamente, salvo poi farci una battura per sdrammatizzare
Komi: da oggi il paradiso, il miglior luogo per eccellenza, ha un motivo in più per essere desiderato: con Gigi, divertimento assicurato.

Natalia: È stata una settimana di lutto per l’arte. Abbiamo detto addio a due uomini annoverati sicuramente tra i più grandi e riconosciuti attori nel mondo del teatro e della televisione. Si tratta di Sean Connery e Gigi Proietti. Ogni volta che accadono cose del genere rimango restia a credere che in futuro nasceranno altre persone che possano avere le loro capacità, poi io mi domando e dico: sarà mai possibile vedere ancora un simile talento?… Di punto in bianco però mi riconsolo pensando che che è risaputo che il genio umano produce in continuazione nuovi talenti in ogni campo.
Si dà il caso però, che queste due personaggi siano stati amati da ben tre generazioni di persone. Ragion per cui è difficile capacitarsi della loro scomparsa.
Non resta che far onore alla loro memoria e andare avanti come ci hanno insegnato: senza lasciare nulla di intentato!

397 Ritrovarsi

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Trascrizione

Il verbo ritrovarsi è davvero interessante. Non parlo di ritrovare ma di ritrovarsi.

Vediamo qualche frase per esplorarne i vari significati:

È bello incontrare i vecchi amici, ritrovarsi a chiacchierare tutti insieme.

In questo caso significa riunirsi, incontrarsi per stare insieme.

Stasera ci si ritrova al bar alle 21?

Questo è un altro esempio.

Secondo significato:

Io e Maria ci siamo ritrovati a lavorare insieme dopo 10 anni.

Anche questo è un incontro, ma c’è il senso della sorpresa. Io e Maria ci conosciamo già, ma era molto tempo che non ci vedevamo. Così, senza programmarlo, ci siamo ritrovati a lavorare insieme.

Lo stesso significato se dico:

Con la pandemia mi sono ritrovato all’improvviso senza lavoro.

C’è ugualmente il senso della sorpresa.

È dura ritrovarsi senza lavoro quando hai una famiglia.

Non c’è bisogno di essere in due persone per ritrovarsi quindi.

Per sopravvivere mi sono ritrovato a chiedere l’elemosina.

Ti sei perso mentre giravi per Roma ed ad un certo punto ti sei ritrovato a Fontana di Trevi.

Ancora:

Aveva un bel lavoro, sicuro, redditizio e che mi piaceva, ma all’improvviso Giovanni si e ritrovato licenziato.

A me Marco è sempre stato antipatico, ma mi sono ritrovato ad avere un interesse comune con lui.

A volte come vedere c’è anche un po’ il senso della casualità, del caso, e il caso spesso suscita sorpresa.

Adesso basta con le sorprese e vediamo un terzo significato del verbo ritrovarsi:

Questo sarebbe un film sulla via vita? Questo film parla di me? Davvero? No scusa ma in questo personaggio del film proprio non mi ci ritrovo.

In questo caso il ritrovarsi, cioè ritrovare sé stessi, è una conseguenza del ricercarsi, nel senso di cercare sé stessi.

Mi sono ricercato nel personaggio ma non sono riuscito a ritrovarmici.

Significa rivedere sé stessi, trovare qualcosa di simile a sé stessi.

Questo però non è molto usato come significato, ma un senso simile possiamo ritrovarlo (scusate se uso proprio questo verbo) anche in frasi di diverso tipo:

Ho le idee un poco fuse, nel tuo ragionamento non mi ci ritrovo.

La frase “non mi ci ritrovo” si usa molto spesso invece, ma ritrovarsi in questo caso indica che si sta comprendendo, si sta capendo. Se invece un discorso si fa troppo complicato, difficile da capire, e ti perdi tra le parole, ti senti confuso, qualcosa non ti torna (questa espressione l’abbiamo già vista) puoi dire che non ti ci ritrovi.

In questi casi si usa spesso i l verbo “raccapezzarsi“. Quindi se. Non hai le idee chiare, se qualcosa non ti torna, se hai bisogno di aiuto per capire, puoi dire che non ti ci ritrovi oppure che non ci stai raccapezzando.

Con tutte queste novità non mi ci ritrovo più.

Con tutte queste novità non mi ci raccapezzo più

C’è un senso di disorientamento.

Infine ascoltate questa frase:

Con tutti i soldi che si ritrova, Bill Gates potrebbe comprare ciò che vuole.

Qui si utilizza ritrovarsi al posto di avere, o meglio possedere.

Si usa per indicare quando una persona possiede qualcosa in grande quantità.

Con la fortuna che ti ritrovi, sicuramente vincerai alla lotteria

Si parla di caratteristiche personali, e questo modo di esprimersi è abbastanza colloquiale. Inoltre c’è spesso ironia o una forte convinzione in chi parla:

Riuscirò a fare gol oggi?

Certo, con la voglia che ti ritrovi di fare bella figura!

Oppure:

Col fisico che si ritrova vincerà sicuramente le olimpiadi.

Con quel bel viso che si ritrova non avrà problemi a trovare una fidanzata.

Notate che c’è, ma solo a volte, come in quest’ultimo caso, come un senso di avere, possedere qualcosa senza avere alcun merito.

Anche quando si parlava di fortuna che una persona si ritrova è la stessa cosa.

Ma si può parlare anche di caratteristiche negative:

Con la sfortuna che mi ritrovo non vincerò mai.

Oggi l’episodio era veramente impegnativo vero?

Ma non possiamo non ascoltare un ripasso. Ascoltiamo Khaled, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente che dovrà, suo malgrado, stare lontano almeno 6 mesi e non potrà seguire in questo periodo gli episodi di italiano semplicemente. Naturalmente si ritroverà ad avere 180 episodi da ascoltare quando tornerà. Vai Khaled, facci commuovere.

Khaled: Tra qualche giorno inizierà il servizio militare per me.
Per il momento non so ancora se farò il soldato o il poliziotto. Tutto sarà ben chiaro il 3 novembre, quando riceverò la Comunicazione ufficiale.
Via via che passa il tempo, mi sento però un po’ infelice; perché dovrò salutare il gruppo whatsapp di italiano semplicemente, dovendomi necessariamente arruolare.
Si sa, in questi casi bisogna armarsi di pazienza. Per giunta mi saranno tolte tutte le comodità della vita quotidiana, quelle di cui ho sempre goduto da semplice cittadino. Durerà un bel po’. Forse il 2 o il 3 novembre sarà l’ultima volta per fare una capatina al sito di italianosemplicemente.com e prima di rifarmi vivo di nuovo ci vorranno 6 mesi.

Mi mancherete.

396 Il buon senso

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Trascrizione

Tra tutte le qualità di una persona, spicca certamente il buon senso.

Si dice che una persona è di buon senso quando è una persona moderata, che sa valutare bene le situazioni, che ha la capacità di giudicare sempre con equilibrio e ragionevolezza una situazione, comprendendo le necessità pratiche che essa comporta. Ha molto a che fare con l’intelligenza.

Le persone di buon senso non esagerano mai, non vanno oltre i limiti, ma soprattutto si sta parlando della loro capacità di giudizio. Si parla di come vedono le cose e di come agiscono di conseguenza, valutando attentamente pro e contro.

È una capacità naturale, istintiva. Il buon senso non si impara né si insegna, almeno non più di tanto.

La persona di buon senso sa distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, e sa comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione dei risultati pratici da raggiungere.

Si può usare sia il verbo essere che avere:

Quel presidente è totalmente privo di buon senso.

Se avesse più buon senso potremmo fidarci di lui.

Se uso il verbo essere devo usare anche “di”: essere di buon senso. Con avere non c’è bisogno.

Avere buon senso.

Essere di buon senso.

Si usa spesso citare il buon senso anche come una capacità richiesta quando si deve interpretare qualcosa di scritto, come una legge.

Se la legge dice: anche all’aperto è obbligatorio indossare la Mascherina.

Allora il buon senso vuole (si dice così) che se sei completamente solo, come quando sei in macchina da solo o in un parco a fare una passeggiata, non c’è bisogno di indossarla.

Si usa anche le frasi “basta un po’ di buon senso”, “fare appello al buon senso”. “la vittoria del buon senso”.

Basta con questi lockdown, che vinca il buon senso!

In questo caso si sta dicendo che è sufficiente che i cittadini capiscano da soli come comportarsi. Non serve chiudersi tutti in casa.

Abbi il Buon senso di stare zitto!

Come a dire: stare zitto è la cosa più giusta che tu possa fare. Questa è una frase che si sente spesso quando due persone litigano.

Stasera è il 31 ottobre 2020. Tutti i sindaci e governanti del mondo fanno appello al buon senso dei cittadini per la festa di halloween.

Si fa appello al buon senso, cioè ad essere responsabili, a capire da soli come comportarsi, perché non si possono controllare i comportamenti di tutti.

Io invece adesso lascio la parola a qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente per il ripasso delle puntate precedenti.

Carmen: Se aspetti un ripasso da noi stasera, stai fresco.

Oggi non è cosa ché è Halloween 🎃 .

Invece di scervellarsi su delle frasi di ripasso, faremo una bella baldoria. Piuttosto, speriamo che tu abbia dolcetti a portata di mano a scanso di beccarti degli scherzetti.