Ci tengo a te

Audio

Descrizione

Vediamo le espressioni usate per esprimere un sentimento di amore o affetto.

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo tutti i modi per dire “ti voglio bene”. Quanti modi ci sono in italiano? Vedremo che la fantasia non manca agli italiani, in questo caso, soprattutto in campo amoroso direi!

Ho provato a sottoporre la questione su Facebook, ed ho avuto un riscontro molto positivo.

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Tutto è nato da un messaggio che mi è arrivato, su Messenger, dove un amico di Facebook mi chiedeva: cosa significa “ci tengo a te”. Cominciamo quindi a spiegare questa frase. Poi vediamo la fantasia di coloro che hanno risposto alla mia domanda fino a che punto si è spinta.

Una cosa a cui non avevo pensato, in effetti, è che non è facile, non è immediato almeno, comprendere questa brevissima espressione. “Ci tengo a te”.

“Ci tengo a te” è uno dei tanti modi di dire “ti voglio bene”. “Ci tengo a te” è l’abbreviazione di “io ci tengo a te”. Quindi il soggetto, colui che compie l’azione è il sottoscritto, io, cioè chi parla, e chi parla “ci tiene” alla persona che ha di fronte, che sta davanti. “Io ci tengo a te”.

Tenere è il verbo utilizzato: tenere significa trattenere, “to keep” in inglese, o anche “to have”, dipende. Tenere significa avere in mano oppure avere tra le mani; stringere qualcuno o qualcosa con le mani, avere tra le braccia o in altro modo perché non cada, perché non si muova, perché non fugga dalla presa. Questo è tenere.

Ma tenere ha molti altri significati. “Tenere a qualcuno” vuol dire voler bene a questa persona, tanto da, avere difficoltà a lasciarla andare. Se una persona ci tiene ad un’altra persona, vuol dire che la vuole con se, le vuole bene, ci tiene.

La stessa frase “ci tengo”, senza aggiungere altro, ma solo “ci tengo”, significa che per me è importante, senza specificare cosa è importante.

Al lavoro potrei dire: “Mi fai questo lavoro per favore? Ci tengo molto!

E quindi posso anche “tenere a qualcuno”. Attenzione perché l’uso della preposizione semplice “a” è molto importante. Vediamo un esempio di come usare la frase “tenerci a qualcuno”:

Io ci tengo a te!

Tu ci tieni a me!

Lui ci tiene a te!

Noi ci teniamo a te!

Voi ci tenete a lui!

Loro ci tengono a te!

Vedete quindi che è sempre presente, oltre alla preposizione semplice “a”, la parolina “ci”.

“Ci” è un avverbio, si chiama così, ma non ce ne frega niente, poiché quello che interessa è come si usa.

“ci” si usa in moltissime circostanze diverse in realtà, ed in questo caso la sua funzione è quella di rafforzare la frase, dare più forza alla frase, infatti potrei anche togliere l’avverbio “ci” in questo caso: potrei anche dire “io tengo a te”, “tu tieni a me” eccetera. In questo caso il significato non cambia ma è meno forte. Questa forma, senza “ci” si usa maggiormente in ambito formale, al lavoro ad esempio: “se tenessi al tuo lavoro, arriveresti puntuale!”, solo per fare un esempio.

Potete quindi dire “io tengo a te”, o anche “tengo molto a te”, senza “ci”, ma attenzione, perché se togliete il “ci” dovete specificare cosa: non potete dire “io tengo”, perché il “ci” ci deve stare, perché serve a sostituire la cosa di cui state parlando: cioè “te”, la persona alla quale si tiene, ad esempio.

Tengo molto a te” è quindi un bel modo di dire “ti voglio bene”. Si può dire anche ad un amico, quindi è più universale di “ti amo”, che invece si applica solamente all’amore romantico, quello per il proprio partner. È comunque meno usato di “ti voglio bene”, che si usa sempre, con chiunque persona sia importante per te. “Ci tengo” invece si applica anche alle cose: posso tenere al mio lavoro, posso tenere al mio orologio, alla mia automobile eccetera. Voler bene si usa solamente con le persone, quindi amanti, figli, genitori, amici, al limite si può voler bene agli animali domestici, ma non si usa con altre cose: non si usa dire “voglio bene al mio lavoro”, se non in circostanze particolari.

Vediamo altri modi diffusi in Italia per dire: “Ti voglio bene”.

Renato ne suggerisce qualcuno: “Abiti dentro del mio cuore” scrive Renato per primo. In realtà si dovrebbe dire “abiti dentro il mio cuore”. Non credo di averla mai sentita utilizzare caro Renato, ma potrebbe sicuramente far effetto a chi ascolta la frase, senza dubbio.

“Senza te, non sono niente”: questa è la seconda frase di Renato. Si può dire, bravo Renato! E di sicuro non può lasciare indifferente. Tra le frasi proposte in realtà non ci sono frasi normalmente utilizzate, ma di indubbia fantasia: “Sei l’aria che respiro”, “Sei l’ossigeno per me”, “Sei il sangue che corre sulle mie vene”, “Sei la mia allegria di vivere”. Probabilmente la più utilizzata tra quelle proposte da Renato è “Sei la mia fonte di ispirazione”, ma questa frase possono pronunciarla prevalentemente gli artisti e coloro che vivono di ispirazione.

Comunque poi c’è Anna Maria propone “sei il caffè della mia colazione”. Ed Anna Maria ha tenuto a specificare che il caffè è vita per lei.

Nabil propone invece una frase più sobria: “Sei la mia vita, Sei il mio tesoro”. Sicuramente sono entrambe molto utilizzate perché brevi e, diciamo, molto intense.

Lidia invece propone la frase: “IO TI VOGLIO BENE DAVVERO” scritta in caratteri maiuscoli. In effetti la frase “ti voglio bene” è talmente tanto utilizzata che è facile ascoltarla; tutti la possono pronunciare. Quindi dicendo “io ti voglio bene”, ed aggiungendo “davvero!” vuol dire: io non sono come gli altri, io sì che ti voglio bene, io sto dicendo la verità, il mio è un vero sentimento.

Sono stupito che nessuno mi abbia detto la frase “sono pazzo di te”, utilizzatissima come frase in ambito amoroso.

Credo che ci siano anche altre frasi veramente molto utilizzate, vale la pena citare anche delle forme più attenuate, nel senso che ci sono diversi livelli di amore, diverse intensità. Posso amare intensamente o posso anche essere semplicemente interessato ad una persona.

Mi viene in mente la frase “mi interessi!”, o anche “sono interessato a quella ragazza” che manifesta l’intenzione di chi parla nel voler conoscere meglio quella persona, perché attraente, bella, o intelligente.

Se un ragazzo o una ragazza vi dice “mi interessi” vuol dire che gli piaci, o che le piaci: anche se non ti conosce molto bene questa persona è interessata a te. Non è ovviamente ancora amore.

Mi piaci” è generale, si usa spessissimo, ed è un po’ di più di “mi interessi”. Se piaci ad una persona generalmente questa persona ti conosce.

Si usa spesso dire “mi piaci un sacco”, più diffuso di “mi piaci molto”, perché il “mi piace molto” è più adatto agli oggetti, o anche alle vacanze (Roma mi piace molto, l’Italia mi piace molto) ma in realtà si usano entrambi i modi verso una persona: diciamo che “un sacco” è più giovanile.

Comunque anche il “mi piaci” non è vero amore, solamente un po’ di più di un semplice interesse.

Ancora più intenso di “mi piaci” è “ti adoro”. Però per poter dire “ti adoro” ad una persona dovete conoscere molto bene questa persona, non potete certo dirlo ad una persona sconosciuta o che avete conosciuto da poco tempo: dovete conoscerla bene, a fondo, e dovete aver avuto modo di apprezzarne le qualità.

Ti adoro, tra l’altro si dice in occasioni particolari, quando questa qualità che voi apprezzate viene fuori, quando questa qualità emerge con chiarezza e per l’ennesima volta.

Se il vostro fidanzato vi porta sempre i fiori, sapendo che a te piace molto, dopo tre o quattro volte potete dirgli: “ti adoro”, che vuol dire “amo questo tuo atteggiamento”, “amo questa tua attenzione verso di me”, “mi piace questo tuo modo di fare”.

Delle frasi simili a “ti adoro” sono: “mi fai impazzire!”, oppure “mi fai morire!” o anche “sei speciale”, “sei meravigliosa!”

Poi c’è tutto un insieme di frasi che più che amore esprimono attaccamento. La frase più semplice di questo tipo è “mi manchi” (I miss you), ma se volete esagerare, ma state attenti perché rischiate di attaccarvi troppo e di far anche impaurire la persona a cui vi rivolgete, potete dire ad esempio “non riesco a fare a meno di te!”, che non è esattamente come “mi manchi”, più romantica come frase. A chi ama l’amore esclusivo e molto passionale farà sicuramente piacere, ma in generale chi non riesce a fare a meno di un’altra persona ha un attaccamento che ha a che fare con l’egoismo più che con l’amore. Chi ama veramente non dovrebbe dipendere: “l’amore non è dipendenza ma libertà”, dicono gli psicologi.

Meglio che la finiamo qui per oggi. Grazie a tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Un saluto da Giovanni.


>> Tutte le frasi idiomatiche

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Le espressioni sulla fortuna

Trascrizione e spiegazione

Buongiorno e grazie di essere all’ascolto di questo podcast. Per chi è nuovo e non ha mai ascoltato la mia voce, benvenuto, questo podcast è pubblicato su italianosemplicemente.com, sia in forma scritta che in versione audio. Venite sul nostro sito, unitevi alla famiglia di italiano semplicemente, mettete un “like” alla pagina Facebook, ed in questo modo Facebook si ricorderà di mostrarvi le novità di Italiano Semplicemente. Questo è un podcast per coloro che conoscono già un po’ di italiano, ma che hanno problemi di pronuncia, che magari sbagliano a coniugare i verbi e hanno in generale dei problemi di espressione verbale. Con Italiano Semplicemente imparerete la grammatica automaticamente, grazie alle sette regole d’oro, i miei consigli personali, e grazie al metodo utilizzato, che è il metodo TPRS, basato sulle storie e sulla ripetizione.

Oggi è una giornata un po’ nebbiosa a Roma, e quindi c’è un po’ di nebbia. La nebbia è quando c’è molta umidità nell’aria, molta acqua, e quindi non si vede molto bene. La nebbia è quasi come una nuvola. Solo un po’ più bassa e meno densa, meno fitta. A Roma non siamo molto abituati alla nebbia, che solitamente frequenta maggiormente il nord, il nord Italia, ma pazienza.

Oggi sono andato al lavoro con lo scooter e quindi è stato un po’ rischioso, ho corso dei rischi perché la visibilità non era molto alta, non si vedeva benissimo. Ma mi è andata bene, sono sano e salvo. Posso dire di essere stato fortunato a non fare nessun incidente, a non farmi male. “Correre dei rischi” vuol dire fare qualcosa di rischioso, fare qualche attività pericolosa, che potrebbe portare conseguenze negative. Comunque tutto bene, e a proposito di fortuna, che è l’argomento di oggi, c’è chi mi dice che sono fortunato ad abitare e vivere a Roma, perché vivo nella “città eterna”, nella città del Vaticano e del Colosseo. La città eterna è uno dei nomi con cui si indica Roma, la capitale d’italia. La città eterna perché non muore mai, perché è immortale. E’ “eterna” appunto. Roma caput mundi, si dice anche così, cioè Roma capitale del mondo, non solo dell’Italia, ma del mondo intero. Roma è bella, però per chi ci lavora, come me, a Roma, non è poi così piacevole. Roma è eterna, ma anche il traffico è eterno, ed a volte per andare a lavorare ci vuole un’eternità di tempo… poi ci sono anche altri piccoli disagi e punti negativi, come un generale nervosismo abbastanza diffuso. La gente è nervosa, ovviamente mi riferisco agli abitanti di Roma, a chi ci lavora, e non ai turisti che sono felicissimi di essere qui a Roma.

Comunque, parliamo di fortuna oggi, parliamo delle frasi sulla fortuna, ed anche di sfortuna, cioè del contrario della fortuna: la sfortuna: la malasorte.

Capita spesso di parlare di fortuna, capita a tutti anche, ma c’è chi ama parlare di fortuna e sfortuna e chi invece ama di più, cioè preferisce, parlare di fede, di fede e di azione. C’è poi chi preferisce parlare di destino. C’è invece chi parla di sorte e di malasorte.

Sono tutte facce della stessa medaglia, sono tutte definizioni simili tra loro: fortuna, destino, sorte, sfortuna, malasorte, sfiga.

Oggi quindi parliamo di fortuna. Per la fede e per il destino, evidentemente ci vuole più tempo, e dovremmo dedicare un file audio a parte a questi due argomenti.

Ascoltiamo il dialogo che segue, la storia che segue, e quindi ascoltiamo quali sono le espressioni più comuni che riguardano fortuna e sfortuna. La storia parla di una ragazza fortunata, perché sembra che all’università studi molto poco, però sembra che prenda ugualmente dei bei voti. Questa ragazza ne parla coi suoi amici.

Shrouk : Sai, ieri ho fatto un esame, ed ho preso il massimo dei voti! Ma avevo studiato pochissimo!
Adriana: Un colpo di fortuna?
Shrouk: Credo di sì, ma è la terza volta questo mese. Mi è andata sempre bene!
Yasemin: Sei nata proprio con la camicia è?
Shrouk: Beh, chi non risica non rosica!
Georgt: Questo è vero, non si tratta solo di una botta di culo!
Thiago: Però a te va sempre tutto bene, sei una ragazza baciata dalla fortuna. A me non va mai bene niente invece!
Shrouk: Diciamo che sono nata sotto una buona stella, ma stai tranquillo, la ruota gira per tutti!
Ramona: Giusto, hai ragione, la fortuna è cieca!
Thiago: Sì, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!
Jasna: Almeno l’amore andrà bene no? Il proverbio dice: sfortunato al gioco, fortunato in amore!
Thiago: Dici? secondo me sono scalognato anche in amore!
Ahmed: Beh, in amore secondo me la fortuna aiuta gli audaci!
Thiago: Sarà! Finora una sola volta ho avuto una fortuna sfacciata!
Ahmed: quando?
Thiago: quando ho vinto 1 milione di euro al gioco del lotto.
Lot-venson: che culo!

Bene, avete ascoltato quindi, Shrouk è stata fortunata. Ascoltiamo ancora Shrouk:

Shrouk : Sai, ieri ho fatto un esame, ed ho preso il massimo dei voti! Ma avevo studiato pochissimo!

Quindi Shrouk è stata fortunata perché ieri ha fatto un esame, ed ha preso il massimo dei voti, nonostante avesse studiato pochissimo. Shrouk è stata fortunata quindi, ma si può anche dire che a Shrouk “è andata bene“. Quando “ti va bene” vuol dire che sei stato fortunato. E’ la stessa cosa.

Posso dire:

  • A me è andata bene.
  • A te è andata bene.
  • A lui è andata bene.
  • A noi è andata bene.
  • A voi è andata bene.
  • A loro è andata bene.

Attenzione perché se ti va bene un esame, o qualunque altra cosa, non necessariamente sei stata fortunata. Se invece “ti è andata” bene, se ti va bene vuol dire che c’è stata la fortuna.

Ad esempio: “l’esame mi è andato bene” vuol dire che ho superato l’esame, vuol dire che sono stato promosso, che ho preso un bel voto.

Allo stesso modo “il colloquio di lavoro mi è andato bene” vuol dire che sono stato assunto, che ho avuto il lavoro.

Invece se tu mi chiedi: com’è andato l’esame? io posso rispondere “mi è andato bene”, “cioè l’esame mi è andato bene”, oppure posso rispondere “mi è andata bene”, “andata”, e non “andato”, al femminile quindi. E poi non si dice altro: mi è andata bene! Questa è una esclamazione. Non si può dire mi è andata bene l’esame, ma solamente “mi è andata bene!”. Al femminile quindi, “andata” e non “andato”.

“Mi è andata bene” vuol dire quindi “sono stato fortunato”. Quindi Shrouk avrebbe potuto dire:

“Sai, ieri ho fatto un esame, e mi è andata bene, perché ho preso il massimo dei voti pur avendo studiato pochissimo!”

Shrouk avrebbe anche potuto dire: “Ieri sono stata assistita dalla fortuna“. Questa è ancora un’altra espressione sulla fortuna.

Chi è assistito dalla fortuna vuol dire che è fortunato, è come se la fortuna fosse lì con lui, ad assisterlo. Lui è lì, e la fortuna è lì con lui, che assiste, cioè che ha cura di lui, che lo custodisce, che lo assiste, che lo protegge. Questo è “essere assistiti dalla fortuna”.

Adriana: Un colpo di fortuna?

Arriva Adriana che fa una domanda: un colpo di fortuna?

Adriana chiede se Shrouk abbia avuto un “colpo di fortuna”, cioè se la fortuna la abbia aiutata, se la fortuna le abbia dato un “colpo”, cioè una spinta, un aiuto, per superare l’esame. Un colpo di fortuna si usa molto spesso, e fa parte del linguaggio di tutti i giorni e che potete ascoltare in ogni contesto. Non si tratta di dialetto.

Shrouk: Credo di sì, ma è la terza volta questo mese. Mi è andata sempre bene!

Quindi in questo mese è la terza volta, wow, è la terza volta che Shrouk ha un colpo di fortuna: Shrouk è stata assistita dalla fortuna molto spesso ultimamente, recentemente.

Le è andata sempre bene. Vediamo quindi che “mi è andata bene” è al femminile, anche se l’esame è una parola maschile. Come dicevo prima, “mi è andata bene” vuol dire “sono stato fortunato” (o fortunata, nel caso di Shrouk). Le è andata sempre bene, quindi in tutti e tre gli esami che ha dato Shrouk, questo mese, le è andata sempre bene, cioè è stata sempre fortunata, è stata sempre assistita dalla fortuna.

Yasemin: Sei nata proprio con la camicia è?

Yasemin commenta, commenta la fortuna di Shrouk, e dice che Shrouk, secondo lei, secondo Yasemin, è “nata con la camicia”.

Se analizziamo i senso proprio fa un po’ ridere perché la camicia è semplicemente un capo d’abbigliamento, di stoffa che copre il busto, e di solito ha un colletto e delle maniche. Impossibile quindi nascere con la camicia nel senso proprio. In realtà quando si nasce, può accadere che il sacco in cui è avvolto il bambino, che solitamente si rompe prima della nascita, è ancora intatto. Può accadere cioè che il bambino nasca ancora nel sacco (il cosiddetto sacco amniotico). E’ molto raro ma può accadere. Ebbene questo sacco è anche chiamato “camicia”, perché copre il bambino, lo avvolge, proprio come la camicia copre il corpo di chi la indossa.

E’ difficile dire se la cosa porti veramente fortuna, ma di sicuro è un evento molto raro e quindi “essere nati con la camicia” è oggi una frase diffusa per dire “essere fortunati”. Non è però un colpo di fortuna, ma è una fortuna costante, che ti assiste sempre, tutta la vita.

Infatti Yasemin dice a Shrouk che è nata con la camicia dopo che Shrouk ha detto che è la terza volta che le accade questo mese.

Shrouk: Beh, chi non risica non rosica!

Questa è una frase interessante. Rosicare è un verbo usato per i topi, gli scoiattoli, i roditori in generale, tutti quegli animali che hanno denti forti e che li utilizzano per rosicare, significa rodere a poco a poco, rosicchiare. Si può rosicchiare, rosicare, una pannocchia, un torsolo di mela, eccetera. Rosicare significa togliere dei pezzi piccoli con i denti, poco a poco. Però rosica qui significa “ottenere risultati”, “raggiungere l’obiettivo”.

“Risica” invece non esiste come parola, ma esiste il verbo “rischiare”. “Chi non risica” quindi vuol dire “chi non rischia”.

Quindi l’intera frase, “chi non risica non rosica” vuol dire “chi non rischia non ottiene risultati”. Ma suona meglio dire “chi non risica non rosica”, è più bello, suona meglio, anche se risicare non esiste; è più facile anche a pronunciarlo.

Chi non risica non rosica quindi vuol dire che chi non rischia non ottiene risultati. Solo chi rischia può ottenere risultati. Solamente chi corre il rischio, chi è disposto a correre il rischio, può ottenere un buon risultato. Chi invece non corre il rischio, chi non se la sente, chi preferisce non rischiare, non può ottenere risultati.

Shrouk vuole dire che lei ha rischiato, e pur sapendo che non era molto preparata, ha rischiato; ha rischiato e le è andata bene. E’ una frase però che potete usare solamente in un contesto scherzoso, tra amici o in famiglia.

Georgt: Questo è vero, non si tratta solo di una botta di culo!

Georgt, dal Messico (ciao Georgt!) che è la prima volta che partecipa ai nostri podcast, dice che Shrouk ha ragione, che è vero che chi non risica non rosica.

Secondo Georgt non si tratta solo di una “botta di culo”.

Ecco questa frase idiomatica ha lo stesso significato di “colpo di fortuna”: è la stessa cosa. Un colpo di fortuna è come una botta di culo. Una botta infatti è un colpo. Se qualcuno vi da un colpo, vi colpisce, vuol dire che vi ha dato una botta.

Il culo invece, con una elle sola (culo, non cullo) è il sedere. Culo equivale ad “ass” in inglese. Quindi è dialettale, tutti vi capiranno in Italia, ma si tratta comunque di una parola dialettale e scurrile, di una parolaccia insomma. Potete anche dire “botta di sedere”, ma non cambia molto in realtà.

Avere avuto una botta di sedere, o di culo, vuol dire quindi aver avuto fortuna, aver avuto un colpo di fortuna, un episodio fortunato. Si tratta comunque di un episodio, non di una fortuna costante e duratura, proprio come colpo di fortuna, perché un colpo è improvviso, dura solo un attimo. Ovvimaente non troverete nei libri di grammatica la frase “botta di culo”.

Thiago: Però a te va sempre tutto bene, sei una ragazza baciata dalla fortuna. A me non va mai bene niente invece!

Thiago dice che Shrouk è una ragazza fortunata, anzi dice che è una ragazza baciata dalla fortuna. La fortuna ha baciato Shrouk, e quindi chi ti bacia solitamente ti ama, quindi la fortuna è innamorata di Shrouk. Ed anche Italiano Semplicemente è stato baciato dalla fortuna incontrando una ragazza Shrouk. Anche essere baciati dalla fortuna è segno di fortuna duratura, che dura nel tempo, e non è una fortuna episodica.

A Thiago non va mai bene niente invece. Povero Thiago!

Shrouk: Diciamo che sono nata sotto una buona stella, ma stai tranquillo, la ruota gira per tutti!

Shrouk dice di essere nata sotto una buona stella. Quando si è nati sotto una buona stella vuol dire che si è fortunati, ed anche qui la fortuna è una fortuna duratura. Qui entriamo un po’ nell’astrologia, secondo la quale i pianeti influenzano i destini umani. Ci sono pertanto stelle buone  stelle cattive, stelle positive e negative, stelle che portano fortuna e stelle che portano sfortuna. Una buona stella è una stella che porta fortuna, perché è buona appunto.

E chi nasce sotto una buona stella, evidentemente, è assistita dalla buona stella per tutta la vita, la buona stella avrà cura di lei per sempre. Questo è nascere sotto una buona stella.

La “ruota gira per tutti” si intende la ruota della fortuna, per dire che la fortuna assiste tutti prima o poi, perché infatti le ruote girano, ed anche la ruota della fortuna lo fa, e girando girando incontra persone sempre diverse. La ruota gira per tutti quindi vuol dire che tutti, prima o poi, avranno fortuna, saranno assistiti dalla fortuna, perché la fortuna gira come una ruota.

Ramona: Giusto, hai ragione, la fortuna è cieca!

La fortuna è cieca dice Ramona, cioè la fortuna non ci vede, è cieca, e non sa chi colpisce, non sa chi è la persona che colpirà, non sa chi assisterà, a chi starà vicino, a chi bacerà. La fortuna è cieca quindi quando gira non si sa per chi girerà.

Thiago risponde subito:

Thiago: Sì, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!

Thiago conferma: la fortuna è cieca, quindi dice ok, Ramona, è vero, ma la sfiga ci vede benissimo!

La sfiga è la sfortuna, in forma dialettale. Sfiga si usa in tutta italia, ma fa parte del linguaggio informale, non la usate questa parola con persone che non conoscete.

La frase di Thiago è abbastanza diffusa in Italia, “la fortuna è cieca  ma la sfiga ci vede benissimo” per smentire che la fortuna sia veramente cieca, dicendo che la sfortuna non è cieca invece, la sfortuna ci vede bene, la sfiga ci vede molto bene e sa sempre chi colpire.

Thago aveva già detto di essere sfortunato, che a lui non va mai bene niente, e quindi di essere una persona sfortunata.

Gli risponde Jasna che dice:

Jasna: Almeno l’amore andrà bene no? Il proverbio dice: sfortunato al gioco, fortunato in amore!

Jasna chiede a Thiago se in amore è fortunato, se si ritiene una persona fortunata in amore. Perché, dice Jasna, chi è sfortunato al gioco è fortunato in amore.

Qui non c’è nessun gioco ovviamente, perché Thiago diceva di essere sfortunato in generale nella vita, parlando in generale, dice infatti che non gliene va bene una. Non si tratta di un gioco. Questa frase solitamente si dice a chi perde al gioco, per tirarlo su di morale, per rincuorarlo, per rassicurarlo: “sfortunato al gioco, fortunato in amore!”. Per dire che chi perde al gioco ha avuto sfortuna, ma la fortuna lo assiste in campo amoroso. Non si può essere sfortunati in tutto.

Jasna vuole sapere se Thiago in amore abbia avuto fortuna oppure no, se Thiago si ritiene una persona che in amore la fortuna lo assista oppure no, ed immagina di sì; Jasna immagina che Thiago sia fortunato in amore, ma lo dice per rincuorarlo, per tirarlo su di morale.

Thiago: Dici? secondo me sono scalognato anche in amore!

Non lo sa Thiago se è fortunato o meno in amore. Secondo lui no, secondo lui anche in amore è sfortunato. Anche in amore è scalognato.

La scalogna è la sfortuna. E’ come la sfiga, ma la scalogna è un po’ in disuso, anche se meno popolare di sfiga. La scalogna è una fortuna persistente, che non ti abbandona.

Un altro modo per indicare la sfortuna, oltre la scalogna e la sfiga, è la iella, o Iattura.

Sentiamo se Manel conosce il significato della parola Iella.

Manel: la iella significa la sfortuna, oppure le cose che portano sfortuna, come un gatto nero, la cadenza (caduta) del sale, eccetera.

La Iella e la Iattura sono nomi femminili, come la scalogna  e la sfiga, e come anche la sfortuna e la malasorte. Tutti nomi femminili. Chissà perché la fortuna e la sfortuna hanno sempre nomi femminili.

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L’attore italiano Totò, nella parte dello “iettatore”

La Iella è come una maledizione, la Iella è un qualcosa che viene dato da qualcuno, o da qualcosa. Come se la sfortuna fosse qualcosa che viene portato da qualcun’altro. Infatti esiste lo Iettatore, o Iellatore colui che porta iella, colui che è portatore di iella, di iattura, di sfortuna. E’ colpa dello iettatore che la sfortuna, la iella, arriva e colpisce una persona. Lo iettatore è colui che ha il potere di portare iella, anche contro la sua stessa volontà.

Si dice spesso: che iella! cioè che sfortuna!

Ahmed: Beh, in amore secondo me la fortuna aiuta gli audaci!

Interviene Ahmed che dice che la fortuna aiuta gli audaci, la fortuna aiuta gli audaci.

Gli audaci sono coloro che osano, coloro che hanno coraggio. E’ un po’ come “chi non risica non rosica”. Solo chi osa, cioè solamente gli audaci, ottengono risultati. Se sei audace, se hai il coraggio di osare, di provare, anche se c’è il rischio di fallire, di non riuscire, allora magari ti va bene, magari la fortuna ti aiuterà.

Se invece non sarai audace non potrà aiutarti la fortuna. Quindi la fortuna aiuta gli audaci, in amore, dice Ahmed.

Thiago: Sarà! Finora una sola volta ho avuto una fortuna sfacciata!

Thiago non è proprio convinto di questo, e dice che solamente una volta è stato fortunato in vita sua. Solo una volta. dice Thiago, ha avuto una fortuna sfacciata.

Cosa vuol dire sfacciata? Letteralmente vuol dire “senza faccia”: sfacciata, come squilibrata vuol dire “senza equilibrio”, come “spellata” vuol dire senza pelle, eccetera.

Sfacciata è una parola, è un aggettivo, che si utilizza solitamente con le persone. E’ una frase idiomatica che solitamente vuol dire “senza rispetto”.

Se dico che una ragazza ad esempio “è una persona sfacciata” vuol dire che non ha rispetto, che non rispetta nessuno, che dice quello che pensa, sena farsi problemi, senza contenersi, senza limiti, senza barriere. Questa persona esagera, non ha faccia, è come se non fosse una persona normale, con una faccia normale, ma è esagerata, è sfacciata.

“Non essere sfacciato” lo può dire un genitore ad un figlio, se il figlio risponde male alla madre o al padre: “non fare lo sfacciato”, cioè “abbi rispetto dei tuoi genitori”.

La fortuna sfacciata, allo stesso modo, è una fortuna che non si contiene, è una fortuna esagerata, senza limiti. Non si usa con la sfortuna però: non si può dire “sfortuna sfacciata”. Quindi non c’entra il rispetto qui, ma c’entra il concetto di normalità e di esagerazione:

Sfacciata = esagerata. Fortuna sfacciata=fortuna esagerata.

Finora Thiago solamente una volta ha avuto una fortuna sfacciata, e quando? Quando ha avuto questa fortuna esagerata Thiago?

Ahmed: quando?

Gli lo chiede Ahmed quando, e Thiago risponde prontamente:

Thiago: quando ho vinto 1 milione di euro al gioco del lotto.

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Urna con le palline da estrarre nel gioco del lotto

Beh, Thiago una volta ha vinto un milione di euro!! Mica male Thiago, che fortuna! Ha vinto un milione di euro al gioco del lotto. Il gioco del lotto è un gioco a pronostico, una lotteria, ed è quel gioco in cui vengono estratti, vengono sorteggiati dei numeri, e i partecipanti a questo gioco punta su dei numeri, e questi numeri vengono scritti, stampati su una ricevuta, su in cui sono scritti dei numeri sui quali si è puntato. Si possono puntare da un minimo di 1 ad un massimo di 10 numeri compresi tra 1 e 90. Si possono vincere molto soldi a questo gioco: più numeri escono e più si vince. “Puntare su dei numeri” vuol dire scommettere che quei numeri verranno estratti, vuol dire pronosticare, cioè prevedere che quei numeri escano, che quei numeri siano estratti. Estratti vuol dire letteralmente “estratti dall’urna”, cioè tirati fuori da un contenitore, chiamato urna, nel quale ci sono le palline con i numeri. Ogni pallina ha un numero, e dentro l’urna ci sono quindi 90 palline. Quando c’è l’estrazione delle palline, si tirano fuori alcune palline, si leggono i numeri, e ognuno che ha partecipato al gioco può verificare se i suoi numero siano stati estratti.

Quindi Thiago dice di aver vinto 1 milione di euro al gioco del lotto!

Lot-venson: che culo!

Lot, da Haiti, che salutiamo, dice: che culo! Che culo vuol dire, come avrete intuito, fortuna. Thiago ha avuto un colpo di fortuna, o una botta di culo, detto abbastanza volgarmente. Che culo è una esclamazione utilizzata in tutta Italia, senza distinzione, ed è un modo abbastanza forte di dire “che fortuna!”.

Culo, lo ripeto ancora una volta, si scrive e si pronuncia con una sola “elle”.

Possiamo anche dire, sempre volgarmente, che Thiago in quella occasione ha “sculato“, o anche “è stato Sculato”. Sculato viene da sculare, che è un verbo che non esiste in realtà. Thiago è stato sfortunato. Thiago ha avuto una fortuna sfacciata, ha sculato, è stato sculato. Stavolta sculato non è come sfacciato, cioè non è “senza culo”, ma comunque significa che Thiago ha esagerato in qualcosa. Ha esagerato in culo, cioè in fortuna.

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Ricordo che per chi è interessato a lavorare in Italia, c’è il corso Italiano Professionale, l’Italiano che è utilizzato in ambienti professionali, e che può esservi utile se volete migliorare il vostro italiano e portarlo ad un livello ancora più alto. La prima lezione è gratuita e già online, c’è già il testo scritto, e tra qualche giorno avrete anche l’audio. Informerò su facebook quando sarà online. I corso sarà disponibile nel 2018, ancora 23 mesi quindi, ma chi vuole lo può già prenotare gratuitamente.

Ciao amici, e buona fortuna!

 

Video con sottotitoli

 

Una cena in ambasciata. Linguaggio FORMALE

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Audio

 

Ramona: ebbene, sarei curiosa di sapere se è stata resa nota la data della cena in ambasciata per discutere dell’emergenza immigrazione.

Shrouk:  purtroppo,  onorevole, sembra che ci sia ancora qualche impedimento. 

Adriana: anche io ne sono oltremodo rammaricata; qualcuno è a conoscenza delle motivazioni?

Thiago: credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che non tutti gli invitati abbiano ancora dato la loro disponibilità  per la data proposta dell’ambasciatore.

Lilia: onorevoli colleghi, vi invito cortesemente a prendere una decisione in merito in tempi brevi.

Amany:  non me ne vogliate, è stata una mia mancanza. Ho avuto un’agenda che recentemente ha subito stravolgimenti imprevisti.

Ahmed: non è il caso di farne un problema onorevole, non crolla il mondo se posticipiamo di una settimana.

Jasna: certamente, sebbene sarebbe opportuno che  non si vada troppo in là, a prescindere dagli impegni personali, considerata l’urgenza.


Buonasera membri della famiglia di Italiano Semplicemente, e grazie di essere qui all’ascolto del file audio di oggi.

Prima però voglio dare il benvenuto ai due nuovi membri dello staff, Lilia e Jasna, rispettivamente dalla Russia e dalla Slovenia che mi aiuteranno per comunicare con coloro che parlano il russo, il tedesco e la lingua slovena.

Grazie poi anche agli amici che hanno partecipato a questo file audio, e che lo hanno reso più divertente e piacevole con le loro voci.

Dunque oggi, dopo aver pubblicato il podcast sulla cena tra amici, dove abbiamo spiegato alcune espressioni informali, cioè familiari, oggi vediamo una conversazione più formale.

ambasciata ditaliaCredo sia utile, credo sia anzi molto utile, approfondire queste due categorie di linguaggio e quindi essere in grado di comprendere non solamente il linguaggio di tutti i giorni, cioè il linguaggio che utilizziamo in famiglia o con gli amici, vale a dire il linguaggio informale, o lessico familiare, ma approfondire anche le espressioni più formali, le frasi e i modi in cui possiamo esprimerci in occasioni più formali, in occasioni importanti.

Quando parlo di espressioni formali, sto evidentemente parlando di forma. C’è la parola forma all’origine del linguaggio formale.

Cosa significa? La forma è una caratteristica, come sapete, degli oggetti. Ogni oggetto ha una sua forma: quadrata, rettangolare, rotonda, eccetera. Ogni oggetto ha una sua forma. Però in realtà la forma non si riferisce solamente agli oggetti, ma possiamo applicarla anche ai discorsi, quindi anche alle parole ed alle frasi. La forma rappresenta come gli oggetti si presentano alla vista, ci dicono qualcosa degli oggetti, non ci dicono tutto, d’accordo, ma qualcosa ci dicono. Dalla forma quindi, dalla forma che ha un oggetto ci facciamo una idea di un oggetto.

Analogamente, dalla forma di una frase, dalla forma di una espressione verbale ci facciamo un’idea della frase, e ci formiamo una nostra idea anche di chi l’ha pronunciata, quella frase, lo chiedo a Salma, egiziana, che è la prima ospite d’onore di questo podcast. Non è vero Salma?

Salma: certo Gianni, le cose infatti si possono dire in molti modi diversi ed in Italia si dice, si usa dire che “la forma è sostanza”, cioè che la forma è importante, è importante cioè esprimere una idea, un’opinione, un concetto, nel modo giusto. È esatto Gianni?

Esatto Salma, proprio così. Come parla bene Salma vero? Molto brava Salma. Quindi quando diciamo che una espressione è informale, vuol dire che non si sta attenti alla forma. Informale significa che la frase è una frase che non è stata curata molto, e chi l’ha pronunciata non ha badato alla forma, ma ha usato un linguaggio, appunto, informale. Quello che conta è il contenuto; la cosa a cui ha prestato maggiore attenzione, chi l’ha pronunciata, è il contenuto della frase, e non la forma.

Questo accade nel lessico familiare.

Il linguaggio formale si usa quindi in tutte quelle occasioni in cui non è importante solamente comunicare un concetto, dove non conta solamente il contenuto di una frase, ma conta, cioè ha la sua importanza, anche il modo in cui si dice, le parole che si usano. Il fatto stesso di utilizzare parole non di comune utilizzo, non di tutti i giorni, il fatto di usare parole più rare, meno usate normalmente, ebbene questo è già di per sé indicazione della volontà di dare una forma alla frase, di volerla presentare in modo diverso, non in modo semplice, quindi, non in modo informale.

Personalmente non amo molto la comunicazione formale, preferisco quella informale, ma ci sono vari livelli di comunicazione formale.

Vediamo cosa ne pensa Neringa, ragazza Lituana, cioè della Lituania. Cosa ne pensi Neringa? Preferisci il lessico familiare o quello formale?

Neringa: per ora forse informale. Perché sono laureata, diciamo così, di cose di leggi, e sarà più difficile studiare cose di legge.

Credo che il linguaggio a cui ti riferisci, Neringa,  sia il linguaggio tecnico.

Il linguaggio formale però non è proprio uguale a quello tecnico. Il linguaggio tecnico è quello ad esempio proprio delle leggi, cioè il linguaggio della giurisprudenza, quello di cui parli tu, ma anche quello della medicina va bene?  In generale è il linguaggio scientifico, il linguaggio delle varie scienze, delle discipline. Ma non solo: anche il gioco del calcio ha un suo linguaggio tecnico ed anche gli altri sport. Ma chi si intende di sport e usa questo linguaggio specifico non significa che sta parlando in modo formale. E’ vero che a volte può essere confuso il linguaggio tecnico con quello formale: se ad esempio un medico dice: “le raccomando di detergere bene le mani prima di ogni pasto“, il verbo detergere, che significa lavare, è un termine tecnico, perché è utilizzato da un medico, ma se lo dico io ad un mio collega di lavoro diventa un termine formale. Non lo sto usando perché sono un medico.

Una cosa è certa, chi parla in modo formale può farlo per due motivi: o perché non c’è confidenza con la persona con cui parla, a cui si rivolge,  oppure questa persona vuole creare una distanza con il suo interlocutore, non vuole avere confidenza, non vuole che ci sia amicizia, ok? Invece vuole essere rispettato, e crede che con un linguaggio formale aumenti il rispetto del suo interlocutore verso di lui.

Bene, iniziamo a vedere le frasi di oggi, le frasi della nostra conversazione. Questa volta si tratta di una cena con l’ambasciatore, di una cena che si svolge in ambasciata.

A questa cena parteciperanno dei politici, degli uomini e della politica italiana, cioè degli onorevoli.

Il motivo della cena, l’oggetto della cena, dell’incontro tra i politici e l’ambasciatore sarà l’emergenza immigrazione.

Ho scelto quindi un tema di attualità, ed evidentemente di queste cene se ne faranno molte in Italia. L’immigrazione è quando degli stranieri entrano in un paese, e questo paese in questo caso è l’Italia.

Quella che avete ascoltato in realtà è la fase organizzativa delle cena. La data della cena non è stata ancora decisa, per qualche motivo, e i politici invitati alla cena, gli onorevoli che parteciperanno alla cena, stanno parlando proprio di questo: come mai non si decide quando cenare insieme? Onorevole è una parola che viene da onore,  quindi un onorevole ha l’onore di essere un onorevole,  un rappresentante dello Stato italiano, quindi va onorato,  va cioè rispettato. Gli va dato onore di questo, gli va cioè riconosciuto il merito di essere stato eletto come rappresentante dello Stato Italiano. Per questo si chiama onorevole. Per lo stesso motivo chi merita un premio si può chiamare meritevole, e se una cosa dura molto tempo si dice durevole, se gira si dice girevole eccetera. Quindi onorevole è una persona che ha onore.

E come mai non si raggiunge un accordo sulla data della cena? Sul giorno della cena?

Si tratta quindi dello stesso tipo di conversazione che abbiamo visto qualche giorno fa nella “cena tra amici“, l’ultimo podcast pubblicato sul sito italianosemplicemente.com.

Questa volta però i partecipanti alla cena non sono amici ma sono… “colleghi” potremmo dire così, poiché sono tutti dei politici italiani. Fanno tutti lo stesso mestiere, lo stesso lavoro.

Sapete  cosa sono i colleghi? Vediamo se  Manel, dall’Algeria, conosce questa parola.

Manel: allora, colleghi, lo so cosa significa perché assomiglia ad una parola francese: collega significa un amico nel lavoro, o un amico nell’aula. Penso che è questo, ma credo che è giusto

Ok Manel, ci siamo, i colleghi lavorano con noi, e possono anche essere amici, ma non è detto. Poi hai detto penso “che è questo” e naturalmente volevi dire “penso sia questo”. Allo stesso modo la tua ultima frase “credo che è giusto” si dice “credo sia giusto”.

Quelli della storia, gli onorevoli, sono dei personaggi importanti, che non è detto si conoscano bene, quindi utilizzano un linguaggio formale, anche perché devono andare a cena da un ambasciatore. Non abbiamo detto quale ambasciatore, ma non è importante per la spiegazione.

L’Ambasciatore comunque  è la persona che viene detta un agente diplomatico, una persona che si occupa di rapporti diplomatici, cioè di diplomazia, e tra tutti gli agenti diplomatici è quello che appartiene alla classe di rango più elevato, dove il rango rappresenta l’importanza.

Se una persona ha un alto rango, vuol dire che è molto importante. L’ambasciatore è una persona molto importante.

Quindi l’ambasciata è il luogo ideale per una cena formale e per parlare in modo formale. Non trovate?

Si dice anche parlare in modo forbito. Manel voglio farti una seconda domanda: sai cosa significa “linguaggio forbito?

Manel: Forbito non lo so! non so cosa significa forbito, penso che venga dalla parola furbo, cioè molto intelligente.

Beh Manel, forbito  è una parola difficile ed è normale che tu non la conosca. L’hai però pronunciata molto bene. Forbito è simile alla parola furbo, ma invece vuol dire una cosa diversa: vuol dire curato, raffinato, elegante, ricercato. E’ una parola che si usa per il linguaggio ed il modo di parlare. Quindi si può parlare in modo forbito, si può avere uno stile forbito, ok? Si può anche dire che una persona è forbita nel parlare. Si dice anche “ricercato“. Attenti però perché se una persona “è ricercata” vuol dire solamente che la polizia la sta cercando, è ricercata dalla polizia, ed è ricercata per andare in prigione, perché ha commesso un crimine. Invece si dice anche che una persona parla, si esprime, in modo ricercato. State attenti che la lingua italiana qualche volta è pericolosa.

Non provate a dire a qualcuno: “vedo che lei è ricercato!” Perché potrebbe offendersi! La frase esatta è: vedo che lei parla in modo ricercato! o in modo forbito.

Allora vediamo quindi le frasi e la pronuncia della conversazione.

Inizia la nostra Ramona da Beirut, che dice:

Ramona: ebbene, sarei curiosa di sapere se è stata resa nota la data della cena in ambasciata per discutere dell’emergenza immigrazione.

Cominciamo da “ebbene“. Non è una parola che si usa molto nel linguaggio comune. Solitamente si dice “insomma?”, “allora?”, ” Beh allora? “in definitiva?”. Ebbene si usa nelle domande, si usa per fare  le domande, e serve a sollecitare una spiegazione o una decisione. “Ebbene cosa pensi di fare?”, “Ebbene, hai deciso?”. Sollecitare significa fare in modo che qualcuno faccia qualcosa, chiedere, stimolare, insistere. Quando si vuol sollecitare gentilmente qualcuno si può dire “ebbene?”.

Poi Ramona dice: “sarei curiosa di sapere”. Ramona avrebbe potuto dire “sono curiosa di sapere”, oppure “voglio sapere”, oppure “qualcuno mi dica”, “desidero sapere” ad invece Ramona usa il condizionale: dice “sarei curiosa” e non “sono curiosa”. Questo perché il condizionale rende la frase più educata, meno brusca, e questo non avviene  solamente nella lingua italiana. Quindi se si vuole usare un po’ di delicatezza, usare il condizionale è una buona idea. Il condizionale si usa anche per fare ironia però, attenti, quindi state attenti al tono ed alla situazione in cui vi trovate.

Ad esempio una moglie potrebbe dire al marito: “Sarei curiosa di sapere dove sei stato stasera!” è ironico, non è rispettoso. Attenti quindi al condizionale.

Poi, “è stata resa nota la data” vuol dire “è stata decisa”, “è stata comunicata”. Rendere noto vuol dire “far diventare conosciuta” una cosa. Prima di rendere nota una informazione questa informazione non si conosceva, ma dopo che qualcuno l’ha resa nota allora tutti ne vengono a conoscenza.

Infine il verbo “discutere“, “discutere dell’emergenza immigrazione”, qui è usato come sinonimo di parlare, cercare delle soluzioni insieme, scambiarci le proprie opinioni, ma nel linguaggio informale discutere significa anche litigare, ed è più utilizzato per dire che ci sono delle persone che non sono d’accordo su un argomento: Quindi nel linguaggio di tutti i giorni se dico ad  esempio: “io e mia moglie abbiamo discusso molto oggi” vuol dire che abbiamo parlato ad alta voce, quasi litigato, abbiamo alzato la voce, non eravamo d’accordo e abbiamo così discusso. In ambasciata invece discutere di immigrazione vuol dire parlare, scambiarci le idee. Se non riuscite a capire il senso  potete essere sicuri del vero significato della parola “discutere” solamente in un caso: quando c’è la particella “ne”. Quando ascoltate la frase “ne abbiamo discusso”, con il “ne” davanti, vuol dire sempre “parlare”, “confrontarci”: “ne abbiamo discusso, cioè ne abbiamo parlato”. Invece se ascoltate “abbiamo discusso”, senza il “ne”, non potete essere sicuri se si parla di parlare o di litigare.

Passiamo alla frase di Shrouk:

Shrouk:  purtroppo,  onorevole, sembra che ci sia ancora qualche impedimento. 

Purtroppo“, cioè la parola “purtroppo” non possiamo definirla una parola formale, ricercata, perché si usa sempre, ma volendo Shrouk avrebbe potuto dire “malauguratamente”, che è molto più formale, ed anche più comprensibile da chi parla il francese, infatti è simile all’equivalente in francese (malheureusement). In italiano nessuno usa però malauguratamente, che viene da male augurio, cioè è una cosa che non si augura, che non si deve augurare, non si deve desiderare, e quindi vuol dire purtroppo, malauguratamente quindi vuol dire in modo malaugurato. Infatti anche altre parole, come ad esempio efficientemente ad esempio vuol dire in modo efficiente, e fortunatamente vuol dire in modo fortunoso, eccetera.

Poi Shrouk dice “sembra che ci sia ancora qualche impedimento“, che in modo più semplice avrei potuto dire “pare che ci sia ancora qualche problema“. “pare che ci sia qualcosa che non va”. Pare quindi è come sembra, ma pare non si usa in questi casi importanti. Un impedimento invece è un problema, qualcosa che “impedisce” è qualcosa che “non permette”: in questo caso non permette, cioè impedisce, di fissare la data, e di rendere nota la data della cena.

La parola “impedimento” è poco usata nel linguaggio di tutti i giorni: si usa sempre “problema” al suo posto.

Arriva a questo punto Adriana dalla Colombia, da Bogotà:

Adriana: anche io ne sono oltremodo rammaricata; qualcuno è a conoscenza delle motivazioni?

Adriana ne è rammaricata, cioè ne è dispiaciuta. Adriana prova del rammarico, prova cioè del dispiacere. Questa sì che è una parola forbita: essere rammaricati è veramente una caratteristica di chi ha veramente un rango elevato: lo potrebbe dire un Re, una Regina, o anche un ambasciatore. In bocca ad un onorevole, ad un uomo politico, veramente suona un po’ ridicolo, cioè fa un po’ ridere. Se ascoltate qualcuno che usa questo verbo sicuramente lo sta facendo per farsi notare, per “darsi un tono”, si dice in Italia, cioè per sembrare una persona che sa parlare bene.

Adriana quindi è rammaricata, accidenti Adriana, non lo avrei masi immaginato!!Adriana poi ha detto che ne e oltremodo rammaricata! La parola “oltremodo“, cara Adriana, è ancora più formale di rammaricata!

Oltremodo significa molto, oltremisura. Semplice quindi. Oltremodo vuol dire oltre, cioè al di là, di piùmoltissimo, oltre la misura normale, di più del normale.

Adriana è rammaricata oltremisura perché non è a conoscenza delle motivazioni. Ad una amica Adriana avrebbe detto: “accidenti, qualcuno sa perché?” “qualcuno sa il motivo?”ed invece di dire questo dice “qualcuno è a conoscenza? cioè “qualcuno conosce?”, “qualcuno sa?”, “qualcuno conosce il motivo?“, “qualcuno conosce il perché?“, “qualcuno sa il perché?” Essere a conoscenza delle motivazioni suona molto più formale, molto più ufficiale, molto più importante, ed Adriana si sente molto importante, l’onorevole Adriana! Scusa Adriana se ti prendo in giro:

Adriana: non è giusto però!

Sentiamo Thiago dal Brasile:

Thiago: credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che non tutti gli invitati abbiano ancora dato la loro disponibilità  per la data proposta dell’ambasciatore.

Thiago dice “credo di poter dire“, cioè semplicemente “crede” ok? crede “con quasi assoluta certezza“, cioè “crede quasi sicuramente”, ne è quasi sicuro, che c’è qualcuno che ancora “non ha dato la sua disponibilità”, cioè non ha detto “ok” all’ambasciatore, alla data proposta dall’ambasciatore. L’ambasciatore aveva deciso una data, la aveva proposta a tutti gli invitati alla cena e qualcuno ancora  non ha detto “ok” a quella data. Dare la propria disponibilità significa dire si essere disponibili, di esserci, per quella data, quindi vuol dire dire di sì. Dire “ok” alla data.

Lilia: onorevoli colleghi, vi invito cortesemente a prendere una decisione in merito in tempi brevi.

Lilia dalla Russia, appena entrata nello staff di Italiano Semplicemente, “invita cortesemente” i suoi colleghi onorevoli. Il verbo invitare è normalmente usato per far venire le persone a casa propria, o ad una festa: invitare una persona a casa, invitare una persona alla festa di compleanno eccetera. Ma si può anche invitare qualcuno a parlare, o a fare una qualsiasi azione. In questo caso significa sollecitare, spingere qualcuno a fare qualcosa. Come dire: “prego signore, dica pure!” “prego signora”, quando si dice “prego”, si invita qualcuno, si sollecita qualcuno a fare qualcosa.

Invitare è anche un modo cortese di dire “prego“, e spesso è seguito dalla parola “cortesemente”, quindi vi invito cortesemente equivale a vi invito con cortesia, vi invito con gentilezza. Lilia quindi, invita cortesemente i suoi collegjhi a “prendere una decisione”, cioè a decidere. Li invita a decidere “in merito.

Anche questo “in merito” è molto formale, si usa nelle dichiarazioni ufficiali, sia usa molto nella forma scritta.

In merito vuol dire “in proposito”, cioè “su questa cosa”, sulla cosa di cui si sta parlando”, cioè sulla data della cena.

Posso dire:

  • qual è la tua opinione in merito?
  • Il tuo collega, in merito, cosa ne pensa?
  • La tua azienda, in merito, cosa può offrirci?

quindi questo è come dire:

  • qual è la tua opinione in proposito?
  • Il tuo collega cosa dice di questo?
  • La tua azienda, in proposito, cosa può offrirci?

Ok. invece “in tempi brevi” invece cosa significa? Lo chiedo a Dalila di Algeri:

Dalila: l’espressione in tempi brevi vuol dire fra un piccolo tempo o un limitato tempo

Brava Dalila, infatti vuol dire proprio così, “velocemente”. Anche questa espressione non si usa normalmente, ma non è super-formale, solo un po’ più ricercata, niente di più.

Arriva l’onorevole Amany, ragazza egiziana,  che   dice che è colpa sua:

Amany:  non me ne vogliate, è stata una mia mancanza. Ho avuto un’agenda che recentemente ha subito stravolgimenti imprevisti.

“Non me ne vogliate” è molto formale. Vogliate viene dal verbo volere. Spero che voi non ve la prenderete,  spero che voi non vogliate offendervi,  non vogliate offendervi per colpa mia,  quindi spero non me ne vogliate, non vogliate vedermi come il colpevole,  non vogliate vedere me,  come colpevole,  per questo,  per questo motivo,  ecco perché c’è il “ne”.

“Non me ne vogliate” è la forma abbreviata di “non vogliate offendervi con me per questo”.

“E’ stata una mia mancanza” vuol dire che è stata colpa mia,  che a me è mancato qualcosa,  sono io che ho mancato,  che ho mancato di dire la mia opinione.

In parole povere Amany sta dicendo che è colpa sua. Semplicemente.

La sua agenda ha avuto degli stravolgimenti imprevisti. L’agenda è il calendario degli appuntamenti,  degli impegni.  La sua agenda è stata stravolta. Cioè è stata modificata,  è stata molto modificata,  completamente modificata.  È stata stravolta. “Stra” vuol dire molto,  in modo esagerato.  Come ad esempio straordinario,  stratosferico,  strabiliante, stramaledetto.  E gli stravolgimenti sono stati imprevisti. L’agenda è stata modificata, stravolta,  in modo imprevisto,  inaspettato, non era previsto,  non era aspettato.  Quindi era imprevisto ed inaspettato.

In pratica l’onorevole Amany dice che ha avuto problemi,  ed in gergo familiare diremmo che è stata incasinata,  che ha avuto dei casini imprevisti, che non erano previsti.

Poi Amany dice che ha subito, la sua agenda ha subito stravolgimenti imprevisti, quindi ha subito vuol dire che ha avuto, quindi subito si scrive come “subito” ma viene dal verbo subire, quindi  la sua agenda ha subito stravolgimenti imprevisti vuol dire che è stata stravolta, che   ha subito stravolgimenti imprevisti.

Poi c’è Ahmed, egiziano:

Ahmed: non è il caso di farne un problema onorevole, non crolla il mondo se posticipiamo di una settimana.

Non ne facciamo un problema” dice Ahmed, non crolla il mondo. La frase “non crolla il mondo“, è sicuramente più formale della frase “non muore nessuno”, oppure “non succede nulla”, oppure “non cambia nulla” più dirette come frasi, quindi meno delicate e meno cortesi, meno gentili.

Jasna: certamente, sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, a prescindere dagli impegni personali, considerata l’urgenza.

Ok grazie Jasna, anche lei nuovo membro della redazione: “Certamente”  equivale a “certo”, “sicuramente”, ma è un po’ meno familiare. La parola “sebbene” solitamente è sostituita da “anche se”. Sebbene ed “anche se” sono dunque equivalenti.

Attenzione perché “sebbene” non è la stessa cosa che “ebbene”. Attenzione, sono delle parole che si scrivono e si pronunciano quasi nello stesso modo, ma hanno un significato molto diverso. Sebbene vuol dire “anche se”, “seppure”, “nonostante”, ad esempio:

“Sebbene sono raffreddata, andrò al lavoro” cioè: “Anche se sono raffreddata andrò al lavoro”, “nonostante io sia raffreddata, andrò al lavoro”.

Poi c’è “sarebbe opportuno” “sebbene sarebbe opportuno”, dice Jasna. Possiamo dirlo anche come “anche se sarebbe meglio”, “anche se mi piacerebbe”, “anche se mi farebbe piacere”, “anche se non mi dispiacerebbe”, “anche se vorrei”.

Opportuno viene da porto, ed il porto è dove le navi arrivano. Quindi i porto è la destinazione di un viaggio, quindi opportuno vuol dire “che spinge verso il porto”. Quindi se una cosa è opportuna, vuol dire che bisogna farla, che ci permette di risolvere un problema, di arrivare a destinazione. Si dice anche “andare in porto”, soprattutto in ambiente di business, di affari, in ambiente lavorativo. Se un affare va in porto, vuol dire che si riuscirà a concludere, che si farà l’affare.

Chi di voi ha prenotato il corso di Italiano Professionale vedrà che l’espressione “andare in porto” è solamente una delle tantissime espressioni idiomatiche utilizzate in ambito lavorativo, cioè al lavoro, nel mondo degli affari. Ce ne sono almeno altre 10, tra le più diffuse ed abitualmente utilizzate dagli italiani riguardanti i risultati. Sto parlando della lezione numero 8 della prima parte del corso, la prima sezione, dedicata alle espressioni idiomatiche. Per chi è interessato metterò un link nella pagina di questo podcast per poter leggere l’intero programma del corso e prenotare gratuitamente il corso.

Quindi Jasna dice che sarebbe opportuno che non si vada troppo in là. Andare troppo in là vuol dire andare troppo avanti. Là si scrive con l’accento sulla a, quindi è diverso dall’articolo “la”: es: “la macchina” eccetera.

Là significa in quel luogo, e “andare troppo in là” vuol dire esagerare. Si può dire “andare troppo in là con i tempi”, oppure anche “andare troppo in là con l’età”, quando si è molto anziani.

Jasna dice sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, cioè sarebbe meglio non esagerare con i tempi, sarebbe meglio non posticipare troppo, non esagerare. Quindi Jasna dice: “ok Ahmed, non crolla il mondo per una settimana in più” ma non più di una settimana. Non più in là di una settimana. Se si andasse al di là di una settimana, sarebbe troppo, non sarebbe opportuno, non sarei daccordo. Jasna dice questo perché dobbiamo considerare l’urgenza, dobbiamo tener presente l’urgenza immigrazione, che è una questione che bisogna risolvere in poco tempo, in tempi brevi, come diceva Lilia in precedenza.

Quindi Jasna dice che occorre non andare troppo in là, “a prescindere dagli impegni personali”. A prescindere vuol dire “indipendentemente”, vuol dire “non tenendo conto”, “no considerare”. Quindi non dobbiamo posticipare troppo, anche se ci sono molti impegni personali. Non dobbiamo considerare importanti gli impegni personali, non dobbiamo tenere conto, (ok?) degli impegni personali, ma dobbiamo fare come se non ne avessimo. Dobbiamo comportarci a prescindere dagli impegni personali.

Vedete che prescindere contiene il prefisso “pre”, che sta per “prima”, “precedente”. Quindi di capisce che prima ancora di sapere se ho impegni personali, io devo prendere una decisione, come se non ne avessi.

Bene ragazzi, abbiamo finito…

Adriana: non è giusto però!

Ok Adriana, ma è un podcast lungo e prima o poi bisogna finire. Quindi salutiamo coloro che sono all’ascolto, e se volete ascoltare altri audio-file basta andare su italianosemplicemente.com.

Il prossimo podcast sarà la spiegazione della frase idiomatica “botta di culo”, e di tutte le espressioni italiane che riguardano la fortuna.

Ciao ragazzi


 

(sigla finale estratta dal festival della canzone italiana su Facebook – voce di Camilo Salazar, il vincitore – premio: corso di Italiano Professionale)

 

Una cena tra amici. Linguaggio INFORMALE

Ramona: Allora, abbiamo deciso finalmente quando cenare tutti INSIEME APPASSIONATAMENTE?

Shrouk: no Ramona, A QUANTO PARE non riusciamo ancora a QUAGLIARE.

Adriana: Accidenti, come mai ancora CINCISCHIAMO?

Thiago: beh Adriana, MI SA che non tutti si sono ancora ESPRESSI.

Lilia: Avanti, chi è che fa ancora lo GNORRI?

Amany: Ragazzi, non mi menate, è colpa mia. È che sono un po’ INCASINATA ultimamente.

Ahmed: tranquilla Amany,  MICA MUORE NESSUNO se rimandiamo di una settimana

Jasna: Vabbè, basta che non va a finire ALLE CALENDE GRECHE sta cena.

Audio

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Spiegazione

Buongiorno amici di italianosemplicemente.com e benvenuti nella “cena tra amici”. In questa simpatica storia, raccontata dai visitatori di italianosemplicemente.com e dagli amici di facebook, alcuni dei quali sono divenuti membri dello staff di Italiano Semplicemente, si racconta di una cena, di una cena tra amici e di come viene organizzata; cioè avete ascoltato dei dialoghi, una conversazione che si svolge tra i partecipanti alla cena, cioè tra coloro che devono partecipare alla cena.

Nella storia quindi ci sono dei dialoghi, delle frasi, delle parole, ed alcune delle frasi sono delle frasi idiomatiche o comunque tipiche della lingua italiana, del linguaggio parlato, che difficilmente troverete all’interno dei libri di grammatica italiana e che quindi avreste difficoltà a capire anche in normali conversazioni come questa se vi doveste trovare ad ascoltare casualmente. Quindi oggi siamo qui a spiegare questi modi colloquiali, queste espressioni tipiche italiane, abbastanza frequenti.

E lo facciamo utilizzando il metodo TPRS, un metodo che, appunto, utilizza le storie. E questa è appunto la storia di una cena tra amici.

Nell’articolo che trovate sul sito, cioè nella trascrizione del podcast presente sul sito potete trovare evidenziate, cioè in evidenza tutte le frasi o le parole più difficili, e le troverete infatti in grassetto, cioè con un carattere più scuro (bold in inglese) che sono state utilizzate nel dialogo che state ascoltando e che vengono spiegate in questo podcast, in questo file audio che potete anche scaricare e che come al solito vi consiglio di ascoltare più volte. La spiegazione avverrà utilizzando anche dei sinonimi, cioè delle parole più semplici, di più facile comprensione, ma che hanno lo stesso significato, ed utilizzando all’occorrenza anche il termine contrario, cioè utilizzando dei contrari. Spesso i due termini li ascolterete o li leggerete associati: i sinonimi ed i contrari.

Iniziamo con Ramona, che è la prima persona che parla nel podcast e che usa l’espressione tutti insieme appassionatamente. La frase di Ramona è: “Allora, abbiamo deciso finalmente quando cenare tutti INSIEME APPASSIONATAMENTE?”

Tutti insieme appassionatamente è una espressione ironica, una espressione divertente, che si dice per ironizzare, cioè per fare ironia, cioè per ridere. E’ una frase informale, familiare, che si utilizza per indicare che c’è un eterogeneo gruppo di persone che si riunisce. Dico “ironica” perché la parola appassionatamente vuol dire che tra tali persone c’è della passione, questo è il senso proprio della parola “appassionatamente” e la passione è una parola importante, che ha a che fare con l’amore, o comunque con le emozioni, con i sentimenti, con qualcosa di forte che accomuna queste persone, come la passione per qualcosa, che può essere anche l’amicizia. Accomuna,  invece,  significa che queste persone hanno qualcosa in comune, e la cosa che hanno in comune è l’amicizia; è l’amicizia che accomuna queste persone.

Questo gruppo quindi è un insieme di persone che si riunisce, un gruppo di amici, un gruppo che in realtà è abbastanza eterogeneo; ed è per questo che si dice ironicamente “appassionatamente”, cioè con passione.

In questo gruppo ci sono quindi persone diverse tra loro, eterogenee appunto, anche molto diverse, anche molto eterogenee, quindi è per questo che Ramona usa ironicamente l’espressione  “tutti insieme appassionatamente”.

E’ una frase molto usata in Italia e dagli italiani, e sempre ed esclusivamente in modo ironico, per ironizzare, per prendere in giro, o per prendersi in giro, come nel caso della cena.

Posso ad esempio dire: “i politici italiani di tutti gli schieramenti politici hanno votato una legge all’unanimità a favore del finanziamento pubblico dei partiti, tutti insieme appassionatamente”.

Questo vuol dire che, nonostante le differenze che ci sono tra i partiti politici, tutti i politici, di tutti i partiti, cioè di tutti gli schieramenti politici, sono favorevoli, cioè sono d’accordo a finanziare con soldi pubblici la politica; sono favorevoli cioè al finanziamento pubblico dei partiti. E’ una espressione che si usa sempre in modo ironico.

Bene, passiamo alla seconda frase, quella di Shrouk, egiziana, che risponde a Ramona dicendo: “no,  Ramona, A QUANTO PARE non riusciamo ancora a QUAGLIARE”.

Shrouk quindi dice a Ramona che a quanto pare, cioè a quanto sembra, non si riesce ancora a quagliare.

Quindi Shrouk prima dice: “no! Ramona”, poi aggiunge: a quanto pare, cioè a quanto sembra, a quanto mi sembra, a quanto posso vedere, a quanto riesco ad immaginare, vedendo i fatti che accadono.

Quindi “a quanto pare” vuol dire: “da quello che si vede”, “da quanto si può desumere osservando la realtà”. La preposizione semplice “a” che sta all’inizio di “a quanto pare” può anche essere sostituita con “da”, cioè: “da quanto pare” e la parola “pare” può essere invece sostituita dalla parola sembra. Pare e sembra hanno lo stesso significato. “Pare” è però più informale. Difficilmente troverete la parola “pare” in un libro di grammatica, ma è molto usata in Italia  nel linguaggio parlato.

C’è anche un’opera di Luigi Pirandello che si intitola: “Così è (se vi pare)” un’opera teatrale di Luigi Pirandello, scrittore e poeta italiano molto famoso.

Invece la parola “quagliare” vuol dire avere un esito positivo, concludersi positivamente.

Quando qualcosa o qualcuno  “quaglia”, quando qualcosa o qualcuno riesce a quagliare, vuol dire che va a buon fine, che si conclude, che ha esito positivo. Si può dire anche che “va in porto“, come se fosse una barca, una imbarcazione che deve raggiungere il porto di destinazione. Andare in porto quindi significa “quagliare”. Hanno lo stesso significato.

La parola, il verbo quagliare ha anche altri significati, ma l’uso che si fa del verbo quagliare è solitamente questo: riuscire a ottenere qualcosa di positivo, riuscire a concludere. Quindi se gli amici riescono a quagliare vuol dire che riusciranno a cenare insieme, riusciranno a mangiare insieme a cena, riusciranno ad organizzare la cena,  perché è quello l’obiettivo.

Quagliare solitamente è preceduto dal verbo “riuscire”. Se c’è questo verbo prima non potete sbagliare il significato: Siamo riusciti a quagliare, eccetera.

E’ un verbo, quagliare, anche molto usato nel mondo del lavoro: si dice ad esempio: “sembra che l’affare quagli” ed è per questo motivo che il verbo è uno di quelli inseriti anche nel corso di italiano professionale che sarà disponibile a gennaio 2018. In particolare le lezioni di italiano professionale in cui è inserito il verbo quagliare sono le lezioni numero 2 e 8, che si occupano rispettivamente di due concetti, quello di “sintesi” e “risultati”. Solitamente ci sono molti modi di esprimere lo stesso concetto, fondamentalmente però ci sono due macrocategorie, in modo formale o informale; in questo senso “andare in porto” è sicuramente più formale e più spendibile in ambito professionale. Quagliare è invece più familiare e quindi più adatto ad una cena tra amici, appunto, come questa. Ci son poi almeno altri 20 modi di dire la stessa cosa, e che potreste ascoltare in diversi ambiti, ciascuna con differenti caratteristiche. Per chi è interessato può acquistare il corso direttamente sul sito italanosemplicemente.com.

Attenzione a non confondere il verbo quagliare con il verbo squagliarsela, o col verbo squagliare, che hanno tutt’altro significato. Squagliarsela infatti significa andare via, fuggire, fuggire velocemente da un pericolo ad esempio. Squagliare invece significa riscaldare qualcosa, con del calore, con del fuoco ad esempio, riscaldare un materiale fino a fargli cambiare forma. Si può squagliare la plastica, ad esempio, ma non si può squagliare il legno, che invece prende fuoco, è infiammabile, produce cioè della fiamma.

A questo punto, arriva Adriana di Bogotà che dice: “Accidenti, come mai ancora CINCISCHIAMO?

Quindi Adriana dice come mai cincischiamo?, come mai stiamo ancora cincischiando?

Allora la parola difficile qui è “cincischiando”. Adriana l’ha pronunciata bene. Noi stiamo cincischiando, stiamo ancora cincischiando. Il verbo è “cincischiare” che è un verbo informale, che vuol dire fare qualcosa senza giungere ad alcun risultato, anzi più peggiorando che migliorando. È un verbo quindi che vuol dire esitare, perdere tempo, ma in senso negativo ed informale, quindi è bene usare questo verbo con prudenza perché è abbastanza amichevole come verbo. Cincischiare vuol dire non essere convinti, quindi non arrivare mai alla soluzione. Evidentemente se non si quaglia, se non si riesce a quagliare, allora c’è qualcuno che cincischia, c’è qualcuno che sta cincischiando, che sta cioè perdendo tempo prezioso.

Ci sono molti modi in Italia per esprimere il concetto di perdita di tempo, e degli atteggiamenti, dei comportamenti personali negativi che hanno a che fare col tempo e la capacità di non saperlo utilizzare bene, e questi modi riguardano evidentemente ancora una volta il mondo del lavoro, hanno a che fare cioè col mondo del lavoro.

Quindi quando nella nostra cena tra amici, Adriana dice “come mai cincischiamo?“, vuol dire come mai stiamo perdendo tempo? Come mai stiamo indugiando?

Allora come mai cincischiamo?

Thiago dal Brasile prova a dare una risposta. Thiago dice ad Adriana: “beh Adriana, MI SA che non tutti si sono ancora ESPRESSI.”

Mi sa che non tutti si sono ancora espressi. “Mi sa” è l’equivalente di “credo”, di “io credo”: credo che non tutti si sono ancora espressi.

Anche “mi sa” è una espressione molto informale, da usare solo in amicizia o in famiglia o tra colleghi anche ma solo a livello informale, solo a livello amichevole.

Mi sa che ti sbagli, mi sa che hai ragione, mi sa che farò tardi, mi sa che non c’è la farò, eccetera. Si usa quando si ha un piccolo dubbio su qualcosa, quindi vuol dire “credo” ma in realtà non si è proprio sicurissimi. Mi sa che farò tardi dire credo che farò tardi, ma non ne sono così sicuro, forse mi sbaglio. Diciamo che è una via di mezzo tra “credo” e “forse”.

Poi esiste anche un’altra accezione di “mi sa”, che vuol dire “mi appare”, in questo caso il “sa” è il verbo “sapere”, inteso come sensazione, sapore, impressione. “Mi sa molto di inganno” vuol dire ad esempio “ho la sensazione si tratti di un inganno”, quindi credo si tratti di un inganno, come prima, ma più nel senso di sensazione, di presentimento, di intuizione personale.

Poi Thiago dice “non tutti si sono ancora espressi”, mi sa che non tutti si sono ancora espressi, cioè forse, credo che non tutti si sono ancora espressi.

Espressi viene dal verbo esprimersi. Esprimersi vuol dire “dire la propria opinione”, dire ciò che si pensa in merito, in proposito, dire la propria opinione sulla cena in questo caso.

Io mi esprimo sulla cena, tu ti esprimi sulla cena, egli si esprime noi ci esprimiamo, voi vi esprimere, essi si esprimono.

Esprimersi è un verbo che però è usato anche in senso un po’ diverso.

Sapersi esprimere vuol dire essere in grado di dire qualcosa con chiarezza, riuscire ad esprimersi, Essere in grado di esprimersi. Ad esempio se voi siete in grado esprimervi bene in italiano vuol dire che sapete comunicare usando la lingua italiana. In tal caso quindi non significa dire il proprio pensiero, la propria opinione, ciò che si pensa, come nel caso della cena tra amici.

Se qualcuno, come dice Thiago, non si è ancora espresso vuol dire che non ha detto ancora la sua opinione sulla cena, che ancora non ha detto quando preferisce farla questa cena, se verrà a questa cena.

In tal caso quindi espresso vuol dire parlare: chi si esprime tira fuori qualcosa, ed anche la macchina per fare il caffè, cioè l’ESPRESSO, tira fuori il caffè, possiamo dire che “esprime” il caffè, esprime l’espresso.

Quindi se qualcuno non si è ancora espresso, secondo Lilia, dalla Russia, è perché sta facendo lo gnorri.

Lilia infatti dice: “Avanti, chi è che fa ancora lo GNORRI?”

 

Espressione dello gnorri
Espressione dello gnorri

Cosa vuol dire fare lo gnorri? Fare lo gnorri  significa far finta di non sapere o di non capire, far finta di niente, si dice anche fare l’indiano.

Chi fa lo gnorri quindi fa l’indiano, cioè fa finta di non sapere, quando invece sa. La parola gnorri detiva dal verbo ignorare. Chi ignora vuol dire che non sa, invece chi fa lo gnorri fa finta di non sapere, ed invece sa. C’è anche una espressione tipica dello gnorri, che potete vedere sull’articolo pubblicato su Internet. L’espressione è con gli angoli della bocca e degli occhi rivolti verso il basso, come ad esagerare nell’esprimere che non si sa nulla di una cosa.

Chi è che fa lo gnorri? Vuol dire chi fa finta di niente? In questo caso chi fa finta di non aver sentito, ascoltato che si sta organizzando una cena? Perché non si esprime questa persona? Perché non dice nulla? Perché fa finta di nulla? Perché fa lo gnorri?

A questo punto esce fuori il colpevole, si fa per dire, ed infatti Amany dall’Egitto dice: Ragazzi, non mi menate, è colpa mia. È che sono un po’ INCASINATA ultimamente”.

Ragazzi non mi menate vuol dire non mi picchiate. Menare vuol dire picchiare, far male fisicamente, colpire fisicamente, però in senso ancora più informale. Menare ha in realtà più significati, è utilizzato in modo diverso a seconda del luogo italiano in cui vi trovate. Al centro Italia ad esempio ha più il significato di picchiare, più al Nord invece vuol dire “infastidire”, insistere in modo fastidioso. “Non me la menare” vuol dire proprio non mi infastidire, non mi tormentare, non mi dar fastidio. Si esprime in ogni caso un sentimento negativo comunque: si tratta di un fastidio in entrambi i casi, di qualcosa di negativo che si riceve, che si tratti di ricevere colpi fisicamente oppure semplicemente fastidi generici, non in senso fisico.

Poi Amany, con la sua dolce voce, dice di essere stata incasinata, ed è per questo che ancora fa la gnorri, è per questo che ancora Amany non si è espressa, che non ha detto cosa pensa della cena tra amici, che si riuniscono tutti insieme appassionatamente.

Amany è quindi incasinata, anzi è stata incasinata, ha cioè avuto dei casini. Cosa significa?

Avere avuto dei casini, o essere stata incasinato, o incasinata, al femminile vuol dire che sono accadute delle cose fastidiose, dei problemi, dei casini, che non si aspettava e che avrebbe preferito evitare. Quando si hanno dei casini vuol, dire che si hanno dei problemi da risolvere. Ovviamente casini è una parola molto familiare, molto informale, da non usare mai in occasioni diverse dall’ambito delle amicizie o della famiglia.

Amany è stata incasinata; ha avuto dei casini, dei problemi, e questi casini, questi problemi, le hanno impedito di sapere quando sarebbe stata disponibile per fare la cena tra amici.

Attenzione perché la parola casino ha diversi significati, quindi se la utilizzate male rischiate delle figuracce, delle brutte figure.

Il Casino infatti è anche una casa chiusa, dove ci si prostituisce, dove ci sono le prostitute. Quindi in questo caso è al singolare: Casino. Ma casino significa anche confusione, trambusto, chiasso, molto rumore.

Se dico ad esempio “che casino che è in questa discoteca!” vuol dire che c’è molto rumore, molte persone che fanno chiasso.

Se invece dico “questa casa è un casino!” può voler dire due cose. Dipende dal tono che si utilizza. Normalmente vuol dire che nella casa c’è molta confusione, molto disordine, che è una casa senza ordine, tutto è confuso, disordinato, tutto è fuori posto. E’ un casino.

Oppure se non enfatizzo molto e parlo più lentamente vuol dire che questa casa è una casa chiusa, che si sono delle persone che si prostituiscono. Poi dipende anche dal contesto, non solo dal tono che usate.

Attenzione quindi alla parola “casino” al singolare. Essere incasinata invece ha solamente un significato che è quello che ho spiegato prima: avere dei problemi.

A questo punto arriva Ahmed sempre dall’Egitto che risponde alla connazionale Amany: “Tranquilla Amany,  MICA MUORE NESSUNO se rimandiamo di una settimana”.

Ahmed dice di stare tranquilla ad Amany, cioè che non si deve agitare, che non deve preoccuparsi se ha avuto dei casini e che non succede nulla se si sposta la cena di una settimana

Non succede nulla si dice anche “non muore nessuno”, ma questo è un modo informale. Non muore nessuno sta ad indicare che non accade nulla di grave, come può essere grave la morte di qualcuno, ed infatti non esiste una cosa più grave della morte di qualcuno giusto? Quindi dire che non muore nessuno vuol dire che è la stessa cosa, che non cambia niente, che non succede niente se si rimanda la cena di una settimana, cioè se la cena si sposta in avanti di una settimana. Quindi Amany non si deve preoccupare di aver avuto dei casini, possiamo rimandare la cena di una settimana senza problemi.

Almeno questo è quello che pensa Ahmed, perché infatti Jasna dalla Slovenia non è della stessa opinione. Jasna infatti dice: Vabbè, basta che non va a finire ALLE CALENDE GRECHE sta cena.

“Vabbè” credo lo conosciate tutti: vabbè vuol dire va bene, ok, “vabbè, basta che” vuol dire quindi, “ok, l’importante è che”, anche questo è un modo informale di dire “la cosa importante è che”.

Ad esempio se abbiamo un appuntamento e se io dico: “aspettami 5 minuti ok?”, tu potresti rispondermi: “ok, basta che ti sbrighi”, cioè “l’importante è che ti sbrighi, cioè “l’importante è che sei veloce”, “la cosa importamte è che non mi fai aspettare ancora”, ma possiamo anche dire “ok, è sufficiente che però ora tu ti sbrighi”. “basta che” indica quindi “è sufficiente che”. Infatti quando si dice “basta!”. oppure “basta così” vuol dire appunto che è sufficiente così. Basta col ritardo quindi. La cosa importante è che… “non va a finire alle calende greche sta cena”.

Quindi “sta cena” vuol dire “questa cena”, in modo informale.

Questa cena va a finire alle calende greche. E’ la cena che va a finire alle calende greche. La cena finisce alle calende greche quando ancora manca moltissimo tempo alla cena. In generale qualsiasi cosa, se finisce alle calende greche, se va a finire alle calende greche. vuol dire in pratica che non si farà mai, o si farà chissà quando, in un futuro molto lontano.

Ma cosa son le calende greche? Pensate che sembra che la prima persona ad utilizzare e quindi ad inventare questa espressione sia stato l’imperatore Augusto, l’imperatore romano Augusto.

Le “Kalendae” esistevano infatti solo nel calendario romano (e corrispondono al 1º giorno di ogni mese, da cui viene la parola calendario) e non esistevano in quello greco, quindi esistevano solamente le “Kalendae” romane, non quelle greche, e quindi l’imperatore Augusto, quando qualcuno non pagava, quando cioè c’erano delle persone che dovevano dare dei soldi ad Augusto, cioè all’impero Romano, Augusto per indicare quei debitori, quelle persone che avevano un debito, e che non avrebbero mai pagato, almeno secondo lui, diceva che avrebbero pagato il conto alle Calende greche, cioè mai, visto che non esistono le calende greche.

Bene ragazzi, abbiamo finito anche stavolta, riascoltiamo la conversazione, stavolta capirete un po’ di più.

Questa settimana ascoltate più volte questo file audio, e il prossimo podcast sarà invece intitolato: “una cena FORMALE“, quindi attenzione perché la conversazione formale sarà completamente diversa. Fatemi sapere se volete collaborare con le vostre voci, mandatemi un messaggio, anche su Facebook.

Ciao amici.

 

Il sindaco italiano che mangiava a sbafo

Dialogo tra naviganti:
Andy Italiano: oggi hanno scoperto che un importante politico mangiava spesso al ristorante a spese del Comune di cui era il sindaco.
Hafid: Ah, l’hanno beccato?
Petra Hecht: è normale, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!
Alina Stefanì: quindi non le pagava lui le cene che faceva? Mangiava a sbafo?
Ramona Mteiny: esatto, pagava “Baffone” a quanto pare!
Eliza Arevalo: ma perché, Andy, hai detto che “era” il sindaco?
Gianni: te lo dico io, perché l’hanno fatto fuori!!
Haktan Ataman: ma no, Gianni, si è fatto da parte spontaneamente!
Christian: a me ha preso alla sprovvista. Sembrava una brava persona.

baffone
Fonte: ignoranticonsapevoli

Spiegazione

Molto bene amici. Oggi facciamo una cosa molto divertente. Sono contento della collaborazione di coloro che hanno parlato nella storia che avete appena ascoltato. Li ringrazio tutti uno ad uno per la loro gentilezza e disponibilità. Siamo divertiti molto insieme.

Allora, per costruire la storia, la storiella diciamo, visto che è molto breve, ho preso spunto da alcune vicende italiane che accadono ormai da qualche tempo a questa parte. Il metodo della storia è non altro che il metodo TPRS, che io utilizzo nel mio sito per insegnare l’italiano. TPRS sta per Teaching Proficiency Through Reading and Storytelling, cioè insegnare attraverso la lettura e il racconto di storie, e questa appunto è una piccola storia.

Si tratta di una storia che parla del comportamento sbagliato, scorretto e disonesto dei rappresentanti politici italiani, o meglio, di una piccola parte di essi. Ebbene questi politici, succede spesso, si fanno rimborsare molte spese personali facendole passare per spese effettuate per finalità istituzionali, come se queste spese fossero per il bene dell’Italia.

Quindi ad esempio succede che, andando a guardare gli scontrini, le ricevute di pagamento, ci si accorge che ce ne sono alcune che non dovevano esserci. E come si scopre? Come si scopre che il rimborso che chiedono non è in realtà dovuto? Come si scopre che i soldi spesi sono in realtà delle spese personali, che non hanno quindi nulla a che vedere con l’attività istituzionale di queste persone? Molto spesso accade che gli stessi ristoratori, gli stessi cioè proprietari dei ristoranti, i ristoratori, dicano loro stessi che quella sera, quella sera che quell’uomo politico è andato a mangiare in quel ristorante, il suo ristorante, era in realtà con la sua famiglia, insieme alla sua famiglia, quella del politico e non con l’ambasciatore ad esempio, come viene scritto nella richiesta di rimborso spese effettuata dall’uomo politico. Quindi in questo caso è il ristoratore stesso che smentisce il politico. Che lo smentisce, cioè che dice, che afferma, che non è vero quello che dice il politico sulla cena in questione, riguardo alla cena in questione.

In altri casi poi è chiaro immediatamente dalla tipologia dello scontrino che questo non andava rimborsato, cioè che non si trattava di una spesa fatta per fini istituzionali. Se ad esempio, come è successo, viene acquistata una jeep, cioè una automobile come una jeep, allora è chiaro che la spesa è personale, e non può essere altrimenti. E via dicendo. Sono state messe a rimborso cose del tipo: bottiglie di vino e champagne, cravatte, borse firmate, cibo per gatti, mutande e persino birra.

Dunque questo è il motivo che mi ha spinto a fare questo podcast.

Un altro motivo è che volevo coinvolgere un po’ i visitatori del sito italianosemplicemente.com e i visitatori della pagina Facebook di Italiano Semplicemente. Volevo coinvolgervi perché voglio sapere come va la loro, la vostra pronuncia dell’italiano e capire meglio quali parole potreste aver difficoltà a pronunciare, in modo da orientare la spiegazione che farò oggi verso le cose più utili per voi, che siete i miei visitatori, che seguite sempre con attenzione i miei post e i miei podcast sul sito web.

Allora cominciamo. Vediamo quindi la prima frase, pronunciata da Andy dall’Argentina: “oggi hanno scoperto che un importante politico mangiava spesso al ristorante a spese del Comune di cui era il sindaco.

L’unica cosa che potrebbe SUSCITARE dei dubbi, in questa frase, credo sia, dal punto di vista del significato, quando si dice “a spese del Comune”. A spese del Comune vuol dire che non è a sue spese, ma A SPESE del Comune. A spese del Comune vuol dire che è il Comune che paga. A spese mie vuol dire che ho pagato io, a spese tue vuol dire che hai pagato tu eccetera. Il sindaco invece, come molti di voi sapranno, è colui che dirige una città, colui che è stato eletto dai cittadini di quel Comune per dirigere il Comune stesso, per prendere le decisioni politiche più importanti. Il Comune è un territorio fisico, delimitato da dei confini, e costituisce una delle tipologie di amministrazioni politiche italiane. Ci sono i Comuni, le Province, le Regioni e la Nazione Italia, ed ognuna di queste tipologie ha dei confini amministrativi, dei confini territoriali ed amministrativi. Prima ho usato la parola SUSCITARE. Suscitare è un verbo, un verbo che si usa spesso per i dubbi, oppure per i sospetti. Se una cosa, un fatto, fa suscitare dei subbi a qualcuno, vuol dire che questa persona non è sicura che sia vera, non è sicura che questa cosa sia vera, che questo fatto sia vero. Suscitare dei dubbi. Analogamente per suscitare i sospetti. Se una cosa fa suscitare dei sospetti vuol dire che questa cosa ci fa sospettare, ci “fa venire” dei sospetti. Quindi suscitare significa “far venire”, “fare emergere”. Quindi si può dire anche “suscitare meraviglia” o “suscitare stupore” o suscitare una emozione qualsiasi. Suscitare significa “far venire”, “far emergere” una emozione qualsiasi.

Vediamo la seconda frase. Hafid dal Marocco “Ah, l’hanno beccato?”

Qualcuno ha detto di non aver capito bene questa espressione, come immaginavo. Non è certamente una espressione che trovate o potete trovare in un libro di grammatica, ma è molto usata in Italia. Non la troverete nei libri classici probabilmente, non la troverete nei libri che vi consiglieranno di leggere per imparare l’italiano, ma vi può capitare di ascoltare questa espressione se andate in Italia ed ascoltate le persone normali parlare e discutere per strada o davanti alla TV.

L’hanno beccato (con due c) vuol, dire: l’hanno scoperto. Tutto qui. L’hanno scoperto. Hanno scoperto che quel politico stava rubando, stava cercando quantomeno di farsi rimborsare, di farsi restituire quei soldi spesi. Beccare è un verbo come sapete. Gli uccelli beccano. Si becca col becco, si può beccare solamente con un becco, quindi solamente chi ha un becco, cioè un uccello, può beccare. E’ un verbo che però si usa, viene usato, viene utilizzato, anche per “scoprire”, per scoprire una persona che fa qualcosa che non doveva fare. “Ti hanno beccato” quindi vuol, dire “ti hanno scoperto”, ti hanno scoperto mentre facevi una cosa, ad esempio contro la legge, una cosa quantomeno vietata, uan cosa che non si doveva fare.

Poi Petra dalla Germania dice: “è normale, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!”

Petra ha un ottimo accento italiano, e ci ha detto che anche in tedesco esiste questa espressione, molto bene. Ma cosa significa quando prima o poi tutti i nodi vengono al pettine? Come facilmente si può intuire, si può immaginare, vuol dire che prima o poi quando si nasconde una cosa, o quando si fa qualcosa di sbagliato, prima o poi si scopre; prima o poi, cioè, si viene scoperti. E’ solo una questione di tempo. Prima o poi si viene scoperti. Il politico è stato beccato e prima o poi sarebbe stato beccato, prima o poi sarebbe stato scoperto. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Infatti se avete un nodo ai capelli, se i capelli si annodano, e state pettinando i capelli, allora prima o poi ve ne accorgerete. Vi accorgerete che ci sono dei nodi ai capelli perché questi verranno al pettine, prima o poi il pettine si fermerà e voi sentirete, probabilmente sentirete anche un po’ di dolore. E’ una espressione che potete usare in qualsiasi occasione, formale o informale che sia.

Poi Alina, tedesca ma di origini italiane, che dice: “quindi non le pagava lui le cene che faceva? Mangiava a sbafo?”

L’unica cosa difficile qui è “mangiava A SBAFO“. Mangiare a sbafo vuol dire mangiare gratis, senza pagare. Chi mangia a sbafo mangia gratis, cioè non paga ciò che mangia. E’ una espressione ovviamente familiare, di uso corrente, ma familiare, non professionale. Non potete usare questa espressione dicendo ad un vostro collega ad esempio che lui mangia a sbafo. Infatti la persona che mangia a sbafo non paga, ma dovrebbe pagare, quindi mangia gratis a spese di qualcun altro, che magari non lo sa, non sa che è lui a pagare. Quindi non usate questa espressione in ufficio o con colleghi italiani. Non si può dire quindi: oggi mangio a sbafo poiché c’è la festa di Maria che porterà tante cose da mangiare e quindi non dovrò andare a pranzo e spendere dei soldi per mangiare. Potete usarlo ma in modo scherzoso, e solo se la persona con cui usate questa espressione è un vostro amico.

Poi arriva Ramona dal Libano, da Beirut, che conferma: “esatto, pagava “Baffone” a quanto pare!”

Allora, cos’è un baffone. La parola baffone viene da “baffo”, o meglio da baffoni. I baffi crescono agli uomini, sono i peli che crescono sotto il naso e sopra le labbra, e i baffoni sono dei grandi baffi. Ok, ma baffone? Il singolare di baffoni è appunto baffone, ma baffone con la B maiuscola è in realtà una persona.

“Baffone”. Chi è Baffone? Evidentemente “Paga Baffone” è entrato nel linguaggio comune italiano, anche se non è una di quelle espressioni usate tutti i giorni. “Paga baffone” vuol dire paga lo Stato, lo Stato italiano, cioè paghiamo tutti noi. “Baffone” è semplicemente Stalin, che appunto, aveva dei grandi baffi, dei baffoni, e che rappresentava un intero popolo. Nessuno più di lui rappresentava un popolo. Baffone si usa anche in altre espressioni, come “addavenì Baffone”, che si usa dire quando c’è qualcosa che non va in una nazione e allora ci sarebbe bisogno di un po’ più di rigore, di rispetto delle regole. Quindi ci sarebbe bisogno che venisse qualcuno che fa rispettare le regole, uno come Stalin appunto. Addavenì vuol dire deve venire, “ha da venire”, in dialetto romano. Si usa dire anche “quando c’era Baffone“, che è una frase che si usa dire quando si vuole rimpiangere un certo periodo storico: quando c’era Baffone queste cose non accadevano. Frasi di questo tipo quindi. Quindi Baffone oggi è usato per indicare lo Stato, quindi nella nostra storiella per indicare che non pagava il politico ma lo Stato italiano.

Poi arriva Adriana dalla Colombia (Eliza su facebook), che dice: “ma perché, Andy, hai detto che “era” il sindaco?
A questo punto rispondo io da Roma, che dico: “te lo dico io, perché l’hanno fatto fuori!!”

Ok, l’hanno fatto fuori vuol dire lo hanno voluto togliere dalla politica, o almeno togliere dal suo INCARICO di sindaco. Qualcuno ce l’aveva con lui, e quindi voleva farlo fuori, voleva cioè farlo uscire da quella carica che ricopriva; quando si fa il sindaco si RICOPRE LA CARICA di sindaco. Ricoprire una carica è un modo, perfettamente corretto, è il modo che si usa ufficialmente per dire che una persona svolge una attività istituzionale. Si può ricoprire la carica di sindaco, ma anche ricoprire la carica di Ministro dell’Economia eccetera. Ricoprire vuol dire svolgere, avere l’incarico di svolgere, essere stato eletto. Chi è stato eletto come sindaco ricopre la carica di sindaco, è come un vestito che ci si mette, una coperta, che ci copre, che ci ricopre. Quando siamo sindaco siamo ricoperti, cioè abbiamo il vestito da sindaco, siamo ricoperti dal vestito di sindaco.

Ok passiamo alla frase di Haktan che risponde:  “ma no, Gianni, si è fatto da parte spontaneamente!

Quindi Haktan mi smentisce, e non si offendo per questo, dicendo che il sindaco, l’ex-sindaco ormai, si è fatto da parte spontaneamente. FARSI DA PARTE vuol dire togliersi dalla carica, uscire dalla carica di sindaco. é una espressione che si usa per qualsiasi tipo di circostanza. Quindi chiunque si può fare da parte, basta ricoprire un ruolo, una funzione, un incarico, e quando non lo si ricopre più, quando non si esercita più un ruolo, una funzione pubblica, vuol dire che, o è scaduto l’incarico, o è finito il tempo di durata dell’incarico, oppure ci si è fatti da parte, ci si è DIMESSI. Farsi da parte vuol dire dimettersi, licenziarsi, farsi fuori, uscire da un incarico.

Si usa però anche per dire “scusa, fatti da parte un attimo”, cioè spostati, spostati un attimo, fammi passare. Quindi non solo per indicare che ci si dimette da un incarico. SPONTANEAMENTE invece che nessuno ci ha costretti. Nella storia, il sindaco si è fatto da parte spontaneamente secondo Haktan, si è fatto da parte senza che nessuno lo avesse obbligato, quindi smentendo me stesso che avevo detto che l’avevano fatto fuori, che qualcun altro lo aveva fatto fuori, vale a dire che non si era fatto da parte spontaneamente, di sua spontanea volontà. Spontaneamente vuol, dire di sua spontanea volontà.

Infine la replica di Christian, da Bogotà, da che dice: “a me ha preso alla sprovvista. Sembrava una brava persona

Christian se la cava abbastanza bene con l’Italiano, avendo vissuto qualche mese in italia. Dunque PRENDERE ALLA SPROVVISTA vuol dire stupire, colpire di sorpresa, quindi possiamo ad esempio sostituire la frase MI HA PRESO ALLA SPROVVISTA con “mi ha sorpreso”, “mi ha stupito”, “non me l’aspettavo”, si può dire anche “mi ha lasciato di sasso” o anche “mi ha lasciato di stucco”, che sono due espressioni dal medesimo significato ma meno formali, più familiari e forse un po’ più forti rispetto a “prendere alla sprovvista”. Sono piuttosto più simili alla frase “mi ha lasciato a bocca aperta”.

In sostanza se venite presi alla sprovvista da qualcosa o da qualcuno vuol dire che non ve l’aspettavate. Infatti poi Christian dice “sembrava una brava persona”; sembrava cioè una persona brava, cioè una persona dalla quale non ci si aspettava un comportamento scorretto e disonesto.

Va bene questo è tutto amici ci vediamo, anzi ci sentiamo alla prossima storia. Se volete chiunque può partecipare alle storie di italianosemplicemente.com, basta chiedere, quindi mandatemi un messaggio, fatemi sapere in qualche modo, anche su Facebook. Ciao amici.

FINE