Capitare a tiro

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, oggi ci occupiamo di una parola interessante. La parola di cui sto parlando è TIRO.

In particolare vediamo anche un’espressione idiomatica molto usata: capitare a tiro.

Tiro: quattro semplici lettere che però possono essere usate in molti contesti diversi. Cominciamo proprio da questa parola.

Questa parola è molto particolare, perché a seconda della frase in cui è inserita o del contesto in cui è utilizzata ha dei significati completamente diversi tra loro.

Cominciamo dal mondo del calcio. Il tiro, nel calcio, è quando un calciatore calcia la palla, quando colpisce il pallone.

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Ma non si tratta di un calcio qualsiasi alla palla, non si tratta di colpire la palla semplicemente, ma di colpire la palla con l’intenzione di fare gol. L’obiettivo del tiro è quello di fare gol, quello di mettere la palla nella porta avversaria. Il termine tiro quindi nel calcio è un sostantivo. Un tiro avviene quando un calciatore tira. Quindi tiro è un sostantivo, mentre tira indica l’azione del tirare da parte del calciatore.

Tirare è il verbo. Tirare significa quindi calciare la palla verso la porta avversaria. Questo è il senso di tirare nel calcio. Tirare è molto simile a calciare. Ma calciare è semplicemente colpire la palla, mentre tirare è calciare con l’intenzione di fare gol.

Siamo quindi al verbo tirare. Se usciamo dal calcio e parliamo in generale ci accorgiamo però che tirare ha un significato duplice, cioè un doppio significato.

Da una parte significa allontanare da sé qualcosa, imprimendogli una forza, quindi significa gettare, lanciare. Qualcosa come un pallone, quando si tira, si allontana da noi, e va verso un un compagno, oppure si tira in rete, verso la porta avversaria; analogamente si può tirare un sasso, una scarpa, i capelli e tante altre cose.

Dall’altra, tirare significa anche l’esatto contrario, cioè far muovere qualcosa o qualcuno verso di sé esercitando una forza. Ad esempio tirare un cassetto dell’armadio. La mattina quando vado a cercare dei calzini da indossare vado verso l’armadio ed apro il cassetto dei calzini. Per aprirlo devo tirarlo verso di me.

Analogamente posso tirare il freno a mano della mia macchina quando parcheggio. Posso tirare una persona per la giacca, posso tirare il gatto per la coda (i bambini lo fanno spesso) eccetera. Questo è il doppio significato di tirare dunque: verso di sé oppure verso qualcun altro.

Tirare in realtà è un verbo usato in molte espressioni tipiche italiane. Abbiamo già visto la frase “tirare a campare” qualche tempo fa, ma questo è uno dei tanti esempi: esiste anche tirarsela ed altre espressioni.

La parola tiro poi ha altri significati. Un secondo significato è relativo alle sigarette.

Un tiro in questo caso è l’atto dell’aspirare aria dalla sigaretta. Si tira l’aria verso di sé, quindi si fa “un tiro”, questo però fa parte del linguaggio parlato più che altro, perlopiù giovanile.

Mi fai fare un tiro?

Questa è una frase che si sente spesso tra giovani che stanno fumando una sigaretta in compagnia.

Veniamo al terzo significato di “tiro”.

Un tiro rappresenta un atto simile al calcio di un pallone. Quello che viene lanciato stavolta è però un’altra cosa: un proiettile ad esempio, oppure una freccia. Il proiettile è la munizione della pistola o del fucile o in generale di un’arma da fuoco. La freccia è la munizione dell’arco, quello che usano gli indiani ad esempio.

Quindi qui torniamo allo senso di “tirare” che abbiamo nel gioco del calcio: lanciare, allontanare qualcosa verso un obiettivo. Quindi possiamo tirare anche una freccia, una lancia, un colpo col fucile.

Quindi il “tiro” in questo terzo caso è il lancio di un colpo ma non nel senso sportivo.

Ci stiamo avvicinando al senso di “capitare a tiro“.

Quando infatti cerco di colpire un bersaglio, che questo sia una porta di calcio o un oggetto volante o un bersaglio, allora quand’è che noi tiriamo? Noi tiriamo quando siamo abbastanza sicuri di colpire il nostro bersaglio. In caso contrario aspettiamo ancora del tempo prima di tirare.

Detto in altri termini, noi proviamo a tirare quando il nostro obiettivo “capita a tiro“, cioè quando col nostro tiro facilmente potremo colpire il bersaglio.

Perché usiamo il verbo capitare?

Il verbo capitare è un verbo particolare. In genere lo usiamo quando qualcosa accade in modo non programmato, quindi in modo casuale. Quindi “capitare” è come dire “arrivare per caso”, giungere per caso, arrivare in modo improvviso e inaspettato. Non c’è una programmazione.

Allora qualsiasi cosa può capitare.

Può capitare una giornata sfortunata? Certo. Capita a tutti prima o poi.

Può capitare di incontrare casualmente un amico per strada? Ovviamente, capita spessissimo.

Può capitare di mangiare male in un ristorante dove normalmente si mangia benissimo? Sì anche questo può capitare.

La stessa cosa “capitare a tiro”. Se giocate a calcio e state pensando di tirare la palla per fare gol, lo farete appena vi capiterà, lo farete non appena vi capiterà la giusta occasione, cioè non appena la porta avversaria vi capiterà a tiro.

Anche in senso figurato però posso però usare questa espressione.

Consideriamo che il tiro si fa verso un bersaglio o verso una porta avversaria, quindi se qualcosa vi capita a tiro non è mai una bella notizia per il bersaglio 🙂

Allora se una persona vi capita a tiro, in senso figurato vuol dire che stavate aspettando la giusta occasione da un po’ di tempo. Stavate aspettando il momento opportuno. Finalmente ora vi è capitata a tiro e potete sfruttare l’occasione.

Se ad esempio un collega vi fa un torto, fa qualcosa contro di voi, voi siete diapiaciuti per questo, ed è probabile che questo vi farà nutrire dei sentimenti negativi verso questo collega e avrete voglia di dirglielo, di sfogarvi, di vendicarvi per il torto che avete subito.

Allora non appena ne avete l’occasione, cioè non appena vi capita a tiro potrete fare ciò che avete pensato a lungo: sfogarvi, vendicarvi, o semplicemente dirglielo, sgridarlo, alzare la voce con lui, per fargli notare che vi ha fatto un torto che non avete dimenticato.

Questo è il senso figurato di capitare a tiro. State sparando in senso figurato, volete colpire un bersaglio non necessariamente in modo fisico.

Hai sentito cosa mi ha detto il direttore davanti a tutti? Non posso perdonarglielo, aspetto solo che mi capiti a tiro!

Oppure:

Ho aspettato molto tempo prima di rivedere il mio ex fidanzato. Mi aveva lasciato senza neanche una telefonata. Ma ieri mi è capitato a tiro per caso. Sapessi quante gliene ho dette!

Può capitare talvolta di usare o sentire l’espressione non in senso negativo ma è sicuramente più raro e meno adatto. Quindi può accadere che ascoltate:

devo ricordarmi di avvisare la mia fidanzata di prenotare l’hotel. Appena mi capita a tiro lo farò.

Può capitare di ascoltare frasi simili ma è sicuramente più raro.

Ci sono espressioni abbastanza simili a capitare a tiro, che tuttavia vanno usate in occasioni diverse.

Ad esempio “essere a portata di mano“, questa espressione si usa più con gli oggetti, quando sono abbastanza vicini per essere presi, cioè a portata di mano, vale a dire che se allungo la mano riesco a prendere questo oggetto. Se si usa con le persone è abbastanza minacciosa come espressione.

Più simile è “capitare sotto le mani” che si usa invece in senso figurato. E’ più informale di capitare a tiro, e esprime maggiormente il senso di voglia di rivalsa, la volontà di fare male a qualcuno, non solo fisicamente intendo.

Poi c’è venire (o cascare) come il cacio sui maccheroni, che si usa ugualmente per indicare una casualità, ma si usa per sottolineare che è capitata una bella occasione, da non perdere, proprio l’occasione giusta, come il cacio, cioè il formaggio quando lo mettete sui maccheroni, cioè sulla pasta. Ci sta benissimo il formaggio sulla pasta, giusto?

Grazie di avermi fatto compagnia anche oggi, spero sia stato abbastanza esaustivo. Buona serata a tutti.

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Prendere atto

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Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com, un sito dove potete imparare l’italiano, e soprattutto dove potete imparare a comunicare e parlare in italiano. Cerchiamo di farlo nel modo meno noioso possibile, evitando spiegazioni complicate.

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Oggi voglio spiegarvi una espressione che gli stranieri non usano mai, ma che vi risulterà molto utile.

L’espressione è “prendere atto

Non si tratta, vi dico subito, di una espressione di tutti i giorni, di quelle che gli italiani usano quotidianamente, ma piuttosto di una espressione molto usata al lavoro, soprattutto allo scritto. Ovviamente stiamo parlando di lavori in cui si fanno comunicazioni in forma scritta e con un certo livello di formalità.

L’espressione in molte famiglie si usa anche al di fuori dell’ufficio, ma questo non avviene in tutte le famiglie italiane; diciamo solo in quelle più istruite.

Ma passiamo subito alla spiegazione. “Prendere atto” contiene innanzitutto il verbo prendere. Si tratta di un verbo usato da tutti, anche dagli stranieri. E’ un verbo molto usato perché prendere significa afferrare, quindi per prendere un oggetto basta allungare una mano e afferrare un oggetto. Se ti dico: “Prendi questa mela!” tu puoi allungare la mano verso di me e prendere, afferrare la mela. Semplice quindi.

Ma prendere è un verbo molto usato anche in moltissime espressioni idiomatiche e anche molto usato per costruire tantissime frasi dove non si usa il verbo nel modo che abbiam visto prima, per afferrare gli oggetti.

Possiamo infatti prendere anche cose immateriali, che non si toccano. Posso “prendere in considerazione” qualcosa, ad esempio, cioè semplicemente “considerare”, “tenere in considerazione” qualcosa. Tra l’altro questa frase ha un significato molto simile a prendere atto di qualcosa.

Posso prendere un autobus, cioè salire su un autobus, come anche un treno, un taxi, una bicicletta eccetera.

Posso “prendere una decisione”, dove si usa il verbo prendere nel senso di assumere una decisione, decidere cosa fare, risolvere una situazione di incertezza.

Posso “premdere in giro” qualcuno, cioè ridere di qualcuno, fare delle battute su di lui, posso “prendere coscienza”, che significa svegliarsi, oppure risvegliarmi da una situazione di incoscienza. Il verbo prendere quindi si usa in una moltitudine di occasioni diverse: quando si prende qualcosa con le mani, oppure quando si fa proprio qualcosa, come una decisione appunto, oppure in senso figurato e con un senso molto diverso dal significato proprio del verbo. A volte si fatica molto a capire il motivo per cui si usa questo verbo, come prender in giro, “prendere alla larga” un argomento eccetera. In realtà non si deve molto riflettere sul motivo per cui usiamo questo verbo, perché gli italiani non lo fanno, ed io adesso sto cercando di spiegarvi qualcosa sulla quale non ho mai realmente riflettuto. Bisogna semplicemente fare l’abitudine ad usare certe espressioni, e col tempo diventerà naturale.

Nel caso della frase di oggi abbiamo “prendere atto”. Che significa “considerare come un dato acquisito”, oppure “tener conto al fine di prendere delle decisioni”. Non è facile sostituire “prendere atto” con un’altra frase di identico significato.

Prendere atto ha un significato preciso: se tu sei la mia fidanzata ed io ti dico ad esempio:

Il nostro rapporto è finito. Devi prendere atto di questo e cercare un’altra persona

Ti voglio dire che devi prendere atto di quello che ti ho detto, devi cioè considerare quello che ti ho detto come una realtà da accettare, cosicché le tue decisioni future non possano prescindere da questo (vedi anche farsene una ragione).

Prendere atto di qualcosa implica che da ora in poi bisogna sempre pensare a questo e capire che non c’è più nulla da fare per cambiare le cose. Possiamo solo prendere le nostre decisioni future considerando questo fatto, questa cosa di cui stiamo prendendo atto, come un fatto acquisito, come una realtà da accettare.

Spesso infatti l’espressione si usa quando si deve dire che bisogna accettare una realtà, anche se è difficile farlo. Non possiamo cambiare le cose, quindi l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

Vedete che non si tratta in fondo di una frase formale. Per quello che ho detto finora si può usare in molte occasioni diverse, al lavoro, in famiglia e nelle relazioni sociali di qualsiasi tipo.

Spesso si usa anche semplicemente per dire che una persona accetta qualcosa. Ecco, il verbo “accettare” può essere usato al posto di prenderne atto.

Tua figlia si sposa? Accettalo, devi accettarlo. Cioè, devi prenderne atto. Prendi atto di questa realtà. Accettala così com’è, perché così non soffrirai più.

Accettare ovviamente è molto più usato in queste occasioni non lavorative. Ma al lavoro se dobbiamo scrivere un documento o una comunicazione formale non possiamo scrivere “accettare”, anche perché accettare ha diversi significati: accettare un’offerta ad esempio ha un altro significato di “accettare un compromesso” o di “accettare le conseguenze di qualcosa”.

Prendere atto in questi casi è la forma migliore per comunicare l’accettazione di una realtà al fine di prendere delle decisioni future. In questi casi formali però non stiamo parlando necessariamente di cose negative che accettiamo a malincuore,

Usiamo questa frase invece ogni volta che veniamo a conoscenza di qualcosa di importante che influenza il nostro comportamento. Se usiamo questa espressione vogliamo comunicare che abbiamo ricevuto una informazione e ora siamo a conoscenza di questa informazione, e quindi “ne prendiamo atto”.

La frase è neutra, non stiamo esprimendo dispiacere o piacere. Stiamo solo dicendo che siamo venuti a conoscenza di qualcosa e la teniamo in considerazione, la consideriamo per il futuro.

Vediamo alcuni esempi:

Sono un’azienda che produce caldaie e scriviamo ad un cliente che si è lamentato per un inconveniente tecnico durante l’istallazione della caldaia: Gli rispondiamo così:

Gentile cliente, la ringraziamo per averci contattato. In merito all’inconveniente, ne prendiamo atto e ci scusiamo per quanto accaduto.

In questo caso “si prende atto” di quanto accaduto. E’ una formula cordiale per dire che la comunicazione del cliente non è stata inosservata. Invece ne prendiamo atto, perché per noi è importante.

Se invece io lavoro in una istituzione pubblica e ho ricevuto delle osservazioni su un documento, dei pareri da altre istituzioni, posso rispondere:

Si prende atto delle osservazioni arrivate al fine di apportare le modifiche al documento.

Si prende atto delle osservazioni, cioè ne terremo conto, le terremo in considerazione per il futuro, quando dovremo apportare le modifiche al documento sul quale sono state fatte le osservazioni.

Anche il verbo Considerare si avvicina molto a prendere atto. Quando si fa un ragionamento si può decidere di considerare qualcosa, cioè di tenere in considerazione qualcosa che riteniamo importante. Come dicevo prima “prendere in considerazione” ha un significato simile a prendere atto.

Si prende atto di qualcosa. Importante usare la giusta preposizione, che in questo caso è di, del, delle, dei, degli.

Prendo atto della tua decisione;

Prendiamo atto della vostra dichiarazione;

Prendiamo atto volentieri delle tue volontà;

Mi auguro prendiate atto di tutte le nostre osservazioni;

Se prenderete atto dei nostri consigli ve ne saremo lieti;

Se la Francia non dovesse prendere atto delle decisioni del governo Italiani ci saranno forti ripercussioni politiche;

Dovete prendere atto del risultato elettorale ed accettare la sconfitta

Tenete presente che in tono confidenziale, se dite che prendete atto di qualcosa la frase potrebbe sembrare un po’ fredda. Infatti la caratteristica di neutralità della frase, l’assenza di emozioni che c’è nella presa d’atto, può essere utilizzata volontariamente per sembrare offesi, freddi, distaccati dalla persona con cui parlate, proprio per comunicare una sensazione di freddezza.

Ah mi vuoi licenziare? Hai detto che non lavoro bene? Bene, ne prendo atto e da domani mi metto alla ricerca di un altro lavoro.

Come? Non mi ami più? Ne prendo atto e me ne vado.

A volte quindi si usa proprio per prendere le distanze dal nostro interlocutore, per comunicare freddezza e distacco dalla persona con cui parliamo.

Al lavoro invece vi consiglio di usarla perché una “presa d’atto”, così si chiama, è qualcosa di molto adatto alle comunicazioni di lavoro.

Spesso si tratta di qualcosa di molto formale, ma non ci sono problemi ad usarlo in email e scambi di opinioni.

Spesso si dice “prendere atto di un fatto”, cioè la parola fatto si associa molto spesso alla presa d’atto.

Devi prendere atto di un fatto: non sei più un bambino e devi guadagnarti da vivere!

La parola “atto” si riferisce al significato di atto inteso come relazione scritta, un resoconto, un rapporto, un verbale, insomma un documento che viene letto e quindi leggendolo si viene a conoscenza di qualcosa che si deve tenere nella dovuta considerazione.

Anche questo è un modo per sostituire la frase “prendere atto”: tenere qualcosa nella dovuta considerazione.

Posso anche dire: “prendere nota” cioè annotare, segnare da qualche parte. Ma prendere nota è più informale, somiglia più a segnarsi qualcosa, annotarsi un appunto, senza troppa considerazione in fin dei conti. Prendere atto è un po’ più serio come concetto.

Prendo anche atto che probabilmente vi state stancando di questa spiegazione e se ne prendo atto non posso continuare ancora, quindi vi saluto tutti, vi ringrazio per l’attenzione

Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori occasionali.

Ciao.

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Non ne posso più

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Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni.

Oggi ci occupiamo di stanchezza. Come possiamo definire la stanchezza?

Sicuramente possiamo parlare di una sensazione, una sensazione soggettiva, cioè che riguarda un singolo soggetto, cioè una singola persona, oppure la stanchezza possiamo definirla come anche una condizione di indebolimento delle proprie forze e capacità. Diventiamo deboli in conseguenza di uno sforzo fisico o mentale. Nel caso mentale quindi parliamo di un indebolimento della capacità di concentrazione o di partecipazione.

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La stanchezza la possiamo quindi dividere in due categorie: la stanchezza fisica e quella mentale: la stanchezza fisica riguarda il nostro corpo mentre la stanchezza mentale è quella stanchezza che non riguarda le sensazioni fisiche ma quelle mentali e celebrali, quindi quel genere di stanchezza che arriva quando il nostro cervello è stanco, perché è stato sottoposto ad una condizione di stress, ad esempio perché si sono verificati una serie di eventi tali da averci messo alla prova.

Ebbene, “Non ne posso più” è la frase di oggi (non ne posso più: quattro parole), frase interessante, che molti stranieri conoscono ma probabilmente non tutti. Allora oggi cerco di spiegarvi questa espressione, questa esclamazione, ed in questo modo colgo l’occasione per spiegare altre modalità per esprimere ogni tipo di stanchezza.

Non ne posso più” è in realtà un’espressione di estrema stanchezza fisica o mentale, estrema significa massima, esagerata, cioè indica che siamo al limite, stiamo per raggiungere il limite massimo della stanchezza. Cosa c’è dopo l’estrema stanchezza mentale? Cosa succede dopo aver superato il limite estremo? Beh, nel caso della stanchezza mentale evidentemente quando superiamo il limite, il valore estremo, quello che succede è che perdiamo la pazienza, non riusciamo più a comportarci in modo razionale ed equilibrato e perdiamo il controllo.

Questo è un limite variabile da persona a persona, un limite che dipende da ciascuno di noi, dal nostro personale grado di sopportazione e di pazienza.

Se ad esempio state facendo una passeggiata in montagna, dopo 5 ore di passeggiata qualcuno di voi potrebbe stancarsi ed esclamare:

– scusate, io mi fermo, non ne posso più.

In realtà, in questo caso (siamo nel caso di stanchezza fisica) l’espressione più usata è:

Non ce la faccio più!

Quest’ultima è infatti più adatta alla stanchezza fisica, benché non ci siano problemi ad usare “non ne posso più”, che è ugualmente adatta.

In entrambi i casi si potrebbe iniziare la frase con “basta!” che indica in una sola parola la volontà di arrestare ciò che sta proseguendo da troppo tempo, che in questo caso è la passeggiata in montagna.

Nel caso di stanchezza fisica ci sono molte espressioni equivalenti informali:

Basta!

Mi arrendo! (che si può usare nel caso di una sfida personale o nel caso di una gara)

è troppo!

– Sono sfinito! (con la “s” davanti)

Ripeti: Sono sfinito!

In questo caso parliamo dello sfinimento delle energie: “questa riunione mi ha sfinito!” cioè mi ha tolto le energie. Questo è essere sfiniti.

Lo sfinimento si usa soprattutto nella frase: “fino allo sfinimento

– Il cane ha abbaiato fino allo sfinimento

– Ho ripetuto a mio figlio fino allo sfinimento che deve fare i compiti

– Stasera vorrei lavorare fino allo sfinimento per terminare il mio lavoro

In tutti questi casi il termine sfinimento si usa per indicare un’attività che si è protratta a lungo, quindi si vuole indicare lo sforzo fatto e la stanchezza derivante da questo sforzo.

Un’altra espressione interessante è:

Sono al capolinea!

Ripeti: sono al capolinea!

Anche quest’ultima è un’espressione che si può usare quando vi trovate al limite estremo di stanchezza fisica. Il capolinea indica la stazione o la fermata terminale di un servizio di trasporto pubblico, per lo più urbano. Il capolinea è l’ultima fermata, quindi essere al capolinea (cioè a capo della linea – la linea di autobus si intende, dove la linea indica il numero identificativo dell’autobus).

In realtà essere al capolinea non si usa solamente nel caso di stanchezza, anche quando un percorso sta per finire. I giornalisti utilizzano molto questo modo di dire quando parlano di un percorso politico ad esempio, o lavorativo, o affettivo:

– Il partito al governo è al capolinea (nel senso che sta per terminare l’esperienza politica al governo)

– Il nostro amore è al capolinea (cioè sta per finire)

– Il capitalismo finanziario è al capolinea (anche qui indica una fine prossima, in tal caso del capitalismo finanziario)

Comunque si usa anche spesso per indicare una stanchezza estrema.

Poi c’è:

– Sono arrivato!

Anche questa è una modalità frequente e abbastanza informale: sono arrivato, Sono proprio arrivato. Molto usata dai giovani.

Un’altra espressione curiosa, anche questa molto usata dai giovani è:

– Sono alla frutta!

Ripeti: Sono alla frutta!

Questa frase si usa spesso in Italia per indicare una stanchezza estrema. Perché alla frutta? Di solito i pasti in Italia finiscono con una porzione di frutta: una mela, una pera, del melone eccetera. Quindi, nel senso proprio, la frase significa “finire il pasto”. Essere alla frutta significa essere arrivati al momento della frutta, cioè proprio quando il pasto sta per terminare.

In realtà posso usarlo anche se non stiamo mangiando ma ugualmente c’è qualcosa che stiamo finendo: le energie. Stiamo finendo le energie quindi diciamo di essere “alla frutta”.

Quando uscite dal lavoro alle 20 di sera, dopo una giornata di intenso lavoro, siete autorizzati sicuramente a dichiarare di essere alla frutta, poiché a quel punto non resta che il letto per terminate la giornata.

Molto informale anche questa modalità: “essere alla frutta”. Se volessi essere più formale potrei invece tranquillamente dire:

– sono esausto!

Qui mi riferisco all’esaurimento delle energie. Io sono esausto, cioè privo di energie. Non ho più energie. Le mie energie sono esaurite, sono finite, terminate, quindi sono esausto, come le batterie, cioè le pile, che quando sono scariche non hanno più la carica elettrica per ricaricare un telefono cellulare, ad esempio.

Attenzione a non confondere l’essere esausti con l’esaustività.

Ripeti: esaustività

L’esaustività indica tutta un’altra cosa. L’esaustività è la capacità di essere esaustivi (e non esausti. Le due cose sono ben diverse). Cosa significa essere esaustivi?

È questa una bella modalità per indicare che una cosa è stata spiegata bene, o che una persona ha spiegato bene qualcosa, cioè in modo completo, in modo esaustivo.

Sono stato esaustivo? Cioè: mi sono spiegato bene? Avete capito tutto chiaramente?

Se state cucinando un piatto italiano e state leggendo la ricetta su un libro, sperate che le istruzioni siano esaustive, perché se non sono esaustive allora non riuscirete a cucinare il piatto in modo esatto. L’esaustività quindi è un pregio, e una mancanza di esaustività indica una mancanza di completezza. L’esaustività è associata a molte cose diverse: una spiegazione, una ricerca, una trattazione, una soluzione. Io spero che questo episodio sia esaustivo, perché se non fosse esaustivo sarebbe carente di informazioni.

Ma torniamo alla stanchezza fisica. In quel caso parliamo di esaurimento e non di esaustività. Possiamo anche dire:

– Sono esaurito

Ma questa modalità aggiunge qualcosa in più alla stanchezza. Se dico “sono esaurito” può anche essere semplicemente stanchezza, quindi parliamo di un esaurimento delle energie, ma in generale il concetto è simile e vicino a quello dell’esaurimento nervoso, che è la denominazione generica di una serie concatenata di disturbi da stress. L’esaurimento nervoso è una forma di depressione o di disturbo d’ansia. Un concetto abbastanza generico ma legato ad una condizione di salute che va curata, una specie di malattia dunque. L’essere esauriti quindi richiama un po’ l’esaurimento nervoso, e si può usare ogni volta che vogliamo indicare una stanchezza molto grave che ha portato delle conseguenze mentali, quasi come se avessimo bisogno di un medico.

Altre modalità per esprimere stanchezza informali sono poi:

– Sono stremato (cioè sono allo stremo delle energie)

– Sono spossato, logorato

Ripeti:

– sono logorato

– Logoramento

Il logoramento, in particolare, è molto usato quando si parla di stanchezza fisica.

Tutti i materiali sono soggetti a logoramento: si logorano perché si consumano, il tempo li consuma, ma anche l’utilizzo li logora.

Cosa può logorarsi? In senso figurato anche le forze possono logorarsi, l’ingegno, per arrivare fino ad un rapporto affettivo. Anche le amicizie, purtroppo, possono logorarsi col tempo.

Quindi se dite “sono logorato” state esprimendo una forte stanchezza fisica oppure mentale: non siete più quello/a di prima: siete consumati, consunti; siete spossati, stanchi. Il logoramento in genere indica una condizione dalla quale non si può tornare indietro, quindi è più forte come termine, e questo lo rende adatto anche ad essere utilizzato per i rapporti sociali come le amicizie.

– Sono logorato da questo rapporto difficile

– Non voglio che il mio lavoro mi logori

– il potere logora chi non ce l’ha

Quest’ultima frase è molto celebre perché appartiene ad un importante politico italiano del recente passato, che ha scritto anche un libro con questo titolo.

Ma torniamo alla nostra frase di oggi: “Non ne posso più”, dicevamo prima, si usa sia nel caso di stanchezza fisica che in quello di stanchezza mentale. Quest’ultimo caso è quello più interessante, senza dubbio.

Non ne posso più di questo lavoro, voglio assolutamente trovarne un altro!

C’è la particella “ne” all’interno, che indica qualcosa, che in questo caso è il mio lavoro.

Di solito quando si utilizza questa espressione si chiarisce sempre la cosa della quale stiamo parlando:

– Non ne posso più della nostra relazione!

– Non ne posso più di questi ritardi dell’autobus tutte le mattine!

– Non ne posso più di te, lasciami stare, ti prego!

– Non ne posso più di questo governo!

Generalmente la particella “ne”, come sappiamo, serve a sostituire la cosa di cui parliamo, invece in questo caso solitamente si chiarisce sempre tramite “di”.

Posso comunque fare una semplice esclamazione:

– non ne posso più!

Tuttavia deve essere chiaro la cosa di cui sto parlando, altrimenti arriverà la domanda:

– Di cosa? Di cosa non ne puoi più?

Risposta (prova a rispondere):

Del mio lavoro. Non ne posso più del mio lavoro!

Perché in questa espressione usiamo il verbo “potere”?

Semplice, sto dicendo semplicemente che non posso più andare avanti, non posso, cioè non riesco più a proseguire. “Non posso” in generale esprime la mancanza di una volontà o l’impossibilità di un’azione:

– Non posso tradire mia moglie (per mancanza di volontà, per rispetto verso mia moglie)

– Non posso essere in aeroporto alle 14. Non posso perché non ci riesco, non sono in grado di farcela, non faccio in tempo.

In questo caso però è fondamentale la presenza di “ne” che dà alla frase tutto un altro significato: “non ne posso più”, indica qualcosa di cui siamo stanchi, quindi se la frase prosegue deve esserci “di” o “del” o “dello”, “della”, “dei”, “degli”, “delle”.

– Non ne posso più di questo caldo

– non ne posso più del mal ti testa

– non ne posso più dello stallo politico italiano

– non ne posso più della pasta alla puttanesca

– non ne posso più dei rumori durante la lezione

– non ne posso più degli schiamazzi notturni

– non ne posso più delle serate in discoteca

Se anche voi non ne potete più di questa spiegazione terminiamo qui questo episodio, augurandomi che continuiate a seguire Italiano Semplicemente e che magari decidiate anche di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Siamo arrivati a 32 membri, l’associazione cresce rapidamente. Vi aspettiamo numerosi.

Vuoi mettere?

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Trascrizione

Ciao ragazzi da Giovanni e da Italiano Semplicemente, ora sono le 10:00 di mattina in Italia e le 5 di mattina in Brasile. Vi parlo del Brasile perché sono infatti appena tornato dal mio viaggio in Brasile, e devo dire che è stata un’esperienza che mi ha cambiato profondamente. Abbiamo fatto il primo incontro con alcuni dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vi racconterò i dettagli comunque in un episodio dedicato proprio a questo incontro.

Oggi invece vediamo un’espressione nuova: “Vuoi mettere?”.

Questa è l’espressione di oggi, è una domanda, ma può anche essere interpretata come un’esclamazione: vuoi mettere!

Quindi possiamo sia inserire il punto interrogativo alla fine (vuoi mettere?) oppure il punto esclamativo (Vuoi mettere!).

Questa è un’espressione che si usa quando si fanno dei confronti, quando cioè si fa una comparazione tra due cose, tra qualsiasi due cose, e, in particolare, quando questo confronto è totalmente a favore di una delle due scelte.

Non stiamo parlando quindi di un confronto alla pari, cioè di un confronto in cui le due cose che vengono confrontate sono valutate allo stesso modo, in cui queste due cose sono giudicate della stessa qualità, o dello stesso valore, ma stiamo parlando di un confronto in cui una delle due cose è migliore di un’altra.

Una delle due cose è molto migliore dell’altra, è decisamente migliore dell’altra, quindi il confronto non è alla pari, ma è tutt’altro che alla pari.

In questo caso quindi possiamo esprimere questo concetto attraverso molti modi diversi.

Uno di questi modi è dire “vuoi mettere?”.

Perché usiamo questa frase? Perché diciamo così? Beh il motivo è semplice.

La frase “vuoi mettere” è semplicemente una abbreviazione di una frase più lunga; un modo veloce di esprimere una preferenza. Perché proprio questo vogliamo fare: esprimere una preferenza, esprimere una netta preferenza per una delle due o più possibilità.

Quando confrontiamo due o più cose e crediamo che non ci sia confronto, allora possiamo dire “vuoi mettere!”. Ho detto quando “non c’è confronto”. Questo è un altro modo per esprimere lo stesso concetto.

 

 

“Vuoi mettere“ è una modalità molto usata da tutti gli italiani di ogni regione, quindi la usano ovunque, ed è sempre usata in contesti informali ed amichevoli. In contesti formali e professionali ci sono altri modalità.

Chi è più forte, la squadra del Real Madrid o la squadra della Roma?

Beh, non c’è confronto!

Direi di sì infatti. Non c’è confronto tra la Roma ed il Real Madrid, infatti è molto più forte il Real Madrid, vuoi mettere? Il Real Madrid ha Cristiano Ronaldo e la Roma chi ha? Dzeko? Vuoi mettere?

Quello che stiamo facendo adesso è “mettere a confronto” due giocatori: Ronaldo e Dzeko. Mettere a confronto significa confrontare. Da questo deriva la frase di oggi: mettere a confronto, cioè confrontare, accostare, mettere una cosa vicino ad un’altra. Infatti quando accostiamo due cose, cioè quando le mettiamo vicine, come se fossero due oggetti, allora riusciamo a vedere questi due oggetti nello stesso momento, insieme, quindi riusciamo a vedere bene le differenze e le similitudini, riusciamo a vedere bene le cose che questi due oggetti hanno in comune e le cose per cui differiscono. Attenzione al linguaggio che sto usando. Differire significa mostrare delle differenze (questo è solo uno dei significati di differire).

Quindi accostiamo due o più cose, le mettiamo a confronto e vediamo subito quale delle due cose è migliore dell’altra. Allora, se la nostra preferenza è marcata e va ad una delle due squadre di calcio, potremmo chiedere: vuoi mettere a confronto il Real con la Roma? Vuoi veramente fare questo confronto? Vuoi comparare il Real con la Roma? Dai, non c’è storia, il Real è sicuramente più forte, vuoi mettere?

Vuoi mettere è quindi l’abbreviazione di “vuoi mettere a confronto?”. Si tratterebbe di una domanda quindi, una domanda che esprime però una preferenza, come per dire: vuoi scherzare? Hai il coraggio di fare questo confronto? È un confronto impari, non c’è storia, non c’è confronto.

Ho appena detto che è un “confronto impari”, cioè che è un confronto tra due cose che non sono pari tra loro, cioè non sono uguali di valore. In questo caso ci si riferisce ad una uguaglianza in termini di valore. Il termine impari è sinonimo di diseguale, ma esprime una differenza di valore, di merito, di qualità. Non è semplicemente una non uguaglianza.

Impari si scrive come impari, seconda persona dell’indicativo del verbo imparare (io imparo, tu impari, lui impara ecc), ma ovviamente cambia la pronuncia: ìmpari, impàri.

Impàri è, a dire il vero, anche il congiuntivo: “spero che Giovanni impari la lezione”, oppure “non è sicuro che io impari a memoria la poesia”.

Ma torniamo ad ìmpari. Impari non è informale, possiamo sempre usare questo modo di esprimere una preferenza, anche in contesti professionali.

Ho detto anche “non c’è storia”. Anche questa è una modalità informale. Non c’è storia esprime, analogamente a “vuoi mettere” una preferenza marcata, evidente. La storia in realtà non c’entra nulla, è solo un modo di dire, probabilmente si cerca una analogia con la storia, con avvenimenti passati, magari a sfide del passato, a guerre, come per cercare di immaginare una sfida, una battaglia e fare una previsione su come finirà: non c’è storia, cioè la storia è già scritta, è ovvio chi vincerà, è scontato, è facile immaginare il vincitore. In poche parole: “non c’è storia”.

Facciamo un esempio:

Mi ricordo bene della primavera piovosa e fredda dell’anno scorso. La primavera di quest’anno invece ci sta offrendo una catena di giorni quasi estivi. Vuoi mettere!

Ecco, anche in questo esempio, chi parla esprime una preferenza. È chiaro che è preferibile avere una primavera quasi estiva che una piovosa e fredda. Il contesto è informale, quindi usare questa espressione è corretto, alleggerisce la frase.

Ci sono delle piccole differenze tra le varie modalità che abbiamo visto.

Vuoi mettere si usa di più per le preferenze, mentre “non c’è storia” più nelle sfide, quindi nello sport ad esempio, o nelle competizioni, quando si fa una previsione soprattutto:

Chi vincerà? Beh, non c’è storia secondo me. Vincerà Giovanni.

Non c’è confronto” è sempre utilizzabile, è probabilmente il modo migliore se si vuole essere sicuri di non sbagliare.

Non c’è confronto tra la primavera calda di quest’anno e quella piovosa dell’anno scorso.

Tra Margherita e Eisabetta chi è la più bella? Beh, non credo ci sia confronto, preferisco Margherita.

Il termine “impari” come dicevo è più formale, ma è usato molto anche dai giornalisti. Questo non significa che voi non lo possiate usare in un qualsiasi confronto. Nessun italiano si stupirà.

Se sto parlando di un incontro di Pugilato (box), posso dire che tra i due pugili, “il confronto è stato impari sin dal primo momento”.

Se parlo di due cellulari, uno Samsung ed uno Huawei, se voi avete una marcata preferenza, potete dire che preferite Samusng (o Huawei) perché secondo voi “il confronto è impari”. Vedrete che un italiano, ascoltandovi, vi farà i complimenti per il vostro italiano.

È più bella la lingua italiana o il francese? Non è detto che il confronto sia impari, ma per qualcuno di voi potrebbe esserlo.

Meglio l’italiano, vuoi mettere?

Perché meglio l’italiano? E’ molto meglio il francese, non c’è proprio storia secondo me.

Beh, anche secondo me meglio l’italiano, la lotta è impari, l’italiano è più melodioso.

No, dai, non è vero, il francese è la lingua della diplomazia, non c’è confronto!

Non c’è paragone” è ancora un’altra espressione, del tutto equivalente a “non c’è confronto” ed infatti la parola confronto è equivalente alla parola paragone. “Mettere a paragone” è esattamente la stessa cosa di mettere a confronto, di conseguenza. Allora per esprimere una netta preferenza potremmo anche dire: “non c’è paragone!” Meno informale di “non c’è storia” ma del tutto analogo come significato.

Infine vale la pena di ricordare anche la frase “reggere il confronto”, che è una frase anche questa che si usa quando facciamo un paragone, un confronto, e manifestiamo una preferenza spiccata. Allora posso dire:

La Roma? Non regge il confronto col Real Madrid.

È più melodica la lingua francese di quella italiana? Può darsi, sicuramente l’inglese non regge il confronto però. Molto più melodiche la lingua italiana e quella francese. Si usa il verbo “reggere” perché reggere significa “sostenere”, “sopportare”, “resistere”. Come se ci fosse un peso da reggere, un grande peso che non ce la facciamo a reggere, a sostenere, a sopportare.

Se io non reggo il confronto con te significa quindi che io non riesco a sostenere il confronto con te, che non reggo il confronto, non riesco a reggerlo, a sopportarlo, poiché dopo un po’ di tempo risulterà chiaro che tu sei migliore di me. Il verbo reggere si usa per indicare lo sforzo che si fa ad apparire uguale, equivalente, quando invece non si riuscirà a lungo a sostenere questa tesi. Il senso dello sforzo a volte è anche inteso come uno sforzo psicologico, non è un caso che si usi anche con “reggere lo sguardo” nel senso di riuscire a guardare senza interrompere, senza staccare per vergogna o timidezza o senso di inferiorità.

La lingua inglese quindi, in quanto a melodia, non regge assolutamente il confronto con l’italiano: non c’è confronto, non c’è paragone. Non c’è storia, vuoi mettere? L’italiano è molto più melodica. È un confronto impari.

L’episodio di oggi finisce qui. Un saluto a tutti e grazie ancora per le vostre donazioni. Chi aiuta Italiano Semplicemente aiuta tutti gli stranieri che vogliono imparare bene l’italiano.

Benvenuta inoltre a Luciana, ultimo membro dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Luciana è, tra l’altro, anche il Tour Operator dell’associazione (questa è l’ultima novità!) e stiamo preparando una bella sorpresa per tutti i membri. Un saluto a tutti.

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Ci mancherebbe

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, dedicato all’espressione CI MANCHEREBBE, come richiesto da Mariana dal Brasile, ragazza brasiliana membro della nostra associazione culturale Italiano Semplicemente. Grazie Mariana di questa domanda. Chi vi parla è Giovanni, o Gianni, il creatore di italianosemplicemente.com.

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Mi dai l’occasione, cara Mariana, per fare un episodio dedicato ad un argomento interessante: come rispondere ad un ringraziamento. Un ringraziamento è quando una persona ti dice “grazie” per qualche motivo. Come possiamo rispondere?

Beh, prima di tutto vorrei io ringraziare tutti per il vostro interesse e le vostre donazioni.

Visto che parliamo di grazie e di ringraziamenti colgo quindi questa ghiotta occasione per ringraziare tutti voi che apprezzate italiano semplicemente.

Bene, allora “ci mancherebbe” è l’espressione di oggi. Allora se qualcuno ci ringrazia questa può essere la nostra risposta: “ci mancherebbe”, che è solamente uno dei tanti modi possibili per rispondere.

Prova a ripetere: ci mancherebbe!

È un’esclamazione, come avrete notato.

Attenzione alla pronuncia della doppia b.

L’espressione è composta da due parole. La prima è la particella “ci“, mentre la seconda è “mancherebbe”. Cominciamo da ci.

“Ci” è una parola molto particolare italiana, molto simile a “ce”, un’altra particella che ha un uso analogo ma che si usa in modo doverso. Per uno straniero può essere difficile usare correttamente ci e ce, ma fortunatamente abbiamo fatto alcune lezioni qualche mese fa dedicate a ci e ce. Molto brevemente vi ricordo “ci” che ha tre principali utilizzi.

Il primo utilizzo si riferisce a noi, ad esempio: (ripeti)

– mia madre ci vuole bene

Il che significa “mia madre vuole bene a noi” quindi “ci” sta per noi. Ad esempio noi figli: mia madre vuole bene a noi figli, quindi ci vuole bene, e ci riferisce a noi. Quindi se cambio il complemento oggetto, “ci” sparisce e viene sostituita da mi, ti, vi, gli, le.

– mia madre mi vuole bene (a me)

– mia madre ti vuole bene (a te)

– mia madre gli vuole bene (a lui o a loro)

– mia madre le vuole bene (a lei)

– mia madre vi vuole bene (a voi)

Il secondo utilizzo di ci invece si riferisce a un luogo, indica un luogo che non vogliamo ripetere:

– andiamo al cinema stasera? No, ci andiamo domani.

Dove andiamo domani? Al cinema.

In questo caso ci indica il cinema e possiamo riconoscere questo dal fatto che cambiando il soggetto ci non cambia :

– ci vado domani al cinema (io)

– ci vai domani (tu)

– ci va domani (lui, lei)

– ci andate domani (voi)

– ci vanno domani (loro)

Vedete che in questo caso “ci” non cambia quando cambia il soggetto, perché ci in questo caso indica il cinema.

Il terzo uso di “ci” è sempre per indicare qualcosa, ma non un luogo, bensì un’altra cosa: un oggetto, una circostanza, una situazione.

Ad esempio:

– Per andare a Roma ci vogliono 3 ore

– per risolvere questo problema ci vuole/vorrebbe un’idea geniale.

In questo caso si parla in generale, non c’è un soggetto identificato. Si usa il verbo volere, quasi sempre, come in questi due esempi che ho fatto. Ci vuole indica una necessità e ci vorrebbe indica anche un desiderio.

Ripeti:

– che caldo, ci sarebbe bisogno di un ventilatore!

– Ho un problema, ci vorrebbe una soluzione.

Nella frase “ci mancherebbe” siamo in questo terzo caso. Si indica in particolare qualcosa che manca. Non manca però a noi, perché non siamo nel primo caso e non indica neanche un luogo.

Cosa manca? Mancherebbe viene dal verbo “mancare“. Mancare indica una mancanza, cioè un’assenza di qualcosa. C’è qualcosa che non c’è, che manca, che è assente. Cos’è questa cosa?.

“Ci mancherebbe” è una espressione equivalente a “prego“, quella parla che si usa come risposta alla parola “grazie”. Semplice quindi. Abbiamo già detto che in questo episodio ci occupiamo proprio di questo.

Se qualcuno ti dice grazie si può rispondere con il classico “prego” oppure con “ci mancherebbe” dove usiamo il verbo mancare al condizionale. Ma perché?

Sapete che il condizionale si usa per indicare una condizione che quindi si può verificare oppure non si può verificare.

Solitamente quando c’è una condizione si usa “se”:

– se avessi fame mangerei.

Mangerei è condizionale. È quello che succederebbe se avessi fame. Cosa succederebbe se avessi fame? Mangerei. Attenzione quindi. Mangerei è la conseguenza. Se avessi fame, io mangerei. Alla terza persona non cambia nulla: se mio fratello avesse fame mangerebbe.

Allo stesso modo funziona “mancherebbe”. Mancherebbe indica una conseguenza.

Abbiamo fatto una cortesia, una gentilezza a una persona e questa persona ci ringrazia: grazie signore, grazie mille!

Noi rispondiamo “ci mancherebbe”

Quando rispondiamo “ci mancherebbe” è proprio perché vogliamo comunicare al nostro interlocutore una condizione e una conseguenza. Quale condizione e quale conseguenza? Tranquilli, ve lo spiego subito!

Quello che stiamo dicendo è:

Se non ti avessi fatto questa cortesia, mancherebbe qualcosa. Questa è la condizione.

L’assenza della cortesia vorrebbe dire che mancherebbe qualcosa, quindi questa frase “ci mancherebbe” in realtà è una abbreviazione, una frase veloce che indica una risposta di questo tipo: se io che ti ho fatto questo favore, questa cortesia, non lo avessi fatto (questa è la condizione) allora avrei fatto una cosa sbagliata, mancherebbe qualcosa, qualcosa sarebbe andato nel modo sbagliato; ci sarebbe una mancanza, il mio comportamento sarebbe stato sbagliato, perché questa cortesia sarebbe mancata.

Un po’ complicato, direte voi, ma è una formula di cortesia. Con questa risposta si sta dicendo che da parte mia non c’è nessun problema, non ho fatto nulla di insolito; è il mio normale atteggiamento.

La mia cortesia, il favore che ti ho fatto non è stato qualcosa di strano per me, non è stato uno sforzo per me, ma un atto assolutamente naturale, quindi non ti preoccupare di ringraziarmi, si tratta di un atto dovuto, anzi, in caso contrario ci sarebbe qualcosa che sarebbe mancato. “Ci mancherebbe” indica esattamente questo.

La particella “ci” in questo caso indica il mio comportamento: nel mio comportamento ci sarebbe stato qualcosa di mancante se mi fossi comportato diversamente.

È semplice capire che non si tratta di noi e neanche di un luogo, soprattutto perché “ci mancherebbe” indica quasi sempre una risposta ad un ringraziamento.

Tuttavia è possibile, non è da escludere che “ci mancherebbe” indichi qualcos’altro, come “a noi mancherebbe” oppure qualcosa in generale. “Ci mancherebbe” quindi, qualche volta non significa “prego” ma può indicare semplicemente “a noi mancherebbe“, oppure “manca qualcosa”.

Ad esempio, se stai su un aereo in compagnia di un amico e la hostess vi porta il pranzo e poi vi chiede: tutto ok signori? Avete bisogno di qualcos’altro? Voi potete rispondere: ci mancherebbe l’acqua.  State indicando un bisogno e utilizzate per essere più gentili.

Oppure potete dire alla hostess: scusi, quanto ci mancherebbe per arrivare? Che è un modo alternativo per chiedere: quanto manca per arrivare?

C’è anche però un altro utilizzo ancora di “ci mancherebbe”, che è quello di allontanare mentalmente qualcosa. Se ad esempio non ci auguriamo che accada qualcosa, se non vogliamo che qualcosa accada, allora possiamo usare questa espressione per dire che sarebbe una cosa negativa se accadesse, ad esempio se sto parlando con te e tu mi dici: Sai Giovanni, domani finalmente è sabato e possiamo andare al mare, ma forse domani pioverà.

Io posso rispondere:

ci mancherebbe solo che domani piova! Dopo tanta fatica al lavoro se domani dovesse piovere sarebbe una vera sfortuna.

Un altro esempio: sono stato trattato male da mia moglie e secondo me non c’era ragione, non c’era motivo. Mi sono offeso con lei, mi sono arrabbiato e sono uscito di casa. Un amico mi dice: torna a casa e fai pace con lei, altrimenti ti chiude fuori di casa e non ti fa più entrare!

Io allora posso dire:

cosa? Ci mancherebbe che mi chiude anche fuori casa adesso!

In questi casi quindi uso ci mancherebbe per allontanare qualcosa, e per segnalare una esagerazione, un qualcosa di esagerato.

Ma restiamo all’utilizzo di “ci mancherebbe” come alternativa a “prego”.

Vi starete ora sicuramente chiedendo se posso usare prego e ci mancherebbe allo stesso modo.

Prego come sapete ha più significati. Potete ascoltare l’episodio dedicato a questa parola. Quando è la risposta a “grazie”, prego è una risposta molto educata, da usare con chiunque: amici, parenti, conosciuti e sconosciuti.

“Ci mancherebbe” invece è anche questa una risposta gentile, ma più confidenziale. Lascia intendere che esiste un rapporto più vicino tra due persone. A volte si usa quando vogliamo esprimere un atteggiamento di riconoscenza, come per dire che quello che abbiamo fatto è nulla in confronto a quello che abbiamo ricevuto.

Quindi la persona con cui parliamo è spesso un amico, un collega, col quale abbiamo già avuto rapporti, che qualche volta ci ha fatto a sua volta dei favori. Questa è la differenza tra prego e “ci mancherebbe”. Ci mancherebbe è più amichevole.

Ci sono poi delle espressioni alternative come “ci mancherebbe altro“, che è equivalente e anche più marcata come espressione. La parola “altro” indica che un altro comportamento non sarebbe stato accettato.

Ti ringrazio per avermi aiutato!

Ma non ti preoccupare, ci mancherebbe altri! (ripeti).

È importante anche il tono, cioè la voce, quando si pronuncia questa esclamazione:

ci mancherebbe altro! (ripeti)

Oppure:

ci mancherebbe anche questo! (ripeti)

Che sottolinea ancora di più che questo mio comportamento non poteva assolutamente mancare, sarebbe stata una mancanza molto grave.

Finora però, abbiamo visto solamente espressioni orali ed abbastanza informali. Esiste anche:

figurati!

Espressione altrettanto informale. Ma vediamo cosa succede se vogliamo essere più professionali. In tal caso possiamo sostituire figurati con :

– si figuri!

Anche questa adatta all’orale ma possiamo utilizzare con degli sconosciuti o anche con dei clienti, quindi è più adatta al lavoro. Una valida alternativa a “prego”.

Ci sono quindi più modalità per rispondere ad un ringraziamento. Se conoscete la persona potete dire “ci mancherebbe”, “ci mancherebbe altro”, o “figurati”, mentre se non conoscete la persona, al lavoro o con la clientela va benissimo un “prego” o un più cortese “si figuri”.

Con “Si figuri” si dà del lei, quindi è chiaro che questa è una forma di maggiore rispetto.

Ci sono altri modi per rispondere ad un “grazie” naturalmente, come “di niente” o “che sarà mai“, che abbiamo già spiegato in un altro episodio.

L’episodio di oggi però finisce qui, grazie per l’ascolto. Vi ricordo che chiunque di voi abbia esigenze più particolari, soprattutto se avete un’azienda, un’attività in cui lavorate con italiani o avete clienti italiani, in questi casi il corso di italiano professionale potrebbe esservi di aiuto.

Potreste utilizzare diverse modalità molto adatte alla comunicazione con la clientela e con altre aziende con cui lavorare, sia all’orale ma soprattutto allo scritto, tramite e-mail ad esempio. In questo caso basta aderire all’associazione italiano semplicemente e potrete ottenere il corso di italiano professionale con tutte le lezioni dedicate al linguaggio formale e commerciale, tra cui questa dedicata ai ringraziamenti professionali.

Un saluto da Roma. Spero che Mariana sia soddisfatta della spiegazione.

Ciao

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Del resto

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Trascrizione

Bogusia: buongiorno e benvenuti, cari ascoltatori di radio Italiano Semplicemente. La Polonia ha adottato una legge che prevede la chiusura dei negozi e i grandi supermercati tutte le domeniche entro il 2020. La legge difficilmente sarà digerita dalla popolazione; del resto anni fa è stata proposta la stessa legge (di iniziativa popolare) e neanche a suo tempo ha ricevuto pareri positivi. Insomma, stop allo shopping domenicale in Polonia.

Giovanni: grazie Bogusia per questa interessante notizia dalla Polonia. L’informazione di Italiano Semplicemente non ha confini e comunque non avevo ancora salutato.

Buongiorno ragazzi come va? Immagino che l’ultimo episodio che abbiamo fatto, quello dedicato ai dubbi vi abbia impegnati molto: 36 minuti sono tanti e del resto vi avevamo abituati ad episodi più brevi.

Allora torniamo alle nostre buone abitudini. Oggi un episodio più breve, del resto, si sa, a me piace variare, ed a italiano semplicemente, del resto, piace sempre stupire l’ascoltatore o il lettore, che dir si voglia.

Allora l’episodio di oggi lo dedichiamo alla locuzione DEL RESTO.

È la seconda volta che vediamo una locuzione avverbiale, dopo aver visto TRA L’ALTRO, col quale abbiamo inaugurato questo nuovo tipo di episodi.

Del resto: due parole, la prima è una preposizione articolata: del che si forma dall’unione della preposizione semplice di e dall’articolo il.

Resto è la seconda parola. Il resto è più di una cosa: solitamente si usa quando si acquista qualcosa. Se siamo al ristorante ed è il momento di pagare il conto di 98 euro, ad esempio. Se paghiamo con una banconota da 100 euro, ci viene dato il resto pari a due euro. 98+2 fa 100.

Oppure se faccio 7 diviso 2, fa 3. Il risultato è 3 ma avanza 1, che è il resto della divisione.

Quindi sette diviso tre fa due col resto di uno. Uno è il resto.

Il resto quindi è ciò che avanza, è qualcosa in più.

Quando diciamo del resto, in una qualsiasi conversazione, come ho fatto anche io all’inizio dell’episodio, vuol dire infatti che stiamo aggiungendo qualcosa in più. Stiamo fornendo un’informazione aggiuntiva oltre a quanto detto in precedenza.

Così è da interpretare l’utilizzo del termine “resto” in questa locuzione avverbiale: qualcosa in più.

Quando potete usarla questa locuzione? La potete usare ogni volta che state parlando o scrivendo e volete comunicare qualcosa, volete arrivare ad una conclusione, volete convincere le persone a cui vi rivolgete di un vostro pensiero. Ed alla fine aggiungete qualcosa preceduto dalle due parole “del resto”.

Io all’inizio vi ho detto che 36 minuti sono tanti, sono lunghi da ascoltare e, del resto, eravamo abituati ad episodi più brevi. Potrei quindi utilizzare semplicemente INOLTRE, o anche OLTRETUTTO, ed infatti è questa la caratteristica delle locuzioni avverbiali: sono formate da più parole ma possono essere sostituite da un semplice avvebio, che in questo caso è proprio INOLTRE o OLTRETUTTO. Ma perché usiamo del resto allora?

Lo facciamo per dare forza al discorso e per convincere chi ci ascolta, e non per fare una semplice lista di motivazioni che possono sostenere la mia idea: in questo caso userei INOLTRE. Dopo l’avverbio INOLTRE possono seguire più cose e poi non è detto che il mio obiettivo sia quello di convincere qualcuno. OLTRETUTTO invece è più vicino a del resto. Con OLTRETUTTO anche vogliamo rafforzare quello che stiamo dicendo:

Perché mi sono licenziato? L’ho fatto perché era un lavoro faticoso e oltretutto era poco remunerato.

Mi sono offeso con te perché mi hai insultato ed oltretutto lo hai fatto davanti a tutti i miei amici. Oltretutto significa “oltre a tutto il resto” , o anche “come se non bastasse”, quest’ultima è la frase più usata probabilmente quando siamo arrabbiati.

Quando usiamo “del resto” siamo in situazioni simili, ma siamo meno arrabbiati rispetto all’utilizzo di OLTRETUTTO o “come se non bastasse”. È come dire: è questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso. C’è quindi un eccesso, una esagerazione, un qualcosa di sbagliato, di eccessivo che vogliamo sottolineare.

L’uso di del resto è invece molto frequente quando dobbiamo giustificare un pensiero o un’azione, ma non si tratta di contestare un’esagerazione. Non c’è qualcosa da contestare, ma c’è un’azione da giustificare. In realtà abbiamo già spiegato il nostro punto di vista, abbiamo già espresso il nostro pensiero. Ora bisogna solamente aggiungere una piccola cosa in più che supporta, che aiuta a capire meglio la nostra decisione, il nostro comportamento, il nostro atteggiamento. Ecco che “del resto” giunge in nostro aiuto.

36 minuti sono tanti e del resto eravamo abituati ad episodi più brevi.

Il fatto che voi foste abituati ad episodi brevi rafforza l’affermazione che 36 minuti siano tanti. Se invece io vi avessi abituato ad ascoltare episodi di lunghezza simile, 36 minuti sarebbero stati la tegola. Niente di cui stupirsi quindi: tutto come al solito.

Poi ho detto:

Oggi facciamo quindi un episodio più breve, del resto, si sa che a me piace variare, ed a italiano semplicemente, del resto, piace sempre stupire l’ascoltatore.

In questo caso quindi, il fatto che a me piaccia cambiare, variare la durata e la tipologia degli episodi è una cosa nota, conosciuta da tutti; si sa, e questo sostiene la frase precedente, dà maggiore credibilità alla frase: “oggi facciamo quindi un episodio più breve” giusto?

D’altronde, d’altra parte e peraltro sono altri eventuali sostituti di del resto. Quali le differenze? Non direi che ce ne sono molte in questo caso, se non che del resto è, secondo me, più convincente quando l’obiettivo è sostenere una tesi. Probabilmente una seconda differenza è che d’altronde, d’altra parte e peraltro si usano per introdurre ulteriori elementi esterni da considerare senza necessariamente avere l’obiettivo di sostenere una stessa tesi. Magari vogliamo semplicemente aggiungere elementi esterni, come le stesse parole lasciano immaginare: altro, parte.

Posso dire ad esempio che dovrei cercare di terminare questo episodio al più presto perché vi avevo promesso che sarebbe stato piu breve, anche se non credo vi faccia male ascoltare, d’altra parte più esempi facciamo meglio è per voi. D’altronde non è facile spiegare una locuzione avverbiale, come del resto non è facile in generale il mestiere dell’insegnante. Peraltro non ho neanche ancora curato l’aspetto della ripetizione e quindi credo di aver trascurato la settima regola d’oro, del resto, non si può essere perfetti. Tra l’altro, mi viene in mente che anche d’altro canto è una locuzione simile, come d’altro lato anche, più usata ed equivalente. Ma in questi casi si introduce un altro punto di vista, un’altro lato da cui guardare lo stesso aspetto: secondo me questa tipologia di episodi è molto interessante ma d’altro canto, molti di voi potreste pensarla diversamente. Se c’è la sfida calcistica Roma-Liverpool dico che la Roma è una squadra molto forte ma d’altro lato anche il Liverpool lo è. Mi farebbe piacere se vincesse la Roma ma, d’altro canto, molti ascoltatori di questo episodio potrebbero essere tifosi del Liverpool, che ha molte probabilità di vincere, del resto, è una squadra più abituata della Roma ai palcoscenici internazionali.

Attenzione perché può capitare che del resto non sia da interpretare come locuzione avverbiale. Vi faccio solo un esempio: vi trovate al ristorante (quello di prima), quando avevate un resto di due euro. Decidete di lasciarli al cameriere come mancia e il cameriere guarda i due euro e dice: vi risponde: mi lasci due euro come mancia? Io, del resto, non ci faccio niente, oppure: io del tuo misero resto, non ci faccio niente! Cosa ne faccio del tuo resto?

Spero sia chiaro come esempio. Questo esempio che ho appena fatto non c’entra nulla con la locuzione avverbiale “del resto”.

Ci sono, invece, modalità diverse in ambito commerciale e professionale per esprimere lo stesso concetto di “del resto” Si tratta sempre di confermare, di giustificare e di avvalorare qualcosa che abbiamo appena detto, e sappiamo bene come sia difficile usare la lingua italiana quando dobbiamo convincere un cliente o un fornitore ed allo stesso tempo essere educati, gentili e professionali. Ho usato il verbo avvalorare, ad esempio, ma questo è un altro episodio (come convincere un cliente) che fa parte del corso di italiano professionale, dedicato ai membri dell’associazione culturale italiano semplicemente.

L’episodio di oggi invece finisce qui, adesso devo scappare perché ho alcuni giri da fare e credo ci sia molto traffico, del resto, abito a Roma. Non c’è da stupirsi. Un saluto a tutti e grazie per le vostre donazioni. Chi di voi è interessato ricordo inoltre che esiste l‘associazione italiano semplicemente che vi aspetta. Ciao a tutti.

Come esprimere i dubbi

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Descrizione

Condividiamo con tutti, eccezionalmente, una lezione del corso di Italiano Professionale.

Trascrizione

Ciao ragazzi, oggi vediamo un argomento interessantissimo: come esprimere un dubbio in lingua italiana.

Un argomento che riguarda tutti, tutti gli aspetti della nostra vita, tutte le tipologie di persone, tutti i momenti della giornata.

Cos’è un dubbio? Un dubbio è la mancanza di certezza. Se non sono sicuro di una cosa allora ho un dubbio.

Se io quindi vi faccio una domanda e voi non siete sicuri della risposta, non potete dire sì oppure no, ma dovete manifestare in qualche modo il vostro dubbio.

Come fare?

Uno straniero probabilmente direbbe: non sono sicuro! Questa è la risposta più probabile per uno straniero, a prescindere dal suo livello.

Anche la frase “non so se” o “mi chiedo se” è molto usata dagli stranieri ed anche dagli italiani. È il “se” che dà il dubbio alla frase:

Mi chiedo se riuscirò ad imparare l’italiano

Non so se troverò il tempo di studiare la grammatica

Ma ci sono occasioni, contesti diversi, più o meno formali, che dobbiamo considerare oltre alle modalità appena descritte. Una cosa è rispondere a mio fratello, un’altra cosa è rispondere al mio professore universitario, o al mio direttore.

Se un professore mi fa una domanda ad un esame e non sono sicuro della risposta che sto per dare, posso dire: provo a rispondere ma non sono sicuro della risposta!

Ma posso anche usare delle formule diverse.

Ad esempio usare la parola “forse”.

La parola “forse” esprime un concetto preciso: non sono sicuro. E può essere usata da sola oppure può anticipare la cosa della quale non siete sicuri.

– Domanda: Andrai al lavoro domani?

Risposta: Forse

Forse domani non andrò al lavoro

Forse mi sposerò entro l’anno

Forse frequenterò un corso di italiano

Non siete sicuri di questo, quindi “forse” esprime perfettamente il vostro dubbio.

Esistono però delle modalità equivalenti per esprimere lo stesso identico dubbio.

Probabilmente” è una di queste modalità. State parlando di probabilità in questo caso, il che esprime già di per sé una mancanza di certezza assoluta, ma in realtà c’è un a differenza con “forse”.

La differenza rispetto a “forse” è che “forse” esprime una maggiore indecisione rispetto a “probabilmente”. Se usate “probabilmente” allora vuol dire che è quasi certo che avverrà qualcosa. Le probabilità sono alte. Con la parola “forse” invece c’è un dubbio vero. Non mi sto sbilanciando su una delle possibili alternative o risposte. Il dubbio c’è.

Probabilmente domani dovrebbe venire mia sorella a trovarci.

Non è sicuro che domani verrà mia sorella, ma è probabile. Un po’ meno probabile è invece se usate “forse”.

Inoltre “probabilmente” vi permette di dire “molto probabilmente”, o “meno probabilmente” se volete aumentare o diminuire la probabilità e il senso di certezza, oppure vi permette anche di fare dei confronti:

– Forse viene mia sorella, meno probabilmente verrà anche mio fratello.

Se invece volete esprimere una scarsa probabilità in assoluto, una bassa probabilità di un unico avvenimento, potete usare l’avverbio “difficilmente”.

Difficilmente riuscirò ad imparare la lingua italiana entro quest’anno,

Anche questo avverbio è abbastanza flessibile e vi permette di modulare il grado di certezza:

– Non so se verrà mia madre a trovarmi oggi, meno difficilmente verrà anche mio padre.

L’avverbio “facilmente” non lo potete usare però allo stesso modo, in senso contrario. “Facilmente” è usato nella maggior parte dei casi per esprimere la facilità, il grado di facilità nel fare qualcosa, e non il grado di certezza. Se dico:

– Riuscirò facilmente a venire domani

Significa che non avrò difficoltà a venire, non incontrerò ostacoli. Mentre se dico:

Difficilmente domani riuscirò a venire

Allora state esprimendo una scarsa probabilità. È come dire:

E’ difficile che io riesca a venire domani, le probabilità che io domani venga sono scarse, sono poche.

Ecco un esempio di dialogo:

A: Domani vieni a trovarmi? Ce la fai?

B: Difficilmente ce la farò!

A: Come mai? Che problemi potresti avere?

B: Ho ancora del lavoro da terminare, ma farà il possibile!

Vedete quindi che “difficilmente” esprime una scarsa probabilità che avvenga qualcosa. Un dubbio legato al possibile svolgersi degli eventi.

Se non volete dare una risposta che sia troppo ottimistica o troppo pessimistica, “forse” potrebbe essere l’avverbio più adatto, più neutro, e ci potrebbe essere bisogno di spiegare il motivo di quel dubbio.

A: Forse non riuscirò a finire il lavoro entro domani.

B: Perché no? Che problema c’è?

A: devo ancora fare alcune cose, non ne sono sicuro.

Forse” quindi esprime un dubbio ed è abbastanza neutro.

Se invece volete essere ugualmente neutri e volete esprimere che il dubbio dipende da un particolare avvenimento che potrebbe influenzare la probabilità di quell’evento, allora la risposta è semplice:

Dipende!” Che è semplicemente una esclamazione se non si aggiunge alyro.

A: Verrai al cinema con noi domani?

B: Dipende!

A: da cosa dipende?

B: Se riesco ad uscire presto dal lavoro potrò venire senza problemi, altrimenti no.

In questo caso, dicendo “dipende” esprimete la vostra volontà di spiegare il motivo per cui avete un dubbio, e per il vostro interlocutore, per la persona con cui state parlando è più facile chiedervi il motivo: da cosa dipende? “Forse” invece è più vago, e non è detto che si vogliano spiegare le motivazioni alla base di quel “forse”.

Forse” e “dipende” sono modalità colloquiali, del linguaggio parlato comune. Li potete usare in ogni circostanza, ma spesso può esserci la necessità di esprimere qualcosa di particolare in più, qualche sentimento particolare oltre al dubbio.

Ad esempio, se volete esprimere una preferenza, un desiderio, oltre che un dubbio, potete usare “magari”, ma non come esclamazione.

A: Domani ci sarà il sole?

B: Magari!

Questa è un’esclamazione. Si vuole dire che sarebbe una bella cosa se domani ci fosse il sole.

Invece se ad esempio incontro una bella ragazza potrei dirle:

A: Che ne dici, ci possiamo rivedere?

E la ragazza risponde:

B: Magari forse un giorno…

In questo caso c’è chiaramente la volontà di esprimere un’incertezza: se tolgo il “magari”: “forse un giorno” è una risposta equivalente, ma con “magari” esprimo anche un desiderio.

Un tuo amico però potrebbe obiettare e dirti:

Secondo te la ragazza voleva veramente incontrarti? La ragazza magari stava solamente scherzando!

Ecco quindi che “magari” si può usare non solamente per esprimere un desiderio ma un dubbio e basta.

Magari lei stava scherzando, non ci hai pensato?

Il tuo amico vuole quindi dirti che una possibilità è che la ragazza stesse scherzando: “magari stava solamente scherzando”.Magari” quindi può essere solamente un altro modo per esprimere un dubbio e a volte può essere tutt’altro che un desiderio.

Vi faccio un altro esempio:

Domani ho un appuntamento con la stessa ragazza di prima, ma non sono sicuro che verrà, poi magari è fidanzata, non so…

In questo caso “poi magari è fidanzata” non esprime certamente un desiderio da parte di chi parla, ma semplicemente una possibilità, che sarebbe, tra l’altro, poco desiderabile! La vera speranza è che la ragazza non sia fidanzata.

Posso usare in questo caso anche: addirittura o perfino:

poi è addirittura fidanzata, non so…

– poi potrebbe perfino essere fidanzata, non so…

Bene, adesso vi devo dire che ci sono anche dei modi velocissimi e informali per esprimere un dubbio: mah, boh, ehm, uhm, non si sa, modalità che posso anche usare prima di esprimere il mio dubbio:

A: Verrà all’appuntamento secondo te?

B: Mah, non so!

B: Boh, chi lo sa!

B: ehm, vedremo, non so dirti…

B: uhm… sai che non ne sono così sicuro!

B: non si sa, vedremo

In questi casi però è sempre molto informale. Non usate queste forme di dubbio con persone che non conoscete.

Andiamo oltre:

Dei sinonimi di “forse” ma un po’ più eleganti sono “può darsi” e “può essere”. In questi casi spesso si aggiunge qualcosa dopo.

Può darsi che la ragazza non venga all’appuntamento

Può essere che decida di non venire.

Queste due forme, oltre a richiedere (ma non è obbligatorio) l’uso del congiuntivo (venga, decida) si usano per presentare una possibilità residuale, quindi meno probabile, piuttosto che per esprimere semplicemente un dubbio.

– Forse la ragazza verrà, ma alla fine può anche essere che decida di non venire, magari per paura!

– Probabilmente sarò promosso all’esame di italiano, ma può darsi che io faccia degli errori e quindi sarò bocciato!

C’è quindi un dubbio e ci sono varie possibilità: il dubbio lo esprimo bene con forse, o probabilmente, e poi esprimo alcune alternative meno probabili ma ugualmente possibili, usando appunto “può darsi” e “può essere”.

Certo, se sto scrivendo una email professionale, o un parere tecnico o istituzionale, queste non sono delle formule adatte.

Per esprimere delle alternative possibili ma sempre meno probabili ho dei termini più professionali, senza dubbio.

Ad esempio, se una ditta ha spedito del materiale ad un cliente e non sa esattamente quando arriverà a destinazione (quando “sarà in consegna”), ci sono formule adatte per porre un dubbio e presentare ipotesi meno probabili. Ascoltate cosa potrebbe dire la ditta al cliente:

Gentile cliente,

Il materiale è stato spedito in data odierna.

Presumibilmente sarà in consegna domani stesso, probabilmente in tarda mattinata ma non è esclusa una consegna tardiva il giorno successivo.

Vedete che in questo caso tutto il linguaggio è diverso: cominciamo da presumibilmente, che è certamente una formula più educata e professionale rispetto a “forse” o “magari”. Presumibilmente significa: “si presume”, cioè si immagina, si può presumere, si può presupporre:

E’ presumibile che la merce sia in consegna domani stesso,

Sto quindi dicendo che è immaginabile, è ipotizzabile, si può immaginare a priori, se tutto andrà bene, secondo la nostra esperienza, cioè come avviene solitamente. Non c’è certezza. Questa è una modalità molto adatta alle comunicazioni aziendali.

Si può anche dire che, parlando di politica:

I due partiti politici è presumibile che giungano facilmente a un accordo entro la settimana.

È più o meno come dire “probabile” o “molto probabile”, ma “presumibilmente” è più adatto sicuramente alle comunicazioni professionali.

Notate che possiamo usare “che” (è presumibile che) oppure diciamo “presumibilmente” al posto di “è presumibile che” e usiamo il congiuntivo o il futuro.

E’ presumibile che la merce sia in consegna domani (uso il congiuntivo preferibilmente).

Presumibilmente la merce sarà in consegna domani (qui devo usare il futuro)

Non è banale l’uso del congiuntivo: “forse” e “probabilmente” vogliono il futuro:

Forse il materiale sarà consegnato domani

Probabilmente domani arriveremo tardi all’appuntamento.

Anche “presumibilmente” vuole solo il futuro, ma “è presumibile che” vuole il congiuntivo preferibilmente, ma non è obbligatorio.

Una buona alternativa professionale è anche “possibilmente”.

Possibilmente il materiale sarà a sua disposizione domani stesso

Anche possibilmente vuole il futuro. È una formula molto cordiale, che esprime un dubbio in modo professionale: Possibilmente significa “per quanto è consentito dai mezzi o dalle circostanze”. È quasi certo, è quasi sicuro, ma c’è un margine di incertezza ancora, che dipende da qualcosa che non possiamo prevedere, come un inconveniente o un cambiamento non prevedibile. Possiamo anche dire:

Ci sono ottime possibilità che il materiale sia consegnato puntualmente

Anche in questo caso si deve usare preferibilmente il congiuntivo. È come dire che il materiale arriverà a destinazione se tutto andrà come previsto, senza inconvenienti. Poi nella frase precedente si diceva:

Non è esclusa una consegna tardiva il giorno successivo

Non è esclusa”, riferita alla consegna, serve a presentare una possibilità, seppur meno probabile. “Può darsi” e “può essere” non sono adatti per comunicazioni commerciali. Anche “non è detto che” non è molto adatto:

non è detto che non ci sarà/sia una consegna tardiva;

E’ questo un modo equivalente ma meno indicato, più informale. Sicuramente molto meglio scrivere “non è escluso” o meglio ancora “non è da escludere”:

Non è da escludere una consegna tardiva il giorno successivo

Se volete, in ambito sempre professionale, o quantomeno più cordiale, da usare con persone che non si conoscono, si possono usare anche altre modalità per completare la frase ed evitare ripetizioni.

Ad esempio se una persona ha un problema telefonico, potrebbe lamentarsi con la compagnia telefonica e in seguito a questa lamentela, la ditta (l’azienda, la compagnia telefonica) potrebbe ad esempio rispondere in questo modo:

Gentile cliente,

La sua richiesta è stata elaborata.

Presumibilmente verrà contattato domani stesso da un nostro tecnico, che eventualmente potrebbe recarsi presso la sua abitazione per fare un controllo all’apparecchiatura telefonica.

All’occorrenza, se il problema dovesse persistere, le potremmo proporre una sostituzione dell’apparecchio telefonico senza ulteriori oneri a suo carico.

Anche in questo caso, vedete che il linguaggio è assolutamente particolare, e sicuramente più complicato da comprendere.

La ditta non è sicura di alcune cose:

1) non è sicura che riuscirà a trovare un tecnico che il giorno successivo potrà contattare il cliente: “presumibilmente verrà contattato domani stesso” scrive l’azienda. Ci sono quindi ottime possibilità che il cliente venga contattato domani stesso. “Domani stesso” è una modalità che sottolinea la velocità dell’intervento: “interverremo domani stesso”, cioè già domani.

2) E la ditta non è sicura neanche che il tecnico riuscirà a risolvere il problema senza recarsi presso l’abitazione del cliente. Infatti il tecnico eventualmente potrebbe recarsi presso la sua abitazione per fare un controllo all’apparecchiatura telefonica”, eventualmente, cioè potrebbe accadere, è una possibilità. Non c’è la certezza però. “Eventualmente” significa “nell’eventualità”, cioè “se dovesse essere necessario”, “se dovesse servire”. Si tratta di possibilità con una bassa percentuale di realizzazione, ma è il caso di citarle comunque per l’azienda.

3) C’è poi una terza incertezza: “All’occorrenza, se il problema dovesse persistere, le potremmo proporre una sostituzione dell’apparecchio telefonico senza ulteriori oneri a suo carico.

Siamo quindi di fronte alla terza incertezza della ditta. Non è detto che il tecnico riuscirà a risolvere il problema, quindi, “all’occorrenza”, cioè “se occorre”, “se sarà necessario”, potremmo sostituire il telefono.

Vedete che ci sono diverse modalità di esprimere incertezze, formali o colloquiali.

Se non vogliamo essere molto formali, e addirittura neanche usare parole particolari come “forse”, e “magari” possiamo anche semplicemente utilizzare dei verbi semplici, verbi come “potere” o “dovere” al condizionale:

– Domani mia madre potrebbe venire con noi al mare

– Domani mia madre dovrebbe venire con noi al mare

Potrebbe darsi che domani mia madre venga al mare con noi

Anche credere, immaginare, ipotizzare, sembrare, parere, dubitare sono altri verbi molto usati, per i dubbi. Dovete solamente stare attenti ad usare l’indicativo, il futuro, il congiuntivo e il condizionale nel modo giusto.

Se ad esempio domani c’è in programma un esame universitario:

A: Credo che domani avrò alcune difficoltà a passare l’esame

B: Hai un esame domani? Davvero? Immagino che sarai molto nervoso!

A: Eh sì, ma dubito che riuscirò ad essere promosso

B: Sembri sicuro di essere bocciato, come mai?

A: Perché pare che ultimamente io sia molto sfortunato con gli esami.

Attenzione con “parere” e “sembrare”, perché questi verbi impersonali, nella forma condizionale manifestano un dubbio più marcato rispetto all’indicativo.

L’indicativo è meno dubitativo, il condizionale invece di più.

Dopo aver fatto l’esame, superato brillantemente, potrei dire:

Parrebbe che tu abbia studiato molto a giudicare dall’esito dell’esame!

Sembrerebbe che tu sia molto bravo a gestire la tensione dell’esame!

Perrebbe, sembrerebbe, esprimono un dubbio più di quanto lo facciano “pare” e “sembra”, all’indicativo, che invece danno una maggiore certezza in quello che si è visto o verificato.

Pare che il tuo amico d’infanzia sia diventato ora un bravo medico

Una frase di questo tipo esprime più un’informazione che un dubbio: “Pare”, cioè “sembra”, “mi risulta” che il tuo amico sia diventato un medico. Forse l’ho sentito da un amico comune, forse me l’ha detto qualcuno che lo conosce. Ci sono comunque moltissime possibilità che sia così, che questa sia la verità.

Invece:

Parrebbe che tu abbia studiato molto a giudicare dall’esito dell’esame!

Significa che l’impressione che si ha, giudicando da quello che ho visto, è che tu abbia studiato molto, e che quindi non capisco il motivo dei dubbi che avevi: come mai eri preoccupato? Sembravi preparato, rispondevi alle domande senza problemi, eri tranquillo: parrebbe, (sembrerebbe) che le tuE preoccupazioni fossero esagerate, a giudicare da come è andato l’esame. Sbaglio?

Vediamo adesso l’avverbio “chissà”, che si usa come esclamazione secca: chissà! (cioè chi lo sa!)

Oppure si usa quando vogliamo dire qualcosa di cui non siamo sicuri, con un tono simile ad una esclamazione.

A: Verrà domani tuo fratello al cinema con noi?

B: Chissà! Deve finire i compiti prima, vedremo!

A: Chissà se riuscirà a finire i compiti tuo fratello

B: Difficile che ci riesca, ma chissà che non riesca a farlo invece!

Chissà, chissà se, chissà che. Tutte forme uguali? No. Perché “chissà” da solo, è una esclamazione. “Chissà se” esprime curiosità oltre che dubbio:

Chissà se Giuseppe è poi riuscito a superare l’esame

Chissà che” invece esprime più una speranza, oppure una mancata conoscenza di un fatto:

Chissà che alla fine non riesca anche lui a diventare un buon medico

La curiosità emerge bene anche in alcune espressioni tipo:

che riesca a diventare medico anche lui?

E se riuscisse a diventare medico anche lui?

Si usa il congiuntivo come vedete.

Bene. Ora vediamo l’avverbio quasi e l’avverbio forse. Forse lo abbiamo già visto ma hanno molte cose in comune.

Infatti a volte si può raddoppiare l’avverbio: forse forse, quasi quasi.

Quando possiamo usare questa modalità?

Sempre quando abbiamo dei dubbi, ma prima in realtà non ne avevo. Ora invece ho dei dubbi, ma adesso la situazione sta migliorando. I dubbi sono positivi! Ora c’è una speranza che prima non c’era.

Allora se ad esempio ammettiamo di essere in discoteca, ho 18 anni e sto ballando:

C’è una ragazza molto carina, troppo carina, bellissima. Sembra irraggiungibile per me, io sono un ragazzo timido, normale, per me è troppo bella, figuriamoci se a quella ragazza posso piacere io, che non sono sicuramente alla sua altezza. Neanche mi guarda, sono sicuro di questo.

Ad un certo punto però la ragazza mi sorride, si avvicina, balla insieme a me… sembra che provi piacere a stare vicino a me. Allora io posso pensare: hei, ma allora le piaccio!

Quasi quasi ci provo…

Ecco, “quasi quasi ci provo”, o “forse forse ci provo”, sta ad indicare che qualcosa è cambiato, e adesso comincio ad avere dei dubbi. Ora c’è speranza che io abbia qualche possibilità!

Ecco, in questi casi possiamo duplicare l’avverbio quasi o forse, per dire che le speranze aumentano:

Esce il sole! Quasi quasi me ne vado al mare stamattina!

Si tratta sempre di cose piacevoli in questi casi.

Mi sto annoiando ad una lezione e allora sbuffo….

Quasi quasi me ne vado!

Vedo una bella macchina e penso:

Quasi quasi me la compro! Forse forse me la compro!

Faccio ora un’ultima considerazione sul condizionale, che come saprete serve generalmente per indicare un evento che può accadere solo a condizione che se ne verifichi prima un altro, tipo: Se avessi fame mangerei.

Serve anche per esprimere dubbi, come abbiamo già visto prima, ed è più dubitativo dell’indicativo. Lo usano molto anche i giornalisti, per indicare che hanno dei dubbi su una certa notizia, o meglio, non vogliono far sembrare che la loro notizia sia stata verificata da loro.

Quindi dicono ad esempio:

L’assassino sarebbe una donna!

Le elezioni sarebbero state truccate!

Non si hanno le prove, la certezza assoluta di queste notizie, ma sembra sia così, questo è quello che sembra dalle prime analisi.

Ci sono infine alcune frasi da spiegare, espressioni idiomatiche che riguardano i dubbi che spieghiamo velocemente. La prima riguarda proprio il condizionale:

il condizionale è d’obbligo, espressione che nasce proprio per indicare che se abbiamo un dubbio dobbiamo obbligatoriamente usare il condizionale: dovrebbe essere così! Ad esempio.

L’assassino sarebbe una donna! Bisogna usare il condizionale, altrimenti si esprime una certezza: l’assassino è una donna.

Poi vale la pena di ricordare:

Nutrire dei dubbi, che è una modalità molto elegante di dire che ci sono dei dubbi su una questione, e:

Fugare dei dubbi, che invece esprime la volontà di far sparire i dubbi, di fugarli, eliminarli.

Questo è tutto ragazzi, se avete dubbi ascoltate nuovamente l’episodio. Un saluto.

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