Braccia rubate all’agricoltura

Braccia rubate all’agricoltura (scarica audio)

braccia rubate all'agricoltura

Con questa espressione, si ironizza su una o più persone che non sono capaci, secondo noi, a fare il loro mestiere, quando il loro mestiere non è manuale ma intellettuale.

Sapete che esistono i lavori manuali, come ad esempio il muratore, la colf, la badante, ma soprattutto i lavori agricoli, che sono i più duri e faticosi.

In questi lavori si usano le mani, le braccia e le gambe, ma soprattutto le braccia, per sollevare grossi pesi, ad esempio. Le forza fisica è molto importante e meno importante invece è l’intelletto.

Non è un caso che esista il “bracciante agricolo“, che si chiama anche semplicemente bracciante.

Un bracciante agricolo è una tipologia di lavoratore, nome che indica un operaio che lavora in agricoltura ma non è il proprietario del terreno.

Poi ci sono i lavori intellettuali, giudicati migliori di quelli manuali, perché sono i lavori in cui si usa unicamente il proprio intelletto, dove è necessario aver studiato, come l’avvocato, lo scienziato e il politico. Sono giudicati lavori migliori di quelli manuali anche perché di solito si guadagna di più.

Se il tuo mestiere è intellettuale, quando voglio dire che il tuo lavoro intellettuale non lo sai fare perché non hai studiato abbastanza o per niente, o perché non sei portato, o perché non sei abbastanza intelligente per fare quel lavoro, dove invece bisogna saper usare la testa, posso dire che le tue sono braccia rubate all’agricoltura.

Ovviamente le braccia non si possono “rubare“, ma detto in questo modo è ironico, e il senso è quello di aver rinunciato ad usare due braccia che potevano servire per lavorare la terra, per faticare, e invece si è deciso di usare la testa, che invece non serve a niente…

Allora era meglio usare le braccia! Quelle braccia sono rubate all’agricoltura!

Che incompetenti che sono molti uomini politici vero?

Tutte braccia rubate all’agricoltura!

Braccia rubate all'agricoltura

445 Fare incetta e accaparrarsi

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Fare incetta e accaparrarsi

In tempi di pandemia, spessissimo si è parlato di accaparramento.

Se ne parla soprattutto quando le persone, impaurite dalla possibilità di restare senza cibo, per via delle crisi, vanno al supermercato e prendono tutto ciò che possono prendere. In questo modo potrebbe accadere che non resti più nulla per qualcuno, una volta che gli scaffali sono stati svuotati.

Gli scaffali sono i mobili dove vengono appoggiati i prodotti del supermercato.

Il verbo accaparrarsi significa quindi assicurarsi, procurarsi l’uso di qualcosa prima che lo facciano altri.

Ad esempio:

Sono andato al supermercato e mi sono accaparrato una bella scorta di pasta.

Quindi ho preso tantissima pasta, prima che altri facessero la stessa cosa: mi sono assicurato di prenderne tanta perché con questa crisi non si sa mai!

Ci sono alcuni paesi che con la pandemia da Covid hanno cercato di fare incetta di vaccini e mascherine

Fare incetta è esattamente come accaparrarsi.

E’ vero che accaparrarsi deriva dal termine caparra, ma usato in questo modo ha poco a che fare con la caparra, termine che spiegheremo nella rubrica due minuti con l’Italiano commerciale.

Lo stesso significato di accaparrarsi ha quindi l’espressione “fare incetta” di qualcosa.

Se voglio fare incetta di olio d’oliva, vado al supermercato e cerco di acquistarne la maggiore quantità possibile.

Posso usare fare incetta anche in senso non materiale.

Ad esempio se un politico fa incetta di tutti i voti vuol dire che non resta più nulla ai suoi avversari alle elezioni.

Anche incetta quindi si usa per indicare una raccolta di beni, prodotti, fatta per paura o per sicurezza, ma si può trattare anche di voti, preferenze o comunque altre cose che si tolgono ad altri.

Si può fare incetta anche di titoli, o di medaglie alle olimpiadi. Quando qualcuno vince sempre tutti i premi sicuramente posso dire che fa o ha fatto incetta di premi. Posso dire lo stesso di un programma TV, che fa incetta di ascolti, perché i telespettatori hanno in maggioranza guardato quel programma TV.

Adesso allora ripassiamo qualche puntata passata.

Anne France: io sono Anne e non ho nulla da dire che sia veramente degno di nota.

Ulrike: io sono… e non ti consento di dire queste cose. Sei bravissima/o invece

Irina: almeno tanto quanto me, o forse anche di più.

Hartmut: sicché state facendo a gara per chi è più bravo?

Rafaela: embè?

29 – La cauzione – ITALIANO COMMERCIALE

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Descrizione

Cosa significa CAUZIONE? Quando possiamo usare questo termine e dopo potrebbe capitare di leggerlo? Quando possiamo usarlo nel commercio?

Durata: 5 minuti

444 Consentire o acconsentire?

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Che differenza c’è tra i verbi consentire e acconsentire?

I due verbi sono in realtà molto simili, ma non identici.

Un uso di consentire è quando si parla di opinioni, di punti di vista.

Quando ci sono più persone possono esserci diversi punti di vista, uguali, simili, diversi o completamente diversi.

Per esprimere un consenso potete usare consentire. È un po’ formale però:

Se tu mi dici che la grammatica italiana è complicata, io ti potrei rispondere che consento con te, che consento pienamente con la tua opinione. 

Quindi vuol dire che mi trovo d’accordo con te, che concordo con le tue opinioni, con i tuoi pensieri o affermazioni.

Consentire pero si usa anche per esprimere un permesso, qualcosa che si rende possibile.

La guida di un’automobile non consente distrazioni.

Non ti consento di parlare.

Consento solo agli amici di chiamarmi per nome

I miei genitori mi consentono di uscire solo prima di cena

Quindi è simile a permettere, concedere e accordare.

A proposito di permessi. Vediamo acconsentire.

Il verbo acconsentire significa dare il proprio consenso o assenso. In pratica significa dire di sì. Ma si tratta di un permesso da dare. Non è un sì qualunque.

Se io ti chiedo:

Conosci un po’ l’italiano?

Se dici di sì, non stai acconsentendo, perché non ti è stata fatta una richiesta di permesso, ma una semplice domanda.

Invece ad esempio:

Figlio: Papà, io esco con alcuni amici stasera. Acconsenti?

Padre: Si figliolo, acconsento. Vai pure e divertiti.

Quindi: dico di sì, la mia risposta è sì.

Oppure, se uso consentire, vediamo come cambia la frase:

Papà, mi consentì di uscire stasera?

Si, ti consento di uscire.

Si, te lo consento.

Quindi acconsentire significa essere d’accordo, dire di sì. Qualcuno ha chiesto un permesso e questo viene concesso.   Notate adesso le seguenti frasi

Il padre acconsentì alla richiesta del figlio.

Il padre acconsentì a far uscire il figlio

Il padre acconsentì che il figlio uscisse.

Questo significa, come ho detto, che il figlio ha fatto una richiesta. Quindi acconsentire significa concedere quanto viene richiesto o proposto.

Notate un’altra cosa cosa. Consentire e acconsentire si distinguono perché se io consento a te di parlare dopo che me lo hai chiesto, allora posso dire che acconsento alla tua richiesta e che ti consento (quindi a te)! di parlare.

Si acconsente a una richiesta

Si consente a una persona di…

Quindi: 

Io acconsento alla tua richiesta 

e

Io ti consento di parlare 

Oppure:

Io acconsento alla tua richiesta di parlare

Posso usare anche “che“:

Io acconsento che tu parli

Io acconsento a che tu possa parlare

In definita si acconsente a una richiesta cioè si dice sì ad una richiesta.

Si può acconsentire dicendo sì, ma anche ok, d’accordo, va bene, e anche con un cenno della testa o della mano 👌.

Infine, anche consentire si può usare anche riferendosi non alla persona, ma all’oggetto. 

Consentire il trattamento dei dati personali

Consento il passaggio delle auto nel mio cortile

Notate la differenza però:

Acconsentire al trattamento dei dati personali

Acconsento al passaggio delle auto nel mio cortile

Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri di usare alcune episodi precedenti per produrre un piccolo ripasso. L’elevato numero di episodi a disposizione vi consente di parlare di qualsiasi cosa. Giusto?  

Hartmut: se dici sempre di sì però diventi accondiscendente.

Rauno: bisogna rispondere usando il buonsenso però. Non si può neanche dire sempre di no.

Olga: giusto. Dire sempre sì è sbagliato tanto quanto dire sempre no.

Lia: parole sagge! Io non ho nulla da aggiungere in merito. Quindi ci sentiamo al prossimo episodio.

Frasi fatte: ESSERE IN BOLLETTA

Essere in bolletta (scarica audio)

Essere in bolletta

Per indicare che non ci sono più soldi, esistono diverse modalità nella lingua italiana. La più famosa è ESSERE AL VERDE, poi c’è anche NON AVERE IL BECCO DI UN QUATTRINO.

Un’espressione analoga è ESSERE IN BOLLETTA o TROVARSI IN BOLLETTA. Anche questa un’espressione informale.

Riguardo alla prima parte, si usa “essere in” perché in questo modo si indica normalmente una condizione nella quale ci si trova:

Essere in mutande

Essere in cattive condizioni

Essere in difficoltà

Eccetera.

Il termine bolletta invece indica solitamente qualcosa da pagare. Esiste infatti la bolletta della luce e la bolletta del gas o dell’acqua. È un documento ufficiale che riporta i consumi che dobbiamo pagare.

La bolletta è il diminutivo di bolla, che storicamente indica una specie di certificato che serve ad attestare l’ufficialità di un documento. Questa è l’origine.

Essere in bolletta quindi si usa per dire non solo che non abbiamo più soldi, ma è anche l’espressione più indicata per dire che abbiamo debiti o delle bollette che non possiamo pagare.

443 Degno di nota

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degno di nota

Ecco un’altra frase che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio di oggi: DEGNO DI NOTA.

Accade nel canto XX della Divina Commedia, nell’ottavo girone, dove Dante vede avanzare una schiera di dannati che lentamente camminano con la faccia all’indietro come in una processione: si tratta degli indovini, che vengono puniti impedendo loro di “guardare avanti”, avendo in vita peccato facendo proprio questo: indovinare, prevedere il futuro, cioè guardare avanti.

Così Dante, guardando queste anime, chiede a Virgilio (la sua guida) se fra questi indovini ve ne fosse qualcuno degno di nota, cioè conosciuto, noto, o qualcuno che valesse la pena di notare, qualche personaggio noto, famoso.

Allo stesso modo oggi si usa questa espressione quando vogliamo indicare qualcosa o qualcuno che merita di essere notato, qualcosa o qualcuno dunque di importante, di notevole; qualcuno che meriti attenzione, che non è come gli altri.

La dignità è un concetto abbastanza difficile da spiegare, e in genere è una caratteristica associata alle persone. Tra l’altro esiste anche come ricorderete, l’aggettivo dignitoso.

Ma essere degno di qualcosa, come abbiamo visto anche nell’episodio 287, significa meritare questa cosa, più semplicemente.

Se sei degno di attenzione meriti la mia attenzione o quella di altri.

Se sei degno di stima meriti la stima delle persone.

Eccetera.

In questo caso abbiamo “degno di nota” che è più generale e significa importante: meritare una nota, cioè meritare considerazione, attenzione, meritare di essere menzionato, o annotato se vogliamo.

Qualsiasi cosa può essere degna di nota: un documento, una notizia, una frase, uno studente eccetera e può anche indicare una qualità, ma non è affatto detto.

A proposito di qualità: adesso attenti perché abbiamo un bel ripasso degno di nota, che consta di una trentina di episodi passati.

State concentrati ed ascoltate la voce di Emma, che fa parte degnamente dell’associazione Italiano Semplicemente.

Emma: Gianni è un professore eccellente. Per tendere la mano a noi membri, questa volta ci ha chiamato in causa con una caterva di indovinelli, cosicché possiamo ingranare con la lingua giocando.
A dire il vero, alcuni membri se la cavano benissimo, ma di contro, altri meno, tra cui, mio malgrado, sono annoverata.. Mi incarto ogni due per tre nello scervellarmi per trovare la risposta. Sicché mi domando e dico: “ o sono io la dura di comprendonio o magari questo gioco non fa proprio al caso mio? O peggio, persino questo gioco è soltanto appannaggio delle teste più veloci. Se fosse così, sono passibile di miglioramento? E qui ti voglio!”.
Inoltre è meglio precisare, a scanso di equivoci, che questo ripasso che ho scritto non vuole essere la benché minima lagna, se non altro quanto a me e al mio livello di italiano, bensì un pretesto per rispolverare qualche episodio passato. Che io sappia, ripetere giova, eccome! Non ci resta pertanto che esercitarci di continuo.
Con i miei sentiti auguri, saluto tutti i membri dell’associazione, nella speranza che via via, con l’allenamento, riusciamo a destreggiarci con la lingua sempre meglio.
Di nuovo buon anno e tanti Auguri.

442 Non mi tange

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non mi tange

Una delle frasi che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio comune è NON MI TANGE.

Tutti usano questa espressione in Italia: essa esprime un concetto potrei dire “geometrico”.

Avete presente due rette parallele? Se sono parallele, due rette non si incontrano mai, quindi nessuna delle due tange l’altra. Tangere significa infatti incontrare, toccare o anche scalfire.

Da un punto di vista geometrico diciamo ad esempio che una retta è tangente ad una circonferenza quando si toccano in un solo punto, ma nell’uso comune il verbo tangere si usa spesso scherzosamente per indicare che qualcosa non ci tocca neanche in un punto.

La frase si usa quasi sempre con la negazione: NON mi tange.

Esempio:

Le tue accuse verso di me non mi tangono.

Significa che non hanno alcun effetto su di me. In questo senso quindi le accuse non mi toccano: non influiscono sul mio umore, non mi fanno cambiare idea, non mi preoccupano, non mi scalfiscono, non mi importano.

DANTE Alighieri la utilizza nel secondo canto dell’inferno, quando si parla di Beatrice che, trovandosi nell’inferno, non si lascia influenzare dalle sofferenze che si trovano in questo luogo:

La vostra miseria non mi tange

dice Beatrice.

L’espressione si usa nel linguaggio comune a volte in modo scherzoso, altre volte in modo sprezzante, per indicare quanto poco effetto su di te, sulle tue emozioni, sui tuoi interessi, abbia il comportamento di una persona.

Es:

Sai cosa dice Giovanni di te? Dice che sei la persona più brutta al mondo!

Ciò che dice Giovanni non mi tange proprio!

Emma: a me invece mi tange eccome!

Anthony: scusate si può aprire una parentesi sul Covid?

Irina: no, grazie, io sono per il rilassamento oggi!

Hartmut: anche io, potrebbe risentirne l’apprendimento!

Frasi fatte: Bell’e buono

Bell’e buono (scarica audio)

Bell'e buono

C’è una frase fatta, di uso comune, per indicare una evidente caratteristica di qualcosa o qualcuno: bell’e buono.

Quando volete sottolineare che questa caratteristica è senza dubbio vera, quando è indiscutibile, quando nessuno può negare che sia così, potete dire ad esempio:

Sei uno stupido bell’e buono!

Nessuno può negare che sei uno stupido! Non c’è nessun dubbio su questo!

Bell’e buono si scrive con l’apostrofo. Sta per “bello e buono”, infatti potete usare anche questa forma senza apostrofo.

La frase è informale ovviamente.

Normalmente si è molto arrabbiati quando si usa questa espressione.

Si usa anche al femminile:

Sei un’imbrogliona bell’e buona!

Oppure, se scoprite che una persona sta cercando di truffarvi se riconoscete la truffa potete dire:

Ma questa è una truffa bell’e buona!

Ci vediamo alla prossima frase fatta.

Batti e ribatti

Batti e ribatti (scarica audio)

batti e ribatti

Cosa può avvenire durante una discussione tra due o più persone? Una di queste cose è sicuramente un batti e ribatti.

Infatti un batti e ribatti avviene quando due persone o due gruppi di persone fanno una discussione che spesso viene definita serrata.

Due persone si accusano l’un l’altra?

In questo caso c’è un batti e ribatti di accuse.

Si offendono ripetutamente?

Sei stato tu a far cadere il governo!

Non è vero, è colpa della tua incapacità!

No, lo sanno tutti che sei un incompetente!

Io incompetente? E tu allora? Non sei neanche laureato!

Avete assistito ad un batti e ribatti di insulti!

A dire il vero l’espressione si usa anche quando si insiste molto e alla fine si ottiene un risultato:

Giovanni voleva ottenere un aumento di stipendio e così tutti i giorni andava dal suo capo a battere cassa. Sai che alla fine, batti e ribatti, ce l’ha fatta!

In questo caso è simile a “dai e dai”. Potremmo anche dire:

Batti oggi, batti domani, alla fine ha ottenuto l’aumento!

Notate che in questo caso non c’è “un” batti e ribatti. Si usano invece i verbi battere e ribattere, come a dire:

a forza di battere e ribattere alla fine c’è riuscito

Nel caso invece di una discussione, dove si usa “un”, come dicevo spesso si parla di discussione serrata, simile a discussione accesa, animata, ma c’è anche il senso della velocità. E’ anche una discussione incalzante, rapida, veloce.

C’è il senso del ritmo, per indicare che l’accusa di una persona arriva subito dopo quella dell’altra.

Frasi fatte: battere cassa

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Benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente dedicato alle frasi fatte.

Battere cassa è la frase fatta del giorno.

Una frase informale che significa esigere un pagamento.

Esigere un pagamento a sua volta vuol dire chiedere ad una persona o a un’azienda di pagare ciò che deve pagare.

Vediamo alcuni esempi di uso:

Quel cliente non ha più pagato la merce che ha preso.

Bisogna battere cassa altrimenti non pagherà più.

La cassa è il macchinario che hanno tutti i commercianti che serve a mettere i soldi ed emettere gli scontrini.

Battere cassa è quindi un modo per dire: quando mi paghi?

La frase si usa a volte però anche al di fuori dei pagamenti. Si sta sempre però chiedendo qualcosa con insistenza.

Es:

Ho fatto un favore ad un mio collega, quindo adesso potrò chiederne uno io a lui. Appena avrò l’occasione andrò a batter cassa.

Quindi si può usare anche nel senso di chiedere qualcosa indietro, chiedere di ottenere qualcosa. Anche una ricompensa può essere chiesta battendo cassa (senza articolo “la” , mi raccomando).

Dopo tutto ciò che ho fatto per lei, adesso è il momento che faccia lei qualcosa per me. Vado a batter cassa!

Italiano Professionale – lezione 30: Il titolare e il facente funzione

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Descrizione

Lezione 30 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è il “facente funzione” o “facente funzioni“.

Vediamo però tutti i termini usati per indicare la sostituzione temporanea di una persona in ambito lavorativo.

facente funzioni

441 Previo

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Previo

previoSapete che se una parola inizia con “pre” in italiano quasi sempre si riferisce a qualcosa che viene “prima”, qualcosa che sta “davanti”, qualcosa di necessario spesso.

  • Ad esempio:
  • Precedente
  • Preliminare
  • Preparatorio
  • Preambolo
  • Premessa
  • Pretesto

Ci sono tante parole di questo tipo. Il concetto di “prima” può cambiare ogni volta. Ad esempio abbiamo già visto la parola “pretesto“, nell’episodio 134, e un pretesto è simile ad una scusa, qualcosa che ci prepariamo prima, di solito, per giustificare un’azione.

Tra questi termini comunque ce n’è anche un’altro poco noto ai non madrelingua: PREVIO o PREVIA.

Previo indica direttamente qualcosa che deve stare davanti, che deve avvenire prima di qualcos’altro. 

Si parla quindi di qualcosa che ha la precedenza, di qualcosa di preliminare, qualcosa di indispensabile, qualcosa che occorre fare. Nel linguaggio comune si usa poco, poiché si preferisce usare altre forme per esprimere lo stesso concetto. Si usa invece spesso nel linguaggio burocratico e amministrativo, dove inevitabilmente si parla di cose “necessarie” da fare, di adempimenti obbligatori.

Vediamo qualche esempio comunque:

L’esame si svolgerà nei prossimi 20 giorni, previo avviso pubblicato sul sito dell’università

Quindi prima uscirà l’avviso sul sito dell’università, e successivamente si svolgerà l’esame. 

Qual è la cosa necessaria in questo caso? Qual è la cosa che deve avvenire prima? La pubblicazione dell’avviso sul sito dell’università. Senza questo avviso non ci sarà nessun esame.

Ovviamente si userà previo o previa a seconda che la cosa necessaria è maschile o femminile rispettivamente.

Si potranno incontrare i professori tutti i lunedì previa richiesta appuntamento telefonico

Quindi per poter incontrare i professori bisogna fare necessariamente una richiesta telefonica in precedenza, altrimenti niente incontro.

Notate due cose:

La cosa necessaria sta solitamente alla fine. Inoltre la cosa necessaria va scritta senza articolo:

  • Previo appuntamento
  • Previa richiesta
  • Previo invio dei documenti
  • Previa telefonata in anticipo

eccetera 

Dicevo che solitamente nel linguaggio comune si preferisce evitare questa forma, ritenuta un po’ troppo formale e allora:

 Puoi passare a casa mia previa telefonata

diventa

Prima di passare a casa mia meglio se mi fai uno squillo

e:

Posso uscire stasera ma solo previa autorizzazione da parte di mia madre

diventa ad esempio:

Stasera potrò uscire solo se mia madre mi autorizza

Esiste anche previamente, un avverbio, che quindi si usa prima dei verbi:

Prima di lavorare in Italia bisogna previamente imparare la lingua

Non si può fare un esame senza previamente aver studiato  

Natalia: allora grazie Giovanni, al di là del fatto che forse non userò mai questo termine.

Bogusia: vedi tu, quanto a me, credo che lo farò invece.

Irina:  Anche io, sulla scorta di questa spiegazione poi sarà sicuramente più facile

Ulrike: forti anche del fatto che potremo esercitarci nel gruppo whatsapp dell’associazione.

440 Tanto quanto

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Tanto quanto

In questo episodio ci occupiamo di tanto e di quanto.

Potrei dire che in questo episodio ci occupiamo tanto di quanto, quanto di tanto.

Sia tanto che quanto sono termini legati alla quantità.

Tanto è usato ovviamente per esprimere una grande quantità o anche una grande intensità.

Ho guadagnato tanto

Ti amo tanto

Lo stesso vale per “quanto“, che si usa normalmente nelle domande:

Quanto hai guadagnato oggi?

Quanto mi ami?

Se invece usiamo i due termini insieme, sto parlando sempre di quantità e di intensità, ma sto anche facendo un confronto.

Quanto mi ami?

Ti amo tanto quanto tu ami me

Cioè io amo te quanto tu ami me. In pratica ognuno ama l’altro nella stessa misura, con la stessa intensità.

Quanta pasta vuoi?

Tanta quanto basta per riempire il piatto.

Quindi “tanto quanto” serve a fare un confronto alla pari: la stessa quantità, o la quantità necessaria, lo stesso livello, la stessa intensità.

Posso anche distanziare i due termini ma in questo caso sto facendo un confronto tra cose diverse:

Sei tanto bella quanto intelligente.

Vale a dire che:

La tua bellezza è pari alla tua intelligenza.

Posso anche arricchire con più o meno:

Quanto più ti conosco, tanto più mi piaci.

O più brevemente:

Più ti conosco, più mi piaci

Cioè: all’aumentare della tua conoscenza, aumenta anche il mio sentimento per te.

Oppure:

Quanto meno ti vedo, tanto più mi manchi.

O più brevemente:

Meno ti vedo, più mi manchi.

Cioè: al diminuire dei nostri incontri, aumenta la mia voglia di vederti.

Posso fare altri esempi:

Quanto più ti fanno arrabbiare, tanto più devi avere pazienza

Notate che “quanto” serve a fissare il termine di confronto, mentre “tanto” serve a indicare il secondo elemento che eguaglia il primo. “Tanto” ha il ruolo di “altrettanto” in questo caso.

Inoltre tanto può diventare tanta, al femminile, e quanto può diventare quanta, ma quanto può restare anche al maschile:

Ha tanta fantasia quanta creatività.

Però attenzione perché:

Ho tanto bisogno di lavoro quanto (bisogno) di felicità

Invece il plurale lo posso usare in entrambi i casi quando sto confrontando due quantità, due numeri:

Hai tante idee quante le cose che inizi ma non porti a termine.

Quindi sto confrontando il numero di idee con il numero delle cose che inizi ma non porti a termine, e dico che sono la stessa quantità.

Un altro esempio:

Hai tanti figli quanti nipoti

 

Tanti – tanti

C’è da dire che se confronto la stessa quantità con sé stessa, allora posso usare due volte “tanto/a/i/e”

Se dico infatti:

Spendi tanti soldi quanti ne guadagni

Significa che spendi tutti i soldi che guadagni. Allora posso anche dire, più brevemente:

Tanti soldi guadagni, tanti ne spendi.

In questo caso la sequenza è temporale, prima guadagni e poi spendi: tanto guadagni, tanto spendi. La stessa cifra.

Giovanni ha una mira infallibile, infatti tanti colpi esplode, tanti vanno a segno.

Quindi il primo “tanti” equivale a “quanti”, perché è il termine di confronto, mentre il secondo equivale a “altrettanti”.

Hai fatto innamorare tanti uomini quanti te ne ho presentati

Cioè:

Tanti uomini ti ho presentato e tanti ne hai fatti innamorare

 

Non solo quantità

Attenzione a un’altra cosa adesso, perché non è neanche detto che si parli di quantità.

La cosa che conta è che si faccia un confronto:

Se tu mi dici che la matematica non è una scienza, io ti rispondo che:

La matematica è una scienza tanto quanto la chimica.

Confronto la matematica e la chimica. Le quantità non c’entrano.

Qui significa “allo stesso modo“, “essere sullo stesso piano“.

La matematica è una scienza allo stesso modo di quanto lo sia la chimica.

È un po’ come dire che sia la matematica che la chimica sono scienze, ma se uso “tanto quanto la chimica” voglio portare la matematica allo stesso livello della chimica.

 

Distinzioni e preferenze

Ma il confronto posso farlo anche per distinguere:

A me non piace tanto A, quanto B.

È importante fare la pausa, per questo motivo c’è la virgola:

A me non piace tanto insegnare la lingua, quanto far innamorare gli studenti della lingua

Ovviamente se volete fare semplicemente una distinzione, meglio usare altre modalità, tipo usare “ma” , “invece” , “piuttosto”.

Se utilizzo tanto e quanto è perché in questo caso voglio esprimere la preferenza per B senza escludere A.

È possibile anche togliere “tanto” e cosi facendo aumenta la distanza tra A e B. L’aggiunta di “invece” e “piuttosto” hanno ugualmente questo ruolo.

Non mi piacciono tanto gli episodi corti, quanto quelli interessanti.

Non mi piacciono gli episodi corti, quanto invece quelli interessanti.

Non mi piacciono gli episodi corti, quanto piuttosto quelli interessanti.

Allora adesso ripassiamo qualche episodio precedente, con l’aiuto tanto dei membri più esperti dell’associazione, quanto di quelli che hanno meno esperienza.

Ulrike: ciao a tutti, circa la durata degli episodi, in questo caso non va a discapito dell’interesse.

Rafaela: poi ci sono anche i ripassi che arrivano a valle di ogni episodio e che vale la pena di aspettare.

Kumi: si, a meno che non si sia dato fondo a tutte le energie.

Irina: ma per noi che ci cimentiamo è comunque importante a prescindere.

439 Scatenare

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Scatenare 

Scatenare è un verbo interessante. Si può usare in bagno, in discoteca, parlando con un amico o in un laboratorio chimico

Deriva dal termine catena. La catena tra le altre cose può servire a incatenare, simile a legare.
Allora se incatenare significa mettere delle catene, scatenare ha il senso opposto: togliere le catene, quindi liberare dalle catene.
Si può ad esempio scatenare un cane, cioè liberarlo dalle catene. Dopo averlo scatenato l’animale è libero.

Dicevo che si può utilizzare in bagno perché scatenare si usa talvolta per indicare quando si tira la catena.
Oggi di bagni con la catena ce ne sono rimasti pochi, così si usa maggiormente il verbo scaricare, poiché c’è un pulsante da premere al posto della catena da tirare e premendo il pulsante si svuota lo scarico.

Comunque il senso di liberare lo troviamo in qualche modo anche nello scarico del bagno perché l’acqua non è più nel contenitore, ma viene liberata “scatenando“.

Questo senso di libertà e di movimento generato, provocato, lo troviamo anche nell’utilizzo principale del verbo scatenare, che è quello di iniziare improvvisamente un’azione, o di avviare una serie di azioni una dietro l’altra, a ripetizione, o meglio “a catena”.
Scatenare quindi è simile a provocare, innescare, causare, dare avvio.
Posso ad esempio fare qualcosa e facendo questo scatenare un sentimento, in genere negativo, in una persona.
Es:

Ho acquistato una ferrari e così ho scatenato l’invidia da parte dei miei vicini

Sono io che ho scatenato l’invidia da parte dei vicini.
Posso anche dire però che questo mio gesto ha fatto scatenare l’invidia.

In generale significa quindi far sorgere all’improvviso un sentimento o un istinto, che può anche essere violento.

Anche una guerra si può scatenare.

La dichiarazione del presidente ha scatenato la guerra.

L’ha provocata quindi, ma c’è il senso di un qualcosa di improvviso e dagli effetti violenti e spesso devastanti.

Una reazione è una cosa che spesso viene associata al verbo scatenare. Non solo però la reazione di una persona, ma anche una reazione chimica ad esempio.

Scatenare è simile anche a Incitare, istigare alla ribellione, alla violenza, spingere ad una reazione violenta:

L’opposizione vuole scatenare il popolo contro lo stato.

Quindi si può scatenare qualcosa (la guerra) ma anche qualcuno (il popolo, la folla).

Parlando di persone, queste si possono scatenare anche da sole, quindi posso usare anche la forma riflessiva: scatenarsi.
Il senso diventa quello di abbandonarsi senza controllo agli istinti, specie quelli violenti.
C’è sempre il senso di qualcosa che viene liberato, di non più trattenuto.

La folla dello stadio si scatena ad ogni gol della squadra.

La folla si lascia andare, non si trattiene, si abbandona, si sfoga, si libera.
Posso anche dire:

Una folla scatenata ha preso d’assalto il supermercato

Oppure:

i manifestanti si scatenarono contro la polizia

Quindi scatenarsi contro significa avventarsi contro qualcuno, aggredire qualcuno.

Ma scatenarsi non sempre è pericoloso e violento.
Infatti ci si può scatenare anche in discoteca.
In questo modo ci si libera, si balla in modo energico e si esprime il proprio piacere per la musica e la voglia di divertirsi.
Allora scatenarsi è simile a entusiasmarsi e infiammarsi.

Se qualcosa ti piace molto ti puoi scatenare quindi.

I bambini sono spesso scatenati quando stanno insieme

Ho un amico che si scatena appena sente parlare di calcio: inizia a parlare e non si ferma più.

Nello sport invece scatenarsi può significare esprimere al massimo e in modo inarrestabile le proprie doti e capacità.

L’attaccante si scatena e segna tre gol

Si può scatenare anche una pioggia improvvisa, una tempesta di neve, una bufera.

Anche l’immaginazione si può scatenare, la curiosità e ogni altra facoltà quando si esprime senza freni.

Un’altra cosa che può scatenarsi è una bicicletta. Ma il senso qui è completamente diverso perché
La bici si scatena quando la sua catena, quella che provoca il movimento, si scollega dai pedali.
Allora in questo caso si toglie la catena, e bisogna fermarsi e sistemare la catena.

Ripasso

Ulrike:
In quanto membro dell’associazione italiano semplicemente per l’anno nuovo mi sono prefissa di partecipare alle attività del suo gruppo WhatsApp.

Anthony: Ah, sicché nel futuro ti vedremo qui ogni due per tre?

Hartmut: Che volete, magari doveva convincersi. Adesso però, benché sia stata assente fino ad ora, il suo proposito mi va proprio a genio, purché ci darà una mano d’ora in poi.

Bogusia: Cosicché potrà esserci d’aiuto anche con i ripassi.

Khaled: Giusto, e in quanto ai ripassi il suo esordio è venuto proprio a tempo debito, sicché ci dà subito lo spunto per abbozzarne uno.

Olga: Meno male, dacché il nuovo episodio è pronto, occorre sbrigarsi, suppongo Gianni stia già scalpitando per il ripasso.

438 Cosicché e sicché

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cosicché e sicché

Cosicché e sicché

Oggi vediamo la differenza tra “cosicché” e “sicché“, due congiunzioni probabilmente poco usate dai non madrelingua.

Sono abbastanza simili in realtà, ma non esattamente, sicché adesso vi spiego la differenza.

Iniziamo da cosicché. Si usa in due modi diversi.

Cosicché: i cambiamenti

Nel primo caso si parla di cambiamenti.

Se ad esempio dico:

Piove, perciò prendo l’ombrello

Posso dire tranquillamente:

Piove, cosicché prendo l’ombrello

Ma in questo caso perciò e quindi sono più adatti.

Nel caso di una variazione invece meglio usare cosicché:

Pensavo ci fosse il sole. Invece pioveva, cosicché ho dovuto prendere l’ombrello

Ogni volta che c’è un cambiamento pertanto è una buona idea usare cosicché. 

Quindi “cosicché” è molto simile a perciò, quindi, ma più simile a “pertanto”,  “in conseguenza di ciò”.

C’era tantissima gente in strada, cosicché siamo dovuti tornare a casa

Stavamo per sposarci, ma il Covid ci ha impedito di farlo alla data programmata, cosicché siamo ancora in attesa di fissare una data per il matrimonio.

Anche qui è chiaro il cambiamento, causato da un inconveniente, un problema inaspettato.

Cosicché: possibilità e potenzialità

Nel secondo caso si parla di possibilità e potenzialità: Una cosa è possibile grazie ad un’altra. Non parlo necessariamente di causa ed effetto, di una semplice conseguenza, piuttosto di un fattore che può determinare delle conseguenze, o che può rendere possibile una conseguenza.

In questo caso cosicché è più simile a: in modo tale da, di modo che, affinché

Es:

La settimana prossima saranno vaccinati gli insegnanti, cosicché si possano riaprire le scuole

Ecco: la riapertura delle scuole è possibile grazie alla vaccinazione degli insegnanti. 

Bisogna rafforzare i controlli della Casa Bianca, cosicché nessuno possa entrare quando vuole

Occorre più trasparenza, cosicché sia possibile controllare i conti pubblici senza alcun problema

Notate che nel caso di cambiamenti, spesso si parla al passato, pertanto nella maggioranza dei casi non si usa il congiuntivo. Quando invece parliamo di possibilità o potenzialità,  di cose che sono state o saranno possibili solo grazie a qualcosa, è consigliato usare il congiuntivo:

Con tutta quella neve abbiamo dovuto mettere le catene alla macchina cosicché potessimo continuare il viaggio

Comunque spesso il congiuntivo non è obbligatorio neanche in questo caso:

Ho deciso di spostare la lezione di italiano  dal lunedì al martedì cosicché il lunedì potrò giocare a basket. (Se volete maggiori informazioni in merito, c’è un episodio dedicato proprio al congiuntivo)

C’è quindi questa possibilità di giocare a basket il lunedì, che diventa reale quando decido di spostare al martedì la lezione di italiano.

Questi dunque sono i due principali casi in cui cosicché è molto adatto: cambiamenti e possibilità

Passiamo a sicché.

Sicché: i cambiamenti

Si usa esattamente come cosicché nel primo caso (anche staccato: così che) quindi per esprimere una conseguenza  in modo analogo a quindi e perciò, specie quando ci sono dei cambiamenti, proprio come cosicché.

Non sopportavo che mia moglie mi tradisse, sicché adesso sono di nuovo single.

Da questo punto di vista quindi sicché è identico a cosicché, forse anche un po’ più secco, più deciso, netto: una conseguenza inevitabile diciamo:

Ho mangiato troppo in questi ultimi anni, sicché adesso ho 20 kg in sovrappeso.

Nessuno mi aiutava, sicché ho fatto tutto da solo

Come a dire: non poteva che accadere questo, è stata una conseguenza inevitabile.

 Nel secondo caso visto prima però, quindi nel caso di possibilità e potenzialità, sicché non è molto adatto.

Normalmente quindi la frase:

Adesso mangerò meno sicché dimagrirò sicuramente

Non è scorretto di per sé, ma si preferisce usare cosicché, in modo tale da. perché non è una conseguenza inevitabile ma una possibilità.

Invece sicché ha un uso specifico. 

Sicché: frasi interrogative conclusive

Si può usare infatti con un tono interrogativo per invitare altre persone a trarre delle conclusioni. 

Sicché, cosa hai deciso, verrai con noi al corso di italiano? 

Anche in questo caso potrei usare quindi o perciò, ma anche in questo caso sicché esprime in modo più netto e deciso un concetto finale, conclusivo. A volte può esserci irritazione, impazienza:

Cara, io devo dirti la verità… amo un altra. 

Ah, sicché, hai deciso di lasciarmi? E cosa avrebbe lei più di me?

In questi casi la frase è sotto forma di domanda, ma spesso si tratta di domande retoriche o di deduzioni logiche (come in quest’ultimo caso). Spessissimo si tratta di domande ironiche. Solo a volte è una vera domanda, diciamo più una richiesta di conferma, come a dire: io so questa cosa, è vera?

Sicché hai una nuova fidanzata, complimenti!

Sicché stasera vieni anche tu alla festa vero?   

L’episodio è durato più del previsto, cosicché meglio fare un ripasso molto breve:

Irina: bene, anche brevissimo, purché non si salti il ripasso però. Per me è fondamentale.

Ulrike: Quanto a me, sono completamente d’accordo.

Sofie: Io no invece. Certi episodi sono di un breve che finiscono subito! 

M4: sicché hai intenzione di continuare a contraddire sempre tutti? Non hai il mio plauso in questo caso.

Sofie: Assolutamente no. Dico solo la mia idea cosicché tutti possano conoscerla. Questo è quanto.

 

437 In quanto

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In quanto

Oggi vediamo la differenza tra “in quanto”, “in quanto a” e “quanto a“. Pare che queste preposizioni, usate prima o dopo, abbiano una certa importanza.

Iniziamo da “in quanto“, che si utilizza con lo stesso significato di “quindi” e “perciò“. Un altro modo, questo, per esprimere le conseguenze. Abbiamo affrontato il problema delle conseguenze più volte. Vi ricordo gli episodi attraverso dei link: Esprimere le conseguenze – Ragion per cuidacchépoichéin virtù.

Ad esempio: 

Dobbiamo fare un episodio breve in quanto siamo nella rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente”.

Sono stato battezzato in quanto la mia famiglia è cattolica

Credo nel futuro in quanto ottimista 

Quindi “in quanto” ha lo un uso molto simile a “quindi”, “perciò”, ma anche a “poiché”, “dato che”, “considerato che”, “visto che”, ed anche “quale“.

Se invece uso la preposizione “a” immediatamente dopo ottengo “in quanto a“, una locuzione molto simile a “circa“, che abbiamo spiegato nell’episodio n. 212 e quindi significa “relativamente a“, “riguardo a“, “in merito a“.

Torniamo quindi all’episodio “in merito a” visto due puntate fa, per indicare qualcosa, per circoscrivere un aspetto.

Ci sono però alcune cose interessanti da specificare.

Prima di tutto “in quanto a” è più colloquiale rispetto a “in merito a“:

In quanto alla cosa di cui mi volevi parlare, la vediamo domani ok?

Secondo: si usa spesso per indicare cose che meritano meno importanza o per sottolineare dei difetti.

Abbiamo detto le cose più importanti. In quanto ai dettagli li vedremo domani. 

La ragazza è carina ma non è il massimo in quanto a educazione 

Il compito di italiano che hai fatto non è molto buono in quanto a creatività

Più raramente si usa anche per evidenziare pregi:

Non sei male in quanto a idee.

Italiano semplicemente si contraddistingue in quanto alla qualità delle lezioni  

In modo simile posso usare anche “in fatto di“, “a livello di“:

In fatto di fantasia, non mi batte nessuno!

A livello di comodità, la mia macchina è il massimo!

Anche in questo caso parliamo sempre dello stesso uso di “in merito a“, ma in modo più colloquiale.

Ora, a volte succede anche di non mettere “in” all’inizio, ma generalmente l’utilizzo in questo caso è ancora più informale. Sto sempre indicando qualcosa, ma questa forma senza “in” spesso si utilizza per esprimere un sentimento negativo o comunque sempre per sottolineare cose meno importanti,  

(in) quanto a te,  facciamo i conti dopo!

A voi, amici, vi aiuto volentieri. (In) quanto a coloro che mi criticano sempre, si arrangeranno! 

Adesso ripassiamo. Quanto alla durata di questo episodio, non ve ne preoccupate troppo…

Kumi (Giappone): io non mi preoccupo Gianni, ma cerchiamo di darci una regolata comunque.

Rauno Finlandia): di cosa parlerà il prossimo episodio di bello?
Lia (Brasile): pare che nessuno sappia questo. In quanto a me, non faccio eccezione.
Rafaela (Spagna): invece secondo me, zitta zitta tu ne sai qualcosa…

28 – L’acconto – ITALIANO COMMERCIALE

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Trascrizione

Lezione 28 di due minuti con Italiano commerciale. Parliamo dell’acconto.

Nella lezione 17 abbiamo parlato del conguaglio. Sia nel caso dell’acconto che nel caso del conguaglio si parla di pagamenti. Ne parliamo spesso ma è inevitabile nel commercio. Infatti abbiamo parlato anche dell’emissione di un pagamento, ma anche del corrispettivo, della ricevuta, della fattura, del pagamento forfettario ed anche dei proventi e introiti. 

Oggi parliamo dell’acconto. Quando dobbiamo effettuare un pagamento, o quando dobbiamo ricevere un pagamento, possiamo decidere di dividere il pagamento in due o più parti.

La prima parte del pagamento si chiama acconto o anticipo. L’acconto pertanto viene versato come pagamento parziale, a cui seguirà un successivo pagamento a saldo. Ma il saldo lo vedremo in un altro episodio.

L’acconto si utilizza spesso quando si tratta di pagamenti sostanziosi, di grosse cifre.

Un acconto si può avere, nel senso di ricevere oppure si può dare cioè versare:

L’acconto è una parte della cifra pattuita in una compravendita o in una transazione commerciale, come ad esempio quando un commerciante firma un contratto per un acquisto presso un fornitore. Quando c’è una compravendita c’è un contratto che ha ad oggetto il trasferimento di qualcosa dietro il pagamento di un prezzo.

L’acquirente paga subito un acconto, poi quando riceve la merce pagherà la cifra restante. Come tutti i pagamenti che avvengono nel commercio,  anche l’acconto viene tassato normalmente quindi l’acconto è assoggettato all’IVA, di cui abbiamo già parlato. Allo stesso modo, deve essere fatturato nel momento in cui viene pagato. Si deve emettere pertanto una fattura. Anche della fattura si è già parlato.

l'accontoDicevo che spesso si parla di anticipo di un pagamento,  ma questo è un termine che ha molti più utilizzi, tra cui appunto quella di una somma di denaro che viene anticipata. L’acconto invece ha a che fare solamente con i pagamenti. 

Esistono anche delle tipologie di acconto legate alla tassazione, ma ne parleremo in altri episodi di Italiano commerciale.

436 Nel merito

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Nel merito

Entrare nel merito

In merito all’episodio di ieri, abbiamo visto che usare la preposizione “in” davanti a “merito” è come dire “riguardo a” oppure ‘per quanto riguarda’  con riferimento a un campo circoscritto.

A volte si dice anche “in quanto a” ed altre “quanto a“. Questo però lo vediamo nel prossimo episodio.
Se ricordate vi avevo accennato al fatto che esiste anche “nel merito“.
Usiamo “nel merito” quando vogliamo entrare dentro quell’aspetto, cioè più in profondità. Infatti si usa spesso il verbo entrare.

Entrare nel merito

Se entriamo nel merito di una questione vogliamo esaminarla, trattarla, discuterla nei suoi aspetti essenziali, quelli più importanti.
Ad esempio:

Oggi ho voluto entrare nel merito di questa locuzione, mentre nell’ultimo episodio ve ne avevo solamente fatto un accenno.

La locuzione nasce nel diritto processuale, infatti quando un giudice prende la decisione, decidendo chi ha ragione e chi ha torto, il giudice entra nel merito. Il merito rappresenta proprio la questione sulla quale il giudice prende una decisione.
Il giudice entra nel merito e quindi analizza la questione e poi prende la sua decisione.
In generale entrare nel merito significa sempre questo, e tutti possono farlo, non solo i giudici.

Possiamo usare questa espressione ogni volta che vogliamo approfondire un aspetto, senza restare in superficie.

Un professore entra nel merito di un argomento ogni volta che fa una spiegazione.

Quindi per indicare un argomento, un aspetto qualsiasi si usa “in merito” mentre per analizzarlo si entra nel merito.

Chiunque è chiamato a risolvere dei problemi per trovare soluzioni deve entrare nel merito.

Possiamo anche decidere di non entrare nel merito di qualcosa, magari perché crediamo non sia necessario oppure per mancanza di tempo.
Si usa spesso anche in questo modo infatti.

Adesso però, senza entrare troppo nel merito, vorrei qualche frase di ripasso in merito ai vantaggi di far parte dell’associazione Italiano semplicemente.

Khaled: a me piace il gruppo whatsapp dei membri. Finalmente posso parlare in italiano, benché sia piuttosto timida ancora.

Irina: a me piace parlare della cultura italiana, purché lo si faccia in modo anche divertente.

Rafael: a me piace un po’ tutto, ma mi vanno molto a genio le letture del sabato soprattutto.

Xiaoheng: a me non piace molto la mia voce, di contro però capisco l’importanza del parlare

435 In merito

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In merito

in meritoSe conoscete il termine merito, non è detto conosciate anche la locuzione “in merito” che non ha niente a che fare con il merito.
Il termine merito infatti indica l’attribuzione di una qualità, un valore.
In merito” si usa invece per indicare una questione, un argomento di cui parlare o di cui si è già parlato, e per indicare questa questione si utilizza la preposizione “a”:

In merito a

È equivalente a “riguardo a“, ma è un po’ meno informale.
Esempio, appena dopo una spiegazione del professore, potete fare la domanda:

Avrei una domanda in merito

Significa: avrei una domanda su questo argomento, vorrei fare una domanda riguardo a questo.
In questo caso potreste semplicemente chiedere:

Avrei una domanda

Se volete invece indicare una questione diversa dovete specificarla:

Avrei una domanda in merito alla preposizione da usare.

È lo stesso che:

Avrei una domanda riguardo alla preposizione da usare.

In merito” quindi serve a centrare l’argomento.
Se si vuole cambiare argomento, si potrebbe anche utilizzare “per quanto riguarda” che è più discorsivo, quindi usato maggiormente all’orale:

Per quanto riguarda la pronuncia di “merito”, c’è un accento grave sulla lettera e.
In merito alla pronuncia…
Riguardo alla pronuncia…

Nel prossimo episodio vediamo “nel merito” che ha un significato diverso. Ma la vediamo domani. Oggi non voglio entrare nel merito.
Vi lascio al ripasso adesso, dove ascolterete le voci di Carmen e Anthony. Se avete domande in merito a questo episodio potete lasciare un commento.

Anthony: È giunto il tempo di fare dei buoni propositi, che ne dici?
Carmen: ti prefiggi  sempre una caterva di cose all’inizio dell’anno. Ma poco dopo vieni meno e transigi ai tuoi propositi. Così ogni volta ricadi nelle abitudini precedenti, ossia battere la fiacca. Ci metterei la mano sul fuoco che anche questa volta  ci risiamo. È sempre la solita solfa. I propositi del nuovo anno lasciano il tempo che trovano.
Anthony: risparmiami il tuo epilogo. Vedrai che questa è la volta buona.
Carmen: Ascolta, ti suggerisco di fare tesoro di un mio consiglio per non prendere una brutta piega anche questa volta. Devi renderti conto di una cosa: urge armarsi di pazienza. Di prima acchito sembra di non fare alcun progresso, comunque  via via vedrai i frutti. Se tieni duro il meritato esito non tarderà. Mi raccomando tienilo a mente. Ci vuole pazienza.
Anthony: Dunque, mettiamo che io voglia fare sport ogni giorno, cosa potrei fare di bello?
Carmen: idea: Andrai tu a spasso con il cane e sarò io a battere la fiacca.

434 Il prosieguo

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  • Il prosieguo

    Il prosieguo

    Si dice il prosieguo o il proseguo? E che differenza c’è con il proseguimento e con seguito (e seguìto)?

    La risposta alla prima domanda è “Il prosieguo“, con la “i”, sebbene si utilizzi, ma meno comunemente anche la forma senza i: il proseguo.

    Ma cos’è il prosieguo? Prosieguo viene da proseguire, continuare. In proseguire non c’è la lettera “i”, tra la “s” e la “e” quindi verrebbe spontaneo scrivere e dire proseguo. In realtà la forma più corretta è prosieguo.

    Quindi c’è qualcosa che è iniziato e si sta parlando di un eventuale proseguimento.

    Ma il termine prosieguo, nonostante sia equivalente al proseguimento, cioè ciò che viene dopo, si utilizza prevalentemente in una locuzione: “in prosieguo”, e soprattutto “in prosieguo di tempo”, ma ci sono esempi di utilizzo in cui si usano anche altre a cose oltre al tempo: “in prosieguo di qualcosa” significa in un momento successivo, quindi significa “in seguito a qualcosa“, “successivamente a qualcosa“. 

    Il termine prosieguo si utilizza anche come sostantivo: “il prosieguo” di qualcosa. Anche in questo caso si indica, e ancora più direttamente, ciò che accade in un momento successivo: “il prosieguo” è ciò che accade, ma bisogna indicare “di cosa”.

    Vediamo qualche esempio in modo da capire quando possiamo usare “in prosieguo” e “il prosieguo“:

    I professori potranno ricevere i genitori degli alunni in prosieguo all’orario scolastico.

     Questo significa che i genitori vedranno i professori appena dopo che sono terminate le lezioni, nel prosieguo dell’orario scolastico.

    E’ sicuramente un termine meno usato rispetto a proseguimento, ma sottolinea maggiormente il legame tra il prima e il dopo. E’ una specie di allungamento del tempo precedente, quindi generalmente è abbastanza vicino.

    Non avete ancora capito? Sarà tutto più chiaro nel prosieguo dell’episodio

     Gli studenti non erano molto attenti, ma durante il prosieguo della lezione, il loro interesse crebbe.

    Anche con il Covid, bisogna garantire il prosieguo delle lezioni.

    E’ importante quindi che le lezioni proseguano, che vadano avanti. 

    Notate che “in seguito” è abbastanza simile ma è più simile a “dopo“, “successivamente“, quindi c’è meno il senso della continuità, c’è meno legame tra il prima e il dopo. Inoltre spesso c’è il senso della “causa”, quindi di qualcosa che accade dopo che è successo qualcosa. Tuttavia questo è ancora più evidente se uso la preposizione “a”

    A seguito” si usa proprio per indicare la causa e ciò che è successo dopo.

    Se dico:

    A seguito dell’emergenza dovuta al Covid, le lezioni in presenza si sono interrotte.

     C’è una causa: il Covid, che ha determinato l’interruzione delle lezioni in presenza.  

    Notate che l’accento di seguito è sulla “e”. Invece se parlate del verbo “seguire” al participio passato, l’accento è sulla “i”: seguìto. 

    Ho seguito tutte le lezioni, ma a seguito dell’emergenza Covid, queste sono avvenute a distanza

    Avete seguito attentamente la spiegazione? Allora, come al solito, restate attenti al prosieguo dell’episodio, in cui ripassiamo le puntate precedenti.

    Irina: A volte sembra che io sia un po’ dura di comprendonio, ma fermo restando che non faccio altro che studiare, di tanto in tanto il mio cervello mi fa vedere i sorci verdi.
    Che io tenti di rispolverare le locuzioni precedenti o meno, spesso non mi sento in grado di sfoderare un linguaggio decente, trovandomi a tu per tu con un italiano.
    Ma checché se ne dica, la speranza è l’ultima a morire. Devo solo armarmi di pazienza.
    Sono sicura che il lavoro sarà appagante e spero anche divertente.

Essere o stare? Ci sono, ci sto, ci sta, ci stanno

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Ci sto, ci sta, ci stanno, c’è, ci sono

Può risultare difficile a volte capire, per un non madrelingua, quando usare il verbo giusto.
Questo accade ad esempio con i verbi essere e stare, soprattutto quando mettiamo la particella ci davanti.

Oggi parliamo di questo.
Ci sono o ci sto?
Ci sei o ci stai?
Ci sono o ci stanno?

Vedrete che ci sono alcune circostanze in cui potete usare indifferentemente i due verbi e altri casi in cui questo non posso farlo.

Esprimere accordo o disaccordo

Vediamo qualche esempio e vediamo di fare chiarezza.

Ci state?

Ecco, iniziamo proprio da “ci state”.
La vostra risposta può essere:

Si, ci sto
Si, ci stiamo

Questo significa:
d’accordo, ok, va bene, aggiudicato, per me va bene, accetto, sono d’accordo.

Ogni volta che siete d’accordo oppure no potete usare questa modalità.
In genere però “ci sto” e “ci stiamo” ecc (o non ci sto, non ci stiamo, non ci stanno ecc) comportano un impegno personale. Non è un semplice “va bene”, ma c’è un coinvolgimento.

Vogliamo iniziare a studiare subito? Ci stai?

Andiamo a Roma quest’estate? Ci state?

Sfide e scommesse

Altre volte può essere una sfida o una scommessa:

Scommettiamo che la Roma vince lo scudetto quest’anno? Mi dai 100 euro se la Roma vince?

Ci stai?

In tutti questi casi visti finora, è bene dirlo, non posso usare il verbo essere. Quando si chiede un’opinione o si fa un accordo, o si accetta una sfida o una scommessa posso usare solo il verbo stare.

Presenza fisica e concentrazione

Vediamo invece quando posso usare anche il verbo essere.

Domani andiamo tutti al cinema insieme. Ci devi stare anche tu!
Ci devi essere!

In questo caso è la stessa identica cosa usare essere o stare.

Ci stai domani a casa di Giovanni?
Ci sei domani a casa di Giovanni?

Il verbo essere o stare in questo caso indica la presenza in un luogo.

Vengo a trovarti domani.

Ci sarai a casa?
Ci starai a casa?

Potete scegliere il verbo che preferite, sebbene stare sia un pochino più colloquiale.

Che c’è da mangiare? C’è/ci sta qualcosa in frigo? Ci sta/c’è qualcosa di fresco?

La presenza può anche essere mentale e non fisica:

Giovanni, ti vedo distratto, ci sei? Ci stai?

Che significa: sei con noi? Sei mentalmente presente?

Esistono però due espressioni che meritano la vostra attenzione:

Esserci con la testa.
Starci con la testa.

Entrambe si utilizzano per indicare un comportamento strano, un comportamento irrazionale di una persona e anche la pazzia.

Si parla di una persona che non ragiona più, che non usa più la testa, cioè il cervello.

Il verbo stare in questi casi è più adatto. Ad ogni modo le due espressioni possono essere usate sia per indicare la presenza mentale, la concentrazione o anche un comportamento irrazionale, e persino la pazzia vera e propria.

A volte può indicare anche una condizione momentanea in conseguenza di un trauma.

Bisogna starci con la testa per fare questo lavoro (concentrazione)

Giovanni non c’è più con la testa ultimamente. Ha molti problemi in famiglia (concentrazione o comportamento irrazionale).

Ma che fai? Ma ci stai con la testa? Hai fatto cadere tutti i bicchieri! (concentrazione).

Da quando ha perso il figlio Marco non ci sta più con la testa. È irascibile, scontroso, vuole stare sempre solo (conseguenza di un trauma)

Ma cosa fa quell’uomo? Mangia la pasta con le mani?
Non ci fare caso, non ci sta con la testa (pazzia, malattia mentale).

In questi casi potete usare sia essere che stare, ma come detto stare è più adatto, più informale e più utile per estremizzare il concetto fino alla pazzia.

Accettare scherzi e sconfitte

C’è un altro caso, oltre alla richiesta di opinione, in cui si può usare solamente il verbo stare: quando si fanno degli scherzi o quando si devono accettare le conseguenze di qualcosa di negativo dal punto di vista personale, come una sconfitta.

Hai perso, ci devi stare!

Vale a dire: devi saper accettare la sconfitta, bisogna saper perdere.

In questo caso non ha senso usare il verbo essere.

Accettare una sconfitta quindi è simile ad accettare un invito o una sfida.

Ci stai domani se andiamo al. Cinema? (invito)
Facciamo una sfida a chi arriva prima a casa? Ci stai? (sfida)
Maria ci sta sempre quando perde (sconfitta)

Uguale con gli scherzi:

Francesca non sta mai agli scherzi.

Attenzione:

Con la frase “stare agli scherzi” però potete non usare “ci”. Stare agli scherzi significa ugualmente “accettare” gli scherzi, anche se pesanti, fastidiosi per chi li riceve.

Posso quindi dire:

Devi stare agli scherzi
Devi starci agli scherzi
Ci devi stare agli scherzi
Non state mai agli scherzi
Non ci state mai agli scherzi.

Se non pronunciate “agli scherzi” è però obbligatorio usare ci:

Ti arrabbi sempre, non ci stai mai!
Devi starci, non ti irritare.

Invece se nominate gli scherzi potete scegliere, ma meglio senza ci:

Io (ci) so stare agli scherzi!
Loro non (ci) sanno stare agli scherzi.

Anche in questo caso non ha senso usare il verbo essere perché è una locuzione con un significato preciso e cristallizzato.

Stare al gioco

C’è un caso simile agli scherzi, in cui ugualmente si usa solamente stare:

Stare al gioco: ci stai al gioco?

Stare al gioco significa assecondare un comportamento, “giocare insieme”, ma è inteso nel senso di uno scherzo, o di una finzione. Può significare “accettare le regole” e rispettarle ma anche non opporsi ad uno scherzo fatto ad altre persone.

Voglio fare uno scherzo a Giovanni. Tu ci stai al gioco?

In questo caso non si può usare essere.

Anche stare al gioco ha ormai assunto un significato preciso.

Se tu “stai al gioco”, se cioè “ci stai” significa che non ti opponi, o che fai finta di niente o anche che “non rovini lo scherzo”, che “partecipi al gioco anche tu”.

Anche qui c’è il senso di accettare qualcosa in fondo, ma lo scherzo, il gioco, non è contro di te, ma un’altra persona. Vedete anche l’episodio sulla frase “reggere il gioco” che è interessante.

Qualcosa di accettabile, adeguato, appropriato

Andiamo avanti e vediamo un altro modo di usare ci + stare che non può essere sostituito da ci + essere.

Si usa quando qualcosa è adeguato o normale, insomma accettabile.

Ancora una volta si parla di accettare ma non c’è nessuno che deve accettare. Si parla in generale.

Ci sta che qualche volta si perde

Come a dire: non è strano, ci sta, è accettabile, si può accettare, si può tollerare, può capitare.

Anche in questo caso il verbo essere non può essere usato.

Altre volte indica qualcosa non solo si accettabile, ma di adatto, adeguato, che serve, qualcosa di necessario:

Dopo 3 ore di lezione ci sta (bene) una pausa di almeno 10 minuti.

C’è, in questo caso, appunto il senso di adeguato, adatto. Altre volte addirittura indica qualcosa di desiderabile

Se dico:

Adesso un caffè ci sta tutto!

Cioè: un caffè è proprio ciò che ci vuole: è appropriato.

Come ci sta il formaggio sulla pasta?

Ci sta benissimo.

Anche qui: non possiamo usare il verbo essere. In questo caso si parla di una buona associazione, di appropriatezza: il formaggio ci sta bene, si associa perfettamente con la pasta. Potremmo dire che è la morte sua.

Ugualmente con l’accoppiamento dei colori o di vestiti.

Come ci sta la cravatta verde con la giacca blu?

Non ci sta bene. I colori verde e blu si associano male. Ci stanno male insieme. Non è appropriato come accoppiamento.

Il verbo essere in pratica si può sostituire al verbo stare solo nei casi visti all’inizio, quando parlo della presenza fisica, concentrazione, pazzia e strani comportamenti. Poi dopo vediamo altri casi abbiate pazienza.

Ma non finisce qui.

Dimensioni

Ci sta può significare anche “c’entra“, nel senso fisico, nel senso di spazio:

Ci sta questo armadio nella tua camera?

Cioè: C’entra? C’è spazio?

Questo è il senso.

Anche in questo caso il verbo essere non si può usare. Infatti “c’è” e “ci sono” non possono sostituire in questo caso ci sta e ci stanno.

Diverso è il caso della presenza fisica, come si è visto. Se ad esempio chiamo a casa di un amico posso chiedere:

C’è marco?

Ci sta marco?

Solo in questo caso, negli esempi visti finora, quindi posso usare indifferentemente essere e stare. “C’è” infatti è la forma apostrofata di “ci è”.

C’entra

Abbiamo parlato di c’entra prima, parlando di spazio.

Se ci pensate, c’entra si usa anche per l’appropriatezza:

Che c’entra la maionese sulla pasta? Che ci sta a fare?

Che c’entri tu? Non ti immischiare! Che ci stai a fare?

Posso spesso usare “stare” in questi casi ma non “essere”.

Che ci stai a fare qui? Non dovevi essere a casa?

È informale ma si usa spesso.

Vedete che si parla di presenza fisica, ma uso stare perché la tua presenza non è appropriata.

Per questo motivo si usa quasi sempre il verbo stare in questi casi. “Essere” suona veramente male: non ci sta bene, potrei dire.

Tra l’altro non sempre si parla di presenza fisica:

Che ci stai a fare con Maria?

In questo caso stare si intende star insieme, essere una coppia, essere fidanzati..

Comodità, agio

Vediamo un altro caso in cui invece stare non è sostituibile da essere:

Io ci sto bene con te.

Ci sto bene a casa mia.

In questi casi: ci sto bene/male, ci stai bene/male, ci stanno bene/male, eccetera significa stare bene, trovarsi bene, essere comodi, essere a proprio agio, provare comodità eccetera.

Posso anche dire:

Io ci sto bene/male con Margherita

In tutti questi casi stiano esprimendo quindi una sensazione positiva o negativa, una situazione comoda o scomoda. Non posso neanche in questo casi usare il verbo essere.

Autocritica e disponibilità

Ci sono altri due casi di cui voglio parlarvi:

Abbiamo preso il Covid perché non usavamo la mascherina: Ci sta bene!

Voglio dire che abbiamo ottenuto ciò che meritavamo. È un’autocritica.

Il “ci” in questo caso sta per “a noi”. Se parliamo di altre persone diventa mi, ti, vi, gli, le.

Infine, se dico che:

La ragazza ci sta!

Questo è un utilizzo di “stare” simile al primo caso visto in questo episodio, parlando di essere d’accordo, quindi “ci sta” esprime accordo, ma si parla di “disponibilità” in questo caso. Una disponibilità particolare però.

La ragazza che “ci sta” è una ragazza disponibile, una ragazza che cede alle lusinghe di un ragazzo, che viene conquistata da un ragazzo.

Si tratta di un linguaggio giovanile, informale, e si parla spesso in questo modo anche per indicare un aspetto negativo di una ragazza, che è troppo disponibile da questo punto di vista. In pratica questa ragazza non è una ragazza seria.

Si può usare anche con persone di sesso maschile, ma i ragazzi, si sa, è normale che siano più “disponibili” delle ragazze.

Comunque anche in questo caso non possiamo usare essere perché non parliamo di presenza fisica o dei casi visti all’inizio: pazzia, comportamenti strani, irrazionali e concentrazione.

Qualcosa sta arrivando

Anche il verbo essere ovviamente, sempre con ci davanti, in alcune occasione non può essere sostituito da stare. Vediamo quando.

Ad esempio se dico:

Ci siamo!

Questo può anche indicare che qualcosa sta per accadere, è vicino, quindi prepariamoci.

È curioso che si usa solo la forma al plurale anche se sono solo.

Domani farò l’esame. Ci siamo quasi!

Essere come ausiliare

Poi naturalmente non posso usare stare quando essere è ausiliare:

In Italia ci siamo stati 2 volte.

Stavolta addirittura ho usato entrambi i verbi! Infatti più in generale quando essere è verbo ausiliare non posso sostituirlo:

A casa ci sono arrivato da solo

Ci siamo visti ieri

E in tutte le espressioni idiomatiche e frasi fatte solitamente è lo stesso.

Ci sono rimasto male

Ci sta a cuore la tua felicità

Identificare

Comunque, pensandoci bene, possiamo usare essere e stare indifferentemente anche quando parliamo di identificare qualcosa o qualcuno, anche indicando delle caratteristiche:

Ci sono/sto anch’io

Ci stanno/sono anche i miei amici

Usare il verbo stare in questi casi è più colloquiale. È più corretto usare essere o anche esistere.

Ad esempio:

Ci sono/stanno due miei amici che vorrebbero conoscerti.

Questi amici hanno questa caratteristica: vorrebbero conoscerti.

Ci sono/stanno dei posti nel mondo che vorrei tanto visitare.

Ci stanno/sono alcune persone che hanno gli occhi di diverso colore.

Ci sono/stanno (esistono) problemi se resto a casa tua?

Ora, ci stanno/sono (esistono) molte persone che amano gli esercizi di ripetizione.

Esercizio di ripetizione

Allora facciamolo, così ripassiamo tutti i casi visti finora:

Ci sta/c’è del vino per la cena?

Non ci sono/stanno problemi se vuoi dormire a casa mia.

Ci stai a fare uno scherzo a Giovanni?

Che ci sta (c’è) da mangiare?

Che ci stai a fare qui?

Non stai mai agli scherzi!

Ci sei/stai domani a casa?

Facciamo una gara, ci stai?

Dai, che dopo 10 anni di matrimonio ogni tanto si litighi ci può stare.

Siamo in 7. Non ci stiamo tutti nella mia macchina.

Ho provato a baciare delle ragazze in discoteca ma nessuna ci stava.

Domani riunione? No, domani non ci sto/sono, sono in ferie.

Ci sta/c’è un amico al telefono che ti cerca

L’episodio è finito. Ci siamo esercitati abbastanza no?

Hei, ci siete/state ancora?

433 Ingeneroso

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Ingeneroso

Tutti gli studenti non madrelingua conoscono e sanno utilizzare l’aggettivo generoso, ma quanti conoscono e meglio ancora utilizzano ingeneroso?

Sembra avere a prima vista significato contrario rispetto a generosità. Ma non è esattamente così.

Infatti la generosità è la nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui.

essere ingeneroso

Se sono generoso non ho difficoltà a “dare”. In genere ci si riferisce al denaro. La generosità è l’assenza di problemi nel ricompensare o nel donare, e essere generosi è indubbiamente una qualità. Significa essere altruisti e disinteressati. Solitamente il contrario della generosità è l’egoismo, ma se mi riferisco al denaro si parla di taccagneria, tirchieria, che è la caratteristica delle persone attaccate al denaro. Più in generale una persona non generosa è egoista, è gretta, meschina, misera.

Essere ingenerosi invece si riferisce  all’assenza di generosità spirituale e di comprensione. Non si parla di soldi o di difficoltà nel dare. Piuttosto si parla di difficoltà nel riconoscere un merito.

La persona ingenerosa tende a dare colpe agli altri più del necessario, tende a non riconoscere qualcosa di positivo in un’altra persona, tende a non perdonare, tende a infierire. C’è poca indulgenza, poca umana comprensione nei confronti del prossimo. Ecco, forse quest’ultima definizione è la più appropriata. Nel linguaggio comune, quello di tutti i giorni, è molto facile lasciarsi andare e descrivere queste persone ingenerose come “stronze” o “egoiste“. Spesso si parla anche di giustizia o di cattiveria o di parlar male di qualcuno:

Non è giusto ciò che hai detto.

Sei cattivo a parlare così

Perché parli male di Giovanni?

Facile comunque usare parole offensive verso queste persone.

Parlare di ingenerosità non è invece offensivo, ma invita alla riflessione, e si può usare anche in contesti più formali.  In sostanza, è molto più elegante parlare di ingenerosità piuttosto che utilizzar epiteti o insulti vari. Sicuramente è molto difficile usare questo aggettivo quando si è arrabbiati. 

Perché parli male di Giovanni?

Sei ingeneroso se la pensi così

Hai usato parole molto ingenerose verso Giovanni

Con me sono state usate parole ingenerose

Credete che qualcuno abbia mai usato parole ingenerose verso di voi? Ebbene da oggi avete un modo in più per lamentarvi di questo, e per giunta senza offendere nessuno. 

Adesso ripassiamo:

Anthony: TI FAREBBE SPECIE se io dicessi che i membri dell’associazione CI SANNO FARE con i ripassi?

Hartmut: Ti rispondo io SENZA REMORE che non ho il BENCHÉ minimo dubbio sul fatto che i membri CI CAPISCONO benissimo in termini di ripassi.

Rauno: lasciati prendere dall’ispirazione allora e scrivicene uno. È QUI CHE TI VOGLIO!

Hartmut: vuoi che io RACCOLGA LA PROVOCAZIONE? Va bene. SONO IN VENA. Lo farò molto volentieri PURCHÉ tu non rompa più le scatole!

Irina: SMORZIAMO I TONI ragazzi! Altrimenti PAGHERETE entrambi LO SCOTTO di un’amicizia mandata A MONTE.

27 – Presa in carico – ITALIANO COMMERCIALE

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Descrizione 

Lezione 27 di due minuti con Italiano commerciale. Parliamo oggi dello stato degli ordini ed in particolare della presa in carico di un ordine.

Durata: 3 minuti circa 

Caro

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Caro amico ti scrivo…

Caro - aggettivo

Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico. 

Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.

Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.

In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.

Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.

Tante cose possono essere definite come “care”.

Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:

Vorrei riabbracciare i miei cari.

Ha voglia di rivedere i suoi cari.

L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.

Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale

Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.

Manda un caro saluto ai tuoi.

Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.

Maria è una cara ragazza

Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.

 Giovanni è un carissimo amico

  Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.

Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.

C’è un modo particolare di usare “caro”:

Caro mio!

Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:

Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.

 Oppure:

Caro mio, stavolta non mi freghi!

Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta  a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.

Caro mio, non sono mica scemo!

Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!

Andiamo avanti: 

Ma che caro!

Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.

Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a  capodanno!

Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.

Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.

Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.

Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.

Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.

Com’è quel meccanico? E’ caro?

Equivale a dire: i prezzi sono alti?

Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno. 

Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre

Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre

Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.

C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.

Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.

Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.

Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.

Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro

Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:

Tientelo per te (non dirlo a nessuno)

Tientelo stretto

Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)

Tornando a “caro“:

Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:

Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.

La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.

Pagare caro un errore  invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.

Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:

Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!

Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:

La pagherai cara!

Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.

Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego. 

432 Purché

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La congiunzione purché

purchéL’episodio di oggi riguarda purché, congiunzione molto usato nella lingua italiana.

Si usa in modo analogo a “basta che“, o anche “la cosa importante è che“.

In pratica si utilizza per indicare qualcosa di importante, qualcosa di necessario.

Anche questa congiunzione, come benché, si usa col congiuntivo. Stavolta però è sempre così. Non è possibile evitarlo.

Non importa quale vaccino fare contro il Covid, purché funzioni.

È chiaro che ciò che conta veramente è che questo vaccino funzioni. Questo basta, questo è necessario e sufficiente. Questa è l’unica cosa importante.

Ok, ti pagherò, purché tu te ne vada.

Vedete che si usa per le cose cui non possiamo rinunciare, per indicare il minimo richiesto per questo motivo possiamo usare anche “a patto che” , “sempre che” , “a condizione che“.

Si può usare quindi quando si fanno accordi, quando si accetta qualcosa, e anche quando si è disposti a fare qualche rinuncia, ma allo stesso tempo si fissa un limite minimo: meno di questo non è possibile. A questo serve purché.

Notate che nelle stesse circostanze potremmo usare anche “almeno” che è un avverbio di quantità, che ugualmente esprime il concetto di minimo, però non ha esattamente la stessa funzione di purché.

Ad esempio, nella frase

Ti aiuterò purché tu mi dica grazie.

Questo significa che io non ti aiuterò se non mi dirai grazie. Il tuo grazie è necessario.

Se invece io dico:

Ti aiuterò almeno mi dirai grazie

Sto dicendo che io ti aiuterò perché credo che tu mi ringrazierai per questo. Questo è un risultato minimo che credo di ottenere. E’ come dire “se non altro” mi dirai grazie.

Se invece dico:

Mi dirai almeno grazie?

Ti sto chiedendo la minima cosa che tu potresti fare per il mio aiuto. Ma magari potresti fare anche di più.

Quindi “almeno” è più simile a “se non altro“, “se non di più“, “come minimo“, ” a dir poco“.

In entrambi i casi però il mio aiuto non è in discussione.

Invece purché serve proprio a porre una condizione, benché minima.

Dicevo che si può sostituire con “basta che“, che però è più informale. In questo modo però potete, se volete, evitare il congiuntivo.

Va bene la pasta per pranzo?

Ok, purché sia integrale.

Ok, basta che è/sia integrale.

Sei pronta per uscire?

Sono quasi pronta. Mi aspetti?

Si, basta che ti sbrighi!

Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso “basta che” e come avrete capito, a volte lo si fa quando si è arrabbiati o irritati. Diciamo che può esprimere impazienza in questo caso.

Adesso vediamo un ripasso, purché sia un breve però.

Hartmut: a me non va molto a genio questo “basta che”, ma di contro, quando sono irritato allora lo utilizzerò.

Xiaoheng: La cosa che conta è fare tesoro di tutti gli episodi per riuscire a prendere confidenza con la lingua italiana.

Bogusia: Io è un pezzo che non uso purché, sapete? Inizierò subito con qualche messaggio whatsapp nel gruppo dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: ottima idea, purché tu lo faccia in modo corretto. Fermo restando che ci sono sempre Gianni e Flora che ti aiuteranno. 

431 Benché

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Benché

Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda la congiunzione benché, che si scrive con l’accento acuto sulla e, esattamente come perché.

Benché significa “anche se“. Questo è l’utilizzo primario.

benché

Si può usare senza problemi sempre al posto di “anche se“, quindi non abbiate timore nel farlo, benché le prime volte possa sembrarvi strano.
Mi piace la, carne, benché io preferisca mangiarne poca.
Purtroppo la cattiva notizia è che quando usate benché, in genere si usa il congiuntivo.

A volte si preferisce usare benché perché la frase è più veloce. Il verbo si può addirittura togliere:

Anche se sono stanco, posso allenarmi.

Diventa:

Benché io sia stanco, posso allenarmi.

Oppure:

Benché stanco, posso allenarmi.

In questi casi il verbo lo potete togliere sempre:

Anche se (sono) stanco, posso allenarmi

C’è però un altro utilizzo interessante di benché.

Si utilizza molto spesso in caso di assenza di dubbi.

Se io non ho alcun dubbio posso dire:

Non ho il minimo dubbio

Oppure:

Non ho il benché minimo dubbio.

Non ho il benché minimo dubbio significa che non ho neanche un dubbio, neanche il più piccolo. Anche solo il più piccolo dubbio è da escludere.

Possiamo anche parlare di altro, non solo di dubbi:

Non ho fatto il benché minimo sforzo

Cioè non ho fatto nemmeno uno sforzo, neanche il più piccolo.

Non hai la benché minima prova che io ti abbia tradito!

Sul tuo viso non c’è il benché minimo segno di allegria.

Non ho provato il benché minimo senso di colpa

Sono a dieta. Non mangio la benché minima quantità di carboidrati.

Ora, benché siano passati da poco i due minuti, passo la parola ai membri per il ripasso delle puntate precedenti.

Mariana
Oggi tocca a noi comporre un ripasso?

Hartmut
Certo, non hai presente la richiesta qualche attimo fa? Speriamo vi sia qualcuno preparato!

Ulrike
Io rispondo picche alla domanda. Ho da fare.

Wilde
Ma va’, l’episodio vuoi sentire, ma di un ripasso non ti degni? Per la cronaca, senza un ripasso non ci sarà un episodio!

Iberè
Il problema non si pone amici. Se noi veniamo meno, fortuna vuole che ci sarà un ripasso del presidente. Altro che storie!

430 Andare a genio

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Trascrizione

Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda una locuzione che sicuramente vi andrà a genio.

Di quale locuzione sto parlando? Sto parlando proprio della locuzione “andare a genio“.

Sapete cos’è un genio? Un genio è un essere immaginario o astratto, uno spirito dotato di poteri magici, come il celeberrimo genio della lampada di Aladino. Oppure un genio è una persona che ha un eccezionale talento. Si dice spesso della persona che eccelle in un particolare campo:

Mozart è un genio della musica

Einstein è un genio della matematica e della fisica

Maradona è un genio del calcio

eccetera

Ma “andare a genio” non ha niente a che fare né con i poteri magici, tanto meno con il talento.

Questa locuzione invece si usa per esprimere piacere, o meglio un gradimento.

Si può usare solamente il verbo andare.

Posso dire ad esempio:

Il nuovo fidanzato di mia madre non mi va a genio.

Evidentemente questo nuovo fidanzato non mi piace affatto, non è di mio gradimento.

L’oroscopo di oggi dice che avrai dei problemi al lavoro e sarai costretto a sopportare anche qualcosa che non ti va a genio.

Non tutti i ragazzi della mia classe mi vanno a genio

Questa locuzione si usa prevalentemente quando c’è qualcosa che può incontrare o meno la mia approvazione o il mio gradimento. 

Un’espressione abbastanza informale per esprimere gradimento e approvazione.

Vedete come si usa il verbo andare? Esprimendo piacere, lo usiamo proprio come il verbo piacere, cioè in forma impersonale:

Mi piace – mi va a genio

Non mi piace – non mi va a genio

Mi piacciono – Mi vanno a genio

Non mi piacciono – Non mi vanno a genio

Si usa la maggioranza delle volte con qualcosa di esterno che può piacerci o meno.

Adesso però ripassiamo qualche espressione passata. Lascio la parola ai membri dell’associazione che hanno scelto, tra tutti gli episodi passati, quelli che gli andavano più a genio.

M1: Si, è vero, ma in primo luogo io personalmente quando faccio un ripasso scelgo le espressioni che credo di aver capito meno, per vedere se riesco ad usarle bene, e solo in secondo luogo quelle che mi vanno più a genio.

M2: Per contro ci sono quelli come me che invece, a valle di una spiegazione, cercano subito di usarla in qualche conversazione. 

M3: poi ci sono anche quelli come me che crede di aver capito tutto, per poi ritrovarsi l’indomani con mille dubbi!!

M4: meno male che avremo altri episodi per ripassare allora. A me ce ne vorranno almeno 1000. A mali estremi, estremi rimedi!  

429 Di contro, Per contro

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Trascrizione

Buongiorno, oggi vediamo due modi alternativi per dire “invece”, che come sapete serve a contrapporre, cioè a evidenziare un contrasto. Questi modi alternativi per dire “invece” sono “di contro” e “per contro”.

Non si usano molto nel linguaggio colloquiale, si usano piuttosto allo scritto.

Si sentono e si leggono spesso anche nei telegiornali, alla radio e si leggono molto sui giornali, anche online.

Ovviamente ci sono delle differenze rispetto ad “invece“, che è più facile da usare perché è sempre utilizzabile.

Vediamo qualche esempio in cui possiamo usare queste due equivalenti locuzioni avverbiali:

Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli. Per contro, anche i datori di lavoro preferiscono lavoratori stranieri.

Vedete che sto facendo un confronto, dove volendo potrei usare “invece“, ma non c’è un confronto, diciamo, alla pari tra lavoratori e datori di lavoro,.

Sarebbe molto più adatto “invece” se dicessi:

Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli, invece molti lavoratori stranieri sono disponibili a venire a lavorare in Italia nel settore agricolo.

Questo è un confronto “alla pari”: si tratta di lavoratori in entrambi i casi. Andrebbe bene anche nel primo caso, ma visto che vogliamo perfezionare la lingua italiana, è più adatto usare “di contro” o “per contro”. Quantomeno è più elegante.

Ci sono poi anche altre modalità simili: al contrario, all’opposto, per converso, viceversa.

Ma queste modalità più che altro sono tutte perfettamente adatte a sostituire “invece“.

Vediamo altri esempi:

Le squadre di calcio italiane più famose sono La Juventus, la Roma, l’inter e il Milan. Di contro, ci sono tante altre squadre poco conosciute all’estero.

Io sono molto veloce a lavorare con word. Di contro i miei colleghi sono abbastanza lenti.

In questo caso “invece” è perfettamente adatto. Si tratta confronti semplici e potrei usare anche i sinonimi che vi ho detto prima:

Io sono molto veloce a lavorare con word. Al contrario, i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Io sono molto veloce a lavorare con word. All’opposto i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Io sono molto veloce a lavorare con word. Per converso i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Io sono molto veloce a lavorare con word. Viceversa i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Se in questi casi usiamo “di contro” o “per contro”, vogliamo creare una maggiore contrapposizione, vogliamo creare un maggiore contrasto, vogliamo evidenziare due cose contrarie

Mentre i leader democratici hanno dichiarato che si faranno vaccinare contro il Corona virus, per contro, i maggiori leader repubblicani non hanno ancora annunciato quando intendono e se intendono sottoporsi alla vaccinazione.

 

Questo è un esempio analogo al precedente in cui voglio creare una maggiore contrapposizione. Vediamo invece un altro esempio in cui è meglio usare “per contro”.

C’è stato un incidente sulla strada principale che ha causato una fila di auto lunga 3 km. Per contro, la circolazione nelle strade limitrofe ha subito parecchi disagi.

 

Anche in questo caso invece e i suoi sinonimi sono adatti, come sempre, ma io direi un po’ meno rispetto a “per contro” e “di contro”.

Ora il tempo a mia disposizione sarebbe finito e mi verrebbe voglia di salutarvi. Di contro però mi dispiacerebbe non fare il ripasso delle espressioni precedenti. E allora eccovi il ripasso:

Le voci che leggete sono dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Rafaela: Mi sarebbe dispiaciuto se non ci fosse scappato un ripasso.

Ulrike: infatti anche io di primo acchito avevo pensato che non ci fosse nessun ripasso.

Lia: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto ai vostri consigli.

Rauno: non ne hai affatto bisogno. Per quanto mi riguarda non c’è più tempo perché siamo a ridosso della fine dell’episodio.

Irina: se non fosse che mancava ancora il mio contributo. Ci vediamo al prossimo episodio

428 Essere di un

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Trascrizione

Buongiorno, oggi vi stupirò, ne sono sicuro.

L’episodio di oggi infatti riguarda un utilizzo particolare della preposizione “di“.

Un uso che probabilmente per un non madrelingua occorre parecchio tempo di pratica della lingua per capire bene e assorbirlo nel proprio linguaggio, che poi è la cosa più importante.

Vediamo qualche esempio:

Ho dato una botta con il piede nudo alla sedia. Ho il dito mignolo che mi fa di un male..

Quindi dopo aver colpito la sedia con il piede nudo, cioè senza scarpe né calze, il dito mignolo del piede (cioè il dito più piccolo) mi fa molto male.

L’uso della preposizione di serve ad aumentare il senso di dolore (in questo caso si parla di dolore) e la frase diventa un’esclamazione. Potrei anche togliere ‘di’ e il significato non cambia:

Il dito mi fa un male…

La preposizione di sottolinea ancora di più la mia sensazione, qualunque essa sia, e lascia immaginare l’ascoltatore il livello raggiunto.

Molto colloquiale come modalità espressiva, ma veramente molto efficace.

Vediamo altri esempi:

Ho visto un bambino appena nato oggi… Mi ha fatto di una tenerezza…

Si usa non solo con le sensazioni, ma con qualcosa di molto elevato in generale:

Ho visto un elefante che era di una grandezza immensa!

È come dire:

Ho visto un elefante che aveva una grandezza immensa.

Ho visto un elefante grandissimo!

Voglio enfatizzare però lo stupore che ho provato, quindi il fine è sempre sottolineare una mia sensazione. Posso enfatizzare qualunque cosa:

Questo pane è di un fragrante…

Questa pasta è di un buono…

Questo cuscino è di un morbido…

Spesso si usa anche per esprimere giudizi:

Sei di una stupidità incredibile.

Ieri sono stato di uno sgarbato unico con te. Scusami.

Spessissimo segue una frase introdotta da “che”.

Infine vi faccio notare che – ma sicuramente lo avrete già notato dagli esempi che vi ho fatto – nel parlato spesso non si usa dire il nome della caratteristica, tipo la tenerezza, la grandezza, la stupidità, ma l’aggettivo al maschile singolare: bravo, tenero, stupido ecc. Il senso è lo stesso:

Sei di una maleducazione (o di un maleducato) che mi viene voglia di prenderti a schiaffi!

Questo panettone è di una bontà (o di un buono) che me lo mangerei tutto.

I membri dell’associaizone sono di una bravura (o di un bravo) che vi faccio ascoltare l’ultimo ripasso che hanno fatto:

Ulrike: Spesso e volentieri quando voglio cimentarmi con un ripasso, di primo acchito mi sento sguarnita di idee e tendo a darmi alla fuga.
Poi però, memore dell’esperienza con i miei ripassi precedenti e dell’utilità di questo esercizio per il mio apprendimento, mi domando e dico: come sarebbe a dire “sguarnita di idee”? Hai voluto la bicicletta e allora pedala!
Quindi faccio una capatina nell’elenco della rubrica e ogni volta quale sorpresa! Sono le espressioni stesse che mi danno supporto! E così di volta in volta avete l’occasione per seguire i miei ripassi 😀 .

427 Il plauso

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Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Avete mai fatto un applauso? Credo proprio di sì, perché gli applausi si fanno in molte occasioni, ad esempio al teatro, rivolto agli attori e alla loro prestazione.

Facile fare un applauso: basta applaudire, cioè battere le mani almeno due volte di fila. Si produce un suono con le mani e questo suono è una manifestazione di apprezzamento e approvazione.

Si fanno applausi anche durante le premiazioni.

Ebbene, per manifestare entusiasticamente il proprio consenso si può usare anche il verbo plaudire.

La differenza con applaudire è che in questo caso non si battono le mani. Non necessariamente almeno.

Plaudire è sicuramente un verbo che i non madrelingua non usano perché non è molto usato nella comunicazione di tutti i giorni.

La usano molto spesso i giornalisti, e si usa spesso anche nella comunicazione formale, quando appunto si manifesta un apprezzamento.

Ad esempio:

La tua decisione ha ricevuto il plauso di tutta la dirigenza.

Complimenti per il tuo discorso. Hai il mio plauso.

A tutti gli infermieri e i medici che hanno lavorato contro il Covid va tutto il nostro plauso.

In questi casi non c’è un applauso, che si fa con le mani, ma un plauso, che è quindi un apprezzamento in cui non si usano le mani.

Notate però che i confini tra il plauso e l’applauso non sono così netti, marcati.

Infatti esiste anche plaudente:

Dopo lo spettacolo, la folla era plaudente!

La folla plaudente è un insieme di persone che applaude. Non esiste “applaudente”, ma esiste solamente “plaudente”.

La folla ha molto apprezzato e ha fatto dunque un grosso applauso. Dunque la folla era plaudente, in quanto ha applaudito.

Plauso e plaudente si usano molto spesso nella lingua italiana, per il resto però non si usa granché. Si preferisce usare i verbi apprezzare e volendo anche approvare.

Quindi anziché dire “ti plaudo” si preferisce dire “ti apprezzo”. Plaudire come detto si riserva ad occasioni speciali e importanti, tipo:

Plaudire è il minimo che possiamo fare per questa tua nobile iniziativa

Ma adesso è il momento del ripasso:

Andrè: Ma dimmi tu se stamattina mi sono sbagliato con una paralisi facciale!
Di primo acchitto ho pensato ad un ictus. Ho visto veramente le brutte fino a quando le Analisi hanno dato il Risultato: paralisi di Bell. Nel Giro di 10 giorni dovrebbe tutto tornare a posto. Ma per non saper né leggere né scrivere continuerò a informarmi.

426 Per non saper né leggere né scrivere

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Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Per non saper né leggere né scrivere è l’espressione di oggi.

Un’espressione colloquiale molto usata da tutti gli italiani che si usa in caso di dubbio. Significa “nel dubbio”, o anche “per sicurezza”.

Quando si ha un dubbio, spesso questo dubbio è legato ad un evento che deve ancora accadere, o a qualcosa che si deve ancora scoprire. In questi casi si può decidere di prendere una decisione per sicurezza, anche se non si sa cosa succederà.

Questa decisione in qualche modo limita i danni. La scelta che facciamo, la decisione che prendiamo è cautelativa, e la prendiamo anche se continuiamo a avere dei dubbi.

Ad esempio, se non so se sarò interrogato dal professore domani, per sicurezza è una buona cosa prepararsi bene. Non si sa mai. Giusto? Allora posso dire:

Io, per non saper né leggere né scrivere, mi preparo lo steso.

Ovviamente la frase non va presa alla lettera. E’ solo un modo simpatico per esprimere una scelta cautelativa, per stare sicuri, tranquilli, perché non si sa mai. Magari non servirà a nulla, ma nel dubbio meglio prepararsi.

Altri esempi:

Non so se sono positivo al Covid, ma per non saper leggere né scrivere meglio non andare dai miei genitori queste feste natalizie.

Questa espressione è anche un atto di umiltà, ma una finta umiltà, come a dire che io non so fare previsioni, non so cosa succederà, ma nella mia ignoranza so cosa fare. Questa dichiarata ignoranza si esprime con il non saper leggere e scrivere, ma è ovviamente una figura retorica, solo un’immagine quindi.

Volendo potrei dire “nel dubbio”, o anche “a scanso di equivoci”, che abbiamo già visto, ma forse la frase equivalente più adatta è “per sicurezza”, e anche “in via cautelativa”.

Tra amici e in famiglia si usa spesso, soprattutto come consiglio. Solitamente non si usa allo scritto.

Adesso tocca al ripasso di oggi.

Bogusia: Gianni aspetta quantomeno da tre ore. E non arriva niente. Che ne dite, ci scervelliamo un po‘?

Rafaela: Io direi che mi gira bene adesso, perché no? Ieri non abbiamo fatto nulla e *tantomeno* oggi.

Ulrike: Cosa? Dovrei tornare a lavorare? Stai fresca

Hartmut: Ma dai! È ovvio! In virtù della nostra amicizia e tempo permettendo, ovviamente.

Emma: È risaputo che facendo le frasi di ripasso, quelle di fissano nella memoria.

Sofie: E poi sarebbe fuori luogo lasciar correre, e lasciarlo da solo, senza il nostro apporto.

Irina: Allora perso per perso, scherziamoci su. Tanto non possiamo ovviare a questi problemi con le frasi fatte della lingua italiana. Dobbiamo affrontarle.

425 Di primo acchito

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Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi, prima di iniziare la spiegazione di una locuzione italiana, ascoltiamo un breve ripasso degli episodi precedenti dove viene usata l’espressione “di primo acchito“, che vi spiegherò dopo. Ascoltiamo un dialogo telefonico tra un ragazzo e i suoi genitori. Si parla del Natale 2020.

Emanuele (figlio): uè papino! ciao mammina!
Sedetevi che ho una domanda da farvi e non sarà una RETORICA. . . Non è che CI RESTERETE MALE se non scendo per Natale?

Anthony (padre) : Ao! ma sei scemo?! O magari ti è DATO DI VOLTA IL CERVELLO? Il Natale e stare tutti insieme in famiglia sono un BINOMIO INSCINDIBILE. Questa tua idea LASCIA IL TEMPO CHE TROVA!

Xiaoheng (madre) : eh sì, non dire STUPIDAGGINI! A suggerire una cosa del genere NON È COSA! TANTO COMUNQUE se non scendi, salgo io!

Emanuele: ma, mi state CAZZIANDO? Del fatto che sono giovane e IN QUANTO TALE eventuale portatore asintomatico del virus NON VE NE RENDETE minimamente CONTO? Se pensate che SGARRÒ alle disposizioni del governo così facilmente, correndo il rischio di infettarvi, STATE FRESCHI!

Anthony: di primo acchito, la tua proposta mi ha lasciato di STUCCO. Ma forse deve prevalere IL BUON SENSO.

Emanuele: eh già. Non ѐ che voglio stare lontano da voi. Ma il paese è di nuovo allo stremo. E A MALI ESTREMI, ESTREMI RIMEDI!

Xiaoheng: Mi arrendo. Non PUNTO I PIEDI. Al di sopra di tutto, l’importante è che sopravviviamo a questo brutto periodo. E così, FORTI DI questa esperienza, saremo una famiglia ancora più compatta. Allora ciao carciofino, ché devo chiudere. Ho una lasagna da prepararti. Te la porterà zio Ciro che salirà domani per lavoro.

Giovanni: dunque avete ascoltato questo breve e divertente dialogo tra un ragazzo, molto saggio e i suoi genitori. Il papà dice che di primo acchito, la proposta del figlio l’ha lasciato di STUCCO.

Di primo acchito è un’espressione che significa inizialmente, all’inizio. Si tratta della primissima impressione che si ha. Spessissimo la si usa con due t (acchitto), ma la forma corretta è acchito, con una sola t.

Possiamo usare questa espressione in tantissime occasioni, ogni volta che a seguito di una prima impressione, la sensazione o l’opinione cambia: inizialmente si pensa una cosa e poi un’altra.

Ad esempio:

Ho visto una ragazza che di primo acchito sembrava la mia fidanzata, poi in realtà ho visto che non era lei.

Avevo gli occhiali appannati per via della mascherina, e stavo calpestando un topo che di primo acchito mi sembrava un pezzo di legno.

Andare ad abitare sulla luna potrebbe di primo acchito sembrare un’assurdità, eppure qualche scienziato ci sta pensando!

Appare di primo acchito incomprensibile imparare l’italiano senza concentrare troppo l’attenzione sulla grammatica, eppure questi episodi di Italiano Semplicemente mi stanno facendo cambiare idea.

Un’espressione che si può usare anche allo scritto, ma non in contesti troppo formali. La forma con due t, sebbene scorretta (acchitto), nella forma orale è comunque più diffusa.

424 Dare fondo

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Una delle parole italiane che hanno più utilizzi diversi è la parola FONDO.

Uno di questi utilizzi è nella frase “dare fondo” o “dar fondo”.

Si usa prevalentemente (ma non solo) in due diversi ambiti, quando si parla di energie, intese come forze, e quando si parla di soldi. In entrambi 8 casi si parla di risorse: fisiche o economiche.

In tutti i casi “dar fondo” significa terminare, finire, esaurire.

È un’espressione molto usata in entrambi i casi perché con la frase dar fondo a tutte le energie si vuole trasmettere l’idea di arrivare fino alla fine, con un senso di fatica, di impegno, di sofferenza, mentre nel caso dei soldi il senso è quello di terminare, esaurire completamente ogni risorsa economica.

Ad esempio:

Per vincere la gara di corsa ho dato fondo a tutte le mie forze.

Sicuramente dar fondo a tutte le energie o forze indica un impegno molto forte ed alla fine si è completamente esausti, completamente privi di forze.

In senso economico invece il senso è negativo, infatti per esprimere lo stesso concetto si può esprimere con verbi ed espressioni come:

bruciare, buttare, consumare dilapidare, disperdere, dissipare, gettare al vento, mandare in fumo, mangiare, polverizzare, scialacquare, scialare spendere e spandere, sperperare e sprecare.

Sono tutte modalità legate ad un utilizzo negativo del denaro. Non c’è solo il concetto di finire tutti i soldi, ma quello anche del modo sbagliato di usarli.

Si può usare solo preposizione a, al, alla, allo, agli, alle, ai.

Dar fondo al proprio patrimonio

Dar fondo a tutte le risorse

Dar fondo alle energie

Dar fondo ai risparmi di famiglia

Dar fondo agli ultimi dolci natalizi

Dar fondo allo stipendio

Dar fondo ai propri beni

Una cosa importante da dire, per capire bene questa frase, è che una volta che abbiamo dato fondo a qualcosa, non resta più nulla. Nessuna energia, nessuna forza, nessun bene, nessun patrimonio.

Adesso che siamo arrivati in fondo all’episodio non ci resta che ripassar

Rafaela: il 2020 sta perfinire. Vuoi per il Virus, vuoi per la morte di Maradona e di altri personaggi famosi, sarà annoverato tra gli anni peggiori.

Ulrike: è da un pezzo che si parlava di una pandemia mondiale comunque.

Hank: fermo restando che non credo a queste cose, i gufi ogni tanto c’azzeccano.

423 Ci scappa

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Anche oggi ci scappa un episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.

Ho appena usato il verbo scappare.

Tutti voi conoscete il verbo scappare, che significa lasciare un luogo velocemente. Questo è il modo più comune di usare questo verbo:

Scusate ho un impegno, devo proprio scappare.

Appena abbiamo sentito la scossa di terremoto siamo scappati tutti di casa.

Un ragazzo è scappato dalla scuola.

Eccetera.

Scappare ha anche sensi un po’ diversi e non sempre ha a che fare con la velocità. Come nel caso di scappare dalla scuola.

Si può anche scappare dalle proprie responsabilità.

Il verbo si può usare ancora in senso diverso.

Posso dire ad esempio che mi è scappato il cane. Dico che “mi” è scappato perché magari è colpa mia, oppure è scappato da casa, è fuggito, o semplicemente perché è il mio cane che è scappato.

Però può scapparmi anche un film al cinema che invece volevo vedere. Questo significa che non mi sono accorto che al cinema davano quel film ma me ne sono accorto tardi. Quindi mi è scappato.

Anche in senso proprio, un ladro può scappare alla polizia. Il senso è simile.

In questo caso si può usare anche sfuggire allo stesso modo.

Hai visto il film in TV ieri sera?

No, mi è sfuggito.

In fondo il senso non è molto diverso. Se dico che:

Il ladro è sfuggito alla polizia.

C’è sempre l’idea del breve tempo a disposizione, come in scappare.

Io invece il film non me lo sono lasciato scappare. Era da tenpo che volevo vederlo.

Anche qui c’è il senso di prendere qualcosa velocemente, quando ad esempio abbiamo poco tempo ma non ci riusciamo.

Anche le occasioni possono scappare ad esempio. Infatti non capitano tutti i giorni in quanto occasionali.

Inoltre può scappare anche una parolaccia o una qualsiasi parola dalla bocca. Non volevo dire quella parola ma mi è scappata involontariamente. Qui c’è il senso della mancanza della volontà.

Anche uno schiaffo può scappare.

Non volevi dare uno schiaffo a tua moglie vero? Ti è scappato?

Si, giuro che mi è scappato, non volevo!

Poi c’è un modo particolare di usare scappare (o scapparci).

All’inizio ho detto che anche oggi ci scappa un episodio. È come dire che anche oggi riusciamo a fare un episodio, troviamo il tempo di farlo.

È come dire riuscire a ottenere, ad avere, venire fuori, anche con sforzo e fatica.

Quando qualcosa di non programmato, o di poco probabile, diventa probabile, posso dire che “ci scappa”.

In questo caso quindi “ci scappa” significa che si riesce a fare qualcosa o a ottenere qualcosa di inaspettato e spesso di piacevole.

Se è bel tempo oggi forse ci scappa una partita a calcetto.

Siamo andati a vedere un film e ci sono scappate anche due risate.

È simile a rimediare ma c’è maggiormente il senso della piacevole sorpresa inaspettata.

Siamo andati a Roma, abbiamo visto 5 musei in un giorno e ci è scappata anche una visita al Colosseo.

Quest’anno sono riuscito a risparmiare molto denaro, quindi a Natale ci scappa forse anche la macchina nuova.

Infine, posso usare “ci scappa”, non solo quando scappa la pipi (quando è urgente!) e non solo per qualcosa di inaspettato e piacevole, ma anche con qualcosa di non voluto, cioè di involontario:

C’è stata una rissa fuori dal ristorante e c’è scappato il morto.

In Italia si dice spesso che a volte i problemi non vengono mai affrontati se non ci scappa il morto.

Adesso però parliamo di qualcosa di più piacevole.

Probabilmente sono passati due minuti (aivoglia!) ma ci facciamo scappare anche un bel ripasso.

Mariana: Giovanni ha dimenticato di dire che fare una scappata in un luogo è come fare una capatina.
Bogusia: giusto, un suggerimento però che potevi anche fargli prima. Ma meglio tardi che mai.
Ulrike: il buon senso però vuole che non si debbano alzare i toni.
Rafaela: Qualcuno potrebbe restarci male.

422 Puntare i piedi

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Nell’ultimo episodio, il n. 421, vi avevo detto che avrei spiegato il termine anzi, ma poi mi sono ricordato di averlo già fatto. Vi invito a leggerlo ed ascoltarlo perché hanno partecipato anche i miei figli. E’ un episodio del 2016. Spero che  non punterete i piedi e pretendiate che io lo spieghi di nuovo vero?

Allora oggi possiamo vedere “puntare i piedi” che ho appena utilizzato.

I bambini puntano spesso i piedi quando fanno i capricci. Vogliono assolutamente una cosa e niente e nessuno può riuscire a convincerli a cambiare idea. “Puntare i piedi” in pratica significa non cambiare idea, rimanere ostinatamente sulle proprie posizioni.

Ma perché i piedi? I piedi si puntano quando non ci si vuole muovere da quel posto.

L’immagine è quella di restare fermo, puntigliosamente, in una convinzione.

Si dice spesso anche “impuntarsi”, come se piantassimo una punta a terra per non muoversi.

Ci sono molti verbi che si possono usare al posto di questa espressione: incaparbirsi, incaponirsi, insistere, intestardirsi, ostinarsi, ed anche l’espressione “tenere il punto“. Quest’ultima è meno informale ma il senso è identico: non cedere per ostinazione.

Queste frasi si usano quando c’è una forte pressione esterna ma nonostante questo si resiste, si tiene il punto, si puntano i piedi, non si cede a queste pressioni. C’è il senso della resistenza e della caparbietà.

Chi punta i piedi quindi non vuole cedere, non vuole demordere, non vuole desistere, non vuole mollare, non vuole arrendersi. 

Spesso accade perché questa persona che punta i piedi si è offesa, se l’è presa per qualche motivo, è un po’ risentita per chissà quale ragione.

Adesso ripassiamo:

Xiaoheng: si batte la fiacca oggi? Nessuno se la sente di fare un ripasso?

Ulrike: Ma va! Abbassiamo i toni. Certo che anche oggi ci gira bene per fare un ripasso.

Carmen: E per giunta, senza remore, ci buttiamo a capofitto nel lavoro

Olga: vero, ma riguardo al parlare ho sempre un groppo in gola quando devo fare una registrazione.

Sofie: questo la dice lunga sull’importanza di questi ripassi e di parlare spesso . Se non lo facciamo rischiamo di mandare a monte ciò che abbiamo imparato.

Anthony: Ma va! Non gufare. Sulla scorta di ciò che abbiamo detto fino ad ora, si vede che ci destreggiamo bene qua nell’associazione .

421 In primo luogo

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L’espressione di oggi è “in primo luogo“, che si può utilizzare in ogni circostanza. Ciò che conta è che stiate parlando di priorità.

Vediamo qualche esempio:

Come risolviamo il problema dell’inquinamento?

In primo luogo si dovrebbe fare un accordo internazionale.

Questa è la cosa più importante: fare un accordo tra tutte le nazioni del mondo.

Allora “in primo luogo” è un modo per sottolineare l’importanza di una cosa.

E’ simile a “innanzitutto” ed anche a “prima di tutto” che però sono un pochino più informali.

Anzitutto“, quasi uguale a “innanzitutto”, è un altro modo anch’esso meno informale per esprimere una priorità.

“Anzi” infatti significa “innanzi”, cioè “che precede”, quindi che sta “davanti”, si intende davanti per importanza. Quindi è la prima cosa in ordine di importanza. Ma questo lo vediamo meglio nel prossimo episodio.

In primo luogo, tra tutte le modalità indicate è la più formale e la più adatta alla forma scritta, anche nel caso di importanti email di lavoro.

E’ una formula che si utilizza semplicemente per introdurre un argomento che si ritiene fondamentale in una serie di questioni. E’ fondamentale usare la preposizione “in” sebbene per uno straniero può sembrare strano. Si tratta di una locuzione, quindi non bisogna farsi troppe domande ma imparare come si usa l’intera locuzione. Ad esempio:

Se crolla un ponte, in primo luogo bisogna vedere se qualcuno è rimasto ferito. In secondo luogo bisogna capire come è potuto accadere, in terzo luogo è necessario verificare le responsabilità.

Ma la cosa più importante è vedere se qualche persona ha subito danni, se è rimasta ferita o uccisa nell’incidente. Per questo motivo utilizzo la locuzione “in primo luogo“.

Notate che si usa anche dire “in ultimo luogo“, per indicare non necessariamente la cosa meno importante, ma spesso è solo una cosa da non dimenticare,o che serve a terminare un discorso o una serie di cose da dire. Quindi è una cosa anch’essa importante. A volte si potrebbe dire anche: “per ultimo“, o “ultimo, ma non per importanza” o anche “per concludere“.

“In primo luogo” si utilizza ogni volta che siamo in contesti abbastanza formali, oppure stiamo scrivendo un documento dove analizziamo una serie di aspetti, un insieme di cause, una lista di problemi, qualunque cosa abbia bisogno di ordine per iniziare a ragionare su come affrontare una questione. Quindi il bisogno di dare un ordine a questioni serie giustifica l’uso di “in primo luogo”.

Non è il caso allora di usare sempre “in primo luogo”, e anche “in secondo luogo” eccetera, proprio perché il contesto può non esser così serio e formale. In questi casi meglio usare “innanzitutto”, e “poi” o “inoltre”, oppure anche “prima di tutto” o “per prima cosa”. Ad esempio:

Innanzitutto vi ringrazio per la vostra attenzione, e poi voglio dirvi quanto sono felice di essere qui in questo momento.

Se non riuscite a imparare la lingua italiana la responsabilità è prima di tutto del vostro professore. Inoltre bisogna vedere se siete coinvolti e motivati nell’apprendimento.

In ultimo luogo… anzi meglio dire “per finire“, che è più informale, vi lascio al ripasso del giorno.

Anthony: siamo arrivati all’episodio 421 ragazzi! Questo significa che nel giro di 1 anno saremo arrivati almeno a 700.

Ulrike: sì, fermo restando che non dimentichiamo come si usano tutte queste espressioni

Carmen: Il problema non si pone se continuiamo ad ascoltare i nuovi episodi via via

Rafaela: infatti, in fondo basta dedicare 10 minuti al giorno all’italiano. Che sarà mai!

420 Vedere le brutte

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L’espressione di oggi è “vedere le brutte“.

Un’espressione informale, che si utilizza in caso di gravi rischi. Il verbo “vedere” si usa in senso figurato. Non stiamo usando gli occhi ma il nostro intuito, la nostra immaginazione.

L’espressione è del tutto analoga a “vedersela brutta“. Una usa il singolare (brutta) e una il plurale (brutte).

L’uso dell’una o dell’altra dipende dal momento in cui si parla ma anche dalla differenza tra rischio potenziale e rischio effettivamente vissuto, corso.

Se parlo del passato, normalmente si usa vedersela brutta. Ad esempio:

Qualche anno fa me la sono vista brutta quando ho avuto un incidente.

Significa che ho rischiato di morire, ho corso il rischio di morire, di perdere la vita, ma fortunatamente non è accaduto. Sicuramente però ho avuto paura di non farcela.

Si può usare in tutte le circostanze simili, non solo parlando di rischio di morte:

Nel 2020 col nostro ristorante ce la siamo vista brutta, ma nel 2021 ci riprenderemo.

In questo caso abbiamo rischiato di fallire, e il fallimento è la morte di un’attività economica.

Anche in questo caso però alla fine è andata bene. Stiamo parlando in un momento successivo.

Se invece parlo del futuro e il rischio è solo potenziale, meglio usare “vedere le brutte“, che si usa anche in situazioni meno drammatiche:

Domani mi interroga il professore con la didattica a distanza. Se vedo le brutte farò cadere la connessione.

Ecco. In questo caso vedere le brutte significa prospettare uno scenario negativo. Non è detto che accadrà.

Potrei anche dire:

Se me la vedo brutta farò cadere la connessione.

Ma suona un po’ male. Molto meglio usare “vedere le brutte”.

Quest’ultima espressione si usa maggiormente quando si parla del futuro, ma la vera differenza sta nel fatto che il rischio non è stato veramente corso: si sono “viste le brutte“, o si potrebbero “vedere le brutte” cioè poteva accadere qualcosa di brutto di negativo, ma non è accaduto, o, nel futuro, sto dicendo che potrebbe accadere qualcosa di negativo.

Ad esempio:

C’è il mare in tempesta, non so se riuscirò a pescare oggi. Se vedo le brutte tornerò indietro.

Se parlo del passato viene spontaneo l’altra espressione, ma solo se il rischio corso è stato reale, altrimenti meglio vedere le brutte:

C’era il mare in tempesta ieri. Me la sono vista brutta  (un rischio reale, vero) perché la barca si stava rovesciando. Mi sono salvato per miracolo.

C’era il mare in tempesta ieri, ho provato ad andare a pesca, ma quando ho visto le brutte sono subito tornato indietro.

Al presente invece, proprio quando sto provando la sensazione che qualcosa di brutto sta accadendo (ma non è ancora accaduto nulla) si una “la vedo brutta”, che è un mix tra le due espressioni precedenti. Esprime pessimismo:

Come andrà l’esame? La vedo brutta sai?

Che mare mosso che c’è. La vedo proprio brutta. Che ne dici se rinunciamo?

Che dici oggi pioverà? Io la vedo brutta andare a passeggio. Guarda che nuvoloni.

Va beh, proviamo, se vediamo le brutte prendiamo l’ombrello.

Spesso si dice anche “la vedo male“, un’altra modalità informale. Il contrario è ovviamente “la vedo bene“. Si tratta di previsioni. “La vedo bella” invece non si usa in questo caso. Quest’ultima espressione ha solo un senso proprio e non figurato. A proposito del verbo “vedere” usato in questo modo c’è anche l’episodio n. 206. La frase spiegata è “come la vedi“. Date un’occhiata se non ricordate.

Adesso però ripassiamo un po’, ma non prima di dirvi che stiamo organizzando la prossima riunione dei membri dell’associazione Italian Semplicemente, che si terrà in Molise a fine giugno del 2021. Adesso la paroala  Anthony, uno di quelli che ci tiene particolarmente a venire in Italia ed incontrare gli altri membri.

Anthony: SULLA SCORTA DI ciò detto da Giovanni riguardo alla prossima riunione dell’associazione, ci vedremo di persona in Molise NEL GIRO DI 6 o 7 mesi. Però questa riunione si farà solamente se i vaccini che stanno per sbarcare sul mercato si rivelano una vera e propria MANDRAKATA. Parlando dei vaccini e il probabile ritorno alla normalità che ne conseguirà mi chiedo se riuscite a CAPACITARVI di quanto la gente abbia voglia di FARE BISBOCCIA, OSSIA SBALLARSI di nuovo come ragazzi in discoteca! Messo in questa luce, l’anno a venire promette di essere assai più’ interessante di quello attuale. Non TROVATE?

419 Un pezzo

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    Ciao ragazzi, è un pezzo che non ci sentiamo vero?

    Allora ne approfitto per spiegarvi una locuzione interessante che ho appena utilizzato.

    Ho detto che è un pezzo che non ci sentiamo, cioè non ci sentiamo da un po’ di tempo.

    Si usa spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni.

    È da un pezzo che non vado in Italia in vacanza.

    Non ci vediamo da un bel pezzo

    È da un pezzo ormai che studio l’italiano con Italiano Semplicemente.

    Un pezzo non significa un tempo preciso, significa un po’ di tempo, non poco tempo comunque. Dipende, può essere qualche giorno, qualche mese o qualche anno, dipende da ciò di cui sto parlando. Comunque il senso è abbastanza tempo, o anche molto tempo.

    Si dice spesso anche “da qualche tempo” o anche “da un po’“, o anche “un po’“.

    Inoltre la preposizione “da” in realtà non è sempre obbligatoria.

    Quando la frase inizia col verbo essere e solo in questo caso posso omettere “da”:

    È un pezzo che non ci vediamo

    e

    È da un pezzo che non ci vediamo

    Hanno lo stesso significato.

    Era da un pezzo che non facevo una bella passeggiata

    È uguale a:

    Era un pezzo che non facevo una bella passeggiata

    Invece se ad esempio dico:

    Non ci vediamo da un pezzo

    Mangiamo in questo ristorante tutti i giorni ormai da un pezzo

    In questi casi non c’è il verbo essere e non posso togliere “da“.

    Vabè, nonostante non sia un pezzo che sto parlando, meglio finire l’episodio adesso.

    Ma non prima di aver ascoltato una frase di ripasso.

    Irina: Ieri era il compleanno di mio marito. Per l’occasione ho prenotato la cena nel migliore ristorante della città, che va per la maggiore.
    Non è un posto per fare una capatina . Il ristorante infatti è appannaggio solo delle persone vestite elegantemente.
    Stavo scalpitando dall’impazienza tutto il giorno. Finalmente il sole è volto al tramonto.
    Il ristorante si trova a ridosso del fiume. È veramente un posto all’insegna di lusso e stile.
    C’era musica dal vivo . Un pianista ha eseguito improvvisazioni jazz.
    Siamo stati accompagnati al nostro tavolo, Abbiamo ordinato il cibo, e per prima cosa è arrivata l’insalata. Ho iniziato a mangiare. Di punto in bianco un grande insetto nero è strisciato fuori dalla mia insalata. Involontariamente io sono saltata per lo spavento.
    Beh, forse questo significava che l’insalata era super fresca, però per me comunque era una magra consolazione. Il cameriere avendo visto l’incidente mi è venuto incontro subito. Di lì a poco mi ha portato un piatto fresco, ma si vedeva che gli rincresceva ancora per l’avvenimento. Mi ha promesso di fare tutto come si deve. .
    Il resto della cena infatti è andato senza intoppi. Il cibo era prelibato, e a prescindere da tutto la sera era romantica. Infine, quando è arrivato il momento di pagare il conto ho scoperto che non mi hanno fatto pagare per niente. Ho Non ho speso un solo centesimo.
    Che fortuna! Quale piega inaspettata ha preso la serata!

Avere voce in capitolo

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L’espressione che vi spiego oggi ha a che fare con l’importanza di una persona. Forse dovrei parlare di autorevolezza di una persona.

Una persona è autorevole quando è stimata, quando ha credito nei confronti degli altri, quando cioè gli altri si fidano di lui o lei.

Questa espressione è “avere voce in capitolo”.

Quanto conta, quanto è importante ciò che dice una persona? Ebbene, se una persona non ha voce in capitolo, allora non è autorevole, non conta niente, ciò che dice non è importante per le altre persone. “Non avere voce” quindi non indica l’assenza della voce ma l’effetto è lo stesso. Nessuno ti ascolta. Se invece hai autorità, se hai voce in capitolo, allora sei importante, le persone ti ascoltano, o per volontà o per diritto.

L’espressione si può usare infatti anche quando si parla di diritti.

Ad esempio tutti i figli hanno voce in capitolo quando si parla di ricevere l’eredità. Almeno in Italia funziona così.

Il termine capitolo sembra del tutto estraneo al contesto. In effetti deriva dalla riunione dei monaci che si chiamava in antichità “capitolo”.

I monaci non erano tutti uguali, perché c’erano i novizi, cioè gli ultimi arrivati, la cui opinione non era importante come quella dei monaci più anziani, più auterevoili dei novizi. Questi novizi non potevano parlare durante la riunione quotidiana: non avevano voce in capitolo.

Oggi l’espressione è di uso quotidiano, di uso abbastanza informale.

Adesso proporrei che alcuni membri facciano alcuni esempi con l’espressione di oggi. Esempi che invito tutti gli ascoltatori a ripetere.

Inizio io:

Con i miei figli ho sempre meno voce in capitolo. Più crescono e più vogliono fare come dicono loro… .

Irina: so di essere solo una principiante qui. Però sono stufa di non avere voce in capitolo.

Xiaoheng: Di fronte alla sfida di registrare una frase di ripasso, lanciata da Gianni, il presidente dell’Associazione Italiano semplicemente, Irina, disperata, non sapeva cosa dire. È arrivata a dire di non avere voce in capitolo, come avete ascoltato dalla sua voce.
Ma è risaputo che IS è un’associazione democratica, dove spetta a tutti di diritto parlare liberamente.

Giovanni: e questo è quanto.

– – –

L’episodio è contenuto anche nel seguente audiolibro in venditda su Amazon

 

Non raccontarla giusta

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Oggi parliamo di sospetti. Un sospetto è simile ad un dubbio, nel senso che è un dubbio che riguarda la colpevolezza di una persona.

Se ho un sospetto significa che ho un’opinione più o meno fondata, più o meno credibile, verosimile, che fa ritenere qualcuno responsabile di un’azione colpevole. Quindi io credo che una persona si colpevole di aver fatto qualcosa. Questo dubbio si chiama sospetto.

Ebbene, se questa persona cerca, secondo noi, di non apparire colpevole, se secondo noi dice delle bugie, ma io continuo a sospettare di lui o lei, in questi casi potrei dire che “non me la racconta giusta“. La frase è adatta soprattutto se noto che c’è qualcosa che non va, se noto che ci sono delle cose che mi fanno sospettare, delle incongruità ad esempio, delle contraddizioni. Qualcosa non mi torna.

Ad esempio: Qualcuno rompe il vetro della mia finestra. Ci sono dei ragazzi che giocavano a pallone, tra cui Giovanni. Allora gli chiedo: Giovanni, sei stato tu? Lui nego.

Giovanni però non me la racconta giusta. perché ho visto che tutti guardavano lui.

Non sono del tutto convinto se pronuncio o se penso questa frase. Però ho dei sospetti.

Un altro esempio:

Gli studenti hanno preso tutti il massimo dei voti, ma la volta precedente quasi nessuno aveva raggiunto la sufficienza….. mi sa che non me la raccontano giusta!

Ho evidentemente dei sospetti perché trovo molto strano che adesso tutti siano diventati bravissimi. Ho cioè il sospetto che abbiano copiato.

I genitori usano questa frase spesso con i propri figli quando sospettano che gli stiano nascondendo qualcosa. La verità raccontata può essere anche solo parziale, per rendere più credibile la storia.

Si usa il verbo “raccontare” come se si trattasse di una storia o di un avvenimento passato. In effetti spesso è così, ma in realtà l’espressione si può usare con qualsiasi tipo di sospetto.

Si tratta di una espressione informale e può essere offensiva. Non si usa nello scritto, dove si preferisce usare l”destare sospetti“. Quindi la persona che desta sospetti indubbiamente non la racconta giusta!

Destare significa far nascere, far venire, quindi si sta dicendo la stessa cosa: un dubbio sta nascendo, sta sorgendo, un sospetto sta emergendo.

L’espressione si usa quasi esclusivamente con la negazione. Se uso la frase senza negazione probabilmente sto negando di non raccontare tutta la verità, tipo:

Cosa? Non credi alle mie parole? Certo che te la racconto giusta, mica sono un bugiardo!

Ma perché “giusta?” Al femminile perché si riferisce ad una storia, come ho detto. Invece “giusta” nel senso di esatta, (il contrario di sbagliata), quindi è una storia non giusta, Non pariamo di giustizia, ma di giustezza.

Ad esempio se vi credo. Indovinate quanti anni ho? Se rispondete in modo giusto, avete risposto esattamente, avete indovinato. Al contrario avete sbagliato. Se una risposta è sbagliata, allora non è giusta, che è completamente diverso da “è ingiusto“. Non parliamo di giustizia e di ingiustizia, ma solo di esattezza, e l’esattezza, cioè la giustezza, non ha sfumature, non ha gradazioni. O è giusta oppure no.

Quindi la frase “non me la racconti giusta” sta a significare che la tua storia non è giusta, ovviamente in senso figurato. Quello che hai detto non corrisponde alla verità, ed anche se c’è qualcosa di vero, resta una cosa “non giusta”.

La frase posso, anche in senso affermativo, usarla anche in senso proprio, non figurato:

Ti racconto una storia e spero di raccontarla giusta, perché non sono sicuro di ricordami bene.

Aspetta, non la sto raccontando proprio giusta, ho paura che tu non capisca bene. Cerco di ricordare meglio e ci sentiamo domani

Adesso ripetete dopo di me, tanto per non perdere il vizio:

Mmm… Tu non me la racconti giusta!

Guardami negli occhi, non me la racconti giusta!

Credo che Marco non me la racconti giusta.

Secondo me Giuseppe non te la racconta giusta.

Secondo te Sofia ce la sta raccontando giusta?

Se non gliela raccontiamo giusta secondo me se ne accorgeranno!

I vostri figli secondo me non ve la stanno raccontando giusta. Io vi consiglio di approfondire.

Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.


Questo episodio è stato inserito anche nell’audio-libro “Frasi idiomatiche italiane” in vendita su Amazon

Audiolibro Italiano Semplicemente: "Espressioni idiomatiche italiane"

Fare spallucce

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Giovanni: Buongiorno, oggi voglio spiegarvi una bella espressione italiana, ma prima della spiegazione voglio fare una proposta ai visitatori di Italiano Semplicemente.
La proposta è che chi si iscrive oggi alla newsletter del sito Italianosemplicemente.com riceverà in regalo l’accesso alla cartella dei primi 100 episodi audio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, grazie alla quale potrete iniziare un percorso di miglioramento della lingua italiana.

Se siete in grado di capire ciò che dico e che scrivo evidentemente farete grossi passi in avanti.

Quindi chi si iscriverà verrà abilitato alla cartella con questi 100 episodi audio.

Spero che di fronte a questa proposta non farete spallucce.

Questo è l’argomento di oggi: fare spallucce.
Fare spallucce significa dimostrare disinteresse o disprezzo nei confronti di chi afferma qualcosa che si considera irrilevante. Fare spallucce è un gesto abbastanza offensivo direi. Quando non siete interessati a qualcosa alzate le spalle come a dire: non mi interessa!
Si dice in modo più semplice “alzare le spalle”.
Vediamo qualche esempio:

Ragazzi, ho una proposta per voi. Spero non alziate le spalle.
Ho detto a mia moglie che avevo un regalo per lei ma ha fatto spallucce. Basta. Chiedo il divorzio!!
Sei un egoista. Fai sempre spallucce quando ti dico che ho un problema!

E’ un gesto quindi. Stiamo parlando del gesto di stringersi nelle spalle, o alzare le spalle leggermente. In realtà non serve solamente a esprimere disinteresse.

Il gesto può sostituire diverse frasi:

Non mi interessa
Boh, e che ne so io?
Io non ne so nulla.
Io non lo sapevo
Non so, non lo chiedere a me
Non saprei proprio
Non saprei che dirti
Ma che ne so!

Ci può essere quindi indifferenza ma spesso anche solo disinteresse. Dagli esempi fatti può sembrare che si faccia questo gesto anche quando non si conosce qualcosa.

In realtà non si fanno spallucce semplicemente quando non si conosce qualcosa, ma anche quando non si è interessati a questa cosa.

Spesso lo si fa anche quando ci si vuole giustificare di fronte ad un’accusa, quindi si accompagnano alcune frasi con questo gesto delle spalle.

Ma io non ne sapevo nulla!
Non è colpa mia!
Ma io non sapevo di fare una cosa sbagliata!

Allora se non fate spallucce 🤷‍♂️ anche voi alla mia richiesta iscrivetevi alla newsletter.
Se non sapete come fare potete semplicemente inviarmi una richiesta nella pagina della trascrizione di questo episodio.
Alla prossima.

25 – I pezzi di ricambio – ITALIANO COMMERCIALE

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Lezione 25 di due minuti con Italiano commerciale.

Molti clienti, quando entrano in un negozio, stanno sono alla ricerca di pezzi di ricambio…

24 – La gamma e l’assortimento – ITALIANO COMMERCIALE

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Trascrizione

Lezione 24 di due minuti con Italiano commerciale.

Il termine gamma è molto usato nel commercio, soprattutto nella pubblicità:

Il nostro negozio ha una vasta gamma di prodotti per animali

Abbiamo a disposizione un’ampia gamma di prodotti biologici

Possiamo offrirvi una gamma completa di prodotti per la casa

Se desidera prodotti di qualità, ha a disposizione un’ampia gamma di possibilità.

Dunque parliamo di una vasta scelta, stiamo dicendo che ci sono molte possibilità di acquisto di prodotti di quel tipo.

Parliamo di un ambito determinato di prodotti, di una topologia di prodotto.

Se un cliente chiede:

Vendete dei monitor per PC?

Se ne avete di molte tipologie diverse potete rispondere:

Certo, ne abbiamo una vasta gamma

Venga con me, vedrà che ne disponiamo di un’ampia gamma: 12 pollici, 15 pollici, leggeri, ad alta definizione eccetera.

Naturalmente! C”è un’ampia gamma/possibilità di scelta a seconda delle sue preferenze e della disponibilità economica.

E’ però importante dire che il termine più adatto a sostituire gamma è: “assortimento“. Assortimento è più professionale e più adatto alla forma scritta.

C’è un vasto assortimento di prodotti disponibili

L’assortimento di cravatte è molto vasto: ce ne sono di vario colore e disegno.

Il negozio dispone di un vasto assortimento di giocattoli.

Gamma e assortimento: Parliamo in generale di una serie di oggetti che si differenziano tra loro per alcuni particolari e offrono possibilità di scelta.

Il termine assortimento ha anche un utilizzo aggiuntivo. Serve ad indicare l’operazione mediante la quale si raggruppano merci che presentano le stesse caratteristiche.

L’assortimento di cravatte si trova in fondo a destra

In un supermercato i prodotti vengono infatti assortiti, cioè raggruppati per tipologia. Altrimenti i clienti non riuscirebbero a trovarli.

Esiste infatti il verbo assortire.

Assortire un negozio ad esempio significa rifornire il negozio di varie qualità di merce.

Solo in questo modo il negozio diventerà assortito.
E solo in questo modo potrete dire che nel vostro negozio c’è un vasto assortimento di merce.
Se avete solo un tipo di computer, solo un tipo di monitor e solo un tipo di carta per stampanti non potrete dire che avete un vasto assortimento di prodotti, neanche se avete 1 milione di prodotti in vendita.

Abbaiare alla luna

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Avete mai abbaiato alla luna? Sicuramente vi sarà successo, ma non come fanno i cani o i lupi.

Intendo dire, vi è mai successo di prendervela con qualcuno che però non reagisce per niente? In quel momento capite che state abbaiando alla luna, proprio come fanno i cani o i lupi che abbaiano contro la luna, forse per protestare per la luce eccessiva. Non sperate che la luna vi risponda! La luna non risponderà.

Ebbene, questa espressione si usa spesso con i figli, che non ascoltano mai i genitori, e i genitori continuano quindi ad abbaiare alla luna.

Potete usarla comunque con chiunque per indicare che la vostra protesta non sortisce alcun effetto apparente sul destinatario.

Non mi ascolti mai, con te è come abbaiare alla luna!

Ho provato a protestare con il direttore ma come al solito mi sembra di abbaiare alla luna!

Se non vogliamo usare l’immagine della luna potremmo dire “imprecare a vuoto“, Il significato è sempre lo stesso: agitarsi inutilmente, protestare inutilmente, inveire inutilmente.

 

Restare a bocca asciutta

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Ancora una frase fatta, un modo di dire, un’espressione idiomatica.
Io sono Giovanni e quello che state ascoltando è un altro episodio di italianosemplicemente.com.

Cosa succede se a ora di pranzo o di cena scoprite che non c’è nulla da mangiare?

Restate a bocca asciutta.

Questo è quello che succede: restate a bocca asciutta.

Asciutta è il contrario di bagnata e umida anche. Simile a secca. Insomma senz’acqua. Ci si riferisce all’acquolina, che si forma nella nostra bocca quando mangiamo. Ma siccome non c’è nulla da mangiare, la nostra bocca rimane asciutta.

Una frase informale che potete però usare ogni volta che si prevedeva di ottenere qualcosa, non solo cibo, ma alla fine non si ottiene nulla.

Faccio un esempio:

Ci sono le elezioni e uno dei candidati è sicuro si vincere e invece viene sconfitto. Credeva si essere eletto e invece è restato a bocca asciutta.

Si può usare anche il verbo rimanere.

È rimasto a bocca asciutta.

Non è mai piacevole rimanere a bocca asciutta.

Avete mai visto cosa succede quando durante un compleanno un bambino non ha il suo pezzo di torta?

La torta finisce e lui resta senza niente, rimane a bocca asciutta nonostante le premesse favorevoli.

C’è insoddisfazione naturalmente. Si potrebbe dire rimanere insoddisfatti, delusi dopo avere sperato in qualcosa.

Sarà per la prossima volta.

Ripeti dopo di me:

Sono rimasto a bocca asciutta

Spero di non rimanere a bocca asciutta

Attento, potresti restare a bocca asciutta

La Juventus quest’anno resterà a bocca asciutta.

Ci sentiamo alla prossima espressione italiana.

Ps: notare come “a” in questa frase ha il senso di “con”. Succede anche in altre frasi simili:

Uscire a testa alta

Rimanere a pancia vuota

Fare a modo mio

Abbassare la cresta

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Abbassare la cresta è una frase fatta che si sente spesso in Italia.

Una frase divertente, ma è anche un po’ offensiva che significa varie cose.

Se io ti dico che devi abbassare la cresta può significare:

– non fare l’arrogante

– non fare il presuntuoso

– non avere così tante pretese

– cerca di rispettarmi di più

– scendi dal piedistallo

– non fare il superiore

È una frase che si dice a chiunque cerchi di fare il prepotente o che ha troppe pretese.

Per capire bene dovete sapere che la cresta è ciò che i galli hanno in testa. La cresta è di colore rosso.

E il gallo, si sa, vuole essere il Re 👑 del pollaio. Il gallo 🐓 tiene sempre la cresta alta, a meno che perde il combattimento con un gallo più forte di lui.

A quel punto abbassa la cresta.

Questo per riconoscere la superiorità dell’avversario.

Un’espressione che arriva dal mondo contadino dunque.

Ci vediamo alla prossima frase fatta.

A babbo morto

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L’espressione “a babbo morto” si utilizza nella lingua italiana quando si parla di soldi.

Precisamente quando si prestano i soldi ad una persona.

Prima o poi i prestiti vanno restituiti giusto?

I soldi devono tornare indietro, devono essere restituiti.

Ebbene, quando avverrà la restituzione dei soldi? Quando avremo i nostri soldi indietro?

Se dico che il prestito mi verrà restituito a babbo morto, voglio dire che non c’è alcuna certezza su quando questo avverrà.

Non c’è una data precisa, e probabilmente questo avverrà tra molto tempo, quando il babbo sarà morto.

Ovviamente questo è solo un modo di dire, una frase fatta. Il babbo è il padre, il papà, nel linguaggio familiare.

Quindi i soldi torneranno quando il papà sarà morto. Questo è il senso letterale della frase.

La preposizione “a” viene usata per indicare quando qualcosa accadrà. Questo non è l’unico caso in cui si fa questo:

A giochi conclusi = quando i giochi saranno conclusi

A pancia piena = quando la pancia sarà piena

A partita finita = quando la partita sarà finita

Ma perché si usa dire “a babbo morto? E’ quello che avviene, se ci pensate, quando si riceve un’eredità.

Dobbiamo aspettare la morte prima di ereditare, prima che ciò che era di mio padre diventi mio. E la morte non si sa quando arriverà. Quindi se un ragazzo prende un prestito, quando suo padre morirà, riceverà l’eredità e potrà ripagare il prestito.

Naturalmente è una frase informale. Si usa proprio per evidenziare l’incertezza legata alla restituzione del prestito.

Tieni questi soldi, me li restituirai a babbo morto.

Ho prestato 1000 euro al mio amico, ma credo che li rivedrò a babbo morto.

Spesso è solo un modo ironico per dire MAI!! Non li avrò mai indietro!!

La stretta

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corso di italiano professionale

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Cos’è una stretta?

La stretta più conosciuta è la stretta di mano.

Infatti quando due persone si conoscono si STRINGONO la mano.

Il verbo stringere quindi è all’origine della stretta: quando stringo qualcosa do una stretta.

Quando stringete qualcosa date una stretta.

Col verbo stringere si usa il verbo dare.

Dare una stretta di mano

Dare una stretta ad una vite

Dare una stretta ad un bullone

Dare una stretta alla cintola

Dare una stretta ai lacci delle scarpe

La stretta è quasi sempre legata all’allentamento.

Allentare infatti è il contrario di stringere.

Si può anche allentare una stretta.

Ehi, mi stai stringendo troppo forte la mano. Devi allentare la stretta!

Allenta la cinta, l’hai stretta troppo.

Devo allentare un po’ i lacci delle scarpe, li ho stretti troppo.

Una stretta quindi è una pressione intorno ad un corpo o su almeno due punti.

Con un dito si preme (verbo premere), ma con una mano si può anche stringere.

Il verbo stringere però si usa anche in senso figurato.

Esiste anche la stretta al cuore o a una qualsiasi parte del corpo .

È un dolore forte, acuto e circoscritto, si chiama anche fitta: una fitta

Avvertire una fitta, sentire una fitta è come avvertire un forte dolore in un punto.

Se però parlate del cuore, se non si tratta di un infarto, non è un vero dolore, ma una forte emozione di solito negativa.

La mia fidanzata mi ha lasciato e ho provato una stretta/fitta al cuore.

Ultimamente però, in tempi di covid-19, la stretta più usata, quella che si sente utilizzare maggiormente è quella economica e quella delle libertà.

Il governo è pronto ad una nuova stretta per contrastare la pandemia

stretta del governo

In questo caso si dovrebbe parlare di RESTRIZIONE e non di stretta.

Si sta parlando di restringere le libertà, ridurre, oppure di politiche economiche restrittive.

La stretta di cui si parla quindi fa riferimento ad un restringimento, ad una restrizione delle libertà.

Tutti i governi del mondo, chi più, chi meno, hanno imposto delle strette alla popolazione.

Poi c’è anche un altro significato legato al precedente.

“Essere alle strette” infatti significa essere in una situazione molto difficile.

Quando siamo alle strette spesso siamo costretti a fare qualcosa. Non ci sono molte alternative perché in senso figurato non abbiamo molta libertà di movimento, non abbiamo molte scelte.

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Un allenatore di una squadra di calcio è alle strette quando deve assolutamente vincere per non essere esonerato.

D’altronde quando “stiamo stretti” vuol dire che siamo vicini, troppo vicini e non riusciamo a muoverci.

Su un autobus pieno di persone si sta molto stretti infatti.

Infine, ancora un altro uso del termine “stretta“: quando siamo alla stretta finale vuol dire che siamo al momento decisivo, al momento culminante.

Tra una settimana ci sono le elezioni? Allora siamo alle stretta finale!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

Siamo agli ultimi 100 metri della maratona? Siamo alla stretta finale!

E’ alla stretta finale che si decide qualcosa di importante, manca poco tempo, il tempo rimasto si RESTRINGE sempre di più.

Allora adesso ripetete dopo di me:

Piacere di conoscerla: Dare una stretta di mano.

Dare una stretta ad una vite. L’hai stretta bene?

Dare una stretta ad un bullone: ecco fatto, adesso è ben stretto!

Sono dimagrito, devo stringere la cinta! Devo dare una stretta alla cinta 

Si sono allentate le scarpe: Dare una stretta ai lacci delle scarpe

Il Governo è pronto ad una nuova stretta!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Ho tradito mia moglie, lei mi ha scoperto e mi ha messo alle strette, mi ha detto di scegliere: o lei, o la morte!

23 – Vendite online: rispondere con un messaggio automatico – ITALIANO COMMERCIALE

File audio e trascrizione dell’episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Descrizione

Vediamo insieme quali tipi di messaggi possono essere inviati ai clienti che hanno appena acquistato un nostro prodotto online.

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