Paura di parlare in italiano?

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Descrizione

In questa puntata di italiano semplicemente Ulrike, membro della nostra associazione, utilizza molte espressioni italiane che ha imparato sulle pagine del sito.

Trascrizione

Voglio parlare del parlare, e precisamente della paura di uno straniero di parlare l’italiano. Volevo farlo già da un bel po’ di tempo, *vuoi per* esercitarmi, *vuoi dopo* aver scoperto che siamo in tanti noi stranieri che cerchiamo di evitare un discorso a voce. Allora adesso colgo l’occasione e prendo il toro per le corna:. Mi chiedo perché si riesca a scrivere in una chat apparentemente senza problemi (certo con degli errori), ma almeno senza o con poca paura di farne, ed invece sì abbia molta paura di parlare. Perché fra le due possibilità di comunicare si preferisce solitamente la scrittura? A me pare che i problemi comincino ad emergere quando si inizia ad usare la propria voce.

Il suono della propria voce, quando si pronunciano parole straniere, sembra una cosa quasi che non ci appartiene, quasi la voce di un alieno.

Chi parla, sono proprio io? Poi, con la tua voce, facendola ascoltare ad altri, riveli un po’ della tua personalità, fai sentire le tue incertezze in modo più diretto, più vicino a chi ascolta; si sente il tuo respiro, i sottili rumori della lingua, ci si accorge come sei in cerca delle parole giuste per esprimere quello che vuoi trasmettere, si può notare la tua agitazione. Così la distanza fra te e i tuoi interlocutori viene ridotta e tu risulti più esposto a critiche. Una difficoltà particolare si incontra nei discorsi con degli interlocutori invisibili come nel gruppo Whatsapp dell’ Associazione Italiano Semplicemente, perche registrando il tuo messaggio parli quasi nel vuoto. Putacaso vedessi la mimica, anche un solo sguardo, una qualunque reazione immediata al tuo intervento vocale, potresti scoprire subito se sei stato comprensibile e saresti quindi in grado di reagire a tua volta, magari cercando un’altra parola, fare delle domande. Insomma potresti provare a spiegarti meglio.
Tutti questi aspetti – tra l’altro – compongono quello che chiamiamo timidezza o paura di parlare. Conoscete il detto la paura fa novanta? Significa che la paura stimola nel fare cose a volte impossibili. Nel parlare invece questo detto non vale per niente. Cosa fare allora per superare la preoccupazione che parlando si faccia cilecca nel senso di non raggiungere l’obiettivo comunicativo sperato? Permettetemi qualche pensiero e di dare alcuni suggerimenti all’ascoltatore in merito: Il primo: comincia a leggere ogni tanto ad alta voce qualche pezzo del tuo libro italiano preferito o di un qualsiasi testo in italiano. Poi cerca di parlare come mangi, quindi in parole povere, cioè in modo semplice, almeno quando parli spontaneamente senza precedente preparazione.
Terza proposta: comincia con poche parole, forse solo con un breve saluto. Dopo un po’ continua con poche frasi, volendo anche con l’aiuto degli appunti preparati prima. Ci vuole parecchia pazienza per ottenere più sicurezza ma così il gioco funziona e piano piano ci si butta a parlare più facilmente e più spesso in modo spontaneo. Restano i molti errori che credevi superati, ma ciò vale anche per la comunicazione scritta, che è tutta un’altra cosa. Gli errori non sono importanti! Checché se ne dica, c’è solo un modo di imparare a parlare e questo è propri PARLARE!

Fattene una ragione e datti il via libera per il prossimo messaggio a voce.

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Vuoi per

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Spiegazioni aggiuntive senza trascrizione

Video con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno ragazzi, e benvenuti ai nuovi ascoltatori di Italiano Semplicemente e a tutti coloro che, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, continuano a seguirci: c’è chi sceglie Italiano Semplicemente per imparare la lingua italiana in generale, c’è chi invece ama ascoltare mentre guida (ad esempio, o fa ginnastica), c’è chi semplicemente ama la melodia di questa lingua e c’è anche chi vuole imparare l’italiano formale e professionale. Insomma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, siete in molti a seguirci, ed oggi quale espressione spieghiamo secondo voi? Spieghiamo proprio l’uso di “vuoi” in questo modo: “vuoi per“, o anche “vuoi perché“.

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Infatti come avete ascoltato, io ho utilizzato questa parola “vuoi” in un modo abbastanza insolito. L’obiettivo è spiegare qualcosa, dare delle spiegazioni, cercare delle motivazioni, delle cause, fornire dei motivi.

Quando ci sono più motivi, più motivazioni, diverse ragioni per spiegare qualcosa (un avvenimento, un fatto, un’idea, un’ipotesi possibile, eccetera) solitamente si usa “sia“.

Ad esempio:

io sono Giovanni e sono sia la voce principale di Italiano Semplicemente, sia il presidente dell’Associazione omonima.

Perché allora io non ho usato “vuoi per”? Anziché usare sia (due volte), all’inizio ho usato “vuoi per” due volte.

Ebbene, questa è una modalità diciamo equivalente a “sia”, ma non del tutto equivalente.

Qual è la differenza?

La differenza sta nel fatto che se usiamo “sia”, normalmente vogliamo fare un elenco puntuale di motivi, vogliamo essere precisi, stiamo facendo una lista di ragioni, di motivazioni o di cose, e questa lista è esaustiva, o quantomeno dovrebbe esserlo.

Esaustiva vuol dire che tende a esaurire, a trattare in modo compiuto e finito un determinato soggetto. Faccio una lista, una enumerazione, una elencazione esaustiva, completa e non esemplificativa.

Ad esempio posso dire:

Ieri ci sono state le elezioni sia in Brasile sia/che in Camerun.

Questa è una lista esaustiva, completa. Non ci sono altri paesi in cui ieri si sono svolte delle elezioni nazionali. In questo caso non posso usare “vuoi” perché la lista è puntuale.

Se invece voglio dare delle ragioni tra le quali rientrano alcune ragioni, allora meglio utilizzare “vuoi per” o “vuoi perché”.

Ad esempio:

Vuoi perché c’è la crisi, vuoi per via dei problemi legati all’immigrazione, in tutto il mondo stanno andando le destre al governo.

Oppure:

Vuoi perché recentemente non andavamo molto d’accordo, vuoi perché erano ormai 35 anni che si sopportavamo, Mario e sua moglie si sono lasciati.

Ecco, in questi due ultimi esempi, non voglio essere esaustivo; la mia intenzione non è essere puntuale, fare una elencazione precisa e determinata di ragioni che spiegano qualcosa. Invece scelgo volontariamente di essere generico, non puntuale, la mia intenzione è fare delle considerazioni non compiute, ma solo esemplificative; non esaustive quindi ma generiche.

Potrebbero esserci altre ragioni alla base della vittoria delle destre nel mondo? Certo, proprio questo voglio dire. Potrebbero esserci altre ragioni: magari anche perché i governi passati non hanno risolto abbastanza problemi, magari perché ne hanno creati di altri, e magari ci sono anche altre ragioni considerate valide, in base alla vittoria delle destre.

Ci sono, allo stesso modo, anche altre ragioni per cui Mario e la moglie si sono lasciati dopo 35 anni di matrimonio. Probabilmente è arrivato qualcun altro o è accaduto qualcosa che ha turbato l’equilibrio della coppia, magari non sono mai andati d’accordo Mario e la moglie.

In tutti questi casi meglio usare “vuoi” in luogo di “sia“.

Qualche volta capita di usare “vuoi” (attenzione^) anche per fare delle semplici liste, non esaustive ovviamente, ma sempre per spiegare qualcosa, per spiegare delle ragioni. In questi casi non c’è “vuoi per” o “vuoi perché”. Vediamo un esempio.

Ad esempio:

Mio figlio va male a scuola. Di chi è la colpa? La colpa è vuoi la sua, che non sta mai concentrato e gioca sempre con gli amici durante le spiegazioni, vuoi anche dei professori che non se ne accorgono, vuoi anche di noi genitori che non lo aiutiamo mai a fare i compiti.

In particolare: “vuoi anche” è la modalità per aggiungere delle ragioni in più.

La colpa è sua, ma vuoi anche mia, e vuoi anche di noi genitori.

Voglio farvi alcune considerazioni.

L’espressione “vuoi per” si usa spessissimo in un modo particolare:

Vuoi per un motivo, vuoi per un altro

Vuoi per una ragione, vuoi per l’altra

L’ho usata io stesso all’inizio dell’episodio due volte.

Questo tipo di frase è indicativa e ci fa vedere proprio bene perché e quando usare “vuoi” e non “sia”: vogliamo essere generici. In realtà può capitare anche di vedere questo genere di espressioni con “sia per” ma è sicuramente meno corretto e meno usato farlo.

Sia per” è meglio utilizzarlo invece quando voglio specificare puntualmente oppure quando vogliamo spiegare qualcosa e voglio utilizzare il verbo essere. Faccio due esempi per l’uno e per l’altro utilizzo:

Il riscaldamento globale della terra è causato sia da fattori ambientali sia antropologici.

Questo è un elenco puntuale. Oppure: verbo essere

Il riscaldamento globale dipende anche da fattori ambientali? Qualcuno crede sia per questo motivo anche?

La seconda considerazione è sul verbo “volere“: vuoi. Si tratta della seconda persona singolare del verbo volere: “Tu vuoi“. Non possiamo fare in un modo diverso. Non posso dire: voglio, vuole eccetera. Posso usare solamente “vuoi“, e senza mettere “tu”, perché non stiamo dando del tu a nessuno in questo contesto, non mi sto rivolgendo a te direttamente, ma sto parlando in modo generico. E’ come se dicessimo:

Ho elencato soltanto alcune delle ragioni: vuoi trovarne delle altre? Vuoi cercare altre ragioni?

E’ quasi un invito a cercare qualche altro motivo che giustifichi ciò che sto dicendo. Stiamo cercando delle cause, delle ragioni.

Per farvi capire meglio, c’è anche un’altra modalità espressiva simile, in cui si usa il verbo “volere” quando si cercano delle spiegazioni: “se vogliamo“.

In questo caso è la prima persona plurale (noi vogliamo) ma il pronome “noi” non si mette, come prima non si metteva “tu”. In questo caso si mette invece il “se“: “se vogliamo”.

Si usa in modo molto simile. Se mi chiedete:

Per quale motivo insegni italiano su internet? Io potrei rispondervi:

Beh, perché ho la possibilità di conoscere e parlare con molte persone, perché amo le sfide, perché sono curioso e se vogliamo anche perché ho molta esperienza su internet.

Anche in questo caso sto cercando di fornire delle spiegazioni generiche, non esaustive. Anche in questo caso sto invitando l’ascoltatore ad ascoltare le mie ragioni, che sto cercando in quel momento e potrei non essere preciso e puntuale.

Attenzione perché non dico “se volessimo“, ma “se vogliamo“.

Gli amanti della grammatica non si scandalizzino per questo!

“Se vogliamo” si usa spesso per concludere la frase; è come una delle ultime ragioni, forse la meno importante di quelle elencate, forse no, però il senso è simile a “se volessimo”:

Se volessimo cercare altre ragioni potrei aggiungere la seguente…

Oppure posso dire:

Se vogliamo (pausa) un’altra ragione è la seguente…

Terza considerazione: “vuoi” in questa modalità si usa solo per dare delle spiegazioni, come detto, o per dare delle risposte, e mai per fare delle domande. Se uso “vuoi per”, “vuoi perché” o faccio un elenco non esaustivo non posso mettere il punto interrogativo perché non si usa nelle domande, ma solo nelle risposte e nelle spiegazioni. Anche “se vogliamo” non si usa mai nelle domande, o è molto difficile che questo avvenga.

Un’ultima considerazione è che si tratta sempre di espressioni che si usano nel linguaggio discorsivo, poiché nel linguaggio formale o professionale solitamente si preferisce non essere generici ma essere puntuali e precisi.

Se mi sono spiegato bene ora facciamo un esercizio di ripetizione.

Io vi chiedo il motivo (facciamo che ti do del tu): io ti chiedo il motivo per cui tu hai smesso di fumare e tu mi rispondi che tra i motivi c’è quello della salute, ma uno degli altri motivi è che ti eri stancato di fumare. Io faccio la domanda e tu rispondi.

Perché hai smesso di fumare?

Una possibile risposta è:

Beh, ho smesso vuoi per motivi di salute, vuoi perché mi ero stancato.

Notate che in questo caso ho messo prima “vuoi per” e dopo “vuoi perché”. Posso farlo tranquillamente.

Perché hai iniziato a praticare lo Yoga?

Rispondi che due motivi sono: 1) per rilassarti 2) per curiosità.

Perché hai iniziato a praticare lo yoga?

Ho iniziato a praticare lo yoga….

Ho iniziato a praticare lo yoga vuoi per rilassarmi, vuoi per curiosità.

Adesso usa anche “se vogliamo” oltre a “vuoi per” o “vuoi perché“.

Se io ti chiedo:

Perché hai deciso di cambiare lavoro?

Elenca tre ragioni: soldi (motivi economici quindi), vicinanza del posto di lavoro e, se vogliamo, il lavoro è anche più interessante di quello precedente

Perché hai deciso di cambiare lavoro?

L’ho fatto vuoi per motivi economici, vuoi perché è più vicino a casa mia, e se vogliamo anche perché è un lavoro più interessante.

Ciao ragazzi, grazie a tutti ancora una volta, tutti coloro che rendono possibile questo mio lavoro (e divertimento anche): ringrazio sia i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, sia i donatori, sia i semplici visitatori ed ascoltatori.

Ciao

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Problemi al lavoro

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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    L’apostrofo nella lingua italiana

    Audio

    Trascrizione

    Buongiorno amici. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un episodio di Italiano Semplicemente, un sito in cui si impara a comunicare usando la lingua italiana. Sapete che in questo sito non ci piace parlare di grammatica, lo diciamo sempre. Difficilmente studiare la grammatica non risulta noioso e inoltre tiene lontani coloro che di tempo per studiare non ne hanno molto.

    Per questa ragione in Italianosemplicemente.com si realizzano episodi audio come questo. Per aiutare i lavoratori e coloro che hanno poco tempo.

    Bene, oggi parliamo dell’uso dell’apostrofo. Una di quelle cose che può creare difficoltà nella comprensione di un italiano quando parla e allo stesso tempo uno di quegli aspetti che caratterizza l’armoniosità di una lingua. E’ anche grazie ad un corretto uso dell’apostrofo che la lingua italiana è così all’udito, all’ascolto.

    L’apostrofo inoltre è anche molto usato dai poeti italiani di oggi e di ieri.

    Ma quando si può usare l’apostrofo. Beh, innanzitutto cos’è l’apostrofo. Per spiegare questo dobbiamo necessariamente parlare di grammatica, ma questo ogni tanto può andar bene perché comunque faremo molti esempi, sperando di non annoiarvi. Cercherò di essere più chiaro possibile, come al solito.

    L’apostrofo è un segno, simile alla virgola, ed infatti possiamo chiamarla anche una “virgoletta” sopraelevata (’), una virgoletta che sta un po’ in alto (sopraelevata) rispetto alle lettere, e sta ad indicare diverse cose. Solitamente l’apostrofo si mette in sostituzione di una vocale che sta alla fine di una parola. Si parla di “elisione di una vocale finale”. Elidere significa eliminare, annullare. Possiamo elidere, eliminare la vocale che sta alla fine di una parole. Allora quando facciamo questo dobbiamo usare l’apostrofo. Ho appena detto “l’apostrofo” e per dire “l’apostrofo” ho usato un apostrofo. Infatti l’apostrofo sarebbe in realtà “lo apostrofo”. Noi eliminiamo, elidiamo la lettera “o” dell’articolo “lo”, sia nello scritto che nella pronuncia e sostituiamo la lettera “o” con un apostrofo.

    Perché lo facciamo? Perché si fatica meno a dire l’apostrofo e il suono è più musicale. Infatti la lettera “o” dell’articolo “lo” è troppo attaccata alla “a” di apostrofo.

    Quando due vocali di due parole diverse sono vicine, qualche volta possiamo sostituire la prima vocale con un apostrofo. Non sempre però. Quando non possiamo farlo, siamo di fronte ad uno “iato”, una brutta parola, lo so, ma così si chiama.

    Sappiate che uno “iato” lo incontrate ogni volta che avete due vocali ma non possiamo sostituire una vocale con un apostrofo. In questi casi abbiamo uno iato.

    Ebbene qualche volta possiamo evitare lo iato, come se fosse una malattia, usando un apostrofo.

    Ci sono delle regole naturalmente per capire quando possiamo evitare questa malattia.

    A volte l’apostrofo è obbligatorio, a volte è facoltativo cioè sta alla vostra facoltà di usarlo: decidete voi se volete usarlo o meno. Altre volte l’apostrofo è vietato: non potete usarlo. In quest’ultimo caso la malattia di nome “iato” è inevitabile. E la cosa brutta è che non esiste la cura!

    Bene, come facciamo molto spesso, prima di spiegarvi la regola vi racconto una storia. Poi spieghiamo i perché della storia sull’uso dell’apostrofo.

    Prima però devo dirvi che l’apostrofo non si usa solamente per evitare lo “iato”. Si usa anche in altri casi: ad esempio nei numeri (1948 diventa ’48) e “gli anni ‘90” si scrive con l’apostrofo prima di scrivere 90. In questo caso non si parla di elisione, perché non cadono vocali in questo caso. Si parla invece di aferesi.

    Bisogna dire che a volte l’apostrofo può sostituire anche un’intera sillaba, ad esempio quando scriviamo la parola “poco” questa può diventare po’ dove la sillaba finale è stata tolta per far posto ad un bell’apostrofo (non è un accento ma un apostrofo. Molti italiani si sbagliano qui). In questo caso si parla di troncamento.

    Poi a volte capita di vedere parole in cui manca la prima vocale, tipo ‘nsomma al posto di insomma, ma questo non è linguaggio corretto.

    Eccovi la storia dunque, dove troviamo un po’ di tutto: elisioni, aferesi e troncamenti, usi obbligatori, vietati e facoltativi:

    C’era una volta uno straniero che sapeva scrivere solo un po’.

    L’arte di scrivere d’altronde non è una cosa semplice da imparare. Questo straniero, nato negli anni ’90, non dava importanza all’apostrofo.

    Va , l’imparerò col tempo”, diceva al suo professore che insisteva. “Quell‘allievo ho l’impressione che sia un po’ cocciuto”, diceva sempre il professore : “fa tutto di testa sua e dà tutto per scontato, e questo non mi va a genio.

    Sono un uomo bravo”, diceva lo studente, e il professore: “sei un brav’uomo, vorrai dire, ma ancora c’è molto da fare perché l’apostrofo lo devi imparare ma lo devi anche studiare, perché sant’Antonio non ti può aiutare!”

    “Che c’entra Sant’Antonio?” Diceva lo studente “Comunque lo userò d‘ora in poi, d’altra parte son qui per imparare”

    “Ok”, rispose il professore “Tutt‘al più – aggiunse – se proprio non riesci, puoi diventare membro dell’associazione Italiano Semplicemente, dove i membri sono molto motivati, studenti di tutt‘altro tipo rispetto agli altri. Senz‘altro questo t’aiuterà, hanno tutti la buona volontà di seguire le lezioni tutti i giorni”.

    “Ah, sì, l’associazione… proprio avant‘ieri ne ho sentito parlare – disse lo studente –ma sono sicuro che non serve a niente!”

    Nient‘affatto! – rispose il professore –c’è molto da imparare, e se andrai d’amore e d’accordo con gli altri membri saranno fiori d’arancio, ne sono sicuro. Dai un’occhiata al sito web!

    “ok, ci andrò subito allora e se trovo le regole dell’apostrofo le userò subito!

    Il professore allora disse: “imparerai subito come evitare lo iato, vedrai, e magari troverai anche un’amichetta…”

    Lo studente rispose: “Questo non m’importa, quello che m’incuriosisce per adesso è sapere dov’è che posso usare l’apostrofo e com’è che posso impararlo facilmente!”

    Fammi sapere com’è andata ok?

    Senz’altro! A domani prof!

    Domani vediamo le regole.

    Ciao

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    Sta di fatto che…

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    Trascrizione

    Buongiorno, io sono Giovanni e vi ringrazio per essere all’ascolto di questo episodio di Italianosemplicemente.com dedicato ad una locuzione abbastanza semplice: “sta di fatto che“. Questo almeno era la mia idea iniziale. Poi mi sono reso conto che la parola “fatto” si usa molto in parecchie locuzioni ed in molti modi diversi. Allora oggi vediamo di spiegare un po’ come si può usare questa piccola parola nei diversi modi.

    Sta di fatto che: qui ci sono quattro parole in tutto che spesso trovate tutte insieme, e voi potreste chiedervi cosa significhi esattamente.

    Dunque questa non possiamo chiamarla espressione idiomatica italiana perché non ha un senso figurato, non c’è un’immagine presa in prestito per esprimere un concetto diverso. Possiamo parlare di una locuzione.

    Si tratta appunto di una locuzione cioè di una “frase fatta” come si dice, una frase che si dice solamente in particolari occasioni che ha un suo significato.

    L’unica parola importante che può aiutarvi in questa locuzione è la terza parola, proprio la parola: “fatto“.

    Il “fatto” è un parola per niente semplice da spiegare. Non voglio parlare del verbo fare però (fatto è il participio passato del verbo fare). Voglio parlare invece del fatto come sostantivo, che è un avvenimento, un accadimento, è cioè qualcosa che accade, che avviene nella realtà, e in generale qualsiasi cosa che accade, che è accaduta nel passato e che accadrà nel futuro è un fatto.

    Questa parola si usa moltissimo nel linguaggio italiano, e spesso fa parte di una locuzione grammaticale, come in questo caso. Gli usi della parola “fatto” e delle varie forme: fatti, fatte, fatta eccetera sono talmente tanti che ci vorrebbero due ore per fare l’elenco.

    A me oggi interessa soprattutto sottolineare e farvi notare che spesso ci sono altre parole vicino (prima e dopo) alla parola “fatto”: possono essere congiunzioni, preposizioni, articoli, che danno al “fatto” un significato particolare.

    Vi faccio qualche esempio partendo dai più semplici:

    Oggi è successo un fatto strano: mi hanno chiamato dal Giappone!

    In questo caso sto semplicemente parlando di qualcosa di accaduto, qualcosa che viene qualificato come “strano“: è strano che io venga chiamato al telefono dal Giappone: non mi capita mai un fatto del genere, un fatto di questo tipo.

    Un fatto può essere “strano”, come in questo caso, ma in altri casi può essere interessante, può essere casuale, può essere curioso, ambiguo, e tante altre cose. Quando vogliamo esprimere qualcosa di accaduto e usiamo la parola “fatto” solitamente facciamo in questo modo: aggiungiamo qualcosa, come un aggettivo che in realtà esprime la cosa più importante della frase. La parola fatto in questo caso serve solamente ad accompagnare l’aggettivo. È difficile che non ci siano aggettivi anche se può capitare. Ad esempio mia moglie potrebbe rispondermi:

    Caro Giovanni, i fatti parlano chiaro, sono ben tre volte che ti chiamano dal Giappone questo mese!

    In questo caso “i fatti“, al plurale, vengono utilizzati per indicare qualcosa di chiaro, di lampante! I fatti parlano chiaro, quello che è accaduto mi fa capire chiaramente la realtà dei fatti.

    Poi possiamo usare il “fatto” in un altro modo interessante. Ad esempio se mia moglie si preoccupa che io abbia ricevuto una telefonata dal Giappone, io potrei rassicurarla per farla tranquillizzare e dirle:

    Il fatto che io abbia ricevuto una telefonata dal Giappone non significa che io abbia rapporti con una donna giapponese!

    Ho usato “il fatto che“, locuzione che si usa per spiegare un fatto, per spiegare qualcosa di accaduto. Ogni volta che facciamo in questo modo è chiara la nostra volontà di dare, di fornire una spiegazione, una spiegazione di qualsiasi tipo. In questo caso voglio spiegare a mia moglie che il fatto accaduto non deve farle pensare cose strane come che io abbia una donna in Giappone, o che abbia rapporti con i giapponesi. Sto dando una spiegazione, sto cercando di spiegare qualcosa. Sto spiegando quello che è successo e dico: quello che è accaduto, il fatto, l’evento che si è verificato, è casuale, ad esempio. Evidentemente hanno sbagliato numero. Quindi:

    il fatto che io abbia ricevuto una telefonata dal Giappone non significa che… Eccetera eccetera.

    Solitamente questa locuzione si usa o per suffragare un’ipotesi oppure per smontare, per sminuire, per allontanare un’ipotesi, come in questo caso.

    Per suffragare un’ipotesi cioè per dare credibilità ad un’ipotesi, posso dire ad esempio:

    Il fatto che io sia felice significa evidentemente che sto bene con te. La mia felicità è la prova di ciò che dico.

    Per smontare invece un’ipotesi, per fornire una diversa interpretazione della realta invece posso dire:

    Il fatto che la Roma abbia battuto il Barcellona non significa che la Roma vincerà la champions League.

    In entrambi i casi comunque sto dando ad un fatto accaduto una mia interpretazione. Voglio cioè convincere chi mi ascolta che un fatto è da interpretare come dico io. Ma posso fare meglio per essere più convincente.

    Un uso particolare della parola fatto sta infatti nella frase: “il fatto stesso che“. Vediamo un esempio.

    A me piace molto l’Italia: lo dimostra il fatto stesso che ci vada sempre in vacanza.

    In questo caso voglio sempre cercare di dare credibilità ad un mio pensiero, ad una mia affermazione, ed in particolare voglio dire una cosa che da sola è sufficiente per dimostrare la mia idea. Non c’è bisogno di trovare altre motivazioni, altre cose per convincere, questa cosa di cui ti sto parlando, di per sé stessa, (si dice anche così) cioè da sola è sufficiente.

    Mi ami?

    E me lo chiedi? Il fatto stesso che io voglia sempre stare con te da 10 anni dovrebbe dimostrartelo. Non ti basta come prova?

    Questo è un altro esempio.

    Vediamo adesso un altro utilizzo della parola “fatto” con un esempio. Il mio obiettivo questa volta non è quello di dare una spiegazione ad un fatto, ma quello di aggiungere qualcosa in più, una spiegazione aggiuntiva che vogliamo che sia credibile e convincente, basata su qualcosa di vero.

    Esempio:

    sto cercando di spiegare al mio capo in ufficio che il lavoro che devo fare è troppo. Non riesco a trovare il tempo per fare tutto in maniera perfetta. Voglio spiegare al mio capo in ufficio che se continuo in questo modo finirò per fare tutto male, perché ho poco tempo da dedicare ad ogni singola mansione. Allora inizio a parlare col mio capo e dico:

    Ho veramente troppo lavoro in questo momento. Non posso aggiungere altre cose. Potrei anche farlo, ma il fatto è che a me piace fare le cose in modo perfetto e non riuscirei a farlo per mancanza di tempo.

    Il fatto è che” è la piccola locuzione che ho usato e serve a spiegare un motivo forte di ciò che sto affermando: la realtà è che se aumento le mie mansioni non riuscirò a farle bene.

    Il fatto è che… Serve ad evidenziare la realtà ed a spiegare la realtà, la verità, quello che è importante capire. Quale è il motivo vero che spiega ciò che sto dicendo? Ecco in questi cssi si deve usare: il fatto è che... Aggiungendo dopo la cosa importante.

    Si tratta di una modalità colloquiale, non si usa mai allo scritto in contesti formali. Invece allo scritto in questi casi potete scrivere ad esempio:

    – una cosa da non sottovalutare è che…

    – ciò che si afferma è motivato dal fatto che..

    – la vera ragione che sta alla base di questo è…

    Più informalmente si usa: il fatto è che…

    Vi faccio un altro esempio. Vorrei che mio figlio facesse la facoltà di ingegneria aerospaziale all’università, perché è una delle facoltà che gli permetterebbe di trovare un lavoro ben remunerato in futuro. Mio figlio però non è d’accordo e dice:

    Si papà lo so, quello che dici è vero, io ci ho pensato molto ma il fatto è che a me ingegneria aerospaziale proprio non piace per niente!

    Quindi ciò che vuole dire mio figlio è una cosa molto importante, forse la più importante, è la realtà! Che mi impedisce di fare quella scelta. Si deve usare questa locuzione solamente quando ho una cosa molto forte che è sufficiente a convincere il mio interlocutore.

    Vediamo un altro modo di usare il fatto.

    Fatto sta che“. Questo è molto simile alla locuzione precedente, ma è qualcosa che si utilizza quando, nel tentativo di dire qualcosa di importante voglio sottolineare un aspetto che non possiamo trascurare. È del tutto analogo a “il fatto è che” ma voglio essere un po’ meno la persona che sta cercando di spiegare, e un po’ di più la persona che considera un aspetto che non possiamo far finta che non esista, non è trascurabile, non lo possiamo trascurare.

    Si usa, state attenti su questo, quando abbiamo una specie di discussione e noi vogliamo far notare una cosa importantissima.

    Esempio mio figlio, nell’ esempio precedente dell’università potrebbe rispondermi:

    Papà, è vero che ingegneria aerospaziale è un’ottima facoltà, ma fatto sta che a me non piace e non voglio farla.

    A me non piace questa facoltà, dice mio figlio, non puoi far finta che questo non sia importante. Quindi è come se questo fosse un ostacolo insormontabile, “fatto sta che”: il fatto sta lì, la vedi questa realtà papà? Il fatto sta lì e non puoi far finta che non esista. Papà, devi rassegnarti! Questo vuole comunicarmi mio figlio alla mia richiesta.

    Del tutto identica alla precedente è l’espressione “Sta di fatto che“. La posso usare nello stesso identico modo e nelle stesse occasioni, l’unica differenza è che “fatto sta che” è un po’ più informale e un po’ più dura.

    Bene ragazzi, non ho esaurito gli utilizzi della parola “fatto”, “fatti”, “fatta”: ci sono tanti altri modi che vedremo in altri episodi futuri di italiano semplicemente. Solo per farvi qualche altro esempio di cose che non abbiamo visto oggi:

    • fatti i fatti tuoi (che abbiamo già spiegato in passato)
    • la frase fatta (ne abbiamo parlato spesso in realtà, si tratta di frasi idiomatiche e locuzioni, frasi con senso proprio)

    Poi ci sono molte espressioni che non abbiamo mai spiegato ma lo faremo in futuro, come:

    • fatti e misfatti
    • sapere il fatto suo
    • esser sicuri del fatto proprio
    • preso sul fatto
    • venire al fatto o ai fatti
    • passare per le vie di fatto

    Per ora siamo attivato alla fine di questo episodio. Anche questo è un “fatto”.

    Bene, allora mi auguro di essere stato chiaro. Ora se volete un piccolo esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me.

    Oggi è accaduto un fatto curioso

    Succedono sempre fatti strani in questa casa

    Il fatto accaduto oggi deve farci riflettere

    Il fatto che io sorrida non significa che io sia felice

    È vero che sono un uomo affascinante, ma il fatto è che sono sposato. Non possiamo vederci mi spiace!

    Sembra un bravo ragazzo, ma fatto sta che lo hanno già arrestato due volte!

    Sembra un bravo ragazzo ma sta di fatto che lo hanno già arrestato due volte.

    Ciao ragazzi. Ripetete più volte l’ascolto se necessario.

    Il fatto stesso di ripetere vi aiuterà a ricordare.

    Senza stress, mi raccomando.

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    Parentela: dialogo familiare

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    Descrizione

    Elettra e Giovanni parlano della loro famiglia e dei cugini di Elettra, utilizzando termini particolari come: ordine cronologico, fratelli, fratellastri eccetera. Episodio senza trascrizione.

     

    A fronte di

    Audio

    Trascrizione

    Eccoci di nuovo qui, sulle pagine di italiano semplicemente, ed io sono Giovanni, la voce principale del sito senonché presidente dell’associazione italiano semplicemente. Senonché vuol dire “anche”. Posso anche dire nonché.

    Per chi non lo sapesse, perché per la prima volta ascolta gli episodi di Italianosemplicemente.com in questo sito si impara a comunicare in italiano ed io cerco di aiutare voi stranieri attraverso la spiegazione di frasi come quella di oggi, espressioni che fanno parte del linguaggio comune ed anche a volte del linguaggio formale e professionale.

    Per quest’ultima categoria di linguaggio, più difficile, cioè quello professionale e del lacoro, è sicuramente più difficile trovare del materiale su internet. Anche e soprattutto è difficile trovare spiegazioni audio che siano adatte agli stranieri.

    L’espressione che vi spiego oggi è in effetti molto utilizzata a livello formale e nelle comunicazioni commerciali e istituzionali. L’espressione è “a fronte di“.

    In questa locuzione ci sono due preposizioni semplici: a e di, e la parola “fronte” che probabilmente conoscete già.

    La fronte è infatti una parte del vostro corpo (e del mio anche) anzi è una parte del vostro viso che si trova sopra i vostri occhi: diciamo tra i vostri occhi e l’inizio dei capelli. Quello spazio è la fronte. Tecnicamente la fronte è la regione anatomica compresa fra le sopracciglia e la radice dei capelli.

    La parola fronte però non è solamente una parte, una regione anatomica, cioè una parte del vostro corpo.
    È una parola che si usa anche in molte espressioni italiane e non solo. Ad esempio “essere impegnato su due fronti” , o anche “agire su due fronti” (fronti è il plurale di fronte), “essere sfrontato” .

    Esiste anche il verbo fronteggiare, che è un sinonimo di affrontare, che contiene a sua volta la parola fronte all’interno.

    La parola fronte poi ha sia il maschile che il femminile: il fronte infatti si usa nel linguaggio bellico (il linguaggio della guerra), per indicare la prima linea: stare al fronte, in guerra, significa essere esposto al fuoco nemico, essere di fronte al nemico. Vedete come l’immagine della fronte, che sta proprio davanti al nostro corpo, viene utilizzata per indicare la parte anteriore, che sta davanti, in molte occasioni diverse, come la guerra appunto. D’altronde anche “stare di fronte” a qualcuno significa avere questo qualcuno davanti a sé. Se ho una persona davanti a me posso dire che sta di fronte a me, e che io ce l’ho di fronte.

    Allo stesso modo posso dire che di fronte a casa mia c’è un parco.

    “Il fronte” però, al maschile, si usa molto anche nel linguaggio di tutti i giorni:

    il fronte dell’edificio, ad esempio, per indicare la parte davanti di un edificio. In questo caso si dice anche il frontale, la facciata dell’edificio o la parte anteriore, quella cioè rivolta a chi ci guarda, proprio come la nostra fronte.

    al fronte opposto. Questa frase si usa quando vogliamo indicare la parte opposta di qualcosa, che sta di fronte, alla parte opposta, ma opposta anche nel senso di contraria. Posso parlare di qualcosa di fisico (la parte opposta di una strada ad esempio) oppure quando ci sono due situazioni che sono opposte, che si contrappongono, che sono una il contrario dell’altra. Posso dire che i pacifisti vogliono la pace ma al fronte opposto (o sul fronte opposto) ci sono i fondamentalisti che vogliono la guerra. La pace è l’opposto della guerra, è il contrario. La pace ci contrappone alla guerra. Da una parte sta la pace e dalla parte opposta, sul fronte opposto, o al fronte opposto, sta la guerra.

    Esiste, anche il:

    cambiamento di fronte. Espressione che si usa molto nel calcio ma non solo. Nel calcio Indica un cambiamento della zona del campo in cui si sta giocando. Posso anche però usare questa frase quando avviene un cambiamento dell’interesse da parte di qualcuno. Io ad esempio posso mangiare la carne e poi può avvenire un cambiamento di fronte e ad un certo punto divento vegetariano.

    La parola fronte può essere quindi usata sia per indicare qualcosa davanti a noi, o anche indicare una direzione o qualcosa a cui è interessata la nostra attenzione. Ad esempio posso dire:

    sul fronte della moda/politica ecc. In questo caso uso “il fronte” per cambiare l’oggetto del discorso: è come dire: “Ora invece inizierò a parlare di moda. Ad esempio:

    Ci sono interessanti notizie economiche sull’Italia oggi, mentre sul fronte della moda è uscita la nuova collezione autunno inverno di Dolce & Gabbana.

    Sul fronte della politica invece nulla di nuovo.

    Non voglio però elencare tutti i diversi modi per usare il fronte o la fronte. Quello che intendo farvi capire è che bisogna stare attenti a come si usa perché dipende molto dalla preposizione che si usa.

    Nella frase di oggi in particolare ce ne sono due di preposizioni:

    A fronte di. In questo caso, fate attenzione, la parola fronte si usa per indicare uno scambio.

    Gli scambi, sapete bene che sono l’anima del commercio: il commercio è fatto di scambi:

    – Io do un prodotto a te e tu dai dei soldi a me.

    – Tu lavori per me e io do dei soldi a te.

    – voi vi iscrivete ad una associazione e voi in cambio ricevete dei benefici.

    Questi sono esempi di scambi. Dove c’è uno scambio c’è sempre una contropartita, un corrispettivo, una forma di compensazione.

    Anche in questo ambito posso usare la parola fronte e posso dire ad esempio, se voglio usare gli esempi che ho appena fatto che:

    – Io do un prodotto a te a fronte del tuo pagamento verso di me.

    – Tu lavori per me ed io, a fronte del tuo lavoro, do dei soldi a te.

    – voi vi iscrivete ad una associazione e voi, a fronte di questa iscrizione, ricevete dei benefici.

    Vedete che in tutti questi casi c’è uno scambio. Per questo motivo usiamo “a fronte”, ed aggiungiamo “di qualcosa” per indicare una delle cose che è stata scambiata. Provate a ripetere dopo di me qualche frase:

    Ti pago a fronte del tuo lavoro

    A fronte del tuo forte interesse vorrei assumerti

    Ti consegno la merce solo a fronte del pagamento immediato.

    I nostri servizi avvengono sempre a fronte della massima disponibilità del cliente.

    Allora per farvi capire bene voglio cercare di sostituire la frase “a fronte di” con qualche altra parola o verbo, in modo che non cambi il significato e la modalità formale della frase.

    Ti pago a fronte del tuo lavoro

    Il mio pagamento rappresenta il corrispettivo della tua attività lavorativa.

    A fronte del tuo forte interesse vorrei assumerti

    Hai mostrato un forte interesse e di conseguenza, di fronte a questo, ho deciso di assumerti.

    Ti consegno la merce solo a fronte del pagamento immediato.

    Solamente se il pagamento avverrà contestualmente, cioè nello stesso momento, o in corrispondenza, ti verrà consegnata la merce: io ti consegno la merce, il prodotto, e contestualmente, a fronte di questa consegna dovrà avvenire il pagamento, il pagamento cirrispondente alla consegna della merce.

    Vetere che è più facile usare “a fronte di” in questi casi in cui c’è uno scambio. È più facile perché basta indicare le due cose che sono oggetto di scambio:

    La merce a fronte del pagamento, il servizio a fronte della disponibilità, l’assunzione a fronte dell’interesse.

    È un modo che vi consiglio di usare anche nelle comunicazioni scritte, perché rende il linguaggio più pulito, libero da interpretazioni personali e quindi meno rischioso anche.

    Attenzione adesso. Vi dicevo dell’importanza delle preposizioni ricordate? Eccovi un esempio.

    A fronte di” non deve essere confuso con “di fronte a“.

    In questo caso le preposizioni a e di sono invertire ed il significato è diverso.

    “Di fronte a” non si usa negli scambi, ma si usa per indicare tre cose diverse:

    Il modo più semplice è essere davanti a qualcosa, anche di non tangibile, ad esempio “urlare di fronte a tutti” cioè davanti a tutti: tutti possono sentire e vedere.

    Oppure

    Mi trovo di fronte a mille difficoltà (mi trovo davanti in senso figurato)

    Ma voglio in particolare parlarvi di altri due modi di usare “di fronte a”.

    Nel primo modo si indica una reazione volontaria o anche qualcosa di inevitabile: succede qualcosa e come reazione ne accade un’altra.

    Siamo nell’ambito delle conseguenze quindi. Abbiamo più volte parlato di conseguenze sulle pagine di italiano semplicemente e delle espressioni che si usano a riguardo. In questo caso si parla di conseguenze che avvengono perché c’è la volontà di qualcuno che reagisce a qualcosa che avviene oppure quando non c’è niente da fare. Ad esempio.

    Di fronte a tutte queste difficolta mi arrendo (reazione volontaria)

    Di fronte agli uragani non c’è nulla da fare (conseguenza inevitabile)

    Di fronte a tutte quelle accuse ho dovuto difendermi (reazione volontaria).

    Ma come fare a capire meglio la differenza tra “a fronte di” e “di fronte a”?

    Cerco di aiutarvi in questo: vedete che in questi ultimi casi non c’è un vero scambio. Quello che si vuole sottolineare in questi ultimi esempi è che è successo qualcosa che occorre fronteggiare, affrontare, voglio quindi dire che mi sono trovato di fronte, davanti, una realtà che mi costringe alla reazione: devo reagire, oppure non c’è nulla da fare ed è inutile reagire.

    In questi casi c’è un’azione principale e una secondaria che è la reazione.

    Invece, attenzione, “a fronte di” che abbiamo visto prima serve a confrontare due cose che hanno lo stesso valore, sono una il corrispettivo dell’altra, ecco perché vi dicevo che l’espressione è più pulita e per questo molto adatta al mondo del lavoro ed al commercio.

    Spero di avervi aiutato, quindi terminiamo l’episodio con un saluto. Colgo l’occasione per usare la frase di oggi dicendo che ringrazio tutti e in particolare i sostenitori, che a fronte di questo sforzo da parte mia aiutano italiano semplicemente con una donazione personale.

    Un grande abbraccio.