“Al che” (episodio n. 300 di Italiano Semplicemente)

Audio

Trascrizione

Daria:

La notizia da Mosca per radio italiano semplicemente:
Non sarebbe una sorpresa sapere che a Mosca come in tante altre città esiste il servizio di noleggio bici. È vero che le bici sono sempre piaciute ai cittadini, ma piuttosto come uno svago estivo e in famiglia. Infatti il nostro clima non ci permette di godere delle passeggiate in bici tutto l’anno, il che rende l’idea di un noleggio bici difficilmente realizzabile.
l’altro ieri è arrivata invece una notizia positiva e anche molto curiosa dal sindaco di Mosca: Il noleggio bici è diventato assai conveniente. Al che i cittadini hanno dimostrato un certo apprezzamento per gli sforzi del sindaco. Infatti il numero delle persone che hanno noleggiato biciclette è aumentato notevolmente da quella dichiarazione.
Nei primi tre mesi della “stagione della bicicletta” i cittadini hanno fatto più di 2,5 milioni di noleggi. In altre parole, il 20% dei cittadini hanno noleggiato la bici almeno una volta negli ultimi tre mesi, al che anche io ho deciso di provare ad usare il noleggio bici nella mia città.

Ciao Daria, e buongiorno a tutti. Benvenuti in questo nuovo episodio (il n 300) di Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, e adesso vi spiego il significato di una espressione che Daria ha utilizzato ben due volte nella sua notizia riguardante Mosca e il noleggio delle bici.

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L’espressione è “al che“, due semplici parole che compongono questa locuzione verbale, che si usa solamente all’orale e che non troverete spiegata in altri siti tantomeno in qualche dizionario di italiano.

Dunque Daria ha detto che:

Il noleggio bici è diventato assai conveniente. Al che i cittadini hanno dimostrato un certo apprezzamento per gli sforzi del sindaco.

Poi ha aggiunto alla fine:

Il 20% dei cittadini hanno noleggiato la bici almeno una volta negli ultimi tre mesi, al che anche io ho deciso di provare ad usare il noleggio bici nella mia città.

In entrambi i casi al che serve a collegare due frasi, di cui la seconda è la conseguenza della prima.

Per sostituire “al che” , il modo migliore è senza dubbio dire “a quel punto”. In questi modo non vi sbagliate mai.

Al che si utilizza come dicevo solamente all’orale, e soprattutto in prima persona. Quasi sempre si sta parlando sempre di sé stessi. Si parla di una cosa accaduta e poi si vuole aggiungere che c’è stata una reazione da parte vostra, una reazione che ha causato una conseguenza:

Dopo che Il 20% dei cittadini ha noleggiato la bici almeno una volta negli ultimi tre mesi, a quel punto (al che) anche Daria ha deciso di provare ad usare il noleggio bici nella sua città, Mosca.

Solitamente si usa sempre al passato perché si sta parlando di qualcosa di già accaduto che ha generato una vostra reazione. È una modalità discorsiva questa per esprimere il concetto di reazione o conseguenza. Discorsiva e veloce. Questo non significa che non possiate riuscire ad usarla al presente o al futuro, ma sicuramente è più difficile.

Vi faccio altri esempi comunque che vi invito a ripetere per memorizzare (settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare).

Ieri volevo andare al mare ma è cominciato a piovere ☔, al che ho dovuto rinunciare.

Non ce l’ho fatta a prenotare nel mio ristorante preferito, al che mi sono accontentato di una pizzeria.

Non riuscivo a capire la spiegazione, al che decisi di ripetere l’ascolto.

Non mi piace molto la grammatica, al che ho aderito all’associazione italiano semplicemente.

All’inizio Daria ha usato anche una espressione simile: “il che”. Daria ha detto:

Il nostro clima non ci permette di godere delle passeggiate in bici tutto l’anno, il che rende l’idea di un noleggio bici difficilmente realizzabile.

Vedete che i concetti sono simili, ma il che fa riferimento diretto alla prima frase. A questo serve “il”. Invece “al che” si usa per evidenziare la conseguenza.

Al = a+il. Non c’è molta differenza in fondo.

Da “il Decamerone”

“Il che” si usa spesso in frasi in cui si spiega qualcosa. Ad esempio:

Ho baciato una ragazza ieri. La ragazza poi mi ha detto: Mi hai baciato, il che vuol dire che mi ami, al che io ho dovuto rispondere: ma sei impazzita? Al che lei mi ha dato uno schiaffone, il che significa che si era arrabbiata molto. Un momento di silenzio è seguito, poi lei, con un sorriso bellissimo, mi ha fatto capire che mi aveva perdonato, al che l’ho baciata nuovamente, ma lei mi ha respinto. Ho capito allora di essere innamorato, il che significa che quel sorriso era un’arma letale. Al che lei mi ha presentato ai suoi genitori.

Un saluto da Giovanni.

Vi aspettiamo nella nostra associazione.

Daria vuoi dire qualcosa ai nostri ascoltatori?

Daria: buona giornata a tutti e spero di sentire i vostri commenti sul gruppo whatsapp di italiano semplicemente.

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Le parole omografe

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Oggi una puntata dedicata alla pronuncia. Siete pronti?

Non ho sentito… siete pronti?

Bene, facciamo finta che siate pronti, allora oggi vediamo le parole omografe, argomento che abbiamo affrontato anche tra i membri dell’Associazione, all’interno del gruppo Whatsapp.

Argomento difficile quello di oggi, ma credo possa essere molto importante per voi stranieri: le parole omografe sono le parole che hanno più significati ma che per questo motivo si pronunciano in modo diverso: un accento diverso oppure una “o” o una “e” aperta o chiusa.

La differenza sta quindi a volte nell’accento, che si sente ma non si legge, e nell’apertura delle vocali: possiamo avere delle “O” chiuse e delle “O” aperte, delle “E” chiuse e delle “E” aperte.

E ed O sono le uniche vocali che possono avere una pronuncia diversa. A,I,U hanno invece sempre la stessa pronuncia.

Allora per divertirci un po’ vediamo alcune esempi in cui ci sono delle parole omografe. Nella stessa frase ascolterete due volte la stessa parola, ma con due significati diversi.

Ad esempio:

I principi spesso non hanno sani principi.

I principi, cioè i figli dei Re, non hanno sani principi. Prova a pronunciare la frase stando attento alla diversa pronuncia: prìncipi, princìpi

Ho acquistato una nuova accetta per tagliare gli alberi. La regalerò a Giovanni che di solito accetta i miei regali.

Pronuncia: Eccetta (nome dello strumento usato per tagliare gli alberi), Accètta (dal verbo accettare). Prova a coniugare la frase:

Io accetto la tua accetta

Tu accetti la mia accetta

Lui accetta la mia accetta

Noi accettiamo la tua accetta

Voi accettate la mia accetta

Loro accettano la mia accetta.

Da piccolo una volta mi sono ferito: appena me ne accorsi chiamai i miei amici che subito sono accorsi 

Pronuncia: accórsi (“o” chiusa: viene dal verbo accorrere: i miei amici sono subito accorsi) e  accòrsi (“o” aperta: viene dal verbo accorgersi.

Prova ancora a coniugare la frase:

Io mi accorsi che i miei amici sono accorsi

Tu ti accorgesti che i tuoi amici sono accorsi

Lui si accorse che i suoi amici sono accorsi

Noi ci accorgemmo che i nostri amici sono accorsi

Voi vi accorgeste che i vostri amici sono accorsi

Loro si accorsero che i loro amici sono accorsi.

Il Capitano Schettino non abbandonò la nave. Sono cose che capitano

Pronuncia: Il capitàno; sono cose che càpitano (verbo capitare)

Può capitare che un capitano abbandoni la nave? Non deve capitare!

Adesso proviamo con la parola “affetto”.

Non provo affetto quando affetto il pane

Notate la differenza nella pronuncia tra affètto (cioè il sentimento) e affétto (dal verbo affettare)

Io affetto il pane con affetto.

Vediamo la parola “apposta”:

La tua firma deve essere apposta. Non l’hai fatto, e l’hai fatto apposta

Una firma infatti viene appòsta (cioè viene messa. Si tratta del verbo apporre). E se non la apponi potresti farlo appòsta (cioè con la tua volontà, cioè lo fai deliberatamente), cioè lo fai appòsta.

passiamo adesso alla botte ed alle botte: “La botte” è un contenitore, mentre “le botte” sono i colpi, le percosse, i colpi dati alle persone o alle cose. Notate la differenza nella pronuncia: la bótte, le bòtte,

Poi ci sono anche “le botti“, (con la o chiusa) che è il plurale di “la bótte” e ci sono “i bòtti“, come i botti di capodanno. In questo caso è il plurale di bòtto: buuumm! Questo è un botto.

Allora con questi 4 termini possiamo costruire una frase:

Oggi sono stato in cantina di nascosto da mio padre. La cantina è piena di botti di vino. Ad un certo punto ho sentito un botto: buummmm! E’ esplosa una botte! Mio padre adesso mi riempirà di botte!

Vediamo ora il verbo cogliere, ed in particolare la parola cogli (Pronuncia: cògli con la o aperta). Poi c’è cógli (con la o chiusa).

Se vai in Italia, cogli l’occasione  di parlare cogli italiani

Quindi cògli viene dal verbo cogliere mentre cógli è semplicemente “con gli” (con gli italiani, parlare cogli italiani)

Altra parola omografa: colla.

Cólla sola còlla non puoi incollare la pietra.

Quindi abbiamo la còlla (cioè l’adesivo, una sostanza che incolla, cioè che serve ad attaccare due oggetti) e cólla (con la):

è più facile dire: con la colla non puoi incollare la pietra.

Ma volendo puoi dire, facendo attenzione alla pronuncia:

Cólla còlla non puoi incollare la pietra

Analogamente esiste il collo (il còllo, che è la parte del corpo che sta tra la testa e le spalle) e esiste cóllo (la forma composta della preposizione con e dell’articolo lo), del tutto analogo a “con la” (cólla)

Esempio:

Collo smalto delle unghie non puoi dipingere le collane che vanno al collo.

Interessante è la parola ambito, o ambito (dipende da dove metti l’accento).

Se pronunci àmbito intendi riferirti al contesto, alla situazione. Invece se dici ambìto  intendi il verbo ambire.

Io sono ambito, tu sei ambito, il lavoro è ambito da molti, eccetera.

Nell’ambito della nostra professione, occupiamo una posizione molto ambita

Passiamo alla frutta: la pesca (si pronuncia Pèsca – con la “e” aperta”), mentre la pesca è l’attività del pescare.

Pésca, pèsca:

Se vogliamo pescare delle pèsche, non possiamo usare l’amo da pesca!

Io pesco la pesca con l’amo da pesca,

tu peschi la pesca con l’amo da pesca,

lui pesca la pesca con l’amo da pesca,

noi peschiamo la pesca,

voi pescate la pesca,

loro pescano la pesca.

Se sei istruito e non sei mai colto da malattie, allora sei colto e fortunato.

Quindi in questo caso abbiamo il verbo cogliere: Io non sono còlto da malattie, cioè non sono colpito da malattie, e per questo sono fortunato. Se invece sono colto (“o” chiusa) allora sono istruito, come tutte le persone colte, cioè istruite, che hanno studiato.

Interessante è la parola desidèri (e desìderi). Si tratta del verbo desiderare. Qui è facile fare un esempio:

Se desideri troppi desideri, non si avvererà alcun desiderio!

Ieri ho corso ed ho incontrato un corso.

In questo caso si tratta del verbo correre (io ho córso) ed ho incontrato un còrso, cioè un abitante della Corsica, l’isola francese che si trova sopra la Sardegna.

Al plurale i “còrsi” sono infatti gli abitanti della Sardegna, mentre i corsi sono le lezioni. Come i corsi di italiano, o anche i corsi d’acqua che sono i fiumi ad esempio. Sia i corsi di italiano che i corsi d’acqua hanno la “o” chiusa, mentre gli abitanti della Corsica (i còrsi) hanno la “o” aperta, come Corsica.

I Dei: i dei (Dèi) sono le divinità, mentre “dei” (“e” chiusa) è preposizione articolata:

Dicono di essere dei dei dell’universo, invece sono solo dei truffatori.

Poi ancora:

C’è un detto sugli italiani: vuoi che te lo detto?

Il detto è il proverbio (“e” chiusa, sostantivo), mentre se te lo dètto significa che sto facendo il dettato, cioè io parlo e tu scrivi: io dètto e tu scrivi:

Vuoi che te lo detti (dètti) questo ed anche altri detti (détti)?

Adesso vediamo la lettera esse (“s”: èsse) e il pronome personale esse (ésse)

Le ragazze studentesse di italiano che ho conosciuto sono bellissime;  esse hanno detto tutte di amarmi, ma non pronunciano bene la lettera esse.

Spesso quindi si tratta di pronunciare una parola mettendo l’accento su vocali diverse, a volte però si tratta di pronunciare una “o” oppure una “e” chiusa o aperta.

Ad esempio:

Le fòsse (cioè le buche – “o” aperta) sono vuote. Se fosse giorno potrei riempirle di terra (verbo essere: fosse, con la “o” chiusa))

Interessante è anche la parola impòrti (dal verbo importare o il plurale di importo, cioè una certa somma di denaro) e impórti (da imporre):

Hai litigato con tuo figlio e non riesci a importi? (“o” chiusa). Che vuoi che mi importi! (“o” aperta).

Quanti sono gli importi da riscuotere? (“o” aperta). Possibile che non ti importi nulla (sempre “o” aperta)

Allo stesso modo potrei proseguire all’infinito: ci sono molte altre parole omografe molto interessanti e vi invito a fare degli esercizi di ripetizione anche con le parole:

Lègge (da leggere), Légge (norma): lui legge la legge

Nèi (macchie sulla pelle), Néi (preposizione articolata): ho dei nei neri nei punti più nascosti del corpo.

Pène (organo maschile) Péne (punizioni, castighi): le mie pene dipendono dall’assenza del pène!

Pòrci (animali) Pórci (dal verbo porre): De porci (animali) vanno a fare un esame: avete delle domande da porci?

Vendétte (dal verbo vendere), Vendétte (plurale di vendetta): da bambino una volta mi hanno imbrogliato: un signore mi vendette un giocattolo, ma non funzionava. Le mie vendette non si fecero attendere!

Vènti (correnti d’aria), Vénti (numero): I venti che vengono dal mare sono più forti: sono venti anni che te lo dico!

Capisco che questa è una puntata difficile, ma sicuramente avete scoperto una cosa molto divertente della lingua italiana e magari vi siete accorti solo adesso che pronunciate male certe parole.

Bene, allora ripetete l’ascolto se volete, e ringrazio tutti ancora una volta dell’ascolto. Ringrazio tutti i donatori, che aiutano Italiano Semplicemente con una offerta economica. Mi è venuta un’idea stanotte: devo dedicare una puntata di Italiano semplicemente ad ogni paese da cui arriva una donazione: ad esempio ieri è arrivata una donazione dall’Azerbaijan, precisamente da Baku, e a questo argomento sarà dedicato il prossimo episodio di Italiano Semplicemente: parlerò di Baku e di una sua specialità culinaria. Con l’occasione ripassiamo le ultime espressioni che avete imparato sulle pagine di Italiano Semplicemente.

A presto

Ce ne vuole, ce ne passa

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici, chi vi parla è Giovanni, il presidente dell’Associazione culturale Italiano Semplicemente e creatore del sito italianosemplicemente.com.

Oggi voglio parlarvi della particella “ce”. Lo abbiamo già fatto in precedenti puntate di Italiano Semplicemente – non me ne vogliate per questo – ma ritengo che sia il caso di fare ancora un episodio vista la difficoltà che voi stranieri avere a riguardo.

Bene, nei precedenti episodi dedicati alla particella “ce” abbiamo visto che questa particella si accoppia spesso con un’altra particella, che è la particella “ne”.

Ovunque ci sia “ce” è difficile non trovare anche “ne”. Poi abbiamo visto che ce è diverso da “ci”, un’altra particella fastidiosa.

Oggi in particolare vediamo la frase: “ce ne vuole” e “ce ne passa”.

Bene, per capire il significato della frase “ce ne passa”, o “ce ne vuole” devo subito puntualizzare una cosa: stiamo parlando di opinioni. Inoltre parliamo di associazioni, nel senso di associare due cose tra loro, accoppiare, mettere in relazione, parliamo di distanza ed infine parliamo di futuro, cioè di tempo. Parliamo anche di fantasia.

Spero di non avervi confuso ulteriormente. Mi spiego meglio.

Parliamo di opinioni, ho detto, perché “ce ne passa” e “ce ne vuole” sono frasi che si usano quando si esprime un’opinione, quando si fa una considerazione, quando si esprime un pensiero.

Ho parlato di associazioni, perché questo pensiero si riferisce a due cose, due cose che potrebbero essere associabili, potrebbero essere accostate, potrebbero essere messe a confronto, si potrebbe addirittura credere che queste due cose siano una la conseguenza dell’altra.

Ho parlato di distanza, perché questa relazione tra le due cose che stiamo confrontando, secondo l’opinione di chi parla, è in realtà una relazione da non fare. Non si devono accostare i due concetti, due fatti, due eventi, due questioni. Tra le due cose c’è una certa distanza, non sono due cose da avvicinare, perché sono ancora distanti.

Ho parlato di tempo e di futuro, perché queste due cose di cui stiamo parlando spesso riguardano il tempo.

Ecco, adesso sicuramente vi ho disegnato la cornice in cui inquadrare le due espressioni: “ce ne vuole” e “ce ne passa”. Ora che la cornice è fatta adesso vi disegno il quadro.

Vi faccio subito qualche esempio delle frasi di oggi:

Ho trovato dei soldi, (ad esempio 100 euro) nelle tasche dei pantaloni di mio figlio. Allora preoccupato di questo vado da mia moglie e dico: guarda cosa ho trovato! Secondo me li ha rubati tutti questi soldi!

Mia moglie allora potrebbe dire:

Rubati? E perché? Di qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

Questa risposta di mia moglie ha un significato preciso: non è vero che li ha rubati, o meglio: abbiamo trovato 100 euro nelle tasche di nostro figlio, questo è un fatto. Ma tu stai dicendo che li ha rubati, che li ha sottratti a qualcuno. Queste due cose non sono associabili secondo me. Secondo me non dobbiamo necessariamente pensare che li abbia rubati. È una associazione che non dobbiamo fare, perché non è l’unica conclusione possibile. Potrebbero essere tante le ragioni:

– Potrebbe averli guadagnati con un lavoro

– Potrebbe averli trovati

– potrebbe averglieli regalati qualcuno

– Potrebbe aver vinto una scommessa

– Potrebbero essere il frutto dei suoi risparmi

Quindi da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa! Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

Vedete che stiamo cercando di creare una distanza tra le due cose: la prima cosa è la scoperta dei 100 euro trovati nella tasca dei pantaloni e la seconda è considerare ladro nostro figlio.

Le due cose non sono confrontabili per la madre, ecco perché dice: “da qui” (cioè da questo fatto, se partiamo da questa scoperta, dal trovare 100 euro nei pantaloni) a considerare nostro figlio un ladro ce ne vuole!

Vedete come ho fatto un confronto: “da – a” e con questo la madre vuole creare una distanza trale due cose, non vuole associare la scoperta con un giudizio negativo su suo figlio.

“Da – a” si usa spesso con le distanze nello spazio, quando cioè parliamo di distanze tra luoghi: da Roma a Parigi ci sono più di 1000 km. Da casa mia a casa tua la distanza è di 100 metri.

Lo stesso accade con i concetti da collegare tra loro, o da allontanare tra loro: “da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!”

“Ce ne passa” o “ce ne vuole” è la parte finale della frase, che sta ad indicare la molta distanza.

È un’immagine quella che la madre sta cercando di dare al marito.

Quanti km ci sono tra Parigi e Roma? Ce ne sono molti!

Potrei dire: Ce ne sono di Km da Parigi a Roma!

È una esclamazione, che ha il valore di una affermazione. “Ce ne sono di km” vuole dire che “ce ne sono molti”. La parola “molti” non si dice, sia dà per scontata. Ma è come se la dicessimo.

Allo stesso modo la frase della madre: da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

In questo caso non mi riferisco alla distanza in km ovviamente. In questo caso mi riferisco alla capacità di deduzione, alla fantasia. La madre vuole dire che ci vuole molta fantasia (ce ne vuole di fantasia!) a pensare che le due cose siano associabili.

Quelle che seguono sono tutte frasi equivalenti che vi invito a ripetere anche nel tono:

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di fantasia!

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di immaginazione!

L’uso di “vuole” è più intuitivo di “passa”. Si capisce più facilmente che “ci vuole molta fantasia” viene sostituito da “ ce ne vuole di fantasia” oppure di “ce ne vuole” e basta.

Invece il verbo “passare” è più difficile da capire. Cerco di spiegarvelo.

Passare fa riferimento ad uno spazio, che è sempre una distanza tra due cose.

Ad esempio io non riesco a passare con la mia macchina in una strada molto stretta. Questo perché il passaggio è stretto. Non ci passo!

La distanza tra una parte e l’altra della strada è troppo breve. Non ci passo! Con la mia macchina non ci passo! È troppo stretto!

Se invece la strada è molto larga, tanto larga che ci passano 10 automobili, potrei dire: certo che ci passo con la mia macchina in quella strada, ce ne passano di macchine in quella strada!

Ce ne passano di macchine!

Questo è un modo per dire che ne passano molte di macchine.

In modo figurato posso usare il verbo passare per indicare una distanza, una grande distanza. Quindi la madre dice:

Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

Credo che ora sia abbastanza chiaro il concetto!

Per capire ancora meglio: c’è anche un proverbio italiano che dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

Questo per indicare che la distanza tra il dire ed il fare è notevole! Una cosa è dire, un’altra cosa è fare. Potrei anche trasformare questo proverbio così:

Tra il dire e il fare ce ne passa!

Quindi questo significa che c’è una grande differenza, c’è una grande distanza tra il dire: ci vuole poco a parlare! E il fare, che è molto più faticoso J

Il verbo passare e volere sono spesso collegati al tempo. All’inizio ho detto che anche il tempo e il futuro è chiamato in causa spesso in questo tipo di frasi: il passaggio del tempo, cioè il trascorrere del tempo. Spesso si dice: ci vuole molto tempo. Il che significa: dovrà passare molto tempo. Quindi volere e passare si usano spesso quando si parla di tempo: ore, secondi, minuti, anni!

Quindi posso dire ad esempio:

A mia figlia di 6 anni piacciono molto gli aeroplani. Ce bello! Ma per curiosità: quanto tempo ci vuole per diventare un esperto di ingegneria aerospaziale?

Potrei rispondere: ce ne vuole di tempo! Ne deve passare di tempo prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale!

Vedete che qui in realtà ho puntualizzato, ho specificato: ce ne vuole di tempo, ne deve passare di tempo. Aggiungo “di tempo” perché sto puntualizzando, sto specificando che mi sto riferendo al tempo.

Ma potrei anche dire:

Ah, ce ne vuole!

Prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale ce ne vuole!

In questo caso faccio implicitamente riferimento al tempo, ma mi potrei riferire anche alla fatica, alle cose che possono accadere nel frattempo, ai gusti che cambiano, insomma a tutte le cose che “passano” tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali.

Tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali ce ne passa!

Bene ragazzi, un ultimo avvertimento: le due particelle “ce” e “ne” non sempre hanno questo significato. L’uso dei verbi passare e volere aiuta a interpretare la frase in questo modo, ma con altri verbi non funziona così. Ad esempio:

Domanda: dove andate? Risposta: Ce ne andiamo!

Domanda: ve ne siete accorti? Risposta: sì, ce ne siamo accorti!

Affermazione: Abbiamo perso l’aereo! Risposta: Ce ne dispiace molto!

Domanda: Quante speranze vi date? Ce ne diamo molte!

Domanda: Quanti gelati volete? Risposta: ce ne mangiamo due a testa!

Domanda: quante arance ci sono in frigo? Risposta: ce ne sono molte!

Domanda: quanti modi ci sono di usare le due particelle ce e ne? Risposta: ce ne sono molti!

Spero di essere stato esaustivo amici con la spiegazione di oggi. Certo che ce ne vuole di tempo per imparare una lingua!

Se avete gradito questo episodio continuate a sostenere Italiano Semplicemente, con una donazione o aderendo all’associazione Italiano semplicemente.

Facendo una donazione ci aiutate economicamente a sostenere le spese dell’associazione.

Chiedendo invece di diventare membri dell’associazione potrete partecipare attivamente a tutte le attività dell’associazione, in particolare accedere a tutte le lezioni del corso di Italiano Professionale e partecipare al gruppo WhatsApp dell’associazione, dove potete discutere del programma settimanale con gli altri membri di tutte le diverse nazionalità. Potrete farlo ascoltando e leggendo cosa gli altri hanno da dire, oppure parlando e scrivendole vostre opinioni sull’argomento del giorno. Ogni giorno si parla di un argomento diverso, ed il programma settimanale è deciso tutti insieme nel gruppo WhatsApp. Per questo motivo ogni settimana metto online il programma settimanale: commentiamo gli episodi il lunedì, parliamo di notizie dal mondo il martedì. Il mercoledì spieghiamo termini e espressioni lavorative, il giovedì è il giorno della pronuncia, il venerdì cultura e territorio, sabato è il giorno della letteratura e della poesia, ed infine la domenica parliamo di tempo libero, canzoni, sport e salute. Potete chiedere la vostra partecipazione alla pagina dell’Associazione: italianosemplicemente.com/chi-siamo

La quota associativa cambia da paese a paese, in base alle possibilità economiche di ciascun paese.

Un abbraccio e un grazie a tutti per l’ascolto.

Tanto vale

Audio

Trascrizione

Eccoci qua ragazzi, anche oggi con una espressione idiomatica italiana. Anzi, quella di oggi non è una espressione idiomatica ma è quella che si chiama una locuzione grammaticale.

Sono due semplici parole quelle che compongono la locuzione “tanto vale” ma messe insieme, in questo ordine, hanno un significato particolare.

E’ semplice in realtà spiegarne il senso, infatti “tanto vale” significa “è lo stesso”, o “è la stessa cosa”.

In pratica quando usiamo questa frase, informale e molto usata nel linguaggio quotidiano, vogliamo sottolineare l’inutilità pratica di un’azione, ma si usa in risposta ad una affermazione. Precisamente vogliamo dire che lo stesso effetto si può ottenere anche in un altro modo, magari più semplice, più economico, o meno faticoso, che richiede meno tempo.

Vi faccio qualche esempio.

Sono uno studente universitario, devo dare un esame di italiano, e si tratta di un esame difficile, difficilissimo.

Allora non so se sono abbastanza preparato per superare l’esame. Se però non faccio l’esame potrò farlo solamente tra 6 mesi.

A questo punto un mio amico può dirmi:

Beh, a questo punto tanto vale provarci!

Cosa vuole dire il mio amico? Vuole dire che anche se non superassi l’esame, potresti comunque rifarlo tra sei mesi, quindi ti conviene comunque provare a far l’esame. Se sarai promosso, ben venga, se invece sarai bocciato, darai l’esame tra sei mesi, ma se non proverai a fare l’esame comunque avrai nuovamente l’esame tra sei mesi. A questo punto tanto vale fare l’esame!

Ecco, quindi “tanto vale” significa “ti conviene”, “non hai nulla da perdere”. Fare l’esame non comporta dei rischi, perché se non darai l’esame, se non proverai a fare l’esame perché hai paura, sarà come farlo e non superarlo, allora tanto vale provare, così almeno ci sono delle possibilità.

Quindi “tanto vale” si usa quando si vuole mostrare al nostro interlocutore la convenienza di una certa azione. In questo caso la convenienza nel fare l’esame anziché rinunciarci.

Tanto vale dare l’esame. Fare l’esame vale tanto quanto non farlo, anzi, vale di più!

Attenzione qui. “Tanto vale” non è come “vale tanto“. Non è esattamente uguale, ma semplicemente perché “tanto vale”  è una locuzione grammaticale, cioè è una “frase fatta“, come si dice. Le locuzioni grammaticali si chiamano anche in questo modo “frasi fatte” nel senso che hanno un significato che gli italiani sanno riconoscere, e “vale tanto”, con le parole invertite, non è una frase fatta. Benché sia formata dalle stesse parole non si usa nelle stesse situazioni.

C’è ovviamente una similitudine nel significato.

Vale tanto” si usa in frasi tipo:

La mia macchina vale tanto!

Cioè la mia macchina ha un valore elevato, vale tanto, cioè tanti soldi.

Oppure:

La mia macchina vale tanto quanto la tua.

Cioè la mia macchina ha lo stesso valore della tua macchina.

Invece se invertiamo l’ordine delle parole otteniamo “tanto vale” che si usa, come dicevo prima, per mostrare la convenienza di una scelta rispetto ad un’altra. Si usa quindi per fare dei confronti.

Si ascolta una affermazione e poi si dice la propria opinione, indicando una preferenza in luogo di un’altra:

Vuoi andare al mare? Ma con questa pioggia tanto vale andarci domani al mare!

Ad una donna che è stata tradita dal marito potrei dire:

Se non volevi sposare Francesco, perché eri sicura che ti avrebbe tradito, tanto valeva non sposarlo!

Quindi in questo caso ho parlato al passato. Tuo marito ti ha tradito, ma se sapevi che lo avrebbe fatto e non volevi sposarlo per questo motivo, allora non dovevi sposarlo. Quindi non sposare Francesco sarebbe stata la scelta migliore! Tanto valeva non sposarlo!

Riguardo al tempo, “tanto vale” si usa al presente per delle scelte e delle azioni che si devono ancora fare.

Tanto valeva” si usa invece per il passato, per commentare il passato a ragion veduta, cioè a  posteriori, giudicando sapendo come sono andati i fatti.

Spesso si usa anche dire: “tanto varrebbe“, al posto di “tanto vale” se non vogliamo dimostrare eccessiva sicurezza nel nostro consiglio. Diciamo che in questo caso, con “tanto varrebbe” si tratta più di un consiglio, con “tanto vale” invece è più una considerazione, un’opinione sicura, decisa.

Dicevo che si usa in moltissime occasioni. Il motivo per cui preferire una scelta al posto di un’altra può essere legato al tempo, o alla fatica impiegata, o alla semplicità. Il “valore” a cui facciamo riferimento nella frase “tanto vale” è quindi generico, non specificato. La frase da sola chiarisce a quale tipo di valore facciamo riferimento.

Se ci riferiamo al tempo ad esempio diciamo:

Perché andare in treno al lavoro? Se impieghiamo 1 ora tanto vale andare a piedi se impieghiamo sempre un’ora.

Se ci riferiamo alla fatica:

Se studiare insieme a me ti costa fatica e dà gli stessi risultati di studiare da soli, tanto vale studiare da soli!

Se mi riferisco alla semplicità:

Se ti sembra così complicato studiare la grammatica italiana ma riesci ugualmente a parlare in italiano senza fare errori, tanto vale non studiare la grammatica!

Quindi ricapitolando: tanto vale, tanto valeva, tanto varrebbe significano “è lo stesso”, “sarebbe stato lo stesso”, “darebbe gli stessi significati”, ed è una locuzione grammaticale, cioè una frase fatta per esprimere una preferenza che non comporta una perdita di qualcosa, qualcosa espresso in termini di valore. Questo valore può essere riferito alla semplicità, al tempo, alla fatica eccetera. In generale al valore.

Gli italiani la usano spessissimo, e concludo dicendo che se consideriamo che la ascolterete spesso dagli italiani, allora tanto vale che impariate ad usare questa frase.

Attenzione: può capitare di ascoltare “tanto vale” non come frase fatta ma come un modo per sottolineare il valore di qualcosa. Ad esempio:

La Barilla quest’anno ha speso 300 milioni in pubblicità: tanto vale acquistare degli spazi televisivi.

In Italia quest’anno abbiamo risparmiato 1 miliardo di euro. Tanto vale il taglio degli stipendi del settore statale.

Esempi di questo tipo ne troverete molti in realtà. Per riconoscere la frase fatta da questi ultimi due esempi, notate che la frase fatta possiamo riconoscerla da alcune caratteristiche:

Contiene spesso la congiunzione “che“:

tanto vale che, tanto valeva che… eccetera

Se non mi ami più, tanto vale che mi lasci stare!

A volte è presente “allora“:

Se devi sempre essere bocciato, allora è meglio non studiare più!

Altre volte è presente l’uso del congiuntivo:

Se non sei convinto del metodo di insegnamento di Italiano Semplicemente, tanto vale che tu scelga un normale corso di italiano

Ciao ragazzi.

 

I luoghi comuni

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Trascrizione

Buongiorno amici, oggi voglio spiegarvi una espressione abbastanza comune in Italia: i luoghi comuni.

Può sembrare una frase semplice, perché tutti conoscete “i luoghi”. I luoghi sono le località, i posti. I luoghi hanno a che fare con la geografia. Un luogo è, in senso ampio, una parte dello spazio, una parte circoscritta, precisa, determinata e ben identificata. Ma un luogo comune?

Un luogo comune potrebbe essere un luogo dove ci sono molte persone, un luogo frequentato da molte persone. Sì, questo è vero. Un luogo comune può essere questo, ma generalmente in questi casi si parla di luoghi molto frequentati, luoghi comunemente visitati, luoghi famosi.

In realtà un luogo comune, in italiano è tutta un’altra cosa. E’ infatti un modo di dire, un modo di dire che indica ciò che normalmente si dice, o si sente dire, di una categoria di persone, o di una paese.

Stiamo parlando quindi di ciò che si dice e si pensa di qualcosa, un’opinione diffusa tra le persone, di un’idea che accomuna molte persone. Molte persone la pensano in un certo modo, hanno una certa idea.

Ma non si tratta non solo di questo. In realtà molto spesso, ma non sempre, si tratta di qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo superficiale. Spesso si tratta di qualcosa dettato dal pregiudizio.

Spiego meglio.

Un tipico luogo comune riguarda l’opinione degli stranieri sugli italiani. Il luogo comune riguarda quindi gli italiani. Quali sono le caratteristiche degli italiani? Cosa ne pensano nel mondo degli italiani?

Ad esempio gli italiani mangiano la pasta.

Questo è un luogo comune. La pasta è una tradizione italiana, da sempre. Si tratta di un luogo comune che ha un fondo di verità. Si dice così quando qualcosa è in parte vera: ha un fondo di verità. Si dice anche che solo in Italia si sappia cuocere la pasta alla perfezione. Ad esempio la pasta deve essere “buttata” in acqua solamente quando l’acqua bolle, cioè diventa talmente calda da fare le bolle. L’acqua deve essere salata, cioè si deve aggiungere del sale all’acqua. Il sale non si mette sulla pasta ma si mette solamente nell’acqua, e questo non si fa in tutto il mondo. La pasta deve essere scolata al dente: quindi la pasta va tolta dal fuoco, cioè dall’acqua quando non è troppo cotta. Parliamo generalmente di otto-nove minuti di cottura. Insomma che in Italia si sappia cucinare bene la pasta è sicuramente vero, ma che sia l’unico luogo al mondo dove si sappia cucinare bene la pasta non è sicuramente vero. Si tratta appunto di un luogo comune, di una opinione diffusa e che spesso trova riscontro con la realtà. Si tratta sicuramente di un modo per semplificarci la vita quella di usare dei luoghi comuni.

Però un luogo comune non è necessariamente sempre “vero” solo perché molte persone lo pensano. E’ una opinione che si è diffusa nel tempo, e questo lo fa sembrare a volte ovvio, scontato.

Ma perché si chiama “luogo” comune? perché la parola luogo? Sembra che derivi dal latino “locus communis”, e il luogo era la piazza, cioè un luogo dove le persone si incontravano, e conversano tra loro, dicendosi delle cose, scambiandosi informazioni che diventavano appunto luoghi comuni, come la stessa piazza.

All’inizio ho detto che spesso si tratta di qualcosa dettato dal pregiudizio. Il pregiudizio è una opinione che noi abbiamo già su una persona o su una categoria di persone. “Pre” sta per anteriore, cioè “prima”. Quindi è un giudizio che noi non facciamo in virtù di una conoscenza reale, ma in base a ciò che abbiamo sentito dire, in base appunto a qualcosa di preconcetto; insomma, un “vero luogo comune”.

Se un luogo comune è “dettato dal pregiudizio“, significa che è colpa del pregiudizio se noi abbiamo quel luogo comune. Come una maestra che fa il dettato agli alunni della sua classe: se una parola è sbagliata gli alunni scrivono la parola sbagliata: è colpa della maestra!

Si usa spesso il verbo “dettare” in modo figurato: significa consigliare, ispirare.

Ad esempio si dice spesso:

Una cosa dettata dal buon senso (ripeti)

Ho sempre fatto ciò che mi detta il buon senso (ripeti)

Il mio comportamento è dettato dal buon senso (ripeti)

Quindi dettare è una cosa che non fanno solo le maestre a scuola. Quando devono far scrivere un testo agli alunni le maestre leggono lentamente il testo e gli alunni devono scriverlo, quindi le maestre fanno quello che si chiama il dettato, dettano il testo e gli alunni scrivono il testo dettato dalla maestre o maestri.

In senso figurato se qualcosa è dettato dal pregiudizio, o dal buon senso vuol dire che la buona fede, cioè l’onestà, la correttezza, o il buon senso sono i responsabili del risultato.

Quindi posso dire:

mi sono comportato in questo modo perché credo sia un atteggiamento di buon senso

quindi:

Il mio comportamento è stato dettato dal buon senso.

I luoghi comuni non sono sempre dettati dal pregiudizio però. A volte sono dettati dall’ignoranza o dalla superficialità.

Alcuni luoghi comuni famosi sono:

i francesi sono romantici

muoiono sempre i migliori

le donne non sanno guidare

le piramidi sono state costruite dagli schiavi

I tedeschi pensano solo al lavoro

I brasiliani non fanno che ballare la samba e bere Caipirinha

I russi sono scontrosi

Eccetera.

Spesso si parla di “stereotipi“, parola che ha lo stesso significato di luogo comune e che significa “immagine rigida” in lingua greca. Immagine rigida, quindi un’idea, una immagine che abbiamo in testa, nella nostra testa, che è una immagine rigida, dura a cambiare, difficile da cambiare, da modificare.

C’è anche la parola cliché, molto simile a stereotipo. Si tratta di un termine evidentemente di origini francesi e che viene dal linguaggio della stampa, della tipografia. Quando si effettua una stampa sembra che si produca un rumore, che suoni più o meno così: “cliché”. Un rumore che si sente molte volte e quindi questo termine nel tempo è diventato una metafora per un qualsiasi insieme di idee ripetute nello stesso modo, in massa, da tante persone.

Un breve episodio quello di oggi, che finisce qui. Un saluto a tutti.

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Infatti, in effetti

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Trascrizione in corso

Buongiorno ragazzi, oggi voglio rispondere ad una domanda che mi è arrivata da una ragazza di nome Ericka, che saluto e ringrazio per questo.

Erika mi ha chiesto di spiegare la differenza tra infatti e in effetti.

Infatti è la prima parola, di sette lettere e poi in effetti, che sono due parole: la preposizione in seguita dalla parola effetti.

Bene allora vi dico subito che si tratta di due modalità molto simili, che in alcune occasioni possono essere l’una utilizzata al posto dell’altra. C’è però una differenza. Su internet non è facile trovare una spiegazione dettagliata di “in effetti” perché è composta da due parole e non è una vera espressione idiomatica. Si tratta di una locuzione grammaticale cioè un gruppo di parole che funziona come un’unità lessicale con significato proprio, che prescinde dalle singole parole di cui è composta.

Noi italiani lo diamo per scontato, perché pensiamo sia semplice, l’utilizzo corretto di “in effetti” ma pensandoci bene scopro che non è così.

Per infatti invece è più facile trovare una spiegazione, poiché si tratta di una sola parola, si tratta di una congiunzione. Una congiunzione congiunge, cioè unisce due parti di una frase.

Infatti viene utilizzato per confermare, per dare una conferma ad un’altra persona, o per confermare una frase precedente. Sta in mezzo solitamente a due parti di una frase. Ma spesso sta anche da sola, alla fine della frase.

Ad esempio:

Non ti ho trovato a casa ieri, infatti eri uscito.

Quindi dopo la parola infatti c’è un’altra frase che conferma la frase precedente, che avvalora la frase precedente, che dà una ulteriore prova della veridicità della frase precedente.

Dicevo che posso anche evitare di aggiungere altro. Infatti può terminare una frase.

La parola infatti è anche una affermazione singola, il cui scopo è confermare semplicemente la frase precedente detta da qualcun altro.

Oggi non ho voglia di studiare italiano, meglio ascoltare un episodio di Italiano Semplicemente che ne dici?

Risposta: infatti!

In questi casi significa si, buona idea, è vero, hai ragione.

Infatti ha qualche sinonimo, che potete usare al suo posto, ma c’è sempre qualche piccola differenza:

di fatto, nei fatti, in realtà, invero, appunto, esattamente, precisamente, proprio, effettivamente, veramente, tanto è vero.

Di fatto” e “nei fatti” si usano maggiormente per evidenziare un fatto, la realtà dei fatti, l’evidenza.

Giovanni dice di essere povero, ma di fatto lui ha 3 automobili.

Con Italiano semplicemente non si studia la grammatica, ma nei fatti si impara bene l’italiano

In realtà” si usa per contrastare una precedente affermazione, per negare qualcos’altro quindi, evidenziando un secondo aspetto, qualcosa che mette in evidenza la verità. Molto simile a “di fatto” e “nei fatti”.

Sabrina sembra una anziana signora, ma in realtà ha solo 35 anni.

Invero è molto meno usato di infatti e degli altri sinonimi. Viene da “in+vero” ed equivale a davvero, veramente, ma è meno usato.  Serve ad introdurre un’argomentazione che conferma quanto è detto precedentemente. Niente di nuovo quindi:

Imparare l’italiano può essere un problema per qualcuno, e invero non ci sono molti metodi validi.

Appunto, proprio, precisamente, esattamente si usano come in risposta, come affermazione energiche, per dare forza a una frase. Sono simili a “sì”, “infatti”, “bravo”, come a confermare che un concetto è proprio quello che volevo dire, quindi ha un tono di conferma:

Se una persona ti dice:

Hai visto? avevi ragione tu!

La tua risposta potrebbe essere:

Appunto, te l’avevo detto!

proprio così!

era precisamente questo ciò che volevo dire.

era proprio ciò che ti dicevo.

era appunto quello che intendevo io.

infatti, proprio questo intendevo dire

“Infatti” è anche simile ad un’altra congiunzione: “difatti“, ma questa parola, in realtà, benché molto simile, anche nella pronuncia, ad “infatti”, è molto simile, come significato, anche a “in effetti“. Quando usiamo “difatti” o “in effetti”, solitamente aggiungiamo sempre qualcosa dopo.

Ma non è soltanto questo. Questo non basta a capire la differenza, perché accade spesso anche con “infatti”.

Quello che aggiungiamo non serve solamente a confermare la frase precedente ma serve a convincere e anche a convincersi, serve a convincere se stessi della veridicità della frase precedente. È una specie di riflessione, alla quale facciamo seguire qualcosa di convincente, una prova, qualcosa che ci convince.

“in effetti” si usa spesso per convincere la persona con cui si parla, il proprio interlocutore, mostrando che noi stessi ora siamo più convinti, ma l’uso di “in effetti” dimostra l’esistenza di un dubbio, di qualcosa di cui non eravate sicuri e quindi cercate di trovare dei collegamenti logici, dei nessi, dei legami per dimostrare qualcosa.

Se usate “in effetti” in pratica volete essere più convincenti ma voi stessi state cercando una soluzione un legame logico.

Se invece usate “infatti” non è mai del tutto sbagliato ma non avete dei dubbi. Si tratta semplicemente di una conferma. È più semplice usare “infatti”, ed anche più comune, tra gli italiani e tra gli stranieri.

Vi faccio un esempio:

Ieri è piovuto, infatti ho dovuto prendere l’ombrello.

Beh, in questo caso non ha nessun senso usare “in effetti” perché non ci sono dubbi sul fatto che ieri piovesse, non devo fornire prove, non è in discussione la pioggia. È sicuro che ieri piovesse. Quindi ho dovuto prendere l’ombrello. Questa è una semplice conferma e anche una conseguenza della pioggia di ieri.

Se invece dico:

Non so se ieri sia piovuto o meno a Roma. Non ero a Roma ieri, ma forse è piovuto. In effetti ho trovato una pozzanghera quando sono tornato a casa.

Quindi in questo caso non sono sicuro se ieri sia piovuto, ma il fatto che al mio ritorno io abbia trovato una pozzanghera a terra mi fa credere che ieri sia piovuto. Una pozzanghera è semplicemente acqua, un piccolo accumulo di liquido che si trova a terra, sul suolo, e solitamente si forma a seguito della pioggia.

Quindi abbiamo capito che “in effetti” si usa per cercare di dare credito a una affermazione, per dare una spiegazione, per cercare delle prove.

“Difatti” è, come vi dicevo, molto simile a “in effetti” , ma anche simile a “infatti” . Diciamo che è una via di mezzo.

L’origine è sempre nella parola “fatto” cioè qualcosa che è accaduto. Il fatto è un avvenimento, una cosa reale che è successa, che si è realizzata. Quindi infatti e difatti contengono entrambi la parola “fatti” che vuole indicare quindi dei fatti, degli avvenimenti che confermano qualcosa.

“In effetti” invece contiene la parola “effetti”, plurale di “effetto”.

L’effetto è il risultato, la conseguenza di qualcos’altro. L’effetto è il contrario della causa.

La causa determina l’effetto. Quindi quando usiamo “in effetti” vogliamo cercare delle conseguenze, degli effetti di un qualcosa che è la causa. “In effetti” è più complicato da sostituire rispetto a “infatti”.

Possiamo sostituirlo con “difatti”, ed a volte anche con “adesso che ci penso“, “pensandoci bene”, “pensandoci attentamente“, oppure “guarda, credo che questo possa aiutare a capire“.

Notate anche che non si usa dire “in effetto” al singolare. La parola effetto infatti, al singolare, si usa spesso per altri motivi. Ad esempio per indicare una sensazione:

Ad esempio:

Che effetto ti ha fatto rivedere tua sorella dopo 20 anni? Non ti ha fatto effetto rivederla dopo tanto tempo?

Mi ha fatto veramente effetto tornare nella mia vecchia casa.

Ma questo è “fare effetto”, un’altra locuzione avverbiale. Per evitare fraintendimenti quindi, “in effetti” si usa solamente al plurale. Questo è importante.

Per ultimo vi faccio notare che “in effetti”, come espressione a se stante, come espressione singola, senza aggiungere altre parole dopo, si usa per affermare che ci si è convinti di qualcosa. E’ come dire: “sì, è vero!”

Si usa quindi per dire:

Hai ragione, hai proprio ragione, ora che ci penso questa è la verità.

In poche parole “in effetti!”

In questo caso è una esclamazione.

Ad esempio, se un vostro amico vi dice:

Italiano semplicemente è un sito molto utile per imparare e migliorare l’italiano. Le sette regole d’oro sono veramente dei consigli utili, ed ho sentito dire che i membri dell’associazione Italiano Semplicemente sono molto soddisfatti e fanno molti progressi senza studiare la grammatica italiana ma con divertimento con il metodo di italiano semplicemente.

Uno dei membri dell’associazione potrebbe rispondevi:

In effetti!

È questa risposta vuol dire: hai ragione, quello che dici è vero, ti do ragione, è proprio la verità.

Bene ragazzi, è stato un piacere ancora una volta. Un ciao ed un grazie ad Ericka, spero di essere stato chiaro. Grazie a tutti per l’ascolto e la lettura di questa puntata di italiano semplicemente.

Grazie ancora una volta ai donatori e ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Ma ora è bene che finisca questo episodio, in effetti potreste già aver perso la pazienza. Speriamo di no!

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Le abitudini, le consuetudini, l’assuefazione, le tradizioni, i costumi, la prassi, verbi e avverbi

Trascizione

Buongiorno ragazzi, amici appassionati ed entusiasti della lingua italiana.

Immagino che tutti voi abbiate l’abitudine di ascoltare o leggere gli episodi di Italiano Semplicemente; bene, allora se ne parlate con qualcuno, dovreste essere in grado di saper comunicare, esprimere questo fatto.

Come potreste fare?

Come fare per dire a qualcuno, ad un amico ad esempio che voi avete questa abitudine?

Questa puntata di Italiano Semplicemente è dedicata proprio a questo: le abitudini.

Cosa sono le abitudini e quanti modi esistono di esprimere una abitudine?

Se leggiamo il dizionario italiano, si parla di tendenza alla continuazione o ripetizione di un determinato comportamento, collegabile a fattori naturali o acquisiti e riconducibile al concetto di consuetudine o di assuefazione.

Una frase non immediatamente comprensibile, almeno non per tutti gli stranieri.

Allora spieghiamo bene:

Quindi l’abitudine è una tendenza alla continuazione o alla ripetizione di un comportamento.

Voi avete l’abitudine di studiare italiano, quindi studiate l’italiano con continuazione, con una certa continuità, costantemente, posso anche dire. Fare una cosa con continuità o costantemente o con continuazione significa non fare interruzioni significative. Un’abitudine quindi è qualcosa che fate tutti i giorni o quasi, qualcosa a cui siete abituati. Spesso si tratta di qualcosa a cui non fate più troppa attenzione, perché ormai è diventata un’abitudine. Attenzione perché la preposizione che usate qui è importante:

“con continuazione” è diverso da “in continuazione”. In continuazione infatti si utilizza spesso in frasi dove non si è d’accordo.

Ad esempio:

Giovanni rompe le scatole in continuazione!

Francesca mi chiama in continuazione al telefono!

Marco fa errori in continuazione con l’italiano!

Ho detto quasi sempre perché possiamo anche usare “in continuazione” per sottolineare la costanza:

mio figlio studia in continuazione, mia madre ci aiuta in continuazione

Eccetera.

In continuazione” equivale a “continuamente“.

Invece “con continuazione” si utilizza in contesti positivi, neutri e in ambito lavorativo:

La polizia controlla il quartiere con continuazione

Poi esiste anche “in continuità“. In continuità si utilizza quando qualcosa, spesso si tratta di una attività, prosegue nello spazio e nel tempo. Si tratta anche in questo caso di una abitudine, ma si usa in contesti più formali, per indicare il proseguimento di una attività, spesso di un gruppo di persone. Altre volte di una tendenza. Si usa molto nella politica anche:

In continuità con lo scorso trimestre, le vendite sono aumentate.

Questo significa che le vendite continuano ad aumentare, aumentano in questo trimestre così come erano aumentate lo scorso trimestre.

Il nuovo Governo gestirà la politica economica in continuità col passato.

Questo vuol dire che c’è continuità di azione politica nell’economia nonostante il governo sia cambiato. C’è continuità nella direzione. Non si tratta di una vera abitudine, perché sono soggetti diversi che agiscono.

Quindi attenzione perché “con continuità” è diverso da “in continuazione”, “continuamente” e “in continuità”.

Quindi questi primi esempi ci fanno notare che non è detto che un’abitudine sia una nostra azione; potrei ad esempio essere abituato a vedere elefanti in giardino.

Per chi non è abituato può essere una cosa scioccante, ma per chi ormai ci ha fatto l’abitudine non ci fa più neanche caso. E’ diventato normale ormai vedere proboscidi ed impronte giganti nel vostro giardino, è normale veder giocare il cane con un elefante.

Fare l’abitudine a qualcosa è il modo che si utilizza solitamente quando ci abituiamo a qualcosa. Abituarsi equivale quindi a farci l’abitudine:

Mi sono abituato a vedere elefanti in giardino: ho fatto l’abitudine a vedere elefanti in giardino.

Vediamo altri termini:

L’abitudine è, come abbiamo detto prima, una consuetudine, inoltre abbiamo anche nominato l’assuefazione. Due termini particolari: consuetudine ed assuefazione (ripeti).

Cominciamo dalla consuetudine: è un sinonimo di abitudine?

Possiamo dire di sì, ma si usa in modo diverso e spesso in contesti diversi:

La consuetudine è un modo costante di procedere o di operare. Vedete che sembra che la parola sia più legata a cose operative, a procedimenti, procedure. Si tratta di un linguaggio quindi anche poco legato alla singola persona, non tanto legato a dei comportamenti individuali, ma a delle modalità di procedere, delle modalità generiche, che magari riguardano il modo di fare in una azienda, al lavoro, svincolate quindi dalla singola persona.

Possiamo parlare di una abitudine, certo, ma non posso usare la parola consuetudine in contesti molto informali:

Ho l’abitudine di accompagnare mio figlio a scuola tutte le mattine.

Hai la cattiva abitudine di disturbarmi mentre dormo

Come buona abitudine Marco va a correre tutti i santi giorni

Ecco, in queste circostanze, di esempi personali, la parola consuetudine non si usa. Avere una abitudine, buona o cattiva che sia, è una cosa personale, benché la parola abitudine si possa usare anche in modo generale, tipo:

Come abitudine è bene non mangiare mai troppo (ripeti)

La parola consuetudine si usa invece come una specie di procedimento rituale, come quasi una tradizione. Ad esempio potete dire che:

In Italia è consuetudine addobbare l’albero di Natale qualche giorno prima di Natale

Vedete? Ho usato “è consuetudine“. Non c’è nessuno in particolare che ha una consuetudine, ma parliamo degli italiani in generale. Non posso dire “ho una consuetudine“, perché si usa il verbo essere ma alla terza persona, in modo che il riferimento sia spersonalizzato: è consuetudine, che equivale a “è abitudine” o “d’abitudine”.

D’abitudine l’albero di Natale si addobba qualche giorno prima

E’ abitudine mangiare l’uovo di Pasqua durante le festività pasquali

Domanda: Mangiate spesso la pasta in famiglia in Italia?

Risposta: Sì, per noi è una abitudine, lo facciamo d’abitudine, è consuetudine mangiare pasta quasi tutti i giorni per tutti gli italiani.

Si parla spesso di una abitudine consolidata, o di una consuetudine consolidata:

Come consuetudine consolidata, da quando sono nato, amo vedere i campionati di calcio alla TV.

Un’abitudine o una consuetudine consolidata è quindi una specie di rituale, una cosa che si ripete ogni anno, ogni mese, oppure in certe occasioni che si ripetono ogni determinato periodo di tempo.

Posso anche dire: “come di consueto” (ripeti)

Come di consueto, ogni anno la scuola in Italia inizia intorno alla metà del mese di settembre.

Dal lunedì al venerdì, come di consueto, mi alzo alle sette per andare al lavoro.

La frase “come di consueto” si usa quindi anche in modo informale per indicare delle attività quotidiane o ripetitive, che avvengono sempre nello stesso modo, a differenza della consuetudine, che più frequentemente indica, come detto, delle procedure generali.

Potete comunque usare “come consuetudine“, o “come abitudine” al posto di “come di consueto”, benché le abitudini siano più personali e di uso quotidiano.

Ho parlato anche di assuefazione all’inizio.

Assuefazione: questa parola è simile all’abitudine, ma ne sottolinea un aspetto particolare. Infatti l’assuefazione è sì, una abitudine, ma nel senso di un adattamento a qualcosa. Adattarsi, assuefarsi a qualcosa è diverso da abituarsi. Adattarsi a condizioni di vita particolari ad esempio, proprie di un dato ambiente. Posso quindi parlare di assuefazione quando c’è una situazione che perdura per tanto tempo, tanto tempo che sembra sia sempre esistita e non ci fa più provare le emozioni iniziali, positive o negative che siano.

Non si tratta quindi di qualcosa che si ripete, ma di una condizione che dura molto tempo, alla quale facciamo l’abitudine, alla quale ci si abitua. Questa è l’assuefazione: qualcosa a cui ci si assuefà, ci si abitua.

Posso dire ad esempio:

Alla bellezza ci si assuefà, alle ingiustizie meno

Questo vuol dire che quando una persona è bella, all’inizio è eccitante; è sempre comunque bello, intendiamoci, ma col passare del tempo lo consideriamo normale. Invece alle ingiustizie viene sempre una certa rabbia, difficile assuefarsi, abituarsi alle ingiustizie. Infatti l’assuefazione implica una diminuzione delle sensazioni associate.

L’assuefazione è un termine che si usa molto in medicina: si dice che una medicina, un farmaco, può creare assuefazione. Questo significa che l’assuefazione è uno stato che viene raggiunto dall’organismo quando la somministrazione continua di un farmaco ne diminuisce, o addirittura ne annulla, l’efficacia. In pratica l’organismo, il corpo umano si assuefà al farmaco. Si parla di assuefazione dell’organismo alla droga ad esempio. Ma anche al di fuori della Medicina ci si può assuefare a qualcosa. Ovviamente rimane nel termine quel senso di abituarsi a qualcosa con delle conseguenze negative.

Ci si può assuefare ad un lavoro squallido, un po’ meno ci si assuefà ad una vita senza soddisfazioni. Ci si può assuefare a vivere o a lavorare con una persona antipatica, che all’inizio non riuscivamo a sopportare. Ci si assuefà generalmente ai problemi quindi, o alle medicine, e talvolta si usa anche con le cose positive come la bellezza: difficilmente l’assuefazione riguarda le cose belle e piacevoli in generale, resta comunque un termine più simile all’adattamento che all’abitudine.

Vediamo un altro termine: tradizione.

Il termine “tradizione” è abbastanza simile all’abitudine. Ugualmente la parola “costume” e “usanza“.

Cominciamo dalla tradizione. Questa parola deriva dal latino e significa “trasmissione”, “consegna”. Strano…

Questo però ci aiuta molto a capire che qui c’è di mezzo la storia e le generazioni che si susseguono una dopo l’altra. Si tratta quindi di un tipo di abitudine, ma le tradizioni sono le abitudini che vengono trasmesse, consegnate, da una generazione all’altra, da padre in figlio. Ecco l’origine latina di trasmissione e consegna. Una tradizione si consegna ai figli, alle generazioni future, si trasmette. Non solo le malattie si trasmettono, e non solo i segnali o le informazioni si trasmettono. Anche le tradizioni si possono trasmettere, consegnare, quasi fossero un pacco di Amazon…

In questo caso possiamo parlare anche di “costumi“, intesi non come vestiti da indossare a Carnevale ma comportamenti, usanze, abitudini, appunto, di un popolo però.

“L’insieme degli usi e costumi che sono trasmessi da una generazione all’altra”. Queste sono le tradizioni. Quei modi di fare che diventano poi regole.

Ad esempio:

E’ tradizione nella mia famiglia mangiare il panettone a Natale (ripeti)

Era tradizione nel popolo dei Greci considerare come eroi i morti in battaglia (ripeti)

Le tradizioni quindi sono un’abitudine che si tramanda da generazione in generazione. Tramandare è in effetti più adatto come verbo di trasmettere e consegnare, perché l’idea è che ci sia un passaggio continuo, mai interrotto da padre in figlio. Sono poche le cose che si possono tramandare: le tradizioni e i costumi si possono tramandare, trasmettere nel tempo, attraverso le generazioni.

Si può tramandare la memoria di un fatto avvenuto nel passato; le usanze che si tramandano da secoli.

Per tornare alle tradizioni, una cosa tradizionale quindi non è esattamente un’abitudine, perché riguarda il costume di un popolo o di una famiglia. Le tradizioni sono qualcosa da rispettare, qualcosa a cui ci si attiene. Qualcosa cui attenersi, cioè che bisogna rispettare.

Anche il verbo attenersi è interessante.

Ci si attiene normalmente alle regole, ad una guida, alla legge: quindi, se si usa anche con le tradizioni questo ci fa capire quanto siano importanti le tradizioni, quanto sia importante distinguere una tradizione da una semplice abitudine.

Se poi una abitudine si perde, una tradizione si rompe. Quando non c’è più una abitudine si usa il verbo “perdere“:

Ho perso l’abitudine di correre tutte le mattine (ripeti)

Invece con le tradizioni si usa il verbo “rompere” (a volte interrompere)

La tradizione di famiglia di battezzare i propri figli è stata rotta (o interrotta)

Si usano verbi diversi proprio per sottolineare la differenza tra le parole.

Una rottura è più drastica, indica qualcosa di sbagliato e una situazione da cui non si torna indietro. Ciò che si perde invece, come le abitudini, sottolinea di più un cambiamento di comportamento, senza troppa negatività; in fondo si può perdere anche una cattiva abitudine, come quella di fumare. A volte comunque potete anche ascoltare rompere o interrompere un’abitudine.

Le consuetudini invece sono più legate ai processi come ho detto prima; è un termine che si usa anche al lavoro, ma non è legato alle emozioni ed ai popoli, come le tradizioni.

Usanza è un altro termine interessante. Difficile spiegare la differenza rispetto a “tradizione”. Tradizione probabilmente è più solenne, più importante come termine. Una usanza, lo dice anche la parola, è qualcosa che si “usa” fare. Una usanza è però in genere una cosa che accade periodicamente, un avvenimento abituale di vita pubblica o privata. Una usanza è un avvenimento che avviene “solitamente” in certe occasioni. Qualcosa che avviene “di solito” in certi periodi di tempo. Molto spesso si tratta di avvenimenti periodici, ma non è detto.

E’ una usanza del nostro paese dare il benvenuto ai nuovi cittadini

E’ una usanza della nostra famiglia festeggiare due volte ogni compleanno

E’ una usanza tipicamente italiana darsi due baci ogni volta che ci si saluta, uno per ogni guancia, una volta a destra e una volta a sinistra.

Non sempre però si tratta di usanze periodiche o nazionali: Esistono infatti le “usanze primitive”, le “usanze barbariche”, per indicare ciò che è in uso (o che era in uso) in certi periodi o in certi paesi

Paese che vai usanza che trovi

Questo è un proverbio che ci dice che in ogni luogo o paese ci sono delle usanze tipiche, delle abitudini, delle tradizioni popolari: Paese che vai usanza che trovi.

In ogni paese in cui si va si trovano delle usanze caratteristiche.

Se cambiamo ambiente adesso e passiamo al lavoro, l’usanza diventa la “prassi“, una parola che al lavoro si usa moltissimo. La prassi è una abitudine, una linea di comportamento nell’ambito di una consuetudine amministrativa, giudiziaria, professionale. La vediamo meglio in una prossima lezione di Italiano Professionale, dedicata ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Bene ragazzi, ora che siamo alla fine di questa puntata vorrei dirvi parole più semplici, che probabilmente sapete già utilizzare.

Per esprimere una abitudine infatti, nel linguaggio quotidiano, si usano alcune frasi come:

Spesso, molto spesso, di sovente, soventemente, di frequente, frequentemente, molto frequentemente, ripetutamente, con una certa frequenza.

Questi avverbi si usano tutti allo stesso modo; alcuni sono più formali e ricercati, altri si usano in contesti particolari.

Vi faccio quindi alcuni esempi significativi che vi aiuteranno a capire e che vi invito a ripetere, poi terminiamo l’episodio di oggi.

Spesso mi dimentico di telefonare a mia moglie

Mi capita molto spesso di parlare in inglese

Il governo del mio paese prende di sovente decisioni sbagliate

Soventemente ricevo messaggi su Facebook

Chi beve molto fa la pipi frequentemente

Mi collego ad internet molto frequentemente

La ragazza è stata insultata ripetutamente

Gli incidenti sul lavoro in Italia si verificano con una certa frequenza

Ciao ragazzi, vi saluto e mi auguro continuiate ad ascoltare gli episodi di Italiano Semplicemente con una certa continuità, in questo modo migliorerete il vostro livello di italiano senza studiare soltanto la grammatica (come avviene molto spesso tra gli studenti).

Per chi non ascolta soventemente l’apprendimento sarà più lento. Vi consiglio pertanto di fare dell’ascolto un’abitudine, una routine quotidiana, una consuetudineconsuetudine.

Routine, questo è un altro termine interessante: è una abitudine lentamente acquisita per mezzo della pratica e della esperienza.

Grazie ai donatori e ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Un saluto a tutti, come d’abitudine.

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