626 Sopra le righe

Sopra le righe (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai conosciuto persone che hanno avuto o che hanno sempre un comportamento sopra le righe?

Si dice che un comportamento è sopra le righe, quando è poco opportuno, poco adatto alla circostanza, o quando il tono della voce utilizzato è eccessivo, troppo alto.

Si dice anche di persone a volte:

Alessia è sempre sopra le righe.

La riga in qualche modo rappresenta la normalità. Immaginate una barra, una linea orizzontale, quindi una riga è come una linea immaginaria che rappresenta un livello ritenuto normale, medio, di comportarsi.

Chi sta sopra le righe o chi va sopra le righe, sempre al plurale, sta esagerando, magari non di molto, ma si discosta da questa linea della normalità.

Quindi una persona che ha un comportamento sopra le righe viene facilmente notata e la gente si chiede:

Questo non è normale, cosa c’è che non va? Come mai si comporta così?

Le persone che hanno comportamenti sopra le righe non passano mai inosservate per questo motivo. Spesso creano imbarazzo.

Quando un comportamento o un atteggiamento è caricato, troppo enfatico, eccedente la norma, si può sempre dire che è sopra le righe. Enfatico significa che questa persona si compiace di caricare i toni ad esempio in ogni suo comportamento. C’è troppa enfasi.

Ma allora voi potreste chiedervi: quando è il caso di usare opportuno per giudicare un comportamento e quando dire che è sopra le righe?

Direi che una persona, quando ha un comportamento sopra le righe, può essere descritta inopportuna, ma nel termine inopportuno c’è meno giudizio e inoltre inopportuno si addice maggiormente ad un singolo comportamento:

Spero di non essere inopportuno se non do del lei alla professoressa

Sarebbe opportuno prenotare prima di andare al ristorante.

Vedete che nell’opportinitâ ci può semplicemente essere la cosa giusta da fare, cioè prenotare, per non restare senza tavolo al ristorante.

Inopportuno significa, più in generale, contrario alla convenienza del momento.

Non conviene non prenotare

Prenotare sarebbe opportuno

Non prenotare sarebbe inopportuno

Il tuo è stato un intervento veramente inopportuno durante la riubione. Come ti è venuto in mente di fare quella battuta sulla fidanzata del direttore? Ma sei fuori di testa?

Questo è un singolo comportamento, un singolo atto criticabile per il fatto che non è stato conveniente per nessuno. Non era il caso di fare una battuta simile.

Si usa spesso anche questa formula per dare una valutazione negativa ad un fatto:

Non è il caso di arrivare sempre tardi o ufficio

Non è il caso di vestirsi di bianco in un matrimonio quando non sei la sposa. Una cosa veramente inopportuna.

Anche nell’inopportunitâ c’è spesso una critica ad un comportamento, quando non si fa una cosa corretta, o educata, criticabile da un punto di vista umano, professionale o anche solo di consuetudine, solo perché generalmente non si fa in questo modo.

Ma l’essere sopra le righe, come detto, riguarda spesso un’abitudine e non un singolo comportamento e poi ciò che stiamo criticando in fondo non è l’atteggiamento ma la persona, che si comporta in modo strano, che può mettere in imbarazzo le altre persone con questo di comportamenti.

Anche una persona che ha bevuto un po’ può avere comportamenti sopra le righe.

Persone di questo tipo di solito non si comportano in modo inopportuno una sola volta, ma in genere spesso, nelle stesse circostanze.

Ci sono conunque anche altri modi per descrivere tali atteggiamenti, ad esempio abbiano visto i comportamenti poco ortodossi, simile, se ricordate, a poco adatti.

Altri li vediamo meglio nel prossimo episodio.

Per adesso ripassiamo e parliamo di poesia.

Ma a cosa serve la poesia? Lo sanno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in registrazione)

Irina: non saprei. Ma non voglio eludere la domanda. Serve forse a istruire le persone? Ha uno scopo educativo o istruttivo? Mi prendi un po’ in contropiede con questa domanda. Di sicuro non mi è mai andata molto a genio per via dei troppi versi da imparare a memoria

Andrè (Brasile): secondo me la poesia è una passione, e magari anche un’arte. Non deve però necessariamente servire a qualcosa. Avevo un amico che mi costringeva sempre ad ascoltare le sue poesie… Che pesantezza! Mi chiedevo sempre: Ne avrà ancora per molto?

Peggy (Taiwan): ah? cosa? Ma quando mai! Magari il tuo amico non era all’altezza. Dovevi starne alla larga allora!

Ulrike (Germania): Secondo Giovanni Pascoli, che era qualcuno nella poesia, più che altro la poesia serve a riconoscere le cose belle anche in cose semplici, a vedere la bellezza anche in cose umili, semplici e vicine, senza curarsi della scienza o di ragionamenti complicati. La poesia è semplice come la mente di un fanciullino.

Mary (Stati Uniti): e avvicina tutti, poveri e ricchi, perché la poesia vive solo di intuizione, sicché scopre ogni giorno la realtà, il mondo, come se fosse nuovo.

Karin (Germania): Proprio come i bambini, che in quanto tali non sanno le cose e non conoscono il mondo.

Hartmut (Germania): a suo dire la poesia permette a tutti di dialogare, basta far parlare il fanciullino che è in ognuno di noi. È così semplice che tanto vale provare.

Sofie (Belgio): io sono esattamente agli antipodi e Pascoli non mi tange proprio. Infatti credo che lo scopo della poesia sia esprimere un pensiero mettendo insieme parole a caso, o copiando pari pari qualche verso scritto da altri, cercando di far credere a tutti che ci sia qualcosa di profondo in me. Così si fa una bella figura.

Harjit (India): basta! Io questa non la reggo più!! Sempre irriverente e poco ortodossa. Datemi pure dell’intransigente ma io questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere!

607 Prenderla con filosofia

Prenderla con filosofia (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: quando nella vita accadono cose negative, abbiamo due scelte:

Prenderla bene o prenderla male, vale a dire arrabbiarsi oppure non pensarci più di tanto. Quando la prendiamo bene si può anche dire prenderla con filosofia.

Curiosa espressione questa vero?

Il verbo prendere non deve stupire. Lo abbiamo incontrato molte volte finora.

Prendere qualcosa: se questo qualcosa è un oggetto bisogna usare le mani per prenderlo.

Ma se è un fatto accaduto, decidere come prenderla significa decidere che tipo di impatto questo fatto ha sul tuo morale e quanto riusciamo ad accettare questo fatto e andare avanti. Lo accettiamo con serenità? Oppure no?

Si tratta sempre di cose negative accadute. È facile infatti accettare con serenità le cose positive.

Attenzione a non confondere prenderla con prendersela.

Prenderla si riferisce ad un fatto accaduto o una notizia che si apprende. È questo fatto o questa notizia che si “prende”

Prendersela invece, sempre in senso figurato, significa offendersi oppure accusare qualcuno:

Io me la prendo sempre quando mi prendono in giro (offendersi)

Io me la prendo con te (io accuso te)

Si usa sempre la forma femminile in entrambi i casi: prenderla e Prendersela.

La regina non l’ha presa bene quando Carlo si è sposato con Camilla!

Prenderla bene quindi significa accettare questo fatto senza troppi problemi, e magari scherzarci su.

Se la cosa la si prende male invece ci si concentra troppo su questa cosa, senza riuscire a superarla, ci si rattrista o si resta arrabbiati a lungo.

L’espressione prenderla con filosofia è sostanzialmente come prenderla bene, più o meno come farebbe un filosofo.

Prenderla con filosofia significa mostrare una serena ed equilibrata rassegnazione nelle avversità.

C’è chi dice, ed è qui che l’espressione diventa particolarmente adatta, che la vita stessa debba essere presa con filosofia.

Il che significa che dobbiamo essere sempre pronti ed accettare anche le cose che non ci piacciono. È un stile di pensiero, una filosofia di vita, più che una reazione ad un singolo evento.

L’espressione è particolarmente adatta quando questa reazione serena è stupefacente, quando i guai che accadono sono molto seri e chiunque sarebbe moralmente distrutto.

In effetti a cosa serve la filosofia se non a restare sereni di fronte alle avversità?

La stessa espressione “filosofia di vita” rappresenta un modo di intendere la vita in generale e non solo un modo di reagire agli eventi. È una specie di software che esegue il programma della vita.

La mia personale filosofia di vita ad esempio consiste essenzialmente nel cercare di essere una persona piacevole, cercando sempre di avere un obiettivo ambizioso che tenga viva la mia curiosità e interesse nel mondo.

Ognuno ha una sua personale filosofia di vita e molti la devono ancora scoprire.

Comunque tornando all’espressione di oggi vediamo qualche esempio:

Giovanni: Sofie, hai visto che Marco è stato lasciato sia dalla moglie che dalla sua amante?

Sofie: Ah, e come l’ha presa?

Giovanni: L’ha presa male, infatti è una settimana che non esce di casa.

Sofie: Strano, non è da lui. Di solito Marco prende tutto con filosofia.

Secondo esempio:

Oggi ho visto Mario dopo tanto tempo. Sai che non l’avevo più visto dopo che era stato licenziato e aveva perso sua moglie. Comunque sembra averla presa con filosofia perché era molto allegro.

Terzo esempio:

Giovanni: Non ti dico quante me ne sono successe ultimamente: mi sono rotto una gamba, ho preso il covid, e poi mi è crollata la casa mentre facevo la quarantena. Una tragedia dietro l’altra!

Anthony: Che sarà mai. Dai, prendila con filosofia, in fondo sei ancora vivo.

Giovanni: vorrei vedere te al mio posto!

Adesso mettiamo da parte la filosofia e ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno, mi faccio viva di nuovo . Può darsi che da illo tempore non facciate una capatina a Roma. Sbaglio?
Vorrei farvi qualche domanda.
In primo luogo vi piacerebbe visitare piazza San Pietro piena zeppa di capolavori di artisti annoverati tra i più grandi del mondo? Magari avete in vista un viaggio alla volta di Roma. Io vorrei allora farvi notare qualcosa, come faccio a modo mio di volta in volta.
La pavimentazione di Piazza San Pietro è composta da circa 2 milioni di “sanpietrini” . Ce li avete presenti? Quei pezzi di pavimentazione quadrata si chiamano così, ma uno di loro è estremamente particolare ed il suo nome “il cuore di Nerone” si deve ai bambini che capitavano a giocarci con una palla fatta di stracci. Parlo di parecchio tempo fa, quando videogiochi e cellulari non esistevano ancora.

Marcelo: del nome “sanpietrini” ne ho sentito parlare. e quando sono stato/a in Piazza San Pietro, bisognava correre per vedere quella caterva di capolavori presenti!
Vai a immaginare che potevo imbattermi in uno chiamato il cuore di Nerone!

Ulrike: anch’io a mia volta, ne ho sentito parlare, e ho sentito anche delle leggende, o storielle che dir si voglia, su questo sanpietrino particolare. Ne ho sentita una che però parlava di questa pietra chiamandola “il cuore di Bernini”, che non riuscendo a trovare mai l’amore, avrebbe scolpito il cuore di pietra come simbolo della sua vita priva d’amore. Senz’altro mi è piaciuta questa spiegazione, visto tutto il colonnato che vi ha costruito (parlo di Bernini) e altri capolavori, aveva sicuramente il tempo risicato per cazzeggiare coll’amore.

Albéric: Questa tua storiella ha una certa attinenza con una che conosco io. In effetti anch’io ne ho sentito parlare ma nel mio caso lo hanno chiamato “il cuore di Michelangelo”, il quale essendo votato a fare anche piccoli scherzi, l’avrebbe scolpito lui questo cuore, simbolo del suo cuore spezzato da uno sfortunato amore.

Hartmut: Immagino che con questo numero di sanpietrini sulla Piazza, bisogni davvero armarsi di pazienza per poterlo trovare. Sono restio a farlo da solo però.

Irina: Non la faccio lunga io, e vi dico brevemente come fare a trovare questo sanpietrino. Di primo acchitto sembrerebbe difficile, ma spiegato per bene, dovrebbe risultarvi facile. Sempre che interessi a qualcuno.
Allora è situato nel riquadro “sud-ovest” della Rosa dei Venti, nella fascia che corre tutt’intorno all’obelisco centrale, sul lato sinistro del “libeccio”. Sempre che guardiate la facciata della Basilica.

Avercela con

Avercela con (audio)

espressioni idiomatiche italiane

due minuti con Italiano Semplicemente

Cosa significa avercela con una persona?

Ha due significati che mi appresto a spiegarvi.

Il primo utilizzo indica l’essere arrabbiati con una persona, o, più precisamente, provare rancore verso una persona.

Si usa in questo caso anche “prendersela con“, anche se è leggermente diverso usare questo verbo. Sono due verbi pronominali ma ognuno ha le sue carattetistiche.

Vediamo poi perché.

Avercela con una persona significa dunque serbare rancore verso questa persona per qualche cosa; qualcosa che è accaduto, qualcosa che questa persona ha fatto o che ha detto, e per questo motivo ci si sente offesi.

E allora posso dire che io ce l’ho con questa persona, o che io me la prendo con questa persona.

Perché ce l’hai con me?

Ce l’ho con te perché mi hai offeso. Mi hai detto stupido.

Cosa? Non puoi avercela con me per questo. Io scherzavo!

Quando ce l’hai con una persona, normalmente questo si dimostra attraverso un atteggiamento rancoroso, un atteggiamento pieno di rancore. Ma cos’è il rancore?

Tutto ha origine con un torto o un’offesa subita.

Il rancore è chiamato anche risentimento.

Come tutti i sentimenti è qualcosa che si prova, ma il verbo più adatto per il rancore è “serbare“, simile a “nascondere” dentro di noi.

Si può dire anche covare rancore. Il rancore è qualcosa che viene nascosto ma che può anche crescere, ed è per questo che si usa anche il verbo “covare“. Proprio come fa la gallina 🐔 quando cova il suo uovo 🥚. Lo nasconde e lo fa crescere.

Il rancore è dunque un’avversione, spesso profonda, covata nell’animo, dentro di noi, in seguito a un’offesa o a un torto ricevuto.

Bisogna dire che avercela con qualcuno è, comunque, un’espressione colloquiale, ed esprime in genere un sentimento più leggero, meno importante del rancore. Si usa dire anche “essere risentiti” con una persona. In questo caso si prova risentimento. Anche il risentimento in genere si usa per cose più importanti rispetto a “avercela con” qualcuno.

Spesso, quando ce l’hai con una persona, questo si manifesta attraverso il mostrarsi offesi, quindi semplicemente stando in silenzio, altre volte invece attraverso atti, conportamenti diversi, come una voce arrabbiata, parolacce, accuse, e a volte anche l’uso della violenza.

Vediamo adesso la differenza tra avercela con una persona e prendersela con una persona.

Quando ce l’hai con una persona, stai incolpando questa persona di qualcosa, ma si vuole indicare soprattutto il tuo rancore, il tuo sentimento verso di lei.

Se invece io me la prendo con questa persona, sto indicando la mia reazione.

Spesso si usano i due verbi indifferentemente, ma di solito “avercela con” indica il sentimento e “prendersela con” indica la reazione, e somiglia molto a “accusare“, “incolpare”.

Perché ce l’hai con me?

Ce l’ho con te perché mi hai detto che sono brutto e mi sono offeso. Sono un po’ risentito nei tuoi confronti

Non devi prendertela con me, ma con madre natura, che ti ha fatto così brutto!

Per capire bene la differenza, basti pensare che ce la si può prendere anche con cose diverse dalle persone.

Ad esempio potrei prendermela con la sfortuna, cioè incolpare la sfortuna, imputare alla sfortuna dei fatti negativi, ma non si usa dire “avercela con la sfortuna”, perché sarebbe come offendersi con la sfortuna, che non ha senso.

Casomai si usa dire che la sfortuna ce l’ha con me, quindi il contrario, come se la sfortuna mi avesse preso di mira, ma sappiamo bene che la sfortuna è cieca.

Così almeno si dice per indicare la sua imparzialità.

A volte però sembra veramente che ce l’abbia con noi.

Adesso vediamo il secondo uso di “avercela con“, che si può usare nel senso di rivolgersi ad una persona, parlare con una persona e non con un’altra.

Si usa in modo colloquiale quando ci può essere un dubbio riguardo alla persona con cui sto parlando.

Es:

“Adesso vai a fare i compiti”, dice il papà ad uno dei suoi figli.

Ma sono presenti due figli nella stanza. Marco e Paolo. Con chi sta parlando il papà?

Marco domanda allora:

Con chi ce l’hai papà?

Ce l’ho con Paolo, non con te.

Che significa:

Con chi stai parlando papà?

Sto parlando con Paolo, non con te.

Oppure:

A chi ti stai rivolgendo papà?

Mi sto rivolgendo a Paolo, non a te.

C’è da dire che a volte questa modalità si usa anche quando si è un po’ alterati, arrabbiati e può sicuramente apparire un po’ sgarbato, ma dipende anche dal tono che si usa, specie se si tratta di un sollecito:

Ehi, Paolo, ce l’ho con te, vuoi venire o no?

Comunque, che siate irritati o no, in questo caso non potete usare “prendersela con”.

Notate infine che “avercela con” ha questi due significati che vi ho detto solamente quando c’è la preposizione “con”.

Lo stesso vale per “prendersela“. In questo caso però se non usate alcuna preposizione, si tratta semplicemente di essere offesi:

Perché fai l’offeso?

Me la sono presa.

Perché te la sei presa così tanto? Dai, non fare l’offeso.

Me la sono presa perché non sei venuto alla mia festa di compleanno.

Quindi, ricapitoliamo: “avercela con” è una locuzione informale per indicare che una persona prova del rancore verso un’altra.

Io ce l’ho con te

Tu ce l’hai con me

Lui ce l’ha con tutti

Lei ce l’ha con la sorte

Noi ce l’abbiamo con l’arbitro

Voi ce l’avete con i professori

Loro ce l’hanno con tutti

Prendersela con” è abbastanza simile, ma indica più il colpevole e meno l’emozione verso questa persona.

Avercela con“, poi, si usa anche nel senso di parlare con una persona, rivolgersi e a lei, e spesso con un tono scocciato e sgarbato.

Infine, la preposizione “con” è importante e non si può togliere, altrimenti cambia il significato.

Ce l’ho fatta a finire l’episodio, e avercela fatta per me è molto importante.

Questo è un esempio di ciò che può accadere senza “con”.

Ce l’avete con me perché non vi faccio fare un esercizio di ripetizione?

Allora facciamolo, così poi se non riuscite a memorizzare non potete prendervela con me.

Ripeti anche tu:

Con chi ce l’hai?

Ce l’ho con Maria perché non mi chiama più.

Maria invece ce l’ha con suo fratello perché non le presta l’automobile.

Tu non dovresti prendertela con me. Io non c’entro coi tuoi problemi.

Non puoi prendertela per cosi poco.

Tutti se la prendono con me perché urlo sempre.

Se abbiamo problemi personali non è giusto prendersela con gli amici.

Perché quella faccia? Sembri risentito!

Il perdono è la chiave che sblocca la porta del risentimento

Allora, io adesso vi dico una cosa: sto per terminare l’episodio…… Ehi, ce l’ho con voi!

Sollevare da un incarico – ITALIANO PROFESSIONALE

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Descrizione 

Questa lezione del corso di Italiano Professionale, per non madrelingua, verte sulla sollevazione degli incarichi, vale a dire su una forma particolare di licenziamento.

Il plagio, la pirateria e il diritto d’autore – ITALIANO PROFESSIONALE

Il plagio e il diritto d’autore (scarica audio)

Nel mondo del lavoro si sente spessissimo parlare di plagio. Si parla altrettanto spesso di pirateria, con lo stesso significato. In entrambi i casi si parla del cosiddetto “diritto d’autore“.
Allora in questo episodio di Italiano Professionale inserirò anche alcuni verbi professionali, che sono già stati oggetto di episodi passati (vi inserisco il link all’interno dell’episodio), di conseguenza questo episodio finirà per essere anche un episodio di ripasso.

Il significato di plagio e pirateria, è molto simile a quello di furto. In tutti i casi si ha la proprietà di qualcosa. Sono entrambi dei reati, sebbene il furto sia giudicato più grave.

Cosa fanno i ladri? I ladri rubano, cioè si appropriano delle cose altrui. Ho usato il verbo appropriarsi, cioè far diventare proprio. Si parla quindi di proprietà. A chi appartiene questa automobile? Di chi è la proprietà di questa automobile?

Quando parliamo di plagio e pirateria però non si parla di oggetti rubati, ma fondamentalmente di idee rubate.
Per commettere il reato di plagio infatti è sufficiente imitare qualcosa, apportando lievi modifiche a qualcosa e cambiandone il titolo.
Così facendo ci si appropria di una qualche paternità sull’opera.
In sostanza, non ci si può avvalere delle opere altrui per ottenere dei vantaggi personali, perché in questo modo si cagiona anche un danno al proprietario dell’opera, cioè di chi detiene la proprietà dell’opera.
Spesso il confine tra il furto e il plagio è sottile, e un avvocato difensore di un ladro, in alcuni casi, potrebbe adoperarsi nel cercare di derubricare il furto in plagio per ottenere delle pene meno pesanti. Non credo sia cosa facile però.

Mi viene in mente il parmigiano e il parmesan cheese. Il parmesan cheese possiamo chiamarlo un plagio, in uso all’estero. Un tentativo di spacciare un prodotto, il parmesan scheese, per il vero parmigiano italiano.

Naturalmente il “parmigiano” non appartiene a nessuno in particolare, non ha un proprietario, quindi non è un plagio nel vero senso del termine. Il vero plagio ha bisogno di una vera proprietà.

Molto spesso si parla di plagio in ambito artistico e letterario. Si dice ad esempio che molti cantanti si siano “ispirati” un po’ troppo ad altre canzoni, molto famose, per scrivere il loro pezzo. Ma questo pezzo, questa canzone, risulta alla fine troppo somigliante all’originale. In questo caso si parla di plagio. Abbiamo quindi una falsa attribuzione a sé di opere o anche di scoperte, invenzioni scientifiche i cui diritti di invenzione spettano ad altri, i veri autori, i veri proprietari.

La questione riveste una certa importanza come potete immaginare, esiste infatti una legge per capire quando si tratta di plagio oppure no, e l’esito di questo confronto ha delle conseguenze penali ovviamente. Si chiama legge sul diritto d’autore e ci sono anche direttive europee. Quindi di volta in volta, quando c’è una denuncia di plagio, bisognerà valutare se si tratta di plagio oppure no.
Prima parlavo di appropriazione di idee di altre persone. In realtà la definizione esatta non è idea, ma “un’opera dell’ingegno altrui”, quindi un’opera che scaturisce dalla mente di altre persone. Il termine ingegno indica quello che possiamo chiamare il principio attivo dell’intelligenza.
Se diamo un’occhiata alle notizie sul web, notiamo che ci sono molte notizie che attualmente parlano di plagio.
Ad esempio Dolce & Gabbana, la famosa casa di moda, è stata accusata di plagio per aver copiato delle ceramiche spagnole. E coloro che hanno denunciato questo plagio, hanno dichiarato che a loro non dà fastidio che qualcuno si ispiri alle loro opere, ma invece dà fastidio di essere copiati in modo sfacciato. Comunque chiunque denunci di essere stato plagiato deve suffragare le proprie accuse con delle prove.
Prima parlavo della pirateria come sinonimo di plagio, ma forse è meglio chiarire che questo termine assume un significato più ampio.
Questo termine viene da”pirati“, che sono coloro che in mare, assalgono e depredano a proprio beneficio navi di qualunque nazionalità, rubano il loro carico e anche le persone imbarcate.
Quindi non siamo lontani dal concetto di plagio.
Esiste anche la pirateria aerea, ma la questione non cambia. Si tratta di sequestrare un aereo mentre è in volo, minacciando con le armi costringendolo a dirigersi verso una destinazione diversa.
In senso figurato però il concetto di pirateria è un atto, un comportamento di abuso associato a un atteggiamento fraudolento. Inoltre anche gli utilizzatori, cioè chi acquista questi prodotti possono essere accusati di pirateria.
Quindi il pirata è anche chi utilizza in modo clandestino, quindi di nascosto, anche senza pagare le tasse, oltre a chi vende  abusivamente e senza autorizzazione, prodotti generalmente come come libri, dischi, cd, dvd eccetera. Il plagio quindi è il reato commesso solamente da chi copia il prodotto, mentre la pirateria, termine poco giuridico, è commesso anche da chi acquista questo prodotto.
La pirateria più famosa è probabilmente quella informatica. E questa è l’attività di chi riesce a entrare all’interno di reti di informazioni e archivî di dati informatici, copia programmi o dati riservati. Avete presente i cosiddetti hacker? Non c’è una vera traduzione in italiano di questo termine. Possiamo chiamarlo un esperto informatico disonesto, o, appunto, un pirata informatico.
Infatti gli hacker possono fare anche pirateria perché se, una volta entrati in possesso di dati riservati, ne ricavano dei vantaggi economici illeciti.
Abbastanza diffusa è anche la pirateria editoriale, cioè che si riferisce ai libri.

Voglio terminare con il verbo plagiare, che ha ovviamente il significato di copiare, attribuire a sé stessi un’opera di altri, sebbene viene spesso usato anche in modo simile a “convincere“. Si usa infatti nella psicologia in questo senso.
Il plagio in questo caso è un termine che viene usato in due modi diversi. Il primo modo indica una sorta di abuso che consiste nel ridurre una persona in uno stato di totale soggezione al proprio potere.
Quindi la persona plagiata fa tutto ciò che dice la persona che l’ha plagiata, che impartisce ordini alla persona plagiata, che si attiene a sua volta tutte le sue disposizioni. In questi casi si parla comunemente di lavaggio del cervello o di manipolazione mentale. Anche questo dunque si chiama plagio.
Questo modo di plagiare non ha niente a che fare però con i prodotti e il mondo del lavoro, invece, il secondo modo di usare “plagiare” nella psicologia è per indicare il “plagio incosciente”. Cos’è?
Si tratta di quando un musicista, ad esempio, copia, senza rendersene conto, una musica di un altro musicista. Non lo fa apposta, non intende farlo, ma sempre di plagio si tratta. Non si può quindi addossare la colpa alla distrazione o dire che si tratta di una coincidenza.

492 Passarla liscia

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Passarla liscia

Oggi vediamo un’espressione informale usata in tutt’Italia: passarla liscia, che ha lo stesso significato di cavarsela, riuscire a evitare una punizione o una conseguenza negativa, soprattutto se deriva da un proprio comportamento sbagliato.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

Un automobilista ha superato i 200 km orari in autostrada, ma non l’ha passata liscia e la Polizia l’ha multato.

Quindi l’automobilista, dopo aver superato il limite di velocità in autostrada, sperava di passarla liscia ma non c’è riuscito. Sperava che la polizia non si accorgesse di questa infrazione ma invece non l’ha passata liscia e ha dovuto pagare la multa.

Si usa il verbo passare, nel senso di superare, lasciarsi alle spalle qualcosa senza pagare.

Si può usare anche per indicare il superare un pericolo o una difficoltà, in genere per pura fortuna.

È la seconda volta che crolla la mia casa ma anche stavolta l’ho passata liscia.

In questo caso è simile a “è andata bene“, “l’ho scampata bella“. Passarla liscia si usa solo al femminile: sempre passarla, mai passarlo.

Però generalmente è più usato nel senso di scansare una punizione, una punizione meritata per aver sbagliato qualcosa.

La usano spesso i genitori con i propri figli:

È la quarta volta che rientri a casa molto tardi la sera. Non credere di passarla liscia!

Con il pallone i ragazzi hanno rotto il vetro di una finestra ma l’hanno passata liscia perché nessuno li ha visti.

Ma perché liscia?

Liscio e liscia si usano anche in un’altra espressione: andare liscio. In questo caso indica l’assenza di problemi.

Com’è andata?

Tutto liscio!

È andato tutto liscio.

Tutto liscio come l’olio.

Le cose lisce, gli oggetti lisci, infatti, scivolano, al contrario delle cose ruvide, che incontrano resistenza con l’attrito.

I problemi quindi scivolano via, è come se non ci fossero.

Io la passo liscia

Tu la passi liscia

Lui la passa liscia

Lei la passa liscia

Noi la passiamo liscia

Voi la passate liscia

Loro la passano liscia

potete ascoltare e leggere proprio adesso:

Rafaela. Come saprete tutti, ho un cane a casa. L’altro ieri questa bestiola, tanto bella quanto vispa, è scappata via.

Ulrike: Lì per li, ho perso il lume della ragione per via della paura che le accadesse qualche guaio, sola soletta per le strade. Volevo andare in giro gridando a squarciagola il suo nome affinché rivenisse da me. Ero sconvolta emotivamente e allo stesso tempo arrabbiata di brutto. Avevo bisogno di aiuto.

Marguerite: In quel mentre, mio marito mi guardò in malo modo e, udite udite, invece di darmi una mano mi fece questa paternale:

Hartmut: Ma come si fa!! Sembrerebbe che la tua brutta bestia lo faccia apposta per vederti andare su tutte le furie! Di fatto è troppo maleducata, devi metterle dei paletti. Bisogna insegnarle tutto da capo a dodici. In via cautelativa meglio tenerla incatenata. Punto e basta.

Irina: Nel prosieguo la cagnetta si è fatta viva, e io, per rimettermi in sesto mi sono sorseggiata un bicchiere di spumante con mio marito che, tutto sommato, di per sé non è un vero cattivone.

Ottimo lavoro ragazzi! Qualcuno avrà già notato che passarla liscia ha qualcosa in comune con passare in cavalleria! Ma sono le persone a passarla liscia, mentre sono le questioni a passare in cavalleria.

Italiano Professionale – lezione 32: Situazioni ipotetiche

Situazioni ipotetiche

Durata: 22 minuti

 

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Vincere e perdere

Vincere e perdere

Quanti sono i sinonimi di vincere e perdere?

Sono parecchi, ognuno con la sua sfumatura di significato. Se avete venti minuti di tempo da dedicarmi li scoprirete tutti.

Un episodio che potete ascoltare più volte se volete. Alla fine faremo anche un esercizio di ripetizione.

Allora, puo cambiare l’intensità, il tono, il contesto, l’emozione.

Solitamente si parla di sport, ma non si vincono e perdono solamente le partite.

Esistono anche le competizioni, le gare, i conflitti, le dispute, gli scontri, i confronti, gli incontri, le battaglie, le guerre, i dibattiti, quindi potremmo parlare anche di politica, di confronti tra uomini, donne, militari, politici e via dicendo.

In moltissimi campi c’è chi vince e c’è chi perde, e vincere e perdere sono sempre i verbi più usati indubbiamente.

La particolarità di questi due verbi è che sono i più generici e quelli che hanno un contenuto emotivo meno intenso.

Per questo motivo ha più senso usarli quando vogliamo dare una semplice comunicazione, quando vogliamo informare. Per lo stesso motivo si usa meno indicando l’avversario e più indicando cosa è stato vinto o perso.

Non è vietato indicare l’avversario, ma conta di più l’informazione che l’emozione:

La Roma vince lo scudetto

Il partito X vince le elezioni.

Il tennista y perde la finale.

Il pugile z ha vinto gli ultimi 20 incontri.

Giovanni ultimamente perde con tutti gli avversari.

La nostra proposta alla fine ha vinto.

La partita è stata vinta con la strategia.

L’Italia ha vinto la coppa del mondo nel 2006

Quando invece voglio dire che la vittoria è avvenuta contro un avversario specifico, posso usare, è questo è ciò che avviene solitamente, il verbo battere.

Se si batte qualcuno si tratta di un avversario.

Si può battere anche un record però.

Non si vince il record, perché il record non è l’oggetto della vittoria, il premio in palio.

Il record si supera, quindi si fa meglio degli altri che ci hanno preceduto. In pratica battendo il record si battono tutti gli avversari.

Verbo molto utilizzato in tutti i campi, il verbo battere.

La Roma batte la Juventus, (normalmente è il contrario),

il ciclista ha battuto tutti i record del mondo,

il politico è stato battuto in un confronto televisivo.

In questi casi si parla sempre di vittoria e di sconfitta, ma si indica il vincitore e lo sconfitto, la squadra vincitrice e quella battuta, vinta, sconfitta.

Il vincitore batte il perdente, mentre il perdente è (o “viene”) battuto dal vincitore.

Passiamo ad abbattere, che sembra simile a battere ma non lo è molto in realtà.

Prima di tutto c’è più intensità, nel senso che, quando uso abbattere per indicare la vittoria contro un avversario, l’essere abbattuto è molto più umiliante che essere battuto.

Possiamo usarlo quando c’è una vittoria netta, schiacciante, indiscutibile, quando cioè il vincitore umilia l’avversario con la propria superiorità; quando chi vince mostra tutti i limiti dell’avversario, che in questo caso viene abbattuto dal vincitore.

Un verbo molto intenso, che si usa, fuori delle competizioni anche al posto di uccidere. Gli animali vengono abbattuti ad esempio.

Anche i bersagli possono essere abbattuti. Infatti abbattere significa anche provocare la caduta, far cadere, buttare giù, mandare a terra.

Nel pugilato significa far cadere l’avversario a terra, cioè, in gergo pugilistico, “metterlo al tappeto”.

Nei confronti di un avversario, quando l’umiliazione è molto pesante, possiamo usare anche i verbi distruggere, schiacciare, eclissare e asfaltare.

Notare che questi verbi utilizzano un’immagine figurata. La distruzione di un avversario usa l’immagine di un avversario fatto a pezzi, come un oggetto.

E schiacciare? Le noci si schiacciano; c’è l’immagine di una compressione, di una pressione.

Questo verbo si usa non solo per indicare una vittoria, ma una superiorità, una netta supremazia che normalmente si risolve in una vittoria.

Spesso si parla infatti di vittoria schiacciante, ciò netta, indiscutibile, inequivocabile. Nessuno può mettere in discussione una vittoria schiacciante.

Anche schiacciare, come potete immaginare, ha una forte componente emotiva.

Come anche asfaltare, verbo abbastanza recente, coniato in ambito politico nel senso figurato.

Deriva dall’asfalto, il materiale usato per ricoprire le strade percorse dalle automobili. Le strade quindi vengono asfaltate, e se lo usiamo con gli avversari, asfaltare un avversario è molto umiliante. Anche questa è una netta vittoria. Abbastanza offensivo usare asfaltare.

Anche eclissare è abbastanza forte. Si usa l’immagine di un pianeta o una stella che viene oscurata, completamente nascosta da un altro corpo celeste.

Possiamo usarlo per una singola sfida, e in questo caso significa superare di gran lunga. Ancora una volta è una vittoria schiacciante.

Più in generale possiamo usare eclissare nel senso di far passare l’avversario in secondo piano nell’attenzione o nella stima generale.

Potremmo dire che Dante Alighieri ha eclissato i poeti contemporanei.

Poi esiste anche il verbo stravincere, che indica sempre una netta vittoria.

C’è anche il verbo superare, che è abbastanza freddo, diciamo così, o forse dovrei dire “tecnico”.

Non c’è una intensità in questo caso. È simile a vincere, ma si usa nei confronti di un avversario. “Superare un avversario” significa battere l’avversario, vincere contro questo avversario.

Il verbo in questione in realtà non si usa solo in questo modo, in ambito di una competizione.

Anche un esame può essere superato. Si va avanti, si passa al prossimo esame, si lascia questo esame alle proprie spalle.

Anche gli ostacoli e i problemi si possono superare e il senso è lo stesso.

È la stessa cosa che avviene anche quando un corridore ne supera un altro, quando una macchina supera un’altra macchina. Questo in realtà è l’utilizzo principale del verbo superare. Ciò non toglie che possa essere usato anche al posto di battere, sconfiggere, vincere contro un avversario. In questo caso, come detto, non c’è però emozione.

È così anche per il successo e l’affermazione. Questi sono sostantivi e non verbi, ma possiamo ugualmente usarli se il nostro scopo non è umiliare, o sottolineare la superiorità di chi vince contro chi perde, ma semplicemente comunicare chi ha vinto e chi ha perso.

L’ultimo successo del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020 (ad esempio).

L’ultima affermazione del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020.

Esiste comunque anche il verbo affermarsi.

Il Barcellona si afferma contro il Real Madrid.

Il senso è sempre lo stesso: la vittoria del Barcellona contro il real Madrid.

Il Barcellona batte il real Madrid.

Possiamo però anche dire:

Il Tennista si è affermato tra i primi 3 del mondo.

È simile quindi anche a “portare sé stessi”, “farsi valere”, quindi non è necessariamente come vincere, ma anche conseguire un buon risultato.

Ci si può affermare anche come un buon medico.

È simile ad imporsi e anche emergere e avere la meglio e avere successo. Se mi affermo contro un avversario comunque vuol dire che l’ho battuto.

Se poi vogliamo dire che è stato un ampio successo, ma senza umiliare chi ha perso, possiamo dire che è stato un trionfo.

Un trionfo normalmente si ha quando si ha una superba affermazione. Ricordiamoci che non vogliamo umiliare chi perde, quindi non possiamo usare verbi troppo forti, come asfaltare, eclissare o abbattere.

Trionfare indica ugualmente una vittoria schiacciante, netta, ma è maggiormente legata all’onore e alla conquista di un premio finale, come una medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali. Il trionfo infatti ha a che fare con la folla che acclama i vincitori.

Comunque anche le vittorie non schiaccianti hanno dei modi particolari per essere indicati.

Una vittoria di misura è una vittoria ottenuta con il minimo scarto, come, nel calcio, si indicano le vittorie con un solo gol di differenza: 1-0, 2-1 eccetera.

Una vittoria risicata indica ugualmente una vittoria ottenuta col minimo vantaggio. Una vittoria sul filo di lana è invece una vittoria ottenuta all’ultimo momento, come quella in zona Cesarini, di cui abbiamo già parlato.

Notate come la vittoria non è come la vincita. C’è anche in questo caso una competizione, un gioco, ma si usa la vincita quando si indica il ricavato di questa competizione o anche di una scommessa. Specie se si parla di soldi.

Giovanni ha realizzato una grossa vincita.

Significa che Giovanni ha vinto del denaro. Molto denaro in questo caso.

Esiste però anche la rivincita.

Questa ha più a che fare con le competizioni. La rivincita è una seconda prova che può essere concessa all’avversario perdente o sconfitto, nel gioco e nello sport in generale.

Hai perso. Vuoi la rivincita?

Cioè: vuoi giocare ancora? Vuoi avere l’opportunità di provare a battermi dopo aver perso?

Una rivincita si può concedere:

Ho vinto ma ti concedo la rivincita.

Vale a dire: ti darò l’occasione per rifarti.

Una rivincita si può negare (il contrario di concedere) :

Non puoi negarmi la rivincita!

Si può prendere:

Voglio prendermi la rivincita, e stavolta ti sconfiggerò.

A proposito di sconfiggere. Di questo verbo ancora non abbiamo parlato. Un verbo molto adatto alle battaglie e alle guerre, in ambito militare quindi.

Sconfiggere equivale a battere e superare. Si usa molto nello sport:

È il terzo avversario sconfitto in un mese

Sconfiggeremo chiunque si opporrà alla nostra squadra.

Dobbiamo ancora riprenderci dall’ultima sconfitta subita

Venendo dal linguaggio militare è abbastanza forte come verbo.

Annientare è decisamente più forte però. Sempre molto adatto in ambito militare. Nello sport è nella politica si usa abbastanza spesso. Simile a asfaltare e abbattere. Annientare contiene “niente”, che è ciò che rimane dell’avversario sconfitto. Non rimane niente!

Molto simile a distruggere anche.

Come possiamo chiamare una sconfitta inaspettata?

Possiamo chiamarla défaillance.

Sarebbe una debolezza improvvisa, e non si usa solo nelle competizioni. Si tratta di una figuraccia ad ogni modo.

La nostra squadra ha vinto tutte le partite. Abbiamo avuto una sola défaillance per aver sottovalutato l’avversario.

Invece una grossa sconfitta è una batosta, o una débâcle, o anche una disfatta. Spesso si usa anche una sonora sconfitta. Altre volte anziché di vittoria si parla di una lezione impartita agli avversari.

Vorrei concludere con due verbi particolari: sbarazzarsi e liberarsi.

Si usano spesso con la preposizione di per indicare la cosa di cui si parla:

Mi sono sbarazzato del mio avversario.

La Juventus si sbarazza facilmente delle piccole squadre.

Sbarazzarsi è assolutamente analogo a liberarsi, che però è più tenue, più leggero come verbo. Sbarazzarsi è sicuramente più umiliante.

Sono verbi che, in senso proprio si usano con le cose che fanno fastidio, gli impedimenti, gli intralci, i problemi, le cose inutili.

Quando ci si libera o ci si sbarazza di un avversario, sicuramente si batte, si supera questo avversario, che adesso non dà più fastidio, non è più di intralcio.

In genere si usano frasi di questo tipo:

Il calciatore si libera facilmente degli avversari e fa gol.

La Juventus si sbarazza senza problemi delle squadre meno blasonate.

L’attaccante si sbarazza della stretta marcatura del difensore prima di segnare il gol della vittoria

Vedete che non si usano solo per indicare una vittoria. Sono due verbi sinili a superare, sebbene stavolta c’è una componente emotiva.

Concludiamo con il verbo conquistare, che si usa con i trofei, i titoli e i traguardi in generale.

Quindi conquistare lo scudetto è come vincere lo scudetto. Simile anche a ottenere e raggiungere.

Ottenere una qualificazione equivale a conquistare e raggiungere una qualificazione.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Khaled: Ho vinto la coppa del mondo.

Irina: Ho battuto tutti gli avversari

Bogusia: Il record è stato battuto

Anthony: Abbattere l’avversario.

Andrè: Abbiamo vinto nettamente

Hartmut: È stata una vittoria schiacciante

Irina: Siamo stati distrutti dall’avversario. Era troppo forte

Olga: Stavolta dobbiamo asfaltare i nostri avversari politici

Ulrike: Battendo il record abbiamo eclissato i campioni del passato

Rauno: Qual è il prossimo avversario da superare?

Lejla: Stiamo avendo un successo dopo l’altro.

Rafaela: Dobbiamo affernarci come miglior gruppo aziendale

Sofie: La Juventus si è imposta sul Real Madrid

Ulrike: Dopo il trionfo dei mondiali del 2006, l’Italia non ha più vinto.

Emma: Ci si aspettava una superba affermazione invece è arrivata una vittoria di misura

Bogusia: Abbiamo vinto sul filo di lana

Rauno: Dopo la vittoria risicata della scorsa settimana, adesso gli avversari vogliono la rivincita.

Olga: Mi aspetto una sonora sconfitta dal prossimo incontro!

Sofie: Ci distruggeranno, sono troppo più forti di noi.

Irina: L’ultima volta ci hanno annientato. Stavolta dobbiamo impartire una lezione agli avversari.

Lejla: Ci dobbiamo sbarazzare dei nostri avversari

Emma: Prima di tutto, bisogna superare gli avversari sul piano atletico.

Sofie: L’obiettivo è conquistare la coppa del mondo

460 Da capo a dodici

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Quando dobbiamo andare in un luogo, ad esempio a Roma, partendo da Berlino, usiamo, come sapete, le preposizioni da e a.

Vado da Parigi a Bruxelles

Parto da Parigi per andare a Vienna

Eccetera.

Accade la stessa cosa nell’espressione “da capo a dodici“, un’espressione colloquiale che si usa di solito non quando parliamo di un viaggio, piuttosto quando si parla di un percorso, nel senso più ampio del termine.

Parliamo di un percorso inteso come una qualunque attività che inizia, prosegue e prima o poi termina.

Durante il percorso si fanno delle cose, si fatica, si perde tempo, si studia, ci si applica, si parla, si comunica, si raggiungono obiettivi intermedi, si passa insomma, impiegando risorse di vario tipo, da una tappa all’altra, fino a raggiungere un risultato. Questo è l’obiettivo finale di un qualsiasi percorso.

Allora l’espressione da capo a dodici si usa quando questo percorso si interrompe e bisogna iniziare da capo (due parole) o daccapo (un solo termine), cioè dobbiamo iniziare di nuovo, dobbiamo iniziare nuovamente, dal principio.

In questi casi si usa spesso dire “essere da capo a dodici” o “ricominciare da capo a dodici”, “stare da cappa dodici”, “ritrovarsi da capo a dodici”.

Siamo sempre un po’ irritati quando pronunciano questa frase, perché è faticoso ricominciare daccapo. Però dobbiamo farlo.

Qualcosa è andato storto e ha compromesso tutto. Bisogna ricominciare.

Un’espressione nata a Roma ma si comprende e si usa in tutt’Italia.

Es:

con queste varianti del covid, dopo tutta la fatica fatta dai cittadini, rischiamo di ritrovarci da capo a dodici.

Rischiamo quindi di iniziare tutto daccapo: chiusura totale, non si può uscire da casa, niente lavoro eccetera.

Il senso è che non è servito a nulla quanto fatto finora. Rischiamo di tornare al punto di partenza.

So che state pensando al perché del numero dodici, ma è presto detto: il nunero dodici è lo stesso dei mesi dell’anno.

Avete mai avuto problemi tecnici col telefonino? Ad un certo punto trovate la soluzione dopo una lunga ricerca e tanta fatica. Poi un bel giorno scoprite che il problema torna a manifestarsi nuovamente: siete da capo a dodici!

Bogusia: La prima grana di Mario Draghi.
Gli impianti sciistici in Italia, se la stanno vedendo veramente brutta. Si dà il caso infatti che, gli imprenditori si siano preparati per la riapertura degli impianti e siano rimasti piuttosto male del nuovo stop arrivato proprio a ridosso dell’apertura . È stata una bella mandrakata far entrare  Draghi nel governo, dice qualcuno. Però a me, memore* di ciò che ho detto l’altro giorno, *si pone* di nuovo la domanda, adesso ne vedremo delle belle , ancora di più? Sulla scorta delle notizie che ci giungono, si potrebbe dire che Draghi, politico vecchio stampo, senza social affatto, se ne freghi di apparire di continuo o di ricevere il plauso o meno. Sarò stata ingenerosa? C’è poca indulgenza da parte mia? Può darsi. Ma bisogna mettersi anche nei panni degli imprenditori che erano felici di riprendere a lavorare e adesso si trovano di nuovo da capo a dodici.

Stare in campana

Stare in campana (scarica audio)

Vi hanno mai consigliato di stare in campana?

Ma che significa? Devo stare in campana? Cioè?

Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.

Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.

La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.

Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.

È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.

È un preallarme dunque, non proprio un allarme.

Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.

Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:

Occhio, ché se cadi ti fai male!

Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.

Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.

Va bene, grazie, starò in campana!

Un ultimo avvertimento.

Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.

Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.

Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.

Invece, quando si invita una persona a “stare all’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.

Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.

Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:

Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.

Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.

Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.

Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “le allerta“.

Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.

State all’erta dunque, anzi, in campana!

458 Un granché

Un granché (scarica audio)

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  • Ricordate la locuzione “un certo non so che“?
    Ce ne siamo già occupati, sempre all’interno della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
    Ebbene, questa locuzione, che se ricordate sottolinea qualcosa di vago, diciamo un’impressione non ben definita, è sempre preceduta da “un“.
    Questa locuzione in realtà è abbastanza flessibile, perché ci sono più modi di usare “che” in questo modo:
    un che, un non so che, un certo non so che.
    Ad esempio la forma più semplice, che è anche la più utilizzata, è “un che“, seguita sempre dalla preposizione “di”.
    Il viso di Maria ha un che di angelico.
    Il tono della tua voce ha un che di polemico.
    Il tuo viso ha un che di tua madre.
    Significa semplicemente “qualcosa“, che noi non riusciamo bene, per il momento, a identificare, a definire.
    Ma l’argomento di oggi è la locuzione “non è un gran che” dove che viene usato in modo simile.
    Si usa quando qualcosa o qualcuno non ci piace molto: ci aspettavamo di più.
    Non è un gran che significa non è niente di eccezionale.
    Granché si può scrivere anche in una sola parola, scritta però con l’accento acuto finale.
    Si usa quasi esclusivamente in frasi negative, proprio per evidenziare la non eccezionalità.
    Non è un granché significa non è bellissimo, non è un capolavoro, non è meraviglioso, eccetera.
    Si usa anche “una gran cosa” al posto di “un granché“, e in questo modo posso usarla anche in frasi non negative.
    Quindi se mi piace la tua idea, non posso dire “la tua idea è un granché”, ma posso dire “la tua idea è una gran cosa”.
    Se invece non mi piace molto posso usare entrambe le forme.

    Credevo non fosse un granché la tua idea.
    Invece adesso che me l’hai spiegata bene, credo sia una gran cosa!

    Si usa anche senza “un” quando si tratta di una quantità invece che una qualità, sempre in frasi negative:
    Non sei granché onesto con me.

    Quindi è come dire che non sei stato molto onesto.

    Mettere “un” quindi, oppure non metterlo, può fare la differenza:

    Questa pasta non è un granché.
    Questa pasta non è granché
    Nel primo caso la qualità è scarsa, nel secondo la quantità è scarsa: è poca pasta.

    A volte è la stessa cosa:

    Questa automobile non l’ho pagata (un) Granché.
    Si parla in questo caso sempre di una spesa non elevata.

    Infine, abbiamo visto insieme anche l’espressione ” niente di che“, assolutamente equivalente a ” non è un granché” sia che io lo scriva in due parole o usando granché con l’accento.

    La differenza è che “niente di che” si presta maggiormente ad essere usata come esclamazione:

    Domanda: Com’era il film?
    Risposta: Niente di che!

    La frase generalmente termina lì.
    Invece usando granché:

    Il film non è un granchéIl film non è granché interessanteNon c’è granché da aggiungere a questa spiegazione.
    Allora ripassiamo, parlando di impeachment.

    Flora: come si potrebbe tradurre impeachment? Il termine “accusa” non mi torna molto.

    Hartmut: si tratta di una accusa particolare, un’accusa in virtù di una cattiva condotta, insomma, per essersi comportati male, dal punto di vista dei doveri istituzionali.  Senz’altro è successo qualcosa di molto grave.

    Ulrike: molto grave certo. Non è un provvedimento pro forma sicuramente. D’altronde, che vuoi, bisogna mettere dei paletti a certi comportamenti.

    Anthony: ma per Trump potrebbe essere il colpo di grazia.

    Emma: e dire che poteva vincere nuovamente le elezioni nel 2020. Vi rendete conto?

    Komi: questi ripassi mi piacciono proprio. Sono un esercizio che per niente lascia il tempo che trova.

    Olga: Ogni tanto è il caso di rispolverare delle nostre ormai vecchie frasi.

    Anthony: Sì! Ormai di frasi, appunto, ce ne sono ben più di quattrocento! Vai a capire come siamo arrivati a così tante!

    Olga: E se non le continuiamo a ripassare, quando ci troviamo a tu per tu con un madrelingua italiano, saremo costretti ad andare a tentoni.

    Sofie: Ma dimmi tu! Come facciamo a ricordarle tutte? Ci vorrà una vera e propria mandrakata!

    Irina: Chiedi a Giovanni che la sa lunga in termini di disciplina. Ti dirà sicuramente di darti una regolata con la grammatica e invece continuare a seguire le sette regole d’oro dell’associazione Italiano Semplicemente .

    456 Al netto di

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    Sapete la differenza tra peso netto e peso lordo? Siamo generalmente in un ambito commerciale, perché quando pesate una qualsiasi merce, questa merce è di solito in un contenitore, e anche questo contenitore ha un suo peso. Quindi in genere pesando un qualsiasi prodotto, ciò che pesate generalmente è il peso lordo, cioè il peso complessivo. Il peso del contenitore è compreso in questo peso lordo. Ma se tolgo il contenitore e peso nuovamente il prodotto, ciò che resta è il peso netto. Ciò che ho tolto invece è la tara, cioè il peso del contenitore.

    Se quindi mi chiedi: quanto pesa questo computer?

    Io potrei rispondere:

    Al netto del contenitore pesa 500 grammi.

    Questa espressione significa: se considero solo il computer, senza considerare il contenitore, il peso è 500 grammi. Ho in pratica fatto una sottrazione: peso lordo meno la tara (il contenitore).

    La stessa espressione “al netto di” si usa però non solo quando parliamo di peso, ma in generale quando vogliamo escludere qualcosa in termini di quantità, quando non vogliamo considerare qualcosa. Facciop sempre una sottrazione, ma stavolta di denaro.

    Ad esempio, se ho un negozio, se sono cioè il proprietario di una attività commerciale, parlando di denaro, se qualcuno mi chiede:

    Quanto guadagni con il tuo negozio?

    Posso dire:

    Al netto delle spese guadagno 1000 euro al mese.

    Quindi questo significa che ho sottratto le spese. 

    Notate che “netto” è un aggettivo che significa (tra le altre cose) anche “pulito“. Non a caso esiste la “nettezza urbana” che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani nei comuni italiani. La nettezza urbana contrinbuisce a mantenere puliti i comuni.

    Sapete che anche quando devo indicare  un peso netto, cioè senza il contenitore, o una cifra netta, senza le spese, senza costi, si parla spesso di “peso pulito” anziché “peso netto”:

     Se compro un pesce in pescheria, in genere si parla di “peso pulito” del pesce, cioè una volta che il pesce è stato pulito, cioè eliminando le parti che non si mangiano.

    Ugualmente parlando di soldi:

    il guadagno pulito di questo mese è stato di 1000 euro. Si intende il guadagno netto, cioè al netto delle spese.

    Questo prodotto costa 10 euro al netto delle imposte.

    Vale a dire che se consideriamo le imposte, il prezzo aumenta, e magari diventa 12 euro. 

    Altre volte il senso di “al netto di” è leggermente diverso, perché indichiamo non sempre ciò che togliamo, tipo al netto delle tasse, al netto della tara eccetera, ma vogliamo dire che il numero che indichiamo è comunque un numero che si ottiene come differenza, quindi questo numero si indica come “al netto di” un altro numero che non viene indicato ma che è importante sottolineare:  

    Ad esempio:

     Oggi in Italia ci sono 10 ricoverati in meno in terapia intensiva per Covid, al netto di 100 nuovi ingressi.

    Anche in questo caso parliamo di quantità

    Questo significa che ieri magari i ricoverati erano 1000, oggi sono 990, quindi sono diminuiti di 10, ma questo non significa che 10 persone sono guarite. In realtà queste 990 persone di oggi non sono esattamente le stesse persone di ieri. Infatti ho detto che sono 10 in meno “al netto di” 100 nuovi ingressi. Quindi 100 di questi ricoverati sono entrati oggi in terapia intensiva. Allora questo significa che  qualcuno è uscito dalla terapia intensiva: si tratta di 110 persone, 10 in più di quelle entrate. Appunto. E come si esce dalle terapie intensive? O si guarisce o si muore.

    Quindi è vero che oggi ci sono 10 ricoverati in meno di ieri, e questa è una bella notizia, ma è bene dire che  questo dato è un dato che non considera  chi esce e chi entra ma solo il saldo,  la differenza. Anche in questo caso si dice “al netto di“. E’ un modo per dire: questo è un saldo, una differenza tra due numeri, come tra il peso lordo e la tara.

    Altri esempi, stavolta senza numeri. Qui il senso della frase può essere a volte diversa.

    Vediamo:

    Sapete che gli iscritti al Movimento 5 stelle sono stati chiamati ad esprimersi sul nuovo Governo. Sono d’accordo? I capi del movimento lo sono, ma non sappiamo ancora se lo sono anche gli iscritti al movimento. Allora posso dire che:  

    Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, al netto del voto degli iscritti.

    Cioè: Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, sempre che gli iscritti sono d’accordo.

    Si tratta di qualcosa di importante da evidenziare che nella prima parte della frase non abbiamo considerato.

    Notate che quando non si parla di quantità, l’espressione “al netto di” è molto simile a “al di là” che abbiamo già spiegato nell’episodio 193. Spesso diventa anche “al netto di tutto“, che è è proprio come “al di là di tutto“.

    Vediamo qualche altro esempio:

    Mario, al netto degli ultimi litigi, alla fine sposerà Chiara, perché in fondo sono molto innamorati.

    Come dire: non consideriamo i litigi, mettiamoli da parte. Separiamo queste due questioni.

    Ho sempre detto che studiare solo la grammatica non serve a imparare una lingua, ma al netto di ciò, quello che veramente è importante è ascoltare e parlare, ripetere, sbagliare e riprovare.

    Anche qui voglio separare due questioni: la grammatica e il resto. Allora “al netto di” qualcosa è anche simile “a prescindere da” questo, un’espressione che ho già spiegato e che potete ascoltare nuovamente. 

    Al netto della mia fede calcistica, credo che Maradona sia stato un grande calciatore.

    Come dire: mettiamo da parte la mia fede calcistica, la squadra del mio cuore, perché non c’entra con il mio giudizio.

     Al netto delle mie preferenze politiche, credo che il partito X abbia dimostrato più coerenza degli altri.

    Vedete quindi che, come la tara e il peso netto, si tratta sempre di cose da tener distinte.

    Ora, al netto della lunghezza della mia spiegazione che ha ampiamente superato la durata prevista, spero sia riuscito a spiegare bene, anche al netto di qualche errore di battitura che potrei aver commesso.

    Ulrike: io sono ampiamente soddisfatta, sarebbe ingeneroso dire il contrario.

    Natalia: sì, anch’io, purché non diventi un’abitudine fare episodi così lunghi.

    Anthony: benché, bisogna dire che ci sono persone alle quali vanno più a genio episodi più lunghi,

    Bogusia: Ivi inclusa la sottoscritta

     

     

     

    455 Eludere, ineludibile

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    Oggi voglio spiegarvi un verbo e un aggettivo. Si tratta di eludere e ineludibile.

    Vediamo qualche esempio:

    Dei ladri sono entrati nella mia villa in campagna, eludendo le telecamere di sorveglianza.

    Tanti italiani hanno eluso il fisco portando i loro soldi a Lussemburgo

    Le varianti del Corona virus potrebbero eludere i vaccini

     Dunque eludere significa evitare, sfuggire. 

    I ladri che eludono le telecamere di sorveglianza non si fanno riprendere da queste telecamere, e lo fanno volontariamente, con furbizia. Nell’elusione c’è sempre la volontà, la volontarietà, spesso la malizia, la furbizia.

    Infatti spesso si parla di eludere le tasse, i pagamenti, i controlli della polizia, appunto, le telecamere. 

    Ma si può eludere anche una domanda, facendo il furbo, o facendo finta di niente. In questo caso si evita di dare una risposta. In questi casi si ha un comportamento elusivo.

    Quindi a volte si usa anche nel senso di sottrarsi a un obbligo o ad un impegno.

    Io eludo le tasse per non pagarle

    Tu eludi una domanda per non rispondere

    Lui elude le telecamere per non farsi riprendere

    Noi abbiamo eluso i controlli della polizia scappando!

    Voi avreste voluto eludere la legge

    Loro scappano dalla polizia e vorrebbero eludere la giustizia.

    Proprio per questa malizia e furbizia che si usa, spesso significa “prendersi gioco” di qualcuno o qualcosa. Infatti proprio questa è l’origine di eludere: prendersi gioco. 

    A volte però qualcosa non si può eludere, neanche usando tutta la furbizia del mondo. Siamo di fronte a qualcosa di ineludibile, come i ripassi finali alla fine di ogni episodio. Ascoltatene uno allora.

    Irina: sebbene il tempo sia sempre risicato per me, non posso eludere la tua richiesta.

    Natalia: a me fa piacere ripassare, specie se nel frattempo sorbisco un buon caffè americano. 

    Bogusia: Bene, ti risparmio di assaggiare quello che ho fatto io con la moka. E’ venuto una vera ciofeca.

    Dorothea: anche il mio non è niente di che comunque. 

    Ulrike: Forse andava pressato meno? Cosa ne dici Giovanni?

    Giovanni: non so, dovrei assaggiarlo per dirlo. Ma in questi casi meglio farne un altro. In questi casi però non posso dire che è meglio “eludere il caffè” fondamentalmente perché non c’è nessuna furbizia o malizia in questo. In generale non è escluso che un oggetto o una persona non possano essere elusi. Ad esempio si può “eludere un ostacolo” in mezzo alla strada, per evitare di prenderlo, di colpirlo e farsi male. Anche un colpo si può eludere: un colpo di pistola, di arma da fuoco o da taglio, o un calcio o un pugno. Queste sono tutte cose che possono essere eluse. Oltre alla malizia e alla furbizia può allora essere una questione di destrezza, di abilità

    Vi è mai capitato che qualcuno, vedendovi da lontano, cambi strada per non incontrarvi? Forse non lo sapevate, ma siete stati elusi! 

     

     

    Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

    File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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    Descrizione

    Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

    Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

    454 Mettere dei paletti

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    Non so se vi sia mai capitato di incontrare il termine paletti, soprattutto nell’espressione “mettere dei paletti

    Si tratta di un’espressione che vale la pena di inserire nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente proprio perché è adatta a molti contesti diversi.

    Mettere dei paletti ha prima di tutto un senso proprio.

    I paletti sono dei pali, cioè delle assi di legno che vengono piantati a terra, cioè infilati nel terreno.

    Questo si fa in agricoltura per delimitare i terreni di proprietà, quindi si mettono dei paletti intorno al proprio terreno, con della rete tra un palo e l’altro.

    Queste recinzioni fatte con i pali e la rete servono anche per rinchiudere gli animali e formare un recinto che impedisce agli stessi animali di uscire.

    In senso figurato il senso non è molto diverso, infatti significa stabilire dei confini relativamente al comportamento delle persone. Si dice anche fissare o stabilire dei paletti con lo stesso significato.

    Stabilire dei vincoli, mettere dei confini, fissare delle regole: si tratta di paletti non materiali, bensì nel comportamento, quindi parliamo di un’imposizione di limiti a qualcuno. Si impongono dei limiti.

    Si dice: questo si può fare ma quest’altro no.

    Ad esempio una mamma potrebbe dire:

    Irina: Mio figlio esce tutte le sere e rientra a casa quando vuole. Non deve sottostare a nessuna regola.

    Un altro genitore potrebbe rispondere:

    Komi: Io invece no, perché se non metto dei paletti, mio figlio non studia più e poi prende una brutta piega.

    Anche dire semplicemente dei no significa mettere dei paletti.

    I figli devono imparare cosa si può fare e cosa invece è meglio non fare, e per questo i genitori spesso mettono dei paletti, fissano dei limiti da non superare.

    L’espressione si può usare, come avete ascoltato, in genere quando si parla di figli, per aducarli a comportarsi bene, ma si può usare anche in altre occasioni in cui si avverte il bisogno di imporre dei limiti al comportamento di qualcuno.

    In ufficio ad esempio, ci sono persone sempre disponibili ad aiutare i colleghi, e puoi entrare quando vuoi nel loro ufficio e chiedere loro aiuto. Loro non si lamentano mai.

    La disponibilità è sicuramente un pregio, una caratteristica positiva, ma se non si iniziano a mettere alcuni paletti, qualcuno sicuramente si approfitterà di questa disponibilità e non si riescirà a far bene il loro lavoro per aiutare sempre gli altri.

    Quali possono essere questi paletti? Ad esempio, si può rispondere: posso aiutarti dopo le 16, ché ho 10 minuti liberi. Prima devo finire un lavoro urgente.

    A me ad esempio non c’è nessuno che mi mette paletti, e la conseguenza è che gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente durano sempre un po’di più di due minuti.

    Hartmut: però almeno così, se tanto mi dà tanto, impariamo di più.

    Rafaela: poi questa strategia che abbiamo messo a punto per non dimenticarci degli episodi passati ha il suo perché.

    449 Se tanto mi dà tanto

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    Ecco una bella espressione che potete utilizzare ogni volta che volete fare una deduzione logica.

    Quando accade qualcosa e, come conseguenza, vi aspettate una risposta, una reazione o un fatto più o meno logico che debba accadere – almeno secondo voi – potete usare “se tanto mi dà tanto”.

    Es: continuiamo a inquinare la terra con la plastica. Se tanto mi dà tanto, tra 100 anni dovremo trovare un altro pianeta su cui abitare.

    Si tratta quindi di una deduzione, si tratta di immaginare un prevedibile sviluppo di un fatto reale: l’inquinamento in questo caso.

    Potremmo anche dire:

    Se accade ciò che penso…

    Se la logica non mi inganna…

    Se le cose vanno avanti così…

    In base alla logica o alla nostra esperienza passata, allora crediamo di sapere cosa accadrà adesso.

    Vediamo un altro esempio:

    Ogni volta che Italiano Semplicemente pubblica un nuovo episodio, mi sento più sicuro. Se tanto mi dà tanto, nel giro di sei o sette mesi saprò usare almeno 200 nuove espressioni italiane!!

    Irina: esatto! E questo grazie ai ripassi con i fiocchi che facciamo tutti i giorni.

    Bogusia: io vorrei sapere quale sarà il prossimo episodio invece. Starò sulle spine fino a domani.

    Olga: scusate ma tenete conto che io, in quanto arrivata da poco tempo nell’associazione, ancora ho molti episodi passati da ascoltare.

    Ulrike: non preoccuparti, puoi anche iniziare dall’episodio di oggi e poi vedere solamente quelli che di volta in volta ripassiamo. Così sarà più facile.

    Anthony: infatti. Bisogna consentire alla mente di assorbire gli episodi un po’ alla volta, senza dar fondo a tutte le tue energie.

    Flora: vedrai che tra un paio di mesi ti sentirai a cavallo!

    448 Tener conto

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    Il verbo tenere è molto usato nelle locuzioni e nelle espressioni, anche idiomatiche, italiane.

    Uno dei modi di usare il verbo tenere è “tener conto“.

    Potremmo dire che questa locuzione è assolutamente equivalente a “considerare” o anche “tenere in considerazione“.

    Il verbo tenere quindi viene usato per esprimere, in questo caso, qualcosa da non lasciare, ma non nel senso materiale. Qualcosa da non trascurare, da non dimenticare.

    C’è quindi qualcosa di importante che va considerato, proprio perché è importante.

    Nel linguaggio informale normalmente quando si vuole evidenziare questo si usano anche altre modalità.

    Ad esempio:

    Andiamo al cinema? Ti passo a prendere alle otto questa sera.

    Ok, ma guarda che viene anche Giovanni.

    Guarda che” è una delle forme equivalenti. Molto informale ma molto usata come modalità.

    Potrei dire:

    Tieni conto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione che viene anche Giovanni.

    Considera che viene anche Giovanni.

    In aggiunta a “che” si usa, ma è un pochino meno informale, anche il termine “fatto”.

    Tieni conto anche del fatto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione il fatto che viene anche Giovanni.

    Considera anche il fatto che viene anche Giovanni.

    Tener conto si usa anche per sottolineare qualcosa su cui riflettere, qualcosa che merita attenzione, una circostanza che bisogna valutare attentamente.

    In questi casi, più formalmente, si può usare “tenere in debita considerazione“, o “fare la debita valutazione” o “tenere nel debito conto” una circostanza, un fatto o qualunque cosa che meriti attenzione. Aggiungere l’aggettivo “debita” o “debito” sottolinea l’importanza dell’aspetto da considerare. La debita attenzione è l’attenzione che merita.

    Se vi state chiedendo il perché si utilizzi il termine conto, non dimenticate, tenete conto che contare significa anche “avere importanza”.

    Inoltre il conto è anche un’operazione matematica, come il conto del ristorante, cioè la somma da pagare per ciò che si è mangiato.

    Quando si fa un conto, non bisogna dimenticare nulla, o meglio, bisogna tener conto di tutto ciò che va conteggiato, considerato.

    Se non lo fai, non ne stai tenendo conto.
    Che ne dite adesso facciamo altri esempi?

    Hartmut: tieni conto del fatto che hai già superato i due minuti. Lo farai a tempo debito magari in altri episodi.

    Mariana: sarebbe un peccato se dimentichiamo di tenere nel debito conto l’importanza della durata.

    Olga: Ciao amici, mi consentite solo una domanda?

    Emma: Beh, caschi male, perché da più di un’ora mi sto a scervellare preparando un ripasso e adesso che finalmente sono a cavallo devo continuare.

    Ulrike: Come sarebbe a dire caschi male, siamo tanti qui, qualcuno sarà disposto a ritagliarsi del tempo per una risposta. Vai Olga

    Olga: Allora, sicuramente avrete presente che Giovanni ci spedisce ogni giorno un nuovo episodio, a volte anche due. Mi sento in debito con lui, di volta in volta di più. In che modo potrei dargli il meritato plauso?

    Bogusia: Macché, non preoccuparti troppo, tanto è risaputo che lui si diverte e poi ci ha chiamato in causa lui, ossia è lui che ha voluto la bicicletta e adesso …

    Sofie: pure io penso che il presidente non voglia batter cassa, purché partecipiamo e diciamo grazie anche attraverso i nostri progressi. Benché, a pensarci bene, ogni tanto una donazione dovrebbe essere benaccetta.

    447 Il fior fiore

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    E’ interessante come il termine “fiore” sia spesso usato per rappresentare non solo la bellezza ma anche la parte migliore di qualcosa.

    Se ad esempio dico che mio figlio si torva nel fiore degli anni, voglio dire che si trova nel mezzo della giovinezza, l’età migliore. Si parla anche del fiore della vita per indicare questo periodo di tempo.

    fiore all'occhielloAllo stesso modo, essere il fiore all’occhiello, significa essere il motivo di maggior prestigio e di vanto di una persona, di un’azienda eccetera.

    Tecnicamente l’occhiello è un taglio fatto su una giacca, una fessura, precisamente sul risvolto sinistro della giacca, dove si può inserire qualcosa che va mostrato: un distintivo, un fazzoletto colorato, e appunto anche un fiore.

    Potremmo dire che, ad esempio, la pizza è il fiore all’occhiello dell’Italia, o che il fiore all’occhiello della mia azienda è un particolare prodotto, di cui sono molto orgoglioso.

    Per indicare la parte migliore di qualcosa, la parte scelta, selezionata di un insieme, posso usare semplicemente la parola “fiore“:

    il fiore della città è la parte migliore della città.

    Il fiore della nazione è la parte migliore della nazione, quella di cui essere più orgogliosi.

    Il fiore della letteratura italiana è la parte migliore della letteratura italiana, intesa come interpreti, personaggi.

    Posso usare anche “un” e anche la forma abbreviata “fior”:

    Marco è un fior di architetto .

    Cioè è uno dei migliori architetti.

    Ma anche in senso negativo lo posso usare, ovviamente il senso è ironico:

     Giovanni è un fior di delinquente.

    Quindi Giovanni é uno dei delinquenti peggiori, o migliori (dipende dai punti di vista), quasi ci fosse stata una selezione.

    Spesso poi si raddoppia: un fior fiore.

    Alla riunione dei membri parteciperà il fior fiore dell’associazione.

    Scherzi a parte, si sente parlare spesso del “fior fiore“, di tante cose, come della società.

    Si usa anche nel commercio sapete?
    Quando si vuole dire che un prodotto ha un’elevata qualità, possiamo dire che rappresenta non solo il fiore all’occhiello di quell’azienda, ma anche il fior fiore come prodotto:

    il fior fiore dei carciofi

    il fior fiore della salumeria italiana

    Se ho un ristorante, posso dire che nel mio ristorante viene a mangiare il fior fiore della società.

    Infine, a volte indica anche un’alta quantità.
    In questo caso si usa “fior fiori” (al plurale):

     Sul nostro sito abbiamo pubblicato fior fiori di episodi audio

    Si vuole evidenziare questa quantità per qualche motivo.

    Es:

    Basta, ti lascio perché sei troppo avaro!

    Cosa? Ma ti ho fatto fior fiori di regali!

    credo che abbiate capito sebbene non vi abbia fatto fior fiori di esempi.

    Adesso sentiamo alcune voci del fior fiore dell’associazione Italiano Semplicemente per un bel ripasso:

    Hartmut: circa la qualità dei membri, non c’è nessun dubbio!
    Irina: giusto, vedremo se sarà così anche nel presieguo della vita dell’associazione.
    Ulrike: non dobbiamo che aspettare per vedere

    I mille usi del verbo prendere

    I mille usi del verbo prendere

    Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

    Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

    Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

    Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

    Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

    In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

    Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

    Hai preso lo stipendio questo mese?

    No, lo prendo domani.

    Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

    Cosa prendi? Offro io!

    Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

    No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

    Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
    Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

    Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

    Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

    Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

    Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

    C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

    Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

    Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
    qualcuno, incolpare qualcuno.

    Non te la prendere con me, io non sono stato!

    State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

    Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

    Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

    Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

    C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
    Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

    Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

    Ci sono frasi simili però:
    Prendere male qualcosa
    Prenderla male

    Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

    Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

    Posso dire:
    Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
    A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
    Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
    Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

    Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

    Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

    Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

    Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
    Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
    Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

    Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

    Prendere per buono.

    Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

    Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

    Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


    Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

    Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
    Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

    Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
    In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

    Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

    Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

    Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

    Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

    Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

    Tra l’altro esiste anche riprendere:

    Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

    Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

    Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

    Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

    Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

    Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

    All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

    Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

    Con Maria proprio non mi prendo!

    Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

    Si può anche dire:

    Io so come prenderlo, fidati di me.

    Non so come prenderlo.

    In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

    In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

    Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

    Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

    Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

    Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

    Ciao Giovanni!

    No, io sono Mario, non Giovanni.

    Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

    Si usa spesso anche come esclamazione:

    Ma per chi mi hai preso?

    Se dico ad esempio:

    Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

    Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

    Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

    Torniamo ora a prendersela.

    Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

    Ma esiste anche:

    Prendersela comoda

    Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

    Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

    Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

    Prendersi una responsabilità (assumersi)
    Prendere l’autobus (salire)
    Prendere la Laurea (laurearsi)

    Prendere le armi (arruolarsi)

    Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

    Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

    Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

    Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

    Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

    Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

    Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

    Preso! (cioè “colpito!”)

    Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

    Hai indovinato! = Ci hai preso!

    Anche gli animali si possono prendere:

    Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

    Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

    In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

    Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

    Non devi farti prendere dall’ansia.

    Non farti prendere dalla paura

    Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

    Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

    Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

    L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

    La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

    Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

    Prendere in castagna

    In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

    Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

    Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

    A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

    Che equivale a dire:

    Sono stato preso dalla paura
    Sono stato preso dal sonno

    Anche la smania può prendere.
    Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
    In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

    La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

    Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

    Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

    Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

    Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

    In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

    Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

    Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

    Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

    Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

    Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

    A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
    A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

    Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

    Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

    Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

    In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

    Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

    Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

    Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

    Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

    Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

    Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

    In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

    Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

    Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

    Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

    Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

    Prendi e porta a casa
    Prendere o lasciare
    Prendere fischi per fiaschi
    Prendere in contropiede
    Prendere il due di picche
    Prendere la palla al balzo
    E tante altre espressioni.

    Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.

    446 Una ciofeca

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    Noi italiani siamo fissati per il caffè! Lo sapete vero?

    E sapete cosa diciamo quando beviamo un caffè che non è buono?

    Diciamo che è una ciofeca!

    Una ciofeca è solo questo (o quasi): una bevanda dal sapore cattivo: non solo un caffè quindi ma anche un tè o un’altra bevanda, specie se molto amara.

    Ma la ciofeca in Italia è soprattutto un caffè schifoso, spesso troppo lungo. Un caffè “annacquato” si dice a volte, ma per indicare il sapore pessimo “ciofeca” è l’ideale!

    Ma perché il caffè è venuto una ciofeca? Solo perché è troppo lungo? No, spesso è colpa del caffè stesso, di scarsa qualità, oppure è conservato male, Altre volte è colpa dell’acqua. Altre volte è colpa della quantità di caffè. Hai fatto la montagnola nella moka? Spero di sì. Quanto caffè hai messo? Meglio di più che di meno, ricorda, ma non pressarlo col cucchiaino, altrimenti, anche in questo caso,  ti viene una ciofeca! Bleah!

    Il termine “ciofeca” è persino uscito naturalmente dal linguaggio del caffè. Oggi si usa anche quando vogliamo disprezzare qualcosa, dicendo che è di pessima qualità. Non solo il caffè quindi.

    Non ci piace un lavoro fatto da un nostro collega? Quello che hai fatto è una vera ciofeca, è completamente da rifare.

    Questo cellulare è una mezza ciofeca, la batteria si scarica subito e le foto sono scarsissime!

    Hartmut: Almeno Italiano Semplicemente non è una ciofeca! Sarebbe molto ingeneroso!

    Irina: dicendo questo scateneresti l’ira di tutti i membri dell’associazione!

    Xin: come minimo direi! Te la caveresti a buon mercato!

    Bogusia: Ma dimmi tu cosa devo sentire! Vado a farmi un caffè che è meglio!

    Braccia rubate all’agricoltura

    Braccia rubate all’agricoltura (scarica audio)

    braccia rubate all'agricoltura

    Con questa espressione, si ironizza su una o più persone che non sono capaci, secondo noi, a fare il loro mestiere, quando il loro mestiere non è manuale ma intellettuale.

    Sapete che esistono i lavori manuali, come ad esempio il muratore, la colf, la badante, ma soprattutto i lavori agricoli, che sono i più duri e faticosi.

    In questi lavori si usano le mani, le braccia e le gambe, ma soprattutto le braccia, per sollevare grossi pesi, ad esempio. Le forza fisica è molto importante e meno importante invece è l’intelletto.

    Non è un caso che esista il “bracciante agricolo“, che si chiama anche semplicemente bracciante.

    Un bracciante agricolo è una tipologia di lavoratore, nome che indica un operaio che lavora in agricoltura ma non è il proprietario del terreno.

    Poi ci sono i lavori intellettuali, giudicati migliori di quelli manuali, perché sono i lavori in cui si usa unicamente il proprio intelletto, dove è necessario aver studiato, come l’avvocato, lo scienziato e il politico. Sono giudicati lavori migliori di quelli manuali anche perché di solito si guadagna di più.

    Se il tuo mestiere è intellettuale, quando voglio dire che il tuo lavoro intellettuale non lo sai fare perché non hai studiato abbastanza o per niente, o perché non sei portato, o perché non sei abbastanza intelligente per fare quel lavoro, dove invece bisogna saper usare la testa, posso dire che le tue sono braccia rubate all’agricoltura.

    Ovviamente le braccia non si possono “rubare“, ma detto in questo modo è ironico, e il senso è quello di aver rinunciato ad usare due braccia che potevano servire per lavorare la terra, per faticare, e invece si è deciso di usare la testa, che invece non serve a niente…

    Allora era meglio usare le braccia! Quelle braccia sono rubate all’agricoltura!

    Che incompetenti che sono molti uomini politici vero?

    Tutte braccia rubate all’agricoltura!

    Braccia rubate all'agricoltura

    445 Fare incetta e accaparrarsi

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    Fare incetta e accaparrarsi

    In tempi di pandemia, spessissimo si è parlato di accaparramento.

    Se ne parla soprattutto quando le persone, impaurite dalla possibilità di restare senza cibo, per via delle crisi, vanno al supermercato e prendono tutto ciò che possono prendere. In questo modo potrebbe accadere che non resti più nulla per qualcuno, una volta che gli scaffali sono stati svuotati.

    Gli scaffali sono i mobili dove vengono appoggiati i prodotti del supermercato.

    Il verbo accaparrarsi significa quindi assicurarsi, procurarsi l’uso di qualcosa prima che lo facciano altri.

    Ad esempio:

    Sono andato al supermercato e mi sono accaparrato una bella scorta di pasta.

    Quindi ho preso tantissima pasta, prima che altri facessero la stessa cosa: mi sono assicurato di prenderne tanta perché con questa crisi non si sa mai!

    Ci sono alcuni paesi che con la pandemia da Covid hanno cercato di fare incetta di vaccini e mascherine

    Fare incetta è esattamente come accaparrarsi.

    E’ vero che accaparrarsi deriva dal termine caparra, ma usato in questo modo ha poco a che fare con la caparra, termine che spiegheremo nella rubrica due minuti con l’Italiano commerciale.

    Lo stesso significato di accaparrarsi ha quindi l’espressione “fare incetta” di qualcosa.

    Se voglio fare incetta di olio d’oliva, vado al supermercato e cerco di acquistarne la maggiore quantità possibile.

    Posso usare fare incetta anche in senso non materiale.

    Ad esempio se un politico fa incetta di tutti i voti vuol dire che non resta più nulla ai suoi avversari alle elezioni.

    Anche incetta quindi si usa per indicare una raccolta di beni, prodotti, fatta per paura o per sicurezza, ma si può trattare anche di voti, preferenze o comunque altre cose che si tolgono ad altri.

    Si può fare incetta anche di titoli, o di medaglie alle olimpiadi. Quando qualcuno vince sempre tutti i premi sicuramente posso dire che fa o ha fatto incetta di premi. Posso dire lo stesso di un programma TV, che fa incetta di ascolti, perché i telespettatori hanno in maggioranza guardato quel programma TV.

    Adesso allora ripassiamo qualche puntata passata.

    Anne France: io sono Anne e non ho nulla da dire che sia veramente degno di nota.

    Ulrike: io sono… e non ti consento di dire queste cose. Sei bravissima/o invece

    Irina: almeno tanto quanto me, o forse anche di più.

    Hartmut: sicché state facendo a gara per chi è più bravo?

    Rafaela: embè?

    29 – La cauzione – ITALIANO COMMERCIALE

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    Descrizione

    Cosa significa CAUZIONE? Quando possiamo usare questo termine e dopo potrebbe capitare di leggerlo? Quando possiamo usarlo nel commercio?

    Durata: 5 minuti

    444 Consentire o acconsentire?

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    Che differenza c’è tra i verbi consentire e acconsentire?

    I due verbi sono in realtà molto simili, ma non identici.

    Un uso di consentire è quando si parla di opinioni, di punti di vista.

    Quando ci sono più persone possono esserci diversi punti di vista, uguali, simili, diversi o completamente diversi.

    Per esprimere un consenso potete usare consentire. È un po’ formale però:

    Se tu mi dici che la grammatica italiana è complicata, io ti potrei rispondere che consento con te, che consento pienamente con la tua opinione.

    Quindi vuol dire che mi trovo d’accordo con te, che concordo con le tue opinioni, con i tuoi pensieri o affermazioni.

    Consentire pero si usa anche per esprimere un permesso, qualcosa che si rende possibile.

    La guida di un’automobile non consente distrazioni.

    Non ti consento di parlare.

    Consento solo agli amici di chiamarmi per nome

    I miei genitori mi consentono di uscire solo prima di cena

    Quindi è simile a permettere, concedere e accordare.

    A proposito di permessi. Vediamo acconsentire.

    Il verbo acconsentire significa dare il proprio consenso o assenso. In pratica significa dire di sì. Ma si tratta di un permesso da dare. Non è un sì qualunque.

    Se io ti chiedo:

    Conosci un po’ l’italiano?

    Se dici di sì, non stai acconsentendo, perché non ti è stata fatta una richiesta di permesso, ma una semplice domanda.

    Invece ad esempio:

    Figlio: Papà, io esco con alcuni amici stasera. Acconsenti?

    Padre: Si figliolo, acconsento. Vai pure e divertiti.

    Quindi: dico di sì, la mia risposta è sì.

    Oppure, se uso consentire, vediamo come cambia la frase:

    Papà, mi consentì di uscire stasera?

    Si, ti consento di uscire.

    Si, te lo consento.

    Quindi acconsentire significa essere d’accordo, dire di sì. Qualcuno ha chiesto un permesso e questo viene concesso.   Notate adesso le seguenti frasi

    Il padre acconsentì alla richiesta del figlio.

    Il padre acconsentì a far uscire il figlio

    Il padre acconsentì che il figlio uscisse.

    Questo significa, come ho detto, che il figlio ha fatto una richiesta. Quindi acconsentire significa concedere quanto viene richiesto o proposto.

    Notate un’altra cosa. Consentire e acconsentire si distinguono perché se io consento a te di parlare dopo che me lo hai chiesto, allora posso dire che acconsento alla tua richiesta e che ti consento (quindi a te)! di parlare.

    Si acconsente a una richiesta

    Si consente a una persona di…

    Quindi:

    Io acconsento alla tua richiesta

    e

    Io ti consento di parlare

    Oppure:

    Io acconsento alla tua richiesta di parlare

    Posso usare anche “che“:

    Io acconsento che tu parli

    Io acconsento a che tu possa parlare

    In definita si acconsente a una richiesta cioè si dice sì ad una richiesta.

    Si può acconsentire dicendo sì, ma anche ok, d’accordo, va bene, e anche con un cenno della testa o della mano 👌.

    Infine, anche consentire si può usare anche riferendosi non alla persona, ma all’oggetto.

    Consentire il trattamento dei dati personali

    Consento il passaggio delle auto nel mio cortile

    Notate la differenza però:

    Acconsentire al trattamento dei dati personali

    Acconsento al passaggio delle auto nel mio cortile

    Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri di usare alcune episodi precedenti per produrre un piccolo ripasso. L’elevato numero di episodi a disposizione vi consente di parlare di qualsiasi cosa. Giusto?

    Hartmut: se dici sempre di sì però diventi accondiscendente.

    Rauno: bisogna rispondere usando il buonsenso però. Non si può neanche dire sempre di no.

    Olga: giusto. Dire sempre sì è sbagliato tanto quanto dire sempre no.

    Lia: parole sagge! Io non ho nulla da aggiungere in merito. Quindi ci sentiamo al prossimo episodio.

    Frasi fatte: ESSERE IN BOLLETTA

    Essere in bolletta (scarica audio)

    Essere in bolletta

    Per indicare che non ci sono più soldi, esistono diverse modalità nella lingua italiana. La più famosa è ESSERE AL VERDE, poi c’è anche NON AVERE IL BECCO DI UN QUATTRINO.

    Un’espressione analoga è ESSERE IN BOLLETTA o TROVARSI IN BOLLETTA. Anche questa un’espressione informale.

    Riguardo alla prima parte, si usa “essere in” perché in questo modo si indica normalmente una condizione nella quale ci si trova:

    Essere in mutande

    Essere in cattive condizioni

    Essere in difficoltà

    Eccetera.

    Il termine bolletta invece indica solitamente qualcosa da pagare. Esiste infatti la bolletta della luce e la bolletta del gas o dell’acqua. È un documento ufficiale che riporta i consumi che dobbiamo pagare.

    La bolletta è il diminutivo di bolla, che storicamente indica una specie di certificato che serve ad attestare l’ufficialità di un documento. Questa è l’origine.

    Essere in bolletta quindi si usa per dire non solo che non abbiamo più soldi, ma è anche l’espressione più indicata per dire che abbiamo debiti o delle bollette che non possiamo pagare.

    443 Degno di nota

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    degno di nota

    Ecco un’altra frase che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio di oggi: DEGNO DI NOTA.

    Accade nel canto XX della Divina Commedia, nell’ottavo girone, dove Dante vede avanzare una schiera di dannati che lentamente camminano con la faccia all’indietro come in una processione: si tratta degli indovini, che vengono puniti impedendo loro di “guardare avanti”, avendo in vita peccato facendo proprio questo: indovinare, prevedere il futuro, cioè guardare avanti.

    Così Dante, guardando queste anime, chiede a Virgilio (la sua guida) se fra questi indovini ve ne fosse qualcuno degno di nota, cioè conosciuto, noto, o qualcuno che valesse la pena di notare, qualche personaggio noto, famoso.

    Allo stesso modo oggi si usa questa espressione quando vogliamo indicare qualcosa o qualcuno che merita di essere notato, qualcosa o qualcuno dunque di importante, di notevole; qualcuno che meriti attenzione, che non è come gli altri.

    La dignità è un concetto abbastanza difficile da spiegare, e in genere è una caratteristica associata alle persone. Tra l’altro esiste anche come ricorderete, l’aggettivo dignitoso.

    Ma essere degno di qualcosa, come abbiamo visto anche nell’episodio 287, significa meritare questa cosa, più semplicemente.

    Se sei degno di attenzione meriti la mia attenzione o quella di altri.

    Se sei degno di stima meriti la stima delle persone.

    Eccetera.

    In questo caso abbiamo “degno di nota” che è più generale e significa importante: meritare una nota, cioè meritare considerazione, attenzione, meritare di essere menzionato, o annotato se vogliamo.

    Qualsiasi cosa può essere degna di nota: un documento, una notizia, una frase, uno studente eccetera e può anche indicare una qualità, ma non è affatto detto.

    A proposito di qualità: adesso attenti perché abbiamo un bel ripasso degno di nota, che consta di una trentina di episodi passati.

    State concentrati ed ascoltate la voce di Emma, che fa parte degnamente dell’associazione Italiano Semplicemente.

    Emma: Gianni è un professore eccellente. Per tendere la mano a noi membri, questa volta ci ha chiamato in causa con una caterva di indovinelli, cosicché possiamo ingranare con la lingua giocando.
    A dire il vero, alcuni membri se la cavano benissimo, ma di contro, altri meno, tra cui, mio malgrado, sono annoverata.. Mi incarto ogni due per tre nello scervellarmi per trovare la risposta. Sicché mi domando e dico: “ o sono io la dura di comprendonio o magari questo gioco non fa proprio al caso mio? O peggio, persino questo gioco è soltanto appannaggio delle teste più veloci. Se fosse così, sono passibile di miglioramento? E qui ti voglio!”.
    Inoltre è meglio precisare, a scanso di equivoci, che questo ripasso che ho scritto non vuole essere la benché minima lagna, se non altro quanto a me e al mio livello di italiano, bensì un pretesto per rispolverare qualche episodio passato. Che io sappia, ripetere giova, eccome! Non ci resta pertanto che esercitarci di continuo.
    Con i miei sentiti auguri, saluto tutti i membri dell’associazione, nella speranza che via via, con l’allenamento, riusciamo a destreggiarci con la lingua sempre meglio.
    Di nuovo buon anno e tanti Auguri.

    442 Non mi tange

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    non mi tange

    Una delle frasi che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio comune è NON MI TANGE.

    Tutti usano questa espressione in Italia: essa esprime un concetto potrei dire “geometrico”.

    Avete presente due rette parallele? Se sono parallele, due rette non si incontrano mai, quindi nessuna delle due tange l’altra. Tangere significa infatti incontrare, toccare o anche scalfire.

    Da un punto di vista geometrico diciamo ad esempio che una retta è tangente ad una circonferenza quando si toccano in un solo punto, ma nell’uso comune il verbo tangere si usa spesso scherzosamente per indicare che qualcosa non ci tocca neanche in un punto.

    La frase si usa quasi sempre con la negazione: NON mi tange.

    Esempio:

    Le tue accuse verso di me non mi tangono.

    Significa che non hanno alcun effetto su di me. In questo senso quindi le accuse non mi toccano: non influiscono sul mio umore, non mi fanno cambiare idea, non mi preoccupano, non mi scalfiscono, non mi importano.

    DANTE Alighieri la utilizza nel secondo canto dell’inferno, quando si parla di Beatrice che, trovandosi nell’inferno, non si lascia influenzare dalle sofferenze che si trovano in questo luogo:

    La vostra miseria non mi tange

    dice Beatrice.

    L’espressione si usa nel linguaggio comune a volte in modo scherzoso, altre volte in modo sprezzante, per indicare quanto poco effetto su di te, sulle tue emozioni, sui tuoi interessi, abbia il comportamento di una persona.

    Es:

    Sai cosa dice Giovanni di te? Dice che sei la persona più brutta al mondo!

    Ciò che dice Giovanni non mi tange proprio!

    Emma: a me invece mi tange eccome!

    Anthony: scusate si può aprire una parentesi sul Covid?

    Irina: no, grazie, io sono per il rilassamento oggi!

    Hartmut: anche io, potrebbe risentirne l’apprendimento!

    Frasi fatte: Bell’e buono

    Bell’e buono (scarica audio)

    Bell'e buono

    C’è una frase fatta, di uso comune, per indicare una evidente caratteristica di qualcosa o qualcuno: bell’e buono.

    Quando volete sottolineare che questa caratteristica è senza dubbio vera, quando è indiscutibile, quando nessuno può negare che sia così, potete dire ad esempio:

    Sei uno stupido bell’e buono!

    Nessuno può negare che sei uno stupido! Non c’è nessun dubbio su questo!

    Bell’e buono si scrive con l’apostrofo. Sta per “bello e buono”, infatti potete usare anche questa forma senza apostrofo.

    La frase è informale ovviamente.

    Normalmente si è molto arrabbiati quando si usa questa espressione.

    Si usa anche al femminile:

    Sei un’imbrogliona bell’e buona!

    Oppure, se scoprite che una persona sta cercando di truffarvi se riconoscete la truffa potete dire:

    Ma questa è una truffa bell’e buona!

    Ci vediamo alla prossima frase fatta.

    Batti e ribatti

    Batti e ribatti (scarica audio)

    batti e ribatti

    Cosa può avvenire durante una discussione tra due o più persone? Una di queste cose è sicuramente un batti e ribatti.

    Infatti un batti e ribatti avviene quando due persone o due gruppi di persone fanno una discussione che spesso viene definita serrata.

    Due persone si accusano l’un l’altra?

    In questo caso c’è un batti e ribatti di accuse.

    Si offendono ripetutamente?

    Sei stato tu a far cadere il governo!

    Non è vero, è colpa della tua incapacità!

    No, lo sanno tutti che sei un incompetente!

    Io incompetente? E tu allora? Non sei neanche laureato!

    Avete assistito ad un batti e ribatti di insulti!

    A dire il vero l’espressione si usa anche quando si insiste molto e alla fine si ottiene un risultato:

    Giovanni voleva ottenere un aumento di stipendio e così tutti i giorni andava dal suo capo a battere cassa. Sai che alla fine, batti e ribatti, ce l’ha fatta!

    In questo caso è simile a “dai e dai”. Potremmo anche dire:

    Batti oggi, batti domani, alla fine ha ottenuto l’aumento!

    Notate che in questo caso non c’è “un” batti e ribatti. Si usano invece i verbi battere e ribattere, come a dire:

    a forza di battere e ribattere alla fine c’è riuscito

    Nel caso invece di una discussione, dove si usa “un”, come dicevo spesso si parla di discussione serrata, simile a discussione accesa, animata, ma c’è anche il senso della velocità. E’ anche una discussione incalzante, rapida, veloce.

    C’è il senso del ritmo, per indicare che l’accusa di una persona arriva subito dopo quella dell’altra.

    Frasi fatte: battere cassa

    Battere cassa (scarica file audio)

    Benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente dedicato alle frasi fatte.

    Battere cassa è la frase fatta del giorno.

    Una frase informale che significa esigere un pagamento.

    Esigere un pagamento a sua volta vuol dire chiedere ad una persona o a un’azienda di pagare ciò che deve pagare.

    Vediamo alcuni esempi di uso:

    Quel cliente non ha più pagato la merce che ha preso.

    Bisogna battere cassa altrimenti non pagherà più.

    La cassa è il macchinario che hanno tutti i commercianti che serve a mettere i soldi ed emettere gli scontrini.

    Battere cassa è quindi un modo per dire: quando mi paghi?

    La frase si usa a volte però anche al di fuori dei pagamenti. Si sta sempre però chiedendo qualcosa con insistenza.

    Es:

    Ho fatto un favore ad un mio collega, quindo adesso potrò chiederne uno io a lui. Appena avrò l’occasione andrò a batter cassa.

    Quindi si può usare anche nel senso di chiedere qualcosa indietro, chiedere di ottenere qualcosa. Anche una ricompensa può essere chiesta battendo cassa (senza articolo “la” , mi raccomando).

    Dopo tutto ciò che ho fatto per lei, adesso è il momento che faccia lei qualcosa per me. Vado a batter cassa!

    Italiano Professionale – lezione 30: Il titolare e il facente funzione

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    Descrizione

    Lezione 30 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
    L’argomento è il “facente funzione” o “facente funzioni“.

    Vediamo però tutti i termini usati per indicare la sostituzione temporanea di una persona in ambito lavorativo.

    facente funzioni

    441 Previo

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    Previo

    previoSapete che se una parola inizia con “pre” in italiano quasi sempre si riferisce a qualcosa che viene “prima”, qualcosa che sta “davanti”, qualcosa di necessario spesso.

    • Ad esempio:
    • Precedente
    • Preliminare
    • Preparatorio
    • Preambolo
    • Premessa
    • Pretesto

    Ci sono tante parole di questo tipo. Il concetto di “prima” può cambiare ogni volta. Ad esempio abbiamo già visto la parola “pretesto“, nell’episodio 134, e un pretesto è simile ad una scusa, qualcosa che ci prepariamo prima, di solito, per giustificare un’azione.

    Tra questi termini comunque ce n’è anche un altro poco noto ai non madrelingua: PREVIO o PREVIA.

    Previo indica direttamente qualcosa che deve stare davanti, che deve avvenire prima di qualcos’altro.

    Si parla quindi di qualcosa che ha la precedenza, di qualcosa di preliminare, qualcosa di indispensabile, qualcosa che occorre fare. Nel linguaggio comune si usa poco, poiché si preferisce usare altre forme per esprimere lo stesso concetto. Si usa invece spesso nel linguaggio burocratico e amministrativo, dove inevitabilmente si parla di cose “necessarie” da fare, di adempimenti obbligatori.

    Vediamo qualche esempio comunque:

    L’esame si svolgerà nei prossimi 20 giorni, previo avviso pubblicato sul sito dell’università

    Quindi prima uscirà l’avviso sul sito dell’università, e successivamente si svolgerà l’esame.

    Qual è la cosa necessaria in questo caso? Qual è la cosa che deve avvenire prima? La pubblicazione dell’avviso sul sito dell’università. Senza questo avviso non ci sarà nessun esame.

    Ovviamente si userà previo o previa a seconda che la cosa necessaria è maschile o femminile rispettivamente.

    Si potranno incontrare i professori tutti i lunedì previa richiesta appuntamento telefonico

    Quindi per poter incontrare i professori bisogna fare necessariamente una richiesta telefonica in precedenza, altrimenti niente incontro.

    Notate due cose:

    La cosa necessaria sta solitamente alla fine. Inoltre la cosa necessaria va scritta senza articolo:

    • Previo appuntamento
    • Previa richiesta
    • Previo invio dei documenti
    • Previa telefonata in anticipo

    eccetera

    Dicevo che solitamente nel linguaggio comune si preferisce evitare questa forma, ritenuta un po’ troppo formale e allora:

     Puoi passare a casa mia previa telefonata

    diventa

    Prima di passare a casa mia meglio se mi fai uno squillo

    e:

    Posso uscire stasera ma solo previa autorizzazione da parte di mia madre

    diventa ad esempio:

    Stasera potrò uscire solo se mia madre mi autorizza

    Esiste anche previamente, un avverbio, che quindi si usa prima dei verbi:

    Prima di lavorare in Italia bisogna previamente imparare la lingua

    Non si può fare un esame senza previamente aver studiato

    Natalia: allora grazie Giovanni, al di là del fatto che forse non userò mai questo termine.

    Bogusia: vedi tu, quanto a me, credo che lo farò invece.

    Irina:  Anche io, sulla scorta di questa spiegazione poi sarà sicuramente più facile

    Ulrike: forti anche del fatto che potremo esercitarci nel gruppo whatsapp dell’associazione.

    440 Tanto quanto

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    Tanto quanto

    In questo episodio ci occupiamo di tanto e di quanto.

    Potrei dire che in questo episodio ci occupiamo tanto di quanto, quanto di tanto.

    Sia tanto che quanto sono termini legati alla quantità.

    Tanto è usato ovviamente per esprimere una grande quantità o anche una grande intensità.

    Ho guadagnato tanto

    Ti amo tanto

    Lo stesso vale per “quanto“, che si usa normalmente nelle domande:

    Quanto hai guadagnato oggi?

    Quanto mi ami?

    Se invece usiamo i due termini insieme, sto parlando sempre di quantità e di intensità, ma sto anche facendo un confronto.

    Quanto mi ami?

    Ti amo tanto quanto tu ami me

    Cioè io amo te quanto tu ami me. In pratica ognuno ama l’altro nella stessa misura, con la stessa intensità.

    Quanta pasta vuoi?

    Tanta quanto basta per riempire il piatto.

    Quindi “tanto quanto” serve a fare un confronto alla pari: la stessa quantità, o la quantità necessaria, lo stesso livello, la stessa intensità.

    Posso anche distanziare i due termini ma in questo caso sto facendo un confronto tra cose diverse:

    Sei tanto bella quanto intelligente.

    Vale a dire che:

    La tua bellezza è pari alla tua intelligenza.

    Posso anche arricchire con più o meno:

    Quanto più ti conosco, tanto più mi piaci.

    O più brevemente:

    Più ti conosco, più mi piaci

    Cioè: all’aumentare della tua conoscenza, aumenta anche il mio sentimento per te.

    Oppure:

    Quanto meno ti vedo, tanto più mi manchi.

    O più brevemente:

    Meno ti vedo, più mi manchi.

    Cioè: al diminuire dei nostri incontri, aumenta la mia voglia di vederti.

    Posso fare altri esempi:

    Quanto più ti fanno arrabbiare, tanto più devi avere pazienza

    Notate che “quanto” serve a fissare il termine di confronto, mentre “tanto” serve a indicare il secondo elemento che eguaglia il primo. “Tanto” ha il ruolo di “altrettanto” in questo caso.

    Inoltre tanto può diventare tanta, al femminile, e quanto può diventare quanta, ma quanto può restare anche al maschile:

    Ha tanta fantasia quanta creatività.

    Però attenzione perché:

    Ho tanto bisogno di lavoro quanto (bisogno) di felicità

    Invece il plurale lo posso usare in entrambi i casi quando sto confrontando due quantità, due numeri:

    Hai tante idee quante le cose che inizi ma non porti a termine.

    Quindi sto confrontando il numero di idee con il numero delle cose che inizi ma non porti a termine, e dico che sono la stessa quantità.

    Un altro esempio:

    Hai tanti figli quanti nipoti

     

    Tanti – tanti

    C’è da dire che se confronto la stessa quantità con sé stessa, allora posso usare due volte “tanto/a/i/e”

    Se dico infatti:

    Spendi tanti soldi quanti ne guadagni

    Significa che spendi tutti i soldi che guadagni. Allora posso anche dire, più brevemente:

    Tanti soldi guadagni, tanti ne spendi.

    In questo caso la sequenza è temporale, prima guadagni e poi spendi: tanto guadagni, tanto spendi. La stessa cifra.

    Giovanni ha una mira infallibile, infatti tanti colpi esplode, tanti vanno a segno.

    Quindi il primo “tanti” equivale a “quanti”, perché è il termine di confronto, mentre il secondo equivale a “altrettanti”.

    Hai fatto innamorare tanti uomini quanti te ne ho presentati

    Cioè:

    Tanti uomini ti ho presentato e tanti ne hai fatti innamorare

     

    Non solo quantità

    Attenzione a un’altra cosa adesso, perché non è neanche detto che si parli di quantità.

    La cosa che conta è che si faccia un confronto:

    Se tu mi dici che la matematica non è una scienza, io ti rispondo che:

    La matematica è una scienza tanto quanto la chimica.

    Confronto la matematica e la chimica. Le quantità non c’entrano.

    Qui significa “allo stesso modo“, “essere sullo stesso piano“.

    La matematica è una scienza allo stesso modo di quanto lo sia la chimica.

    È un po’ come dire che sia la matematica che la chimica sono scienze, ma se uso “tanto quanto la chimica” voglio portare la matematica allo stesso livello della chimica.

     

    Distinzioni e preferenze

    Ma il confronto posso farlo anche per distinguere:

    A me non piace tanto A, quanto B.

    È importante fare la pausa, per questo motivo c’è la virgola:

    A me non piace tanto insegnare la lingua, quanto far innamorare gli studenti della lingua

    Ovviamente se volete fare semplicemente una distinzione, meglio usare altre modalità, tipo usare “ma” , “invece” , “piuttosto”.

    Se utilizzo tanto e quanto è perché in questo caso voglio esprimere la preferenza per B senza escludere A.

    È possibile anche togliere “tanto” e cosi facendo aumenta la distanza tra A e B. L’aggiunta di “invece” e “piuttosto” hanno ugualmente questo ruolo.

    Non mi piacciono tanto gli episodi corti, quanto quelli interessanti.

    Non mi piacciono gli episodi corti, quanto invece quelli interessanti.

    Non mi piacciono gli episodi corti, quanto piuttosto quelli interessanti.

    Allora adesso ripassiamo qualche episodio precedente, con l’aiuto tanto dei membri più esperti dell’associazione, quanto di quelli che hanno meno esperienza.

    Ulrike: ciao a tutti, circa la durata degli episodi, in questo caso non va a discapito dell’interesse.

    Rafaela: poi ci sono anche i ripassi che arrivano a valle di ogni episodio e che vale la pena di aspettare.

    Kumi: si, a meno che non si sia dato fondo a tutte le energie.

    Irina: ma per noi che ci cimentiamo è comunque importante a prescindere.

    439 Scatenare

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    Scatenare 

    Scatenare è un verbo interessante. Si può usare in bagno, in discoteca, parlando con un amico o in un laboratorio chimico

    Deriva dal termine catena. La catena tra le altre cose può servire a incatenare, simile a legare.
    Allora se incatenare significa mettere delle catene, scatenare ha il senso opposto: togliere le catene, quindi liberare dalle catene.
    Si può ad esempio scatenare un cane, cioè liberarlo dalle catene. Dopo averlo scatenato l’animale è libero.

    Dicevo che si può utilizzare in bagno perché scatenare si usa talvolta per indicare quando si tira la catena.
    Oggi di bagni con la catena ce ne sono rimasti pochi, così si usa maggiormente il verbo scaricare, poiché c’è un pulsante da premere al posto della catena da tirare e premendo il pulsante si svuota lo scarico.

    Comunque il senso di liberare lo troviamo in qualche modo anche nello scarico del bagno perché l’acqua non è più nel contenitore, ma viene liberata “scatenando“.

    Questo senso di libertà e di movimento generato, provocato, lo troviamo anche nell’utilizzo principale del verbo scatenare, che è quello di iniziare improvvisamente un’azione, o di avviare una serie di azioni una dietro l’altra, a ripetizione, o meglio “a catena”.
    Scatenare quindi è simile a provocare, innescare, causare, dare avvio.
    Posso ad esempio fare qualcosa e facendo questo scatenare un sentimento, in genere negativo, in una persona.
    Es:

    Ho acquistato una ferrari e così ho scatenato l’invidia da parte dei miei vicini

    Sono io che ho scatenato l’invidia da parte dei vicini.
    Posso anche dire però che questo mio gesto ha fatto scatenare l’invidia.

    In generale significa quindi far sorgere all’improvviso un sentimento o un istinto, che può anche essere violento.

    Anche una guerra si può scatenare.

    La dichiarazione del presidente ha scatenato la guerra.

    L’ha provocata quindi, ma c’è il senso di un qualcosa di improvviso e dagli effetti violenti e spesso devastanti.

    Una reazione è una cosa che spesso viene associata al verbo scatenare. Non solo però la reazione di una persona, ma anche una reazione chimica ad esempio.

    Scatenare è simile anche a Incitare, istigare alla ribellione, alla violenza, spingere ad una reazione violenta:

    L’opposizione vuole scatenare il popolo contro lo stato.

    Quindi si può scatenare qualcosa (la guerra) ma anche qualcuno (il popolo, la folla).

    Parlando di persone, queste si possono scatenare anche da sole, quindi posso usare anche la forma riflessiva: scatenarsi.
    Il senso diventa quello di abbandonarsi senza controllo agli istinti, specie quelli violenti.
    C’è sempre il senso di qualcosa che viene liberato, di non più trattenuto.

    La folla dello stadio si scatena ad ogni gol della squadra.

    La folla si lascia andare, non si trattiene, si abbandona, si sfoga, si libera.
    Posso anche dire:

    Una folla scatenata ha preso d’assalto il supermercato

    Oppure:

    i manifestanti si scatenarono contro la polizia

    Quindi scatenarsi contro significa avventarsi contro qualcuno, aggredire qualcuno.

    Ma scatenarsi non sempre è pericoloso e violento.
    Infatti ci si può scatenare anche in discoteca.
    In questo modo ci si libera, si balla in modo energico e si esprime il proprio piacere per la musica e la voglia di divertirsi.
    Allora scatenarsi è simile a entusiasmarsi e infiammarsi.

    Se qualcosa ti piace molto ti puoi scatenare quindi.

    I bambini sono spesso scatenati quando stanno insieme

    Ho un amico che si scatena appena sente parlare di calcio: inizia a parlare e non si ferma più.

    Nello sport invece scatenarsi può significare esprimere al massimo e in modo inarrestabile le proprie doti e capacità.

    L’attaccante si scatena e segna tre gol

    Si può scatenare anche una pioggia improvvisa, una tempesta di neve, una bufera.

    Anche l’immaginazione si può scatenare, la curiosità e ogni altra facoltà quando si esprime senza freni.

    Un’altra cosa che può scatenarsi è una bicicletta. Ma il senso qui è completamente diverso perché
    La bici si scatena quando la sua catena, quella che provoca il movimento, si scollega dai pedali.
    Allora in questo caso si toglie la catena, e bisogna fermarsi e sistemare la catena.

    Ripasso

    Ulrike:
    In quanto membro dell’associazione italiano semplicemente per l’anno nuovo mi sono prefissa di partecipare alle attività del suo gruppo WhatsApp.

    Anthony: Ah, sicché nel futuro ti vedremo qui ogni due per tre?

    Hartmut: Che volete, magari doveva convincersi. Adesso però, benché sia stata assente fino ad ora, il suo proposito mi va proprio a genio, purché ci darà una mano d’ora in poi.

    Bogusia: Cosicché potrà esserci d’aiuto anche con i ripassi.

    Khaled: Giusto, e in quanto ai ripassi il suo esordio è venuto proprio a tempo debito, sicché ci dà subito lo spunto per abbozzarne uno.

    Olga: Meno male, dacché il nuovo episodio è pronto, occorre sbrigarsi, suppongo Gianni stia già scalpitando per il ripasso.

    438 Cosicché e sicché

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    cosicché e sicché

    Cosicché e sicché

    Oggi vediamo la differenza tra “cosicché” e “sicché“, due congiunzioni probabilmente poco usate dai non madrelingua.

    Sono abbastanza simili in realtà, ma non esattamente, sicché adesso vi spiego la differenza.

    Iniziamo da cosicché. Si usa in due modi diversi.

    Cosicché: i cambiamenti

    Nel primo caso si parla di cambiamenti.

    Se ad esempio dico:

    Piove, perciò prendo l’ombrello

    Posso dire tranquillamente:

    Piove, cosicché prendo l’ombrello

    Ma in questo caso perciò e quindi sono più adatti.

    Nel caso di una variazione invece meglio usare cosicché:

    Pensavo ci fosse il sole. Invece pioveva, cosicché ho dovuto prendere l’ombrello

    Ogni volta che c’è un cambiamento pertanto è una buona idea usare cosicché. 

    Quindi “cosicché” è molto simile a perciò, quindi, ma più simile a “pertanto”,  “in conseguenza di ciò”.

    C’era tantissima gente in strada, cosicché siamo dovuti tornare a casa

    Stavamo per sposarci, ma il Covid ci ha impedito di farlo alla data programmata, cosicché siamo ancora in attesa di fissare una data per il matrimonio.

    Anche qui è chiaro il cambiamento, causato da un inconveniente, un problema inaspettato.

    Cosicché: possibilità e potenzialità

    Nel secondo caso si parla di possibilità e potenzialità: Una cosa è possibile grazie ad un’altra. Non parlo necessariamente di causa ed effetto, di una semplice conseguenza, piuttosto di un fattore che può determinare delle conseguenze, o che può rendere possibile una conseguenza.

    In questo caso cosicché è più simile a: in modo tale da, di modo che, affinché

    Es:

    La settimana prossima saranno vaccinati gli insegnanti, cosicché si possano riaprire le scuole

    Ecco: la riapertura delle scuole è possibile grazie alla vaccinazione degli insegnanti. 

    Bisogna rafforzare i controlli della Casa Bianca, cosicché nessuno possa entrare quando vuole

    Occorre più trasparenza, cosicché sia possibile controllare i conti pubblici senza alcun problema

    Notate che nel caso di cambiamenti, spesso si parla al passato, pertanto nella maggioranza dei casi non si usa il congiuntivo. Quando invece parliamo di possibilità o potenzialità,  di cose che sono state o saranno possibili solo grazie a qualcosa, è consigliato usare il congiuntivo:

    Con tutta quella neve abbiamo dovuto mettere le catene alla macchina cosicché potessimo continuare il viaggio

    Comunque spesso il congiuntivo non è obbligatorio neanche in questo caso:

    Ho deciso di spostare la lezione di italiano  dal lunedì al martedì cosicché il lunedì potrò giocare a basket. (Se volete maggiori informazioni in merito, c’è un episodio dedicato proprio al congiuntivo)

    C’è quindi questa possibilità di giocare a basket il lunedì, che diventa reale quando decido di spostare al martedì la lezione di italiano.

    Questi dunque sono i due principali casi in cui cosicché è molto adatto: cambiamenti e possibilità

    Passiamo a sicché.

    Sicché: i cambiamenti

    Si usa esattamente come cosicché nel primo caso (anche staccato: così che) quindi per esprimere una conseguenza  in modo analogo a quindi e perciò, specie quando ci sono dei cambiamenti, proprio come cosicché.

    Non sopportavo che mia moglie mi tradisse, sicché adesso sono di nuovo single.

    Da questo punto di vista quindi sicché è identico a cosicché, forse anche un po’ più secco, più deciso, netto: una conseguenza inevitabile diciamo:

    Ho mangiato troppo in questi ultimi anni, sicché adesso ho 20 kg in sovrappeso.

    Nessuno mi aiutava, sicché ho fatto tutto da solo

    Come a dire: non poteva che accadere questo, è stata una conseguenza inevitabile.

     Nel secondo caso visto prima però, quindi nel caso di possibilità e potenzialità, sicché non è molto adatto.

    Normalmente quindi la frase:

    Adesso mangerò meno sicché dimagrirò sicuramente

    Non è scorretto di per sé, ma si preferisce usare cosicché, in modo tale da. perché non è una conseguenza inevitabile ma una possibilità.

    Invece sicché ha un uso specifico. 

    Sicché: frasi interrogative conclusive

    Si può usare infatti con un tono interrogativo per invitare altre persone a trarre delle conclusioni. 

    Sicché, cosa hai deciso, verrai con noi al corso di italiano? 

    Anche in questo caso potrei usare quindi o perciò, ma anche in questo caso sicché esprime in modo più netto e deciso un concetto finale, conclusivo. A volte può esserci irritazione, impazienza:

    Cara, io devo dirti la verità… amo un’altra. 

    Ah, sicché, hai deciso di lasciarmi? E cosa avrebbe lei più di me?

    In questi casi la frase è sotto forma di domanda, ma spesso si tratta di domande retoriche o di deduzioni logiche (come in quest’ultimo caso). Spessissimo si tratta di domande ironiche. Solo a volte è una vera domanda, diciamo più una richiesta di conferma, come a dire: io so questa cosa, è vera?

    Sicché hai una nuova fidanzata, complimenti!

    Sicché stasera vieni anche tu alla festa vero?   

    L’episodio è durato più del previsto, cosicché meglio fare un ripasso molto breve:

    Irina: bene, anche brevissimo, purché non si salti il ripasso però. Per me è fondamentale.

    Ulrike: Quanto a me, sono completamente d’accordo.

    Sofie: Io no invece. Certi episodi sono di un breve che finiscono subito! 

    M4: sicché hai intenzione di continuare a contraddire sempre tutti? Non hai il mio plauso in questo caso.

    Sofie: Assolutamente no. Dico solo la mia idea cosicché tutti possano conoscerla. Questo è quanto.

     

    437 In quanto

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    In quanto

    Oggi vediamo la differenza tra “in quanto”, “in quanto a” e “quanto a“. Pare che queste preposizioni, usate prima o dopo, abbiano una certa importanza.

    Iniziamo da “in quanto“, che si utilizza con lo stesso significato di “quindi” e “perciò“. Un altro modo, questo, per esprimere le conseguenze. Abbiamo affrontato il problema delle conseguenze più volte. Vi ricordo gli episodi attraverso dei link: Esprimere le conseguenze – Ragion per cuidacchépoichéin virtù.

    Ad esempio: 

    Dobbiamo fare un episodio breve in quanto siamo nella rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente”.

    Sono stato battezzato in quanto la mia famiglia è cattolica

    Credo nel futuro in quanto ottimista 

    Quindi “in quanto” ha lo un uso molto simile a “quindi”, “perciò”, ma anche a “poiché”, “dato che”, “considerato che”, “visto che”, ed anche “quale“.

    Se invece uso la preposizione “a” immediatamente dopo ottengo “in quanto a“, una locuzione molto simile a “circa“, che abbiamo spiegato nell’episodio n. 212 e quindi significa “relativamente a“, “riguardo a“, “in merito a“.

    Torniamo quindi all’episodio “in merito a” visto due puntate fa, per indicare qualcosa, per circoscrivere un aspetto.

    Ci sono però alcune cose interessanti da specificare.

    Prima di tutto “in quanto a” è più colloquiale rispetto a “in merito a“:

    In quanto alla cosa di cui mi volevi parlare, la vediamo domani ok?

    Secondo: si usa spesso per indicare cose che meritano meno importanza o per sottolineare dei difetti.

    Abbiamo detto le cose più importanti. In quanto ai dettagli li vedremo domani. 

    La ragazza è carina ma non è il massimo in quanto a educazione 

    Il compito di italiano che hai fatto non è molto buono in quanto a creatività

    Più raramente si usa anche per evidenziare pregi:

    Non sei male in quanto a idee.

    Italiano semplicemente si contraddistingue in quanto alla qualità delle lezioni  

    In modo simile posso usare anche “in fatto di“, “a livello di“:

    In fatto di fantasia, non mi batte nessuno!

    A livello di comodità, la mia macchina è il massimo!

    Anche in questo caso parliamo sempre dello stesso uso di “in merito a“, ma in modo più colloquiale.

    Ora, a volte succede anche di non mettere “in” all’inizio, ma generalmente l’utilizzo in questo caso è ancora più informale. Sto sempre indicando qualcosa, ma questa forma senza “in” spesso si utilizza per esprimere un sentimento negativo o comunque sempre per sottolineare cose meno importanti,  

    (in) quanto a te,  facciamo i conti dopo!

    A voi, amici, vi aiuto volentieri. (In) quanto a coloro che mi criticano sempre, si arrangeranno! 

    Adesso ripassiamo. Quanto alla durata di questo episodio, non ve ne preoccupate troppo…

    Kumi (Giappone): io non mi preoccupo Gianni, ma cerchiamo di darci una regolata comunque.

    Rauno Finlandia): di cosa parlerà il prossimo episodio di bello?
    Lia (Brasile): pare che nessuno sappia questo. In quanto a me, non faccio eccezione.
    Rafaela (Spagna): invece secondo me, zitta zitta tu ne sai qualcosa…

    28 – L’acconto – ITALIANO COMMERCIALE

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    Trascrizione

    Lezione 28 di due minuti con Italiano commerciale. Parliamo dell’acconto.

    Nella lezione 17 abbiamo parlato del conguaglio. Sia nel caso dell’acconto che nel caso del conguaglio si parla di pagamenti. Ne parliamo spesso ma è inevitabile nel commercio. Infatti abbiamo parlato anche dell’emissione di un pagamento, ma anche del corrispettivo, della ricevuta, della fattura, del pagamento forfettario ed anche dei proventi e introiti. 

    Oggi parliamo dell’acconto. Quando dobbiamo effettuare un pagamento, o quando dobbiamo ricevere un pagamento, possiamo decidere di dividere il pagamento in due o più parti.

    La prima parte del pagamento si chiama acconto o anticipo. L’acconto pertanto viene versato come pagamento parziale, a cui seguirà un successivo pagamento a saldo. Ma il saldo lo vedremo in un altro episodio.

    L’acconto si utilizza spesso quando si tratta di pagamenti sostanziosi, di grosse cifre.

    Un acconto si può avere, nel senso di ricevere oppure si può dare cioè versare:

    L’acconto è una parte della cifra pattuita in una compravendita o in una transazione commerciale, come ad esempio quando un commerciante firma un contratto per un acquisto presso un fornitore. Quando c’è una compravendita c’è un contratto che ha ad oggetto il trasferimento di qualcosa dietro il pagamento di un prezzo.

    L’acquirente paga subito un acconto, poi quando riceve la merce pagherà la cifra restante. Come tutti i pagamenti che avvengono nel commercio,  anche l’acconto viene tassato normalmente quindi l’acconto è assoggettato all’IVA, di cui abbiamo già parlato. Allo stesso modo, deve essere fatturato nel momento in cui viene pagato. Si deve emettere pertanto una fattura. Anche della fattura si è già parlato.

    l'accontoDicevo che spesso si parla di anticipo di un pagamento,  ma questo è un termine che ha molti più utilizzi, tra cui appunto quella di una somma di denaro che viene anticipata. L’acconto invece ha a che fare solamente con i pagamenti.

    Esistono anche delle tipologie di acconto legate alla tassazione, ma ne parleremo in altri episodi di Italiano commerciale.

    436 Nel merito

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    Nel merito

    Entrare nel merito

    In merito all’episodio di ieri, abbiamo visto che usare la preposizione “in” davanti a “merito” è come dire “riguardo a” oppure ‘per quanto riguarda’  con riferimento a un campo circoscritto.

    A volte si dice anche “in quanto a” ed altre “quanto a“. Questo però lo vediamo nel prossimo episodio.
    Se ricordate vi avevo accennato al fatto che esiste anche “nel merito“.
    Usiamo “nel merito” quando vogliamo entrare dentro quell’aspetto, cioè più in profondità. Infatti si usa spesso il verbo entrare.

    Entrare nel merito

    Se entriamo nel merito di una questione vogliamo esaminarla, trattarla, discuterla nei suoi aspetti essenziali, quelli più importanti.
    Ad esempio:

    Oggi ho voluto entrare nel merito di questa locuzione, mentre nell’ultimo episodio ve ne avevo solamente fatto un accenno.

    La locuzione nasce nel diritto processuale, infatti quando un giudice prende la decisione, decidendo chi ha ragione e chi ha torto, il giudice entra nel merito. Il merito rappresenta proprio la questione sulla quale il giudice prende una decisione.
    Il giudice entra nel merito e quindi analizza la questione e poi prende la sua decisione.
    In generale entrare nel merito significa sempre questo, e tutti possono farlo, non solo i giudici.

    Possiamo usare questa espressione ogni volta che vogliamo approfondire un aspetto, senza restare in superficie.

    Un professore entra nel merito di un argomento ogni volta che fa una spiegazione.

    Quindi per indicare un argomento, un aspetto qualsiasi si usa “in merito” mentre per analizzarlo si entra nel merito.

    Chiunque è chiamato a risolvere dei problemi per trovare soluzioni deve entrare nel merito.

    Possiamo anche decidere di non entrare nel merito di qualcosa, magari perché crediamo non sia necessario oppure per mancanza di tempo.
    Si usa spesso anche in questo modo infatti.

    Adesso però, senza entrare troppo nel merito, vorrei qualche frase di ripasso in merito ai vantaggi di far parte dell’associazione Italiano semplicemente.

    Khaled: a me piace il gruppo whatsapp dei membri. Finalmente posso parlare in italiano, benché sia piuttosto timida ancora.

    Irina: a me piace parlare della cultura italiana, purché lo si faccia in modo anche divertente.

    Rafael: a me piace un po’ tutto, ma mi vanno molto a genio le letture del sabato soprattutto.

    Xiaoheng: a me non piace molto la mia voce, di contro però capisco l’importanza del parlare

    435 In merito

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    In merito

    in meritoSe conoscete il termine merito, non è detto conosciate anche la locuzione “in merito” che non ha niente a che fare con il merito.
    Il termine merito infatti indica l’attribuzione di una qualità, un valore.
    In merito” si usa invece per indicare una questione, un argomento di cui parlare o di cui si è già parlato, e per indicare questa questione si utilizza la preposizione “a”:

    In merito a

    È equivalente a “riguardo a“, ma è un po’ meno informale.
    Esempio, appena dopo una spiegazione del professore, potete fare la domanda:

    Avrei una domanda in merito

    Significa: avrei una domanda su questo argomento, vorrei fare una domanda riguardo a questo.
    In questo caso potreste semplicemente chiedere:

    Avrei una domanda

    Se volete invece indicare una questione diversa dovete specificarla:

    Avrei una domanda in merito alla preposizione da usare.

    È lo stesso che:

    Avrei una domanda riguardo alla preposizione da usare.

    In merito” quindi serve a centrare l’argomento.
    Se si vuole cambiare argomento, si potrebbe anche utilizzare “per quanto riguarda” che è più discorsivo, quindi usato maggiormente all’orale:

    Per quanto riguarda la pronuncia di “merito”, c’è un accento grave sulla lettera e.
    In merito alla pronuncia…
    Riguardo alla pronuncia…

    Nel prossimo episodio vediamo “nel merito” che ha un significato diverso. Ma la vediamo domani. Oggi non voglio entrare nel merito.
    Vi lascio al ripasso adesso, dove ascolterete le voci di Carmen e Anthony. Se avete domande in merito a questo episodio potete lasciare un commento.

    Anthony: È giunto il tempo di fare dei buoni propositi, che ne dici?
    Carmen: ti prefiggi  sempre una caterva di cose all’inizio dell’anno. Ma poco dopo vieni meno e transigi ai tuoi propositi. Così ogni volta ricadi nelle abitudini precedenti, ossia battere la fiacca. Ci metterei la mano sul fuoco che anche questa volta  ci risiamo. È sempre la solita solfa. I propositi del nuovo anno lasciano il tempo che trovano.
    Anthony: risparmiami il tuo epilogo. Vedrai che questa è la volta buona.
    Carmen: Ascolta, ti suggerisco di fare tesoro di un mio consiglio per non prendere una brutta piega anche questa volta. Devi renderti conto di una cosa: urge armarsi di pazienza. Di prima acchito sembra di non fare alcun progresso, comunque  via via vedrai i frutti. Se tieni duro il meritato esito non tarderà. Mi raccomando tienilo a mente. Ci vuole pazienza.
    Anthony: Dunque, mettiamo che io voglia fare sport ogni giorno, cosa potrei fare di bello?
    Carmen: idea: Andrai tu a spasso con il cane e sarò io a battere la fiacca.

    434 Il prosieguo

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    • Il prosieguo

      Il prosieguo

      Si dice il prosieguo o il proseguo? E che differenza c’è con il proseguimento e con seguito (e seguìto)?

      La risposta alla prima domanda è “Il prosieguo“, con la “i”, sebbene si utilizzi, ma meno comunemente anche la forma senza i: il proseguo.

      Ma cos’è il prosieguo? Prosieguo viene da proseguire, continuare. In proseguire non c’è la lettera “i”, tra la “s” e la “e” quindi verrebbe spontaneo scrivere e dire proseguo. In realtà la forma più corretta è prosieguo.

      Quindi c’è qualcosa che è iniziato e si sta parlando di un eventuale proseguimento.

      Ma il termine prosieguo, nonostante sia equivalente al proseguimento, cioè ciò che viene dopo, si utilizza prevalentemente in una locuzione: “in prosieguo”, e soprattutto “in prosieguo di tempo”, ma ci sono esempi di utilizzo in cui si usano anche altre a cose oltre al tempo: “in prosieguo di qualcosa” significa in un momento successivo, quindi significa “in seguito a qualcosa“, “successivamente a qualcosa“. 

      Il termine prosieguo si utilizza anche come sostantivo: “il prosieguo” di qualcosa. Anche in questo caso si indica, e ancora più direttamente, ciò che accade in un momento successivo: “il prosieguo” è ciò che accade, ma bisogna indicare “di cosa”.

      Vediamo qualche esempio in modo da capire quando possiamo usare “in prosieguo” e “il prosieguo“:

      I professori potranno ricevere i genitori degli alunni in prosieguo all’orario scolastico.

       Questo significa che i genitori vedranno i professori appena dopo che sono terminate le lezioni, nel prosieguo dell’orario scolastico.

      E’ sicuramente un termine meno usato rispetto a proseguimento, ma sottolinea maggiormente il legame tra il prima e il dopo. E’ una specie di allungamento del tempo precedente, quindi generalmente è abbastanza vicino.

      Non avete ancora capito? Sarà tutto più chiaro nel prosieguo dell’episodio

       Gli studenti non erano molto attenti, ma durante il prosieguo della lezione, il loro interesse crebbe.

      Anche con il Covid, bisogna garantire il prosieguo delle lezioni.

      E’ importante quindi che le lezioni proseguano, che vadano avanti. 

      Notate che “in seguito” è abbastanza simile ma è più simile a “dopo“, “successivamente“, quindi c’è meno il senso della continuità, c’è meno legame tra il prima e il dopo. Inoltre spesso c’è il senso della “causa”, quindi di qualcosa che accade dopo che è successo qualcosa. Tuttavia questo è ancora più evidente se uso la preposizione “a”

      A seguito” si usa proprio per indicare la causa e ciò che è successo dopo.

      Se dico:

      A seguito dell’emergenza dovuta al Covid, le lezioni in presenza si sono interrotte.

       C’è una causa: il Covid, che ha determinato l’interruzione delle lezioni in presenza.  

      Notate che l’accento di seguito è sulla “e”. Invece se parlate del verbo “seguire” al participio passato, l’accento è sulla “i”: seguìto. 

      Ho seguito tutte le lezioni, ma a seguito dell’emergenza Covid, queste sono avvenute a distanza

      Avete seguito attentamente la spiegazione? Allora, come al solito, restate attenti al prosieguo dell’episodio, in cui ripassiamo le puntate precedenti.

      Irina: A volte sembra che io sia un po’ dura di comprendonio, ma fermo restando che non faccio altro che studiare, di tanto in tanto il mio cervello mi fa vedere i sorci verdi.
      Che io tenti di rispolverare le locuzioni precedenti o meno, spesso non mi sento in grado di sfoderare un linguaggio decente, trovandomi a tu per tu con un italiano.
      Ma checché se ne dica, la speranza è l’ultima a morire. Devo solo armarmi di pazienza.
      Sono sicura che il lavoro sarà appagante e spero anche divertente.

    Essere o stare? Ci sono, ci sto, ci sta, ci stanno

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    Ci sto, ci sta, ci stanno, c’è, ci sono

    Può risultare difficile a volte capire, per un non madrelingua, quando usare il verbo giusto.
    Questo accade ad esempio con i verbi essere e stare, soprattutto quando mettiamo la particella ci davanti.

    Oggi parliamo di questo.
    Ci sono o ci sto?
    Ci sei o ci stai?
    Ci sono o ci stanno?

    Vedrete che ci sono alcune circostanze in cui potete usare indifferentemente i due verbi e altri casi in cui questo non posso farlo.

    Esprimere accordo o disaccordo

    Vediamo qualche esempio e vediamo di fare chiarezza.

    Ci state?

    Ecco, iniziamo proprio da “ci state”.
    La vostra risposta può essere:

    Si, ci sto
    Si, ci stiamo

    Questo significa:
    d’accordo, ok, va bene, aggiudicato, per me va bene, accetto, sono d’accordo.

    Ogni volta che siete d’accordo oppure no potete usare questa modalità.
    In genere però “ci sto” e “ci stiamo” ecc (o non ci sto, non ci stiamo, non ci stanno ecc) comportano un impegno personale. Non è un semplice “va bene”, ma c’è un coinvolgimento.

    Vogliamo iniziare a studiare subito? Ci stai?

    Andiamo a Roma quest’estate? Ci state?

    Sfide e scommesse

    Altre volte può essere una sfida o una scommessa:

    Scommettiamo che la Roma vince lo scudetto quest’anno? Mi dai 100 euro se la Roma vince?

    Ci stai?

    In tutti questi casi visti finora, è bene dirlo, non posso usare il verbo essere. Quando si chiede un’opinione o si fa un accordo, o si accetta una sfida o una scommessa posso usare solo il verbo stare.

    Presenza fisica e concentrazione

    Vediamo invece quando posso usare anche il verbo essere.

    Domani andiamo tutti al cinema insieme. Ci devi stare anche tu!
    Ci devi essere!

    In questo caso è la stessa identica cosa usare essere o stare.

    Ci stai domani a casa di Giovanni?
    Ci sei domani a casa di Giovanni?

    Il verbo essere o stare in questo caso indica la presenza in un luogo.

    Vengo a trovarti domani.

    Ci sarai a casa?
    Ci starai a casa?

    Potete scegliere il verbo che preferite, sebbene stare sia un pochino più colloquiale.

    Che c’è da mangiare? C’è/ci sta qualcosa in frigo? Ci sta/c’è qualcosa di fresco?

    La presenza può anche essere mentale e non fisica:

    Giovanni, ti vedo distratto, ci sei? Ci stai?

    Che significa: sei con noi? Sei mentalmente presente?

    Esistono però due espressioni che meritano la vostra attenzione:

    Esserci con la testa.
    Starci con la testa.

    Entrambe si utilizzano per indicare un comportamento strano, un comportamento irrazionale di una persona e anche la pazzia.

    Si parla di una persona che non ragiona più, che non usa più la testa, cioè il cervello.

    Il verbo stare in questi casi è più adatto. Ad ogni modo le due espressioni possono essere usate sia per indicare la presenza mentale, la concentrazione o anche un comportamento irrazionale, e persino la pazzia vera e propria.

    A volte può indicare anche una condizione momentanea in conseguenza di un trauma.

    Bisogna starci con la testa per fare questo lavoro (concentrazione)

    Giovanni non c’è più con la testa ultimamente. Ha molti problemi in famiglia (concentrazione o comportamento irrazionale).

    Ma che fai? Ma ci stai con la testa? Hai fatto cadere tutti i bicchieri! (concentrazione).

    Da quando ha perso il figlio Marco non ci sta più con la testa. È irascibile, scontroso, vuole stare sempre solo (conseguenza di un trauma)

    Ma cosa fa quell’uomo? Mangia la pasta con le mani?
    Non ci fare caso, non ci sta con la testa (pazzia, malattia mentale).

    In questi casi potete usare sia essere che stare, ma come detto stare è più adatto, più informale e più utile per estremizzare il concetto fino alla pazzia.

    Accettare scherzi e sconfitte

    C’è un altro caso, oltre alla richiesta di opinione, in cui si può usare solamente il verbo stare: quando si fanno degli scherzi o quando si devono accettare le conseguenze di qualcosa di negativo dal punto di vista personale, come una sconfitta.

    Hai perso, ci devi stare!

    Vale a dire: devi saper accettare la sconfitta, bisogna saper perdere.

    In questo caso non ha senso usare il verbo essere.

    Accettare una sconfitta quindi è simile ad accettare un invito o una sfida.

    Ci stai domani se andiamo al. Cinema? (invito)
    Facciamo una sfida a chi arriva prima a casa? Ci stai? (sfida)
    Maria ci sta sempre quando perde (sconfitta)

    Uguale con gli scherzi:

    Francesca non sta mai agli scherzi.

    Attenzione:

    Con la frase “stare agli scherzi” però potete non usare “ci”. Stare agli scherzi significa ugualmente “accettare” gli scherzi, anche se pesanti, fastidiosi per chi li riceve.

    Posso quindi dire:

    Devi stare agli scherzi
    Devi starci agli scherzi
    Ci devi stare agli scherzi
    Non state mai agli scherzi
    Non ci state mai agli scherzi.

    Se non pronunciate “agli scherzi” è però obbligatorio usare ci:

    Ti arrabbi sempre, non ci stai mai!
    Devi starci, non ti irritare.

    Invece se nominate gli scherzi potete scegliere, ma meglio senza ci:

    Io (ci) so stare agli scherzi!
    Loro non (ci) sanno stare agli scherzi.

    Anche in questo caso non ha senso usare il verbo essere perché è una locuzione con un significato preciso e cristallizzato.

    Stare al gioco

    C’è un caso simile agli scherzi, in cui ugualmente si usa solamente stare:

    Stare al gioco: ci stai al gioco?

    Stare al gioco significa assecondare un comportamento, “giocare insieme”, ma è inteso nel senso di uno scherzo, o di una finzione. Può significare “accettare le regole” e rispettarle ma anche non opporsi ad uno scherzo fatto ad altre persone.

    Voglio fare uno scherzo a Giovanni. Tu ci stai al gioco?

    In questo caso non si può usare essere.

    Anche stare al gioco ha ormai assunto un significato preciso.

    Se tu “stai al gioco”, se cioè “ci stai” significa che non ti opponi, o che fai finta di niente o anche che “non rovini lo scherzo”, che “partecipi al gioco anche tu”.

    Anche qui c’è il senso di accettare qualcosa in fondo, ma lo scherzo, il gioco, non è contro di te, ma un’altra persona. Vedete anche l’episodio sulla frase “reggere il gioco” che è interessante.

    Qualcosa di accettabile, adeguato, appropriato

    Andiamo avanti e vediamo un altro modo di usare ci + stare che non può essere sostituito da ci + essere.

    Si usa quando qualcosa è adeguato o normale, insomma accettabile.

    Ancora una volta si parla di accettare ma non c’è nessuno che deve accettare. Si parla in generale.

    Ci sta che qualche volta si perde

    Come a dire: non è strano, ci sta, è accettabile, si può accettare, si può tollerare, può capitare.

    Anche in questo caso il verbo essere non può essere usato.

    Altre volte indica qualcosa non solo si accettabile, ma di adatto, adeguato, che serve, qualcosa di necessario:

    Dopo 3 ore di lezione ci sta (bene) una pausa di almeno 10 minuti.

    C’è, in questo caso, appunto il senso di adeguato, adatto. Altre volte addirittura indica qualcosa di desiderabile

    Se dico:

    Adesso un caffè ci sta tutto!

    Cioè: un caffè è proprio ciò che ci vuole: è appropriato.

    Come ci sta il formaggio sulla pasta?

    Ci sta benissimo.

    Anche qui: non possiamo usare il verbo essere. In questo caso si parla di una buona associazione, di appropriatezza: il formaggio ci sta bene, si associa perfettamente con la pasta. Potremmo dire che è la morte sua.

    Ugualmente con l’accoppiamento dei colori o di vestiti.

    Come ci sta la cravatta verde con la giacca blu?

    Non ci sta bene. I colori verde e blu si associano male. Ci stanno male insieme. Non è appropriato come accoppiamento.

    Il verbo essere in pratica si può sostituire al verbo stare solo nei casi visti all’inizio, quando parlo della presenza fisica, concentrazione, pazzia e strani comportamenti. Poi dopo vediamo altri casi abbiate pazienza.

    Ma non finisce qui.

    Dimensioni

    Ci sta può significare anche “c’entra“, nel senso fisico, nel senso di spazio:

    Ci sta questo armadio nella tua camera?

    Cioè: C’entra? C’è spazio?

    Questo è il senso.

    Anche in questo caso il verbo essere non si può usare. Infatti “c’è” e “ci sono” non possono sostituire in questo caso ci sta e ci stanno.

    Diverso è il caso della presenza fisica, come si è visto. Se ad esempio chiamo a casa di un amico posso chiedere:

    C’è marco?

    Ci sta marco?

    Solo in questo caso, negli esempi visti finora, quindi posso usare indifferentemente essere e stare. “C’è” infatti è la forma apostrofata di “ci è”.

    C’entra

    Abbiamo parlato di c’entra prima, parlando di spazio.

    Se ci pensate, c’entra si usa anche per l’appropriatezza:

    Che c’entra la maionese sulla pasta? Che ci sta a fare?

    Che c’entri tu? Non ti immischiare! Che ci stai a fare?

    Posso spesso usare “stare” in questi casi ma non “essere”.

    Che ci stai a fare qui? Non dovevi essere a casa?

    È informale ma si usa spesso.

    Vedete che si parla di presenza fisica, ma uso stare perché la tua presenza non è appropriata.

    Per questo motivo si usa quasi sempre il verbo stare in questi casi. “Essere” suona veramente male: non ci sta bene, potrei dire.

    Tra l’altro non sempre si parla di presenza fisica:

    Che ci stai a fare con Maria?

    In questo caso stare si intende star insieme, essere una coppia, essere fidanzati..

    Comodità, agio

    Vediamo un altro caso in cui invece stare non è sostituibile da essere:

    Io ci sto bene con te.

    Ci sto bene a casa mia.

    In questi casi: ci sto bene/male, ci stai bene/male, ci stanno bene/male, eccetera significa stare bene, trovarsi bene, essere comodi, essere a proprio agio, provare comodità eccetera.

    Posso anche dire:

    Io ci sto bene/male con Margherita

    In tutti questi casi stiano esprimendo quindi una sensazione positiva o negativa, una situazione comoda o scomoda. Non posso neanche in questo casi usare il verbo essere.

    Autocritica e disponibilità

    Ci sono altri due casi di cui voglio parlarvi:

    Abbiamo preso il Covid perché non usavamo la mascherina: Ci sta bene!

    Voglio dire che abbiamo ottenuto ciò che meritavamo. È un’autocritica.

    Il “ci” in questo caso sta per “a noi”. Se parliamo di altre persone diventa mi, ti, vi, gli, le.

    Infine, se dico che:

    La ragazza ci sta!

    Questo è un utilizzo di “stare” simile al primo caso visto in questo episodio, parlando di essere d’accordo, quindi “ci sta” esprime accordo, ma si parla di “disponibilità” in questo caso. Una disponibilità particolare però.

    La ragazza che “ci sta” è una ragazza disponibile, una ragazza che cede alle lusinghe di un ragazzo, che viene conquistata da un ragazzo.

    Si tratta di un linguaggio giovanile, informale, e si parla spesso in questo modo anche per indicare un aspetto negativo di una ragazza, che è troppo disponibile da questo punto di vista. In pratica questa ragazza non è una ragazza seria.

    Si può usare anche con persone di sesso maschile, ma i ragazzi, si sa, è normale che siano più “disponibili” delle ragazze.

    Comunque anche in questo caso non possiamo usare essere perché non parliamo di presenza fisica o dei casi visti all’inizio: pazzia, comportamenti strani, irrazionali e concentrazione.

    Qualcosa sta arrivando

    Anche il verbo essere ovviamente, sempre con ci davanti, in alcune occasione non può essere sostituito da stare. Vediamo quando.

    Ad esempio se dico:

    Ci siamo!

    Questo può anche indicare che qualcosa sta per accadere, è vicino, quindi prepariamoci.

    È curioso che si usa solo la forma al plurale anche se sono solo.

    Domani farò l’esame. Ci siamo quasi!

    Essere come ausiliare

    Poi naturalmente non posso usare stare quando essere è ausiliare:

    In Italia ci siamo stati 2 volte.

    Stavolta addirittura ho usato entrambi i verbi! Infatti più in generale quando essere è verbo ausiliare non posso sostituirlo:

    A casa ci sono arrivato da solo

    Ci siamo visti ieri

    E in tutte le espressioni idiomatiche e frasi fatte solitamente è lo stesso.

    Ci sono rimasto male

    Ci sta a cuore la tua felicità

    Identificare

    Comunque, pensandoci bene, possiamo usare essere e stare indifferentemente anche quando parliamo di identificare qualcosa o qualcuno, anche indicando delle caratteristiche:

    Ci sono/sto anch’io

    Ci stanno/sono anche i miei amici

    Usare il verbo stare in questi casi è più colloquiale. È più corretto usare essere o anche esistere.

    Ad esempio:

    Ci sono/stanno due miei amici che vorrebbero conoscerti.

    Questi amici hanno questa caratteristica: vorrebbero conoscerti.

    Ci sono/stanno dei posti nel mondo che vorrei tanto visitare.

    Ci stanno/sono alcune persone che hanno gli occhi di diverso colore.

    Ci sono/stanno (esistono) problemi se resto a casa tua?

    Ora, ci stanno/sono (esistono) molte persone che amano gli esercizi di ripetizione.

    Esercizio di ripetizione

    Allora facciamolo, così ripassiamo tutti i casi visti finora:

    Ci sta/c’è del vino per la cena?

    Non ci sono/stanno problemi se vuoi dormire a casa mia.

    Ci stai a fare uno scherzo a Giovanni?

    Che ci sta (c’è) da mangiare?

    Che ci stai a fare qui?

    Non stai mai agli scherzi!

    Ci sei/stai domani a casa?

    Facciamo una gara, ci stai?

    Dai, che dopo 10 anni di matrimonio ogni tanto si litighi ci può stare.

    Siamo in 7. Non ci stiamo tutti nella mia macchina.

    Ho provato a baciare delle ragazze in discoteca ma nessuna ci stava.

    Domani riunione? No, domani non ci sto/sono, sono in ferie.

    Ci sta/c’è un amico al telefono che ti cerca

    L’episodio è finito. Ci siamo esercitati abbastanza no?

    Hei, ci siete/state ancora?

    433 Ingeneroso

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    Ingeneroso

    Tutti gli studenti non madrelingua conoscono e sanno utilizzare l’aggettivo generoso, ma quanti conoscono e meglio ancora utilizzano ingeneroso?

    Sembra avere a prima vista significato contrario rispetto a generosità. Ma non è esattamente così.

    Infatti la generosità è la nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui.

    essere ingeneroso

    Se sono generoso non ho difficoltà a “dare”. In genere ci si riferisce al denaro. La generosità è l’assenza di problemi nel ricompensare o nel donare, e essere generosi è indubbiamente una qualità. Significa essere altruisti e disinteressati. Solitamente il contrario della generosità è l’egoismo, ma se mi riferisco al denaro si parla di taccagneria, tirchieria, che è la caratteristica delle persone attaccate al denaro. Più in generale una persona non generosa è egoista, è gretta, meschina, misera.

    Essere ingenerosi invece si riferisce  all’assenza di generosità spirituale e di comprensione. Non si parla di soldi o di difficoltà nel dare. Piuttosto si parla di difficoltà nel riconoscere un merito.

    La persona ingenerosa tende a dare colpe agli altri più del necessario, tende a non riconoscere qualcosa di positivo in un’altra persona, tende a non perdonare, tende a infierire. C’è poca indulgenza, poca umana comprensione nei confronti del prossimo. Ecco, forse quest’ultima definizione è la più appropriata. Nel linguaggio comune, quello di tutti i giorni, è molto facile lasciarsi andare e descrivere queste persone ingenerose come “stronze” o “egoiste“. Spesso si parla anche di giustizia o di cattiveria o di parlar male di qualcuno:

    Non è giusto ciò che hai detto.

    Sei cattivo a parlare così

    Perché parli male di Giovanni?

    Facile comunque usare parole offensive verso queste persone.

    Parlare di ingenerosità non è invece offensivo, ma invita alla riflessione, e si può usare anche in contesti più formali.  In sostanza, è molto più elegante parlare di ingenerosità piuttosto che utilizzar epiteti o insulti vari. Sicuramente è molto difficile usare questo aggettivo quando si è arrabbiati. 

    Perché parli male di Giovanni?

    Sei ingeneroso se la pensi così

    Hai usato parole molto ingenerose verso Giovanni

    Con me sono state usate parole ingenerose

    Credete che qualcuno abbia mai usato parole ingenerose verso di voi? Ebbene da oggi avete un modo in più per lamentarvi di questo, e per giunta senza offendere nessuno. 

    Adesso ripassiamo:

    Anthony: TI FAREBBE SPECIE se io dicessi che i membri dell’associazione CI SANNO FARE con i ripassi?

    Hartmut: Ti rispondo io SENZA REMORE che non ho il BENCHÉ minimo dubbio sul fatto che i membri CI CAPISCONO benissimo in termini di ripassi.

    Rauno: lasciati prendere dall’ispirazione allora e scrivicene uno. È QUI CHE TI VOGLIO!

    Hartmut: vuoi che io RACCOLGA LA PROVOCAZIONE? Va bene. SONO IN VENA. Lo farò molto volentieri PURCHÉ tu non rompa più le scatole!

    Irina: SMORZIAMO I TONI ragazzi! Altrimenti PAGHERETE entrambi LO SCOTTO di un’amicizia mandata A MONTE.

    27 – Presa in carico – ITALIANO COMMERCIALE

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    Descrizione 

    Lezione 27 di due minuti con Italiano commerciale. Parliamo oggi dello stato degli ordini ed in particolare della presa in carico di un ordine.

    Durata: 3 minuti circa 

    Caro

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    Caro amico ti scrivo…

    Caro - aggettivo

    Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico. 

    Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.

    Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.

    In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.

    Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.

    Tante cose possono essere definite come “care”.

    Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:

    Vorrei riabbracciare i miei cari.

    Ha voglia di rivedere i suoi cari.

    L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.

    Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale

    Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.

    Manda un caro saluto ai tuoi.

    Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.

    Maria è una cara ragazza

    Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.

     Giovanni è un carissimo amico

      Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.

    Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.

    C’è un modo particolare di usare “caro”:

    Caro mio!

    Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:

    Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.

     Oppure:

    Caro mio, stavolta non mi freghi!

    Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta  a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.

    Caro mio, non sono mica scemo!

    Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!

    Andiamo avanti: 

    Ma che caro!

    Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.

    Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a  capodanno!

    Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.

    Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.

    Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.

    Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.

    Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.

    Com’è quel meccanico? E’ caro?

    Equivale a dire: i prezzi sono alti?

    Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno. 

    Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre

    Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre

    Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.

    C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.

    Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.

    Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.

    Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.

    Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro

    Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:

    Tientelo per te (non dirlo a nessuno)

    Tientelo stretto

    Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)

    Tornando a “caro“:

    Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:

    Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.

    La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.

    Pagare caro un errore  invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.

    Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:

    Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!

    Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:

    La pagherai cara!

    Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.

    Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego. 

    432 Purché

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    La congiunzione purché

    purchéL’episodio di oggi riguarda purché, congiunzione molto usato nella lingua italiana.

    Si usa in modo analogo a “basta che“, o anche “la cosa importante è che“.

    In pratica si utilizza per indicare qualcosa di importante, qualcosa di necessario.

    Anche questa congiunzione, come benché, si usa col congiuntivo. Stavolta però è sempre così. Non è possibile evitarlo.

    Non importa quale vaccino fare contro il Covid, purché funzioni.

    È chiaro che ciò che conta veramente è che questo vaccino funzioni. Questo basta, questo è necessario e sufficiente. Questa è l’unica cosa importante.

    Ok, ti pagherò, purché tu te ne vada.

    Vedete che si usa per le cose cui non possiamo rinunciare, per indicare il minimo richiesto per questo motivo possiamo usare anche “a patto che” , “sempre che” , “a condizione che“.

    Si può usare quindi quando si fanno accordi, quando si accetta qualcosa, e anche quando si è disposti a fare qualche rinuncia, ma allo stesso tempo si fissa un limite minimo: meno di questo non è possibile. A questo serve purché.

    Notate che nelle stesse circostanze potremmo usare anche “almeno” che è un avverbio di quantità, che ugualmente esprime il concetto di minimo, però non ha esattamente la stessa funzione di purché.

    Ad esempio, nella frase

    Ti aiuterò purché tu mi dica grazie.

    Questo significa che io non ti aiuterò se non mi dirai grazie. Il tuo grazie è necessario.

    Se invece io dico:

    Ti aiuterò almeno mi dirai grazie

    Sto dicendo che io ti aiuterò perché credo che tu mi ringrazierai per questo. Questo è un risultato minimo che credo di ottenere. E’ come dire “se non altro” mi dirai grazie.

    Se invece dico:

    Mi dirai almeno grazie?

    Ti sto chiedendo la minima cosa che tu potresti fare per il mio aiuto. Ma magari potresti fare anche di più.

    Quindi “almeno” è più simile a “se non altro“, “se non di più“, “come minimo“, ” a dir poco“.

    In entrambi i casi però il mio aiuto non è in discussione.

    Invece purché serve proprio a porre una condizione, benché minima.

    Dicevo che si può sostituire con “basta che“, che però è più informale. In questo modo però potete, se volete, evitare il congiuntivo.

    Va bene la pasta per pranzo?

    Ok, purché sia integrale.

    Ok, basta che è/sia integrale.

    Sei pronta per uscire?

    Sono quasi pronta. Mi aspetti?

    Si, basta che ti sbrighi!

    Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso “basta che” e come avrete capito, a volte lo si fa quando si è arrabbiati o irritati. Diciamo che può esprimere impazienza in questo caso.

    Adesso vediamo un ripasso, purché sia un breve però.

    Hartmut: a me non va molto a genio questo “basta che”, ma di contro, quando sono irritato allora lo utilizzerò.

    Xiaoheng: La cosa che conta è fare tesoro di tutti gli episodi per riuscire a prendere confidenza con la lingua italiana.

    Bogusia: Io è un pezzo che non uso purché, sapete? Inizierò subito con qualche messaggio whatsapp nel gruppo dell’associazione Italiano Semplicemente

    Anthony: ottima idea, purché tu lo faccia in modo corretto. Fermo restando che ci sono sempre Gianni e Flora che ti aiuteranno. 

    431 Benché

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    Benché

    Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda la congiunzione benché, che si scrive con l’accento acuto sulla e, esattamente come perché.

    Benché significa “anche se“. Questo è l’utilizzo primario.

    benché

    Si può usare senza problemi sempre al posto di “anche se“, quindi non abbiate timore nel farlo, benché le prime volte possa sembrarvi strano.
    Mi piace la, carne, benché io preferisca mangiarne poca.
    Purtroppo la cattiva notizia è che quando usate benché, in genere si usa il congiuntivo.

    A volte si preferisce usare benché perché la frase è più veloce. Il verbo si può addirittura togliere:

    Anche se sono stanco, posso allenarmi.

    Diventa:

    Benché io sia stanco, posso allenarmi.

    Oppure:

    Benché stanco, posso allenarmi.

    In questi casi il verbo lo potete togliere sempre:

    Anche se (sono) stanco, posso allenarmi

    C’è però un altro utilizzo interessante di benché.

    Si utilizza molto spesso in caso di assenza di dubbi.

    Se io non ho alcun dubbio posso dire:

    Non ho il minimo dubbio

    Oppure:

    Non ho il benché minimo dubbio.

    Non ho il benché minimo dubbio significa che non ho neanche un dubbio, neanche il più piccolo. Anche solo il più piccolo dubbio è da escludere.

    Possiamo anche parlare di altro, non solo di dubbi:

    Non ho fatto il benché minimo sforzo

    Cioè non ho fatto nemmeno uno sforzo, neanche il più piccolo.

    Non hai la benché minima prova che io ti abbia tradito!

    Sul tuo viso non c’è il benché minimo segno di allegria.

    Non ho provato il benché minimo senso di colpa

    Sono a dieta. Non mangio la benché minima quantità di carboidrati.

    Ora, benché siano passati da poco i due minuti, passo la parola ai membri per il ripasso delle puntate precedenti.

    Mariana
    Oggi tocca a noi comporre un ripasso?

    Hartmut
    Certo, non hai presente la richiesta qualche attimo fa? Speriamo vi sia qualcuno preparato!

    Ulrike
    Io rispondo picche alla domanda. Ho da fare.

    Wilde
    Ma va’, l’episodio vuoi sentire, ma di un ripasso non ti degni? Per la cronaca, senza un ripasso non ci sarà un episodio!

    Iberè
    Il problema non si pone amici. Se noi veniamo meno, fortuna vuole che ci sarà un ripasso del presidente. Altro che storie!

    430 Andare a genio

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    Trascrizione

    Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda una locuzione che sicuramente vi andrà a genio.

    Di quale locuzione sto parlando? Sto parlando proprio della locuzione “andare a genio“.

    Sapete cos’è un genio? Un genio è un essere immaginario o astratto, uno spirito dotato di poteri magici, come il celeberrimo genio della lampada di Aladino. Oppure un genio è una persona che ha un eccezionale talento. Si dice spesso della persona che eccelle in un particolare campo:

    Mozart è un genio della musica

    Einstein è un genio della matematica e della fisica

    Maradona è un genio del calcio

    eccetera

    Ma “andare a genio” non ha niente a che fare né con i poteri magici, tanto meno con il talento.

    Questa locuzione invece si usa per esprimere piacere, o meglio un gradimento.

    Si può usare solamente il verbo andare.

    Posso dire ad esempio:

    Il nuovo fidanzato di mia madre non mi va a genio.

    Evidentemente questo nuovo fidanzato non mi piace affatto, non è di mio gradimento.

    L’oroscopo di oggi dice che avrai dei problemi al lavoro e sarai costretto a sopportare anche qualcosa che non ti va a genio.

    Non tutti i ragazzi della mia classe mi vanno a genio

    Questa locuzione si usa prevalentemente quando c’è qualcosa che può incontrare o meno la mia approvazione o il mio gradimento. 

    Un’espressione abbastanza informale per esprimere gradimento e approvazione.

    Vedete come si usa il verbo andare? Esprimendo piacere, lo usiamo proprio come il verbo piacere, cioè in forma impersonale:

    Mi piace – mi va a genio

    Non mi piace – non mi va a genio

    Mi piacciono – Mi vanno a genio

    Non mi piacciono – Non mi vanno a genio

    Si usa la maggioranza delle volte con qualcosa di esterno che può piacerci o meno.

    Adesso però ripassiamo qualche espressione passata. Lascio la parola ai membri dell’associazione che hanno scelto, tra tutti gli episodi passati, quelli che gli andavano più a genio.

    M1: Si, è vero, ma in primo luogo io personalmente quando faccio un ripasso scelgo le espressioni che credo di aver capito meno, per vedere se riesco ad usarle bene, e solo in secondo luogo quelle che mi vanno più a genio.

    M2: Per contro ci sono quelli come me che invece, a valle di una spiegazione, cercano subito di usarla in qualche conversazione. 

    M3: poi ci sono anche quelli come me che crede di aver capito tutto, per poi ritrovarsi l’indomani con mille dubbi!!

    M4: meno male che avremo altri episodi per ripassare allora. A me ce ne vorranno almeno 1000. A mali estremi, estremi rimedi!  

    429 Di contro, Per contro

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    Trascrizione

    Buongiorno, oggi vediamo due modi alternativi per dire “invece”, che come sapete serve a contrapporre, cioè a evidenziare un contrasto. Questi modi alternativi per dire “invece” sono “di contro” e “per contro”.

    Non si usano molto nel linguaggio colloquiale, si usano piuttosto allo scritto.

    Si sentono e si leggono spesso anche nei telegiornali, alla radio e si leggono molto sui giornali, anche online.

    Ovviamente ci sono delle differenze rispetto ad “invece“, che è più facile da usare perché è sempre utilizzabile.

    Vediamo qualche esempio in cui possiamo usare queste due equivalenti locuzioni avverbiali:

    Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli. Per contro, anche i datori di lavoro preferiscono lavoratori stranieri.

    Vedete che sto facendo un confronto, dove volendo potrei usare “invece“, ma non c’è un confronto, diciamo, alla pari tra lavoratori e datori di lavoro,.

    Sarebbe molto più adatto “invece” se dicessi:

    Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli, invece molti lavoratori stranieri sono disponibili a venire a lavorare in Italia nel settore agricolo.

    Questo è un confronto “alla pari”: si tratta di lavoratori in entrambi i casi. Andrebbe bene anche nel primo caso, ma visto che vogliamo perfezionare la lingua italiana, è più adatto usare “di contro” o “per contro”. Quantomeno è più elegante.

    Ci sono poi anche altre modalità simili: al contrario, all’opposto, per converso, viceversa.

    Ma queste modalità più che altro sono tutte perfettamente adatte a sostituire “invece“.

    Vediamo altri esempi:

    Le squadre di calcio italiane più famose sono La Juventus, la Roma, l’inter e il Milan. Di contro, ci sono tante altre squadre poco conosciute all’estero.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Di contro i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    In questo caso “invece” è perfettamente adatto. Si tratta confronti semplici e potrei usare anche i sinonimi che vi ho detto prima:

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Al contrario, i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. All’opposto i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Per converso i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Io sono molto veloce a lavorare con word. Viceversa i miei colleghi sono abbastanza lenti.

    Se in questi casi usiamo “di contro” o “per contro”, vogliamo creare una maggiore contrapposizione, vogliamo creare un maggiore contrasto, vogliamo evidenziare due cose contrarie

    Mentre i leader democratici hanno dichiarato che si faranno vaccinare contro il Corona virus, per contro, i maggiori leader repubblicani non hanno ancora annunciato quando intendono e se intendono sottoporsi alla vaccinazione.

     

    Questo è un esempio analogo al precedente in cui voglio creare una maggiore contrapposizione. Vediamo invece un altro esempio in cui è meglio usare “per contro”.

    C’è stato un incidente sulla strada principale che ha causato una fila di auto lunga 3 km. Per contro, la circolazione nelle strade limitrofe ha subito parecchi disagi.

     

    Anche in questo caso invece e i suoi sinonimi sono adatti, come sempre, ma io direi un po’ meno rispetto a “per contro” e “di contro”.

    Ora il tempo a mia disposizione sarebbe finito e mi verrebbe voglia di salutarvi. Di contro però mi dispiacerebbe non fare il ripasso delle espressioni precedenti. E allora eccovi il ripasso:

    Le voci che leggete sono dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

    Rafaela: Mi sarebbe dispiaciuto se non ci fosse scappato un ripasso.

    Ulrike: infatti anche io di primo acchito avevo pensato che non ci fosse nessun ripasso.

    Lia: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto ai vostri consigli.

    Rauno: non ne hai affatto bisogno. Per quanto mi riguarda non c’è più tempo perché siamo a ridosso della fine dell’episodio.

    Irina: se non fosse che mancava ancora il mio contributo. Ci vediamo al prossimo episodio

    428 Essere di un

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    Trascrizione

    Buongiorno, oggi vi stupirò, ne sono sicuro.

    L’episodio di oggi infatti riguarda un utilizzo particolare della preposizione “di“.

    Un uso che probabilmente per un non madrelingua occorre parecchio tempo di pratica della lingua per capire bene e assorbirlo nel proprio linguaggio, che poi è la cosa più importante.

    Vediamo qualche esempio:

    Ho dato una botta con il piede nudo alla sedia. Ho il dito mignolo che mi fa di un male..

    Quindi dopo aver colpito la sedia con il piede nudo, cioè senza scarpe né calze, il dito mignolo del piede (cioè il dito più piccolo) mi fa molto male.

    L’uso della preposizione di serve ad aumentare il senso di dolore (in questo caso si parla di dolore) e la frase diventa un’esclamazione. Potrei anche togliere ‘di’ e il significato non cambia:

    Il dito mi fa un male…

    La preposizione di sottolinea ancora di più la mia sensazione, qualunque essa sia, e lascia immaginare l’ascoltatore il livello raggiunto.

    Molto colloquiale come modalità espressiva, ma veramente molto efficace.

    Vediamo altri esempi:

    Ho visto un bambino appena nato oggi… Mi ha fatto di una tenerezza…

    Si usa non solo con le sensazioni, ma con qualcosa di molto elevato in generale:

    Ho visto un elefante che era di una grandezza immensa!

    È come dire:

    Ho visto un elefante che aveva una grandezza immensa.

    Ho visto un elefante grandissimo!

    Voglio enfatizzare però lo stupore che ho provato, quindi il fine è sempre sottolineare una mia sensazione. Posso enfatizzare qualunque cosa:

    Questo pane è di un fragrante…

    Questa pasta è di un buono…

    Questo cuscino è di un morbido…

    Spesso si usa anche per esprimere giudizi:

    Sei di una stupidità incredibile.

    Ieri sono stato di uno sgarbato unico con te. Scusami.

    Spessissimo segue una frase introdotta da “che”.

    Infine vi faccio notare che – ma sicuramente lo avrete già notato dagli esempi che vi ho fatto – nel parlato spesso non si usa dire il nome della caratteristica, tipo la tenerezza, la grandezza, la stupidità, ma l’aggettivo al maschile singolare: bravo, tenero, stupido ecc. Il senso è lo stesso:

    Sei di una maleducazione (o di un maleducato) che mi viene voglia di prenderti a schiaffi!

    Questo panettone è di una bontà (o di un buono) che me lo mangerei tutto.

    I membri dell’associaizone sono di una bravura (o di un bravo) che vi faccio ascoltare l’ultimo ripasso che hanno fatto:

    Ulrike: Spesso e volentieri quando voglio cimentarmi con un ripasso, di primo acchito mi sento sguarnita di idee e tendo a darmi alla fuga.
    Poi però, memore dell’esperienza con i miei ripassi precedenti e dell’utilità di questo esercizio per il mio apprendimento, mi domando e dico: come sarebbe a dire “sguarnita di idee”? Hai voluto la bicicletta e allora pedala!
    Quindi faccio una capatina nell’elenco della rubrica e ogni volta quale sorpresa! Sono le espressioni stesse che mi danno supporto! E così di volta in volta avete l’occasione per seguire i miei ripassi 😀 .