Non sia mai

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Descrizione

Una espressione informale ma non dialettale, adatta per ogni occasione in cui occorre prevenire le conseguenze di un evento. Un’espressione simile ad un’altra che abbiamo già spiegato: scongiurare un pericolo. L’episodio è senza trascrizione. Ogni tanto è bene esercitare l’ascolto senza l’aiuto del testo scritto.

 

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E ti pareva!

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Trascrizione

Bentrovati a tutti e bentornati sulle pagine di Italiano Semplicemente.

Io sono Giovanni, il creatore del sito, senonché la voce principale, anche se ci sono molte persone che mi aiutano di tanto in tanto.

Oggi ragazzi vediamo di affrontare la spiegazione di una frase utilizzata in tutta Italia.

La frase è “e ti pareva!”. Tre parole: e, ti, pareva.

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Capita spessissimo di incontrare questa esclamazione, perché di una esclamazione si tratta.

Questa esclamazione, in quanto tale, si utilizza solamente all’orale. Difficile ma non impossibile trovare questa frase per iscritto ma può capitare, soprattutto quando si esprime una opinione personale e ci si rivolge in modo informale ad un amico.

Questo quindi è molto importante dirlo subito: si sta esprimendo una opinione personale. Vediamo perché.

Diciamo subito che il sentimento, l’emozione legata alla frase non è positivo. Si tratta di leggero stupore, di leggera meraviglia, e nello stesso tempo di dispiacere. A volte c’è anche dell’ironia, ma non è detto. Non sempre.

E’ accaduto qualcosa e di fronte a questo evento di fronte a questo accadimento, si esprime una emozione di dispiacere. Leggero stupore e dispiacere.

Dico leggero stupore perché si tratta di qualcosa che non era del tutto inaspettato. Non è proprio una cosa sbalorditiva quello che è successo. In qualche modo me l’aspettavo; poteva accadere. Questa cosa che è accaduta me l’aspettavo, ma speravo che non accadesse. La mia speranza era che questa cosa non accadesse, che questo accadimento non si fosse verificato; ma purtroppo è avvenuto.

Infatti “pareva“, il verbo utilizzato nella frase – la terza parola della frase – è il verbo “parere” che è un verbo equivalente a “sembrare” e “somigliare“.

E ti pareva!” col punto esclamativo, è una frase che appunto sta ad indicare che la cosa accaduta era prevedibile. Non era certa ma prevedibile e di fronte a questa cosa si manifesta dispiacere. Oppure, se non si tratta di una cosa negativa della quale ci si dispiace, è un avvenimento che non ci stupisce, che “era nelle corde“, “era nell’aria” che cioè poteva accadere, e con questa esclamazione si sottolinea che chi parla lo aveva intuito.

Quindi si esprime o dispiacere verso quanto accaduto o la prevedibilità di quanto accaduto. O entrambe le cose: dispiacere e prevedibilità. Con prevedibilità intendo la constatazione che quello che è accaduto era stato previsto personalmente; la constatazione, cioè l’aver constatato, l’aver verificato, che quello che è avvenuto c’era un alto rischio che accedesse. Dico rischio perché la cosa ha delle conseguenze negative.

E ti pareva!”. E’ molto importante il tono che viene usato: alto all’inizio e basso a seguire: “E ti pareva!”. La lettera “e” iniziale è più marcata, più evidenziata, pronunciata con un tono più alto, perché come detto serve a enfatizzare. Se non metto la “e” iniziale invece dico semplicemente “ti pareva!” accentuando la parola “ti”.

“E” all’inizio della frase è una congiunzione. Può anche essere omessa. Potete anche togliere questa prima parola perché serve solamente a enfatizzare, serve solo a sottolineare lo stupore ed il sentimento di dispiacere legato all’espressione.

Questo modo di dire “ti pareva” o “mi pareva” con o senza la lettera e, è in realtà una forma abbreviata. E’ un modo veloce di esprimere un parere, cioè una opinione. Un modo veloce che volendo potrei esprimere in altri modi:

  • Me l’aspettavo!
  • Secondo me questa cosa era prevedibile.
  • Per la mia esperienza, mi sembrava strano che non succedesse così!
  • Ecco, hai visto cosa è successo? Cosa ti avevo detto?
  • Guarda cosa è successo! Hai visto? Io l’avevo previsto!
  • Visto? Non sembrava anche a te che fosse nell’aria?
  • Visto? Non pareva anche a te fosse nell’aria?

E altre frasi equivalenti. Più brevemente: “e ti pareva!“. Breve, conciso, sintetico, efficace.

Facciamo alcuni esempi.

C’è la partita Roma-Real Madrid alla tv. Il Real Madrid è molto più forte della Roma, quindi mi aspetto che vinca il Real Madrid. Appena il Real fa un gol io dico: nooooo, e ti pareva!

Se invece segna la Roma dico: sììì, e vai!! Forza Roma!

Se non vi piace lo sport o tifate per il Barcellona, facciamo un secondo esempio più legato al. Un esempio mondo del lavoro.

Ammettiamo che nel tuo ufficio capiti spesso che diano la colpa a te di alcune cose sbagliate che accadono. Sei sempre tu la persona a cui danno la colpa, guarda caso. All’ennesimo episodio, cioè ancora una volta, dopo altre tante volte che è accaduto, danno ancora una volta la colpa a te, puoi dire:

  • E ti pareva! Ti pareva che anche stavolta non era colpa mia! Lo sapevo io! Succede sempre così, è sempre la stessa storia! Guarda caso è sempre colpa mia!

Quindi in questo caso è uno sfogo; ti senti accusato di essere il colpevole di un fatto accaduto, e come al solito, invece di cercare il colpevole, si dà la colpa a te come sempre.

Una alternativa breve e sintetica può essere “lo sapevo!“, che esprime lo stesso concetto, forse in modo meno ironico ma più arrabbiato: “lo sapevo io!”.

Se tu “lo sapevi” vuol dire che lo avevi immaginato, avevi previsto accadesse, perché nel passato era già accaduto più volte un episodio analogo a questo, ed anche questa volta non poteva essere che così!

Apriamo ora una parentesi sul verbo “parere“.

Quando una cosa “pare” un’altra, allora vuol dire che sembra un’altra, che assomiglia ad un’altra. I verbi parere, somigliare e sembrare sono molto vicini tra loro.

Anche per le persone vale lo stesso discorso. Se io paio mio fratello, allora somiglio a mio fratello, sembro mio fratello.

Il verbo parere si utilizza poco però. Si usa quasi esclusivamente con la terza persona: lui pare, lei pare, oppure una cosa pare. Rarissimo l’utilizzo nelle altre persone a parte in alcune forme che vediamo dopo.

Non si usa mai dire ad esempio: io paio mio fratello, o tu pari tuo fratello. Piuttosto si usa “io somiglio a mio fratello”, o tuttalpiù “io sembro mio fratello”. A me personalmente risulta difficile anche intuire come sia la coniugazione del verbo parere in alcuni modi come le varie forme del congiuntivo ad esempio. Il motivo è che si usa poco come verbo al di là dei casi citati. Si usano quasi sempre sembrare, somigliare e apparire.

Parere è invece molto usato nelle poesie e a livello letterario in generale. siete stupiti?

Pensate che era soprattutto molto usato nel passato, soprattutto tra il 1700 e il 1800 ma il suo utilizzo oggi è un po’ scemato.

Ho un esempio da farvi relativo a Dante Alighieri, e questo esempio si riferisce al 1293.

“Tanto gentile e tanto onesta pare”; questo è il titolo di un sonetto di Dante, di un’opera di Dante Alighieri contenuto nella Vita Nova, che è poi la prima opera di Dante. Pensate un po’. La prima opera. Pare sia la prima opera di Dante. Così pare almeno!

Questa frase (Tanto gentile e tanto onesta pare) è riferita a Beatrice, la sua donna. “Pare”, in questo sonetto è un verbo importantissimo. L’utilizzo del verbo parere è fondamentale perché Dante in questo modo vuole esprimere l’emozione soggettiva di chi osserva Beatrice e vuole dire che chiunque osservi Beatrice, chiunque guardi la sua donna, immediatamente nota le virtù di Beatrice. A chi guarda Beatrice, a chiunque la ammiri, Beatrice pare tanto gentile e tanto onesta. L’emozione di chi osserva è sottolineata con il verbo “parere”.

Ovviamente Dante avrebbe potuto scrivere “sembra ma probabilmente Dante non voleva apparire dubbioso, non voleva dare l’impressione di avere dei dubbi su Beatrice, voleva invece lodarla, dare evidenza delle sue qualità, non metterle in discussione.

E infatti “sembrare” dà più l’idea soltanto di una opinione personale, che può essere condivisa o meno da altre persone. Dicendo “sembra” si evidenzia incertezza, la mancanza di sicurezza.

Apparire” è abbastanza simile a “parere” e forse potrebbe meglio essere utilizzato in sostituzione a parere, ma sicuramente parere “suona meglio”, come si dice, vale a dire è più melodico e nella frase, nel titolo del sonetto la frase è più bella con “parere”.

Ai giorni d’oggi il verbo parere, oltre a ricordarci qualche poesia e qualche sonetto, si usa solamente in alcuni contesti ed in alcune locuzioni legate alla conversazione. Una di queste locuzioni è appunto “ti pareva“, o “mi pareva” che hanno lo stesso significato.

In effetti quando si dice “e ti pareva“, non è detto che si stia parlando con qualcun altro. Non ci si sta rivolgendo a qualcuno, non si sta facendo alla persona che si ha di fronte una domanda. Potrebbe anche essere una osservazione che si fa dentro di sé. “Ti pareva” e “mi pareva” sono pertanto equivalenti. Ovviamente si tratta di una osservazione personale, di una opinione di chi parla, quindi in teoria sarebbe più corretto dire “mi pareva”. Si usano entrambe le forme con la stessa frequenza. Forse “ti pareva” esprime una maggiore volontà di condivisione, quasi per voler ricevere conforto dal proprio interlocutore, se c’è un interlocutore.

Potrei ugualmente dire, con lo stesso significato:

  • mi pareva strano!

Notate il tono con cui si pronuncia questa frase: ” e mi pareva strano!”.

La stessa cosa è dire:

  • mi sarebbe parso strano se quello che è successo non fosse successo!

Quindi “mi sarebbe parso strano” diventa “mi pareva strano!“: il condizionale passato, che è la forma corretta, si sostituisce con l’indicativo imperfetto e diventa una esclamazione. Grammatica a parte comunque, che non è il mio forte, questa è un’esclamazione più netta e concisa oltre che più colloquiale, e si sa, quando si parla in modo colloquiale si dà più importanza alle emozioni.

Quando si esprime un parere in modo colloquiale, se vogliamo esprimere quindi rammarico, dispiacere, amarezza per quanto accaduto, uso “mi/ti pareva” all’interno di una esclamazione: mi pareva! mi pareva strano! E ti pareva strano! E mi pareva strano!

Posso mettere in questi casi anche “sembrava” al posto di “pareva” e non cambia nulla. Pareva è più usata perché esprime maggiore rammarico e dispiacere.

Attenzione adesso: se utilizzo l’indicativo presente la frase diventa:

– “Mi pare strano”. Mi pare strano non esprime dispiacere, rammarico. Esprime semplicemente un dubbio. ed anche il tono cambia.

Se oggi c’è il sole e non si vede neanche una nuvola nel cielo, magari un amico ti dice: “ho sentito le previsioni per domani: pioverà tutto il giorno”.

  • Mi pare strano!

Mi pare strano, cioè mi sembra strano, con questo sole che c’è oggi! Possibile che domani piova tutto il giorno? Strano! Infatti nulla è ancora accaduto. Domani vedremo. E domani arriva.

Domani tra l’altro potrei avere un impegno importante e sarebbe un problema se dovesse piovere tutto il giorno come dicono le previsioni oggi. Se poi domani dovesse piovere, allora domani potrò dire:

  • E ti pareva! Proprio oggi! Proprio oggi che avevo un impegno!

Questo esempio mi permette di aggiungere qualcosa in più sull’espressione “ti pareva!” di cui finora vi ho solo accennato.

L’espressione infatti si usa per manifestare dispiacere, come abbiamo detto, perché oggi ho un impegno importante e non vorrei che piovesse, quindi se oggi piove potrei avere dei problemi; oltre al dispiacere però c’è qualcosa di più. E’ come se volessi sottolineare la sfortuna, il caso che mi ha colpito:

  • Tra tutti i giorni possibili doveva piovere proprio oggi! Proprio oggi che ho questo impegno! E ti pareva! Guarda caso! Sono il solito sfortunato! Succede sempre così!

Come vedete ho anche utilizzato “guarda caso”, un’espressione ironica che abbiamo già incontrato e spiegato. Le due espressioni infatti possono usarsi negli stessi contesti. Quando questo accade stiamo ovviamente facendo ironia. Non esprimiamo solo dispiacere ma anche ironia. Un’ironia particolare, un’auto ironia, una ironia su noi stessi la maggior parte dei casi.

In questi casi si usa quindi maggiormente in prima persona, quando si parla di se stessi, quando si esprime un’opinione su un qualsiasi argomento che ha degli effetti negativi su di noi.

Notate che la parola parere non è solamente un verbo, ma è anche un sostantivo. Un parere è semplicemente una opinione; tra le altre cose è una opinione professionale. Questo è molto interessante, e lo vedremo più nel dettaglio all’interno del corso di Italiano Professionale. Merita una lezione a parte.

Il verbo parere quindi si usa poco, come dicevo, nel senso di sembrare, apparire, ed invece fa parte di alcune espressioni particolari come proprio quella di oggi.

Non è l’unico modo di usare questo verbo. Tra l’altro posso farlo anche parlando di una cosa passata: “mi parve strano” che si usa quando si parla di molto tempo fa.

Poi c’è anche “come mi pare“, “come ti pare“, “come vi pare” , “come le pare” e “come gli pare“. In questo caso si usa al posto del verbo volere.

Quindi “fai come ti pare” significa “fai come vuoi”, cioè decidi tu, prendi tu la decisione. Anche queste sono modalità colloquiali per esprimere una opinione ma in questo caso lo si fa in modo scocciato, in modo infastidito, in un modo che esprime la perdita della pazienza.

– Uffff, ma fai come ti pare! Fai un po’ come ti pare!

Che significa: fai come vuoi, mi sono stancato.

Analogamente se parlo di un’altra persona posso dire:

– Faccia come gli pare!

Cioè: “faccia pure come vuole, faccia pure come preferisce, prenda lui la decisione, considerato che mi ha stancato, considerato che la mia opinione non conta. Mi sono stancato”, oppure “non mi interessa, non posso perdere tempo!”

Il tono anche in questo caso è importante. Lo è anche in ambito professionale, dove si preferisce però utilizzare modalità diverse per esprimere opinioni di questo tipo.

Vedremo nel corso di Italiano Professionale, quali sono i modi per esprimere un parere in modo più formale, quindi le forme più usate al lavoro, nelle riunioni e con persone che non si conoscono. Una lezione molto interessante.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione dove dovrete ripetere le frasi che dirò usando lo stesso tono. Assicuratevi che non ci siano italiani attorno a voi!

E ti pareva!

Ti pareva!

Mi pareva strano!

Per finire vi faccio ascoltare un breve spezzone della sigla di una trasmissione tv che ha come titolo “E mi pareva strano“: la sigla è cantata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, una coppia comica italiana.

Il congiuntivo, come evitarlo?

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Trascrizione

Buongiorno amici e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni, il creatore del sito.

Oggi vi vorrei venire parlare di congiuntivo. Prendo spunto da una mail che mi è arrivata in cui mi veniva chiesto da Lya, dalla Danimarca, se, in certe frasi, si deve usare il congiuntivo oppure no. Il dubbio è sicuramente lecito, è comprensibile; non è facile a volte usare il congiuntivo.

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Bene, allora vorrei condividere con tutti voi questo argomento perché credo che l’uso del congiuntivo sia uno degli ostacoli su cui si imbattono tutti gli stranieri.

Allora oggi vediamo l’uso del congiuntivo e in particolare vedremo come evitare il congiuntivo. Questo è l’obiettivo di questo episodio.

Cosa voglio dire?

Voglio dire che si può evitare di usare il congiuntivo, se non siete sicuri che possa andar bene in alcune frasi, e questi suggerimenti che vi darò oggi vi aiuteranno, almeno lo spero, a capire anche come usarlo oltre che come evitarlo.

È un modo alternativo di approcciare un argomento, e vedere un’altra faccia di un argomento credo possa aiutare a capirlo meglio.

Abbiamo già affrontato l’argomento del congiuntivo già in altri due episodi di Italiano Semplicemente. La prima volta quando parlavamo di tutti i modi di dire “se”: se, qualora, putacaso eccetera, quando si parla insomma di una possibilità probabile.

La seconda ne abbiamo parlato quando abbiamo affrontato la questione della concordanza dei tempi.

In questo episodio invece lo facciamo con un obiettivo particolare: cercare di evitare il congiuntivo. È possibile?

Sappiamo che quando la persona che parla presenta un fatto che per lui è certo e reale usa il modo indicativo, se invece esprime un dubbio, un’ipotesi, una possibilità eventuale o anche un desiderio, o una volontà, usa invece il modo congiuntivo, che quindi è il modo che si usa per esprimere possibilità, soggettività e incertezza. Non si tratta di un fatto certo, ma c’è il dubbio, una incertezza, una possibilità.

Sappiamo anche che, perché lo abbiamo visto nell’articolo della concordanza dei tempi, dove c’è un congiuntivo solitamente nella frase ci sono due verbi, e quello che va al congiuntivo è il secondo dei due verbi. Il primo è il verbo principale, che sta nella prima parte della frase; il secondo, quello che ci interessa, sta nella seconda parte, subordinata alla prima, cioè che dipende dalla prima.

Bene, vediamo alcune frasi, partiamo cioè da alcuni esempi con delle frasi in cui usiamo il congiuntivo e vediamo, per ogni frase, come evitare il congiuntivo, come possiamo fare per dire la stessa cosa ma senza usare il modo congiuntivo, se non siamo sicuri.

Prima frase: Siamo ad un matrimonio, e volete fare gli auguri agli sposi. In questi casi, nei casi di un augurio o un desiderio, è facile usare il congiuntivo, perché fare gli auguri a qualcuno significa augurare che accada qualcosa nel futuro, qualcosa di positivo. È un desiderio quindi. Potete ad esempio dire

Mi auguro che possiate vivere sempre felici.

oppure:

Mi auguro che siate felici per sempre.

La persona che parla, in queste due frasi, usa il congiuntivo dei verbi potere e essere (possiate, siate), e, rivolgendosi direttamente agli sposi, si augura che, gli sposi, possano essere sempre felici, per tutta la vita: mi auguro che (voi) possiate essere felici, o che siate felici.

Allora, un trucco, per evitare il congiuntivo, se non siete sicuri che sia la forma giusta da usare, è non usare il secondo verbo. Evitate il secondo verbo. Questo significa che, ad esempio con gli sposi potete riferirvi direttamente alla “vita felice”, quindi potete dire:

Vi auguro la migliore delle vite insieme

Vi auguro una vita bellissima

Vi auguro un futuro radioso

Vi auguro una vita eccezionale

E via dicendo. Evitate il verbo, il secondo verbo. In fondo per evitare il secondo verbo basta evitare la parolina “che”. Se pronunciate “che” (vi auguro che…) siete fregati: dovete usare il secondo verbo, col rischio che potreste sbagliarvi.

Non dovete quindi usare la frase subordinata, cioè il secondo verbo, perché se usate il secondo verbo si deve usare il congiuntivo. Dopo la frase principale ci va una frase senza il verbo.

Notate inoltre che in teoria c’è un secondo modo per fare un augurio; potete infatti anche dire:

Siate felici per sempre!

Abbiate la miglior vita insieme!

Possiate essere felici per il resto della vostra vita!

In questo caso la frase inizia subito col congiuntivo. Cosa cambia rispetto a prima?

Manca “mi auguro che”. Si tratta in realtà sempre dello stesso augurio, ma non c’è la frase principale (mi auguro che, spero, vi auguro, spero, vorrei, eccetera).

In questo caso siamo di fronte ad una frase che possiamo chiamare “indipendente”, che è ugualmente corretta e si usa frequentemente in italiano. Si chiama indipendente perché non c’è la frase principale e quindi l’unica frase presente non possiamo chiamarla “subordinata”. Non c’è più la subordinazione, cioè la dipendenza, della frase subordinata da quella principale. Se non c’è subordinazione è chiaro che c’è indipendenza: mancanza di dipendenza.

In questi casi evitare il congiuntivo può sembrare più complicato. Infatti in questi casi è necessario cambiare la frase. Manca la frse principale, quindi una possibilità è inserire nuovamente la frase principale. Quindi:

Mi auguro, mi piacerebbe, mi farebbe piacere, vorrei, eccetera. E poi?

Poi dovete fare come prima, cioè evitare il verbo, evitare il secondo verbo presente nella frase, perché se inserite un secondo verbo dovete usare il congiuntivo. Come prima quindi:

Vi auguro la migliore delle vite insieme, una vita bellissima, un futuro radioso, una vita eccezionale.

Vediamo un secondo esempio:

Non ho ancora capito il congiuntivo: che io debba preoccuparmi?

Questa è la frase: Non ho ancora capito il congiuntivo: che io debba preoccuparmi?

Oppure:

Non ho ancora capito il congiuntivo: che sia il caso di preoccuparsi?

In questo caso chi parla ha un dubbio. Chi parla dice di non aver ancora capito l’uso del congiuntivo ed allora aggiunge: che io debba preoccuparmi? Che sia il caso di preoccuparsi?

Anche questa non è una frase subordinata ma è una frase indipendente. Non c’è quindi una frase principale. Un dubbio quindi è come un augurio. Potete esprimerlo anche senza frase principale.

C’è solamente una frase, che è indipendente. Come facciamo? Beh, come prima, dovete reintrodurre, reinserire, inserire nuovamente la frase principale. Se non mettete la frase principale non potete evitare il congiuntivo. Quindi:

Che io debba preoccuparmi? Questa frase equivale a:

Credete che io debba preoccuparmi?

Pensate sia il caso di preoccuparsi?

Queste sono due frasi equivalenti dove c’è però la frase principale: credete che, pensate che…

Ancora una volta quindi, anche se la frase principale non c’è, potete evitare il verbo al congiuntivo:

Che io debba preoccuparmi? equivale come appena detto a “Credete che io debba preoccuparmi?

Bene, in questa frase è difficile fare ciò che abbiamo fatto prima, cioè evitare il secondo verbo, non scrivendo la congiunzione “che”. Dopo la parola “credete” difficile non inserire “che”.

Allora vi propongo un seocndo trucco.

La frase può diventare ad esempio la seguente:

Che ne dite? La situazione è preoccupante? Mi devo preoccupare?

Quindi qual è il trucco stavolta?

Il trucco è fare due domande e non una. Spezzare Così potete parlare sempre al presente o al futuro, o al condizionale.

Anziché dire:

Pensate che la situazione sia preoccupante?

Potete dire

Che ne dite? La situazione è preoccupante?

Che ne dite? Mi dovrò preoccupare?

Che ne dite? Dovrei preoccuparmi?

In questo modo avete spezzato la frase in due frasi separate. Due domande separate.

Se invece Cominciate con Credi o credete, dovete aggiungere “che”, e questo significa usare il congiuntivo: Credi che, pensi che, dovete per forza usare il congiuntivo, perché la congiunzione “CHE” è appunto una congiunzione, che congiunge, unisce due frasi. Dovete invece separare le due frasi. Fare due domande e non una sola.

Vediamo un terzo esempio:

Abbiamo visto come esprimere prima un  desiderio, un augurio, e poi dubbio. Ora vediamo cosa succede quando facciamo una richiesta, un’esortazione o un invito, un invito a fare qualcosa. Ad esempio. Se volete dire a un collega, o ad un cliente, dandogli del lei, di avere pazienza, che deve avere pazienza, solitamente si dice:

Abbia pazienza! Abbia un po’ di pazienza!

Questo è un invito. Si invita una persona ad avere pazienza. La frase inizia subito con un congiuntivo: abbia pazienza!

Beh, in questo caso è abbastanza semplice non usare il congiuntivo: l’invito diventa “Lei deve avere pazienza!

Facile quindi evitare il congiuntivo nel caso di un invito.

Facciamo un altro esempio di invito:

Vada via!

Oppure:

Se ne vada subito!

Oppure:

Esca immediatamente da questa stanza!

Anche qui si tratta di inviti: si invita la persona ad uscire, ad andarsene da un luogo, come una stanza.

Anche qui è abbastanza facile: è sufficiente inserire il soggetto nella frase:

Lei deve andare via! Lei deve lasciare subito questo posto!

Inserite il soggetto quindi; rivolgetevi alla persona dicendo “lei”. Sapere bene che sono molte le situazioni e i modi diversi di usare il congiuntivo.

Abbiamo quindi visto tre modi diversi di evitare il congiuntivo:

1) Nel caso di augurio evitare il secondo verbo;

2) Nel caso di dubbio spezzare la frase;

3) Nel caso di invito inserire “lei” davanti alla frase.

Non è facile riuscire a comprendere tutti i casi in cui si usa il congiuntivo, ma abbiamo detto il congiuntivo si usa nelle situazioni in cui non c’è certezza, e infatti per esprimere i dubbi si può usare il congiuntivo. Lo stesso come si è visto vale per gli auguri. In entrambi i casi non sappiamo cosa avverrà: “mi auguro che tu sia felice”, “spero che tu sia felice”. Non so se sei felice, io me lo auguro ma non lo so. Lo stesso per i dubbi: spero che tu sia felice esprime un dubbio oltre che un augurio.

Sapete poi che il congiuntivo si usa non con tutti i verbi ma come regola si tratta sempre di verbi adatti per i dubbi, gli auguri, le volontà, i desideri, insomma tutte le situazioni in cui non c’è certezza: credere, pensare, temere, sperare, desiderare, preferire, dubitare, sembrare eccetera. In tutti questi casi, sono moltissimi, si può usare il congiuntivo. Si dice che questi verbi “reggono” il congiuntivo. Ciò significa che possiamo usare il congiuntivo, ma significa che possiamo anche evitarlo, se vogliamo, ma nel modo giusto.

Spesso la scelta di usare il congiuntivo è legato a quello che noi vogliamo evidenziare nella frase.

Non per forza dobbiamo usarlo. A volte basta semplicemente lasciare la frase uguale e cambiare solo il modo del verbo.

A volte infatti preferiamo dare l’accento alla possibilità, all’eventualità, ed allora usiamo il congiuntivo. Ma non siamo quindi obbligati.

Ad esempio se tu mi chiedi: è possibile imparare una lingua senza studiare la grammatica?

Io potrei rispondere con:

Non so se è possibile;

Oppure con:

Non so se sia possibile.

Potete usare entrambi le forme, l’indicativo o il congiuntivo, si tratta si una scelta più che altro di stile, più o meno formale.

Oppure, la frase:

Non so se può andar bene così, professore.

Che potete anche dire usando il congiuntivo:

Non so se possa andar bene così, professore.

Vanno bene entrambe le frasi, e la seconda, quella col congiuntivo, ha un significato più incerto, ipotetico, come se chi parla non fosse così sicura di quello che dice.

Quindi se volete sembrare più sicuri di voi, sicuri di quello che state dicendo, evitate il congiuntivo: “non so se può andar bene, professore”.

In fondo gli italiani, soprattutto coloro che devono essere credibili, quelli che vogliono convincere gli altri, come ad esempio i politici, cercano di evitare il congiuntivo quando possono, per non sembrare incerti, dubbiosi. Loro devono sembrare sicuri di sé. Spesso fanno anche errori però.

Analogamente:

“Non so se va bene”, e “non so se vada bene” sono entrambe forme corrette.

“Non so se è possibile” è ugualmente equivalente a “non so se sia possibile”.

A volte quindi potete semplicemente evitare il congiuntivo, lasciare la frase così com’è, identica a prima, e mettere l’indicativo al posto del congiuntivo.

Questo quindi è il quarto caso diverso che vi ho presentato: cambiare solamente il verbo e usare l’indicativo.

Vediamo un quinto caso, simile al precedente: Quello che cambia è che ci sono due congiuntivi in una sola frase.

Delle volte infatti ci possono essere più congiuntivi in una frase. Ad esempio:

Non so se esistano persone che abbiano paura di parlare in italiano.

In questo esempio ci sono quindi due congiuntivi: esistano e abbiano

Oppure:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Lo stesso. Due congiuntivi; siano e abbiano.

Anche in questo caso si hanno dei dubbi: non so se, mi chiedo se …

In queste frasi in realtà, come prima, non è corretto o scorretto usare due volte il congiuntivo. Tra le due frasi c’è la congiunzione “che” a fare da spartiacque, la congiunzione “che” quindi separa le due frasi, e possiamo usare il congiuntivo in entrambe le frasi, oppure solamente nella prima frase.

Quindi:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che hanno paura di parlare in italiano.

È equivalente a:

Mi chiedo se ci siano al mondo persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Analogamente, cambiando frase:

Non so se esistano persone che hanno paura di parlare in italiano.

È equivalente a:

Non so se esistano persone che abbiano paura di parlare in italiano.

Se usiamo due congiuntivi diamo più enfasi all’eventualità, alla mancanza di certezza, ma le frasi sono entrambe corrette. Fate attenzione alla congiunzione “che”.

La congiunzione “che” ci aiuta a capire quindi.

Ma potrebbe anche darsi che nella frase la congiunzione “che” appaia due volte.

Questo è il sesto caso che vi presento oggi.

Ad esempio:

Sono convinto che la lingua italiana abbia alcune caratteristiche che la rendono migliore delle altre.

In questo caso abbiamo due volte “che” (che la lingua italiana abbia) e (caratteristiche che la rendono migliore…).

In questi casi, una volta usato il congiuntivo la prima volta, la seconda volta, cioè dopo il secondo “che”, si deve usare l’indicativo: “che la rendono” e non “che la rendano”.

Non è corretto quindi dire:

Credo che la lingua italiana abbia delle caratteristiche che la rendano migliore delle altre

Ma devo dire: “che la rendono migliore delle altre”.

Vediamo altre frasi simili:

– Penso che tu debba frequentare persone che ti stimano;

– Non credo che Giovanni abbia dei genitori che lo odiano;

– Non credo che Marco debba fare le cose che vogliono i suoi amici.

Naturalmente è importante dire ancora una volta che il congiuntivo è “retto” solamente da alcuni e non da tutti i verbi, quindi in ogni caso si può usare solamente con i verbi che “reggono” il congiuntivo..

Quindi quando dico di prestare attenzione alla congiunzione “che”, questo vale quando ci sono i verbi giusti.

Ad esempio:

– Penso che tu debba frequentare persone che ti stimano;

Abbiamo detto poco fa che in questa frase il primo verbo va al congiuntivo (debba) e poi stimare si deve usare all’indicativo. Ci sono due “che”

Questo discorso va bene, è corretto, perché “pensare” è un verbo di opinione, che “regge” quindi il congiuntivo, come anche credere, ritenere, supporre, o avere l’impressione.

Se cambio la frase invece e uso un verbo diverso, non di opinione, come ad esempio il verbo “dire” cambia tutto:

Io dico che tu devi frequentare persone che ti stimano.

Oppure:

Io direi che tu dovresti frequentare persone che ti stimano.

Il verbo dire non fa parte dei verbi che “reggono” il congiuntivo, quindi non si deve usare il congiuntivo.

Vediamo adesso un altro modo, il settimo, di sostituire e così evitare il congiuntivo.

Un modo particolare di usare il congiuntivo è nelle frasi in cui si vuole esprimere una conseguenza.

Ad esempio:

Studio l’italiano affinché possa riuscire a parlarlo correttamente

Quindi studio l’italiano in modo tale che io riesca, che io possa riuscire a parlare correttamente l’italiano come conseguenza. Prima lo studio, poi lo parlo.

Un altro esempio:

Faccio la dieta cosicché possa riuscire a dimagrire

Il dimagrimento è una conseguenza della dieta.

Vi faccio molti esempi affinché voi possiate capire bene.

Il fatto che voi capirete bene è una conseguenza del fatto che io vi faccio molti esempi.

In questi casi, se vogliamo evitare il congiuntivo, è sufficiente agire sulla parola “cosicché” o “affinché”, usando al loro posto, un sinonimo, una frase equivalente che permetta di usare l’indicativo, o il futuro, o il condizionale eccetera. Spesso è necessario spezzare, dividere la frase in due frasi.

Ad esempio:

Studio l’italiano affinché possa riuscire a parlarlo.

diventa:

Studio l’italiano in modo da poter riuscire a parlarlo. Non c’è il congiuntivo qui.

Studio l’italiano perché così potrò riuscire a parlarlo.

Studio l’italiano così riuscirò un giorno a parlarlo.

Studio l’italiano. In questo modo riuscirò un giorno a parlarlo. Qui uso due frasi.

Studio l’italiano al fine di poterlo parlare un giorno.

Studio l’italiano con l’obiettivo di pararlo un giorno.

Studio l’italiano per poterlo parlare un giorno.

Oppure:

Faccio la dieta cosicché possa riuscire a dimagrire

diventa:

Faccio la dieta in modo da poter dimagrire;

Faccio la dieta perché così potrò dimagrire;

Faccio la dieta così riuscirò a dimagrire;

Faccio la dieta. In questo modo riuscirò a dimagrire;

Faccio la dieta al fine di dimagrire;

Faccio la dieta con l’obiettivo di dimagrire;

Faccio la dieta per poter dimagrire;

Vediamo il terzo esempio:

Vi faccio molti esempi affinché voi possiate capire bene.

diventa:

Vi faccio molti esempi con l’obiettivo di farvi capire bene.

Vi faccio molti esempi. In questo modo capirete bene.

Vi faccio molti esempi. L’obiettivo è infatti quello di farvi capire bene.

Vi faccio molti esempi. Così sicuramente capirete bene.

Vi faccio molti esempi. Così facendo capirete bene.

Vi faccio molti esempi. La speranza è che in questo modo riuscirete a capire bene.

Vediamo altri esempi per fare pratica:

– Dovete allungare le gambe, così che i muscoli non siano più tesi ma siano rilassati. 

può diventare:

Dovete allungare le gambe, e vedrete che i muscoli non saranno più tesi ma saranno rilassati.

– Dovete respirare profondamente in modo che il ritmo cardiaco rallenti

Dovete respirare profondamente. In questo modo vedrete che il ritmo cardiaco rallenterà.

– Dovete seguire le mie istruzioni, così che possiate massimizzare i benefici dello yoga. 

Dovete seguire le mie istruzioni. Come risultato massimizzerete i benefici dello yoga.

Dovete mangiare in modo adeguato, in modo che il vostro corpo sia nelle condizioni migliori dal punto di vista metabolico. 

Dovete mangiare in modo adeguato, così il vostro corpo sarà nelle condizioni migliori dal punto di vista metabolico.

Bene ragazzi, abbiamo terminato, spero di non avervi confuso le idee. Probabilmente non ho esaurito tutte le possibilità dell’uso del congiuntivo ma spero di avervi dato alcune idee e alcuni suggerimenti utili per usarlo correttamente e per, in caso di dubbio, riuscire ad evitarlo.

Abbiamo visto sette casi diversi di usare e di evitare il congiuntivo. Vi consiglio di ripetere l’ascolto per esercitare l’ascolto. Non preoccupatevi di memorizzare i sette casi che vi ho mostrato. Quello che conta, come sapete è l’ascolto ripetuto e che voi comprendiate quello che ho detto e scritto. Ricordatevi le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Non dovete stressarvi.

Un saluto a tutti da Giovanni e grazie a tutti i donatori che fanno vivere  Italiano Semplicemente, coloro che così ci danno una mano e in questo modo riusciamo ad aiutare tanti stranieri che hanno problemi con la lingua italiana.

Un abbraccio.

I guai: vocabolario, verbi ed espressioni

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni, la voce principale del sito.

Oggi vorrei venire incontro alla richiesta di Alexandre che mi ha consigliato di affrontare l’argomento guai.

Saluto Alexandre e lo ringrazio perché quello dei guai è un tema simpatico e molto ricco di espressioni italiane.

Ma cominciamo dalla definizione della parola guai. Guai, che è il plurale di guaio. Cos’è un guaio? Un guaio è un pasticcio, cioè qualcosa di sbagliato che è successo e che ha provocato delle conseguenze negative.

Questo avvenimento, questa cosa che è accaduta è stata quindi provocata, causata, da qualcuno o da qualcosa (più spesso da qualcuno) e ha provocato, ha causato, ha determinato delle conseguenze, delle conseguenze negative, altrimenti non si parlerebbe di guaio. La parola guaio è una delle poche parole che, nella lingua italiana, ha quattro vocali in fila, come aiuola.

È una parola che si usa soprattutto in famiglia e tra amici, sto parlando di guaio, quindi rientra nel vocabolario informale, nel linquaggio quotidiano di tutti gli italiani di ogni area geografica, ma non c’è nulla di male ad usare questa parola al lavoro. Il guaio solitamente non è usato per cose molto gravi, dalle conseguenze disastrose. I bambini solitamente sono la categoria di persone che fanno più guai.

Se due bambini giocano con una palla e rompono un vetro, ebbene hanno appena COMBINATO un guaio.

Combinare un guaio è quindi la frase che si usa nel caso siano guai provocati da bambini. Combinare dei guai è quindi provocare dei guai.

Chi ha provocato questo guaio?

È stato Emanuele!

Non è vero è stata lei!

Adesso bisogna sostituire il vetro! Per penitenza un mese senza tablet! E cercate di combinare altri guai!

Quindi provocare un guaio solitamente non è mai gravissimo. Sicuramente non c’è mai di mezzo la vita di una persona. In quel caso si provoca piuttosto un disastro, un incidente, un atto criminale, un episodio di violenza, o anche una calamità naturale come un terremoto, un uragano eccetera. Un guaio è meno grave.

Combinare quindi è il verbo che si abbina più frequentemente con i guai.

Chi combina molti guai si dice che ne combina di tutti i colori. Cioè fa un sacco di guai. Molti bambini in effetti ne combinano di tutti i colori. Quando si parla di questi bambini solitamente si usa una espressione tipica: ne ha combinata una delle sue. Cioè ha combinato un altro guaio, uno di quei guai che combina solitamente. Ne ha combinata una delle sue. Si usa il femminile, come si fa solitamente nella lingua italiana in questi casi: farla pagare, farla scontare, l’hai fatta grossa, eccetera.

Se invece mi rivolgo direttamente alla persona dico: ne hai combinata una delle tue? Ed ovviamente parlando di me stesso posso dire che ne ho combinata una delle mie. Quindi la particella “ne” si usa spesso con i guai e con combinare: combinarne di tutti i colori, ne hai combinata una delle tue, quante ne hai combinate oggi?

INCASINARE è un altro verbo che ha dei legami con i guai. È un verbo questo che si usa sia in modo transitivo, che in modo riflessivo. Nel primo caso bisogna specificare cosa viene incasinato: ad esempio ‘incasinare il tavolo “,” incasinare l’appartamento ” che vuol dire creare uno stato di confusione, quindi un appartamento incasinato è disordinato, le cose non stanno al loro posto e c’è molta confusione. C’è un “casino”. Non si tratta di guai in questo caso ma di confusione, e la stessa parola “casino” è un modo familiare di descrivere una situazione confusa e disordinata.

In modo riflessivo invece è incasinarsi, che ha due significati simili tra loro. Il primo non cambia rispetto a prima: incasinarsi significa trovarsi in uno stato di confusione. Mi sono incasinato mentre stavo scrivendo un documento significa ad esempio che non sono rimasto concentrato, mi sono distratto ed ho fatto un po’ di confusione, ho confuso delle cose, ne ho scambiata una per un’altra quindi ora devo correggere, quindi ho fatto un guaio, un errore che devo riparare.

Il secondo significato di incasinarsi è invece riferito alla propria situazione personale, quindi è più grave. In questo caso significa trovarsi nei guai per colpe proprie, trovarsi in una situazione difficile da risolvere per aver fatto dei gravi errori. Ad esempio se parlo con un amico e gli chiedo: come va?

Lui potrebbe rispondere:

“mi sono veramente incasinato ultimamente.”

Perché?

Ho perso il lavoro e non so come fare per andare avanti.

In questo esempio il mio amico si è messo in una situazione difficile, dalla quale vorrebbe uscire. È incasinato. Si è incasinato, ha commesso degli errori gravi per la sua vita.

Si riferisce quindi alla sua situazione attuale. I guai questa volta sono guai seri. “Sono nei guai”, oppure “mi trovo in guai seri ” questa poteva essere la risposta del mio amico. Essere nei guai, trovarsi in guai Seri”, “trovarsi nei guai” o “essere incasinati”, è ben diverso da combinare un guaio.

Il mio amico è incasinato, e si è incasinato da solo. È sua la colpa. Si tratta in qualche modo anche in questo caso di confusione, ma la confusione si riferisce alla sua vita, che non ha più un futuro sicuro ora che ha perso il lavoro. Si trova veramente nei guai.

Fortunatamente ha un buon amico che lo aiuterà e non lo lascerà nei guai fino al collo.

Questa è la peggiore delle situazioni possibili: essere nei guai fino al collo dà l’idea di affogare, come se si fosse in mare e si stesse quasi per affogare.

Il mio amico è INGUAIATO, ma io lo aiuterò. Essere inguaiato è esattamente trovarsi nei guai, essere nei guai, e per dire che è per colpa sua posso dire che si è inguaiato, o che si è messo nei guai con le sue stesse mani. Più comunemente si usa però dire che si è CACCIATO nei guai.

“Cacciarsi nei gua” è ovviamente la frase generica, quindi applicata alle varie persone:

Io mi sono cacciato nei guai

Tu ti sei cacciato nei guai

Il mio amico si è cacciato nei guai.

Eccetera. Questa era però la forma al passato. Al presente diventa:

Io mi caccio nei guai,

Tu ti cacci nei guai,

Lui si caccia nei guai

Eccetera.

Chi si caccia spesso nei guai non ha sicuramente una vita facile perché si tratta quasi sempre di “guai con la giustizia”, cioè di reati commessi o nell’ipotesi migliore di indagini che potrebbero concludersi con una condanna, una pena, una multa, cioè una pena pecuniaria. Se riferito agli adulti cacciarsi nei guai ha sempre a che fare con la giustizia, con i bambini invece si tratta di piccoli guai.

Tra gli adulti chi ha dei guai con la giustizia spesso finisce inevitabilmente per trovarsi nei guai fino al collo, dai quali è difficile uscire.

Come vedete non è facile usare le giuste espressioni: incasinarsi, essere incasinati, inguaiati, cacciarsi nei guai, combinare dei guai, combinarne di tutti i colori.

Soprattutto può essere difficile capire quando si parla di semplice confusione oppure di seri guai personali. Fortunatamente ci sono altri verbi che ci possono aiutare. Verbi simili a incasinare ed inguaiare ma che possono evitare disguidi.

In caso di semplice confusione posso anziché dire che “mi sono incasinato”, posso dire che mi sono IMPELAGATO, o anche IMPEGOLATO. In questo caso ci si perde, si rimane incastrati. L’idea è quella di rappresentare una situazione difficile da cui uscire. Impelagarsi in qualcosa è rimanere in una situazione senza uscirne con una soluzione.

Si usa anche col traffico: siamo rimasti impelagati nel traffico, cioè non riuscivamo ad uscire, ad andare avanti. Ma spesso si usa per rappresentare una confusione: stavo risolvendo il problema, poi mi sono impelagato, ho combinato un casino, un guaio che mi ha creato dei problemi e mi ci è voluto un po’ di tempo per risolverli.

Usando impelagato al posto di incasinato non rischiate di sbagliarvi. Impelagarsi è più leggero e meno impegnativo.

Riguardo ai sinonimi di guai, c’è PASTICCI, molto leggero come termine.

Combinare dei pasticci è identico a combinare dei guai, ma i pasticci sono solitamente meno gravi. I pasticci sono anche più usati in cucina: c’è il pasticcio di maccheroni, il pasticcio di verdure, ma questi sono piatti, non sono guai.

Fuori dalla cucina invece in generale i pasticci sono lavori male eseguiti, confusi. Il pasticcio dà più l’idea di confusione rispetto a guaio, sicuramente, quindi mettersi nei guai e mettersi nei pasticci è la stessa cosa ma con i pasticci sembra meno grave.

Ci sono anche ROGNA e BRIGA, altri due termini simili a guai.

Rogna è un termine che viene da una malattia della pelle, la rogna appunto. Si anche scabbia.

Nel linguaggio dei guai la rogna si usa spesso per dire “cercare rogne”, questa è la modalità più duffusa di usare il termine.

Che fai, cerchi rogne?

Questa è una frase che si può dire a chi ha un atteggiamento spavaldo, sfrontato, che sembra non interessarsi delle conseguenze dei suoi atti. Un atteggiamento provocatorio, di sfida:

“Non cercare rogne” , “ti consiglio di non cercare rogne”.

Rogne quindi si può usare al posto di guai, ma si usa anche al posto di problemi:

Ho una rogna da risolvere in ufficio che non mi fa stare tranquillo.

Le rogne sono problemi, cose delicate e potenzialmente molto dannose, e bisogna essere molto attenti con le questioni “rognose”.

Poi c’è brighe, una parola più gentile, meno forte rispetto a rogne. Sicuramente. Ma il concetto è il medesimo: una faccenda insidiosa, rischiosa, carico di rischio potenziale. Possiamo anche dire una ROTTURA DI SCATOLE, una SCOCCIATURA, che può portare solo guai.

Ecco, possiamo dire che le brighe e le rogne possono portare guai. Prima vengono le rogne e le brighe e poi i guai.

La stessa cosa vale per BEGHE, sinonimo più garbato di rogne e brighe.

Brighe è un termine usato in particolare in due espressioni molto usate e mai volgari ma assolutamente che vi consiglio di utilizzare.

La prima espressione è PRENDERSI LA BRIGA di fare qualcosa, o DARSI LA BRIGA che significa assumersi il compito di fare qualcosa. Assumendosi questo compito si prende un impegno non obbligatorio, e chi lo fa si assume la briga di farlo.

Io oggi mi sono preso la briga di spiegarvi il vocabolario dei guai. Una bella rogna, perché non è una cosa facile. Nessuno mi ha costretto, ho deciso io di prendermi la briga di farlo.

Una bella GATTA DA PELARE, si dice anche così. Quando ci si prende la briga di fare qualcosa molto spesso è una rogna, una brutta gatta da pelare, Una bega, ma non sempre. Nel caso di questo episodio ad esempio io mi sono preso la briga di spiegare con dovizia di particolari tutte le questioni che riguardano i guai, ma non c’è il rischio di guai in cui INCORRERE, a meno che faccia degli errori e qualche professore di italiano se ne accorga! Incorrere è un verbo che spesso si utilizza con i guai e con i problemi. Significa andare incontro ai guai.

La seconda espressione con briga è ATTACCARE BRIGA.

Attaccare briga significa provocare, iniziare a provocare, spesso con parole offensive, con insulti, spesso con le mani, spingendo, dando delle spinte con le mani ad un’altra persona. Cercare di litigare con qualcuno. Chi attacca briga è sicuramente uno che cerca rogne, che è a caccia di guai.

Spesso i bambini sono degli ATTACCABRIGHE tremendi e si cacciano continuamente nei guai. Normalmente gli ATTACCABRIGHE sono bambini che hanno avuto una infanzia difficile.

Credo che possiamo considerarci soddisfatti. Abbiamo sviscerato tutto il vocabolario dei guai, sperando che ne abbiate meno con la lingua italiana.

Riesco a capire i vostri problemi perché anch’io studio le lingue straniere, ma ogni lingua è diversa. Insomma possiamo dire che “i guai della pentola li conosce solo il cucchiaio che la mescola”. Proverbio che afferma che solamente chi ha un guaio, lo conosce bene. Non è possibile cercare di comprendere i guai degli altri se non ci sei passato anche tu nella tua vita.

È giunto il momento dell’esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me dopo aver fatto una donazione… Scusate volevo dire dopo aver ascoltato attentamente.

Guai

Guaio

Fare un guaio

Combinare un guaio

Combinare un pasticcio

Essere nei guai

Essere nei guai fino al collo

Combinarne di tutti i colori

Combinarne di cotte e di crude

… (ha lo stesso significato di combinarne di tutti i colori)

Ne hai combinata una delle tue?

Ne ha combinata un’altra delle sue

Cacciarsi nei guai

Una ne fa e cento ne pensa

… (questa è una frase scherzosa che si usa con i bambini che combinano molti guai, nel senso che per ogni guaio combinato ne ha pensati cento.

Guai a te!

Guai a te se lo dici a qualcuno!

Rogne

Cercare rogne

Cerchi rogne?

Ti consiglio di non cercare rogne.

Brighe

Attaccabrighe

Mio figlio non è un Attaccabrighe (fortunatamente)

Avere delle beghe

Darsi la briga

Prendersi la briga

Mi sono preso la briga di fare un episodio sui guai

Voi vi siete presi la briga di ascoltare l’episodio

I guai della pentola li conosce solo il cucchiaio che la mescola.

… (mescolare vuol dire girare, muovere il cucchiaio nella pentola)

Un saluto a tutti e vi aspettiamo al corso di italiano professionale.

Potete prenotare il corso fino a fine 2017, un corso dedicato a tutto coloro che vogliono migliorare il loro livello di italiano con il metodo naturale e senza sforzo di italiano semplicemente.

Seguono alcune osservazioni sui guai di Bogusia (polacca) e Ulrike, che ci propone un indovinello riguardante una espressione tipica sui guai.

Grazie a Bogusia e Ulrike.

Un saluto a tutti.

Tutti i modi per nascondere la verità – 2^ parte

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Trascrizione

Eccoci alla seconda parte di “come nascondere la verità”. Abbiamo già visto molti termini e alcuni verbi da usare quando si vuole nascondere la verità ognuno con le sue specifiche caratteristiche.

Non volevo che l’episodio fosse troppo lungo per non annoiarvi, quindi ho suddiviso l’episodio in due parti e questa è appunto la seconda parte.

Vi invito ad ascoltare la prima parte dell’episodio, interessante anche perché è stato registrato in due velocità.

omertà
Non vedo, non sento, non parlo

 

La prima parte la possiamo anche rappresentare graficamente, con una immagine, quello che si chiama uno “schema a blocchi”, e credo che questo schema può essere molto utile per tutti per creare una mappa mentale, per rappresentare nella propria mente, in un modo veloce e schematico, tutto ciò che è stato detto nella prima parte dell’episodio. Vi invito a dare un’occhiata sul sito, nella trascrizione del file audio che state ascoltando e grazie a Maja, una ragazza polacca, che l’ha realizzato per tutti noi. E’ una cosa che potremmo fare anche altre volte se vi fa piacere.

maja immagine mappa mentale nascondere la verità1.jpg
Figura 1: Come nascondere la verità (1^ parte)

 

Adesso vediamo quindi altri modi interessanti che si usano molto in senso figurato, per esprimere il nascondimento della verità.

Un verbo è “Coprire” che è un verbo semplice, dai mille utilizzi, e che può essere usato anche nel senso di nascondere la verità. Il significato proprio del verbo coprire è quello di mettere qualcosa (un oggetto) sopra o davanti ad un’altra (un altro oggetto), ed in questo modo si copre quest’oggetto. Ad esempio la tovaglia copre il tavolo. Posso quindi coprire per nascondere una cosa allo sguardo altrui, collocando un oggetto sopra di essa, talvolta per migliorarne l’aspetto o la funzionalità. Poi c’è il senso figurato di coprire. In senso figurato equivale a Celare, occultare e dissimulare, di cui abbiamo discusso nella prima parte dell’episodio.

Posso coprire i misfatti di un amico, il che significa che se ho un amico che ha fatto qualcosa di sbagliato, posso decidere di aiutarlo, occultando o minimizzando le sue colpe e le sue responsabilità. Lo faccio perché sono un suo amico. Per questo motivo sono disposto a coprire i suoi misfatti, per questo motivo sono disposto a coprirlo; si dice anche così: coprire una persona, affinché sia riparata dalle accuse.

Anche al lavoro, il direttore o un dirigente può decidere di coprire i suoi dipendenti. Anche se questi sono colpevoli perché hanno sbagliato qualcosa, il loro capo li difende, li copre, è disposto a nascondere la verità coprendoli, si intende coprendoli dalle accuse. Coprire qualcuno significa quindi difendere qualcuno, ma attenzione perché si usa molto anche nei delitti, o nelle rapine, negli omicidi, insomma negli atti criminali. In questi casi ci sono solitamente due persone, di cui una commette l’atto illecito (ad esempio fa una rapina in una banca) e l’altra, che gli fa da “spalla”, lo copre, cioè controlla che non arrivi nessuno, controlla la situazione fuori dalla banca e avvisa il suo complice nel caso arrivasse la polizia o accadesse qualcosa di sospetto, qualcosa di cui preoccuparsi. Anche questo è coprire una persona.

Coprire non ha un’accezione necessariamente negativa però, anzi il più delle volte la copertura è una difesa amichevole, un atto di amicizia. Però l’obiettivo della copertura è comunque quello di nascondere la verità. Con la copertura si impedisce che qualcosa venga visto.

Un particolare modo di coprire è quello di coprire con la sabbia: insabbiare.

Insabbiare significa letteralmente “nascondere sotto la sabbia”, ma figurativamente si usa spesso nella politica e a livello giornalistico. Spessissimo potete leggere sui giornali che sono stati insabbiati dei risultati di indagini, delle verità che emergono in generale. Quindi anche dei risultati di inchieste pericolose.

Quando si decide di insabbiare qualcosa, è perché questo qualcosa può dar fastidio a qualcuno di molto potente, un uomo politico eccetera. Quindi se ci sono forti interessi, facilmente si può insabbiare una indagine o una inchiesta che può danneggiare qualche potente della terra.

Il verbo insabbiare è molto giornalistico e su Google news se volete troverete molti articoli in cui si parla di insabbiamento di verità scottanti. Troverete insabbiamenti di omicidi, insabbiamenti di informazioni militari e di crimini.

Tanto è negativo il termine, che dove c’è insabbiamento c’è spesso quella che si chiama omertà. La parola insabbiamento ed il verbo insabbiare spesso si usano insieme alla parola omertà, che non è un verbo ma è un sostantivo femminile.

La parola omertà deriva da uomo. Ma cos’è l’omertà e cosa ha a che fare con l’uomo?

Dunque, l’omertà la possiamo descrivere come una forma di solidarietà tra alcune persone, una solidarietà tra uomini, intesi come esseri umani. Quindi tali esseri umani cosa fanno? Si tratta di uomini che tacciono, che nascondono la verità al fine di coprire comportamenti disonesti di alcuni. Questa è la caratteristica dell’omertà: una solidarietà tra uomini per coprire malefatte.

Dove avviene un insabbiamento della verità, questo difficilmente viene condotto da una sola persona. Generalmente è condotto da più persone che tra loro sono solidali, persone che hanno deciso, insieme, di insabbiare, di nascondere una verità che può far male a qualcuno. Quindi queste persone nascondono delle verità che potrebbero essere utili alle indagini della polizia.

Si dice che tra queste persone c’è omertà, e si dice che queste persone sono persone omertose e che si comportano in modo omertoso. E’ un termine tipico degli ambienti criminali. Molto usato nella stampa e dai media. L’omertà è solitamente condivisa tra persone che hanno interessi in comune: – io copro te e tu copri me – ma spesso però c’è omertà solo per paura.

Le persone normali, anche se non sono criminali, se hanno visto o sentito qualcosa, spesso però non parlano con la polizia e con i giornali, nascondono quindi la verità per paura di essere puniti per questo. Ad ogni modo, complici o non complici, non è certamente un bel complimento essere chiamati persone omertose.

La parola omertà è quindi una parola offensiva se usata contro qualcuno. La versione non offensiva è la parola riserbo: Il riserbo è la tendenza a tacere o a non rivelare qualcosa, per prudenza o semplicemente per carattere. Ci sono persone particolarmente “riservate” che quindi si distinguono dalle altre per il loro riserbo. Queste persone hanno, quando parlano, la massima discrezione e cautela. Sono molto attente a non dire cose compromettenti.

Avere discrezione e essere persone discrete significa quindi avere riserbo (con la penultima lettera che è una “b”: riserbo, e non la “v”, come riservate), e il riserbo non è, come l’omertà, una caratteristica negativa. La discrezione, il riserbo sono invece degli atteggiamenti, dei modi di essere, giudicati invece delle qualità.

Se io ti dico, ti racconto, ti rivelo un mio segreto, una cosa che non voglio che altri sappiano, posso raccomandarmi con te e dirti:

Mi raccomando il massimo riserbo! Riserbo assoluto!

Il che è come dire:

Mi raccomando, occorre discrezione!

Mi raccomando, non lo dire a nessuno.

Nessuno quindi dice: mi raccomando, devi essere omertoso, ci vuole omertà! E questo perché l’omertà è citata solamente quando si nascondono cose delittuose compiute generalmente da più persone insieme, da una organizzazione criminale. Se io ti rivelo un segreto non si può parlare di omertà quindi, parlo invece di riserbo, di discrezione, di riservatezza

Tutte però sono caratteristiche delle persone: l’omertà, la discrezione, il riserbo, la riservatezza.

A livello giornalistico si sente spesso la frase “uscire dal riserbo“, che significa smettere di nascondere qualcosa.

Chi esce dal riserbo decide di rivelare, decide di dire ciò che finora aveva nascosto: una notizia qualsiasi. Basta nascondere la verità: usciamo dal riserbo!

La parola riserbo è molto simile a riservatezza, infatti entrambi i termini si usano per le cose riservate, le cose cioè che non si devono conoscere, che devono restare private, segrete. Sia la riservatezza che il riserbo sono caratteristiche delle persone. La riservatezza è molto più utilizzata come qualità personale, mentre riserbo si usa molto di più quando si ha una cosa in particolare che occorre tenere nascosta.

Bene. Abbiamo prima parlato del verbo insabbiare. Molto simile ad insabbiare è eclissare.

Eclissare viene da eclissi. L’eclissi (o eclisse) è quel fenomeno naturale che si ha quando una stella, un astro, viene coperto, viene occultato, viene nascosto, viene celato da qualcosa come la luna ad esempio: se il sole viene coperto dalla luna ho una eclisse. Quindi l’eclisse nasconde il sole.

In senso figurato si usa spesso dire “eclissare la verità“, nel senso di nascondere, occultare la verità. E’ solamente un po’ più stravagante e fantasioso come termine. Si usa tra l’altro anche verso se stessi: eclissarsi, ed in questo caso significa nascondere se stessi, e non la verità.

Poi c’è spacciarsi, il penultimo verbo della lezione, che è un altro verbo usato per nascondere la verità. Spacciarsi è fingere di essere qualcun altro. Quindi se mi spaccio per mio fratello gemello sto facendo finta di essere mio fratello, ed in questo caso sto sicuramente agendo sotto mentite spoglie: per la precisione sotto le spoglie di mio fratello. E’ un verbo questo al quale abbiamo già dedicato una lezione all’interno del corso di Italiano Professionale. Pertanto rimando i visitatori, se vogliono approfondire, a dare un’occhiata al verbo spacciare e alla sua versione riflessiva “spacciarsi”. Metto il link all’interno dell’articolo.

Ricapitolando quindi, in questa seconda parte abbiamo descritto l’omertà, una forma di solidarietà tra uomini finalizzata al nascondimento di atti criminali o comunque illeciti. Il verbo coprire, molto generico, la riservatezza come caratteristica personale ed il riserbo, molto usato quando si presenta la necessità di nascondere qualcosa di riservato. Poi abbiamo visto il verbo insabbiare ed eclissare. Il primo molto usato in contesti in cui si commettono atti illeciti, il secondo più fantasioso ma anch’esso usato a volte associato alla verità.

Voglio terminare la lezione col verbo “contraffare”. È un altro verbo che spesso viene legato alla verità. Infatti l’uso più comune di questo verbo è quello legato ai prodotti che si vendono sul mercato: le merci contraffatte. Quindi i prodotti contraffatti sono tutti quei prodotti, in vendita sul mercato, che sono prodotti al fine di spacciarlo per l’originale.

La verità che viene nascosta in questo caso è quella legata al prodotto. Non si tratta del prodotto originale, ma si tratta di merce contraffatta. Si tratta di merce falsa, non originale. Moltissime cose si possono contraffare: un marchio può essere contraffatto, come i marchi di moda, producendo magliette, pantaloni, merce che viene spacciata per originale ma invece è solamente merce contraffatta. Si possono contraffare schede elettorali, anche una foto si può contraffare. Una patente di guida, un passaporto possono essere contraffatti. Insomma è molto simile a falsificare come verbo. E la verità, anche la verità può essere contraffatta: quando si contraffà la verità, si modifica, si falsifica la verità. Il verbo si usa quando, anche qui, si fa qualcosa di illecito. Significa quindi falsificare, trasformare, ritoccare, alterare, manipolare, per ottenere qualcosa di poco lecito.

Adesso facciamo il consueto esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me, attenti alle doppie. Uno, due, tre, via!

Coprire la verità

Insabbiare un crimine

Omertà

Atteggiamento omertoso

Riserbo

Massimo riserbo, mi raccomando!

Eclissare la verità

Spacciarsi per qualcun altro

 

Riservatezza

Contraffare

Ciao ragazzi. Continuate a seguirci ed a proporci nuovi podcast. Se volete potete anche partecipare attivamente, su Facebook o su WhatsApp.

Fatevi sentire, vi aspetto.

Ciao

 

Italiano Professionale – Lezione n. 14: CONFRONTI E SCONTRI

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Agire sotto mentite spoglie: tutti i modi per nascondere la verità – 1^ parte

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente, grazie di essere qui all’ascolto ancora una volta e benvenuti a chi per la prima volta ascolta un episodio audio di italianosemplicemente.com.

In questo vi spiegherò la frase “agire sotto mentite spoglie“. Questa è la frase di oggi, una frase particolare, ed anche direi abbastanza complessa da spiegare.

agire_sotto_mentite_spoglie_immagine

Per giungere al nostro obiettivo vi spiegherò prima le singole parole che compongono questa frase e con l’occasione affronteremo anche una serie di espressioni simili, anch’esse legate allo stesso argomento, che ancora non vi ho detto, che è quello della verità e più precisamente della mancanza della verità.

Faremo quindi una serie di esempi, come al solito, così che capirete senza problemi questa frase, ed anche le altre che vi spiegherò, frasi tutte molto usate sia nei film italiani, sia alla tv, sia negli articoli di giornale, oltre che nella vita di tutti i giorni.

Mi sembra un argomento molto interessante questo della verità, anche perché a tutti capita di avere a che fare, prima o poi, con persone che non dicono la verità (prima o poi capita a tutti) o che si comportano in modo tale da far credere che possano nascondere qualcosa.

Inoltre oggi faremo un piccolo esperimento. Questo episodio sarà registrato in due velocità diverse. La prima volta parlerò più lentamente, la seconda volta invece a velocità normale. Vi consiglio pertanto di ascoltare prima la versione più lenta, almeno un paio di volte e dopo quella più veloce. In questo modo nella versione lenta potrete concentrarvi maggiormente sulle parole e su come si pronunciano, e poi nella versione più veloce la vostra attenzione sarà più invece sulla melodia della lingua, sulle pause e sulle frasi intere.

Bene, iniziamo allora. Il modo più semplice per dire questo, per esprimere una non verità, è il verbo mentire, che vuol dire “non dire la verità“. Semplicemente. Un verbo universalmente utilizzato a questo scopo. Un verbo non facile da coniugare. All’indicativo presente ad esempio è: io mento, tu menti, lui/lei mente, noi mentiamo, voi mentite, loro mentono.

Chi mente dice bugie. Le bugie sono il prodotto di chi mente. Se una persona mente dice bugie.

Ma ci sono svariate modalità per dire questa parola, ognuna con le sue caratteristiche, ognuna con le sue sfaccettature. Prima quindi di vedere il significato della frase “agire sotto mentite spoglie” facciamo un approfondimento sulle bugie.

Bugie si dice anche, ad esempio, menzogne. Quindi dire menzogne equivale a mentire, ed equivale a “dire bugie”.

Le menzogne hanno però un senso un po’ più negativo.

Infatti le menzogne sono associate ad un comportamento che, più delle bugie, colpisce qualcuno, nuoce a qualcuno in particolare. Con le menzogne si fa del male a qualcuno. “Nuoce” significa “danneggia”, e “nuocere” significa “danneggiare”, il verbo è il verbo nuocere, cioè provocare un danno, arrecare un danno. Le bugie sono, quindi, rispetto a nuocere, un termine più familiare:

I bambini dicono le bugie, o al limite il marito alla moglie può dire bugie, o viceversa. Magari un uomo dice di andare a giocare a calcio con gli amici ed invece si incontra con l’amante. Questo non si fa! Questa è una bugia, è una cosa non vera, ma non è una menzogna. Ok?

Che bugiardo! Che traditore questo marito. Il traditore: chi tradisce il proprio partner è un traditore (traditrice al femminile) e quindi il traditore è ovviamente un bugiardo, perché non lo dichiara, non lo dice… almeno la maggioranza dei traditori non lo dice quando tradisce.

Quindi le bugie si dicono per nascondere qualcosa, per nascondere la verità, perché la verità potrebbe essere controproducente per chi dice le bugie, ed allora si nasconde la verità con una bugia, piccola o grande che sia.

Invece la menzogna si dice, più che per nascondere la verità, si dice per accusare qualcuno, per danneggiare qualcuno.

Non è un caso che menzogna termini con le lettere ogna, come vergogna, cioè quella emozione che si prova quando accade qualcosa o quando facciamo qualcosa che, agli occhi degli altri, ci fa apparire persone peggiori, brutte persone, magari disoneste, o comunque come non vorremmo apparire agli occhi degli altri. Ok? Questa è la vergogna.

Chi dice menzogne generalmente non si vergogna.

Anche la parola “gogna” termina in questo modo, e la parola vergogna deriva proprio da gogna. La gogna è una sorta di punizione, si usava nel medioevo, una punizione per aver fatto qualcosa di molto sbagliato. Una punizione di cui ci si doveva vergognare.

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Un uomo alla gogna

La gogna infatti era una condanna, una punizione a cui si veniva condannati per aver commesso atti gravi. E tutti potevano insultarti e dirti le cose peggiori possibili mentre il condannato alla gogna indossava un collare di ferro attorno al collo, un collare che veniva applicato a tutti coloro che erano stati condannati alla gogna. Il collare che dovevano indossare queste persone si chiamava appunto gogna. E chi era messo alla gogna (si dice proprio così: mettere alla gogna) si dice anche che era messo alla berlina, veniva svergognato, veniva esposto al pubblico ludibrio, allo scherno. In poche parole tutti potevano deriderlo ed insultarlo.

Quindi la menzogna, lo avete capito, è sicuramente peggiore della bugia. Notate come anche la parola fogna, come gogna, vergogna e menzogna, ha un significato molto negativo. La fogna è il luogo dove confluiscono gli scarichi biologici. Ci sono anche altre parole di questo tipo, come rogna, che è una malattia tipica dei cani randagi.

Quindi se ad esempio c’è un omicidio, cioè viene uccisa una persona, e si deve trovare ed arrestare il colpevole (l’assassino, colui che ha commesso l’omicidio), allora io posso dire: è stato Emanuele, è stato lui, è lui l’assassino, l’ho visto io. Emanuele sicuramente direbbe:

No, non è vero, è una menzogna!

Giustamente Emanuele si è risentito per l’accusa e quindi parla di menzogna, di una falsa accusa.

Chi dice bugie è un bugiardo e chi dice menzogne è un menzognero. Io che ho accusato ingiustamente Emanuele sono un menzognero. Bugiardo e menzognero sono entrambe persone che affermano il falso, che cioè dicono il falso, oppure che semplicemente alterano la verità.

Ho detto “persone che affermano il falso”: affermare equivale a “dire” (“io affermo” equivale a “io dico”, ma è più professionale.

Affermare il falso, cioè dire il falso in fondo è la stessa cosa di alterare la verità. Alterare significa modificare, e chi altera la verità dice quella che si chiama una “mezza verità“, perché per metà è una verità e per l’altra metà è una bugia.

Quando si parla di una mezza verità – capita spesso di ascoltare questa frase –  è un modo per dire che la verità è stata alterata, non molto ma direi in modo fondamentale. Non si tratta quindi di una bugia inventata di sana pianta, ma comunque di una mezza verità.

Quindi quando si nasconde la verità a parole, usando le parole, si parla di bugie e di menzogne, di bugiardi e di menzogneri.

Ma si può nascondere la verità anche con dei comportamenti, non solo con le parole.

In questo caso possiamo ad esempio dire che chi si comporta in modo misterioso con ogni probabilità sta facendo le cose di nascosto. Sta agendo di nascosto.

L’agente segreto ad esempio agisce di nascosto, ma lo fa perché è il suo mestiere. L’agente segreto si muove di nascosto, non si deve far vedere da nessuno, deve spiare, osservare di nascosto, filmare quello che vede con una videocamera (a volte), registrare, deve seguire le persone, deve pedinare le persone, seguirle e scoprire cosa fanno, esattamente come un investigatore segreto, che investiga, cioè svolge delle indagini accurate, quindi segue le tracce di qualcuno e analizza tutti i dettagli.

La differenza tra un investigatore e un agente segreto è che quest’ultimo (l’agente segreto) fa parte di un gruppo, di una organizzazione di servizi segreti, come la CIA e l’FBI. Entrambi però nascondono la verità attraverso dei comportamenti, sia l’investigatore segreto, sia l’agente segreto, detto anche spia, agiscono di nascosto e, se le circostanze lo richiedono, cioè se necessario, possono anche agire sotto mentite spoglie.

Agire sotto mentite spoglie, che è il titolo di questo episodio, è sicuramente l’espressione più complicata di oggi.

“Agire” equivale a comportarsi, mentre le “spoglie” è il plurale di spoglia. E le spoglie rappresentano i vestiti, ed in generale rappresentano ciò di cui ci si ricopre, ciò di cui ci si veste, e quindi ciò di cui anche ci si può spogliare, e spogliarsi è il contrario di vestirsi. Il verbo spogliare significa togliere i vestiti. Tutti noi la sera, prima di andare a letto, ci spogliamo, cioè ci togliamo le spoglie, ci togliamo i vestiti, ciò che ci ricopre.

Queste sono le spoglie, termine molto usato tra l’altro nella poesia. Spogliare quindi significa togliere le spoglie, e spogliarsi significa togliersi le spoglie.

Le mentite spoglie sono quindi le false spoglie, cioè i falsi vestiti, quindi agire sotto mentite spoglie significa comportarsi come se fossimo un’altra persona. Quindi “mentite” quindi vuol dire false. È una parola che viene usata solo per questa frase. Esclusivamente per la frase: agire sotto mentite spoglie.

Mentite è usato come aggettivo: le spoglie sono mentite. È come dire “i vestiti che indossa non sono veramente i suoi”.

La parola “sotto” rappresenta il fatto che la persona che agisce sotto mentite spoglie indossa un vestito, le spoglie appunto, quindi la persona si trova sotto le spoglie, agisce coperto da queste spoglie, sta sotto, sta nascosto.

Infine c’è la parola “spoglie”: le mentite spoglie.

Attenzione perché la parola spoglie è una parola che può significare anche cadavere, cioè il corpo di una persona morta, non più viva. In questo caso si parla di “spoglie mortali“. E’ la stessa cosa che dire salma, cadavere.

Ma perché un cadavere si chiama anche spoglia? Semplicemente perché la religione cattolica vuole che il corpo sia la veste mortale dell’anima. Il nostro corpo è il vestito della nostra anima. Per questo il nostro corpo, quando non è più vivo, diventa una spoglia mortale.

C’è in particolare una poesia di Alessandro Manzoni, il grande poeta italiano, una poesia dal titolo “il 5 maggio“, dedicata a Napoleone Bonaparte, che inizia così:

Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro

Manzoni in questa poesia parla di Napoleone Bonaparte e della sua morte, avvenuta proprio il giorno 5 maggio (dell’anno 1821), e parla del corpo di Napoleone, della sua salma, della sua spoglia, appunto.

La spoglia, quindi il corpo senza vita di Napoleone, dopo il mortal sospiro, cioè dopo l’ultimo respiro, quello mortale, stava immemore, cioè stava senza più ricordi, senza memoria (immemore). Stette la spoglia immemore… molto bello come verso.

Tornando a noi, chi agisce sotto mentite spoglie agisce quindi “sotto falso nome“, finge di essere qualcun altro, e questo qualcun altro potrebbe anche essere non una persona precisa, ma solo un tipo di persona, come un medico, un avvocato eccetera, non quindi una persona precisa.

Quindi quando si parla di “mentite spoglie” si parla di “false spoglie”, di “falsi vestiti”, di “falsa identità”. La falsità – è così che si chiama la caratteristica delle cose false, o delle persone false – in generale, è una caratteristica molto negativa, soprattutto se viene associata ad una persona. Una persona falsa è una persona che non dice mai la verità, una persona che dice cose false, non vere. Il falso quindi mente con le parole e col comportamento.

Anche la finzione è un altro modo di nascondere la verità (come la falsità) ed è relativo solo al comportamento. Ovviamente chi finge col comportamento, spesso lo fa anche con le parole: dice bugie, e se serve dice anche menzogne. Ma il termine finzione si riferisce al comportamento: io posso fingere di essere un medico, oppure fingo di essere un ingegnere, o magari fingo di comportarmi bene, eccetera. La finzione ovviamente è falsa, ma la falsità ha sicuramente un significato molto più negativo della finzione. La finzione può anche essere un gioco: l’attore finge ad esempio, ma gli attori non sono falsi. La falsità è una caratteristica delle persone, la finzione invece, pur essendo un atteggiamento falso o simulato, può anche essere un gioco, oppure il frutto dall’immaginazione e dalla fantasia.

Con la falsità e con la finzione si può fare, se occorre, anche una “falsa testimonianza”. Questo è un altro termine legato all’argomento di oggi.

Che significa fare falsa testimonianza? Una testimonianza è una dichiarazione con la quale si dice, si dichiara, cioè si afferma, e quindi si testimonia di aver visto o ascoltato delle cose. Ad esempio si dice di essere stati presenti quando è avvenuto un fatto. In questo caso si dice di essere stati testimoni di un fatto, di aver assistito ad un evento o di aver ascoltato qualcosa.

Una falsa testimonianza quindi è una affermazione falsa, una dichiarazione falsa, non vera. Posso anche dire una dichiarazione mendace. Mendace è un termine particolare e più usato nella giustizia. Nei processi e nelle aule di tribunale.

Una dichiarazione può essere mendace? Sì, può esserlo. Ovviamente questa è una dichiarazione falsa.

Una persona può essere mendace? Sì, anche una persona può esserlo. E questa persona è una persona bugiarda, o un menzognero.

Quindi anche chi fa una falsa testimonianza, cioè una dichiarazione mendace, è un testimone mendace. Chi fa una falsa testimonianza è un bugiardo, un mentitore (si può chiamare anche così chi mente, la persona che mente). La falsa testimonianza e la dichiarazione mendace si usano quasi esclusivamente nei processi, nelle aule di tribunale, d’altronde è lì che i testimoni possono fare le loro dichiarazioni, le loro testimonianze. Se queste sono false allora si è in presenza di una falsa testimonianza e di dichiarazioni mendaci.

Poi è interessante anche il fatto che un modo particolare di dire bugie è farlo in modo fantasioso, ed in questo caso si può organizzare una vera e propria storia, fatta di avvenimenti, di cose, di persone, insomma chi fa questo si dice che racconta delle storie.

Voi mi direte: ma io spesso ho raccontato delle storie ai miei figli, prima di andare a letto. Queste non sono bugie giusto?

Giusto, dico io, infatti raccontare delle storie ha un doppio significato. Quello figurato si usa spesso in famiglia e significa appunto dire bugie sotto forma di racconti.

Non mi raccontare storie!

Dice il padre al figlio, ad esempio, quando il figlio si inventa delle scuse per giustificare il proprio comportamento.

Non hai fatto i compiti oggi? Come mai? Dice il maestro al bambino.

Beh, veramente… Sono stato malato.

Se questa è la risposta del bambino, la maestra risponde:

Non mi raccontare storie! Di’ la verità!

Chi racconta storie quindi può farlo in senso proprio, nel senso vero della frase, quando si raccontano delle storie ai bambini la sera prima di andare a letto per farli addormentare, oppure, in senso figurato, chi racconta storie è colui che inventa degli avvenimenti, delle storie, per giustificarsi. In questo caso si tratta di bugie.

Vediamo adesso un verbo simile a mentire. Sto parlando del verbo “dissimulare”. Molto ricercato ed elegante come verbo, senza dubbio.

Dissimulare significa nascondere, “fare finta” (o far finta). Quindi si tratta di una bugia del comportamento.

Quando una persona dissimula, allora sta fingendo, ed in particolare l’accento è sul nascondere qualcosa. Chi dissimula vuole evitare che le proprie intenzioni, le vere intenzioni, escano fuori, emergano, oppure che emergano le proprie emozioni, o la propria sorpresa. Insomma vuole nascondere qualcosa, qualcosa di sé: un’emozione, una sensazione.

Quindi dissimulare è quasi come fingere, ma mentre fingere pone l’attenzione sulla falsità del comportamento, dissimulare pone più attenzione sulla volontà di nascondere ed inoltre è più professionale di fingere. Indubbiamente è più ricercato e professionale.

Se io voglio evitare che gli altri si accorgano della verità, allora posso fingere, ad esempio, di non odiare una persona, quando invece io provo dell’odio verso quella persona, ma non voglio che l’odio traspaia, che si veda; allora cerco di dissimulare l’odio. Cosa sto facendo? Sto nascondendo l’odio, sto dissimulando l’odio. E’ la stessa cosa.

Secondo esempio: Posso nascondere di essere una persona ansiosa, allora dissimulo l’ansia.

Terzo esempio: Se mi fanno un regalo per il mio compleanno e il regalo non mi piace, allora voglio fingere che il regalo invece mi piaccia. Allora dissimulo il dispiacere, cioè nascondo il dispiacere.

Notate che dissimulare è, contrariamente a mentire, un verbo transitivo, e questo significa che occorre specificare cosa viene dissimulato. Bisogna specificare la cosa che si nasconde.

Spesso però si usa anche senza specificare, al posto di nascondere. Ad esempio posso dire che un attore deve essere bravo a dissimulare. ok?

Se uso questo verbo mostro sicuramente una conoscenza dell’italiano più profonda. Diciamo che se voglio parlare in modo più ricercato, più forbito, in modo più elegante, posso usare il verbo dissimulare, che deriva dalla parola dissimile, cioè il contrario di simile. Dissimulare è rendere dissimile, quindi rendere diverso, mostrare, far apprezzare qualcosa in modo diverso dalla realtà. In una sola parola dissimulare.

Quindi nascondere la realtà può essere espresso in modi diversi, a seconda della cosa che si vuole nascondere o del motivo. Infatti abbiamo detto che mentire equivale a dire bugie ed il focus, l’attenzione, è sulla bugia. La menzogna è invece una bugia il cui obiettivo è danneggiare qualcuno, mentre dissimulare equivale a fingere; entrambi i verbi sono relativi al comportamento, ma fingere pone l’attenzione sulla finzione, sulla falsità del comportamento, mentre dissimulare sul fatto che si nasconde un sentimento, una sensazione. Abbiamo anche visto la “falsa testimonianza” e la “dichiarazione mendace”, espressioni simili, il cui focus è sulle parole e non sui comportamenti, e che sono perlopiù usate nelle aule di tribunale. Una bella varietà di espressioni quindi.

L’espressione di oggi era più relativa al comportamento che alle parole: “agire sotto mentite spoglie”.

Ci sono poi anche altri termini. Infatti c’è un verbo particolare che può essere associato alle menzogne, che come vi ho detto sono le bugie che hanno come obiettivo accusare qualcuno.

Il verbo in questione è “occultare“. Questo è un verbo che si usa molto quando c’è un reato, nelle indagini quindi, quando c’è quindi un reato, in cui una persona nasconde, cioè occulta qualcosa. Occultare e nascondere hanno lo stesso significato, ma occultare è nascondere per fini illeciti, nascondere per fare una cosa che non si può fare. Occultare è rendere qualcosa occulto, cioè nascosto o non visibile ma spesso si fa un reato, si infrange la legge.

Si può occultare un documento importante quindi, ma si può semplicemente anche occultare la verità, che quindi significa mantenere segreta la verità, non rivelare la verità.

Occultare ha a che fare anche con la vista, con gli occhi. Quindi posso dire che un muro costruito di fronte alla finestra occulta il giardino: non riesco più a vedere il giardino dalla finestra di casa perché c’è questo muro che occulta il giardino. Però è un verbo che a me, personalmente non piace perché c’è un senso fortemente negativo: è troppo usato nei reati contro la legge.

Se parliamo di vista, di nascondere qualcosa alla vista è invece molto più adatto un altro verbo, il verbo “celare“, molto simile ad occultare ma molto usato sia nei libri e nelle poesie anche. Non molto usato nella vita quotidiana a dire il vero.

Celare è esattamente “sottrarre alla vista”, “nascondere alla vista”.

Si può quindi celare il giardino alla vista mediante un muro, oppure posso dire che, in una giornata nuvolosa:

Le nuvole celano il sole.

Posso anche celare il mio volto dietro una maschera: se indosso una maschera sul viso tale da non essere riconosciuto, sto celando il mio vero volto, sto celando la mia vera identità.

Sentite come è bello questo verbo e come è gradevole all’udito.

Anche se usato in contesti negativi può riuscire ad attenuare i dissapori. Se siete accusati di qualcosa (immaginate di essere accusati di aver nascosto la verità) potete rispondere: non voglio celare la verità! Lungi da me l’intenzione di celarvi la verità! E’ molto gradevole all’udito e direi anche più convincente.

Dicevo che questo è un verbo che è molto usato nella poesia:

non celare i segreti del tuo cuore“, si potrebbe dire ad un amico, oppure: “non celare i tuoi sentimenti“, il che è come dire “non nascondere i tuoi sentimenti, rivela i tuoi sentimenti, non li nascondere, non li celare”.

Altri due verbi interessanti, ma molto meno poetici sono “mascherare” e “camuffare”.

Mascherare si usa spesso in contesti in cui c’è da nascondere qualcosa, come occultare, ma è molto meno legato alla giustizia. Mascherare infatti deriva da maschera, e si usa pertanto anche a Carnevale, che è la festa in cui ognuno, se vuole, si maschera, si traveste. A Carnevale ci si maschera, cioè si indossa un vestito per non essere riconosciuti, e solitamente ci si maschera indossando anche una maschera, che serve a coprire il volto, una maschera di un personaggio noto ad esempio.

Ma in questo caso, se ci mascheriamo, non stiamo “agendo sotto mentite spoglie”, perché è Carnevale, ed è concesso quindi travestirsi, mascherarsi per nascondere la propria identità. Non sto mentendo a nessuno in realtà. Non si tratta di bugie.

Si possono poi anche mascherare i propri sentimenti, come celare, ma è sicuramente meno poetico.

Camuffare invece è come mascherare, ma è meno divertente. Posso anche usare camuffare al posto di mascherare ma è improprio. C’è infatti una volontà di nascondere che non ha un fine divertente. Camuffare significa quindi truccare, travestire, trasformare, quindi anche mascherare, in modo che qualcosa o qualcuno non si riconosca. Quindi la persona che si camuffa per sembrare qualcun altro sta sicuramente agendo sotto mentite spoglie. Il fine è imbrogliare il prossimo, la finalità non è amichevole, non è divertente ma intenzionalmente finalizzata a imbrogliare, a “fregare” il prossimo.

Posso anche camuffare un’automobile, cambiando il motore in uno più potente.

Posso camuffare però anche delle intenzioni. Quindi camuffare è un po’ come dissimulare: però dissimulare è più elegante e si applica sempre a qualcosa di intangibile, come l’odio e la speranza, (non sono oggetti)come abbiamo visto, invece camuffare è meno elegante e si usa più in senso negativo.

Un altro verbo mai usato dagli stranieri ma anch’esso molto elegante è “edulcorare”.

Anche edulcorare ha a che fare con la verità e con il nascondimento della verità.

Tra i termini e verbi visti oggi, edulcorare è vicino ad “alterare la verità”, e anche a “dire una mezza verità”. Quindi anche edulcorare ha a che fare con la modifica. Quando uso edulcorare voglio in particolare far sembrare qualcosa migliore. Questa è la caratteristica di edulcorare.

L’intenzione è quella di presentare qualcosa come meno grave o meno sgradevole di quanto sia effettivamente nella realtà.

E’ una bugia? Non necessariamente si tratta di una vera bugia. Spesso è solamente un modo di attenuare qualcosa.

Facciamo alcuni esempi.

Sono un bambino di 6 anni ed ho fatto qualcosa di sbagliato. Ora devo dirlo a mia madre, magari ho paura che lei mi sgridi, che mi rimproveri, allora mia madre, che mi conosce bene, mi dice:

Dimmi tutta la verità, cosa hai fatto? E cerca di non edulcorare la realtà!

“Cosa?” risponde il figlio.

I bambini non conoscono questo verbo e quindi chiede spiegazioni. Giustamente.

Allora la madre si spiega bene:

Cerca di dire esattamente le cose come sono avvenute, senza modifiche. Non edulcorare la realtà a tuo favore!

Facciamo altri esempi:

Se voglio vivere gli ultimi anni della mia vita in modo felice, per edulcorare le sofferenze della vecchiaia, posso trasferirmi in Italia.

In questo caso le sofferenze vengono edulcorate, quindi è come dire attenuate, ridotte, ma edulcorare è rendere più dolce.

Infatti il verbo deriva da dolcezza, (dulcis) e si utilizza anche in senso proprio al posto di dolcificare, rendere dolce, addolcire. Infatti c’è, esiste l’edulcorante, che è una sostanza che serve per addolcire una bevanda. Si può mettere nel caffè ad esempio.

La maggioranza delle volte però edulcorare si usa in senso figurato, per mitigare, attenuare qualcosa nella sua gravità. Una cosa edulcorata è più dolce, meno grave, perché è stata modificata, è stata resa più dolce, come la vecchiaia se la passiamo in Italia 🙂

Si usa spesso in modo figurato anche quando si parla di “stile edulcorato“. Le persone che hanno uno stile edulcorato sono generalmente molto calme, e tutto sembra meno grave, più dolce, se detto da queste persone, che usano espressioni edulcorate, tranquillizzanti. Anche questo è un verbo che vi consiglio caldamente di utilizzare.

Posso usare edulcorare anche in un contesto negativo, come “occultare”, come “dichiarazione mendace” e come “falsa testimonianza”. Infatti anche edulcorare si usa spesso nelle aule di tribunale, quando un testimone può cercare di far sembrare qualcosa meno grave.  Il testimone può infatti “presentare una versione edulcorata dei fatti. I fatti, certi fatti, certi avvenimenti, certi accadimenti, vengono presentati in modo meno grave, in modo edulcorato: si presenta una versione edulcorata di alcuni fatti.

 

Per concludere c’è il verbo “sottacere“. L’ultimo verbo della lezione. Sottacere non ha nulla a che fare con i “sottaceti”, che sono delle verdure che si mettono in un contenitore con dell’aceto. I sottaceti si mangiano quindi. Sottacere invece è un verbo!

Qual è la caratteristica del verbo sottacere?

Anche sottacere, come edulcorare, è simile a “dire una mezza verità”, ed infatti contiene “tacere“, che vuol dire stare zitti, non parlare. Sottacere significa “non dire”, cioè omettere di dire, omettere di dire qualcosa in modo intenzionale. Quindi quando si omette di dire qualcosa, quando non si dice qualcosa di importante, si sta sottacendo, cioè si stanno omettendo fatti o circostanze particolari e rilevanti. Non si tratta di far sembrare migliore, come edulcorare, ma semplicemente di non dire qualcosa.

Quando si sottace, è come dire che si “passa sotto silenzio“. Infatti sottacere contiene tacere ma contiene anche “sotto”: sottacere = tacere sotto, nel senso di nascondere.

Cosa può essere sottaciuto?

Beh, posso fare alcuni esempi. Posso dire ad esempio che se parliamo di apprendimento della lingua italiana, non posso sottacere l’importanza della ripetizione dell’ascolto: prima regola d’oro: la ripetizione, cioè ascoltare più volte non può essere sottaciuto. Se lo sottacessi vi farei un torto e non sarei un buon professore di italiano.

Non posso neanche sottacervi che occorre anche praticare la lingua per imparare a comunicare in italiano. Se vi avessi sottaciuto questo non avrei creato dei gruppi su Whatsapp per parlare italiano. Non vi sottaccio neanche che questo episodio sta diventando un po’ troppo lungo (non ve lo sottaccio) e la vostra attenzione potrebbe calare.

Seppure ve lo avessi sottaciuto sarebbe stata comunque una bugia a fin di bene. A proposito, questa particolare categoria di bugie sono, appunto, a fin di bene, sono cioè finalizzate a far del bene (fin è l’abbreviazione di fine, cioè finalità, scopo, obiettivo). Non sempre quindi sottacere qualcosa può essere negativo, anche se c’è chi afferma che è sempre meglio essere sinceri. Io sono della teoria delle bugie a fin di bene.

Quindi facciamo un breve esercizio di ripetizione prima di lasciarvi.

agire sotto mentite spoglie

agire sotto mentite spoglie

nascondere la verità

mentire

dire bugie

menzogne

non dire menzogne!

menzognero

falsa testimonianza

dichiarazione mendace

sottacere

sottacere la verità

omettere

 

alterare la verità

dire una mezza verità

mascherare la verità

camuffare

raccontare storie

celare la verità

edulcorare

presentare una versione edulcorata dei fatti

..

dissimulare

 

maja verita
I verbi delle bugie. Immagine fornita da Maja (Polonia)

 

Questo episodio è terminato. Grazie a tutti e grazie ai donatori, ancora una volta, che aiutano Italiano Semplicemente. E’ grazie a loro che si sostiene Italiano Semplicemente e che tutti gli stranieri possano usufruire dei nostri podcast. La Germania ed il Brasile sono i paesi più generosi ma molte persone in molti paesi non hanno le possibilità tecniche (ed economiche) per donare. Fortunatamente però anche in questi paesi è possibile ascoltare gli episodi di Italiano Semplicemente.

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Ciao a tutti.

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