Avere la faccia di bronzo

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Ecco qua amici, ancora una volta, cari membri della famiglia di Italiano Semplicemente.

Oggi ci divertiamo un po’, che ne dite? Ci divertiamo e nello stesso tempo impariamo delle parole nuove. Ed oggi ce ne sono molte di parole nuove. L’argomento è quello delle relazioni sociali.

Oggi infatti parliamo di “facce“. Cosa sono le facce?

Facce è il plurale di “faccia”, e tutti noi ne abbiamo una! Come sapete la faccia è una parola con la quale si indica il viso, cioè la parte anteriore della vostra testa in cui si trovano i vostri due occhi, il vostro naso (uno, in questo caso), le vostre due guance, una a destra e una a sinistra, la vostra fronte, ed anche il vostro mento. Per non parlare delle ciglia, le sopracciglia e delle orecchie, che stanno a fianco del vostro viso.

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Ebbene la “faccia”, la parola faccia non è proprio identica alla parola “viso”, in quanto la faccia è utilizzata non solo per indicare le caratteristiche fisiche di una persona, ma soprattutto quelle morali. La faccia è una di quelle parole italiane che si trovano in moltissime espressioni idiomatiche.

Una di queste è “avere la faccia di bronzo“.

Cosa significa questa espressione?

Beh, intanto spieghiamo cosa è il bronzo. Il bronzo è un metallo, anzi, a dire il vero Il bronzo è una “lega” di metalli. Infatti per fare il bronzo occorrono due metalli: del “rame” e un altro metallo che si chiama “stagno“. Una lega di due metalli è quindi quello che si ottiene quando due metalli si fondono tra loro, si uniscono. Unendo, o meglio fondendo il rame con lo stagno si ottiene il bronzo.

Se vi dico la frase “Bronzi di Riace” non vi dice nulla? Mai sentiti nominare i Bronzi di Riace? I Bronzi di Riace sono due statue, due bellissime e famosissime statue, che sono state trovate in mare in Italia, nel sud dell’Italia qualche anno fa e che sono fatte interamente di bronzo, un materiale che ha molte ottime proprietà come una alta resistenza alla corrosione, ed inoltre il bronzo è molto duttile e malleabile: si riesce bene a lavorare senza troppi problemi.

I Bronzi di Riace sono state ritrovate in eccezionale stato di conservazione, a riprova della proprietà del bronzo di saper resistere alla corrosione, specie quella dell’acqua del mare.

I Bronzi di Riace sono stati rinvenuti nel 1972 ma risalgono al V secolo avanti Cristo, quindi hanno resistito alla corrosione del mare per circa 2500 anni. Se capitate a Reggio Calabria vi consiglio caldamente di andate a vedere i Bronzi di Riace.

Ebbene, queste due statue, possiamo sicuramente dire che hanno la faccia di bronzo, ma quando si usa questa espressione in realtà non ci si riferisce alla composizione fisica della nostra faccia; non stiamo parlando del materiale con cui è fatto la nostra faccia, cioè il nostro viso.

Ci riferiamo invece ad una qualità morale, ad una caratteristica umana, ad un aspetto relativo al comportamento.

Chi sono dunque le persone che hanno la faccia di bronzo. Si tratta delle persone che possiamo anche chiamare sfrontate, spudorate, sfacciate, capaci di azioni riprovevoli senza rimorsi, che non si vergognano di nulla e non arrossiscono mai, proprio come se fosse di metallo, come se fosse di bronzo!

Il bronzo è un materiale resistente alla corrosione abbiamo detto giusto? Ebbene se una persona ha la faccia di bronzo allora questa persona è capace a mantenere inalterata una espressione facciale anche in circostanze particolari, circostanze in cui normalmente una persona diventa rossa, cioè arrossisce, oppure si vergogna per aver fatto qualcosa di moralmente non accettabile. Insomma, in situazioni difficili, poche persone riescono a rimanere del tutto impassibili, specie quando ci sono delle colpe, quando si è colpevoli di qualcosa, quando si è fatto qualcosa di sbagliato e per cui ci si dovrebbe pentire, o quantomeno vergognare.

Ed invece le persone che hanno la faccia di bronzo no! Loro sono persone “sfacciate“. Notate bene questo aggettivo: “sfacciate” significa senza faccia, cioè prive di faccia. Ovviamente si tratta di una immagine. Queste persone sono “spudorate“, cioè senza pudore, senza vergogna, senza ritegno. Queste persone sono “sfrontate” cioè senza fronte – anche questa è un’immagine. La sfrontatezza è quell’atteggiamento o quel comportamento insolente, impudente. Spesso si sente dire:

Quella persona è di una sfrontatezza incredibile“, quando si parla appunto di persone spudorate, sfacciate, senza vergogna, senza pudore, senza faccia.

Chi ha la faccia di bronzo quindi ha il coraggio di fare delle cose che sono moralmente inaccettabili e di farle con una naturalezza sconcertante, con una naturalezza che sembra strana agli occhi delle persone normali:

Ma guarda che faccia di bronzo!

E’ questa la frase che viene spontanea di fronte a queste persone.

Notate poi come le parole sfrontatezza, spudoratezza e sfacciataggine, iniziano tutte con la lettera “s” e questo si fa spesso quando si vuole indicare la mancanza di qualcosa. In questo caso quello che manca è il pudore (le persone spudorate), la fronte (le persone sfrontate) e la faccia (le persone sfacciate).

Il senso è sempre negativo ovviamente. Si tratta di apprezzamenti, di giudizi rivolti a persone che stupiscono in negativo per come reagiscono in specifiche circostanze.

Si vuole pertanto comunicare una qualità morale negativa; questo senza dubbio.

Volevo poi soffermarmi sulla preposizione semplice “di” presente nell’espressione “avere la faccia di bronzo”: “di bronzo”: è la faccia ad essere “di bronzo”.

Usiamo questa preposizione perché in genere indichiamo un materiale: la faccia è fatta di bronzo. Così come il tavolo è fatto di legno, il maglione è di lana e il cucchiaio è di ferro.

Nelle espressioni idiomatiche si usano spesso le preposizioni semplici. Ognuna ovviamente ha le sue caratteristiche. Poi ce ne sono moltissime di espressioni che contengono la parola “faccia”.

Vediamo ad esempio che l’espressione “avere una faccia da schiaffi” contiene la preposizione “da”. La faccia da schiaffi è una faccia che merita schiaffi, una faccia che merita di essere schiaffeggiata. Qui usiamo “da” perché è come dire: questa ragazza è da baciare, questa persona è da conoscere, questo bambino è da apprezzare per la sua generosità eccetera.

Poi c’è anche “Stare faccia a faccia” in cui si utilizza la preposizione “a”;

Dire qualcosa in faccia a qualcuno” utilizza la preposizione “in”;

poi c’è anche “per la tua bella faccia” in cui si utilizza “per”;

Diciamo che in generale ascoltare le spiegazioni delle idiomatiche è un modo interessante per capire come si usano le preposizioni semplici.

Vediamo alcuni esempi di utilizzo dell’espressione di oggi: “avere la faccia di bronzo

Ammettiamo ad esempio che mio figlio faccia un dispetto, una marachella, cioè un dispetto, uno scherzo, un atto di furbizia ad esempio. Io, che sono il padre, mi accorgo di questo, lo vedo con i miei occhi, io mi accorgo di questa marachella, e lui, mio figlio, nonostante tutto, nega. Lui dice: “non è vero papà, non sono stato io. Io non ho fatto nessuno scherzo”, dice mio figlio guardandomi dritto negli occhi con una espressione seria.

Hai proprio una faccia di bronzo“, gli rispondo io.

Quello che sto dicendo a mio figlio è che lui ha il coraggio di negare, ha il coraggio di dire che non è stato lui a fare questa marachella, nonostante che io lo abbia visto con i miei occhi.

Ha proprio una faccia di bronzo mio figlio, proprio una bella “faccia tosta“.

Questo è un altro modo molto usato per esprimere lo stesso concetto: “quella faccia tosta di mio figlio ha negato di aver fatto una marachella!”.

Quando dico una marachella voglio dire una cosa poco grave, un atto poco lecito ma in fondo non cattivo.

La “faccia tosta” quindi è la stessa cosa della “faccia di bronzo“. La faccia tosta è più familiare, si usa più spesso in famiglia, mentre la faccia di bronzo è un pochino più ricercato.

Si sta però sempre parlando di persone sfrontate, sfacciate. Ci sono in realtà delle differenze tra avere una faccia di bronzo e essere sfacciati, spudorati e sfrontati. Anche se questo non lo troverete nei dizionari provo a  darvi una spiegazione facendo alcuni esempi.

Nel caso di mio figlio e dell’esempio precedente non userei il termine “spudorato” perché i bambini, almeno fino ad una certa età, diciamo fino alla soglia dei 3 o quattro anni possiamo dire che non hanno un vero senso del pudore. Solo più tardi nasce nel bambino il desiderio di un minimo di intimità. Il pudore infatti non è esattamente come la vergogna. Il pudore è, possiamo dire,  il senso di intimità fisica di una persona.

Spieghiamo innanzitutto quindi la differenza tra vergogna e pudore.

Intorno ai 3, 4 anni i bambini iniziano ad acquisire consapevolezza di sé stessi e a capire diciamo i confini e le differenze tra il proprio corpo e quello degli altri. Il pudore inizia quindi a svilupparsi proprio durante questa presa di coscienza. La vergogna invece è più generale come concetto: si può provare vergogna per mille motivi diversi, non solo per motivi legati al proprio corpo ed ai propri sentimenti.

Un ladro ad esempio potrebbe pentirsi di aver rubato e provare vergogna: il ladro si vergogna, prova vergogna per aver rubato.

Allo stesso modo un politico corrotto si può pentire, anche lui, potrebbe provare vergogna per il suo passato da corrotto. Questo non accade mai nella realtà ma sarebbe sicuramente una buona cosa se ogni tanto accadesse!

In tali rarissimi casi il politico, come il ladro, prima di pentirsi non ammette naturalmente le sue ruberie. Non ammette di aver rubato prima del pentimento. Nega sempre, anche di fronte all’evidenza, anche cioè quando è evidente: e ci vuole una bella faccia tosta sicuramente per negare anche davanti all’evidenza. Ci vuole una bella faccia di bronzo!

Poi il politico si pente, ammette di aver sbagliato e si vergogna del suo passato. Non posso certamente dire che prova pudore del suo passato! Quindi la vergogna e il pudore non sono la stessa cosa.

La sfrontatezza è come abbiamo visto, anch’esso un termine simile, ma essere una persona sfrontata è peggio che avere semplicemente una faccia di bronzo. Il comportamento di una persona sfrontata è non solo sfacciato, ma è anche irriverente e insolente poiché si manca di rispetto alle persone.  E’ anche un atteggiamento arrogante, perché esprime un senso di superiorità nei confronti del prossimo. Lo sfrontato è arrogante perché non tiene in nessun conto di suggerimenti, proposte o richieste che arrivano dalle altre persone. E questa arroganza si manifesta con un costante disdegno e con una irritante altezzosità. Una persona sfrontata pertanto è anche altezzosa, una persona cioè boriosa, piena di boria e presunzione, specialmente nei rapporti sociali, nelle relazioni con le altre persone: “io sono meglio degli altri!”

Avere la faccia di bronzo abbiamo detto è meno familiare di avere la faccia tosta, che è più familiare. C’è un modo poi ancora più in uso in famiglia, un modo un po’ sgarbato, un po’ maleducato ed anche offensivo. Stiamo parlando di “avere la faccia come il sedere” oppure “avere la faccia come il culo“, dove,  la parola “culo” come tutti voi saprete, rappresenta il sedere, anche se questa (culo) è una parolaccia usata in molti modi diversi nella lingua italiana. Potrei dedicare un episodio di un paio d’ore a riguardo 🙂

Infine la “sfacciataggine” è, secondo me, meno grave della sfrontatezza e leggermente diverso anche dalla  spudoratezza. Il pudore è più intimo e pertanto non avere pudore (cioè essere spudorati) sembra a prima vista più grave di essere sfacciati.

Ad ogni modo queste riflessioni piene di particolari che vi sto facendo devono servire solamente a farvi riflettere un po’ sui termini e soprattutto ad esercitare l’ascolto. Magari adesso ricorderete meglio il significato dell’espressione di oggi: “avere la faccia di bronzo”.

Esercitiamo la voce invece adesso: un piccolo esercizio di ripetizione, che ne dite?

Bronzo

Faccia di Bronzo

Avere la faccia di bronzo

Hai proprio una faccia di bronzo!

Io non ho la faccia di bronzo, sono molto timido!

Grazie a tutti anche delle vostre generose donazioni e ci vediamo il prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

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Essere in gamba

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Pubblichiamo questo episodio per rispondere ad una domanda di Eduardo

Trascrizione

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Ciao, sono Ludovica. Oggi con me ci sono mia figlia Bianca e la sua amica Dana. Stanno facendo i compiti insieme…

Mamma il nostro progetto sulle risorse energetiche è piaciuto molto al professore.

Brave, siete proprio delle ragazzine in gamba!

Come si capisce l’espressione “essere in gamba” in questo senso significa essere bravi, capaci, un po’ in generale ed è usato con valore attributivo cioè che qualifica la persona a cui si riferisce.

Ma perché in gamba? che c’entrano le gambe con l’essere bravi?

In effetti quello appena descritto è una derivazione del significato originario della formula, quello che indica chi gode di buona salute: chi sta male è spesso costretto a letto e le gambe non le può utilizzare.

In quest’ambito l’espressione viene usata anche come augurio di di pronta guarigione: si dice “in gamba mi raccomando” come per dire “guarisci presto” oppure in generale “stammi bene”.

Capito che c’entrano le gambe?

Sì per tornare a rialzarsi e tornare in forma.

Esatto, per rimettersi in buona salute e poter stare in piedi per conto proprio.

Quindi se mi rialzo sulle mie gambe posso ricominciare a fare le cose da sola senza l’aiuto di nessuno e tornare ad usare le mie capacità”.

Sì. Come si vede il significato principale dell’espressione essere in gamba si estende all’altro figurato di persona di valore, con delle capacità, intelligente ed efficiente.

Una persona in gamba é una persona dotata di abilità,che è grado di reggersi in piedi ed affrontare le difficoltà in autonomia.

Che dite, ripetiamo di insieme? Dai…

Ho finito tutto il lavoro, ammettilo, sono in gamba!

Ma sei davvero in gamba! Hai vinto ancora!

Lui è proprio in gamba, lo assumeremo certamente.

Dateci un’altra possibilità, noi siamo in gamba!

Visto che voi siete tanto in gamba, aiutatemi..

Loro sono più in gamba di noi in questo lavoro.

Ok, amici. Vi saluto per ora.. ah, in gamba eh!

Il bambino farfalla: una storia emozionante. Ripasso verbi professionali (1-25)

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Trascrizione

Oggi, cari amici di Italiano Semplicemente voglio raccontarvi una storia.

Durante questa storia vedremo alcuni termini e verbi particolari ed anche qualche espressione italiana. Inoltre faremo un ripasso di alcuni verbi professionali che abbiamo imparato finora nel corso di Italiano Professionale. Alla fine di questo episodio vi ripeterò brevemente tutte le frasi in cui ho utilizzato i verbi spiegati nel corso di Italiano Professionale.

Si tratta di una storia a lieto fine che ha come protagonista un bambino originario della Siria che aveva una brutta malattia. Il protagonista di questa storia è quindi un bambino siriano.

Quando si parla di storie a lieto fine significa che le storie finiscono bene, che hanno una fine lieta, cioè positiva, piacevole. Una fine lieta è un lieto fine. Fine è una parola, un sostantivo italiano che è sia femminile che maschile: la fine, il fine.

La storia però iniziava veramente male. Il bambino infatti aveva una bruttissima malattia genetica.

Per causa di questa malattia il bambino aveva perso quasi tutta la pelle. La malattia gli provocava enormi sofferenze naturalmente ed era continuamente a rischio infezione. Come potete immaginare il dolore era insopportabile.

I medici così, per poter alleviare le sofferenze a questo bambino  decisero di provocargli il coma. Alleviare le sofferenze significa rendere le sofferenze minori, renderle più lievi (alleviarle), renderle più tollerabili; attenuarle quindi.

Successivamente, i medici gli hanno trapiantato della pelle nuova. Ora il bambino è tornato a scuola e ha una vita normale.

È proprio una bella storia, anzi bellissima direi. Il protagonista è un bambino siriano di 9 anni.

Non vive in Italia, né in Siria, bensì in Germania con la sua famiglia numerosa. Bensì è una congiunzione poco usata, soprattutto dagli stranieri. Equivale a “ma”, “invece”, “anzi”, e si usa quando in precedenza abbiamo usato una negazione: non viveva in Italia, né in Siria, bensì in Germania.

Il bambino che viveva in Germania soffriva di una rara malattia genetica, una malattia dei suoi geni. Il gene è l’unità fondamentale degli organismi viventi. Tutti gli esseri viventi, non solamente gli esseri umani hanno i geni, ed i geni umani vengono ereditati dai nostri genitori. Non si tratta quindi di una malattia contratta per contagio ma di una malattia ereditata.

Fino a due anni fa non era possibile curare questo bambino e come lui tutti gli altri bambini con questa rara patologia.

La sua pelle era fragile come le ali di una farfalla. I bambini come lui sono anche chiamati “bambini dalla pelle di cristallo” o appunto “bambini farfalla”. Questo perché la loro pelle è così delicata che è sufficiente un minimo contatto, basta un minimo contatto per creare delle dolorose lesioni, delle ferite sulla pelle.

I “bambini dalla pelle di cristallo”: Il cristallo è un particolare tipo di vetro, un vetro particolarmente delicato e prezioso.

Il bambino siriano stava morendo, aveva di fatto perso quasi tutta la pelle. Spesso aveva anche infezioni come potete immaginare: le infezioni erano all’ordine del giorno. E quando qualcosa è all’ordine del giorno significa che possono accadere e di fatto accadono più o meno tutti i giorni.

Così la famiglia del ragazzo ha deciso di avvalersi dell’aiuto dei medici, che si sono adoperati per salvargli la vita procurandogli uno stato di coma. Lo stato di coma consiste in uno stato di assenza di coscienza, uno stato di incoscienza. Chi è in coma pertanto è incosciente, non è consapevole  del suo stato e pertanto non avverte neanche alcun dolore. In uno stato di coma i pazienti sono in uno stato di sonno profondo dal quale sembra non essere in grado di svegliarsi. Così i medici gli hanno procurato uno stato di coma. In questo caso il verbo procurare equivale a provocare e anche a indurre: I medici gli hanno provocato, gli hanno indotto, gli hanno procurato uno stato di coma. Un coma pertanto che possiamo chiamare farmacologico, vale a dire non un coma naturale, ma un coma indotto da farmaci, provocato cioè da farmaci.

In questo stato il bambino non sentiva dolore e le infezioni potevano essere meglio tenute sotto controllo da parte dei medici. Ecco il motivo della scelta disposta dai medici. Le infezioni avvengono quando dei batteri o dei virus entrano nel nostro organismo.

La pelle del bambino però doveva essere curata e così il bambino è stato sottoposto ad un trapianto di pelle. E tutto questo è merito della ricerca italiana, che ha permesso di poter produrre in laboratorio una pelle nuova per il bambino. Una pelle che è stata quindi “coltivata” in laboratorio, all’interno di un’Università di Modena alla quale è stato commissionato questo speciale incarico. Una pelle coltivata che è stata corretta dal difetto genetico.

Si parla di pelle “coltivata”, proprio come si usa dire per i terreni e per le piante o anche per gli orti. Una pelle quindi cresciuta in laboratorio, coltivata in laboratorio.

Per quanto riguarda la cura, si tratta di una terapia genetica condotta con cellule staminali epidermiche: la cura è stata condotta con delle cellule staminali epidermiche, cioè cellule dell’epidermide, altro nome della pelle: epidermide. Questo nuovo derma – altro nome ancora della pelle: il derma – è stato quindi trapiantato su gran parte del corpo del bambino. Potete immaginare la difficoltà di questo intervento. Con la parola “trapianto” in genere si indica un intervento chirurgico che prevede la sostituzione di un organo ma in realtà possiamo usarlo anche con i tessuti, come appunto la pelle, che è, tra le altre cose, un vero organo, come il cuore o i polmoni. La pelle, pensate un po’, ricopre una superficie di circa due metri quadrati.

L’intervento predisposto dai medici sul bambino siriano comunque è perfettamente riuscito. Ho detto infatti che la storia è una storia a lieto fine, e per valutare se una storia sia o meno a lieto fine bisogna quindi vedere la fine della storia. Si tratta del primo intervento in assoluto di questo tipo, ed è stato eseguito a Bochum, in Germania, alla fine dell’anno 2015.

Oggi il bambino sta bene, è tornato fortunatamente un bambino come tanti, che può giocare e divertirsi normalmente. I medici quindi sono riusciti con successo ad adempiere la loro delicata missione dopo essersi assunti le responsabilità per questo intervento. Spesso non riusciamo ad apprezzare adeguatamente la normalità con i nostri figli.

Facciamo ora un breve esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me per esercitare la pronuncia.

Si tratta di una storia a lieto fine.

Una malattia genetica

Alleviare le sofferenze

Bensì

Il bambino non vive in Italia, né in Siria, bensì in Germania

Geni, genetica, genitori

Un coma farmacologico

Procurare un coma farmacologico

Pelle, epidermide, derma

Cellule staminali

Coltivare cellule staminali

Coltivare cellule staminali epidermiche

Bene ragazzi spero abbiate gradito questa storia e che abbiate imparato nuovi termini del vocabolario italiano. Su Italiano Semplicemente facciamo spesso storie di questo tipo e ne faremo ancora. Uno dei segreti per imparare una lingua è, non dimentichiamolo mai, provare emozioni, (vedi le sette regole d’oro) ed anche per questo ho scelto questa storia che ritengo veramente emozionante.

Se volete migliorare il vostro italiano ad un livello professionale continuate ad ascoltare le storie di Italiano Semplicemente e non voglio liquidarvi senza ricordarvi che esiste anche un corso di Italiano Professionale che inizierà ufficialmente nel 2018, intorno al mese di marzo.

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I verbi professionali incontrati in questa lezione sono i seguenti:

 

1) rendere: Alleviare le sofferenze significa rendere le sofferenze minori

2) avvalersi: Così la famiglia del ragazzo ha deciso di avvalersi dell’aiuto dei medici,

3) adoperarsi: medici, che si sono adoperati per salvargli la vita procurandogli uno stato di coma.

4) disporre: In questo stato il bambino non sentiva dolore e le infezioni potevano essere tenute meglio sotto controllo da parte dei medici. Ecco il motivo della scelta disposta dai medici.

5) commissionare: La  pelle è stata coltivata in laboratorio all’interno di un’Università di Modena alla quale è stato commissionato questo speciale incarico.

6) predisporre: L’intervento predisposto dai medici sul bambino siriano è perfettamente riuscito.

7) valutare: per valutare se una storia sia o meno a lieto fine bisogna vedere la fine della storia.

8) eseguire: l’intervento è stato eseguito a Bochum, in Germania, alla fine dell’anno 2015.

9) adempiere: I medici sono riusciti con successo ad adempiere la loro delicata missione

10) assumere: I medici si sono assunti le responsabilità per questo intervento.

11) liquidare: non voglio liquidarvi ma adesso è veramente terminato l’episodio.

Ciao a tutti

Che sarà mai

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Descrizione

Una espressione informale simile a “capirai” ed anche a “figurati”. Una domanda? Oppure una esclamazione. Episodio senza trascrizione.

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A mia volta

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, o buonanotte, dipende un po’ dal vostro paese in cui vi trovate in questo momento. Benvenuti su questo nuovo episodio dedicato ad una espressione italiana.

L’espressione è “a mia volta”.

A mia volta è, più che un’espressione idiomatica, una frase che può risultare ostica, cioè difficile da capire per uno straniero.

A mia volta è una frase composta da tre parole.

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“A” è una preposizione semplice, e le preposizioni semplici sono in tutto 9: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

Quindi “A” è una preposizione semplice. Solitamente si usa in molti modi diversi:

1) A me piace studiare italiano. In questo caso “a me” indica la mia persona.

2) Vado a casa. In questo caso “a” serve ad indicare il luogo in cui sto andando: dove vado? Vado “a casa”

3) Un albergo a 5 stelle. L’albergo è a 5 stelle, cioè si tratta di un albergo di una categoria alta. A può sembrare un verbo in questo caso, ma in realtà è una preposizione semplice. Infatti la preposizione “a” non si scrive con la lettera h davanti.

4) A proposito! Avrete sentito spesso questa locuzione italiana. In questo caso la “a” indica la cosa di cui stavate parlando.

5) A mia madre piace il gelato. A chi piace il gelato? A mia madre, è a lei che piace il gelato. Quindi la “a” qui indica mia madre. Lei è la persona a cui piace il gelato.

Inutile stare qui a spiegare tutti gli utilizzi della preposizione a. Non serve questo a capire la frase “a mia volta”. Però era importante capire che la preposizione “a” serve per riferirsi a qualcosa o a qualcuno o a un luogo.

Notate che l’ultima frase che ho detto “a mia madre piace il gelato” contiene anche l’aggettivo possessivo “mia”.

Di chi è la madre? È mia. È mia madre.

Sto indicando mia madre, quindi è mia madre la protagonista. Posso ovviamente dire quindi “a mia madre” ma anche “a mio padre”, “ a mia sorella” eccetera.

Sto indicando una persona in questo caso.

Quindi vediamo cosa succede quando dopo la lettera “a” c’è l’aggettivo possessivo “mia” o “mio”.

Notate intanto che “a”, può anche diventare “al”: al mio gatto piace fare delle passeggiate, al mio posto, tu cosa avresti fatto? Al mio sguardo nessuna ragazza sa resistere! (magari!). In generale, se dite “a mio”, o “a mia” dovete poi aggiungere qualcosa che vi riguarda: mia madre, mio padre, mia sorella eccetera, al mio gatto, eccetera. Qualcosa che appartiene a me, qualcosa che è mio.

Invece, “a mia volta” cosa significa?

La parola “volta” non è una cosa, una persona o un animale che appartiene a me o a qualcun altro.

Infatti di solito quando uso la parola “volta” in italiano è per dire un numero: una volta, due volte, tre volte, eccetera. Si indica una circostanza, una occasione, un momento preciso, un tempo preciso.

Es: quest’estate sono andato al mare 10 volte, tu invece sei andata al mare solamente una volta.

“Volta” però si usa anche in altri modi.

Ad esempio se dico:

E’ andata sempre male, ma questa volta andrà meglio”, “sono andato sempre in montagna, ma questa volta andrò al mare” eccetera. “Volta” quindi dà l’idea di un cambiamento. Finora è andata così, stavolta (cioè questa volta) andrà diversamente.

Un altro modo per usare “volta” è dire ad esempio: “venite uno per volta, venite uno alla volta”, cioè prima venga una persona, poi un’altra persona, uno alla volta, uno dopo l’altro, non tutti insieme quindi. Posso dirlo a dei bambini ad esempio, per farli entrare uno alla volta in una stanza.

Ancora un altro significato: “una volta che hai deciso, poi non potrai più cambiare idea”. In questo caso “una volta che hai deciso” significa “quando hai deciso”, “quando avrai preso una decisione”, in quel momento, non potrai più cambiare idea. Una volta deciso ormai la decisione è presa.

La parola “volta” ha anche altri significati, e, lo avete capito, dipende molto dalle parole che stanno le vicino.

La frase “una volta” ad esempio si usa anche per indicare “tanto tempo fa”, e non solamente per indicare quante volte hai fatto qualcosa. Solitamente se si trova all’inizio della frase, “una volta” significa qualche tempo fa, alcuni anni fa, un numero imprecisato di anni fa.

Es: una volta, quando ero giovane, avevo i capelli rossi.

Una volta mi piaceva andare sulla barca a vela

Una volta amavo moltissimo stare a casa, ora preferisco viaggiare.

Quindi io dico “quando ero giovane”, quindi molto tempo fa, cioè “una volta”. È come dire “un tempo”, o “molti anni or sono”. Si dice anche tcosì.

Molte favole e racconti per bambini iniziano poi con una frase particolare: “c’era una volta”, che equivale all’inglese “one upon a time”. Molte favole iniziano così. In questo caso può significare “tanto tempo fa”, ma questa frase: “c’era una volta” si usa solitamente per indicare che stiamo raccontando una favola, una storia non vera, una cosa frutto della fantasia.

Ok, quindi la parola “volta” ha molti significati.

Ma quello che interessa a noi oggi è “a mia volta”.

Ed allora la frase “a mia volta”? Cosa significa?

La parola “volta” ha qui un altro significato, che è molto simile alla parola “anche”.

Proprio così: se davanti alla parola “volta” c’è “a mia” allora la frase ha un significato simile a “anche io”. A mia volta = anche io, cioè anch’io. Ma anch’io cosa?

Questa è la domanda da fare. Infatti “a mia volta” non è esattamente identico ad anch’io. Non è proprio così. C’è una sottile differenza, sottile, cioè piccola, ma molto importante.

Ad esempio ascoltate la frase.

Oggi vado al mare.

Tu puoi rispondere: “anch’io”.

Quindi tu dici: anch’io vado al mare. In teoria potresti dire: “anche io, a mia volta, vado al mare”.

Oppure puoi rispondere “io, a mia volta, ho deciso di andare in montagna”.

Nel primo caso ho detto “anche io a mia volta”, e nel secondo caso ho detto solamente “a mia volta”. Perché?

Il motivo è che a mia volta non significa esattamente anche io, e non posso, in generale, sostituirlo ad “anch’io”, ma posso, volendo aggiungerlo, come in questo caso: “anch’io, a mia volta, vado al mare”

Vai al mare? “Anche io, a mia volta, vado al mare”

Perché lo faccio? Perché aggiungo “a mia volta” in questa frase?

Lo aggiungo perché voglio creare un legame, un collegamento tra me e te. Tu vai al mare e ci vado anche io.

Voi mi direte: Ma non basta dire “anche io” per creare un legame?

Può bastare infatti, non è obbligatorio aggiungere “a mia volta” in questo caso. Ma qualche volta accade che la frase “a mia volta” si usa non per aggiungere un legame di uguaglianza: “io vado al mare ed anche io vado al mare, come te”.

Infatti nella seconda frase dico: “io, a mia volta, ho deciso di andare in montagna”.

A volte quindi si usa per aggiungere delle informazioni diverse, che riguardano un’altra persona ma stiamo parlando sempre dello stesso argomento. Quindi voglio creare un legame tra la prima frase e la seconda frase.

Facciamo un altro esempio:

Io e te avevamo un appuntamento oggi alle 12 ma poi non ci siamo più incontrati.

Infatti tu hai perso l’autobus e sei arrivato un po’ tardi. Io, a mia volta, ho avuto un problema e non sono potuto più andare all’appuntamento. Quindi io ti ho chiamato ed ho detto: scusami ma non posso venire più all’appuntamento!

Tu a tua volta mi rispondi: “tranquillo, nessun problema, perché anch’io, a mia volta, ho avuto un problema perché ho perso l’autobus”.

Oppure: io chiamo te per dire che non verrò più all’appuntamento e tu, a tua volta, chiami tua madre per dirle che andrai a casa sua.

Oppure: io ti chiamo e ti avviso che non verrò all’appuntamento, tu, a tua volta, mi dici che ti eri dimenticato.

Quindi a mia volta non significa necessariamente “anche io come te”, ma può anche significare “io invece”,“ oppure “per quanto mi riguarda”, “per quanto riguarda me”, oppure anche “da parte mia” o frasi di questo tipo. Quindi serve a creare un legame, che può essere anche un legame di diversità, non sempre di uguaglianza.

Facciamo altri esempi per capire meglio:

Ho appena litigato con la mia fidanzata e dopo un anno lei si arrabbia con me perché dice che non la guardo più come un tempo. Io, a mia volta, ritengo che anche lei sia cambiata molto in questi anni; anche lei, a sua volta, ha meno interesse per me oggi.

E’ simile ad “anche”, solo che “anche” si usa in tutti i casi; è molto generico, e serve sempre a creare un legame di uguaglianza, mentre “a mia volta” si usa di più nei dialoghi tra persone, per meglio spiegare le dinamiche sociali, le relazioni tra persone maggiormente e anche per creare un legame di diversità.

In teoria potete sempre usare “a mia volta” al posto di anche, infatti non si tratta di un grande errore, ma è improprio, non ha molto senso in questo modo.

“Io ti amo, e tu?“

“Anche io” è la risposta più corretta (anche per non litigare!).

Ma volendo potete rispondere:

“Anche io, a mia volta amo te”.

Questa frase non è scorretta di per sé, ma non è questo il motivo per cui è nata la frase “a mia volta”.

La parola “volta” ha un ruolo preciso: quello di aggiungere delle informazioni che riguardano me: “a mia volta”, oppure che riguardano te: “a tua volta”, o che riguardano lui: “a sua volta”, o noi: “a nostra volta”, o voi: “a vostra volta”, ed infine loro: “a loro volta”.

Quindi alla domanda “io ti amo e tu?” potete rispondere: “tu mi ami, ma io, a mia volta, amo un’altra ragazza”.

La frase tecnicamente è perfetta…. avete usato benissimo “a mia volta”. Peccato per la ragazza che ci resterà un po’ male però.

Le informazioni che si aggiungono quindi possono essere di qualsiasi tipo, non è detto che siano uguali.

Mi ami? Beh, anche io, a mia volta, credo di provare qualcosa per te, ma non sono sicuro sia amore.

Questo è più rassicurante per la ragazza.

Facciamo altri esempi con tutte le persone.

Una squadra di calcio, diciamo la Juventus, perde alcune partite, allora l’allenatore della squadra dice: “la colpa è di tutti. Anche dei giocatori quindi: ho parlato con la squadra, e ho detto loro che anche io è giusto che mi prenda a mia volta le responsabilità”.

Quindi i calciatori sono colpevoli, è colpa loro se perdono in campo ma anche l’allenatore, a sua volta, si prende le sue responsabilità.

Lo stesso allenatore potrebbe dire: il mio obiettivo principale è conoscere bene i calciatori e farmi a mia volta conoscere sempre più da loro. Quindi non solamente io devo conoscere loro, ma anche loro, a loro volta, devono conoscermi bene.

Secondo esempio: Trump ha deciso di essere l’uomo più potente del mondo. Il presidente della corea del nord, a sua volta, non vorrebbe essere da meno, non vorrebbe cioè apparire più debole del presidente Trump.

Terzo esempio: c’è un Incidente stradale. Un uomo e sua moglie vanno fuori strada. L’uomo rimane ferito ad una gamba, e la moglie, a sua volta, riporta delle lesioni al braccio sinistro.

Quarto esempio: è una buona cosa che i migranti arrivino in un paese europeo per lavorare? Questo è un bel tema da trattare. Infatti è vero che in Italia ad esempio ci sono molte persone anziane, quindi è difficile riuscire a pagare tutte le pensioni di anzianità agli anziani italiani. Gli stranieri che arrivano in Italia, quindi i migranti, molto giovani, lavorando possono aiutare l’Italia a pagare le pensioni agli anziani di oggi.

Ma tra 40 anni quando anche loro saranno anziani, sarà il momento a nostra volta di pagare le loro di pensioni.

Ultimo esempio: ci sono molte persone che picchiano i propri bambini nel mondo.

Le ragioni per cui queste persone violente oggi picchiano i loro bambini è dovuto anche al fatto che siano stati picchiati a loro volta dai loro genitori quando erano piccoli. Da piccoli, a loro volta, anche loro sono stati picchiati dai loro genitori.

Facciamo ora un piccolo esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me, senza pensare a nulla. Limitatevi ad ascoltare e ripetere, ascoltando la mia voce e cercando di fare la stessa cosa voi.

A mia volta

A tua volta

A sua volta

A nostra volta

A vostra volta

A loro volta

Bene amici, spero che abbiate capito il significato di questa frase di oggi, che vi consiglio di usare spesso perché è carina da ascoltare, elegante anche e dà bene l’idea che la lingua italiana la conosciate molte bene. Se avete ascoltato attentamente avrete sicuramente assimilato il concetto, io, a mia volta, spero di aver fatto il massimo nello spiegare bene il significato.

Un saluto a tutti i membri della famiglia di italianoSemplicemente.com e grazie ancora a tutti i donatori che aiutano in questo modo Italiano Semplicemente, che a sua volta vuole aiutare tutti gli stranieri ad imparare la lingua di Dante Alighieri.

Ciao.

Una minestra riscaldata

Audio

Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi, buongiorno e benvenuti su italianosemplicemente.com. Oggi è con noi Ludovica, che ci spiegherà una frase idiomatica italiana. Lei è italiana, è italiana come me e la frase che ci spiegherà è “una minestra riscaldata“.

Ludovica: Un saluto a tutti ! vi piace la minestra? La minestra, o zuppa, è propriamente una ricetta di cucina, tra le più antiche, credo comune un po’ tutti paesi. ma il termine viene utilizzato in parecchi detti perché, data la sua specifica composizione di insieme di più ingredienti mischiati, si presta ad essere adattata a svariati modi di dire.

Tra questi i più frequenti usi in senso figurato c’è:” la solita minestra” cioè qualcosa che si ripete, sempre la stessa cosa, che quindi alla fine annoia, stufa. Si applica a situazioni, a persone e a discorsi come se appunto ad esempio ci proponessero ogni giorno lo stesso pasto.

Ele: la parola “solita” significa “la stessa”

Giovanni: puoi fare un esempio?

Ele: sì, ok, allora… per esempio: io faccio la stessa strada…

Giovanni: …tutti i giorni per andare a scuola…

Ele: e quindi dicendo la parola solita si potrebbe dire: io faccio la solita strada per andare tutti i giorni a scuola.

Giovanni: oppure puoi dire: io tutti i giorni per andare a scuola faccio sempre la solita strada, che vuol dire “faccio sempre la…?”

Ele: stessa strada!

Giovanni: ok, sempre quella!

Ele: sì!

Giovanni: grazie!

Ele: ok, ciao!

Ludovica: Ma la nostra minestra può essere anche “riscaldata“. Avete mai sentito dire: “è una minestra riscaldata“? È un’espressione in verità poco lusinghiera, che si riferisce di solito ad una relazione amorosa passata ma che si ripresenta e si contrappone alla passione bollente di un primo incontro.

In pratica si fa riferimento ad una storia con una persona con cui si è stati in passato e con cui ci si rimette, quasi quasi accontentandosi, senza però troppa convinzione.

In un altro simpatico detto troviamo la nostra parola in rima; “o mangi questa minestra o salti la finestra“.

E’ un proverbio usato per convincere qualcuno a fare una determinata cosa facendogli capire che non ha alternative, o che, comunque, rifiutandosi, non avrà in cambio qualcos’altro.

Questo modo di dire che in senso figurato può applicarsi alle più diverse situazioni può essere efficace anche nel suo significato più letterale quando ad esempio vogliamo far capire ai bambini, per non viziarli, che non c’è altro da mangiare oltre quello che abbiamo preparato e che non vogliono. Cioè se non ti piace quello che c’è pazienza, ti arrangi!

Bene, vi auguro che la vostra minestra sia sempre appena fatta! Ciao, e alla prossima ricetta di italiano.

Giovanni: uffa però, sempre questi soliti podcast…sempre questa minestra…. la solita minestra riscaldata… ma quand’è che fate qualcosa di nuovo, voi di Italiano Semplicemente… sempre questa minestra riscaldata… ufff… che pizza!

Ventilare un’ipotesi

Audio

Trascizione

Ciao ragazzi, chi vi parla è Giovanni, il creatore di. Italianosemplicemente.com, il sito per imparare a comunicare in italiano in modo semplice e divertente.

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Oggi voglio spiegare a tutti voi, membri fedeli della famiglia di Italiano Semplicemente, una frase: ventilare un’ipotesi: una frase non di uso molto comune, ma veramente molto adatta in certe circostanze e che quindi secondo me vale sicuramente la pena di sapere il significato

È una frase che appartiene più, sicuramente, al mondo professionale. Vediamo perché.

Con l’occasione vedremo di approfondire in particolare il significato e l’utilizzo di alcuni verbi e termini o frasi poco utilizzati dagli stranieri, parole e frasi come “attendibilità”, “grado di attendibilità”, “ventilare”, “credibilità” e anche il verbo “scartare”.

Cominciamo dal verbo ventilare.

Sicuramente avete già pensato al ventilatore, che è quello strumento che si usa durante l’estate, quando fa molto caldo, e che ha lo scopo di produrre del vento per rinfrescarci. Il vento è semplicemente dell’aria in movimento.

E infatti il ventilatore, muovendo l’aria, spostando l’aria all’interno di un ambiente serve a ventilare, cioè ad areare, serve a portare aria fresca in un certo ambiente: una casa, una stanza generica, un locale eccetera.

Questo significato del verbo ventilare, però, non ha nulla a che vedere col significato della frase “ventilare un’ipotesi”.

Non è possibile ventilare fisicamente un’ipotesi. Un’ipotesi infatti non è un locale, uno spazio in cui si può far circolare dell’aria con un ventilatore ad esempio. Un’ipotesi invece (un – apostrofo – ipotesi – si mette l’apostrofo perché ipotesi è un sostantivo femminile: sarebbe una ipotesi) è una condizione relativa al possibile o eventuale verificarsi di un fatto. Un’ipotesi riguarda solitamente il futuro, perché il futuro deve ancora avvenire, a differenza del presente e del passato, e quindi possiamo ipotizzare che qualcosa accada nel futuro. Possiamo fare delle ipotesi sul futuro. Ad esempio domani pioverà? Oppure ci sarà il sole?

Se ipotizziamo che pioverà, allora andrò al lavoro, altrimenti, nell’ipotesi che ci sia il sole, nell’ipotesi che domani sia una bella giornata, allora posso andare a fare una bella passeggiata.

Quindi è sul futuro che solitamente si fanno delle ipotesi, ma teoricamente posso farle in tutti i contesti in cui non abbiamo sufficienti conoscenze. Se non sappiamo qualcosa possiamo ipotizzare, possiamo fare delle ipotesi, quindi anche su un evento passato o presente: lo facciamo perché vogliamo dimostrare qualcosa. In genere si fanno diverse ipotesi sulle cose che non si conoscono, ed il fine solitamente è dimostrare qualcosa, arrivare ad una tesi, ad una assunzione. Dove ci sono delle ipotesi solitamente c’è anche qualcosa che si vuole dimostrare: una tesi. In matematica ad esempio si usano molto le ipotesi.

Si usano molto anche a livello investigativo. Quando la polizia deve fare delle indagini su un delitto o un omicidio cosa fa? Fa delle ipotesi. Non sapendo chi abbia commesso il delitto, ipotizza che lo abbiano commesso più persone diverse, e cerca di capire quale di queste ipotesi risulti più attendibile, cioè più credibile. Ogni ipotesi ha una sua attendibilità, una sua credibilità: quanto possiamo credere che ciascuna ipotesi sia credibile? Quanto mi posso attendere che sia proprio quella la verità?

Solo una delle ipotesi è vera, quindi ogni ipotesi ha un suo grado di attendibilità, che è la probabilità che io associo a quell’ipotesi che corrisponda al vero. Questa è l’attendibilità di una ipotesi. Più è elevato il grado di attendibilità di una ipotesi, maggiore è la probabilità che corrisponda alla verità, perché l’osservazione della realtà, oggi, ci porta a credere questo, soprattutto perché non ci sono circostanze ed accadimenti che ci fanno pensare il contrario o che sono in contraddizione con questa ipotesi.

Questo è un altro termine particolare: contraddizione: una contraddizione è qualcosa che sta in opposizione, che sta in contrasto con un’altra, e sta in contrasto perché è incoerente, è inconciliabile.

Quando un’ipotesi non sembra avere contraddizioni, allora posso pensare che sia vera.

Se invece ci sono alcune contraddizioni inizio ad avere dei subbi sulla sua attendibilità.

Bene a questo punto torniamo alla nostra frase: ventilare un’ipotesi, che è simile a “fare un’ipotesi”.

Un’ipotesi infatti può essere fatta, nel senso che chi “fa” un’ipotesi la presenta, prende in considerazione questa ipotesi, la considera perché questa persona reputa, cioè valuta, crede, che questa ipotesi sia attendibile. Quindi la considera come una delle ipotesi attendibili, e non la scarta finché non trova alcune contraddizioni.

Scartare un’ipotesi significa appunto non prenderla più in considerazione. Un’ipotesi ha molte contraddizioni? Allora sta perdendo credibilità, perde attendibilità, la reputo meno probabile rispetto a prima. Se le contraddizioni aumentano ad un certo punto posso dire: Beh, meglio che questa ipotesi la scartiamo. E l’ipotesi viene così scartata, cioè non più considerata attendibile. Le nostre ricerche sulla verità saranno concentrate su altre ipotesi che abbiano meno o nessuna contraddizione.

Bene, “ventilare un’ipotesi” è come “fare un’ipotesi”, ma è sicuramente più professionale e adatta in particolare quando davanti a noi abbiamo più persone alle quali vanno presentate delle ipotesi per spiegare un fenomeno.

Queste persone devono cercare di capire qualcosa, ed allora che possiamo fare? Possiamo ventilare una o anche più ipotesi, cioè possiamo prospettare, fare un prospetto di tutte le ipotesi possibili che riguardano un certo fenomeno.

Ad esempio, se lavoro in una azienda come altri lavoratori e l’azienda è in forte crisi economica, il direttore dell’azienda o l’organo decisionale può prendere decisioni diverse sul futuro dell’azienda. Ci sono pochi soldi, siamo in crisi. Cosa possiamo fare?

Anche i lavoratori se lo chiedono ovviamente e qualcuno dice che è stata ventilata l’ipotesi della chiusura dell’azienda, ed è stata ventilata anche l’ipotesi del licenziamento di parte del personale.

Vedete quindi che in realtà il significato del verbo ventilare non è così lontano poi dal suo significato primario. Il ventilatore fa muovere l’aria, ma l’aria può anche trasportare delle notizie, ed in questo caso l’aria può trasportare delle ipotesi sul futuro dell’azienda in crisi.

“Sono state ventilate più ipotesi”, dice il capo del personale ai lavoratori, ed alla fine abbiamo deciso di resistere! Non licenzieremo nessuno!

Quest’ipotesi sarebbe sicuramente la preferita dei lavoratori. Peccato che spesso invece a ventilare sono solitamente altri tipi di ipotesi.

Quindi ventilare un’ipotesi è sicuramente un modo originale per esprimere che sia stata presa in considerazione un’ipotesi, per esprimere il fatto che quell’ipotesi è una delle ipotesi che sono ventilate, cioè di cui si è parlato, che sono state considerate.

In genere si usa più spesso “fare delle ipotesi”, ma questo accade quando dobbiamo spiegare qualcosa. Chi ha fatto questo? Possono essere stato io, oppure Franco, oppure Carla, oppure Giovanna. Non lo sappiamo, quindi facciamo delle ipotesi e vediamo se troviamo delle contraddizioni.

Invece “ventilare delle ipotesi” si usa più, non per spiegare qualcosa che è accaduto, ma per cercare di risolvere un problema, per cercare delle soluzioni ad un problema che solitamente coinvolge più persone, direttamente o indirettamente.

Come salviamo questa azienda? Sono state ventilate due ipotesi: o licenziamo metà del personale (prima ipotesi) oppure aspettiamo ancora un anno (seconda ipotesi).

Facciamo un altro esempio: Trump, il Presidente degli Stati Uniti, decide di lasciare la presidenza. Una decisione clamorosa che tutti cercano di spiegarsi. Perché Trump fa questo? Si cerca allora di ventilare delle ipotesi, si cerca un motivo per spiegarci questo fatto incredibile: ha forse ricevuto delle minacce? Qualcuno l’ha minacciato? Oppure ha capito che fare il presidente degli Stati Uniti è troppo faticoso per lui? Qualcuno ventila persino l’ipotesi che sia colpa della Corea del Nord. No! Chi si è permesso di ventilare questa ipotesi? Potrebbe dire Trump ai giornalisti. L’ho fatto, dice, semplicemente perché ho capito di non essere capace, quindi torno a fare l’imprenditore. Quindi, cari giornalisti, smettetela di ventilare delle ipotesi bizzarre sul mio conto.

È una frase quindi, lo avete capito, anche molto giornalistica: non farete nessuna fatica quindi a trovare articoli su Google news in cui vengono ventilate delle ipotesi per qualsiasi ragione.

A proposito, solamente un’ipotesi può essere ventilata, nessun’altra cosa. Volendo, al limite, anche delle possibilità possono essere ventilate, con lo stesso identico significato. Infatti possibilità è un sinonimo di ipotesi, ma senza dubbio si usa molto più spesso ventilare delle ipotesi. Non ci sono altre cose che sono ventilabili, a parte una stanza o un ambiente nel senso proprio del termine.

Bene amici, grazie di essere stati all’ascolto di questo episodio e di fare parte del numeroso gruppo di ascoltatori, che a me piace chiamare la famiglia di italiano semplicemente. Grazie anche ai donatori che sostengono il nostro progetto, che è quello di imparare la lingua italiana senza sforzo ma con divertimento.

Ora facciamo un bell’esercizio di ripetizione, come facciamo sempre, nel rispetto della settima regola d’oro: parlare. Pronti? Via.

Ventilare delle ipotesi

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Non mi piace ventilare ipotesi

Tu hai ventilato un’ipotesi assurda

Lui ha ventilato troppe ipotesi

Lei ama ventilare ipotesi bizzarre

Noi non abbiamo ventilato alcuna ipotesi

Voi non dovete ventilare ipotesi del genere

Loro non hanno ventilato ipotesi attendibili

Ciao ragazzi un saluto e mi raccomando, se volete imparare l’italiano in modo ancora più approfondito potreste ventilare l’ipotesi di acquistare il corso di Italiano Professionale.

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