Un workshop per il lancio sul mercato di un nuovo prodotto

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Trascrizione

Ciao ragazzi benvenuti all’appuntamento settimanale con Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che si cimenta oggi con una nuova lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE, un corso dedicato al linguaggio del mondo del lavoro che i membri possono leggere ed ascoltare.

In particolare oggi Daria si cimenta con la lezione n. 17. La lezione parla di reputazione ed esperienza.

Con questo episodio di italiano semplicemente oggi Daria vuole farci quindi partecipi del suo nuovo tentativo. Interpreterà i panni di una manager di una grossa azienda italiana che produce scarpe e vuole lanciare sul mercato un nuovo modello di calzature. Ascoltate come se la cava Daria.

Buongiorno a tutti. Permettete che mi presenti ancora una volta. Mi chiamo Daria e sono responsabile per la strategia promozionale della nostra nuova linea di scarpe.

Ci siamo incontrati qui per discutere il programma dell’entrata nel mercato del nostro nuovo modello “Con-forte” e anche per ricevere il vostro prezioso contributo che aspetto da ognuno di voi per supportare il lancio.
A dire il vero in questo periodo di crisi non è esattamente un invito a nozze accettare la sfida di lanciare sul mercato un nuovo prodotto ma avendo nella nostra linea un modello così promettente non dobbiamo e non possiamo tirarci indietro o rinviare il lancio.

Ed ecco perché vi prego di approfittare al massimo dell’opportunità di discutere con tutti i colleghi e condividere le nostre sensazioni. Le vostre domande sono preziose e possono aiutare risolvere oggi tutte le eventuali incertezze che riguardano il piano promozionale. Credo che sarebbe bello avere una discussione aperta ma allo stesso tempo concisa e stringata, più simile ad un workshop, quando tutti condividono le loro opinioni e trovano soluzioni comuni.

Al termine del mio intervento mi piacerebbe anche trovare un accordo di massima (magari arrivare anche a stringere un accordo) riguardo l’attività promozionale e logistica dell’anno venturo. Sono sicura che con una buona programmazione nessuno brancolerà nei buio e che andremo a gonfie vele con il nostro nuovo modello.

Per iniziare il nostro workshop vorrei proporvi tre semplici regole che possono secondo me aiutarci a non andare oltre col tempo e rendere la discussione efficace. Forse vi sembreranno regole rigide ma come si dice: il fine giustifica i mezzi.

La prima regola è: “Ascoltate chi presenta, non il vostro collega a fianco”. Cioè, a prescindere dalla persona che presenta in quel momento vi prego di rivolgere direttamente a lei tutte le vostre attenzioni ed eventuali domande.
Non disturbate il vostro vicino inutilmente, io come gli altri sino qui per rispondervi direttamente.
Mi raccomando poi: andate dritti al punto, senza troppi preamboli, e non abbiate paura di fare domande stupide, inaspettate o pericolose perché nessuna domanda è stupida e nessuno è né infallibile né al di sopra di ogni sospetto. Siamo qui per confrontarci.

La seconda regola che vi propongo è: ”niente cellulare e computer”. Nonostante io capisca bene quanto sia difficile dimenticarli completamente, per qualche minuto possiamo tutti evitare i dispositivi elettronici per non buttare a mare questa occasione e trarre il massimo dall’ascolto dei colleghi.

Tra l’altro potrebbe essere importante la vostra opinione e se doveste essere chiamati in causa sarebbe bene stare sempre sul pezzo.

La terza ed ultima regola è: “Non prolungare la pausa caffè”, anche perché il quarto d’ora accademico intermedio non esiste e non possiamo permettercelo.

Scherzi a parte, meglio usare il tempo per ascoltare le opinioni dei colleghi senza perdere il filo del discorso.

Bene, dunque: attenti a chi parla, caffè ristretto e telefoni in modalità aereo, meglio ancora se spenti del tutto.
Adesso allacciamo le cinture e partiamo.
Ironia a parte, se le regole sono chiare, possiamo iniziare il nostro workshop…

Grazie mille Daria di questa “simulazione di volo”. Sei stata molto autoritaria nel tuo intervento direi. Si vede che hai interpretato un ruolo che dall’alto della sua esperienza se lo poteva permettere. D’altronde la reputazione e l’esperienza sono l’oggetto della lezione 17 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE. Per tutti gli stranieri interessati (mi auguro ce ne saranno molti) vi invito ad aderire all’Associazione Italiano Semplicemente. In questo modo potrete anche voi utilizzare, tra le altre cose, il corso di italiano professionale e partecipare se volete all’appuntamento settimanale sul gruppo WhatsApp dell’associazione per confrontarci e discutere sulle singole lezioni del corso. Chiunque lavori con italiani o in Italia e vuole ampliare il proprio vocabolario e imparare i verbi professionali troverà il corso molto utile. Metterò il collegamento su questo episodio per effettuare la richiesta di adesione all’associazione.

Vi aspetto e grazie a Daria. A mercoledì prossimo.

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Parliamo di unione e condivisione

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Introduzione di Giovanni: questo episodio è un esempio di utilizzo delle espressioni professionali contenute nella lezione n. 12 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Daria: Si può dire che l’argomento della lezione numero 12 si riferisca sia alla vita professionale che a quella privata.
Anche la qualità della vita dipende dalle persone con cui ci uniamo e condividiamo gli intenti: vorremmo ad esempio che le persone al nostro fianco fossero sempre in grado di spezzare *una* lancia a *nostro* favore e proteggere i nostri interessi. Nella vita privata siamo liberi *di* sceglere gli amici ad esempio, o semplicemente dire che nel peggiore dei casi è meglio soli che mal accompagnati se non proviamo simpatia proprio per nessuno. Ma in ambito lavorativo occorre accettare i colleghi che ci capitano esattamente come sono ed investire con forza e desiderio sul nostro futuro insieme cercando di stabilire con loro un rapporto efficace.

Infatti, al lavoro dobbiamo stringere accordu con persone diverse. In collaborazione reciprocamente vantaggiose ognuno cerca di *perseguire* i propri obbiettivi e non sempre si è orientati verso un qualcosa di comune. Anche se succede di dover chiedere l’aiuto di un collega, non è la stessa cosa di un lavoro di squadra quando molto spesso ci si trova nella necessità di dover credere cecamente in un compagno. Nonostante si capisca che l’unione faccia la forza, a volte manca la necessaria confidenza per formare un gruppo affiatato.

Formare un’unione lavorativa in uno spirito di squadra è un argomento attuale per ogni società. Ogni leader di un gruppo vorrebbe mettere assieme persone in gamba, *nei* cui confronti *possa nutrire* una fiducia incondizionata e operare con loro. Nella realtà dei fatti però quello che va fatto è svolgere regolarmente attività che aiutino a far nascere lo spirito di squadra. Si tratta di attività anche fuori dell’ambito lavorativo, in un ambiente rilassato, che servono a conoscersi meglio l’un l’altro. Trovando interessi o hobby comuni le persone si vedono anche da una prospettiva diversa, più personale, più variegata, il che aiuta molto a nutrire più fiducia nella vita lavorativa.

Curiosamente, nel settore in cui sono occupata si svolge ogni anno un campionato di calcio. Tutti i lavoratori sono invitati a partecipare ai giochi: gli uomini per giocare nel campo e le donne per fare il tifo per la loro azienda. La partecipazione non è ovviamente obbligatoria: chi c’e’ c’e’, chi non c’e’ non c’e’, verrebbe da dire, ma è caldamente consigliata per i motivi precedentemente esposti.
Nessuna azienda, c’è da aggiungere, vorrebbe presentarsi al campionato come un’armata Brancaleone. Quindi i giocatori si allenano regolarmente durante l’anno, e giocando si devono fidare ad occhi chiusi dei compagni. La squadra vincitrice riceve una coppa che viene orgogliosamente esposta nell’ufficio durante l’anno fino al prossimo campionato.

Ci sono anche persone scettiche e poco comunicatuve che non credono invece che ci sia una ragione valida nello stabilire una comunità di intenti coi colleghi. Senz’altro ognuno fa come gli pare e piace ma sarebbe meglio non fare tutta *di* l’erba *un* fascio e provare a stabilire un rapporto informale anche con qualche collega.

Un saluto a tutti e buona giornata, e ricordate che l’unione fa sempre la forza.

Italiano professionale: Rischi ed opportunità nel settore della farmaceutica

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Giovanni: ciao ragazzi buongiorno!

In questa lezione n. 11, “rischi ed opportunità”, lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE Daria, ragazza di nazionalità russa e membro dell’associazione Italiano Semplicemente, prova ad utilizzare alcune delle frasi imparate nel corso di questa lezione.

A te la Parola Daria.

Daria: La lezione undici del corso di ITALIANO PROFESSIONALE ha a che fare con un l’argomento sicuramente scottante, non solo in ambito lavorativo, ma anche nella vita quotidiana. Infatti, l’atteggiamento di fronte al futuro contingente rivela molto del carattere delle persone.

Quelle positive e curiose, di fronte ad un’opportunità cercano sempre di battere il ferro finché è caldo e un’altra loro fondamentale caratteristica è che fanno sempre un tentativo di considerare una situazione da tutti i possibili punti di vista spesso molto diversi tra loro, sfruttando così le opportunità che si presentano al massimo.

La prontezza nell’azione è altresì fondamentale, perché come si dice, chi non risica non rosica.

Rischiando, però, lo dice la parola stessa, possono sfuggire fattori importanti: si deve sempre tenere a mente, ad esempio, dell’esistenza di leggi nel settore di competenza, e prendere i dovuti provvedimenti senza difettare in superficialità.

È un equilibrio difficile. Sul mercato farmaceutico ad esempio, che è quello di cui mi occupo personalmente, ogni opportunità va sempre considerata tenendo conto dell’applicazione rigorosa della legge.

Se, ad esempio, i ricercatori scoprono una nuova molecola che consente di trattare efficacemente una malattia, un’azienda farmaceutica non può, nel tentativo di cogliere l’occasione al volo, lanciarla subito sul mercato.

È necessario invece svolgere le prove cliniche, registrare il nuovo farmaco ed avere tutte le pezze d’appoggio prima di mettere sul mercato una medicina. Insomma c’è un rigoroso iter burocratico da seguire.

Possiamo sicuramente dire che in questo mercato, quello della farmaceutica, non si può vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Curiosamente a volte accade anche che due o tre aziende farmaceutiche sono impegnate in ricerche sulla stessa molecola. In questi casi ha sempre la meglio l’azienda che non si sbilancia e che invece supera le prove cliniche e di registrazione rispettando la legge e completando l’intero iter da seguire. Vince sempre l’azienda che riesce a preparare i documenti giustificativi per prima.

Un altro fatto curioso e che fornisce una grossa opportunità è che talvolta lo Stato permette di usare il nuovo farmaco in un paese prima della registrazione, a condizione però che quel prodotto sia già stato registrato in altri paesi.

In questo caso un’azienda farmaceutica prende due piccioni con una fava: far conoscere ai medici il nuovo prodotto e condurre delle prove cliniche. In questo modo fanno quindi di necessità virtù, perché le prove sugli esseri umani è sempre l’ultima e indispensabile fase delle prove cliniche.

Buono a sapersi vero? Questa in effetti è una opportunità rara e pregiata. I pazienti, dei veri esseri umani, vengono a cascare a fagiolo, e allo stesso tempo sono davvero fortunati perché hanno il nuovo medicinale, certamente più efficace (nella maggior parte dei casi) prima degli altri.

Ognuno è libero di operare a propria coscienza ovviamente, ma il mio consiglio è di non buttare a mare tali occasioni e, assicurandosi di essere venuti a conoscenza di tutto ciò che c’è da sapere, dare il proprio ok per partecipare alle prove cliniche.

Bene, ho terminato il mio contributo personale. Spero di essere stata utile a tutti.

Un saluto da Daria a tutti e buona giornata!

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Problemi al lavoro

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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    A fronte di

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    Trascrizione

    Eccoci di nuovo qui, sulle pagine di italiano semplicemente, ed io sono Giovanni, la voce principale del sito senonché presidente dell’associazione italiano semplicemente. Senonché vuol dire “anche”. Posso anche dire nonché.

    Per chi non lo sapesse, perché per la prima volta ascolta gli episodi di Italianosemplicemente.com in questo sito si impara a comunicare in italiano ed io cerco di aiutare voi stranieri attraverso la spiegazione di frasi come quella di oggi, espressioni che fanno parte del linguaggio comune ed anche a volte del linguaggio formale e professionale.

    Per quest’ultima categoria di linguaggio, più difficile, cioè quello professionale e del lacoro, è sicuramente più difficile trovare del materiale su internet. Anche e soprattutto è difficile trovare spiegazioni audio che siano adatte agli stranieri.

    L’espressione che vi spiego oggi è in effetti molto utilizzata a livello formale e nelle comunicazioni commerciali e istituzionali. L’espressione è “a fronte di“.

    In questa locuzione ci sono due preposizioni semplici: a e di, e la parola “fronte” che probabilmente conoscete già.

    La fronte è infatti una parte del vostro corpo (e del mio anche) anzi è una parte del vostro viso che si trova sopra i vostri occhi: diciamo tra i vostri occhi e l’inizio dei capelli. Quello spazio è la fronte. Tecnicamente la fronte è la regione anatomica compresa fra le sopracciglia e la radice dei capelli.

    La parola fronte però non è solamente una parte, una regione anatomica, cioè una parte del vostro corpo.
    È una parola che si usa anche in molte espressioni italiane e non solo. Ad esempio “essere impegnato su due fronti” , o anche “agire su due fronti” (fronti è il plurale di fronte), “essere sfrontato” .

    Esiste anche il verbo fronteggiare, che è un sinonimo di affrontare, che contiene a sua volta la parola fronte all’interno.

    La parola fronte poi ha sia il maschile che il femminile: il fronte infatti si usa nel linguaggio bellico (il linguaggio della guerra), per indicare la prima linea: stare al fronte, in guerra, significa essere esposto al fuoco nemico, essere di fronte al nemico. Vedete come l’immagine della fronte, che sta proprio davanti al nostro corpo, viene utilizzata per indicare la parte anteriore, che sta davanti, in molte occasioni diverse, come la guerra appunto. D’altronde anche “stare di fronte” a qualcuno significa avere questo qualcuno davanti a sé. Se ho una persona davanti a me posso dire che sta di fronte a me, e che io ce l’ho di fronte.

    Allo stesso modo posso dire che di fronte a casa mia c’è un parco.

    “Il fronte” però, al maschile, si usa molto anche nel linguaggio di tutti i giorni:

    il fronte dell’edificio, ad esempio, per indicare la parte davanti di un edificio. In questo caso si dice anche il frontale, la facciata dell’edificio o la parte anteriore, quella cioè rivolta a chi ci guarda, proprio come la nostra fronte.

    al fronte opposto. Questa frase si usa quando vogliamo indicare la parte opposta di qualcosa, che sta di fronte, alla parte opposta, ma opposta anche nel senso di contraria. Posso parlare di qualcosa di fisico (la parte opposta di una strada ad esempio) oppure quando ci sono due situazioni che sono opposte, che si contrappongono, che sono una il contrario dell’altra. Posso dire che i pacifisti vogliono la pace ma al fronte opposto (o sul fronte opposto) ci sono i fondamentalisti che vogliono la guerra. La pace è l’opposto della guerra, è il contrario. La pace ci contrappone alla guerra. Da una parte sta la pace e dalla parte opposta, sul fronte opposto, o al fronte opposto, sta la guerra.

    Esiste, anche il:

    cambiamento di fronte. Espressione che si usa molto nel calcio ma non solo. Nel calcio Indica un cambiamento della zona del campo in cui si sta giocando. Posso anche però usare questa frase quando avviene un cambiamento dell’interesse da parte di qualcuno. Io ad esempio posso mangiare la carne e poi può avvenire un cambiamento di fronte e ad un certo punto divento vegetariano.

    La parola fronte può essere quindi usata sia per indicare qualcosa davanti a noi, o anche indicare una direzione o qualcosa a cui è interessata la nostra attenzione. Ad esempio posso dire:

    sul fronte della moda/politica ecc. In questo caso uso “il fronte” per cambiare l’oggetto del discorso: è come dire: “Ora invece inizierò a parlare di moda. Ad esempio:

    Ci sono interessanti notizie economiche sull’Italia oggi, mentre sul fronte della moda è uscita la nuova collezione autunno inverno di Dolce & Gabbana.

    Sul fronte della politica invece nulla di nuovo.

    Non voglio però elencare tutti i diversi modi per usare il fronte o la fronte. Quello che intendo farvi capire è che bisogna stare attenti a come si usa perché dipende molto dalla preposizione che si usa.

    Nella frase di oggi in particolare ce ne sono due di preposizioni:

    A fronte di. In questo caso, fate attenzione, la parola fronte si usa per indicare uno scambio.

    Gli scambi, sapete bene che sono l’anima del commercio: il commercio è fatto di scambi:

    – Io do un prodotto a te e tu dai dei soldi a me.

    – Tu lavori per me e io do dei soldi a te.

    – voi vi iscrivete ad una associazione e voi in cambio ricevete dei benefici.

    Questi sono esempi di scambi. Dove c’è uno scambio c’è sempre una contropartita, un corrispettivo, una forma di compensazione.

    Anche in questo ambito posso usare la parola fronte e posso dire ad esempio, se voglio usare gli esempi che ho appena fatto che:

    – Io do un prodotto a te a fronte del tuo pagamento verso di me.

    – Tu lavori per me ed io, a fronte del tuo lavoro, do dei soldi a te.

    – voi vi iscrivete ad una associazione e voi, a fronte di questa iscrizione, ricevete dei benefici.

    Vedete che in tutti questi casi c’è uno scambio. Per questo motivo usiamo “a fronte”, ed aggiungiamo “di qualcosa” per indicare una delle cose che è stata scambiata. Provate a ripetere dopo di me qualche frase:

    Ti pago a fronte del tuo lavoro

    A fronte del tuo forte interesse vorrei assumerti

    Ti consegno la merce solo a fronte del pagamento immediato.

    I nostri servizi avvengono sempre a fronte della massima disponibilità del cliente.

    Allora per farvi capire bene voglio cercare di sostituire la frase “a fronte di” con qualche altra parola o verbo, in modo che non cambi il significato e la modalità formale della frase.

    Ti pago a fronte del tuo lavoro

    Il mio pagamento rappresenta il corrispettivo della tua attività lavorativa.

    A fronte del tuo forte interesse vorrei assumerti

    Hai mostrato un forte interesse e di conseguenza, di fronte a questo, ho deciso di assumerti.

    Ti consegno la merce solo a fronte del pagamento immediato.

    Solamente se il pagamento avverrà contestualmente, cioè nello stesso momento, o in corrispondenza, ti verrà consegnata la merce: io ti consegno la merce, il prodotto, e contestualmente, a fronte di questa consegna dovrà avvenire il pagamento, il pagamento cirrispondente alla consegna della merce.

    Vetere che è più facile usare “a fronte di” in questi casi in cui c’è uno scambio. È più facile perché basta indicare le due cose che sono oggetto di scambio:

    La merce a fronte del pagamento, il servizio a fronte della disponibilità, l’assunzione a fronte dell’interesse.

    È un modo che vi consiglio di usare anche nelle comunicazioni scritte, perché rende il linguaggio più pulito, libero da interpretazioni personali e quindi meno rischioso anche.

    Attenzione adesso. Vi dicevo dell’importanza delle preposizioni ricordate? Eccovi un esempio.

    A fronte di” non deve essere confuso con “di fronte a“.

    In questo caso le preposizioni a e di sono invertire ed il significato è diverso.

    “Di fronte a” non si usa negli scambi, ma si usa per indicare tre cose diverse:

    Il modo più semplice è essere davanti a qualcosa, anche di non tangibile, ad esempio “urlare di fronte a tutti” cioè davanti a tutti: tutti possono sentire e vedere.

    Oppure

    Mi trovo di fronte a mille difficoltà (mi trovo davanti in senso figurato)

    Ma voglio in particolare parlarvi di altri due modi di usare “di fronte a”.

    Nel primo modo si indica una reazione volontaria o anche qualcosa di inevitabile: succede qualcosa e come reazione ne accade un’altra.

    Siamo nell’ambito delle conseguenze quindi. Abbiamo più volte parlato di conseguenze sulle pagine di italiano semplicemente e delle espressioni che si usano a riguardo. In questo caso si parla di conseguenze che avvengono perché c’è la volontà di qualcuno che reagisce a qualcosa che avviene oppure quando non c’è niente da fare. Ad esempio.

    Di fronte a tutte queste difficolta mi arrendo (reazione volontaria)

    Di fronte agli uragani non c’è nulla da fare (conseguenza inevitabile)

    Di fronte a tutte quelle accuse ho dovuto difendermi (reazione volontaria).

    Ma come fare a capire meglio la differenza tra “a fronte di” e “di fronte a”?

    Cerco di aiutarvi in questo: vedete che in questi ultimi casi non c’è un vero scambio. Quello che si vuole sottolineare in questi ultimi esempi è che è successo qualcosa che occorre fronteggiare, affrontare, voglio quindi dire che mi sono trovato di fronte, davanti, una realtà che mi costringe alla reazione: devo reagire, oppure non c’è nulla da fare ed è inutile reagire.

    In questi casi c’è un’azione principale e una secondaria che è la reazione.

    Invece, attenzione, “a fronte di” che abbiamo visto prima serve a confrontare due cose che hanno lo stesso valore, sono una il corrispettivo dell’altra, ecco perché vi dicevo che l’espressione è più pulita e per questo molto adatta al mondo del lavoro ed al commercio.

    Spero di avervi aiutato, quindi terminiamo l’episodio con un saluto. Colgo l’occasione per usare la frase di oggi dicendo che ringrazio tutti e in particolare i sostenitori, che a fronte di questo sforzo da parte mia aiutano italiano semplicemente con una donazione personale.

    Un grande abbraccio.

    Spaccare il minuto

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    In questo episodio senza trascrizione spieghiamo l’espressione spaccare il minuto o spaccare il secondo, due delle tante espressioni che fanno parte del corso di ITALIANO PROFESSIONALE, lezione 4, dedicata alla precisione ed alla puntualità, fondamentali nel mondo del lavoro.

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    Prendere atto

    Audio

    Trascrizione

    Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com, un sito dove potete imparare l’italiano, e soprattutto dove potete imparare a comunicare e parlare in italiano. Cerchiamo di farlo nel modo meno noioso possibile, evitando spiegazioni complicate.

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    Oggi voglio spiegarvi una espressione che gli stranieri non usano mai, ma che vi risulterà molto utile.

    L’espressione è “prendere atto

    Non si tratta, vi dico subito, di una espressione di tutti i giorni, di quelle che gli italiani usano quotidianamente, ma piuttosto di una espressione molto usata al lavoro, soprattutto allo scritto. Ovviamente stiamo parlando di lavori in cui si fanno comunicazioni in forma scritta e con un certo livello di formalità.

    L’espressione in molte famiglie si usa anche al di fuori dell’ufficio, ma questo non avviene in tutte le famiglie italiane; diciamo solo in quelle più istruite.

    Ma passiamo subito alla spiegazione. “Prendere atto” contiene innanzitutto il verbo prendere. Si tratta di un verbo usato da tutti, anche dagli stranieri. E’ un verbo molto usato perché prendere significa afferrare, quindi per prendere un oggetto basta allungare una mano e afferrare un oggetto. Se ti dico: “Prendi questa mela!” tu puoi allungare la mano verso di me e prendere, afferrare la mela. Semplice quindi.

    Ma prendere è un verbo molto usato anche in moltissime espressioni idiomatiche e anche molto usato per costruire tantissime frasi dove non si usa il verbo nel modo che abbiam visto prima, per afferrare gli oggetti.

    Possiamo infatti prendere anche cose immateriali, che non si toccano. Posso “prendere in considerazione” qualcosa, ad esempio, cioè semplicemente “considerare”, “tenere in considerazione” qualcosa. Tra l’altro questa frase ha un significato molto simile a prendere atto di qualcosa.

    Posso prendere un autobus, cioè salire su un autobus, come anche un treno, un taxi, una bicicletta eccetera.

    Posso “prendere una decisione”, dove si usa il verbo prendere nel senso di assumere una decisione, decidere cosa fare, risolvere una situazione di incertezza.

    Posso “premdere in giro” qualcuno, cioè ridere di qualcuno, fare delle battute su di lui, posso “prendere coscienza”, che significa svegliarsi, oppure risvegliarmi da una situazione di incoscienza. Il verbo prendere quindi si usa in una moltitudine di occasioni diverse: quando si prende qualcosa con le mani, oppure quando si fa proprio qualcosa, come una decisione appunto, oppure in senso figurato e con un senso molto diverso dal significato proprio del verbo. A volte si fatica molto a capire il motivo per cui si usa questo verbo, come prender in giro, “prendere alla larga” un argomento eccetera. In realtà non si deve molto riflettere sul motivo per cui usiamo questo verbo, perché gli italiani non lo fanno, ed io adesso sto cercando di spiegarvi qualcosa sulla quale non ho mai realmente riflettuto. Bisogna semplicemente fare l’abitudine ad usare certe espressioni, e col tempo diventerà naturale.

    Nel caso della frase di oggi abbiamo “prendere atto”. Che significa “considerare come un dato acquisito”, oppure “tener conto al fine di prendere delle decisioni”. Non è facile sostituire “prendere atto” con un’altra frase di identico significato.

    Prendere atto ha un significato preciso: se tu sei la mia fidanzata ed io ti dico ad esempio:

    Il nostro rapporto è finito. Devi prendere atto di questo e cercare un’altra persona

    Ti voglio dire che devi prendere atto di quello che ti ho detto, devi cioè considerare quello che ti ho detto come una realtà da accettare, cosicché le tue decisioni future non possano prescindere da questo (vedi anche farsene una ragione).

    Prendere atto di qualcosa implica che da ora in poi bisogna sempre pensare a questo e capire che non c’è più nulla da fare per cambiare le cose. Possiamo solo prendere le nostre decisioni future considerando questo fatto, questa cosa di cui stiamo prendendo atto, come un fatto acquisito, come una realtà da accettare.

    Spesso infatti l’espressione si usa quando si deve dire che bisogna accettare una realtà, anche se è difficile farlo. Non possiamo cambiare le cose, quindi l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

    Vedete che non si tratta in fondo di una frase formale. Per quello che ho detto finora si può usare in molte occasioni diverse, al lavoro, in famiglia e nelle relazioni sociali di qualsiasi tipo.

    Spesso si usa anche semplicemente per dire che una persona accetta qualcosa. Ecco, il verbo “accettare” può essere usato al posto di prenderne atto.

    Tua figlia si sposa? Accettalo, devi accettarlo. Cioè, devi prenderne atto. Prendi atto di questa realtà. Accettala così com’è, perché così non soffrirai più.

    Accettare ovviamente è molto più usato in queste occasioni non lavorative. Ma al lavoro se dobbiamo scrivere un documento o una comunicazione formale non possiamo scrivere “accettare”, anche perché accettare ha diversi significati: accettare un’offerta ad esempio ha un altro significato di “accettare un compromesso” o di “accettare le conseguenze di qualcosa”.

    Prendere atto in questi casi è la forma migliore per comunicare l’accettazione di una realtà al fine di prendere delle decisioni future. In questi casi formali però non stiamo parlando necessariamente di cose negative che accettiamo a malincuore,

    Usiamo questa frase invece ogni volta che veniamo a conoscenza di qualcosa di importante che influenza il nostro comportamento. Se usiamo questa espressione vogliamo comunicare che abbiamo ricevuto una informazione e ora siamo a conoscenza di questa informazione, e quindi “ne prendiamo atto”.

    La frase è neutra, non stiamo esprimendo dispiacere o piacere. Stiamo solo dicendo che siamo venuti a conoscenza di qualcosa e la teniamo in considerazione, la consideriamo per il futuro.

    Vediamo alcuni esempi:

    Sono un’azienda che produce caldaie e scriviamo ad un cliente che si è lamentato per un inconveniente tecnico durante l’istallazione della caldaia: Gli rispondiamo così:

    Gentile cliente, la ringraziamo per averci contattato. In merito all’inconveniente, ne prendiamo atto e ci scusiamo per quanto accaduto.

    In questo caso “si prende atto” di quanto accaduto. E’ una formula cordiale per dire che la comunicazione del cliente non è stata inosservata. Invece ne prendiamo atto, perché per noi è importante.

    Se invece io lavoro in una istituzione pubblica e ho ricevuto delle osservazioni su un documento, dei pareri da altre istituzioni, posso rispondere:

    Si prende atto delle osservazioni arrivate al fine di apportare le modifiche al documento.

    Si prende atto delle osservazioni, cioè ne terremo conto, le terremo in considerazione per il futuro, quando dovremo apportare le modifiche al documento sul quale sono state fatte le osservazioni.

    Anche il verbo Considerare si avvicina molto a prendere atto. Quando si fa un ragionamento si può decidere di considerare qualcosa, cioè di tenere in considerazione qualcosa che riteniamo importante. Come dicevo prima “prendere in considerazione” ha un significato simile a prendere atto.

    Si prende atto di qualcosa. Importante usare la giusta preposizione, che in questo caso è di, del, delle, dei, degli.

    Prendo atto della tua decisione;

    Prendiamo atto della vostra dichiarazione;

    Prendiamo atto volentieri delle tue volontà;

    Mi auguro prendiate atto di tutte le nostre osservazioni;

    Se prenderete atto dei nostri consigli ve ne saremo lieti;

    Se la Francia non dovesse prendere atto delle decisioni del governo Italiani ci saranno forti ripercussioni politiche;

    Dovete prendere atto del risultato elettorale ed accettare la sconfitta

    Tenete presente che in tono confidenziale, se dite che prendete atto di qualcosa la frase potrebbe sembrare un po’ fredda. Infatti la caratteristica di neutralità della frase, l’assenza di emozioni che c’è nella presa d’atto, può essere utilizzata volontariamente per sembrare offesi, freddi, distaccati dalla persona con cui parlate, proprio per comunicare una sensazione di freddezza.

    Ah mi vuoi licenziare? Hai detto che non lavoro bene? Bene, ne prendo atto e da domani mi metto alla ricerca di un altro lavoro.

    Come? Non mi ami più? Ne prendo atto e me ne vado.

    A volte quindi si usa proprio per prendere le distanze dal nostro interlocutore, per comunicare freddezza e distacco dalla persona con cui parliamo.

    Al lavoro invece vi consiglio di usarla perché una “presa d’atto”, così si chiama, è qualcosa di molto adatto alle comunicazioni di lavoro.

    Spesso si tratta di qualcosa di molto formale, ma non ci sono problemi ad usarlo in email e scambi di opinioni.

    Spesso si dice “prendere atto di un fatto”, cioè la parola fatto si associa molto spesso alla presa d’atto.

    Devi prendere atto di un fatto: non sei più un bambino e devi guadagnarti da vivere!

    La parola “atto” si riferisce al significato di atto inteso come relazione scritta, un resoconto, un rapporto, un verbale, insomma un documento che viene letto e quindi leggendolo si viene a conoscenza di qualcosa che si deve tenere nella dovuta considerazione.

    Anche questo è un modo per sostituire la frase “prendere atto”: tenere qualcosa nella dovuta considerazione.

    Posso anche dire: “prendere nota” cioè annotare, segnare da qualche parte. Ma prendere nota è più informale, somiglia più a segnarsi qualcosa, annotarsi un appunto, senza troppa considerazione in fin dei conti. Prendere atto è un po’ più serio come concetto.

    Prendo anche atto che probabilmente vi state stancando di questa spiegazione e se ne prendo atto non posso continuare ancora, quindi vi saluto tutti, vi ringrazio per l’attenzione

    Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori occasionali.

    Ciao.

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