La solita solfa

Audio

I libri di Italiano Semplicemente:

Trascrizione

Ciao ragazzi, oggi spieghiamo la frase “la solita solfa“.

solita_solfa_immagine

Si tratta di un nuovo episodio di Italiano Semplicemente ed io, come di consueto, sono Giovanni, abito a Roma e sono il vostro professore di italiano.

Allora, “la solita solfa” è la frase di oggi.

Una espressione informale, che quindi si usa solamente nel linguaggio parlato, soprattutto tra amici e conoscenti.

Vediamo cosa significa.

La solita“: comincia così la frase.

“Solita” è un aggettivo e significa conforme alla consuetudine, uguale alle altre volte, quindi una cosa “solita” è una cosa consueta, abituale.

Si sente dire spesso ad esempio:

Ci vediamo alla solita ora

Il che significa: ci vediamo alla stessa ora di sempre, ci vediamo all’ora in cui ci vediamo abitualmente, quando ci vediamo sempre. Insomma, alla stessa ora, al solito orario.

Si sente spesso anche dire:

Siamo alle solite!

E questa è una frase che viene pronunciata quando una persona è stanca di veder accadere sempre le stesse cose. Cose che si ripetono invariabilmente e sistematicamente ogni volta.

Sono stufo di sentire sempre i soliti discorsi

Anche questa frase è abbastanza standard come forma di lamentela orale.

Sei sempre il solito imbranato!

Anche questo tipo di frasi è molto frequente nei dialoghi informali: una persona esprime il proprio pensiero rivolgendosi ad una persona ed accusandola di essere sempre il solito… imbranato ad esempio, ma posso usare qualsiasi tipo di aggettivo!

In poche parole, “solito” e “solita” esprime una ripetizione e anche la mancanza di una novità, e generalmente è un termine che si usa in caso di lamentele.

La parola che segue nella nostra frase è “solfa” che è una parola apparentemente molto strana.

Cos’è una solfa?

La parola deriva dall’unione di due parole: sol e fa.

Sol e fa sono due note musicali, due delle sette note musicali: do, re, mi, fa, sol, la, si.

Di queste note musicali si considerano sol e fa esattamente in questo ordine.

Perché proprio queste due note? e perché in questo ordine?

Il motivo è che solfa è il nome con cui una volta, molto tempo fa, veniva chiamato il “solfeggio”, che è una attività che praticano coloro che imparano la musica. All’inizio, una delle attività che vengono fatte nelle scuole di musica è proprio il solfeggio.

Ricordo di averlo fatto anch’io da giovane. Ricordo ancora i movimenti con la mano ed i vocalizzi che prevedeva il solfeggio: doooo, reeee, miiiii eccetera, ed allo stesso tempo occorreva fare un movimento particolare con la mano, questo per imparare i tempi della musica e le varie note.

Quindi il solfeggio, lo avrete capito, è un’attività molto noiosa e ripetitiva. Bisogna fare sempre lo stesso tipo di esercizio finché non si riesce a legge un brano musicale. é importante ma comunque resta una cosa molto noiosa da fare.

La parola solfa quindi si porta dietro questo significato, legato inevitabilmente alla noia ed alla ripetizione.

Quindi la frase “la solita solfa” contiene due volte lo stesso concetto di ripetizione, arricchito anche da un po’ di noia. Inoltre nella frase “la solita solfa” non c’è nulla che faccia riferimento all’utilità.

Di solito è una frase che si usa quando si ascolta un discorso da una persona, per indicare che questo discorso lo si è già ascoltato in molte altre occasioni ed è sempre lo stesso, non cambia per niente.

Ad esempio, se assisto ad una lezione all’università dedicata ad un certo argomento e questa lezione viene fatta ogni volta usando le stesse parole e le stesse frasi, posso dire che la lezione è stata sempre la solita solfa. Ovviamente questo avviene in contesti informali.

Com’è andata la lezione? Interessante?

Macché, sempre la solita solfa!

Cioè?

Cioè il professore ha parlato delle solite cose, delle cose di cui parla sempre, tutti gli anni

Evidentemente la lezione è stata molto noiosa.

Si usa anche quando si ascolta un rimprovero, da parte di un genitore ad esempio.

Sono rientrato molto tardi sabato sera, ed al mio rientro mia madre mi ha fatto il solito discorso di sempre: che devo rientrare prima e che devo avvisare, che altrimenti mi toglie il telefono e che non mi fa più uscire da solo eccetera eccetera, insomma, niente di nuovo, sempre la solita solfa!

A volte si usano espressioni simili. Basta cambiare la parola finale. A volte si usa la parola “tiritera“, un discorso lungo e monotono.

Stessa cosa per le parole “cantilena” e “filastrocca“, che trovano un utilizzo a volte anche al di fuori dei contesti adatti ai bambini.

Una lunga successione di parole, fastidiosa e ripetitiva, proprio come le filastrocche che si cantano ai bambini, piccole canzoni, piccoli componimenti che hanno delle rime e dei versi. Abbiamo visto in un passato episodio una filastrocca: ambaraba cicci coccò, episodio che vi invito ad ascoltare se volete.

La parola cantilena è abbastanza simile, indica più una melodia, una canzone quindi, che ha però un ritmo abbastanza lento e anche monotono, come una ninnananna ad esempio, quelle canzoncine che si cantano ai bambini per farli addormentare. Questa è la cantilena: dormi bambino, della tua mamma, eccetera eccetera. Una melodia appositamente ripetitiva e noiosa che funge da sonnifero per i bambini. Ricordo però con affetto quando mi venivano cantate le ninannanne per addormentarmi.

Ad ogni modo la frase “la solita solfa” dà un’idea di noia più accentuata di quanto non faccia “la solita cantilena” o “la solita filastrocca”.

La solita tiritera” è ugualmente efficace direi. Spero di non avervi mai annoiato tanto da farvi pronunciare una qualsiasi di queste frasi. Prima che lo facciate, come al solito, vi propongo la solita solfa della ripetizione, per fare in modo che possiate ricordare meglio questa frase.

Provate ad imitare anche il mio tono di voce e vedrete che riuscirete persnmoa divertirvi.

Ufff… questa lezione è la solita solfa….me ne vado!

Oddio, adesso che mia madre ha scoperto che ho rotto la macchina mi farà la solita solfa che non abbiamo soldi per ripararla!

Ecco, questo traffico mi farà fare tardi e mi toccherà sentire la solita solfa del mio dirigente! Che pizza!

Che noia questo discorso, la solita tiritera di ogni volta!

Ciao ragazzi

Annunci

A ritroso

Audio

scarica il file audio in formato mp3

Trascrizione

A ritroso. Questa è l’espressione di oggi. Buongiorno a tutti da Giovanni e da italiano semplicemente.

A ritroso

L’espressione di oggi è abbastanza semplice, e credo sarà molto utile a voi stranieri che volete migliorare il vostro livello di italiano perché è una di quelle espressioni che difficilmente un italiano usa quando parla con una persona straniera.

L’espressione ha a che fare con il carattere di una persona, ma ancora più spesso si usa quando si parla di movimenti del corpo e anche di memoria.

Riguardo al primo aspetto, si dice che una persona ha un carattere un po’ ritroso, oppure che è ritroso o che il suo atteggiamento è un po’ ritroso, significa che questa persona è di carattere riservato, vale a dire che non parliamo di una persona molto espansiva ed estroversa, ma piuttosto di una persona introversa, riservata, che non ama molto comunicare con gli altri. Possiamo anche dire che questa persona è schiva, che tende a volte ad evitare le persone, a farsi i fatti suoi, in qualche maniera. Le persone schive sono persone ritrose, ma c’è qualcosa in più nella ritrosia.

Chi ha un atteggiamento di ritrosia, molto spesso fa opposizione, è contrario alle proposte che vengono fatte. Si usa molto più spesso la parola ritrosia però piuttosto che l’aggettivo ritroso.

Cos’è quest’ atteggiamento di ritrosia?

A volte si utilizza anche la scontrosità come caratteristica. Entrambe sono caratteristiche che si manifestano, si mostrano nei rapporti umani, nelle relazioni con gli altri.

Ricordiamoci la parola “contrario“, quando parlavo di atteggiamento contrario, oppositivo delle persone ritrose.

Ebbene, se davanti alla parola “ritroso” mettiamo la preposizione “a”, resta il senso della contrarietà, ma cambia il contesto.

Non parliamo più del carattere di una persona e del suo atteggiamento schivo e contrario, ma parliamo di un:

movimento a ritroso

Oppure di:

Procedere/andare a ritroso

Se parliamo di movimenti, andare a ritroso è muoversi a ritroso vuol dire fare un movimento all’indietro.

Il nostro corpo normalmente va in avanti giusto? Ebbene dobbiamo fare il contrario (ecco la parola che dovevate ricordare).

Camminare a ritroso è muoversi a ritroso è muoversi all’indietro. Quando si usa?

Ad esempio se sto visitando una città ed ho paura di perdermi per le strade della città,se ho paura di non ricordare più la strada per tornare indietro, in mancanza di una bussola per orientarmi o di un cellulare con Google maps, potrei decidere di andare a ritroso e di ripercorrere le stesse vie del percorso di andata. Ho detto ripercorrere, che inizia per “ri”, come “ritroso” o “ripetere”.

Andare a ritroso significa quindi andare indietro, muoversi all’indietro, ripetendo i movimenti al contrario.

Posso anche dire che oggi molti italiani vanno a lavorare all’estero in alcuni paesi, facendo a ritroso lo stesso percorso che qualche anno fa facevano i lavoratori stranieri: prima venivano loro in Italia alla ricerca di lavoro, partendo dal loro paese, oggi sono gli italiani che percorrono a ritroso la stessa rotta.

Questi sono esempi di movimenti fisici.

A ritroso, ad ogni modo, si usa molto più spesso in senso figurato. Si parla sempre di muoversi all’indietro, di spostarsi all’indietro, ma stavolta lo facciamo con la mente: andare indietro nel tempo, ripercorrere con la mente al fine di ricordare o di provare piacere. Si guarda indietro, in senso contrario quindi, nella memoria.

Facciamo qualche esempio:

C’è un film. In questo film viene raccontata la vita di una persona che oggi ha 80 anni. Posso dire che in questo film si fa un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire i momenti più belli della vita di quest’uomo. Un viaggio a ritroso nella sua adolescenza, un viaggio a ritroso nella sua città di origine, dove è nato, dove è cresciuto.

Oppure se mi sono dimenticato dove ho messo le chiavi di casa, potrei cercare di andare a ritroso per ricordare tutte le cose che ho fatto, ripercorrendo tutte le mie azioni da questa mattina.

Anche guardando una fotografia o una mostra fotografica si può fare un viaggio a ritroso nei momenti importanti della storia.

Infine un ultimo utilizzo:

Sì usa anche quando si fa qualcosa e questa cosa è il contrario a ciò che si fa normalmente. Ad esempio se io abito al centro di Roma e il mio ufficio si trova fuori rispetto al centro della città, posso dire che quando vado al lavoro e quando torno mi muovo a ritroso rispetto al traffico. Infatti il traffico è sempre al contrario, perché quasi tutte le persone vanno a lavorare al centro di roma ed abitano fuori Roma; il contrario quindi rispetto a me. Di conseguenza io non trovo mai traffico, né all’andata né al ritorno.
Voglio anche dirvi che non si usa “a ritrosa” al femminile.

Adesso vi metto alla prova. Ripetiamo qualche parola e frase e vediamo se riuscite a rispondere a qualche domanda.

Ritroso

A ritroso

Camminare a ritroso

Procedere a ritroso

Andare a ritroso

Ritrosia

Ho provato a parlarne con lui ma ho notato una certa ritrosia da parte sua

Se vado all’indietro come sto procedendo?

Sto procedendo a ritroso.

Non trovo più il mio cellulare. Per ritrovarlo potrei…. andare a ritroso per…. ripercorrere le azioni fatte finora.

Quel film mi ha fatto fare un viaggio…. a ritroso nel tempo della mia giovinezza.

Se non avete capito qualche parola andate… a ritroso e riascoltate quella parte dell’episodio una seconda volta.

Un saluto da Giovanni e da italianosemplicemente.com.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Ci sono rimasto

Audio

scarica il file audio in formato mp3

Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com.

L’espressione di oggi è “ci sono rimasto“.

Un’espressione molto usata dagli italiani anche perché la si utilizza in molti modi diversi.

Cominciamo ad analizzare le singole parole.

Ci è una particella di cui ci siamo occupati più volte. A volte indica un luogo: ci vado, ci vivo, ci abito, ci andrei eccetera.

A volte indica “noi”: io e i miei genitori ci vogliamo bene. Io e te ci amiamo. Noi due ci beviamo un bicchiere di vino insieme.

Altre volte è più complicato capire l’uso di ci. Questa è una di quelle volte.

Ci sono rimasto. Questa frase può essere usata sia in senso proprio sia in senso figurato.

In senso proprio ci indica un luogo. Ad esempio se mi trovo in casa e rimango in casa, nel senso che non esco di casa, posso dire che, parlando al passato:

Sono rimasto a casa

Cioè

Ci sono rimasto

“Ci” indica la casa. Quindi se ad esempio mia madre mi dice: io sono uscita di casa alle 10 e tu?

Io posso rispondere:

Io invece ci sono rimasto

Che equivale a dire:

Io invece sono rimasto a casa.

Questo è l’uso non figurato. Posso fare vari esempi di questo tipo, e ci indica sempre un luogo noto. Il nostro interlocutore capisce di quale luogo stiamo parlando e per questo possiamo usare la particella ci.

Vediamo l’uso figurato.

Quando accade qualcosa di negativo per me, qualcosa che non mi fa piacere, ma mi causa dispiacere, posso sempre dire, parlando al passato che:

Ci sono rimasto male

Al presente:

Ci rimango/resto male.

Ad esempio se un mio amico parla male di me, se io vengo a conoscenza di questo fatto, io ci rimango male. Cioè non mi fa piacere.

Posso anche dire:

Ci sono rimasto molto male quando ho saputo questo fatto.

Questo indica un sentimento negativo da parte mia.

Qualcosa mi ha colpito, ha colpito il mio orgoglio, ha colpito la mia autostima, oppure ha messo in discussione qualcosa di cui ero convinto, o qualche cosa di molto importante per me.

Sì tratta di una frase al passato ovviamente in questo caso. Si usa quasi sempre al passato. A volte posso anche usarla al prseente ma è più raro. Ad esempio:

Se una persona mi offende ci resto/ci rimango male.

I verbi rimanere o restare sono quasi equivalenti.

Io resto a casa, io rimango a casa

Io ci resto, io ci rimango

Siamo rimasti da soli, siamo restati da soli

Quanti soldi ci restano? Quanti soldi ci rimangono?

Tu resti del tuo parere, tu rimani del tuo parere

Rimanere e restare sono quindi usati quasi sempre indifferentemente in tutti gli utilizzi.

Anche il termine resto e rimanenza hanno lo stesso significato.

Certo, il termine resto è molto più usato, ma è solo una questione di abitudini e di usanze. Ad esempio la frase:

Il resto è mancia

Questa è la frase che si usa per lasciare la Mancia (cioè di soldi) come premio o ringraziamento o solo per cortesia al ristorante.

Nessuno dice “la rimanenza è mancia”, ma non sarebbe scorretto.

Comunque “restarci male” è nell’uso comune della lingua italiana, usata per indicare un leggero dispiacere. Non si può usare in casi gravi infatti.

Se ad esempio muore una persona, difficilmente sentirete che qualcuno c’è rimasto male. Inoltre la parola “male” alla fine della frase posso anche toglierla:

ci sono rimasto“, espressione che non prevede parole aggiuntive.

In questo caso ha non sempre lo stesso rispetto a “ci sono rimasto male”.

“Ci sono rimasto” indica solamente un forte stupore, incredulità, per aver appena ascoltato qualcosa di strano, di incredibile, di sorprendente e spesso, bisogna dirlo, anche qualcosa di sgradevole, di inaspettato ma anche di negativo.

Altre volte invece può stupirci anche una notizia positiva.

Ad esempio:

Sai che ho saputo? Francesco, quel ragazzo che tutti dicevano fosse non molto intelligente, ricordi? Ebbene, ha ottenuto il premio nobel per una importante scoperta scientifica. Appena l’ho saputo ci sono rimasto!

Oppure :

Se c’è un mio amico che non vedo da molto tempo e che ricordo come una persona onestissima, se vengo a sapere che è stato arrestato per furto, io ci rimango, nel resto che resto stupito, meravigliato. C’è un senso di incredulità, di stupore, verso qualcosa di inaspettato che va contro ciò che pensavo, va contro i miei convincimenti.

In tutti questi casi posso dire che “ci sono rimasto” quando ho saputo questa notizia.

Dicevo che si usa soprattutto al passato, quindi si utilizza soprattutto quando si racconta un avvenimento a qualcuno.

Sai che hanno arrestato il mio amico per furto? Appena l’ho saputo ci sono rimasto.

Ci sei rimasto? Perché?

Ci sono rimasto perché me lo ricordavo come una persona onestissima. Non mi aspettavo una cosa del genere. Ci sono veramente rimasto.

Non è necessario aggiungere “male” anche se sarebbe la stessa cosa.

Possiamo dire che “ci sono rimasto” è più distaccato rispetto a “ci sono rimasto male” perché in fondo non si è trattato di un’offesa personale. Un grosso stupore e basta.

Attenti perché “restarci” o “rimanerci” ha anche un significato aggiuntivo. Piuttosto macabro direi.

Infatti si usa anche quando una persona perde la vita, cioè muore.

Anziché dire “è morto” spesso si sente dire “c’è rimasto”.

Restarci, rimanerci ha anche questo utilizzo. Ci sono anche versioni più simpatiche per indicare la morte di qualcuno:

C’è rimasto secco

C’è rimasto stecchito

Anche lo stupore poi si può esprimere in modo più simpatico:

Ci sono rimasto di stucco

Ci sono rimasto di sasso

Vedete che nel caso della morte, come bel caso dello stupore, c’è un elemento comune che viene dal verbo restare e rimanere.

Quando sono stupito, meravigliato, per un attimo il mio corpo è immobile, non si muove. Lo stupore è tale che il mio corpo per qualche secondo non si muove. “Rimanere di sasso” si basa proprio sulla figura del sasso, della pietra che non si muove per sua natura. E la morte?

È l’espressione massima dell’immobilità non credete?

Spero non ci siate rimasti male da questo mio confronto tra lo stupore e la morte. Probabilmente qualcuno ci sarà rimasto di sasso, ma adesso avrà anche lui o lei una nuova espressione da utilizzare.

Un breve esercizio di ripetizione:

Ci resto male

Ci rimango male

Restarci male

Rimanerci male

Ci sono rimasto

Ci sei rimasto vero?

Appena saputo ci siamo tutti rimasti!

Ci sono tutti rimasti appena l’hanno saputo.

Ci siete rimasti anche voi?

Grazie a tutti dell’ascolto ed al prossimo episodio di italiano semplicemente. Un saluto da Giovanni.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Le specialità italiane: marmellata di arance

Audio

Descrizione

Spiegazione dettagliata della ricetta della marmellata di arance.

Il file PDF e la trascrizione completa e tutte le foto della preparazione è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente e sarà presto disponibile in un audiolibro.

IMG-20190404-WA0055

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Di straforo

Audio

scarica il file audio in formato mp3

Descrizione

Un’espressione informale ma molto utilizzata all’orale. Ha a che fare con le informazioni e con le regole. Usata prevalentemente con il verbo passare, trasmettere, dare.

Chi di dovere

Audio

Trascrizione

Ciao a tutti, “chi di dovere” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un nuovo episodio di italianosemplicemente.com.

Tre parole compongono questa frase, questa espressione, che si usa solamente nella forma orale.

chi_di_dovere_immagine

Chi è un pronome, è significa “colui che” o “colei che” cioè “la persona che“. Quindi chi indica una persona. Non si può quindi usare per gli animali e per gli oggetti.

Di è una preposizione semplice. Si usa in moltissimi casi diversi. Vi consiglio un episodio dedicato proprio alle preposizioni semplici.

La parola dovere, infine, è un verbo e un sostantivo. Il dovere come sostantivo si contrappone solitamente al diritto.

Come verbo infatti indica l’obbligo di fare qualcosa. “Io devo fare qualcosa” significa che io sono tenuto a fare qualcosa,  che sono obbligato a fare qualcosa.

Nella frase di oggi la parola “dovere” funge da sostantivo.

Quindi stiamo parlando di una persona, perché c’è il “chi”, e di un dovere: qualcuno forse ha un dovere da fare?

In realtà non c’è nessuno che ha un dovere da fare. Ma siamo vicini al concetto di dovere.

Vediamo perché.

L’espressione in effetti fa riferimento a qualcuno, questo è vero, quindi il pronome “chi” ha proprio questa funzione, ma “di dovere” indica qualcosa di molto generico.

Non si sta indicando una persona che conosciamo, qualcuno di preciso, una persona precisa.

Questa espressione possiamo anche vederla come una frase accorciata. La vera frase potrebbe cioè essere più lunga.

Ad esempio, se in ufficio accade qualcosa che io ritengo non sia corretta, potrei decidere di riferire l’accaduto al direttore o a qualcuno che ha capacità decisionale, qualcuno che possa prendere adeguati provvedimenti. In modo generico potrei dire:

Quello che è accaduto non deve più accadere, quindi riferirò a chi di dovere.

Riferirò a chi di dovere: voglio dire che l’accaduto sarà riferito a qualcuno che possa fare qualcosa.

Non mi sto riferendo ad una persona precisa, ma solamente alla figura che questa persona rappresenta.

Potrebbe trattarsi del direttore, del dirigente di un ufficio, del responsabile di un servizio.

Insomma, sto parlando della persona (o dell’ufficio) alla quale tocca o compete fare qualcosa.

Questa persona o quest’ufficio ha un potere, evidentemente.

Questa persona ha un ruolo, e potremmo dire che ha un “dovere”.

Spesso infatti parliamo di una figura professionale, di qualcuno che ha una responsabilità che deriva dal lavoro che fa, dal ruolo che occupa. Quindi questa persona ha un dovere, un dovere professionale.

Ecco perché si dice “chi di dovere”. Si intende dire:

Chi, di dovere, svolge questa funzione

Chi, di dovere, ha responsabilità in merito

Chi, di professione, ha il potere di fare qualcosa.

Mentre ho pronunciato queste frasi ho aggiunto sempre qualche parola in più rispetto a “chi di dovere” ed inoltre ho fatto una pausa dopo la parola “chi” , ed infatti ho anche messo una virgola:

chi, di dovere, svolge questa funzione.

Un modo veloce e discorsivo di esprimere lo stesso concetto è proprio:

Chi di dovere.

Senza fare pause, quindi senza mettere virgole, e senza aggiungere altro. Il concetto è chiaro così.

Vi faccio altri esempi:

Mi trovo in ospedale e devo fare delle analisi del sangue. Vado allo sportello amministrativo e la persona addetta a parlare con i clienti mi dice:

Compili questo foglio, scriva tutte le informazioni personali, dopodiché io provvederò a inoltrare la sua richiesta a chi di dovere!

Quindi il foglio verrà consegnato a qualcun’altro, e precisamente alla persona a cui spetta questo compito, cioè alla persona cui va consegnato perché è proprio questo il suo compito.

Fa parte del suo “dovere” ricevere queste informazioni.

Ho usato diversi verbi finora parlando di responsabilità e dovere: Spettare, competere, toccare.

Il verbo “toccare” può sembrare strano da usare in questo contesto, poiché non stiamo parlando di mani e di tatto.

Toccare in questo caso equivale a spettare, competere.

Ah quasi dimenticavo: se invece conoscete la persona responsabile, cioè la persona alla quale spetta la responsabilità. Potete ugualmente usare l’espressione di oggi, se volete aggiungere che, in caso di sua assenza o indisponibilità, la responsabilità è di un’altra persona che la sostituisce. In tal caso potete sempre usare “chi di dovere” e dire dire ad esempio:

La responsabilità spetta a Giovanni o a chi di dovere

oppure:

La responsabilità spetta a Giovanni o chi per lui.

oppure

Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi di dovere

Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi per lei.

In questi casi quindi non sapete chi è il sostituto di Giovanni o Francesca (o non siete sicuri), potete usare entrambe le espressioni, ma se volete sottolineare la sostituzione meglio usare l’espressione “o a chi per lui/lei”.

Vediamo ancora questi verbi che abbiamo usato quando si parla di responsabilità: spettare, competere e toccare.

A chi tocca fare questo lavoro?

A chi spetta?

A chi compete?

Chi è il responsabile?

Di chi è la responsabilità?

Di chi è la competenza?

Di chi è la spettanza?

Sicuramente toccare è il più informale di tutti, ma è molto usato informalmente.

Facciamo un ultimo esempio. Ammettiamo che una persona abbia un incidente per colpa dell’amministrazione di una città.

Ad esempio una persona che cade in una buca nel terreno in città.

Questa persona potrebbe chiedere al sindaco della città, o a chi di dovere, di intervenire, per riparare il danno alla strada.

Questo cittadino non conosce le responsabilità dell’amministrazione, ma questo non significa che non possa lamentarsi, quindi nella sua lettera chiede un intervento da parte di chi di dovere.

“L’ufficio responsabile deve intervenire”, questa è la richiesta da parte del cittadino, pur non conoscendo di chi sia esattamente la responsabilità.

A chi spetta intervenire? A chi tocca? A chi compete? Non si sa, ma si spera che l’ufficio responsabile intervenga.

Bene un piccolo esercizio di ripetizione adesso. Ripetete dopo di me.

Chi di dovere

Spediamo il documento a chi di dovere

Chiedo a chi di dovere di intervenire

Speriamo che, chi di dovere, faccia immediatamente qualcosa.

Giovanni mi ha detto di aver parlato con chi di dovere sabato scorso.

Ciao ragazzi, al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Un abbraccio da Giovanni.

Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno (omaggio ai donatori)

Audio

Trascrizione

Buongiorno, oggi vorrei parlarvi del Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno. Un episodio particolare quello di oggi però.

Un episodio per aiutarvi non solo ad apprezzare la cucina rumena, ma anche e soprattutto per imparare e migliorare l’italiano.

Perché un episodio sul dolce della Romania?

E’ solamente un modo originale per ringraziare i donatori. I donatori sono coloro che hanno fatto (posso anche dire “effettuato”) una donazione a favore di Italiano Semplicemente.

I donatori rumeni dunque. O forse dovrei dire romeni? In realtà si può dire in entrambi i modi, sia rumeni che romeni.

Sarà questa l’occasione per imparare anche qualcosa di nuovo, usare qualche espressione idiomatica e qualche verbo particolare. Scriverò in colore rosso le cose più importanti che impareremo oggi.

Non voglio spiegare la ricetta nel dettaglio però (ci vorrebbe una persona rumena per questo), ma vorrei solamente parlarvi degli strumenti che occorrono per la sua preparazione. Vedrete che semplicemente parlando degli strumenti potrò cogliere l’occasione per poter spiegare qualche curiosità della lingua italiana. Gli strumenti sono gli oggetti di cui abbiamo bisogno, ciò che ci serve per preparare il Cozonac.

Allora vediamo gli strumenti usati per la preparazione del Cozonac. Cosa occorre?

Vi occorre (cioè vi serve). Posso anche dire: “avete bisogno di“. A volte si usa anche il verbo necessitare. Quindi necessitate di… Il verbo necessitare non si usa molto nel linguaggio di tutti i giorni, invece è abbastanza utilizzato nel linguaggio più formale: necessito di una spiegazione (attenzione all’accento di necessito:

Io necessito di spiegazioni

tu necessiti di materiale

Lui necessita di maggiori dettagli

Noi necessitiamo di voi

Voi necessitate della nostra presenza

loro necessitano urgentemente di cure mediche.

La preparazione dei dolci necessita di molta attenzione.

A volte, ma si usa veramente raramente, potete trovare anche il verbo abbisognare.

Comunque un’altra cosa di cui necessitate per preparare il Cozonac è:

ciotola capiente.jpg

1) una ciotola capiente, vale a dire un grande contenitore. Parliamo della capienza. La capienza di un contenitore, in questo caso una “ciotola” si misura in centimetri cubici. Tutti i contenitori hanno una capienza. Ad ogni modo una ciotola è un contenitore senza manico, di legno, plastica, metallo o terracotta e, cosa importante, le ciotole non vanno nel forno e sul gas. Non servono per cuocere ma solo per contenere del cibo. La posso chiamare anche “scodella” ed inoltre può contenere anche liquidi ed anche cose non commestibili, come oggetti di piccole dimensioni. Per cuocere e cucinare si usano invece padelle, pentole, tegami, tegamini e casseruole.

stampo.jpg

2) uno stampo da plumcake: Lo stampo: cos’è? Si tratta di uno strumento (possiamo anche parlare di “arnese“, che è un sinonimo di strumento ma l’arnese si usa prevalentemente con oggetti che si afferrano con le mani. L’arnese è un utensile di lavoro in genere, un’arte o un mestiere qualsiasi). Lo stampo di cui necessitiamo ha la forma di un contenitore.
Può avere diverse forme. Anche uno stampo è un contenitore dunque, ma la sua funzione è diversa. Uno stampo ha dei disegni sulla base e serve a dare la forma a delle preparazioni come anche i biscotti. E’ dunque un recipiente (o contenitore) in cui si versa un liquido o un semiliquido formato da diversi ingredienti perché ne acquisti la forma solidificandosi. Quindi uno stampo serve a far assumere una forma particolare a un preparato, che, inizialmente liquido o denso, poi quando si solidifica, cioè quando diversa solido, assume la forma desiderata, che è quella dello stampo. Ci sono gli stampi per fare i budini, i biscotti ed anche quello per fare il Cozonac, che è ovviamente più grande. Gli “stampi” comunque in genere servono a modellare, cioè fungono da modello anche per ottenere oggetti di plastica o metallica nella forma voluta. “Fungono” significa “servono”.
Il verbo fungere si usa solitamente per indicare una funzione, qualcosa “che è utile per… “, quindi indica l’utilità di qualcosa, utilità per un fine specifico, generalmente diverso da quello originario. Ed allora lo stampo assume la funzione di “modello”, perché modella, cioè dà una forma a ciò che viene messo all’interno dello stampo. Generalmente il verbo fungere, come dicevo, generalmente si usa quando l’uso è diverso da quello originario, solito. Ad esempio:”la mia camera da letto ultimamente funge da garage“, nel senso che non c’è il letto adesso ma c’è la mia moto, ma chiaramente una camera da letto contiene un letto normalmente e viene usata per dormire. Ecco perché uso il verbo fungere generalmente. Nel nostro caso invece lo stampo ha proprio questa funzione, quella di modellare il contenuto, ed anche in questo caso posso dire “funge da modello”, anche se questa è la sua funzione primaria. La parola “stampo” è simile alla parola “stampa”, cioè quella dei giornali e della “carta stampata” ma se ci pensate, la stampa non è altro che una riproduzione di cose scritte o disegni in più copie, quindi si tratta ugualmente di riprodurre qualcosa diverse volte, sempre nella stessa forma e dimensione.

forno elettrico.jpg

3) un forno: Un forno serve a cuocere. Quindi è un impianto per la cottura. A noi interessa il forno da cucina, ma come tutti i forni, si riscalda, e l’alta temperatura permette di cuocere le pietanze. In cucina si usa prevalentemente il forno elettrico. Nei ristoranti c’è anche il forno a legna, cioè alimentato con legna.
Attenzione poi alla differenza tra cuocere e cucinare. Il forno cuoce, o un fornello del gas, perché c’è il calore che permette la cottura. Invece a cucinare è una persona. Cucinare significa in generale preparare un pasto. Si dice solitamente fare da mangiare.

Chi fa da mangiare oggi?

Equivale a dire:

Chi cucina oggi?

Chi prepara il pasto oggi?

stuzzicadenti.jpg

4) uno stuzzicadenti: lo stuzzicadenti è un piccolo strumento di legno. Possiamo anche chiamarlo utensile se vogliamo, ma come dicevo prima l’utensile è il nome generico che possiamo dare ad un arnese o un “attrezzo” (possiamo chiamarlo anche così) necessario allo svolgimento di un’attività lavorativa.
Questo attrezzo ha due piccole punte, ed in genere serve a pulire i denti dai residui di cibo. Ne abbiamo parlato anche in un altro episodio, di cui metto il link, parlando del verbo stuzzicare.
Nel caso della preparazione del Cozonac invece lo stuzzicadenti viene usato per effettuare la cosiddetta “prova dello stuzzicadenti“, quindi possiamo dire che in questo caso lo stuzzicadenti funge da strumento per valutare il grado di cottura che è stato raggiunto. Il verbo fungere in questo caso è perfetto.
Come si fa a fare la prova dello stuzzicadenti? Si infilza il Cozonac dopo che è stato cotto al forno. Si infilza, cioè si fa un piccolo foro, si “pratica” un buco. Lo stuzzicadenti, quando si usa per infilzare il Cozonac, si infila nel Cozonac. Attenzione perché i verbi infilare e infilzare sono molto simili. Diciamo che infilzare è più legato alla materia. Infilare invece si usa molto anche in senso figurato.
Se dopo aver infilato lo stuzzicadenti nel Cozonac, questi (lo stuzzicadenti) esce pulito dal dolce, allora il Cozonac è cotto e potete toglierlo dal forno. Attenzione, ho detto “se questi esce pulito“, parlando dello stuzzicadenti. Ma lo stuzzicadenti è singolare! Non si tratta di un errore però! Infatti nella lingua italiana si usa spesso “questi” per indicare un solo oggetto. Si usa “questi”, che solitamente è invece il plurale di “questo”. Es:

Questo oggetto

Questi oggetti

Oppure:

Questi spaghetti non sono buoni.

In questa frase “questi” precede gli spaghetti, che è una parola plurale.
“Questi”, al plurale, si usa anche ovviamente con le persone, indicando un gruppo di persone, o almeno più di una persona. Ma sapete una cosa? “Questi” si usa anche per indicare una sola persona.
Anzi, a dire il vero “questi”, al singolare, si usa più con le persone che con gli oggetti o animali: “Questi” significa proprio “Questa persona“, e si usa quando sappiamo di chi stiamo parlando.
Questo è fondamentale. Dobbiamo sapere di chi parliamo. In questo caso, nella ricetta, lo usiamo al posto di “lo stuzzicadenti“.
Abbiamo detto che se questi esce pulito ed asciutto dopo che lo abbiamo infilato nel Cozonac, allora il dolce è pronto, se invece questi esce sporco significa che non è ancora pronto. Quindi “questi” significa solitamente “questa persona“, “la persona di cui si è appena parlato” ma, più raramente si usa anche con animali o cose. A volte si usa anche “quegli” per dire “quella persona“. In questo caso può essere che la persona è lontana, nello spazio o nel tempo, rispetto a chi parla. A volte poi si usano entrambi se si parla di due persone:

Mentre questi se ne andò, quegli non si mosse

Attenzione alla pronuncia di quegli, con “gli”. Tornando a questi e quegli, nell’uso “normale” dei due termini posso quindi dire:

Questi dolci sono buonissimi

Quegli animali sono tranquilli

Ma posso anche dire:

Giovanni era in casa. Quest’uomo mangiava la pasta

Giovanni era in casa. Mentre questi mangiava la pasta, suonò il campanello.

Oppure (uso sia questi che quegli):

Giovanni e Andrea sono due compagni di classe intelligenti, ma mentre questi è più studioso, quegli non ha molta voglia di studiare.

Un altro esempio:

Mentre la professoressa spiegava la grammatica, si addormentarono due ragazzi, questi dopo la spiegazione dei pronomi, e quegli appena prima dell’esercizio scritto.

Quindi ricapitolando: questi e quegli in questo caso sono dei pronomi dimostrativi (non l’avevo detto finora) e non devono essere confusi con il plurale degli aggettivi questo e quello: sono pronomi che si utilizzano soltanto in funzione di un soggetto maschile singolare e sono sempre in relazione ad una persona che è già stata menzionata in precedenza.

L’ultimo strumento di cui abbiamo bisogno per fare il nostro Cozonac è:

  • un tagliere di legno

Un tagliere. un tagliere è qualcosa su cui si taglia qualcosa. Il tagliere (attenti alla pronuncia) serve a tagliare, è uno strumento usato per tagliare, per affettare o spezzettare degli alimenti. Generalmente è fatto di legno, ma non è detto. Nella ricetta di oggi serve ad appoggiarci sopra il Cozonac dopo che esce dal forno. per farlo raffreddare completamente prima di tagliarlo a fette e servirlo.

Abbiamo detto che il tagliere serve a tagliare, affettare o spezzettare. Spezzettare viene da pezzo. Significa fare a pezzetti, dividere qualcosa in piccoli pezzi, cioè in piccole parti. Affettare invece è tagliare a fette, e per affettare serve un coltello o qualcosa con una lama.

Se abbiamo del pane ad esempio usiamo le mani per spezzettarlo e usiamo il coltello per tagliarlo o affettarlo. Con il pane ad esempio il più usato è tagliare, mentre affettare sarebbe il più corretto. Lo si può anche spezzettare ma questo non dà lo stesso risultato poiché come detto lo si spezzetta con le mani.

Grazie ai donatori Romeni dunque, questo episodio è dedicato a loro.

Un saluto a tutti.

Giovanni

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00