Il diritto allo studio in Italia (ripasso primi 36 verbi professionali)

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Descrizione

Questo episodio è un ripasso dei primi 36 verbi del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

I verbi da usare al lavoro

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi parliamo del diritto allo studio in Italia e in questo episodio saranno utilizzati i primi 36 verbi che fanno parte del corso di Italiano Professionale.

Comunque ho dimenticato di qualificarmi: sono Giovanni, italianosemplicemente.com, vi scrivo e vi parlo da Roma.

Oggi ci occupiamo del diritto allo studio dunque. Strana parola il “diritto” parlando dello studio. Gli studenti italiani lo vedono piuttosto come un dovere! Ma iniziamo dal principio.

Dopo l’unità d’Italia, ed in particolare dal 1932 sono iniziate le attività di supporto economico (cioè aiuto economico) verso gli studenti in Italia.

Aiutare gli italiani a studiare, quindi sostenerli economicamente per garantire loro il diritto di studiare, anche se non hanno abbastanza denaro: questo è l’obiettivo fondamentale del “diritto allo studio”: rendere il diritto indipendente dalle condizioni economiche e sociali del singolo.

Tutto iniziò con la nascita della Repubblica Italiana e con l’entrata in vigore della Costituzione, che detta così le regole generali, i principi del diritto allo studio, esattamente negli articoli 33 e 34, che parlano di “scuola aperta a tutti” e di istruzione inferiore gratuita da impartirsi per almeno otto anni.

L’obbligo di frequenza e la gratuità, non riguardano invece l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

A quei tempi si decise che l’istruzione era da considerare un servizio pubblico necessario da erogare, per poter assicurare il pieno sviluppo intellettivo della persona anche rispetto alla condizione di partenza, potenzialmente sfavorevole, di qualcuno con insufficienti risorse finanziarie.

La Costituzione Italiana, all’art. 3 , recita infatti, tra l’altro, che:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Nel periodo successivo all’obbligo scolastico e anche dopo quello universitario, il cittadino ha la libertà di intraprendere studi a suo piacimento, e lo Stato deve garantirgli parità di accesso, attraverso l’erogazione di borse di studio che possono riscuotere coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

C’è sempre la possibilità per gli studenti più facoltosi di spacciarsi per indigenti, ma i controlli sono molto accurati e difficilmente si riesce a farla franca: pena multe molto Salate. Conviene dichiarare il vero, suffragando le proprie dichiarazioni con documenti credibili; scusate se insisto. Benché siano praticabili alcune scappatoie (diciamo furbate) che permettono di risparmiare. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

La normativa comunque cerca sempre di prevenire e impedire che questo accada. Altrimenti poi nascono problemi di giustizia sociale ed anche possibili conflitti sociali che occorre dirimere. Meglio prevenire dunque.

Compito prioritario della Repubblica è occuparsi di istituire scuole statali per tutti gli ordini ed i gradi che possano garantire questo diritto.

Il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido e si estende sino alle università.

Lo Stato deve però garantire agli enti di istruzione non statali la piena libertà di istituire scuole ed istituti di educazione, senza però oneri per lo Stato. Ad ogni modo, ai loro alunni deve essere garantito un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

Questo senza però oneri per lo Stato, come è declinato dalla normativa. È bene chiarirlo. Ciò non vuol dire che lo Stato non possa intervenire a favore degli istituti privati; ma che nessun istituto privato potrà esigere di avere aiuti da parte dello Stato.

Questo è quanto prevede la Costituzione italiana, ma successivamente sono seguite una serie di leggi e decreti che resero effettiva l’applicazione dei principi dettati dalla Costituzione.

Si è trattato quindi di adempiere agli obblighi derivanti da tali principi attraverso delle leggi.

Riguardo all’istruzione superiore ed universitaria, come agevolazioni si parla di borse di studio, di alloggi per studenti, mense, sussidi straordinari, ma anche orientamento alla formazione, prestiti agevolati, aule di studio, spazi culturali e ricreativi o anche sportivi a disposizione degli studenti (cioè di cui gli studenti possono disporre), il tutto erogato da particolari enti per garantire il diritto allo studio.

Tali enti competono alle Regioni italiane. Sono di loro competenza.

Normalmente gli studenti che intendono avvalersi di queste e di altre prestazioni sociali agevolate, dovranno fare una dichiarazione dei redditi, con la quale si assumono le responsabilità delle loro dichiarazioni. Naturalmente è compito degli stessi studenti adoperarsi al fine di presentare queste dichiarazioni nei tempi consentiti.

Spesso anche le università comunque erogano questi servizi.

Frequentare l’università comporta il pagamento di una tassa, ma sono previste esenzioni totali o parziali delle tasse universitarie per chi ha bisogno. Persino istituzioni religiose o private possono erogare servizi di questo tipo.

Anche il governo italiano può erogare borse di studio universitarie e fare finanziamenti per l’edilizia universitaria. Vengono, a questo fine, stanziate risorse ad hoc dal governo italiano.

Esiste infatti un “fondo per il diritto allo studio”, che è erogato dal Ministero dell’Università e della Ricerca alle Regioni, le quali possono anche aumentare tale disponibilità economica attraverso dei fondi regionali.

Ad esempio è possibile erogare contributi da liquidare agli studenti più bisognosi per l’acquisto di libri scolatici.

Nelle università italiane (anche dette “atenei”), per poter garantire il diritto allo studio, lo Stato prevede una quota massima di iscrizione, una soglia che non si può superare riguardo alle tasse di iscrizione.

Queste tasse variano a seconda del reddito, quindi a seconda della ricchezza delle famiglie, e i più ricchi pagano poco più di € 2000. Non è tantissimo in fondo e lo Stato non si arricchisce, non sbanca di certo con i soldi delle iscrizioni all’università.

Di sicuro non c’è bisogno di contrarre un mutuo per iscriversi all’università. Chi non è d’accordo con me significa che evade le tasse. Non sei d’accordo? Sei un evasore!

Adesso sono persino querelabile. Qualcuno potrebbe farmi una querela. Ma io non ho fatto nomi, quindi nessuno può querelarmi. Poi insomma non è obbligatorio fare l’università. I più ricchi possono anche vagliare l’ipotesi di vivere di rendita senza lavorare. Ma anche pagare duemila euro non cagionerà alle persone più ricche grossi danni. È giusto che la quota di iscrizione sia commisurata con la propria ricchezza. Non è vero? Molti non sono d’accordo però con questa mia affermazione. Pazienza.

Tali pagamenti vanno eseguiti ovviamente entro un certo periodo di tempo, almeno prima che l’anno accademico volga al termine.

Per le fasce meno agiate ci sono esenzioni e riduzioni. Ma per dimostrare di essere poveri bisogna suffragare l’iscrizione con una dichiarazione dei redditi, per dimostrare la propria indigenza. Altrimenti la richiesta di esenzione sarà cassata.

Non tutti i corsi di laurea sono uguali però all’università.

Ci sono dei corsi a numero chiuso e altri a numero aperto. Se il numero è chiuso, questo implica che l’iscrizione a tali corsi è subordinata al superamento di un esame di ammissione, che può essere articolato in prove scritte e/o orali, ma anche della carriera pregressa, cioè degli studi e delle valutazioni conseguite negli anni precedenti all’università.

Il voto complessivo a questi esami può quindi tener conto dell’esito dell’esame di maturità o di qualche altra laurea precedentemente conseguita.

Inoltre i singoli atenei possono stabilire dei requisiti per l’accesso ad un determinato corso, come un punteggio minimo del voto di maturità.

Perché questo? Semplice, per avere corsi di laurea di maggiore qualità perché frequentate da meno studenti e perché gli studenti saranno dei lavoratori in futuro, e potrebbe non esserci abbastanza posti di lavoro rispetto al numero degli studenti.
Si tratta quindi di garantire a tutti la possibilità di avere un lavoro e un reddito abbastanza adeguato. Troppa offerta di lavoro fa infatti abbassare la remunerazione. Logico no? Non c’è bisogno di commissionare un’indagine ad hoc per arrivare a questa conclusione.

Per quanto riguarda il diritto allo studio dei lavoratori, qualche anno fa presso molti comuni italiani esistevano corsi serali di istruzione predisposti proprio per la tipica figura dello studente-lavoratore.

Poi è stato introdotto il cosiddetto “statuto dei lavoratori”, una legge del 1970, che introdusse il diritto per tali persone, a poter studiare e lavorare nello stesso tempo. Questo ha significato l’introduzione di una flessibilità nell’orario di lavoro, in mdo tale che queste persone potevano frequentare corsi scolastici, o anche il diritto a permessi per il giorno dell’esame, o l’esonero dal lavoro straordinario.

Questi permessi erano fruibili anche per corsi non strettamente legati all’attività lavorativa, come il conseguimento di un diploma o di una laurea. Tale legge prevedeva 150 ore all’anno di permessi retribuiti. Questo diritto a fruire di 150 ore, inizialmente previsto solo per il settore privato, venne esteso nel 1988 al pubblico impiego.

Come si determina il contingente dei beneficiari di questo diritto?

In ogni provincia il personale avente diritto alla fruizione dei permessi studio non può superare complessivamente (tra tutti coloro che presentano la domanda) il 3% del personale in servizio all’inizio dell’anno scolastico e l’arrotondamento è previsto all’unità superiore. Quindi il 3,1 per cento diventa il 4%.

Dal 2000 poi è possibile usufruire dei “congedi per la formazione”. Quindi non solo delle ore di permessi retribuiti regolarmente, ma anche la possibilità di un periodo formativo non retribuito, durante il quale il lavoratore può assentarsi dal posto di lavoro, non ricevendo retribuzione e conservando però il posto di lavoro.

Riguardo alle persone con handicap, possiamo certamente dire che per queste persone resta ancora disatteso in Italia il diritto allo studio per gli alunni e studenti che hanno disabilità. Fortunatamente ci sono anche molte associazioni che promuovono tale diritto in modo che sia effettivamente fruibile da tutti, e non solo per alcuni studenti.

Tutti hanno bisogno di investire sul proprio futuro.

La giustizia e l’onestà qualificano una società democratica.

Audiolibro: I primi 30 verbi professionali

Finalmente disponibile I libro-e Audio-libro sia in versione cartacea che Kindle dei primi 30 verbi professionali.

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Puoi scegliere tra la versione digitale o cartacea.

Servizio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

 

Alcune Recensioni

ulrike.jpg

Utilissimo un libro di questo tipo. Io non ho mai avuto intenzione di lavorare in Italia.
Perché mi sono interessata quindi del corso di italiano professionale?
Semplicemente perché so che la bellezza di ogni lingua sta nella sua ricchezza espressiva. Voglio leggere libri, poesia, giornali, capire quello che parlano in radio e tv, voglio capire anche le sfumature delle espressioni nei contesti diversi in cui vengono usate. È per questo che faccio parte dell’associazione Italiano Semplicemente; è per questo che seguo con attenzione e grande divertimento il corso e i verbi che formano una sezione importante
del corso. 

andre.jpgUn libro  scritto da una persona che sa, come nessuno, il significato della parola “insegnare”,  impeccabile e indispensabile per qualsiasi straniero che usi quotidianamente la lingua italiana nel suo lavoro oppure, come me, che semplicemente ha voglia  di imparare a comunicare in italiano.

 

 

bogusia.jpgÈ un libro che io potrei raccomandare a tutti quelli che stanno cercando la possibilità o le fonti che faciliterebbero il passaggio dal vocabolario di base al livello più avanzata che assomiglia a quello degli stessi italiani, non solo nell’ambito professionale. In un modo divertente e istruttivo viene mostrata la possibilità di usare i verbi in ogni situazione quotidiana. Il metodo proposto dal sito Italiano Semplicemente (vale la pena dare un occhiata) viene implementato rigorosamente attraverso tutti i contenuti del libro.  La mia esperienza personale mi permette di dire: funziona. Basta ascoltare gli audio nel tempo libero e durante un’attività che non coinvolge la concentrazione assoluta. In questo modo impari ad esprimerti in un modo anche migliore rispetto all’italiano medio.

khaled.jpgPer me è un piacevole utilizzo dei tempi morti della giornata: sfogliare, leggere un libro di questo tipo e trovare gli argomenti più disparati spiegati nei dettagli e in modo divertente. Vi consiglio di leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente prima di leggere il libro. Sono uno studente universitario ed interessato ad imparare la lingua italiana, soprattutto la cultura italiana.  Sinceramente, seguire il sito e la pagina Facebook può cambiare le vostre idee sull’apprendimento. Essere membro di Italiano Semplicemente ha  soddisfatto le mie esigenze di imparare e vivere la cultura italiana.

jasna.jpgl libro “Verbi professionali” è indispensabile sia per quelli che studiano la lingua italiana sia per quelli che la insegnano. Tutti e due hanno in comune la stessa meta: riuscire a padroneggiare bene la lingua. E se vogliamo bene padroneggiare la lingua italiana questo libro non dovrebbe mancare sul nostro scaffale. La padronanza di tali vocaboli contribuirà di sicuro al successo di una  comunicazione d’affari in italiano e aumenterà senz’altro le opportunità di carriera nel mercato di lavoro. Secondo me con questo libro saranno evitate le eventuali incomprensioni interculturali, che accadono spesso, e che sono uno dei maggiori ostacoli al successo della comunicazione d’affari.

E poi c’è il metodo giusto – TPRS – che ci facilita il loro apprendimento e che diventa alla fine divertente. Molto consigliabile.

 

 

Segnaletica stradale

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Trascrizione

Andrè e Giovanni vanno in discoteca. I due diciottenni promettono ai propri genitori di non bere.

Alla fine della serata, Andrè sembra in grado di guidare, sebbene abbia bevuto un paio di bicchieri.

Giovanni invece è decisamente brillo, per non dire alticcio. Peccato, perché dei due, Giovanni è il più attento alla guida, mentre Andrè si distrae abbastanza spesso. Inoltre Andrè non ha ancora fatto l’esame di guida!

Andrè si mette comunque alla guida.

Tu fammi da navigatore”, dice a Giovanni, “perché non sono sicuro di ricordare la strada di casa.

Conta su di me”, risponde Giovanni, sebbene Andrè fosse consapevole della probabile scarsa credibilità delle parole di Giovanni, ma d’altronde non aveva scelta.

Fai attenzione ai segnali di precedenza”. Giovanni inizia subito con i sui consigli, sbracato sul sedile posteriore ad occhi semichiusi.

Andrè: Ok, tranquillo, ce la faccio. Però dammi indicazioni precise, perché i cartelli stradali non li conosco benissimo ancora.

Dopo 100 metri, ecco il primo incrocio pericoloso.

Giovanni: “fermati allo stop, vedi il cartello?”

Andrè si ferma allo stop, rispettando correttamente l’apposita segnaletica verticale e orizzontale.

Giovanni: Questo segnale o cartello indica che ci dobbiamo fermare per dare la precedenza alle macchine che vengono da destra o da sinistra. E’ uno stop. Si chiama così.

“Tra un po’ inoltre incroceremo una strada con diritto di precedenza”, la voce di Giovanni arrivava puntuale dalle retrovie.

Andrè: Bene, ecco la strada. Che faccio?

Giovanni: il cartello triangolare con la punta verso il basso indica che bisogna dare la precedenza a chi viene da destra.

Adesso vedrai che la strada peggiorerà, ci sono molte buche qui, quindi vai più piano. Ecco il cartello che indica che la strada è dissestata.

Andrè: ah ok, che devo fare?

Giovanni: rallenta, mica vorrai rompere il semiasse, no?

Andrè: Giusto. E quel segnale ritondo? Questo con le frecce che fanno il giro.

Giovanni: vuol dire che tra poco c’è una rotatoria.

E’ un segnale di prescrizione, cioè di obbligo. Lo trovi prima dello sbocco su un’area in cui è prescritta la circolazione rotatoria (un incrocio, una piazza).
Quindi i conducenti sono obbligati, c’è cioè la prescrizione, quindi devono per forza circolare secondo il verso indicato dalle frecce.
Il segnale lo trovi sempre prima dell’incrocio sul lato destro. Ricordati he?

Andrè: va bene allora giro in tondo.

Giovanni: adesso attento perché c’è una scorciatoia che possiamo prendere, una strada in cui non si potrebbe passare, ma considerata l’ora, possiamo provarci. Eccola, vedi che c’è il cartello di divieto di transito.

Andrè: Quello rotondo col bordo rosso e dentro bianco?

Giovanni: sì, quello, ma vai lo stesso, tanto chi deve passare a quest’ora! Tra l’altro nessuno può passare qui, né da una parte né dall’altra. Quello è un divieto di transito,

Andrè: rischiamo una multa?

Giovanni: sì, ma la polizia non c’è in giro. Ecco, adesso vai fino alla fine, gira a sinistra e siamo quasi arrivati.

Andrè: ok, ma quest’altro cartello che significa? E’ rosso ed ha una banda bianca orizzontale al centro.

Giovanni: non potremmo transitare, è vero, infatti quando incontri questo segnale vuol dire che stiamo entrando dal senso sbagliato. Da questa parte non si può entrare, dobbiamo entrare dall’altro senso. Ma vai tranquillo, sono le tre di mattina.

Andrè: possibile che incontriamo tutte strade in cui non possiamo andare?

Giovanni: no, tranquillo, adesso c’è anche un senso unico. Prendilo. Ecco, è questa strada davanti a te, che ci porterà fino a casa.

Andrè: quale strada? E dov’è il cartello?

Giovanni: questo rettangolare blu, con la freccia bianca dentro verso destra.

Andrè: ah sì, lo vedo. Vado tranquillo quindi?

Giovanni: vai, vai, questa è una strada a senso unico, puoi andare tranquillamente!

Andrè: sì… a meno che incontriamo altri due ubriaconi come noi che tornano a casa!

Giovanni: vai a tutta birra qui che siamo quasi arrivati!

Andrè: ma c’è il limite di velocità a 80 all’ora, non possiamo andare forte qui, questo cartello lo conosco! E poi c’è una macchina davanti a noi. Mica possiamo sorpassarla.

Giovanni: sì, lo so, ma stanotte abbiamo fatto tante infrazioni, quindi vai forte e sorpassa questa lumaca!

Andrè: va bè, ma ti ricordavo come un ragazzo prudente, cosa ti è successo stanotte? Comunque faccio finta che questo divieto di sorpasso non esista?

Giovanni: esatto! Allora qualche cartello lo conosci!

Andrè: solo qualcuno. Ma guarda chi sta arrivando!

Giovanni: la polizia!! Ci stava seguendo da un po’ di tempo!

Meno male che siamo arrivati. Accosta davanti casa e fai finta di niente!

Poliziotta: buongiorno (si fa per dire), non è la vostra giornata fortunata oggi: Guida in stato di ebrezza, guida senza cinture di sicurezza, infrazione del divieto di transito, transito senso contrario, ed infine parcheggio in sosta vietata. Non oso neanche chiederle di farmi vedere la patente!

Andrè: beh, in effetti… ma come sosta vietata?

Poliziotta: certo, non si può parcheggiare qui. Non conosce i cartelli stradali?

Giovanni: signora poliziotto, potrebbe chiudere un occhio per stavolta? Siamo stanchi e…

Poliziotta: … va bene, va bene, ma la prossima vi ritiro la patente! Se ce l’avete…