519 Una volta per tutte

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno, oggi vediamo la differenza tra:

una volta per tutte

una volta per sempre

una buona volta

una volta tanto

Ringrazio Xhiaoheng per la domanda. Xhiaoheng è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ci siamo già occupati del termine volta, e a dire il vero lo abbiamo fatto più volte!

La prima volta lo abbiamo fatto nell’episodio 117, la seconda volta nell’episodio 184 (col verbo svoltare), la terza volta con”dare di volta il cervello” (episodio 260), poi anche nell’episodio 262, quando si è parlato della locuzione “alla volta di” e infine nella locuzione di volta in volta, episodio 328.

Allora iniziamo a rispondere alla domanda di Xhiaoheng. Le 4 frasi in questione hanno a che fare con i problemi e somigliano tutte a “finalmente“.

Una volta per tutte” indica qualcosa che si deve fare per risolvere un problema definitivamente.

Si usa quindi quando c’è un problema e una decisione che potrebbe finalmente risolvere questo problema in modo definitivo.

Ma questa decisione non viene mai presa. Allora posso dire:

È arrivato il momento che tu parli con tuo marito, una volta per tutte.

Te lo ripeto, ma che sia una volta per tutte: sono sposato. Ti prego di non darmi più fastidio!

Quando ci parli col direttore per chiedergli un aumento di stipendio? Vuoi farlo oggi una volta per tutte?

Ho due denti cariati che mi fanno molto male da un mese. Ho paura del dentista ma devo andarci una volta per tutte, così sparirà il dolore.

Una volta per sempre” ha un significato molto simile, ma si utilizza soprattutto per commentare un episodio accaduto che si trascinava da tempo.

Finalmente ho superato l’esame di italiano e mi sono tolto il problema una volta per sempre.

Spessissimo comunque viene usato allo stesso modo di “una volta per tutte”. Usate liberamente queste due modalità a scelta.

La terza frase è “una buona volta” , una locuzione ancora simile, che però esprime un’emozione, una certa irritazione per questa decisione che non viene mai presa. Usata quando si desidera o si attende con impazienza qualcosa.

Quindi:

Ti vuoi star zitto una buona volta?

La vuoi smettere una buona volta di chiamarmi di notte?

Attenzione perché “la volta buona” si usa diversamente dalla “buona volta”.

Infatti “la volta buona” si usa per indicare l’occasione giusta per risolvere un problema, o anche per indicare la speranza che il problema sia definitivamente risolto:

Dopo tre bocciature, domani sarà la volta buona che superi l’esame di italiano? Così almeno puoi dimenticare questo esame una volta per tutte. Ma vuoi metterti a studiare una buona volta?

Infine c’è “una volta tanto”, locuzione che indica qualcosa che accade molto raramente. Qualcosa di positivo. Esprime però anche rassegnazione, o speranza, o impazienza, o sollievo:

Una volta tanto abbiamo avuto fortuna.

Chissà se vinceremo, una volta tanto. Magari!

Simile ancora a “finalmente” , ma è riferita a una singola occasione. Non stiamo parlando di un problema risolto per sempre.

È quasi uguale a “una buona volta”, però “una volta tanto” sottolinea l’occasione rara (non accade quasi mai) che si è verificata o la speranza che accada, mentre “una buona volta” si usa più quando si è arrabbiati o impazienti per qualcosa che non accade mai.

Allora, ancora una volta non sono riuscito a fare un episodio breve come mi ero prefisso. La prossima sarà la volta buona?

Ve lo dico una volta per tutte però: la precisione non è mai stata il mio forte! Volete capirlo una buona volta?

Khaled: digiunando di mia volontà, non voglio avere torto lamentandomi con chicchessia.
Siamo negli ultimi 10 giorni del mese di Ramadan, quindi tutto sommato, meglio evitare di fare litigi con qualsiasi persona, quand’anche si subisca un torto o danno da questi.
In questi giorni, quando ci si sente offesi, è meglio dire sono un uomo in fase di digiuno , rivolgendosi a Dio con le invocazioni seguendo i riti del mese sacro.
Dobbiamo sentirci all’altezza dal punto di vista spirituale, per il fatto che c’è una notte che vale più di mille mesi di preghiera.

Italiano Professionale – lezione 32: Situazioni ipotetiche

Situazioni ipotetiche

Durata: 22 minuti

 

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Stare in campana

Stare in campana (scarica audio)

Vi hanno mai consigliato di stare in campana?

Ma che significa? Devo stare in campana? Cioè?

Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.

Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.

La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.

Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.

È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.

È un preallarme dunque, non proprio un allarme.

Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.

Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:

Occhio, ché se cadi ti fai male!

Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.

Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.

Va bene, grazie, starò in campana!

Un ultimo avvertimento.

Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.

Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.

Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.

Invece, quando si invita una persona a “stare all’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.

Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.

Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:

Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.

Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.

Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.

Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “le allerta“.

Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.

State all’erta dunque, anzi, in campana!

Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

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Descrizione

Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

I mille usi del verbo prendere

I mille usi del verbo prendere

Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

Hai preso lo stipendio questo mese?

No, lo prendo domani.

Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

Cosa prendi? Offro io!

Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
qualcuno, incolpare qualcuno.

Non te la prendere con me, io non sono stato!

State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

Ci sono frasi simili però:
Prendere male qualcosa
Prenderla male

Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

Posso dire:
Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

Prendere per buono.

Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

Tra l’altro esiste anche riprendere:

Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

Con Maria proprio non mi prendo!

Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

Si può anche dire:

Io so come prenderlo, fidati di me.

Non so come prenderlo.

In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

Ciao Giovanni!

No, io sono Mario, non Giovanni.

Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

Si usa spesso anche come esclamazione:

Ma per chi mi hai preso?

Se dico ad esempio:

Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

Torniamo ora a prendersela.

Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

Ma esiste anche:

Prendersela comoda

Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

Prendersi una responsabilità (assumersi)
Prendere l’autobus (salire)
Prendere la Laurea (laurearsi)

Prendere le armi (arruolarsi)

Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

Preso! (cioè “colpito!”)

Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

Hai indovinato! = Ci hai preso!

Anche gli animali si possono prendere:

Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

Non devi farti prendere dall’ansia.

Non farti prendere dalla paura

Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

Prendere in castagna

In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

Che equivale a dire:

Sono stato preso dalla paura
Sono stato preso dal sonno

Anche la smania può prendere.
Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

Prendi e porta a casa
Prendere o lasciare
Prendere fischi per fiaschi
Prendere in contropiede
Prendere il due di picche
Prendere la palla al balzo
E tante altre espressioni.

Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.

Italiano Professionale – lezione 30: Il titolare e il facente funzione

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Descrizione

Lezione 30 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è il “facente funzione” o “facente funzioni“.

Vediamo però tutti i termini usati per indicare la sostituzione temporanea di una persona in ambito lavorativo.

facente funzioni

Sapere, potere, riuscire, essere in grado, essere capace, arrivare, farcela

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Buongiorno a tutti e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com.

Un episodio utile quello di oggi per capire le differenze di significato tra alcuni verbi. Parliamo in particolare delle capacità. Sono capace di fare qualcosa? Ci riesco? Posso farlo? lo so fare? Sono in grado di farlo? Ci arrivo? Ce la posso fare?

I verbi in questione sono sapere, potere, riuscire, arrivare e farcela. Poi ci sono anche alcune espressioni che possono essere utilizzate al posto di questi veri, che sono “essere capace“, e “essere in grado“.

Questo episodio nasce dal fatto che, frequentando molte chat di stranieri, mi rendo conto delle difficoltà che avete voi non madrelingua italiana.

Gli errori che fanno gli stranieri non sono gli stessi che fanno i ragazzi italiani. E’ anche per questo motivo che trovo molto affascinante questo “mestiere”. Chiamiamolo così, sebbene io mi diverta molto e sia molto motivato nel cercare di capire i vostri problemi e come spiegare o chiarire alcuni concetti.

Allora si diceva dei verbi simili e delle espressioni varie da usare.

Vediamo alcune frasi:

Io no so suonare la chitarra

io non riesco a suonare la chitarra.

Io non posso suonare la chitarra

Io non sono in grado di suonare la chitarra

Io non sono capace di suonare la chitarra

Io non ce la faccio a suonare la chitarra

Dunque se “Io no so suonare la chitarra” significa che non ho la capacità di suonarla, perché nessuno me l’ha insegnato.

Se io “io non riesco a suonare la chitarra“, significa che c’è qualcosa che mi impedisce di suonarla. Forse ho un problema alla mano. Potrei farlo, ma c’è qualcosa che me lo impedisce. C’è qualcosa di personale che mi riguarda. Questo impedimento può essere di qualsiasi tipo, fisico (come un problema alla mano) o anche psicologico. Magari quando ci ho provato il mio insegnante mi diceva sempre che non ero portato, che non avevo le abilità, o magari questo maestro mi stava antipatico, talmente antipatico che ora provo un senso di disgusto verso questo strumento.

Se dico ad esempio che non riesco a studiare con il rumore, sto manifestando una mia debolezza, una mia caratteristica. Non riesco a concentrarmi, non mi mancano le capacità, sarei perfettamente in grado di farlo, ma non con il rumore perché deve esserci assoluto silenzio.  C’è un’incapacità a portare a termine qualcosa per qualche motivo che riguarda me, le mie capacità fisiche o mentali.

Un altro utilizzo di sapere è poi quello della semplice conoscenza. Semplice nel senso di non approfondita (se è approfondita meglio usare il verbo conoscere), tipo:

Sai che sto imparando l’italiano?

Lo so, me l’ha fatto sapere tua madre.

Ma questo non ha niente a che fare con le capacità di fare qualcosa. Si tratta di conoscenza.

Se io “Io non posso suonare la chitarra“, il senso è abbastanza simile a riuscire. Tuttavia il verbo potere si preferisce usare quando sono coinvolte questioni esterne o altre persone. In genere non si tratta di me, ma di altri.

Io non posso suonare la chitarra perché i miei vicini di casa si lamentano del rumore che faccio!

Analogamente:

Andiamo a casa mia a studiare. Puoi venire nella mia macchina, perché c’è posto.

Potete studiare fino a giovedì, perché venerdì facciamo l’esame.

Potete stare tranquilli perché a casa mia non c’è nessuno.

Non possono venire anche le ragazze a casa mia altrimenti mia madre non crederà che stiamo studiando!

Scusi professore, posso andare al bagno?

Vedete che dipende da circostanze esterne e non da me. Queste circostanze possono impedire l’azione stessa.

Per usare riuscire, devo generalmente trovare ragioni personali:

Andiamo a casa mia a studiare. Anche se siamo in 6, se ci stringiamo  riusciamo ad entrare tutti in macchina.

Se riuscite a studiare almeno due ore al giorno fino a giovedì, venerdì farete un bell’esame.

Riuscite a stare tranquilli? Non c’è motivo di essere nervosi!

Il verbo potere però non è del tutto slegato dalle questioni personali. Infatti potere esprime anche la facoltà di fare anche secondo la propria volontà (non è detto solo della volontà di altri o di eventi esterni) mentre il verbo riuscire ha molto a che fare con il risultato, con lo scopo da raggiungere oltre che le abilità personali o con l’esperienza. Quindi se io”posso” fare qualcosa, non significa necessariamente che riesco a farlo bene. E questo potere, questa facoltà, questa possibilità può dipendere anche dalla nostra volontà. Anche questa può fungere da ostacolo. In qualche modo anche la nostra volontà la trattiamo come se fosse un elemento esterno.

Se ti chiedo:

Puoi aiutarmi per favore?

Voglio dire: ne hai voglia? Oppure: hai tempo? Oppure: hai la possibilità di farlo?

Ci sono elementi esterni o anche interni che possono impedirti di aiutarmi. Se dicessi:

Riesci ad aiutarmi?

Questa forma è ammessa, ma è leggermente diversa, perché significa più: Hai le capacità di aiutarmi? Sapresti renderti utile? O al limite anche: riesci a trovare il tempo per aiutarmi?

Un altro esempio:

Ieri avrei dovuto suonare il violino ma non avevo voglia di farlo, oggi invece sto bene, posso suonarlo tutto il giorno senza problemi.

Non ci sono impedimenti, quindi oggi posso farlo, posso suonarlo. In qualche modo è un’azione  che può iniziare, ma magari lo suonerò male (qualità, risultato) ma non ci sono impedimenti. Per questo meglio usare “potere”.

Quindi occorre distinguere non solo tra circostanze esterne e quelle che dipendono solo da me, ma anche distinguere la facoltà col risultato.

Vediamo adesso “essere in grado“:

Io non sono in grado di suonare la chitarra

Essere in grado è equivalente a “riuscire” e sottolinea ancora di più il fatto che dipende da noi stessi e non da altre persone o da fattori esterni. Trova il suo utilizzo ottimale con la negazione: “non sono in grado”, che è ancora più forte di “non riesco”.

Non sono in grado di suonare la chitarra sembra precludere anche ogni possibilità futura.

Analogamente:

“Non sono in grado di mentire” è come dire che manca qualcosa di fondamentale, o c’è qualcosa di troppo che mi impedisce di mentire: il mio carattere, la mia mentalità, la mia educazione. Difficile che in futuro io possa riuscire a mentire.

Non essere in grado di fare una cosa può significare quindi che mancano le capacità.

Si capisce ancora meglio con altri esempi:

Le persone poco intelligenti non sono in grado di risolvere esercizi complicati

I bambini molto piccoli non sono in grado di capire le battute ironiche

Mio nonno di 95 anni non è in grado di usare Whatsapp.

Infine c’è “essere capace“, che chiama in causa la capacità.

Io non sono capace di suonare la chitarra

E’ esattamente come “sapere“: manca la capacità, quindi non so farlo, perché nessuno mi ha insegnato e quindi non ho imparato a farlo. Se non sai fare una cosa non sei capace di farla.

Però “non essere capaci” si usa spesso anche per evidenziare pregi o difetti personali.

Non sono capace di mentire, è più forte di me!

Ecco, in questo caso indico la mia incapacità nel mentire, che deriva evidentemente dal mio carattere, dalla mia cultura, educazione, eccetera. E’ un mio pregio. Ma si usa anche e forse ancor di più per evidenziare i difetti, tipo: “I giovani di oggi non sono capaci di parlare correttamente” o “non sono capaci di prendere decisioni”.

Quindi rispetto a “non essere in grado”, che si usa soprattutto per evidenziare la mancanza di qualcosa, “essere capace” si preferisce usarlo per evidenziare pregi e difetti.

Se torniamo a “non essere in grado”, è interessante notare che la mancanza di qualcosa che ti impedisce di fare qualcosa può anche avvenire usando il verbo “arrivare“:

Si usano spesso frasi di questo tipo:

Non ci sono arrivato!

Mio fratello non capisce la matematica. Non ci arriva proprio!

Ma possibile che non arrivi a capire che sono infelice?

Ci sei arrivato finalmente!

Scusa, perché devo dirti che ti amo tutti i giorni? Aiutami a capire ché non ci arrivo!

E’ un modo informale e spesso può essere offensivo (se parliamo con altre persone) di evidenziare una mancanza, un’incapacità nel capire, nel comprendere. La cosa è troppo difficile per lui o lei. Non ci arriva!

Di solito “arrivare” si usa in senso materiale. Ad esempio se arrivo con la mia mano a prendere il sale lo prendo, altrimenti ti dico:

Scusa, mi passi il sale per favore ché non ci arrivo?

In modo figurato “non arrivare a capire” fa pensare ad uno sforzo per capire, come ad indicare delle capacità mentali limitate.

Ho bisogno d’amore, stupido, non ci arrivi?

E’ come dire: le tue capacità mentali sono abbastanza sviluppate per capire che ho bisogno di amore?

Vale la pena di vedere anche il verbo “farcela“, un verbo pronominale che significa “avere successo”, “riuscire a fare qualcosa”. L’uso è prevalentemente informale e il senso è simile a “riuscire”.

Quindi è simile a riuscire e si usa per evidenziare anche in questo caso lo sforzo nel raggiungere e nel non raggiungere (nel caso di NON FARCELA).

ad esempio:

Ce la fai a scrivere con la mano sinistra?

Non ce la faccio a lavorare 10 ore al giorno.

Non ce la faccio più a sopportarti!

Se usassi “essere capace” posso essere offensivo:

Sei capace di scrivere con la mano sinistra?

Invece io voglio sottolineare il raggiungimento di un obiettivo (scrivere con la sinistra) con uno sforzo, e non il tuo difetto. Non voglio offenderti. Per lo stesso motivo non uso il verbo “arrivare”.

Potrei usare il verbo riuscire senza problemi.

Il verbo potere non è adatto perché si parla di abilità personali, Non ci sono fattori esterni o altre persone.

Posso usare anche il verbo sapere:

Sai scrivere con la mano sinistra?

Posso farlo perché sapere come detto si usa quando impariamo a fare qualcosa.

Facciamo un esercizio di ripetizione adesso:

Bogusia: Scusa, puoi spostarti per favore?

Anthony: No, non posso, ho una gamba incastrata.

Bogusia: Hai provato?

Anthony: Sì, ma non ci riesco proprio, è incastrata bene!

Bogusia: Prova a tirare forte la gamba indietro!

Anthony: Non so se riesco a farlo, ho paura che mi faccio male!

Bogusia: Dai prova ancora! Ce la puoi fare!

Anthony: Ho detto che non ci riesco, ci arrivi a capirlo?

Anthony: Piuttosto, aiutami invece di parlare! Ne sei in grado?

Bogusia: No, non riesco a  sollevare grossi pesi! Non ho la forza! Dai, tira! Prova ancora!

Anthony: Senti un po’, ma sei capace a star zitta un attimo?

Bogusia: Potrei, se solo volessi, ma non essendo in grado di aiutarti fisicamente, almeno posso darti dei consigli!

Anthony: Io non ce la faccio più con te! Chiama aiuto!!!

412 – Il verbo fregarsene

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Trascrizione

Rispondo ad una domanda che mi ha fatto Doris, membro dell’associazione Italiano semplicemente. Doris mi ha chiesto la differenza tra “me ne frego” e “me ne frega”.

Grazie della domanda Doris.

Allora: Quando siete o non siete interessati a qualcosa, quando provate o non provate interesse, un modo molto informale per esprimere questo concetto è usare il verbo fregarsene.

Parliamo di interesse e disinteresse, ma se usiamo il verbo fregarsene è soprattutto per esprimere disinteresse:

Io me ne frego
Tu te ne freghi
Lui se ne frega
Noi ce ne freghiamo
Voi ve ne fregate
Loro se ne fregano

Se dico che me ne frego di te significa che non mi interessa nulla di te.

Si tratta di un forte disinteresse, quasi di un disprezzo.

Usate questo verbo con moderazione perché può essere molto offensivo.

Tu te ne freghi di me

Significa che non sei per niente interessato a me. Non hai alcun interesse per me.

Mario se ne frega di Francesca

Significa che Mario non è per niente interessato a Francesca.

Ora, cosa succede se invece vogliamo esprimere il significato opposto, cioè che non è vero che non siamo interessati?

Vediamo, nelle tre frasi che abbiamo visto sopra, come fare:

Il contrario di “me ne frego di te” sarebbe:

Non me ne frego di te

Di te non me ne frego

Ho detto sarebbe perché questo verbo come ho detto si usa quasi esclusivamente per esprimere un forte disinteresse.

Infatti se volete veramente dire che provate interesse, meglio usare la seguente forma:

Non è vero che me ne frego di te!

Di te non me ne frego affatto!

Il tono da usare è anch’esso importante per far capire le proprie intenzioni.

Perché si può creare questo malinteso? Perché dovete poi sapere che esiste anche “me ne frega” e “non me ne frega niente/nulla“.

A me non frega nulla

A te non frega nulla

A lui non frega nulla

A noi non frega nulla

A voi non frega nulla

A loro non frega nulla

Sempre uguale. Non cambia mai. Questa è la versione, possiamo dire “maleducata” dell’uso di un altro verbo: importare. Lo vediamo tra un po’.

Questa forma, allo stesso modo del verbo fregarsene, si usa per mostrare prevalentemente un forte disinteresse.

Di te non me ne frega niente

Non mi frega nulla della scuola (più informale)

Non me ne frega nulla della scuola

Che me ne frega della grammatica! Mi basta leggere e ascoltare.

Non sono ricco? Che mi frega! Mi basta avere molti amici ed essere in salute.

In questo caso si aggiunge “non“:

Non mi frega di…

Non mi frega niente di…

Non me ne frega nulla di…

Significa che non sono per niente interessato a qualcosa.

Un’alternativa è iniziare con “che” o “ma che”:

Che me ne frega?

Che mi frega?

Ma che ne ne frega a me?

Si tratta di una domanda retorica ovviamente.

Se rivolgo la domanda ad un’altra persona diventa invece un consiglio a fregarsene:

Che te ne frega di Giovanni? Non dare ascolto alle sue parole!

Oppure è una vera domanda, sebbene un po’ arrabbiata:

Giovanni, ma tu sei innamorato di Sofia?

E a te che te ne frega? Fatti gli affari tuoi.

Equivalente a (usando fregarsene):

Fregatene!

Te ne devi fregare!

Insomma nelle due forme viste si usa quasi esclusivamente per esprimere un forte disinteresse.

Quando invece voglio mostrare interesse invece in genere non si usano queste due forme.

Si può fare ma solo per negare il disinteresse. Ad esempio:

Non è vero che non mi frega nulla di te

Non è vero che me ne frego di te

Se vogliamo esprimere interesse meglio usare un’altra modalità: usare il verbo importare, di cui abbiamo accennato prima.

Se qualcosa è importante per te, allora a te importa di questa cosa.

A me importa imparare l’italiano

Vuol dire che l’italiano è importante per me.

A te importa qualcosa si me?

La domanda equivale a:

Sei interessato a me?

Sono importante per te?

Posso usare questo verbo anche per mostrare disinteresse, se una cosa non è importante:

A me non importa se mi tradisci

Non ci importa se non venite alla festa

A loro non importa nulla di voi

Questo verbo si può quindi usare sia per mostrare interesse sia disinteresse.

Quando uso “non mi frega” e “chi se ne frega”, sebbene questa forma si usi quasi sempre solo x mostrare un forte disinteresse (ed è anche maleducata come detto) funziona allo stesso modo di importare.

Mi importa = mi frega

Non mi importa = non mi frega =

Non me ne importa = non me ne frega.

“Non mi frega” e “chi se ne frega” si usano soprattutto quando siete arrabbiati:

Non mi frega niente di te!

Lo vuoi capire che non mi frega più nulla di te? Io amo un’altra donna!

Lo stesso è con il verbo fregarsene:

Non sei d’accordo con me? Me ne frego!

Me ne frego se non vuoi indossare la mascherina 😷. Indossala e basta!

Adesso la domanda nasce spontanea: quando uso fregarsene e quando uso “non mi frega”?

Sono ugualmente utilizzate. Ma c’è una differenza.

Fregarsene, e quindi ad esempio “me ne frego” è più ostentativa, più forte, denota più sicurezza di sé, ed è anche più provocatoria, sprezzante.

Se qualcosa non ci interessa per niente, se non è importante per noi, se il nostro interesse è rivolto ad altre cose, possiamo dire che non ce ne importa nulla o che, se siamo arrabbiati, che non ce ne frega niente.

Se invece vogliamo mostrare forza, prepotenza, se vogliamo mostrare disinteresse verso le difficoltà e gli ostacoli o verso le opinioni delle altre persone, “me ne frego” (quindi fregarsene) è più indicato. Somiglia molto a:

Vado avanti lo stesso

La cosa mi è assolutamente indifferente

La cosa non mi tange

Me ne Infischio

Posso usarlo anche per combattere un atteggiamento di prepotenza:

Non puoi fregartene di tutti, indossa quella mascherina!

Se te ne freghi sempre di tutti non puoi pensare di risultare simpatico!

Tutti se ne fregano di me. Ma io gli dimostrerò che valgo!

Ci sarebbero anche i verbi “fottersene” e “sbattersene” ma sono molto volgari quindi faccio a meno questa volta di spiegarli.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata con Bogusia, anche lei membro dell’associaizone.

Bogusia: Finalmente è arrivata una ottima spiegazione dell’uso del verbo fregarsene. Si dà il caso che tante volte ho sentito queste diverse frasi e qualcosa non mi tornava. Si poneva la domanda: perché lo usano gli italiani?

Però avevo una fifa blu, non volevo appunto sembrare dura di comprendonio . Ho abbozzato troppo a lungo con questo mio atteggiamento perché per poter ingranare come si deve bisogna smarcarsi dalle diverse paure, darsi alla disperazione non serve neanche. Essere accondiscendenti e dire sempre di si, assecondare chi fornisce le spiegazioni non sufficienti non è cosa.

Diciamo all’insegna dell’amicizia, uno strappo alla regola perché no. Però alla lunga non serve a chicchessia.

Passi che alcuni argomenti non ci interessano, passi pure che non sempre ci gira bene ma non chiedere mai lascia il tempo che trova.

Bisogna prendere e chiedere. Grazie a Doris per aver fatto le pulci a Gianni, si vede che le importa parecchio dell’italiano.

Italiano Professionale – lezione 29: Parlare delle possibilità

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Descrizione

Lezione 29 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è come parlare delle possibilità.

Analizziamo tutti gli avverbi utilizzabili a seconda della bassa, media e alta probabilità. La lezione appartiene alla sezione 3 del corso, dedicata alle riunioni e agli incontri.

352 Di per sè

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Indice degli episodi
I Primi 200 episodi in versione KINDLE (+MP3) – (1-100) (101-200) (201-300)
Tutti gli audio-libri in versione KINDLE e CARTACEA (+MP3)
Video YouTube
Trascrizione

Giovanni: ieri vi ho parlato di di mio, di suo, di tuo, di loro, e non vi ho detto, per non fare un episodio troppo lungo, che “di suo” è simile a “di per sé”. Stavolta si tratta di tre parole.

Sono espressioni simili ma “di suo” e simili si usano prevalentemente con le persone, mentre “di per sé” con tutto il resto. A volte però si può usare anche con le persone. Ma quando?

Intanto non posso usare “di per sé” se parlo di me o di te; sto parlando di qualcosa o qualcuno di esterno, lui o loro nel caso di persone o qualcos’altro che non sono persone ma fatti, situazioni, circostanze, oggetti.

Di conseguenza “di per sé” a volte si può usare al posto “di suo” e “di loro” parlando di una o più persone quindi. Es:

Mario, di per sé, è difficile da sopportare

uguale a :

Mario, di suo, è difficile da sopportare

e

Maria e Giuseppe, di per sé, sono brave persone

Maria e Giuseppe, di loro, sono brave persone

Queste frasi sono equivalenti.

Quindi “di per sé”, Come di “di suo” e “di loro”, si usa quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno solo singolarmente, quando dobbiamo isolare un aspetto, o quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno nella sua essenza, nella sua singolarità.

Vediamo alcuni esempi quando invece non parlo di persone:

Lo studio della grammatica, di per sé non è sufficiente per riuscire a comunicare in una lingua

In questi casi meglio usare “di per sé”, sebbene si possa usare anche “di suo”.

Questo significa quindi che non basta studiare la grammatica per imparare una lingua. Se la consideriamo singolarmente, la grammatica non è sufficiente: di suo o di per sé non sé non è sufficiente.

Un secondo esempio:

Il Covid ha avuto effetti molto negativi sul mondo dello spettacolo, perché il lavoro in questo settore è di per sé intermittente.

Stessa cosa: anche senza il Covid il lavoro nello spettacolo non è mai continuativo, costante, ma già di suo, potremmo dire, già di per sé, senza aggiungere altro, è incostante, quindi non così sicuro e al riparo da rischi.

Potremmo anche dire in questo caso “è già di per sé intermittente”, proprio come abbiamo fatto con “già di suo”.

Però non parliamo di persone in questo caso. Il lavoro non è un essere umano. Allora è meglio usare “di per sé” come si è detto.

Un’altra differenza:

Questa espressione si usa più spesso senza aggiungere “già” perché più che a indicare qualcosa di sufficiente (già serve a questo, ricordate?)  la maggioranza delle volte indica qualcosa che di insufficiente, che non basta. Allora anche se si parla di persone in questo caso meglio usare “di per sé”.

Esempio:

Di per sé Maria non sarebbe male, ma frequenta cattive amicizie e questo la fa sembrare peggiore.

Come a dire: non basta essere delle brave persone, occorre anche frequentare persone simili a noi per essere considerate in modo positivo. Parliamo di persone quindi, e potremmo usare sia di suo che di per sé, ma parliamo di qualcosa di Maria che non basta, quindi meglio “di per sé”.

In questo tipo di frasi c’è quasi sempre un “non” un “ma” o un “però” da aggiungere, proprio perché qualcosa non basta, non è sufficiente.

Il piacere, per quanto necessario nella vita non è di per sé sufficiente per raggiungere la felicità.

Questo significa che il piacere non basta da solo (di per sé) perché occorre anche altro per essere felici: è una la forma di soddisfazione, ma molto superficiale e perciò è semplice da ottenere ma anche semplice da perdere.

Quindi ricapitoliamo: “di per sé” serve per isolare un aspetto, per considerarlo singolarmente +, e è un po’ diverso da “di suo”, “di tuo”, “di loro” innanzitutto perché stiamo parlando di qualcosa di esterno, quindi non sto parlando di me o di te. Al massimo posso parlare di una o più persone: lui o loro.

Secondo: “Di per sé” si usa sia con le persone che col resto: situazioni, caratteristiche ecc. Infine “di per sé”, spesso indica qualcosa che non basta, qualcosa di non sufficiente. Le caratteristiche proprie delle persone invece sono preferibilmente indicate con “di suo”, che spesso e volentieri sono precedute da “già” (già di suo) che sta a indicare una caratteristica che già esiste.

E adesso ripassiamo 5 espressioni già spiegate:

Hartmut: Dovrò fare mente locale quando userò questa espressione sai?

Khaled: Sarò un po’ duro di comprendonio, ma anche io non è che ci abbia capito proptio tutto!

Xin: Vai a capire quante volte dovremo ripassare questa espressione prima di poterla usare senza problemi!

Xiaoheng: é risaputo che la ripetizione è importante. Lo dice anche la prima regola di Italiano Semplicemente.

351 Di mio, di suo, di loro

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    • Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una espressione particolare: “di mio”.

Perché vi parlo di una espressione? Ve ne parlo perché queste due parole “di mio”, o “di tuo”, o “di loro” non sempre, all’interno di una frase hanno un particolare significato.

Mio, suo, loro sapete che sono aggettivi possessivi, quindi indicano il possesso:

il mio giocattolo, il tuo telefono, il loro appartamento eccetera.

La preposizione “di” davanti a questi aggettivi però non si usa molto spesso. Possiamo distinguere 3 modi diversi di usare di davanti a mio, tuo, loro.

Chi ha scritto questo libro? L’hai scritto di tuo pugno?

Questa frase “scrivere di proprio pugno” indica semplicemente l’autore di un libri, ma anche di un articolo di giornale o un qualsiasi documenti scritto.

C’è il senso del possesso anche qui, ma non si usa in questo modo con altri verbi al di fuori di “scrivere”.

Sempre con il senso di appartenenza, posso anche dire:

In questa casa non c’è niente di mio.

Il che significa che non c’è niente che mi appartiene, non c’è nulla che è mio, ma megliol dire nulla “di mio”.

Allo stesso modo potrei dire:

Di mio, in questa casa, c’è solo questo armadio

oppure anche, in senso più ampio

In questa poesia non c’è niente di tuo

che è come dire:

In questa poesia non c’è niente di Giovanni

In questo caso il senso è un po’ più largo: si parla di stile di scrittura, del modo di scrivere.

Quindi anche in questo secondo modo di usare “di mio” c’è il senso di appartenenza.

C’è un terzo modo di usare questa espressione, il modo che mi interessa maggiormente spiegarvi oggi: “già di suo”, “già di mio”, “già di loro”.

Queste espressioni –  queste possiamo chiamarle così perché hanno un significato particolare – indicano una caratteristica di una persona o di una cosa che è già presente, che non ha bisogno di alcun intervento perché già fa parte di questa persona, o di questa cosa.

Mi spiego meglio con alcuni esempi:

Il Sabato è bello già di suo

Come a dire: il sabato è bello perché si chiama sabato, perché di sabato non si lavora, o perché è l’ultimo giorno di lavoro, o perché solitamente ci si diverte. Non ha bisogno di altro.

Lo stesso se dico:

Giovanni dovrebbe vestirsi bene per essere più carino. Marco invece è già bello di suo, e non ha bisogno di nient’altro.

Marco è già bello di suo: si parla sempre di appartenenza, ma non di oggetti o di cose qualsiasi, ma di caratteristiche proprie. Se vogliamo sottolineare che non c’è bisogno di intervenire per cambiare o migliorare la situazione o per aggiungere delle cose, possiamo usare questa espressione.

Andare in Italia è già di suo una grandissima esperienza, ma se vuoi esagerare puoi visitare Roma.

“Già” evidenzia la non necessità di fare qualcos’altro.

Giovanna si mette le scarpe col tacco per sembrare più alta, ma lei, già di suo, è alta 1  metro e 80 centimetri.

Senza mettere alcun tacco, Giovanna è già molto alta quindi.

Maria, che già di suo mangia moltissimo, questa settimana ha partecipato a tre pranzi di matrimonio!!

Notate come al femminile non cambia: “suo” resta “suo” anche al femminile, non diventa “sua”.
Ora è giusto che alcuni dei membri dell’associazione, che già di loro producono molte frasi di ripasso, mettano qualcosa di loro anche in questo episodio. A voi la parola:

Lejla: Certo, non ti risponderemmo mai picche Gianni!

Ulrike:  Dacché ce lo hai chiesto, siamo pronti ad accontentarti!

Anthony: Io è meglio che non dica nulla. Mi risparmio una figuraccia!

omi: E fu così che fece un figurone invece!

350 Ma come si fa!

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Trascrizione

come si fa!

Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo visto la differenza tra una frase seguita dal punto esclamativo e la stessa frase seguita dal punto interrogativo. La frase era “ma va’“. Nei due casi, come si è visto, il significato e l’utilizzo cambia completamente.

Succede spesso questo nella lingua italiana. Ad esempio anche con la, frase “ma come si fa”.

Col punto interrogativo si tratta di una domanda:

Ma come si fa?

E questa domanda si fa quando non si è in grado di fare qualcosa.

Esempio, il professore dice: ecco il compito di matematica che dovete fare.

Lo studente, se non ha studiato può rispondere: come si fa?

Cioè: come si fa questo compito?

Le domande con questa risposta sono praticamente infinite, e generalmente si tratta di cose difficili da fare, almeno per la persona che pronuncia questa frase:

Vediamo un altro esempio:

Dobbiamo immediatamente modificare questo video e renderlo più leggero, così è troppo pesante.

Come si fa a modificare un video?

Quando si tratta di una domanda, la preposizione da usare è “a”: come si fa a…

Poi si mette il verbo all’infinito, il verbo indica esattamente la cosa difficile da fare, ciò che non sappiamo come fare.

Se invece si tratta di una esclamazione cambia l’intonazione: Come si fa!

Questa è una frase che in genere è preceduta da “ma“:

Ma come si fa!!

Non si tratta di una domanda ma di una esclamazione.

Si usa quando si è molto stupiti di un comportamento di una persona, quando non ci si spiega qualcosa, quando qualcosa risulta incomprensibile. Si tratta quasi sempre di qualcosa che ha dei riflessi sulla stessa persona che pronuncia questa frase. Qualcosa di molto importante è accaduto, determinato da un comportamento sbagliato, qualcosa che si è “fatto“, quindi un’azione compiuta. Il verbo “fare” che si utilizza nell’espressione indica un’azione quindi, un’azione dalle conseguenze negative, anche molto negative.

Vediamo tre esempi:

Un figlio, non ancora maggiorenne, quindi ancora senza patente chiama a casa e dice che c’è stato un incidente con la macchina.

Il padre, sbalordito, tra le altre cose, dice:

Ma come si fa!! Come si fa! Dico io! Hai preso la macchina senza avere la patente, sei un incosciente.

Questo “come si fa” indica appunto un atteggiamento sbagliato, un modo sbagliato di comportarsi, qualcosa di non normale, di anormale, a volte di inspiegabile.

Dico io“, o “io dico” spessissimo accompagna l’espressione “come si fa”. Si tratta naturalmente di espressioni emotive, di conseguenza fanno parte di un linguaggio soprattutto parlato. Sono frasi che escono da sole dalla bocca, frutto di una intensa emozione.

L’espressione spesso sembra proprio una domanda, perché viene completata come una domanda:

Ma come si fa a guidare senza patente dico io! Ma come ti è venuto in mente!

Secondo esempio:

Sono stato bocciato tre colte consecutive all’esame di lingua italiana.

Commento di un mio amico:

Ma come si fa! Tre volte di fila! Sei proprio un somaro!

Terzo esempio:

Komi: ancora una volta, un episodio della rubrica 2 minuti con italiano semplicemente, sfora la durata dei due minuti!

Max Karl: Ma io non lo so! Ma come si fa, dico io! E’ inaccettabile! Ma è mai possibile?

Rauno: Si direbbe che non si abbia nessun rispetto per gli ascoltatori! Non è che lo fai apposta?

Sofie: secondo me nonostante tutto è stato un bell’episodio. Comunque andava bene anche ancora più lungo di così, io non ho problemi.

349 Ma va’

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Ma va

Trascrizione

Giovanni: cosa si dice ad un amico quando dice qualcosa di poco credibile? Cosa si dice quando questa cosa che hai appena ascoltato non è credibile, cioè quando è palesemente un’esagerazione o una bugia, o una notizia falsa, quando è chiaro che è una cosa non vera?

La lingua italiana è molto generosa anche in questo caso, quindi potete usare molte espressioni particolari.

Una di queste è dire:

Ma va’!

Certo, potreste anche rispondere più semplicemente con:

Non ci credo!

Ma cosa stai dicendo?

Ma dove l’hai sentita questa?

Se invece dite:

“Ma va’!”, normalmente si accompagna l’espressione con la mano e si gira la testa a destra o sinistra. I membri dell’associazione italiano semplicemente possono vedere anche un brevissimo video in cui mostro questo movimento.

Ma va!

Va’ è la terza persona singolare del verbo andare , e questo sembra un invito ad andare da qualche parte.

Conoscete tutti la parolaccia italiana simile a questa espressione vero?

Ebbene, questa parolaccia sarebbe certamente un’esagerazione in questo caso quindi è sufficiente dire:

Ma va’!

Spesso si raddoppia:

Ma va’ va’!

Come a dire:

Ma non dire sciocchezze!

Ma che dici!

Ma cosa stai dicendo!

Ma vai a raccontarlo a qualcun altro!

Ci sono anche delle varianti regionali. A seconda della regione in cui vi trovate poi potrebbe diventare:

Ma va’ là (Ma valà, Mavalà) potete scegliere come scrivere, si usa infatti solamente all’orale.

Ma vatti a ripone!

Ma vammoriammazzato!

Ma vadavialcú!

E tante altre simili.

La prima (ma valà) è abbastanza diffusa nel nord Italia, ed è equivalente a “ma va’“. Le altre sono di località diverse ma più pesanti, assimilabili a degli insulti o offese, ma tra amici spesso vengono usate.

Invece “ma va’” la potete usare tranquillamente, sempre con amici ovviamente, fate attenzione! Sempre meglio accompagnare con un sorriso.

Infatti si usa anche seriamente quando non volete più discutere con una persona e terminate il discorso in questo modo. È un modo brusco per liquidare una persona.

È una alternativa meno maleducata che sostituisce il classico “vaffanculo”, la parolaccia di cui vi parlavo prima e che tutti conoscete.

Avete voglia di usare subito questa nuova espressione?

Bene, allora grazie di aver ascoltato anche questo episodio di due minuti.

So cosa stare pensando….

Comunque devo dire che “ma va’” può anche essere una domanda:

Ma va’?

Come a dire:

Davvero? Ma non ci posso credere! Quello che mi hai detto è incredibile.

Anche qui il modo di pronunciare questa frase è fondamentale perché si usa anche quando una cosa è scontata e quindi mi dà fastidio averla ascoltata da te, come se tu dubitassi della mia intelligenza:

Sai che in Italia si mangia bene?

Ma va’?

Come a dire: certo che lo so, lo sanno tutti!

In pratica si fa finta di essere stupiti, si finge stupore, e il tono da usare deve essere adatto, quindi un po’ esagerato, uno stupore esagerato.

Adesso la parola sta a voi!

Sapete che c’è un ripasso alla fine di ogni episodio di questa rubrica?

Lejla:  Ma va’?
Komi: e fu così che anche questo episodio superò i due minuti. Siamo alle solite! Però l’episodio mi è piaciuto molto.
Rauno:  lo stesso dicasi per me.


Italiano per Ispanofoni – l’ultimo libro di Italiano Semplicemente

La facilidad de los hispanófonos al entender el sentido general del italiano les impide ver las diferencias entre los dos idiomas. Por eso el italiano resulta tan difícil de dominar.
El objetivo de este libro no es el de explicar los significados de 24 expresiones – lo que ya hizo Giovanni Coletta en italiano en su web Italiano Semplicemente – sino de las decenas de otros elementos de la lengua que fácilmente pasarían desapercibidos al escuchar o leer superficialmente los textos.
El resultado es una panorámica de las dificultades del italiano específicas para estudiantes hispanófonos que, tras acercarse al italiano, comienzan a descubrir sus sutilezas, desveladas por profesionales de la enseñanza que con su experiencia transforman los audios de Giovanni en una guía a sus misterios más fascinantes y útiles.
Una colección de materiales que los cursos tradicionales no incluyen; las explicaciones que hasta ahora sólo se daban en el aula de los afortunados que toman clases con profesores que conocen perfectamente el español y saben analizar las diferencias entre estos dos idiomas, tan parecidos pero por eso mismo tan engañosos, reunidas en un texto imprescindible para quien quiera avanzar sin perder tiempo en el estudio del idioma de Dante.
Con ejercicios.

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348 E fu così che…

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Trascrizione

Giuseppina: ricordate l’espressione “le ultime parole famose”? L’abbiamo spiegata due puntate fa sempre nella rubrica due minuti con italiano semplicemente.

Ebbene c’è un’altra espressione simile che si usa meno a fini scaramantici, cioè per allontanare la sfortuna, ma più  per ridere, per ironizzare su un situazione o su una affermazione che potrebbe risultare falsa, proprio come “le ultime parole famose”.

L’espressione è “e fu così che...”. Questo è solo l’inizio della frase che poi continua sempre in modo diverso.

“Fu” è il passato remoto del verbo essere.

“Fu così che” si pronuncia sempre non appena qualcosa è stato detto, qualcosa che è stato pronunciato con tono sicuro, come ad esprimere sicurezza o la non paura di un pericolo.

Ad esempio, se sto per entrare in un bosco di notte, potrei dire:

Non c’è nessun problema, riuscirò ad attraversare il bosco senza problemi!

Qualcuno potrebbe dire, in quel momento:

e fu così che si persero nel bosco…

Con questa frase, pronunciata usando il passato remoto (fu, si persero) si immagina di trovarsi nel futuro e di parlare di questa faccenda accaduta tanto tempo fa, come quando si racconta una cosa curiosa o interessante.

Se ci pensate ci troviamo nella stessa situazione di quando diciamo “le ultime parole famose”. La differenza è che “e fu così che…” si usa sempre prima che accada questo evento, in genere negativo. Ci si pone quindi nel futuro, a raccontare una vicenda passata divenuta famosa, celebre, degna di essere raccontata. In questo modo si fa quindi ironia su una possibilità futura, che comunque in generale può anche essere positiva.

Ad esempio se tu mi dici:

giochiamo alla lotteria, c’è in palio 1 miliardo di euro.

Si ok, rispondo io, gioco anch’io anche se so benissimo che non vincerò mai.

Tu potresti rispondermi: e fu così che diventò miliardario…

Allo stesso modo potrei dire:

Le ultime parole famose!

Potete usare l’espressione di oggi in molte occasioni diverse, quasi sempre per fare ironia su una dichiarazione o comunque delle parole appena pronunciate da un amico o parente.

Potete usarla anche sulle vostre stesse parole, facendo autoironia in questo caso.

Solitamente la frase inizia sempre con la e: “e fu così che…” per aumentare l’enfasi su ciò che accadrà, o meglio che potrebbe accadere in futuro. Potete comunque anche dire “fu così che…” senza problemi.

E fu così che anche l’episodio 348 durò più di due minuti e gli ascoltatori persero la pazienza!

Anthony:

E’ POSSIBILE MAI che TOCCA DI NUOVO A ME scrivere una frase di ripasso? LA VEDRESTE bene se provassi a SFODERARNE una stracolma delle nostre espressioni come i pendolari ACCALCATI sull’autobus all’ora di punta? Non sarebbe FUORI LUOGO, cioè inopportuno, se mi mettessi di nuovo in evidenza? Spero di no! Va bene. BANDO ALLE CIANCE (frase dal corso professionale) ragazzi! Ve ne scrivo una nuova. Però sono convinto che @Andre ci ironizzerà sopra dicendomi o “BONTÀ TUA!” o “ahó! (esclamazione romanesca) DACCHÉ le frasi di ripasso non TI DEGNAVI mai di scriverne una. E ne fai una ogni giorno ormai!” Come RISPOSTA, gliene farei una SIBILLINA. TAGLIANDO CORTO, gli direi “PUO’ DARSI!”. Ma in realtà, da questa settimana in poi mi metto a partecipare DI BUONA LENA ogni giorno, IL CHE SIGNIFICA *che* dovrete ABBOZZARE sempre di più le mie STUPIDAGGINI/SCIOCCHEZZE/FESSERIE scritte. Intanto ragazzi ve saludi (dialetto lombardo con uso ironico qui)! E domani CI RIAGGIORNIAMO!

 

347 – Rispondere picche ♠

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Trascrizione

Giuseppina: Ho una domanda per voi: Vi hanno mai risposto picche ?

Ripeto: vi hanno mai risposto picche?

Dovete sapere che non è certamente piacevole sentirsi rispondere picche. Perché se qualcuno vi risponde picche non vuol dire che vi dice “picche”; non vuol dire che questa persona pronuncia la parola “picche”, ma significa che vi dice “no”.

L’espressione viene dal gioco delle carte. Chiunque giochi a poker o comunque con le carte da poker, sa bene che esistono quattro semi, cioè quattro gruppi di carte simili: le carte di cuori, quelle di quadri, quelle di fiori e quelle di picche. Cuori e quadri sono di colore rosso, mentre fiori e picche sono nere.

Nel gioco delle carte il verbo “rispondere” non significa parlare e pronunciare la risposta ad una domanda, ma vuol dire gettare una carta sul tavolo, mettere, giocare quella carta. E le carte hanno un valore diverso a seconda del seme. Infatti i cuori hanno un valore più alto, poi vengono i quadri, poi fiori e alla fine vengono le picche, che sono le carte che hanno il valore più basso.

Comunque per usare questa espressione non è necessario saper giocare a carte. Infatti rispondere picche, come vi dicevo, è un “no” particolare.  Rispondere picche significa infatti rifiutarsi, opporre un rifiuto a una richiesta, o anche negare un favore.

Vedete quindi che la domanda che si fa prevede un “si” oppure un “no” come risposta, ma si tratta di richieste e non di domande:

Ho chiesto un prestito alla banca, ma mi ha risposto picche.

La banca ha detto no, niente prestito.

Se chiedi un favore ad un amico l’ultima cosa che desideri è che ti venga risposto picche.

È un no molto fastidioso. Ovviamente informale come espressione. Più normalmente si può dire:

Non concedere un favore

Negare un aiuto

Opporre un rifiuto o un “diniego”

Rifiutarsi

Ricordate che si può rispondere picche solo se si tratta di richieste e non di domande generiche:

Vieni con me al cinema?

Ci sposiamo?

Mi aiuti per favore?

Mi perdonate se ho superato i due minuti?

Se non mi rispondete picche vi faccio ascoltare una frase di ripasso delle espressioni precedenti.

Komi:  a me non piace rispondere picche, fosse anche per non sentirmi dare della maleducata.
Carmen: secondo me invece ogni tanto non fa male rispondere picche, perché spesso e volentieri la gente se ne approfitta della tua disponibilità

Anthony: Grazie! Ma almeno agli amici trattiamoli bene. Altrimenti poi potrebbero fare i sostenuti, e l’amicizia rischierebbe di venir meno.

346 – Le ultime parole famose

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Giuseppina: c’è un’espressione italiana che si utilizza quando ci si augura che delle parole non vengano smentite dai fatti. Parliamo di questo argomento in questo episodio della durata di due minuti.

Mi riferisco a quando una persona prova a fare una previsione ottimistica su qualcosa, nella speranza che le cose vadano bene. Bene come si è previsto.

Spesso noi italiani in questi casi amiamo pronunciare delle formule scaramamtiche, nella speranza che non si venga contraddetti dalla realtà. Una si queste formule è “le ultime parole famose“.

Ad esempio:

Domani potremo fare la gita in montagna? Il tempo sarâ buono?

Credo di sì, domani infatti non dovrebbe piovere. Speriamo che non siano le ultime parole famose.

Questo significa: speriamo di non essere smentito dai fatti.

Speriamo che le mie parole non vengano ricordate in futuro come le ultime pronunciate da me prima di morire. Speriamo che queste parole non diventeranno famose, cioè conosciute da tutti proprio per questo motivo.

Questo è il senso ironico dell’espressione.

Ovviamente nessuno perderà la vita, nessuno morirà, quindi non saranno le ultime parole pronunciate. Non è il caso di interpretare seriamente la frase, che invece è ironica

Si può usare anche a posteriori, cioè dopo che le nostre previsioni, purtroppo, non si sono avverate.

Così ad esempio il giorno successivo, alla partenza della gita, appena inizia a piovere potrei dire:

Ecco, chi aveva detto che oggi non pioveva? Le ultime parole famose!

Allora ho superato la durata di due minuti?

Giovanni: non so, vediamo ne riparliamo dopo il ripasso di Ulrike e Anthony. 

Anthony:

Scusate ragazzi se MI FACCIO VIVO di nuovo per scrivere un’altra frase di ripasso. sì è vero! SONO TORNATO ALLA CARICA. Facendo così è chiaro che mi renderò SOGGETTO A scherno da parte di qualcuno. Ma SI DÀ IL CASO CHE non me ne freghi niente. Ho cincischiato troppo lasciando che altri impegni si mangiassero il tempo che mi sarebbe piaciuto passare con voi nel gruppo. ERO troppo RESTIO a partecipare insomma. Avrete già capito allora che ERA ORA di ROMPERE GLI INDUGI. Quindi PRENDO E scrivere di più! Tra le altre cose da integrare nelle mie scritte, MI SONO PREFISSO l’obiettivo di CHIAMARE IN CAUSA un altro membro del gruppo. Per L’ESORDIO di questa mia nuova tradizione, non posso non nominare la grande Ulrike. Niente TIRO MANCINO però! Vorrei solamente che replicasse con una frase di ripasso BELLA LUNGA, colma delle nostre frasi, e fatta A MODO SUO!

Ulrike:C iao a tutti i lettori e ascoltatori della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Se volete sapere qual buon vento mi ha portata nell’episodio di oggi, è stato Anthony, un’ altro membro dell’associazione italiano semplicemente che di punto in bianco mi ha chiamata in causa a rispolverare qualche espressione precedente della rubrica. Vi dico, a prima vista mi sembrava un’idea peregrina, almeno un po’ osè. Spontaneamente volevo rispondere: Anto, che stai facendo, sfacciato, che non sei altro. Poi però a ragion veduta mi sono detta, pazienza Ulrike, ce la farai senz’altro. Ed infatti, mi diceva bene ed ho sfoderato in men che non si dica una bella manciata di espressioni. E per questo posso tranquillamente chiudere qui. Ho raccolto la provocazione di Anto, non potevo farne a meno. Penso sia diventato un ripasso proprio come si deve.

Emanuele: quanto doveva durare questo episodio? 2 minuti? Le ultime parole famose eh?

345 – Dacché

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Giuseppina: l’episodio di oggi è sul termine dacché, un’unica parola che si scrive con due c, l’acca e una e accentata. Dacché si può scrivere anche con due parole staccate “da che”, ma si sa come è fatta la lingua italiana e spesso due parole diventano una sola. E c’è sempre un motivo per questo. Infatti dacché si usa in particolari circostanze e spesso ha lo stesso significato di poiché, dato che, dal momento che, siccome. Es: dacché Giovanni desidera una mela, gliela darò.

Si sta quindi dicendo il motivo per cui si compie un’azione. Dacché esiste anche questo termine occorre spiegarlo anche ai non madrelingua. Esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe. C’è anche un uso di dacché che ha a che fare col tempo: Dacché sei andato via, non ci divertiamo più. Significa semplicemente “da quando”. La preposizione “da” si usa però spesso per indicare un cambiamento: Da qui a li Da oggi a domani Da quando non ci sei tutto è cambiato. E infatti dacché ha anche un altro utilizzo, proprio quando i sono dei cambiamenti rilevanti che ci colpiscono. Si usa per indicare la situazione precedente al cambiamento:

Cosa? Ora ami i gatti? Dacché dicevi che li odiavi, adesso li ami?

In questo modo voglio evidenziare questo cambiamento: prima la situazione era diversa da adesso.

Dacché sembrava dovessi morire dalla stanchezza, adesso vuoi andare a ballare?

È un modo abbastanza veloce di evidenziare un qualcosa che stupisce. Potete usarlo senza problemi nelle modalità che vi ho descritto. Certo, non lo usano tutti gli italiani, ma tutti lo capiscono. Lo usano spesso i giornalisti. Giovanni: ed ora un po’ di ripasso. Scusate se parlo poco ma mi trovo in vacanza in montagna

Anthony: Vedendoti là in montagna MI HA COLTO DAVVERO SUL VIVO. Anzi MI HA COLTO ALLA SPROVVISTA. Eri a Roma e poi come niente fosse sei DI PUNTO IN BIANCO in vetta al Monte Bianco!
E per altro NON TI DICO quanto mi mancano le montagne del nord italia. Se mi invitassi ti raggiungerei in montagna SPESSO E VOLENTIERI ogni estate ma ai tempi del Covid, stando fuori dell’europa, Mi dovrei addirittura SCERVELLARE per trovare il modo di unirmi a voi. E se io ci riuscissi potreste RIVENDICARE il diritto di farmi SOTTOSTARE ad una quarantena di 14 giorni. Naturalmente SAREI DI DIVERSO AVVISO ma avreste comunque ragione voi. Per non FARLA TROPPO LUNGA adesso TAGLIO Corto! Intanto vi auguro buon proseguimento delle vacanze e fate attenzione sulla via del rientro a Roma, MI RACCOMANDO.

344 – Buttalo via!

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Giuseppina: cosa succede quando una cosa non serve più?

Si butta via, cioè si getta, si butta. Il verbo buttare ed anche gettare lo conoscete tutti probabilmente.

Sì usa con l’immondizia, la spazzatura che si getta tutti i giorni.

Chi va a gettare la spazzatura?

Ci penso io a gettarla. In genere si usa gettare se parlo della spazzatura. Buttare che ha o stesso significato si usa maggiormente con le cose che non servono più. Si può aggiungere anche “via”.

Questo armadio ormai è da buttare via. È vecchio.

C’è un’espressione che si usa in diverse parti dell’Italia che si usa invece proprio con un senso opposto quando cioè c’è qualcosa che non è male, che non ha una cattiva qualità, e che quindi può andar bene.

È molto importante l’uso del giusto tono da usare.

Ea:

Per cena nin abbiamo molto per stasera. Abbiamo solo della lasagna al forno.

Della lasagna? Buttala via!

Questo non è affatto un invito a liberarsi dell lasagna, a buttarla, tutt’altro!

La frase equivale a:

Una lasagna non è affatto male.

È che vuoi buttarla via?

Una lasagna? Hai detto niente!

Una lasagna non è per niente male!

Una lasagna? Lo dici come se fosse una cosa cattiva!

Mi va benissimo la lasagna!

Potete usare questa espressione in ogni circostanza quando volete sottolineare la qualità di qualcosa che viene presentata in modo negativo o neutro.

Quest’anno non possiamo andare all’estero. Dobbiamo accontentarci di una vacanza di 15 giorni in Italia.

E buttala via!

Potremo anche dire: mica male!

Ci va benissimo anche così!

Potete usare la frase al singolare o al plurale, maschile o femminile. Il tono è la cosa importante.

Carmen: Tanta gente pretende di cambiare in un giorno.
Per sentito dire bisogna invece tener duro per almeno 21 giorni affinché da un’azione diventi un’abitudine. Altro che storie!
Occorre armarsi di disciplina solo all’esordio, poi si procede a gonfie vele. Ma mi raccomando , non fermartevi. Se sgarrate un giorno durante questo periodo, sareste fritti. Vostro malgrado paghereste lo scotto e dovreste ricominciare daccapo. Io sono ancora a carissimo amico , ma mi sa che stavolta sia la volta buona e la farò diventare un abitudine quella dell’ascolto dei due minuti con italiano semplicemente.

 

343 – Essere a carissimo amico

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Essere a carissimo amico

 

Giuseppina: siamo arrivati all’episodio 343. Niente male vero? Se avete seguito sin dall’inizio questa rubrica, sicuramente ora sarete abbastanza avanti col vostro italiano. Se invece ancora siete a carissimo amico, di strada ne avete ancora molta da fare.

Essere a carissimo amico è l’espressione che vi spiego oggi. Molto simpatica vero? Deriva dalla lingua delle lettere scritte.

Quando scrivete ad un amico, la primissima frase potrebbe essere proprio questa:

Caro amico, oppure carissimo amico

Poi, segue il resto della lettera, che può essere anche piuttosto lunga.

Questa espressione si usa per analogia per indicare che ci si trova solo all’inizio di un lungo percorso: un lavoro, una strada, o una qualunque altra attività.

Quindi siamo abbastanza indietro, abbiamo ancora molta strada da fare.

Quando vi trovate solamente all’inizio di una attività potete perciò usare questa simpatica espressione.

L’idea quindi è che state in ritardo, che vi aspetta ancora molta strada.

Si può usare in ogni contesto, e spesso si usa quando questo ritardo è ingiustificato. Ma non è detto. In generale basta essere in ritardo.

Quanti esercizi hai fatto tu? Io sono al 22-esimo.

Ah, io sono ancora a carissimo amico!

Naturalmente è familiare, informale. Si usa con amici e parenti.

Hai finito col sistemare il giardino?

No, sono ancora a carissimo amico.

Allora noi intanto andiamo al ristorante, ti aspettiamo lì.

Giovanni: adesso ripassiamo.

Chiedo a uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente se ha qualche frase per ripassare le espressioni già spiegate. Mi serve un bel ripasso con i fiocchi però!

Komi:

*Mi sto scervellando* ma purtroppo non riesco a *sfoderare* nessuna frase di ripasso *con i fiocchi*. *Vai a capire* perché!
*Mi fa specie* che lo dica proprio io, ma *può darsi che* sia la stanchezza 😑 ? Non sono più *in vena*, *non fosse altro che per questo*. *Perso per perso* comunque *ho provato , dicendomi *hai voluto la bicicletta? Allora pedala*. *come lo trovate questo ripasso? sara la pigrizia? *Pensa un po’* che *per colpa di questo vizio* quasi quasi non *rispolveravo* le espressioni imparate ! *E possibile mai *? Spero di essere riuscita a *risparmiarmi* le vostre accuse.

342 – Dare del

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Giovanni: tutti voi, studenti o amanti della lingua italiana, sapete sicuramente la differenza tra dare del tu, dare del lei e dare del voi.

Questo modo di usare il verbo dare è naturalmente un po’ anomalo, considerando che di solito ci sono oggetti che vengono dati, e tra l’altro quando si dà qualcosa c’è qualcun altro che riceve quella cosa.

In “dare del tu” e “dare del lei” o del voi, dare sta per rivolgersi. Ci stiamo rivolgendo ad una persona.

Un modo simile di usare dare in questo modo è usare gli aggettivi.

Dare dello stupido

Dare dell’incompetente

Dare dell’idiota

Dare del ladro

Se ci avete fatto caso sono tutti aggettivi negativi.

E infatti “dare del” si può usare solamente con le accuse.

Si tratta quindi di giudizi negativi, anzi, di vere e proprie accuse. Si tratta di dire in faccia, o almeno apertamente, un insulto.

Tecnicamente si potrebbe fare anche con i complimenti, ma suonerebbe come una battuta ironica, una specie di presa in giro, più che come un complimento.

“Dare del”, quindi, in poche parole, si usa per insultare o accusare, in genere gravemente, una persona. Per rivolgergli contro un’accusa.

Ci sono simili per esprimere lo stesso concetto.

Se io ti dò del ladro ti accuso di essere un ladro.

Se tu mi dai dell’incompetente mi consideri un incompetente e me lo dici pure.

Se lui dà a te dell’imbecille allora lui ti dice in faccia di essere un imbecille.

Se Carmela dà a Maria della spudorata, allora Carmela insulta Maria dandole della spudorata, dicendole di essere una spudorata.

Si usa spesso questa modalità di giudizio accusatorio quando sono accuse dirette, quando ci si rivolge apertamente ad una persona, anche non direttamente ma attraverso i giornali o altre persone, senza usare mezzi termini e senza fare giri di parole inutili. L’accusa è chiara e diretta.

Si usa in genere verso persone singole e non al plurale, con accuse rivolte a più persone, sebbene in teoria si possa fare senza problemi.

Si parla anche di “affronto” molto spesso in questi casi.

Un affronto è un’offesa, un’ingiuria, un oltraggio, una provocazione.

Se volete saperne di più su questi termini date un’occhiata all’episodio dedicato agli insulti ed alle ingiurie. Così, se qualcuno vi dà dellignorante gli farete sapere tutto ciò che avete imparato.

Komi: non datemi della stupida ma io ho bisogno di fare una domanda: che voi sappiate si può dare dello stupido per interposta persona?

Bogusia: Ho appena parlato con Giovanni e ti ha dato del disattento perché lo ha detto durante la spiegazione.

Khaled: disattento? Cioè? Per via del mio livello tanti termini mi sfuggono.

Iberê: dicesi disattento, una persona che non è stata attenta, concentrata.

 

341 – Che tu sappia

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Trascrizione

Giovanni:

Che io sappia

che tu sappia

che lui sappia

che noi sappiamo

che voi sappiate

che loro sappiano

Sapere come si usa il verbo sapere in questo caso?

Mi riferisco al congiuntivo presente del verbo sapere, molto usato quando si chiedono informazioni.

Scusa, mi sai dire dov’è Giovanni?

Risposta:

Che io sappia, oggi usciva alle 13, quindi ancora dovrebbe essere in ufficio.

Che io sappia” significa, in questa frase,”per quanto ne so io“.

In pratica si sta dando una risposta, cercando però di spiegare che le proprie conoscenze potrebbero essere sbagliate. E’ come dire: “io so che lui oggi usciva alle 13, ma non so se poi ha cambiato idea” ad esempio. Questo è uno dei modi per usare il congiuntivo.

Insomma non si tratta di risposte certe, sulla quale si possa fare affidamento completo. Non si usa però con tutti:

Si usa anche con tu:

Che tu sappia, Giovanni è ancora in ufficio?

é come dire: non voglio la certezza, ma tu cosa ne sai? Hai qualche informazione in merito? Hai saputo notizie da lui o da qualcun altro?

La risposta non è impegnativa.

Potrei anche chiedere semplicemente: Giovanni è ancora in ufficio?

Se chi risponde è sicuro della risposta può dire:

Sì, l’ho appena visto!

Certo, ci ho appena parlato

No, oggi non è venuto

Se invece non è sicuro ma sa qualcosa può dire:

Che io sappia oggi non veniva in ufficio, però controlla, non si sa mai.

Difficile usare “che lui sappia” o “che lei sappia” perché questa modalità si usa per dire un’opinione personale o per chiederla ad un’altra persona.

Posso dire “che lei sappia” ma sto dando del lei ad una persona anziché del tu.

Non si usa neanche con noi: “che noi sappiamo”. Si preferisce in questi casi usare al limite:

“Per quanto ne sappiano noi”.

“Che voi sappiate” invece si usa spesso perché si stag facendo una domanda a un gruppo di persone (almeno due):

Ciao ragazzi, che voi sappiate oggi si va a cena a Roma vero?

Una possibile risposta:

Per quando ne sappiamo noi sì, la cena è confermata per le ore 21.

Ugualmente “che loro sappiano” è difficile usarlo, semplicemente perché non posso parlare a nome di altri.

Qui di “che io sappia” è l’inizio di una risposta non impegnativa e “che tu sappia” sono l’inizio di risposte sulle quali si dichiara il proprio stato di conoscenza dei fatti, senza avere alcuna certezza che sia la risposta giusta.

Khaled: Io vorrei rivendicare il diritto di non usare il congiuntivo!

Komi: esistono dei modi per evitare il congiuntivo forse?

Xiaoheng: ne esistono parecchi. Date un’occhiata all’episodio “come evitare il congiuntivo“, non fosse altro che per rivedere un episodio molto utile.

340 – Salvo poi

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Salvo poi

Trascrizione

Giovanni: Ricordate che abbiamo parlato di “fare salvo” qualcosa? Lo abbiamo visto nell’episodio n. 170 di questa rubrica.

Ebbene, il termine salvo si usa spessissimo anche nell’espressione “salvo poi“. Il termine salvo infatti si usa come abbiamo visto per introdurre una eccezione.

Quando le eccezioni riguardano i comportamenti, l’espressione “salvo poi” arriva in nostro soccorso, quindi ci può aiutare a parlare di eccezioni in modo molto elegante e spessissimo in modo ironico. In tal caso si tratta di contraddizioni.

L’uso di “salvo poi” infatti è quasi esclusivamente dedicato a frasi ironiche.

Vediamo qualche esempio:

C’è un politico italiano che pubblicamente afferma che bisogna indossare sempre le mascherine per contrastare il coronavirus, salvo poi dimenticarsi di indossarla ogni volta.

Potrei anche dire:

Ma poi si dimentica sempre

Però poi si dimentica sempre

Nonostante questo, si dimentica sempre

Voglio quindi evidenziare una contraddizione. Questo è il mio obiettivo.

Come a dire: “non è un caso che accade questo“. L’ironia sta nell’utilizzare il termine “salvo” per introdurre quella che potrebbe sembrare una eccezione o una casualità. Invece non lo è.

A volte si usa “salvo poi” non necessariamente per fare ironia ma per instillare un sospetto, per far dubitare di questo, di questa casualità, che casualità potrebbe non essere.

Vediamo altri esempi:

Il professore di grammatica italiana mi diceva che il mio metodo per insegnare la lingua era sbagliato, e mi criticava, salvo poi affermare, qualche anno dopo, che se non si ascolta e non si parla è impossibile imparare a comunicare.

C’è una contraddizione anche qui, che evidenzia un ripensamento sospetto. Il messaggio è: adesso il professore ha cambiato idea.

Potrei anche sostituire “salvo poi” con “per poi” o anche “e poi“, o anche “e invece poi” (l’invece serve a evidenziare la contraddizione) ma si perde un po’ il senso ironico. Allora magari se vogliamo essere più seri non usiamo “salvo poi” ma una di queste tre forme

Non puoi trattarmi male per poi dire che mi ami!

Diceva di non aver fame, e poi si è mangiato 1 kg di fettuccine!

L’amore è una sciocchezza, diceva Giovanni, salvo poi farsi 12 ore al mese di viaggio per andare a trovare la fidanzata brasiliana.

Notate che dopo “salvo poi” ci va un verbo o all’infinito o nella forma riflessiva:

forma riflessiva  significa: Salvo farsi, salvo mangiarsi, salvo aversi eccetera.

Lo stesso se usiamo “per poi” se vogliamo esprimere lo stesso concetto, mentre “e poi“, sempre se vogliamo esprimere una contraddizione, richiede generalmente l’indicativo:

Dicevi che non volevi andare a Roma i vacanza e poi scopro che hai passato tutte le ferie nella capitale!

Xiaoheng (Cina): dici sempre che l’episodio sarà di due minuti, salvo poi scoprire che non è così! Anche questo è bello lungo!

Komi (Congo): ma è per via della complessità della spiegazione, abbi pazienza!

Rauno (Finlandia): io non ho commenti da fare circa l’episodio di oggi.

339 – Per via di, per merito di, grazie a, per colpa di

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Episodio collegato: Esprimere le conseguenze. Causa ed effetto

Trascrizione

Giovanni: mi capita, a volte, mentre mi scrivo con degli amici non madrelingua italiana, di veder confondere l’utilizzo delle diverse modalità che si possono usare per “imputare” qualcosa qualcuno o a qualcosa. Imputare, come verbo, ha a che fare con la causa e con l’effetto.

Mi spiego meglio.

Se dico:

È merito tuo se sto imparando l’italiano velocemente.

È colpa mia se non stai bene.

Grazie a te sono un uomo felice.

Per via del temporale non sono potuto uscire di casa.

C’è sempre una causa e un effetto. Se l’effetto è negativo parliamo di colpa, o anche di causa.

È colpa tua se sono malato

Sono malato per colpa tua

Sono malato per causa tua

Hai causato tu la mia malattia.

Hai provocato tu la mia malattia

Hai determinato tu la mia malattia

Hai prodotto tu la mia malattia.

Con la colpa si punta il dito molto di più, causare invece è meno forte, e i restanti verbi usati sono in realtà utilizzabili anche se l’effetto è positivo. A parte provocare.

Se l’effetto è positivo si parla di merito, generalmente.

È merito mio se sei felice

Sei felice per merito mio

Il merito è mio se sei felice

Ma posso dire anche:

Sono io l’artefice della tua felicità

Sono stato io a determinare la tua felicità.

In realtà però determinare e produrre hanno diversi usi ma parlando di causae effetto sono prevalentemente usati se si parla di cose logiche, tecniche o materiali.

Cosa ha determinato la sconfitta della Juventus?

Il terremoto è stato prodotto da una esplosione.

La distruzione del bosco è stata prodotta dagli incendi estivi.

Una cosa importante da dire è che il passaggio da causa ed effetto richiede l’uso di verbi diversi a seconda se si vuole indicare la causa o l’effetto.

Prima ho usato il verbo imputare, che significa quindi attribuire, ascrivere. Si indica in questo modo la causa.

Imputo a te il fallimento

L’inquinamento è da ascivere al nostro comportamento sbagliato

Non attribuire a me la colpa.

Per indicare invece l’effetto si usano verbi diversi:

Provocare un incendio

Causare un danno

Determinare il fallimento

Produrre un disastro.

L’uso del giusto verbo dipende pero anche dal tipo di effetto, positivo o negativo.

Parlando di merito, quinsi se l’effetto è positivo, questo si può può attribuire o imputare o ascrivere:

È merito tuo se sono salvo.

È grazie a te se sono salvo.

Imputare è abbastanza neutro. Si può imputare sia un merito che una colpa.

Non imputare a me i tuoi fallimenti. Cioè:

Non dare la colpa a me, non colpevolizzare me, non dire che è colpa mia.

Quindi dire che una cosa “è merito” di qualcuno significa che è grazie a lui che si è avuto l’effetto positivo.

La colpa invece si può sostituire con altri termini più difficilmente.

Al massimo potrei usare demerito, ma generalmente non si usa dire “è demerito mio, è demerito tuo eccetera. Si usa invece dire:

Questo è un mio demerito

L’unico tuo demerito è di non aver studiato abbastanza.

Demerito è anche un po’ più leggero rispetto a colpa. Spesso è legato a cose non fatte o non dette.

Un ultimo modo per imputare è usare “per via di“.

“Per via di” non è legato alla colpa ed al merito, ma solo al rapporto tra causa e effetto.

Per via di questo temporale non possiamo andare al mare.

Per via di un malinteso non abbiamo raggiunto un accordo

Perché non hai tempo per imparare l’italiano? Per via dei tuoi figli?

Quando la “causa” è legata a persone, ma non vogliamo incolparle, possiamo usare “per via”. Quando invece non ci sono persone di mezzo ma la causa è un fatto accaduto – di solito un problema – ha ancora meno senso usare la colpa e il merito.

In questi casi “per via” è molto adatto. Simile a “per effetto”, che però richiede sempre una specifica.

Per effetto della pandemia siamo tutti chiusi in casa.

“Per via” è infatti usato anche quando non vogliamo specificare troppo la causa, o quando gli effetti non sono molto negativi. Parliamo più che altro di ostacoli o problemi arrivati all’ultimo minuto.

Devo rimandare l’appuntamento per via del lavoro.

Per via di un impegno il direttore non sarà alla riunione.

Per via della complessità dell’episodio ho impiegato molto tempo a realizzarlo.

338 – È quello che è

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Trascrizione

Giovanni: Restiamo sul linguaggio informale, quello più usato dagli italiani tra italiani.

Anche perché il linguaggio di un madrelingua mediamente è quello che è, e non possiamo parlare troppo liberamente, troppo velocemente o in modo troppo complicato quando parliamo con uno di loro.

È quello che è”. Questa è l’espressione di oggi.

Questa espressione come si usa? Può essere usata in diversi modi.

Freud diceva che ognuno è quello che è non perché lo vuole, ma perché qualcosa nella vita lo ha reso tale.

In questo caso la frase indica le caratteristiche di una persona o di una cosa e non possiamo parlare di una espressione particolare. Equivale a:

è ciò che è

ha le caratteristiche che ha

è così com’è

è ciò che vedi

è così come lo vedi

eccetera

Ad esempio:

Mario è quello che è perché lo hanno ben educato

Potrei dire:

Mario è così gentile sei perché lo hanno ben educato

Mario è così com’è perché lo hanno ben educato

Mario è in questo modo perché lo hanno ben educato

Mario ha questo modo di fare perché lo hanno ben educato

Un secondo modo di usare “è quello che è”, più particolare del primo, è quando sto dando un giudizio non positivo. E questo è il modo in cui “è quello che è” assume un significato preciso:

Perché la Roma non vince mai scudetti?

Perché la Roma è quello che è, e i giocatori sono quello che sono.

Come a dire: niente di che, niente di rilevante, nessuna qualità particolare, nessun livello elevato.

Si usa questa frase quando non ci deve aspettare più di tanto, quando si devono avere pretese non troppo alte, quando le aspettative non possono essere troppo elevate, quando non si deve essere troppo pretenziosi.

I pretenziosi sono coloro che pretendono troppo, coloro che sognano troppo ma che invece devono tenere i piedi a terra.

Allora posso dire che:

Non ti devi arrabbiare se un italiano spesso non rispetta tutte le regole, perché gli italiani sono quello che sono.

Sia ben chiaro: frasi di questo tipo possono essere abbastanza offensive, anche perché è come se si stesse dicendo una cosa che tutti conoscono, una cosa nota, uno stato dei fatti.

Non sempre, a dire il vero, si tratta di giudizi necessariamente negativi. A volte la notorietà, o meglio lo stato dei fatti, è l’unica componente o comunque è il fattore più importante da considerare.

In Brasile fa caldissimo in certi periodi dell’anno. Purtroppo la temperatura in Brasile è quello che è.

In casi come questo si tratta sempre di aspettative che non possono essere diverse, nel senso:

Cosa ti aspettavi? Pensavi che in Brasile facesse freddo?

Insomma si tratta di cose che non si possono cambiare: sono così, sono quello che sono, e bisogna accettarle. Potrei anche dire:

Giovanni è quello che è, non ti puoi lamentare se spesso si distrae e non sta attento. E’ sempre stato così: accettalo!

Anche in questo caso si tratta di cose che non si possono cambiare.

Allo scritto difficile trovare esempi di utilizzo di “è quello che è“, sia nel primo caso che nel secondo, anche perché la frase spesso termina con un verbo, oppure c’è una virgola e questo, come sapete bene, non succede mai, o quasi mai.

L’espressione si può estendere anche al verbo “volere“, con lo stesso senso di “non aspettarsi cose diverse”, “non pretendere cose diverse”. La componente negativa è abbastanza attenuata. Abbiamo già visto una frase simile: “che vuoi“. Andate a vedere se non la ricordate.

Per sviluppare un vaccino contro il corona-virus ci vogliono i tempi che ci vogliono, non si può pretendere che con un mese o due si riesca a trovare.

Potrei dire ugualmente che “i tempi di attesa sono quelli che sono“. Stesso senso della frase.

Komi: Allora? sono passati i due minuti, no? E’ mai possibile che ti debba sempre aspettare?

Mariana: ci vuole il tempo che ci vuole!

Komi: anche la mia pazienza è quello che è!

Mariana: non la fare tropo lunga e aspetta! L’amore è anche attesa!

Komi: ma stavolta stai tardando di brutto!

Mariana: hai voluto la bicicletta?

Komi: era meglio una moto! Altro che storie!

337 – Ancora Ancora

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Trascrizione

Giovanni: cosa succede quando si ripete una parola due volte?

Potremmo fare tanti esempi, e abbiamo già visto insieme ad esempio l’espressione “zitto zitto”, e oggi ne spieghiamo un’altra:

Ancora ancora. Che significa?

Ve lo dico subito:

Quando si è disposti ad accettare qualcosa, ma non più di questo, o quando riusciamo a raggiungere un livello accettabile, ma non di più, o non qualcosa di diverso, possiamo usare “ancora ancora”.

È più facile spiegarlo con degli esempi, ma ripetendo la parola “ancora”, il significato è praticamente l’opposto rispetto a “ancora”, che da sola significa “di più”, “in più”.

Ancora ancora quindi è simile a “al massimo“, “al limite“.

Si usa per fissare un limite in modo informale, colloquiale. Inoltre si parla anche di qualità a volte, nel senso che questo massimo accettabile, questo limite tollerabile è un limite anche qualitativo. Di più o diversamente non possiamo accettarlo, o non è sufficiente, non basta.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ancora ancora potrebbe riuscire a spiegare 10 espressioni idiomatiche in 10 minuti, ma è lo stesso per gli altri professori di italiano?

Vedete che in questo modo “ancora ancora” è come dire che Giovanni potrebbe riuscirci, probabilmente ci riuscirebbe al limite, oppure “bene o male”, “in qualche modo” potrebbe riuscirci, ma non un numero maggiore di 10. Oltre anche Giovanni avrebbe difficoltà.

Quindi “ancora ancora” esprime una misura, un limite massimo oppure minimo, accettabile. Una qualità minima necessaria, un numero abbastanza alto o abbastanza basso, eccetera.

Quante ragazze riusciresti a frequentare contemporaneamente senza farti scoprire?

Dunque, ancora ancora 2 ragazze potrei riuscirci per qualche settimana, ma sicuramente non di più di due ragazze.

È molto colloquiale come modalità, ed a volte si usa anche “tanto tanto” con lo stesso significato.

A volte anche “pure pure” può capitare di sentire.

Attenti perché “in qualche modo” e “bene o male” hanno un uso più ampio.

Se dico:

In 10 minuti ancora ancora posso riuscire ad arrivare a casa, ma non di meno.

Posso usare in questo caso anche “in qualche modo” o “bene o male” è in generale posso farlo sempre.

Ma il contrario spesso non si può fare:

In qualche modo sono riuscito a fare l’esercizio.

Bene o male sono riuscito a fare l’esercizio.

In tali casi non posso usare “ancora ancora” perché non c’è l’idea di un minimo o un massimo accettabile, tollerabile.

Poi, tra l’altro, non si usa al passato ma solo al presente o al futuro, meglio ancora. Infatti “ancora ancora” esprime anche incertezza, una possibilità, ma nessuna certezza. Potremmo sostituirlo anche con “forse” con probabilmente” per questo motivo.

Quindi per il passato non va bene. Se lo faccio è sbagliato, tipo:

Ieri ancora ancora sono riuscito a fare 10 esercizi, ma ho faticato parecchio.

In tal caso posso solo dire bene o male, in qualche modo, a malapena. Sto esprimendo un massimo ma anche la fatica che ho fatto per raggiungerlo. Non c’è incertezza.

Va bene, basta così.

Proprio non riesco a fare episodi di due minuti soltanto. Ancora ancora di 3 o 4, spesso 5. Di meno è veramente difficile.

Pazienza.

Khaled: va bene Giovanni, non farla lunga con questa durata, a noi interessa poco. Anche questo episodio è bello ricco di contenuti. Che vuoi, mica si può fare tutto in due minuti!

Giovanni: Forse è anche il caso di dire che l’utilizzo di “ancora ancora” è più adatto quando dopo si aggiunge un “ma”…

Tipo: per gli episodi ancora ancora 5 minuti possono andar bene ma 10 minuti non è accettabile!

Quando non c’è un “ma” il messaggio da trasmettere è comunque lo stesso, ma deve essere scontato o enfatizzato con il tono della voce.

336 – Rivendicare

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Trascrizione

Giovanni:

In questo episodio n. 336 vorrei attirare la vostra attenzione sul verbo rivendicare. Anzi vorrei rivendicare l’attenzione su questo verbo.

Potreste chiedervi: Perché? Qualcuno forse usa questo verbo? Ce n’è bisogno? Uno straniero deve saperlo usare? Quando?

Queste domande hanno bisogno di una risposta, allora facciamo un esempio tratto dalle notizie di oggi:

Dopo le elezioni in Bielorussia (vinte da Lukashenko), la sua sfidante Tikhanovskaja rivendica la vittoria.

Rivendicare la vittoria equivale a dire a tutti:

Attenzione, guardate che sono io ad aver vinto. Io ho vinto le elezioni! Non le ha vinte Lukashenko, ma io!

Quindi quando una persona rivendica qualcosa, è perché vuole attirare l’attenzione su di sé o anche semplicemente su una cosa importante.

Questa cosa è mia!

Questa cosa è merito mio,

Questa cosa è importante.

Sembra quindi che qualcuno non la pensi come noi, che dobbiamo far sentire la nostra voce, per dimostrare la verità, per dire qualcosa di importante.

Anche la stessa “attenzione” si può rivendicare,come ho detto nell’esempio iniziale.

Se voglio che gli altri stiano attenti a ciò che dirò o che farò, allora rivendico la loro attenzione su qualcosa. Si usa la preposizione su o anche di.

Una professoressa può rivendicare l’attenzione degli studenti ad esempio.

A dire il vero in questo caso generalmente si usa “attirare” l’attenzione. È quasi sempre così. Rivendicare infatti si utilizza maggiormente in ambito politico in questo senso:

Bisogna rivendicare l’attenzione del governo sui diritti dei lavoratori.

Come a dire: questa cosa è importante. La rivendico!

Forse il modo migliore di definire rivendicare è “dire con forza qualcosa”, come quando i terroristi rivendicano un attentato per dire:

L’attentato è opera nostra!

Quindi si desidera sempre affermare o riaffermare qualcosa e esigere il riconoscimento e l’attribuzione di un diritto o di un merito.

Insomma stiamo reclamando, stiamo protestando.

Una cosa importante per noi viene quindi rivendicata se crediamo che sia importante o anche in pericolo.

Anche un diritto può rivendicarsi, perché spesso sono a rischio, i diritti.

Rivendico il diritto di parlare!

Cioè: voglio parlare, è un mio diritto, fatemi parlare!

Anche una proprietà può essere rivendicata:

Questa casa è mia, anche se mi è stata tolta, quindi la rivendico.

Questa è una vera azione giudiziaria, significa accertare, verificare la proprietà.

Voglio che la verità esca fuori: la rivendico!

Non lasciatevi ingannare dalla somiglianza con il verbo vendicare, cioè dalla vendetta, sebbene qualcosa in comune ci sia (infatti l’origine è la stessa).

In effetti, sebbene in teoria rivendicare possa significare anche “vendicare di nuovo” non è questo l’uso che se ne fa.

Certo è che chi rivendica qualcosa non è mai di buonumore!

E tu hai mai fatto una rivendicazione?

Lia: io non ho mai fatto una rivendicazione in vita mia. Questo la dice lunga sul mio carattere tranquillo.

Sofie: ma pensa un po’! Credo di sapere perché: tu, zitta zitta, hai sempre avuto agganci che ti hanno sempre risparmiato fatiche inutili e così ti è sempre andata di lusso.

Lia: neanche per sogno! Io non ho agganci di nessun tipo. Nessuno mi ha mai aiutata, sono accuse prive di fondamento le tue. Ma guarda tu! Impertinente che non sei altra!

Sofie: non fare la sostenuta adesso! Ti ho colta sul vivo eh? Vuoi rivendicare la tua integrità morale?

Lia: Ma ti pare che io mi debba difendere contro tutte queste accuse ingiuste? Ma io non lo so, guarda!

Sofie: comunque, a scanso di equivoci scherzavo. Adesso però non potrai più dire che non hai mai rivendicato nulla nella tua vita!

Giovanni: Grazie a Lia dal BRASILE e Sofie dal Belgio per questo bel ripasso di oggi. Lia e Sofie sono due membri dell’associazione italiano semplicemente. Lascio che siano sempre i membri a registrare le frasi di ripasso degli episodi precedenti.

Rauno: Se anche tu vuoi diventare membro, non hai che da chiederlo.

Elettra: e ringraziamo anche Rauno dalla Finlandia prima di ricevere una rivendicazione da parte sua!

335 – Pensa un po’

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Trascrizione

Giovanni:Buongiorno cari amici di Italiano Semplicemente, siamo arrivati all’episodio n. 335 di questa rubrica.

335! Pensate un po’!

ecco un’altra mini espressione che si usa almeno una decina di volte al giorno: pensa un po’.

L’espressione è da leggere alla lettera? Questa è una domanda chiave, molto importante cioè.

Questa espressione, voglio dire, è un invito a pensare un poco?

Sicuramente è un invito a pensare, ma non “un poco”, che abbreviato si scrive “un po’”.

Non è come dire:

Dammi un po’ di vino

Parla un po’ di più

Mangia un po’

Eccetera.

A dire il vero a volte può essere usata in questo modo:

Pensa un po’ a te stesso, pensa un po’ di più al lavoro,  pensa un po’ prima di rispondere. Eccetera.

Ma generalmente non è questo l’utilizzo principale di “pensa un po’”.

In genere si usa questa espressione per richiamare l’attenzione su qualcosa, per invitare a riflettere su un aspetto. “Un po’” non indica quindi una quantità (di tempo in questo caso) o una intensità. Spesso è un segnale di stupore, o anche di incredulità addirittura. Altre volte anche di contrarietà, dissenso. A volte poi “un po’” si può anche togliere perché non aggiunge molta intensità.

Ascoltate infatti alcuni esempi:

Pensa un po’ che bello se riuscissimo ad andare in Italia.

In tal caso “pensa” è sufficiente a esprimere questa condivisione del proprio pensiero. Possiamo togliere un po’ perché non aggiunge nulla.

Altre volte è fondamentale:

Sai che qualcuno crede che una lingua si possa imparare senza fare esercizi scritti?

Risposta: Pensa un po’!

Il tono che si usa, mai come in questo caso, è assolutamente fondamentale per capire il senso della frase.

Sicuramente c’è stupore, quello non manca quasi mai, il tono può esprimere poi curiosità, oppure un dissenso, anche forte. Altre volte può esprimere un po’ di sufficienza, come se la cosa non  interessasse molto. Dipende tutto dal tono.

Ascoltate la differenza di tono nel caso di stupore, incredulità, curiosità, dissenso e sufficienza.

– – –

Pensate un po’ che bello se per una volta riuscissi a rispettare i due minuti previsti.

Xiaoheng: Anche in questo caso basterebbe dire “pensate”, se non fosse che così è un po’ più ironica come frase.

Giovanni: giusto.

Komi: vabe allora rimaniamo che ci aggiorniamo domani?

334 – Di nuovo

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Trascrizione

Giovanni: cosa si dice quando si esce da un ristorante oppure quando termina un incontro di lavoro?

Si saluta ovviamente. Si tratta di un saluto di commiato, cioè di un saluto che si dà quando termina un incontro o una conversazione.

Allora, per accomiatarsi (questo è il verbo del commiato) si può dire buongiorno o buonasera o buonanotte a seconda dell’orario.

Per congedarsi (si può anche dire così, con lo stesso significato) si può anche dire arrivederci, buona giornata, a presto. Anche un “ci vediamo” o “alla prossima” possono andar bene se c’è abbastanza confidenza. Oppure si può ricorrere ad un semplice “ciao”, abbastanza familiare ed amichevole ma sempre valido come congedo (il congedo è come il commiato).

Ma cosa succede se dopo i saluti, ci si intrattiene ancora? Succede che poi si deve salutare nuovamente. In questi casi si può nuovamente dire buonasera o buonanotte eccetera, ma generalmente si utilizza un altro genere di saluto.

Di nuovo“!

In questi casi è sufficiente dire “di nuovo” o anche “nuovamente” (ma è meno usato).

Un tipo di saluto particolare, che si usa normalmente con persone che non si conoscono, quindi va bene al ristorante ma anche in una riunione di lavoro.

Non è necessario dire “di nuovo buongiorno” o “di nuovo buonasera” sebbene possa comunque andar bene. È sufficiente dire “di nuovo”.

Es: buonasera!

Ristoratore: Buonasera a voi, e grazie per averci scelto. Spero abbiate mangiato bene.

Cliente: Benissimo grazie. Le fettuccine che ho mangiato sono uguali a quelle che fa mia nonna.

Ristoratore: ci fa piacere. Di dove siete?

Cliente: veniamo da Roma. Siamo vicini. Quindi sicuramente ritorneremo trovarvi.

Ristoratore: ottimo! Allora alla prossima!

Cliente: certamente! Di nuovo!

Hartmut: un saluto a tutti gli ascoltatori di italiano semplicemente! Possibile mai però che i classici libri di italiano non ci dicano queste cose?

Khaled: questo la dice lunga sulla loro utilità.

Rauno: dai, adesso non si dica che tutti i libri sono inutili!

Doris: io qualcuno l’ho trovato interessante. Altri invece non sono niente di che.

Lia: dicono che anche la grammatica a suo modo è utile. Peccato che non basti. Occorre parlare ed ascoltare, altro che storie!

Iberê: grazie! Altrimenti la lingua a che serve? Bisogna aver cura di tutti gli aspetti della comunicazione.

Ulrike: ok. Adesso però per la cronaca i due minuti sono finiti. Ciao a tutti.

Hartmut: di nuovo!

333 – Saperla lunga

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Saperla lunga

Giovanni: eccoci al terzo episodio sul termine “lunga”, sempre al singolare femminile. Saperla lunga è l’espressione di oggi.

Spero che questo termine non vi abbia stancato.

Komi: ma ti pare, Gianni, non siamo stanchi per niente! Mi fa specie che parli così.

Giovanni: Bene. Sono contento. Allora lascio la parola a mia madre.

Giuseppina: Certo, il sapere e la lunghezza sembrano non avere cose in comune, ma questa è un’espressione idiomatica.

Allora mi chiedo: se io la so lunga, cosa significa? Significa che conosco molte cose?

Si, significa anche questo, ma non si usa per le persone colte in generale, le persone che hanno studiato, o anche le persone curiose e sempre infornate su tutto.

Non sono queste le persone che la sanno lunga. Questa categoria di persone è troppo ampia.

Ulrike: E chi sono allora? Ci tieni sulle spine?

Giuseppina: Dunque: se parlo di conoscenza, posso usare questa espressione e posso dire che ad esempio “Giovanni la sa lunga in fatto di insegnamento”.

Questo posso dirlo e significa semplicemente che Giovanni conosce molto bene questo argomento.

Però devo specificare l’argomento, e per fare questo posso usare due forme diverse:

Maria la sa lunga in fatto di cinema

Gli italiani la sanno lunga in termini di cibo.

Questo esprime competenza, e questo è uno dei tanti modi per esprimere le competenze di una persona. Ne abbiamo parlato nella prima lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Un secondo e più usato modo per usare saperla lunga è per esprimere la furbizia di una persona. E le persone furbe spesso destano sospetti, spesso vengono scoperte, e spesso nascondo delle cose per ottenere un risultato vantaggioso. Allora quando vogliamo indicare proprio queste persone, quando abbiamo sospetti che una persona sappia delle cose ma non dica nulla per furbizia, possiamo dire che questa persona la sa lunga.

Giovanni la sa lunga, ma noi non dobbiamo lasciarci imbrogliare da lui.

Francesco ci nasconde qualcosa. Secondo me la sa lunga su questa storia e non ci dice niente.

È un’espressione che si usa sempre al presente.

Attenzione quindi a volte è un complimento, altre volte è un sospetto. Si può usare anche in modo ironico:

Questo ragazzo è un furbetto.. mi sa che tu la sai lunga eh?

Xiaoheng: io credo di aver capito. Ma se avrò dubbi mi ritaglio del tempo e ascolto nuovamente. D’altronde il metodo di Italiano Semplicemente è comprovato.

Giovanni: Ringrazio i membri Komi, Ulrike e Xiaoheng per averci aiutato a realizzare le frasi di ripasso contenute in questo episodio. Per chi è nuovo ed ascolta questo tipo di episodi per la prima volta, gli consiglio di cliccare sui link che sono stati inseriti nell’episodio per approfondire le espressioni che risultano poco chiare.

332 – Non farla lunga

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Trascrizione

Giovanni: dove eravamo rimasti? Ah, eravamo rimasti alla parola “lunga“, al femminile singolare. Questo è importante sottolinearlo.

Cosa può essere lunga?

Se parliamo di lunghezza in termini di centimetri, metri, chilometri, potremmo prendere qualsiasi “oggetto” femminile. Se definiamo una strada, ad esempio, è diciamo che è lunga, stiamo dicendo che ha una lunghezza elevata, molti chilometri ad esempio. Lunga è il contrario di corta.

Anche una barba può essere lunga o corta.

Ma anche una storia che viene raccontata può lunga o corta. In questo caso parliamo di quanto tempo ci vuole per raccontarla.

Tutto è relativo, è vero. Allora potrebbe essere lunga quando richiede troppa attenzione o quando è composta da molte pagine o troppi caratteri.

Ma se la storia è interessante potrebbe non essere giudicata lunga.

Mariana: Giovanni, però stavolta cerca di  evitare una spiegazione troppo lunga. Spesso e volentieri vai oltre i due minuti e sì direbbe che tu non abbia un orologio.

Komi: anche stavolta, se ci va di lusso, saranno 4 minuti.

Xiaoheng: l’importante è che si faccia una spiegazione concisa e niente resti in sospeso. Così che tutti si dicano soddisfatti.

Giovanni: Allora cercherò di essere il più conciso possibile. Se parlo di una storia, esiste l’espressione “farla lunga” che si usa spessissimo nei dialoghi familiari e tra amici.

Si parla non di una storia da raccontare, di un racconto, ma di spiegazioni generiche, di dialoghi tra persone, dialoghi dove spesso una delle due persone si stanca di ascoltare l’altra che magari sta cercando di spiegare una cosa che ritiene importante, o si sta giustificando spendendo però troppe parole e stancando così l’altra persona che ascolta.

Es:

Moglie: Dove vai? Devi uscire? E con chi devi uscire? È tardi e domani ti devi alzare presto. Poi non dire che hai sonno domani mattina. Tutte le sere la stessa cosa! Ma quanto dura questa storia? Ma pensa se anch’io iniziassi a…

Marito: Dai, non farla lunga adesso, tra poco sarò a casa.

Si usa anche quando si cerca di convincere una persona un po’ reticente, un po’ difficile da convincere:

Es:

Dai vieni a cena con noi!

No, mi sento giù, non me la sento, sono STANCO.

Dai, vieni e non farla troppo lunga!

Si usa anche senza la negazione, ma sempre con un tono un po’ scocciato, seccato:

Ma quanto la fai lunga!! Mi hai stufato!

La stai facendo troppo lunga adesso, sbrigati che ho da fare!

Finito. Contenti?

331 – La dice lunga

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Giovanni: negli ultimi due episodi ci siamo occupati del verbo “dire”.

Nell’ultimo in particolare abbiamo incontrato l’espressione “dirla lunga” che merita un episodio a parte.

Hartmut: Quello di oggi, per l’appunto.

Bogusia: di volta in volta un episodio diverso. Via via che passano gli episodi impariamo sempre di più.

Iberê: personalmente trovo che questo approfondimento di oggi sia interessante. Ma puoi farci alcuni esempi?

Certo. Dunque:

Ascoltiamo alcuni esempi.

Gli studenti italiani studiano la lingua inglese per circa 10 anni e forse di più, prima di arrivare alla Maturità, cioè al diploma che si prende a 18 anni. Nonostante questo il loro livello di apprendimento e la loro capacità di comunicazione in lingua inglese sono abbastanza scarsi. Questo la dice lunga sull’efficacia di un metodo classico basato quasi esclusivamente sulla grammatica.

La mia squadra del cuore non vince uno scudetto da quasi 20 anni nonostante le ingenti spese ogni anno. Questo la dice lunga sulla capacità dei dirigenti della squadra.

In tutti i paesi del mondo, ovunque ci siano dittatori o politici autoritari al comando, il corona virus non è stato contenuto e sono morte inutilmente tantissime persone. Questo la dice lunga sui regimi dittatoriali.

In Italia si mangia bene e si vive più a lungo. Questi fatti la dicono lunga sull’importanza della dieta mediterranea.

In tutti questi esempi notiamo alcune cose in comune:

1.Stiamo dando un giudizio. Questo giudizio può essere positivo o negativo

2.stiamo osservando un fatto e in base a questo stiamo dando una valutazione più generale

3. Si usano sempre le preposizioni su, sul, sulla, sugli, sulle. Su ha il senso di “a proposito di”. Dopo “su” dobbiamo specificare l’aspetto che stiamo valutando in base all’osservazione iniziale.

4. Si usa “lunga”, sempre al femminile singolare e ha il senso di “molto“. Come a dire: questa cosa ci racconta molte altre cose, questo fatto mi permette di esprimere un giudizio più ampio, questa cosa accaduta non è casuale, ma è solo la punta di un iceberg, da questi fatti traspare tantissimo altro.

Questo termine “lunga“, sempre al femminile singolare si usa spesso in senso figurato nella lingua italiana.con significati sempre diversi.

Ad esempio le due frasi “non farla troppo lunga” e “alla lunga” o anche saperla lunga. Nei prossimi episodi le vediamo meglio. Oggi non vorrei farla troppo lunga.

 

330 – Dica

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Trascrizione

Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.

Elettra: Una signora entra in un bar e il barista, rivolgendosi alla signora:

Barista: Buongiorno signora, dica pure!

Signora: buongiorno signor barista. Mi dica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.

Barista: verissimo signora.

Signore accanto a lei: a dire il vero, ci sono anche persone che parlano male del suo latte di mandorle.

Signora: Allora sono qui proprio per verificare.

Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.

Signora: mmmm un po’ amaro però.

Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.

Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?

Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.

Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!

Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.

Signora: ragazzi, io stavo scherzando. Il latte di mandorle che ho assaggiato è il migliore del mondo, non di Roma. Veramente buonissimo!!

Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!

Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di tripadvisor.

Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!

Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!


Spiegazione:

Giovanni: oggi vi faccio ascoltare un breve dialogo che contiene vari modi di usare la parola “dica“. Ovviamente si tratta del verbo dire.

Barista: Buongiorno signora, dica pure!

Questa è una modalità che si usa spesso quando si entra in un locale, un bar, un ristorante eccetera. Equivale a “mi dica”, “prego”, “come posso aiutarla”, “come posso servirla”.

Signora: buongiorno signor barista. Mi dica, avete il latte di mandorle? Ho letto su tripadvisor che qui lo fate molto buono.

“Mi dica”, usato in questo modo, è seguito da una domanda. é quindi una modalità gentile per chiedere una informazione. Stiamo dando del lei, quindi se dessimo del tu sarebbe “dimmi”.

Barista: bene signora. Checché se ne dica siamo tra i migliori bar di Roma. Ecco a lei signora, beva e poi mi dica.

Questa espressione, che abbiamo già spiegato, serve a sconfessare le opinioni contrarie alla propria, come a dire: nonostante qualcuno non la pensi come me.

Signore: non mi dica che non l’avevo avvertita.

Il signore intende dire: io l’avevo avvertita, cioè glielo avevo detto. Non dica che non è vero!

Barista: mi spiace signora che lei non si dica soddisfatta. MI spiace molto. Mi dica, ma questo signore accanto a lei chi è?

Questa espressione è particolare, perché “dirsi soddisfatti” significa “dichiararsi soddisfatti”, “dire di non essere soddisfatti”.

Signore: sono il proprietario del secondo bar di Roma, secondo tripadvisor, ma cosa vuole che le dica evidentemente tripadvisor si sbaglia.

Un’alytra espressione tipica italiana, che si usa quando non si conosce una risposta, un motivo, e allo stesso tempo si è un po’ amareggiati o sconsolati, un po’ tristi a volte.

Barista: adesso non mi si dica che le mie recensioni sono false però!!

Il barista vuole dire: non mi si venga a dire che le recensioni sono false-. E’ un modo per difendersi contro eventuali accuse.

Signore: no no, per carità. Lascerò che lo dica la signora.

In questo caso si usa semplicemente il verbo dire, ma si sta dando del lei alla signora.

Barista: mi sembrava strano. Tra l’altro l’ha bevuto in pochissimo tempo. In men che non si dica!

Questa è un’espressione che abbiamo già visto insieme: esprime velocità, immediatezza.

Signora: credo che questo, caro signor proprietario del secondo bar di Roma, la dica lunga sulla credibilità di TripAdvisor.

“Dirla lunga” è una espressione che si usa quando c’è qualcosa che dimostra un fatto. Dirla lunga significa quindi “dimostrare ampiamente”, ma spesso si usa anche per esprimere il senso contrario.

Signore: non lo dica a me signora, che sono il secondo, mica l’ultimo!”

“Non lo dica a me” o anche “non dirlo a me” sono espressioni che si usano quando una cosa riguarda anche e soprattutto la persona che parla, come a dire: non me lo devi dire, non devi spiegarmi queste cose, perché ne sono assolutamente convinto anche io, lo so, conosco questa cosa, la conosco bene. Il signore vuole dire che anche lui sa che TripAdvisor è credibile, infatti il, suo locale è il secondo di Roma e non l’ultimo. Evidentemente il signore accetta il verdetto e si arrende all’evidenza, anche se non ammettendolo a chiari parole. E neanche chiedendo scusa.

Barista: ok, però… mai che dopo che uno dica una fesseria si chieda scusa!!

Ecco, il barista è irritato perché il signore non chiede scusa, e questa cosa (chiedere scusa) non accade mai quando una persona dice una sciocchezza, una fesseria. Invece il signore avrebbe dovuto farlo; avrebbe dovuto chiedere scusa secondo il barista.

329 – Dicesi o dicasi?

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Trascrizione

Mariana: Scusa Giovanni, puoi spiegarci il termine divario?

Giovanni: Dunque, dicesi divario, una differenza, un distacco, una distanza, specialmente dal punto di vista morale.

Posso dire ad esempio che c’è un divario di cultura tra me e te.

Ecco, l’episodio di oggi però non è sul termine divario, ma sui due termini”dicesi” e “dicasi“.

In Italia fa sempre un po’ sorridere quando si ascolta una frase simile alla mia:

Dicesi divario…

Avrei potuto usare qualsiasi parola al posto di divario. È una modalità che si può utilizzare quando si spiega un termine che non si conosce.

Fa un po ridere perché lo usano in genere per sottolineare l’eccessiva formalità nell’esprimersi, ed anche, a volte, un po’ la superbia di chi spiega.

Equivale a dire:

Si definisce “divario”, eccetera eccetera

Si dice divario eccetera eccetera

Quindi il “si dice” diventa “dicesi”, una forma arcaica, un po’ vecchiotta diciamo, che deriva da regole metriche antiche.

Ad oggi la si sente utilizzare in matematica, quando si dà una definizione di un termine:

Ad esempio: Nei triangoli rettangoli, dicesi ipotenusa il lato opposto all’angolo retto

Cioè si chiama ipotenusa, si dice così, questa è la definizione esatta di ipotenusa.

Ci sono anche altri termini simili, nel senso che rispondono alla stessa regola, ma pochi sono rimasti nell’uso corrente come: cercasi (si cerca), affittasi (“si affitta”), vendesi (si vende), saputasi (si è saputo), avvicinatosi (si è avvicinato) ed altri ancora, volevasi (si voleva).

Comunque “dicesi”, questo è uno dei termini che ci interessa oggi, è molto simile a dicasi, con la “a”, che non si usa per dare spiegazioni tecniche e complicate, ma soprattutto in questo modo:

Lo stesso dicasi

Altrettanto dicasi

Queste due forme hanno lo stesso significato e si usano per fare confronti in modo un po’ formale, una modalità spesso usata dai giornalisti ma anche da tutti coloro che amano essere precisi. C’è un pizzico di formalità anche qui.

Vediamo degli esempi:

In Italia abbiamo sofferto molto per il coronavirus, lo stesso dicasi ovviamente per altri paesi come il Brasile.

Sentiamo una professoressa di italiano cosa dice ai suoi studenti:

Flora: Così ragazzi non va bene. Giovanni deve studiare di più. Domani sarà nuovamente interrogato. Lo stesso dicasi per Sofie e Ulrike.

Giovanni: che bello…

Ulrike: va bene professoressa. Me ne farò una ragione. Mio malgrado dovrò studiare nuovamente.

Sofie: ok anche per me…

Sofie: Ma guarda tu che sfortuna! Altrettanto dicasi per te Ulrike

Giovanni: in effetti le due studentesse sono state sfortunate. Comunque ci sono altri modi ugualmente utilizzati per esprimere lo stesso concetto di “lo stesso dicasi“.

Lo stesso per te (basta eliminare “dicasi”)

Vale lo stesso per te

La stessa cosa vale per te

Ugualmente per te

Stesso discorso per te

Per te uguale

Uguale per te

Queste ultime due sono più informali. L’episodio finisce qui. Ma ascoltiamo anche una frase di ripasso dalla studentessa Ulrike.

Ulrike: Durante i mesi del coprifuoco (il cosiddetto lockdown) causato dalla pandemia perdite di proventi a destra e a manca e al contempo un crescendo di debiti e fallimenti. Conformemente, va da sé, che si ridurranno gli introiti fiscali. E questi sono solo i postumi del covid in campo economico.

328 – Di volta in volta

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Trascrizione

Giovanni: ricordate “via via”? L’abbiamo spiegata qualche puntata fa. In quell’occasione vi ho detto che ci sono modalità equivalenti per esprimere lo stesso concetto di progressione e ripetizione: man mano, mano a mano, e di volta in volta.

Via via che passa il tempo mi sento più anziano.

Man mano che leggo, imparo di più

Mano a mano che miglioro mi sento più motivato

Abbiamo detto che “di volta in volta” si può utilizzare al posto di via via, perché esprime ugualmente il ripetersi di qualcosa.

Questo in realtà è vero solo in particolari occasioni perché di volta in volta non si usa in una situazione “fluida”, ma quando ci sono delle occasioni cadenzate, precise, ben identificare.

Man mano che miglioro, via via che imparo, mano a mano che leggo.

In queste tre frasi non ci sono le “volte” nel vero senso del termine, non ci sono eventi singoli che si ripetono, ma c’è semplicemente il tempo che passa e qualcosa che cambia insieme al tempo: imparo di più, mi sento più anziano eccetera.

Invece se dico:

Le video chat dell’associazione vengono organizzate di volta in volta in orari diversi affinché tutti possano partecipare.

In questo esempio ci sono delle occasioni ben identificate, delle “volte” ben precise. In ognuna delle volte può accadere qualcosa, che può anche essere diversa di volta in volta.

Viene quasi la tentazione di utilizzare “sempre” e non “di volta in volta” e in effetti un non madrelingua in genere usa proprio questo avverbio “sempre”, oppure “tutte le volte”, oppure “ogni volta”.

Non è scorretto, va bene, si può fare, ma la bellezza della lingua italiana è anche questa.

Io vi consiglio di usare “di volta in volta” quando ci sono ripetizioni ma quando gli eventi, cioè le volte, le occasioni, sono identificate, e soprattutto quando volete evidenziare non l’uguaglianza delle volte, ma la differenza.

Cambiare di volta in volta

Modificare di volta in volta

In pizzeria prendo una pizza diversa di volta in volta.

Inizia ad allenarti, e di volta in volta prova ad usare muscoli differenti

Si può usare anche, come abbiamo visto, al posto di via via, man mano e mano mano, ma le “volte” devono essere identificate:

Inizia ad allenarti, e di volta in volta noterai dei miglioramenti.

Questo documento va aggiornato di volta in volta con i dati più recenti.

Quando provo a parlare in italiano, di volta in volta noto dei leggeri miglioramenti.

Ogni episodio che faccio, di volta in volta mi accorgo che la durata tende ad aumentare gradualmente.

È questo non va bene! È arrivata l’ora del ripasso. Ci aiuta Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.

Khaled: Spesso e volentieri, ho il piacere di riascoltare alcuni episodi di italiano semplicemente. Durante l’ascolto, consolandomi, mi dico : via via che passa il tempo capirai!” Così, con tutte le espressioni che mi ronzano sempre per la testa, di tanto in tanto, durante i tempi morti, mi rileggo i messaggi precedenti. Me lo dico sempre, sfogandomi: dovresti sfruttare i tempi morti ogni due per tre rinfrescando la tua memoria! Mi sento come una tartaruga nel mio percorso di apprendimento, ma mi dico: non sei duro di comprendonio, è solo una questione di pratica e senz’altro “.
Prima o poi ce la farai!

 

327 – Bello + aggettivo

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Un caffè bello forte

Trascrizione

Giovanni: Nell’episodio 322 abbiamo visto che l’aggettivo “bello” si può usare per formare “di bello”, che si usa in occasioni piacevoli, per chiedere informazioni in modo non impegnativo e non inquisitorio.

Bello” in quel, caso si usa solamente al singolare maschile.

Invece al singolare e plurale, sia maschile che femminile, gli italiani spessissimo usano mettere bello, o bella, belli, belle, davanti ad alcuni aggettivi, ma è una modalità familiare, colloquiale, che si usa un po’ in tutte le occasioni.

E’ l’ennesimo modo per esprimere “molto“, di solito con una sfumatura umorale. Ne abbiamo visti già molti altri di modi. Vi metto un link come promemoria.

Ad esempio: la mia fidanzata mi tradisce.

Un mio amico potrebbe commentare:

Ah, bella stronza!

Questo non significa che la mia fidanzata è bella (il che è anche possibile) ma significa che si è comportata male.

Xiaoheng: da stronza, appunto.

Giovanni: Quindi sto esaltando un aggettivo, una caratteristica qualsiasi.

Come avete mangiato in quel ristorante?

Bene, appena usciti ci sentivamo belli pieni! Eravamo belli sazi!

Come avete visto, non sempre “bello” è associato a cose positive. Significa “molto”, ma perché si dice “bello”, al posto di “molto”?

Solamente perché stiamo chiacchierando tra amici o parenti, ma allo stesso tempo, molto spesso come dicevo c’è un qualcosa di emotivo, oppure siamo in un contesto spensierato e vogliamo usare un termine alternativo, anche a volte per sdrammatizzare, o per attenuare un aggettivo o per affetto.

Com’è Paolo fisicamente? L’hai incontrato?

Sì, simpatico, ma è bello grosso!

Bello grosso è un po’ di più di “abbastanza grosso” e un po’ meno di “grosso di brutto” o “enorme”.

C’è spesso,COME IN questo caso, la volontà di attenuare emotivamente il significato dell’aggettivo. Cioè in questo esempio voglio dire che è molto grosso, ma senza la volontà di offendere.

Si usano spesso con i bambini queste modalità:

Il bambino è nato bello grosso! Questo bambino è bello cicciotto!

E tu invece? Ti vedo bello tonico, asciutto, bello in forma!

Si usa anche in modo affettuoso quindi.

Questa è una delle differenze che ci sono rispetto all’utilizzo di “di brutto“, che vi ho già spiegato qualche episodio fa.

Vediamo meglio allora queste differenze:

Questa bevanda è bella forte Questa bevanda è forte di brutto

L’uso di “di brutto” è piu forte, più simile a moltissimo. Ma le frasi sono quasi equivalenti.

Ma in alcuni casi non si può usare “bello” . Perché non c’è un aggettivo, non c’è una caratteristica, un tratto distintivo.

Es:

Ti sei sbagliato di brutto

Significa:

Ti sei sbagliato (di) moltissimo

In questo caso “bello” non si può usare. Quando c’è un’azione, e quindi un verbo che esprime questa azione, posso usare solamente “di brutto” tra le due.

Ho mangiato di brutto

Ho esagerato di brutto

Eccetera.

Invece al posto di “bello”, “di brutto” si può usare sempre, ma è più forte rispetto a “bello”.

Es:

Questo ragazzo è bello forte.

Questo ragazzo è forte di brutto.

Così (di brutto) è più intenso. Somiglia più a moltissimo, esageratamente, in modo spropositato, esagerato.

Non solamente è più forte, ma “bello” si usa anche in senso affettuoso. Questa è un’altra differenza non trascurabile. Bello, molto spesso, si usa anche per attenuare un aggettivo che altrimenti sarebbe negativo.

Se dico che un bambino è bello cicciottello, o che è bello grosso, è affettuoso, mentre se dico:

Questo bambino è grosso di brutto!

Sto dicendo semplicemente che è esageratamente grosso. Non c’è affetto. E alla mamma piace molto di più che suo figlio sia bello cicciotto che cicciotto di brutto.

Non sempre però si può usare bello in questo modo. Soprattutto in contesti più formali.

Questo ufficio è bello pulito

Può anche andar bene, ma:

Questo documento è bello interessante

In questo caso meglio dire che è molto interessante.

Ci sono commenti?

Mariana (Brasile): Ah…un’altra espressione da annoverare fra le espressioni che si usano per intensificare un concetto, cioè per dire molto.

Carmen (Germania) : C’è veramente un bel po’ po’ di espressioni di questo tipo. Altro che storie!
Difficile però averle presenti tutte!

326 – Evitare o impedire?

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Evitare o impedire?

Trascrizione

Giovanni: Che differenza c’è tra i due verbi evitare e impedire?
Hanno lo stesso significato e utilizzo?

Membro1: Ma ti pare! Ovviamente no, sennò non saremmo qui a spiegarlo!

Giovanni: Infatti, bisogna evitare di confondere questi due verbi. E se qualcuno cerca di dire che sono la stessa cosa, impeditegli di parlare!

Evitare di confondere i due verbi. Infatti evitare significa fare a meno di una cosa che riteniamo dannosa o fastidiosa.

Bisogna evitare  di mangiare cibo spazzatura

Sarebbe bene evitare di frequentare anche le persone negative e pericolose

Evitate di drogarvi, mi raccomando.

Membro2: Evitare somiglia anche a sfuggire da qualcosa o qualcuno, o anche schivare, scansare.

Giovanni: Si evitano gli ostacolo, i pericoli; persino gli sguardi di qualcuno.

Il verbo impedire invece viene da “piede” nel senso di mettere qualcosa ai piedi, mettere qualcosa che non ci fa camminare.

Quindi gli ostacoli ci impediscono di fare le cose, per questo gli ostacoli vanno evitati.

Non voglio impedirti di parlare

Non impedirmi di esprimermi liberamente

Il temporale ci ha impedito di andare al mare.

Impedire quindi significa rendere impossibile lo svolgimento o il compimento di un’azione. C’è sempre un ostacolo  a impedire qualcosa che accade. L’ostacolo va evitato.

Bisogna evitare l’ostacolo che impedisce l’azione.

Verbi simili a impedire? Proibire:

Se io ti proibisco di uscire vuol dire che la mia volontà è di impedirti di uscire. Ma la mia proibizione, non è detto che sia un’impedimento alla tua azione.

Lo stesso vale per vietare, del tutto simile a proibire, ma anche una legge può vietare.

Sbarrare è tipico dell’ostacolo:

Un albero ci sbarrava la strada, quindi ci impediva di passare.

Intralciare e ostacolare sono anche simili:

Non mi intralciare la strada.

L’intralcio e l’ostacolo, analogamente alla proibizione e al divieto, non è detto comunque che impediscano una azione. Di sicuro la rendono più complicata.

C’è forse da sottolineare questa cosa: impedire non è rendere difficile. Impedire è rendere impossibile lo svolgimento di un’azione.

Quindi se un muro impedisce la vista, allora io non posso vedere.

Il muro è un ostacolo che mi impedisce di vedere.

Invece nell’intralciare e nell’ostacolare c’è la volontà di impedire, e anche nel vietare e nel proibire. Ma possiamo evitarli!

Membro3: Possiamo evitare anche di parlare solo di ostacoli. Sono insofferente agli ostacoli!

Membro4: ma via via che si incontrano ostacoli si impara a superarli! Ma è mai possibile che solo a me non riesca?

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

325 – Via via

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Esempio di utilizzo

Trascrizione

Giovanni:

Via via che passano gli episodi di apprende sempre un po’ di più.

Via via che si apprende l’italiano, si diventa sempre più motivati nel continuare.

La via, la nella lingua italiana, ha molti significati, a volte non diversissimi. Spesso c’è di mezzo una strada o una direzione.

“Via via” , quando la parola si ripete due volte, si usa invece solamente per indicare qualcosa che accade durante un percorso, che è simile ad una via, ad una strada.

Questo qualcosa che accade, può essere di qualsiasi tipo.

È di uso quotidiano da parte di tutti gli italiani questa espressione:

Si dice sempre (quasi sempre) “via via che”:

Via via che mi alleno divento sempre più forte.

Ci troviamo sulla strada che porta all’apprendimento.

Via via che imparo divento più bravo.

La ripetizione della parola indica il passare del tempo ma anche qualcosa che accade mentre passa il tempo. Quindi c’è qualcos’altro che si ripete oltre al tempo.

Via via che ti passo questi libri tu mettili sulla libreria.

Si può dire anche in altri modi più o meno equivalenti:

Mano a mano che imparo divento più bravo

Man mano che ci avviciniamo a Roma mi emoziono sempre di più.

È molto simile anche a “di volta in volta“.

Non sapevo parlare in italiano, ma andando in Italia, di volta in volta il mio livello è aumentato.

Vedete che questo ripetersi della parola, Via, mano, volta, indica sempre il progredire di qualcosa.

Non sempre c’è il “che”:

Stai attento alle persone che entrano via via.

Queste persone evidentemente entrano una dietro l’altra. Questo è ciò che si ripete. C’è movimento, c’è ripetizione.

Non confondere “via via” con “mentre“, perché mentre serve a indicare due cose che accadono nello stesso tempo.

Mentre fai ginnastica puoi ascoltare un episodio di italiano semplicemente.

In fondo la frase di oggi se ci pensate è alla base dell’apprendimento: repetita iuvant, ricordate? È la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente.

Ulrike: Quando parliamo l’italiano, soprattutto di un spontaneamente e a braccio, spesso e volentieri ci sfugge una parola cercata. Capita che ci si blocca di brutto il che è un momento dispiacevole. A maggior ragione però dobbiamo continuare a parlare. Via via che si parla questi momenti si perdono.

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324 – Spesso e volentieri

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spesso e volentieri

Trascrizione

Giovanni: Spesso e volentieri è un’espressione colloquiale adatta a ogni circostanza.

E’ ovviamente molto simile a “spesso”, ma è molto simile anche a “sempre”.

Ok, ma perché “volentieri“? Vuol, dire che si fa spesso una cosa piacevolmente? Con piacere?

Volentieri significa ovviamente questo, cioè si usa con le cose gradevoli, con le cose che fa piacere fare, ma “spesso e volentieri” si usa in realtà anche quando le cose non sono piacevoli. Di sicuro si sta parlando della frequenza di un qualcosa che accade o che è accaduto.

Vediamo qualche esempio:

Spesso e volentieri la sera esco con gli amici

Quante volte vai in vacanza in Italia? Ci vado spesso e volentieri.

Spesso e volentieri Giovanni ci spiega una bella espressione italiana

Questi sono tutti esempi di cose che accadono spesso e sono gradevoli, e anche io gli episodi li faccio anche volentieri, ovviamente oltre che spesso, cioè frequentemente, ma ascoltate queste frasi:

Capita spesso e volentieri che dimentico di ascoltare i nuovi episodi

In città spesso e volentieri c’è tantissimo traffico

In questi casi non si tratta di cose gradevoli, tutt’altro direi.

E allora?

Allora significa che possiamo usare questa espressione quando il contesto è scherzoso, quando parliamo in modo spensierato, quando parliamo con amici e vogliamo dare dei segnali di distensione, dove non tutte le parole sono da interpretare alla lettera, secondo il loro significato. In Italia questo si fa spesso e volentieri, e ascoltare questa frase ci trasmette subito un senso positivo e colloquiale.

Volentieri, in qualche modo ha più la funzione di amplificare il termine “spesso” quindi la frase significa “molto spesso”, “molto frequentemente”, e contiene generalmente sfumature aggiuntive, tipo:

Pietro spesso e volentieri tradisce la moglie

Vuol dire che Pietro tradisce la moglie molto spesso, con disinvoltura, senza badare al numero delle volte.

Giovanni dice che gli episodi sono di due minuti, ma spesso e volentieri sono di 3,4 minuti o anche di più.

Evidentemente voglio dire che Giovanni non ci sta molto attento alla durata. Non è dunque solamente una questione di elevata frequenza, ma spesso si vuole evidenziare la superficialità, la trascuratezza, o anche un difetto di una persona e cose di questo tipo. Più in generale possiamo parlare di ironia.

Io spesso e volentieri devo fare mente locale perché non mi ricordo più niente ormai! Sono decisamente a corto di memoria. Lo so che non si direbbe perché sono ancora molto giovane. Sarà perché mangio troppi grassi? Non so, sto andando un po’ a tentoni non ci capisco di queste cose. Magari non sarà niente di che e non c’azzecca nulla con l’età, che, senz’altro è meglio che vi risparmi.

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323 – di brutto

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Trascrizione

Di brutto

Giovanni: dopo aver visto “di bello” oggi vediamo anche “di brutto”. Se di bello, come abbiamo visto si usa prevalentemente nelle domande e indica una attività piacevole, “di brutto” è semplicemente un modo per dire “molto”.

In italiano ci sono tantissimi modi per sostituire la parola molto, lo abbiamo visto anche in un episodio dedicato.

Ogni tanto però mi viene in mente un nuovo modo. Uno di questi è proprio “di brutto”, ma quando possiamo usare questa espressione?

Intanto è bene dire che l’uso è solo familiare e informale. Tra amici si usa spessissimo, e lo si fa non per esprimere una quantità, ma soprattutto per sottolineare l’intensità di una attività.

Ad esempio:

Per prepararmi all’esame di italiano ho studiato di brutto

Cioè ho studiato molto, moltissimo, come non avevo forse mai fatto prima.

Ho sofferto di brutto l’ultima volta che sono stato lasciato dalla mia fidanzata.

Anche qui: ho sofferto tantissimo, una grande sofferenza.

Non c’è un uso positivo o negativo. Quindi il senso di “brutto” non vi deve far pensare che si tratti di una attività negativa o di sentimenti negativi o spiacevoli.

Si tratta di qualcosa di molto intenso. Semplicemente.

Anche nel caso di un terremoto posso usare questa espressione.

La terra ha tremato di brutto!

Anche questa è una intensità.

Francesca mi amava di brutto, ma a me non piaceva.

Non si può usare, come vi dicevo prima, al posto di tanti, tante, molti, molte, e neanche “molto spesso” cioè con le quantità.

Non posso dire che ho “di brutto” anni.

Non ha nessun senso una frase di questo tipo.

Quindi bisogna usare un verbo che descrive una attività e poi “di brutto”:

Ieri è piovuto di brutto

Quest’anno ho studiato di brutto

Hai pianto di brutto l’altro giorno.

Si usa anche un’altra espressione, sempre informale, equivalente: “una cifra”. Questa tra l’altro si può usare anche con le quantità:

Quest’anno ci siamo visti una cifra di volte.

Cioè ci siamo visti molte volte, molto frequentemente.

Quanto mi hai amato?

Una cifra!

In questo caso è equivalente a “di brutto”.

Attenzione perché sia “di bello” che di brutto” a volte sono da interpretare nello stesso modo con senso contrario.

Può capitare che accada qualcosa di brutto, cioè qualcosa di non piacevole.

Però spesso capita anche qualcosa di bello.

Ma in questo caso è proprio il contrario di “di bello“, quindi bello e brutto in tali casi sono sempre da leggere “alla lettera” nel senso di positivo o negativo, piacevole e spiacevole.

Emma: Forse anche oggi abbiamo sforato?

Si ma non di brutto! Giovanni è stato abbastanza conciso oggi!

Ma domani cosa ci spieghi di bello?

Domani tocca all’espressione: “spesso e volentieri“.

– – –

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322 – Dove vai di bello?

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Trascrizione

Giovanni: Oggi cosa facciamo di bello?

Oggi ci occupiamo proprio di questo aggettivo “bello” che gli italiani mettono un po’ dappertutto.

Con l’occasione ripassiamo anche qualche espressione che abbiamo spiegato nelle puntate precedenti. Ci aiuteranno a questo scopo alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente: Lejla dalla Bosnia Erzegovina, Iberê dal Brasile, Xiaoheng dalla Cina e Rauno dalla Finlandia.

Allora:

Dove vai oggi di bello?

Dove sei andato ieri di bello?

Dove andrai domani di bello?

Cosa vediamo di bello al cinema?

Cosa hai visto di bello a Roma?

Si usa solo il maschile singolare. Fate attenzione:

Quali monumenti hai visto di bello?

Quali amici hai incontrato di bello?

Si tratta di domande che si fanno per trasmettere relax, divertimento, quindi in genere si usano quando c’è un viaggio o in tutte le occasioni di tempo libero: cinema, teatro, palestra, amici eccetera.

Come si risponde? Si può usare l’espressione anche per le risposte?

Volendo si:

Di bello a Roma ho visitato piazza Navona e il Colosseo.

Niente di bello purtroppo, sono dovuto restare a casa

Non ho fatto niente di bello da raccontarti.

Lejla: Una domanda: Niente di che e niente di bello sono la stessa cosa?

Giovanni: Non è proprio la stessa cosa anche se a volte le due risposte possono equivalersi.

Comunque “niente di che” si usa in pratica solo nelle risposte, mentre “niente di bello” può usarsi anche nelle domande:

Hai fatto niente di bello recentemente?

In questo caso “niente” sta per “qualcosa”.

Bisogna dire che il termine “bello“, in generale, descrive l’attività che si è fatta, una “bella attività” quindi non indica sempre e solo la bellezza in senso stretto, come quella di una città, ma in generale la piacevolezza, come nel caso di un’uscita con gli amici, o di una vacanza, ad esempio.

Se dico:

Quali amici hai incontrato di bello?

Non intendo dire gli amici belli, cioè gli amici di bella presenza, ma gli amici in generale. Si tratta quindi semplicemente di un modo di descrivere una piacevole attività.

Aggiungere “di bello” alla domanda serve infatti a non far sembrare la domanda troppo inquisitoria, indagatrice. In realtà è una domanda che si fa così, tanto per sapere, non per controllare o per indagare.

A questo punto si potrebbe chiedere:

Esiste anche di brutto?

Certo, ma si usa soprattutto con le cose accadute (ovviamente negative):

Cos’è quella faccia? Ti è capitato qualcosa di brutto?

Cos’hai visto di brutto per avere quell’espressione?

Ma l’espressione “di brutto” la vediamo meglio nel prossimo episodio perché ha anche un altro utilizzo interessate.

Xiaoheng: non abbiamo che da aspettare allora!

Iberê: Per ora rimaniamo in sospeso

Rauno: peccato, ero curioso!

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

321 – Ma io non lo so!

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ma io non lo so

Trascrizione

Giovanni: Voi non ci crederete, ma anche oggi ci occupiamo di un’espressione che si usa da arrabbiati.

L’espressione è molto simile all’ultima che abbiamo visto: “ma guarda tu!” ed è “ma io non lo so!” (anche senza “ma” che tuttavia aggiunge enfasi).

Questa espressione si usa in modo analogo a “ma guarda tu“, nelle stesse circostanze, ma può anche essere usata insieme, mettendo “ma io non lo so” alla fine della frase.

Se ad esempio io mi arrabbio perché mio figlio non mi obbedisce, potrei dire:

Ma guarda tu se un moccioso di 5 anni deve fare come vuole lui! Ma io non lo so!

Naturalmente anche “ma io non lo so” non è in questi casi da intendere alla lettera. E’ solo un modo per esprimere stupore e irritazione per qualcosa alla quale non si riesce a dare una spiegazione, come a dire:

Incredibile quello che vedo o quello che ho sentito, è sconcertante! Non mi capacito! Non è normale!

Spesso le due espressioni si fondono insieme.

Ma io non lo so, guarda!

La frase va accompagnata da una mimica facciale adeguata: occhi sgranati, bocca semiaperta, sguardo stupito.

Si pronuncia con un tono che prima sale e poi scende, perché non è una vera domanda, ma solo una esclamazione di irritazione.

Di solito si manifesta inizialmente la propria contrarietà, spiegando in modo più o meno agitato la cosa che non va, e poi si aggiunge questa esclamazione, volendo mixandola con “ma guarda tu“.

Vediamo un esempio e con l’occasione alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente utilizzeranno qualche frase di ripasso.

Sai che è successo? Il mio capo mi ha telefonato e mi detto: siamo in crisi, quindi mi dispiace ma o ti dimezzo lo stipendio oppure ti sostituisco con un’altra persona più economica.

Ma io non lo so, guarda, Non riesco a sopportarlo!

Ma pensa tu, davvero? Ma è passibile di denuncia, lo sai?

Poi non si è neanche curato di dirtelo di persona, ma ti ha telefonato!

Beh, ma a suo modo sta cercando di salvare il tuo lavoro, avrebbe potuto licenziarti e basta.

“Salvare” mi pare una parola grossa!

Ma tu cosa farai? Accetterai in attesa di tempi migliori?

Infatti ho risposto al mio capo: dimezzare lo stipendio?

Ulrike: Ma pensa tu, davvero? Ma è passibile di denuncia, lo sai?

Hartmut: Poi non si è neanche curato di dirtelo di persona, ma ti ha telefonato!

Lia: Beh, ma a suo modo sta cercando di salvare il tuo lavoro, avrebbe potuto licenziarti e basta.

Giovanni: “Salvare” mi pare un parolone!

Gema: Ma tu cosa farai? Accetterai in attesa di tempi migliori?

Sofie: Ho risposto così al mio capo: dimezzare lo stipendio? Aggiudicato!

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

320 – Ma guarda tu!

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Trascrizione

Giovanni: ecco un’altra espressione che si usa quando si è arrabbiati o anche delusi: ma guarda tu!

Ma guarda tu” è una esclamazione che si dice quando non riusciamo ad accettare una cosa accaduta.

È una specie di invito a guardare, a guardare la cosa accaduta perché stupisce, ed è qualcosa che non ci piace. Ma in realtà non bisogna essere in compagnia per fare questa esclamazione. Può anche essere un pensiero espresso a voce alta quando siamo soli, se vediamo qualcosa che non ci piace e che non è normale.

Se accade qualcosa di strano, tipo che una persona ci sorpassa con la macchina in modo pericoloso, viene spontaneo dire, anche da soli:

Ma guarda tu questo!

Come a dire: ma si fanno queste cose? Il termine “questo” è un modo irrispettoso di chiamare la persona che ha fatto il sorpasso.

Se si è da soli è un modo bizzarro di condividere la propria sensazione con un’altra ipotetica persona, come a cercare conforto, solidarietà.

Se una persona ti risponde male puoi ugualmente affermare:

Lejla: Ma guarda tu, ma ti pare che mi devi rispondere così?

Ulrike: Ma guarda tu cosa mi tocca fare!

Giovanni: Si può usare anche in questo modo: un commento contrariato per qualcosa che bisogna fare, ovviamente controvoglia.

A volte esprime solo meraviglia:

Ma guarda tu come si è vestito quel tizio!

Ci sono espressioni simili come ad esempio “ma pensa tu“. Cambia il verbo e cambia il significato. Stavolta si usa soorattutto quando non avremmo mai immaginato che qualcosa sarebbe successo:

Ma davvero Maria e Franco si sono separati?

Andrè: ma pensa tu, e dire che si amavano tantissimo!

C’è anche “ma guarda un po’” che è la versione più educata, perché esprime disappunto, contrarietà ma un certo contenimento nell’esprimere questo sentimento avverso.

Sofie: Ma guarda un po’! Hai ancora superato i due minuti! Non ti degni mai di rispettare la durata!

Anthony: Non è che qualche volta potresti lasciar correre? Risparmiaci le tue lamentele. È mai possibile ?

Fernando: calma ragazzi, si direbbe che non sappiate mantenere la calma!

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

319 – Che non sei altro

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Trascrizione

Giovanni: nell’espressione È possibile mai dello scorso episodio abbiamo visto che spostando la posizione di un termine può cambiare il significato.

Accade la stessa cosa con l’espressione “non è altro” con la congiunzione “che”.

Che non è altro” pertanto è quasi sempre diverso da “non è altro che“.

Ad esempio se dico:

Questo episodio non è altro che uno dei tanti episodi di italiano semplicemente.

In questo caso posso anche togliere il termine “altro” e in generale il senso può cambiare leggermente:

Questo episodio non è che uno dei tanti episodi di italiano semplicemente.

“Altro” serve a dire che è solo questo. Nient’altro che questo.

Quindi “altro” ha il ruolo di dire “solo questo”, nient’altro che questo.

In questo caso se non mettiamo “altro” vuol dire: ce ne sono tanti altri di episodi, non solo questo. Questo è uno dei tanti episodi. Un po’ diverso quindi. Almeno in questo caso.

Questo funziona anche con altri verbi, non solo col verbo essere, ma oggi volevo soffermarmi solo su questo verbo. Potrei comunque dire:

Non fai altro che lavorare. Devi riposare un po’!

Anche qui posso eliminare “altro” ma in tal caso il senso è però lo stesso: lavori sempre, non fai altro.

Questo per quanto riguarda il “che” quando è messo alla fine.

Se invece dico, sempre usando il verbo essere:

Mio marito mi ha tradito! Quel traditore che non è altro!

Questo genere di frasi si usano come una forma di sfogo, e il “che” ha il senso di “perché” , quindi serve in teoria a spiegare il motivo per cui ho usato proprio quel termine.

Potrei dire:

quel traditore, perché non è altro.

Naturalmente sono frasi che si usano quando si è arrabbiati, e in tal caso si ha l’esigenza di essere immediati, veloci e non si fanno pause:

Quel bastato che non è altro mi ha rubato il portafogli!

Stai zitto, stronzo che non sei altro!

Ulrike: Uno sfogo offensivo mi pare e come tale un po’ osè, comunque da prendere con le molle a meno che non venga espresso con un occhiolino per metterci una sfumatura scherzosa.

Giovanni: Brava, spesso infatti si usa anche in modo scherzoso, ma in questo caso non posso togliere “altro” come facevo prima. La frase non avrebbe senso.

Naturalmente non si può usare un aggettivo positivo, per indicare un complimento. Funziona solamente con le offese.

Posso togliere però l’intera espressione “che non è altro“, perché questa espressione non serve che a sfogarsi, non serve altro che a questo.

L’episodio finisce qui, avete anche ascoltato delle frasi di ripasso di alcune espressioni già spiegate negli episodi scorsi. Nel prossimo episodio vediamo “ma guarda tu“, un’altra espressione che si usa da arrabbiati.

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

318 – Come mi trovate?

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Trascrizione

Lia: è possibile mai che Gianni oggi ci spieghi il verbo trovare?

Fernando: sei così stupita? Mica ha solo un utilizzo! Vedrai che lo troverai molto interessante.

Anthony: ma ti pare che non lo sappiamo già usare?

Khaled: Nulla quaestio se lo lasciamo parlare? Poi dice che gli episodi sono lunghi!

Giovanni: bravo Khaled. Grazie. Allora oggi, cari amici, voglio fare una breve discussione sul verbo trovare. Spero troverete l’episodio di vostro interesse.

In particolare mi interessava farvi notare che questo verbo si può usare non solo nel modo classico, in cui significa riuscire ad individuare. È simile a scoprire, venire a conoscenza, recuperare.

Ho trovato il corso di italiano che cercavo

Non trovo più le chiavi

Scusi, dove posso trovare un ristorante aperto?

Prima si cerca e poi si trova (non sempre!).

Si usa anche in altri modi, ad esempio quando volete esprimere un’opinione in modo più elegante del solito:

Trovo che questo corso sia molto interessante

Quindi è simile a credere, pensare, verbi però troppo generici.

Ti trovo ringiovanito sai?

Ti trovo ingrassato!

Diciamo che possiamo usarlo quando notiamo delle caratteristiche in una persona o una cosa. Simile quindi a riscontrare (che è più formale) e individuare.

In questo modo stiamo esprimendo un nostro parere, quindi può anche trattarsi di un giudizio. Stiamo dicendo se una cosa ci piace oppure no, ad esempio. Quindi somiglia anche a giudicare, ritenere, stimare.

Trovo questo episodio molto interessante.

Se io stimo una persona, ad esempio, evidentemente trovo che sia una persona intelligente, la ritengo capace di ottenere dei risultato, la, giudico positivamente.

Trovare, usato in questo modo, è assolutamente adatto, esprime un proprio punto di vista in modo direi in molto elegante ed imparziale.

Infatti fa pensare che prima di esprimere il vostro parere abbiate pensato, abbiate riflettuto, e solo dopo abbiate espresso il vostro pensiero.

Certo, potrete continuare a dire:

Secondo me meglio non usare questo verbo.

Ma si è sicuramente più convincente dite:

Trovo che sia meglio non usare questo verbo.

Si usa anche come risposta. Una persona esprime un parere e voi rispondete:

Trovi? (come dire: la pensi così? Davvero? È questa la, tua opinione?)

Trovi che sia così?

Trovate anche voi che sia un bel modo di utilizzare questo verbo?

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317 – Possibile mai?

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Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo detto che l’espressione “ma ti pare” esprime stupore e spesso anche fastidio.

Un utilizzo di cui ancora non vi ho parlato esprime esclusivamente stupore, solo stupore, ed equivale a “possibile mai?”. In sostanza ci si chiede, o si chiede ad un’altra persona, se mai una cosa sia possibile. Una cosa che se fosse vera mi stupirebbe molto.

Ad esempio:

Possibile mai che Giovanni abbia deciso che nel 2021 ci saranno due riunioni dei membri dell’associazione italiano semplicemente? Non si è mai parlato di due riunioni in un solo anno.

Equivale a dire: secondo te è possibile questa cosa? A me stupisce molto questa cosa.

Oppure:

Ma ti pare possibile questa cosa?

Il tono è fondamentale per escludere la possibilità che ci sia fastidio.

Sentite la differenza tra le due forme:

A questo punto dobbiamo vedere la differenza tra “è mai possibile?” e “possibile mai?”

La posizione di “mai” determina la differenza tra fastidio e stupore.

Se sono arrabbiato e infastidito devo dire:

È mai possibile che tu sia sempre in ritardo?

Se invece la mia è una domanda tranquilla. E io sono incuriosito e meravigliato, senza essere arrabbiato, dico:

È possibile mai che Giovanni voglia fare due riunioni in un anno?

Questa è una domanda vera e propria.

È possibile mai che neanche un episodio duri due minuti esatti?

Questa è più una lamentela, ma resa più gentile dall’aver posticipato il termine mai.

Se sbagliate non è molto grave, ma il messaggio che esce dalla vostra bocca non è esattamente uguale a quello che arriva alle orecchie di chi ascolta.

Potete usare “è possibile mai”, come abbiamo visto, anche per mitigare la frase, per non sembrare arrabbiati, o per educazione.

Ma è mai possibile che non ci sono libri di grammatica che spiegano questa cosa?

Ma è possibile mai che siate così convinti che la grammatica da sola, possa bastare?

Ma questo “mai” serve veramente a questo? E serve solamente a questo?

Solo la posizione è importante?

In realtà potremmo anche togliere “mai”. Ciò che aggiunge, quando lo mettiamo, è il fastidio, se messo prima e lo stupore, se messo dopo. Ma anche senza, se il tono è adeguato va bene lo stesso.

È (mai) possibile che nessuno ci abbia spiegato prima queste cose?

È possibile (mai) che Giovanni si sbagli?

Khaled: Ah… stai sfoderando un’altra espressione di stupore! Man mano cominciano a ronzarmi per la testa.

Ulrike: È mai possibile e possibile mai con significati diversi! Pavento proprio di scambiarle! Non resta che ripetere l’episodio. Pazienza!

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316 – Ma ti pare

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Emanuele: oggi non mi va di fare l’episodio dei due minuti. Mi sento offeso perché qualcuno pensa che gli episodi sono troppo lunghi.

Giovanni: dai, Gianni, non fare il sostenuto e facciamo questo episodio!

Giovanni: ma ti pare che faccio il sostenuto? Stavo solo scherzando. Era solo una scusa per usare questa nuova espressione: ma ti pare!

Ho identificato quattro modi diversi di utilizzo.

Come L’ho usato io prima è un modo per allontanare un dubbio.

Significa: ma come puoi pensare questo. Bisogna specificare la cosa che stupisce e, enfatizzando il tono della voce, si manifesta stupore e un certo dispiacere, o anche un po’ di fastidio a volte.

Un secondo modo è per condividere un fastidio per qualcosa:

Ma ti pare normale quello che stai dicendo? (in tal caso pare sostituisce sembra)

Ma ti pare che mio figlio ha detto un sacco di parolacce questa mattina. Chissà dove le ha imparate!

Si tratta di una domanda, come a dire: che ne pensi tu? Non sei stupito quando me?

Ma ti pare che per andare in spiaggia libera quest’estate bisogna prenotare? Roba da non credere!

Il terzo modo è usato come formula di cortesia, quando una persona ti ringrazia:

Ti ringrazio molto.

Ma ti pare!

È come dire:

prego, non preoccuparti.

Figurati!

Ma di che!

Non c’è di che!

Si può usare anche dando del lei:

Ma le pare!

Non è affatto una risposta scortese, anzi forse è la più formale che esiste quando si dà del. Lei.

Anche questa in fondo In fondo poi è una modalità per esprimere stupore: meraviglia per un ringraziamento non dovuto.

Il quarto modo è da intendere sempre letteralmente, e “pare” è ancora una volta come “sembra”, ma più familiare:

Sei il peggiore degli amici!

Scherzi?

Ma ti pare che sto scherzando?

È una risposta un po’ arrabbiata.

Ma ti pare giusto questo?

In genere la prima parola “ma” si può anche togliere in ogni occasione. La sua presenza però serve a dare enfasi, ad accentuare lo stupore, o lo sdegno, o il fastidio.

Adesso Khaled, dall’Egitto, vi aiuta a ripassare alcune espressioni che abbiamo già spiegato negli scorsi epiaodi. Khaled è uno dei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Khaled: Quando vado alla zona militare, mi preparo tutti i documenti, mettendo tutto in ordine. Là, il soldato mi chiede tutte le mie generalità, dicendo: “mi fornisca le sue generalità”.
Io presento le generalità richieste, poi mi dà il via libera. Poi vado dal medico, misurando la temperatura del corpo, e mi porta da altri due soldati. Questi mi ispezionano, chiedendomi di mettere le mani in alto. Senz’altro è la solita solfa che si fa con tutti, andando là. Se si dimentica un foglietto banale bisogna stare attenti, niente scuse perché sono duri di comprendonio.

Giovanni: ottimo ripasso Khaled. Nel frattempo mi è venuto in mente un ulteriore modo di utilizzo.

Equivale a Possibile mai

Lo vediamo nel prossimo episodio.

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315 – Le generalità

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Giovanni: Se venite in Italia, almeno due o tre volte sicuramente dovrete fornire le vostre generalità a qualcuno.

Hartmut: non è che ti stai sbagliando Gianni?

Giovanni: Certo che no.
All’aeroporto ad esempio, sia all’andata che al ritorno e anche in albergo possono, anzi sicuramente vi chiederanno di fornire le vostre generalità.

Fornire le proprie generalità, o dire, o indicare o dichiarare le generalità significa comunicare il complesso dei dati anagrafici relativi a un individuo: voi stessi

Ulrike: Allora quando partirò alla volta dell’Italia cercherò di ricordarmelo, ma cosa si fa in questi casi?

Giovanni: Bisogna generalmente dare un documento e se non basta riempire un modulo indicando nome e cognome, data e luogo di nascita e indirizzo di residenza. Queste sono le generalità.

Le generalità vengono chieste per sapere chi sei, quindi servono per identificarsi.

Da non confondere con la generalità, al singolare, che indica “la maggior parte“, “la maggioranza“:

Lia: la differenza tra singolare e plurale non è proprio una sfumatura allora! Puoi farci un esempio al singolare?

Giovanni: Subito: Nella generalità dei casi questi episodi durano 4 o 5 minuti.

Questa è la generalità.

Possiamo anche dire “in generale” o “generalmente” questi episodi durano 4 o 5 minuti. Anche “in genere” va bene.

Le generalità (al plurale) di una persona spesso vengono chiamate anche in un altro modo: gli estremi.

Questo è un termine che ha diversi significati, ma si chiamano così anche i dati essenziali e necessarî per l’identificazione.

Bogusia: si usano normalmente questi due termini? Ti diròche mi piacciono e mi piacerebbe usarli.

Giovanni: È un linguaggio burocratico in realtà, li usano negli uffici pubblici soprattutto. Ma anche sull’autobus potrebbero chiedervi le generalità. Se controllano l’abbonamento ad esempio.

In un ufficio pubblico dovete necessariamente fornire i vostri estremi o se preferite le vostre generalità se volete ottenere o consegnare un documento.

Qualcuno ve li chiederà:

Mi fornisca i suoi estremi

Mi fornisca le sue generalità

C’è da dire che esistono anche gli estremi di un documento, non solo di una persona.

L’importante è che identifichino questo documento: la data di rilascio del documento e il numero ad esempio.

In varie occasioni potrebbero chiedervi:

Gli estremi della carta di identità

Gli estremi di un bonifico bancario

Gli estremi di un pagamento qualsiasi

Gli estremi di una fattura

Gli estremi di una spedizione

Gli estremi dI una polizza assicurativa.

Invece le generalità si usano solo con le persone.

Sofie: Sarebbe fuori luogo finire adesso l’episodio con un’altra frase di ripasso?

Andrè: Come la vedi se ci penso io a registrarla?

Rauno: Nulla quaestio!

Giovanni: Ma c’è anche Lia dal Brasile che ci teneva molto alla sua frase di ripasso.

Lia: Beh, torniamo a bomba!
Spesso mi stupisco quando vedo persone che se ne fregano del Coranavirus.
Quello che esce senza la mascherina, quell’altro che fa assembramenti, quell’altro ancora che dice:
Dai, prima o poi tutti lo prenderemo.
Ebbene, queste sono le persone sciocche per eccellenza.
E quando poi se lo prende anche lui si piange addosso.
È proprio in quel momento che mi viene voglia di dire: hai voluto la bicicletta? Adesso pedala!
Ma te lo giuro, io non ho gufato contro nessuno!!

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Le espressioni con la mano

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Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un episodio ricco di espressioni idiomatiche italiane. Vediamo come usare la mano o le mani. Il vocabolario è ricchissimo di esempi.

Sapete infatti che ci sono molte espressioni in cui si usa la mano.

Numeri alla mano (o dati alla mano) è una di queste: significa conoscendo i dati, avendo a disposizione le informazioni numeriche.

Con i dati alla mano, cioè a disposizione, si possono fare i conti, si può giungere a conclusioni.

La mano indica disponibilità, perché le cose che teniamo in mano sono nostre e le possiamo controllare.

Essere un tipo o una persona alla mano è un’altra espressione. Un tipo disponibile, piacevole, amichevole, disponibile e flessibile, che si adatta alle diverse situazioni come una mano, appunto.

Essere a portata di mano invece indica la vicinanza di un luogo qualsiasi. Come se allungare una mano bastasse per raggiungerlo.

C’è un ristorante a portata di mano da queste parti? È comodo avere tutto a portata di mano, vuol dire che non devo faticare, non devo percorrere lunghe distanze.

Posso usare anche in modo più materiale questa espressione:

Scusa mi passi il sale visto che ce l’hai a portata di mano?

Con lo stesso senso si usa anche sottomano.

Vorrei scrivere una poesia ma non ho sottomano una penna. Qui c’è meno il senso della comodità ma più che altro quello della disponibilità immediata.

Se invece una cosa è non a portata di mano allora è fuori mano. Significa che è un po’ distante. Una casa fuori mano è ad esempio lontana dal centro abitato.

Tornando alle persone, quelle alla mano però non è detto abbiano le mani d’oro, non è detto cioè che sappiano fare tutto, che abbiano una ottima manualità. Chi usa le mani per fare massaggi invece può avere le mani di fata: sensibili e efficaci.

Se avete le mani d’oro difficilmente su ciò che fate occorre ancora rimetterci le mani, perché il vostro lavoro è perfetto. Infatti rimettere le mani (o rimettere mano) su un lavoro ha questo senso: non è completo, è ancora da perfezionare, o è difettoso. Allora bisogna rimetterci mano.

Chi nvece ha le mani in pasta, come un pizzaiolo, è coinvolto in una attività, e di solito c’è sempre da guadagnare qualcosa. È ovviamente un’immagine figurata, la pasta rappresenta gli affari, l’organizzazione, il coinvolgimento nel dar forma a qualcosa. I politici potremmo dire che hanno sempre le mani in pasta ovviamente, ma l’espressione si usa sopratutto in termini negativi quando ci sono interessi personali coinvolti. È simile ad essere immischiati.

La disponibilità è probabilmente la caratteristica più frequente nelle espressioni con la mano.

Dare una mano è sicuramente quella più comune e più conosciuta dai non madrelingua. Ma prima ancora che la mano venga data bisogna porgerla o tenderla. Ma tendere la mano l’abbiamo già vista insieme.

Le mani, poi, al plurale, possono essere usate fisicamente, ad esempio venendo alle mani con qualcuno. Venire alle mani è un modo educato e formale di dire picchiarsi, usare le mani per farsi del male fisicamente, dopo un litigio. Se qualcuno ti mette le mani addosso durante un litigio però puoi sempre lamentarti: giù le mani! Come ti permetti di alzare le mani? Io ti denuncio sai!

Non mi mettere le mani addosso! È spesso una frase usata per difendersi da chi alza le mani con facilità.

Ma con alzare le mani in questo caso vogliamo dire picchiare, usare le mani per far del male. Ma alzare le mani si usa anche in altro modo, ad esempio quando si fa una domanda:

Chi ha domande da fare alzi pure la mano.

Ma se vi trovate in una banca durante una rapina, e il rapinatore vi dice di alzare le mani, non vi sta chiedendo di fare domande, ma di mettere le mani in alto, come segno di resa:

Mani in alto! Nessuno si muova, questa è una rapina!

In questi casi ci si sente che non si può far nulla, e in tutte queste situazioni, non solo nelle rapine, si può dire:

Di fronte a questo io alzo le mani!

Vuol dire: basta, mi arrendo, adesso non riesco più a far nulla.

Ci sono situazioni in cui ci sentiamo veramente inermi, e siamo rassegnati, scoraggiati. In questi casi possono addirittura cadere le braccia!

Dopo cinque anni di lezioni di italiano, se uno studente scrive: “vado a casa” ma scrive a con l’acca, come se fosse il verbo avere, al professore cadono sicuramente le braccia.

Ma restiamo alle mani.

Avete capito che la mano non sempre si usa per indicare cose piacevoli. Un altro esempio è avere la mano di ferro, espressione che si usa quando si è inflessibili e duri, tutt’altro che disponibili ed alla mano!

Poi c’è chi ha le mani bucate, chi cioè spende molto denaro senza farci troppa attenzione. Conosco molte persone con le mani bucate io. E voi? Che spemdaccioni!

Queste persone escono di casa con molti soldi ma tornano sempre con le mani vuote cioè senza avere più nulla in mano. Questa espressione si usa anche quando c’è qualcosa da dividere tra persone ma qualcuno resta senza ottenere nulla. Resta a mani vuote, appunto, non ottiene nulla.

Le mani in questo caso indicano possesso e di espressioni di questo tipo ce ne sono parecchie. Possesso, controllo, ma anche protezione:

Fidati di me, sei in buone mani.

C’è fiducia in questo caso, fiducia e protezione. Ma essere in cattive mani è ovviamente l’opposto.

Anche avere le mani in pasta rientra in questo ambito.

Ho le mani su un grossi affare.

In questo caso c’è un’opportunità, qualcosa che si potrebbe ottenere a proprio vantaggio.

A proposito, in guerra si può cadere in mano del nemico. In tal caso il nemico ottiene il controllo su di te o su un territorio. Si usa anche in politica nel caso di vittoria delle elezioni.

A proposito, l’Italia è nelle mani dell’Europa. Speriamo arrivino gli aiuti di cui abbiamo bisogno per affrontare l’emergenza economica. Solo l’Europa può aiutarci. Speriamo che si mettano una mano sulla coscienza altrimenti avremo forti difficoltà questa volta.

Mettersi una mano sulla coscienza significa comportarsi senza fare del male, avendo pietà, comportarsi con bontà, verso qualcuno che sta in condizioni molto difficili.

Quando si fa beneficenza ad esempio, o quando si raccomanda a qualcuno di comportarsi con bontà:

Mettiti una mano sulla coscienza, e aiuta chi ha bisogno se ti chiede di dargli una mano.

Le mani possono essere usate anche per difendersi, lo abbiamo già detto con venire alle mani (o passare alle mani) e alzare le mani e mettere le mani addosso.

Ma chi si sente attaccato non fisicamente, e si difende addirittura prima di ricevere un’offesa o per anticipare un evento negativo si dice che mette le mani avanti.

Spesso chi è colpevole mette le mani avanti, perché sa che sarà accusato. In fondo quando si sta per cadere si mettono fisicamente le mani avanti per non farsi male.

A mano a mano che vado avanti mi accorgo che ci sono molte altre espressioni con la mano.

Man mano che mi vengono in mente (stesso significato) vi spiego ovviamente il significato.

Dunque, ad esempio, se non credete in qualcosa che vedete o che vi viene raccontata ma avete bisogno di toccare con mano, evidentemente non vi fidate e volete verificare di persona, proprio come San Tommaso, che ha voluto toccare con mano il corpo di Gesù perché non credeva nella sua resurrezione.

Allora chi vuole toccare con mano, solitamente è perché non crede in qualcosa ma più in generale questa espressione si usa con le esperienze personali:

Una volta toccata con mano, là povertà non si dimentica.

Al lavoro poi, chi non fa nulla, chi non lavora, mentre dovrebbe farlo, si dice che se ne sta con le mani in mano.

Queste persone che se ne stanno con le mani in mano semplicemente non fanno nulla, e per questo fanno rabbia, suscitano un sentimento negativo.

Se mi capita tra le mani una persona di questo tipo… Peggio per lui!

Capitare tra le mani fa riferimento a situazioni casuali in cui si ha una opportunità. Le mani servono per afferrare questa opportunità.

Se mi capita tra le mani un buon affare non me lo lascerò scappare!

Se mi capitasse tra le mani Trump gliene direi di tutti i colori!

Se dite così evidentemente Trump non vi sta molto simpatico.

Non sono molto simpatiche neanche le persone (ma non solo le persone) che fanno man bassa di qualcosa.

La Juventus sta facendo man bassa di scudetti negli ultimi anni. Vince sempre la Juventus. Non resta nulla per gli altri.. La Juventus vince a mani basse, cioè con molta facilità.

Ma questa non è certamente una notizia di prima mano, perché è da tempo che la juve vince e lo sanno tutti. Una notizia di prima mano è una notizia acquisita direttamente dalla fonte, mentre se un’altra persona dà la stessa notizia dopo averla ascoltata da me questa notizia diventa di seconda mano.

Quindi in questo caso non sono proprio fresche, ma in genere le cose di seconda mano sono le cose, gli oggetti usati.

Quindi se si acquista un’automobile di seconda mano questa non è un’auto nuova. Ma se è nuova non si dice che è di prima mano. Solo le notizie possono essere di prima mano.

Con le mani comunque si possono fare tante cose!

Se si mordono le mani, ad esempio, siamo arrabbiati perché abbiamo perso un’occasione, perché potevamo fare qualcosa e adesso siamo pentiti ma ormai è tardi:

Se penso che sarei potuto andare in Brasile prima del corona virus e non ci sono andato… Mi mordo ancora le mani per questo!

Si può anche chiedere la mano di una ragazza se si è intenzionati a sposarla.

Signorina, vorrei chiedere la sua mano!

Questo è chiedere la mano, fare una proposta di matrimonio.

Invece prendere per mano, significa aiutare, come dare una mano, ma più nel senso di indicare la strada. Quando si prende per mano una persona è per guidarla, per fargli vedere come si fa.

Invece prenderci la mano è quando si impara a fare qualcosa.

Prima impariamo e poi quando siamo bravi possiamo dire che ci abbiamo preso la mano. E tutto diventa più facile.

Ma quando ci si fa prendere la mano le cose possono diventare pericolose. Vuol dire che abbiamo perso il controllo della ragione e non riusciamo più a smettere spinti dalla voglia di ottenere risultati migliori.

Quando si gioca al casinò è facile che il gioco ci faccia prendere la mano. Mai farsi prendere la mano altrimenti perdiamo tutto!

Con il matrimonio si rischia meno, quindi meglio chiedere la mano ad una ragazza che farsi prendere la mano al gioco.

In fondo la mano serve a infilare l’anello al dito. Magari un anello fatto a mano, cioè un anello artigianale. Si riconosce subito la mano di un vero artigiano.

E cosa succede quando ci si lavano le mani?

Questa frase si usa per non avere responsabilità.

Io me ne lavo le mani!

Significa io non mi interesso di questo, a me non importa, non voglio avere a che fare con questo. Il significato esatto è declinare le responsabilità, come a dire:

Non sono responsabile di questo.

In effetti avere le mani sporche indica una colpevolezza, quindi lavarsele indica il gesto di chi non vuole coinvolgimento, e non è un caso che in Italia, ai fenomeni di corruzione politica degli anni ’90 è stato dato il nome di “mani pulite“. Molti politici sono risultati corrotti in quell’occasione. Sebbene molti abbiano cercato di lavarsene le mani.

Molti giuravano di essere innocenti e affermavano che si poteva mettere la mano sul fuoco sulla loro innocenza!

I politici si aiutavano tra loro anche. Io aiuto te e tu aiuti me: una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso.

Un proverbio non proprio dei migliori questo. In genere non si usa per indicare una semplice collaborazione,ma c’è bisogno che ci sia qualcosa di illecito. Un accordo illecito, vietato dalla legge.

Stavamo parlando di mettere le mani sul fuoco come segno di fiducia.

Questo vuol dire che bisogna avere fiducia, talmente tanta fiducia da essere disposti a mettere le mani sul fuoco in caso di colpevolezza. In senso figurato ovviamente. È come dire fudarsi ciecamente.

Ma finalmente è arrivata l’inchiesta mani pulite, e la mano della giustizia e ha sistemato le cose!

Una mano poi si può dare come segno di aiuto, come si è detto, ma anche per presentarsi o per stringere accordi.

Piacere, io sono Giovanni.

Nel caso di accordi meglio usare stringere la mano.

Non si diventa amici senza una stretta di mano, e tra amici si può anche giocare a carte.

Facciamo un’altra mano di poker?

La singola partita di carte si può anche chiamare “una mano” quindi.

Altre due mani e andiamo casa ok?

Le due mani indicano anche coraggio ma solo quando si prende il coraggio a due mani. Lo abbiamo visto anche nell’episodio dedicato ai numeri.

Una mano di pittura la potete dare anche alla perete del vostro appartamento, o al cancello della vostra casa. In quel caso date però una mano di vernice. Con due mani è anche meglio comunque. Ma dovete lasciar asciugare la pittura o la vernice dopo aver dato la prima mano.

Infine la cosa peggiore che esiste: fare la manomorta!

Se vi trovate su un mezzo pubblico ed è molto affollato, qualcuno potrebbe fare la manomorta, cioè potrebbe approfittare dell’affollamento per palpeggiare le persone…normalmente le ragazze!

In un posto gremito però, non solo può capitare una manomorta. Può anche darsi che qualcuno con le mani lunghe proverà ad allungare le mani per rubacchiare, allora bisogna essere attenti perché ce ne sono molti che sono svelti di mano.

Tra l’altro chi fa scherzi di mano fa scherzi da villano! Così recita un famoso proverbio.

Una volta però colto con le mani nel sacco, (cioè una volta scoperto a rubare) non gli resta che mettersi le mani nei capelli (si fa così quando si è disperati) perché poi rimarrà con un pugno di mosche in mano. Questo accade quando non resta più nulla.

P. S: Non so se mi sono ricordato di tutte le espressioni possibili, ma ringrazio i membri dell’associazione italiano semplicemente che mi hanno dato manforte.

314 – Ti risparmio

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Trascrizione

Giuseppina: non sono riuscita a finire il lavoro in tempo e sai cosa ha detto il mio capo quando gliel’ho detto?

Giovanni: no, ti prego, meglio se me lo risparmi, so bene che non è molto educato in questi casi.

Avete ascoltato un uso particolare del verbo risparmiare, che solitamente si usa con i soldi. Risparmiare in genere significa non spendere soldi, mettere da parte i soldi, per essere spesi in futuro.

In realtà il risparmio indica un uso moderato non solo dei soldi, ma di sale, di benzina e di tempo ad esempio. Qualunque cosa che abbia un valore e sia limitato, non infinito si può risparmiare.

Questo è l’uso principale ma ce ne sono altri, nei quali risparmiare indica una forma di cortesia fatta a qualcuno.

Si può risparmiare anche una persona infatti.

Nei film Western si sente spesso dire:

Risparmialo! Riferito ad una persona, che significa “non ucciderlo”. Si può anche dire:

Risparmiagli la vita.

Stesso significato: non ucciderlo.

Risparmiare una persona o la vita di una persona è ovviamente un atto di pietà, significa avere il potere di togliere la vita ma decidere di non farlo. Un atto di pietà e di umanità.

Ma risparmiare una persona non si usa solamente in questo modo, parlando di vita e di morte. Ma si tratta sempre di un gesto positivo.

Infatti se dico:

Giovanni era molto arrabbiato e ha insultato tutti, ha risparmiato solo Maria.

Quindi Giovanni non ha risparmiato nessuno tranne Maria. Non vuol dire che ha ucciso tutti tranne Maria, ma che non ha escluso nessuno dalle sue critiche o dai suoi insulti. A parte Maria. Lei è stata risparmiata dagli insulti e dalle accuse o offese.

Lo stesso posso dire di un professore che boccia tutti gli studenti agli esami, senza risparmiare nessuno.

Quindi nessuno è stato risparmiato dal professore, nessuno è stato promosso: tutti bocciati!

Se invece io dico:

Ti voglio risparmiare cosa è accaduto.

Non parliamo più di risparmiare qualcuno ma di risparmiare qualcosa a qualcuno: ti voglio risparmiare cosa è accaduto.

Significa, come nella frase iniziale dell’episodio, che non voglio dire cosa è accaduto, voglio risparmiartelo (risparmiare a te) e questo lo faccio perché sarebbe come raccontare qualcosa di spiacevole, che probabilmente tu puoi immaginare. Qualcosa di brutto, di negativo. Se ti risparmio qualcosa puoi tranquillamente fare a meno di ascoltarla. Anche questo risparmiare è un gesto positivo.

Il risparmio quindi è sempre una cosa positiva in fondo, che si tratti di soldi non spesi, di persone non uccise o di critiche non fatte o studenti non bocciati ma risparmiati.

Non posso risparmiarvi il resto della spiegazione, perché altrimenti l’episodio non sarebbe completo.

Quindi continuo nelle spiegazioni.

Se io parlo con te e mi dà fastidio che mi hai detto qualcosa di spiacevole, posso dirti:

Questa te/me la potevi anche risparmiare.

Vale a dire: questa cosa che mi hai detto potevi anche evitare di dirmela.

In questo caso si tratta di qualcosa da non raccontare, ma spesso si tratta di comportamenti da evitare e non di parole:

Se uno studente si legge 10 libri di grammatica italiana io gli direi:

Te lo potevi anche risparmiare.

Cioè: potevi anche non farlo. Non c’era bisogno. Hai fatto una fatica inutile. Potevi anche risparmierti di leggere 10 libri di grammatica, potevi evitarti questa fatica e avresti compiuto un gesto compassionevole nei tuoi stessi confronti. Ovviamente la frase è ironica in questo caso.

Quindi anche le energie si risparmiano.

Quest’anno non ho risparmiato energie e ho sistemato tutto il giardino

Quest’anno non mi sono risparmiato. Ho usato tutte le mie energie per sistemare il giardino.

Risparmiare energie quindi è più o meno uguale a risparmiarsi, risparmiare sé stessi nella frase appena ascoltata.

Bisogna dire che il verbo risparmiare, quando si parla di parole o di azioni si usa sempre in contesti di polemica, di contestazione, di opposizione, e spesso c’è una componente di ironia.

Basta con questa spiegazione, rispamiaci altre parole inutili.

Analogamente a quanto avviene quando si risparmia la vita ad una persona, risparmiandosi di raccontare, di dire, di spiegare qualcosa a qualcuno, si fa un atto di pietà, di compassione, un gesto positivo insomma.

Non ci far soffrire ti prego, risparmiaci il resto della spiegazione.

Volete sapere un altro uso del verbo o volete che ve lo risparmi?

Posso risparmiare il fiato se volete, ma questo lo farei solo se credessi che quello che dirò sarebbe inutile.

Vi potrei risparmiare altri esempi ma non lo farò.

In questo caso si usa per evitare fatica, o un dispiacere ad altre persone.

Come, vedete somiglia al verbo “evitare“, e questo vale sempre:

Evitare di spendere: risparmiare denaro

Evitare di uccidere: risparmiare la vita

Evitare di raccontare: risparmiare un racconto

Possiamo usare risparmiare al posto di evitare anche in altre occasioni, e spesso si fa quando c’è ironia. In questo senso è simile anche a trattenersi

Giovanni dovrebbe risparmiarsi di vestirsi in quel modo.

Franco non risparmia nessuno dalle sue battute. Difficile sopportarlo!

Poi notate che ci si può rivolgere a sé stessi o a altre persone: c’è ad esempio una differenza tra:

Risparmiamelo

E:

Rispamiatelo

Nel primo caso si fa un gesto positivo nei confronti miei, nel secondo caso parli di te stesso e questo si usa quando qualcosa è controproducente per sé stessi quindi meglio non dirla o non farla questa cosa se non si vuole essere ridicoli o fare figuracce ad esempio.

Dovrebbe risparmiarsi di vestirsi così

(non gli conviene, sembra ridicolo. Farebbe un favore a sé stesso se se lo risparmiasse)

Dovrebbe risparmiarci di vestirsi così

(non è bello a vedersi, fa male alla nostra vista. Farebbe un favore a noi)

Per oggi vi risparmio le frasi di ripasso?

Khaled: E qui ti volevo! Invece secondo me andiamo avanti, oppure ci fermiamo? Che ne dite?

Xiaoheng: e vedi un po‘, saremo al decimo minuto!

Rauno: Eh no! Abbiamo voluto la hicicletta e adesso pedaliamo!

Andrè: Si direbbe che non siate mai stanchi!

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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

313 – Hai voluto la bicicletta?

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Giuseppina: basta, non ce la faccio più con questi bambini! . Voglio tornare single! Voglio uscire la sera con gli amici!
Giovanni: eh, cara mia, hai voluto la bicicletta? E adesso pedala!
Per andare in bicicletta bisogna pedalare, giusto? E pedalare è faticoso, richiede energia, fatica, sforzo fisico.
E chi acquista una bicicletta non si può lamentare poi che bisogna pedalare per andare avanti.
Per questo motivo l’espressione “hai voluto la bicicletta?” si utilizza spesso quando qualcuno si lamenta dopo aver fatto una scelta. Volendo si può aggiungere la seconda parte (e adesso pedala) ma non è obbligatorio perché è scontata, si capisce anche senza.
Giuseppina sapeva bene che i figli richiedono energia, e non danno solo gioie, ma richiedono anche fatica e pazienza. Ed allora cosa ti lamenti? Sei tu che li hai voluti! Adesso non ti lamentare!
Questo è il significato di questa espressione informale che si usa con amici, familiari ma anche volendo con colleghi di lavoro se siete in buoni rapporti con loro.
Pedalare è il verbo usato nella seconda parte della frase. Si usa spesso anche come esclamazione:
Pedalare!
È una incitazione a lavorare, a fare fatica e si usa normalmente con gli sfaticati, coloro che non hanno voglia di fare nulla ma c’è molto da fare.
Dai che c’è ancora lavoro da fare, perché vi state riposando? Pedalare!!
Lejla: sarà perché andare in bicicletta è faticoso?
Sofie: Sicuramente è questo il motivo, ma io non ci capisco niente con queste espressioni italiane.
Ulrike: mi fa specie che parli in questo modo. Mi sembra che tu invece ne sai usare molte di espressioni.
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