238 – Un parolone

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Oggi voglio spiegarvi una parola molto simpatica, anzi, un parolone molto simpatico. Il termine è proprio “parolone”, come avrete immaginato.

Come sicuramente sapete quando mettete “one” alla fine di un termine in genere significa “grande”, ma non sempre ovviamente; un bastone non è una grande “basto” perché il basto non esiste… la stessa cosa vale per pallone ed anche altri termini.

Ma un macchinone ad esempio è una grande macchina. Si usa spesso aggiungere “one” in tono scherzoso, come nel caso del macchinone.
Ma che macchinone che ti sei comprato!

Mi sono mangiato un piattone di pasta!

Anche al femminile ovviamente:

C’è una salitona davanti a noi. Guarda che salitone!

La salitona è una grande salita, e la salita è quando la strada va verso l’alto, mentre quando va verso il basso si chiama discesa.

Un salitone o una salotona e una discesona o un discesone.

Ad ogni modo si tratta sempre di linguaggio familiare, spesso lo si usa con i bambini.

Hei, non fare il cattivone!

Esiste quindi anche la parolona, o il parolone, o anche i paroloni, e le parolone. In questo caso non si fa distinzione tra maschile e femminile.

Il senso può essere duplice: quando la “parola” diventa una parolona o un parolone, ci sono quindi due possibilità.

Prima possibilità: Si usa quando una persona usa parole difficili, complicate, che appartengono al vocabolario italiano ma che non tutti conoscono. Si usa soprattutto quando sembra che questa persona lo faccia apposta, per darsi delle arie, per vantarsi, per farsi vedere dagli altri. Per farsi notare.

Per questo motivo utilizza parole complicate quando non ce ne sarebbe bisogno.

Dai, non usare questi paroloni solo per darti delle arie!

Hai sentito il professorone che paroloni che utilizza? Ma dove crede di essere? Chi crede di essere?

Insomma si parla si esagerazioni nel linguaggio, un linguaggio non necessario. In questo primo caso si usa maggiormente il plurale.

Seconda possibilità. Si tratta sempre di esagerazioni, ma si usa quando questa esagerazione si riferisce ad una singola parola. Si parla di parolone quindi, o di parolona, sempre al singolare. E non si usa per prendere in giro come ho fatto prima o in senso ironico, ma quando quel termine specifico utilizzato appare irrealistico o esagerato.

Magari si sta esprimendo un concetto e si usa un aggettivo troppo generoso. Oppure, come dicevo, si esprime qualcosa di non reale, magari un obiettivo non raggiungibile, o qualcosa di accaduto che si descrive esageratamente, usando un termine esagerato, sempre in senso di troppo, mai di poco, mai riduttivo.

Ad esempio:

Credo che dopodomani l’emergenza coronavirus sarà terminata.

Allora qualcuno potrebbe rispondere:

Beh, dopodomani mi sembra un parolone!

Diciamo tra un mese se vogliamo essere realistici.

È come dire: il termine che hai usato è esagerato.

Non è offensivo comunque, tranquilli. Informale certamente ma non offensivo.

Ascoltiamo ora un ripasso, anzi due.

Bogusia (Polonia): Oggi non mi gira proprio. Mi sento indisposta. Però volendo potrei sfoderare qualche frase di ripasso in men che non si dica. Purtroppo l’unico argomento di cui tutti parlano è questo maledetto corona virus. Non me la sento più. Potrei parlare di qualche fesseria, ma non è cosa! Come la vedi tu?

Andrè (Brasile): Vorrei chiamare in causa tutti coloro che possono tendere la mano ai paesi in cui c’è mancanza di mascherine e altre prodotti usati per combattere il coronavirusi! Qualcuno in Brasile ha fatto già la sua parte tant’è vero che da qualche settimana anche i detenuti si sono messi a produrre mascherine! Volendo, potremmo anche fare una campagna informativa attraverso Italianosemplicemente. Che ne dici Giovanni?

Giovanni: lo hai appena fatto André. Grazie a entrambi. Bravissimi, e non ho detto un parolone.

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

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La Tomba di Nerone – le Meraviglie di Roma

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Fonte: https://www.romanoimpero.com/2017/07/tomba-di-nerone.html?m=1

Trascrizione

Giovanni: Ciao a tutti. Allora oggi voglio lasciarvi alle parole di un membro dell’associazione che ha una bella storia da raccontarci per gli amanti dell’Italia e di Roma. Noi ci sentiamo alla fine. La parola a Bogusia.

Bogusia: Buongiorno a tutti cari amici del sito italiano semplicemente. Io sono Bogusia un membro dell’associazione.

Mi rendo conto che tutti quelli che tengono fede a questo sito mi conoscono molto bene. Per tutti coloro che si collegano per la prima volta, invece, io sono polacca e appassionata della lingua e cultura italiana. Tant’è vero che ho deciso di tornare alla carica con la rubrica “meraviglie di Roma” , per smarcarmi dalle notizie tristi circa il coronavirus. Grazie mille a tutti voi che avete scelto di ascoltarci.
Mi piace soprattutto parlare delle meraviglie di Roma e spero che il mio racconto sarà benaccetto e che io riesca a rispolverare insieme a voi qualcuna delle belle espressioni imparate insieme.
Oggi il mio racconto verte sulla storia antica, e, a finire nel mirino stavolta pare sia la tomba di Nerone sulla via Cassia a Roma.
Ebbene, per la cronaca, non è nemmeno la tomba di Nerone, e a ben vedere, non ci sfugge l’epigrafe in calce del monumento che indicaa appartiene, cioè ad un certo Publio Vibio Mariano, vissuto e morto nel II secolo DC.

Che poi anche l’intero quartiere venga comunemente chiamato Tomba di Nerone, non ha niente a che spartire col famoso imperatore.

Ritagliamoci del tempo per scoprire la possibile spiegazione e al contempo ripassiamo le espressioni di due minuti con italiano semplicemente.
Ma come nacque questo nome della tomba e del quartiere?
Si dà il caso che, Svetonio – qui vorrei aprire una parentesi – Svetonio è stato uno storico e biografo Romano dell’età imperiale a cui gli storici di oggi devono la conoscenza dell’epoca.

Allora, Svetonio racconta che durante la fuga del disperato Nerone che si diresse proprio verso quella parte, il suo cavallo, di punto in bianco, si imbizzarrì, in virtù dei tanti cadaveri abbandonati in quei giorni terribili per la città eterna.

Questo avvenne a scapito di Nerone, che scivolò dal cavallo e perse il velo. Venne riconosciuto e avrebbe dovuto risentire della rabbia della folla che cercava di linciarlo.

Riuscì a sfuggire fino alla villa di Fetonte, dove però cascò male perché i pretoriani allarmati dalla folla e isofferenti verso Nerone, lo obbligarono a suicidarsi.

La sua morte disgraziata e la mancanza di notizie certe sulla sua sepoltura scatenarono le fantasie di coloro che erano rimasti fedeli all’imperatore e non credendo alla sua morte, ne paventarono un improbabile ritorno sulle scene. E così si diffonde la fama del fantasma di Nerone che di tanto in tanto si farebbe vivo nel sepolcro di Publio Vibio Mariano, soprattutto in epoca medievale. Per oggi è tutto, cari amici di italiano semplicemente.

Mi raccomando, bisogna ripetere l’ascolto quantomeno qualche volta, ovviamente se vi interessa e tempo permettendo, tanto più che lo si fa all’insegna delle sette regole d’oro che, ne sono sicura, ce le avete ben presenti.

Vi saluto e vi auguro di cuore che tutto vada bene. Ciao 👋

Giovanni: Grazie Bogusia, non conoscevo neanche io questa bella storia e sono contento che laddove io ho delle lacune ci siano i membri della Famiglia Italiano Semplicemente a colmarle. È stata anche una bella occasione per ripassare alcune espressioni già spiegate su italianosemplicemente.com. Un saluto a tutti.

237 – I postumi

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Ulrike (Germania): Ciao amici, sono Ulrike, membro dell’associazione di italiano semplicemente. Col beneplacito di Giovanni vorrei spiegarvi il termine postumo che al plurale diventa postumi. 

Un termine che si usa quasi sempre al plurale comunque.

Purtroppo proprio oggi non mi gira bene. Mi sono svegliata di mattina presto dopo aver partecipato ieri sera ad una festa con qualche amico dell’associazione italiano semplicemente. Un mio amico brasiliano mi ha offerto una bevanda alcolica che si chiama caipirinha. Non male direi, però per comprovare la mia prima impressione me ne serviva una seconda, e poi anche una terza, e poi …lasciamo perdere.

Ora ho mal di testa, un po’ di nausea e a volte mi vengono delle vertigini.

Evidentemente soffro delle conseguenze di un consumo esagerato delle caipirinha, cioè ho bevuto troppo ed ora accuso il colpo. Posso anche dire che sto soffrendo dei postumi di una sbornia. Accidenti!

La parola postumo, che come detto viene per lo più usata al plurale, contiene la parolina post, che fa parte anche di altre parole italiane, che magari conoscete: termini come postmoderno o postbellico, tutti termini che indicano posteriorità nel tempo nel senso di “dopo, poi”.

Quando parliamo dei postumi si tratta quindi sempre delle conseguenze posteriori, cioè successive di un avvenimento.

Il postumo è qualcosa che viene dopo, che segue ad una faccenda, ad un evento, ad una situazione particolare. Parliamo degli effetti allora, quindi dei possibili danni di un comportamento, di una cosa che è accaduta prima e quasi sempre si tratta di conseguenze spiacevoli, negative.

Facciamo qualche esempio:

Ieri dopo tanto tempo ho visto Paolo. Usa ancora le stampelle. Sono i postumi dell’incidente che ha subito l’anno scorso.

La mia amica Anna, per un lungo periodo soffriva di una grave depressione, evidentemente i postumi della separazione da suo marito.

I postumi dell’anestesia mi hanno lasciato debilitata per qualche giorno.

Il mondo si trova in preda al coronavirus che ha cambiato profondamente la nostra vita quotidiana, niente prosegue come era prima. E dopo? Cosa resterà quando il virus un giorno sarà sconfitto?

Quali postumi ci saranno?

Ci saranno persone che hanno perso uno o piu dei loro cari, ci saranno coloro che hanno perso il lavoro. Può darsi anche che un nostro amico sarà caduto in depressione a causa delle settimane o mesi di una vita isolata.

Possibile anche che si cambi lo stile di vita in senso positivo dopo aver scoperto i benefici di solidarietà e empatia e comincerà lui stesso a tendere la mano a coloro che ne hanno bisogno.

Questi, amici, sono solo alcuni dei tanti probabili postumi di questa terribile pandemia. Prima dobbiamo uscirne però.

Per ora vi saluto, abbiate cura di voi, ce la faremo, ne sono sicura.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

236 – Chiamare in causa

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Ciao a tutti e benvenuti in questo episodio numero 236 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di chiamare in causa qualcuno o qualcosa.

Questa è una delle tante espressioni spiegate all’interno del corso di italiano professionale è precisamente nella lezione 14 dove si parla di confronti tra persone e opinioni. Vi faccio ascoltare una piccola parte di questa lezione che ha la durata di un’ora, dove chiamerò in causa anche Mohamed, insegnante di italiano in Egitto. Spesso è simile ad interpellare, cioè sentire cosa ha da dire una persona, allora per questo la chiamo in causa, altre volte è coinvolgere questa persona, nel senso che la cosa, questa faccenda, questo problema, riguarda anche lui. Si usa anche nel linguaggio giuridico.

La parola causa in realtà ha molti significati, ma in questo casi si fa riferimento alla causa come argomento da discutere, un problema da affrontare.
In generale quindi anche al di fuori del linguaggio del diritto posso chiamare in causa qualcuno per sentire cosa ha da dire, per fare entrare anche lui o lei nel discorso, al fine di trovare la soluzione ad un problema.

Infatti l’espressione si usa quando ci sono dei problemi da risolvere. Si deve trovare la soluzione ad un problema e quindi ad un certo punto si decide di chiamare in causa qualcun altro, perché ci può aiutare a trovare una soluzione.
Adesso ad esempio vorrei chiamare in causa Mohamed per sentire cosa ne pensa.
Mohamed: ciao Giovanni, grazie di avermi chiamato in causa. Io penso che questa espressione “chiamare in causa” sia identica all’espressione
“chiamare in giudizio”. Giusto?
Giovanni: Giusto Mohamed, l’unica differenza è che chiamare in giudizio è esclusivamente utilizzata davanti ad un giudice. In altri contesti
sarebbe un po’ esagerata.

Bene ragazzi, questo è chiamare in causa, che a volte si usa anche per coinvolgere una persona in termini di responsabilità, quindi può non essere piacevole a volte sentirsi o vedersi o essere chiamati in causa. Dipende anche dal verbo che si usa:

Essere chiamati in causa, sentirsi chiamati in causa o vedersi chiamati causa. Sentirsi e vedersi molto spesso sono usati quando non fa piacere essere coinvolti nella faccenda.

Ma adesso voglio chiamare in causa Doris, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Doris: Sebbene vada a discapito della durata dell’episodio stavolta voglio usare molte espressioni dei 2 minuti. La volta scorsa ne ho usate poche ed è venuto a galla che ho trascurato un po’ i miei studi e ne ho pagato lo scotto.

A prescindere da quello che mi è successo ho deciso di rompere gli indugi senza cincischiare troppo. Mi sono ritagliata un po’ di tempo per avviare un altro tentativo in cui forse riuscirò meglio a colpire il bersaglio. Dopotutto non voglio essere annoverata tra i peggiori studenti, quindi ho fatto una capatina sul sito italianosemplicemente questa mattina. Non ho lasciato nulla di intentato pur di scrivere qualche riga.

Spero che non mi sia incartata troppo con tutte queste locuzioni specifiche che non si trovano in nessun altro sito così concentrate…

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235 – Tant’è vero che..

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Nell’ultimo episodio abbiamo visto tanto più, che come abbiamo visto serve a confermare la frase precedente, a rafforzarla, a renderla ancora più vera.

Oggi vediamo tant’è vero che, che è simile ma non si usa allo stesso modo perché questa espressione serve a dimostrare la frase precedente con un fatto.

Qualche tempo fa abbiamo pubblicato un episodio che riguardava la parola “fatto“, andate a dare un’occhiata se volete; questo episodio può facilitare la comprensione di quello di oggi, dedicato a tant’è vero che.

Tant’è vero che è una forma abbastanza colloquiale per dare una prova, per dare una dimostrazione aggiuntiva. Serve quindi a convincere una persona.

Molto utile in ambito lavorativo ma in qualsiasi ambito della vita.

È utile in ambito lavorativo tant’è vero che esiste anche un episodio intitolato “come convincere un cliente“, che fa parte del corso di ITALIANO PROFESSIONALE, che contiene questa espressione, utile anche quindi a interloquire efficacemente con la propria clientela.

Facciamo altri esempi:

La nostra azienda è molto affidabile, tant’è vero che tutti ne parlano bene.

Vale a dire che una dimostrazione che la nostra azienda è affidabile è il fatto che tutti parlano bene. Questo passaparola ne è una dimostrazione.

La usano tutti gli italiani in ogni ambito, tant’è vero che troverete moltissimi esempi se cercate su google News ad esempio.

Più informalmente potete anche dire “tant’è che” oppure “fatto sta“.

Non ho una buona memoria tant’è che non ricordavo di aver fatto altri episodi su questa espressione.

In definitiva, tanto più si usa per dare maggiore validità ad una affermazione precedente mentre tant’è vero che si usa per dimostrare l’affermazione precedente con un fatto, mostrando un fatto che conferma quanto ho già detto. Capite bene che non è la stessa.

Oggi piove meglio non uscire per passeggiare, tanto più che è anche vietato con questa emergenza coronavirus. Tant’è vero che in TV lo dicono continuamente: “il resto a casa”.

Ripassiamo adesso con la voce di Anthony dagli Stati Uniti. Anthony è un medico specializzato in oncologia.

Anthony:

Non appena abbiamo AVUTO CONTEZZA della serietà della situazione legata alla rapida diffusione del virus COVID19, io e i miei colleghi oncologi CI SIAMO PREFISSI di rinfrescare la nostra conoscenza dei principi di cura dei pazienti ricoverati in rianimazione cosicché possiamo DAR MANFORTE ai nostri colleghi anestesisti e pneumologi. LADDOVE il sistema sanitario ANDASSE IN TILT e ci fosse davvero bisogno di mettere in campo medici con altre specializzazioni, vorremmo essere preparati e non COLTI ALLA SPROVVISTA, SOPRATTUTTO perché in questa pandemia NE VA DELLE vite di innumerevoli persone inermi.

Da medici, dobbiamo TENER FEDE a certi principi della nostra professione. Tra queste è ANNOVERATO l’obbligo di TENDERE LA MANO a chi ne ha bisogno, sia pazienti che colleghi. In realtà, per quanto mi riguarda, non MI VEDO AFFATTO COSTRETTO a fare così. Fa semplicemente parte del mio lavoro.

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