Trova la caratteristica

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Oggi amici di italiano semplicemente facciamo un gioco divertente. Vi consiglio di ascoltare inizialmente senza leggere e magari la seconda volta anche leggere contemporaneamente questo episodio.

Io vi dirò un aggettivo o un verbo e farò una frase con questo aggettivo o verbo. Il vostro compito sarà quello di dire il nome della caratteristica in questione, quindi il sostantivo associato.

Se ad esempio io dico che:

Ognuno è arbitro delle proprie azioni.

ll nome della caratteristica è arbitrio.

Scusare ho iniziato dalla caratteristica più difficile!

L’arbitrio (attenti alla pronuncia) è la piena facoltà di scelta.

Ad esempio, anziché dire “puoi fai come vuoi” posso dire “puoi fare a tuo arbitrio”, “hai libero arbitrio”. Più formale, certamente, ma ha lo stesso significato.

Se invece dico che:

Maria è brava

La caratteristica in questione è la bravura.

Maria è di una bravura impressionante. Questa è una frase in cui utilizzo il termine bravura.

Avanti:

Se Mario è simpatico, la caratteristica è invece la simpatia.

OK, Siete pronti?

Adesso tocca a voi.

Io ovviamente vi darò qualche secondo di tempo e poi vi darò la soluzione. Poi facciamo un esempio anche con la caratteristica.

L’esercizio è insidioso (la caratteristica è l’insidia) perché sceglierò delle caratteristiche la cui pronuncia o scrittura può ingannare qualche studente non madrelingua.

L’insidia, cioè la difficoltà, il pericolo nascosto sta anche in questo.

Pronti? Via!

La mia casa è piccola

Si parla della…. piccolezza. Ad esempio posso dire che la mia casa è di una piccolezza impressionante. Ovviamente la piccolezza è il contrario della grandezza.

Andiamo avanti:

Io sono una persona molto accorta

L’accortezza. L’accortezza è la caratteristica delle persone accorte, cioè attente. Le persone accorte si accorgono di tutto. Non gli sfugge niente.

Fabio è molto sicuro alla guida

Parliamo della… sicurezza. Questo era facile.

Maria è una ragazza affascinante.

Evidentemente parliamo… del fascino. Maria è una persona che ha fascino.

Marco è un vero codardo.

Se Marco è codardo allora la sua caratteristica è la… codardia.

Attenti alla pronuncia. La codardia è la caratteristica delle persone codarde, cioè le persone che non fanno il proprio dovere di fronte ad un pericolo.

Vi piace questo esercizio vero? Se state solo leggendo vi consiglio di ascoltare perché gli accenti spesso sono importanti.

Attenti adesso:

Paolo è una persona molto pudica.

Parliamo della… pudicizia. Questa è la caratteristica delle persone pudiche, e la pudicizia è un po’ riservatezza, un po’ timidezza, un po’ discrezione.

Una persona che ha questa caratteristica è pudica, e questa riservatezza, questa pudicizia, è soprattutto relativa al sesso. Le persone pudiche cercano di evitare di parlare di sesso, schivano certi discorsi, forse per educazione, altre volte per influenza della religione.

Andiamo avanti:

Giovanni è un ragazzo spesso malizioso.

Ecco, la… malizia è probabilmente l’opposto della pudicizia. Questo è un termine che ha molti significati, ma uno di questi è legato al sesso, ma più che altro alla seduzione e all’erotismo.

Un sorriso malizioso ad esempio è un sorriso che nasconde qualcosa, un sorriso fatto probabilmente per sedurre, per conquistare una persona.

Andiamo avanti:

Mio figlio è furbissimo.

Parliamo della… furbizia. Una caratteristica che, tra l’altro, hanno anche le persone maliziose.

Ok, andiamo avanti.

La banca è stata svaligiata da dei ladri molto astuti.

Parliamo… dell’astuzia, praticamente un sinonimo della furbizia.

Ancora:

Il premio Nobel è un premio molto ambito.

Sto parlando… dell’ambizione. Attenti alla pronuncia di ambito perché questa è una delle parole conosciute come omografe.

Ancora:

Il presidente dell’associazione è un tipo alquanto bizzarro.

Parliamo della… bizzarria. La bizzarria è una caratteristica di alcune persone che potremmo anche definire stravaganti. Si dice anche così.

Una stravaganza che si manifesta in atteggiamenti e comportamenti in forte contrasto con la normalità. Un tipo bizzarro è un tipo strano. Per dirla in parole povere.

E che ne dite se vi dico che il mio vicino di casa è un tipo molto cordiale?

Evidentemente parlo della…. cordialità, insomma della gentilezza, della cortesia, dell’educazione. Allora una persona cordiale è gentile, cortese e educata.

Se invece ti dico che devi diffidare delle persone che non ti guardano negli occhi, allora sto parlando della….diffidenza.

La diffidenza è l’opposto della fiducia. Diffidare significa non fidarsi di qualcuno o qualcosa.

Simile alla sfiducia ma non esattamente uguale.

Credo che per oggi può bastare.

Questo episodio lo inseriamo all’interno dell”audiolibro “non vi spiego la grammatica, ma la imparerete lo stesso” in venduta su Amazon sia in versione Kindle che cartacea.

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È tutto un magna-magna

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Trascrizione

Ci sono alcune frasi in italiano che si chiamano “frasi fatte“. Non si tratta di proverbi perché le frasi fatte non ci insegnano cose importanti, non sono insegnamenti di vita che vengono dal passato.

Potremmo chiamarle a volte espressioni idiomatiche quando si usa un’immagine figurata, come nella frase di oggi, in cui si usa l’immagine del mangiare.

Le “frasi fatte“, cioè sono frasi che si sentono spesso pronunciare perché sono adatte a descrivere particolari circostanze ed allo stesso tempo si tratta spessissimo di banalità, di cose banali.

Per un non madrelingua però è importante conoscere anche queste frasi perché riflettono anch’esse la cultura si un paese.

Una di queste frasi fatte è la seguente:

È tutto un magna-magna

Si usa questa frase quando volete descrivere una situazione di corruzione, di malaffare, in cui gli interessi economici personali prevalgono sul bene pubblico.

Questa frase significa che ci sono molte persone che hanno da guadagnare, che tutto si fa solo per questo; solo per avere dei vantaggi personali.

Per indicare ad esempio che i concorsi pubblici non sono regolari e che si conoscono già i vincitori del concorso posso dire che è tutto un magna-magna.

Magna-magna indica come detto l’azione del mangiare. Sarebbe mangia-mangia, ma usando la forma dialettale magna-magna si sottolinea maggiormente l’ingordigia, l’avidità, l’egoismo di certe persone, cose che hanno la meglio, che prevalgono sulla giustizia e sulla democrazia.

È un po’ come dire che sono tutti corrotti, che ci sono molte persone che ci mangiano – si dice anche così.

I latini direbbero “do ut des” per indicare una situazione in cui ognuno dà qualcosa per ricevere qualcosa, ma nel linguaggio di tutti giorni, dicendo che è tutto un magna-magna si esprime anche un disprezzo per questo modo di fare, per questo modo di pensare, per questa cultura mafiosa diffusa.

Non potete usare quindi l’espressione in questione in un ristorante, perché questo magna-magna non c’entra col mangiare, ma col guadagnare in modo illecito, con l’avere vantaggi a scapito di altri.

Adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare.

Provate dunque a ripetere dopo di me.

È tutto un magna-magna

È tutto un magna-magna

Qui è tutto un magna-magna

In questo paese è tutto un magna-magna

Adesso le cose funzionano ma una volta in Italia era tutto un magna-magna.

Se in questa azienda non fosse tutto un magna-magna sarebbe meglio.

Al prossimo episodio di italiano semplicemente. Un saluto da Giovanni.

22 – IL TITOLARE – 2 minuti con Italiano semplicemente – LINGUAGGIO COMMERCIALE

File audio e trascrizione dell’episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Descrizione

Lezione numero 22 di due minuti con Italiano Commerciale.

La Lezione fa parte del corso di italiano professionale, disponibile ai soli membri dell’associazione italiano semplicemente.

Come possiamo chiamare il capo di una ditta? Ci sono diversi modi per indicare questa persona. Dipende dalla finalità.

 

Proverbi italiani: chi si somiglia si piglia

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Chi si somiglia si piglia. C’è la rima anche in questo proverbio italiano dedicato all’amore ma non solo.

Chi si somiglia, cioè chi ha le stesse caratteristiche caratteriali, chi ha valori simili, abitudini simili, eccetera, si piglia.

Ma cosa significa “si piglia”?

Pigliare è simile a prendere, ma in questo caso è più vicino a scegliere. Quindi pigliarsi sta per scegliersi.

Le persone simili quindi si scelgono. Questo è il senso.

Come a dire che siamo tutti più propensi a scegliere, come nostri amici o nostra moglie o marito, una persona che ci somiglia, che è come noi.

Peccato però che esiste anche il detto contrario: gli opposti si attraggono. Mah!

390 Embè?

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Ci sono alcune parole che gli italiani non scrivono mai o quasi e hanno a volte persino problemi a farlo qualora fossero costretti a scriverle.

È il caso di “embè“, un’esclamazione tipica del linguaggio di tutti i giorni che nessuno mai scrive ma che tutti utilizzano.

Ascoltate alcuni esempi:

Che ne pensi del mio nuovo vestito?

Se la persona non risponde si può sollecitare una risposta in questo modo:

Embè?

Non è l’unica cosa che posso dire in questi casi. Lo stesso significato hanno anche:

Be’? Dunque? Allora? Ebbene? Insomma?

Se dico embè spesso è anche per esprimere contrarietà, a volte anche una sfida.

Scusa, ho visto che hai buttato una carta a terra.

Risposta:

embè?

Replica:

Embè non si buttano le cartacce a terra! È incivile!

Dunque la persona che aveva gettato a terra la cartaccia ha sfidato colui o colei che l’aveva rimproverato.

Ma a questa sfida ha ricevuto subito una risposta in cui è stata usata la stessa parola.

Embè non si buttano le cartacce a terra!

La sfida è stata raccolta, è stata accettata.

Spesso si aggiunge “che c’è“:

Embè che c’è?

Ad esempio:

Scusi signore ma la mascherina è obbligatoria, bisogna indossarla.

Risposta:

Embè che c’è? Io non la Indosso invece, va bene?

C’è anche qui una sfida, come a dire: a me non interessa, io me ne infischio, chi se ne importa! In inglese sarebbe “so what?” Oppure “who cares?”.

Anche un professore spesso usa questa espressione, per sollecitare più che per sfidare.

Uno di voi alla lavagna!

Dopo qualche secondo in cui non accade nulla…

Embè? Avete paura della lavagna?

Questo è più un sollecito.

Se invece qualcuno ti fissa con lo sguardo senza dire nulla puoi tranquillamente dire:

Embè? Che hai da guardare?

Questa è indubbiamente una sfida.

Si può usare anche per minimizzare, o per sdrammatizzare una situazione.

Hai sbagliato tutto in questo compito di grammatica !!

Risposta: embè? Tanto io in Italia non ci andrò mai!

Scusami, mio figlio ti ha rotto il vetro della macchina con il pallone!

Embè? Tanto non vale niente quella macchina!

Come a dire: non è importante, non fa niente, che sarà mai!

È giunto il momento del ripasso.

Qualche membro dell’associazione provi ad usare qualche espressione che abbiamo già spiegato.

Komi: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto alla buona volontà degli altri membri.

Rafaela: con me caschi male, oggi ho pochissimo tempo a disposizione.

Rauno: per quello basta ritagliarsi 5 minuti, dai ragazzi aiutiamo Giovanni! Siete tutti sfaticati oggi!

Emma: raccolgo la provocazione e vi dico che non me la sento di sfuggire ai miei impegni.

Ulrike: embè?

Emma: eh, ci stavo pensando, un attimo, non ti adirare.

Hartmut: dai che siamo a ridosso dei 5 minuti!

Khaled : va bene allora vi saluto a tutti. Vado a sorbirmi un caffè.

Lia: ciao anche da parte mia. Non la facciamo troppo lunga dai.

Khaled: di nuovo!

389 Urgere

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Conoscete il verbo urgere? No?

Allora urge un episodio per spiegarlo.

Facile vero?

Se qualcosa urge significa semplicemente che è urgente, che c’è urgentemente bisogno di questa cosa.

Il verbo Urgere non si legge e non si pronuncia mai all’infinito perché non è un’azione che compie una persona. In realtà si può usare anche in modo transitivo, con lo stesso senso di sollecitare qualcuno, mettere fretta a una persona, ma è veramente poco usato in questo modo.

L’uso prevalente è “c’è molto bisogno di qualcosa”, “è urgente”.

Ma quando si usa urgere?

Semplicemente quando c’è una urgenza. Niente di col plu.

Mi sento malissimo, urge un medico al più presto.

Dunque è necessario al più presto un medico, occorre un medico.

Accidenti mi si è rotta la macchina, urge un’auto in sostituzione.

Quando c’è un terremoto urgono aiuti, urgono medici e medicinali, e urge soldi per aiutare a ricostruire.

In questo momento invece urge una frase di ripasso perché sono già passati i due muniti.

Komi: che bello, finalmente è pervenuto il pacco. Pensavo non arrivasse più. Non vedo l’ora di disimballarlo.

Caspita! Guarda qui, questi nuovi vestiti mi vanno proprio a genio . Mica male, vero?

Carmen: Direi piuttosto mica pizza e fichi visto che è tutta roba di qualità. Hai proprio le mani bucate! Appena adocchi qualcosa, non puoi fare a meno:di comprarlo. Ti togli ogni sfizio senza remore e neppure badi a non superare il tetto di spesa che avevamo deciso insieme. Sei un vero spendaccione. Quello non è un pacco normale, è un collo!

Komi: macché spendaccione e quale collo d’Egitto! L’ho pigliato in svendita e sono solo 40 capi.

Carmen: ci risiamo! Appena vedi un’offerta sei *insofferente alle attese*. Sempre la solita solfa.

Komi: E ti pareva! Ci risiamo con le offese!

Le meraviglie italiane: I Bronzi di Riace

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Oggi parliamo dei Bronzi di Riace, che sono due statue di bronzo (lo dice anche il nome) che sono state ritrovate in mare nel 1972 nei pressi di Riace, un piccolo comune in provincia di Reggio Calabria, quindi nella regione Calabria, nel sud dello stivale.

Nonostante le due statue abbiano la faccia di bronzo (ed anche il resto del corpo) esse hanno un fascino particolare. Se non avete mai ascoltato l’episodio legato all’espressione “avere la faccia di bronzo” andate a dare un’occhiata.

Il bronzo è una lega composta da rame e stagno. Il bronzo è anche il nome di un colore molto particolare, un mix tra il marrone scuro e il colore arancione.

Questi Bronzi di Riace sono probabilmente di provenienza greca o anche magnogreca e risalgono al V secolo a.C..

Avete notato che parliamo ancora della Grecia antica? Anche parlando della via appia abbiamo se ricordate parlato dei greci.

La cosa che colpisce di queste statue di bronzo, bellissime e altissime (circa 2 metri) è che sono in eccezionale stato di conservazione. Attualmente sono conservate al Museo nazionale di Reggio Calabria.

Sono statue bellissime, rappresentano due uomini dalle fattezze straordinarie, a grandezza naturale, ma sono due fisici scultorei, quindi rappresentano due uomini dal fisico eccezionale, giovani e forti; probabilmente dei guerrieri.

Ho parlato di “fattezze“. é un termine che si usa quando si vuole indicare le forme di qualcosa o qualcuno; ci si riferisce generalmente all’aspetto fisico.

La fattezza è il modo come uno “è fatto”, quindi indica le forme, le proporzioni, o anche i lineamenti del viso.

Posso dire che la controfigura di un attore, che generalmente è una persona che prende il posto dell’attore nelle scene pericolose, deve avere le stesse fattezze dell’attore, altrimenti non è una controfigura e gli spettatori noterebbero la differenza.

Posso anche dire che una ragazza ha delle fattezze delicate, o anche che gli atleti son spesso persone molto belle fisicamente e dalle fattezze perfette.

Ebbene anche i bronzi di Riace rappresentano alla perfezione le fattezze perfette di un uomo: hanno un fisico slanciato, dei muscoli perfetti, uno sguardo fiero, una postura eretta.

Sono considerati dei veri capolavori della scultura, tra i più significativi dell’arte greca. Non si sa esattamente chi sia stato l’autore. Ci sono diverse ipotesi a riguardo.

Le due figure maschili sono nude, e questo esalta ancor di più la loro bellezza. Una di loro ha una barba fluente, a riccioli, tiene le braccia aperte.

L’altra statua ha invece sul braccio sinistro uno scudo. Questo conferma che si trattasse di guerrieri, nelle intenzioni dello sconosciuto autore.

Le statue sono state analizzate nel dettaglio e pare che non siano fatte solo di bronzo. È stato usato argento, avorio e rame.

Il fatto che avessero lo scudo e forse anche una lancia sulle mani sembrerebbe escludere si trattasse di atleti, ma un archeologo italiano avanza una originale ipotesi.

Notate che avanzare un’ipotesi significa proporre un’ipotesi, e il significato è diverso da ventilare un’ipotesi, che abbiamo spiegato sulle pagine di Italiano Semplicemente. L’archeologo avanza dunque l’ipotesi che i due bronzi raffigurino degli atleti vincitori nella specialità della corsa oplitica (corsa con le armi).

La statua “A” – così si chiamano le due statue: A e B (brutto nome , lo so, potevamo fare di meglio – la statua A, dicevo, sarebbe opera di un artista, (notate che ho usato il condizionale perché non è sicuro) nel 460 a.C., mentre la statua B di un altro artista, eseguita intorno al 430 a.C. Questa ipotesi comunque non sembra suscitare molta credibilità.

Dovete sapere che ci sono molti misteri intono ai bronzi. Come hanno provato a raccontare in un servizio televisivo, forse esiste anche una terza statua, un terzo bronzo. E poi dove sono finiti questo scudo, le lance ed anche gli elmi (i copricapo).

Difficile ricostruire tutto, infatti potrebbe darsi che la nave che portava le due statue si liberò delle stesse, le gettò in mare, dunque se ne sbarazzò.

Sbarazzarsi di qualcosa significa liberarsi di qualcosa, qualcosa che non serve più, qualcosa che ci dà persino fastidio magari. Magari per alleggerire la nave hanno sacrificato i bronzi perché erano molto pesanti.

Dovete sapere che c’è anche una leggenda su una presunta maledizione legata ai bronzi.

Anni fa iniziò a girare la voce che le due statue portassero sfortuna. Infatti ci furono degli incidenti, delle morti di persone coinvolte nel ritrovamento delle statue. Il luogo in cui sono state ritrovare le statue sarebbe un luogo sacro, un luogo che è stato profanato e questa profonazione pare abbia provocato la vendetta degli due santi che erano venerati dal popolo locale.

Profanare è un verbo che si usa solamente per le cose sacre. Significa offendere una religione, i suoi luoghi, i suoi oggetti, ma anche entrare in una tomba, violare questa tomba. Quindi la profanazione è una violenza che si fa ad una religione, un grave torto relativo alle cose sacre. Si può profanare anche la memoria di una persona morta, e per fare questo basta gettare del fango su questa persona.

Questi santi dunque si sarebbero arrabbiati e avrebbero provocato incidenti e morti a seguito di questa offesa, di questa profanazione.

La stessa parola profano è esattamente il contrario di sacro. Hanno un significato opposto.

Trattasi comunque di una leggenda appunto, affascinante per alcuni, solo sciocchezze per altri.

Di sicuro vale la pena andare a trovare i due bronzi non appena la pandemia si sarà placata.

Ad ogni modo la prossima volta che Notate un ragazzo dal fisico perfetto, con i muscoli tutti al loro posto, potete tranquillamente dire che sembra un Bronzo di Riace. È il miglior complimento che possiate fargli.

Ci risiamo

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Quando qualcosa di negativo ritorna o sembra che possa tornare (a volte dopo essere andato via), gli italiani spesso pronunciano una frase: “Ci risiamo!

“Ci risiamo” è un’esclamazione che significa “ci siamo nuovamente“, e denota un senso di fastidio legato al ripetersi di un evento negativo.

Se ad esempio da qualche giorno piove tutti i pomeriggi, non appena vediamo un po’ di nuvole nel cielo diciamo:

ecco, ci risiamo!

Se la tua squadra del cuore perde tutte le partite, non appena la squadra avversaria fa il primo gol della partita ti verrà spontaneo alzare gli occhi al cielo e dire:

Ecco, vedi? Ci risiamo!

Come a dire: accidenti, sta accadendo di nuovo!

Un’espressione informale, da usare solo all’orale. Fa anche rima.

388 Ma io mi domando e dico

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Eccoci qua in questo nuovo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente, la rubrica per imparare la lingua italiana giorno dopo giorno, passo dopo passo, senza dimenticare, senza noia, senza studio, ma solo ascoltando un breve episodio ogni giorno.

Carmen : Ma io mi domando e dico: come ho fatto a non scoprire prima Italiano Semplicemente?

Giovanni: Ecco, questa è una bella domanda in cui si utilizza un’espressione nuova e simpatica: “io mi domando e dico”.

Un’espressione che tutti gli italiani usano nel linguaggio di tutti i giorni per mostrare stupore e incredulità.

Aggiungere “ma” all’inizio dà più enfasi all’espressione, come già abbiamo visto in altri episodi come “ma guarda un po’“, “ma ti pare”, “ma io non lo so”, “ma va”, “ma come si fa”, “ma dimmi tu”. Anche queste riguardano tra l’altro lo stupore in qualche modo. Però questo accade anche con altre espressioni colloquiali, perlopiù esclamazioni, dove il “ma” dà solo maggiore enfasi, potrei citare “ma vai a quel paese”, “ma falla finita” ed altre ancora.

Questo “ma” serve spesso a tirare delle conclusioni definitive, per esprimere la volontà di chiudere un discorso in modo brusco. In questo caso si tratta di enfasi, quindi per attirare maggiormente l’attenzione.

“Ma io mi domando e dico” significa letteralmente che ci si fa una domanda alla quale non si sa rispondere, qualcosa che non ci si aspetta o che non si comprende, qualcosa che sembra impossibile, e invece no, invece pare che sia possibile. E quando qualcosa di molto strano ci appare davanti possiamo farci una domanda, una domanda a noi stessi, che ci interroghiamo e diciamo:

Ma io mi domando e dico: ma com’è possibile?

Voi non riuscite a capacitarvi di qualcosa, è troppo strano, inspiegabile.

La usava spesso il grande Totò, quindi trattandosi di un attore comico, l’espressione è abbastanza scenica, simpatica e attira l’attenzione di chi ascolta. Quando si racconta un episodio strano, dove voi non siete d’accordo con qualcosa di accaduto o detto da qualcuno, allora potete usarla.

Ovviamente dopo aver usato questa espressione dovete farvi una domanda e dovete dire cosa non capite, cosa vi risulta strano da capire, o cosa vi ha fatto così arrabbiare o stupire o meravigliare.

L’importante è che la cosa sia eclatante, spesso si tratta di qualcosa del tutto contrario ai vostri valori, però come ho detto c’è un po’ di teatralità, e gli italiani sanno essere molto teatrali quando vogliono.

Ad esempio:

Hai visto quelle ragazze? Si sono salutate con un bacio sulla guancia indossando la Mascherina. Ma io mi domando e dico: ma riesci a capire che stiamo attaversando una pandemia?

Adesso ripassiamo. Ascolterete alcune voci dei membri della nostra bella associazione.

Hartmut: Avete notato che all’indomani di un esame vi sentite molto più leggeri?

Olga: beh, questo ha un suo perchè.

Komi: certo, è per via del peso che ti sei tolto.

Irina: che vuoi, fare un esame o un concorso è bello stressante!

Sofie: però poi via via ci si abitua.

Ulrike: non è che io sia molto d’accordo. Abituarsi agli esami è un parolone. Tant’è vero che io mi agito anche quando devo registrare una frase di ripasso!

387 L’indomani

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L'indomani

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Sapete la differenza tra ieri, oggi e domani?

Facile vero? Ieri è il giorno che è appena passato, oggi è il giorno in cui parlo e domani è il giorno che verrà immediatamente dopo. Domani è il giorno successivo ad oggi. Bene.

Quindi domani appartiene al futuro.

Però esiste anche l’indomani. L’indomani è, proprio come domani, il giorno successivo ad oggi.

La differenza è che l’indomani è già passato oppure non sarà proprio domani, ma un altro giorno.

Non sono impazzito!

Quando parlo del passato e devo indicare il giorno successivo di un dato giorno, posso chiamare questo giorno successivo in questo modo: l’indomani.

Ad esempio:

Ricordo che l’indomani della caduta delle torri gemelle, non sono andato a lavorare.

Ho semplicemente detto che il giorno successivo, il giorno seguente alla caduta delle torri gemelle non sono andato al lavoro.

Facile vero?

Spesso si dice semplicemente “il giorno dopo”, “il giorno seguente”, “il giorno successivo”. L’indomani però è indubbiamente più elegante.

Attenzione perché l’apostrofo è obbligatorio. La parola indomani non la troverete mai da sola.

Troverete l’indomani oppure all’indomani o anche dall’indomani.

Giovanni si sposò e l’indomani partì per il viaggio di nozze

Perché rimandare sempre all’indomani ciò che puoi fare oggi?

Sofia ha detto che tra tre giorni partirà per il Brasile e già dall’indomani sarà pronta per cercarsi un lavoro.

Notate che non si usa solo per eventi passati, ma anche futuri. La cosa importante è indicare il giorno successivo, il domani rispetto al giorno di cui si è parlato.

Ricordate poi che non potete usare domani al posto di indomani e viceversa.

Adesso ripassiamo.

Sofie: ehi.. che cos’hai? Come mai sei così giù di morale?
Rauno: mi mordo le mani , ecco perché. Ieri alla festa ho adocchiato una ragazza, ma avevo una fifa blu di attaccare bottone e ora ho un po’ di rammarico. Farei i salti mortali pur di rivederla.
Ulrike: non ti ci facevo! Ti vanti sempre di quanto sei portato a far colpo sulle ragazze, salvo poi essere a corto di idee per parlare? Non ci posso credere!
Hartmut: pure io , non riesco a capacitarmi. Che vuoi, ormai è tardi . Meglio che te ne fai una ragione. Ogni lasciata è persa.
Irina: ma ragazzi, non esageriamo! Caschi bene perché io la conosco, se vuoi ti do il suo numero. Ma che questo episodio ti serva da lezione. Mi raccomando: è sempre meglio il rimorso che il rimpianto.

386 Rimettersi

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Oggi ci occupiamo del verbo rimettersi, molto simile al verbo demandare, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

in realtà il verbo riflessivo rimettersi ha un sacco di utilizzi anche usati molto più spesso.

Se sei malato ad esempio, rimettersi significa guarire. È come dire tornare in salute, o meglio mettersi nuovamente in salute. Il “ri” iniziale serve a questo, similmente a ritornare, rimangiare eccetera.

Allo stesso modo rimettersi in forma o rimettersi in sesto e anche rimettersi con una persona.

Questi sono utilizzi corretti e quotidiani di usare il verbo rimettersi.

Infatti rimettersi in forma, in sesto e con una persona stanno ad indicare un “mettersi una seconda volta”.

Se perdo la forma la posso riacquistare rimettendomi in forma. In pratica si tratta di tornare in forma. Rimettersi in sesto è abbastanza simile e ci siamo già occupati dell’espressione.

Mettersi con una persona, invece, sta per fidanzarsi, o per “iniziare una relazione sentimentale” con una persona, e mettersi in affari è iniziare una collaborazione professionale con una persona, rimettersi , in tutti questi casi, significa mettersi una seconda volta.

La stessa cosa avviene se mi rimetto le scarpe dopo essermele tolte o se mi rimetto a piangere o ridere.

Ma rimettersi si usa anche in altro modo, che è quello che ci Interessa oggi, dopo esserci occupati di demandare, assegnare e affidarsi.

Es:

Mi rimetto al tuo giudizio

Ci rimettiamo al vostro parere

Mi rimetto alla decisione del giudice

Bisogna rimettersi al giudizio dell’arbitro.

Rimetto la decisione al tuo parere

Queste frasi danno al verbo rimettersi il senso di far decidere qualcun altro.

La differenza rispetto a demandare è che in questo caso c’è un senso di rispetto e una specie di promessa di rispettare la tua decisione. Un po’ il contrario di assegnare, perché normalmente chi assegna è più importante, nel senso di gerarchia: il professore assegna i compiti allo studente. Invece rimettersi funziona al contrario dal punto di vista della gerarchia.

È in pratica un affidare ad altri la decisione, lasciare che altri agiscano secondo la propria volontà o il proprio giudizio. Ed io rispetterò la sua decisione qualunque essa sia.

Ad esempio:

rimetto a te ogni decisione in merito;

preferisco rimettere a voi la scelta;

Somiglia anche a affidarsi, mettersi nelle mani di qualcuno.

Posso usare il verbo in più modi diversi se ci avete fatto caso, anche in modo non riflessivo:

Mi rimetto alla tua decisione

Rimetto la decisione nelle tue mani.

Rimetto la decisione al tuo parere.

A voi la scelta di come usarlo.

Per memorizzarlo questo verbo dovremo ripassarlo spesso. A proposito di ripasso…

Komi: Se ricordo bene oggi tocca a te sforderare un ripasso. Non pensi che sarebbe ora che cominciassi? Senz’altro stai correndo il rischio di attardarti e di fare una figuraccia!

Irina: macché figuraccia! Eccomi qua, visto? Dacché mi sono iscritta al sito di Italianosemplicente , so destreggiarmi bene e al di là di qualche piccolo errore qua e là l’apprendimento è molto appagante .

385 Demandare

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Trascrizione

Molti studenti ma soprattutto molti appassionati e amanti della lingua italiana hanno demandato a me il compito di guida, di accompagnamento al loro apprendimento.

Ed io spero di essere all’altezza di questa responsabilità e onore.

Ho appena usato il verbo demandare, forse anche esagerando un po’.

Qualcuno avrà pensato a “domandare“, (c’è solo una lettera diversa) e avrà pensato ad un errore da parte mia.

Invece no. Demandare è un verbo diverso, molto diverso da domandare.

Demandare è simile a assegnare, affidare.

Ma affidare si usa prevalentemente con le responsabilità. Implica fiducia.

Ti affido la casa per due settimane. Mi raccomando!

Sono andato in vacanza ed ho affidato il mio cane ad una vicina di casa chiese ne occuperà durante la mia assenza.

Affidare ha un senso spesso temporaneo e risponde alla domanda: di cosa mi devo occupare? Di cosa devo avere cura!?

Assegnare invece si usa con i compiti:

La maestra assegna i compiti agli studenti

In ufficio mi hanno assegnato un pò di lavoro da fare.

Assegnare risponde più alla domanda: cosa devo fare?

Demandare invece si usa meno con le singole persone, ha invece un uso piu frequente quando si parla di uffici, competenze date dalla legge, e in generale c’è più responsabilità che fiducia. Somiglia molto a “trasferire ad altri”. Ha un senso più definitivo.

Anziché dire che lo stato ha la responsabilità di occuparsi della salute dei cittadini, posso dire:

Allo Stato è demandata la tutela della salute dei cittadini.

Quindi è dello Stato la responsabilità di tutelare la nostra salute.

La legge demanda a ogni ministero lo svolgimento di determinate mansioni.

Potrei tranquillamente usare affidare o assegnare, ma con demandare c’è più formalità e spesso più importanza.

Non si deve mai demandare alla sola scuola il compito di educare i propri figli.

Con questo si vuole dire che è anche compito delle famiglie.

Demandare quindi ha anche un senso più definitivo come dicevo. C’è proprio il senso del trasferimento di una responsabilità, ma non è detto neanche che si tratti di una responsabilità. Spesso le persone non c’entrano.

Se una legge demanda una decisione ad un decreto, allora sarà il decreto che dovrà contenere questa decisione.

Se uso affidare o assegnare, anche qui va ugualmente bene ma non è il linguaggio più adatto perché non c’entra nulla la fiducia e non ci sono mansioni o compiti assegnati. C’è semplicemente un trasferimento.

Ora è il momento del ripasso da parte dei membri dell’associazione.

Anthony: un ripasso con tutti gli *annessi e connessi* è una cosa seria. Per *ingranare* con un ripasso devo studiare ancora *un bel po’. Fortunatamente c’è quel po’ po’* di sito che si chiama italiano semplicemente!

Ulrike: ma dai, *quale* sbaglio aspettare di essere all’altezza! Per *ingranare* con un ripasso devi *abbozzarne* uno. *Dai un’occhiata* nell’elenco della rubrica dei due minuti e lasciati ispirare così. Funzionerà!

Natalia: *Può darsi* però che all’inizio spuntino solo 2 o tre frasi con 2 o 3 delle espressioni della rubrica.

Carmen: meglio così! *Si dà il caso che* Giovanni *sfori* *spesso e volentieri* i due minuti, *a maggior ragione* un ripasso breve sarebbe *benaccetto*.

Rauno: poi, *una volta* cominciato, *di volta in volta* sarà sempre più facile *destreggiarsi* con la costruzione di un ripasso.

Max Karl: va bene, va bene, smettete di *incalzarmi*, *raccolgo la provocazione*. So che avete ragione e mi sento proprio *chiamato/a in causa* per il mio *esordio* con un ripasso.

Le meraviglie italiane: La via Appia

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Voci di Emanuele e Giovanni

Descrizione

La via Appia era la più famosa e antica tra le strade romane. Parlo degli antichi romani. Una strada romana che collegava Roma a Brindisi, una città della Puglia, che si trova sul mare e che quindi era importante per via del suo porto, che lo collegava via mare con la Grecia e con l’Oriente.

Nell’episodio si coglie l’occasione anche per ripassare qualche espressione già vista insieme e per fare qualche approfondimento sulla lingua italiana.

Le bugie hanno le gambe corte

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Trascrizione

Le bugie hanno le gambe corte.

Le bugie hanno le gambe corte, Un proverbio che ci insegna ad essere sinceri, perché con le bugie non si va molto lontano, proprio come chi ha le gambe corte.
Le bugie sono le false affermazioni, le menzogne. Quindi quando si dicono le bugie, prima o poi la verità che esse nascondono viene scoperta. Prima op poi la verità viene a galla.
D’altronde di dice anche che “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, ma questo secondo proverbio si riferisce più al modo di comportarsi, oltre alle bugie. E’ facile fare il male ma che è difficile nasconderlo o evitarne le conseguenze: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

384 Tardi, tardo, ritardare, tardivo, tardare, attardarsi

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Trascrizione

Noi italiani siamo sempre in ritardo! Forse è per questo che ci sono parecchi modi per indicare un ritardo.

Tutti voi sapete che arrivare tardi ad un appuntamento o al Lavoro o altrove significa arrivare in ritardo. Vero?

L’espressione “fare tardi” è ad esempio usata:

Se non ci sbrighiamo faremo tardi.

Questo significa che arriveremo tardi.

Si è fatto tardi ragazzi, bisogna andare a casa.

“Si è fatto tardi” si usa spesso quando è passato più tempo del previsto. Si usa spesso ad esempio quando è notte, o il sole sta tramontando e dobbiamo rientrare a casa.

Tardi indica anche quando si arriva “troppo tardi”. Ad esempio quando perdiamo il treno.

Se attivo tardi alla stazione allora sicuramente perderò il treno a causa del mio ritardo. Allora posso dire:

Ormai è tardi!

Quando si arriva tardi si può usare il verbo ritardare.

È abbastanza logico:

“Oggi arriverò in ritardo” può anche dirsi “oggi ritarderò”.

Arrivi sempre tardi!

Diventa:

Ritardi sempre!

“Oggi farò un ritardo di 10 minuti”può diventare: “oggi ritarderò di 10 minuti” (anche senza “di”).

Quindi arrivare tardi in un luogo diventa ritardare, ma a volte può anche diventare “tardare“.

Ti avviso che oggi tarderò 15 minuti.

Potrei dirlo al mio capo in ufficio.

Che significa? E esattamente come ritardare, cioè significa due cose:

1) arriverò 15 minuti dopo, quindi in ritardo;

2) finirò la mia attività precedente 15 minuti dopo.

Nella sostanza è la stessa cosa, ma tardare è più informale ma soprattutto sottolinea un allungamento di attività, che quindi durerà più del previsto.

– dovevo stare a casa alle 20 ma Ho tardato un pò per colpa del traffico.

– si stava troppo bene al mare, così abbiamo tardato 20 minuti al ristorante.

– Domani tarderò un pò in ufficio, abbiamo molto da fare.

Quindi tardare si usa quando voglio sottolineare che un’attività viene prolungata e questo genera ritardo.

Si usa comunque come detto anche in modo più informale rispetto a ritardare.

Esiste anche il verbo attardarsi, che in pratica significa “fare tardi“. Si usa però in caso di imprevisti o perdite di tempo non programmate.

Mi sono attardato un po’, quindi arriverò qualche minuto dopo.

In questo caso è colpa mia generalmente, non del traffico o di impegni precedenti.

Quindi se la colpa del mio ritardo è tua si dice normalmente:

Mi hai fatto fare tardi!

E non “mi hai fatto attardare” perché non è colpa mia ma tua.

Si usa ad esempio per ritardi dovuti a distrazione.

Mi sono attardato perché non trovavo il cellulare.

Poi c’è anche l’aggettivo tardo e tarda.

Mio figlio è tornato a casa a tarda notte

Il locale è aperto fino a tarda notte

Ci sentiamo nel tardo pomeriggio, ora ho un pò da fare.

Ci vediamo in tarda serata

Faccio sempre una corsetta in tarda mattinata

Quindi in questi casi si tratta dell’ultima parte della mattina, del pomeriggio, della sera o della notte.

In qualche libro avrete senz’altro incontrato anche il tardo ‘800, ad esempio, cioè gli ultimi anni del secolo.

Tarda e tardo sono anche un aggettivo per le persone però.

Scusami sono un pò tardo oggi e non riesco a concentrarmi.

La ragazza è un pò tarda, dovrai ripetere più volte la spiegazione.

Attenzione perché è abbastanza offensivo se si riferisce ad altre persone.

Come aggettivo dispregiativo esiste anche “tardona”, un aggettivo al femminile che indica una donna matura, non più giovanissima ma non ancora anziana. Si usa quando questa donna vuole sembrare più giovane nonostante l’età non più giovanissima. Senz’altro un aggettivo dispregiativo. Più usato per le donne. Tardone (al maschile) esiste ugualmente ma si usa molto meno.

Tornando a tardo e tarda, quando si riferiscono a persone sono molto simili a ritardato e ritardata, aggettivi che indicano un ritardo mentale, quindi un problema neurologico, una disfunzione, un handicap in pratica. Ma anche ritardato e ritardata sono abbastanza informali e offensivi.

Sicuramente non si usano quando si fa tardi, quando si è in ritardo quando ci si attarda per motivi personali.

Infine, esiste anche tardivo e tardiva. Però questo non è quasi mai un aggettivo per le persone:

Se arrivo tardi allora è l’arrivo ad essere tardivo.

Se la polizia interviene tardi in una rapina in banca, quando è tardi ormai, il suo intervento è tardivo.

Se mi fanno una domanda e io rispondo tardi ho dato una risposta tardiva.

Mi riferisco alla risposta quindi. Io rispondo tardi, ho ritardato o tardato a dare una risposta, quindi la mia risposta è stata tardiva.

Anche una legge o una decisione del Governo può essere tardiva. Andava fatta prima, ormai è tardi.

Tardivo si può comuque usare anche con le persone, ma in questo caso è proprio come tardo e ritardato. Trattasi di un ritardo mentale. Meno offensivo comunque.

So che si è fatto tardi, scusatemi, mi sono dilungato un po’ troppo nelle spiegazioni, ma non è mai troppo tardi per un ripasso come si deve.

Anthony: E’ arrivato il momento di ROMPERE GLI INDUGI cioè di smettere di CINCISCHIARE che Giovanni sta per perdere la pazienza. Non vogliamo che ci faccia qualcosa di brutto per RIPICCA, il quale sarebbe un gesto totalmente FUORI LUOGO. Non e’ che vogliamo VENIR MENO alle sue aspettative né RISPONDERE PICCHE ma a volte SI è a CORTO DI tempo. A RAGION VEDUTA, ammetto che la sua insistenza nel pretendere ripassi non e’ sbagliata. lui sa che comporre ripassi e’ un metodo di apprendimento che PAGA.

Il verbo ESENTARE (63) – Corso di Italiano Professionale

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Descrizione

ESENTARE è il verbo numero 63 del corso di italiano professionale, dedicato al mondo del lavoro.

Il verbo si usa spessissimo nel linguaggio lavorativo, ed è adattissimo anche al linguaggio scritto formale.

383 Operazioni aritmetiche: più e meno

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Trascrizione

Quanto fa due più due?

Due più due (2+2) fa quattro.

Due più due è uguale a quattro.

2+2=4

Cioè il risultato dell’operazione due più due è quattro.

Il segno più (+) indica un’addizione.

Il segno meno (-) indica invece una sottrazione.

Quanto fa quattro meno tre?

4-3=1

Quattro meno tre fa uno.

Il risultato dell’operazione quattro meno tre è uno.

Il segno meno (-) è il segno della sottrazione.

Il segno piu (+) è il segno dell’addizione.

Con il più si aggiunge, col meno si sottrae. Il più serve ad aggiungere e il meno a sottrarre.

Cosa succede se aggiungo tre a cinque?

Aggiungendo tre a cinque ottengo otto. Il risultato è otto. Tre più cinque fa otto. Tre più cinque è uguale a otto.

3+5=8

3 e 5 si chiamano addendi.

8 è il risultato o somma.

Cosa succede se sottraggo 6 a 9?

Sottraendo 6 a 9 ottengo 3.

Infatti 9-6 fa 3.

Nove meno sei fa tre.

Se sottraggo 5 a 11 ottengo 6.

11-5=6

11 si chiama minuendo e 5 si chiama sottraendo.

Se sommo 2 a 8 ottengo 10.

Quanto viene se faccio 4+6?

Viene 10. Il risultato è 10. Sommando 4 e 6 si ottiene 10.

Quanto viene sottrando 2 da 10?

Se faccio dieci meno due ottengo 8.

Il risultato di questa operazione è otto.

Quale operazione si sta facendo usando il segno più (+)?

Si sta facendo un’

addizione. Si sta facendo una somma.

Quale operazione si sta facendo usando il segno meno (-)?

Si sta facendo una sottrazione.

Addizionando dei numeri tra loro, come risultato ottengo la somma.

L’operazione dell’addizione si chiama anche somma.

Sommare e addizionale è la stessa cosa.

Mi fai la somma tra 2 e 9? Quanto fa?

La somma tra 2 e 9 fa 11.

11 è il risultato della somma tra i numeri 2 e 9. Sommando 2 e 9 ottengo 11.

Se sottraggo 1 a 12 ottengo lo stesso risultato?

Si, il risultato è lo stesso. Questa sottrazione fa sempre 11.

Il risultato è sempre pari a 11.

A quanto è pari la somma tra due e cinque?

La somma tra due e cinque è pari a sette.

A quanto è pari la sottrazione tra 6 e 2?

Questa sottrazione è pari a 4.

Cos’è 4?

Quattro è il risultato di questa sottrazione.

L’addizione e la sottrazione sono due operazioni aritmetiche.

Adesso ripassiamo:

Khaled: Oggi, non mi gira bene, avendo un esame, domani. Sebbene abbia tutte le carte di regola per superare l’esame, ho paura di non farcela e inoltre non ho neanche voglia di scervellarmi su quanto studiato.
Con la lingua italiana è diverso invece.
Lo studio dell’italiano è appagante come attività e ho sempre voglia di migliorare. Non mi sento mai pago.
Questo pare che valga anche per gli altri membri dell’associzione italiano semplicemente visto che sono tutti molto bravi.
Non è facile costruire una frase di ripasso, infatti alcune espressioni imparate mi sfuggono di mente in un batter d’occhio, così adesso chiedo manforte agli altri membri per confermare la correttezza di quanto scritto.

Carmen: ti do il mio beneplacito khaled. Ottimo ripasso. Puoi dire un bel ciaone a chi critica il tuo livello di italiano.

 

382 Avere le carte in regola

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Trascrizione

Giovanni:

La frase di oggi la trovo difficile da spiegare.

La frase è “avere le carte in regola”.

È difficile da spiegare perché le carte spesso sono legate al gioco delle carte (come il poker) invece in questo caso le carte indicano dei documenti, delle autorizzazioni, come se parlassimo di pernessi, di burocrazia.

Infatti “stare in regola” o “essere in regola” (espressione più semplice) è una espressione che si usa quando siamo autorizzati a fare qualcosa, ad esempio se lavoro in una pizzeria, essere in regola significa che sono regolarmente pagato e registrato, quindi sono in regola con lo stato con la Legge dello stato.

Insomma è tutto ok, tutto regolare, tutto a posto. Questo è “essere in regola” cioè aver rispettato le regole, la Legge in generale.

Ma avere le carte in regola sta ad indicare la stessa cosa, facendo riferimento ai documenti che dimostrano la regolarità.

Avere le carte in regola si usa però anche al di fuori della legge, senza quindi parlare di documenti e di autorizzazioni. Quando c’è di mezzo la legge, non avere le carte in regola significa che non si può ottenere qualcosa perché manca qualche carta importante.

Senza carte in regola non si ottiene la cittadinanza ad esempio: bisogna dimostrare con dei documenti ciò che la legge prevede.

L’espressione si usa anche in senso più ampio, come dicevo, per indicare che si è meritevoli o è possibile ottenere un risultato perché non manca ciò che è necessario. Anche senza parlare di legge quindi.

Spesso si confrontano gli obiettivi con le potenzialita di una persona.

Ce la farò? Posso fare questa cosa? Sarò in grado? Posso ambire a questo?

In questi casi posso usare questa espressione, in modo figurato naturalmente.

Ad esempio:

La città di Roma ha le carte in regola per ospitare le Olimpiadi

Nel senso che a Roma abbiamo tutto ciò che serve, non manca nulla: l’organizzazione, il prestigio, le strutture eccetera.

Sarò capace di piacere a Maria? Lei forse è troppo bella e ambiziosa.

Risposta: Certo che puoi. Hai tutte le carte in regola per piacerle: sei carino, educato, sei anche benestante, quindi non ti manca nulla.

Un terzo esempio:

Un mio amico, pur avendo tutte le carte in regola per laurearsi, non c’è mai riuscito. Eppure non gli mancava nulla.

Questo per dirvi quest’ultima cosa: avere le carte in regola ti permette ma non ti garantisce il risultato.

E adesso, visto che tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente hanno le carte in regola, possono tranquillamente aiutare tutti i visitatori a ripassare le espressioni già spiegate.

Doris: Avete presente le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente? I consigli dell’associazione rispondono al vero, tuttavia solo, se non rispondiamo picche quando siamo richiamato a redigere qualche riga di ripasso, altrimenti l’apprendimento della lingua italiana prenderà via via una brutta piega. In fin dei conti paghiamo lo scotto se non diamo seguito alle regole. Eccome! Ma quale sono i tuoi ragionamenti in merito?

Ti sai giostrare bene con le frasi di ripasso? Può darsi che tu sia portato per le lingue e ti destreggi bene anche senza troppo dispendio di energie o che sei disposto anche a sforzarti un po’ pur di progredire come si deve. Comunque, l’apporto di tutti i membri del gruppo è indispensabile per fa sì che le espressioni imparate rimangano in giro tra di noi e vengano ripetute assai spesso.

Di buon grado il nostro presidente ci aiuta se incontriamo qualche problema, bontà sua! Mi raccomando, il lavoro paga ed è appagante vedere progressi costanti insieme come team.

Spero che il mio ripasso non sia stata la solita solfa e che abbia fornito un valore aggiunto perlomeno dal punto di vista linguistico. Chi getta un seme l’ha da coltivare se vuol vederlo a tempo vegetare. E presto i ripassi diventano come le ciliegie, uno tira l’altro.

Il verbo RISOLVERE (62) – Corso di Italiano Professionale

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RISOLVERE è il verbo numero 62 del corso di italiano professionale, dedicato al mondo del lavoro. Nell’episodio spieghiamo tutti gli utilizzi del verbo soprattutto in ambito lavorativo.

381 Venire incontro

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Giovanni:

Il verbo aiutare sicuramente lo conoscete tutti vero?

Lo stesso vale per il verbo incontrare.

Certo, aiutare è semplice da usare ma a volte un pò troppo generico.

In alcune situazioni forse è meglio usare, al suo posto, l’espressione “venire incontro”.

Attenzione però, non in tutte le situazioni ma solamente alcune.

Quali?

Ve lo spiego subito.

Venire incontro o anche andare incontro letteralmente significa avvicinarsi ad una persona.

Se ad esempio un tuo amico abita un pò lontano da casa tua e lui deve venire a casa tua a prendere un libro, tu puoi dire:

Facciamo una cosa, ti vengo incontro. Vediamoci a metà strada e ti consegno il libro. Così facciamo metà strada ciascuno.

Quello che avete fatto è andare incontro al vostro amico. Infatti lo avete incontrato. Siete andati verso di lui per incontrarlo.

Però lo avete anche aiutato. Gli avete fatto un favore.

Ecco, quando si parla di favori, di gentilezze, di atti e comportamenti che dimostrano una benevolenza verso qualcuno si può usare venire incontro o andare incontro.

Usiamo venire o andare? Non c’è una regola rigida, ma andare si usa maggiormente quando l’azione è fisica, come nel caso di prima: vado fisicamente incontro a una persona.

Invece quando voglio favorire una persona, quando voglio aiutarlo a fare qualcosa in modo che risulti più facile meglio usare venire.

Indovina, quante sono le regole d’oro di italiano semplicemente?

Non lo sai? Ti vengo incontro: sono lo stesso numero dei vizi capitali.

Ti vengo ancora più incontro: sono lo stesso numero dei nani di biancaneve.

Chiaro no?

In realtà c’è anche un’altro modo di usarlo, quando dobbiamo trovare un accordo. In questi casi spesso le rispettive esigenze sono troppo lontane tra loro e allora occorre trovare un punto d’incontro. Ogni accordo è il risultato di un compromesso. Le parti in questo caso si vengono entrambe incontro.

Quando costa questo corso di italiano? Posso pagartelo con un assegno.

Costa 100 euro.

Eh, è troppo per me, non puoi venirmi incontro?

Va bene ti vengo incontro: 70 euro ma anche tu devi venirmi incontro: puoi pagarmi in contanti?

Anche papa Francesco dice sempre che bisogna andare incontro al prossimo.

C’è poi chi dice che bisogna andare incontro ai problemi dei cittadini, cercando quindi di risolverli. È un aiuto ai cittadini.

Chi invece preferisce andare incontro ai sogni per far sì che si avverino.

Sono tutte, in fondo, forme di aiuto. Adesso ripassiamo le puntate precedenti.

Hartmut: per chi ha difficoltà a capire questa espressione, potrei dire che il significato è simile a tendere la mano, che abbiamo visto nell’episodio 73.

Anthony: ah certo, ma vuoi che non lo abbiano capito tutti?

Iberè: sempre meglio non lasciar nulla di intentato comunque.

Lia: soprattutto con i più duri di comprendonio.

Sofie: vabbè, per quelli ci vuole un insegnamento individualizzato.

Rauno: ma insomma quando finisce questo ripasso? Cascate male se pensate che tutti abbiano la pazienza di ascoltarci fino alla fine.

Ulrike : peggio per loro! Essere insofferenti alla durata non è un atteggiamento che paga.

Non tutte le ciambelle escono con il buco

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Non tutte le ciambelle escono con il buco.

Un proverbio italiano che ci dice che non tutte le cose finiscono come dovrebbero.

In teoria una ciambella deve avere il buco al centro, no? Altrimenti non è una ciambella!

Interessante l’utilizzo del verbo uscire. In realtà le ciambelle non vanno da nessuna parte. Infatti uscire in questo caso sta per riuscire. Si parla di un risultato finale. Sei riuscito a fare la Ciambella col buco?

No, non ci sono riuscito. Oppure: il buco non è uscito.

Ma perché uscire e non riuscire?

Perché la ciambella esce dal forno, ma esce alla fine della cottura. E anche per capire se riesce qualcosa, o se si è riusciti a fare qualcosa, si vede solamente alla fine.

380 Mille modi per arrabbiarsi

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Trascrizione

Giovanni:

Stavo pensando a quanti modi esistono nella lingua italiana per esprimere la rabbia.

Quando una persona è arrabbiata, cioè quando la rabbia si impossessa di questa persona, possiamo esprimere questo concetto in molti modi diversi. Non solo usando il verbo arrabbiarsi.

Molto dipende dal grado dell’arrabbiatura, dall’intensità dell’emozione. Dipende anche dal contesto in cui mi trovo.

Arrabbiarsi è il verbo sicuramente più usato, ma se sono poco arrabbiato posso dire che sono leggermente arrabbiato, oppure che sono nervoso, o che mi sono innervosito. Altre volte che sono adirato o irato.

Adirarsi è esattamente come arrabbiarsi in realtà ma è meno informale. È un verbo che usano le persone educate. Loro stesse mica si incazzano, loro si adirano!

Adirarsi e irarsi contrngono il termine ira, che equivale alla rabbia. Quindi Arrabbiarsi, irarsi e adirarsi sono la stessa cosa ma sono verbi che escono da bocche diverse.

Poi c’è incazzarsi, ma questo è indubbiamente un verbo Volgare. Sono sicuro che tutti voi conosciate questo verbo.

All’estremo opposto di arrabbiarsi c’è “perdere il lume della ragione“, dove la ragione, cioè la mente, l’intelligenza, viene rappresentata da una luce, o un lume, come il lume della candela, che ci illumina, guida i nostri passi. E invece quando perdiamo il lume della ragione, cioè quando ci arrabbiamo, siamo guidati non più dalla ragione ma dalla rabbia. Non c’è più la luce che ci indica la giusta strada da seguire.

Si può essere poetici anche quando ci arrabbiamo!

Si può anche dire che sono incazzato nero, o incazzato come una bestia. Sicuramente qui c’è meno poesia e più strada.

Un’altra frase simile è “perdere la bussola” e la bussola, che normalmente serve ad indicare il nord, è abbastanza simile alla luce. Ci guida, ci indica la strada.

Infuriarsi è probabilmente il modo più forte di arrabbiarsi, e infatti si chiama in causa la furia al posto della rabbia. La furia è la rabbia che diventa violenza, rappresenta qualcosa di incontrollabile, e infatti si parla anche della furia degli eventi atmosferici solo.

Infuriarsi in genere si usa quando chi si arrabbia manifesta la sua rabbia con grida e urla. Una rabbia esagerata diciamo.

Si usa anche, al posto di arrabbiarsi, la frase “andare su tutte le furie”.

Una frase apparentemente senza senso ma è esattamente come infuriarsi, sebbene suoni in modo più elegante.

A Roma si usa anche “sbroccare“, e con lo stesso senso in tutta Italia si sente spesso anche “uscire di testa” che tuttavia somigliano molto anche a impazzire.

Spesso però accade che si possa impazzire anche per esprimere un sentimento positivo.

Impazzisco per il vino italiano.

Ho assaggiato un dolce che mi ha fatto uscire di testa.

Quella ragazza mi fa sbroccare!

Più spesso però queste modalità appena descritte si usano per esprimere una rabbia esagerata, talmente esagerata da perdere il controllo, tanto da perdere il lume della ragione.

Una lieve arrabbiatura, cioè leggera arrabbiatura, si può esprimere anche con il verbo “stranirsi“.

Stranirsi significa mostrarsi strano, diverso, quindi quando una persona si stranisce è perché è adirato, ha ricevuto una brutta notizia, è stato offeso o comunque ha cambiato atteggiamento.

Giovanni oggi l’ho visto un po’ stranito. Cosa gli sarà successo?

Potremmo definirla una lieve incazzatura! Se non voglio usare questo brutto verbo però posso dire che Giovanni era turbato.

Tutt’altro invece se una persona si avvelena: avvelenarsi spessissimo ai usa al posto di arrabbiarsi. Molto informale ma Si usa.

Quando ti rubano il posto al parcheggio è facile avvelenarsi.

Potremmo giustificare l’uso del veleno, in senso figurato ovviamente, per indicare il cambiamento improvviso dello stato d’animo. Proprio come avviene con un veleno che i uccide all’istante.

Più elegantemente porremmo usare inviperirsi, e la, vipera è un serpente velenoso d’altronde.

Inviperirsi sarebbe quindi diventare come una vipera. Avete mai visto una vipera calma?

Scherzi a parte, inviperirsi è, potremmo dire, come “arrabbiarsi di brutto“, tanto per usare un’espressione già spiegata nella rubrica.

Comunque di termini analoghi ne esistono molti altri.

Se vogliamo usare un linguaggio poco informale potremmo anche parlare di collera anziché di rabbia.

Allora arrabbiarsi diventa “andare in collera” o semplicemente incollerirsi.

Informalmente invece si usa molto, soprattutto tra i giovani, incavolarsi. Formalmente potremmo invece dire esacerbarsi o inalberarsi.

Dai, non ti inalberare per così poco!

Molto giovanile è anche “andare in bestia” o imbestialirsi, equivalente ma più informale di “andare su tutte le furie”.

L’uso del verbo andare sta ad indicare una trasformazione.

Però si può usare anche “dare”:

Dare in escandescenze

In questo caso usare “dare” indica l’emanazione, l’uscita di qualcosa dal nostro corpo, come se volessimo dire che dal nostro corpo esce del calore incandescente, tanto siamo arrabbiati.

Molto elegante questa frase comunque.

Vi prego di non dare in escandescenze, siamo in un luogo pubblico!

Sicuramente una rabbia eccessiva ha molti modi per essere espressa.

Prima abbiamo visto che si usa anche il verbo uscire a volte:

Uscire di testa

Ma anche:

Essere fuori si sé

Abbiano detto poi che è facile sconfinare sulla pazzia.

Uscire fuori dai gangheri invece Indica espressamente e solamente una rabbia eccessiva, esagerata. Proprio come andare in bestia e andare su tutte le furie.

Per una rabbia leggera invece ci sono meno modalità.

Abbiamo visto stranirsi e innervosirsi, ma c’è anche alterarsi e stizzirsi.

Alterarsi è sicuramente l’opposto di incazzarsi, sia nel senso dell’intensita sia perché è meno informale.

Stizzirsi invece dà l’idea di qualcosa che ti colpisce rapidamente e provoca una reazione fisica leggera, come una smorfia involontaria del viso improvvisa. Una reazione istintiva questa, ma senza una forte reazione.

Adesso molti di voi sarete incazzatissimi per la durata eccessiva di questo episodio.

Ma non finisce qui perché c’è ancora il ripasso da ascoltare. La parola ai membri dell’associazione italiano semplicemente.

Irina: qualcuno SE LA SENTE di cimentarsi con alcune frasi?
Max Karl: sono un membro fedele al gruppo. IN QUANTO TALE, sono sempre in vena di GIOSTRARMELA CON delle frasi di un bel ripasso
Anthony: a proposito del gruppo, non ho mai fatto parte di un gruppo tanto utile per destreggiarsi con l’italiano.
Max Karl: Ao! Non fare il RUFFIANO pero’
Komi: MA DIMMI TU come fai a dare del ruffiano a Anthony. Questo trattamento MI FA davvero SPECIE!

Il balcone di Giulietta e Romeo

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Voci di Emanuele e Giovanni

Descrizione

L’episodio fa parte di una delle lezioni del venerdì dedicate alle bellezze italiane. Per maggiori informazioni visita la pagina dell’associazione.

Trascrizione

Quando si parla di balconi, in Italia, lo si può fare in tre modi diversi.

Il primo modo è affacciarsi dal balcone.

Il balcone in fondo serve a questo: ad affacciarsi. Strano verbo “affacciarsi”

Lo dovremo vedere insieme perché ha diversi utilizzi. Comunque affacciarsi in questo caso è “mettere la faccia fuori”. Vabbè, lo vediamo un’altra volta…

Il secondo modo per usare un balcone è accusare qualcuno di essere pazzo.

Uno dei modi per fare questo è infatti dire:

Sei fuori come un balcone!

Ci sono molti modi per esprimere lo stesso concetto, ma questo è sicuramente il più simpatico.

In effetti non c’è dubbio che ogni balcone si trovi “fuori”, cioè non dentro.

Si trova fuori anche il balcone più famoso d’Italia, cioè, diciamo uno dei balconi più famosi d’Italia.

Uno di questi balconi lo abbiamo incontrato in un episodio dedicato a Palazzo Venezia, ricordate?

Da quel balcone si è affacciava il Papa e dopo di lui il Duce ai tempi del fascismo.

Ma loro malgrado, il balcone più famoso d’Italia a dire il vero si trova a Verona, una città italiana famosa per l’Arena di Verona e per, appunto, il balcone di Giulietta.

Sapete chi è Giulietta? Magari non vi dice nulla questo nome ma se aggiungo il nome di Romeo probabilmente vi torna in mente l’amore tra i due, l’amore romantico per eccellenza.

Il balcone di Giulietta Capuleti (questo era il suo cognome) è famoso in tutto il mondo perché Giulietta ci si affacciava.

Che c’è di strano allora? Semplicemente che Giulietta potrebbe non essere mai esistita… a quanto pare!

Il balcone più famoso del mondo è dedicato ad una ragazza che è il personaggio protagonista di un’opera letteraria scritta da Shakespeare, che si chiama proprio “Romeo e Giulietta” e non solo Giulietta (forse) non è mai esistita, ma l’autore non ha mai messo piede a Verona nella sua vita.

Il balcone si affaccia su un piccolo cortile interno che normalmente è stracolmo (o ricolmo, o pienissimo, o strapieno) di migliaia di turisti.

Non di questi tempi ovviamente.

In effetti questo sarebbe un assembramento di conseguenza non sarebbe possibile.

Ho detto che il balcone si affaccia su un piccolo cortile.

Sì, anche i balconi si affacciano, pur non avendo una faccia.

Lo stesso si può dire di una di una finestra che si affaccia su un lago, o qualcos’altro.

Ah già… avevamo detto che il verbo affacciarsi lo vediamo un’altra volta…

E Romeo? Chi sarebbe questo Romeo e che c’entra col balcone?

C’entra eccome, perché Giulietta si affacciava dal balcone per vedere Romeo, che stava sotto e parlavano di loro due, del loro amore difficile, impossibile direi!

Pare che neanche il balcone sia mai esistito, non solo Giulietta e Romeo!

Pare infatti sia stato realizzato solo per dare vita alla scenografia pensata dall’autore.

L’edificio da cui si affaccia il balcone rappresentare una ricostruzione molto fedele delle tipiche dimore signorili venete del XIV secolo.

Ma la casa di Giulietta in realtà si chiama Casa di Dal Cappello.

Questa era la casa di alcuni mercanti di spezie (vendevano spezie) in realtà, e da questi mercanti deriva il vero nome della casa di Giulietta.

Insomma, prima del novecento sicuramente questo balcone non esisteva. È stato realizzato solamente più tardi, in fase di ristrutturazione dell’edificio.

Quando Romeo entrò nel cortile dove si affaccia il balcone, si legge nel dramma di William Shakespeare. Giulietta avverte Romeo che sta rischiando la vita se qualcuno si accorge che si trova qui.

Ma Romeo risponde:

tutto che Amor può tentare, Amor l’osa.

Vale a dire: l’amore è talmente forte che ti fa fare qualunque cosa sia possibile fare.

A quei tempi c’erano due famiglie che si odiavano, quella dei Montecchi e quella dei Capuleti.

E Indovinate un po’?

Giulietta era della famiglia dei Capuleti e Romeo, suo malgrado, era un Montecchi.

Capite bene che era impossibile sposarsi se le rispettive famiglie sono acerrime nemiche.

Anche acerrime è un termine interessante.

Si usa solo per i nemici. Se i nemici si odiano molto, si dicono acerrimi nemici.

Insomma, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti non potevano amarsi. Un po’ come Renzo e Lucia de “I promessi Sposi”.

Ma a Romeo e Giulietta è toccata la sorte peggiore.

Infatti Giulietta, per volere della sua famiglia, doveva sposarsi con un conte.

Lei ovviamente non voleva, così sapete cosa fece?

Giulietta pensò di bere un narcotico, una sostanza che l’avrebbe fatta sembrare morta, il giorno precedente delle nozze col conte. In questo modo Giulietta avrebbe evitato il matrimonio semplicemente perché era morta! E così fece. Bevve questo narcotico. Giulietta era d’accordo con Fra Lorenzo, che avrebbe dovuto avvisare Romeo di questo loro piano. Ma Fra Lorenzo non riuscì ad avvisarlo, perché ci fu un inconveniente.
A Romeo giunse notizia della morte di Giulietta, che in realtà però non era affatto morta, ma lui non lo sapeva!
Così Romeo, andò a verificare di persona, vide coi suoi occhi che Giulietta sembrava effettivamente morta, e sopraffatto dal dolore, dopo un ultimo bacio si uccise bevendo un veleno.
E Giulietta? Giulietta si svegliò come da programma, vide che Romeo era morto e si uccise anche lei pugnalandosi al cuore.
Una fine tragica che però fece riconciliare le due famiglie, accomunate da una tragedia d’amore.

379 Da che mondo è mondo

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Trascrizione

da che mondo è mondoGiovanni:

Oggi parliamo di cose strane. Che genere di cose strane? In generale direi, ma non oggetti materiali, parliamo piuttosto delle cose insolite, molto insolite, cose che non si vedono mai, ma mi riferisco a comportamenti, ragionamenti e generalmente la cosa riguarda la logica.

In italiano esiste infatti l’espressione “da che mondo è mondo” che si usa proprio per sottolineare la stranezza di qualcosa, un qualcosa che in tutto il mondo avviene diversamente da quello che si sta osservando. Questo è il messaggio che si vuole dare. Ma non è esattamente così, diciamo invece che è sempre stato così, da quando il mondo esiste, cioè da quando il mondo è mondo. In pratica: da sempre. Potremmo dire “da sempre è così”, “da sempre accade diversamente” ma noi vogliamo dare un’idea ancora più forte, vogliamo evidenziare ancora di più la stranezza.

L’inizio della frase “da che” ha lo stesso significato di “da quando“, e questo lo dico anche in virtù dell’episodio n. 345 in cui abbiamo parlato del termine “dacché” che si può scrivere anche in due parole come in questo caso: “da che“. Quindi da che mondo è mondo significa “da quando il mondo esiste”.

L’espressione si usa per manifestare stupore, è una sorta di protesta contro qualcosa che solitamente e storicamente non è mai stata così. Ad esempio se un vostro amico vi dice che ha ricevuto dei fiori da una ragazza, voi potete rispondere:

Da che mondo è mondo sono gli uomini a regalare fiori alle donne o sbaglio?

Quindi evidenzio ciò che sembra una stranezza dicendo ciò che è sempre avvenuto finora, ciò che sembrava una regola che invece adesso non è stata rispettata.

Si usa anche in forma di domanda:

Ma da che mondo è mondo le ragazze regalano fiori ai ragazzi?

Potete scegliere se dire la stranezza (e allora fate la domanda) oppure sottolineare la regola (allora non è una domanda).

La frase somiglia anche ad un’altra espressione che abbiamo già visto insieme: “da quando in qua“, che però si usa solo sotto forma di domanda quindi bisogna sempre sottolineare la stranezza:

Da quando in qua sei tu a lavare i piatti a casa?

Inoltre quest’ultima espressione, rispetto a !da che mondo è mondo”, si solo per confronti dello stesso tipo, riferita quindi ad abitudini personali ad esempio.

Quindi ad esempio se inizio a fumare all’improvviso, tu potresti dirmi:

Da quando in qua fumi?

In tutte e due le espressioni comunque c’è il senso del tempo che passa: “da quando il mondo è mondo” significa in pratica “da sempre” mentre “da quando in qua” significa da un momento qualsiasi nel passato fino ad oggi. Qua sta per “oggi”, “adesso”.

Va bene, adesso vi saluto. Però ripassiamo adesso ok? Ci sono alcuni membri dell’associazione che hanno qualcosa da dire, e useranno alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Questo è fondamentale per ricordarle.

Ulrike: allora inizio io. Poi, via via, ascolterete tutti gli altri.
Lia: è arrivato il mio turno, e nessuno mi può impedire che io sia la seconda!
Carmen: Allora io sono la terza. Oggi stiamo facendo un ripasso all’insegna dei numeri ordinali.
Emma: L’importante è non darsi alla matematica, perché proprio non ci sono portata e capire la matematica non è alla mia portata!

378 Scalpitare

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Trascrizione

Giovanni: Avete fretta? Siete agitati? Siete irrequieti? Sapete che c’è un modo per dire tutte queste cose insieme e questo modo è legato anche a un comportamento specifico. Si può usare il verbo scalpitare.

Il verbo nasce per indicare quando i cavalli battono il terreno con gli zoccoli perché sono irrequieti. I cavalli manifestano la loro irrequietezza scalpitando.

Sono nervosi, agitati e probabilmente hanno voglia di correre, di sfogarsi.

Allora in senso figurato, questo verbo si utilizza (spessissimo) anche con gli esseri umani, quando danno segni di fremente impazienza, di viva irrequietudine.

E spesso questo accade quando si è in attesa di qualcosa, di qualcosa che accada, come se qualcuno dovesse darci una notizia o come se dovesse accadere qualcosa ma questa notizia non arriva ancora, o questo qualcosa non accade ancora, e noi non riusciamo a stare calmi.

Posso usarlo anche con gli animali ovviamente.

Posso dire ad esempio che il mio cane tutte le mattine scalpita per andare a fare la passeggiata: si mette davanti alla porta, inizia ad abbaiare, non sta fermo un attimo insomma e si vede chiaramente che ha voglia di uscire.

Posso quindi dire che gli ascoltatori di Italiano Semplicemente scalpitano tutti i giorni per ascoltare un nuovo episodio di Italiano Semplicemente. Allora eccoli accontentati anche stavolta. Ovviamente anche oggi non può mancare il ripasso quotidiano. Anche i miei membri scalpitavano per poterlo registrare il prima possibile.

Ulrike: persino io, che ho partecipato a molti ripassi finora, aspetto con ansia questo momento.

Olga: di per sé partecipare a questi ripassi non è molto impegnativo, ma dacché partecipo ho meno timidezza.

Sofie: io rivendico il diritto di terminare l’episodio con la mia voce anche se non ho niente da dire.

377 Essere portati

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https://youtu.be/UfkWDOWA4hU

Trascrizione

Giovanni: Chi ascolta Italiano Semplicemente vuole imparare o migliorare l’italiano, giusto? Ebbene, quanto tempo si impiega a fare dei progressi significativi?

Spesso si sente dire:

Per te è facile imparare le lingue perché ci sei portato.

In questo caso si fa riferimento a una predisposizione all’apprendimento di una materia, come a dire: il tuo cervello è fatto in modo tale da permetterti di imparare più velocemente.

Può darsi che questa teoria sia vera. Sicuramente ciascuno di noi è portato di più alcune materie e meno in altre.
Io ad esempio credo di essere portato in matematica. Si usa la preposizione “IN” ma anche “PER“.

Giovanni è portato in italiano

Francesca è portata per le lingue

Mario è portato nelle materie scientifiche che in quelle letterarie
La stessa cosa vale anche per i mestieri:

Giovanni è molto portato per i lavori di precisione.

Le persone portate in una materia specifica o a un lavoro imparano anche più facilmente quella materia e migliorano più velocemente.

Attenzione alla preposizione, perché se usate “A” il significato cambia:

Aver nascosto l’esistenza del virus ha portato ad una maggiore contagio

Italiano Semplicemente mi ha portato ad un alto livello di italiano

Questo mi porta a pensare che il verbo “portare” ha più significati

In questo caso si usa per esprimere una conseguenza, un risultato.

Quindi la preposizione usata ci aiuta a capire il senso, ma ci aiuta soprattutto l’uso del verbo essere. Quando usiamo il verbo essere quasi sempre stiamo parlando di una predisposizione.

Io sono portato nella matematica
Tu sei portata in italiano

Attenzione però, perché a volte è il contesto che ci aiuta a capire:

Sono portato in auto da casa fino in ospedale

In questo caso parliamo di trasporto: qualcuno mi sta portando in ospedale.

Ti sei portato in ufficio un libro

In quest caso è il libro ad essere portato, da te, in ufficio.

I militari si sono portati nel campo

In questo caso portare sta per andare, recarsi. Si usa il verbo “portarsi” Però c’è ancora essere, il verbo portare e “nel”, il che potrebbe portare a pensare che si sta parlando di predisposizione, ma è il contesto che ci aiuta a capire che la frase ha un altro significato.

Se non vi dispiace, adesso ripassiamo un po’ le puntate precedenti:

Lia: se vi dicessi che non sono portata nelle lingue?

Carmen: Davvero? Non si direbbe! Allora mi pare che a tuo modo hai saputo ovviare bene a questa tua mancanza!

Max Karl: Neanche io sono portato comunque. Lo studio da 10 anni ma a suo tempo Italiano Semplicemente non c’era.

Emma: un’importante defezione! Meglio tardi che mai!

376 Rispondere al vero

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Trascrizione

Giovanni: cos’è una risposta? Una risposta è qualcosa che viene dopo una domanda.

Solitamente sia la domanda che la risposta vengono date da una persona.

Una persona fa la domanda e l’altra risponde. A meno che non stiate parlando da soli…

Tra l’altro la risposta non è detto che corrisponda alla verità. Questo si potrebbe verificare.

Ma una risposta non può venire solamente dalla bocca di una persona ma anche da un fatto accaduto.

Quando si esprime un’opinione molto spesso è la realtà a rispondere. In questo modo si può verificare se la cosa che è stata detta si avvera. I fatti In questo caso vengono dopo.

Se invece prima ci sono i fatti e poi viene la nostra opinione, in questo caso posso usare l’espressione di oggi: rispondere al vero.

La frase è equivalente a corrispondere al vero, corrispondere alla verità, o anche rispondere a verità.

Il verbo rispondere, utilizzato in questo modo si usa molto spesso per indicare quando si appura (si verifica) la veridicità di qualcosa che viene detto.

I fatti, cioè la realtà, quando non si conosce, viene appurata, cioè verificata successivamente, cioè in un momento successivo. In queste occasioni potete usare rispondere al vero.

Ad esempio:

Una donna dice: credo di essere incinta!

Dovrò fare il test di gravidanza per verificare se la mia impressione risponde al vero.

Si tratta di un riscontro, si tratta di vedere se una cosa è vera. Normalmente, nel linguaggio di tutti i giorni, si usa sempre il verbo essere:

Questo non è vero!

Ciò che hai detto non è vero!

Vedremo se ciò che dicono è vero!

Più elegantemente potete usare “rispondere al vero”.

Questo non risponde al vero!

Ciò che hai detto non risponde al vero!

Vedremo se ciò che dicono risponde al vero!

Attenzione però:

Se solitamente usiamo sempre il verbo essere, sia che i fatti siano prima che dopo, se vogliamo essere più eleganti, raffinati e professionali possiamo usare rispondere al vero ma solo se la realtà è già esistente o già accaduta al momento delle parole.

Per capire perché si usa il verbo rispondere basta osservare che la nostra affermazione, le nostre parole è come se fossero una risposta: vengono dopo i fatti, e noi dobbiamo vedere, verificare, appurare, se corrispondono alla verità, cioè dobbiamo vedere se rispondono al vero.

Si usa normalmente in ambienti professionali, sopratutto nelle aule di tribunale, nei processi, a.anche in tutte le occasioni in cui è molto importante verificare se le parole pronunciate da una persona, che raccontano un fatto accaduto, sono vere.

Mamma, oggi non sono andato a scuola perché era chiusa!

La mamma, molto arrabbiata, potrebbe rispondere:

Cosa? Adesso telefono alla scuola vedremo se quello che hai detto risponde al vero!

Sapete che i membri dell’associaizone Italiano Semplicemente sono bravissimi e molto coraggiosi?

Ascoltate il seguente ripasso per verificare che ciò che ho appena detto risponde al vero:

Carmen: isto che hai messo in gioco il nostro coraggio non possiamo rispondere picche alla tua richiesta.

Ulrike: infatti, poi oggi mi sento particolarmente in vena di figuracce!

Irina: non sia mai! E comunque anche se fosse, prima o poi partecipare ai ripassi paga!

Rafaela: io non consento a chicchessia di criticarmi. Altrimenti lo prendo a mali parole. Altro che storie!

Sofie: smorziamo i toni però, altrimenti Giovanni non ci fa più ripassare.

Natalia: già, e la cosa interesserebbe tutti noi. Anche io che non ho detto niente di male ancora. Quindi state calmi.

Khaled: si direbbe che tu abbia voglia di discutere oggi.

Maria Lucia: calmi, calmi. Mi fa specie che abbiate tutta questa voglia di litigare. Tu poi che sei il membro pacifico per eccellenza.

Giovanni: siete tutti espulsi dall’associazione!

Rauno: lo sapevo che ci avrebbe cazziato!

Volere la botte piena e la moglie ubriaca

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Volere la botte piena e la moglie ubriaca è un famosissimo proverbio italiano che ci dice che non si può avere tutto dalla vita, soprattutto quando si vogliono cose che sono in netta contrapposizione tra loro.

Si usa la metafora della botte del vino. La botte è un grande contenitore che può contenere vino o olio.

Magari la botte del vino fosse sempre piena!

Però avere anche la moglie ubriaca è altrettanto desiderabile.

Ma delle due, una! Non possiamo avere sia la botte piena di vino sia la moglie ubriaca.

Dobbiamo scegliere!

Dobbiamo accontentarci, non possiamo avere tutto: o la botte piena, e nostra moglie sobria, oppure la botte vuota, ma nostra moglie ubriaca.

Nella vita è tutto una questione di scelte.

375 A mali estremi, estremi rimedi

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Giovanni: Dopo aver visto il significato e l’uso dell’espressione “in malo modo”, e dopo aver visto anche “prendere a mali parole”, oggi vediamo un’altra espressione in cui si utilizza il termine “mali” ma stavolta come sostantivo, Per questo motivo l’avevo lasciata come ultima espressione da spiegare.

A mali estremi, estremi rimedi.

E’ un famosissimo proverbio italiano.

L’espressione contiene il termine “mali” definendo questi mali come estremi: questo è l’aggettivo. I mali estremi rappresentano le situazioni negative estreme, cioè le situazioni negative più gravi. L’estremo, rappresenta la parte terminale di qualcosa, anzi direi più il punto limite, il massimo grado di qualcosa. Fisicamente, quindi in senso materiale si parla più di estremità, come le estremità di un bastone. In senso figurato si parla invece di estremi e solitamente in senso negativo:

la situazione è agli estremi

Cioè la situazione è molto grave, è al limite, siamo al massimo livello di gravità, è quasi impossibile rimediare

l’estrema unzione, che rappresenta il sacramento per coloro che sono in fin di vita, quindi alla fine della vita, cioè in punto di morte.

Allora i mali estremi rappresentano tutte le situazioni in cui c’è un male, cioè qualcosa di negativo, quasi irreparabile. Non c’è quasi più nulla da fare per porre rimedio a queste situazioni, se non un estremo rimedio.

Il secondo “estremi” è però un aggettivo: gli estremi rimedi. Quindi sono i rimedi che devono essere estremi.

Cosa significa? Significa che in certe situazioni di particolare gravità, è indispensabile cercare ogni mezzo, ogni rimedio, ogni soluzione utile a risolverla in positivo. Se il male è estremo, anche il rimedio dev’essere estremo. Come a dire che quando la situazione è molto difficile, non bisogna molto stare a pensare alle soluzioni ed alle eventuali conseguenze negative di queste soluzioni.

Ad esempio:

Il virus si sta diffondendo rapidamente. L’unica soluzione è la chiusura di tutte le attività. A mali estremi, estremi rimedi.

Anche le Olimpiadi, meglio farle a porte chiuse che non farle per niente, no? A mali estremi, estremi rimedi.

In latino si parla anche di extrema ratio. Mai sentita questa locuzione latina? Si usa molto anche nell’italiano corrente ovviamente, altrimenti non ve la parlerei. L’extrema ratio è proprio la soluzione estrema.

Un altro esempio: avete un pollaio in giardino e c’è anche un bel gallo, che canta tutte le mattine. Questo gallo però dà fastidio ai vicini che si lamentano e minacciano di denunciarvi.

Le avete provate tutte le soluzioni ma non hanno funzionato:

Avete provato a dargli più attenzione, avete provato ad eliminare gli altri galli dal pollaio, avete provato a fargli venire il raffreddore, senza riuscirci. Alla fine resta solo una soluzione, che non è uccidere il gallo: gli esperti consigliano di insonorizzare il pollaio, in modo che il canto del gallo non si senta dall’esterno. A mali estremi, estremi rimedi.

La locuzione latina è “Extremis malis, extrema remedia“.

Esiste anche di conseguenza anche in altre lingue, e vi faccio ascoltare alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Anthony (Stati Uniti): Desperate times call for drastic measures

Ulrike (Germania): Außergewöhnliche Situationen erfordern außergewöhnliche Maßnahmen.

Rafaela (Spagna): A grandes males, grandes remedios

Komi (Congo): Aux grands maux, grands remèdes

Maria Lucia (Brasile): Para grandes males, grandes remédios

Sofie (Belgio): Uitzonderlijke tijden vereisen uitzonderlijke maatregelen

Irina (Russia):
Отчаянные времена требуют решительных мер.

Rauno: “Kova tauti vaatii kovat lääkkeet”

Oggi niente ripasso, perché l’episodio è già molto lungo. A mali estremi estremi rimedi.

Giovanni: Dunque, per concludere, se il vostro italiano non vuole proprio migliorare, non resta che iscriversi all’associazione Italiano Semplicemente. A mali estremi, estremi rimedi!

374 prendere a mali parole

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Trascrizione

Buongiorno a tutti,
Allora, l’espressione di oggi, come vi avevo anticipato nell’ultimo episodio dedicato al termine malo, è una espressione che utilizza il plurale di malo: mali.

Parliamo sempre di aggettivi non di sostantivi.

Viene utilizzato il termine mali nella frase: prendere a mali parole, oppure pigliare a mali parole.

Per quanto riguarda prendere e pigliare, spesso pigliare si usa al posto di prendere senza problemi.

Per quanto riguarda la spiegazione della frase: prendere a mali parole, ebbene, dobbiamo capire cosa sono le mali parole.

Il termine mali è un aggettivo che qualifica “le parole” in questo caso.

Ebbene, le mali parole non possono altro che essere brutte parole, cattive parole, parole negative.

Quando si parla di mali parole, in realtà si parla di insulti.

Notate come prendere a mali parole ha qualcosa a che fare con prendere a schiaffi.

Quando si prende a schiaffi una persona si sta picchiando questa persona, si stanno dando degli schiaffi, quindi si tratta di procurare un male fisico.

Mi ha preso a schiaffi vuol dire che mi ha dato degli schiaffi.

Gli schiaffi sono delle botte con la mano aperta sulle guance, ma “prendere a” si usa anche in un altro modo, evidentemente, quindi in questo caso “prendere a mali parole” è simile a “prendere a schiaffi” solo che queste “mali parole” non sono un atto fisico, non sono dei pugni, non sono degli schiaffi.

Si dice anche “prendere a pugni“, es:

Mi ha preso a pugni

cioè:

Mi ha dato dei pugni.

Allora, prendere a mali parole vuol dire mi ha detto delle parole cattive, mi ha detto delle brutte parole.

É soltanto un modo abbastanza educato ed elegante per dire “ha cominciato insultarmi”, “mi ha detto un sacco di parolacce”, “se l’ha presa con me”, “si è rivolto a me in malo modo”, ma non è detto che si tratti di insulti, quando si risponde in malo modo.

Quando ci si rivolge ad una persona in malo modo, quando si risponde in malo modo. Quando si risponde in malo modo non è detto che si insulti.

Non necessariamente, ma prendere a mali parole significa proprio questo: insultare.

Quindi se non si vuole dire in altri termini che una persona ha iniziato ad insultarne un’altra o a dire un sacco di parolacce ad una altra si vuol dire che questa persona si è presa a mali parole con una altra persona.

Posso fare degli esempi:

sono entrato ad un negozio senza mascherina e il commesso mi ha preso subito a mali parole

oppure:

ho visto due persone che si prendevano a mali parole; perché stavano litigando su chi dovesse per prima entrare in un negozio.

C’era la fila, allora questi due ragazzi si sono presi a mali parole.

In genere si usa questa espressione, quando si racconta qualcosa.

Mi ha preso a mali parole. Sono stato preso a mali parole.

Si può anche mettere per scritto, anche per una comunicazione ufficiale.

Non capisco perché sono stato preso a mali parole dal mio collega.

ad esempio.

quindi si intende dire chiaramente che si é stati insultati, quindi è stato commesso non dico un reato, ma comunque ci si è comportati male. Qualcuno mi ha insultato. Sono stato offeso.

Si parla di offese o di insulti, quindi si parla di parolacce.

Certo, non si parla di un comportamento educato e gentile.

Educati e gentili come sono sempre i miei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Anziché prendere a mali parole per la durata eccessiva di questi episodi solitamente si impegnano molto per fare delle frasi di ripasso come quelle che ascolterete immediatamente.

Sofie:
Passi che tira vento di brutto, passi che piove a dirotto, che poi però mi sono beccata un raffreddore è veramente troppo.

Emma:
Mah… Il tempo è quello che è. Per la cronaca sono proprio insofferente alle continue lamentele sul tempo.

Ulrike:
Ma dai, quale risposta sgarbata ad un’amica che le gira male. Davvero un malo modo di rispondere.

Khaled: Sofie, fai di necessità virtù, resta a casa e ripetiti qualche puntata della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”. Ma soprattutto abbi cura di te.

Le meraviglie di Roma: Palazzo Venezia

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Oggi parliamo di Palazzo Venezia, un palazzo di Roma, che si trova a Roma, e non a Venezia. Precisamente si trova a Piazza San Marco, proprio vicino a Piazza Venezia Siamo proprio al centro di Roma.

Se dite al navigatore satellitare di portavi a Roma vi porterà esattamente a Piazza Venezia. E’ lì che inizia via del Coro, la via dello shopping, e siamo anche molto vicini al Pantheon di cui abbiamo già parlato, a Fontana di Trevi ed a molte altre bellezze di Roma.

Ma perché questo palazzo si chiama così, col nome della città di Venezia?

Il palazzo fu costruito tra il 1455 e il 1467 ma nel 1564 papa Pio IV dona il palazzo alla Repubblica di Venezia per utilizzarlo come sede dei suoi ambasciatori ed oratori presso la Santa Sede. A questo si deve il nome.

Ma perché io oggi voglio parlarvi di Palazzo Venezia?
Per conoscere un po ‘ di storia innanzitutto ma soprattutto per ascoltare qualcosa di piacevole di tanto in tanto, nella speranza che nel frattempo ci sia modo di spiegare qualcosa della lingua italiana.

Dunque, per costruire questo palazzo è stato utilizzato del travertino proveniente dal Colosseo e dal Teatro di Marcello.

Oggi non faremmo mai una cosa del genere!

Comunque il palazzo è uno dei primi e più importanti edifici civili della Roma rinascimentale. E’ considerato la più grande opera civile del’400 romano.

Si parla del rinascimento, e il Rinascimento a Roma copre il periodo che va dagli anni quaranta del Quattrocento, fino alla prima metà del Cinquecento, quando la città papale (cioè Roma) fu il più importante luogo artistico del mondo, con maestri quali Michelangelo e Raffaello. Notate che ho utilizzato “quale” e non “come”. Vedete l’episodio in cui spiego il motivo di questa scelta. E’ il n. 200 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Quindi l’architettura è quella del rinascimento romano, e del Colosseo non ha soltanto il travertino (che è una roccia molto dura). Infatti la costruzione del palazzo si ispira in parte anche al Colosseo, e questo si nota osservando ad esempio il cornicione ed altri elementi architettonici. Il cornicione è il nome che si dà alla parte esterna della pizza, quella che solitamente si brucia un po’, ma in architettura è la parte più alta di un edificio. Il cornicione in questo caso sporge un po’ rispetto all’edificio.

Palazzo Venezia era talmente importante che persino Mussolini, il Duce, pose la sede del quartier generale. Il balcone di Palazzo Venezia è proprio quello da cui lo stesso Mussolini fece la dichiarazione di guerra alla Francia e al Regno Unito e, di conseguenza, decretò l’entrata in guerra dell’Italia. Era il 10 giugno 1940. Ho usato la parola “persino” ma avrei potuto usare “perfino” con lo stesso significato. Ne abbiamo parlato nell’episodio n. 367.

FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO - MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA
FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO – MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA – Fonte

Pensate che la luce di questa stanza del Palazzo non veniva mai spenta in quegli anni perché si voleva dare il messaggio che che il governo non riposava mai.

Notate che quando si parla di Palazzo Venezia si usa la preposizione “di” e non si può dire “del palazzo Venezia”.

Se diciamo il nome, allora dobbiamo usare “di“. Invece se non diciamo il nome, allora dobbiamo usare “del”, ad esempio: la proprietà del palazzo è cambiata, l’immagine del palazzo è stata ristrutturata, eccetera. Questo ovviamente non vale solamente per palazzo Venezia.

Comunque, prima si Mussolini, quel balcone era famoso per un’altra ragione.

Papa Paolo II scelse Palazzo Venezia come sua residenza e dallo stesso balcone (siamo nel ‘400) osservava le corsa dei cavalli che si svolgevano lungo tutta via del Corso Queste corse si svolgevano tradizionalmente durante il periodo di Carnevale (fonte).

Insomma, il balcone più famoso del mondo, forse secondo solo a quello di Romeo e Giulietta che si trova a Verona.

Ah, dimenticavo: Palazzo Venezia ospitò anche un concerto di Mozart quando aveva solo 14 anni. Quanti spettatori? Oggi conta molto il numero dei followers (o seguaci, in Italiano) e il numero delle persone in generale. Ma in quel caso furono in pochi ad assistere al concerto. Ma c’era il Papa tra questi. Non so se rendo… Questa espressione però ancora non l’ho spiegata. Si usa per esprimere, con falsa modestia, una virtù, o la grandezza.

Come a dire: sono riuscito a rendere l’idea? Non so se ci sono riuscito. Molto più brevemente: non so se rendo!

Questo episodio comunque finisce qui, un saluto da Giovanni di Italiano Semplicemente. Avete capito bene, sono prorpio io, Giovanni. Non so se rendo! (Scherzo naturalmente!)

373 In malo modo

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Trascrizione

in malo modo

Ciao a tutti, io sono Giovanni di Italiano Semplicemente e mi auguro che stiate tutti bene. L’ultima cosa che desidero è che voi stiate male.

Tranquilli, non è una lezione sul congiuntivo. Non voglio essere trattato in malo modo.

Questo breve episodio riguarda invece il termine malo, che si utilizza solamente nella locuzione “in malo modo”.

Malo modo. Ma cosa significa?

Il modo indica una modalità, mentre malo, molto simile a male, indica un modo sbagliato, un modo negativo, un modo cattivo. È un aggettivo.

Significa cattivo, cioè un modo negativo, sbagliato dal punto di vista della morale, della convenienza, dell’opportunità. Questo termine si usa praticamente solamente nella locuzione “in malo modo”.

Ad esempio:

Ho salutato mio fratello ma lui mi ha risposto in malo modo.

Mio fratello mi ha risposto in un modo scortese, usando un tono duro, maleducato, usando magari parole offensive.

Giovanni mi ha trattato in malo modo.

In fondo è come dire che Giovanni mi ha trattato male, ed anche nel caso precedente si può dire “rispondere male”.

Posso anche dire:

Trattare in mal modo

Rispondere in mal modo.

In pratica si toglie l’ultima lettera.

Il senso è sempre lo stesso:

Mi ha trattato in un modo che non mi è piaciuto.

Mi ha risposto usando un tono sbagliato, troppo duro, senza usare delicatezza.

Il femminile di malo o mal è “mala”, che si usa in pochissimi casi: la malavita, anche detta semplicemente “la mala”, la malafemmina, la malasorte. Sono però tutte parole uniche dal senso sempre negativo.

Le Malefemmine sono le prostitute, la malasorte è la sfortuna, la malavita o mala è la criminalità organizzata, più nota col termine di mafia, ma a dire il vero malavita è più generico di mafia, che si riferisce ad una precisa organizzazione mafiosa, criminale.

Dunque ricapitolando, un o il malo modo si può usare e si usa comunemente quando si è trattati male, in modo sgarbato, con parole dure, con maleducazione. Quando si usano questi modi, si dice anche che sono stati utilizzati “mali modi”, che sono modalità comportamentali negativi moralmente inaccettabili, incivili, maleducati, sgarbati.

Si usa anche il plurale dunque:

Ma che mali modi sono questi?

Se qualcuno ti tratta male, si può rispondere proprio in questo modo per lamentarsi:

Ma che modi!

Che mali modi!

Il malo modo però si usa anche col lavoro, per descrivere qualcosa fatto in malo modo.

In tal caso la negatività si riferisce non alla morale ma alla qualità del lavoro, alla qualità dell’opera compiuta. Diciamo che generalmente se qualcosa viene fatto in malo modo ci si riferisce non solo alla qualità, ma si sta dando anche un giudizio negativo sulla volontà o sulla competenza, o sulla scarsa voglia di fare qualcosa.

Si può governare in malo modo, si può suonare in malo modo eccetera. È sempre un giudizio negativo.

Al plurale si usano anche “le mali parole” ma questo lo spieghiamo nel prossimo episodio. Poi ci sono anche i “mali estremi”, che vediamo tra due episodi.

Adesso ci aspetta un ripasso coi fiocchi:
Irina: ciao ragazzi, avete visto che anche Trump ha il Covid?
Maria Lucia: ma dimmi tu, veramente?
Komi: pur di stare a centro dell’attenzione cosa non farebbe?
Anthony: non scherziamo, però sicuramente il suo atteggiamento ha pagato. Nel senso negativo del termine.
Rafaela: gli addetti ai lavori l’avevano avvisato: distanza ed igiene sono importanti. Devi darti una regolata.
Olga: non è facile quando si incontra tanta gente, poi siamo anche a ridosso delle elezioni.
Max: se la saprà giostrare bene ugualmente. Vedrete.

Fare ciao

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Ciao, chi non conosce questo saluto informale?

Ma sapete che non si usa solo in questo modo che tutti conoscono.

Il verbo salutare è interessante perché sapete che ai bambini, molto spesso, non si dice di salutare, e neanche di dire ciao. Ai bambini piccoli si dice invece di “fare ciao”.

Fai ciao con la manina!

Fai ciao a zia Giuseppina.

Fai ciao al cuginetto, dai!

Questo è un invito a salutare che si usa esclusivamente con i bambini molto piccoli, più o meno fino a 4 o massimo 5 anni.

“Fai ciao”, cioè muovi la manina.

Infatti “fare ciao” indica un gesto di saluto ottenuto aprendo e chiudendo la mano oppure agitando la mano.

Non è finita qui, perché ciao si usa anche per indicare la fine di qualcosa.

Es:

Un giorno ho deciso che volevo cambiare lavoro e allora ho detto ciao.

Cioè: mi sono licenziato, ho lasciato per sempre il lavoro. Ho salutato, potrei dire, il mio lavoro.

È proprio la conclusione definitiva di qualcosa, senza ritorno. Una fine sicura al 100%.

Mi sono innamorato di un uomo e da quel giorno ciao ciao matrimonio!

Ho inocontrato una brasiliana bellissima e ciao ciao Italia!

Luigi si è stancato della moglie e dopo 20 anni di matrimonio ha incontrato un’altra donna e ciao.

Ovviamente è una metafora del saluto, perché ciao si usa sia quando ci si incontra, sia quando ci si lascia, cioè sia nell’inconttarsi che nell’accomiatarsi. Il saluto di commiato è proprio quando ci si allontana, ci si lascia, magari solo per rivederci il giorno dopo, non certo mai più. Si usa anche “congedarsi” nelle stesse circostanze. Infatti il congedo è più o meno come il commiato.

Così per dare enfasi ad un addio definitivo molto spesso usiamo, sempre informalmente, la parola ciao.

Poi in questi ultimi tempi si usa anche dire “ciaone“, che sarebbe un grande ciao, ma ciaone è andato in uso solamente quando si prova un sentimento di rivalsa contro qualcuno, come a manifestare un odio o come minimo una rivalità. Si usa anche ironicamente.

Dire ciaone pertanto è giudicato più che un saluto affettuoso, direi una presa in giro, quasi un insulto a volte. Si può usare contro gli avversari sconfitti per prenderli in giro.

Tipo:

La polizia mi ha inseguito ma io sono riuscito a scappare perché la mia macchina andava più veloce. Un ciaone alla polizia.

Come a dire: ho vinto io!

Proprio per questo uso un po’ irriverente, irrispettoso e quasi volgare direi, a me non piace per niente questo “ciaone”.

Ma dacché si usa piuttosto spesso recentemente ho voluto parlarvene.

Io quindi non vi dirò mai ciaone ma sempre solamente ciao 🖐️!

372 Il lavoro paga

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il lavoro pagaTrascrizione

Siamo arrivati all’episodio n. 372 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”. E’ una grande fatica fare tutti questi episodi ma speriamo che il lavoro pagherà.

Già perché se il lavoro paga, significa che lavorando si ottengono risultati.

Funziona come nella lingua inglese, quindi non farete grossi sforzi per comprendere questa espressione.

Si usa abbastanza spesso nella lingua italiana e a dire il vero non è solo il lavoro che paga. Anche lo studio paga, anche gli sforzi pagano, ed anche gli esercizi fisici pagano, l’onestà paga.
Sono tutte cose, diciamo tutte attività, tutti comportamenti che portano, prima o poi a dei risultati. Qualsiasi tipo di risultato: al lavoro, in palestra eccetera.

Qualcuno potrebbe dire che esiste anche il, verbo “ripagare“, ed anche “appagare“, molto simili a “pagare” in questo caso. Ovviamente non si parla di denaro.

Il verbo ripagare è interessante. Si usa quando c’è uno scambio, tipo “non so proprio come ripagarti per questo regalo che mi hai fatto” oppure “per tutto l’affetto che mi dai, ti ripagherò con un sacco di regali, o di baci”. Anche in questo caso non parliamo di soldi. Almeno non è necessario.
Ma il verbo “appagare” lo è ancora di più, perché quando dico che “il lavoro paga” mi riferisco ai risultati del lavoro, che vanno a compensare gli sforzi fatti. Se invece dico che il lavoro che faccio è appagante, voglio dire che io mi sento soddisfatto, questo lavoro mi dà soddisfazione, mi rende pago, sono soddisfatto. A volte sta per “accontentarsi“, quindi indica il raggiungimento o il mancato raggiungimento di una soglia minima di soddisfazione.

Si dice anche così: “rendere pago”, “essere pago”.

Vediamo qualche esempio

Non sono ancora pago, voglio di più, voglio ancora più baci da te!

In questo caso c’è una mancata soddisfazione.

Giovanni è pago dell’amore ricevuto

Quindi Giovanni è soddisfatto, Giovanni è appagato dell’amore ricevuto, si sente appagato, soddisfatto, si sente pago.

Attenzione alla preposizione:

Sono pago dell’amore ricevuto

Sono appagato dall’amore ricevuto.

Dunque: “il lavoro paga” è abbastanza simile a “il lavoro è appagante”, ma nel primo caso il lavoro permette di ottenere risultati, quindi l’attenzione sta sui risultati.

Se un lavoro è appagante invece significa che l’attenzione sta sui miei sentimenti, sulla mia soddisfazione, sui risultati che il lavoro ha su di me.

C’è una differenza dunque. Molte persone fanno lavori non appaganti per loro, nel senso che non gli piace quel lavoro, ma nonostante questo ottengono risultati, quindi quel lavoro, pur non essendo appagante, paga ugualmente. Quindi in questo caso il lavoro paga ma non appaga.

A questo punto mi domando: il lavoro ripaga?

Io direi di sì, perché “ripagare” è legato alle ricompense, agli scambi. Se diciamo che paga mi riferisco ai risultati in generale, e questa è una massima, quasi un proverbio. Se diciamo che appaga stiamo dicendo che ci sentiamo soddisfatti e gratificati, e se diciamo che ripaga sto parlando dei risultati confrontati a ciò che abbiamo dato noi, agli sforzi, ai sacrifici, alla fatica. Quindi ripaga gli sforzi, ripaga la fatica.

Quindi il lavoro paga sempre, appaga ma non sempre, e si spera anche che ripaghi.

Se vi sentite appagati da questa spiegazione, potreste fare una donazione a Italiano Semplicemente. In questo modo mi sentirei ripagato del tempo che dedico al sito e sarei pago della soddisfazione che ne deriva. Siccome però non mi sento ancora pago di questo episodio, facciamo un ripasso finale grazie all’aiuto di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Emma: Ciao ragazzi,mi sono appena smarcata da un impegno, quindi eccomi qui. Posso chiedervi una cosa?
Ulrike: dai, ti ascoltiamo! Che aspetti?
Lia: Ma dimmi tu se questo è il modo di rispondere. Non ci fare caso. Il problema è che non ha ancora ascoltato l’episodio n. 369, dedicato alle risposte educate.
Anthony: E per giunta sembrava pure che avesse fretta!
Carmen: meno male che questo è solo un ripasso, altrimenti questa discussione avrebbe preso una brutta piega!

371 Addetti ai lavori

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Chi sono gli addetti ai lavori?

Addetti ai lavori
Allora, per capire bene chi siano questi individui, vi faccio vedere un cartello, uno di quei cartelli che indica il divieto di accesso all’interno di un’area in cui si stanno facendo dei lavori di costruzione o ristrutturazione. Un’area in cui nessuno può entrare, perché è pericoloso. Nessuno può entrare, tranne gli addetti ai lavori. Questo c’è scritto sul cartello: Divieto di accesso ai non addetti ai lavori.
Quindi gli addetti ai lavori sono coloro che lavorano in quell’area, coloro che si stanno occupando della costruzione o distruzione o ristrutturazione dell’edificio, della strada eccetera.
Gli addetti, in generale, sono persone che hanno una responsabilità su un certo settore, sono persone alle quali è stato assegnato un determinato compito o ufficio. Loro sono i responsabili.
Chi è l’addetto alla manutenzione di questa stampante?
Questa persona è la persona incaricata di questa mansione, di questo compito. é un termine che si usa esclusivamente in un ambiente di lavoro, quindi adatto a descrivere una mansione specifica se parliamo di quella persona che deve fare quel lavoro.
Si legge spesso anche negli ospedali, dove su alcune porte c’è scritto: “vietato l’ingresso ai non addetti”. Spesso non c’è neanche biusogno di aggiungere la parte finale “ai lavori”, perché è scontata
In realtà “gli addetti ai lavori” o più semplicemente gli addetti si usa in senso più ampio,
Si usa infatti anche per indicare chi ha una particolare competenza in un determinato campo. Si tratta di un gruppo ristretto ed esclusivo, specie in un ambito professionale:
Questa riunione è solo per gli addetti ai lavori
Questo libro è troppo complicato e solo gli addetti ai lavori lo possono capire
Un linguaggio che solo gli addetti ai lavori capiscono
La legge sulla sicurezza è stata fatta, adesso tocca agli addetti ai lavori farla rispettare
E’ grazie I medici e gli addetti ai lavori di tutta Italia che il Covid non si sta diffondendo così tanto.

Adesso ripassiamo con Doris:

Doris: Devo darmi una regolata perché di recente non ho seguito le sette
regole d’oro di Italiano Semplicemente
in pieno e come si deve.

Comunque, adesso mi cimento
a scrivere qualche riga pur di
praticare ed ovviare alla tendenza che ho a dimenticare. Non sto parlando a vanvera, ma piuttosto sto cercando di rispolverare tutto quello che si è già ancorato nel cervello. Queste espressioni già imparate sono tutte presenti nella mia testa ma quando provo ad usarle spesso mi accorgo che qualcosa mi è sfuggito.
Ovviamente non voglio che passino
in cavalleria
 in men che non si dica. Nella vita quotidiana  la prontezza di parola è imprescindibile in tutti gli ambiti ma solo ciò che abbiamo ripetuto assai spesso, viene in mente immediatamente: r e p e t i t a   i u v a n t, appunto!
Allora dovremmo tutti ripetere per poi essere capaci di usare le espressioni al
bisogno. Senza questo lavoro aggiuntivo, è sempre difficile trovare
l’espressione giusta nel momento giusto, ivi inclusi i modi di dire, i proverbi, le esclamazioni eccetera.

Proverbi italiani: Chi semina vento raccoglie tempesta

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Chi semina vento raccoglie tempesta.

Un proverbio che invita a comportarsi bene nella vita, invita a fare del bene al prossimo. Perché chi si comporta male, che nel proverbio viene indicato come colui che “semina vento”, raccoglie tempesta, quindi chi fa del male riceverà un danno maggiore di quello arrecato.

Seminare e raccogliere: Si usa il linguaggio dell’agricoltura: si semina il seme, cioè prima si pianta il seme nel terreno, poi si raccoglie il frutto dalla pianta che uscirà dal terreno.

Quindi se provate a seminare del vento (vi invito a provare!) vedrete che il frutto sarà quello della tempesta, cioè pioggia e vento insieme (un frutto molto amaro!!). Comportatevi bene!

370 Ma dimmi tu!

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Lo stupore è una delle sensazioni più adatte per essere rappresentate da una espressione o locuzione o esclamazione.

Abbiamo già visto alcune espressioni in questa rubrica, ad esempio “ma come si fa!”, “pensa un po’”, “ma ti pare!”, “ma guarda tu”. Spesso compare “ma” davanti.

Oggi ve ne propongo un’altra abbastanza simile: ma dimmi tu!

Questa espressione si può usare in due modi diversi.

Prima di tutto facendola seguire da un “se” di condizione. Questo accade quando si sta esponendo un fatto a qualcuno. Altre volte si può trovare “che”, “cosa” o “come”, dipende dal contesto.

Es:

Ma dimmi tu se devo scendere dell’autobus perché un tizio non portava la mascherina!

Quindi c’è un tizio, cioè una persona qualsiasi che non conosco, uno che ho incontrato sull’autobus, che non portava la mascherina, quando invece era obbligatorio farlo. Ed io mi sono visto costretto a scendere dall’autobus per sicurezza.

Questo è veramente qualcosa di inaccettabile, non è vero?

Non è affatto giusto!

Allora quando racconto questo fatto ad una persona manifesto il mio sentimento di stupore per quanto accaduto, e anche di disapprovazione, con sdegno volte.

L’espressione è assolutamente analoga a “ma guarda tu” e le altre dette sopra.

È un modo per condividere questo sentimento negativo: stupore e disapprovazione.

Ma dimmi tu come è possibile!

Si può usare anche “voi” se si parla con più persone:

Ditemi voi se questo vi sembra giusto.

In realtà sebbene sembri una domanda, è più una specie di sfogo, una reazione istintiva. Non è una vera domanda. Infatti si può rispondere allo stesso modo: attenti al tono.

Ma dimmi tu!

Il secondo modo per usare l’espressione è proprio questo, per esprimere solidarietà verso qualcuno che ci ha appena raccontato qualcosa che suscita stupore e disapprovazione. Quindi la nostra è una risposta che significa: condivido il tuo sentimento di disapprovazione:

Ma dimmi tu!

Una vera esclamazione dunque.

Adesso ripassiamo qualche puntata precedente:

Mariana: sono spesso combattuta ogni volta che vado a votare, sapete?

Rafaela: Vuoi che non ti capisca? Per me è la stessa cosa, anche perché non mi interesso più di tanto di politica. Ne sono un po’ insofferente. Dovrei fare mente locale per ricordare cosa ho votato l’ultima volta.

Irina: a proposito, nel mio paese siamo a ridosso delle elezioni! Ma se mi gira quest’anno neanche ci vado a votare!

369 Rispondere con educazione

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Quando ti fanno una domanda, tipo:

Giovanni, posso dirti una cosa?

Si può rispondere in vari modi. Spesso si risponde con un’altra domanda, tipo:

Che vuoi?

Questa sicuramente è una domanda. Ma che tipo di domanda è?

È una domanda maleducata.

È una domanda che denota maleducazione, una domanda che può essere posta in modo molto più educato e cortese

Dimmi.

Questa semplicissima parola è il modo più diffuso per dimostrare disponibilità a rispondere.

In genere non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, a meno che non sia:

Scusa, puoi aspettare un attimo?

Come posso aiutarti?

Generalmente però si risponde in questo modo:

Si, dimmi!

Dimmi pure!

Certo!

Ovviamente!

Naturalmente!

Come posso aiutarti?

Sono tutt’orecchi!

Questi sono tutti segnali di apertura e disponibilità.

Poi ci sono anche altre risposte che a me non piacciono molto, tipo:

Che problema c’è? (della serie: non mi scocciare!)

Ti ascolto! (della serie: dai, parla, sentiamo che hai da dire).

Veloce però! (della serie: non ho tempo da perdere!)

Cosa c’è?

Che c’è? (della serie: che motivo c’è di interrompere la mia quiete!)

Ma la risposta peggiore è sicuramente:

Che vuoi?

Della serie: perché mi disturbi? Che c’è di così importante?

Ripasso:

Khaled (Egitto) – Potrei partecipare ad una frase di ripasso?
Anthony (Stati Uniti) – Prego, lungi da noi dall’impedirtelo!
Ulrike (Germania) – Non fosse altro che per dare la stessa possibilità a tutti i membri. Ed io sono per la democrazia, tra l’altro.
Xiaoheng (Cina) – Mi raccomando, dobbiamo essere tutti concisi.
Mariana (Brasile) – Allora voglio dirvi una cosa che non è priva di fondamento: non avremo il vaccino del corona-virus prima di qualche mese ancora!
Rauno (Finlandia) – Vado a dirlo al mio dirimpettaio, che è convinto che ci sia già!

Ogni scarrafone è bello a mamma sua

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Ogni scarrafone è bello a mamma sua è un proverbio italiano famosissimo nato in Campania, una regione del centro-sud dell’Italia.

Il significato?

Lo scarrafone è il nome dialettale dello scarafaggio, un insetto dall’aspetto sicuramente poco piacevole.

Poco piacevole? Diciamo pure schifoso.

Questo è l’aggettivo che si addice maggiormente ad uno scarafaggio.

Ma questo non è certo il parere della madre, la mamma dello scarafaggio, che amerà suo figlio come ogni madre.

Allora l’insegnamento del proverbio è proprio questo:

L‘amore di una mamma per i propri figli è immenso e incondizionato. Non chiedete ad una mamma se le piace suo figlio perché:

Ogne scarrafone è bell’a mamma soja

Questo è il proverbio originale in lingua napoletana.

Anche la persona dall’aspetto più brutto è bello per sua madre, qualsiasi persona, anche la più brutta appare bella alla propria mamma.

368 A ridosso

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Giovanni: quello di oggi è un episodio dedicato al, termine “ridosso“.

Si usa molto spesso nella lingua italiana, e quando si usa, si trova quasi sempre accompagnato dalla preposizione “a”: a ridosso.

Intanto vi faccio notare che ridosso somiglia ad un altro termine: addosso, che significa molto vicino, o anche sopra.

Non mi stare così addosso!

Questa frase significa non mi stare così vicino. C’è un senso di fastidio anche, di vicinanza fastidiosa dunque. Quando una persona sta addosso ad un’altra, può significare diverse cose: che sta sulle spalle di questa persona, o che gli sta molto vicino, tanto da dar fastidio, o che lo sta incalzando continuamente per ottenere qualcosa. Anche qui c’è il senso di fastidio.

Possa anche usare addosso al posto di indossare (simile anche nella pronuncia), con i vestiti o con uno zaino:

Il ragazzo ha addosso un paio di pantaloni e una maglietta bianca

Aveva uno zaino addosso

In questi casi si usa anche indosso:

Il ragazzo ha indosso solo pochi stracci.

Comunque parlavamo di ridosso, simile a addosso, nel senso che anche ridosso si usa per indicare una vicinanza, e la cosa curiosa è che spessissimo si usa per indicare una vicinanza temporale. Non c’è il senso del peso materiale.

Quindi una vicinanza temporale ma anche semplicemente una vicinanza.

Vediamo come si usa:

Quando ero all’università io iniziavo a studiare solo a ridosso del giorno dell’esame.

Quindi “a ridosso di” significa che siamo molto vicino, che manca poco tempo.

Quando ero all’università io iniziavo a studiare solo qualche giorno prima del giorno dell’esame.

Questa è una frase assolutamente equivalente, ma meno elegante.

Sta iniziando a fare freddo, ormai l’inverno è a ridosso

Quindi l’inverno è vicino.

Notate che c’è ancora un senso di fastidio, qualcosa che sta arrivando e che potrebbe dare fastidio, qualcosa di inevitabile e incombente:

Il ladro aveva tutti i poliziotti a ridosso.

Qui c’è chiaramente il senso di qualcosa di incombente, che sta per accadere, vicino e inevitabile.

Non sempre però c’è fastidio:

Il mio giardino si trova a ridosso di un precipizio.

In questo caso c’è solo la vicinanza, e questa vicinanza in questo caso è spaziale, non temporale. In effetti “addosso” si usa più con le persone che danno fastidio o incalzano.

Comunque a volte si usa ugualmente quando si ha ansia per un giorno che sta arrivando.

Stiamo a ridosso del Natale non abbiamo ancora fatto i regali!

Esiste per dirla tutta, anche il verbo addossare, che si usa solo con le colpe, è analogo a “dare” o “attribuire“:

Non mi addossare la colpa, non sono stato io, capito?

Qualche secondo fa stavamo a ridosso dei due minuti, ora direi che li abbiamo ampiamente superati.

Ma non addossate la colpa a me, la colpa è del termine “ridosso”, che necessita di essere spiegata bene.

Adesso ripassiamo:

Doris (Austria): Me la sono pigliata con me stessa stamattina, più di quanto poteste immaginarvi, tutto solo perché mi sono svegliata troppo tardi. Per giunta non sono riuscita a guadagnare tempo. Avrei fatto di tutto pur di riuscire a prendere l’autobus. Anche perché pioveva a dirotto!
A stizzirmi ancora di più ci ha pensato una mia amica, che non capiva il motivo della mia arrabbiatura.
Meno male che non mi sono presa la febbre ma la mia faccia aveva comunque talmente tanto rossore che mi sono vista costretta a tuffarla in un vaso zeppo di acqua fredda per provare un certo sollievo e rimettermi in sesto
Dopo cotanto stress, per consolarmi, ho chiamato la mia cara madrina. La mia madrina di Parigi per essere più precisa. Lei è sempre disposta a sorbirsi le mie lamentele… All’inizio come scusa le ho detto che mi sono bagnata per un temporale imprevisto questa mattina. Non so se se l’è bevuta, me lo sono chiesto per un minuto, quando non si è sentita volare una mosca ma alla fine ho sputato il rospo.

367 Perfino e persino

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Giovanni: come promesso, eccoci a parlare di persino e perfino, che si usano in circostanze simili a “per giunta”, per di più”, o “come se non bastasse” che come abbiamo visto si usano per indicare una esagerazione che ci coinvolge personalmente, almeno a livello emotivo.

Il termine “oltretutto” invece non richiede un coinvolgimento emotivo, ma resta l’idea dell’esagerazione, come anche in “addirittura“, che è anche una esclamazione.

Ma andiamo per gradi:

Perfino contiene la parola “fino” che si usa per indicare un limite:

Sono arrivato fino a Roma

Devo studiare fino a quando non avrò imparato tutto

Ti amerò fino a quando sarò in vita.

Possono fare lo stesso con “sino”, equivalente a “fino”.

La differenza è che “sino” è meno diffuso, ma ha più senso usarlo per indicare una lontananza o per dare più enfasi alla frase:

Sono arrivato sino a Roma

dà l’idea di una maggiore lontananza rispetto all’uso di “fino a Roma”.

Lo stesso accade con perfino e persino, che indicano entrambi qualcosa di estremo, esagerato, che va subito indicato nella frase.

Nessuno mi vuole bene veramente, perfino tu che dici di amarmi!

Addirittura è un altro termine molto simile, ma persino e perfino non si usano come esclamazione.

Ieri ho avuto mal di pancia. Ho mangiato troppo: antipasti, 3 primi, 3 secondi, 2 contorni e persino 2 dolci.

Risposta: Addirittura!

Sì, anche i dolci. Persino quelli!

Quindi persino e perfino significano “anche” ma c’è una esagerazione, un limite estremo che è stato toccato.

Si dice anche “nientemeno che”. Però non c’è il senso di “anche” , di qualcosa che si aggiunge.

In questo caso c’è solo voglia di stupire.

Alla mia festa di compleanno ha partecipato nientemeno che Sofia Loren.

Abbiamo già visto “nientepopodimeno che”, ancora più esagerata ed anche più informale come espressione.

Siamo arrivati nientepopodimeno che all’episodio n. 367 e persino io sono stupito di questo traguardo.

Notate che il limite di cui si parla può essere superiore, nel senso di troppo, ma può anche essere inferiore, cioè nel senso di soltanto. Quindi può significare “anche soltanto”.

Es: davvero hai mangiato così tanto? Non me lo dire, mi sento male persino a pensarci!!

Hartmut Con italiano semplicemente, persino coloro che lavorano tutto il giorno possono imparare l’italiano.

Emma: vero. Se ci riesco persino io che rientro a casa tardi tutte le sere può farlo chicchessia. Bravo Giovanni!

Rauno: ruffiano!

Carmen: mhmm, e tu chi saresti? Io pure sono di diverso avviso ma non c’è bisogno di insultare.

Le meraviglie di Roma: Il Colosseo quadrato

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Ripassiamo qualcosa di quanto imparato su Italiano Semplicemente parlando delle Meraviglie di Roma, la rubrica dedicata alle bellezze di Roma dal punto di vista storico culturale.

Parliamo allora di poesia, di architettura, di migrazioni di scienziati e di eroi. Come sarebbe a dire? Potreste dirmi voi.

«un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori».

Questo è ciò che disse Benito Mussolini, il dittatore italiano nel 1935 ed è anche la scritta che campeggia sulla parte alta del Palazzo della Civiltà Italiana, anche detto Il Colosseo quadrato, un monumento costruito nel 1938 e terminato solo dopo la seconda guerra mondiale.

Iniziamo dal nome. Colosseo quadrato o Palazzo della Civiltà Italiana?

Il Colosseo quadrato è, si potrebbe dire, il soprannome, il nomignolo, perché il suol vero nome è appunto “Palazzo della Civiltà Italiana”.

Però somiglia molto al Colosseo, per via dei numerosi archi, ma avendo una base quadrata, è stato chiamato appunto Colosseo quadrato. Non trovate anche voi una certa somiglianza col Colosseo?

Allora, il Palazzo della Civiltà Italiana si chiama così perché doveva proprio rappresentare le virtù italiane, doveva parlare degli italiani. Durante l’era fascista, come sappiamo, si dava molta importanza all’identità dell’Italia e del popolo italiano.

Ovviamente dovevano essere descritte le virtù, e non certamente i difetti, il che non significa che non ne abbiamo! Dunque gli italiani vengono descritti come eroi, cioè come persone che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impongono all’ammirazione di tutti.

Di indeciso42 – archivio personale, CC BY-SA 4.0, 

Un popolo di musicisti, cioè di persone che hanno talento per una determinata attività in musica, inerente alla creazione o all’esecuzione di composizioni strumentali, vocali, corali.

Un popolo di artisti, persone dedite all’arte.

Di Santi, vale a dire di persone riconosciute dalla Chiesa degne di venerazione.

Un popolo di pensatori e scienziati, cioè di studiosi di problemi a livello filosofico o di una particolare disciplina scientifica.

Siamo anche navigatori e trasmigratori, un termine, quest’ultimo, che equivale a “migranti”. A quel tempo erano gli italiani a migrare in altri paesi alla ricerca di fortuna e felicità.

Ebbene queste virtù del popolo italiano sono rappresentate da una serie di statue  altissime che si trovano a piano terra.

Dunque, una curiosità: essere migranti era considerata una virtù. In quanto tale dovrebbe essere sempre apprezzata, anche se appartiene ad altri popoli giusto? ma pare che oggi non sia più così. considerando tutti i problemi politici legati ai trasmigratori che arrivano oggi in Italia. Ma come si fa, dico io!

Si potrebbe dire che nel ventennio fascista, in quanto a democrazia e rispetto eravamo ancora a carissimo amico!

D’altronde si sa, i regimi sono quello che sono in quanto a democrazia.

Comunque, il Colosseo quadrato si trova in una zona molto grande a sud di Roma che si chiama EUR. Questa sigla sta per Esposizione Universale Roma.

Il palazzo nasce infatti insieme a tutto il quartiere dell’EUR, concepito per ospitare proprio una esposizione universale. La prima di queste esposizioni fu tenuta a Londra ad esempio, e in quell’occasione è stato costruito lo storico Crystal Palace.

Allora, nel 1942 se non ci fosse stata la guerra, si sarebbe svolta a Roma  l’Esposizione Universale e il Governo italiano, considerata la portata dell’evento, avrebbe approfittato dell’occasione per celebrare in tale data il ventennale del regime fascista. Il ventennale è il ventesimo anniversario, il ventesimo compleanno.

Che peccato vero?

Ma è interessante parlare di quanto disse Mussolini nel 1935 a proposito della scritta che campeggia sul Colosseo Quadrato.

Dovete sapere che la Società delle Nazioni ventilò delle sanzioni contro l’Italia a seguito della guerra d’Etiopia iniziata proprio nel 1935.

L’aggressione dell’Italia contro l’Etiopia ebbe importanti conseguenze diplomatiche e suscitò una notevole riprovazione (Il contrario dell’approvazione) da parte della Società delle Nazioni che quindi decise d’imporre delle sanzioni economiche contro l’Italia, ritirate nel luglio 1936 anche se Mussolini rispose picche all’appello delle Nazioni Unite. Mettere fine all’aggressione? Neanche per sogno, avrà pensato Mussolini!

Infatti il Duce, che evidentemente non era affatto d’accordo con queste sanzioni, disse che queste sanzioni erano un’offesa, e contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori, quindi come si osa parlare di sanzioni?

Come vi permettete di sanzionare l’Italia, voleva dire Mussolini, noi che abbiamo cotante virtù, le stesse virtù che adesso sono scritte sul Palazzo della civiltà italiana e che evidentemente Mussolini credeva fossero solo appannaggio degli italiani.

Poi non si può certo dire che il fascismo non ci abbia messo del suo nella costruzione del Colosseo quadrato: l’uso del materiale che si chiama Travertino, ad esempio, che ricopre la struttura esterna, non è casuale, infatti richiamava i valori dell’impero romano, era un ritorno alla tradizione, secondo i desiderata del duce.

Vi risparmio la lista completa dei desiderata del regime (lasciamo correre) perché alcuni di questi non sono affatto piacevoli da ascoltare. Qualcuno, ascoltando la lista completa, potrebbe prendere e interrompere l’ascolto di questo episodio,

Ma tanto finisce comunque qui. Non fosse altro che per non annoiarvi.

Comunque se venite a Roma, fate una capatina all’EUR. Dal vivo, il Palazzo è tutta un’altra cosa!

Ah, per la cronaca, voglio dare un ultimo messaggio dedicato a coloro che sono di diverso avviso sul regime fascista: questo episodio non voglio che vada loro di traverso in quanto è solo un episodio di ripasso delle espressioni spiegate su ItalianoSemplicemente.com e il sito non ha  niente a che spartire con la politica. Cominciamo a fare questo dovuto distinguo.

366 Per giunta

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per giunta

Giovanni: una delle tante cose che i libri di grammatica non insegnano e probabilmente solo italiano semplicemente ritiene importante, è l’utilizzo di “per giunta“, che è un’alternativa a “inoltre“.
Per giunta si usa normalmente però quando questa cosa che si aggiunge, quando questa cosa che viene aggiunta, è irritante, quando ci fa un po’ arrabbiare, quando è almeno fastidiosa, quando è una esagerazione, quando non la sopportiamo.

E’ perfettamente analoga a “per di più” e anche a “come se non bastasse“. Quest’ultima espressione ci fa capire perfettamente che siamo andati oltre, nel senso che c’è stata una esagerazione di qualcuno. Questo qualcuno non siamo noi ovviamente, poiché stiamo dando un giudizio negativo quando diciamo “per giunta”.

Es:

La mia ragazza mi ha lasciato per telefono lo sai? E per giunta mi ha anche mandato a quel paese!

Quindi questa ragazza ha un po’ esagerato. Passi che vengo lasciato, passi pure che lo fai per telefono, ma non mi sembra il caso che mi insulti anche!

II Covid in questi giorni sta facendo molte vittime, e per giunta l’età media dei contagiati si sta anche alzando.

Quindi come se non bastasse il numero elevato delle vittime, c’è anche l’innalzamento dell’età media dei contagiati.

Giovanni non è venuto neanche oggi in ufficio, e per giunta non ha neanche avvisato stavolta! E’ imperdonabile.

Un’avvertenza: Non è il caso di usare “per giunta” al posto di inoltre in ogni circostanza. In “inoltre” non c’è emozione, non c’è tensione, inoltre non neanche c’è rabbia. E’ solo un qualcosa in più.

Bene, ho nuovamente sforato con i due minuti, e per di più (vi ricordo che “per di più” è equivalente a “per giunta”) ne sono anche perfettamente consapevole.

Questa si chiama autoironia. Sì, potete usare queste modalità anche per fare ironia.

Oggi voglio esagerare: Vi dirò che anche i termini perfino e persino si possono usare nelle stesse circostanze. Ma di questi due termini parleremo nel prossimo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.

Ecco, adesso ho persino allungato ulteriormente questo episodio.

Ma io voglio essere esaustivo, ricordatevelo, e non solo conciso. L’esaustività viene sempre prima della….concisione. Il termine è concisione.

Adesso c’è persino un bel ripasso:

Rafaela (Spagna): Se non sbaglio, anche “oltretutto” è molto simile a “per giunta
Olga (Saint Kitts e Nevis): certo, ma questo lo abbiamo lasciato alla fine, come l’ammazza-caffè!
Xin (Cina): del resto, non possiamo mica lasciar spiegare tutto a Giovanni.
Irina (California): adesso lui chioserà: Solo io posso spiegare, mica i membri!

 

Italiano Professionale – lezione 29: Parlare delle possibilità

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Descrizione

Lezione 29 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è come parlare delle possibilità.

Analizziamo tutti gli avverbi utilizzabili a seconda della bassa, media e alta probabilità. La lezione appartiene alla sezione 3 del corso, dedicata alle riunioni e agli incontri.

365 Darsi una regolata

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Trascrizione

Giovanni: il verbo regolare probabilmente molti di voi lo conoscono: ha molti utilizzi diversi: può significare:

ordinare:

Le leggi regolano la vita dei cittadini, ed anche i regolamenti. Il nome non è casuale

Significa anche limitare, controllare, o cambiare, modificare:

Occorre regolare le spese perché spendiamo troppo!

Oppure sistemare, risolvere:

Devo regolare una faccenda complicata!

Si usa anche con gli strumenti e le cose meccaniche:

Regolare l’orologio, la temperatura eccetera. Come se dovessimo girare una manopola per cambiare la temperatura. tenete a mente quest’immagine. Questa è la regolazione, diverso da un regolamento.

Anche mantenere costante qualcosa:

Regolare il flusso dell’acqua

Invece “regolarsi”, la forma riflessiva, è più facile da spiegare e da capire.

Regolarsi si usa parlando di sé stessi, e regolare sé stessi è molto simile a controllarsi. Si parla del comportamento da tenere in certe situazioni.
In particolare si parla di esagerazioni, quindi si parla di tenere il controllo di qualcosa che dipende dal proprio comportamento, che deve essere più corretto, più giusto, più moderato, forse la moderazione è ciò a cui si ambisce maggiormente.

Probabilmente però il verbo più adatto a sostituire regolarsi è contenersi, un altro verbo riflessivo.

Facciamo alcuni esempi:

Non bere così tanto! Ti devi regolare, altrimenti rischi di fare un incidente.

Quando siamo con gli amici cerca di regolarti e non parlare di sesso!

Dovrei fare piatti meno abbondanti, è vero. Non riesco mai a regolarmi

Poi c’è “darsi una regolata” che ha lo stesso significato, ma con un uso più informale: Il senso è quello di abbassare il livello, girare la manopola, come si fa con la temperatura ad esempio.

Mi devo dare una regolata perché ultimamente sto mangiando troppo

Datti una regolata con queste spese, altrimenti andiamo in rovina

Diamoci una regolata quando andiamo in discoteca, non beviamo troppo, altrimenti faremo un incidente.

Regolarsi, in realtà ha un uso ancora più ampio, perché si usa anche nel senso di “comportarsi“. Ad esempio posso chiedere:

Come mi devo regolare con questi ragazzi? Posso sgridarli se fanno confusione o se non studiano?

Quanto tempo ho per consegnare questo lavoro? Come devo regolarmi con i tempi?

Quindi è come dire: come devo comportarmi?

Regolati tu!

Questa potrebbe essere una risposta, simile a: vedi tu, fai come vuoi, cerca di capirlo da solo.

Allora usare il verbo “dare” nella espressione darsi una regolata serve proprio a evitare che si confondano questi due significati.

Darsi una regolata significa contenersi, non esagerare, controllarsi, moderare il proprio atteggiamento, e si usa verso sè stessi ma anche verso gli altri, come un invito o un ordine a contenersi, a moderarsi, a non esagerare. Può essere offensivo, attenzione al tono che usate.

Ora mi scuserete ma non sono riuscito neanche stavolta a regolarmi con la durata di questo episodio. Abbiate pazienza. Adesso ripassiamo un po’.

Carmen: ciao a tutti, oggi su quale argomento ci cimentiamo?
Anne France: dacché mi sono iscritto/a all’associazione non ho mai parlato di politica
Khaled: meglio così. Ancora ancora se parliamo di sport o di lingua italiana, ma di politica meglio stare zitti.
Rauno: la politica in quanto tale rischia di farci litigare
Sofie: e poi sarebbe un argomento appannaggio di esperti del settore, ed io proprio non me ne intendo di politica

Proverbi italiani: Chi vive sperando, muore cantando

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Chi vive sperando, muore cantando.

Sono numerosi i proverbi sulla speranza. In alcuni di questi la speranza e la vita o la morte si trovano spesso a convivere.
In questo caso la speranza è positiva: bisogna avere speranza, bisogna sperare, bisogna sognare: più si spera e meglio è, più si sogna, meglio è. Non si vive forse solo di sogni, di progetti, di desideri? Dunque se si spera continuamente in qualcosa, se si è continuamente alla ricerca di un obbiettivo da raggiungere, se non si perde mai la speranza, si morirà felici, quindi probabilmente si morirà cantando… canzoni italiane!

364 Pur di

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pur di - LINGUA ITALIANATrascrizione

Giovanni: oggi, pur di stare nei due minuti di durata, farò miracoli.

L’argomento del giorno è l’uso di “pur” nella locuzione “pur di”.

Gli italiani la usano moltissimo, e lo fanno per un motivo preciso: quando si vuole raggiungere un obiettivo con determinazione, quando si ha un desiderio e quando si vuole evitare una conseguenza con altrettanta determinazione.

Pur di farla finitafarei qualunque cosa

Vuol, dire che io voglio farla finita e sarei disposto a fare qualunque cosa al fine di raggiungere questo obiettivo.

Pur di imparare la lingua italiana studio 10 ore al giorno!

Pur di non andare a scuola, è disposto anche a rompersi un braccio!

Anche in questo caso c’è determinazione e l’obiettivo è evitare qualcosa (la scuola in questo caso).

Notate che dovete per forza usare la preposizione “di” e solamente questa preposizione se volete che la frase abbia questo senso.

Si scrive “pur di” poi l’obiettivo da raggiungere, poi si usa generalmente il congiuntivo.

Pur di andare in Italia, ci andrei anche a piedi.

Pur di mangiare qualcosa, sarei disposto a mettermi in ginocchio.

“Pur di” è simile a “purché”.

Purché si avveri il mio sogno sono disposto a fare molti sacrifici.

Direi che “purché” ha un uso più ampio rispetto a “pur di”. Casomai ne parliamo in un altro episodio.

Adesso, pur di ascoltare qualche membro con una frase di ripasso, sono disposto anche a sforare i due minuti.

Ulrike: Ci sono alcune espressioni della rubrica “due minuti con italiano semplicemente“, che mi sfuggono sempre di nuovo. Non vi dico che rabbia!!
Per esempio il verbo vertere; voi l’avete presente? Io invece ho dovuto fare mente locale sperando di poter così rimettere in sesto il mio cervello, ma niente da fare.
Per evitare di andare in tilt scervellandomi troppo, sono stata costretta a riascoltare la puntata 89 che verte proprio su questo verbo che ci fa capacitare anche delle preposizioni da usare col verbo. Date anche voi un’occhiata all’episodio! La memoria è quello che è, L’unico modo di imparare a giostrarsi con questa caterva di espressioni è ripeterle.

Proverbi italiani: L’appetito vien mangiando

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L’appetito vien mangiando.

Un proverbio chiaro: inizi a mangiare e anche se all’inizio non avevi fame, ti viene mentre mangi.

La fame, cioè l’appetito, non si riferiscono però solo al cibo, ma a tutto ciò che possiamo possedere: soldi, case, gioielli e volendo anche amore e successo. Beni materiali e immateriali, tutto ciò che può darci soddisfazione e felicità.
Più si ha e più si vuole avere.

L’uomo non si accontenta mai. Mi è già venuto un certo appetito!! Vado a mangiare qualcosa!

Proverbi italiani: A caval donato non si guarda in bocca.

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A caval donato non si guarda in bocca.

Se ricevete un cavallo come regalo, non bisogna guardare in bocca al cavallo.

Infatti è guardando i denti del cavallo che si capisce l’età dello stesso.

Questo proverbio ci insegna che
non bisogna essere troppo schizzinosi quando si riceve un regalo.

Un regalo bisogna sempre accettarlo (anche se non si tratta di un cavallo, che sarebbe un regalo un pò strano al giorno d’oggi), perché è il pensiero che conta. Questo è il messaggio del proverbio.

Qualunque sia il regalo dunque, non vi lamentate quindi se il colore non vi piace, o se ci sono altri dettagli che non vi soddisfano appieno.

Non fate i difficili, non i complicati, non fate gli schizzinosi.

363 Ha il suo perché

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Giuseppina: quella che vi spiego oggi è un’espressione che si sente spessissimo pronunciare in contesti informali.

L’espressione è “ha il/un suo perché”, che si utilizza quando vogliamo evidenziare un aspetto positivo di una persona, di una situazione e in generale di qualsiasi cosa. Si può usare quando si cerca di dare una spiegazione, un senso logico ad un aspetto quando potrebbe sembrare non esserci una spiegazione logica, ma invece, secondo noi, c’è. Altre volte si usa semplicemente per evidenziare l’importanza di un aspetto, anche quando potrebbe non sembrare importante, o per sottolineare una caratteristica unica.

Questo aspetto positivo o questa importanza o caratteristica unica non è del tutto evidente.

Allora con questa espressione vogliamo quindi tirar fuori, esprimere questo aspetto positivo o questa importanza. Si usa la parola “perché” come a voler spiegare un motivo, una ragione non del tutto chiara.

Inoltre si usa “un suo perché” per esprimere il senso, il significato di questo aspetto positivo, che in qualche modo è del tutto peculiare, personale, particolare, come a dire che esiste un motivo particolare per dare una spiegazione, c’è “un suo” personale motivo, un suo perché.

Esempio:

Fare il bagno senza costume, quindi completamente nudo, ha il suo perchè, infatti nei paesi nordici dove fa molto freddo, sembra che col costume il freddo si avverta maggiormente.

Ecco dunque il motivo, il perché.

Infatti “perché” è anche sostantivo. Posso dire “il perché” per indicare il motivo, la ragione:

Mi dici il perché del tuo comportamento? C’è un perché?

Voglio sapere il perché non mi chiami più!

Non si capisce il perché tu non riesca a capire.

Un altro esempio:

Anche se gli stadi sono vuoti, per un calciatore, entrare nello stadio Olimpico di Roma per giocare la sua prima partita nel campionato di serie A italiano ha il suo perché.

In questo caso è come chiedersi: Perché ci si emoziona nel giocare nello stadio olimpico di Roma anche senza spettatori?

Risposta: c’è un perché, c’è un motivo. È comunque emozionante, quindi giocare anche senza spettatori ha un suo perchè.

Se voglio fare un complimento o evidenziare un qualcosa di unico, posso dire:

Il metodo di Italiano Semplicemente, che non è centrato sullo studio della grammatica, ha un suo perché.

È un modo abbastanza veloce di cercare di dare una spiegazione, senza peraltro spiegare nulla. Infatti in teoria bisognerebbe aggiungere qualcos’altro per dare un senso alla frase, ad ogni modo su parla sempre di giuste motivazioni o di caratteristiche positive.

Se stiamo parlando male di una persona di nome Giovanni , evidenziando le sue caratteristiche negative, qualcuno potrebbe dire che però Giovanni ha un suo perchè, sto facendo un complimento a Giovanni. Voglio dire che è un tipo particolare, unico, ha una sua personalità.

Non si usa “il mio perché” o “il tuo perché” o “il loro perché” e non chiedetemi il perché!!

Ripasso:

Carmen: Amici, cosa facciamo stasera? Nessuno fa proposte? Battiamo la fiacca?
Komi: Macché! Ci stavo giusto pensando. Vi porterò in un posto “in”, dove ci divertiremo di brutto, un posto che è appannaggio solamente dei personaggi più celebri, di solito. Mica pizza e ficchi!
Irina: ehi, neanche per sogno! Non fa per me! Quante arie si danno le persone celebri.
Emma: Non è che non ne abbia voglia, ma purtroppo la stanchezza spesso ha la meglio su di me.