Il rafforzamento (pronuncia)

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Buongiorno amici.

Oggi è giovedì, e come tutti i giovedì, nel gruppo Whatsapp dell’Associazione ci occupiamo di pronuncia. È sicuramente uno dei giorni più divertenti il giovedì: a tutti i membri piace mettersi alla prova, leggere ed ascoltare parole nuove, parole che possono nascondere problemi particolari, a seconda della nazionalità.

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Ogni giovedì nel gruppo ci occupiamo di un argomento diverso, ed oggi eccezionalmente volevo condividere con tutti voi l’argomento del giorno: voglio condividere con tutti i visitatori di ItalianoSemplicemente.com, anche se non sono membri dell’associazione, l’argomento di cui ci occupiamo oggi: Il Rafforzamento.

La parola rafforzamento fa pensare alla forza. Una persona che fa ginnastica in effetti si rafforza, fa del rafforzamento. Ma non è questo il rafforzamento di cui parliamo. Parliamo di rafforzare non i nostri muscoli, non il nostro corpo, ma delle lettere di alcune parole. Rafforziamo alcune lettere che si trovano in alcune parole.

Tutte le parole? No, non tutte. Alcune parole. Dentro queste parole ci sono alcune lettere che vanno rafforzate, lettere che diventano più forti quando le pronunciamo.

Sì, perché stiamo parlando di pronuncia, non parliamo di scrittura. Sapete che la lingua italiana si legge come si scrive, ma a dire il vero non è esattamente così. Ci sono alcune attenzioni, alcuni accorgimenti da mettere quando si pronunciano delle parole. Gli italiani neanche ci fanno caso, e nelle varie regioni italiane cambia molto la pronuncia e gli accenti: ci sono i dialetti, i dialetti regionali, locali, e ci sono le inflessioni, le tonalità diverse. Nelle varie regioni italiane si parla sempre la stessa lingua ma ci sono alcune differenze.

Una di queste differenze sta proprio nel rafforzamento.

Allora proprio di questo parliamo oggi nel gruppo. Per questo ho raccontato una storia ai membri dell’associazione, come faccio tutti i giovedì.

Questa storia, un brevissimo racconto, è una storia divertente, un semplice gioco, ma che contiene moltissimi casi di rafforzamento.

Allora condivido con voi questa storia. Io la leggerò e vi chiederò di fare un piccolo esercizio di ripetizione. Provate a ripetere la storia dopo di me, frase per frase, e notate che alcune lettere, anche se sono scritte una volta sola, nel parlato vanno raddoppiate, anzi vanno “rafforzate”: queste lettere si allungano, diventano più forti. In pratica è come se si scrivessero doppie.

Ecco la storia. È scritta al femminile, perché è una donna che parla, ma non è importante questo, possono provare tutti a leggere la storia_

Vogliamo provare a fare questo esercizio di pronuncia?

Dai, *perché no!*

*È vero*, potrei sbagliare. Allora facciamo un patto *fra noi*: se sbaglierò *sarò tua* stanotte. *E poi* non dire che non sono generosa!

Non verrò però nella *città santa*, ma ti aspetto a casa mia. Tardissimo. *Berrò sia* un *caffè nero* che un tè per tenermi sveglia. In *virtù di* ciò, non sbaglierò!

Se non *sbaglierò mai* invece, se cioè *avrò vinto* io, allora sarai tu a pagare.

Farai una prova di pronuncia: associazione, dissociazione, zanzara e zuzzurellonando. *A proposito* di associazione: *A noi* tutti verrà da ridere se sbaglierai, è vero, ma se vincerai, te l’ho *già detto*, *sarò tua* stanotte. Forza allora, iniziamo: dall’emozione *fa già* caldo!

Un ultima cosa: *più che* di un esercizio si tratta di uno scherzo! *E’ falso* tutto ciò che ho detto! *Fra noi* possiamo scherzare! *Ma dai*, sarà mica che non l’avevi capito! *Se dici* questo non apprezzi l’ironia. *O no*?

Bene, avete ascoltato la storia. Adesso scommetto che volete sapere quali sono le regole. Giusto?

Beh, è inutile che ve le dica, tanto domani lo avreste dimenticate.

Se ne volete sapere di più, allora unitevi anche voi all’associazione, dove proverete a pronunciare la storia per intero e capirete se sbaglierete oppure no. Io pronuncerò per voi le singole frasi, e vi faccio capire le differenze, una frase alla volta. Molto divertente ed isruttivo

Molti italiani sbagliano a dire il vero. Sbagliano ma nemmeno ne sono consapevoli. Non è un problema grande in fin dei conti comunque. Gli accenti e le inflessioni sono una cosa anche gradevole da ascoltare. Questo infatti è una di quelle cose che insegnano agli attori, sia del cinema che teatrali, oppure a coloro che fanno dei corsi di dizione per pronunciare bene le parole. Molti italiani sentono questa esigenza, soprattutto per motivi di lavoro, per non sentirsi in imbarazzo. Per uno straniero è un problema minore, ma se volete siamo qui per aiutarvi. Perché no.

Vi aspetto nell’associazione, dove periodicamente ripetiamo le giornate dedicate alla pronuncia, quindi se saltate un giovedì, qualche mese dopo ricapiterà la stessa giornata, nessun problema. Scrivete a italianosemplicemente@gmail.com oppure andate sul sito e scoprirete tutti i vantaggi nell’essere membri.

Ricordate che non esiste un’altra associazione come la nostra.

Un abbraccio.

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L’alfabeto italiano (due modi per impararlo velocemente)

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Buongiorno ragazzi, oggi vediamo l’alfabeto italiano e due diversi modi per impararlo velocemente.
Il primo modo è quello di associare le singole lettere con delle città, ma non solo città.
Gli Italiani di solito usano questa tecnica per fare lo spelling, cioè per dettare lettera per lettera. Vediamolo insieme:

A come Ancona
B come Bologna
C come Como
D come Domodossola
E come Empoli
F come Firenze
G come Genova
H come Hotel
I come Imola
J come Jolly
K come Kappa
L come Livorno
M come Milano
N come Napoli
O come Otranto
P come Perugia
Q come quadro
R come Roma
S come Savona
T come Torino
U come Udine
V come Venezia
W come Whisky
X come Xenofobia
Y come Yankee
Z come Zagabria

In realtà ci sono le vocali “O” come Otranto, ed “E” come Empoli, che hanno un suono aperto e chiuso:

“O” Aperto: Ostrica

“O”chiusa: Orologio

“E” aperta: Erba

“E” chiusa: Erbetta

Quindi se dovessi dire il mio nome lettera per lettera direi:

Genova, Imola, Otranto, Venezia, Ancona, Napoli, Napoli, Imola.

Il secondo metodo per imparare l’alfabeto è fare il seguente esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me.

a

ab

abc

abcd

abcde

abcdef

abcdefg

abcdefgh

abcdefghi

abcdefghij

abcdefghijk

abcdefghijkl

abcdefghijklm

abcdefghijklmn

abcdefghijklmno

abcdefghijklmnop

abcdefghijklmnopq

abcdefghijklmnopqr

abcdefghijklmnopqrs

abcdefghijklmnopqrst

abcdefghijklmnopqrstu

abcdefghijklmnopqrstuv

abcdefghijklmnopqrstuvw

abcdefghijklmnoprstuvwx

abcdefghijklmnoprstuvwxy

abcdefghijklmnoprstuvwxyz

Le parole omografe

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Oggi una puntata dedicata alla pronuncia. Siete pronti?

Non ho sentito… siete pronti?

Bene, facciamo finta che siate pronti, allora oggi vediamo le parole omografe, argomento che abbiamo affrontato anche tra i membri dell’Associazione, all’interno del gruppo Whatsapp.

Argomento difficile quello di oggi, ma credo possa essere molto importante per voi stranieri: le parole omografe sono le parole che hanno più significati ma che per questo motivo si pronunciano in modo diverso: un accento diverso oppure una “o” o una “e” aperta o chiusa.

La differenza sta quindi a volte nell’accento, che si sente ma non si legge, e nell’apertura delle vocali: possiamo avere delle “O” chiuse e delle “O” aperte, delle “E” chiuse e delle “E” aperte.

E ed O sono le uniche vocali che possono avere una pronuncia diversa. A,I,U hanno invece sempre la stessa pronuncia.

Allora per divertirci un po’ vediamo alcune esempi in cui ci sono delle parole omografe. Nella stessa frase ascolterete due volte la stessa parola, ma con due significati diversi.

Ad esempio:

I principi spesso non hanno sani principi.

I principi, cioè i figli dei Re, non hanno sani principi. Prova a pronunciare la frase stando attento alla diversa pronuncia: prìncipi, princìpi

Ho acquistato una nuova accetta per tagliare gli alberi. La regalerò a Giovanni che di solito accetta i miei regali.

Pronuncia: Eccetta (nome dello strumento usato per tagliare gli alberi), Accètta (dal verbo accettare). Prova a coniugare la frase:

Io accetto la tua accetta

Tu accetti la mia accetta

Lui accetta la mia accetta

Noi accettiamo la tua accetta

Voi accettate la mia accetta

Loro accettano la mia accetta.

Da piccolo una volta mi sono ferito: appena me ne accorsi chiamai i miei amici che subito sono accorsi 

Pronuncia: accórsi (“o” chiusa: viene dal verbo accorrere: i miei amici sono subito accorsi) e  accòrsi (“o” aperta: viene dal verbo accorgersi.

Prova ancora a coniugare la frase:

Io mi accorsi che i miei amici sono accorsi

Tu ti accorgesti che i tuoi amici sono accorsi

Lui si accorse che i suoi amici sono accorsi

Noi ci accorgemmo che i nostri amici sono accorsi

Voi vi accorgeste che i vostri amici sono accorsi

Loro si accorsero che i loro amici sono accorsi.

Il Capitano Schettino non abbandonò la nave. Sono cose che capitano

Pronuncia: Il capitàno; sono cose che càpitano (verbo capitare)

Può capitare che un capitano abbandoni la nave? Non deve capitare!

Adesso proviamo con la parola “affetto”.

Non provo affetto quando affetto il pane

Notate la differenza nella pronuncia tra affètto (cioè il sentimento) e affétto (dal verbo affettare)

Io affetto il pane con affetto.

Vediamo la parola “apposta”:

La tua firma deve essere apposta. Non l’hai fatto, e l’hai fatto apposta

Una firma infatti viene appòsta (cioè viene messa. Si tratta del verbo apporre). E se non la apponi potresti farlo appòsta (cioè con la tua volontà, cioè lo fai deliberatamente), cioè lo fai appòsta.

passiamo adesso alla botte ed alle botte: “La botte” è un contenitore, mentre “le botte” sono i colpi, le percosse, i colpi dati alle persone o alle cose. Notate la differenza nella pronuncia: la bótte, le bòtte,

Poi ci sono anche “le botti“, (con la o chiusa) che è il plurale di “la bótte” e ci sono “i bòtti“, come i botti di capodanno. In questo caso è il plurale di bòtto: buuumm! Questo è un botto.

Allora con questi 4 termini possiamo costruire una frase:

Oggi sono stato in cantina di nascosto da mio padre. La cantina è piena di botti di vino. Ad un certo punto ho sentito un botto: buummmm! E’ esplosa una botte! Mio padre adesso mi riempirà di botte!

Vediamo ora il verbo cogliere, ed in particolare la parola cogli (Pronuncia: cògli con la o aperta). Poi c’è cógli (con la o chiusa).

Se vai in Italia, cogli l’occasione  di parlare cogli italiani

Quindi cògli viene dal verbo cogliere mentre cógli è semplicemente “con gli” (con gli italiani, parlare cogli italiani)

Altra parola omografa: colla.

Cólla sola còlla non puoi incollare la pietra.

Quindi abbiamo la còlla (cioè l’adesivo, una sostanza che incolla, cioè che serve ad attaccare due oggetti) e cólla (con la):

è più facile dire: con la colla non puoi incollare la pietra.

Ma volendo puoi dire, facendo attenzione alla pronuncia:

Cólla còlla non puoi incollare la pietra

Analogamente esiste il collo (il còllo, che è la parte del corpo che sta tra la testa e le spalle) e esiste cóllo (la forma composta della preposizione con e dell’articolo lo), del tutto analogo a “con la” (cólla)

Esempio:

Collo smalto delle unghie non puoi dipingere le collane che vanno al collo.

Interessante è la parola ambito, o ambito (dipende da dove metti l’accento).

Se pronunci àmbito intendi riferirti al contesto, alla situazione. Invece se dici ambìto  intendi il verbo ambire.

Io sono ambito, tu sei ambito, il lavoro è ambito da molti, eccetera.

Nell’ambito della nostra professione, occupiamo una posizione molto ambita

Passiamo alla frutta: la pesca (si pronuncia Pèsca – con la “e” aperta”), mentre la pesca è l’attività del pescare.

Pésca, pèsca:

Se vogliamo pescare delle pèsche, non possiamo usare l’amo da pesca!

Io pesco la pesca con l’amo da pesca,

tu peschi la pesca con l’amo da pesca,

lui pesca la pesca con l’amo da pesca,

noi peschiamo la pesca,

voi pescate la pesca,

loro pescano la pesca.

Se sei istruito e non sei mai colto da malattie, allora sei colto e fortunato.

Quindi in questo caso abbiamo il verbo cogliere: Io non sono còlto da malattie, cioè non sono colpito da malattie, e per questo sono fortunato. Se invece sono colto (“o” chiusa) allora sono istruito, come tutte le persone colte, cioè istruite, che hanno studiato.

Interessante è la parola desidèri (e desìderi). Si tratta del verbo desiderare. Qui è facile fare un esempio:

Se desideri troppi desideri, non si avvererà alcun desiderio!

Ieri ho corso ed ho incontrato un corso.

In questo caso si tratta del verbo correre (io ho córso) ed ho incontrato un còrso, cioè un abitante della Corsica, l’isola francese che si trova sopra la Sardegna.

Al plurale i “còrsi” sono infatti gli abitanti della Sardegna, mentre i corsi sono le lezioni. Come i corsi di italiano, o anche i corsi d’acqua che sono i fiumi ad esempio. Sia i corsi di italiano che i corsi d’acqua hanno la “o” chiusa, mentre gli abitanti della Corsica (i còrsi) hanno la “o” aperta, come Corsica.

I Dei: i dei (Dèi) sono le divinità, mentre “dei” (“e” chiusa) è preposizione articolata:

Dicono di essere dei dei dell’universo, invece sono solo dei truffatori.

Poi ancora:

C’è un detto sugli italiani: vuoi che te lo detto?

Il detto è il proverbio (“e” chiusa, sostantivo), mentre se te lo dètto significa che sto facendo il dettato, cioè io parlo e tu scrivi: io dètto e tu scrivi:

Vuoi che te lo detti (dètti) questo ed anche altri detti (détti)?

Adesso vediamo la lettera esse (“s”: èsse) e il pronome personale esse (ésse)

Le ragazze studentesse di italiano che ho conosciuto sono bellissime;  esse hanno detto tutte di amarmi, ma non pronunciano bene la lettera esse.

Spesso quindi si tratta di pronunciare una parola mettendo l’accento su vocali diverse, a volte però si tratta di pronunciare una “o” oppure una “e” chiusa o aperta.

Ad esempio:

Le fòsse (cioè le buche – “o” aperta) sono vuote. Se fosse giorno potrei riempirle di terra (verbo essere: fosse, con la “o” chiusa))

Interessante è anche la parola impòrti (dal verbo importare o il plurale di importo, cioè una certa somma di denaro) e impórti (da imporre):

Hai litigato con tuo figlio e non riesci a importi? (“o” chiusa). Che vuoi che mi importi! (“o” aperta).

Quanti sono gli importi da riscuotere? (“o” aperta). Possibile che non ti importi nulla (sempre “o” aperta)

Allo stesso modo potrei proseguire all’infinito: ci sono molte altre parole omografe molto interessanti e vi invito a fare degli esercizi di ripetizione anche con le parole:

Lègge (da leggere), Légge (norma): lui legge la legge

Nèi (macchie sulla pelle), Néi (preposizione articolata): ho dei nei neri nei punti più nascosti del corpo.

Pène (organo maschile) Péne (punizioni, castighi): le mie pene dipendono dall’assenza del pène!

Pòrci (animali) Pórci (dal verbo porre): De porci (animali) vanno a fare un esame: avete delle domande da porci?

Vendétte (dal verbo vendere), Vendétte (plurale di vendetta): da bambino una volta mi hanno imbrogliato: un signore mi vendette un giocattolo, ma non funzionava. Le mie vendette non si fecero attendere!

Vènti (correnti d’aria), Vénti (numero): I venti che vengono dal mare sono più forti: sono venti anni che te lo dico!

Capisco che questa è una puntata difficile, ma sicuramente avete scoperto una cosa molto divertente della lingua italiana e magari vi siete accorti solo adesso che pronunciate male certe parole.

Bene, allora ripetete l’ascolto se volete, e ringrazio tutti ancora una volta dell’ascolto. Ringrazio tutti i donatori, che aiutano Italiano Semplicemente con una offerta economica. Mi è venuta un’idea stanotte: devo dedicare una puntata di Italiano semplicemente ad ogni paese da cui arriva una donazione: ad esempio ieri è arrivata una donazione dall’Azerbaijan, precisamente da Baku, e a questo argomento sarà dedicato il prossimo episodio di Italiano Semplicemente: parlerò di Baku e di una sua specialità culinaria. Con l’occasione ripassiamo le ultime espressioni che avete imparato sulle pagine di Italiano Semplicemente.

A presto

Programma di una giornata di lavoro – presentazione

Questa è la terza lezione del programma di Italiano Professionale per Principianti.

Titolo: Programma di una giornata di lavoro

Descrizione: Viene descritto il programma di una giornata di lavoro in giorni diversi diversi: prima il giorno stesso, poi il giorno successivo ed infine il giorno precedente. Attenzione a come e quando cambia il tempo dei verbi.

Audio della giornata nei tre tempi diversi: oggi, ieri e domani (durata: 1:57)

Per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente sono disponibili anche i tre file audio con le domande e le risposte relative ai tre tempi diversi: 207 domande e 207 risposte. 60 minuti di ascolto. In più la trascrizione integrale del testo.

Come esprimere i desideri: voglie, voleri, desiderata, sogni, ambizioni, bisogni, necessità, esigenze, smanie, bramosie

Audio 1^ parte

Video 1^ parte

Audio 2^ parte

Audio parte 3

Audio parte 4

Trascrizione

1^ parte

Ciao amici, bentornati su Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e oggi in questa nuova puntata di italiano semplicemente, vi voglio parlare di desideri, cioè di ciò che vogliamo, che desideriamo, ciò che vorremmo accadesse nel futuro.

Lo faremo in un episodio diviso in più parti per rendervi più facile e meno stancante l’ascolto e per poter fare anche un po’ di ripetizione, in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente.

Come fare per esprimere un desiderio? Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Chi può dire di non avere desideri d’altronde? Innanzitutto vorrei dirvi che ci sono i desideri, che sono ciò che si desidera, poi ci sono le semplici volontà, una parola che non cambia al plurale (la volontà, le volontà), al contrario dei desideri, che al singolare diventa desiderio.

Le volontà rappresentano ciò che si vuole, un concetto forse meno nobile rispetto a ciò che si desidera.

Volere, desiderare: ma non sono solo questi gli unici verbi che si usano per esprimere un desiderio. Notate che le nostre volontà si chiamano anche i nostri voleri.

Curioso quest’ultimo termine: “voleri” è simile a volontà, ma si usa solamente in talune circostanze, come quando c’è un’autorità :

Bisogna rispettare i voleri del popolo

I voleri di sua maestà la regina.

Un volere indubbiamente esprime un desiderio, ma si usa solo quando qualcosa va rispettato, e questo qualcosa è la volontà di qualcuno di importante, come appunto una regina o l’intero popolo di una nazione.

Cominciamo dalle cose semplici. Per esprimere un desiderio o un volere normalmente si usa “vorrei”.

È il modo più semplice possibile:

Vorrei andare in Italia

Vorrei visitare Roma,

Vorresti andare a Venezia?

Tuo padre vorrebbe che tu ti laureassi?

Noi vorremmo aiutarvi

Loro vorrebbero venire

Però il verbo “volere” esprime una volontà, o un desiderio, diciamo in modo semplice, così come se usiamo il verbo piacere, sempre al condizionale.

A me piacerebbe imparare l’arabo.

Stavolta però è un po’ più lontano come desiderio, mi piacerebbe esprime più una possibilità, come un provare piacere al pensiero di raggiungere qualcosa, non una volontà forte ed emozionante.

Si usa spesso quando devo esprimere un desiderio lontano, oppure anche un desiderio irrealizzabile, ed in questo caso usiamo il condizionale passato, come se fosse accaduto nel passato ma ormai fosse tardi. Ad esempio:

Mi sarebbe piaciuto essere un’aquila

il presente in questo caso non si usa, proprio perché è impossibile diventare un’aquila, al massimo saremmo potuti nascere aquila, ammesso che questa frase abbia un senso.

Il condizionale passato ovviamente lo usiamo per tutti i desideri svaniti, ormai non più realizzabili, non solo per quelli irrealizzabili per definizione, quindi:

Mi sarebbe piaciuto vederti ieri

Quindi in generale mi piacerebbe e mi sarebbe piaciuto sono più adatti per desideri lontani, ipotetici o irrealizzabili, mentre vorrei e avrei voluto (al passato) sono più consoni ad esprimere volontà, vere volontà, cioè desideri reali, realizzabili, vicini.

Se ieri avreste voluto fare una cosa che per mancanza di tempo non avete potuto fare potete quindi dire:

Ieri avrei voluto mangiare insieme a te.

Comunque tranquilli, non succede nulla se usate mi piacerebbe o vorrei in entrambi i casi.

Una cosa da ricordare è che non dovete dire “a me mi piacerebbe” ma “a me piacerebbe” oppure “mi piacerebbe”. Queste ultime sono le uniche due forme corrette.

È un errore comune nei bambini e negli stranieri.

Iniziare con “A me”, sottolinea il soggetto:

A Giovanni piacerebbe visitare la Francia, a me invece piacerebbe andare in Norvegia.

In questo caso si deve usare “a me” perché devo sottolineare la differenza tra me e Giovanni.

Il verbo desiderare si può ugualmente usare in tutti gli esempi visti, ma il desiderio è qualcosa di più importante della volontà, un desiderio esprime qualcosa che ha a che fare con la felicità, e solitamente i desideri non sono molti per ognuno di noi. C’è chi ha un solo desiderio nella vita:

Visitare la mecca, diventare famosi, sposare l’uomo dei sogni, aprire un’attività, ottenere un lavoro, trasferirsi in un paese, questi possono essere chiamati desideri.

I desideri sono solitamente raggiungibili, devono essere raggiungibili, alla nostra portata, altrimenti si avvicinano a dei sogni o a delle utopie.

Desideri e sogni sono più o meno identici, forse il sogno è visto un po’ più lontano. L’utopia invece è qualcosa di impossibile, scollegato dalla realtà.

Seconda parte

C’è un modo interessante con cui potete chiamare i desideri: I desiderata.

Desiderata è un termine che si usa ed esiste quasi sempre al plurale. I desiderata sono i propri desideri, ma possiamo parlare anche di un solo desiderata, inoltre i desiderata si usano solo in certe occasioni.

Si tratta di richieste, di desideri ma nell’uso burocratico o amministrativo.

Quali sono i vostri desiderata?

“I vostri desiderata”, attenzione, quindi plurale maschile: I desiderata.

Quali sono i vostri desiderata?

Questa è una domanda che non può fare un cameriere di un ristorante ai clienti o una madre ai propri figli. Invece potrebbe farla un dirigente ai lavoratori di una azienda, o in una biblioteca, il responsabile della biblioteca a degli utenti, dei clienti o visitatori della biblioteca.

Sono qui pronto a soddisfare i desiderata dei cittadini.

Non c’è nessun sogno nei desiderata, questa è la principale differenza rispetto ai desideri. Potrei ad esempio dire che con questo episodio spero di soddisfare i desiderata di chi ha cercato su Google questo argomento o questa parola. Se così fosse sarebbero soddisfatti della mia spiegazione.

Desiderio e volontà: Chi ha dei desideri possiamo dire che è desideroso di qualcosa. Essere desiderosi però non significa essere volenterosi.

Essere desiderosi è avere un desiderio, mentre essere volenterosi significa avere forza di volontà. La parola volontà esprime infatti un volere, ma anche una forza, quella forza che ci fa raggiungere ciò che vogliamo.

L’uomo volenteroso ad esempio è un uomo che è determinato ad ottenere un risultato, tanto da impegnarsi quanto necessario, tanto da mettercisi con la testa e col cuore.

Essere volenterosi quindi è il contrario che essere sfaticati, fannulloni, indolenti, e non significa volere o desiderare qualcosa, il desiderio è la forza che ci spinge verso il risultato, la volontà è lo strumento che usiamo.

Due verbi particolari sono gradire ed apprezzare. Vedremo che più che i desideri, questi due verbi hanno a che fare con le sensazioni. Per esprimere un desiderio bisogna usare il condizionale: gradirei, apprezzerei, ma ad ogni modo il piacere è più importante del desiderio. Vediamo di distinguere però:

Il verbo gradire è più collegato al piacere ed alla piacevolezza.

Al bar o al ristorante si usa spesso:

Gradisce un caffè?

I signori gradiscono qualcosa da bere?

Si usa spesso e quasi solamente nei locali dove si fanno degli ordini, dove si consuma qualcosa. Significa accettare con piacere, ricevere con soddisfazione, apprezzare: gradire un regalo, una visita, una notizia. Si usa quindi in formule di cortesia, nell’offrire qualcosa.

Vedete quindi che anche gradire ha a che fare con i desideri, ma si tratta di piaceri momentanei, di piaceri dei sensi soprattutto.

Si usa più per distinguere ciò che si gradisce da ciò che invece non si gradisce.

Apprezzare è quasi identico a gradire. Ma apprezzando si riconosce una qualità ad una persona o ad un aspetto particolare di qualcuno o qualcosa; è come se riconosciamo il valore di qualcosa o qualcuno. Es:

Apprezzo molto i complimenti, specie i tuoi.

È da apprezzare la sua capacità di adattamento.

Quindi sia il gradimento che l’apprezzamento sono diversi da desiderare e volere: sono più due modi di riconoscere il valore di qualcosa o qualcuno. Apprezzare si usa di più con le persone e con i comportamenti:

Apprezzo il tuo altruismo

Apprezziamo la vostra generosità

Si usa quindi con le qualità e i meriti delle persone.

Gradire si usa più con le gentilezze e i regali.

Ho gradito molto il regalo che mi hai fatto. Apprezzo soprattutto la tua fantasia.

Vediamo adesso bramare e agognare.

Parliamo adesso di un forte desiderio. Quando un desiderio è talmente forte da sembrare esagerato, quasi come una malattia, possiamo parlare di bramosia. La bramosia è il forte desiderio di qualcosa.

Più che forte, il termine più adatto nei desideri è ardente. Desiderare ardentemente una cosa significa bramarla, agognarla.

Molto comune è la bramosia del potere, che ossessiona gli esseri umani, o meglio, qualche essere umano.

Essere ossessionati da qualcosa significa pensare solo a quella cosa, avere una ossessione, e in questo caso usare la parola bramosia  il verbo bramare è molto adatto.

La bramosia, o brama, è il desiderio smodato, incontenibile, che si riflette nel comportamento e in ogni atto dell’individuo.

Si dice avere brama di potere, o essere bramosi di qualcosa.

Es:

Sono bramoso di rivederti

Vale a dire: desidero ardentemente rivederti, lo desidero moltissimo.

Terza parte

Agognare è identico. Si usa maggiormente però come aggettivo:

Finalmente ho ottenuto la tanto agognata laurea.

C’è anche qui un forte desiderio, un desiderio che esisteva da tanto tempo. Molto simile è il verbo ambire.

L’ambizione però è diversa dal desiderio. Più che altro è un tipo particolare di desiderio. È un desiderio assiduo, costante ed egocentrico di affermarsi e distinguersi.

Riguarda quindi la sfera lavorativa, quella della realizzazione personale. In senso positivo, è il desiderio legittimo di migliorare la propria posizione o di essere valutato secondo i propri meriti.

Una persona può essere quindi ambiziosa, mentre un oggetto può essere ambito, cioè desiderato, e quando un oggetto è ambito vuol dire che non tutti possono raggiungerlo, averlo. Si può trattare anche di un posto di lavoro, che evidentemente può essere occupato soltanto da una persona.

Molti politici ad esempio ambiscono a diventare presidente del consiglio. Attenzione all accento: ambìto ed ambito si scrivono nello stesso modo, ma ambito è un sostantivo e vuol dire ambiente, circostanza ecc.

Le aspirazioni sono abbastanza simili alle ambizioni. Ciò a cui si aspira equivale a ciò à cui si ambisce. Si può aspirare ad una carriera lavorativa soddisfacente, ad un matrimonio felice, a diventare ricchi e famosi. E tu? A cosa aspiri? A cosa aspiri nella tua vita? Eh sì, perché le aspirazioni sono obiettivi di vita in ambiti specifici, nel lavoro, in famiglia, eccetera. Quando si aspira a qualcosa e poi si raggiunge l’obiettivo ci si sente appagati, soddisfatti, realizzati. Ma c’è chi dice che questa realizzazione, questo appagamento, duri un attimo, è subito ci si pone un obiettivo più alto ed ambizioso.

Restiamo nell’ambito del forte desiderio. Esiste anche il verbo fremere. Questo verbo si usa spesso quando il desiderio è associato all impazienza.

Fremo dalla voglia di vederti.

Allo stesso tempo c’è uno stato di nervosismo. Si usa infatti dire, quando non ci riesce a trattenere:

Mi fremono le mani

Le mani fremono quando hanno voglia di muoversi e così le dita vengono strisciate tra loro, in segno di impazienza.

Quindi una persona si dice che freme quando è impaziente e dà dei segnali di insofferenza, si agita nervosamente, perché non sa aspettare.

Quando una persona freme non vede l’ora di fare qualcosa, scalpita, sta sulle spine. Scalpitare è identico a fremere, ma mentre fremere fa pensare alle dita che si muovono, scalpitare fa pensare al cavallo, che dimostra di essere irrequieto, e batte continuamente il suolo con gli zoccoli. Gli zoccoli sono la parte terminale delle zampe del cavallo.

Un verbo simile è pretendere. Anche pretendere esprime un desiderio, ma in questo caso si tratta di un sentimento negativo. Quando una persona pretende qualcosa, è perché crede che sia sua, o che se la sia meritata. Si tratta di qualcosa che gli spetta (o che le spetta se di sesso femminile).

C’è una canzone italiana che fa:

Io non ti voglio, ti pretendo!

Il sostantivo è pretesa e pretese. Un sostantivo femminile quindi, al contrario di desiderio che è maschile. Pretendere ha una seconda caratteristica: quando si pretende qualcosa lo si fa quasi sempre da qualcuno. Se il tuo partner non si sente amato e ti chiede di più, puoi dirgli:

Cosa pretendi da me?

Pretendo un minimo d’attenzione accidenti!

Pretendi troppo!

Una pretesa è ovviamente un desiderio, ma è una cosa che pensiamo di meritare, una cosa che crediamo ci spetti.

Spettare è simile a pretendere. Però è più usato per i diritti che per i desideri.

Ci sono alcune differenze poi. Spettare significa due cose diverse. Il primo significato è legato ai desideri ma come dicevo più ai diritti: “Essere dovuto per diritto”, quindi è come pretendere ma più formale.

A me spetta rispetto!

Voglio dire che ho il diritto di essere rispettato. Desidero rispetto.

Mi spetta una fetta della torta.

Quindi pretendo una fetta di torta, è mia di diritto. Ma è più formale, si può usare anche in contesti più seri.

Il secondo significato ha a che fare invece con le competenze, con ciò che si deve fare: rientrare fra le competenze, i compiti di qualcuno; competere.

Mi spiego meglio

Se dico:

Spetta a me pulire casa.

Significa che è mia competenza, sono io la persona che deve pulire casa, sono io la persona a cui spetta pulirla.

Se facciamo una volta ciascuno posso dire che spetta una volta a ciascuno di noi la pulizia della casa.

Attenzione perché in entrambi i modi di usare spettare si usa spesso la preposizione “a” quindi potreste confondere:

L’eredità spetta a me.

Le pulizie spettano a me.

Se invece c’è il pronome gli o le (ed anche ci, vi) non vi potete sbagliare:

Gli spetta, le spetta si usano solamente per i diritti.

Spetta a lui, spetta a me, spetta a loro eccetera si usa sempre (o quasi) per indicare i doveri, cioè il secondo significato di spettare.

Tornando all esagerazione del desiderio si dice anche “avete sete” di qualcosa. Sete di potere, sete di successo, si usano molto spesso. Molto simile alla bramosia ed all’ardente desiderio.

Se invece non vogliamo esagerare ed il mio desiderio voglio esprimerlo in modo pacato, posso dire “sarebbe bello“, che è abbastanza simile a “mi piacerebbe” e a “vorrei”. Forse è più un desiderio che dipende meno da noi. Sicuramente però non c’è bramosia, nessuna pretesa, nessun egoismo. Solo un desiderio, un sogno ad occhi aperti.

La parola sogno si associa spesso ai desideri, sono più o meno sinonimi, e se sognamo ad occhi aperti spesso sospiriamo, guardiamo in alto e pensiamo: oh, come sarebbe bello se…

Terminiamo questa carrellata di espressioni e verbi con una singola parola: magari!

Un’espressione che esprime desiderio allo stato puro, o una speranza legata a qualcosa che potrebbe accadere. Nella speranza che sia stato esaustivo, auguro a tutti voi che riusciate ad esaudire tutti i vostri desideri.

Un abbraccio.

 

Quarta parte

Benvenuti nella quarta parte dedicata ai desideri, alle volontà ed ai voleri.

Ho deciso di fare una quarta parte in quanto mi sono reso conto di poter ampliare la discussione ad altri modi molto usati per esprimere alcuni tipi di desideri.

In effetti mi ero dimenticato dei bisogni.

Bisogni e desideri sono concetti abbastanza simili.

I bisogni esprimono qualcosa di cui si sente la mancanza. Se ci manca qualcosa, ci sono due possibilità:

La prima è che si tratta di qualcosa di cui sentite il bisogno, cioè la necessità, di qualcosa che vi risulterebbe utile, che vi risolverebbe un problema particolare. Ad esempio se state cucinando la pasta avrete bisogno del sale per salare l’acqua, per rendere cioè salata l’acqua in cui butterete la pasta. In questo caso potete tranquillamente dire:

Scusami Giovanni, ho bisogno di una manciata di sale grosso per la pasta.

Questo vale per qualsiasi tipo di oggetto (e non solo oggetti). Il bisogno è una necessità, qualcosa di necessario che ha una specifica utilità, un fine definito.

Potete anche dire:

Necessito di sale.

O anche:

E’ necessario un po’ di sale per la pasta.

Tuttavia “necessitare“, come verbo, è usato più in circostanze formali, usato maggiormente allo scritto che all’orale.

Necessitate è simile a “bisognare”, ed entrambi i verbi hanno una particolarità: si usano anche quando non è una persona ad avere bisogno di qualcosa. Ad esempio:

L’armadio ha bisogno di una sistemata.

L’armadio bisogna di una sistemata.

Le pareti della nostra cucina hanno bisogno di una nuova pittura.

Le pareti bisognano di una nuova pittura.

La nostra casa necessita urgentemente di una ristrutturazione

Questo tuo comportamento necessita di una spiegazione

In questi casi non si tratta di un desiderio dell’armadio, della parete o dell’appartamento ma sempre di una persona, quella che parla. Sono verbi che si usano per esprimere opinioni:

Secondo me l’armadio ha bisogno di una sistemata.

La necessità quindi esprime qualcosa che è necessario fare, un bisogno, una mancanza che va colmata.

Si tratta pur sempre di desideri, ma trattati da un punto di vista diverso, quello delle esigenze, dei bisogni.

Ho usato il verbo “colmare“, che è un verbo che si usa spesso quando si parla di desideri: colmare una mancanza significa riempire un vuoto, soddisfare un desiderio.

Esigenze e bisogni ci portano poi a discutere dei due verbi associati: esigere e bisognare.

Del verbo bisognare abbiamo già visto qualche esempio. “Bisognare di” è il modo giusto di usare il verbo.

Ancora però non vi ho parlato del verbo esigere, perché questo verbo esprime un significato diverso dalle esigenze.

Esigere è simile a pretendere, reclamare, richiedere, rivendicare.

Esigere: Quando una persona esige qualcosa vuol dire che sta pretendendo qualche cosa, e la pretende in virtù di un diritto che si ha o che si crede di avere, oppure in virtù della propria autorità, della propria forza, importanza.

Si tratta quindi di qualcosa di diverso di un desiderio o di una esigenza. ecco perché vi ho detto che esigere ed esigenza non hanno molte cose in comune in realtà.

L’esigenza è simile al desiderio e si usa molto nelle comunicazioni commerciali e con i clienti:

I clienti scelgono i loro prodotti in base alle loro esigenze.

Non c’è niente di male ad usare il verbo esigere in questo caso. Niente a che fare col verbo esigere.

Avere delle esigenze: si tratta semplicemente di aver bisogno di qualcosa.

Nonostante questo nei vostri dizionari troverete che una esigenza è una richiesta non sempre legittima e per lo più è pretensiosa, fatta valere nei confronti del prossimo con altezzosità.

In questi casi si usa sempre il verbo esigere e non il termine esigenza/e.

Basta citare alcuni esempi:

Esigere obbedienza

Esigere rispetto

Esigere interessi troppo alti

Esigere uno stipendio eccessivo;

Esigere delle prove

Esigere una spiegazione

C’è sempre “esigere”. Invece l’esigenza difficilmente si usa in questi contesti di pretenziosità, di qualcosa che ci spetta di diritto.

Posso dire che:

Per me la ginnastica quotidiana è un’esigenza

Per te la lettura delle notizie su internet è un’esigenza

Ci sono le:

Normali esigenze della vita

che semplicemente sono ciò di cui si ha bisogno per vivere: le normali esigenze della vita.

Si dice molto spesso:

Fare fronte alle esigenze quotidiane

In ufficio posso:

Modificare l’orario di lavoro per esigenze di servizio.

Un dirigente di un ufficio può:

Venire incontro alle esigenze dei lavoratori o della clientela.

Quindi esigere ed esigenza sono concetti apparentemente simili ma molto diversi nel loro utilizzo.

Prima abbiamo usato il verbo “colmare” quando parlavamo di mancanze. In effetti il verbo colmare ha questo utilizzo, anche con la parola bisogno:

Occorre colmare il bisogno di informazioni

ad esempio.

Molto simile è il verbo “Supplire“: supplire ad una mancanza o supplire ad un bisogno, ad una necessità.

Ogni volta che abbiamo un desiderio, un bisogno e non riusciamo a soddisfarlo, potremmo cercare di supplire a questa mancanza con qualcos’altro. Supplire vuol dire rimediare, sopperire, sostituire. Colmare significa riempire un vuoto, come quando abbiamo un bicchiere vuoto e lo riempiamo, lo facciamo diventare colmo. Invece se abbiamo un bisogno, un desiderio e non riusciamo a soddisfarlo, allora posso supplire a questo bisogno, posso compensare a questa mancanza con qualcosa che possa sostituire il bisogno.

Ad esempio:

Posso supplire alla mancanza di affetto con del cioccolato

Il desiderio di affetto posso quindi sostituirlo con del cioccolato. A volte funziona 🙂

Vediamo che  in generale si usano anche altri verbi: quando si riesce a soddisfare un desiderio posso dire che si riesce a rispondere a delle esigenze (si una proprio questo verbo “rispondere“). In tali casi si soddisfano dei bisogni, si dice anche che si appagano le esigenze.

Soddisfare, appagare, colmare, rispondere, supplire sono tutti verbi adatti a questo scopo. Si usano a seconda dell’occasione.

C’è anche un altro verbo: quando si trova qualcosa che è in grado di soddisfare delle esigenze, dei bisogni, delle necessità, possiamo anche usare il verbo “confare“.

Uno strano verbo vero? In realtà non si usa mai alla forma infinita. Vediamo come si usa:

Ho trovato una casa che si confà perfettamente alle esigenze della nostra famiglia.

Si confà: si usa quasi sempre solamente in questo modo, al singolare; difficilmente troverete cose che si “confanno” a delle esigenze. Sicuramente è più raro.

Quando qualcosa, come una casa, si confà alle esigenze (alle nostre, ad esempio), alle esigenze della nostra famiglia, ebbene significa che la casa è adatta alla nostra famiglia, ai nostri bisogni, ai nostri desideri.

La casa è in grado di soddisfare le nostre esigenze.

Usare la parola desideri qui è un tantino esagerato. Meglio esigenze, o al limite bisogni.

Voglio ritornare e sottolineare che le esigenze hanno poco a che fare col verbo esigere, a meno che non accompagnate le esigenze con altre parole: tante, troppe, eccessive esigenze.

Solo in questo caso le esigenze somigliano molto alle pretese, ed alle cose che si esigono.

Abbiamo poi più volte parlato di desideri eccessivi, esagerati, bisogni esagerati, smodati: abbiano già visto le bramosie e il verbo agognare.

In questi casi possiamo usare anche le smanie e il verbo smaniare. Molto simile a fremere.

Smanie non c’entra con le manie, infatti cambia anche l’accento: smànie, manìe.

Avere la smania di fare qualcosa significa avere fretta di fare qualcosa, molta fretta.

Vediamo le differenze: smaniare non è come avere una bramosia, perché la bramosia è più negativa, è usata sempre in situazioni negative e con il potere o con il sesso.

La smania invece si può usare in contesti più leggeri, situazione di tutti i giorni; sempre come una esagerazione, come una fretta esagerata di cui sarebbe meglio fare a meno.

Smaniare è praticamente come fremere: indica uno stato di nervosismo legato ad un desiderio che è molto vicino al realizzarsi.

Es:

Io smanio ogni volta che devo partire per una vacanza.

È molto simile a “non vedere l’ora“.

Tu smani (o tu hai la smania) di aprire il regalo di compleanno.

Non vedi l’ora di aprire questo regalo di compleanno che hai ricevuto, hai quindi questo desierio molto forte e fremi, smani dalla voglia di aprirlo.

Questa è la smania: uno stato di agitazione, di nervosismo, di inquietudine, di ansia, di impazienza e di frenesia. “Non vedere l’ora” è simile come significato ma non esprime molto nervosismo ma più che altro la felicità dell’approssimarsi dell’evento futuro.

Il desiderio poi possiamo esprimerlo anche come una forma di “appetito“. Appetito: Sapete bene che quando una persona ha fame, cioè ha voglia di mangiare, possiamo dire che questa persona ha appetito. E’ una forma di desiderio solitamente associata al cibo: un desiderio di mettere qualcosa sotto i denti. Solitamente si usa per indicare una forma leggera di fame.

Si dice che bisogna alzarsi da tavola sempre con ancora un po’ di appetito, cioè che non bisogna mangiare fino a farsi passare la fame. Questo è un consiglio dei nutrizionisti e dei medici per vivere in salute.

La parola appetito deriva comunque dal latino e significa “aspirare a” e questo significa che avere appetito significa in realtà aspirare, ambire a qualcosa, desiderare qualcosa, benché si usi prevalentemente a tavola.

La parola appetito infatti si usa qualche volta in modo figurato, alludendo ironicamente a chi, pur ottenendo molto nella vita (talvolta non onestamente), cerca di avere sempre di più. Una forma di appetito un po’ negativa quindi, un desiderio negativo.

Si parla anche di “appetiti”, al plurale, per indicare un desiderio di possedere qualcosa.

Gli appetiti dei politici

Gli appetiti dei clan della mafia

Gli appetiti del crimine

Ogni volta che si parla di appetiti ci sono cose scorrette, contro la legge o comunque egoistiche. Le persone che hanno appetito di successo, ad esempio, sono le persone che, pur avendo avuto successo, pur essendo state fortunate nella loro vita da questo punto di vista, ne hanno ancora voglia, hanno ancora appetito di successo. Posso anche dire  “fame” di successo, ed in questo modo indico un desiderio ancora maggiore: proprio come avviene con il cibo l’appetito è una forma più leggera di fame.

Si dice in questi casi che “l’appetito vien mangiando“, cioè l’appetito viene mangiando”, espressione che si usa ogni volta che si desidera qualcosa solo dopo che si è iniziato a mangiare e non solo a mangiare: si usa anche per le cose che non si mangiano; al di fuori dell’ambito culinario.

Potreste quindi sentir parlare di “appetito di potere”, dell’appetito di successo, eccetera.

Infine voglio parlarvi della parola peggiore possibile associata al desiderio: la cupidigia.

Chi ha studiato Dante Alighieri e la Divina Commedia ha sicuramente memoria di questa parola.

La cupidigia  è un termine che indica in genere la fame, o l’appetito per i beni terreni, quindi la fame, la voglia dei beni terreni, non solo di soldi, ma di tutto ciò che non è spirituale, tutto ciò che è superfluo, e che quindi è giudicato sbagliato e pericoloso per l’uomo.

La cupidigia è uno dei “sette vizi capitali” di cui Dante Alighieri parla nella Divina Commedia, la sua opera più importante. Uno dei vizi più grandi dell’essere umano: Si dicono vizi “capitali” poiché sono i più gravi, i vizi principali dell’uomo. Così come la capitale di una nazione è la città più importante della nazione.

La cupidigia è un desiderio intenso, ma è qualcosa di più di un desiderio intenso, è una bramosia sfrenata. Ancora peggiore della bramosia quindi.

E’ una brama peccaminosa, un desiderio che porta al peccato. Si tratta di un costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e un bisogno sfrenato (cioè senza freni), un bisogno esagerato di ottenere sempre di più.

Dante Alighieri parla della cupidigia nell’Inferno, all’inizio del suo viaggio. E la cupidigia è raffigurata come una bestia selvatica, una bestia feroce: una lupa. La lupa, cioè la femmina del lupo, è una bestia feroce, malvagia, che rappresenta proprio la cupidigia. La lupa è la bestia più feroce delle tre fiere (sono chiamate così) nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Le altre due fiere rappresentano la lussuria e la superbia.

lupa_inferno
William Blake: illustration to Dante The Divine Comedy, Inferno, Canto I, 1-90

Dante indica la cupidigia come il vizio peggiore, perché è il difetto dell’uomo più difficile da cui liberarsi poiché è quasi istintivo nell’uomo. E’ come se l’uomo fosse portato naturalmente ad avere desideri egoistici, quindi l’uomo, per liberarsene, deve andare contro la sua natura.

La cupidigia tutti gli italiani se la ricordano per merito di Dante, che la chiama anche “avarizia” e ogni volta che gli italiani usano la parola cupidigia pensano a Dante. Difficilmente viene usata nel linguaggio comune se non per indicare una forma di desiderio esagerato che andrebbe punito con l’inferno, come fa Dante. Con la cupidigia delle persone è impossibile avere pace e giustizia, riteneva Dante.

Tutti in Italia abbiamo studiato la Divina Commedia alle scuole superiori, e Dante indica nella cupidigia l’origine di tutti i mali d’Italia ed anche l’origine della corruzione della Chiesa.

Ciao ragazzi, e grazie dell’ascolto di questo episodio.

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Rita Levi-Montalcini

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Trascrizione

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Fair use, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=48428878

Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni.

Che ne pensate se oggi parliamo di un grande personaggio italiano?

Tra i tanti personaggi famosi in tutto il mondo potremmo ad esempio parlare di Rita Levi Montalcini.

Una grande donna italiana, vissuta dal 1909 al 2012; dunque ha vissuto ben 103 anni, durante i quali è stata una famosa neurologa e accademica, oltre che una senatrice a vita italiana, e per finire ha vinto il Premio Nobel per la medicina nel 1986.

Neurologa significa che ha studiato neurologia, cioè la scienza che si occupa del sistema nervoso. La neurologia è la branca specialistica della medicina che studia le patologie del sistema nervoso.

Accademica vuol dire che si è dedicata alla ricerca e all’insegnamento, mentre il premio Nobel, o Nobèl (si può pronunciare in entrambi i modi) è innanzitutto un premio, anzi potremmo dire che si tratta di un’onorificenza, cioè un alto premio, un premio di alto valore, legato all’onore. Il premio Nobel è quindi un premio di valore mondiale, un’onorificenza attribuita annualmente a persone viventi che si sono distinte nei diversi campi dello scibile apportando i maggiori benefici all’umanità per le loro ricerche, scoperte e invenzioni, per l’opera letteraria, per l’impegno in favore della pace mondiale.

Questa è la definizione di premio Nobel. Soltanto persone che viventi possono ricevere questo premio, quindi persone che sono vive nel momento della premiazione.

Il premio è attribuito (cioè dato) annualmente (cioè tutti gli anni) a persone viventi che si sono distinte nei diversi campi dello scibile.

Ho detto persone che si sono “distinte”. Si parla del verbo “distinguere” nella modalità riflessiva: “distinguersi”, che significa mettersi in luce, farsi notare, essere riconoscibile per qualcosa che si è fatto nella vita. Chi si distingue quindi si distingue dagli altri, perché è diverso dagli altri. In questo caso perché ha una qualità rispetto agli altri, una grande qualità. In generale ci si può distinguere per diversi motivi.

Ci si può distinguere per onestà,

Ci si può distinguere per correttezza, per diligenza, per chiarezza, ed in generale per qualità morali e professionali soprattutto.

Comunque spesso i parla semplicemente di caratteristiche, come l’elefante indiano ad esempio, che si distingue da quello africano perché ha le zanne meno sviluppate, più corte quindi.

Ebbene Rita Levi Montalcini nella sua vita si è distinta (parlo al passato ovviamente e al femminile) per diverse cose. Si è distinta in uno dei campi dello scibile.

Lo scibile è un termine che indica tutto ciò che può essere conosciuto e compreso. Si parla spesso dello scibile umano, cioè di tutto quello che gli esseri umani posso conoscere, quindi si parla di scienze, di conoscenze degli esseri umani. Questo è lo “scibile umano”.

Ripeti: scibile umano

Ripeti: lo scibile umano

Ripeti: Distinguersi in un campo dello scibile umano.

Rita Levi Montalcini per cosa si è distinta quindi? Essendo una scienziata in medicina, di è ovviamente distinta nel campo della medicina e della neurologia. Ha fatto un’importante scoperta scientifica, scoperta per la quale è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina.

È stata insignita del premio Nobel per la medicina dunque.

Insignita. Insignita viene dal verbo “insignire”, che significa: “Fregiare di un’onorificenza o di un titolo”.

Quando una persona viene insignita di qualcosa, si tratta sempre di qualcosa che dà onore a questa persona, che la premia, che la onora, che le riconosce un alto merito per la sua opera. Si usa sempre in questo modo:

Insignire di un premio, insignire di una onorificenza, insignire di riconoscimenti, insignire di una targa.

Rita Levi Montalcini è stata insignita nel 1986 del premio Nobel per la medicina.

Attenzione perché solamente per le alte onorificenze posso parlare di un vero insignimento. Non posso certamente insignire un amico di un premio per aver vinto una corsa in bicicletta. La cosa farebbe un po’ sorridere.

Stiamo facendo perciò un alto riconoscimento, ed è quello che ha avuto Rita Levi Montalcini quando è stata insignita del Premio Nobel per la medicina. Questo sì che è un vero insignimento.

Ripeti: Insignita

Ripeti: Insignita del premio Nobel

Ripeti: Rita Levi Montalcini è stata insignita del Premio Nobel per la medicina

Nel 2001 poi è stata nominata senatrice a vitaper aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.

È stata nominata senatrice a vita, cioè è stata designata senatrice a vita.

Essere nominati senatrice a vita (o senatore a vita) è ovviamente un onore, perché quando una persona viene nominata o designata senatore o senatrice a vita, questo può avvenire solamente per alti meriti; per aver fatto delle grandi cose.

In questo caso per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale.

Rita Levi Montalcini ha illustrato la patria, cioè l’ha resa gloriosa, ha dato lustro alla patria, cioè ha reso la patria migliore, l’ha migliorata, le ha dato gloria, l’ha illustrata.

Il verbo illustrare si può usare anche in questo modo. Normalmente quando si illustra qualcosa si mostra, si commenta, si chiarisce nei particolari:

vorrei illustrare un libro con delle immagini

ad esempio.

In tal caso si usa per dare lustro, per dare gloria alla patria, cioè all’Italia. E lei lo ha fatto “con altissimi meriti nel campo scientifico e sociale”.

Il senatore a vita è una carica istituzionale. Normalmente si diventa senatori attraverso una elezione, ma senatore a vita si diventa per due motivi: o perché si è stati Presidente della Repubblica Italiana, oppure perché ci si è distinti “per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. In questo caso si viene scelti dal presidente della Repubblica Italiana, che ha la facoltà (cioè la possibilità) di nominare 5 senatori a vita, scegliendoli tra i cittadini italiani.

Capite quindi che essere nominati senatore a vita non è una cosa da poco. “A vita” vuol dire per tutta la vita, cioè fino alla morte.

E’ interessante notare che su più di 500 premi Nobel assegnati fino ad oggi, soltanto 12 di questi sono andati a delle donne: circa 1 su 50.

Lei stessa ha ammesso che nella sua vita ha dovuto combattere, ed ha sofferto tutta la vita per essere accettata in quanto donna negli ambienti scientifici più esclusivi e rinomati. Ha faticato, ha sofferto tutta la vita.

Lei era consapevole di questa difficoltà per le donne di tutto il mondo, soprattutto nel mondo dello studio e delle scienze.

Per questo ha deciso di aiutare le giovani studentesse universitarie africane, con l’obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo chiave, un ruolo importante nella vita scientifica e sociale del loro paese.

In Africa infatti anche il diritto allo studio è spesso negato alle donne. La donna africana spesso non ha diritto allo studio. Il diritto allo studio le viene negato, cioè le viene impedito di studiare alla donna africana: studiare non è un suo diritto, non rientra tra i suoi diritti.

Notate che ho detto “le viene negato” e non “gli viene negato” perché si tratta di una donna. Anche gli italiani speso fanno questo errore: il pronome “gli” tende a essere usato anche al posto del femminile “le”.

– Stasera chiamerò Giovanni. Gli mostrerò il mio lavoro.

– Stasera chiamerò Giovanna. Le mostrerò il mio lavoro.

Analogamente posso dire:

– Voglio bene a Giovanni. Gli voglio bene.

– Voglio bene a Giovanna. Le voglio bene.

– A Giovanni viene negato un diritto. Gli viene negato un diritto

– A Giovanna viene negato un diritto. Le viene negato un diritto

Dunque secondo la Montalcini le ragazze africane hanno fame di conoscenza, di sapere: “hanno più fame di conoscenza che di cibo” (sono le sue esatte parole) e “sono molto più determinate degli uomini: quando possono istruirsi i risultati sono davvero sorprendenti”.

Sentiamo direttamente la sua voce, quando in un’intervista parlava delle donne e della sua esperienza di vita come donna:

—-

Rita Levi non si è mai sposata (un’altra curiosità interessante) e non ha mai pensato di sposarsi: “Io sono sposata con la scienza” diceva, e “non ho mai sentito la mancanza di un figlio o il bisogno di legarmi a un uomo. Sono felice così”.

Aggiunge che se in passato fosse mai stata corteggiata da qualche uomo, se qualche uomo fosse mai stata interessata a lei, magari un collega di lavoro, ebbene, lei non ne n’è neanche accorta. “L’amore su di me ha l’effetto dell’acqua sulle piume di un’anatra: sono totalmente impermeabile”, ha detto.

Come sapete infatti l’acqua, quando viene a contatto con le piume delle anatre non riesce a bagnare le piume, perché queste sono impermeabili, quindi l’acqua scivola sulle piume, e la Montalcini usa questa immagine per descrivere l’amore e l’effetto che fa su di lei: l’amore per un uomo, su di lei, è impermeabile, nel senso che lei non si è mai innamorata di un uomo, l’amore le scivola addosso, come l’acqua scivola sulle piume di un’anatra.

Tra parentesi, una piccola curiosità: mi sono informato su questo, ed ho scoperto che le anatre, come anche le oche e i cigni, possiedono una ghiandola, che si trova sul dorso, cioè sulla schiena, vicino alla coda, che produce una sostanza oleosa, (come un olio quindi) con la quale gli uccelli si spalmano le piume per renderle impermeabili.

Ripeti:

un olio

una sostanza oleosa

un olio che le anatre si spalmano sulle piume

una sostanza con la quale le anatre si spalmano le piume

un olio con il quale le anatre si spalmano le piume

Comunque, curiosità a parte, mi sono anche chiesto se Rita Levi Montalcini avesse a che fare in qualche modo con la lingua italiana.

Beh, comunque non ho trovato granché sul legame con la lingua italiana, ma ho trovato una curiosità: dovete sapere che La Montalcini ha scritto anche una canzone nell’anno 2006 che si chiamava “Linguaggio Universale”, che ha partecipato alle selezioni del Festival di Sanremo 2007.

Non si parlava di lingua italiana però. Si parla però di una lingua, anzi di un linguaggio: questa canzone parla di vita, di pace e di amore, gli unici veri linguaggi universali che uniscono il mondo.

La canzone sarebbe stata cantata dal gruppo Musicale Jalisse. Ho detto “sarebbe stata cantata” perché la canzone non è riuscita a superare le selezioni, quindi non ha partecipato a quel Festival.

L’episodio di oggi finisce qui. Spero ne abbiate tratto giovamento, ci voleva un grande personaggio come Rita Levi Montalcini per onorare la donna e l’intelligenza umana.

Un grazie a tutti voi e un grazie speciale per le vostre donazioni.

Chi aiuta Italiano Semplicemente aiuta in realtà tutti gli stranieri che vogliono imparare bene l’italiano.

Per chi è interessato poi a sostenere anche il proprio italiano, propongo di aderire all’Associazione Italiano Semplicemente che conta finora 31 membri. Aspettiamo le vostre adesioni, sarete soddisfatti o rimborsati, ma vedrete che non ve ne pentirete.

Un abbraccio a tutti.

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