Descrivere, riportare e raccontare

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Trascrizione

Ciao ragazzi, oggi vediamo come fare per descrivere e riportare ciò che dice o che ha detto qualcun’altro, riportare cioè quanto è stato detto in un momento precedente.

In questo caso stiamo cioè raccontando qualcosa di accaduto o qualcosa che è stato detto. Non è una cosa semplicissima da fare, ed anche gli italiani spesso hanno qualche dubbio sul modo più corretto per farlo.

Senza dilungarmi molto nelle spiegazioni, proviamo ad ascoltare un dialogo tra tre persone. Si tratta di un dialogo tra un poliziotto che ferma una macchina per un controllo (è una lezione del corso di Italiano professionale): nell’auto ci sono un ragazzo e sua madre. Io faccio la parte del ragazzo e mia madre Giuseppina fa ovviamente la parte della mamma del ragazzo.

Iniziamo col dialogo dunque, seguirà immediatamente una descrizione dello stesso dialogo. Io racconterò il dialogo, vi parlerò cioè del dialogo, vi descriverò questo controllo della polizia e cosa dicono i protagonisti.

Attenzione perché nella descrizione del dialogo userò fondamentalmente il presente: si tratta di una descrizione di quello che accade, e la cosa è non esattamente uguale se invece il giorno stesso o il successivo raccontassi ad un’altra persona quanto accaduto. In questo caso si usa più spesso una delle forme del passato.

Vediamo dopo meglio.

Iniziamo:

Un ragazzo appena patentato di nome Giovanni guida la sua automobile accompagnato dalla mamma Giuseppina, che siede sul sedile anteriore come passeggero.

Giovanni: accidenti, un posto di blocco, mamma che faccio?

Giuseppina: aspetta, vediamo se alza la paletta! Se lo fa allora, quello è un invito ad accostare l’auto.

Giovanni: l’ha alzata, l’ha alzata! Allora accosto ok?

Giuseppina: calma calma, sì, adesso accosta, devi solo accostare e stare calmo!

Giovanni: ok! Sono un po’ in soggezione! Spero tutto sia in regola!

Poliziotto: buongiorno, favorisca patente di guida e libretto di circolazione.

Giovanni: subito!

Giuseppina: buongiorno signor poliziotto, mio figlio ha appena preso la patente, lo perdoni se è un po’ emozionato, ma è tutto a posto, abbiamo tutti i documenti.

Poliziotto: non c’è problema, si figuri. Il ragazzo non abbia timore, se tutto è a posto! Adesso facciamo una breve verifica.

Giovanni: sì, sì, tutto a posto. Ecco il libretto, ed ecco anche la mia patente!

Poliziotto: mmmm, la patente va bene, ed anche la carta di circolazione tutto in ordine.

Giuseppina: ne ero sicura! Possiamo andare adesso?

Poliziotto: solo un attimo. Mi lasci ispezionare la vostra automobile.

Giovanni: ispezionare? Cosa vuole ispezionare esattamente?

Poliziotto: devo fare un breve controllo all’abitacolo, al cofano motore e al bagagliaio. Poi darò anche un’occhiata alle gomme.

Giovanni: prego, faccia pure!

Poliziotto: tutto bene, ma devo dirle che le sue gomme sono decisamente lisce!

Giuseppina: lisce signor poliziotto? Sicuro?

Poliziotto: certo, guardi lei stessa il battistrada! Vede le scanalature? Non sono affatto profonde!

Giovanni: va bene allora le facciamo cambiare!

Poliziotto: fatele subito sostituire, perché con le gomme lisce si va incontro a diversi problemi di aderenza alla strada ed il controllo dell’auto può diventare difficoltoso.

Giovanni: benissimo allora la porto subito dal gommista!

Poliziotto: le dovrei fare una multa ed anche piuttosto salata, ma per questa volta può andare. Mi raccomando le sostituisca il prima possibile.

Giuseppina: per curiosità, a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione?

Poliziotto: per chi circola con pneumatici consumati o lisci la sanzione va dagli 85 a più di 300 euro.

Giovanni: accidenti! L’abbiamo scampata bella!

Giuseppina: (verso il figlio) …. ringrazia per la gentilezza e saluta…

Giovanni: arrivederci e grazie mille per la sua gentilezza eh?

Poliziotto: dovere! Arrivederci.

Giovanni: hai sentito? Sembrava un accento brasiliano! Mah!

Spiegazione dialogo

Ok dunque vediamo che il dialogo inizia con me che, notando un posto di blocco della polizia chiedo, molto preoccupato, a mia madre cosa fare. Essendo un ragazzo appena patentato chiedo un consiglio a chi ne sa più di me, e mia madre risponde di aspettare, e di vedere se il poliziotto alza la paletta!

In questo caso, dice mia madre, significa che quello è un invito ad accostare l’auto. L’alzarsi della paletta, secondo l’esperienza di mia madre ha un significato preciso: fermarsi, accostare l’auto. Questo risponde mia madre alla mia richiesta di aiuto.

Allora io, sempre più preoccupato, vedendo che la paletta si alza, chiedo ancora una volta conferma a mia madre: le chiedo se devo veramente accostare, avendo visto alzarsi la paletta.

Mia madre replica prontamente di mantenere la calma, di accostare e restare calmo. Nient’altro.

Io a quel punto ammetto di essere un po’ in soggezione e manifesto la mia speranza che tutto sia in regola.

A questo punto, una volta accostata l’autovettura, il poliziotto ci saluta e ci chiede di favorirgli sia la patente di guida che il libretto di circolazione.

Io ovviamente lo faccio subito, gli favorisco i documenti da lui richiesti sperando che tutto sia a posto.

Mia madre, vedendo il mio imbarazzo e nella paura che il poliziotto interpreti quell’emozione in modo sbagliato, cerca, dopo aver risposto al saluto, di spiegare che il figlio ha appena preso la patente, e gli chiede di perdonarlo per la sua emozione ed imbarazzo. Alla fine mia madre aggiunge che tutti i documenti sono in regola, che cioè è tutto a posto.

Al che, il poliziotto capisce immediatamente la situazione e replica prontamente che non ci sono problemi e che non è il caso di essere preoccupati, non è il caso di aver timore di un controllo della polizia, ovviamente questo solo se tutto è a posto, se cioè tutto è in regola! Per verificare questo dice di voler fare una breve ispezione, cioè un breve controllo.

Io mostro il libretto e la patente al poliziotto, che li controlla e dice che va bene, che i documenti sono in regola, che tutto è in ordine. Un poliziotto molto attento sembra.

Mia madre allora interviene dicendo di essere stata sicura che tutto fosse in ordine. Poi mia madre chiede se a questo punto il controllo sia terminato o meno e se possiamo quindi andare via. “Possiamo andare adesso?” – Dice mia madre.

Ma il poliziotto non è affatto d’accordo, e dice di aspettare un attimo. La sua volontà è quella di ispezionare l’automobile. Questa non ci voleva proprio!

L’ispezione fa preoccupare il sottoscritto, tant’è che io a quel punto chiedo al poliziotto cosa voglia ispezionare esattamente.

Solo un breve controllo all’abitacolo – replica questi – al cofano motore e al bagagliaio. Ed infine anche un’occhiata alle gomme.

Io dico di far pure.

Il poliziotto fa la sua ispezione e fortunatamente dice che tutto va bene, ma aggiunge, dandomi sempre del lei, che le gomme dell’automobile sono decisamente lisce. Si riferisce ai pneumatici ovviamente, che normalmente vengono dette “gomme” dell’automobile, dal nome della gomma, il materiale usato per la sua fabbricazione.

Mia madre però non ci sta e mette in discussione ciò che ha appena detto il poliziotto. Gli chiede così se sia sicuro che le gomme, come da lui affermato, siano veramente lisce come dice, sempre con gentilezza ovviamente.

Il poliziotto, che evidentemente è abituato a polemiche di questo tipo, chiede a mia madre di verificare personalmente il battistrada, e di porre attenzione in particolare alle scanalature del pneumatico, e al fatto che queste non siano affatto profonde!

Io allora, per non far innervosire il poliziotto rispondo prontamente che le gomme saranno sostituite, ed il poliziotto aggiunge che questo va fatto subito. Il poliziotto fa notare la sua competenza in materia, motivando la sua richiesta di sostituzione, dicendo che con le gomme lisce si va incontro a diversi problemi di aderenza alla strada ed il controllo dell’auto può diventare difficoltoso.

A questo punto io ribadisco la mia promessa e dico di portare subito la macchina dal gommista.

Tutto bene dunque, ma il poliziotto ci tiene a dire che è stato buono, e che se dovesse applicare correttamente le disposizioni del codice della strada, dovrebbe fare una multa, cioè elevare una contravvenzione piuttosto salata. Ciò nonostante il poliziotto dice che per questa volta può andar bene così, lasciando intendere che se accadesse una seconda volta non sarebbe così tollerante. Per questa volta il poliziotto decide di chiudere un occhio.

Ad ogni modo si raccomanda con me perché io faccia sostituire il prima possibile le gomme lisce.

Curiosità è donna, si sa, ed allora mia madre chiede a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione. Quanto sarebbe stata salata la multa nel caso che il poliziotto avesse deciso di non chiudere un occhio?

Il poliziotto risponde che va dagli 85 a più di 300 euro. Questa è la multa, cioè la sanzione, l’ammenda per chi circola con pneumatici consumati o lisci.

Io allora, risollevato, mi rendo conto di aver scampato un bel pericolo ma vengo subito ripreso da mia madre che mi chiede di ringraziare il poliziotto per la gentilezza e di salutarlo… non sia mai dovesse cambiare idea…

Ovviamente io seguo immediatamente il consiglio di mia madre, saluto e ringrazio per la gentilezza (cioè per aver chiuso un occhio).

Il poliziotto allora replica: dovere! E con questo intende dire ovviamente che per lui essere gentili è un dovere.

Il dialogo termina con il sottoscritto che manifesta dei dubbi sull’accento del poliziotto. Secondo lui il poliziotto sembrava avesse un accento brasiliano!

Racconto di un episodio avvenuto in passato

Dunque avete ascoltato come vi ho parlato di questo dialogo.

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All’inizio vi ho detto che una cosa è descrivere un dialogo e una cosa diversa è raccontare quanto accaduto in passato, una vicenda passata.

Io ad esempio ho descritto questo dialogo usando sempre il presente:

Mia madre dice, il poliziotto risponde, io replico eccetera.

Vediamo cosa succede invece se racconto un episodio passato.

Potrei anche usare ugualmente il presente per rendere il racconto ricco di suspance, come se la cosa stesse accadendo in quel momento, ma normalmente uso il passato, cioè una delle forme del passato, ed inoltre devo cercare di adattare un po’ i verbi nella giusta forma quando racconto.

Ammettiamo che io racconti l’episodio il giorno successivo. Ci sono molti modi per raccontare un evento passato, nel senso che avete una certa libertà nel modo di raccontare. Io ve ne propongo solo uno di questi.

Sai, ieri sono stato fermato dalla polizia in un posto di blocco. Ero molto preoccupato, ma c’era mia madre accanto a me che mi ha aiutato, mi ha rassicurato molto.

Ho appena preso la partente e così ho chiesto cosa fare a mia madre ancor prima di vedere la paletta della polizia alzarsi. Lei mi ha detto di aspettare la paletta che si alzava e, non appena l’avessi vista alzare, si è raccomandata di accostare la macchina e di accettare così l’invito della polizia. E così è stato: la paletta si è alzata!!

Io ero preoccupato, ma mia madre mi diceva di mantenere la calma, di accostare e restare calmo. Nient’altro.

Io a quel punto ricordo di aver ammesso di essere un po’ soggezione con lei ed ho e manifestato la mia speranza che tutto fosse in regola.

A questo punto, una volta accostata l’autovettura, il poliziotto, dopo averci salutato, ci ha chiesto di favorirgli sia la patente di guida che il libretto di circolazione.

Io ovviamente ho obbedito, gli ho dato ciò che voleva, cioè gli ho consegnato sia la patente che il libretto.

Mia madre, dopo aver salutato il poliziotto, ha ritenuto opportuno spiegargli come suo figlio (cioè io) fosse appena patentato, e gli ha chiesto di perdonarmi per la mia emozione ed imbarazzo. Alla fine mia madre ha aggiunto che tutti i documenti erano in regola, che cioè era tutto a posto da quel punto di vista.

Al che, il poliziotto ha replicato che non c’erano problemi e che non era il caso di essere preoccupati, non era il caso di aver timore di un controllo della polizia – ovviamente questo solo se tutto fosse stato a posto, se cioè tutto fosse stato in regola – Per verificare questo ha dichiarato di voler fare una breve ispezione.

Io allora ho mostrato il libretto e la patente al poliziotto, documenti subito controllati dallo stesso con esito positivo (per nostra fortuna). A me è sembrato un poliziotto molto attento.

Mia madre allora è intervenuta dicendo di essere stata sicura che tutto fosse in ordine, chiedendo se a questo punto il controllo fosse terminato e se potevamo quindi andar via. “Possiamo andare adesso?” – ha chiesto mia madre.

Ma il poliziotto non era affatto d’accordo, e ha detto di aspettare un attimo. La sua volontà era quella di ispezionare l’automobile. “Non è una bella notizia” ho pensato.

L’ispezione sinceramente mi ha fatto molto preoccupare, tant’è che io a quel punto ho anche chiesto al poliziotto cosa avesse voluto ispezionare esattamente.

Solo un breve controllo all’abitacolo – ha replicato questi – al cofano motore e al bagagliaio. Ed infine, come se non bastasse, ha detto anche di voler ispezionare le gomme.

Io gli ho detto di far pure.

Il poliziotto ha terminato la sua ispezione e fortunatamente ha anche detto che tutto andava bene, ma ci ha fatto notare come secondo lui le gomme dell’automobile fossero lisce.

Mia madre non era d’accordo, ed ha messo in discussione le parole del poliziotto. Gli ha così chiesto se fosse sicuro che le gomme fossero lisce come diceva, sempre con gentilezza ovviamente.

Il poliziotto, evidentemente abituato a polemiche di questo tipo, ha chiesto a mia madre di verificare personalmente il battistrada, e di porre attenzione in particolare alle scanalature del pneumatico, e al fatto che queste non fossero affatto profonde!

Io allora ho risposto che le gomme sarebbero state sostituite, ed il poliziotto ha tenuto a puntualizzare come questo andasse fatto subito.

Il poliziotto ci ha fatto notare come con le gomme lisce si vada incontro a diversi problemi di aderenza alla strada e come il controllo dell’auto possa diventare difficoltoso.

A questo punto io, per tranquillizzarlo, ho ribadito la mia promessa dicendo di portare subito la macchina dal gommista.

Il poliziotto è sembrato effettivamente rassicurato, ma ha tenuto a puntualizzare che se avesse applicato correttamente le regole, avrebbe dovuto fare una multa, cioè applicare una sanzione piuttosto salata. Ma per questa volta poteva andar bene così, ed in questo modo ha lasciato intendere che una seconda volta non sarebbe stato così tollerante. Per questa volta il poliziotto ha deciso di chiudere un occhio.

Ad ogni modo si è raccomandato con me perché io sostituissi il prima possibile le gomme lisce.

Mia madre gli ha anche chiesto a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione se il poliziotto avesse deciso di non chiudere un occhio.

Il poliziotto ha risposto che la multa in questi casi sarebbe stata abbastanza cara: dagli 85 a più di 300 euro.

Noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, così mia madre alla fine, con un tono di rimprovero, mi ha chiesto di salutare e ringraziare il poliziotto per la sua gentilezza.

Ovviamente io ho seguito immediatamente il suo consiglio ed ho salutato e ringraziato il poliziotto per aver chiuso un occhio.

Il poliziotto mi ha però risposto che l’esser gentili fa parte del suo dovere di poliziotto.

Sai, alla fine devo dirti che mi sono anche chiesto se il poliziotto fosse un vero italiano, perché dall’accento mi sembra quasi avesse origini brasiliane. Questo almeno mi è sembrato. Impossibile credo, ma comunque sembrava proprio un accento sud-americano! Che strano!

Bene ragazzi, finisce qui questo episodio, ascoltatelo più di una volta mi raccomando. Ho avuto modo anche di inserire due espressioni spiegate in episodi passati, parlo dell’espressione “Al che” e dell’uso della parola “questi” al singolare. Date un’occhiata ai due episodi se siete curiosi.

Per realizzare questo episodio ho utilizzato un dialogo che fa parte del corso di Italiano Professionale e precisamente è una delle lezioni dedicate alla polizia.

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente hanno accesso a tutte queste lezioni.

Date un’occhiata al corso se siete interessati. Un saluto da Giovanni e da Italiano Semplicemente.

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Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno (omaggio ai donatori)

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Trascrizione

Buongiorno, oggi vorrei parlarvi del Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno. Un episodio particolare quello di oggi però.

Un episodio per aiutarvi non solo ad apprezzare la cucina rumena, ma anche e soprattutto per imparare e migliorare l’italiano.

Perché un episodio sul dolce della Romania?

E’ solamente un modo originale per ringraziare i donatori. I donatori sono coloro che hanno fatto (posso anche dire “effettuato”) una donazione a favore di Italiano Semplicemente.

I donatori rumeni dunque. O forse dovrei dire romeni? In realtà si può dire in entrambi i modi, sia rumeni che romeni.

Sarà questa l’occasione per imparare anche qualcosa di nuovo, usare qualche espressione idiomatica e qualche verbo particolare. Scriverò in colore rosso le cose più importanti che impareremo oggi.

Non voglio spiegare la ricetta nel dettaglio però (ci vorrebbe una persona rumena per questo), ma vorrei solamente parlarvi degli strumenti che occorrono per la sua preparazione. Vedrete che semplicemente parlando degli strumenti potrò cogliere l’occasione per poter spiegare qualche curiosità della lingua italiana. Gli strumenti sono gli oggetti di cui abbiamo bisogno, ciò che ci serve per preparare il Cozonac.

Allora vediamo gli strumenti usati per la preparazione del Cozonac. Cosa occorre?

Vi occorre (cioè vi serve). Posso anche dire: “avete bisogno di“. A volte si usa anche il verbo necessitare. Quindi necessitate di… Il verbo necessitare non si usa molto nel linguaggio di tutti i giorni, invece è abbastanza utilizzato nel linguaggio più formale: necessito di una spiegazione (attenzione all’accento di necessito:

Io necessito di spiegazioni

tu necessiti di materiale

Lui necessita di maggiori dettagli

Noi necessitiamo di voi

Voi necessitate della nostra presenza

loro necessitano urgentemente di cure mediche.

La preparazione dei dolci necessita di molta attenzione.

A volte, ma si usa veramente raramente, potete trovare anche il verbo abbisognare.

Comunque un’altra cosa di cui necessitate per preparare il Cozonac è:

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1) una ciotola capiente, vale a dire un grande contenitore. Parliamo della capienza. La capienza di un contenitore, in questo caso una “ciotola” si misura in centimetri cubici. Tutti i contenitori hanno una capienza. Ad ogni modo una ciotola è un contenitore senza manico, di legno, plastica, metallo o terracotta e, cosa importante, le ciotole non vanno nel forno e sul gas. Non servono per cuocere ma solo per contenere del cibo. La posso chiamare anche “scodella” ed inoltre può contenere anche liquidi ed anche cose non commestibili, come oggetti di piccole dimensioni. Per cuocere e cucinare si usano invece padelle, pentole, tegami, tegamini e casseruole.

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2) uno stampo da plumcake: Lo stampo: cos’è? Si tratta di uno strumento (possiamo anche parlare di “arnese“, che è un sinonimo di strumento ma l’arnese si usa prevalentemente con oggetti che si afferrano con le mani. L’arnese è un utensile di lavoro in genere, un’arte o un mestiere qualsiasi). Lo stampo di cui necessitiamo ha la forma di un contenitore.
Può avere diverse forme. Anche uno stampo è un contenitore dunque, ma la sua funzione è diversa. Uno stampo ha dei disegni sulla base e serve a dare la forma a delle preparazioni come anche i biscotti. E’ dunque un recipiente (o contenitore) in cui si versa un liquido o un semiliquido formato da diversi ingredienti perché ne acquisti la forma solidificandosi. Quindi uno stampo serve a far assumere una forma particolare a un preparato, che, inizialmente liquido o denso, poi quando si solidifica, cioè quando diversa solido, assume la forma desiderata, che è quella dello stampo. Ci sono gli stampi per fare i budini, i biscotti ed anche quello per fare il Cozonac, che è ovviamente più grande. Gli “stampi” comunque in genere servono a modellare, cioè fungono da modello anche per ottenere oggetti di plastica o metallica nella forma voluta. “Fungono” significa “servono”.
Il verbo fungere si usa solitamente per indicare una funzione, qualcosa “che è utile per… “, quindi indica l’utilità di qualcosa, utilità per un fine specifico, generalmente diverso da quello originario. Ed allora lo stampo assume la funzione di “modello”, perché modella, cioè dà una forma a ciò che viene messo all’interno dello stampo. Generalmente il verbo fungere, come dicevo, generalmente si usa quando l’uso è diverso da quello originario, solito. Ad esempio:”la mia camera da letto ultimamente funge da garage“, nel senso che non c’è il letto adesso ma c’è la mia moto, ma chiaramente una camera da letto contiene un letto normalmente e viene usata per dormire. Ecco perché uso il verbo fungere generalmente. Nel nostro caso invece lo stampo ha proprio questa funzione, quella di modellare il contenuto, ed anche in questo caso posso dire “funge da modello”, anche se questa è la sua funzione primaria. La parola “stampo” è simile alla parola “stampa”, cioè quella dei giornali e della “carta stampata” ma se ci pensate, la stampa non è altro che una riproduzione di cose scritte o disegni in più copie, quindi si tratta ugualmente di riprodurre qualcosa diverse volte, sempre nella stessa forma e dimensione.

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3) un forno: Un forno serve a cuocere. Quindi è un impianto per la cottura. A noi interessa il forno da cucina, ma come tutti i forni, si riscalda, e l’alta temperatura permette di cuocere le pietanze. In cucina si usa prevalentemente il forno elettrico. Nei ristoranti c’è anche il forno a legna, cioè alimentato con legna.
Attenzione poi alla differenza tra cuocere e cucinare. Il forno cuoce, o un fornello del gas, perché c’è il calore che permette la cottura. Invece a cucinare è una persona. Cucinare significa in generale preparare un pasto. Si dice solitamente fare da mangiare.

Chi fa da mangiare oggi?

Equivale a dire:

Chi cucina oggi?

Chi prepara il pasto oggi?

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4) uno stuzzicadenti: lo stuzzicadenti è un piccolo strumento di legno. Possiamo anche chiamarlo utensile se vogliamo, ma come dicevo prima l’utensile è il nome generico che possiamo dare ad un arnese o un “attrezzo” (possiamo chiamarlo anche così) necessario allo svolgimento di un’attività lavorativa.
Questo attrezzo ha due piccole punte, ed in genere serve a pulire i denti dai residui di cibo. Ne abbiamo parlato anche in un altro episodio, di cui metto il link, parlando del verbo stuzzicare.
Nel caso della preparazione del Cozonac invece lo stuzzicadenti viene usato per effettuare la cosiddetta “prova dello stuzzicadenti“, quindi possiamo dire che in questo caso lo stuzzicadenti funge da strumento per valutare il grado di cottura che è stato raggiunto. Il verbo fungere in questo caso è perfetto.
Come si fa a fare la prova dello stuzzicadenti? Si infilza il Cozonac dopo che è stato cotto al forno. Si infilza, cioè si fa un piccolo foro, si “pratica” un buco. Lo stuzzicadenti, quando si usa per infilzare il Cozonac, si infila nel Cozonac. Attenzione perché i verbi infilare e infilzare sono molto simili. Diciamo che infilzare è più legato alla materia. Infilare invece si usa molto anche in senso figurato.
Se dopo aver infilato lo stuzzicadenti nel Cozonac, questi (lo stuzzicadenti) esce pulito dal dolce, allora il Cozonac è cotto e potete toglierlo dal forno. Attenzione, ho detto “se questi esce pulito“, parlando dello stuzzicadenti. Ma lo stuzzicadenti è singolare! Non si tratta di un errore però! Infatti nella lingua italiana si usa spesso “questi” per indicare un solo oggetto. Si usa “questi”, che solitamente è invece il plurale di “questo”. Es:

Questo oggetto

Questi oggetti

Oppure:

Questi spaghetti non sono buoni.

In questa frase “questi” precede gli spaghetti, che è una parola plurale.
“Questi”, al plurale, si usa anche ovviamente con le persone, indicando un gruppo di persone, o almeno più di una persona. Ma sapete una cosa? “Questi” si usa anche per indicare una sola persona.
Anzi, a dire il vero “questi”, al singolare, si usa più con le persone che con gli oggetti o animali: “Questi” significa proprio “Questa persona“, e si usa quando sappiamo di chi stiamo parlando.
Questo è fondamentale. Dobbiamo sapere di chi parliamo. In questo caso, nella ricetta, lo usiamo al posto di “lo stuzzicadenti“.
Abbiamo detto che se questi esce pulito ed asciutto dopo che lo abbiamo infilato nel Cozonac, allora il dolce è pronto, se invece questi esce sporco significa che non è ancora pronto. Quindi “questi” significa solitamente “questa persona“, “la persona di cui si è appena parlato” ma, più raramente si usa anche con animali o cose. A volte si usa anche “quegli” per dire “quella persona“. In questo caso può essere che la persona è lontana, nello spazio o nel tempo, rispetto a chi parla. A volte poi si usano entrambi se si parla di due persone:

Mentre questi se ne andò, quegli non si mosse

Attenzione alla pronuncia di quegli, con “gli”. Tornando a questi e quegli, nell’uso “normale” dei due termini posso quindi dire:

Questi dolci sono buonissimi

Quegli animali sono tranquilli

Ma posso anche dire:

Giovanni era in casa. Quest’uomo mangiava la pasta

Giovanni era in casa. Mentre questi mangiava la pasta, suonò il campanello.

Oppure (uso sia questi che quegli):

Giovanni e Andrea sono due compagni di classe intelligenti, ma mentre questi è più studioso, quegli non ha molta voglia di studiare.

Un altro esempio:

Mentre la professoressa spiegava la grammatica, si addormentarono due ragazzi, questi dopo la spiegazione dei pronomi, e quegli appena prima dell’esercizio scritto.

Quindi ricapitolando: questi e quegli in questo caso sono dei pronomi dimostrativi (non l’avevo detto finora) e non devono essere confusi con il plurale degli aggettivi questo e quello: sono pronomi che si utilizzano soltanto in funzione di un soggetto maschile singolare e sono sempre in relazione ad una persona che è già stata menzionata in precedenza.

L’ultimo strumento di cui abbiamo bisogno per fare il nostro Cozonac è:

  • un tagliere di legno

Un tagliere. un tagliere è qualcosa su cui si taglia qualcosa. Il tagliere (attenti alla pronuncia) serve a tagliare, è uno strumento usato per tagliare, per affettare o spezzettare degli alimenti. Generalmente è fatto di legno, ma non è detto. Nella ricetta di oggi serve ad appoggiarci sopra il Cozonac dopo che esce dal forno. per farlo raffreddare completamente prima di tagliarlo a fette e servirlo.

Abbiamo detto che il tagliere serve a tagliare, affettare o spezzettare. Spezzettare viene da pezzo. Significa fare a pezzetti, dividere qualcosa in piccoli pezzi, cioè in piccole parti. Affettare invece è tagliare a fette, e per affettare serve un coltello o qualcosa con una lama.

Se abbiamo del pane ad esempio usiamo le mani per spezzettarlo e usiamo il coltello per tagliarlo o affettarlo. Con il pane ad esempio il più usato è tagliare, mentre affettare sarebbe il più corretto. Lo si può anche spezzettare ma questo non dà lo stesso risultato poiché come detto lo si spezzetta con le mani.

Grazie ai donatori Romeni dunque, questo episodio è dedicato a loro.

Un saluto a tutti.

Giovanni

Donazione personale per italiano semplicemente

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Vedersela e cavarsela

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Trascrizione

Buongiorno amici, bentornati su Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuovo episodio raccontato dalla voce di Giovanni.

Spero che oggi siate in forma perché dobbiamo vedere la differenza tra CAVARSELA e VEDERSELA.

Si tratta di due verbi pronominali, ed abbiamo già dedicato un episodio ai verbi pronominali. Si tratta di un bell’episodio tra l’altro.

Se siete curiosi vi consiglio di darci un’occhiata. Oggi interessa invece vedere la differenza che esiste tra questi due particolari verbi pronominali, vedersela e cavarsela.

Vi dico questo perché si tratta di verbi simili apparentemente ma hanno funzioni diverse.

Dunque: iniziamo da cavarsela.

Il verbo è pronominale quindi si usa verso se stessi:

Io me la cavo

Tu te la cavi

Lui se la cava

Noi ce la caviamo

Voi ve la cavate

Loro se la cavano.

Si usa sempre al femminile quindi cavarselo in questo senso non esiste. E dunque non si può neanche dire “io me lo cavo” perché se dite una frase del genere, al maschile, state dicendo tutta un’altra cosa.

Il verbo cavarsela si usa in vari contesti diversi. Vediamo quali.

Se una persona ti chiede: come stai?

La risposta può essere “me la cavo, grazie, e tu?”.

Me la cavo significa che va bene, che è ok; si tratta di una risposta standard ma questa risposta indica che in realtà le cose vanno bene ma non troppo bene. Diciamo benino.

“Me la cavo” significa letteralmente “riesco ad andare avanti”, “riesco a sopravvivere” e solitamente la frase è accompagnata da una smorfia, un’espressione del viso che indica proprio questo. Una persona anziana risponde solitamente con:

Si tira avanti

Si tira a campare

Sì va avanti nonostante tutto.

Questo è un primo modo di usare cavarsela.

Un secondo modo è quando si descrivono le proprie abilita nel fare qualcosa.

Come vai a scuola?

Me la cavo abbastanza bene in matematica, mentre in lingua italiana non me la cavo affatto.

A matematica quindi il ragazzo va bene, se la cava bene, e questo significa che raggiunge la sufficienza almeno. Può anche essere un modo modesto per rispondere che va benissimo.

In italiano invece non se la cava affatto quindi le cose vanno male. I risultati non sono positivi in italiano. Questo uso si estende a qualsiasi attività lavorativa.

come te la cavi a dipingere?

Il che equivale a dire: “sei bravo a dipingere”?

È una modalità informale ma molto usata in tutti i lavori.

C’è infine una terza modalità di usare cavarsela, cioè quando riusciamo a scampare o a scongiurare un pericolo.

Quando riusciamo a uscire da una situazione pericolosa. La situazione è simile in fondo a quando riusciamo a risolvere un problema o a svolgere una mansione, un’attività. Quando riusciamo a cavarcela vuol dire che siamo usciti illesi, indenni da una situazione pericolosa. Poteva essere pericolosa ma non lo è stata:

ce la siamo cavata.

Non deve necessariamente essere un pericolo di vita o di salute, ma un qualsiasi tipo di pericolo.

In questi casi si usa anche un’altra espressione:

l’abbiamo scampata

Oppure anche:

L’abbiamo scampata bella

Ce la siamo cavata è leggermente diversa perché implica un’attività da parte di chi parla, come uno sforzo compiuto. Si è riusciti a superare una difficoltà con astuzia o accortezza o con abilità. Insomma grazie ad una qualità personale.

Se c’è un terremoto pertanto è meglio usare “l’abbiamo scampata” perché se si sopravvive da un terremoto è solitamente solo merito della fortuna. Comunque posso dire: “ce la siamo cavata per miracolo” oppure “ce la siamo cavata per il rotto della cuffia“, un’altra espressione che si usa in questi casi.

Invece se siamo inseguiti da una persona e riusciamo a scappare meglio usare “me la sono cavata” perché c’è stata un’abilità personale nell’uscire da questa situazione pericolosa. Non è merito della fortuna.

Prima di passare a vedersela, voglio farvi notare che “cavare” significa anche “estrarre“, “tirar fuori”, quindi “uscire“. Non a caso la “cava” è quel luogo dove si estrae il materiale per le costruzioni. La cava si scava dalla Montagna. La cava viene scavata. Anche il verbo “scavare” vi aiuta quindi a capire il significato si cavarsela. Scavare significa togliere terra dal terreno (ad esempio).

Infine cavarsela si usa anche in senso economico.

Quanto l’hai pagata quella giacca?

Me la sono cavata per €20

Cioè sono riuscito a spendere solo venti euro.

Oppure:

Nella nostra azienda ce la caviamo bene ultimamente

Cioè gli affari vanno abbastanza bene recentemente.

E vedersela?

Anche vedersela si usa con i problemi, le attività ed i lavori ma è diverso però perché si riferisce non all’abilità nel fare qualcosa ma nel semplice affrontare la situazione.

Ad esempio:

Giovanni: Il direttore è arrabbiato con noi. Chi prova a calmarlo?

Francesco: ok, me la vedo io con lui.

Francesco dice che se la vede lui con il Direttore, cioè lui prova a risolvere il problema, ad affrontare la situazione. Non è detto che Francesco riuscirà però a cavarsela.

Giovanni: com’è andata col direttore? Te la sei cavata bene?

Francesco: si, me la sono cavata egregiamente.

Cavarsela egregiamente è una modalità molto usata per dire che il risultato è stato molto buono.

Quindi vedersela significa affrontare, fronteggiare, cercare di risolvere un problema, in particolare escludendo gli altri.

Quando si usa vedersela molto spesso si vuole dire che si vogliono escludere gli altri dal problema. In questo modo quindi ci si assume tutta la responsabilità.

Quindi “me la vedo io” è del tutto uguale a “ci penso io“.

Un uso particolare di vedersela è:

Me la sono vista brutta

Che è una frase che si usa quando si racconta una vicenda passata e si dice che si è passato un brutto momento. “Me la sono vista brutta” significa quindi “ho attraversato un brutto periodo”.

Spesso si usa quando le cose alla fine sono andate bene, ma c’è stato un momento in cui non andavano bene.

Quando ero giovane, durante la guerra, non c’era nulla da mangiare e ce la siamo veramente vista brutta in quel periodo.

Oppure:

La nostra azienda adesso va molto bene ma durante la crisi economica ce la siamo vista brutta.

Vi starete chiedendo:

Si usa “ce la siamo vista bella?”

La risposta purtroppo è no.

Quindi, ricapitolando: cavarsela e vedersela si usano entrambi con i problemi e le situazioni difficili o con le attività lavorative.

Cavarsela è più legata al risultato finale (me la sono cavata) e per esprimere una abilità nello svolgere una mansione (me la cavo bene a scrivere).

Vedersela invece è affrontare la situazione (me la vedo io) e si usa anche per escludere gli altri e quindi prendersi tutta la responsabilità (lascia stare, me la vedo io). Infine “vedersela brutta” significa passare una brutta situazione.

Adesso fate un bell’esercizio di ripetizione.

Cavarsela

Come te la cavi coi verbi pronominali?

In Italia ce la caviamo bene economicamente

Nella nostra famiglia ce la caviamo con poco

Vedersela

Me la vedo io con lui, voi statene fuori

Che paura il terremoto! Me la sono vista proprio brutta

Chiudo con un avvertimento: cavarsela e vedersela si usano solo e sempre al femminile. Ve lo avevo accennato all’inizio dell’episodio. Anche noi maschietti dobbiamo usare il femminile. Quindi me la cavo e me la vedo, me la sono cavata e me la sono vista. Se usate il maschile state dicendo un’altra cosa. Ad esempio:

– quel film me lo vedo domani.

Che è come dire “lo vedo domani”

Oppure:

– mi sono cavato un occhio.

Cioè (che brutta immagine) mi sono tolto un occhio. Quindi, parlando dell’occhio:

me lo sono cavato.

Come capite il significato di queste frasi al maschile è completamente diverso dalle precedenti.

Ciao a tutti.

Un saluto da Giovanni.

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Cambiamo i protagonisti

Audio

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi, in questo episodio di italiano semplicemente, intitolato “cambiamo i protagonisti” facciamo un esercizio interessante, non molto semplice ma molto utile. Vi suggerisco di leggere ed ascoltare nello stesso tempo, almeno la prima volta.

Ascolterete un breve dialogo che riguarda due persone, Anna e Gianni. Un episodio molto breve in cui si parla di fiori. Gianni ed Anna verranno interpretati rispettivamente da me e da Maria Eugenia, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Disegno di Daria, membro russo dell’associazione Italiano Semplicemente

Dopo aver ascoltato proviamo a cambiare i protagonisti della storia. Un esercizio sui pronomi personali ma non solo.

Anna: A me piacciono molto i fiori…me lo regaleresti un fiore?

Gianni: ti piacciono i fiori? anche a me piacciono!

Anna: perché non me ne regali uno? Me lo vuoi fare questo regalo?

Gianni: certo che te ne regalo uno. Te l’ho già promesso una settimana fa.

Anna: quando me lo regali?

Gianni: domani. Domani te ne regalo un bel mazzo. Mi fa molto piacere.

Anna: me ne basta uno grazie. Mi farai felice.

Bene proviamo adesso a cambiare le persone, cioè i protagonisti della storia.

Chi regala i fiori e chi li riceve? Proviamo a modificare questi due soggetti.

1) TU regali i fiori ad ANNA

2) VOI regalate i fiori ad ANNA

3)VOI relagate i fiori ad ANNA e MARGHERITA

4) LORO regalano i fiori ad ANNA e MARGHERITA

5) LUI regala i fiori ad ANNA.

1) TU regali i fiori ad Anna.

Io (Gianni) parlo con TE. Sei tu che regali i fiori ad Anna.

Gianni: Ad Anna piacciono molto i fiori. Glielo regaleresti un fiore?

Tu: le piacciono i fiori? anche a me piacciono!

Gianni: perché non gliene regali uno? Glielo vuoi fare questo regalo?

Tu: certo che gliene regalo uno. Gliel’ho già promesso una settimana fa.

Gianni: quando glielo regali?

Tu: domani. Domani gliene regalo un bel mazzo. Mi fa molto piacere.

Gianni: gliene basta uno grazie. La farai felice.

2) VOI regalate i fiori ad ANNA

Adesso io (Gianni) parlo con voi. E siete voi che regalate i fiori ad Anna.

Gianni: Ad Anna piacciono molto i fiori…glielo regalereste un fiore?

Voi: le piacciono i fiori? anche a noi piacciono!

Gianni: perché non gliene regalate uno? Glielo volete fare questo regalo?

Voi: certo che gliene regaliamo uno. Gliel’abbiamo già promesso una settimana fa.

Gianni: quando glielo regalate?

Voi: domani. Domani gliene regaliamo un bel mazzo. Ci fa molto piacere.

Gianni: gliene basta uno grazie. La farete felice.

3) VOI relagate i fiori ad ANNA e Margherita.

Voi regalare i fiori ma stavolta chi riceve i fiori sono due persone: Anna e Margherita. Ne parlo io con voi.

Gianni: Ad Anna e Margherita piacciono molto i fiori. Glielo regalereste un fiore?

Voi: gli piacciono i fiori? anche a noi piacciono!

Gianni: perché non gliene regalate uno? Glielo volete fare questo regalo?

Voi: certo che gliene regaliamo uno. Gliel’abbiamo già promesso una settimana fa.

Gianni: quando glielo regalate?

Voi: domani. Domani gliene regaliamo un bel mazzo. Ci fa molto piacere.

Gianni: gliene basta uno grazie. Le farete felici.

4) LORO regalano i fiori ad ANNA e MARGHERITA

Stavolta chi regala i fiori sono loro, quindi più persone. Chi li riceve sono sempre Anna e Margherita. Io ne parlo con te.

Gianni: Ad Anna e Margherita piacciono molto i fiori… glielo regalerebbero un fiore?

Tu: gli piacciono i fiori? anche a loro piacciono!

Gianni: perché non gliene regalano uno? Glielo vogliono fare questo regalo?

Tu: certo che gliene regalano uno. Gliel’hanno già promesso una settimana fa.

Gianni: quando glielo regalano?

Tu: domani. Domani gliene regalano un bel mazzo. Gli fa molto piacere.

Gianni: gliene basta uno grazie. Le faranno felici.

5) LUI regala i fiori ad Anna.

Io (Gianni) parlo con TE. Ma è LUI che regala i fiori ad Anna. Lui si chiama Giuseppe.

Gianni: Ad Anna piacciono molto i fiori. Glielo regalerebbe un fiore Giuseppe?

Tu: le piacciono i fiori? anche a lui piacciono.

Gianni: perché non gliene regala uno? Glielo vuole fare questo regalo?

Tu: certo che gliene regala uno. Gliel’ha già promesso una settimana fa.

Gianni: quando glielo regala?

Tu: domani. Domani gliene regala un bel MAZZO. Gli fa molto piacere.

Gianni: gliene basta uno grazie. La farà felice.

Un saluto da Giovanni e continuate a seguire italiano semplicemente.

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Le specialità italiane: i ravioli ricotta e spinaci

giuseppina_redazioneAudio

 

Trascrizione

Abbiamo visto come si fa la pasta sfoglia; la settimana scorsa l’abbiamo usata per fare le fettuccine, oggi la faremo ripiena di ricotta e spinaci.

I Ravioli. Un piatto buonissimo, veramente un piatto della festa.

Per iniziare cuociamo gli spinaci per pochi minuti, in pochissima acqua, per 4 persone io ne ho usati 300 grammi puliti e lavati.

Ora facciamo la nostra bella sfoglia di 4 uova e 400 grammi di farina.

Quando gli spinaci sono freddi li strizziamo bene togliendo tutta l’acqua, li mettiamo in una zuppiera, aggiungiamo 300 gr. di ricotta, 1 uovo, 50 gr. di parmigiano, sale e un pochino di noce moscata.

strizzare

zuppiera

Amalgamiamo bene tutti gli ingredienti.

amalgamare

Evitiamo che la pasta si asciughi troppo, poi ci formiamo sopra tanti mucchietti di ripieno, tutti in fila, chiudiamo bene i ravioli, li tagliamo e li mettiamo su di in vassoio senza che si sovrappongono per non farli attaccare tra loro.

asciugare

Bisogna cucinarli entro poche ore altrimenti si rompono, se vogliamo conservarli qualche giorno li mettiamo nel surgelatore su di un vassoio e quando sono congelati li possiamo mettere nei sacchetti.

Per cucinarli li tuffiamo in abbondante acqua salata ancora surgelati, 3,4 minuti e sono pronti.

tuffare

Possiamo condirli con un sugo di pomodoro e parmigiano, oppure con burro fuso con una fogliolina di salvia e parmigiano.

fuso

Buon appetito!

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I carciofi alla romana a modo mio

Audio

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Descrizione

giuseppina_redazione

La ricetta dei carciofi “alla giudia“. Stasera aggiungeremo la spiegazione dei termini più difficili.

Trascrizione

Giovanni: buonasera a tutti, oggi vi faccio ascoltare la ricetta di un piatto eccezionale. La voce è sempre quella di Giuseppina, mia madre, titolare della rubrica “le Specialità ditalia“. Una ricetta italiana, ma che dico italiana: laziale. Ma che dico laziale: romana!

Spiegalo meglio tu mamma!

Giuseppina: Da noi questa è la stagione dei carciofi, un ortaggio adatto a tante ricette di cucina e ricchissimo di antiossidanti, vitamine e sali minerali.

Sono utili in questo periodo dell’anno in cui siamo esposti ad acciacchi e malanni, oltre che depurativi. Io li adoro.

Son molte le varietà coltivate, io stamattina ho comprato i cimaroli romaneschi.

I cimaroli sono quelli che crescono al centro della pianta, sono considerati i migliori da cuocere alla giudìa, ovvero prima stufati nell’olio e poi fritti o, appunto, alla romana.

Servono: carciofi (io ne preparo 2 a persona), prezzemolo, 3, 4 spicchi di aglio, olio abbondante, sale e pepe.

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Prepariamo una ciotola con acqua e 2 cucchiai di aceto oppure succo di limone, dove metteremo i carciofi a bagno, mano a mano che li puliamo.

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Si puliscono così: tagliamo i gambi alla base, togliamo le foglie più dure, sbucciamo anche i gambi fino alla parte tenera, gli tagliamo poi le punte.

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Poi li togliamo dall’acqua, allarghiamo poco poco le foglie, senza romperli, e ci mettiamo al centro un pezzettino di aglio, e un pochino di prezzemolo, sale e pepe.

Li sistemiamo in una pentola senza lasciare troppo spazio vuoto e irroriamo di abbondante olio, deve restarne almeno 1 cm sul fondo della pentola, aggiungiamo un mezzo bicchiere di acqua e mettiamo a cuocere a fuoco medio.

Durante la cottura potrebbe servire di aggiungere un altro pochino di acqua, non devono attaccare alla pentola altrimenti sono amari.

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Dopo circa 15 minuti li giriamo , continuiamo altri 15 minuti circa e sono cotti.

Buoni, buoni, buoni. Buon appetito.

carciofi4

Giovanni: allora vediamo chevmia madre ha utilizzato alcuni verbi particolari:

Irrorare: un verbo con ben quattro erre. Mica facile trovarne di altri. Irrorare significa cospargere, versare, bagnare, riempire di liquido, mettere sopra. Solo una sostanza liquida si può irrorare, come l’olio d’oliva appunto. Irrorando i carciofi con dell’olio si mette dell’olio sopra i carcuofi in modo omogeneo, uniforme.

Sbucciare: sbucciamo anche i gambi fino alla parte tenera. Questo generalmente significa togliere le bucce. Le arance hanno la Buccia, le mele, le pere eccetera.

Il verbo in genere è riferito a frutta e verdure, e si può spiegare dicendo “privare della buccia”, cioè togliere la buccia. Al limite potete dire anche pelare. Molto simile in effetti ma pelare si usa con le patate, che ugualmente hanno una buccia. In genere pelare però si riferisce ai peli e non alla buccia. Probabilmente pelare le patate si usa per via del fatto che le patate sembrano avere una pelle più chebuna buccia: pelle è simile a pelare.

In alternativa esiste anche sfogliare, cioè togliere le foglie, ma senza dubbio sbucciare è ul verbo più adatto per i carciofi.

Mia madre ha usato anche il termine “cimaroli” per indicare un tipo particolare di carciofi. Cimaroli viene da cima cioè punta. I cimaroli stanno sulla punta ed al centro della pianta dei carciofi, sono in cima alla pianta,come la neve che sta sulla cima delle montagne.

I Cimaroli o Mammole sono i carciofi più buoni ed anche i più grandi della pianta.

Vediamo poi cosa significa questo nome: I carciofi alla giudia. Alla giudia (attenzione all’accento) significa alla maniera degli ebrei, cioè seguendo la città giudaica.

Potremmo dire anche carciofi alla giudea, con la lettera e al posto della i, ma in realtà la ricetta dei carciofi si chiama alla giudia.

Sono una ricetta tipica del lazio, e se capitate a Roma potete assaggiare i carciofi alla giudia un po’ dappertutto, ma in special modo nel quartiere denominato “il ghetto ebraico di Roma”.

I carciofi alla romana sono quelli che ha cucinato mia madre e sono leggermente diversi da quelli alla giudia, poiché c’è anche aglio, prezzemolo e/o mentuccia ed inoltre i carcuofi vanno stufati, anzichè fritti. Stufare un alimento, significa cuocere a lungo a fuoco lento o medio, in un recipiente ben chiuso.

Un giorno, molto vicino, le ricette di mia madre finiranno in un audiolibro.

Nel frattempo voglio dire a tutti che abbiamo già realizzato due Audiolibri, il primo per principianti ed il secondo per un livello intermedio.

Potete acquistarli su Amazon oppure su italianosemplicememte.com.

Ringrazio infine i donatori di italiano semplicemente che mi permettono di togliere la pubblicità dal sito. Un saluto a tutti.

Questi invece sono carciofi alla giudia (fritti)

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