La festa del sacrificio musulmana – ripasso espressioni 1-62

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Giovanni: Buongiorno, oggi parliamo della festa musulmana del sacrificio, grazie ad un’idea di Khaled, membro egiziano dell’associazione italiano semplicemente.Grazie anche a Zahid, insegnante di italiano in Marocco ed a Mona, egiziana. Entrambi mi hanno aiutato per parlarvi di questa importante festa musulmana, che non conoscevo. Le voci che ascolterete adesso sono proprio quelle di Zahid e Mona, ragazza egiziana.Il testo è stato realizzato da Khaled ed è un’occasione per rivedere le espressioni dedicate alla rubrica dei due minuti con italiano semplicemente.Zahid: Buongiorno, mi chiamo Zahid, insegnante della lingua italiana in Marocco. Oggi facciamo una forma di ripasso degli episodi della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”.Oggi esordisco parlandovi, come forma di ripasso, della festa musulmana del sacrificio, che i musulmani si dà il caso che festeggino in tutto il mondo. Questa festa ci ricorda che Abramo si era prefisso di far uccidere il figlio Ismaele per obbedire a un ordine di Allah, il quale poi, bontà sua, gli disse di sostituirlo con un montone.
Apriamo una breve parentesi sulle feste musulmane.
I musulmani hanno due feste all’anno che devono rispettare e festeggiare. È un questione di religione, non certo un pro forma per chi ama il proprio credo e si comporta conformemente a quanto prescritto dai testi sacri.
La prima é quella per la fine del Ramadan. Il mese di Ramadan è il momento in cui tutti i musulmani digiunano dall’alba fino al tramonto del sole.Non vi dico che sofferenza!Ci si astiene dal cibo, dal bere e dalle relazioni sessuali. Il tutto, si potrebbe dire, per non uscire dalla retta via, o, detto diversamente, per non prendere una brutta piega.Sebbene il digiuno faccia bene alla salute, esso é infatti considerato principalmente una purificazione spirituale.Fede e rispetto del digiuno pertanto sono un binomio indissolubile per chi sta bene in salute.Distaccandosi dalle comodità del mondo, anche se per un periodo di tempo limitato, una persona si avvicina alle sofferenze di chi soffre veramente la fame e la sete e in questo modo aumenta la crescita spirituale dell’individuo.Non si può decidere di rispettare il ramadan ogni due per tre. La fede è una cosa seria, quindi o così, o pomì. Non ci sono alternative.La seconda festa, quella del sacrificio si svolge in occasione del pellegrinaggio alla mecca.Quello del pellegrinaggio alla mecca é un obbligo: almeno una volta nella vita per tutti i musulmani. Poi chi vuole può tornarci altre volte. Non c’è pericolo di sforare.Infatti per chi é fisicamente e finanziariamente in grado di farlo invece (circa due milioni di persone da ogni parte del mondo), ci si reca alla mecca ogni anno, durante il dodicesimo mese del calendario musulmano.Gli uomini indossano semplici vestiti, in modo che siano eliminate le distinzioni sociali e culturali, affinché tutti siano uguali davanti ad Allah. Balzerebbe senz’altro all’occhio un vestito osé, o anche un abito troppo costoso.Meglio rispettare le traduzioni.Per i pellegrini che pregano nella moschea di al _Haram, alla mecca, c’é la cosiddetta “costruzione nera” , verso la quale si volgono i musulmani, durante la preghiera.Si tratta del luogo di venerazione che Allah ordinò di costruire al profeta Abramo e a suo figlio Ismaele.Uno dei riti è girare sette volte intorno alla kà aba e percorrere per sette volte (andata e ritorno) la distanza compresa tra la collina di saga a quella di marwa, come fece Aagar, moglie di Abramo, mentre era alla ricerca di acqua per suo figlio Ismaele.Facendolo quindi non si rischia certo di essere visti come anime in pena. Nessun musulmano considera questi riti come qualcosa di obbligatorio, qualcosa che tocca fare per forza. Piuttosto apparirebbe strano ed insolito se qualcuno lo facesse con un fare di superficialità e stanchezza.I pellegrini si riuniscono a circa 15 miglia dalla mecca, dove trascorrono l’ntera giornata in intense invocazioni; un raduno che spesso é pensato come un’anticipazione del Giorno del Giudizio.Al decimo giorno. i musulmani celebrano la festa del sacrificio.Questa ricorrenza , assieme alla cosiddetta “festa piccola” cioè la festa del fine del mese Ramadan, che cade nel nono mese del calendario islamico, sono le due feste annuali del calendario musulmano.Grazie a Zahid e Mona che ringrazio. Adesso rileggo anche io la storia così avrete modo di verificare qualche differenza della pronuncia.Mi riferisco soprattutto alle parole: rubrica, osé, Abramo.Zahid: Spero di essere stato chiaro, auguro una buona festa a tutti i musulmani e un grande saluto a tutti i membri del gruppo di italiano semplicemente. Ciao ciao.Giovanni: Sei stato chiarissimo ed anche Mona. Grazie ancora per l’aiuto e grazie a Khaled per l’idea dell’episodio.

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Tizio, Caio e Sempronio

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Avete mai sentito parlare di Tizio, Caio e Sempronio? E’ questo l’oggetto dell’episodio di oggi. Io sono Giovanni, creatore del sito Italiano Semplicemente.com.

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Dunque, avete mai sentito parlare di Tizio, Caio e Sempronio? Probabilmente no, ed allora si fa presto a spiegare chi siano questi tre personaggi misteriosi.

Anche nella vostra lingua, qualunque essa sia, esistono queste persone, sapete? Ma esse si nascondono sotto altri nomi: Pierre, Paul e Jacques in Francia, in Germania invece ci sono solamente Hinz und Kunz (almeno così sembra!) e così via anche in altri paesi.

Ma chi saranno mai queste persone?three people

Niente paura, come avrete sicuramente capito, sono solamente i nomi di tre ipotetiche persone, nomi utilizzati nella lingua italiana per indicare una qualsiasi persona che viene presa ad esempio.

Le persone ipotetiche sono le persone che si usano negli esempi, quindi semplicemente servono a fare degli esempi.

Cosa significa? Significa che quando dovete parlare in generale, e dovete fare un esempio, fate finta che ci siano delle persone alle quali dovete necessariamente dare un nome. Capita spesso di fare esempi di questo tipo.

Non solo. quando non ricordate il nome di una persona, si usa dire “quel tizio”, cioè quella persona, quel ragazzo, quel signore di cui non so il nome. Si dice anche “quel tale”, per indicare questa persona. Naturalmente “quel tizio” diventa “quella tizia” se si tratta di una donna.

Se ci sono più persone si usa “quei tizi”, il primo tizio e il secondo tizio eccetera. Caio e Sempronio in questo caso non si usano.

Hai presente quel tizio che abbiamo incontrato ieri?

No, quale?

Quello a cui abbiamo fatto una domanda in metropolitana, ricordi?

Ah, quel tizio con la barba che stava con quella tizia dai capelli corti?

Eh, sì, proprio quel tizio lì.

Tizio, tra i tre, è sicuramente il più famoso. Ma anche Caio e Sempronio sono abbastanza noti a tutti gli italiani.

Dunque questi tre tizi, vale a dire Tizio, Caio e Sempronio come nascono?

Pensate un po’: nascono per motivi legati alla legge. Infatti quando si fanno degli esempi per far capire come funziona una specifica legge, o come funziona il diritto, si è dovuto far ricorso a dei nomi generici, nomi che servono solamente a far capire come funziona l’applicazione di quel diritto o legge. Ed allora anziché dire: persona 1, persona 2 e persona 3, Giuseppe, Carlo o Giovanni, si è iniziato a usare Tizio, Caio e Sempronio, tutti nomi maschili, ma poco importa.

Ciò che conta è che con Tizio si vuole indicare una persona qualsiasi, e lo stesso vale per Caio e Sempronio, altre due persone qualsiasi.

Il nome di Tizio quindi si usa, a differenza di Caio e Sempronio, anche nel linguaggio di tutti i giorni per indicare “quel tale”, cioè una persona di cui non si sa o non si ricorda il nome, mentre Caio e Sempronio in genere si trovano solamente nei testi giuridici, sempre insieme a Tizio però per indicare persone qualsiasi, non persone precise di cui non si sa o non si ricorda il nome. Un po’ diverso quindi.

Facciamo qualche esempio:

Se Tizio è un artigiano e, commettendo un errore, consegna a Caio un prodotto frutto del suo lavoro, costui (cioè Caio) è tenuto a restituirlo a Tizio, se, nel momento in cui Tizio glielo richiede, questo bene esiste ancora.

Tizio e Caio sono quindi due persone qualsiasi.

E Sempronio?

Beh, se c’è bisogno di una terza persona qualsiasi arriva anche Sempronio.

Se Tizio deve dare a Caio 100 euro e Caio, a sua volta, deve dare a Sempronio 100 euro, allora Tizio, su richiesta di Caio, può dare a Sempronio questi 100 euro. Così è tutto più semplice, no?

Piccolo esercizio di ripetizione:

Ripeti dopo di me:

Hai visto quel tizio che scappava?

Quei tizi laggiù, li vedi? Non sono gli stessi che abbiamo visto ieri?

Se Tizio mi dà 1 euro per consegnarlo a Caio, ma io lo consegno a Sempronio, Caio potrebbe arrabbiarsi.

La fiducia

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LINK UTILI

Trascrizione

Giovanni: Ciao ragazzi vi fidate di me?

Erradi (Marocco 🇲🇦 ): Si Giovanni, ci fidiamo ciecamente di te. Ad occhi chiusi.

Giovanni: vi fidate anche di italiano semplicemente e del metodo di insegnamento utilizzato?

José Alfredo (Honduras 🇭🇳): naturalmente Giovanni, mai riposta tanta fiducia in nessun altro sito.

Giovanni: avete voglia di darmi la vostra fidicia anche oggi?

José Alfredo: accordarti la mia fiducia sarà ancora una volta un piacere da parte mia.

Alexandre (Brasile 🇧🇷): Anche io te la concedo volentieri Gianni.

Linda (Camerun 🇨🇲): io mi sono sempre fidata di chi si chiama Giovanni.

Giovanni: bene, mi fa piacere ispirare fiducia da parte vostra. Spero di meritarla.

Papa (🇸🇳 Sénégal): Si Gianni, se godi della nostra fiducia è perché te la sei guadagnata.

Erradi: Giusto, ricevi ciò che meriti.

Khaled (Egitto 🇪🇬): mi raccomando, confidiamo in te anche oggi.

Giovanni: Concedere, riporre, accordare, dare, avere, ispirare, godere, ricevere, meritare, guadagnare: sono tutti verbi che si possono usare con la fiducia.

Un sentimento nobile la fiducia, e se voi mi giudicate persona di fiducia ne sono ben lieto.

Questo episodio però non voleva essere un encomio al mio operato, ma un modo alternativo e divertente per parlare della fiducia e dei tanti verbi che si possono usare.

Un non madrelingua normalmente la propria fiducia e riceve la fiducia dagli altri. Questi sono i verbi che usano normalmente anche gli stessi italiani.

Ma se volete cambiare verbo ogni tanto non fa male.

Se date la vostra fiducia a qualcuno, allora riponete fiducia in loro. In questo caso usate il verbo riporre.

È come dare qualcosa di prezioso, e lo fate perché vi fidate. Vi fidate ciecamente. Ciecamente significa senza guardare. Ovviamente è una espressione idiomatica. Significa accordare una fiducia assoluta, quindi fidarsi ciecamente. Non ho bisogno di guardare, di verificare. Mi fido ad occhi chiusi. Un’altra frase con senso figurato.

Non avete bisogno di guardare tanta è la fiducia che avete riposto in questa persona.

Concedere la vostra fiducia a qualcuno è segnale di rispetto, ed è segno che le vicende passate vi hanno insegnato che non c’è motivo per non concedere la vostra fiducia a questa persona. Concedendo fiducia a me, accordandomi la vostra fiducia, mi fate una concessione, mi concedete qualcosa, è come se mi state consegnando un bene prezioso, da custodire.

Allora significa che io godo della vostra fiducia, altrimenti non me l’avreste mai accordata.

In poche parole, anziché dire: “io mi fido di te”, ci sono delle alternative:

Io confido in te.

Confidare è un sinonimo di fidarsi.

Io ti concedo la mia fiducia.

Vi lascio il tempo per ripetere. Non dimenticate mai di ripetere. Sempre se avete fiducia nelle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

È molto impegnativo concedere la propria fiducia a qualcuno. Una concessione è una cosa importante. Il verbo concedere è simile a permettere, autorizzare, acconsentire. Anche un diritto si concede. Così anche un permesso.

Io ripongo (la mia) fiducia in te

Qui uso il verbo riporre. Ripongo fiducia in te è come ho fiducia in te, oppure metto la mia fiducia sulle tue mani. Cerca di utilizzarla bene.

Riporre fiducia è come dire anche “mi affido a te”, “ora dipende da te”. Anche in questo caso c’è un grande sentimento in gioco.

Una volta concessa, la fiducia può anche essere rinnovata, se credo che tu continui a meritarla.

Rinnovo la fiducia nei tuoi confronti

Abbastanza formale come dichiarazione. Si può tranquillamente usare anche nel commercio e in generale tra aziende, in comunicazioni scritte.

Ci auguriamo che anche in futuro vogliate rinnovare la fiducia nei nostri prodotti.

Questa potrebbe essere la parte finale di una mail ad un cliente che ha appena effettuato un acquisto.

È un po’ come dire:

Continua ad avere fiducia in noi

Quindi rinnovaci la tua fiducia.

Così come si dà, la fiducia si può anche togliere.

Se non mi fido più di te ti posso togliere la fiducia che ti avevo accordato, cioè dato. In questo caso ti sto sfiduciando. Non esiste invece il verbo “fiduciarie”. Bisogna per forza usare un verbo se vogliamo dare la fiducia a qualcuno.

Togliere la fiducia è un’espressione che si usa molto in ambito politico, quando viene a mancare la fiducia, cioè il supporto politico da parte di un gruppo di uomini politici.

Lo stesso discorso vale per il rinnovo della fiducia: anche rinnovare la fiducia è tipico della politica. Anche qui significa dare nuovamente, concedere ancora una volta.

Attenzione alla preposizione che usate ogni volta: Ho fiducia in te. Ho fiducia in loro, ho fiducia nella magistratura, ho fiducia nei giudici, ho fiducia nelle istituzioni, eccetera.

Vediamo anche la fiducia dalle due parti. Chi la dà e chi la riceve.

Da parte di chi la dà, di chi la accorda, di chi la concede, si usa “nel”, “in” e simili col verbo avere, che come verbo si può usare sia per le persone che per le altre cose: avere fiducia in te, avere fiducia nel futuro, eccetera. C’è un legame tra il destinatario della fiducia e la preposizione che si usa. Questo è normale perché con le persone non si usa l’articolo.

Ma anche se cambio il verbo può cambiare la preposizione.

Accordare la fiducia a te. Accordartela.

Concedere la fiducia a te. Concedertela.

Riporre fiducia in te. Riportela.

Dare fiducia a te. Dartela.

Rinnovare la fiducia a te. Rinnovartela.

Questi verbi sono più adatti per le persone.

Da parte di chi riceve la fiducia invece Ispirare fiducia è fondamentale. A me piace quasi di più ispirare fiducia che avere la fiducia di qualcuno. Ma forse no, anche perché chi ispira fiducia magari non ha fatto nulla per meritarla.

Quando qualcuno ispira fiducia viene voglia di fidarti di questa persona. Per le persone che ispirano fiducia posso dire che godono della nostra fiducia, ma solo se gli viene accordata fiducia. Poi magari non dimostreranno di meritarla, ma intanto se la sono guadagnata. Evidentemente se la sono meritata anche. Ma poi devono anche meritare di mantenenersela e questo accade solamente se decidiamo di rinnovargliela. Altrimenti verranno sfiduciate.

Ripetete dopo di me:

Le persone che ispirano fiducia godono della nostra fiducia,

Ma solo se gli viene accordata fiducia.

Poi magari non dimostreranno di meritarla.

Ma intanto se la sono guadagnata.

Evidentemente se la sono meritata.

Ma poi devono anche meritare di mantenersela.

Questo accade solamente se decidiamo di rinnovargliela.

Altrimenti verranno sfiduciate.

Un saluto da Giovanni, grazie della fiducia e dell’aiuto. Un ringraziamento anche ai donatori, almeno finché non verrò sfiduciato.

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10 modi per dire “uguale”

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Quanti modi ci sono per dire uguale?

Buongiorno comunque a tutti, sono sempre Giovanni, italiansemplicemente.com.

1_uguale

Uguale, una parola che si può usare in moltissimi contesti diversi.

Tutti voi stranieri la conoscete sicuramente e la sapete usare.

E quando la usate? Quando fate dei confronti.

Uguale è il contrario di “diverso”, come sapete.

Sto facendo un confronto, una comparazione, un raffronto, per giungere a una conclusione.

Comunque è un termine molto generico.

Io sono uguale a te. Noi due siamo uguali, non è vero?

In che senso? Verrebbe da rispondere. Fisicamente? Siamo uguali fisicamente, abbiamo lo stesso carattere? O cos’altro?

Per questo esistono parole simili (ecco, ho appena usato un termine non esattamente uguale ad “uguale”). esistono termini simili ma non esattamente uguali.

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Quando due cose sono simili hanno qualcosa in comune, ma non sono “uguali”. Se io e te siamo simili, allora evidentemente abbiamo qualche aspetto che si somiglia, siamo simili nell’aspetto fisico o nel carattere.

Sto confrontando due cose, voglio evidenziare delle similitudini, ma non voglio dire che sono uguali. Ci sono degli elementi che si somigliano: questo si vuole esprimere con la parola “similitudine”. Spesso poi si parla di concetti diversi che vengono messi a confronto.

Potrei ad esempio cercare delle similitudini tra il funzionamento del corpo umano e il funzionamento di un computer. Le similitudini sono dei punti in comune, degli aspetti confrontabili.

Ok, allora la similitudine è diversa dall’uguaglianza. Simile non vuol dire uguale. Ma abbiamo appena parlato anche di somiglianza!

Accidenti, un altro concetto simile all’uguaglianza ed alla similitudine.

In effetti è difficile distingue la similitudine e la somiglianza.

Diciamo che se parliamo di aspetto fisico, due persone si dice che si somigliano. C’è somiglianza tra loro:

Guarda come si somigliano quei due, sembrano fratelli!!

Si parla quasi sempre di aspetto esteriore ed anche di carattere, se parlo di persone.

Si parla spesso anche di somiglianza di gusti, o di carattere tra due persone.

Anche due situazioni si possono somigliare.

Difficile distinguere simile da somigliante. Alcune volte vanno bene tutti e due.

Altre volte no però:

Se io dico:

Oggi mi stai trattando come un estraneo. Come se non mi conoscessi.

Allora posso dire: oggi mi stai trattando in modo simile ad un estraneo.

Qui sto facendo non un confronto esteriore o nel carattere, ma confronto un concetto presentandolo in paragone con un altro. In questi casi posso usare solo “simile”.

Fin qui tutto chiaro giusto?

Quando faccio un confronto, lo faccio a scopo di valutazione. Faccio un accostamento, avvicino degli elementi (due o anche di più) e li comparo, li confronto, li raffronto.

Ci sarebbe anche la similarità: una cosa similare ad un’altra.

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E’ la stessa cosa che simile, ma solo meno legata all’aspetto esteriore e più formale.

Ho visto delle scarpe in un negozio, poi le ho acquistate in un altro, ma il prezzo era similare.

L’uguaglianza, comunque, è un concetto particolare. Si usa nella matematica (a=b) e si usa anche quando facciamo accostamenti negativi:

Questi ragazzi di oggi sono tutti uguali! Tutti attaccati al loro cellulare!

In questo modo si fa sempre in modo negativo comunque, si tratta di etichettare delle persone, facendo una generalizzazione che li racchiude tutti. Attaccare un’etichetta sopra una categoria di persone non è mai per fargli un complimento.

Ma posso usare uguale anche quando parliamo di diritti e doveri. Quando parliamo di uguaglianza spesso voglio indicare delle medesime condizioni di parità rispetto a un certo criterio di confronto.

Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge

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Posso esprimere questo concetto? Come no, e tra l’altro questo lo dice la Costituzione Italiana, ma lo dice usando parole un po’ diverse. Sapete che la legge usa un linguaggio a volte un po’ più formale. L’art. 3 della Costituzione Italiana dice:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Quindi i cittadini sono sono eguali davanti alla legge. Un termine sicuramente meno usato, un po’ più formale ma sicuramente lo trovate spesso nello scritto. Meno sicuramente nel parlato. Ad ogni modo l’eguaglianza è come l’uguaglianza, ma si usa solo in ambito di diritti.

Si parla di eguaglianza di tutti davanti alla legge. Molto meglio usare eguaglianza in questi casi: tutti capiranno che si sta parlando di diritti e di persone.

I cittadini hanno pari dignità sociale. Quindi hanno uguale dignità sociale? Sì, certo, ma in questo caso la “dignità sociale” è qualcosa che può avere dei livelli: più o meno dignità.

La “stessa” dignità quindi andrebbe già meglio anziché “uguale” dignità. Pari dignità è ancora meglio, perché serve a mettere sullo stesso livello due cose che stiamo confrontando. Qui solo il livello può cambiare, quindi si usa pari dignità.

Allo stesso modo posso dire:

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io e te siamo pari di età, di statura e di forza.

Abbiamo la stessa forza? Certamente, ed abbiamo, posso dire, anche pari diritti e pari doveri. I nostri diritti e doveri sono eguali.

Passiamo all’identità.

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Che bel cane che hai, una volta ne avevo uno proprio identico!

Se uguale ha la caratteristica di essere generico, identico si usa quando due cose sono proprio uguali, ugualissimi verrebbe da dire (ma “ugualissimi” non esiste!). Neanche “molto uguali” si può dire. invece possiamo dire che due cose sono identiche. In tal caso queste due cose sono esattamente coincidenti, corrispondono esattamente in tutto e per tutto, sono uguali punto per punto.

Questo quadro è una copia identica all’originale.

Quindi si tratta di un quadro perfettamente uguale, in tutti i suoi punti.

La mia opinione è identica alla tua

Quindi io la penso esattamente uguale a te.

Io e te abbiamo gli stessi identici gusti in tema di libri

Quindi a noi due piacciono gli stessi tipi di libri. I nostri gusti sono esattamente gli stessi.

Sono uguali? Sì, sono uguali, ma sono più che uguali. E’ troppo poco dire “uguali”.

Posso anche dire:

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Abbiamo i medesimi gusti

Abbiamo la medesima opinione

Se usate medesimi e medesime, al plurale, volete dire gli stessi, le stesse.

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Potete quindi sostituire medesimi con “stessi”.

Abbiamo gli stessi gusti

Abbiamo le stesse opinioni

E’ vero, sono cose uguali, di questo state parlando, ma la parola medesimi (anche al singolare: medesimo o al femminile: medesime) oltre ad essere più efficace di “stessi” o “stesso” (ed anche più formale)  si usa soprattutto in un caso:

Quando state facendo un confronto, volete dire che due cose hanno una cosa in comune, non che ce l’hanno uguale:

Occorre garantire che tutti gli uomini abbiano i medesimi diritti.

C’è una differenza rispetto ad “uguali” o “identici”.

Non stiamo parlando di due cose: il medesimo è uno solo.

Il medesimo diritto è lo stesso diritto che abbiamo tutti e due. I medesimi diritti è la stessa cosa. Sono gli stessi diritti per entrambi.

Io e te abbiamo i medesimi diritti

Ci sono dei diritti quindi. Io ho quei diritti, e anche tu li ha, e sono gli stessi.

Io non ho dei diritti, tu i tuoi e questi sono uguali, ma gli stessi diritti sono di entrambi, appartengono ad entrambi.

Spero di riuscire a spiegarmi bene.

Tutti sono soggetti ai medesimi obblighi

Quindi ci sono degli obblighi che vanno rispettati, e tutti hanno gli stessi obblighi, i medesimi obblighi.

Non posso dite che “i nostri obblighi sono uguali”  o che sono identici” perché gli obblighi sono sempre quelli.

Medesimi quindi è come dire “stessi”, è solo più formale, ma sia stessi che medesimi si usano in questo caso.

Vediamo qualcosa di più divertente:

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Giovanni ha il naso spiccicato al mio!

Prima abbiamo visto identico. Spiccicato è informale e, come accade sempre nel linguaggio informale, riesce sempre a essere ancora più chiaro nel suo significato.

Generalmente parliamo di cose materiali: viso, parti del corpo, persone:

Giuseppe è spiccicato a mio marito

Tu invece sei spiccicato a mio fratello.

Giuseppe quindi è proprio uguale, “tale e quale” di può anche dire, a mio marito, e tu invece sei proprio identico a mio fratello. Da dove viene questa parola: “spiccicato”.

Pensate alle cose appiccicose, che cioè si attaccano, che si appiccicano. Pensate ad appiccicare due cose tra loro, con la colla, l’una di fronte all’altra, in modo che combacino perfettamente, che siano unite, in modo che coincidano perfettamente.

Perché lo faccio? Beh, ad esempio perché voglio che siano uguali.

Questa è l’immagine da usare, per capire che due cose sono “spiccicate”. Si dovrebbe dire “appiccicate” ma questo verbo si usa per dire “attaccate”, due cose “attaccate” tra loro son oappiccicate.

Invece due cose uguali identiche sono spiccicate tra loro, perfettamente uguali.

Poi in realtà spiccicare vuol dire anche staccare, togliere la colla, dividere due cose. Il contrario di appiccicare è spiccicare.

Prima posso appiccicare due oggetti, e poi posso spiccicarli.

Anche in senso figurato si dice spesso:

Non riesco a spiccicare parola!

Questo non ha nulla a che fare con l’uguaglianza. ma lasciamo perdere il verbo spiccicare.

Due cose spiccicate sono uguali, “tali e quali“, che è ancora un altro modo per esprimere l’uguaglianza assoluta.

A proposito di “tale”. Conoscete il detto:

Tale padre, tale figlio

Una espressione che indica che il figlio ha seguito l’esempio del padre.

Tale e quale invece è un’altra espressione che potete usare al posto di “uguale”, o meglio ancora a identico o spiccicato.

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Io sono tale e quale a voi

Un modo utilizzatissimo per esprimere uguaglianza.

Un imitatore, colui che imita le persone, che per mestiere cerca di somigliare a personaggi famosi, ha un obiettivo: sembrare tale e quale ai personaggi che imita.

Tra uomini si potrebbe dire:

Le donne sono tali e quali in tutto il mondo

Ovviamente si potrebbe dire anche degli uomini.

Oppure io potrei dire:

I cellulari di oggi sono tali e quali a quelli di 10 anni fa?

No, per niente! Sono cambiate moltissime cose: c’era Whatsapp dieci anni fa? No. Non è la stessa cosa senza Whatsapp.

Esistono le medesime applicazioni sui cellulari? Per niente. Sono cambiate completamente in dieci anni.

Le batterie sono tali e quali a quelle di oggi? Ci sono le stesse batterie?

Ma quando mai! Sono diversissime. Durano di più adesso, e priva si toglievano, mica come adesso!

In poche parole i cellulari di oggi non somigliano per niente a quelli di 10 anni fa. E’ un confronto che non si può fare!

Un saluto a tutti. E grazie delle vostre donazioni.

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