631 Non se ne parla!

Non se ne parla (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: parole, parole, parole, recita una famosa canzone italiana. Ma parlare a cosa serve? Diciamo a comunicare, in generale, ma spesso il verbo si usa per indicare un particolare tipo di comunicazione.

Se dico ad esempio a mia moglie:

Dobbiamo parlare.

Lei si preoccuperà. Cosa mi dovrà dire? Perché mi vuole parlare? Di cosa?

Questo “parlare” indica in questo caso un chiarimento che normalmente comporta delle conseguenze, dei cambiamenti di qualsiasi tipo. Un argomento delicato di cui parlare in privato.

Altre volte parlare indica anche una semplice discussione su un argomento:

Oggi in ufficio dovremmo parlare di un affare.

Ne parliamo appena torno a casa

Altre volte si usa quando si devono spiegare bene le caratteristiche di qualcosa o quando si fa una proposta e un’altra persona può accettarla oppure no:

Di questo affare ne dobbiamo assolutamente parlare

Ti propongo una soluzione al problema. Parliamone.

Si usa anche, e arriviamo all’espressione di oggi, quando vogliamo rifiutare decisamente una proposta.

Non se ne parla proprio!

Cosa hai detto? Non se ne parla!

Andare a lavorare senza aria condizionata? Con questo caldo? Non se ne parla prima della fine dell’estate!

Non se ne parla: Con questa espressione si sta dicendo che non è neanche il caso di parlarne, quindi si non deve neanche iniziare una discussione sulla questione, perché ciò che hai detto non mi trova assolutamente d’accordo. Siamo in completo disaccordo se dico:

Non se ne parla!

Non se ne parla proprio!

Sintetizzando, l’espressione equivale a un “no!”

Spesso si aggiunge, “proprio” in questo caso, equivale a “assolutamente”. Si vuole esprimere convinzione, risolutezza, una ferma opinione da non discutere.

Quando dico “Se ne parla” si intende “si parla di questa cosa” Quindi la particella “ne” serve a non ripetere la questione di cui si sta parlando, altrimenti dovrei dire:

Non dobbiamo proprio parlare di questa cosa!

Non discutiamo assolutamente della questione!

O altre frasi di questo tipo

Ovviamente io metto sempre il punto esclamativo in questi casi, perché altrimenti “non se ne parla” può avere un senso diverso. Ad esempio:

Ma il problema che avevamo ieri? Non se ne parla più? Forse è stato risolto?

Se non se ne parla evidentemente è stata trovata una soluzione.

Non se ne parla in giro, ma la lingua italiana si sta diffondendo sempre di più nel mondo

Della riforma del lavoro non se ne parla ormai da tempo. Chissà perché.

Oggi nel ripasso parliamo di… ve ne parla Bogusia, il membro dell’associazione Italiano Semplicemente che lo ha realizzato. Domani vediamo “se ne parla” (senza negazione) e anche “se ne riparla“.

Buon ripasso (ci sono ben 51 richiami a episodi precedenti):

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno a tutti, vi ho ascoltato davvero con molto piacere recentemente. Siete stati bravissimi con i vostri ripassi sui diversi argomenti, ma cotanta cultura mi ha preso un po’ alla sprovvista. Eravate davvero in vena. Balza agli occhi che ci sappiate fare in questo ambito, eccome. Questo mi ha dato lo spunto per comporre il presente ripasso. Avete mai pensato di cimentarvi con qualche satira?

Gli eventi che viviamo di recente a tratti fanno paventare sciagure nel il nostro futuro e soprattutto in quello dei nostri figli.

Ci viene voglia di gridare a squarciagola che bisognerebbe rimettere in sesto tante cose, ci viene voglia di apostrofare qualcuno di rilievo, qualche politico oppure qualcuno che semina voci false e tendenziose e rispondergli in malo modo.

Però il mondo è quello che è e bisogna mettersi dei paletti e a volte anche darsi una regolata.

Però urge dire qualcosa, arrabbiarsi apertamente, indignarsi pubblicamente, ma non lo facciamo perché sarebbe una mossa sbagliata e di conseguenza si vedrebbero le brutte e si potrebbe persino finire in galera.
Da che mondo è mondo esiste questo problema, ma si dà il caso che fin dagli inizi del XVI secolo a Roma abbiano inventato una bella mandrakata per far sapere alla gente di potere che c’è qualcuno di diverso avviso che si ribella, e questo avveniva tramite la stampa satirica e le “statue parlanti” che svolsero il ruolo di vere e proprie gazzette, veri e propri giornali, dove di punto in bianco si commentava un fatto accaduto un certo giorno.

Parlo del cosiddetto “Congresso degli Arguti” cioè un gruppo composto di sculture, sparse nei vari punti della città, che “parlavano” attraverso componimenti satirici.

Anonime malelingue che non volevano calare le braghe davanti al potere, in primo luogo quello della chiesa.

Bisognava correre ai ripari e i loro pensieri venivano pubblicati su fogli e foglietti affissi di nascosto proprio su queste sculture.

Il Congresso degli Arguti consiste di ben sei sculture.

Annoverato tra i più conosciuti è il Pasquino, una statua ormai assai mal ridotta vicino campo de Fiori, al centro di Roma.

Le altre si chiamano: Marforio, Madame Lucrezia, il Facchino, l’Abate Luigi e il Babuino.

Quell’ultima fu giudicata talmente brutta che i romani la battezzarono proprio “er Babuino” , paragonandola a una mera scimmia, appunto.

Non vorrei però tediarvi troppo parlando di tutti i dettagli su queste sculture.

Giocoforza qualcuno potrebbe darmi della leziosa e stucchevole.

Siamo li?

Secondo poi, potrei sforare nel tempo, facendole girare a qualcuno.

Sto scalpitando però per introdurvi una di queste cosiddette “pasquinate“, anch’essa annoverata tra i più famosi discorsi tra le statue parlanti, e riguarda l’occupazione francese, che dava del filo da torcere a tanti perché le truppe napoleoniche razziarono a man bassa il patrimonio artistico di Roma (1808 – 1814)
Eccolo:

Albèric (Marforio) È vero che i francesi son tutti ladri?

Sofie (Pasquino): Tutti no, ma “bona parte”, si.

Bogusia: Allora, avete in vista qualche viaggio a Roma? E magari durante qualche tappa del vostro viaggio vi imbattete in queste sculture? Può darsi allora che vi coglierà alla sprovvista il fatto che anche oggi si possa scorgere qualche foglietto appiccicato sulle sculture.

Allora si presenta anche a voi l’occasione per cimentarvi con qualche satira. Potete appenderla su una di queste statue parlanti e chissà, magari questo sarà anche il vostro esordio nell’ambito della satira.

Non ne risentirete sicuramente perché si fa in modo anonimo. In bocca al lupo!

629 Discreto e indiscreto

Discreto e indiscreto

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Trascrizione

Giovanni: oggi continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci vanno a genio, ma non solo.

Facciamo un piccolo riassunto: Abbiamo visto prima l’aggettivo ortodosso, poi “sopra le righe“, poi gli aggettivi lezioso e stucchevole e poi ancora il verbo tediare.

Oggi ci occupiamo dei termini discreto e indiscreto, che sono quasi sempre da intendere con significato opposto.

Ho detto quasi sempre, perché l’aggettivo discreto può essere usato sia per descrivere una persona, o un comportamento di una persona, ma anche per valutare qualcosa.

Se parliamo di valutazione, una cosa valutata come discreta è sicuramente positiva, quindi stiamo dando una sorta di apprezzamento. Questa valutazione comunque, pur essendo positiva, si trova un gradino più in basso rispetto all’aggettivo “buono” e ovviamente anche a “ottimo”. Siamo dunque soddisfatti di qualcosa ma non soddisfattissimi..

Questa cosa ritenuta “discreta” è più che sufficiente a soddisfare le nostre principali esigenze.

Quindi possiamo stare in discreta salute, cioè una salute soddisfacente, buona, apprezzabile, fondamentalmente positiva ma senza esagerare.

Se acquistiamo un prodotto ad un discreto prezzo vuol dire ugualmente che è un buon prezzo, soddisfacente, che ci soddisfa.

Ugualmente possiamo parlare di un discreto numero di qualcosa, quindi un numero abbastanza elevato, non basso certamente ma neanche altissimo.

Possiamo avere una discreta cultura o una discreta capacità di fare qualunque cosa. In generale è sempre una cosa positiva, una valutazione positiva che si può usare in ogni evenienza, cioè in ogni occasione.

Parlando invece di comportamenti, esiste quella che si chiama la discrezione e anche l’indiscrezione, che è la caratteristica opposta.

Solo se parliamo di comportamenti è possibile usare questi due termini.

La discrezione può riguardare ad esempio una persona, che quindi viene giudicata come una persona discreta. È certamente una caratteristica positiva.

In realtà non siamo molto lontani dal concetto precedente, quindi si tratta di una caratteristica positiva, ma ci riferiamo al suo modo di comportarsi, al comportamento di questa persona.

In particolare questa persona, per essere definita discreta, può avere diverse capacità.

Ad esempio quella di saper mantenere un segreto.

Mi raccomando, sii discreto, non dire questo segreto a nessuno.

Tranquillo, sarò molto discreto.

Ma la discrezione può indicare anche una moderazione nei comportamenti, quindi una persona discreta è capace di comportarsi in modo da non urtare l’altrui suscettibilità.

La persona discreta non fa domande troppo personali, non si interessa delle questioni altrui solo per curiosità, non ti offende gratuitamente, cerca di non dar fastidio a nessuno, cerca di non farsi notare, cerca di non alzare la voce. Non fa mai cose indiscrete.

Quando parliamo di comportamenti quindi essere discreto è l’opposto di essere indiscreto.

Es:

Non voglio sembrare indiscreto, ma posso chiederle la sua età signora?

In questo caso in realtà sono stato molto indiscreto.

Mi raccomando, non essere indiscreto e non fare domande inopportune e troppo personali.

La discrezione è una conseguenza un po’ dell’educazione ricevuta, e un po’ è anche una caratteristica delle persone più sensibili.

Il termine indiscrezione, opposto alla discrezione, è dunque un atto, un comportamento contrario alle esigenze di delicatezza o riservatezza di altre persone.

Però si usa anche in senso abbastanza neutro, non negativo quindi, quando vengono rivelate notizie riservate.

I giornalisti ad esempio raccolgono indiscrezioni per poter scrivere degli articoli interessanti.

Oppure posso dire:

La vuoi sapere un’indiscrezione? Pare che il nostro capo si sia fidanzato con la sua segretaria.

Girano alcune indiscrezioni in merito ad una eventuale cessione di Cristiano Ronaldo.

Si parla quindi di notizie più o meno riservate, quasi delle voci di corridoio, qualcosa che si sente in giro, cose di cui qualcuno parla, ma non è detto che siano notizie vere.

C’è comunque spesso il senso di un segreto svelato, perché qualcuno ha messo in giro queste voci, queste indiscrezioni, quindi certamente questa persona non è stata discreta nel suo comportamento.

Comunque anche un comportamento può dirsi discreto o indiscreto, non solo una persona: la rivelazione di una notizia riservata è un comportamento o un atto indiscreto.

Vediamo altri 2 esempi dell’uso di discreto e indiscreto e poi un bel ripasso che riguarda Luigi Pirandello

Ecco il meteo di oggi a Roma: tempo variabile martedì, discreto mercoledì, bel tempo giovedì

Sono stato indiscreto: ho chiesto l’età ad una signora e lei mi ha detto di farmi gli affari miei

Adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicement

Ulrike (Germania): ho appena scoperto che Luigi Pirandello (credo abbiate presente di chi stia parlando) era un decadentista. la cosa mi stupisce molto perché lui ha scritto il “Saggio sull’umorismo“, il che non sembra esattamente rispecchiare una visione decadentista, cioè cupa della vita. Forse è un decadentista a cui ha dato di volta il cervello?

Marta (Argentina): Infatti Pirandello riesce a superare il decadentismo, perché la vita secondo lui è semplice finzione. Secondo lui ciascuno di noi si nasconde dietro una maschera.

Edita (repubblica Ceca): Il problema è che gli altri hanno un’immagine di noi diversa di quella che noi vogliamo mostrare, ragion per cui ci vediamo costretti a decidere di impazzire, rifiutando la nostra identità, oppure di essere “uno, nessuno o centomila” persone diverse.

Rauno (Finlandia): questo sarebbe il relativismo se non sbaglio. Adesso prendo e vado a studiare meglio la questione…

Harjit (India): infatti. Tutto è relativo, dipende come lo guardi. Le prospettive sono infinite. Se sei alla ricerca di certezze nella vita Pirandello certamente non ti sarà di supporto
Anthony e Mary (Stati Uniti): Già… così c’è una incomunicabilità fra gli uomini, poiché ognuno la vede a modo suo. E tu come la vedi in merito?

Peggy (Taiwan): anch’io vorrei dire la mia: da giovane Pirandello fu costretto a destreggiarsi per superare una crisi finanziaria in famiglia. I problemi che ne conseguirono sfociarono nella sua concezione dell’esistenza come un crescendo di paletti insopportabili dall’esterno. Questo è quanto.

André (Brasile) e Anthony (Stati Uniti): qualcuno ha parlato di incomunicabilità? Se questa teoria di Pirandello risponde al vero, ho capito perché io non capisco le donne e le donne non capiscono me. Questo mi induce a pensare che sia tutta colpa di Pirandello se siamo agli antipodi!! Ma dimmi tu cosa devo scoprire, e per giunta proprio a ridosso della fine dell’episodio! Ed io che ormai mi ero convinto della teoria di mia moglie, secondo la quale non sarei portato per natura a capire un’acca del sesso femminile! Da oggi in poi mi avvarrò del relativismo Pirandelliano!!

Giovanni: va detto che molti uomini si trovano nelle stesse condizioni di André e Anthony.

Marta (Argentina): Non voglio sembrare indiscreta, ma penso che sia Gianni che Anthony si sentano identificati con André.

Marcelo (Argentina): io no però. Sono l’eccezione che conferna la regola.

Irina: capire le donne non è facile, e a volte bisogna prenderci con le molle. Altrimenti verrete incalzati di domande e non ce ne sarà per nessuno. Il matrimonio inoltre finirà inevitabilmente anzitempo.

628 Tediare

Tediare

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Trascrizione

Giovanni: continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci piacciono.

Abbiamo visto “sopra le righe“, e prima ancora avevamo visto ortodosso. Poi abbiamo incontrato lezioso e stucchevole. Un bel repertorio di espressioni finora, e ne vedremo delle altre anche nei prossimi giorni. 

Oggi vediamo come tediare una persona. Non faremo esattamente questo in realtà, ma mi limiterò a spiegarvi il senso del verbo, perché tediare è molto simile a stancare, ma mentre stancare si rivolge quasi sempre a sé stessi (stancarsi), tediare si  usa prevalentemente verso gli altri.

Quindi normalmente stancare si usa così:

io mi stanco, tu ti stanchi, lui si stanca, noi ci stanchiamo, voi vi stancate e loro si stancano.

Invece se uso tediare:

Io tedio Giovanni

Tu tedi Francesca

eccetera. Quindi è una azione che si rivolge contro altre persone.

In realtà il verbo stancare si può usare allo stesso modo, e in questo caso sono molto simili:

Io ti stanco.

Credo che tu mi stia stancando adesso.

Non voglio stancarvi con le mie chiacchiere

Ci stancate con tutte queste polemiche

eccetera

Il verbo tediare è simile, ma la differenza è che, oltre ad essere più “forte” o meglio, più intenso, come verbo, si usa quasi sempre con la negazione:

Non voglio tediarvi

Non volevo tediare nessuno

E’ più intenso rispetto a stancare perché trasmette anche fastidio e noia, quindi è simile a infastidire qualcuno causando “tedio“, e annoiare profondamente. Il tedio sarebbe proprio una sensazione di noia, di profonda noia, quasi esistenziale. Qualcosa di opprimente direi: Si usa poco come termine ma rende molto bene l’idea:

Non voglio inondarvi di tedio leggendovi le mie poesie…

Il tedio delle ore passate in casa in attesa che la pandemia scompaia

Direi che è anche più letterario come termine, rispetto alla noia

C’è dunque una forte insofferenza anche, cioè una Incapacità di adattamento ad una situazione o di sopportazione, di impazienza.

Si può tediare qualcuno con dei lunghi discorsi che risultano noiosi e stancanti

Volendo, ma l’uso non è frequente, si può usare anche verso sé stessi, come stancarsi:

Mi sto tediando su questo libro di grammatica italiana

Questo significa che, non seguendo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, stai provando una profonda noia, e anche un intenso fastidio. Cosa aspetti allora a cambiare metodo?

Consigli a parte, vediamo altri esempi:

Giovanni ha iniziato a tediarmi qualcuno con domande inopportune. Un fastidio che non ti dico.
 
Non vorrei tediarvi con le mie lunghe spiegazioni
 
Adesso allora smetto per non tediarvi ulteriormente
 
Come avrete capito si usa spesso anche come forma di chiusura di un discorso, ed è anche abbastanza simpatica e auto ironica come chiusura, e quindi non è detto che ci si renda conto che forse non è il caso di continuare a fare qualcosa che potrebbe risultare noioso e stancante.
Adesso allora per non tediarvi ulteriormente la finiamo qua e ripassiamo alcuni episodi precedenti:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Harjit (India) e Mary (Stati Uniti): E’ possibile mai che tu non abbia ancora messo mano sul dossier assegnatoci dal direttore? Di questo passo non lo porteremo a termine manco entro la fine dell’anno.

Sofie (Belgio): ci ho messo mano eccome! È solo che ci sono molte questioni delicate. Il lavoro stavolta ci sta dando dato molto filo da torcere.

Hartmut (Germania): appunto! Il direttore questo dossier ve l’avrà assegnato perché sa che non siete mica da meno degli altri collaboratori di questa unità.

Irina (California): ti ringrazio ma mi puoi togliere una curiosità? A cosa dobbiamo queste parole belle nei nostri confronti? Nel passato, se non ricordo male, eri ben disposto a sparlare alle nostre spalle, almeno a tratti, o meglio, quando più ti è convenuto.

Karin (Germania): sapete una cosa ragazzi? Mi ha sempre colpito come siete riusciti a prenderla con filosofia davanti a questo trattamento certamente non meritato . Ma adesso sembra che Hartmut si sia dato una regolata dopo essere stato apostrofato dal direttore per non avergliela raccontata giusta un paio di volte. Vai a capire come sia riuscito a scampare al licenziamento!

627 Lezioso e stucchevole

Lezioso e stucchevole

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto “sopra le righe” continuiamo a parlare di strani comportamenti, al di fuori del normale.

Un comportamento anormale può esserlo anche perché ritenuto troppo caricato, come si è detto, oppure non spontaneo, non naturale, si può anche parlare di gesti affrettati, eccessivi, esagerati. A volte si utilizza anche il termine lezioso.

Anche quest’ultimo aggettivo si usa molto spesso a proposito di gesti o comportamenti innaturali e persino stucchevoli.

Questi ultimi due termini sono particolarmente adatti per giudicare un comportamento non solo innaturale, ma fastidioso. Denota una maniera artificiosa (attenzione, ho detto artificiosa e non artificiale. Ricordate l’uso del suffisso – oso?) dicevo, una maniera artificiosa e anche studiata, voluta, ricercata di parlare o di comportarsi, di chi vuole ostentare qualcosa, cioè mettere in mostra sé stesso con insistenza o vantandosi, in modo esibizionista.

Questo può dare molto fastidio.

Quando accade si può usare lezioso e anche stucchevole.

Che atteggiamento lezioso e stucchevole! Giovanni si sta vantando da mezz’ora ormai delle sue qualità come conquistatore di donne.

Giovanni ha sempre un comportamento sopra le righe recentemente. Ma cosa gli ha preso? È troppo lezioso! Dice sempre io ho fatto questo, io ho fatto quello!

La leziosità fa parte anche del linguaggio sportivo.

I giocatori di una squadra di calcio, ovviamente credono di essere forti e vogliono mostrare la loro bravura, ma se esagerano corrono il rischio di fare un gioco lezioso, poco pratico e funzionale, perché i calciatori cercano di fare finezze inutili in campo, solo per farsi notare e per questo risultano fastidiosi.

Quanti termini nuovi oggi!

Lezioso può essere anche un professore quando spiega qualcosa e bada più a mostrare la sua conoscenza che a trasmetterla, risultando fastidioso.

Quindi direi che la sensazione di fastidio caratterizza maggiormente l’aggettivo lezioso. Se aggiungiamo la stanchezza, la noia e la voglia di andarsene diventa stucchevole.

Invece per essere giudicato sopra le righe, come si è visto, uno degli ingredienti è anche il possibile imbarazzo che si causa ad altre persone per questa poca normalità nel comportamento, questo qualcosa di eccessivo che c’è e che non passa inosservato.

Abbiamo già visto anche il termine ortodosso, nell’episodio 530, abbastanza simile. Ma non voglio tediarvi ulteriormente.

Del verbo tediare parlino però nel prossimo episodio. Adesso un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: oggi vorrei parlare di letteratura e più precisamente del decadentismo cioè quel movimento artistico e letterario sviluppatosi in Francia, il mio paese, alla fine dell’Ottocento. Ma poi interessò anche il resto d’Europa,

Irina: il decadentismo si contraddistinse per un nuovo modo di pensare, perché la ragione e la scienza non erano riuscite a rispondere ai veri bisogni dell’uomo.

Marcelo: c’era troppa freddezza, troppo razionalismo e poca spiritualità nella scienza, ed è risaputo ormai che anche lo spirito va curato. Eccome!

Ulrike: La letteratura e gli uomini sentirono il bisogno di esplorare il mistero dell’anima e tutte le sue caratteristiche, ivi incluse quelle negative: il vizio, la lussuria, la noia, il disgusto per la vita e le peggiori voci interiori. Insomma eravamo agli antipodi del positivismo.

Sofie: non è che si esagerava un po’ col pessimismo? Passi che la scienza sia fredda, passi pure che anche le brutte sensazioni e emozioni abbiano il loro perché, ma dire che la vita non abbia senso…

Peggy: capisco cosa vuoi dire. Evidentemente c’era un certo non so che di affascinante nel vedere tutto nero.

626 Sopra le righe

Sopra le righe (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai conosciuto persone che hanno avuto o che hanno sempre un comportamento sopra le righe?

Si dice che un comportamento è sopra le righe, quando è poco opportuno, poco adatto alla circostanza, o quando il tono della voce utilizzato è eccessivo, troppo alto.

Si dice anche di persone a volte:

Alessia è sempre sopra le righe.

La riga in qualche modo rappresenta la normalità. Immaginate una barra, una linea orizzontale, quindi una riga è come una linea immaginaria che rappresenta un livello ritenuto normale, medio, di comportarsi.

Chi sta sopra le righe o chi va sopra le righe, sempre al plurale, sta esagerando, magari non di molto, ma si discosta da questa linea della normalità.

Quindi una persona che ha un comportamento sopra le righe viene facilmente notata e la gente si chiede:

Questo non è normale, cosa c’è che non va? Come mai si comporta così?

Le persone che hanno comportamenti sopra le righe non passano mai inosservate per questo motivo. Spesso creano imbarazzo.

Quando un comportamento o un atteggiamento è caricato, troppo enfatico, eccedente la norma, si può sempre dire che è sopra le righe. Enfatico significa che questa persona si compiace di caricare i toni ad esempio in ogni suo comportamento. C’è troppa enfasi.

Ma allora voi potreste chiedervi: quando è il caso di usare opportuno per giudicare un comportamento e quando dire che è sopra le righe?

Direi che una persona, quando ha un comportamento sopra le righe, può essere descritta inopportuna, ma nel termine inopportuno c’è meno giudizio e inoltre inopportuno si addice maggiormente ad un singolo comportamento:

Spero di non essere inopportuno se non do del lei alla professoressa

Sarebbe opportuno prenotare prima di andare al ristorante.

Vedete che nell’opportinitâ ci può semplicemente essere la cosa giusta da fare, cioè prenotare, per non restare senza tavolo al ristorante.

Inopportuno significa, più in generale, contrario alla convenienza del momento.

Non conviene non prenotare

Prenotare sarebbe opportuno

Non prenotare sarebbe inopportuno

Il tuo è stato un intervento veramente inopportuno durante la riubione. Come ti è venuto in mente di fare quella battuta sulla fidanzata del direttore? Ma sei fuori di testa?

Questo è un singolo comportamento, un singolo atto criticabile per il fatto che non è stato conveniente per nessuno. Non era il caso di fare una battuta simile.

Si usa spesso anche questa formula per dare una valutazione negativa ad un fatto:

Non è il caso di arrivare sempre tardi o ufficio

Non è il caso di vestirsi di bianco in un matrimonio quando non sei la sposa. Una cosa veramente inopportuna.

Anche nell’inopportunitâ c’è spesso una critica ad un comportamento, quando non si fa una cosa corretta, o educata, criticabile da un punto di vista umano, professionale o anche solo di consuetudine, solo perché generalmente non si fa in questo modo.

Ma l’essere sopra le righe, come detto, riguarda spesso un’abitudine e non un singolo comportamento e poi ciò che stiamo criticando in fondo non è l’atteggiamento ma la persona, che si comporta in modo strano, che può mettere in imbarazzo le altre persone con questo di comportamenti.

Anche una persona che ha bevuto un po’ può avere comportamenti sopra le righe.

Persone di questo tipo di solito non si comportano in modo inopportuno una sola volta, ma in genere spesso, nelle stesse circostanze.

Ci sono conunque anche altri modi per descrivere tali atteggiamenti, ad esempio abbiano visto i comportamenti poco ortodossi, simile, se ricordate, a poco adatti.

Altri li vediamo meglio nel prossimo episodio.

Per adesso ripassiamo e parliamo di poesia.

Ma a cosa serve la poesia? Lo sanno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in registrazione)

Irina: non saprei. Ma non voglio eludere la domanda. Serve forse a istruire le persone? Ha uno scopo educativo o istruttivo? Mi prendi un po’ in contropiede con questa domanda. Di sicuro non mi è mai andata molto a genio per via dei troppi versi da imparare a memoria

Andrè (Brasile): secondo me la poesia è una passione, e magari anche un’arte. Non deve però necessariamente servire a qualcosa. Avevo un amico che mi costringeva sempre ad ascoltare le sue poesie… Che pesantezza! Mi chiedevo sempre: Ne avrà ancora per molto?

Peggy (Taiwan): ah? cosa? Ma quando mai! Magari il tuo amico non era all’altezza. Dovevi starne alla larga allora!

Ulrike (Germania): Secondo Giovanni Pascoli, che era qualcuno nella poesia, più che altro la poesia serve a riconoscere le cose belle anche in cose semplici, a vedere la bellezza anche in cose umili, semplici e vicine, senza curarsi della scienza o di ragionamenti complicati. La poesia è semplice come la mente di un fanciullino.

Mary (Stati Uniti): e avvicina tutti, poveri e ricchi, perché la poesia vive solo di intuizione, sicché scopre ogni giorno la realtà, il mondo, come se fosse nuovo.

Karin (Germania): Proprio come i bambini, che in quanto tali non sanno le cose e non conoscono il mondo.

Hartmut (Germania): a suo dire la poesia permette a tutti di dialogare, basta far parlare il fanciullino che è in ognuno di noi. È così semplice che tanto vale provare.

Sofie (Belgio): io sono esattamente agli antipodi e Pascoli non mi tange proprio. Infatti credo che lo scopo della poesia sia esprimere un pensiero mettendo insieme parole a caso, o copiando pari pari qualche verso scritto da altri, cercando di far credere a tutti che ci sia qualcosa di profondo in me. Così si fa una bella figura.

Harjit (India): basta! Io questa non la reggo più!! Sempre irriverente e poco ortodossa. Datemi pure dell’intransigente ma io questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere!

625 Prestarsi

Prestarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: prestate un attimo attenzione per favore perché oggi vorrei parlarvi del verbo prestarsi, la forma riflessiva di prestare. Ci siamo già occupati del verbo prestare infatti, nel corso di Italiano Professionale. si trova all’interno della sezione “verbi professionali” che è diventato anche un bel libro. fatevelo prestare se volete leggerlo!

In quella occasione si è parlato anche della forma riflessiva.

Oggi ci occupiamo solo di questa forma riflessiva.

L’esempio che abbiamo fatto in quella lezione è:

Il suo comportamento si presta a molte critiche

e anche:

Le tue parole si prestano a diverse interpretazioni

Il verbo prestare, anche nella forma riflessiva “prestarsi”, indica a volte una “disponibilità“, altre volte quello della “possibilità“, ma voglio farvi notare anche il senso della “debolezza” o della “criticabilità” derivante da un atteggiamento.

Ad esempio se ti dico:

Non devi prestarti a fare un lavoro al di sotto della tua qualifica

Oppure:

Non prestarti a simili comportamenti

Voglio dire che non devi “abbassarti” (ne abbiamo parlato recentemente) a fare cose che non dovresti fare, che sia un lavoro poco onorevole o anche un comportamento poco onorevole. Non devi dare la tua “disponibilità” a fare cose che non vanno fatte, che ti rendono “debole” da un certo punto di vista.

Nell’esempio riportato sopra:

Il tuo comportamento si presta a molte critiche

Quindi il tuo comportamento è probabile che verrà criticato, poiché ci sarebbero molti punti criticabili. C’è un elemento di debolezza ancora una volta. E poi con il tuo comportamento ti sei mostrato disponibile ad accogliere critiche.

Anche se parlo di:

Parole che si prestano a più interpretazioni

Sebbene in questo caso manchi un evidente punto di debolezza (potremmo però parlare di poca chiarezza delle tue parole) sicuramente c’è la “possibilità” che il tuo messaggio sia frainteso, e anche questo può costituire un punto di debolezza. Certo, la disponibilità in questo caso è meno evidente rispetto ad esempio a:

Nella vita bisogna sempre prestarsi ad aiutare gli altri, cioè coltivare l’amicizia

La debolezza però a volte può diventare persino una caratteristica di fascino, portato dal mistero:

Sicuramente alcuni versi della Divina Commedia di Dante Alighieri si prestano a molteplici letture (significa molteplici interpretazioni – stesso significato). E questo è affascinante vero?

Allora proviamo a ripassare qualche episodio passato commentando i seguenti versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che parla dell’Amore tra Francesca e Paolo, due amanti che si trovano in un girone dell’Inferno chiamato dei lussuriosi.

È Francesca che parla:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Che ne dite ragazzi? Volete prestarvi a provare col rischio di fare qualche figuraccia oppure avete paura di sfigurare?

Ma ascoltiamo ancora questa terzina dalla voce di Flora, la nostra prof. di Italiano.

Flora:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: Difficile decifrare la risposta di Francesca al sommo Dante. Però raccolgo la provocazione di Gianni e vi dico la mia in merito: Se fortuna vuole che sei amato, non sarai risparmiato anche tu dalla freccia di Amor, cioè devi per forza amare a tua volta anche tu. In parole povere: la passione è quello che è, non c’è scampo

Marcelo: ma l’immagine che ne esce di Paolo e Francesca, nonostante anche i tempi fossero quelli che fossero, non è negativa alla fine, almeno questo è quello che risulta a me.

Karin: anche il poeta Boccaccio difende Francesca, dicendo che lei in realtà doveva sposare Paolo e non il marito assassino che ha pensato di fargliela pagare. Ma pare che questa critica non regga granché, nel senso che non è credibile. e così anche Boccaccio si è prestato ad alcune critiche.

Spiegazione dettagliata della terzina

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m'abbandona

624 Sfigurare

SFIGURARE

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Trascrizione

Peggy (Taiwan): benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente”

Giovanni: dopo esserci occupati dell’espressione essere da meno, oggi restiamo nello stesso ambito e vediamo il verbo sfigurare.

Quando usiamo sfigurare non è detto ci sia un confronto con altre persone, però è sempre un problema di orgoglio e di valore o di onore.

Sfigurare infatti significa fare brutta figura, suscitare un’impressione negativa.

È il giudizio degli altri che ci preoccupa, perché quando qualcuno o qualcosa sfigura è per via di una sensazione di scarsa adeguatezza o qualità, specialmente in confronto ad altre.

Anche in questo caso c’è quasi sempre un confronto con altre persone o altre cose, ma non è detto. Il confronto può anche essere con le aspettative, con ciò che ci si aspetta.

Es: è il compleanno di un mio amico, ed ho paura di sfigurare perché gli ho fatto un regalo di poco valore.

Sfigurare pertanto equivale a fare una brutta figura. C’è un episodio in particolare che abbiamo dedicato alle figuracce. Può essere utile dare un’occhiata.

Quando si tratta di confronti si può dire chiaramente nella frase:

Non vorrei sfigurare in confronto altri altri

Tutti i miei compagni di classe sono bravissimi. Ho paura di sfigurare in confronto a loro.

L’Italia quest’anno non ha affatto sfigurato nel corso degli europei di calcio al cospetto di squadre teoricamente più forti

Il verbo è molto adatto per fare confronti, proprio come essere da meno, ma la differenza sta soprattutto nel fatto che con sfigurare è più importante l’opinione degli altri, l’immagine, il ricordo che le altre persone avranno.

Infatti la “figura” rappresenta l’immagine che si ha di qualcosa, quindi come sembra, come appare a chi la guarda.

Cerca di non farmi sfigurare con i miei amici. Comportati bene e sii educato

Il verbo non si usa solo in questo modo però, perché l’immagine riguarda anche il viso di una persona.

Una persona sfigurata è una persona con i lineamenti del viso alterati, tanto alterati da rendere irriconoscibile questa persona.

Es: l’acido ha sfigurato il volto di una donna

Si usa anche in senso figurato:

L’odio che provava in quel momento le sfigurava il volto.

C’è l’idea di una emozione così intensa da modificare i lineamenti del viso.

Per distinguere il caso della brutta figura da quello del viso sfigurato, può essere utile notare il verbo ausiliare:

Non hai sfigurato nel corso dell’esame (verbo avere – fare brutta figura)

È stato sfigurato dall’acido (verbo essere – lineamenti)

Ma adesso ripassiamo:

Anthony (Stati Uniti) e Rafaela (Spagna): “Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri.” ha detto una volta Pier Paolo Pasolini. Vai a capire perché Pasolini usa la parola pretese e non desideri.

Marcelo (Uruguay): forse perché le pretese coinvolgono altre persone e ciò che pretendiamo da loro, quindi le pretese generano false aspettative quindi delusioni e anche dispiaceri.

Karin 8Germania) e Mary (Stati Uniti): difficile cogliere tutte le sfumature delle frasi di Pasolini. Probabilmente non voleva dire che avere un atteggiamento ambizioso sia negativo, ma solo di non crearsi troppe aspettative, né in amore e tantomeno al lavoro.

Harjit (India): allora saremmo a cavallo se non pensassimo al futuro? Ma ti rendi conto? Che sciocchezza!

Komi (Congo): ma tu credi sempre di saperla più lunga degli altri? Reagisci sempre distinto, salvo poi pentirti e chiedere scusa. Non voglio darti del superficiale ma datti una regolata quando parli di gente come Pasolini.

Irina (California): bel benservito che le hai dato! Non potevi fargliela passare liscia. Forse Harjit voleva dire: che vita sarebbe senza aspettative? Dacché mondo è mondo gli uomini si nutrono anche di sogni. E come superare i tempi e momenti brutti senza la speranza, che, come tutti sanno, è l’ultima a morire.

623 Essere da meno

Essere da meno (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio ci siamo occupati di un argomento interessante (abbiamo visto l’espressione essere soliti) ma oggi non voglio essere da meno.

Questa locuzione: “essere da meno” si può usare quando si fa un confronto.

Non essere da meno di qualcuno, significa non essergli inferiore. Solitamente si utilizza con due persone diverse:

Non sono da meno di lui

Non sei da meno di tuo fratello

Non voglio essere da meno del mio collega

Non voglio essere da meno rispetto a ieri

Ecc.

Si usa quindi nei confronti, nei paragoni, generalmente quando è coinvolto l’orgoglio, o la dignità, la propria fierezza, il proprio onore o il prestigio.

In generale potremmo dire che è coinvolto il valore di qualcuno.

Lui è riuscito a laurearsi in soli 4 anni? Io non voglio sicuramente essere da meno! Ce la farò anch’io.

Vedete che spesso c’è coinvolto l’orgoglio e anche il valore di una persona, la voglia di non fare una brutta figura.

Anche io, come lui, voglio laurearmi in 4 anni. Non voglio fare peggio di lui, non voglio essere da meno di lui, poiché non valgo meno di lui.

Si usa quasi sempre con la negazione:

Non possiamo essere da meno degli italiani. Alle prossime olimpiadi dobbiamo vincere noi la gara dei 100 metri. Essere da meno sarebbe un disonore.

Si usa spesso anche “per non essere da meno“, per evidenziare il comportamento di una persona che fa qualcosa per non apparire “meno” importante di un’altra. Si usa però anche in senso ironico:

Es:

Gli americani hanno detto che andranno sul pianeta Marte entro il 2050. I russi, per non essere da meno, hanno detto che loro ci andranno entro il 2040.

forma ironica: Nella partita Roma-Juventus, il portiere della Roma ha fatto una papera sul gol della Juventus. Poi però, per non essere da meno, anche il portiere della Juventus si è fatto fare un gol da principiante.

L’espressione di oggi si usa in tutti i tempi e non solo con le persone. Inoltre con senso simile si può usare anche con verbi diversi da essere, tipo “sentirsi da meno” e “mostrarsi da meno” o “sembrare da meno”:

Il 2018 fu una annata eccezionale per i vini italiani e il 2019 non fu da meno.

Il nuovo iPhone non sarà certamente da meno dell’ultimo.

Non devi sforzarti a dire qualcosa come se fossi da meno se non lo fai.

Non devi sentirti da meno di lui

Mio fratello era bellissimo e io per non sembrare da meno, mi truccavo!

Bravissima l’atleta statunitense nel salto in alto, ma adesso non vorrà mostrarsi da meno l’atleta italiana.

Ultimamente abbiamo fatto bei ripassi e oggi non vogliamo essere da meno.

Allora ascoltiamo cosa hanno da dirci alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Chi l’ha detto che una poesia debba essere lunga per essere bella? Tant’è vero che Il poeta Giuseppe Ungaretti, parlando dei soldati che muoiono in battaglia ne ha scritta una bellissima intitolata “Soldati” dedicata alla scelleratezza della guerra:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Mary: in pratica vorrebbe dire che per i soldati morire è solo una questione di tempo. Via via il vento della guerra se li porta via tutti.

Edita: la questione però interessa l’essere umano in generale. Tutti siamo vittime dello scorrere del tempo, proprio come i soldati in guerra. Prima o poi ci troveremo tutti a tu per tu con la morte. Che allegria eh?

Khaled: brava, L’allegria. Proprio questo è il titolo della raccolta in cui si trova questa breve poesia. È questa la sensazione che si prova nel farcela, quando si scampa alla guerra.

Irina: le guerre sono tutte infami, fermo restando che bisogna fare tesoro dei loro insegnamenti, che sembrano a volte insostituibili. Vorrei allora concludere con un messaggio di speranza citando una frase di Gibran:

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.

Marcelo: vorresti dire che la guerra è inevitabile ? Di primo acchitto direi che sono di diverso avviso, ma urge una riflessione profonda su questo. Ognuno può farla sulla scorta delle proprie esperienze e della propria sensibilità.

622 Essere soliti

Essere soliti

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Trascrizione

Giovanni: cosa siete soliti fare mentre ascoltate gli episodi di italiano semplicemente?

C’è chi è solito lavare i piatti, chi è solito fare ginnastica e chi è solito guidare o andare in autobus.

Qualunque cosa siate soliti fare, l’importante è imparare qualcosa di nuovo della lingua Italiana e oggi imparerete l’espressione “essere soliti” fare qualcosa.

Non è la prima volta che incontriamo il termine solito.

Abbiamo visto qualche tempo fa l’espressione “essere alle solite” e più recentemente anchecome si suol dire“, dove si usa il verbo “solere”.

Infatti, l’espressione “come si suol dire” , sta, come abbiamo visto, per “come si dice solitamente in questi casi” , o “come si dice di solito in questi casi”. Quindi c’è un legame tra ciò che viene definito solito con questa espressione.

Essere soliti”, l’espressione che vediamo oggi, non è però come “essere alle solite“.

Infatti essere soliti fare qualcosa indica un’attività che accade abitualmente, qualcosa che fa parte della consuetudine, qualcosa che si fa spesso.

Si parla di abitudini quindi.

Essere soliti fare qualcosa significa avere l’abitudine di fare qualcosa, e si usa proprio in sostituzione del verbo solere che non si usa praticamente mai, a parte nell’espressione “come si suol dire”.

Di norma essere soliti è seguito da un infinito.

Es:

La mattina sono solito passeggiare un’oretta.

Potrei anche dire che:

di solito la mattina faccio un’oretta di passeggiata

o che:

solitamente la mattina passeggio circa un’ora.

Se utilizzassi il verbo solere (che non si fa mai) sarebbe invece:

La mattina soglio passeggiare un’oretta

Vediamo altre frasi:

In Italia siamo soliti bere il cappuccino solo la mattina

Da quando sono sposato non sono più solito andare in discoteca.

Negli ultimi anni siamo soliti andare in vacanza in Calabria.

A volte si usa, sebbene raramente, anche la preposizione “di”, il che non è considerato scorretto ma gli italiani non sono molto soliti di farlo:

Personalmente sono solito bere tre caffè al giorno, ma può capitare che diventino quattro.

Non sono molto solito rispettare la durata dei due minuti, ma stavolta ci sono andato abbastanza vicino.

Allora vi dico anche che “essere solito” non è come “essere il solito”.

Infatti se metto “il” o un altro articolo, poi devo inserire un sostantivo:

Sei il solito disordinato

Siamo i soliti italiani.

L’articolo fa la differenza.

A volte possono anche avvicinarsi i due significati:

Sei il solito bugiardo.

Sei solito dire bugie.

Il concetto se vogliamo è lo stesso, ma con l’articolo suona come un rimprovero, una lamentela, per manifestare una delusione dopo l’ennesima dimostrazione, come anche “siamo alle solite“.

La seconda frase invece ha solo la pretesa di riportare un’abitudine, senza un significato emotivo.

Adesso un bel ripasso, come siamo soliti fare da sempre in questa rubrica.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno (Finlandia): Leopardi era solito studiare e scrivere di notte, dormire di giorno e pranzare nel tardo pomeriggio. Una vita all’insegna dell’irregolaritâ.

Karin (Germania): invece Leonardo da Vinci era solito scrivere i suoi appunti al contrario, cioè da destra verso sinistra, in modo da poter risultare comprensibili solo se riflessi in uno specchio. Questo si deve anche al fatto che Leonardo era mancino.

Sofie (Belgio): io invece sono solita incontrare un’amica alla volta. Tutti lo sanno. Una volta però ho voluto fare una riunione con tutte le amiche insieme e una allora mi fa: ma che ti ha dato di volta il cervello? Una reazione esagerata non trovate? Neanche le avessi fatto del male! Ma ti pare!

Peggy (Taiwan) e Olga (Saint Kitts e Nevis): comunque senti, si parlava di grossi personaggi e delle loro abitudini. Non è che io voglia offenderti ma occorre fare un minimo di distinguo!

Edita (Repubblica Ceca): credo che lo accetterà di buon grado. Io vorrei dare il mio apporto a questa discussione dicendo che era nella città di Carrara che Michelangelo era solito andare a scegliere i blocchi da scolpire. Era risaputo anche allora che il marmo di Carrara fosse il migliore.

Ulrike (Germania): e dove si troverebbe questa Carrara?

Hartmut (Germania): evidentemente non sei mai stata solita studiare la Geografia. Comunque per la cronaca, Carrara si trova in Toscana. Ce l’hai presente almeno la Toscana?

621 Abbassarsi

Abbassarsi

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Giovanni: come si fa a abbassarsi?

Facile. Basta piegare le ginocchia e scendere verso il basso con la testa.

Perché ci si abbassa?

Ci si abbassa per raccogliere un oggetto, per allacciarsi le scarpe o per sdraiarsi a terra o altre ragioni.

È praticamente come chinarsi o anche piegarsi. Due verbi molto simili.

È difficile però trovare un verbo con un solo significato nella lingua italiana, e anche abbassarsi non fa eccezione

Infatti l’utilizzo figurato di abbassarsi non fa riferimento ad uno spostamento fisico, ed un abbassamento fisico, ma ad un abbassamento diciamo morale, cioè ad una umiliazione, un degrado.

Se ad esempio ricevo una scorrettezza da una persona, che quindi si comporta male con me, potrei essere tentato di rispondere con un’altra scorrettezza.

Però penso:

Non voglio abbassarmi al suo stesso livello

Significa che io ritengo di avere una mia dignità, una mia morale e non voglio avere un comportamento simile al suo, che evidentemente ha fatto qualcosa che ritengo immorale, sbagliato, scorretto, ed io, sebbene possa avere la tentazione di punire questa persona, di vendicarmi comportandomi in modo analogo, con un’altra scorrettezza, non me la sento perché verrei meno ai miei principi, infrangerei un principio morale importante, una regola di comportamento.

Quindi questo è abbassarsi in senso figurato. Io sto più in alto di lui o lei, da un punto di vista del valore umano, della moralità, e non voglio scendere al suo stesso livello comportandomi in modo simile.

Questo è un primo modo per abbassarsi in senso figurato. C’è anche un altro modo per abbassarsi, sempre nel senso di degradarsi, umiliarmi: quello di “scendere” da un punto di vista professionale e non morale.

Quindi se io sono un funzionario o meglio ancora un dirigente, quindi una persona molto importante, che dirige un ufficio e quindi ha delle mansioni importanti, di coordinamento e direzione di questo officio, non posso abbassarmi a svolgere attività che normalmente vengono svolte da persone con un livello più basso.

Il tuo capo ti ha detto di fare delle fotocopie? Non puoi abbassarti a fare fotocopie. Sei un dirigente!

Giusto, non mi abbasserò mai a tanto!

Quindi: abbassarsi a fare qualcosa.

Si usa in questo modo il verbo in modo figurato. Generalmente si usa “per” nell’uso proprio, tipo abbassarsi per allacciarsi le scarpe.

Volete un terzo uso di abbassarsi?

Abbassarsi i pantaloni

Che significa abbassare i propri pantaloni o calarsi le braghe, simile da questo punto di vista a tagliarsi le unghie e rimboccarsi le maniche.

Quella di abbassarsi i pantaloni è un’operazione quotidiana che si fa almeno un paio di volte al giorno. Per chi indossa i pantaloni ovviamente.

Un quarto modo?

Abbassarsi lo stipendio

Significa accettare una diminuzione del proprio stipendio, ridursi lo stipendio, che è il corrispettivo del proprio lavoro.

Oggi si è parlato ovviamente solo dell’uso riflessivo del verbo.

Si potrebbe anche dire che con l’arrivo dell’autunno…

Le temperature iniziano ad abbassarsi.

Così come:

Con l’avanzare dell’età i desideri aessuali si abbassano

Si abbassa anche l’attenzione dopo un po’, quindi meglio passare al ripasso, che tra l’altro necessita di molta l’immaginazione e di fantasia per essere creato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy e Ulrike: parliamo di poesia? Dove il nostro sguardo non arriva, può farlo la forza dell’immaginaziome. Questo è l’insegnamento che ci arriva dalla poesia L’infinito, di Giacomo Leopardi. E voi non ve lo sareste mai immaginato di imbattervi in Giacomo Leopardi oggi vero?

Hartmut: l’interpretazione delle poesie mi ha sempre dato del filo da torcere. Non so a voi.

Rauno: generalmente risulta difficile anche a me. In questa poesia, nei primi versi si parla di una siepe che, proprio perché impedisce la vista, è capace di suscitare l’immaginazione verso spazi infiniti.

Sofie: pare che a lui questo infinito che si apre facendo appello all’immaginazione appaia come un mare in cui si perde. Ma Leopardi descrive come “dolce” questa sensazione di perdersi nel mare infinito dell’immaginazione.

Giovanni:

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.

620 La finezza

La finezza (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni:

Provate ad indovinare la parola misteriosa partendo da 10 indizi, cioè dieci suggerimenti utili

1-può esserlo una spiaggia
2-eseguito con attenzione
3-di ottima qualità o fattura
4-può essere usato come pretesto per giustificare un comportamento
5-può esserlo un ragionamento
6-un intenditore si potrebbe vantare di essere così
7-si legge al cinema
8- è maschile e femminile
9 – alla propria ci si arriva sempre
10-può essere lieto se vincono i buoni o l’amore

La parola misteriosa è “fine”.

Infatti vediamo gli indizi uno ad uno.

Può esserlo una spiaggia perché fine è un aggettivo che significa, tra le altre cose, qualcosa di uno spessore o diametro notevolmente ridotti o limitati. Quindi esistono ad esempio capelli fini come la seta. Allo stesso modo ci sono dei materiali con una grana molto piccola, ed ecco allora che esiste la sabbia fine e quindi la spiaggia fine, che si distingue dalle spiagge con una sabbia più grossa. Anche la polvere è fine.

Ma l’aggettivo fine ha anche altri utilizzi.

Infatti quando un lavoro, inteso non come attività lavorativa ma come singola operazione, viene definito fine si vuole dire che è stato fatto o eseguito con gusto, cura, con precisione, stando attenti anche ai piccoli particolari.

Questo lavoro svolto in modo fine è dunque un lavoro che ha richiesto molta attenzione e professionalità.

Quindi è anche qualcosa di ottima qualità o fattura.

Si pensi anche all’oro fine o finissimo ad esempio.

Quest’anello è in oro finissimo

Si dice anche che un prodotto è di finissima qualità per le ottime materie prime che sono state impiegate.

Una finissima qualità è una altissima qualità.

La finezza quindi è sintomo di qualità, che si tratti di oro, argento, un prodotto o un lavoro, per non parlare delle persone fini, o delle persone dai modi molto fini.

Una persona fine è l’opposto di una persona rozza e maleducata, quindi in questo caso la finezza indica educazione, gentilezza, indica modi raffinati, una persona con dei gusti molto fini.

Si tratta fondamentalmente di persone che appartengono alla cosiddetta buona società, che spesso abitano nei quartieri bene.

Con un senso simile, un ragionamento fine è un ragionamento acuto, perspicace, sagace, o, detto più semplicemente: intelligente. La stessa intelligenza può dirsi fine intelligenza.

Non confondete fine con fina o fino, un aggettivo diverso che sta per sottile, quindi la seta può essere fina, una tela o anche la pelle. Fina è il contrario di spessa. Si parla di spessore.

Quindi la finezza è sempre qualcosa di positivo.

È anche il caso di un fine intenditore, di qualunque cosa si tratti.

Chi si intende di qualcosa, chi ne capisce di qualcosa, chi è esperto di qualcosa, può essere definito così e questo è un gran complimento perché significa che sa distinguere le qualità e le caratteristiche di quel prodotto nei minimi dettagli, piccoli dettagli, come i granelli di sabbia fine.

Quando però fine è un sostantivo allora, l’inizio 4 ci dice che può essere usato come pretesto, cioè una scusa, un motivo che si ritiene valido per giustificare un comportamento.

C’è una frase che si sente spesso in merito: il fine giustifica i mezzi. secondo la quale qualsiasi azione è giustificata, scusata, quindi ritenuta possibile anche se in contrasto con le leggi, con la morale, con l’amicizia, con la lealtà e altri valori importanti. Il fine giustifica i mezzi è un’espressione che abbiamo già incontrato nella lezione n. 8 di italiano professionale, parlando delle espressioni che riguardano i risultati.

Avete un fine che ritenete valido? Se pensate che il fine giustifichi i mezzi allora potete usare qualsiasi mezzo per poterlo raggiungere. Non importa se qusto farà male a qualcuno o se è contro la legge o la morale.

Allora il fine stavolta rappresenta l’obiettivo da raggiungere, la finalità, ciò che vogliamo ottenere.

Qual è il tuo fine?

Cioè qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere?

Si chiama così perché dovrebbe arrivare, se tutto va bene, alla fine dei nostri sforzi. La fine, al femminile, è la parte finale, come la fine di un film ad esempio, che arriva quando il film termina cioè finisce.

Per questo si legge la scritta FINE, sugli schermi della TV o al cinema per segnalare che non c’è altro da vedere e bisogna lasciare la sala o andare a letto perché il film è finito.

L’indizio 7 parlava esattamente della scritta FINE sugli schermi del cinema.

Esiste allora la fine al femminile, cioè il termine, e il fine al maschile, cioè l’obiettivo.

Questo per spiegare Lindizio numero 8.

Lindizio 9 ci segnala che alla propria ci si arriva sempre.

La propria fine è la propria morte, e siccome tutti dobbiamo morire, prima o poi, tutti allora arriviamo alla nostra fine.

Parlando sempre di film, ci sono film a lieto fine e film non a lieto fine.

I primi hanno un finale positivo che ci soddisfa. I film a lieto fine finiscono bene, quindi il protagonista ottiene ciò che voleva e in genere i film a lieto fine si concludono con i buoni che hanno la meglio sui cattivi. Oppure finisce con due persone che riescono a stare insieme tutta la vita superando mille difficoltà. L’amore trionfa sempre nei film a lieto fine.

Lieto significa positivo, che prova, esprime o suscita un sentimento di soddisfazione serena e gioiosa.

Lieto di conoscerla, io sono Giovanni.

Siamo lieti di averla nella nostra trasmissione

Ed io sono lieto di avervi spiegato tutti i significati del termine fine, ed infine, come al solito, ascoltiamo un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Sergio: non ho nulla a che spartire con coloro secondo i quale il fine giustifica i mezzi. Il che significa ovviamente che mi ritengo una persona con una morale.

Hartmut: circa invece la finezza ? È una virtù? Come la vedete?

Irina (California): naturalmente. La signorilità e la raffinatezza sono sempre prerogative ad appannaggio di persone di classe. Lo stesso dicasi per le persone cosiddette distinte e affabili. A proposito sapete che si può anche fare una finezza?

Mary (Stati Uniti): Maradona ne faceva parecchie! Prevalentemente col piede sinistro, suo malgrado. Fermo restando che ha fatto gol anche col destro e di testa

Albéric (Francia): si ma a volte la finezza si usa in modo ironico. Se è vero come è vero che indica spesso una certa classe, proprio come la classe, può indicarne la mancanza
Con coloro che se ne fregano delle buone maniere viene talvolta spontaneo esclamare: che finezza!

Ulrike: a me viene invece voglia di prenderle a mali parole queste persone. Chi non si degna di rispettare gli altri non meriterebbe a sua volta rispetto.

619 Pari pari, spiccicato, tale e quale

Pari pari, spiccicato, tale e quale

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Trascrizione

Giovanni: ripetere una parola, nella lingua italiana, può dar luogo a espressioni con un significato particolare, a volte difficilmente intuibile.

Altre volte invece non è così difficile capirlo. Mia suocera ad esempio ha due barattoli di caffè, ed uno dei due è caffè decaffeinato. Come distinguerli?

Su quel barattolo ha scritto “caffè”. Allora sul barattolo del caffè diciamo “normale” cosa poteva scrivere?

La sua scelta è caduta sulla scritta “caffè caffe” che sta per “vero caffè”. Come dire che in questo barattolo c’è del caffè che è più caffè dell’altro. Quasi caffè fosse un aggettivo.

In effetti questo giochino si fa spesso, soprattutto all’orale, prevalentemente proprio con gli aggettivi ma non solo:

Questo è un hamburger vegetale e quest’altro invece è un hamburger hamburger!

Tra poco ti presento Marco e Giulio. Marco è un amico dell’università. Giulio è invece un amico amico. Ci conosciamo da sempre.

Altre volte è un po’ più difficile.

È il caso di “ancora ancora” che abbiamo già incontrato e spiegato in questa rubrica. Anche “pari pari” non è proprio facile da capire. Spieghiamolo allora.

La parola pari ha più significati e uno dei più diffusi è legato all’uguaglianza.

Io e te siamo pari di età (abbiamo la stessa età)

Un metro è pari a 100 cm

Il mio stipendio è pari a 2000 euro

La tua intelligenza è pari alla mia

Ci può essere una corrispondenza, come nel caso dei cento centimetri che corrispondono (sono pari)! a un metro, e anche dello stipendio che corrisponde (è pari) a 2000 euro, altre volte si tratta di un livello, come nel caso dell’intelligenza. Lo stesso livello diventa “pari livello”.

Pari pari” significa invece uguale esattamente, proprio uguale, ma difficilmente si usa quando c’è un livello di qualcosa, tipo stessa intelligenza, stessa quantità di lavoro eccetera.

Si usa prevalentemente in caso di uguaglianza alla vista o in qualcosa di scritto o sentito e che spesso stupisce.

Ho sentito un politico fare un discorso pubblico. Lo stesso discorso lo aveva fatto cinque anni fa, pari pari.

Il professore scopre che due compiti sono completamente identici e dice: ho notato che il compito di Giovanni è pari pari quello di Rosario. Chi dei due ha copiato?

Oggi ho conosciuto un ragazzo che è pari pari tuo fratello.

Notate che non è necessario scrivere la preposizione “a”:

Lui è pari pari tuo fratello

E non “lui è pari pari a tuo fratello”.

Si potrebbe dire anche uguale/uguali “in tutto e per tutto“.

Si può anche dire “alla lettera” se si tratta di parole:

Devi fare pari pari ciò che ti ho detto. Né una cosa in più, né una in meno.

Devi fare ciò che ti ho detto alla lettera.

Spesso in “pari pari” c’è anche l’idea del plagio, della scorrettezza, come nel caso del compito copiato pari pari da uno studente. Oppure se dico:

Il ritornello di questa canzone è pari pari quello di una canzone degli anni ’50.

Nel caso di persone che si somigliano moltissimo, tanto da sembrare identici, si usa spesso anche essere spiccicato ad un’altra persona o essere tale e quale un’altra persona.

Sei tale e quale tuo padre

Sei spiccicato ad un mio amico. Incredibile!

Sei tale e quale a vent’anni fa.

Naturalmente pari pari non fa parte del linguaggio formale, ma si usa molto di frequente.

Ripassiamo adesso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Irina (California): nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura. Come potremmo dirlo in altre parole usando delle frasi di ripasso?

Sergio (Argentina): se ci sente Dante Alighieri potrebbe anche metterci le mani addosso lo sai?

Peggy (Taiwan): il ripasso è ancora in divenire, e chissà come andrà a finire. Andremo tutti all’inferno di questo passo?

Harjit (India): rispondo io all’appello. Dante, con quelle parole, dice di trovarsi a metà, e quindi nel mezzo dell sua vita. Ha quindi circa quarant’anni.

M5: quale che sia la sua età, pare stia attraversando un brutto momento

Ulrike (Germania): Il pensiero di Dante di cui sopra non mi tange. Anch’io ho attraversato quell’età e allora mi sono imbattuta in avventure piuttosto piacevoli e avvincenti e fino ad oggi non ho avuto mai sentore che la mia vita prendesse una brutta piega.

Disdire – VERBI PROFESSIONALI (n.67)

Disdire

Il corso è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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richiesta adesione Indice degli episodi del coso di Italiano Professionale

Descrizione

Giovanni: il verbo disdire è il numero 67 dei verbi professionali. La questione ha a che fare con le prenotazioni. Potremmo parlare anche di appuntamenti ma in particolare di prenotazioni.

Durata: 13 minuti 

618 Farcela, fargliela e fagliela

Farcela, fargliela e fagliela

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Trascrizione

Giovanni: una cosa molto interessante, secondo me, per voi che state imparando l’italiano, è riuscire a capire bene come usare bene i verbi, specie quelli più complicati, magari riflessivi o persino quelli pronominali. Ne abbiamo parlato più volte ma oggi vorrei parlarvi di farcela, fargliela e fagliela, che possono essere confusi tra loro.

Vediamo naturalmente alcuni esempi, molto più utili a capire rispetto alla sola spiegazione tecnica.

Es:

Riusciremo a sconfiggere la pandemia? Bisogna assolutamente farcela!

Bisogna colpire il bersaglio ma farcela al primo colpo mica è facile!

Farcela quindi è come riuscire a fare qualcosa di impegnativo, raggiungere un risultato.

Ce la fai?

Si, ce la faccio, e tu ce la fai? Per farcela occorre impegnarsi. Cerca di impegnarti.

Riesci a fare questo esercizio? Riesci a farcela?

Farcela presume uno sforzo, fisico o mentale, una sfida da superare, un ostacolo.

Esiste anche farcelo. Ma qui gli ostacoli e le sfide non c’entrano nulla.

Se c’è un problema occorre farcelo sapere. Fatecelo sapere mi raccomando.

Quindi farcelo si riferisce a noi. Però ha bisogno di un altro verbo dopo.

Un altro esempio:

Farcelo dire da qualcun altro non serve. Dovete farcelo sapere voi.

Un altro:

A noi non piace il pollo. Farcelo mangiare per forza non ci aiuterà.

State ovviamente parlando di qualcosa, rappresentato da “lo” che sta alla fine di farcelo. “ce” invece rappresenta “noi”.

Se parlassi di me sarebbe farmelo.

Ho vinto 1000 euro? Farmelo sapere non sarebbe una cattiva idea

Se parlassi di te sarebbe fartelo.

Se parlassi di lei o lui sarebbe farglielo.

Se parlassi di voi sarebbe sarebbe farvelo.

Se parlassi di loro sarebbe sempre farglielo.

Attenzione perché farcelo può diventare anche farcela, con lo stesso significato appena descritto (si parla di noi), ma si sta parlando di qualcosa di femminile. E così può anche diventare farcele e farceli.

Noi siamo vegetariani. Non ci piace la carne. Farcela mangiare (la= carne) per forza ci farà soffrire.

Volete ucciderci? Farcela pagare non risolverà nessun problema.

Tu non sai raccontare questa barzelletta. Se vuoi farci ridere occorre farcela raccontare da qualcuno più bravo.

Come sarà vincere i mondiali? La sensazione dobbiamo farcela dire da coloro che ci sono riusciti. Farcela non è mai facile.

In quest’ultimo caso abbiamo usato “farcela” nei due modi descritti.

Come distinguere i due casi?

Semplice: quando si tratta di una sfida da superare non c’è mai (quasi mai) un altro verbo dopo:

Occorre farcela da soli

Farcela con le proprie forze non è mai facile.

Notate che in questo caso non sto parlando di noi.

Ho detto che quando si tratta di una sfida non c’è quasi mai un altro verbo dopo. In realtà può accadere infatti:

Farcela presuppone molto coraggio.

Farcela significa riuscire a superare un ostacolo.

Per farcela serve coraggio

Allora come facciamo? Beh, basta notare che in questi casi il verbo non è mai all’infinito. Abbiamo risolto allora!

Adesso passiamo a “fargliela” che in realtà abbiamo già incontrato in uno degli esempi che vi ho fatto sopra.

Fargliela è come farcela ma fargliela si riferisce a lui, lei o loro.

Quindi si usa ugualmente insieme ad altri verbi all’infinito e poi esiste anche farglielo, farglieli e fargliele.

Il bimbo non mangia la pappa? Bisogna fargliela mangiare altrimenti non cresce.

Fargliela termina con “a” perché si riferisce alla pappa.

I ragazzi non hanno ancora letto questo libri? Occorre farglieli leggere entro una settimana.

Devo dare alcune foto a mia moglie. Vorrei fargliele avere ma non so come.

Abbiamo fatto molte attività durante le vacanze. Avrei voluto fargliele fare anche a mia figlia ma non è voluta venire con noi.

Adesso però manca ancora fagliela che ha una erre in meno rispetto a Fargliela.

Quando uso fagliela mi sto rivolgendo direttamente a te. Facile quindi.

Ti sto invitando a fare qualcosa. Ma cosa?

Es: fagliela mangiare la pappa al bimbo.

Ti sto invitando a far mangiare la pappa al bimbo.

Lo studente deve ripetere la poesia a memoria. Fagliela dire a memoria! Non deve leggere.

Fagliela vedere a quei farabutti!

Quindi fagliela significa, rivolgendomi a te, fai fare qualcosa (la) a lui o a lei o a loro.

Ma adesso che abbiamo capito la differenza tra fargliela, fagliela e farcela, vi devo dare una brutta notizia.

Fargliela si usa anche in un altro modo, non solo davanti ad altri verbi. Precisamente si usa nel senso di imbrogliare una persona.

Avete mai sentito l’esclamazione seguente?

Te l’ho fatta!

Non ho detto “ce l’ho fatta” che significa “ci sono riuscito” ma “te l’ho fatta” quindi l’ho fatta a te.

Potrei dire che “te l’ho fatta credere”.

Questa è una modalità alternativa che conosciamo meglio perché l’abbiamo spiegata poco sopra.

Ad ogni modo significa: sono riuscito a imbrogliarti, sono riuscito a farti credere qualcosa di falso. Ci sei cascato! Ti ho fregato!

Se mi rivolgo te posso dire così, ma se sto dicendo che ho imbrogliato Paolo, oppure due o più persone, dico:

Gliel’ho fatta!

Vuoi sapere a chi l’ho fatta? A Paolo.

Sono riuscito a fargliela!

Non è stato facile fargliela, ma alla fine ce l’ho fatta.

Se dico che ho imbrogliato voi, posso dire:

Ve l’ho fatta. Farvela non è stato facile.

Se sei tu che hai imbrogliato Paolo:

Gliel’hai fatta. È stato facile fargliela?

Adesso ripassiamo un po’ grazie ai membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in costruzione)

Uli: sapete la differenza tra emozioni e sentimenti? Io potrei dire che si possono suscitare sia le emozioni che i sentimenti.

Ulrike: le emozioni però sono più simili a delle reazioni a stimoli esterni o interni. Io direi che si contraddistinguono per questa caratteristica.

Harjit: i sentimenti sono simili, ma durano di più. Ad esempio l’emozione della gioia dura meno del sentimento dell’amore. La gioia a volte manco arriva che subito svanisce.

Irina: poi le emozioni vengono prima. A volte sono anche inaspettate e possono prenderti in contropiede. L’attrazione ad esempio precede l’amore. E la felicità è sempre preceduta dalla gioia.

Mary: c’è chi preferisce le emozioni perché si dice siano più intense dei sentimenti. Di contro possono anche essere incontrollabili se si mette male.

Karin: le emozioni sono anche più spontanee, direi automatiche. Può scapparci anche uno schiaffo a volte. Per questo possono anche far paura. Soprattutto a chi lo riceve!

617 Erga omnes e ad personam

Erga omnes e ad personam

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Trascrizione

Giovanni: avrete sicuramente sentito parlare di leggi ad personam. Se ne parla abbastanza spesso nei telegiornali italiani.

Non è difficile da spiegare.

Iniziamo dalla definizione di legge.

Si tratta di un atto legislativo, una decisione del parlamento. Non voglio entrare troppo nel dettaglio, basti dire che le leggi o provvedimenti legislativi o come li vogliamo chiamare, fissano delle regole che valgono per tutti.

Tutti devono rispettare la legge, e generalmente la decisione che sta alla radice di una legge è basata sulla risoluzione di un problema, che naturalmente ha a che fare con i diritti dei cittadini e con i principi su cui è fondata la nazione.

Bene. Si sente tuttavia parlare di leggi ad personam, una locuzione latina che significa “alla persona”, “a titolo personale”, oppure “solo per la persona” cioè solo per una data persona.

Si dice questo riguardo a provvedimenti emanati non per garantire un diritto, non per risolvere un problema comune dei cittadini, ma per risolvere un problema di una sola persona, per tutelare questa persona, o per non farla andare in carcere o cose simili.

Si dice così non solo a proposito di alcune leggi, ma con finalità diverse, anche di cariche, titoli, privilegi, che vengono concessi “alla persona” ma non sono trasmissibili né per delega né ereditariamente, attraverso la parentela.

Più in generale si può usare anche a proposito di riferimenti rigorosamente individuali.

Es:

Un trattamento economico ad personam.

Un contratto ad personam

Come dire che sono le caratteristiche del singolo individuo a determinare le caratteristiche del contratto o del trattamento economico.

Si potrebbe anche parlare di qualcosa disegnato o pensato “su misura“, altra locuzione che si usa prevalentemente quando si parla di prodotti personalizzati, come le scarpe su misura o un vestito su misura, o anche di servizi su misura.

Si parla spessissimo di prodotti su misura ma siamo in ambito commerciale. È sicuramente una buona cosa avere delle scarpe su misura perché sono state costruite appositamente per il mio piede. Lo stesso dicasi per un vestito su misura o un qualunque servizio su misura, pensato appositamente per venire incontro alle esigenze personali.

Ma una legge su misura, cioè ad personam non è mai una buona cosa. Non lo è perché le leggi sono pensate per valere per tutti. Si può dire che una legge dovrebbe essere pensata per essere erga omnes, e non ad personam. Questa è la seconda locuzione latina di cui volevo parlarvi.

Io mi rivolgo ad un pubblico non madrelingua, e per questo ritengo sia importante dirvi che queste due locuzioni latine non fanno parte del linguaggio colloquiale o di tutti i giorni. Sono invece spesso usate dai giornalisti o avvocati e si sentono anche nel corso dei telegiornali.

Erga omnes significa “per tutti”, “nei confronti di tutti”, e si usa specialmente nel linguaggio giuridico-amministrativo. Si parla ad esempio di:

Contratti validi erga omnes

Sappiate che erga omnes e ad personam sono espressioni collegate tra loro, ma non sono esattamente l’una il contrario il dell’altra, nonostante possiamo utilizzarle in modo contrastante tra loro.

Sarà molto più semplice per voi usare ad personam, perché si usa prevalentemente per indicare favori personali, privilegi ingiusti fatti a singole persone.

Più complicato è usare erga omnes che si usa soprattutto per i cosiddetti diritti assoluti, che garantiscono al titolare di questo diritto il potere di farli valere nei confronti di tutti gli altri soggetti.

Allora se un contratto è valido erga omnes allora sto tranquillo perché è valido nei confronti di tutti. Esempi di questi diritti sono la proprietà e i diritti della persona.

Possiamo usare erga omnes anche se parliamo di un diritto da garantire a tutti, e quindi anche di un provvedimento, di una legge.

Possiamo dire ad esempio che la libertà di parola o la libertà religiosa sono diritti erga omnes. Infatti tutti, in Italia, possono credere nel dio che preferiscono e tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Si può dire ugualmente che la legge vale per tutti, quindi vale erga omnes. Non ci sono eccezioni.

Per farvi un altro esempio più semplice di utilizzo delle due locuzioni, sappiate che prima di creare un episodio di Italiano Semplicemente, io indirizzo il mio interesse erga omnes, mi rivolgo erga omnes, vale a dire verso tutti i non madrelingua indistintamente.

Non penso alle esigenze dei madrelingua spagnola o cinese, non penso alle problematiche particolari che può avere un giapponese o un tedesco. Men che meno cerco di risolvere i problemi di una sola persona.

In quest’ultimo caso sarebbe un episodio ad personam, pensato proprio per lei, su misura per questa persona.

Comunque adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Uli (Germania): sapete la differenza tra la delusione e la rabbia? Secondo me la rabbia si sfoga esternamente e la delusione internamente. In entrambi i casi si infierisce su qualcuno.

Harjit (India) e Edita (Rep. Ceca): Già. Ma la delusione deriva da aspettative sbagliate, o meglio, da illusioni. Quindi ci si illude di qualcosa che poi non si verifica. La rabbia invece si scatena normalmente dall’impossibilità di rimediare.

Camille (Libano): comunque c’è rabbia e rabbia. Io a volte sono adirato, altre volte semplicemente innervosito. Poi ci sono delle volte che perdo proprio il lume della ragione.

Ulrike (Germania): credo non piaccia a nessuno essere in balia della rabbia. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte.

Karin (Germania): ho letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire. Anche perché se si esagera, quand’anche si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto. Sempre meglio fare appello alla calma. Meglio ancora imparare a prenderla con filosofia.

Spiegazione del ripasso

Nella prima frase di ripasso, Uli dalla Germania, ci parla della differenza fra delusione e rabbia. Sentimenti diversi, che però ugualmente infieriscono su qualcuno. Naturalmente la delusione può portare ad infierire su sé stessi, mentre la rabbia ad infierire su altre persone. Secondo Uli quindi sono due sensazioni diverse ma che si manifestano spesso con una certa violenza, cioè colpiscono le persone e danneggiano il loro benessere.

La seconda frase, pronunciata da Harjit e da Edita, fa notare che la delusione deriva da aspettative non soddisfatte. Poi chiariscono (dicendo “o meglio” ) e dicono che la delusione può derivare da delle illusioni. Le aspettative infatti possono essere realistiche o eccessive e può capitare che ci si illuda di qualcosa e in tal caso il risultato è una sensazione di delusione poiché, in quanto eccessive, tali aspettative non vengono soddisfatte.

Riguardo alla rabbia si afferma che c’è qualcosa di irreversibile, accade cioè qualcosa di apperentemente irrimediabile e questo genera, produce rabbia.

La rabbia si scatena da queste illusioni, cioè ha origine da queste illusioni ed è una reazione difficilmente controllabile, che può arrivare anche ad essere violenta. A ciò si può aggiungere che spesso il tempo guarisce le ferite e il perdono diviene possibile.

Poi arriva Camille, libanese, che tiene a fare una puntualizzazione.

Secondo lui c’è rabbia e rabbia, cioè ci sono diversi tipi di rabbia, ci sono diversi livelli, diverse gradazioni. Si può essere adirati, cioè leggermente arrabbiati, oppure più semplicemente innervositi.

Poi ci sono delle volte che si può essere arrabbiatissimi, tanto da perdere il controllo, la razionalità quindi, detto in altre parole, tanto da perdere il lume della ragione.

Ulrike aggiunge che a nessuno piace essere in balia della rabbia, vale a dire essere travolti dalla rabbia, senza possibilità di contrastarla. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte, termina Ultike, cioè il motivo che ha causato la rabbia, che sta all’origine di questa reazione.

Infine Karin, tedesca come Ulrike, dice di aver letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire.

Quindi, immediatamente prima che la rabbia stia per esplodere e che inizia a avanzare e a manifestare le conseguenze negative, meglio contare fino a tre.

Questo perché anche qualora (quand’anche) si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto, cioè non è giustificabile e ammissibile uno scatto di rabbia. Sempre meglio, in questi casi, contare fino a tre, cioè fare appello alla calma, ricorrere alla calma. C’è persino una soluzione migliore di questa: prenderla con filosofia, cioè assumere un atteggiamento più distaccato, come fanno i filosofi che hanno una visione della vita più basata sull’equilibrio spirituale.

616 La pesantezza

La pesantezza

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Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo della pesantezza. L’avrete capito dal titolo immagino 🙂

La pesantezza è interessante perché è la caratteristica delle cose pesanti.

Già. Ma che significa che una cosa è pesante?

Voi mi direte: una cosa è pesante quando pesa molto, cioè quando il suo peso è notevolmente alto.

Certo, vi rispondo io, ma il peso è un concetto semplice. È la pesantezza ad essere invece complessa perché non dipende dal numero di chilogrammi che risultano dalla bilancia.

Io ad esempio peso 82 kg, e questo significa che sono pesante 82 kg. Il mio peso è 82 kg. Posso dire di essere più pesante di una persona che ha un peso minore del mio.

Non c’è dubbio su questo. Ma sto parlando del mio peso e non della mia pesantezza. Ma allora cos’è la pesantezza?

Purtroppo, come avrete sicuramente immaginato, ci sono oltretutto diversi tipi di pesantezza.

Esiste ad esempio la pesantezza di stomaco.

Es:

Oggi avverto una forte pesantezza di/allo stomaco.

Allora anche degli alimenti possono dirsi “pesanti” quando sono difficili da digerire, quando danno pesantezza allo stomaco, quando cioè sono indigesti.

Non si parla del peso dell’alimento che mangiamo, ma della sua pesantezza.

Oppure potrei avvertire una pesantezza alle gambe.

Nel primo caso ho lo stomaco pesante, nel secondo caso ho le gambe pesanti. La pesantezza dunque è una sensazione e come tutte le sensazioni si avverte.

Se avverto una pesantezza alle gambe o allo stomaco allora non significa che sono ingrassato alle gambe o allo stomaco, ma che avverto un disturbo alle gambe o allo stomaco e più in generale un disturbo delle funzioni fisiologiche, non grave ma fastidioso, da attribuirsi a fattori contingenti, come ad esempio un abuso, un’esagerazione.

Quindi è facile avvertire una pesantezza allo stomaco dopo una abbuffata, cioè dopo aver mangiato molto.

Se invece faccio una lunghissima passeggiata è facile che la sera io possa avvertire una certa pesantezza alle gambe.

Analogamente, dopo una lunga giornata di lavoro potrei tranquillamente avere la testa pesante.

E cosa dire dell’alito pesante?

L’alito pesante è ugualmente un disturbo fisiologico, tant’è che ha anche un nome: alitosi.

Chi soffre di alitosi ha spesso l’alito pesante e questo significa che l’alito ha un cattivo odore. Si parla anche di alito cattivo. Non è piacevole vero?

Ma torniamo alla pesantezza.

Anche una lezione universitaria o una trasmissione televisiva, o un’intervista possono risultare pesanti da ascoltare. In questo caso la pesantezza è assimilabile alla noia, ma non è detto.

Oggi ho seguito una lezione di Italiano molto pesante. Ho veramente faticato a restare sveglio fino alla fine.

Si tratta di pedanteria, prolissità. Abbiamo assistito ad una lezione pedante, cioè noiosa o lunga, prolissa.

Un discorso può risultare pesante quando è lungo e pieno di cose complicate oppure cose scontate, banali, inutili da dire, che conoscono tutti, oppure quando il tono di voce usato è basso o la voce è particolarmente piatta, senza emozioni, senza variazioni: una noia mostruosa!

Alcuni professori sono veramente pesanti da ascoltare.

Insomma, si tratta in questo caso della difficoltà nel riuscire a restare concentrati tutto il tempo.

La parola difficoltà è probabilmente la più importante per capire il concetto di pesantezza.

La lezione è stata di una pesantezza estenuante

Una cosa è certa: non è stata una lezione piacevole.

Anche una persona però può essere definita pesante.

La pesantezza di una persona dipende da vari fattori, ma in sostanza anche qui possiamo parlare di difficoltà: la difficoltà nel riuscire a sopportare questa persona o a passare del tempo con lei.

Questa difficoltà può dipendere da diverse cose:

Può essere la difficoltà nel riuscire ad ascoltarla perché molto noiosa, oppure perché si lamenta spesso, o perché attira troppo l’attenzione su di sé, oppure perché è troppo timida o suscettibile e allora bisogna stare attentissimi ad usare sempre le parole giuste senza che si offenda.

Quando non si è a proprio agio con una persona, risulta pesante passare del tempo con lei. Non è piacevole. A volte è semplicemente una mancanza di spontaneità di una persona che ce la fa definire una persona pesante.

Anche il proprio fisico si può avvertire come “pesante” senza necessariamente parlare di peso.

Oggi mi sento molto pesante nei movimenti.

Avverto quindi una mancanza di agilità, i movimenti risultano più difficoltosi del solito

Ecco, allora la pesantezza, in tutti i suoi significati, potremmo definirla una sensazione che possiamo collocare dalla parte opposta rispetto al piacere.

Difficoltà e mancanza di piacere ci sono sempre, sia che si tratti di pesantezza allo stomaco, alla testa, alle gambe, di alito pesante e di persone pesanti.

La spiacevolezza e la difficoltà in questi ultimi casi (alito e persone) sono però avvertite dalle altre persone.

Difficile sopportare alito pesante e persone pesanti.

Poi ci sono anche altre forme di pesantezza. Ad esempio quando diciamo che l’aria è pesante perché si respira a fatica, quando ad esempio c’è poco ossigeno o perché le finestre sono sempre chiuse.

Ma l’aria è pesante anche quando l’atmosfera è tesa, quando c’è tensione nell’aria, per via di un litigio, una discussione o di una situazione opprimente. Anche in questo caso possiamo ugualmente parlare di aria pesante.

Es:

A casa mia recentemente tira/c’è un’aria pesante perché ci sono conflitti tra noi genitori e i nostri figli.

Ci sono poi le cosiddette droghe pesanti, come la cocaina e l’eroina.

Un lavoro pesante invece è un lavoro che richiede molto sforzo fisico.

Poi ci sono le “battute pesanti” , che sono battute offensive e volgari che hanno invece la pretesa di essere divertenti.

Anche le battute pesanti sono difficili da sopportare. Creano imbarazzo.

Speriamo infine che non sia questo episodio a risultare pesante!

Allora per alleggerire l’episodio ascoltate un bel ripasso delle lezioni precedenti e poi la spiegazione del ripasso con parole più umane.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

(scarica l’audio)

Albèric (Francia): l’episodio non è stato pesante secondo me, o quantomeno non mi ha dato molto filo da torcere.

Ulrike (Germania): ha un solo neo per me: il fatto di non approfondire abbastanza il concetto di “peso”. Non è che mi stia lamentando però ok? Spero che Giovanni non se ne abbia a male. Non voglio sembrare ingenerosa.

Rauno (Finlandia): Invece il prossimo episodio, che io sappia, sarà più leggero perché si parlerà di due locuzioni latine molto semplici da usare. Però non c’è più tempo per entrare nel merito.

Edita (Repubblica Ceca): a me sta bene, purché l’episodio sia breve però. Non mi vanno a genio le Pappardelle. Il tempo libero è quello che è.

M5: si direbbe che tu abbia fretta. Meglio non mettere dei paletti di questo tipo però. Minuto più, minuto meno…

– segue una spiegazione del ripasso –

Albèric, membro francese, esordisce dicendo che l’episodio non è stato pesante secondo lui. Quindi albéric non si è stancato o stressato ad ascoltarlo. Poi aggiunge che “quantomeno” questo episodio non gli ha dato molto filo da torcere. Albéric ha aggiunto che un obiettivo minimo raggiunto è che l’episodio non gli ha creato molti problemi, cioè non gli ha dato molto filo da torcere. Un episodio comprensibile quindi secondo Albéric.

Ulrike dalla Germania ha aggiunto che l’episodio ha un solo neo secondo lei. Quindi c’è solo una piccola cosa che non va, solo un piccolo difetto, cioè il fatto di non approfondire abbastanza il concetto di “peso”. Questo è lunico neo. Non è che lei si stia lamentando, aggiunge Ulrike, che pertanto ci tiene ad aggiungere questa informazione: non si sta lamentando. Non è questo l’obiettivo della sua osservazione.

Lei spera che io non me ne abbia a male per aver sottolineato questo piccolo neo. E infatti io non me ne avrò certamente a male per cosi poco. Non voleva sembrare ingenerosa Ulrike. Ma lei non lo è mai. Come potrei accusarla di una cosa simile? È sempre stata la prima a esprimere apprezzamenti per il lavoro quotidiano e lo sforzo che viene fatto per realizzare gli episodi.

Rauno dalla Finlandia afferma di conoscere l’oggetto del prossimo episodio.
Che lui sappia, cioè per quanto ne sappia lui, cioè stando alle sue conoscenze, attenendosi alle informazioni in lui possesso, l’episodio venturo sarà ancora più leggero (quindi ancora meno pesante. Anche la leggerezza si usa in modo figurato, proprio come la pesantezza) perché si parlerà di due locuzioni latine molto semplici da usare. Però, conclude Rauno, non c’è più tempo per entrare nel merito, cioè non c’è più tempo per approfondire la questione. Non c’è più tempo per andare maggiormente in profondità spiegando meglio di cosa si tratta.

Edita, dalla Repubblica Ceca dice che a lei sta bene, cioè lei è d’accordo purché l’episodio sia breve però. Quindi Edita è d’accordo con Rauno ma a una condizione: che l’episodio sia breve. Sembra che ad Edita non vadano a genio le pappardelle. Quindi pare che a Edita non piacciano gli episodi lunghi e noiosi. Sembra che lei non gradisca episodi troppo lunghi. Edita conclude che il tempo libero è quello che è. Questo significa che il tempo libero è poco, quindi bisogna usarlo bene, perché è proprio durante il tempo libero che lei ascolta gli episodi di italiano semplicemente.
Infine Camille, dal Libano, non sembra molto d’accordo con Edita, e infatti afferma che secondo lui Edita ha fretta. Questo è ciò che sembra, ciò che si direbbe, quindi ciò che Camille desume dalle sue parole. Si direbbe che Edita abbia fretta secondo Camille.

Meglio, secondo Camille, non mettere dei paletti di questo tipo. Quindi secondo Camille non è conveniente imporre dei limiti temporali alle spiegazioni. Uno o due minuti in più non fa molta differenza: minuto più, minuto meno, non fa differenza secondo Camille.

615 Di questo passo

Di questo passo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: pare che negli ultimi 100 anni la temperatura media nel pianeta sia cresciuta di un grado circa. Negli stessi anni la quantità di ghiaccio e neve si è ridotta e il livello dei mari è aumentato. Di questo passo dove andremo a finire?

Quest’ultima frase la si sente molto spesso pronunciare dagli italiani, voglio dire, anche al di là della questione ambientale.

Di questo passo dove andremo a finire?

Analizziamo questa frase insieme.

Iniziamo dal passo. Il termine passo ha molti significati e uno di questi indica il cammino, quindi l’andamento di una persona che cammina. Un passo si fa col piede e un passo dopo l’altro si va avanti, si procede in avanti. Una volta si fa un passo col piede destro e una volta col sinistro.

Quando si va avanti, quando cioè si cammina, possiamo procedere a velocità diverse e si può dire che la velocità dipende dal passo che si tiene.

Se il passo è veloce, se si sta tenendo un passo veloce, allora la velocità in cui andiamo è maggiore, ma se il passo è lento la velocità è più bassa.

Quindi il tipo di passo indica anche una velocità di una persona che cammina ma anche che guida un’auto o una moto o un qualsiasi altro mezzo.

Quando si dice “di questo passo” si intende quindi “procedendo di questo passo” cioè “andando avanti con questa velocità”, o più in generale “se andiamo avanti in questo modo”, “se proseguiamo così”.

Insomma si vuole indicare una situazione che nel futuro non cambierà e si immagina una possibile conclusione se le cose continuassero in questo modo.

La locuzione “di questo passo” si usa sempre per rappresentare una possibile evoluzione di un fenomeno, quando ipotizziamo che le cose vadano avanti allo stesso modo di come stanno andando attualmente.

“Questo passo” indica l’andamento attuale che lascia un immaginare una possibile evoluzione.

Di questo passo dove andremo a finire?

Questa frase significa quindi: se si procede in questo modo, se le cose peggiorano (in genere si parla di una situazione in peggioramento)! di giorno in giorno sempre con lo stesso ritmo di oggi, senza alcun cambiamento, che succederà? Dove andremo a finire?

Questo “dove andremo a finire? ” è in realtà una domanda retorica, una finta domanda e ha un obiettivo preciso: mostrare preoccupazione per come si sta evolvendo un fenomeno, mostrare preoccupazione per come stanno andando le cose.

Vediamo altri esempi dell’uso di “di questo passo“, che è la parte più importante e interessante.

Luca sta facendo sei esami l’anno all’università. Di questo passo tra tre anni sarà laureato

Questo è un esempio molto semplice.

Se va avanti così Luca tra tre anni sarà laureato perché se continuerà a fare sei esami ogni anno in tre anni avrà fatto 18 esami e quindi avrà terminato tutti gli esami previsti.

Questa ipotesi sul futuro è dunque basata sull’attuale andamento che ci lascia immaginare una possibile tempistica per il raggiungimento della laurea.

Di solito questa espressione si usa come dicevo nel caso di una preoccupazione per qualcosa che non ci piace come sta andando ma possiamo anche prospettare qualcosa di positivo.

Un altro esempio:

Abbiamo vinto nove partite su dieci. Di questo passo nessuno riuscirà a raggiungerci in classifica e sicuramente vinceremo il campionato.

Questo è un altro esempio in cui l’andamento è basato su dei numeri.

Non sempre è così.

Ciò che conta è che si rappresenti un andamento attuale che lasci pensare una possibile evoluzione futura:

Mio nonno da circa un mese non ricorda più i nomi dei nipoti. Ma da circa una settimana addirittura non ricorda più neanche i nomi dei propri figli. Di questo passo dimenticherà praticamente tutto nel giro di qualche giorno.

Oppure (tra moglie e marito):

Non mi baci più ormai da un pezzo ormai, e adesso inizi anche a rispondermi male. Di questo passo tra un anno dormiremo in due letti separati.

L’espressione ha qualcosa in comune con una che abbiamo già visto. Sto parlando di “se tanto mi dà tanto“, che come abbiamo visto si usa ogni volta che vogliamo fare una deduzione logica.

Di questo passo” però è più semplice perché si parla di un solo fenomeno di cui immaginiamo l’evoluzione futura, quindi sparla di tempo, mentre con “se tanto mi dà tanto” possiamo confrontare più fenomeni o più questioni contemporaneamente, quindi è più complessa come espressione.

Inoltre non necessariamente si parla di una evoluzione futura.

Es:

L’Italia ha vinto 40 medaglie alle olimpiadi del 2021 e la popolazione italiana è di circa 60 milioni di abitanti.

Gli stati uniti d’America invece hanno una popolazione pari a circa 328 milioni di abitanti. Se tanto mi dà tanto le medaglie vinte dagli stati uniti dovrebbero essere circa 219. Invece sono state 113.

Quindi vedete che “di questo passo” si usa solo per prospettare una possibilità futura basata su come stanno andando le cose oggi. Invece “se tanto mi dà tanto” è più generica e si può usare ogni volta che usiamo la logica per fare una deduzione.

Adesso ripassiamo un po’:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno: vorrei dire che il termine passo, di cui si è parlato oggi, ha almeno tre o quattro usi diversi stando ai dizionari. Ma non voglio allarmare nessuno con questo.

Ulrike: se è per questo, ce ne sono alcune che ne hanno molti di più. Pensa ad esempio alla parola “campo”, che poi non è neanche la più complicata.

Irina: a me crea molti problemi il termine “pesante”, per via appunto dei numerosi utilizzi. Ma ho sentore che nel giro di qualche episodio ne sapremo tutti di più. E voi come la vedete?

Hartmut: Ci sono anche alcuni verbi sembrano apparentemente semplici come disporre oppure predisporre che invece possono rivelarsi molto ostici. Meno male che ci sono già due episodi dedicati nei verbi professionali. Ragion per cui adesso vado subito a ripassarli!

 . Segue una spiegazione del ripasso .

614 Avere un ascendente

Avere un ascendente

(scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: conoscete i segni zodiacali? Qualche tempo fa abbiamo anche pubblicato un audio-libro ad essi dedicato, sebbene questo audio-libro sia dedicato in realtà al carattere delle persone, quindi utile per imparare gli aggettivi per descrivere le persone, i tratti del carattere eccetera.

Ricordiamoli brevemente: Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Aquario, Pesci.

Ogni segno zodiacale, come sapete, prende il nome da una costellazione, che sono dei raggruppamenti apparenti in cui sono state suddivise le stelle sulla sfera celeste.
Ebbene, secondo l’astrologia, il segno di appartenenza influenza il carattere e il proprio modo di essere, oltre che il proprio destino.

Ma non esiste solamente il segno zodiacale che ci influenza. Ognuno di noi infatti ha anche un ascendente.

Il termine ascendente infatti non ha solo il significato di qualcosa che sale verso l’alto, che ascende.

Infatti ascendente ha anche il significato di antenato, cioè un lontano parente.

In astrologia però l’ascendente indica invece un segno zodiacale, quello che stava sorgendo, al momento esatto della nostra nascita, nel punto preciso in cui sorgeva il sole al mattino.

Dal punto di vista del carattere, l’ascendente di una persona rappresenta la parte di sé che viene mostrata agli altri, quindi come dire la propria personalità “esterna”, che tutti noi mostriamo alle altre persone.

Quindi secondo gli astrologi, il proprio ascendente influisce sulla nostra personalità.

Questo termine è entrato però nel linguaggio anche con un altro significato, su cui verte l’episodio di oggi.

Infatti con la frase “avere un ascendente” su una persona si intende la capacità di influenzare i comportamenti di questa persona, proprio come l’ascendente zodiacale.

Stranamente non si usa il verbo essere ma il verbo avere, proprio come con l’influenza e col verbo influenzare.

Ad esempio se dico che mia moglie ha un forte ascendente su di me vuol dire che lei ha una forte influenza su di me, io mi fido di lei, per me è importante la sua opinione, lei riesce a convincermi a differenza di altri che invece non hanno lo stesso ascendente su di me.

Si dice anche esercitare un ascendente su una persona, che è come dire avere influenza.

Normalmente si tratta di una influenza determinata dal prestigio, dall’autorità o dalla superiorità morale.

Questa persona che esercita un’ascendente su di me lo può fare anche grazie alla sua personalità. Per qualche motivo la sua opinione è importante, magari la stima che ho verso di lei o lui è il motivo del suo ascendente verso di me.

Es. Il padre di un ragazzo, non contento della sua alimentazione, può dire alla madre:

Vai a dire a nostro figlio che non deve mangiare tutte quelle schifezze. Tu hai un maggiore ascendente su di lui.

Oppure:

L’avvocato riuscirà a convincere mio madre, sapendo di avere ancora un forte ascendente su di lui, e mia madre quindi non rimarrà indifferente alle sue parole.

Più spesso del verbo esercitare si usa comunque il verbo avere: avere un ascendente.

Si utilizza sempre la preposizione “su”:

Io ho un certo ascendente sui miei ragazzi

Tu non hai un forte ascendente sui nostri figli

Il professore ha un fortissimo ascendente sui suoi studenti.

Non solo un essere umano può avere un ascendente su una persona però:

Il potere ha un forte ascendente sul nostro direttore

In questo caso è il potere ad esercitare una certa influenza sul direttore, e di conseguenza le decisioni del direttore dipendono molto dal potere, quindi dall’impatto e dall’influenza politica ad esempio.

Vi lascio adesso al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

(scarica l’audio)


Harjit: a cosa si deve il forte ascendente di una persona su di noi?

Mary: forse sei dura di comprendonio? Ha detto il prestigio, la personalità o l’autorità. Ci sono diversi casi di ascendente.

Marta: c’è ascendente e ascendente comunque. Purtroppo anche molti dittatori hanno un enorme ascendente, oltre che potere, sui cittadini.

Irina: a un tratto mi sono accorta, mio malgrado, di non esercitare nessun tipo di ascendente su nessuno, fatto salvo il mio cane. E dire che sono un avvocato.

Edita e Hartmut: forse perché il cane è l’unico di cui hai veramente cura?

Ulrike: Irina, non ti curare di queste brutte parole. Lascia correre.

603 Aversene a male

Aversela a male

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Trascrizione

Giovanni: come promesso nell’ultimo episodio, oggi vediamo da vicino l’espressione “Aversene a male“, che meno frequentemente diventa “Aversene per male“. Di solito si usa la preposizione a.

Sono molto frequenti anche le forme “avercela a male” e “averne a male” se la utilizzo in modo impersonale.

Un po’ complicato all’inizio formare delle frasi ma facciamo più esempi in modo che sia più semplice per voi non madrelingua italiana.

L’espressione significa offendersi, che come abbiamo visto nello scorso episodio, è tipico delle persone permalose (che viene da “per male”).

Aversela a male è dunque la versione più diffusa.

Non avertela a male se ti dico che sei un po’ troppo permaloso

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la Juventus perde domani ok?

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la tua fidanzata non ti chiama ogni mezzora!

Spero che Giovanni non se l’abbia a male se non lo invito per la festa del mio compleanno.

Maria se ne ebbe a male quando le confessai che non mi piacciono le donne!

Le ho detto: non te ne devi avere a male per questo! Non devi avertene a male!

Non ve ne abbiate a male se non non dovessi salutarvi. La. Verità è che ho grossi problemi alla vista!

I miei amici se ne ebbero a male quando mi trasferii.

Non avercela/avertene/averne a male, ma dovrò ucciderti

I miei compagni di squadra mi hanno attaccato ma io non me ne sono avuto a male.

Prego chi legga queste poche righe di non avercela/aversela/aversene a male. Non voglio offendere nessuno

È un’espressione simile anon me ne volere” che abbiamo già visto, ma stavolta si pone maggiormente l’attenzione sulla reazione e sull’offesa ricevuta anziché sul risentimento verso una persona (verso di me se dico “non me ne volere).

Non avertene a male (non ti offendere per questo, non fare il permaloso)

Non me ne volere (non essere risentito con me, non offenderti con me).

Però possiamo anche dire che tu ce l’hai a male con me, dove c’è offesa, permalosità e risentimento nei mie confronti al contempo.

Rispetto al semplice uso del verbo offendersi aversela a male è ad ogni modo anche un modo più ricercato di esprimere lo stesso sentimento.

Naturalmente è molto più diffuso, nel linguaggio colloquiale, l’uso del verbo “prendersela“.

Non te la prendere se domani non ti chiamo

Questo è più intimo rispetto e personale a “non ce l’avere a male“, che invece direi che è più distaccato, quasi formale direi.

Ecco, se dovessi dare del lei alla persona con cui parlo o se mi riferisco meno a questioni personali, meglio usare avercene a male piuttosto che prendersela.

Prendersela quindi è più personale e colloquiale.

Se invece volessi essere più empatico e vicino alla persona con cui sto parlando probabilmente dovrei usare il verbo dispiacersi:

Non ti dispiacere se non dovessi modo di farti un regalino ok?

Lo so, “aversene a male” è più difficile. Abbiate pazienza. Però se vi esercitate ce la potete fare.

Io ce l’ho a male con te per ciò che hai fatto.
Ce l’hai a male perché l’affare è andato a monte?

Lei non ce l’ha a male con gli animali, è solo allergico al pelo del gatto!

Lui non deve aversene a male, ma non può andare in Italia senza green pass!

Nessuno deve aversene a male se si dovessero chiudere gli stadi per la pandemia. Sarebbe un atto necessario!

Ci hanno detto che ne abbiamo avuto a male, ma non è vero!

Voi ve ne aveste a male per avermi visto in mutande!

Gli inglesi se ne sono avuti a male per come sono finiti gli europei di calcio.

Adesso ripassiamo. Non vorrei ve ne aveste a male per via della durata dell’episodio…

Abbiamo un bel ripasso realizzato da Doris, che ovviamente è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. I ripassi, d’altronde, sono ad esclusivo appannaggio dei membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Buongiorno. Dacché mi piacciono gli apporti di Bogusia nei suoi ripassi, e vorrei leggerli più spesso, mi sono sentita costretta a dare seguito a un suo appello, richiamo, o per meglio dire, al suo invito, di scrivere qualche riga per non darle buca. Il testo non contiene parole farraginose ma mi sono adoperata comunque per buttare giù qualche termine.

Forte della mia abnegazione e memore dell’utilità di ripassare, comprovata mille volte, sono riuscita alla fine a vincere questa maledetta indisciplina che mi affligge ogni volta quando mi accingo a scrivere qualcosa.

Se vogliamo superare la nostra pigrizia, in primis dunque dobbiamo smettere di battere la fiacca. Approfittiamo degli sprazzi di ispirazione, quando ci sentiamo meno sguarniti di idee e naturalmente dobbiamo ricordare che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Con un po’ di assiduità e perseveranza di solito arriva prima o poi uno sprazzo di genio.

Comunque, laddove soffriate davvero di pigrizia come me, c’è un trucco che adopero ogni due per tre e che vi rivelerò subito: fare mente locale nel dormiveglia, la mattina presto.

Per la cronaca: non funziona sempre perché c’è il rischio di assopirsi. Se qualcosa va di traverso però, vi prego, non ve la prendete con me.

Se volete andare sul sicuro invece, l’alternativa è fare una capatina al sito, là dove si trovano tutti gli episodi trattati in precedenza.

Oggi non volevo rischiare nulla e mi sono avvalsa appunto della nutrita lista delle espressioni. Per scrupolo vi avviso che ancora terrò banco per un po’, perché non lo facevo da illo tempore.

La sottoscritta infatti non si fa mai sentire, fermo restando che l’assenza non dovrebbe fare la differenza finché i compiti vengono fatti con disciplina.

In ogni modo, la verità è che per noi stranieri è un po’ po’ di lavoro scrivere qualcosa di decente in una lingua ampiamente sconosciuta. Il tempo usato, di contro, è ben investito seppure spesso i frutti vengano raccolti solo molto più tardi.

Non ho il benché minimo dubbio però che anche chi non ha mai provato può fare un bell’esordio se è appassionato e ci si mette di buona lena. Rimanere a carissimo amico troppo a lungo può essere scoraggiante, per non dire demoralizzante. Non è cosa secondo me continuare col metodo che state seguendo se non funziona.

Non è ovviamente mia intenzione farvi vedere i sorci verdi.

Se un metodo ben ricercato come il nostro esiste perché non seguirlo? Guarda caso proprio oggi ho letto un vecchio proverbio cinese che la dice lunga: un’abilità che non aumenta giornalmente, diminuisce giornalmente.

Con questo vi saluto e vi auguro una buona giornata!

602 Il suffisso – oso

Il suffisso – oso

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo ripasso, era l’episodio n. 601, ci è stato chiesto di far luce sul termine farraginoso.

Allora colgo l’occasione per parlare più in generale del suffisso – oso.

Questo suffisso si utilizza non solo con “farraginoso“, ma è presente in parecchi aggettivi.

Pensiamo a generoso, borioso, arioso, formoso, noioso, ambizioso, poderoso, ecc.. ma anche spigoloso, peloso, eccetera.

Questi termini hanno in comune una cosa: c’è una abbondanza di qualcosa, un’abbondanza della qualità espressa dal sostantivo da cui derivano (aria, forma, generosità, spigoli, noia, peli ecc.).

Poi ci sono anche aggettivi che hanno un senso spesso figurato, come fumoso, che può essere una candela che fa fumo (candela fumosa) o un discorso o persino una persona fumosa, che similmente a farraginoso (come vedremo) indica la presenza di qualcosa di poco chiaro, quindi complicato e contorto. Pieno di fumo in senso figurato.

Certo, a volte è più complicato capire pensando al sostantivo. È il caso di favoloso che viene da favola. Ma “è una favola” si usa spesso per indicare qualcosa di bellissimo e indimenticabile.

Oppure pensiamo a permaloso. Da dove viene? Permaloso si dice di una persona che si offende facilmente, che dà prova di una certa suscettibilità risentita. Viene dal termine “male” perché “prende male” (interpreta male) le parole degli altri, nel senso che gli dà una lettura sbagliata, offensiva nei suoi confronti. Esiste infatti anche l’espressione aversela per/a male, che significa sempre offendersi. Ma questa bella espressione meglio se la vediamo bene nel prossimo episodio.

Torniamo a bomba invece. Anche farraginoso è difficile da decifrare per un non madrelingua. Deriva dalla farragine, che è un miscuglio indiscriminato di cose diverse. C’è l’idea della confusione.

Potrei dire ad esempio che un discorso fatto da una persona è molto farraginoso. Quindi è un discorso che si potrebbe dire pieno di concetti diversi, una farragine di concetti diversi tutti mischiati, senza un ordine preciso. Insomma un discorso noioso e confuso. Poco chiaro sicuramente.

Un racconto farraginoso o una tecnica farraginosa, una procedura farraginosa, quindi difficile da applicare, poco chiara. Un oggetto però non può essere farraginoso.

Curioso e anche l’aggettivo spettacoloso, molto simile a spettacolare.

Non è facile riuscire a capire quando usare l’uno o l’altro, e forse non c’è poi una così grande differenza.

Spettacolare è qualcosa di straordinario da vedere, tale da impressionare profondamente, una cosa suggestiva, straordinaria a vedersi e che impressiona profondamente.

Un tramonto spettacolare

Una gara spettacolare

Un incidente spettacolare

Una decorazione spettacolare

Festeggiamenti spettacolari

La vista è sicuramente la cosa più importante per parlare di spettacolarità.

Spettacoloso si tende a preferire quando stiamo dando un giudizio su qualcosa che non solo ci piace molto, ma che che è fuori dell’ordinario, fuori dal normale, eccezionale, non necessariamente legato alla vista:

Un’intelligenza spettacolosa

Un film che ha avuto un successo spettacoloso

L’atleta ha fatto un salto spettacoloso

Direi che con le attività umane che ci colpiscono per la loro eccezionalità sia preferibile usare spettacoloso. Per ciò che è più legato allo spettacolo vero e proprio è certamente più adatto spettacoloso.

Comunque a parte spettacolare e spettacoloso in genere non c’è questa doppia possibilità.

Allora spero che questo episodio non sia giudicato farraginoso, perché sarebbe noioso e poco chiaro.

Vi lascio al ripasso:

Bogusia: E così zitti zitti abbiamo superato i 600 episodi. E che po’ po’di episodi con i fiocchi, permettetemi di dire!
Noi dell’associazione italiano Semplicemente siamo ormai un bel nutrito gruppo di appassionati delle cose italiane, ivi comprese la lingua, la storia e cultura. Mi stupirebbe se ci fosse qualcuno tra noi di diverso avviso. Qualcuno che si imbatte in questo nostro sito, mentre cerca di trovare qualcosa per ingranare meglio con la lingua italiana casca davvero bene . Adesso però bando alle ciance perché in due minuti sono già passati.
Giusto il tempo di chiedervi qualcosa. Ho sentore però che il grosso di voi ne abbia ormai sentito parlare. Si tratta della scoperta a Pompei di una tomba con un corpo parzialmente mummificato, ce l’avete presente?
Si tratta di una scoperta che apporterà molto alla nostra conoscenza del passato. Si tratta di un corpo di un uomo anziano che aveva probabilmente 60 anni e passa ed era per giunta uno schiavo liberato. Pompei non smette di stupire e gli archeologi si aspettano una caterva di nuove scoperte meravigliose da regalare al mondo. Io a mia volta sto scalpitando per sentirne altre il più presto possibile. Per oggi questo è quanto. Ci riaggiorniamo. Ciao.

596 Sprazzi

Sprazzi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: cos’è la felicità?

Soprattutto, si può essere sempre felici oppure ci dobbiamo accontentare di sprazzi di felicità?

La felicità, si dice che sia fatta di brevi momenti, di sprazzi, che capitano ogni tanto, all’improvviso.

Avrete sicuramente capito l’argomento del giorno.

Non è l’unico modo questo di usare il termine sprazzo, usata sia al singolare (lo sprazzo) che al plurale (gli sprazzi).

Se volete sapere perché si usa l’articolo lo e gli è semplicemente perché sprazzi inizia per s e poi c’è un’altra consonante. Scusate se ho inserito un elemento grammaticale nella mia spiegazione. Lo facciamo soltanto a sprazzi in italiano semplicemente.

Un altro esempio?

Durante una giornata nuvolosa, il sole potrebbe comparire a sprazzi. Di tanto in tanto uno sprazzo di sole, un raggio vivido ( e improvviso.

Ma qualunque cosa, quando si manifesta saltuariamente, sporadicamente, cioè di tanto in tanto, possiamo dire che si presenta a sprazzi. Se poi aggiungiamo anche l’idea della sorpresa, qualcosa che arriva all’improvviso, ha ancora più senso usare lo sprazzo e gli sprazzi.

Mario è un ragazzo che ha molti momenti di confusione, con sprazzi di lucidità improvvisi.

La squadra solo a sprazzi ha mostrato il gioco richiesto dal suo allenatore.

Capite che c’è differenza rispetto ai tratti, dove manca l’elemento di sorpresa, e permane la saltuarietà, sebbene negli sprazzi sia più accentuata.

Uno sprazzo può quindi accadere di tanto in tanto, quando meno te l’aspetti.

Abbiamo risolto il problema grazie a uno sprazzo d’ingegno di Marco.

Usato al singolare, “tratto” non avrebbe alcun senso, perché è simile a “pezzo” o “porzione” (come il tratto di strada o il tratto di penna), mentre lo sprazzo trasmette l’uscita improvvisa.

A sprazzi” è invece abbastanza simile a “a tratti” ma come detto c’è più sorpresa, più saltuarietà e a volte anche più intensità.

Non ha molto senso pertanto parlare di interruzioni stradali a sprazzi.

Un termine che per questo motivo è molto amato dai poeti e dagli scrittori: sprazzi di pioggia e pioggia a sprazzi, sprazzi di gioia. E gioia a sprazzi, sprazzi di luce e luce a sprazzi e via discorrendo.

Ripasso degli episodi precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): mi piacerebbe avere uno sprazzo di lucidità, per poter comporre frasi di ripasso senza dover faticare così tanto, possibilmente senza scrivere obbrobri.

Ulrike (Germania): dai Irina, non la fare troppo lunga, neanche hai fatto in tempo a dirlo che già un ripasso sta prendendo forma.

Hartmut (Germania): ti sta andando di lusso finora, perché non hai fatto errori di sorta.

Rafaela (Spagna): Si direbbe che tu abbia fatto un corso intensivo. C’hai saputo fare. Il grosso del ripasso ormai è andato. Siamo a cavallo.

Harjit (India): il mio Italiano invece è ancora è quello che è. Ma ormai in effetti siamo a ridosso della fine dell’episodio. Per quanto io voglia ancora averne per molto, mi rendo conto che non c’è più tempo. Ci aggiorniamo domani.

595 A tratti

A tratti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: proseguiamo con la trattazione, scusate il gioco di parole, del termine “tratto“, stavolta al plurale, nella locuzione “a tratti“.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

La strada presenta interruzioni a tratti

Mi sento molto bene, anche se a tratti avverto un senso di vertigine

Il ragazzo, a tratti, durante la lezione, si distrae.

Pronto? Tu mi senti? La linea non è buona, ti sento a tratti!

A tratti indica qualcosa che si presenta non in forma continua, ma alternandosi con delle pause. Pensate ad una linea che presenta delle interruzioni.

I tratti indicano quindi, ancora una volta, delle parti di qualcosa, cioè di tempo, di strada, di voce, eccetera. Il fatto di usare il plurale (tratti) segnala la ripetizione, in forma discontinua, cioè alternata, con delle interruzioni tra un tratto e l’altro.

Se la strada presenta delle interruzioni per via di lavori in corso, posso dire che ci sono tratti di strada interrotti, oppure che ci sono interruzioni stradali a tratti.

Se non mi sento molto bene perché ci sono alcuni momenti in cui avverto un senso di vertigine, posso dire che a tratti avverto questa sensazione.

Se un ragazzo durante la lezione ci sono dei momenti in cui si distrae e non mi ascolta, posso dire che il ragazzo a tratti presenta delle distrazioni.

Si usa molto spesso al telefono quando la linea è disturbata e riusciamo ad ascoltare solo a tratti cioè solo con interruzioni.

Come hai detto? Ti sento a tratti! Ti richiamo!

Siete attratti dalla lingua italiana?

Attenzione ⚠ perché in questo caso si tratta del verbo attrarre. La pronuncia però è la stessa. Anche “a tratti” si legge così, come se ci fosse una doppia t. Questa si chiama rafforzamento o anche raddoppiamento fonosintattico. È il raddoppiamento di una consonante all’inizio di una parola che dipende dalla parola precedente. Abbiamo dedicato un bell’episodio al rafforzamento in passato.

Si pensi alla differenza nella pronuncia tra:

I piedi

Tre piedi

Mi appresto a terminare l’episodio adesso.

A presto!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Giovanni, immagino che adesso tocchi a noi.

Rauno (Finlandia): bisognerebbe trovare un argomento attinente all’episodio di oggi per fare un ripasso degno di nota.

Rafaela (Spagna): che ne dite degli “sprazzi?” che po’ po’ di parola vero?

Anthony (Stati Uniti): adesso Giovanni si vedrà costretto a spiegarla nel prossimo episodio!

Irina (Stati Uniti): costretto mi pare un parolone! Diciamo che a tempo debito e quando gli girerà potrà decidere di farlo. Ma non è il caso di incalzarlo.

Marta (Argentina): una volta lanciata la sfida staremo a vedere se questa richiesta sarà stata fatta invano.

594 A un tratto

A un tratto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo del tratto, termine che ha un sacco di utilizzi diversi.

Uno di questi è molto utile e proprio adatto alla nostra rubrica dei dei due minuti perché si può usare abbastanza facilmente.

Basta inserirla in un racconto quando si descrive un fatto accaduto.

Si tratta della locuzione “a un tratto” , che in realtà può diventare “in un tratto, “d’un tratto” , “tutto a un tratto“, espressioni che indicano un cambiamento improvviso. Cosa un po’ diversa dal più discorsivo “a un certo punto”.

Vediamo qualche esempio:

Ero a casa e a un tratto ho sentito un forte rumore venire dalla finestra

Stavo percorrendo la strada e dopo una curva, tutto a un tratto è sbucato un gatto in mezzo alla strada

Quindi è simile a all’improvviso, o anche a “in un attimo“, perché questo cambiamento avviene in un tempo brevissimo. Aggiungere “tutto” aumenta la brevità del momento.

Era una bella giornata, quando all’improvviso, il vento cambia. Il cielo, un momento prima sereno, si addensa, assumendo d’un tratto il colore della cenere.

Quindi in un tratto, d’un tratto, tutto in un tratto, il cielo diventa grigio.

In pochissimo tempo il colore del cielo è cambiato. Tutto è successo in un attimo, all’improvviso o il più poetico “d’improvviso”.

Marianna era molto serena ma tutto a un tratto la sua espressione è cambiata.

Si descrive quindi soprattutto un cambiamento, un veloce cambiamento. Questo è l’utilizzo più frequente.

L’Italia aveva sbagliato il rigore decisivo, ma d’un tratto tutto cambiò quando il nostro portiere ricacciò in gola l’urlo degli inglesi.

Apriamo una parentesi sul termine “tratto“, che indica in questo caso una porzione di tempo molto ristretta.

Altre volte lo stesso termine può indicare un tratto di strada, cioè una porzione di strada, di una certa lunghezza.

Non dimentichiamo però che si può trattare di porzione di spazio (un tratto di mare) o anche della parte del carattere di una persona: un tratto del carattere. Poi ci sono i tratti del viso e quelli fatti con la penna.

Ma nell’episodio di oggi si parla solamente di tempo, ed è sempre così quando si usano le locuzioni che abbiamo visto, e raramente può accadere il contrario:

L’incidente è avvenuto in un tratto di strada con poca visibilità.

Per questo si preferisce usare “tutto in un tratto” e “d’un tratto” con l’accortezza in quest’ultimo caso di usare l’apostrofo: d’un tratto.

Così siete sicuri che si tratta di qualcosa accaduto in pochissimo tempo.

Abbiamo già visto “in men che non si dica“, ricordate? La usiamo spesso nei nostri ripassi e il senso è lo stesso, ma l’uso delle locuzioni di oggi sono meno informali e anche più frequenti, anche nei testi letterari, romanzi eccetera.

È il momento del ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: pensavo alle caratteristiche che un piatto deve avere per piacermi. Per me per essere come si deve va messo colore e armonia. Fermo restando che anche il tipo di piatto che si utilizza ritengo sia importante.

Bogusia: a me interessa più la sostanza che la forma. Poi però, mi piace quando c’è qualcosa di croccante nel piatto. La croccantezza dà un certo non so che al piatto.

Ulrike: ma la forma è sostanza! Comunque il gusto dove lo mettiamo? Questo è importante, altro che storie!

Irina: io sono per le cose semplici. Sono le più buone e anche le più insidiose se vogliamo, sempre che si vogliano preparare piatti coi fiocchi. Gli ingredienti! Sono gli ingredienti da che mondo è mondo che fanno la differenza. È risaputo, soprattutto tra gli addetti ai lavori, ivi inclusi i cuochi di tutto il mondo.

Natalia: mi avete fatto venire un languorino! Però, mio malgrado, sono a dieta. Me ne farò una ragione!

M6: per una volta non puoi sgarrare? Vabbé, io preparo due spaghetti aglio, olio e peperoncino. Poi vedi tu

593 Per bene o perbene?

Per bene o perbene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: le persone perbene sono l’opposto delle persone “per male?”

Non è così purtroppo. Infatti prima di tutto le persone “per male” non esistono, perché questo non ha nessun significato.

Esistono invece le persone “perbene“. Ma chi sono?

Le persone per bene, innanziutto, è preferibile se lo scriviamo in una sola parola: perbene.

Le persone perbene allora forse fanno le cose per bene?

No, neanche questo purtroppo altrimenti sarebbe troppo semplice, no?

Vediamo:

Ci sono molti modi per descrivere una persona perbene utilizzando altri aggettivi o locuzioni.

Si tratta di persone ammodo, a posto, come si deve, corrette, dabbene, oneste.

In modo più ricercato si può anche parlare di una persona proba, un uomo probo, una donna proba, raccomandabile, une persona retta.

Sicuramente però perbene è l’aggettivo più usato, sia parlando di sé stessi che di altri.

Una persona perbene, se vogliamo provare a descriverla, è fondamentalmente una persona ben educata, che si comporta in modo corretto ed onesto. È una persona fondamentalmente di cui ci si può fidare, sebbene l’aggettivo “affidabile” abbia un senso leggermente diverso.

Infatti affidabile si dice di persone su cui si può fare affidamento, degne di motivata fiducia.

Nel caso di persone perbene parliamo prevalentemente di educazione e onestà.

Se dunque qualcuno sospetta che io sia un ladro o una persona disonesta che ha provato a imbrogliarla, si può rispondere:

Io sono una persona perbene, cosa crede?

Guardi che noi siamo persone perbene! Non si permetta, sa!

Si usa soprattutto per tranquillizzare qualcuno che potrebbe avere dei dubbi:

Stai tranquillo, Giovanni è una persona perbene, non un delinquente.

Siamo tutte persone perbene, quindi non alziamo la voce!

Nostro figlio frequenta una ragazza di una famiglia molto perbene.

Tutti vorremmo che i nostri figli frequentino persone perbene

In generale quindi perbene, tutto unito, si utilizza come aggettivo, per descrivere una persona. Si può scrivere anche in due parole, ma si preferisce usare un’unica parola nello scritto.

Se stacchiamo le due parole, normalmente non stiamo descrivendo infatti una persona, ma un’azione, condotta in modo attento e coscienzioso, con scrupolo.

Abbiamo già visto insieme l’espressione come si deve, che può essere usata in entrambi i modi, sia per descrivere una persona che un’azione.

Metti apposto la camera e cerca di farlo per bene, perché dopo vengo a controllare.

Io sono uno a cui piace fare le cose per bene, non in modo approssimativo.

Cercate di fare le cose per benino, così da non rimetterci le mani.

Per benino ha lo stesso significato, e si usa in contesti più colloquiali e meno impegnativi.

Altri esempi:

L’idraulico ha fatto tutto il suo lavoro per bene. Quindi gli ho dato anche qualcosa in più di quanto ha chiesto.

La preposizione per, davanti a bene ha la sua importanza.

Bravo, hai fatto tutto bene

Questa frase ha difatti un senso diverso, perché ci si riferisce alla correttezza, all’esattezza, ad esempio quando si fa un esercizio, se lo si fa bene non c’è nulla di sbagliato.

Invece fare le cose per bene significa farle in modo ordinato, scrupoloso, con attenzione, con precisione, senza sbavature, senza approssimazione e pressapochismo.

Per bene” in questo senso suona spesso come una raccomandazione o un invito alla precisione e all’attenzione quando si fa qualcosa.

Spesso poi anche la professionalità e l’esperienza sono importanti per fare le cose per bene.

Tornando alla domanda iniziale dunque:

Le persone perbene forse fanno le cose per bene?

Non è affatto detto infatti che sia così perché l’onestà è l’educazione, tipica delle persone perbene, non implica precisione, professionalità e esperienza.

Vabbé adesso credo che possiamo dedicarci al ripasso, registrato ben benino da alcuni volenterosi membri dell’associazione Italiano Semplicemente, tutte persone perbene che vanno pazze per l’italiano. Avanti adesso, registriamo questo ripasso e non mi fate arrabbiare!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: leggevo che qualcuno, mi riferisco ad Osho, sostiene che quando ti girano, sfogarsi abbia dei benefici.

Rafaela: probabilmente poi si sarà più rilassati per meditare, ma c’è un rovescio della medaglia evidente.

Sergio: infatti. così facendo si allena il muscolo della rabbia, se possiamo chiamarlo così. Il che mi fa pensare che questa sia una sciocchezza.

Irina e Albéric: anch’io sono di questo avviso. Se la rabbia ha la meglio su di noi, qualcuno potrebbe pagarne lo scotto, ma di contro, schiacciare la rabbia non è produttivo. Bisogna invece gestirla, saperla riconoscere, avere contezza delle proprie emozioni e rendersi conto da dove viene questa rabbia.

Harjit: esprimere i propri sentimenti in modo sano e non arrabbiandosi, ad esempio, può portare grossi risultati e persino rafforzare le relazioni. Peccato che non sia semplice.

592 La Roma bene

La Roma bene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: un modo interessante e sicuramente poco conosciuto dai non madrelingua italiana di usare il termine “bene” è quando viene associato ad una città, ad esempio quando si parla della Roma bene, oppure di un quartiere o di una zona bene.

Insomma questo, che di solito è un avverbio, viene usato come aggettivo, per indicare una caratteristica di quella città o di quel quartiere o delle persone che abitano lì.

Ma la Roma bene cos’è?

Intanto notate l’articolo femminile singolare “la”.

Quanto al significato, si intende la parte della città di Roma in cui vivono le persone più ricche.

La capitale d’Italia naturalmente è molto grande, e come in molte altre città, succede che ci sia una una forte contrapposizione tra i quartieri ricchi, chiamati appunto la “Roma bene” e i quartieri periferici, le cosiddette “borgate”.

Non in tutte le città esiste una così netta differenza tra quartieri. Bisogna considerare la grandezza e anche la storia di ogni città.

Si parla anche della Milano bene, della Torino bene e anche per altre grandi città italiane.

Vediamo come si usa:

Scoperto traffico di droga nella Roma bene.

Notate quindi che non si dice “a Roma bene” ma “nella Roma bene” in questo caso.

In questa festa ci sono tante persone della Torino bene

Quindi si dice “della Torino bene, e non” di Torino bene”.

Un locale frequentato dalla Milano bene

La mia amica abita in uno dei quartieri bene della città

Si può parare di “un quartiere bene” o anche di “una zona bene”.

C’è anche un film del 1971 intitolato proprio così: “Roma bene“.

Quando si parla della Roma bene, ad esempio, ma questo vale per tutte le città, lo si può fare per diversi motivi. Ad esempio per indicare il tipo di persone che frequentano un locale, persone ricche e per questo anche rispettabili (almeno in teoria).

Si potrebbe anche dire che si tratta di personaggi dell’alta società capitolina (capitolina perché Roma è la capitale d’Italia) o anche di “alta borghesia“.

Altre volte se ne parla per creare una contrapposizione, un contrasto, tra un fatto accaduto e il luogo in cui è accaduto:

La maggiore percentuale di evasioni fiscali si riferisce a zone della Milano bene

Oppure:

Tutti nella Roma bene gli abusi edilizi scoperti.

Normalmente però chi abita in queste zone, non si dichiara un “abitante della Roma bene“, perché sembrerebbe abbastanza ridicolo e anche troppo generico. In questi casi si indica il nome del quartiere, che, come si suol dire, “parla da solo”.

E adesso ripassiamo, cercando di farlo bene, mi raccomando!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: pare che quelli che abitano in un quartiere bene se la tirino un po’. Cioè si atteggiano, si danno delle arie. Insomma, il loro atteggiamento mostra un senso di superiorità, solo perché abitano in un quartiere un po’ più in degli altri.

Hartmut: si hai ragione. Ti guardano dall’alto verso il basso. Come a dire: io non ho niente a che spartire con te!

Ulrike: loro spesso danno del “borgataro” a chi abita in periferia, che ovviamente ci rimangono male.

Rafaela: se dovessi imbattermi in uno di loro, trovandomi a tu per tu lo riconoscerei in un battibaleno, per via del suo fare molto antipatico.

Bogusia: sinceramente io non vi capisco, cosa vi abbiamo fatto noi, gente per bene della Roma bene? Non vedo perché dovremmo risponderne se siamo nati ricchi. Quasi ci fosse qualcosa di male. Valli a capire questi borgatari!

591 Essere ben disposti

Essere ben disposti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ricordate l’episodio dedicato a “indisposto“?

Bene, come si è visto in quell’episodio, l’aggettivo indisposto ha un significato particolare. Anzi ne ha più di uno, se ricordate. In particolare, essere indisposti significa, tra le altre cose, avere un atteggiamento ostile, sfavorevole verso gli altri. Questo atteggiamento si chiama indisposizione verso il prossimo.

Questa è un attitudine, una caratteristica di fondo di una persona.

Naturalmente esiste anche l’attitudine opposta che si esprime con l’espressione “essere ben disposti” verso gli altri. Si aggiunge “ben”.

Infatti in questo modo non c’è bisogno di aggiungere altro.

Essere ben disposti a fare qualcosa? Volendo sì, come vediamo dopo, ma generalmente si tratta di essere ben disposti verso qualcuno.

Verso tutti?

In genere si, si intende verso tutti. L’essere ben disposti indica pertanto una caratteristica di una persona nei rapporti con gli altri.

Mario è sempre ben disposto

Significa essere piacevole, gradevole, amabile, simpatico. “Una persona ben disposta” si dice a chi si presenta sempre con gentilezza, in particolare facendo non riferimento a una disponibilità specifica, ma in generale a una persona accogliente e gradevole, che non respinge il prossimo.

Quando dico “il prossimo” si intende “tutte le altre persone”.

Ciò non toglie che si possa però specificare:

Marco è sempre ben disposto ad aiutare chi ha bisogno.

In questo caso l’utilizzo di “ben” ha il ruolo di raffirzativo della disponibilità. Ricordate l’episodio dedicato a ben? Li abbiamo spiegato bene questo concetto.

Essere ben disponibili a far qualcosa pertanto è solitamente cosa diversa dall’essere ben disposti.

Infatti non parliamo di disponibilità, ma di “disposizione“, che indica appunto un’inclinazione, un’attitudine evidente sul piano affettivo, morale, intellettuale di una persona. Parliamo di una sua caratteristica.

Una persona ben disposta è dunque una persona che ha una determinata disposizione d’animo nei riguardi di altra persona. Ho detto disposizione d’animo e non disponibilità.

Naturalmente esiste anche un’espressione analoga per indicare chi è mal disposto verso gli altri, cioe chi è “indisposto”.

Considerati i diversi usi di “essere indisposti”, come si è visto nell’episodio dedicato, questa espressione può essere utile per indicare questo tipo di persone che hanno una disposizione d’animo ostile, sfavorevole.

È chiaro che la questione riguarda i rapporti personali e come ci si pone verso il prossimo.

Le persone maldisposte sono chiaramente meno gradite di quelle bendisposte. La maldisposizione (o l’indisposizione) verso il prossimo non paga certamente.

Un’ultima cosa: trattandosi di espressioni particolari, così come avviene di sovente (cioè spesso) nella lingua italiana, si possono scrivere anche unite: bendisposto, maldisposto.

Queste disposizioni d’animo spesso sono rivolte a categorie di persone e non a tutti in generale:

Il nostro capoufficio è sempre maldisposto verso gli estranei

Significa che non si pone bene verso chi non conosce.

Si può usare “verso” oppure “nei confronti di” qualcuno.

Sono sempre bendisposto nei confronti di chi mostra fiducia in me.

Non si deve trattare necessariamente di persone:

Maria si è mostrata bendisposta verso la nostra iniziativa.

Evidentemente Maria è sembrata favorevole all’iniziativa, o quantomeno fornita di buone intenzioni. Sicuramente non sembrava ostile.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike e Harjit: immagino che chi risponde in malo modo siano le persone maldisposte. Sbaglio?

Mary: ovvio, ma sono anche quelle che più facilmente delle altre sono prese a mali parole.

Wilde: che vuoi, d’altronde è risaputo che chi semina vento raccoglie tempesta.

Hartmut e Marcelo: Ma i maldisposti se lo aspettano di essere trattati male, perché ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.

Rauno: io ne ho abbastanza delle persone maldisposte. Che vadano a quel paese. Alla mia età non mi faccio più scrupoli.

Sergio: beh, io la penso come te ma non nego che spesso per quieto vivere faccio buon viso a cattivo gioco.

589 Il suffisso -ata (sostantivi)

Il suffisso – ata (sostantivi)

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Trascrizione

Giovanni: vediamo cosa succede quando il suffisso – ata lo utilizziamo coi sostantivi:

In questo caso parole che terminano con -ata indicano spesso un’azione tipica di qualcuno cioè di una persona specifica o una categoria di persone ad esempio, per indicare un comportamento.

Abbiamo già visto insieme la mandrakata, ispirata a Mandrake.

Analogamente, fare una “bambinata” indica un comportamento tipico dei bambini. Una “ragazzata”  a sua volta è un’azione tipica di ragazzi più grandi.

Simile nel significato è una “cassanata” invece è un termine abbastanza nuovo CHE scherzosamente indica un gesto, un comportamento, una trovata, tipico del calciatore Antonio Cassano.

La cassanata si usa per definire gesti o atteggiamenti fuori luogo al limite della maleducazione o della mancanza di rispetto, specie nel mondo sportivo.

Questo modo di indicare un comportamento tipico rende molto semplice coniare dei nuovi termini se necessario. La cosa importante è che chi ascolta riesca a capire facilmente il rifermento.

Se un vostro amico che si chiama Paolo ha un atteggiamento particolare e ben identificabile, non appena un’altra persona si comporta così possiamo dire che ha fatto una “paolata” proprio per far capire velocemente di che tipo di comportamento si tratta. Ovviamente potete usarlo solo con chi è in grado di capirvi.

Non solo un comportamento tipico però.

Ata con i nomi di può usare anche nel senso di colpire con uno strumento, usare uno strumento, oppure un’azione collettiva a base di qualcosa.

Che vuol dire?

Dare una bastonata, come già visto, significa utilizzare il bastone per colpire, allo stesso modo possiamo dare una mazzata (con una mazza), una sassata (tiriamo un sasso), una spallata, una manata, una cuscinata.

Naturalmente dobbiamo ricordare l’importanza del verbo a supporto, perché spesso ci sono espressioni o locuzioni tipiche: “Prendere una mazzata” ad esempio non è solo ricevere una botta con la mazza, ma anche una brutta notizia che ci fa star male.

Qualsiasi tipo di botta, di colpo, dato o ricevuto, con qualcosa o in una parte del corpo può andare bene: Se quindi una spallata si dà con la spalla, una testata si dà con la testa. Si dà e si riceve, quindi se dico:

Ho sbattuto la testa a terra = ho dato una testata a terra

Passiamo agli strumenti musicali: abbiamo visto che “fare una suonata” utilizza il verbo suonare, ma possiamo attaccare il suffisso -ata anche a degli strumenti:

Fare una sviolinata, dove è coinvolto lo strumento del violino, ha anche una esse in più a far capire che si tratta di qualcosa di diverso rispetto ad un colpo inferto con un violino  (quello si chiama una violinata!)

Infatti una sviolinata (con la esse iniziale) è anche una adulazione smaccata, cioè quando una persona fa i complimenti ad un’altra, quando ne parla molto bene, apertamente, smaccatamente. L’immagine è un concerto in suo onore.

Invece fare una schitarrata (sempre con la esse iniziale) significa solamente suonare la chitarra, magari brevemente, magari in compagnia, ma senza impegno e competizione. A volte è usata anche per indicare la noia e la lunghezza o la sgradevolezza della suonata.

Infine, riguardo all’azione collettiva a base di qualcosa, c’è la spaghettata, un pasto a base di spaghetti, fatto in compagnia di amici.

Che ne dite ragazzi ci facciamo una bella mangiata di spaghetti tutti insieme?

Allora questa possiamo chiamarla una spaghettata.

Preferite una piazzata? Oppure una polentata?

Oppure facciamo una peperonata?

A proposito di peperonata. Questa in realtà non è una riunione di amici che va a mangiare i peperoni, ma semplicemente un piatto a base di peperoni.

Infatti possiamo anche usare -ata anche per indicare un insieme di qualcosa. Se siamo al ristorante e io sto mangiando un piatto di spaghetti, magari una persona vorrebbe assaggiarli.

Mi dai una forchettata?

Non mi sta chiedendo di colpirlo con la forchetta, ma di fargli assaggiare un po’ di spaghetti.

Lo stesso vale per una cucchiaiata (es. di minestra) e una manciata (es. di noci). Una secchiata indica normalmente il lancio di acqua o altro liquido contenuto in un secchio (è un contenitore per liquidi).

 Ho tirato una secchiata d’acqua per spegnere un piccolo incendio.

C’è anche una “pizzicata” (simile a pizzico) che indica una piccola quantità:

Metti una pizzicata di pepe sulla carne!

Una camionata è un’enorme quantità generalmente contenuta in un camion, ma non è detto. Può anche essere semplicemente un modo per indicare una grande quantità:

Per rifare la strada c’è voluta una camionata si sabbia.

Durante la riunione mi è arrivata una camionata di critiche!

Infine, -ata, attaccato ai sostantivi, può usarsi per indicare un periodo di tempo. Abbiamo quindi una giornata, una nottata, mattinata e un’annata. Questi termini si usano normalmente quando si vuole parlare di ciò che accade in quel periodo:

Ho passato tutta la giornata a lavorare

Che brutta nottata che ho passato con il cane che abbaiava!

Questa sarà un’annata strepitosa per i vini!

Durante tutta la mattinata ci sarà bel tempo!

Ma come fare a capire quando un sostantivo con -ata significa un colpo inferto, oppure un’azione tipica, un’azione collettiva a base di qualcosa, un insieme di qualcosa o un periodo di tempo?

Beh, questo si può intuire dal sostantivo: se può essere usato per colpire (martello, martellata) è abbastanza semplice. Un’azione tipica è ugualmente comprensibile (bambinata da bambino, paolata da Paolo). Un insieme di qualcosa è ugualmente abbastanza facile, ma si può confondere, come visto con il colpo (una forchettata). capire la quantità di tempo sembra abbastanza semplice.

Il contesto può essere ironico e comunque sempre colloquiale.

Alcune volte può risultare difficile capire: “un’ammarata” ad esempio è un atterraggio sul mare, ma viene dal verbo ammarare. Anche “una cantonata” è complicato perché deriva da cantone, ma si usa in modo figurato, come ad esempio innamorarsi della persona sbagliata, o semplicemente fare un grosso errore, cadere in un grosso equivoco.

Nel prossimo episodio vediamo cosa succede agli aggettivi. Per il momento ripassiamo qualche espressione passata.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anne France (Francia): Se mi permettete, apro una parentesi divertente. Riguarda il naso del David di Michelangelo. Sapete che gli era stato contestato il naso del David perché giudicato troppo grande e lui fece finta di sgrossare il naso facendo cadere della polvere di marmo che teneva in mano.

Rafaela (Spagna): Ah, e in questo modo chi lo contestava si illuse che veramente il naso fosse stato ridotto nelle dimensioni?

Rauno (Finlandia): esattamente, lì per lì creò l’illusione che il naso fosse stato sgrossato un po’, e così Michelangelo l’ha passata liscia. Chi lo criticava non era proprio all’altezza!

Irina: Evidentemente nessuno ha voluto e potuto sincerarsi che effettivamente la limatura ci fosse stata.

Emma (Taiwan): Una bella mandrakata! Non si diventa qualcuno se non si è anche furbi!

Irina (California): poi lui ne aveva ben donde a non apportare modifiche alla sua opera perfetta! Avercene di artisti come Michelangelo.

Ulrike (Germania): Per diventare qualcuno , si deve allora essere furbi? Come sarebbe a dire? Vabbé, fatti salvi coloro che sono talmente furbi che finiscono in galera! Per la cronaca, cara Emma, la lode della furbizia secondo me – passami il termine – e una grande sciocchezza.

590 Il suffisso -ata (aggettivi)

Il suffisso -ata (aggettivi)

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Trascrizione

Giovanni: Negli scorsi episodi abbiamo visto prima cosa succede con i verbi e poi con i sostantivi. Adesso, per concludere la spiegazione del suffisso -ata, se non ne avete ancora fin sopra i capelli, tocca agli aggettivi.

Spesso, quando aggiungiamo -ata ad un aggettivo, (questa cosa non si fa normalmente con tutti gli aggettivi), ci si riferisce a quell’atteggiamento tipico descritto dall’aggettivo, e si usa normalmente, a supporto, il verbo dare o fare:

Fare una “furbata” ad esempio è una cosa da furbi, è un comportamento da furbi, così come una “paraculata” è un atteggiamento tipico dei cosiddetti “paraculi”, che è un sinonimo leggermente volgare di furbi.

Facile capire come una stronzata sia allora una cosa da “stronzi” (un altro aggettivo che può qualificare una persona, il comportamento di una persona). Non è proprio così, in realtà, come vedremo dopo. “Stronzi” nel linguaggio colloquiale indica persone che si comportano male, scorrettamente dal punto di vista soprattutto morale, specie in ambito di amicizia.

Una genialata (e non una “geniata”) invece  è una cosa che fanno i geni, un atto da geni, simile a una “trovata”, simile a “avere una ttrovata” (qui si usa il verbo avere a supporto). Avere un’idea geniale insomma. Spesso però genialata si usa in modo ironico per giudicare un’idea stupida, quindi tutto l’opposto che una vera genialata!

Una carognata, di contro è un comportamento, un atto tipico delle persone che vengono chiamate “carogne”. E’ un’azione cattiva, che rivela malignità e malvagità d’animo. Le persone che si comportano così vengono chiamate carogne, aggettivo molto usato nei film. Il termine carogna viene usato anche per indicare il corpo senza vita di un animale che si sta putrefacendo. Questo per indicare il valore di tali persone così etichettate.

Rientrano nella categoria di oggi anche le cazzate e le minchiate, atteggiamenti giudicati poco intelligenti, senza senso e spesso dalle conseguenze molto negative. Lo stesso per le “stupidate“, che viene dall’aggettivo stupido. Cretinata deriva invece da cretino.

In definitiva, fare cretinate è tipico dei cretini, fare stronzate, per analogia dovrebbe essere tipico dei cosiddetti stronzi, sebbene non sia esattamente così, visto che gli “stronzi” si comportano scorrettamente con gli altri, mentre fare una stronzata è qualcosa di sbagliato che si può riflettere anche e soprattutto su sé stessi. Lo stesso vale per le “minchiate”, stesso significato di “cazzate”. 

A volte è pertanto difficile capire l’aggettivo di provenienza: se stupidata viene da stupido, cazzata e minchiata non hanno un vero aggettivo di riferimento, ma indicano ugualmente un atteggiamento tipico di una o più persone, cosa che abbiamo visto nell’episodio dedicato ai sostantivi. Stavolta però i sostantivi di riferimento sarebbero… vabbè avete capito!

Adesso basta dire minchiate (si fa per scherzare) e ripassiamo 47 dei tanti episodi passati: 

Anthony: Scusatemi ragazzi se mi arrogo il diritto di prendere la parola per parlare di nuovo del Covid ma in questo periodo da operatore sanitario è assai difficile stare alla larga da questo argomento. Esordisco dicendo che non avrei mai immaginato la misura in cui la gente sarebbe stata restia a questa vera e propria mandrakata che è il vaccino, anche alla faccia dello scempio a cui stiamo attualmente assistendo. Vi capirei se non ci credeste ma mi preme riferirvi che ci sono persino certe zone degli Stati Uniti in cui il grosso della popolazione si rifiuta di vaccinarsi.

Allora taglio corto perché so benissimo che sono solamente pochi sparuti membri a voler sentire un’ulteriore pappardella in merito. Però avendone fin sopra ai capelli del covid, di sfogarmi non ne potevo fare a meno. Non me ne vogliate, mi raccomando.

Bogusia: Ma chi te lo fa fa’? Si dà il caso che la gente ne abbia davvero fin sopra i capelli di questa pappardella sui vaccini. Poi, guarda caso, se ne escono il 5 di agosto…
Tra l’altro, proprio Il 5 agosto di ben 83 anni fa, uscì nelle edicole la rivista che introduceva al popolo la difesa della razza. La pubblicazione in nome della “scienza”. Alcuni illustrissimi scienziati ne avevano scalzati altri. Il paragone c’è? Secondo me si, eccome. Sempre che ne abbiate voglia, date un‘occhiata su Wikipedia. Date una scorsa a questa rivista. Oggi Infieriscono su chi, avendo la libertà costituzionale, sceglie di non vaccinarsi.
E la gente ne ha ben donde, di non vaccinarsi. Il grosso della popolazione l’ha fatta ma i dati ci dicono che i vaccinati sono infettanti e infettati. Io mi sono vaccinata, fin dall’inizio, ci hanno preso per il culo come si suol dire. Neanche abbiamo preso la prima dosi di AstraZeneca, che ci hanno detto che bisognava fermarsi, perché era pericoloso. Non sapevamo che pesci pigliare. Poi queste varianti che si sviluppano, se ne fregano del vaccino. Che efficacia ha Pfizer Biontec? 37 per cento? Volevo ben dire! Adesso ho detto la mia, non me ne vogliate per questo ma non ne posso più di queste, passatemi il termine, supercazzole, tipo: bisogna accelerare le vaccinazioni, acché potremmo dichiararci al sicuro dal virus. Questo è quanto. Vi auguro una buona giornata, sperando che stiate tutti bene.
Adesso non la passerò liscia, vero?😢 Giocoforza arriverà qualche bacchettata. Me ne farò una ragione. 🙃

Monica: il guaio, tra virgolette, della libertà di pensiero è che chicchessia può esprimere la sua opinione senza paura, finché non nuoce ad altri.
Questo vale anche per coloro che gridano alla dittatura dei vaccini.
Se ci fosse una alternativa migliore, scientificamente migliore intendo, per non mandare in tilt gli ospedali, e correre ai ripari mi affiderei a quella. Per ora pare non ci sia. Una cosa è sicura: la democrazia resta la scelta migliore, checché ne dicano i negazionisti di Auschwitz. Non me ne vogliano I terrapiattisti se non li ho menzionati.

Bogusia: Sui negazionisti di Auschwitz non c’è paragone che tenga. Quanto a me non sono mai stata e non sono sono neanche oggi no-vax, negazionista o che dir si voglia . Però, qualcosa non mi torna con questi vaccini.

Harjit: nel mio paese, l’India, mancano posti letto e anche l’ossigeno. Avercene di questi problemi di cui state disquisendo.

 

588 Il suffisso -ata (verbi)

Il suffisso -ata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: il suffisso – ata è molto interessante perché, come si è visto anche nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, spesso origina parole curiose e insostituibili nel linguaggio colloquiale.

Nell’episodio scorso lo abbiamo visto in abbinamento con verbo dare, e tra l’altro abbiamo visto anche che il suffisso – ata può anche non esserci se il verbo non è della prima coniugazione (are), come “dare una scorsa” ad esempio, o “dare una letta“, dove il verbo in questione è scorrere e leggere rispettivamente, entrambi della seconda coniugazione (ere). Il senso della velocità, dell’azione rapida però resta.

Se analizziamo solamente il suffisso –ata invece, più in generale, possiamo vedere che si può utilizzare anche in altri modi, non solo col verbo dare che funge da supporto.

Inoltre il suffisso -ata si può agganciare a verbi, sostantivi e anche ad aggettivi.

Oggi vediamo come si trasformano i verbi. Nei prossimi due episodi vedremo i sostantivi e poi gli aggettivi.

Con i verbi, nel senso di atto rapido, improvviso o non programmato, si usa a volte anche il verbo fare come supporto, non solo dare, oggetto dello scorso episodio:

Dare un’accelerata (da accelerare)

Fare un’inchiodata (da inchiodare = frenare bruscamente)

Fare un’improvvisata (da improvvisare)

Dare una rinfrescata alla stanza (da rinfrescare, cioè rendere fresco)

Andiamo avanti.

Si può trattare anche di un evento collettivo, e meno spesso anche individuale tipo la tombolata, che si fa giocando a tombola, un gioco che non si può fare da soli.

Il verbo tombolare non esiste, ma esiste “giocare a tombola”.

Allora in questo senso posso anche semplicemente farmi una giocata, intesa come singola scommessa in un gioco. Una giocata è anche un gesto atletico, qualcosa che di solito ha un aggettivo che precede:

Il giocatore ha fatto una bella giocata

Questa giocata non è piaciuta al mister

Potremmo farci una briscolata se giochiamo al gioco della briscola. Col gioco della “scopa” però (è un altro gioco che si fa con le carte napoletane) meglio non usarlo perché come abbiamo accennato nello scorso episodio, fare/farsi una scopata indica l’atto sessuale. Veramente ho dato per scontato che questa fosse cosa nota anche per i non madrelingua visto che le parolacce sono la prima cosa che si impara di una lingua. Ma meglio chiarirlo.

Abbiamo visto infatti che fare/farsi una scopata è diverso da dare/darsi una scopata, per via del doppio senso del verbo scopare.

Anche fare una pisciata è abbastanza volgare, e si riferisce al verbo “pisciare” che significa fare la pipì.

Similmente a fare/si una mangiata o una bevuta trasmette un senso di piacere. Questa del piacere è una caratteristica interessante del suffisso – ata. In effetti piacere e compagnia spesso vanno a braccetto. Possiamo semplicemente anche fare un’uscita serale con gli amici.

In compagnia potremmo fare anche una innocente chattata, cioè potremmo chattare, vale a dire chiacchierare, scambiare due chiacchiere in una chat qualsiasi. Una chiacchierata si fa dal vivo, mentre una chattata si fa col cellulare o col PC. Entrambe sono attività piacevoli in compagnia.

Se preferite potremmo fare una scazzottata, cioè fare a cazzotti, vale a dire picchiarsi, prendersi a pugni. A qualcuno piace anche quest’attività.

Si può anche fare una semplice litigata che non implica necessariamente il picchiarsi. Questo non trasmette piacere, ciò non toglie che una bella litigata può essere anche vista come una cosa utile.

C’è chi preferisce fare abbuffate, cioè abbuffarsi, vale a dire mangiare tanto. Ma per questo si può anche essere soli. Piacevole li per lì, poi si pagano le conseguenze… Se lo facciamo in compagnia pesa meno ed è più divertente, e poi mal comune, mezzo gaudio riguardo alle conseguenze.

I tipi più tranquilli sicuramente preferiscono fare delle belle camminate, e anche queste possiamo farle da soli. In questo caso, come anche in altri, si indica un gesto prolungato oltre che piacevole.

Quindi il gesto può essere veloce come la frenata e l’accelerata o un’inchiodata (una grossa frenata) oppure al contrario prolungato, come la camminata e l’abbuffata. Possiamo anche farci una bella suonata se ne abbiamo voglia. Spesso come visto c’è anche piacere.

È il caso anche di fare/farsi una suonata, che significa prendere uno strumento e suonare. Possiamo farlo da soli o anche insieme ad altri, usando più strumenti.

Prendere una suonata” però ha un altro significato, simile a una sonora sconfitta. Il verbo che si usa di supporto è sempre importante.

Dipende spesso anche dal verbo a cui si aggiunge il suffisso se si tratta di un gesto veloce, prolungato, di piacere o se si tratta solo di un modo informale di usare quel verbo.

Potrebbe essere il caso ad esempio della rimpatriata. Qui c’è piacere ma il verbo è importante: rimpatriare.

Rimpatriare sta per tornare in patria, ma il termine rimpatriata ha un senso più goliardico e ludico, in quanto si usa quando si tratta di rincontrare gli amici d’infanzia, quelli con cui si è cresciuti, che non vediamo da tanto tempo, perché magari ci siamo persi di vista l’un l’altro.

Di tanto in tanto non fa male rivedersi tutti insieme a cena o passare un fine settimana da qualche parte. Questa è una rimpatriata.

Ci sono anche altri verbi che non ho menzionato a cui si può aggiungere il suffisso -ata per conferire un senso particolare ed unico al nuovo termine.

Si pensi ad accorpata o accoppiata e tanti altri termini di questo tipo di cui parleremo un’altra volta.

Domani vediamo cosa succede aggiungendo il suffisso – ata ai sostantivi.

Per il momento meglio darsi una calmata con tutti questi verbi!

Nel frattempo ripassiamo, tengo a dire che il ripasso che state per ascoltare è stato composto da Doris, membro austriaco dell’associazione Italiano Semplicemente. La voci, oltre a quella di Doris, sono altresí di altri membri della nostra associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Può darsi che io sia latitante ma zitta zitta vi seguo quasi ogni giorno

Ulrike: L’abnegazione costante di Gianni ed il recente salto di qualità degli episodi, come si suol dire mi hanno fatto da sprone oggi per scrivere qualche riga.
Mi sembra esiga un po’ di destrezza comporre un testo
che da un lato abbia senso e dall’altro contenga parecchie espressioni, sebbene aiuti che la lista dei termini dei due minuti si allunghi di continuo. Dunque è sempre più fattibile, dacché ci sono un bel po’ di concetti.

Mary: Comunque per tirar fuori delle frasi azzecate su due piedi spesso è richiesta una vera mandrakata.

Hartmut: È facile perdersi nel mare magnum di espressioni,
locuzioni, o modi di dire che dir si voglia, sconosciute se uno non segue gli episodi in modo regolare.

Irina: Strada facendo però si ha modo anche di sorridere di tanto in tanto, anche in virtù dello spirito allegro di Giovanni che ha trasferito sulla piattaforma di Italiano Semplicemente.
Troppi episodi pubblicati? Ma va là! È risaputo che volere è potere.

Mary: Gli episodi sono anche spesso legati da un filo logico, e studiare a casaccio come ho fatto io non è proprio cosa, non approda a nulla, prolunga lo studio inutilmente e ti lascia spesso con un senso di inadeguatezza che a lungo termine incide negativamente sul successo dello studio.

Mariana: In base al fatto che il tempo è sempre risicato e l’energia non basta mai ogni due per tre manco un episodio, salvo poi recuperarlo andando a rotta di collo non appena trovo uno spazio.

Irina: Qualche termine tuttavia va al di là della mia comprensione immediata (cioè esula dalla mia
comprensione, per chi cerca sinonimi come me) e allegramente, li per li, li lascio da parte. Mi faccio un appunto, sempre che non sia
oltremodo stravagante, come ad esempio la parola pasdaran, che mi fa scervellare.
troppo e ascoltare ancora lascia il tempo che trova.

Mariana: Allora vorrà dire che li riprenderò a tempo debito,a prescindere dalla pressione che tutte queste parole mi
causano spesso.
Ad ogni buon conto, un tentativo anticipato (anzitempo) sarebbe inutile e l’avrei perciò fatto
invano.

Mary: Infatti il dispendio di tempo non sarebbe giustificabile; su questo non ci piove. Sono gli apporti degli altri piuttosto che mi avvicinano alla comprensione dei termini più macchinosi.

Komi: Così, via via imparo come vengono usati di solito: in primis
nelle frasi inventate dai membri, poi mi metto a fare pratica con prudenza e man mano mi sento a mio agio usandoli con disinvoltura, avendoli ben digeriti ed internalizzati prima.

Marcelo: Vedete, la tenacia è appagante, cioè chi la dura, la vince; Sarebbe impossibile
altrimenti ricordare questo ingente numero di episodi.

Mariana: A mio giudizio seguire la prima regola d’oro (repetita iuvant) non può essere mai un buco nell’acqua.
Per scrupolo aggiungo inoltre volentieri che incominciare non è mai troppo tardi e l’età non gioca un ruolo fondamentale.

Mary: Al contrario, spesso l’esperienza e la conoscenza delle altre lingue giova nettamente. Altro che storie!

Mariana: Indubbiamente ci sono espressioni a iosa da memorizzare, alcune si ricordano meglio delle altre. Non fa niente però se capita che alcune passano in cavalleria.

Mariana: accade a ciascuno di noi, a patto che vengano rispolverate di volta in volta. Ma pur di imprimirsele questo va fatto, sebbene a volte risulti noioso. Così l’apprendimento è
sostenibile e si riesce a reprimere lo stress.

Irina: Ricordatevi bene pure che non ci sono santi, dovete impiegare un po’ di tempo e bisogna rompere gli indugi se si è bloccati.
Lo studio di una lingua straniera presuppone disciplina e magari
anche un tocco di ambizione.
Occorre seguire un metodo raccomandato, ben provato e le testimonianze di Italiano
Semplicemente parlano chiaro in merito.

Mariana: A furia di scrivere tutte queste lusinghe mi sono venute le vertigini. 🙂

587 Dare un/una

Dare un/una (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Nell’ultimo episodio abbiamo visto la frase “dare una sgrossata“, espressione che in pratica sostituisce il verbo sgrossare.

Il suffisso in -ata in generale è molto interessante nell’italiano contemporaneo: si può applicare a dei verbi, degli aggettivi, dei sostantivi, e  ciò che ne esce fuori sono delle parole che vale la pena si vedere.

Se uniamo i verbo “dare” si tratta spessissimo di un atto rapido, veloce, o improvviso. Altre volte può esprimere un gesto fatto di fretta e in modo approssimativo.

Vediamo meglio:

Questa operazione, consistente nell’utilizzare il verbo dare possiamo farla quindi in molti casi:

Vai più veloce, dai una accelerata! – Che equivale a “accelera”  

Vado a darmi una lavata – Vado a lavarmi

Credo che adesso sia il caso di darmi una mossa – Credo che adesso sia il caso di sbrigarmi/muovermi

Datti una regolata – Ti devi regolare

Analogamente: “ti devi svegliare” può diventare “datti una svegliata*.

Si tratta sempre di linguaggio informale.

Notate che si usa anche con i verbi riflessivi come si è visto con regolarsi, svegliarsi, lavarsi.

Analogamente

Datti una pettinata – Pettinati

Vado a  dare una sbirciatina – vado a sbirciare

C’è da dire che spessissimo siamo di fronte a delle locuzioni che assumono un significato diverso dal semplice utilizzo del verbo.

E’ il caso di “dare un’occhiata“, e anche di “dare una sbirciatina” che esprimono anche il concetto di un’azione veloce, fugace, rapida oppure improvvisa. Solitamente è sempre così.

Altre volte usare il verbo dare esprime, oltre alla velocità, un rimprovero:

Datti una pettinata ogni tanto!

Anche “darsi una regolata” esprime un po’ di fastidio:

Ti devi dare una regolata” non è esattamente come “devi regolarti”. Oltre ad essere più informale, c’è un contenuto emotivo più intenso: malumore, poca sopportazione, fastidio in chi pronuncia questa frase. Se ricordate questa espressione l’abbiamo già spiegata nell’episodio n. 365

Nel caso di “dare un’occhiata” c’è più leggerezza oltre alla velocità, nel senso che un’occhiata è poco impegnativa. Oltre al fatto che “occhiare” non significa semplicemente vedere o guardare, quindi questa è una locuzione dal significato proprio.

 “Dare una controllata” o “dare una controllatina”  è un’altra locuzione informale abbastanza diffusa.  Sta per “controllare”, ovviamente, ma è in genere un controllo veloce, specie se utilizzo “controllatina”. Molto simile all’occhiatina.

Mi dai una controllatina all’olio della macchina per favore? Ho paura sia da cambiare!   

Voi chiederete: ma tutti i verbi finiscono con – ata? 

No, rispondo io, questo dipende dal verbo. Solo e finisce con are (prima coniugazione. Per la seconda coniugazione cambia la parte finale, ma non il senso quando c’è il verbo dare. Lo abbiamo visto con “dare una scorsa”, ricordate? Lo stesso vale per il verbo leggere: “dare una letta”. 

Lo stesso per “darsi una mossa/smossa“, (verbo muovere o smuovere) che non è esattamente come muoversi, ma significa sbrigarsi, spicciarsi:

Su ragazzi, diamoci una mossa/smossa, è ora di uscire!

Suffisso a parte, I verbi in cui si può usare dare in abbinamento sono molti, e ogni volta siamo nel linguaggio informale.

Dai un’abbassata alla voce! (cioè “abbassa la voce”)

Dai un’alzata al sedile ché è troppo basso! (cioè “alza il sedile”)

Bisogna dare una rispolverata gli episodi passati! (cioè “bisogna rispolverare gli episodi passati”)

Dai una sistemata alla stanza, ché arrivano ospiti oggi! (esprime quindi anche gesti frettolosi, fatti di fretta e in modo approssimativo)

Bisogna dare una ripassata in padella alle verdure così diventano più croccanti (ripassare in padella delle verdure, o qualcos’altro, significa far rosolare brevemente un cibo in olio o burro)

Bisogna dare una scorsa agli episodi per vedere se tutti sono numerati, per favore.

Anche “dare una scorsa” (il verbo qui è scorrere, come si è visto) rientra in questa tipologia  di modi di utilizzo del verbo “dare” e infatti abbiamo visto, nell’episodio dedicato, che anche in questo caso si esprime velocità.

Solitamente infatti si vuole trasmettere il senso dell’azione veloce.

Attenti che ci sono devi verbi in cui si usa il verbo fare, ma la velocità non c’entra nulla, sebbene si tratti sempre di linguaggio informale.

Farsi una bevuta, farsi una mangiata, farsi una bella risata, farsi una fumata e anche farsi una scopata. In genere si aggiunge un aggettivo per dare maggiore colore ed espressività:

Mi sono fatto una gustosa bevuta!

Mi sono fatto delle grosse risate!

Cerchiamo di farci una bella mangiata stasera!

Il verbo è importante però. Si corre il rischio di fare delle brutte figure se lo si sbaglia.

Capite bene che “darsi una scopata” ha tutto un altro significato!

Questo accade quando possiamo usare entrambi i verbi dare e fare, ma che, malauguratamente, le due espressioni hanno diverso significato, come in questo caso.

Notate anche che à volte un/uno/una indica un numero, come:

Dare una spinta“.

È pur vero però che viene dal verbo spingere. 

Lo stesso vale per dare una bastonata.

Quindi si possono anche dare due o tre spinte o bastonate. Il verbo bastonare esiste ma “dare una bastonata” sta solitamente per “colpire una volta col bastone”. 

Lo stesso vale per dare una pugnalata, una coltellata, una mazzata, una coltellata, una manata e via dicendo. Si usa sempre uno “strumento” e si dà un colpo usando questo strumento. Niente a che fare con la velocità e la fretta. Tra l’altro qui stiamo usando il suffisso dopo dei sostantivi e non dopo dei verbi. 

Nei casi visti in precedenza invece, un, uno e una non sono propriamente dei numeri, come “dare una guardata” o “darsi una mossa“, “darsi una regolata“, “darsi una lavata” eccetera. 

Altre volte il senso è duplice: una sola azione e anche molto veloce

Dare una sterzata.

Una sterzata è un’improvviso cambiamento di direzione.

Ad esempio posso dare una sterzata al volante.

Voglio comunque esprimere qualcosa di veloce, sempre in modo informale, sebbene si tratti di una sola azione in questo caso.

Altre volte può sembrare un’azione singola e invece non è detto che lo sia:

Il cane mi ha dato un’annusata per capire se mi conosceva!

Annusare sapete che significa odorare aspirando forte l’aria col naso.

Apparentemente potrebbe sembrare che il cane mi abbia annusato una sola volta, in realtà anche in questo caso “dare un’annusata” esprime ugualmente un’azione veloce, ma non necessariamente si deve trattare di una singola aspirazione col naso!  

Vabbè ragazzi, allora adesso diamo una ripassata agli episodi scorsi?

La prossima volta approfondiamo meglio il suffisso “ata” perché usando il verbo dare abbiamo ristretto l’ambito di utilizzo. Vediamo allora nel prossimo episodio come usare in senso più generale il suffisso “ata“.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Ulrike: Siamo alle solite Gianni chiede un ripasso. Mettiamo che io te ne spedisca uno, Gianni, e di punto in bianco vengono a galla delle imperfezioni, magari qualche piccolo errore, o forse non è del tutto comprensibile, cosa facciamo? Io direi in questo caso tu mi dovrai una bella sgrossata. Non sei d’accordo? Vabbé, o così o pomì

Giovanni: certo Ulrike, vai tranquilla ché te lo sgrosso io. A dire il vero stavolta non ce n’è neanche bisogno. D’altronde non ho mai fatto scempio dei vostri ripassi. Quando verranno a galla problemi grossi però sarà giocoforza fare grossi cambiamenti! 

Emma: a proposito. La mia città dovete sapere, adesso è piena di rotatorie: un vero scempio al paesaggio. Considerato il crescendo di proteste a cui stiamo assistendo, speriamo che la smettano di fare rotatorie. 

Rafaela: scempio? La parola scempio mi giunge nuova. Una volta spiegata però saprò risponderti.

Irina: uno scempio è qualcosa di obbrobrioso, ma anche una grave deturpazione, che rovina, quasi una violenza, motivo di una sdegnata disapprovazione, come nel tuo caso. Si usa spesso quando si rovina il paesaggio in modo indegno e riprovevole, magari per motivi pratici ma a discapito della bellezza e della natura.

Mary: a proposito di scempi. Io ne ho visti parecchi in vita mia. Più volte ho visto discariche a cielo aperto al centro della mia città, il fiume che era diventato verde per via dell’inquinamento, per non parlare di alcune opere urbanistiche tipo alti palazzoni orribili, esteticamente molto discutibili.

Mariana: che vuoi, non siamo mica tutti uguali. Il che però non vuol dire che dobbiamo darci per vinti.

 

586 Sgrossare, sgrossata

Sgrossare, sgrossata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ieri abbiamo visto come usare “il grosso“, quando grosso è sostantivo, quindi non aggettivo.

Oggi vediamo sgrossare, che è ovviamente un verbo, che può delle volte significare “togliere il grosso“, come vedremo fra un po’. Era perciò necessario spiegare prima il concetto di “grosso” inteso come la maggioranza, la maggior parte, come abbiamo visto.

Sgrossare però nella maggioranza dei casi ha il più semplice significato di togliere qualcosa. Ma cosa?

Beh, dipende da cosa viene sgrossato.

Infatti il verbo è transitivo. Dobbiamo specificare cosa sgrossiamo.

Ciò che si toglie in genere non serve, giusto? Si tolgono le parti inutili, che non servono.

Allora possiamo sgrossare un pezzo di legno o di marmo, ed è simile a ripulire, togliere le sporgenze, renderlo più liscio questo pezzo di legno o di marmo.

Però in senso figurato possiamo anche sgrossare un discorso, un articolo, un documento, per renderlo più leggibile, per eliminare ciò che non serve.

A volte si usa anche in sostituzione a “abbozzare“, quando si tratta cioè di delineare in una forma provvisoria e preliminare uno scritto, un’opera, tipo: “sgrossare un articolo” quindi saremmo all’inizio della preparazione e non in fase di rifinitura, di ultimazione e di limatura dei dettagli. Ma quasi sempre l’operazione di sgrossare si fa alla fine, quando appunto si toglie il superfluo, ciò che è inutile, ciò che non serve.

Attenzione quindi perché non stiamo dicendo che dobbiamo togliere la maggior parte del marmo o delle parole di un documento. Dobbiamo solo togliere ciò che non serve, ciò che eccede rispetto all’utilizzo ottimale di ciò che vogliamo sgrossare.

Abbiamo detto che in genere quando dobbiamo dare una sgrossata a qualcosa, il più del lavoro è fatto. La sgrossata è un perfezionamento, una fase finale, una “limatura“. Si usa anche questo termine, che viene dall’uso della lima, che serve appunto a limare. La lima infatti è un utensile che serve a lavorare il metallo o altri materiali duri, come le unghie anche. Nel gergo letterario poi la “lima” diventa anche l’attività volta a correggere e perfezionare un’opera letteraria, che verrebbe più naturale chiamare, come ho fatto anch’io, “limatura“.

Nel linguaggio colloquiale sgrossare si dice, come si è appena visto, anche “dare una sgrossata“, una locuzione che si può usare in realtà per molti altri verbi. Lo stesso vale per “dare una limata”, con lo stesso identico risultato.

Questo episodio è quasi perfetto. Ha solo bisogno di una sgrossata.

Anche il verbo ripulire, può sostituire facilmente sgrossare, come limare posso dire:

Dai una ripulita al documento e spediscimelo per email.

Affronteremo quest’uso del verbo dare in un episodio apposito comunque.

Torniamo a sgrossare.

Si può usare anche con le persone, sempre in modo figurato.

Giovanni è bravo, ma ha bisogno di una sgrossata.

Significa che si deve un po’ sgrossare, cioè deve diventare meno rozzo e grossolano, deve ingentilirsi. Ad esempio deve vestirsi in modo più elegante, deve imparare a parlare bene, a non usare il dialetto eccetera.

Si usa anche nelle abilità, nel senso di perfezionarsi, diventare più bravo, quindi sgrossarsi diventa simile a impratichirsi, perfezionarsi in un’arte o in una disciplina.

Il senso se ci pensate è sempre lo stesso: togliere ciò che non serve ma in questo caso anche aggiungere ciò che serve.

La tua tecnica canora va solo un po’ sgrossata.

Devi sgrossarti leggermente e diventerai molto bravo a suonare il pianoforte.

Alcune volte, dicevo, può usarsi anche nel senso di togliere il grosso, senza che questo sia giudicato inutile.

Hai ancora molto da lavorare?

Si, abbastanza, ma ciò che conta non è finirlo entro oggi. Posso anche solo dare una bella sgrossata al lavoro, così domani lo finisco.

In questi casi voglio rendere qualcosa meno grosso, meno grande. Certamente però sgrossare e sgrossata si usano maggiormente per indicare l’inutilità delle cose che vanno eliminate, la parte meno utile di qualcosa.

Se il vostro capo dice che bisogna dare una sgrossata al personale, iniziate a preoccuparvi…

Sperando che questo non accada, vi auguro un buon ripasso. Ascoltiamo la voce di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno utilizzato sapientemente le espressioni imparate per compiere delle frasi:

Ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: vi dispiace se oggi disquisiamo un po’ sui difetti insopportabili di una persona? Sempre che ne abbiate voglia!

Bogusia: Benissimo, amo disquisire di pregi e difetti. Vi prego solo di non fare riferimenti a chicchessia. Per il resto qualunque difetto è benaccetto.

Harjit e Sofie: Secondo me l’invidia è il difetto peggiore. Ma anche l’ignoranza, In effetti mi sfugge il senso del verbo disquisire. Una spiegazione sarebbe d’uopo.

Rauno: disquisire è discutere con piacere e a lungo di qualcosa. Io comunque non ho mai sopportato il rancore o il risentimento che dir si voglia.

Irina: Io di me stessa non sopporto l’apatia. Avete presente quando una persona non mostra interesse o motivazione verso nulla? Questo è odioso perché non riesco a fare nulla, non ci sono santi, neanche fossi paralizzata.

Sofie: io sono insofferente verso coloro che pensano solamente ai propri interessi e il proprio bene, gli egoisti per l’appunto. Se mi imbatto in una tale persona non resta che darmi alla fuga.

585 Il grosso

Il grosso (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ciao a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com e benvenuti nell’episodio n. 585 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. 585 episodi sono tanti, è vero, soprattutto per chi inizia oggi. Per chi invece ha già ascoltato e letto il grosso degli episodi, è tutto più facile.

Oggi ci occupiamo proprio del termine “grosso” quando questo non un aggettivo ma un sostantivo.

Prima parlavo del grosso degli episodi, cioè della maggioranza degli episodi, della maggior parte degli episodi.

Si tratta della parte quantitativamente più rilevante, più grossa di qualche cosa.

Solitamente si usa “la maggior parte” o “la maggioranza” ma potete usare tranquillamente anche “il grosso“, sempre al maschile singolare.

Oltre alla maggioranza, se vogliamo sottolineare il concetto di superiorità numerica, esiste anche l’espressione “la stragrande maggioranza”.

Tipo:

La stragrande maggioranza degli italiani è contrario alla pena di morte.

Ma “stragrande” non si usa solamente per indicare una maggioranza in un gruppo. Infatti significa anche semplicemente molto grande, straordinariamente grande, similmente a strafelice, straricco ecc.

Al concerto c’era una stragrande quantità di persone

Il grosso quindi implica l’esistenza di un gruppo o di qualcosa ben identificabile che si può dividere come il tempo, il lavoro eccetera.

È leggermente meno usato, anche perché un pochino più informale, ma lo usano tutti, anche i giornalisti e gli insegnanti.

A che punto sei del lavoro?

Ho iniziato da poco, il grosso del lavoro è ancora da fare;

Anche parlando di numeri quindi, per indicare la parte più numerosa di un insieme più grande:

il grosso della popolazione italiana si è vaccinata

Il grosso della classe è preparata

Per le persone è abbastanza frequente, e in effetti si presta bene ad essere usato per indicare la parte di un gruppo di persone, quindi per indicare la maggioranza del gruppo: in particolare si usa molto nello sport e nel linguaggio militare:

La squadra comprende il grosso dei calciatori dello scorso anno

Il grosso degli atleti di tutte le discipline non partecipa alle olimpiadi.

Il grosso del pubblico ha già lasciato lo stadio

Il ciclista ha staccato il grosso del gruppo che lo inseguiva

Sapete che esiste anche il verbo sgrossare? Ce ne occupiamo domani.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: quali sono i valori morali più importanti per voi? Voglio sapere solo i primi tre. Per me sono coerenza, lealtà e rispetto. Spero di non suscitare proteste per questo.

Harjit: il tuo appello non è stato fatto invano. Da parte mia direi che il più importante è la spiritualità. Segue la libertà e la gratitudine. Ciò non toglie che ci siano anche altre cose molto importanti per me.

M3: io metto la salute al primo posto. Se questo non è un valore, allora dico la virtù per eccellenza. cioè la forza di volontà. Poi la modestia e l’autostima.

Emma: interessante. questo la dice lunga su di te. Riguardo me, a dispetto delle apparenze, metto al primo posto la passione. Non si direbbe vero?

Ulrike: Lasciatemi sfoderare l’empatia e la pazienza. Come li vedete voi questi due pregi morali?

Mary e Hartnut: Vai a capire perché finora nessuno ha menzionato la gentilezza. Secondo me è una forma di eleganza. La gentilezza si indossa come un vestito di alta moda. E c’è ancora chi la confonde con la debolezza, il che mi stupisce ogni volta.

584 Che dir si voglia, arrogare e rivendicare

Che dir si voglia, arrogare e rivendicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi voglio provare a prendere due piccioni con una fava, cioè à fare un breve episodio con un duplice obiettivo. Vediamo se ci riesco.

L’episodio è intitolato “Che dir si voglia” che è un’espressione che si utilizza quando parliamo di qualcosa che possiamo indicare in diversi modi, usando nomi diversi ma equivalenti in quello specifico contesto.

Questo è il primo argomento di discussione di oggi.

Il secondo è la differenza c’è tra il verbo arrogare e rivendicare.

Allora vi dico che questi sono due verbi simili, ma c’è una differenza sostanziale.

Arrogare ricorda molto l’aggettivo “arrogante”. Non è un caso perché il verbo si usa quasi esclusivamente nel senso di pretendere, attribuire a sé stessi quel che in realtà non è dovuto.

Si parla quindi di sé stessi, di attribuire a sé stessi, o di dare a sé stessi qualcosa di positivo: un merito, un diritto, un privilegio, quando però non è dovuto, quando non è il caso, quando non è giusto, o quando non è opportuno o che dir si voglia.

La persona che si arroga qualcosa è pertanto, nell’uso comune, una persona che non ha titolo per farlo, compie una forzatura. Possiamo considerarlo, passatemi il termine, un arrogante, o insolente o supponente” o che dir si voglia, sebbene questo non sia l’aggettivo più adatto.

Forse si potrebbe chiamare una persona pretenziosa, esagerata, sfacciata o che dir si voglia.

Invece rivendicare è un verbo che innanzitutto ha un senso giuridico. Infatti si può rivendicare una proprietà, cioè cercare di recuperare il possesso di una proprietà, come un appartamento, che è illegalmente detenuto da altri. Ma l’appartamento è mio, allora io lo rivendico!

Rivendicare è quindi, giuridicamente, un atto con cui si vuole accertare una verità, un diritto che non viene riconosciuto.

Nell’uso quotidiano però rivendicare si usa similmente a reclamare e contestare quando c’è di mezzo un merito qualunque o anche un diritto qualunque, senza necessariamente chiamare in causa la legge o un giudice.

Se siamo convinti di avere un merito ma gli altri non ce lo riconoscono, possiamo rivendicare questo merito, come a dire:

È merito mio se abbiamo vinto!

Sono stato io che ho fatto vincere la squadra!

Lo stesso per un diritto:

Perché non mi fate parlare? Rivendico il mio diritto di parlare!

Quando una persona quindi protesta per un diritto o un merito non riconosciuto, sta rivendicando il suo diritto o il merito in questione.

Rivendico il successo ottenuto come una mia esclusiva vittoria!

Altre persone però, amici o colleghi che dir si voglia, potrebbero non essere d’accordo:

Vuoi arrogarti il merito della vittoria? Tutti hanno partecipato alla vittoria, non solo tu!

Ecco, direi quindi che la differenza tra rivendicare e arrogare, al di là dell’uso giuridico pertanto dipende dall’opinione personale o dal punto di vista, che dir si voglia.

Avete anche capito, o compreso che dir si voglia, che l’espressione “che dir si voglia” si può usare in molti contesti, ciò che conta è che state usando dei termini o verbi o frasi o aggettivi o che dir si voglia che sono indifferenti nell’interpretare il senso della frase. Possiamo usare uno dei termini a scelta, senza problemi.

Allora adesso vorrei che uno dei membri, una delle persone appartenenti all’associazione o che dir si voglia, utilizzasse qualche espressione già trattata come forma di ripasso. Nessuno si può arrogare il diritto di parlare per primo però, ok? Anzi facciamo una cosa. Facciamo che a parlare sia solo Bogusia.

Bogusia: Buongiorno, scusate ma mi voglio arrogare il diritto di dire la mia sull’argomento di cui sopra.
Voi direte, e lo riconosco, che non mi compete, ma è stata mia l’idea di sollevare la differenza tra arrogare e rivendicare. Quindi la rivendico. Non me ne vogliate per questo tono, non voglio apostrofare nessuno. Da parte sua, Giovanni, manco ho fatto in tempo a proporre questa spiegazione che gli ha dedicato un episodio.
Questo è quanto, o tutto, che dir si voglia.

583 Vorrà dire che

Vorrà dire che (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: se un giorno dovessi dirvi: “oggi niente episodi”

Una vostra risposta potrebbe essere:

Vorrà dire che ripasserò qualche episodio passato.

Ho appena usato una locuzione diffusissima in tutt’Italia:

Vorrà dire che..

Si può usare ogniqualvolta si apprende una notizia, ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa di inaspettato e si vuole esprimere una conseguenza di ripiego, un rimedio, una soluzione alternativa.

Accidenti è finito il sale!

Vorrà dire che mangeremo la pasta sciapa!

Sciapa vuol dire insipida, senza sale appunto.

È come un modo per adeguarsi ad un cambiamento, perché è successo qualcosa di inaspettato, che ci sorprende (non una bella notizia generalmente) ma subito possiamo esprimere una soluzione che tende a rassicurare e a non drammatizzare. Altre volte si usa in modo ironico.

Albert ha scoperto che non basta studiare la grammatica per imparare a parlare l’italiano.

Beh, vorrà dire che adesso anche lui ascolterà e parlerà un po’ di più in futuro.

L’Italia ha vinto inaspettatamente l’oro olimpico nei 100 metri. Vorrà dire che per una volta gli altri dovranno accontentarsi del secondo e terzo posto.

Attenzione perché “vorrà dire che” si usa anche per esprimere una conseguenza logica, intuitiva.

Io non voglio vedere mentre gli italiani battono i calci di rigore. Se poi tutti voi esulterete vorrà dire che abbiamo vinto.

In questo caso voglio dire che la vostra esultanza sarà la dimostrazione pratica della nostra vittoria.

Nell’episodio di oggi voglio invece sdrammatizzare o ironizzare:

Ti hanno licenziato? E allora? Cos’è quella faccia da funerale? Vorrà dire che adesso troverai un lavoro ancora migliore!

Vorrà dire che“, in questi casi, non equivale a “vuol dire che”, sebbene a volte, ma più raramente, si usa anche il presente al posto del futuro con lo stesso senso.

Infatti “vuol dire che” generalmente sta per “significa che”, che si usa generalmente quando si spiega qualcosa (spesso, giocoforza, lo uso anche io nei vari episodi).

Altre volte la forma al presente, come quella al futuro, è legata alle conseguenze, ma non in senso ironico o rassicurante.

Ad esempio:

Se dovessi essere licenziato, questo vuol/vorrà dire che non potrò più comprarmi una macchina nuova, almeno per il momento.

Questa è solo una conseguenza logica, niente di ironico o legato a soluzioni alternative accettabili.

Se invece dico:

A quell’antipatico di Giovanni si è fusa la Ferrari nuova ! Ben gli sta! Vorrà dire che per un po’ dovrà accontentarsi della sua bicicletta.

Qui c’è ironia.

Figlio: Papà, mi hanno bocciato all’esame per la patente.

Padre: Va bene, vorrà dire che lo rifarai e che la tua ragazza dovrà aspettare un po’ prima di essere scorrazzata a destra e a manca!

Anche qui c’è ironia.

Sono andato oltre i due minuti? Vorrà dire che per l’ennesima volta dovrete portare pazienza!

Spesso, come in questo caso, “vorrà dire che” esprime il senso di essere costretti a accontentarsi, senza fare drammi o tragedie greche. Si può allora utilizzare, volendo, anche il termine “pazienza“:

Anche quest’anno niente vacanza all’estero per colpa del Covid! Pazienza. Vorrà dire che resteremo in Italia.

Adesso ripassiamo. Siete pronti per un ripasso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Oggi mi sento quanto mai piena di energia. Come mai che sbuchi con questa domanda? Eccome se siamo pronti. Ce la facciamo in men che non si dica, Non c’è scusa che tenga.

Komi: visto? Neanche hai chiesto ché subito hai trovato volontari pronti ad aiutarti. Manco ci fossimo messi d’accordo.

Hartmut: Neanche mi sveglio ché mi imbatto in questi messaggi. Neanche avessimo fissato un appuntamento.

Harjit e Mary: Io invece, non riesco. Vi saluto. Non lascio mai nulla di intentato per cimentarmi con le frasi nuove, però stavo proprio li li per uscire. scappo. Di nuovo.

Emma: perché mai te la vuoi filare? Io sto ancora a rispolverare episodi del 2020. Farò ancora ancora in tempo a ripassare 10 episodi al giorno se mi impegno Teniamo duro!

582 indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso

Indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso (scarica l’audio)

Video YouTube con sottotitoli

Indicazioni stradali lingua italiana

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo di indicazioni stradali. Ci occupiamo del linguaggio che si utilizza in automobile quando si danno indicazioni stradali.

Dove bisogna andare? Dritto, a destra o a sinistra?

In particolare mi interessano le espressioni e i verbi adatti per indicare una strada da prendere, cioè una strada in cui andare, in cui voltare o girare.

Vai a destra, vai a sinistra, vai dritto sono sicuramente le indicazioni più diffuse in questo senso.

Che faccio adesso? Vado a destra? Oppure vado dritto?

No, vai a sinistra che si taglia.

Anziché usare il verbo andare possiamo anche, come visto prima, usare prendere:

Prendi questa strada a destra

Prendi la prima a sinistra

Dopo l’incrocio, prendi a sinistra, poi al semaforo prendi a destra.

Prendi l’autostrada dopo l’incrocio

Prendere una strada significa quindi andare in una strada, girare per quella strada, voltare in una certa direzione.

Si può indicare anche una destinazione:

All’incrocio prendi per Roma

Dopo il semaforo prendi per Napoli

Prendi la prima a destra e poi prendi per Roma

Sapete che a volte si usa anche un altro verbo: imboccare.

Questo verbo normalmente si usa con i bambini, quando si fa mangiare un bambino.

Imboccare è introdurre il cibo nella bocca di chi non sia in grado di portarvelo da sé, come un bambino.

Bisogna imboccarlo perché non sa ancora mangiare da solo

Nelle indicazioni stradali, imboccare si usa come “prendere”.

Significa quindi avviarsi e procedere in una certa direzione, immettersi in una strada.

Così come si porta il cibo nella bocca di un bambino, si può guidare un’automobile in una certa direzione:

Imbocca questa strada, è più veloce!

Prendi a destra, poi imbocca l’autostrada.

Stai attento perché tra un po’ dovrai imboccare l’uscita dell’autostrada

A volte questo verbo si usa anche in senso figurato, quando la strada di cui si parla è un comportamento, quando sembra che una persona abbia preso una strada giusta o sbagliata, intesa come una scelta, un percorso di vita:

Il ragazzo ha imboccato la strada giusta. Ha finalmente capito che bisogna prima studiare e poi pensare al piacere.

Tornando alle strade, imboccare si usa quando si prende una strada, quando ci si avvia in una direzione, mentre quando si vuole indicare l’uscita si può usare anche sboccare:

Io imbocco l’uscita come mi hai detto, ma dove sbocca questa strada?

Questa strada sbocca in una piazza.

Come dire che questa strada porta, conduce in una piazza. Andando per questa strada, alla fine si arriva in una piazza.

Andando in questa direzione si sbocca a piazza Navona

La manifestazione prima ha preso questa via di fronte a te, per poi sboccare in piazza del Popolo.

Un verbo questo che si usa anche per i corsi d’acqua:

Questo fiume sbocca nel mare tra 10 km.

Questi tre ruscelli sboccano tutti nello stesso fiume.

Si può usare anche il verbo confluire, certamente più corretto, ma meno usato nel linguaggio stradale. Si può anche dire:

Dove porta questa strada?

Dove va a finire questo fiume?

Interessante poi è quando ci sono più possibilità, e allora l’indicazione potrebbe includere il motivo per cui occorre o conviene prendere una direzione anziché un’altra.

Ad esempio:

Prendi a destra ché tagli di un paio di chilometri.

Vai a sinistra ché avanti c’è traffico. Si allunga un po’ ma così accorciamo di qualche minuto.

Andando a destra si taglia. Se invece vai dritto allunghi di parecchio. Non ti conviene.

Secondo il navigatore meglio prendere a destra, sennò si allunga.

Girando a sinistra si accorcia.

Dopo la rotatoria volta a destra, così tagliamo qualche minuto.

Sicuro che così si accorcia? A me pare che si allunghi andando a destra.

Visto? Siamo arrivati prima per aver tagliato il traffico sulla strada principale. Questa scorciatoia non la conosce nessuno! Si abbrevia di molto.

Una scorciatoia è una strada che ci permette di accorciare la lunghezza di un percorso.

Prendendo una scorciatoia, si accorcia, cioè si taglia. Tagliare è più informale ma molto utilizzato. Potete usare accorciare o tagliare senza problemi, anche se per “tagliare” è vero infatti che normalmente si usa un coltello o le forbici.

Accorciare è più adatto sicuramente, perché significa rendere più corto, cioè ridurre la lunghezza di qualunque cosa, quindi anche una distanza.

Si può accorciare un percorso, ma ovviamente possiamo accorciare anche un vestito, un discorso, i capelli, e anche… un episodio !

Anche abbreviare ha lo stesso significato di accorciare e tagliare. Attenti però perché è lo stesso verbo che si usa nel senso di troncare una parola usando un’abbreviazione, tipo dott. al posto di dottore. Questa è appunto una abbreviazione che non si usa per i percorsi.

Una scorciatoia, è bene dirlo, è diversa da una deviazione.

Deviazione viene da deviare, cioè “uscire dalla via”, cioè modificare la propria direzione, uscire dalla via principale. Così facendo si fa o si prende una deviazione, che non è stata prevista ma permette ugualmente di raggiungere l’obiettivo finale.

Di solito la deviazione si prende quando c’è un incidente sulla strada principale, o più traffico del solito, o c’è un cambiamento di programma e ad esempio bisogna accompagnare una persona in un luogo che non si trova sul percorso precedente. Con la deviazione di solito si allunga rispetto alla scorciatoia, con la quale si abbrevia sempre il percorso.

Allora la finiamo qua? Non prima di un bel ripasso. Ascoltiamo:

Ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: avete visto le olimpiadi di Tokyo? Ieri l’Italia ha vinto ben due medaglie d’oro!!

Harjit: gli italiani in questo 2021 stanno facendo un figurone ! Anche i più addetti ai lavori sono abbastanza meravigliati.

Mariana: c’è anche chi rosica abbastanza per questi successi degli azzurri, soprattutto per la vittoria ai 100 metri di Jacobs che ha dato il benservito a chi si meraviglia del suo successo.

Anthony e Mary: un giornalista se ne è uscito con “un progresso difficile da spiegare”, alludendo al doping, probabilmente.

André: una svolta notevole quella di Jacobs. È diventato qualcuno all’improvviso e qualcun altro non l’ha digerito. Se ne dovranno fare una ragione!

La filosofia del Calcetto

La filosofia del Calcetto

Descrizione

Un racconto della durata di 15 minuti adatto ad un pubblico non madrelingua di livello intermedio.

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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501 Il senso

Il senso (audio)

Video YouTube con sottotitoli

Trascrizione

Oggi facciamo il gioco della parola misteriosa. Io vi darò 10 indizi, e voi dovrete indovinare la parola di cui sto parlando.
Ecco i 10 indizi. Poi vi darò ovviamente la soluzione e vi spiegherò un indizio alla volta. Questo è un gioco che facciamo spesso nel nostro gruppo whatsapp dell’associazione.
Ecco gli indizi:
1- può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
2 – questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
3 – al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
4 – Qualche discorso ne è privo
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
6 – Secondo un certo punto di vista.
7 . Può essere doppio.
8 – Una istintiva repulsione.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Dunque.
La parola misteriosa è “senso” e adesso vediamo perché.
1- Può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
Infatti esistono ad esempio i cinque sensi, la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto. Attraverso questi sensi abbiamo la capacità, o se vogliamo la facoltà, di vedere, ascoltare, gustare, odorare e toccare. Esiste anche il cosiddetto sesto senso, una particolare capacità di cui sono dotate soprattutto le donne. Il sesto senso è infatti la capacità d’intuizione. La capacità di dedurre, di capire, attraverso forme alternative alla logica, ma solo attraverso l’intuito, la percezione.
Esiste anche il senso dell’orientamento, e anche questa è una nostra capacità. Più in generale parliamo della capacità di sentire, avvertire, distinguere, intuire.
2 – Questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
Infatti quando una cosa ha senso significa che è sensata, cioè può essere dedotta attraverso un ragionamento logico, oppure ha semplicemente un significato. Quando una cosa non ha senso, invece, o non ha significato o c’è qualcosa che non ci convince. Il termine senso spesso serve a identificare uno dei possibili significati di un termine o di una frase, o a identificare bene la volontà di chi parla quando ci sono dei dubbi.
Se dico ad esempio che non mi piace l’italiano, qualcuno potrebbe chiedere un chiarimento:

In che senso non ti piace l’italiano?

È io: mi sono spiegato male. Non parlo della lingua italiana, ma dell’uomo italiano.
3 – Al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
Infatti “ai sensi” si usa quando si parla di una norma. Ad esempio, ai sensi della legge n. 50 è vietato fumare nei luoghi pubblici. Quindi ai sensi si potrebbe tradurre con “secondo quanto previsto” dalla norma in questione.
4 – Qualche discorso ne è privo
Infatti se un discorso è privo di senso vuol dire che non ha un senso logico, analogamente a quanto abbiano già detto.
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
Qui parliamo del senso di marcia, inteso come verso di marcia. Infatti ci sono delle strade che si percorrono solamente in un senso. Si tratta delle strade a senso unico. In questo caso dunque quando la circolazione è consentita in uno dei due sensi, non lo è nell’altro senso.
6 – Secondo un certo punto di vista.
Questo indizio si riferisce alla locuzione, molto comune “in un certo senso” che significa proprio secondo un certo punto di vista.
Ad esempio se io dico:

In un certo senso a me piace soffrire per amore.

Potrei riferirmi ad esempio alla sensazione di essere vivi, oppure al fatto che l’amore, qualora conquistato, sarà ancora più forte. C’è dunque un aspetto a cui mi riferisco in particolare, ma questo può essere considerato solo un mio punto di vista personale.
7 Può essere doppio
Mi riferisco al cosiddetto doppio senso, che solitamente si scrive in una sola parola: doppiosenso. cioè ad una frase che si presta a una duplice interpretazione. Le frasi a doppiosenso sono spesso volute, e questa ambiguità, questo possibile doppio significato, specie se voluto, ha solitamente un tratto malizioso, spesso anche volgare.
Se io dico ad esempio:

Alla mia amica piace molto il pesce

Qualcuno potrebbe pensare ad un riferimento sessuale voluto, e questa è, in ogni caso, una frase a doppiosenso.
8 – Una istintiva repulsione.
Quando qualcosa non ci piace. perché ci provoca una reazione fisica o morale, quando ci suscita un’istintiva repulsione, possiamo dire che ci fa senso. È, se vogliamo, simile a “fare schifo” o “fare ribrezzo”. “Mi fa senso” utilizza il verbo fare, ma nel senso di provocare, suscitare, e il termine senso rappresenta una reazione istintiva che ci allontana, che ci respinge da questa cosa.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
Questo indizio si collega al precedente, perché in generale il termine senso indica uno stato fisico, un modo di sentirsi, fisico ma anche psichico o sentimentale. Di solito è uno stato abbastanza indefinito ma comunque intenso. Si può provare/avvertire un senso di benessere, un senso di malessere, eccetera.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Parliamo in questo caso del buonsenso, che si scrive tutto attaccato solitamente, che è quella capacità che hanno le persone che ragionano in modo corretto e equilibrato, specialmente quando ci sono necessità pratiche. Abbiamo dedicato un bell’episodio al buonsenso.
E adesso ripassiamo.

Anthony: ottima parola misteriosa oggi! All’inizio qualcosa non mi tornava con gli indizi. Mi stavo per arrendere, ma poi ci sono arrivato e mi sono salvato in calcio d’angolo.

Ulrike: sì! la parola misteriosa rimane senz’altro un esercizio assai utile. Non è mica una cosa che facciamo pro forma.

Sofie: l’altra tappa, assolutamente essenziale del nostro programma settimanale è la video-chat con Zoom che si fa il giovedì sera. È sempre un’ottima esperienza confrontarsi a tu per tu con gli altri membri.

Rafaela: alcuni di loro però sono restii e non se la sentono di partecipare. Sono da incoraggiare, sì, ma dobbiamo anche tener conto che ognuno di loro avrà un suo buon motivo se non riesce a partecipare. Motivo che va rispettato.

Mariana: Su questo non sono affatto di diverso avviso. Mica da tallonare sono! Allora ci sentiamo e ci vediamo alla prossima conversazione?

Giovanni: anche al prossimo episodio.

Grazie per la collaborazione a Mariana, Ulrike, Sofie, Irina, Lia, Rafaela, Emma, Anthony e Rauno.

Italiano Professionale – lezione 32: Situazioni ipotetiche

Situazioni ipotetiche

Durata: 22 minuti

 

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Vincere e perdere

Vincere e perdere

Quanti sono i sinonimi di vincere e perdere?

Sono parecchi, ognuno con la sua sfumatura di significato. Se avete venti minuti di tempo da dedicarmi li scoprirete tutti.

Un episodio che potete ascoltare più volte se volete. Alla fine faremo anche un esercizio di ripetizione.

Allora, puo cambiare l’intensità, il tono, il contesto, l’emozione.

Solitamente si parla di sport, ma non si vincono e perdono solamente le partite.

Esistono anche le competizioni, le gare, i conflitti, le dispute, gli scontri, i confronti, gli incontri, le battaglie, le guerre, i dibattiti, quindi potremmo parlare anche di politica, di confronti tra uomini, donne, militari, politici e via dicendo.

In moltissimi campi c’è chi vince e c’è chi perde, e vincere e perdere sono sempre i verbi più usati indubbiamente.

La particolarità di questi due verbi è che sono i più generici e quelli che hanno un contenuto emotivo meno intenso.

Per questo motivo ha più senso usarli quando vogliamo dare una semplice comunicazione, quando vogliamo informare. Per lo stesso motivo si usa meno indicando l’avversario e più indicando cosa è stato vinto o perso.

Non è vietato indicare l’avversario, ma conta di più l’informazione che l’emozione:

La Roma vince lo scudetto

Il partito X vince le elezioni.

Il tennista y perde la finale.

Il pugile z ha vinto gli ultimi 20 incontri.

Giovanni ultimamente perde con tutti gli avversari.

La nostra proposta alla fine ha vinto.

La partita è stata vinta con la strategia.

L’Italia ha vinto la coppa del mondo nel 2006

Quando invece voglio dire che la vittoria è avvenuta contro un avversario specifico, posso usare, è questo è ciò che avviene solitamente, il verbo battere.

Se si batte qualcuno si tratta di un avversario.

Si può battere anche un record però.

Non si vince il record, perché il record non è l’oggetto della vittoria, il premio in palio.

Il record si supera, quindi si fa meglio degli altri che ci hanno preceduto. In pratica battendo il record si battono tutti gli avversari.

Verbo molto utilizzato in tutti i campi, il verbo battere.

La Roma batte la Juventus, (normalmente è il contrario),

il ciclista ha battuto tutti i record del mondo,

il politico è stato battuto in un confronto televisivo.

In questi casi si parla sempre di vittoria e di sconfitta, ma si indica il vincitore e lo sconfitto, la squadra vincitrice e quella battuta, vinta, sconfitta.

Il vincitore batte il perdente, mentre il perdente è (o “viene”) battuto dal vincitore.

Passiamo ad abbattere, che sembra simile a battere ma non lo è molto in realtà.

Prima di tutto c’è più intensità, nel senso che, quando uso abbattere per indicare la vittoria contro un avversario, l’essere abbattuto è molto più umiliante che essere battuto.

Possiamo usarlo quando c’è una vittoria netta, schiacciante, indiscutibile, quando cioè il vincitore umilia l’avversario con la propria superiorità; quando chi vince mostra tutti i limiti dell’avversario, che in questo caso viene abbattuto dal vincitore.

Un verbo molto intenso, che si usa, fuori delle competizioni anche al posto di uccidere. Gli animali vengono abbattuti ad esempio.

Anche i bersagli possono essere abbattuti. Infatti abbattere significa anche provocare la caduta, far cadere, buttare giù, mandare a terra.

Nel pugilato significa far cadere l’avversario a terra, cioè, in gergo pugilistico, “metterlo al tappeto”.

Nei confronti di un avversario, quando l’umiliazione è molto pesante, possiamo usare anche i verbi distruggere, schiacciare, eclissare e asfaltare.

Notare che questi verbi utilizzano un’immagine figurata. La distruzione di un avversario usa l’immagine di un avversario fatto a pezzi, come un oggetto.

E schiacciare? Le noci si schiacciano; c’è l’immagine di una compressione, di una pressione.

Questo verbo si usa non solo per indicare una vittoria, ma una superiorità, una netta supremazia che normalmente si risolve in una vittoria.

Spesso si parla infatti di vittoria schiacciante, ciò netta, indiscutibile, inequivocabile. Nessuno può mettere in discussione una vittoria schiacciante.

Anche schiacciare, come potete immaginare, ha una forte componente emotiva.

Come anche asfaltare, verbo abbastanza recente, coniato in ambito politico nel senso figurato.

Deriva dall’asfalto, il materiale usato per ricoprire le strade percorse dalle automobili. Le strade quindi vengono asfaltate, e se lo usiamo con gli avversari, asfaltare un avversario è molto umiliante. Anche questa è una netta vittoria. Abbastanza offensivo usare asfaltare.

Anche eclissare è abbastanza forte. Si usa l’immagine di un pianeta o una stella che viene oscurata, completamente nascosta da un altro corpo celeste.

Possiamo usarlo per una singola sfida, e in questo caso significa superare di gran lunga. Ancora una volta è una vittoria schiacciante.

Più in generale possiamo usare eclissare nel senso di far passare l’avversario in secondo piano nell’attenzione o nella stima generale.

Potremmo dire che Dante Alighieri ha eclissato i poeti contemporanei.

Poi esiste anche il verbo stravincere, che indica sempre una netta vittoria.

C’è anche il verbo superare, che è abbastanza freddo, diciamo così, o forse dovrei dire “tecnico”.

Non c’è una intensità in questo caso. È simile a vincere, ma si usa nei confronti di un avversario. “Superare un avversario” significa battere l’avversario, vincere contro questo avversario.

Il verbo in questione in realtà non si usa solo in questo modo, in ambito di una competizione.

Anche un esame può essere superato. Si va avanti, si passa al prossimo esame, si lascia questo esame alle proprie spalle.

Anche gli ostacoli e i problemi si possono superare e il senso è lo stesso.

È la stessa cosa che avviene anche quando un corridore ne supera un altro, quando una macchina supera un’altra macchina. Questo in realtà è l’utilizzo principale del verbo superare. Ciò non toglie che possa essere usato anche al posto di battere, sconfiggere, vincere contro un avversario. In questo caso, come detto, non c’è però emozione.

È così anche per il successo e l’affermazione. Questi sono sostantivi e non verbi, ma possiamo ugualmente usarli se il nostro scopo non è umiliare, o sottolineare la superiorità di chi vince contro chi perde, ma semplicemente comunicare chi ha vinto e chi ha perso.

L’ultimo successo del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020 (ad esempio).

L’ultima affermazione del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020.

Esiste comunque anche il verbo affermarsi.

Il Barcellona si afferma contro il Real Madrid.

Il senso è sempre lo stesso: la vittoria del Barcellona contro il real Madrid.

Il Barcellona batte il real Madrid.

Possiamo però anche dire:

Il Tennista si è affermato tra i primi 3 del mondo.

È simile quindi anche a “portare sé stessi”, “farsi valere”, quindi non è necessariamente come vincere, ma anche conseguire un buon risultato.

Ci si può affermare anche come un buon medico.

È simile ad imporsi e anche emergere e avere la meglio e avere successo. Se mi affermo contro un avversario comunque vuol dire che l’ho battuto.

Se poi vogliamo dire che è stato un ampio successo, ma senza umiliare chi ha perso, possiamo dire che è stato un trionfo.

Un trionfo normalmente si ha quando si ha una superba affermazione. Ricordiamoci che non vogliamo umiliare chi perde, quindi non possiamo usare verbi troppo forti, come asfaltare, eclissare o abbattere.

Trionfare indica ugualmente una vittoria schiacciante, netta, ma è maggiormente legata all’onore e alla conquista di un premio finale, come una medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali. Il trionfo infatti ha a che fare con la folla che acclama i vincitori.

Comunque anche le vittorie non schiaccianti hanno dei modi particolari per essere indicati.

Una vittoria di misura è una vittoria ottenuta con il minimo scarto, come, nel calcio, si indicano le vittorie con un solo gol di differenza: 1-0, 2-1 eccetera.

Una vittoria risicata indica ugualmente una vittoria ottenuta col minimo vantaggio. Una vittoria sul filo di lana è invece una vittoria ottenuta all’ultimo momento, come quella in zona Cesarini, di cui abbiamo già parlato.

Notate come la vittoria non è come la vincita. C’è anche in questo caso una competizione, un gioco, ma si usa la vincita quando si indica il ricavato di questa competizione o anche di una scommessa. Specie se si parla di soldi.

Giovanni ha realizzato una grossa vincita.

Significa che Giovanni ha vinto del denaro. Molto denaro in questo caso.

Esiste però anche la rivincita.

Questa ha più a che fare con le competizioni. La rivincita è una seconda prova che può essere concessa all’avversario perdente o sconfitto, nel gioco e nello sport in generale.

Hai perso. Vuoi la rivincita?

Cioè: vuoi giocare ancora? Vuoi avere l’opportunità di provare a battermi dopo aver perso?

Una rivincita si può concedere:

Ho vinto ma ti concedo la rivincita.

Vale a dire: ti darò l’occasione per rifarti.

Una rivincita si può negare (il contrario di concedere) :

Non puoi negarmi la rivincita!

Si può prendere:

Voglio prendermi la rivincita, e stavolta ti sconfiggerò.

A proposito di sconfiggere. Di questo verbo ancora non abbiamo parlato. Un verbo molto adatto alle battaglie e alle guerre, in ambito militare quindi.

Sconfiggere equivale a battere e superare. Si usa molto nello sport:

È il terzo avversario sconfitto in un mese

Sconfiggeremo chiunque si opporrà alla nostra squadra.

Dobbiamo ancora riprenderci dall’ultima sconfitta subita

Venendo dal linguaggio militare è abbastanza forte come verbo.

Annientare è decisamente più forte però. Sempre molto adatto in ambito militare. Nello sport è nella politica si usa abbastanza spesso. Simile a asfaltare e abbattere. Annientare contiene “niente”, che è ciò che rimane dell’avversario sconfitto. Non rimane niente!

Molto simile a distruggere anche.

Come possiamo chiamare una sconfitta inaspettata?

Possiamo chiamarla défaillance.

Sarebbe una debolezza improvvisa, e non si usa solo nelle competizioni. Si tratta di una figuraccia ad ogni modo.

La nostra squadra ha vinto tutte le partite. Abbiamo avuto una sola défaillance per aver sottovalutato l’avversario.

Invece una grossa sconfitta è una batosta, o una débâcle, o anche una disfatta. Spesso si usa anche una sonora sconfitta. Altre volte anziché di vittoria si parla di una lezione impartita agli avversari.

Vorrei concludere con due verbi particolari: sbarazzarsi e liberarsi.

Si usano spesso con la preposizione di per indicare la cosa di cui si parla:

Mi sono sbarazzato del mio avversario.

La Juventus si sbarazza facilmente delle piccole squadre.

Sbarazzarsi è assolutamente analogo a liberarsi, che però è più tenue, più leggero come verbo. Sbarazzarsi è sicuramente più umiliante.

Sono verbi che, in senso proprio si usano con le cose che fanno fastidio, gli impedimenti, gli intralci, i problemi, le cose inutili.

Quando ci si libera o ci si sbarazza di un avversario, sicuramente si batte, si supera questo avversario, che adesso non dà più fastidio, non è più di intralcio.

In genere si usano frasi di questo tipo:

Il calciatore si libera facilmente degli avversari e fa gol.

La Juventus si sbarazza senza problemi delle squadre meno blasonate.

L’attaccante si sbarazza della stretta marcatura del difensore prima di segnare il gol della vittoria

Vedete che non si usano solo per indicare una vittoria. Sono due verbi sinili a superare, sebbene stavolta c’è una componente emotiva.

Concludiamo con il verbo conquistare, che si usa con i trofei, i titoli e i traguardi in generale.

Quindi conquistare lo scudetto è come vincere lo scudetto. Simile anche a ottenere e raggiungere.

Ottenere una qualificazione equivale a conquistare e raggiungere una qualificazione.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Khaled: Ho vinto la coppa del mondo.

Irina: Ho battuto tutti gli avversari

Bogusia: Il record è stato battuto

Anthony: Abbattere l’avversario.

Andrè: Abbiamo vinto nettamente

Hartmut: È stata una vittoria schiacciante

Irina: Siamo stati distrutti dall’avversario. Era troppo forte

Olga: Stavolta dobbiamo asfaltare i nostri avversari politici

Ulrike: Battendo il record abbiamo eclissato i campioni del passato

Rauno: Qual è il prossimo avversario da superare?

Lejla: Stiamo avendo un successo dopo l’altro.

Rafaela: Dobbiamo affernarci come miglior gruppo aziendale

Sofie: La Juventus si è imposta sul Real Madrid

Ulrike: Dopo il trionfo dei mondiali del 2006, l’Italia non ha più vinto.

Emma: Ci si aspettava una superba affermazione invece è arrivata una vittoria di misura

Bogusia: Abbiamo vinto sul filo di lana

Rauno: Dopo la vittoria risicata della scorsa settimana, adesso gli avversari vogliono la rivincita.

Olga: Mi aspetto una sonora sconfitta dal prossimo incontro!

Sofie: Ci distruggeranno, sono troppo più forti di noi.

Irina: L’ultima volta ci hanno annientato. Stavolta dobbiamo impartire una lezione agli avversari.

Lejla: Ci dobbiamo sbarazzare dei nostri avversari

Emma: Prima di tutto, bisogna superare gli avversari sul piano atletico.

Sofie: L’obiettivo è conquistare la coppa del mondo

Ebbi a dire

Ebbi a dire (scarica audio)

ebbi a dire

Buongiorno a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com. Io sono Giovanni, piacere di conoscervi per chi mi ascolta per la prima volta.

Oggi ci occupiamo di un argomento molto particolare, legato al verbo dire.

Voi adesso potreste chiedervi: cosa c’è da dire su questo verbo?

C’è da dire molto, in particolare riguardo alla differenza che esiste tra:

Avere a dire

Avere da dire

Avere da ridire

Avere a che dire

Sapete che il verbo dire significa esprimere un concetto a voce, esprimere un’idea, e si usa spesso anche per riportare esattamente le parole usate e per chiedere di esprimere un’opinione:

Io dico di no

Gianni dice di essere d’accordo

Perché dici questo?

Che ne dici?

Che hai detto?

Eccetera

Però si può usare anche anteponendo il verbo avere al verbo dire: in questo episodio vediamo “avere a dire“. Nei prossimi vediamo altre forme simili.

Avere a dire è una forma un po’ vecchiotta, arcaica ma ancora in uso in certi contesti. Si usa però nella pratica quasi solo col passato remoto e molto più raramente con altre forme:

Io ebbi a dire
Tu avesti a dire
Lui/lei ebbe a dire
Noi avemmo a dire
Voi aveste a dire
Loro ebbero a dire

Es:

La volta scorsa Giovanni ebbe a dire che non era d’accordo con noi.

In quell’occasione, ricordo bene che ebbi a dire che non c’era nessun pericolo.

Maria ha avuto a dire che nessuno è indispensabile in questa azienda.

Ma perché si fa questo? Perché non si dice semplicemente “disse”, “dissi” , “ha detto”, eccetera.

Si fa soprattutto per evidenziare ciò che è stato detto, a volte come forma di rispetto, altre volte per dare ufficialità ad una dichiarazione, ma più di frequente rappresenta un modo formale e comunque in uso solo in certi ambienti, semplicemente per citare una dichiarazione, solo per far riferimento ad essa, per ricordarla, o anche per lodarla. Altre volte per contestata, per criticarla:

Parlando di un argomento qualunque:

Vi ricordo quanto già ebbi a dire qualche anno fa in proposito.

Significa semplicemente: vi ricordo ciò che dissi qualche anno fa su questo argomento. È più formale però. Spesso si aggiunge anche il luogo o l’occasione in cui questa dichiarazione è stata fatta:

Come ebbe a dire il nostro presidente nel corso dell’incontro con tutti i membri, per imparare l’italiano, l’importante è ascoltare cose interessanti.

Quindi: come disse quella volta, in quell’occasione il nostro presidente, ma voglio dare risalto alla frase, come a sottolineare quel momento.

Come aveste a dire anche voi però, bisogna avere anche pazienza, perché non si impara una lingua in una settimana.

Qualcuno, ricordo, ebbe a dire che non aveva tempo per ascoltare. Che sciocchezza!

Qui invece c’è un po’ di polemica, quindi si vuole evidenziare la cosa a questo scopo. Sempre abbastanza formale come forma comunque.

Qualcuno “disse” è molto più usato naturalmente.

Ma questa modalità di anteporre il verbo avere non riguarda solo il verbo dire.

Si usa anche con altri verbi, sempre all’infinito e sempre in sostituzione del passato remoto come nel caso del verbo dire.

Giovanni ebbe a soffrire per la scomparsa del suo gatto.

Cioè Giovanni soffrì.

Io ebbi a manifestare a Giovanni tutto il mio dispiacere perché quel gatto anche a me piaceva molto.

Molte volte, da giovane, ebbi a piangere per delusioni d’amore.

Più volte avesti a ricordarmi i miei doveri

In passato avemmo a frequentare brutte persone.

Le aziende ebbero a beneficiare di tante leggi a loro favore

Una volta esistevano tante idee diverse riguardo terra e all’universo, idee che poi ebbero a convergere grazie alle scoperte scientifiche

Molte persone ebbero a testimoniare in quel processo

Anche queste sono modalità per evidenziare in modo formale e arcaico un fatto – in questo caso – e non una dichiarazione come col verbo dire.

Prima ho detto che si usa soprattutto il passato remoto del verbo avere, ma capita di usarlo anche in altro modo, ma difficilmente col verbo dire:

Stiamo inquinando troppo. Prima o poi avremo a pentircene.

Cioè: ci pentiremo di questo, arriverà il momento in cui ce ne pentiremo. Solo più formale.

Vi faccio una domanda: se aveste a rifare la stessa vita che avete fatto, rifareste gli stessi errori?

Cioè: se doveste rifare la stessa vita, se vi capitasse di rivivere, se viveste nuovamente.

Il verbo avere, in generale, usato in questo modo, non si usa in realtà con molti verbi, ma è bene che almeno conosciate l’utilizzo più frequente, cioè quello con il verbo dire.

Allora, nei prossimi episodi vedremo anche avere da dire, avere da ridire e avere a che dire.

Per ora se volete possiamo esercitare la pronuncia con qualche frase che vi invito a ripetere:

Io ebbi a dire.

Una volta ebbi a dire di volermi licenziare.

Avesti a dire

Ricordi quando avesti a dire che non parlo bene l’italiano?

Ebbe a dire

Mia moglie una volta ebbe a dire che io la tradivo.

Avemmo a dire

Lo scorso anno, durante la riunione, avemmo a dire che c’erano problemi economici.

Aveste a dire

Qualche volta aveste a dire che avevate dubbi sulla nostra onestà. Ve lo ricordate?

Ebbero a dire

Era molto tardi e era buio, ma i poliziotti ebbero a dire che la nostra macchina andava troppo veloce.

Abbiamo finito.

Spero non abbiate a dire che gli episodi di italiano semplicemente siano troppo lunghi.

459 La supercazzola

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Ciao a tutti. Oggi vorrei parlarvi dalla supercazzola, che si scrive tutto attaccato perché è unica parola.

È una parola introdotta dal mondo del cinema, dal film “amici miei” del 1975.

Il termine indica una frase senza significato, composta mettendo insieme parole esistenti o inventate.

È una specie di scherzo, ma se una frase di questo tipo viene inserita in un discorso con un tono sicuro, l’interlocutore, anziché chiedersi il significato di questa frase, le dà ugualmente un senso, cerca cioè di interpretare la frase alla luce del contesto in cui ci troviamo e del tono usato.

In effetti se ci pensate capita spesso di non comprendere tutte le parole di una frase e spesso evitiamo di chiedere di ripetere. Crediamo di aver capito abbastanza per rispondere.

Ma la supercazzola è appositamente senza senso, e l’obiettivo è di imbrogliare, di prendere in giro la persona con cui parliamo.

Proprio questo era l’obiettivo della supercazzola nel film. Prendere in giro. Una burla insomma.

Il termine supercazzola è poi uscita dalla pellicola ed è entrata nel linguaggio informale, con un uso un po’ diverso, quello dalla fregatura, del raggiro.

Non è più una semplice presa in giro, uno sberleffo, ma più in generale, si riferisce a un uso della parola, orale o scritta, con l’obiettivo di imbrogliare il prossimo, di far credere qualcosa, di intortare qualcuno.

Ho detto “intortare”.

Ecco, il verbo intortare rende molto bene il senso della supercazzola.

Intortare significa cercare di convincere, di persuadere qualcuno a fare qualcosa o semplicemente a credere qualcosa, con un preciso scopo egoistico. La torta in effetti non c’entra nulla.

Non ti far intortare! Non credere alle sue parole. È una supercazzola!

Allo stesso modo si usano i verbi abbindolare e imbrogliare, o anche il simpatico verbo infinocchiare, che, come intortare, si riferisce all’uso delle parole per dare delle fregature.

Quindi in pratica la supercazzola è il nome che si dà alla fregatura, che si racconta.

Attenzione a non confondere la supercazzola con la cazzata, termine con cui spesso si indica una bugia, una cosa non vera, detta più per ignoranza, senza necessariamente esserci la volontà di raggirare, di dare una fregatura, ingrediente fondamentale per la supercazzola. A differenza delle cazzate, intese come sciocchezze, stupidaggini, spesso le supercazzole sono invece molto ingegnose. 

Possiamo usare questo termine, certamente informale, in modo molto ampio, ogni volta che si ascolta una frase che risulta conveniente per chi parla, che evita un problema a chi parla, mentre sembra, ma è solo un’apparenza, vantaggiosa per chi ascolta.

Un politico: Votatemi alle prossime elezioni, e io eliminerò le tasse per tutti

Un commerciante: Se acquistate il mio prodotto, non avrete più problemi.

Un macellaio: Mangia tanta carne se vuoi vivere più forte e più a lungo.

Dopo queste supercazzole ascoltiamo il ripasso di alcune espressioni già spiegate.
Ulrike: credo che riascolterò questo episodio. Tanto c’è il lockdown e non si può uscire.
Mariana: ah sì ? Tanto vale allora fare anche un bel ripasso.
Anthony: così riusciremo a giostrarcela meglio tra i 450 episodi passati

Me o mi

Me o mi?

Mi e me (scarica audio)

Sai distinguere me da mi?

Si. Certo. Mi esercito tutti i giorni con l’italiano.

Mi fai un esempio allora? Me ne fai almeno uno?

Ok: a me piace molto la pasta. La pasta mi piace molto.

Me ne fai un altro?

Ok: mi ricordo che una volta me ne sono andato di casa.

Perché te ne sei andato?

Mi ero stufato di mia moglie.

Cosa?

Non hai capito? Mi sono spiegato male? Vuoi che te lo ripeta?

No, non me lo ripetere, ho capito. Ma tua moglie?

Anche mia moglie mi ha chiesto il perché.

E tu?

Io me ne sono restato in silenzio e poi me ne sono tornato a casa

Ah, non me ne avevi parlato. E lei?

Lei poi mi ha lasciato. Allora, hai capito la differenza tra me e mi?

No, ma ho capito la differenza tra te e lei!!

Me la spieghi?

A me sembra ovvia. Mi pare strano che tu me lo chieda.

A me no! Mi aspetto che tu lo faccia.

Dunque: a me sembra che tu sia pazzo. Questo mi sembra.

E lei invece?

Lei mi sembra una persona normale, perché adesso sta con me e non più con te.

Ah ecco. Mi sembrava! A me comunque non importa perché a me sembra sia molto tempo che non mi ama più.

A me invece mi ama. Questo almeno mi dice….

Me ne

Me ne

Come si usa “me ne“? Vediamo qualche esempio usando il presente, il passato e il futuro. Prova anche tu.

Me ne vado

Me ne sono andato

Me ne andrò

Me ne accorgo

Me ne sono accorto/a

Me ne accorgerò

Me ne ricordo

Me ne sono ricordato/a

Me ne ricorderò

Me ne frego

Me ne sono fregato/a

Me ne fregherò

Me ne dimentico

Me ne sono dimenticato/a

Me ne dimenticherò

Me ne compiaccio

Me ne sono compiaciuto/a

Me ne compiacerò

Me ne innamoro

Me ne sono innamorato/a

Me ne innamorerò

Me ne dai cinque

Me ne hai date cinque

Me ne darai cinque

Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

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Descrizione

Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

Cambiare i connotati

Cambiare i connotati

Cambiare i connotati e il verbo connotare Buongiorno da Giovanni.

Sapete cosa sono i connotati?

Sono i nostri tratti del volto, le caratteristiche del nostro viso, ciò che ci contraddistingue, ciò che ci rende unici e riconoscibili.

Oggi però molte persone preferiscono cambiare i propri connotati, rifacendosi le labbra, gli zigomi, il naso, il mento eccetera. Rifarsi i connotati quindi è esattamente come cambiarsi i connotati. 

Questo significa cambiare i connotati in senso proprio, ma, come avrete immaginato, la frase ha anche un senso figurato.

Se dichiarate che volete cambiare i connotati di un’altra persona, non significa che siete un chirurgo estetico,  ma che lo volete picchiare, che la volete malmenare fino a cambiargli il volto, fino a deformargli il volto, fino a renderlo irriconoscibile.

I connotati sono quindi i tratti distintivi del viso. Si potrebbe dire, state attenti, che i connotati ci connotano, cioè connotano noi, perché ognuno di noi ha i propri connotati.

Infatti esiste anche il verbo connotare.

Un verbo abbastanza professionale o formale se vogliamo, e ha un significato simile a associare ad un nome o a un significato, quindi simile al senso dei connotati, che identificano una persona.

Es: Quale caratteristica connota maggiormente gli italiani? Forse il fatto di gesticolare? Forse la simpatia?  Forse lo stile?

Come avreste espresso questa frase prima di conoscere il verbo connotare? Forse usando “identificare” o “associare” o anche “contraddistinguere“?

Quale caratteristica identifica maggiormente gli italiani? 

Qual è la caratteristica principale degli italiani?

Quale caratteristica viene associata maggiormente agli italiani?

Per cosa si contraddistinguono gli italiani?

Si utilizza molto anche “connotazione”, un termine simile a “significato”. Infatti indica un significato particolare che viene attribuito ad una parola insieme al suo significato più importante.

Ad esempio le parole anziano e vecchio, hanno una diversa connotazione, in quanto, pur indicando tutte lo stesso concetto, si usano in circostanze diverse. Potrei dire la stessa cosa anche di un solo termine che ha diverse connotazioni a seconda del modo in cui viene usato, tipo il termine “altezza“. Infatti se parlo di una persona, l’altezza può indicare quella espressa in centimetri ma anche l’altezza morale, l’altezza d’animo, la sua magnanimità. Una qualità morale dunque.  
Un saluto a tutti. Vi ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi audio del sito tutti possono aderire all’associazione Italiano Semplicemente.

Una volta richiesta l’adesione ricevere un nome utente e una password che potete usare per scaricare tutti gli episodi, inoltre potrete partecipare a tutte le nostre attività: gruppo whatsapp, esercizi di ascolto e registrazione con la vostra voce, video chat settimanali e riunione dei membri. 

Un saluto a tutti. 

 

 

I mille usi del verbo prendere

I mille usi del verbo prendere

Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

Hai preso lo stipendio questo mese?

No, lo prendo domani.

Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

Cosa prendi? Offro io!

Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
qualcuno, incolpare qualcuno.

Non te la prendere con me, io non sono stato!

State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

Ci sono frasi simili però:
Prendere male qualcosa
Prenderla male

Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

Posso dire:
Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

Prendere per buono.

Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

Tra l’altro esiste anche riprendere:

Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

Con Maria proprio non mi prendo!

Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

Si può anche dire:

Io so come prenderlo, fidati di me.

Non so come prenderlo.

In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

Ciao Giovanni!

No, io sono Mario, non Giovanni.

Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

Si usa spesso anche come esclamazione:

Ma per chi mi hai preso?

Se dico ad esempio:

Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

Torniamo ora a prendersela.

Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

Ma esiste anche:

Prendersela comoda

Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

Prendersi una responsabilità (assumersi)
Prendere l’autobus (salire)
Prendere la Laurea (laurearsi)

Prendere le armi (arruolarsi)

Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

Preso! (cioè “colpito!”)

Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

Hai indovinato! = Ci hai preso!

Anche gli animali si possono prendere:

Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

Non devi farti prendere dall’ansia.

Non farti prendere dalla paura

Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

Prendere in castagna

In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

Che equivale a dire:

Sono stato preso dalla paura
Sono stato preso dal sonno

Anche la smania può prendere.
Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

Prendi e porta a casa
Prendere o lasciare
Prendere fischi per fiaschi
Prendere in contropiede
Prendere il due di picche
Prendere la palla al balzo
E tante altre espressioni.

Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.

Italiano Professionale – lezione 30: Il titolare e il facente funzione

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

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Descrizione

Lezione 30 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è il “facente funzione” o “facente funzioni“.

Vediamo però tutti i termini usati per indicare la sostituzione temporanea di una persona in ambito lavorativo.

facente funzioni

Avere un groppo in gola

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro puoi registrarti qui

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Video Youtube

Trascrizione

voce di Emanuele (12 anni)

Avere un groppo in/alla gola: Si dice così quando non riusciTe a parlare per l’emozione.

La gola è quella parte del corpo che serve ad ingoiare, e si trova nella parte alta delle vie respiratorie, nella nostra bocca ma più in basso.

Se avete un groppo in gola significa che talmente è l’emozione che nessuna parola riesce ad uscire dalla vostra bocca. E’ come se ci fosse qualcosa che impedisce alle vostre parole di uscire.

Ero talmente emozionato che avevo un groppo in gola. Non sono riuscito a spiccicare una parola.

Il “groppo” è come un nodo, un groviglio, qualcosa che dà fastidio.

Quando si ha un groppo in gola si avverte una sensazione di costrizione alla gola, tale da ostacolare anche la deglutizione. Non ce la facciamo a parlare, non riusciamo a ingoiare, cioè a deglutire. A volte per commozione, altre volte per paura, oppure perché siamo angosciati.

Può capitare di avere un groppo in gola durante un esame, una dichiarazione d’amore, durante una rapina o un furto in casa.

Anche ad uno straniero in teoria può capitare quando prova a parlare la lingua italiana.

Uno sproloquio

Audio (scarica)

Trascrizione

Sono interessanti i termini che finiscono con – loquio, infatti loqui significa parlare. Da qui derivano molte parole, come colloquiare, interloquire, esiste la loquacità, la loquela, loquace, loquacemente.

Esiste anche il ventriloquo, che è colui che sembra parlare con il ventre, cioè con la pancia e non con la bocca, perché ha l’abilità di parlare senza muovere le labbra e i muscoli facciali, sicché i suoni sembrano avere origine non dagli organi vocali ma da una sede diversa.

Ma anche il colloquio e lo sproloquio hanno la stessa origine.

Soffermiamoci in questo episodio sul colloquio e sullo sproloquio.

Il colloquio è un dialogo, UNA CHIACCHIERATA, uno scambio di parole e di opinioni. Quando si fa un colloquio in genere è perché si vuole ottenere un lavoro.

Un “colloquio di lavoro”, si dice in genere, ma non c’è neanche bisogno di specificare perché tutti i colloqui sono di lavoro. Con i colloqui di lavoro si fanno anche affari, accordi, trattative.

Poi ci sono gli sproloqui. Uno sproloquio è un discorso. Non si fa in due, come il colloquio ma si fa da solo.

È un discorso però lunghissimo, fastidiosamente lungo, macchinoso e inconcludente. Inutile direi.

Insomma gli sproloqui non piacciono a nessuno.

Quando si parla di sproloqui si usano spesso anche due altri aggettivi con cui si può definire quel discorso: prolisso, che significa lungo, ed enfatico, cioè un discorso fatto con enfasi, spesso anche alzando il tono della voce. Spesso però un discorso enfatico è anche ampolloso e ridondante.

Altri due aggettivi interessanti.

I discorsi che contengono sproloqui sono molto noiosi. Queste persone espongono con enfasi il loro punto di vista, la loro opinione, sottolineandolo con un tono particolare, ad alta voce spesso, facendo gesti anche con le mani. Si compiacciono di caricare i toni ma così facendo risultano prolissi (una lunghezza eccessiva) e ampollosi, cioè superbi, saccenti, vanagloriosi. Le persone equilibrate non fanno sproloqui. Chi li fa invece è pieno di superbia, direi anzi gonfio di superbia. Gonfi come le ampolle, che sono delle bottiglie panciute, delle bottiglie con la pancia più gonfia.

I loro discorsi sono noiosi perché anche ridondanti.

Questo significa che c’è una eccessiva abbondanza degli stessi termini e concetti. Si ripetono sempre le stesse cose. Come una campana 🔔 che quando suona fa “din don dan”. Questo sicuramente vi aiuterà a ricordare l’aggettivo ridondante!

Insomma ad un certo punto viene voglia di dire: basta! Questi sproloqui non si possono sentire!

Ma c’è di peggio sapete?

Se si esagera anche con la volgarità, allora c’è ancora un altro termine: si tratta di un turpiloquio, che è un parlare turpe, cioè un modo di parlare volgare, offensivo e irriverente, cioè irrispettoso, utilizzato per mostrare contrarietà, disappunto verso qualcosa o qualcuno.

Durante un turpioquio si usano imprecazioni, parolacce e anche bestemmie.

Se proprio dovete scegliere, fate uno sproloquio!!

Vediamo alcuni esempi:

La professoressa ha iniziato la lezione con un lungo sproloquio contro gli studenti che non lasciano il cellulare a casa.

Questa professoressa quindi ha parlato troppo, si è soffermata troppo su questo argomento, dicendo cose anche inutili e fastidiose. Non c’era bisogno di insistere così tanto su questo.

Un altro esempio:

Durante la conferenza, il direttore del giornale ha fatto uno sproloquio a favore degli sponsor, dicendo che senza di loro non si va avanti, che è sempre stato così, che anche la pubblicità online è necessaria e Bla Bla Bla. È durato mezz’ora questo sproloquio.

E chiaro che anche questo sproloquio non ha niente di positivo per nessuno, probabilmente neanche per gli sponsor del giornale.

Che ne dite se adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione? D’altronde la settima regola d’oro di italiano semplicemente è proprio “parlare“. E allora adesso tocca a voi.

Ascoltare e ripetere è importante, ma non voglio fare uno sproloquio sulla ripetizione 🙂

Ripetete dopo di me:

Uno sproloquio

Lo sproloquio

Gli sproloqui

Il professore ha fatto uno sproloquio.

Ma questo è uno sproloquio interminabile!

Ma quanto dura questo sproloquio?

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

La stretta

Audio

corso di italiano professionale

Trascrizione

Cos’è una stretta?

La stretta più conosciuta è la stretta di mano.

Infatti quando due persone si conoscono si STRINGONO la mano.

Il verbo stringere quindi è all’origine della stretta: quando stringo qualcosa do una stretta.

Quando stringete qualcosa date una stretta.

Col verbo stringere si usa il verbo dare.

Dare una stretta di mano

Dare una stretta ad una vite

Dare una stretta ad un bullone

Dare una stretta alla cintola

Dare una stretta ai lacci delle scarpe

La stretta è quasi sempre legata all’allentamento.

Allentare infatti è il contrario di stringere.

Si può anche allentare una stretta.

Ehi, mi stai stringendo troppo forte la mano. Devi allentare la stretta!

Allenta la cinta, l’hai stretta troppo.

Devo allentare un po’ i lacci delle scarpe, li ho stretti troppo.

Una stretta quindi è una pressione intorno ad un corpo o su almeno due punti.

Con un dito si preme (verbo premere), ma con una mano si può anche stringere.

Il verbo stringere però si usa anche in senso figurato.

Esiste anche la stretta al cuore o a una qualsiasi parte del corpo .

È un dolore forte, acuto e circoscritto, si chiama anche fitta: una fitta

Avvertire una fitta, sentire una fitta è come avvertire un forte dolore in un punto.

Se però parlate del cuore, se non si tratta di un infarto, non è un vero dolore, ma una forte emozione di solito negativa.

La mia fidanzata mi ha lasciato e ho provato una stretta/fitta al cuore.

Ultimamente però, in tempi di covid-19, la stretta più usata, quella che si sente utilizzare maggiormente è quella economica e quella delle libertà.

Il governo è pronto ad una nuova stretta per contrastare la pandemia

stretta del governo

In questo caso si dovrebbe parlare di RESTRIZIONE e non di stretta.

Si sta parlando di restringere le libertà, ridurre, oppure di politiche economiche restrittive.

La stretta di cui si parla quindi fa riferimento ad un restringimento, ad una restrizione delle libertà.

Tutti i governi del mondo, chi più, chi meno, hanno imposto delle strette alla popolazione.

Poi c’è anche un altro significato legato al precedente.

“Essere alle strette” infatti significa essere in una situazione molto difficile.

Quando siamo alle strette spesso siamo costretti a fare qualcosa. Non ci sono molte alternative perché in senso figurato non abbiamo molta libertà di movimento, non abbiamo molte scelte.

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Un allenatore di una squadra di calcio è alle strette quando deve assolutamente vincere per non essere esonerato.

D’altronde quando “stiamo stretti” vuol dire che siamo vicini, troppo vicini e non riusciamo a muoverci.

Su un autobus pieno di persone si sta molto stretti infatti.

Infine, ancora un altro uso del termine “stretta“: quando siamo alla stretta finale vuol dire che siamo al momento decisivo, al momento culminante.

Tra una settimana ci sono le elezioni? Allora siamo alle stretta finale!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

Siamo agli ultimi 100 metri della maratona? Siamo alla stretta finale!

E’ alla stretta finale che si decide qualcosa di importante, manca poco tempo, il tempo rimasto si RESTRINGE sempre di più.

Allora adesso ripetete dopo di me:

Piacere di conoscerla: Dare una stretta di mano.

Dare una stretta ad una vite. L’hai stretta bene?

Dare una stretta ad un bullone: ecco fatto, adesso è ben stretto!

Sono dimagrito, devo stringere la cinta! Devo dare una stretta alla cinta 

Si sono allentate le scarpe: Dare una stretta ai lacci delle scarpe

Il Governo è pronto ad una nuova stretta!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Ho tradito mia moglie, lei mi ha scoperto e mi ha messo alle strette, mi ha detto di scegliere: o lei, o la morte!