589 Il suffisso -ata (sostantivi)

Il suffisso – ata (sostantivi)

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Trascrizione

Giovanni: vediamo cosa succede quando il suffisso – ata lo utilizziamo coi sostantivi:

In questo caso parole che terminano con -ata indicano spesso un’azione tipica di qualcuno cioè di una persona specifica o una categoria di persone ad esempio, per indicare un comportamento.

Abbiamo già visto insieme la mandrakata, ispirata a Mandrake.

Analogamente, fare una “bambinata” indica un comportamento tipico dei bambini. Una “ragazzata”  a sua volta è un’azione tipica di ragazzi più grandi.

Simile nel significato è una “cassanata” invece è un termine abbastanza nuovo CHE scherzosamente indica un gesto, un comportamento, una trovata, tipico del calciatore Antonio Cassano.

La cassanata si usa per definire gesti o atteggiamenti fuori luogo al limite della maleducazione o della mancanza di rispetto, specie nel mondo sportivo.

Questo modo di indicare un comportamento tipico rende molto semplice coniare dei nuovi termini se necessario. La cosa importante è che chi ascolta riesca a capire facilmente il rifermento.

Se un vostro amico che si chiama Paolo ha un atteggiamento particolare e ben identificabile, non appena un’altra persona si comporta così possiamo dire che ha fatto una “paolata” proprio per far capire velocemente di che tipo di comportamento si tratta. Ovviamente potete usarlo solo con chi è in grado di capirvi.

Non solo un comportamento tipico però.

Ata con i nomi di può usare anche nel senso di colpire con uno strumento, usare uno strumento, oppure un’azione collettiva a base di qualcosa.

Che vuol dire?

Dare una bastonata, come già visto, significa utilizzare il bastone per colpire, allo stesso modo possiamo dare una mazzata (con una mazza), una sassata (tiriamo un sasso), una spallata, una manata, una cuscinata.

Naturalmente dobbiamo ricordare l’importanza del verbo a supporto, perché spesso ci sono espressioni o locuzioni tipiche: “Prendere una mazzata” ad esempio non è solo ricevere una botta con la mazza, ma anche una brutta notizia che ci fa star male.

Qualsiasi tipo di botta, di colpo, dato o ricevuto, con qualcosa o in una parte del corpo può andare bene: Se quindi una spallata si dà con la spalla, una testata si dà con la testa. Si dà e si riceve, quindi se dico:

Ho sbattuto la testa a terra = ho dato una testata a terra

Passiamo agli strumenti musicali: abbiamo visto che “fare una suonata” utilizza il verbo suonare, ma possiamo attaccare il suffisso -ata anche a degli strumenti:

Fare una sviolinata, dove è coinvolto lo strumento del violino, ha anche una esse in più a far capire che si tratta di qualcosa di diverso rispetto ad un colpo inferto con un violino  (quello si chiama una violinata!)

Infatti una sviolinata (con la esse iniziale) è anche una adulazione smaccata, cioè quando una persona fa i complimenti ad un’altra, quando ne parla molto bene, apertamente, smaccatamente. L’immagine è un concerto in suo onore.

Invece fare una schitarrata (sempre con la esse iniziale) significa solamente suonare la chitarra, magari brevemente, magari in compagnia, ma senza impegno e competizione. A volte è usata anche per indicare la noia e la lunghezza o la sgradevolezza della suonata.

Infine, riguardo all’azione collettiva a base di qualcosa, c’è la spaghettata, un pasto a base di spaghetti, fatto in compagnia di amici.

Che ne dite ragazzi ci facciamo una bella mangiata di spaghetti tutti insieme?

Allora questa possiamo chiamarla una spaghettata.

Preferite una piazzata? Oppure una polentata?

Oppure facciamo una peperonata?

A proposito di peperonata. Questa in realtà non è una riunione di amici che va a mangiare i peperoni, ma semplicemente un piatto a base di peperoni.

Infatti possiamo anche usare -ata anche per indicare un insieme di qualcosa. Se siamo al ristorante e io sto mangiando un piatto di spaghetti, magari una persona vorrebbe assaggiarli.

Mi dai una forchettata?

Non mi sta chiedendo di colpirlo con la forchetta, ma di fargli assaggiare un po’ di spaghetti.

Lo stesso vale per una cucchiaiata (es. di minestra) e una manciata (es. di noci). Una secchiata indica normalmente il lancio di acqua o altro liquido contenuto in un secchio (è un contenitore per liquidi).

 Ho tirato una secchiata d’acqua per spegnere un piccolo incendio.

C’è anche una “pizzicata” (simile a pizzico) che indica una piccola quantità:

Metti una pizzicata di pepe sulla carne!

Una camionata è un’enorme quantità generalmente contenuta in un camion, ma non è detto. Può anche essere semplicemente un modo per indicare una grande quantità:

Per rifare la strada c’è voluta una camionata si sabbia.

Durante la riunione mi è arrivata una camionata di critiche!

Infine, -ata, attaccato ai sostantivi, può usarsi per indicare un periodo di tempo. Abbiamo quindi una giornata, una nottata, mattinata e un’annata. Questi termini si usano normalmente quando si vuole parlare di ciò che accade in quel periodo:

Ho passato tutta la giornata a lavorare

Che brutta nottata che ho passato con il cane che abbaiava!

Questa sarà un’annata strepitosa per i vini!

Durante tutta la mattinata ci sarà bel tempo!

Ma come fare a capire quando un sostantivo con -ata significa un colpo inferto, oppure un’azione tipica, un’azione collettiva a base di qualcosa, un insieme di qualcosa o un periodo di tempo?

Beh, questo si può intuire dal sostantivo: se può essere usato per colpire (martello, martellata) è abbastanza semplice. Un’azione tipica è ugualmente comprensibile (bambinata da bambino, paolata da Paolo). Un insieme di qualcosa è ugualmente abbastanza facile, ma si può confondere, come visto con il colpo (una forchettata). capire la quantità di tempo sembra abbastanza semplice.

Il contesto può essere ironico e comunque sempre colloquiale.

Alcune volte può risultare difficile capire: “un’ammarata” ad esempio è un atterraggio sul mare, ma viene dal verbo ammarare. Anche “una cantonata” è complicato perché deriva da cantone, ma si usa in modo figurato, come ad esempio innamorarsi della persona sbagliata, o semplicemente fare un grosso errore, cadere in un grosso equivoco.

Nel prossimo episodio vediamo cosa succede agli aggettivi. Per il momento ripassiamo qualche espressione passata.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anne France (Francia): Se mi permettete, apro una parentesi divertente. Riguarda il naso del David di Michelangelo. Sapete che gli era stato contestato il naso del David perché giudicato troppo grande e lui fece finta di sgrossare il naso facendo cadere della polvere di marmo che teneva in mano.

Rafaela (Spagna): Ah, e in questo modo chi lo contestava si illuse che veramente il naso fosse stato ridotto nelle dimensioni?

Rauno (Finlandia): esattamente, lì per lì creò l’illusione che il naso fosse stato sgrossato un po’, e così Michelangelo l’ha passata liscia. Chi lo criticava non era proprio all’altezza!

Irina: Evidentemente nessuno ha voluto e potuto sincerarsi che effettivamente la limatura ci fosse stata.

Emma (Taiwan): Una bella mandrakata! Non si diventa qualcuno se non si è anche furbi!

Irina (California): poi lui ne aveva ben donde a non apportare modifiche alla sua opera perfetta! Avercene di artisti come Michelangelo.

Ulrike (Germania): Per diventare qualcuno , si deve allora essere furbi? Come sarebbe a dire? Vabbé, fatti salvi coloro che sono talmente furbi che finiscono in galera! Per la cronaca, cara Emma, la lode della furbizia secondo me – passami il termine – e una grande sciocchezza.

Il verbo PRENDERE nelle 52 espressioni idiomatiche italiane – VIDEO-CHAT

Audio

Descrizione

Stasera, 28 giugno 2020, ore 19 italiane, piattaforma zoom, appuntamento per spiegare le espressioni utilizzate nella storia (52). Per partecipare: https://italianosemplicemente.com/chi-siamo

Trascrizione

Ciao!! Vi ho preso di sorpresa? Tranquilli,
Adesso vi racconterò una storia che parla del verbo prendere.
Spero non la prendiate male se parlerò velocemente. Non mi prendete per matto però!
Se non riuscirà a prendere forma una bella storia, prenderla male non vi aiuterà a migliorare il vostro italiano. Quindi spero la prendiate bene, come quando venite bocciati ad un esame e non ne fate un dramma.
Poi c’è chi la prende con filosofia: apprezzo molto queste persone che danno il giusto peso alle delusioni.
A proposito: siete persone che se la prendono se qualcuno vi prende in giro?
Non ve la prendete con me però, io non c’entro nulla.
Parlo velocemente ma solo perché non mi piace prendermela comoda.
Certo, voi non madrelingua rischiate seriamente di prendere lucciole per lanterne, ma oggi avevo voglia di fare un episodio divertente, perciò meglio
Prendere la palla al balzo, no?
Saper prendere l’occasione al volo d’altronde è una qualità non da poco.
Non prendete alla lettera le mie frasi perché sono tutte espressioni figurate. Lo so, state pensando che io sia un po’ pazzo, ma state prendendo un granchio, e non vi sto neanche prendendo in giro. Oggi volevo divertirmi sebbene l’obiettivo è molto impegnativo: ma a un certo punto ho preso il toro per le corna e ho iniziato a scrivere.
Non mi prendete troppo sul serio però.
Piuttosto a me piace molto essere preso per la gola e voi? Sono sicuro che anche a voi! Che mi prenda un colpo se non è così!
Comunque voi starete pensando che vi stia prendendo per il culo, o per i fondelli, o magari per il naso.
Se invece non lo pensate è perché avete preso una bella cotta per la lingua italiana.
Allora in questo caso,
Prendete baracca e burattini, o armi e bagagli, se preferite, e fatevi un bel giro in Italia.
Adesso state attenti. Quale espressione ho usato per ultima?
Vi ho preso in castagna? Eravate distratti?
Se state ancora ascoltando avete proprio preso a cuore questo mio tentativo di oggi.
Credo che storie di questo tipo siano molto utili: si impara divertendosi. Si prendono quindi 2 piccioni con una fava.
Allora posso continuare?
Spero non pensiate che ciò che dico sia da prendere con le molle!!
Non che dobbiate prendere per buono tutto ciò che dico. Fate pure le vostre verifiche se volete.
Ma per chi mi avete preso? Per uno che dice sciocchezze?
Non prendete per oro colato nulla di ciò che dico. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Poi, chi si fida troppo, si dice che finisce per
Prenderlo in quel posto, prima o poi…
Non vi aspettavate parolacce? Vi ho preso in contropiede?
Capita a tutti non preoccupatevi.
Ma io voglio solo esplorare completamente la lingua italiana quindi è necessario spiegarvi bene le cose.
Se amate la lingua italiana dovete sopportare anche questo. In amore si prendono spesso cantonate, no?
Ma la lingua italiana non tradisce e non delude, non si possono prendere fregature e neanche sòle di nessun tipo.
L’unica cosa è che questo racconto sta prendendo una brutta piega.
Difficile sopportare uno come me, vero?
Prendermi a mali parole però non è la soluzione, anche se siete tipi che prendono fuoco facilmente. Se prendete di matto sapete cosa vi dico? Cosa vi prende?
Sapete che ho preso ad odiare gli esercizi di grammatica e a me piace divertirmi quando insegno l’italiano. Se un professore di italiano prova a contestarmi io gli faccio vedere i miei 100 associati:
Prendi e porta a casa! Che soddisfazione!
Cosa aspetti a cambiare metodo anche tu, caro professore? Prendi e cambia metodo, è facile e divertente.
Non conosci la strada?
Prendi a destra e poi a sinistra, poi prendi l’autostrada per Roma e vieni a trovarmi. Te lo spiego io volentieri! Così alla fine anche tu avrai preso le Misure del metodo.
Prenderà molto anche te questo metodo, vedrai!
A quel punto ci prenderemo molto anche noi due.
Comunque piacere. Mi chiamo Giovanni. E scusate se vi ho preso alla sprovvista, senza avvisare.

Protetto: I tratti del viso – come descrivere le persone – VIDEO-CHAT

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Il verbo ANDARE nelle espressioni idiomatiche italiane

Audio

Descrizione

Si tratta del file audio del video chat dei membri dell’associazione in cui abbiamo spiegato il verbo ANDARE nelle espressioni idiomatiche che lo utilizzano.

  • – andare a farsi friggere
  • – andare in malora
  • – andare in rovina
  • – andare a monte
  • – è andata!
  • – e andiamo!!
  • – andare per i trenta
  • – andarci di mezzo
  • – andare pazzo per
  • – andare sul sicuro
  • – ne va di…
  • – va fatto
  • – Andare in vigore
  • – andare a ruba
  • – andare sul sicuro
  • – va da sé
  • – vai a quel paese
  • – andare a gonfie vele
  • – andarci piano
video chat 23 giugno italiano semplicemente
La video chat dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Avere la faccia di bronzo

Audio

E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon.

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Trascrizione

Ecco qua amici, ancora una volta, cari membri della famiglia di Italiano Semplicemente.

Oggi ci divertiamo un po’, che ne dite? Ci divertiamo e nello stesso tempo impariamo delle parole nuove. Ed oggi ce ne sono molte di parole nuove. L’argomento è quello delle relazioni sociali.

Oggi infatti parliamo di “facce“. Cosa sono le facce?

Facce è il plurale di “faccia”, e tutti noi ne abbiamo una! Come sapete la faccia è una parola con la quale si indica il viso, cioè la parte anteriore della vostra testa in cui si trovano i vostri due occhi, il vostro naso (uno, in questo caso), le vostre due guance, una a destra e una a sinistra, la vostra fronte, ed anche il vostro mento. Per non parlare delle ciglia, le sopracciglia e delle orecchie, che stanno a fianco del vostro viso.

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Ebbene la “faccia”, la parola faccia non è proprio identica alla parola “viso”, in quanto la faccia è utilizzata non solo per indicare le caratteristiche fisiche di una persona, ma soprattutto quelle morali. La faccia è una di quelle parole italiane che si trovano in moltissime espressioni idiomatiche.

Una di queste è “avere la faccia di bronzo“.

Cosa significa questa espressione?

Beh, intanto spieghiamo cosa è il bronzo. Il bronzo è un metallo, anzi, a dire il vero Il bronzo è una “lega” di metalli. Infatti per fare il bronzo occorrono due metalli: del “rame” e un altro metallo che si chiama “stagno“. Una lega di due metalli è quindi quello che si ottiene quando due metalli si fondono tra loro, si uniscono. Unendo, o meglio fondendo il rame con lo stagno si ottiene il bronzo.

Se vi dico la frase “Bronzi di Riace” non vi dice nulla? Mai sentiti nominare i Bronzi di Riace? I Bronzi di Riace sono due statue, due bellissime e famosissime statue, che sono state trovate in mare in Italia, nel sud dell’Italia qualche anno fa e che sono fatte interamente di bronzo, un materiale che ha molte ottime proprietà come una alta resistenza alla corrosione, ed inoltre il bronzo è molto duttile e malleabile: si riesce bene a lavorare senza troppi problemi.

I Bronzi di Riace sono state ritrovate in eccezionale stato di conservazione, a riprova della proprietà del bronzo di saper resistere alla corrosione, specie quella dell’acqua del mare.

I Bronzi di Riace sono stati rinvenuti nel 1972 ma risalgono al V secolo avanti Cristo, quindi hanno resistito alla corrosione del mare per circa 2500 anni. Se capitate a Reggio Calabria vi consiglio caldamente di andate a vedere i Bronzi di Riace.

Ebbene, queste due statue, possiamo sicuramente dire che hanno la faccia di bronzo, ma quando si usa questa espressione in realtà non ci si riferisce alla composizione fisica della nostra faccia; non stiamo parlando del materiale con cui è fatto la nostra faccia, cioè il nostro viso.

Ci riferiamo invece ad una qualità morale, ad una caratteristica umana, ad un aspetto relativo al comportamento.

Chi sono dunque le persone che hanno la faccia di bronzo. Si tratta delle persone che possiamo anche chiamare sfrontate, spudorate, sfacciate, capaci di azioni riprovevoli senza rimorsi, che non si vergognano di nulla e non arrossiscono mai, proprio come se fosse di metallo, come se fosse di bronzo!

Il bronzo è un materiale resistente alla corrosione abbiamo detto giusto? Ebbene se una persona ha la faccia di bronzo allora questa persona è capace a mantenere inalterata una espressione facciale anche in circostanze particolari, circostanze in cui normalmente una persona diventa rossa, cioè arrossisce, oppure si vergogna per aver fatto qualcosa di moralmente non accettabile. Insomma, in situazioni difficili, poche persone riescono a rimanere del tutto impassibili, specie quando ci sono delle colpe, quando si è colpevoli di qualcosa, quando si è fatto qualcosa di sbagliato e per cui ci si dovrebbe pentire, o quantomeno vergognare.

Ed invece le persone che hanno la faccia di bronzo no! Loro sono persone “sfacciate“. Notate bene questo aggettivo: “sfacciate” significa senza faccia, cioè prive di faccia. Ovviamente si tratta di una immagine. Queste persone sono “spudorate“, cioè senza pudore, senza vergogna, senza ritegno. Queste persone sono “sfrontate” cioè senza fronte – anche questa è un’immagine. La sfrontatezza è quell’atteggiamento o quel comportamento insolente, impudente. Spesso si sente dire:

Quella persona è di una sfrontatezza incredibile“, quando si parla appunto di persone spudorate, sfacciate, senza vergogna, senza pudore, senza faccia.

Chi ha la faccia di bronzo quindi ha il coraggio di fare delle cose che sono moralmente inaccettabili e di farle con una naturalezza sconcertante, con una naturalezza che sembra strana agli occhi delle persone normali:

Ma guarda che faccia di bronzo!

E’ questa la frase che viene spontanea di fronte a queste persone.

Notate poi come le parole sfrontatezza, spudoratezza e sfacciataggine, iniziano tutte con la lettera “s” e questo si fa spesso quando si vuole indicare la mancanza di qualcosa. In questo caso quello che manca è il pudore (le persone spudorate), la fronte (le persone sfrontate) e la faccia (le persone sfacciate).

Il senso è sempre negativo ovviamente. Si tratta di apprezzamenti, di giudizi rivolti a persone che stupiscono in negativo per come reagiscono in specifiche circostanze.

Si vuole pertanto comunicare una qualità morale negativa; questo senza dubbio.

Volevo poi soffermarmi sulla preposizione semplice “di” presente nell’espressione “avere la faccia di bronzo”: “di bronzo”: è la faccia ad essere “di bronzo”.

Usiamo questa preposizione perché in genere indichiamo un materiale: la faccia è fatta di bronzo. Così come il tavolo è fatto di legno, il maglione è di lana e il cucchiaio è di ferro.

Nelle espressioni idiomatiche si usano spesso le preposizioni semplici. Ognuna ovviamente ha le sue caratteristiche. Poi ce ne sono moltissime di espressioni che contengono la parola “faccia”.

Vediamo ad esempio che l’espressione “avere una faccia da schiaffi” contiene la preposizione “da”. La faccia da schiaffi è una faccia che merita schiaffi, una faccia che merita di essere schiaffeggiata. Qui usiamo “da” perché è come dire: questa ragazza è da baciare, questa persona è da conoscere, questo bambino è da apprezzare per la sua generosità eccetera.

Poi c’è anche “Stare faccia a faccia” in cui si utilizza la preposizione “a”;

Dire qualcosa in faccia a qualcuno” utilizza la preposizione “in”;

poi c’è anche “per la tua bella faccia” in cui si utilizza “per”;

Diciamo che in generale ascoltare le spiegazioni delle idiomatiche è un modo interessante per capire come si usano le preposizioni semplici.

Vediamo alcuni esempi di utilizzo dell’espressione di oggi: “avere la faccia di bronzo

Ammettiamo ad esempio che mio figlio faccia un dispetto, una marachella, cioè un dispetto, uno scherzo, un atto di furbizia ad esempio. Io, che sono il padre, mi accorgo di questo, lo vedo con i miei occhi, io mi accorgo di questa marachella, e lui, mio figlio, nonostante tutto, nega. Lui dice: “non è vero papà, non sono stato io. Io non ho fatto nessuno scherzo”, dice mio figlio guardandomi dritto negli occhi con una espressione seria.

Hai proprio una faccia di bronzo“, gli rispondo io.

Quello che sto dicendo a mio figlio è che lui ha il coraggio di negare, ha il coraggio di dire che non è stato lui a fare questa marachella, nonostante che io lo abbia visto con i miei occhi.

Ha proprio una faccia di bronzo mio figlio, proprio una bella “faccia tosta“.

Questo è un altro modo molto usato per esprimere lo stesso concetto: “quella faccia tosta di mio figlio ha negato di aver fatto una marachella!”.

Quando dico una marachella voglio dire una cosa poco grave, un atto poco lecito ma in fondo non cattivo.

La “faccia tosta” quindi è la stessa cosa della “faccia di bronzo“. La faccia tosta è più familiare, si usa più spesso in famiglia, mentre la faccia di bronzo è un pochino più ricercato.

Si sta però sempre parlando di persone sfrontate, sfacciate. Ci sono in realtà delle differenze tra avere una faccia di bronzo e essere sfacciati, spudorati e sfrontati. Anche se questo non lo troverete nei dizionari provo a  darvi una spiegazione facendo alcuni esempi.

Nel caso di mio figlio e dell’esempio precedente non userei il termine “spudorato” perché i bambini, almeno fino ad una certa età, diciamo fino alla soglia dei 3 o quattro anni possiamo dire che non hanno un vero senso del pudore. Solo più tardi nasce nel bambino il desiderio di un minimo di intimità. Il pudore infatti non è esattamente come la vergogna. Il pudore è, possiamo dire,  il senso di intimità fisica di una persona.

Spieghiamo innanzitutto quindi la differenza tra vergogna e pudore.

Intorno ai 3, 4 anni i bambini iniziano ad acquisire consapevolezza di sé stessi e a capire diciamo i confini e le differenze tra il proprio corpo e quello degli altri. Il pudore inizia quindi a svilupparsi proprio durante questa presa di coscienza. La vergogna invece è più generale come concetto: si può provare vergogna per mille motivi diversi, non solo per motivi legati al proprio corpo ed ai propri sentimenti.

Un ladro ad esempio potrebbe pentirsi di aver rubato e provare vergogna: il ladro si vergogna, prova vergogna per aver rubato.

Allo stesso modo un politico corrotto si può pentire, anche lui, potrebbe provare vergogna per il suo passato da corrotto. Questo non accade mai nella realtà ma sarebbe sicuramente una buona cosa se ogni tanto accadesse!

In tali rarissimi casi il politico, come il ladro, prima di pentirsi non ammette naturalmente le sue ruberie. Non ammette di aver rubato prima del pentimento. Nega sempre, anche di fronte all’evidenza, anche cioè quando è evidente: e ci vuole una bella faccia tosta sicuramente per negare anche davanti all’evidenza. Ci vuole una bella faccia di bronzo!

Poi il politico si pente, ammette di aver sbagliato e si vergogna del suo passato. Non posso certamente dire che prova pudore del suo passato! Quindi la vergogna e il pudore non sono la stessa cosa.

La sfrontatezza è come abbiamo visto, anch’esso un termine simile, ma essere una persona sfrontata è peggio che avere semplicemente una faccia di bronzo. Il comportamento di una persona sfrontata è non solo sfacciato, ma è anche irriverente e insolente poiché si manca di rispetto alle persone.  E’ anche un atteggiamento arrogante, perché esprime un senso di superiorità nei confronti del prossimo. Lo sfrontato è arrogante perché non tiene in nessun conto di suggerimenti, proposte o richieste che arrivano dalle altre persone. E questa arroganza si manifesta con un costante disdegno e con una irritante altezzosità. Una persona sfrontata pertanto è anche altezzosa, una persona cioè boriosa, piena di boria e presunzione, specialmente nei rapporti sociali, nelle relazioni con le altre persone: “io sono meglio degli altri!”

Avere la faccia di bronzo abbiamo detto è meno familiare di avere la faccia tosta, che è più familiare. C’è un modo poi ancora più in uso in famiglia, un modo un po’ sgarbato, un po’ maleducato ed anche offensivo. Stiamo parlando di “avere la faccia come il sedere” oppure “avere la faccia come il culo“, dove,  la parola “culo” come tutti voi saprete, rappresenta il sedere, anche se questa (culo) è una parolaccia usata in molti modi diversi nella lingua italiana. Potrei dedicare un episodio di un paio d’ore a riguardo 🙂

Infine la “sfacciataggine” è, secondo me, meno grave della sfrontatezza e leggermente diverso anche dalla  spudoratezza. Il pudore è più intimo e pertanto non avere pudore (cioè essere spudorati) sembra a prima vista più grave di essere sfacciati.

Ad ogni modo queste riflessioni piene di particolari che vi sto facendo devono servire solamente a farvi riflettere un po’ sui termini e soprattutto ad esercitare l’ascolto. Magari adesso ricorderete meglio il significato dell’espressione di oggi: “avere la faccia di bronzo”.

Esercitiamo la voce invece adesso: un piccolo esercizio di ripetizione, che ne dite?

Bronzo

Faccia di Bronzo

Avere la faccia di bronzo

Hai proprio una faccia di bronzo!

Io non ho la faccia di bronzo, sono molto timido!

Grazie a tutti anche delle vostre generose donazioni e ci vediamo il prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

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Come offendere in italiano: insulti, offese, ingiurie ed oltraggi

Audio

LINK UTILI

Video e Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com, oggi sono di nuovo qui con Said, professore di Italiano In Marocco, che mi ha aiutato a realizzare questo episodio,

Said: ciao, piacere Gianni, sono Said, sono marocchino, ho 34 anni ed insegno italiano in Marocco.

Offendere in lingua italiana: offese, ingiurie, insulti e oltraggi
Offendere in lingua italiana: offese, ingiurie, insulti e oltraggi

E con Chloè, che è un’insegnante di Italiano sul sito mordusditalie.com e e anche parlaritaliano.com. Ciao ad entrambi. Dobbiamo essere almeno in due oggi anche perché il podcast odierno è abbastanza impegnativo. Ci spetta infatti il compito di parlare di insulti.

Cosa sono gli insulti?

L’insulto è, possiamo dire, un’espressione negativa rivolta verso un’altra persona. Se questa persona ha avuto un comportamento considerato negativo, offensivo verso di me op verso qualcosa a cui tengo, qualcosa che per me è importante, allora io mi rivolgo verso di lui con un insulto. Un insulto è quindi solitamente una singola parola, ma qualche volta è composto da più parole insieme.

Si tratta di un argomento scottante e pericoloso, naturalmente, per un motivo fondamentale: il motivo è che c’è il rischio di essere volgari parlando di insulti, e questo, come sa bene chi ci segue, non rientra tra le caratteristiche di Italiano semplicemente.

L’avevamo già detto, preannunciato su Facebook che avremmo fatto questo episodio dedicato agli insulti, e qualche reazione è stata, a dire il vero, piuttosto negativa:

– io non dico parolacce

– a me non piace insultare le persone

– non c’è bisogno di conoscere queste parole

E frasi di questo tipo. Ed invece credo personalmente sia importante conoscere anche queste parole. Primo perché potrebbe capitare di ascoltarle, secondo perché potrebbe capitare anche a voi di esprimere un sentimento negativo verso una persona e non sapete come fare. In questi casi è bene sapere quali parole usare, sia se si vuole offendere, sia se non si vuole offendere

Il nostro compito quindi si preannuncia piuttosto arduo. Cominciamo dall’inizio. Cosa sono gli insulti?

Gli insulti sono le offese, e il verbo insultare significa quindi offendere, offendere personalmente. Si dice anche “Recare offesa”. Quando si reca un’offesa a qualcuno, o verso qualcuno, si sta offendendo questa persona. Insultare è quindi offendere con parole ingiuriose, con atti di scherno o anche con un contegno provocatorio.

Ho utilizzato alcune parole che potrebbero essere complicate.

Le parole ingiuriose sono le parole che contengono un’ingiuria. L’ingiuria quindi è un altro termine per indicare l’offesa e l’insulto.

L’ingiuria è quindi offensiva, è oltraggiosa. Un’ingiuria è un oltraggio, un insulto, un’offesa.

Come vedete ci sono molti termini per chiamare le offese e gli insulti. Dipende un po’ dal contesto in cui ci troviamo.

L’insulto è la parola più diffusa ed utilizzata quando si parla di utilizzo delle parole. L’insulto quindi prevalentemente si pronuncia con la propria voce, con l’utilizzo della parola, sebbene non solamente con quella, e colpisce la persona con un’opinione personale su di essa.

L’offesa invece è più un atto, un comportamento che colpisce la dignità della persona.

Se ti dico che sei uno stupido ti ho insultato, mentre se dico che sei disonesto, questo è più un’offesa, perché colpisce la dignità della persona, la sua integrità, una sua qualità morale: la sua onestà in questo caso. Lo stesso se dicessi che sei maleducato eccetera.

L’oltraggio, è una offesa molto grave e consapevole contro l’onore o la dignità di qualcuno. L’oltraggio però è spesso usato in senso figurato per indicare un danno che si fa; e questo danno implica, cioè comporta la violazione di una norma, anche di una norma nell’ambito della vita sociale: si parla spesso di un oltraggio alla giustizia, oltraggio al buon gusto; oltraggio ad un pubblico ufficiale, oltraggio al pudore. Quando si fa un oltraggio, generalmente, si è superato un limite, si è fatto un eccesso. L’oltraggio è una cosa che va oltre la giusta misura: OLTRE la giusta misura e quindi OLTRAGGIO. L’oltraggio comunque non è molto usato in famiglia e tra amici se non in modo scherzoso.

L’ingiuria infine è un termine molto usato nella giustizia, come anche oltraggio. Viene da ingiustizia, cioè cosa non giusta. Una ingiuria è un’offesa che viola le norme giuridiche. Quindi è un’offesa all’onore di una persona recata mediante parole, atti, comportamenti come ad esempio l’invio di disegni o di lettere ad una persona. Quindi con una ingiuria si fa violenza ad una persona, si colpisce una persona con una comunicazione postale, con una telefonata o con degli insulti inviati per email. Sono tutti i modi di offendere perseguibili penalmente da parte della persona offesa.

Bene, vediamo ora quale offesa, qualche insulto, qualche oltraggio e qualche ingiuria.

Cominciamo con gli insulti meno offensivi e passiamo gradualmente a quelli peggiori.

Cominciamo con IGNORANTE.

Ignorante è colui che ignora, cioè colui che non sa. Ignorare una cosa significa non sapere una cosa. Apparentemente è una parola innocua perché posso usarla anche verso me stesso: io ad esempio in materia di medicina sono abbastanza ignorante.

Ma sono ignorante anche in altri campi: letteratura, giurisprudenza, latino, greco, solo per fare alcuni esempi.

Ignorante quindi è una persona più o meno colpevolmente sfornita delle capacità e delle nozioni richieste, quindi è una persona incompetente, una persona inesperta. Non c’è niente di male nell’essere ignoranti in qualcosa.

Spesso però possiamo usarlo anche come un insulto.

– Sei proprio un ignorante!

Se dicono questa frase rivolta a te significa che sei una persona priva di istruzione o di cultura in generale, una persona incolta, illetterata. C’è chiaramente la volontà di insultare in questa frase: sei proprio un ignorante. Il tono qui è molto importante.

Ci si può riferire anche all’educazione, quindi “sei un ignorante” è una frase che si può rivolgere a qualcuno se questa persona è stata maleducata, se si è comportata in modo maleducato, senza rispetto per gli altri. Se gli dici così è come se gli dicessi che lui o lei ignora le regole della buona educazione: è un ignorante!

Si usa anche verso gruppi di persone, per indicare o semplicemente che queste persone nella loro vita non hanno mai studiato a scuola, e quindi ignorano molte cose, o anche perché si vogliono colpire, offendere con una offesa:

Quella è gente ignorante, che non sa neanche scrivere una email!

Ignorante, tra tutti gli insulti, credo comunque sia uno dei più leggeri, sebbene abbastanza offensivo.

Passiamo ad ANTIPATICO.

Anche questo termine rientra certamente tra gli insulti. Abbastanza “leggero” anche questo, possiamo dire.

Antipatico equivale a non simpatico. Quindi una persona antipatica suscita antipatia. Il sentimento si chiama antipatia, analogo (ma contrario) alla simpatia. Una persona antipatica è una persona con cui è impossibile, diciamo, affiatarsi, andare d’accordo.

Non si usa però solamente verso le persone. Magari si sta parlando di una situazione fastidiosa, una situazione che suscita fastidio o provoca qualche disagio o qualche malumore.

Ad esempio:

– Ho un lavoro antipatico da finire entro domani;

– Mi trovo in una situazione veramente antipatica

Quindi l’antipatia è un sentimento che si può provare verso qualcuno o qualcosa; è una avversione istintiva più o meno motivata. A volte non sappiamo perché qualcuno ci sta antipatico. Lo sentiamo, lo avvertiamo, non sappiamo perché:

Posso dire che:

– A pelle, Giovanni mi sta antipatico

A pelle mi sta antipatico: cioè avverto qualcosa di negativo, lo avverto sulla pelle – per modo di dire – la mia pelle mi dice che Giovanni non è una persona positiva.

Antipatico è abbastanza simile a ODIOSO. È vero infatti che odioso viene da odio, quindi odioso in teoria significa “che merita odio”, “meritevole di odio”, ma spesso si usa un po’come antipatico per le persone e le situazioni:

ad esempio:

– Francesca è una persona odiosa

Se Francesca è odiosa, è molto simile ad antipatica, ma è anche peggiore a dire il vero.

Se una persona merita questo appellativo, vuol dire che stai nutrendo un sentimento simile e anche peggiore dell’antipatia, ma non è l’odio comunque. Non si tratta di odio. Odio è peggio.

– Io odio Francesca

Non è esattamente come dire che Francesca è una persona odiosa, perché odiosa significa che ha degli atteggiamenti fastidiosi, molto fastidiosi, che si comporta male, ma non così male da meritare odio.

Posso usare questo aggettivo anche verso situazioni, analogamente all’antipatia, indicando quindi un lavoro come odioso, una circostanza, una situazione personale. Si tratta di situazioni dalle quali si vorrebbe uscire il più presto possibile in generale.

Dunque siamo ancora ad un livello di insulti abbastanza leggero.

Vogliamo aumentare il livello?

Aumentiamolo.

Aumentare il livello significa aumentare il senso di fastidio che suscita una persona, ma se vogliamo significa anche puntare a delle caratteristiche specifiche, non generiche come abbiamo fatto finora: l’antipatia, l’odio, l’ignoranza, intesa come maleducazione, sono infatti adatte a una vasta gamma di persone e situazioni.

Dobbiamo quindi specificare, selezionare bene il bersaglio da colpire.

Vediamo allora “SUPPONENTE” (con doppia “P”). La parola supponente è adatta a tutte le persone che dimostrano, o che rivelano una certa superiorità. Le persone che si credono superiori e che lo mostrano con i loro comportamenti ed atteggiamenti provocatori sono supponenti. Si usa molto dire “PRESUNTUOSO” in questi casi, o anche ALTEZZOSO, SACCENTE, STRAFOTTENTE. Supponente è più sofisticato, e contiene “su”. Il supponente si pone infatti al di sopra degli altri: è un supponente, è colui che si pone su, cioè al di sopra degli altri. E questo dà sicuramente molto fastidio.

Anche un atteggiamento può essere supponente, un sorriso, delle singole parole. In ogni caso c’è molto fastidio dietro a questa parola. A tutti dà fastidio la supponenza. D’altronde come non avere fastidio da chi crede di essere più importante di te e che oltretutto vuole fartelo vedere, senza nascondersi.

Supponente quindi non è un insulto generale ma si riferisce alla saccenza, alla superiosità.

Ti credi superiore? Ti credi più importante degli altri? Allora sei una persona supponente se questo lo lasci trasparire.

Vediamo adesso invece come indicare, come descrivere le persone che non dicono la verità. Anche qui identifichiamo bene una caratteristica da colpire.

La parola più usata in questi casi, quando non si dice la verità è BUGIARDO.

– Sei un bugiardo! Non dici sempre la verità!

Questo è un classico insulto molto usato in famiglia, soprattutto tra marito e moglie e dai genitori verso i figli e tra amici.

Non è certamente un bel complimento, perché le bugie sono le cose non vere e le bugie le dicono i bugiardi. Però il termine è abbastanza infantile; è offensivo, sicuramente, dare del bugiardo a qualcuno, ma ci sono termini peggiori in questi casi.

Uno dei peggiori è “CAZZARO” (con doppia “Z”). Un termie abbastanza recente, infatti esiste dai primi anni ’60.

Il cazzaro è una persona che dice cazzate, cioè bugie, frottole. Uno che racconta frottole è una persona che dice bugie, ma che spesso sono sotto forma di storie:

– Ti giuro, una volta ho trovato un portafogli con 1 milione di euro!

– Credimi, ho un amico che si è laureato in un solo anno in medicina!

– Sai che io ho avuto 1000 donne nella mia vita! Forse anche di più.

Ecco, cose di questo tipo non sono bugie, ma sono “cazzate”. Le cazzate sono storie false. Ed uno che dice cazzate è appunto un “cazzaro”. Appunto. Una persona simile, detto meno volgarmente, è uno che ostenta, uno che “te le conta”, si dice anche così, cioè una persona che “te le racconta” (te le conta). Si dà per scontato che si sta parlando di cose false: “te le conta”, dove “le” sta per “le storie”, o “le fandonie”, “le bugie”, “le frottole”.

È molto usato l’aggettivo (o sostantivo) “cazzaro” nel linguaggio giovanile, sia rivolgendosi alla persona interessata:

– sei proprio un cazzaro!

sia se si parla di qualcun altro:

– non ti fidare di quello! E’ un cazzaro!

Detto in modo educato il cazzaro è un millantatore di presunte capacità, un millantatore di virtù e di successi; un FANFARONE, uno SPACCONE.

Il “MILLANTATORE”: chi è il milantatore?

Il millantatore è colui che millanta (verbo millantare): parliamo sempre di storie e di persone che, per vantarsi, dicono cose non vere: le dicono per sembrare migliori agli occhi degli altri.

– Cosa stai millantando? Stai millantando di essere il più grande professore al mondo?

Il verbo millantare quindi significa “dire bugie”, o più volgarmente “dire cazzate” ma si tratta di bugie su se stessi, bugie sul proprio conto. Millantare è come vantarsi con molta esagerazione e senza alcuna prova.

Se volete dire educatamente a qualcuno che, secondo voi non sta dicendo la verità su se stesso, potete dirgli che lui è un millantatore.

– Non è vero che sei il più bravo scienziato al mondo: sei un millantatore!

Va bene anche fanfarone o spaccone, però questi sono due termini più innocui, sono più termini da bar e quindi meno gravi di millantatore. Sicuramente cazzaro e millantatore hanno lo stesso livello di offesa. Quello che cambia è il livello di volgarità. Cazzaro è più volgare.

Si parla sempre di bugie se parliamo di “CIARLATANO”.

La parola ciarlatano è adatta quando si parla di persone che diffondono false notizie. Persone che si approfittano della buona fede delle persone allo scopo di ottenere denaro o vantaggi di altro tipo, grazie a delle false promesse.

Solitamente il ciarlatano è un venditore, colui che vende qualcosa. Quindi I ciarlatano cerca di convincerti ad acquistare qualcosa, facendoti credere chissà quali proprietà.

– Compra questo corso di inglese e vedrai che in 15 giorni nessuno crederà che sei italiano!

– Ma non fare il ciarlatano! Vai via, non voglio nessun corso di inglese. Che ciarlatano!

Come insulto è abbastanza grave perché il ciarlatano guadagna dalle proprie bugie.

Chi invece non ci guadagna ma semplicemente non è credibile, si può appellare come “INATTENDIBILE”.

Diciamo che è sicuramente meglio essere chiamati inattendibili che ciarlatani!

Non c’è dubbio, infatti se sono inattendibile significa che non merito di essere tenuto in considerazione (NON devo essere TENUTO in considerazione = sono inattendibile, che è il contrario di attendibile). La persona inattendibile è inaffidabile, non le si può dare fiducia.

Se quindi non vi fidate di una persona, non perché credete che sia disonesta ma perché solitamente le cose che dice non sono vere, allora questa persona è inattendibile, o anche INAFFIDABILE. Non si può fare affidamento su di lei.

Sul lavoro si usa spesso questo aggettivo.

– Mi ha detto che finirà il lavoro entro domani

– Sì, dice sempre così, ma poi lo consegna sempre dopo una settimana. È completamente inattendibile!

In molto molto cortese, le persone inattendibili sono persone a cui non si può dare credito.

– non posso dare credito a Giovanni, non si è mai dimostrato attendibile.

C’è poi un insulto molto particolare, sempre collegato alle bugie.

Sto parlando di “SALTIMBANCO”. Insulto molto pesante. Il saltimbanco è colui che può dire le bugie, e le dice se gli conviene. Il saltimbanco è quindi un opportunista, un egoista, ed è un insulto usato nel lavoro. Chi esercita una professione, un’attività, cercando soprattutto di soddisfare i proprî interessi, cercando di mettersi in mostra, di raggiungere il successo personale, con assoluta mancanza di serietà e credibilità è un saltimbanco (tutto attaccato: saltimbanco). Saltimbanco viene da “saltare i banchi”: una specie di giocoliere, un artista, un acrobata, uno che si esibisce in pubblico. Uno che fa ridere insomma. Ma se usiamo il termie per insultare, allora è molto negativo. Si usa molto nella politica: il saltimbanco nella politica è chi passa da un partito politico all’altro, senza avere una idea politica precisa: lui salta da un banco all’altro a seconda della convenienza. Insomma, proprio un brutto insulto. L’Italia purtroppo è piena, pienissima di saltimbanchi della politica.

Sempre nell’ambito delle relazioni sociali, esiste un altro tipo di insulto: “PETTEGOLO”.

Pettegolo è un sinonimo di CHIACCHIERONE. Si può usare sia in senso amichevole sia se ci rivolgiamo a dei bambini:

– è veramente una ragazzina pettegola! (con due “T”)

Insulti sempre tutti… sei davvero strafottente!

Questo significa che la bambina parla molto, è molto loquace, quindi non si tratta di un insulto in questi casi.

Invece se ci rivolgiamo ad un adulto la cosa cambia. Un pettegolo è una persona che critica gli altri, che parla sempre degli altri senza porsi problemi di privacy, di riservatezza e di discrezione. Quindi parlare di pettegolezzi equivale a parlare di indiscrezione. L’indiscrezione è la mancanza di discrezione.

La persona pettegola fa quindi i pettegolezzi. Ecco, i pettegolezzi sono le chiacchiere, le cose raccontate che riguardano altre persone. Spesso poi si tratta di cose non vere, o parzialmente vere.

– Hai visto quella ragazza? Lo sai che prima era sposata, poi si è divorziata, poi si è risposata con un altro, ed adesso ha almeno tre fidanzati! Dico tre!

– Che pettegola! Non è vero, dai, questi sono solamente pettegolezzi!

Bene ragazzi, andiamo ora ad un’altra categoria di insulti. Una categoria molto, ma veramente molto diffusa di insulti riguarda i comportamenti scorretti.

Abbiamo parlato di ignoranza, di antipatia, di supponenza, di bugie, di millanterie e di pettegolezzi. Ora parliamo di vere offese.

La più diffusa offesa sul comportamento scorretto è sicuramente “STRONZO”!

Non c’è italiano che non abbia mai usato questo insulto: giovane, anziano, colto, ignorante, cristiano o ortodosso: lo stronzo è una insulto diffusissimo, sulla bocca di tutti, e la stronzaggine è sicuramente una delle caratteristiche più disprezzate e criticate.
Perché questo?

Perché la parola stronzo si adatta ad una gamma impressionante di persone e comportamenti.

L’origine è abbastanza spregevole diciamo… infatti: uno stronzo è un escremento umano o animale, si tratta quindi di un materiale di scarto, per dirla nel modo meno volgare possibile. Escremento è come dire cacca, o anche merda. Come immagine quindi si capisce bene che se la parola viene usata contro qualcuno non è per fargli un complimento!

Uno stronzo, detto in poche parole, è una persona odiosa, una persona spregevole, che merita di essere paragonata ad un escremento.

– Sei uno stronzo!

Questo è un vero insulto, uno sfogo contro una persona che ha fatto qualcosa di veramente grave.

Naturalmente esiste anche la versione femminile: stronza!

– Ti ha lasciato la fidanzata? Che stronza!

– Un tuo collega ti ha rubato il posto in ufficio? Che stronzo!

– Un tuo amico non ti invita più alle feste? Proprio un atteggiamento da stronzo!

Potrei continuare all’infinito con esempi di ogni tipo.

Sappiate che il termine è molto usato soprattutto dai giovani ma come dicevo prima lo usano un po’ tutti.

Esiste anche il diminutivo “stronzetto” che si usa in caso di sgarbi meno gravi o come presa in giro, ed esistono varie varianti tipo “PEZZO DI CACCA” e “PEZZO DI MERDA” o anche “RIFIUTO UMANO”, “ESCREMENTO AMBULANTE” e chi ne ha più ne metta.

– MI sa che sei proprio un pezzo di merda! Mi hai lasciato senza niente ed ora mi ritrovo fuori casa e te ne freghi!

La cosa importante da capire è che si usa quando c’è da sfogarsi contro una persona che ci ha fatto un torto, uno sgarbo, un dispetto che non possiamo proprio sopportare. Hai tradito la mia fiducia quindi sei uno stronzo!

Scemo, stupido, senza cervello! Semplice.

Nel caso di comportamenti scorretti è molto usato anche “BASTARDO”.

Il termine bastardo in realtà è un termine che indica un ibrido tra due razze. Se quindi ho ad esempio due cani, uno di una razza e uno di un’altra razza (ad esempio un cane bassotto ed un cane labrador); sono due cani appartenenti a due razze diverse. Quindi se questi due cani si incrociano, fanno dei figli, questi cagnolini che nascono sono bastardi. Cioè non appartengono né alla razza bassotto, né alla razza labrador, quindi sono una via di mezzo, sono un ibrido. Quindi sono bastardi, si tratta di cani bastardi.

In realtà però il termine bastardo è stato da sempre utilizzato anche per indicare una persona che nasce al di fuori di un matrimonio. Se un uomo e una donna si sposano e fanno dei figli, questi sono figli sia dell’uomo che della donna che si sono sposati. Ma se invece la donna fa un figlio con un altro uomo, questo figlio è detto, in modo dispregiativo, un figlio bastardo. Quindi il bastardo è un figlio illegittimo.

Ok, ma l’insulto “bastardo” non significa certamente figlio illegittimo.

Infatti il termine bastardo si usa, proprio come stronzo, come una ingiuria.

– Bastardo! Sei un bastardo!

Attenzione perché questo è un insulto molto grave, molto peggiore di stronzo.

Infatti in questo termine c’è soprattutto il tradimento, ma non solo.

In questo insulto c’è tutto il rammarico, tutto il risentimento che si prova quando si viene traditi o si riceve un grave torto.

Un bastardo è molto di più che un semplice stronzo. Un bastardo è un traditore, un vigliacco, una persona che ha preso accordi e poi non li ha rispettati, una persona senza valori, senza dignità, che quindi non merita il nostro rispetto.

– Non ti fidare di loro, sono tutti bastardi!

Sentite quanto odio c’è dentro questa frase: sono tutti bastardi significa che sono esseri umani della peggiore specie, persone di cui non ci si deve fidare.

Cosa fanno i bastardi? I bastardi fanno le bastardate. Gli atti, i comportamenti di una persona che noi chiamiamo bastardo possiamo tranquillamente chiamarli bastardate.

– Ieri mi hanno fatto una bastardata: mi hanno rigato la macchina. Che bastardata!

In questo secondo esempio non sono stato esattamente tradito, ma qualcuno mi ha rigato la macchina, mi ha rotto la macchina facendo un segno evidente con una punta metallica sulla macchina, sulla carrozzeria. Me l’hanno rigata, appunto: una vera bastardata!

Bastardo comunque è abbastanza simile ad un altro insulto abbastanza diffuso e utilizzato: sto parlando di “FIGLIO DI PUTTANA”. Figlio di puttana significa che si sta dicendo a qualcuno, che questa persona è figlio di una puttana. Sua madre è una puttana, è cioè donna che si prostituisce, cioè che vende il proprio corpo per denaro. Questa è una puttana.

Normalmente si chiamano PROSTITUTE, e non puttane, che è la versione volgare. Figlio di puttana però non è un insulto in cui si dice alla persona che sua madre si prostituisce, ma è semplicemente un grave insulto per indicare che una persona ha fatto qualcosa causando un grave danno.

Un po’ come il bastardo, insomma. Un figlio di puttana è come un bastardo, ci ha fatto un danno e noi lo insultiamo, dicendogli che sua madre è una prostituta e che di conseguenza suo padre non è certo, non è sicuro. Un grave insulto che chiama in causa la famiglia, che è evidentemente molto importante in Italia.

Insultare la propria famiglia è fare un grave insulto. Da qui l’utilizzo di bastardo e figlio di puttana.

PUTTANA, poi, di per se, è ovviamente un altro tipo di insulto adatto solamente per le donne, invece “figlio di puttana” è adatto agli uomini. “FIGLIO DI BUONA DONNA”, è la versione meno volgare. La “buona donna” è un modo più gentile di indicare una prostituta.

Puttana, prostituta ed anche MIGNOTTA (e ZOCCOLA): sono tre modi equivalenti per indicare una “buona donna”.

– Si è vestita come una zoccola! Mette sempre la minigonna! Poi c’è anche TROIA.

Il modo più gentile è sicuramente “figlio di buona donna”.

Lo si può usare tra l’altro parlando di una persona che ci ha fatto un torto e non vogliamo esprimere troppo rammarico, oppure anche solo per scherzo:

– Quel figlio di buona donna se n’è andato!

Oppure:

– Mio figlio? È proprio un figlio di buona donna! Mi fa sempre tanti dispetti!

In questo caso mi sto rivolgendo proprio a mio figlio, quindi “figlio di buona donna”, detto a mio figlio, è un modo come un altro per dire “furbo” o quel furbetto di mio figlio, quel MALANDRINO, quel DISPETTOSO.

– Dai, basta con queste cose, sei davvero dispettoso con me!

Malandrino e dispettoso sono più o meno equivalenti, sono modi simpatici per indicare comportamenti giovanili scorretti, quindi non molto gravi perché è abbastanza normale che un giovane a volte si comporti un po’ così, in modo non sempre corretto, come vorrebbero i genitori almeno.

Invece figlio di puttana e FIGLIO DI MIGNOTTA sono insulti ben più gravi, riservati a persone che ci hanno veramente fatto un torto grave.

Possiamo ora tranquillamente abbandonare ora gli insulti sui comportamenti scorretti e passare alla categoria degli insulti sull’istruzione.

Abbiamo già detto che l’appellativo ignorante si può dire sia a chi si non conosce le cose che ignora, sia a coloro che non hanno una buona educazione. Quindi ignorante è sicuramente un insulto che riguarda l’istruzione.

L’istruzione, come la famiglia, è un altro punto debole sui cui colpire.

Bene, allora vediamo un po’.

C’è anche “CAFONE”, che è più o meno come ignorante, ma cafone fa solamente riferimento alla maleducazione. I cafoni sono coloro che usano un linguaggio volgare, coloro che insultano tutti apertamente, anche alzando la voce, senza farsi problemi.

Deriva da “cavare”, nel senso di “cavare la terra”, cioè scavare. Quindi cafone, l’insulto cafone, indica una persona come un contadino, una persona che quindi ha solamente fatto il contadino nella sua vita e che di conseguenza non ha mai studiato, non ha mai aperto un libro.

Del tutto simile è l’insulto “MONTANARO”, dove si parla escplitamente di montagne, per indicare il luogo dove la persona è cresciuta: la montagna.

– Sei proprio un cafone montanaro!

Questo è un insulto che potete dire a chi si rivolge a voi con tono sgarbato ed ignorante, uno che alza la voce e non vi rispetta.

Un cafone, un montanaro, è anche indicato come una persona “ZOTICA”.

Questo è un modo più gentile ed aristocratico di chiamare un cafone. Uno zotico, o anche uno ZOTICONE.

Si tratta in ogni caso di persone, diciamo così… grossolane, ignoranti, senza istruzione.

Grossolane significa semplici, non molto sofisticate, che sono rimaste così come la natura le ha fatte: sono grossolane.

Quante persone, nella vita si incontrano che hanno queste caratteristiche? Tantissime!

Ma cafone si può anche dire di persone prive di buon gusto, o prive di tatto, oltre che di rispetto.

Si parla spessissimo di comportamento cafone, di gente cafona. Anche una cosa però, un oggetto, un oggetto di arredamento o lo stesso arredamento di una casa anche può essere cafone e grossolano.

Una cravatta può essere cafona, e l’abbigliamento in generale può esserlo.

Zotico invece è più indicato per una persona, come zoticone. Cafone è più generico e adatto a tutto, zoticone è più specifico per le persone, come montanaro ed ignorante.

Il modo forse più elegante, o uno dei più eleganti, di insultare una persona che manca di istruzione credo però sia TROGLODITA. Il troglodita, parola abbastanza difficile da pronunciare, è colui che abitava nelle caverne, come nell’epoca preistorica, quando c’erano i dinosauri.

(Verso dinosauro)

Proprio per questo, con questo termine si indicano le persone che vengono giudicate come persone ROZZE o PRIMITIVE, persone INCIVILI. Una persona rozza è come una grossolana, quindi diciamo poco lavorata, poco raffinata. Le persone primitive sono invece i primi abitanti della terra, questi sono i primitivi. I primi abitanti, quindi primitivi.

Anche INCIVILE è un insulto abbastanza delicato ma nello stesso tempo molto offensivo. L’incivile è una persona che non ama la civiltà, non ama vivere con gli altri, perché manca di rispetto e di umanità sostanzialmente.

Se vedete una persona che getta a terra una bottiglietta di plastica, potete dargli del primitivo, sicuramente.

Anche “TERRONE” è un insulto abbastanza diciamo pesante che chiama in causa l’istruzione ed in particolare la provenienza dal sud Italia. Il terrone lavora la terra, ma sicuramente è solamente un grave insulto che gli Italiani del nord, ma solamente alcuni, quelli più cafoni appunto, usano verso gli italiani del sud. Questo è terrone.

Quindi qui entriamo nella categoria degli insulti territoriali, per identificare le persone che abitano in certe zone d’Italia.

– Sei un terrone, ritorna da dove sei venuto, ritorna al sud!

Naturalmente terrone significa anche ignorante e persona poco istruita, altrimenti non sarebbe un grave insulto.

Al centro Italia invece si usa molto l’insulto “BURINO”, che serve ad insultare le persone che non sono cresciute in una grande città ma in campagna. Quindi i cittadini romani insultano dicendo burini alle persone cresciute fuori Roma.

A burino!!!

Ma gli stessi romani sono chiamati burini dalli italiani del nord, sempre alcuni degli italiani del nord.

Appena si sente una persona parlare con l’accento romano, questa potrebbe essere identificata e etichettata come un burino.

– Ecco, sono arrivati i burini di Roma…

Anche gli abitanti del nord Italia comunque possono essere etichettati con un insulto creato appositamente per loro. Mi riferisco a “POLENTONE”.

– Sei proprio un polentone, ritorna da dove sei venuto! Ritorna al nord!

Il termine polentone è quindi un insulto anch’esso, lo possiamo chiamare anche epiteto, parola questa che in generale indica una connotazione, una caratteristica. Polentone è quindi un epiteto negativo, ha cioè una connotazione negativa.

Un polentone è quindi utilizzato dagli abitanti dell’Italia meridionale (cioè del sud Italia) e centrale per indicare gli abitanti dell’Italia settentrionale, cioè del nord Italia.

Polentone deriva da polenta. Cos’è la polenta?

La polenta è un antichissimo piatto di origine italiana a base di farina di cereali. È un piatto tipico del nord Italia, di colore giallo, e si mangia solitamente in bianco oppure col pomodoro, (è buonissima tra l’altro) ed anche volendo con la carne.

Insomma la polenta è diffusa soprattutto al nord, quindi gli abitanti del nord Italia mangiano la polenta, quindi sono chiamati “polentoni”. Molto semplice.

È come se gli italiani li chiamaste “spaghettari” o cose del genere.

Infine vediamo una categoria simile a quella dell’istruzione, che è la categoria dei soldi e della ricchezza.

Se hai pochi soldi per vivere sei semplicemente povero, che è il contrario di ricco; ma questi non sono insulti ma classi sociali diciamo.

Invece se vogliamo insultare una persona che ha difficoltà a spendere i soldi, pur avendone molti da spendere, ci sono vari modi per farlo. Il modo più comune è “TIRCHIO”.

Un tirchio è una persona avara. Tirchio ed avaro sono termini equivalenti, solo che tirchio è molto più offensivo.

– Il mio collega è un vero tirchio! Non mi offre mai il caffè in ufficio. Che tirchio!

Ecco, questo è un modo di insultare un avaro, una persona che spende con difficoltà. Il tirchio ha difficoltà a spendere in generale, è, si può dire, RESTIO NELLO SPENDERE; è grettamente attaccato al denaro.

Se non volete parlare in modo popolare potete indicare queste persone come delle persone parsimoniose, o restie nello spendere, oculate nella spesa. Questi sono tutti modi più delicati e se vogliamo neanche offensivi.

Una persona, se è oculata nella spesa, vuol dire che ha occhio, ha una qualità: sta attento a spendere. Se invece dico che è un tirchio dico che sta attento inutilmente, che non c’è bisogno, perché è troppo attaccato ai soldi, ha una specie di malattia.

Si dice anche che questa persona “HA IL BRACCINO CORTO” per indicare la difficoltà ad allungare la mano, il braccio, per prendere il portafogli, per pagare. Anche questo è un insulto anche se più scherzoso. È un modo diciamo abbastanza simpatico per indicare questo tipo di persone: i tirchi, gli avari.

C’è da dire che a volte avere il braccino corto è anche usato per indicare una persona che ha poca voglia di lavorare. Dipende dalle zone d’Italia.

Vale la pena di ricordare anche qualche insulto legato al sesso.

Abbiamo già detto che prostituta, puttana mignotta, così come anche altri termini analoghi sono usati solamente per le donne.

Per gli uomini si usa spesso DEPRAVATO, PORCO, MAIALE, tre insulti che indicano una eccessiva attenzione verso il sesso. Il porco e il maiale rappresentano lo stesso animale, quell’animale che grugnisce (verso maiale) : pig in inglese, mentre invece depravato è più grave. Depravato Indica sia un comportamento immorale, quindi una persona immorale, priva d’ogni senso morale, ma anche una persona viziosa.

In senso legato al sesso posso anche dire PERVERTITO, il depravato è un pervertito che è evidentemente una persona che ha delle perversioni sessuali, una persona che ha comportamenti sessuali devianti. Insomma un vero DEGENERATO, se vogliamo dirla in modo più elegante. Il degenerato si chiama così perché degenera. Degenerare significa in generale cambiare, ma cambiare in peggio, scadere.

Si dice spesso: “la situazione sta degenerando“. Ok? Nel senso che la situazione sta peggiorando, è quasi fuori controllo e non riusciremo più a fermare questo peggioramento. Questo significa degenerare se a degenerare è una situazione.

Se a degenerare invece è una persona, questa persona la posso chiamare un DEGENERATO, ma con questo termine indico una persona che si comporta in modo molto immorale, è quindi come un pervertito, è la stessa cosa.

Bene ragazzi credo che per oggi possa bastare. Spero non vi venga voglia di iniziare a insultare i vostri amici per non dimenticare la lezione.

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È la nostra missione quindi ringrazio tutti i donatori per avermi hanno aiutato a farlo, e vi ringrazio se anche voi considerate di unirvi a noi. Metto un link in basso su questo episodio purché possiate aiutarci. Così potete anche vedere quali sono le nazioni più generose. Se la vostra nazione, il vostro paese non c’è, siete ancora in tempo ad unirvi a noi.

Grazie amici e alla prossima… e niente parolacce.

Le espressioni sulle figuracce

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Trascrizione

Mohamed: Ciao Giovanni, come stai? In classe i miei studenti mi chiedono le frasi idiomatiche che si usano in caso di figuracce. Se puoi aiutarmi a fare questa cosa sarebbe una cosa molto bella. Grazie in anticipo. ciao

Bene, ciao a  tutti e grazie a Mohamed a cui voglio rispondere col podcast di oggi. Mohamed è un professore di italiano ad Alessandria d’Egitto e fa parte della redazione di Italiano Semplicemente infatti mi aiuta spesso a realizzare dei bei podcast come questo. Per rendere il podcast più interessante ci aiuterà stavolta anche Jessica, una ragazza brasiliana, ed Ulrike, una ragazza tedesca.

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L’argomento del giorno sono quindi le figuracce. Cos’è una figuraccia? La figuraccia è una impressione negativa suscitata in qualcuno col proprio comportamento.

Se non avete capito ve la spiego meglio: quando fate qualcosa di sbagliato, qualcosa che invece avreste dovuto fare bene, meglio o che altre persone si aspettavano che voi faceste bene, queste  altre persone potrebbero avere dei pensieri negativi su di voi, potrebbero pensar male di voi,  e voi quindi avete fatto una figuraccia.

Una figuraccia è la conseguenza di un comportamento, di un vostro comportamento, in conseguenza del quale qualche altra persona ha una impressione negativa su di voi. In questi casi si dice che chi ha avuto questo comportamento fa una figuraccia. Fare è il verbo che si usa con la parola figuraccia: “fare una figuraccia“.

Io ad esempio posso fare una figuraccia col mio professore di italiano se vengo bocciato all’esame. Magari non riesco a rispondere a delle domande facili e il mio professore di italiano si aspettava invece una persona preparata,  che aveva studiato, ed invece no, il professore mi boccia, cioè mi dice che l’esame è andato male, mi boccia perché crede che io non sia affatto preparato: posso dire di aver fatto una figuraccia col mio professore e la cosa può darmi fastidio oppure no; in entrambi i casi il professore di italiano non avrà un bel ricordo di me dopo questo esame,  dopo questa figuraccia che ho fatto.

La parola figuraccia finisce con il suffisso “ACCIA” è questo è ciò che normalmente viene fatto nella lingua italiana quando si qualifica negativamente una qualsiasi cosa. Quindi una cosa brutta diventa una “cosaccia” , una brutta bicicletta diventa una biciclettaccia. Eccetera.

In questo caso è una figura ad essere accia, cioè ad essere brutta: una figuraccia è appunto una brutta figura. La figura rappresenta in questo caso come appariamo agli occhi degli altri, cioè l’impressione che facciamo. Si può fare una bella figura, o anche un “figurone“, termine spesso usato ma solo all’orale, cioè una bella figura, una bella impressione.  Si usa dire anche “fare una porca figura”  in certi casi. All’opposto si può fare una brutta figura, cioè una figuraccia, appunto, ed anche figuraccia è un termine colloquiale, che non si usa nello scritto.

Ci sono in realtà molti modi per chiamare una brutta impressione che facciamo agli occhi di altre persone. Dipende un po’ dal tipo di brutta figura e dalle persone con cui parliamo: ci sono quindi modi formali ed informali, perché come sapete la lingua italiana ci dà molte diverse possibilità.

Nella forma scritta ad esempio le modalità più diffuse sono “fare una pessima figura” e “fare una pessima impressione”. Pessima equivale a brutta o cattiva, ma è un termine equivalente a negativa o negativo se dico pessimo al maschile. Infatti brutto e brutta sono più relative a cose tangibili, che si toccano, come oggetti e persone, cattivo invece  è più usato come carattetistica umana (cattivo è il contrario di buono).  Per cose intangible cioè che non si toccano, come la figura, come una impressione possiamo usare quindi pessima figura, cioè una impressione negativa.

Fino a qui niente di particolarmente difficile quindi.

Ascoltiamo un esempio di brutta figura,  di figuraccia che ha fatto Ulrike.

Ulrike: io ho chiesto ad una cliente se fosse in cinta ed ho fatto gli auguri, ma non era così. Lei era solo ingrassata,  causa una separazione da suo marito. 

Divertente come figuraccia, quella di Ulrike, avete ascoltato, Ulrike ha visto una sua cliente e le ha fatto gli auguri perché credeva fosse in cinta, credeva aspettasse un bambino, questo sembrava agli occhi di Ulrike ed invece no, invece la cliente di Ulrike era solamente ingrassata, aveva messo su qualche chilo per motivi personali.  Ma fortunatamente pet Ulrike la donna è rimasta sua cliente e l’ha perdonata.

Allora: adesso vi spiego bene la differenza tra pessima impressione e brutta figura: si può fare una pessima impressione, ad esempio, ad un esame universitario, o ad un qualsiasi esame del mondo se l’esame va male ovviamente, ed  è sicuramente la forma più utilizzata in ambito accademico e nei colloqui di lavoro anche. La parola figura e la frase fare una brutta figura o figuraccia sono invece più usate nelle relazioni umane, non accademiche e istituzionali dunque, ma tra amici e familiari  o anche al lavoro con i colleghi. Invece pessima è più formale diciamo. Quindi  se ad un colloquio di lavoro non ci si presenta, oppure se si arriva in ritardo ad una riunione si fa una pessima figura.

In questi casi potete scusarvi, ad esempio potete fare come Jessica:

“ti chiedo mille scuse, io ero…  avevo una visita di una mia amica”. 

Ecco sicuramente Jessica ha fatto una pessima figura,  e con questo tipo di scusa ha persino peggiorato la situazione ha reso la situazione persino peggiore.

Invece la parola “impressione” si usa di più quindi quando c’è una valutazione da dare, e quindi come detto prima in caso vada male un esame o un colloquio di lavoro.

Ma non finisce qui. La parola “gaffe” è conosciuta credo da tutti, ma una gaffe è una azione o una espressione inopportuna, cioè un atto commesso o una parola pronunciata che rivelino una inesperienza ad esempio, o goffaggine.

Se ad esempio un ragazzo esce con la sua fidanzata e la chiama per sbaglio con un altro nome, allora quella che avete fatto è una gaffe, almeno è questa la parola, il termine più usato in questi casi. La parola gaffe deriva dal francese e significa quindi commettere un’indelicatezza, dire o fare una cosa indelicata. Di usa molto in Italia, soprattutto in ambito televisivo: ci sono personaggi televisivi divenuti famosi per le gaffe che hanno fatto: Mike Bongiorno ad esempio, il famoso presentatore televisivo morto qualche anno fa, ne ha fatte più di una in TV. Lui presentava un programma famosissimo in cui Mike bongiorno faceva alcune domande ai partecipanti che erano preparati ognuno du un singolo argomento (il titolo della trasmissione era “Lascia o raddoppia”) e una volta c’era una signora, la signora Longari, (Longari era il cognome della signora) e la domanda era sugli uccelli: era una domanda che riguardava un uccello.

Ebbene la signora Longari sbaglia la domanda e Mike bongiorno commenta l’errore dicendo:

Ahi ahi ahi, signora Longari: mi è caduta sull’uccello“.

Questa è sicuramente la gaffe, la figuraccia più famosa di Mike Bongiorno.

La gaffe consiste nel fatto che  la signora Longari ha sbagliato una domanda, cioè è caduta su una domanda – si dice anche così quando si sbaglia: “cadere su” ed in modo colloquiale, parlando direttamente si dice anche “mi è caduta”, rivolgendosi direttamente alla persona che sbaglia; quindi Mike dice “Ahi ahi ahi, signora Longari: mi è caduta sull’uccello”, cioè ha sbagliato la domanda sull’uccello!

Sembra un commento normale, ma purtroppo per lei, suo malgrado, l’uccello è anche un modo di chiamare l’organo sessuale maschile. Dunque Mike Bongiorno dice una cosa che ha anche un secondo significato, una frase con un doppio senso quindi.

Un’altra famosa gaffe è di un’altra presentatrice italiana che dice in diretta TV “voglio salutare l’Istituto dei ciechi di Milano, so che mi stanno guardando“. Anche questa è una gaffe, infatti i ciechi sono coloro che non hanno il dono della vista, quindi non vedono, quindi evidentemente anche questa è una gaffe, una figuraccia. La parola italiana più simile a gaffe è papera,  quindi fare una papera è come fare una gaffe. Papera, o papero è il nome di un uccello che normalmente si trova nei parchi e nei laghi. Il Papero (il nome dell’ucello è al maschile) è una giovane oca non ancora in fase riproduttiva, quindi il papero è un’oca giovane. Chissà perché “la papera” invece, inteso come figuraccia, si pronuncia al femminile: forse per via del fatto che indica una brutta figura, che è appunto una parola femminile. Comunque le papere, o i paperi, camminano in modo buffo, lo averet sicuramente notato: e la goffaggine del modo di camminare è all’origine dell’utilizzo di questa parola per indicare una brutta figura.

Un altro modo di dire simile, anzi si tratta di una sola parola, è “svarione” ed anche svarione si usa col verbo fare: fare uno svarione. Ma svarione è più semplicemente un grosso errore, un errore inaspettato, più che una figuraccia. Comunque non è una parola molto usata; a parte nel calcio, dove si parla spesso di svarione difensivo, di uno svarione, cioè di un grosso errore, commesso da un difensore se causa un gol degli avversari. Allo stesso modo posso usare la parola “sproposito“, ma sproposito si usa col verbo dire: dire uno sproposito: “ha detto uno sproposito”, vuol dire “ha detto una sciocchezza, una grossa sciocchezza”. e quando si dice uno sproposito si fa sicuramente una figuraccia.

La parola sproposito si usa anche in altra circostanze però, tutte hanno a che fare con le figuracce: ad esempio “parlare a sproposito“. In questa frase significa parlare inutilmente e in modo controproducente. Quando qualcuno parla a sproposito dice cose fuori luogo, cose inopportune, fa ad esempio delle affermazioni imbarazzanti, e quando qualcuno parla a sproposito sarebbe meglio stesse zitto, perché più parla, peggio è. Attenzione perché  sproposito è usato anche come sinonimo di “molto”. Ad esempio se acquistate qualcosa e lo pagate una cifra alta, molto soldi, potete dire che avete pagato “uno sproposito”, ed in questo caso significa appunto molto.

Un modo molto elegante per dire figuraccia è “fare una figura barbina“, ma attenzione perché chi fa una figura barbina è una persona che fa una figuraccia per un motivo preciso: un motivo legato ai soldi o per un grave motivo morale: la persona che fa una misura barbina è solitamente una persona gretta, meschina, avara, cioè attaccata ai soldi: se ad esempio un uomo invita a cena una donna per la prima volta, al loro primo appuntamento, se l’uomo non paga la cena ma la fa pagare alla donna,  allora l’uomo fa una misura barbina. Barbina si scrive come barba, ed infatti deriva proprio dalla parola barba ma sinceramente non c’entra nulla con la barba. Una figura barbina si potrebbe tradurre con “una figura misera” ed infatti spesso si dice anche così. Misera viene da miseria, cioè la mancanza di qualcosa. Questo qualcosa che manca, in questo caso è una qualità importante. Quando la modalità è interessata quindi usate barbina, ma se è molto grave potete anche usare “figura meschina“, che sono equivalenti ma barbina è meno grave, e potete usarlo anche ironicamente, per ridere, volendo anche su voi stessi.  La figura meschina invece è grave, più seria come espressione perché la persona meschina è una persona spiritualmente limitata, ed anche intellettualmente limitata, che non ha principi morali, una persona meschina vi fa pena, è moralmente povera e non vale la pena di frequentarla.

Vediamo adesso altri due modi abbastanza eleganti che vi consiglio di usare: le parole sono “lapsus” e “magra“. Con la parola lapsus si indica un errore di distrazione, uno sbaglio, come la parola gaffe, ma con lapsus si usa il verbo avere: “ho avuto un lapsus“. Quando qualcuno ha un lapsus fa un l’errore ed in particolare l’errore può consistere in una sostituzione di una parola con un’altra, mentre scrive o mentre parla, o anche la dimenticanza di un nome.

In particolare c’è il Lapsus freudiano, che viene da Freud, il famoso psicologo tedesco dovuto a motivi inconsci. Se ad esempio una signora anziana, una nonna chiama il proprio nipote col nome del proprio figlio,  esprimerà inconsciamente il desiderio di essere ancora giovane. Anche con i lapsus quindi possiamo fare delle brutte figure. Nell’esempio che ho fatto prima, di chiamare la fidanzata con il nome di un’altra ragazza, posso quindi parlare di lapsus, di laspus froidiano in particolare, perché il motivo della figuraccia è legato all’inconscio, alla mente umana.

Oltre a lapsus, dicevamo prima, esiste la parola “magra“.

Sapete tutti che magra e grassa, sono due aggettivi che indicano una corporatura opposta: una persona magra è una persona che è il contrario di una persona grassa: il magro ha un fisico asciutto, non mangia molto e il grasso invece è più pesante ed è in sovrappeso, cioè ha un peso maggiore della norma. Il magro è il contrario.

Ebbene, le parole grasso o grassa e magro o magra si associano spesso ai rapporti sociali. La magrezza, come la miseria nell’espressione “una figura misera” sta ad indicare la mancanza di qualcosa, e quindi si usa la mancanza peso, di grasso, o un peso insufficiente, ad immagine, diciamo come immagine figurata. Quindi una “magra figura” è una figuraccia, una brutta figura che si fa con qualcuno, e sicuramente è un’immagine molto negativa, ma non ha una connotazione negativa come “figura barbina”, che è più collegata alla moralità. Una magra figura invece è più usata quando l’effetto che si fa è ironico. Se la figuraccia genera delle risate da parte di altre persone e viene voglia di nascondersi dalla vergogna, possiamo dire che si tratta di una magra figura, o semplicemente di una magra. Magra quindi può essere sia sostantivo che aggettivo.

Notate che se una persona fa una magra figura, qualcuno potrebbe farsi una “grassa risata“, che è una grande risata, una risata fatta con gusto e soddisfazione per la figuraccia fatta da qualcuno.

Vedete quindi come a volte la magrezza e la grassezza si usano nelle situazioni sociali in cui si fanno delle figuracce.

Terminiamo questo episodio con una espressione idiomatica molto comune: “fare una figura di merda” che è molto usata dagli italiani di ogni ceto sociale, religione, età e ambiente diverso. La merda, cioè la cacca, è un dispregiativo, e si usa in questa espressione per indicare proprio la gravità della figura, la brutta figura fatta. Chi di noi non ha mai fatto una figura di merda nella vita? Se voglio esagerare e scendere bel volgare posso anche dire fare una figura del cazzo , è bene sapere che esiste anche questa forma, più utilizzata di quanto  uno straniero possa immaginare.

Attenti quindi perché queste due ultime sono espressioni  volgari  ed ovviamente si usano solo all’orale.

Bene Mohamed, spero che i tuoi studenti abbiano materiale a sufficienza per essere soddisfatti ora.

Concludo ringraziando tutti coloro che sostengono Italiano Semplicemente economicamente. Grazie a loro ho acquistato un nuovo microfono per registrare i file audio, e questo nuovo microfono è in grado di eliminare i rumori di fondo, che possono a volte essere molto fastidiosi; quindi ora la qualità audio sarà sicuramente migliore di prima. Il prossimo acquisto sarà una telecamera che vorrei utilizzare per registrare alcun video in giro per Roma da utilizzare su Youtube.

Bene per finire esercitatevi anche voi a parlare un po’ adesso con un esercizio di ripetizione:

Figuraccia

Fare una figuraccia

Fare una brutta figura

Io ho fatto una brutta figura

Tu hai fatto ha figura barbina

Mio  fratello ha fatto una gaffe

La mia amica ha avuto un lapsus

Noi abbiamo fatto veramente una magra figura,

Voi avete fatto una figura di merda

I miei fratelli fanno spesso delle pessime figure.

Continuate pure a fare le vostre richieste su Facebook sui futuri episodi di Italiano Semplicemente, cercherò di venirvi incontro più che posso, compatibilmente con gli orari di lavoro e con la famiglia.

Ascoltate più volte il podcast per memorizzare bene e fatemi conoscere le vostre impressioni,  nella speranza di non aver fatto una figuraccia avendo detto e scritto anche alcune parolacce. Non le usate mi raccomando,  potreste fare una figura di merda.

Ciao.

PS: Ascolta la figuraccia di Jessica

Cogliere un’occasione al volo

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

 

Descrizione

cogliere_un_occasione_al_volo_immagineIn questo episodio, registrato alla guida della mia automobile, potete ascoltare la spiegazione di una espressione idiomatica italiana molto diffusa ed utilizzabile in moltissime occasioni diverse: “cogliere un’occasione al volo”.

Trascrizione

Buonasera amici di Italiano Semplicemente, questa sera un episodio particolare perché sono all’nterno della mia macchina, della mia automobile e sto andando al lavoro, non è il luogo abituale di lavoro, questo perché mi sto recando in una località per lavorare al di fuori del mio ufficio, quindi si dice che sono in missione, sono in missione lavorativa; quindi registro questo episodio all’interno della mia macchina.

Mi sono detto: perché no? perché non approfittare di questo tempo, di quest’ora di tempo per dedicare quindici minuti ad un episodio di italiano semplicemente.

Una bella occasione da cogliere, di conseguenza ho pensato di approfittare di questo tempo per raccontarvi una storia, per spiegarvi come al solito il significato di una espressione italiana; non so in realtà ancora quale espressione italiana spiegarvi, ci sto pensando in questo momento, ma al dire il vero ne ho già utilizzato una, perché ho appena finito di dirvi che: vorrei cogliere l’occasione al volo di raccontarvi, di spiegarvi una frase, una espressione italiana.
Vorrei cogliere l’occasione al volo, cioè vorrei approfittare di questo tempo che ho a disposizione, vorrei cogliere l’occasione di questo tempo per spiegarvi una espressione italiana, e la espressione italiana e proprio questa: Cogliere un’occasione al volo
Dunque, vediamo da dove posso iniziare, probabilmente non tutti voi, non tutti gli ascoltatori, non tutti i membri della famiglia di italiano semplicemente conoscono questa espressione, comunque consiglio a tutti di ascoltare la spiegazione perché in questo modo avremo l’opportunità di esercitare l’ascolto che è la prima regola per imparare una lingua, la prima regola d’oro di italiano semplicemente come i più fedeli ascoltatori ormai sanno; avrete quindi l’occasione per ascoltare un po’ d’italiano e anche per esercitare un po’ la lingua perché alla fine di questo episodio come al solito faremmo un piccolo esercizio di ripetizione.
Quindi cogliere l’occasione al volo è la espressione di oggi, spieghiamo prima le parole, poi spieghiamo l’intera frase, poi faremmo qualche esempio e poi l’esercizio di ripetizione.
Allora, cogliere un’occasione al volo oppure cogliere l’occasione al volo, che cosa significa? :

Cogliere: forse non tutti voi conoscete il verbo cogliere.

Cogliere è un verbo che si può utilizzare con la frutta ad esempio, cogliere o raccogliere la frutta, oppure cogliere una pianta, per esempio; cogliere una mela dall’albero, cogliere una mela o raccogliere una mela significa prendere una mela (che è un frutto) e staccarla dal ramo, dall’albero: cogliere.
Si usa appunto anche il verbo raccogliere, il verbo raccogliere in realtà è più utilizzato per prendere degli oggetti quando questi oggetti si trovano a terra; quindi si usa più il verbo raccogliere in questo caso.
Per la frutta si usano ugualmente cogliere e raccogliere, ma il verbo cogliere in questo caso (cogliere un’occasione al volo), è utilizzato in senso figurato, perché ciò che viene colto non è un frutto in questo caso, ma è un’occasione, un’occasione significa: una occasione, che però in modo abbreviato si scrive: un’occasione, cioè: un, apostrofo, occasione; perché come sapete quando i sostantivi iniziano per vocale come in questo caso: occasione, e quando i sostantivi sono femminili, (occasione è femminile), perché è la occasione, il pronome personale d’avanti cosi come l’articolo si possono apostrofare, quindi: l’occasione oppure un’occasione.
E che cos’è l’occasione, che cos’è un’occasione, cosa significa occasione?.
Non è molto facile da spiegare, ma un’occasione è una possibilità, è una possibilità che voi avete. f

Facciamo un esempio: se voi venite a Roma, avete l’occasione di visitare il Colosseo, e, visto che venite a Roma, potete dire: perché no, perché non vedere il Colosseo, perché non prendere l’occasione al volo. Un’occasione quindi è un’opportunità che potrebbe capitarvi oppure no, se venite a Roma e bene che voi decidiate di visitare il Colosseo, è bene che voi cogliate questa occasione, cogliate questa opportunità, quindi un’occasione è una parola che significa opportunità, è un sinonimo di opportunità.
Un’occasione si può cogliere.

Cogliere un’occasione significa sfruttare un’occasione, sfruttare un’occasione è uguale a cogliere un’occasione, quindi cogliere un’occasione significa fare qualcosa, approfittare di qualcosa, approfittare di un’occasione, approfittare del fatto che venite a Roma per visitare il Colosseo, quindi cogliere l’occasione per visitare il Colosseo.
Io ho colto l’occasione di questo viaggio per registrarvi questo episodio di italiano semplicemente in cui vi sto spiegando l’espressione “cogliere un’occasione al volo”, quindi sto cogliendo l’occasione e vi sto registrando un podcast, avrei potuto decidere di non farlo, in quel caso non avrei colto l’occasione; in questo caso invece, ho colto l’occasione, ho sfruttato questo tempo che ho a disposizione per registrarvi un podcast, un episodio, quello che state ascoltando in questo momento.

Ho colto l’occasione, quindi se vogliamo, potete coniugare la frase cogliere un’occasione perché la coniugazione del verbo cogliere non è molto facile, in effetti:
• Io colgo l’occasione
• Tu cogli l’occasione  (“gli” non è molto facile da pronunciare per voi stranieri), capisco benissimo che “gli” in molte lingue non esiste, ho dedicato un’intera lezione alla spiegazione di “gli” all’nterno di Italiano Semplicemente, all’interno della storia per principianti che si chiama: “Il ladro padre e il ladro figlio” che come potete vedere nella sezione principianti, è la prima lezione per principianti.
• Lui coglie l’occasione
• Lei coglie l’occasione
• Noi cogliamo l’occasione
• Voi cogliete l’occasione
• Loro colgono l’occasione, loro cioè; Essi, essi e uguale a loro, però essi si usa pochissimo in italiano, si usa sempre “loro”, questo è bene che voi lo sappiate; essi si usa quasi esclusivamente nella grammatica, perché nel linguaggio parlato si usa” loro” oppure “coloro”; è molto difficile, veramente molto difficile che voi possiate incontrare il pronome essi se non nello studio della grammatica e nella coniugazione di un verbo, quindi:
• Io colgo
• Tu cogli
• Egli coglie o Lui coglie, Lei coglie (Lui è maschile, Lei è Femminile, Egli è il maschile), anche Egli si usa pochissimo, allo steso modo l’equivalente di egli al femminile è Ella, molto usato nella poesia, ma non certo nel linguaggio di tutti i giorni, quindi Lui coglie o Lei Coglie, si dice anche Egli coglie, ma “Egli coglie” è molto difficile perché c’è due volte la parola “gli”)
• Noi cogliamo
• Voi cogliete
• Essi colgono, attenzione: Essi o Esse colgono, qui non c’è “gli”, colgono non è “cogliono”, attenzione è molto pericoloso perché “cogliono” non Esiste, tra ‘altro la parola “cogliono” che non fa parte della coniugazione del verbo “Cogliere”, è molto pericoloso perché somiglia alla parola “coglione”.

È molto simile alla parola “coglione”, quindi non si dice “essi cogliono”, ma si dice “Colgono”, “cogliono è sbagliato”.

Io colgo, tu cogli, egli coglie, noi cogliamo, voi cogliete, essi colgono, che cosa? Un’occasione!
Ciò che si coglie è un’occasione, cogliere un’occasione significa fare qualcosa, approfittare di qualcosa per farne un’altra.
Io approfitto del mio viaggio per registrare un podcast; voi approfittate del fatto che venite a Roma per visitare il Colosseo; quindi io colgo l’occasione del mio viaggio per registrare un podcast, voi potete cogliere l’occasione di venire a Roma per visitare il Colosseo.
Io colgo l’occasione per registrare un podcast, ok? Quindi attenzione all’utilizzo delle preposizioni semplici “di” e “per”, io colgo l’occasione di questo viaggio per registrare un podcast.
Ripetete dopo di me in modo che vi rimanga più impresso:
• Io colgo l’occasione di questo viaggio per registrare un podcast.
• Voi cogliete l’occasione di venire a Roma per visitare il Colosseo.
Ok, quindi “Cogliere l’occasione” abbiamo spiegato cosa significa: approfittare di qualcosa per farne un’altra. Cogliere un’occasione significa quindi “cogliere un’opportunità”.
La parola “occasione” e la parola “opportunità” sono più o meno sinonimi, se io ho un’occasione, per esempio se io ho l’occasione di incontrarti, ho l’opportunità di incontrarti.
L’opportunità come l’occasione si può “cogliere”, io posso cogliere l’opportunità o cogliere l’occasione.
La parola “opportunità” si utilizza di più in ambito professionale, l’opportunità è una cosa positiva, l’opportunità si contrappone al rischio, negli affari quando parlate di opportunità vuol dire che potete approfittare di qualcosa per ottenere un qualcosa di positivo; potete cogliere l’opportunità di un viaggio per fare un affare, ad esempio. In questo caso, cogliete l’opportunità del viaggio per fare un affare, ma è meglio usare opportunità, nel caso del lavoro, nel caso di una professione, l’opportunità si coglie, un’occasione si coglie.
Ora, la frase in realtà non finisce qui, perché io ho detto all’nizio che la frase è: cogliere un’occasione al volo”, “cogliere un’opportunità al volo”, “cogliere un’occasione al volo” significa…cosa significa?
Allora, le due parole “al volo”, significa, danno l’idea, diciamo che questa occasione è unica, un’occasione importante, che potrebbe non capitarvi più, è un’occasione importante. Al volo, infatti include la parola “volo” quindi il volo è ciò che fanno gli uccelli, gli uccelli volano nel cielo, e quando una cosa vola nel cielo, lo fa solitamente in maniera molto rapida, in maniera molto veloce, e se voi dovete colpire una cosa che vola, se dovete colpire un “uccello” mentre vola ad esempio, beh, se non siete dei cacciatori è difficile che voi riusciate a colpire un uccello mentre vola, cioè a colpire un uccello al volo o che voi riusciate a colpire una cosa mentre vola, bisogna essere molto bravi, di conseguenza, cogliere un’occasione al volo, significa cogliere un’occasione mentre passa, mentre capita. Un’occasione potrebbe capitare molto velocemente, perché magari se non approfittate di questa occasione, potrebbe non capitarvi più oppure potrebbe durare poco tempo e quindi dovete pensarci bene, dovete pensarci prima, soprattutto, perché questa occasione è un’occasione importante, magari non vi capiterà più di venire a Roma, quindi è importante che lo facciate adesso questa visita al Colosseo, perché se non approfittate di questa occasione al volo, se non approfittate subito di questa occasione potrebbe non capitarvi più di venire a Roma.
Quindi prendere un’occasione al volo vuol dire non lasciarsela scappare, non lasciare passare questa opportunità, come se questa cosa fosse una cosa che vola, come se passasse nel cielo e voi la dovete prendere al volo, la dovete cogliere al volo.
Quindi, prendere un’occasione al volo vuol dire non lasciarsi scappare un’occasione, è la stessa cosa, in effetti, prendere un’occasione al volo si può dire anche in un altro modo:

Non lasciarsi scappare, ad esempio, io posso dire: domani verrò a Roma quindi non voglio lasciarmi scappare l’occasione di venire a vedere il Colosseo. Non voglio perdere l’occasione, non voglio lasciarmi scappare l’occasione di vedere il Colosseo, voglio cogliere l’occasione di venire a Roma per vedere il Colosseo.
Quindi come vedete la stessa frase la posso dire in più modi diversi, voglio vedere il Colosseo, quindi; visto, considerato che vengo a Roma, considerato che devo fare un viaggio per venire a Roma, voglio cogliere l’occasione di venire a Roma per vedere il Colosseo, non voglio lasciarmi scappare questa occasione, non voglio perdere questa opportunità.
La lingua italiana come sapete è una lingua abbastanza variegata, cioè varia, ha molti termini diversi e ci sono moltissimi modi per esprimere lo stesso concetto; secondo me è molto importante che una persona straniera, quando impara la lingua, quando impara una lingua come l’italiano, una lingua difficile, non dovrebbe accontentarsi di imparare il linguaggio base, dovrebbe invece avere il piacere di imparare anche un po’ della cultura italiana, il che significa capire che la lingua è il risultato della cultura e essendo la cultura italiana una cultura molto variegata, molto varia, non è uguale all’nterno delle regioni, non è uguale all’interno delle città, ci sono moltissime storie diverse all’interno della Italia, di conseguenza cosi come la cultura è variegata anche la lingua è variegata ed è bello imparare una lingua, (forse non vale soltanto per l’italiano questo discorso), è bello parlare una lingua cercando di utilizzare varie terminologie, vari modi diversi per imparare uno stesso concetto.
Bene ragazzi, allora credo che a questo punto abbiate capito cosa significa “cogliere un’occasione al volo”, credo che a questo punto prima di fare l’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che entro il mese di dicembre per coloro che possono essere interessati ad un corso di italiano professionale, entro il mese di dicembre, c’è la possibilità per tutti i visitatori di Italianosemplicemente.com di prenotare il corso di italiano professionale che uscirà nel mese di gennaio 2018, quindi manca ancora un anno, il corso è in fase di preparazione, sono pronte soltanto le prime dieci lezioni , ma tra circa una settimana uscirà la lezione numero undici che tratterà di tutte le frasi, tutte le espressione idiomatiche italiane che riguardano i rischi e le opportunità.
Per chi ascolta per la prima volta questo podcast, il podcast di italiano semplicemente, vi ricordo che il corso di italiano professionale è un corso studiato per tutti coloro che vengono in Italia per motivi professionali, di conseguenza tutte le lezioni sono organizzate in modo tale da essere utili al lavoro.
Quindi, tutte le espressione, tutte le occasioni, tutto il linguaggio italiano viene analizzato, diciamo suddividendo gli argomenti in maniera tale che sia più facile applicare questi argomenti alla vita lavorativa, quindi la lezione numero undici è appunto dedicata ai rischi e alle opportunità; oggi in qualche modo abbiamo già parlato delle opportunità perché, prendere un’occasione al volo vi ho spiegato che il termine occasione equivale ad opportunità, di conseguenza prendere un’occasione al volo significa prendere un’opportunità al volo, non lasciarsi scappare un’occasione, non lasciarsi scappare un’opportunità.
Ci sono moltissimi espressioni in Italia che riguardano i rischi e le opportunità perché in ogni lavoro c’è un rischio, in ogni lavoro si prendono decisioni e ogni volta che si prende una decisione c’è un rischio, ma là dove c’è un rischio, c’è un’occasione, c’è un’opportunità. Ogni decisione può essere una decisione positiva, in questo caso c’è un’opportunità oppure un’occasione negativa, c’è un rischio; un’opportunità negativa è un rischio. Quindi se la vostra decisione è una buona decisione si crea un’opportunità, se la vostra decisione al lavoro si rivela negativa in questo caso è molto rischiosa, quindi può portare a delle conseguenze negative.
Bene, allora facciamo adesso l’esercizio di ripetizione, credo che sia importante per coloro che non sono abituati a parlare l’italiano, per coloro che non hanno l’abitudine di parlare, di esercitare la lingua italiana fare questo piccolo esercizio di ripetizione, soprattutto è importante questa volta perché la frase “cogliere un’occasione al volo” contiene la parola “cogliere”, quindi il verbo “cogliere” che non è molto facile da pronunciare; quindi io ripeterò, io pronuncerò una frase, voi cercate di ripetere la frase dopo di me cercando di imitarmi, cercando di imitare la mia pronuncia e per fare questo rilassatevi.

Non c’è alcun bisogno che voi vi concentrate sulla grammatica, limitatevi a ripetere dopo di me e vedrete che dopo vi sentirete meglio, ok allora:
• Io colgo un’occasione al volo
• Tu cogli un’occasione al volo
• Lui coglie un’occasione al volo
• Lei coglie un’occasione al volo
• Noi cogliamo un’occasione al volo
• Voi cogliete un’occasione a volo
• Loro colgono un’occasione al volo

Adesso vediamo al passato:
• Io ho colto l’occasione
• Io ho colto l’occasione al volo
• Tu hai colto l’occasione al volo
• Lui ha colto l’occasione al volo
• Lei ha colto l’occasione al volo
• Noi abbiamo colto l’occasione al volo
• Voi avete colto l’occasione al volo
• Loro hanno colto l’occasione al volo

Un’ultima annotazione, la parola “colto” (Io ho colto, tu hai colto, lui ha colto, noi abbiamo colto, voi avete colto, essi hanno colto), la parola “colto” ha la “O” aperta, questo è molto importante, perché “Colto” significa un’altra cosa, se io sono colto, vuol dire che io ho studiato, conosco molte cose, sono istruito, sono una persona istruita, sono una persona laureata che ha studiato, conosce molte cose, quindi sono colto.
Ovviamente una persona può essere colta oppure può essere ignorante, cioè, può essere una persona che non ha studiato, che non sa molte cose, una persona che ignora le cose ed essere ignoranti è il contrario ad essere colti, colti con la “o” chiusa.

L’undicesimo comandamento: fatti i fatti tuoi!

Audio

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Descrizione 

Tanti modi diversi per dire la stessa cosa. Agli amici, ai colleghi,  in famiglia. 

– fatti gli affari tuoi

– non ficcare il naso 

– la cosa non la riguarda 

– non ti inpicciare 

– non ti immischiare 

– fatti i fatti tuoi 

– non amo le interferenze 

– non sia inopportuno 

Trascizione

Buongiorno a tutti, e benvenuti su un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi siamo qui per spiegare il significato di alcune espressioni molto usate in Italia. In particolare spiegheremo a tutti cos’è l’undicesimo comandamento.

Il comandamento, o meglio, i comandamenti, sono le regole, scritte sulle tavole della legge che, secondo la Bibbia, furono date da Dio a Mosè sul monte Sinai.

Ci sarebbe molto da dire in proposito, ma qui mi limito a dire che  per chi non conosce molto bene la religione cattolica, i dieci comandamenti sono le dieci fondamentali regole che ogni cattolico deve rispettare. Ci sono varie versioni dei dieci comandamenti, e nella versione cattolica questi comandamenti sono ben noti a tutti gli italiani.

Questi comandamenti, sono appunto dieci. Il loro numero è dieci:

  1. Non avrai altro Dio all’infuori di me.
  2. Non nominare il nome di Dio invano.
  3. Ricordati di santificare le feste.
  4. Onora il padre e la madre.
  5. Non uccidere.
  6. Non commettere atti impuri.
  7. Non rubare.
  8. Non dire falsa testimonianza.
  9. Non desiderare la donna d’altri.
  10. Non desiderare la roba d’altri.

Questi sono i dieci comandamenti che ci insegnano a tutti da piccoli, diciamo dai 6 ai 10 anni, quando si frequentano le scuole elementari e durante l’attività di formazione, diciamo così, durante il catechismo (o catechesi) che si fa ai bambini prima di fare la prima comunione, uno dei principali sacramenti cristiani.

Ma prima avevo parlato dell’undicesimo comandamento! 

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Ebbene, sebbene l’undicesimo comandamento non esista ufficialmente, almeno non esiste nella religione cristiana, ebbene è una usanza nota a tutti gli italiani che l’undicesimo comandamento sia un’altra regola che tutti dovremmo rispettare. La regola che tutti dovremmo rispettare è la seguente: Pensa ai fatti tuoi! “I fatti tuoi”, o in generale “i fatti propri” sono le cose che ci riguardano personalmente, le cose che riguardano noi stessi. Quindi “i fatti miei” sono le cose che mi riguardano, mentre “i fatti tuoi” sono le cose che riguardano te. Allo stesso modo “i fatti suoi” sono le cose che riguardano lui o lei, cioè una terza persona. La stessa cosa vale per “i fatti nostri”, che riguardano noi,  “i fatti vostri” che riguardano voi ed infine “i fatti loro”, che riguardano loro, cioè delle terze persone.

“Pensa ai fatti tuoi,” significa quindi non pensare alle cose che non ti riguardano, non entrare, non interessarti delle cose che non ti riguardano, che cioè non riguardante, te stesso, ma invece riguardano qualcun altro, un’altra persona. Questo è quello che scherzosamente è indicato come l’undicesimo comandamento.

Ovviamente non si tratta di una regola religiosa, ma semplicemente di un modo di dire italiano.

Quando vogliamo dire a qualcuno che non deve pensare alle cose che riguardano gli altri, possiamo farlo appellandoci all’undicesimo comandamento, che recita appunto: pensa ai fatti tuoi!

Appellandoci vuol dire “fare appello”, cioè “richiamando”, “ricordare che esiste”, e dicendo “mi appello all’undicesimo comandamento” si vuole dire, scherzosamente, che esiste una regola, una legge, un comandamento (quindi una legge divina), esiste una legge alla quale mi appello, cioè una legge che va rispettata e quindi te la ricordo, come se fosse una vera legge; e questa legge alla quale mi appello dice che non devi pensare alle mie cose, ma devi pensare alle tue cose e basta: “mi appello all’undicesimo comandamento significa semplicemente: “fatti i fatti tuoi

Ci sono però  altri modi di dirlo. Ci sono altri modi simili per dire la stessa frase, per dire questa semplice frase. Ed è proprio questo l’argomento di oggi.

Il modo più diffuso è: “fatti i fatti tuoi“. Fatti i fatti tuoi significa “pensa ai fatti tuoi”, ed anche a “occupati dei fatti tuoi”, il verbo quindi può variare: fare, pensare, occuparsi.

Ma perché si dice “i fatti”? 

I fatti sono le cose che accadono. I fatti, cioè: ciò che accade, ciò che succede. Quindi i fatti tuoi sono le cose che accadono a te, le tue vicende: i fatti tuoi.

Comunque non solo può cambiare il verbo: fare, pensare, occuparsi: A cambiare può anche essere la seconda parte della frase. “I fatti” possono diventare “gli affari”.

Quindi la frase diventa:

Fatti gli affari tuoi, pensa agli affari tuoi, occupati degli affari tuoi.

Di queste versioni viste finora la meno offensiva è “occupati degli affari tuoi”, semplicemente perché “occuparsi” è un verbo un po’ più formale, meno usato di fare o pensare.

Se invece non vogliamo essere affatto delicati con la persona  cui ci rivolgiamo, e quindi vogliamo proprio offendere questa persona, colpevole di non essersi occupata degli affari propri, possiamo essere decisamente più offensivi.

Quindi possiamo dirgli di “farsi i cazzi suoi“.

“Fatti i cazzi tuoi” è la versione più offensiva, sicuramente. Può capitare a tutti di ascoltarla molto spesso, e quando la ascolterete la persona che parla, e che dice questa frase a qualcun altro, avrà probabilmente un tono di voce molto alto, perché la frase è una frase di sfogo, una frase con la quale ci si sfoga, si urla quasi, una frase con la quale si accusa la persona con la quale si parla di non aver rispettato l’altra persona. Se lo dico a mia sorella, le sto dicendo che mi ha mancato di rispetto.

Si usa molto in ambito familiare, o con gli amici, con le persone alle quali si vuole più bene quindi… essendo le persone più importanti per noi, sono quelle con le quali le nostre emozioni sono più forti, e quindi ci dispiace di più litigare con familiari e amici che con sconosciuti.

Infatti è molto offensivo anche

Con uno sconosciuto basta dire: “non sono cose che la riguardano“, oppure “non sono cose che ti riguardano“, a seconda che state dando del lei o del tu a questa persona.

Ci sono però anche altri modi di dire questa cosa. Ad esempio c’è: “non ti immischiare” oppure “non ti impicciare” e anche “non ti intromettere

Immischiarsi, impicciarsi ed intromettersi sono i tre verbi utilizzati in questo caso. Questi tre verbi hanno lo stesso identico significato. Quello che cambia è il contesto: intromettersi è più educato. Impicciarsi è il più familiare dei tre.

Ad esempio: “non ti intromettere in ciò che non ti riguarda”. intromettersi significa mettersi in, cioè entrare, quindi “non entrare in ciò che non ti riguarda”: è la stessa cosa. Volendo si può usare anche il verbo entrare.

La stessa cosa vale per immischiarsi e impicciarsi. immischiarsi viene da “mischia”, e la mischia indica se vogliamo un gruppo di persone coinvolte in una attività. Chi si immischia (doppia m)  si sta facendo gli affari di qualcun altro, non si sta facendo i fatti suoi. Il verbo immischiarsi si usa solamente in questo modo in italiano, cioè per indicare che qualcuno si sta occupando di affari che non lo riguardano, sta entrando in una mischia che non gli compete.

Il verbo impicciarsi è uguale? Ha lo stesso significato di immischiarsi? 

La risposta è sì, ha lo stesso significato, ma diciamo che impicciarsi è indicato maggiormente per sottolineare che questa persona sta dando fastidio, sta entrando in questioni che non la riguardano e facendo questo crea fastidio, crea intralcio: “Non ti impicciare!” è come dire: “fatti gli affari tuoi, sei fastidioso!”.

Quindi voglio sottolineare questo aspetto, quello del fastidio, del disturbo creato, dell’intralcio. Ma più o meno il verbo è equivalente a immischiarsi.

Quello che si deve ricordare è che esistono situazioni diverse in cui usare espressioni diverse, e quindi se non conoscete la persona è meglio che al massimo  diciamo qualcosa come “non ti intromettere”. Non possiamo esagerare con la confidenza,  ed evitate di dire “fatti i fatti tuoi”, o ancora peggio “non ti impicciare” o “non ti immischiare” che sono più familiari.

“Fatti i cazzi tuoi”  è invece da evitare sempre, ma è bene sapere cosa significhi perché capita spesso di ascoltare questa frase, anche in film polizieschi o commedie italiane.

Se vogliamo poi essere ancora più formali  possiamo usare varie forme, dando però  del lei (questo è importante se non conoscete la persona). Posso dire ad esempio:

La cosa non credo che la riguardi!

oppure

non credo che la cosa debba essere di suo interesse!

o anche

non vedo,  non capisco come l’argomento possa interessarle!

In tutti questi casi si sta dando del lei all’interlocutore, e non del tu. In alternativa, sempre in modo formale, potete esprimere i vostri sentimenti, ciò che provate e quindi potete manifestare che i vostri sentimenti sono stati offesi: come farlo?

Gradirei moltissimo se lei non si interessasse della questione!“: In questo modo state comunicando un vostro disagio. Ma lo state facendo in modo formale, distaccato.

Si può  anche dire: “non amo le interferenze!“, o, ancora più deciso, potete dire: “la cosa non la deve interessare!” o ancora più forte: “non sia inopportuno!“.

Inopportuno significa non opportuno. Ed opportuno significa appropriato, adatto, adatto ad una certa circostanza. Quindi voi non siete opportuni,  cioè se siete inopportuni, allora vuol dire che non state nel posto giusto, quindi è come dire, è come invitare la persona ad andare in un luogo più opportuno, ad occuparsi di cose più opportune.

“Non sia inopportuno” quindi è un invito a non essere inopportuno: “non sia” cioè “non essere”, ma non dimenticate che state dando del lei alla persona, quindi “tu non essere” diventa “lei non sia” inopportuno.

Inopportuno è molto usato nella lingua italiana ma ha più utilizzi diversi: una persona può essere inopportuna, ma anche un intervento, cioè ciò che viene fatto o detto da qualcuno può essere inopportuno. Se qualcosa o qualcuno è inopportuno, in poche parole, c’è qualcosa che non va, e la cosa a cui ci si riferisce sarebbe stato meglio non fosse accaduta, perché ha creato disagio, ha creato dei problemi.

Se quindi vi siete chiesti il significato della parola inopportuno,  la vostra domanda non è stata inopportuna!

L’ultima espressione di oggi è “ficcare il naso“. Ficcare vuol dire mettere, inserire, mentre il naso come sapete è la parte del corpo che serve per odorare. “Ficcare il naso” è lo stesso che impicciarsi, immischiarsi: è al stessa cosa. “Ficcare il naso” dà più l’idea di chi si sporge, di chi si intromette, come se una persona dovesse entrare in una stanza e inserisce la testa di nascosto nella stanza con la porta appena aperta. Quindi mette la testa, ficca la testa dentro, ma la prima cosa che entra è in realtà il naso, come per annusare, o per vedere cose che non dovrebbe vedere. Quindi l’espressione “non ficcare il naso in queste cose” ad esempio, vuol dire “non immischiarti”, “non impicciarti. Il naso è utilizzato in molte espressioni italiane.

Bene ragazzi,  possiamo dire che è opportuno fare un esercizio di ripetizione ora? Ebbene sì, possiamo dirlo! È molto opportuno,  ed infatti lo facciamo subito.

Ripetete dopo di me e, state attenti alla vostra pronuncia. Non saltate questo esercizio, mi raccomando, sarebbe veramente inopportuno.

Io mi faccio i fatti miei!

Tu ti fai gli affari tuoi!

Lui si fa i fatti suoi

Lei si fa i fatti suoi.

Noi ci facciamo gli affari nostri.

Voi fatevi i fatti vostri!

Loro si fanno i fatti loro!

La cosa non ti riguarda! 

Pensa ai fatti tuoi!

Occupati degli affari tuoi!

La cosa non ti riguarda!

Non ti immischiare!

Noi non ci impicciamo!

Non ficcare il naso nelle mie cose!

Credo sia abbastanza per oggi. Se volete ascoltate questo episodio più volte e venite a trovarci su italianosemplicemente.com.

Fatevi pure i fatti nostri, noi non ci offendiamo!

Ps: grazie di cuore per le vostre donazioni


> Tutte le frasi idiomatiche

 

Andare a quel paese

Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Buongiorno a tutti e bentrovati sulle pagine di italianosemplicemente.com, sito adatto per aiutare ad apprendere l’italiano tutti coloro che hanno poco tempo a disposizione per studiare la grammatica.
Grazie di essere ancora qui, e per chi non conosce ancora Italiano Semplicemente, vi invito ad andare sul sito e dare un’occhiata alla sezione “livello intermedio”, dove ci sono molti episodi da leggere e file audio mp3 da ascoltare. Per i principianti, benvenuti e a voi consiglio di andare alla pagina a voi dedicata. Anche coloro che non sanno nulla di italiano, potranno trovare, nella pagina “principianti”, delle storie da ascoltare. Lì troverete sia i file audio che le trascrizioni.

Bene, oggi ci occupiamo di una frase idiomatica, e in particolare di una frase molto delicata.

Dico delicata perché avrò alcune difficoltà a trovare le parole più idonee per spiegare questa frase idiomatica. Vado subito al dunque (via il dente, via il dolore) e vi dico che la frase in questione è “andare a quel paese”. Andare a quel paese è una frase idiomatica, sicuramente, perché il senso proprio di questa frase è sicuramente fuorviante. Fuorviante significa che vi porta fuori dalla via, vi porta fuoristrada, questo significa che voi potreste pensare di leggere la frase parola per parola ed interpretare la frase in questo modo, ed invece la frase ha un senso figurato; un senso diverso dal significato proprio.

Chi di voi già consce questa espressione già avrà capito per quale motivo sono preoccupato oggi, nell’affrontare questa spiegazione. Gli altri invece saranno incuriositi, e quindi cercherò di cavarmela affrontando la frase senza indugiare. Cercherò di cavarmela significa cercherò di uscirne fuori, cercherò di risolvere il problema.

Dunque “andare a quel paese”, o meglio, l’esclamazione “vai a quel paese”, rivolta a qualcuno, è l’equivalente di… “fuck you” in inglese. La differenza è che mentre la frase inglese è molto volgare (ed ovviamente esiste l’equivalente italiano di fuck you, che non sto qui a ricordarvi poiché sicuramente tutti voi già conoscete; mentre la frase inglese è volgare, come dicevo, “vai a quel paese” è, per quel che si può, la versione delicata, informale, gentile se vogliamo.

Andare a quel paese quindi è un invito, è un invito che si fa, che si rivolge ad una persona, ed è un invito che si rivolge generalmente a persone con le quali non si va molto d’accordo. In genere “vai a quel paese” conclude sempre una discussione, è cioè l’ultima frase che si dice, generalmente, in una discussione animata, in cui si litiga con qualcuno. Se si discute, se si litiga con qualcuno, ed in particolare se si discute animatamente si alzano i toni, si alza la voce, e spesso può accadere che una delle persone insulti un’altra persona, e pronunci appunto questa frase: “vai a quel paese”.

Discutere animatamente significa discutere con l’anima, e si usa frequentemente per indicare una discussione accesa, che non si svolge con toni pacati, tranquilli, ma ad un certo punto ci si lascia andare, si comincia ad alzare la voce, e si perde il controllo. Ed alla fine uno dei due, e spesso entrambi, mandano a quel paese l’altra persona.

Mandare a quel paese quindi vuol dire manifestare un grande dissenso verso l’altra persona, nel senso che queste due persone hanno una idea totalmente diversa a proposito di un certo argomento, e mandando a quel paese si dice all’altro:

ok, è chiaro che non la pensiamo nello stesso modo, è chiaro che abbiamo una idea diversa, quindi tu resti con la tua opinione, che io non approvo, ed io resto con la mia, che tu non approvi.

Questa lunga frase, evidentemente, è  troppo lunga per essere pronunciata, e soprattutto non vale la pena di sprecare fiato per una persona che vogliamo liquidare. In queste circostanze quindi “vai a quel paese” è un sistema sbrigativo per liquidare una persona.

Liquidare una persona vuol dire, non renderla liquida, non farla diventare liquida, ma vuol dire sbarazzarsi di questa persona, farla allontanare, oppure smettere di parlarci perché le abbiamo già dedicato molto tempo.

Entrambe le persone, evidentemente, per mandare a quel paese l’altra persona, manifestano la volontà di sbarazzarsi l’una dell’altra. L’una dell’altra vuol dire che ognuna delle due persone si vuole sbarazzare dell’altra persona. E sbarazzare, come detto, ha lo stesso significato, più o meno, di liquidare. Posso quindi dire “ho liquidato Giovanni” oppure posso dire “mi sono sbarazzato di Giovanni”.

E’ la stessa cosa. Quindi ragazzi spero non vogliate liquidarmi dopo questa spiegazione. Soprattutto spero non vogliate mandarmi a quel paese, perché mi offenderei.

Un’ultima annotazione: “quel paese” indica un luogo, un paese, appunto, che non si nomina. Si indica quindi un paese senza nome che indica quindi un luogo lontano, che non viene nominato, perché se lo facessi, direi una parolaccia…

Vi lascio sulle note di questa bella canzone italiana di Alberto Sordi, un comico italiano tra i più famosi, ormai passato a miglior vita purtroppo (cioè ormai deceduto) che si chiama appunto:  “te c’hanno mai mannato a quel paese”, che in dialetto romano significa “ti ci hanno mai mandato a quel paese?, cioè: “a te ti hanno mai detto vai quel paese”?

Un saluto a tutti.

Attaccare il pippone ed attaccare bottone

Audio

Trascrizione

trascrizione a cura di Shrouk H. Helmi – musiche di Emanuele Coletta

Video su Youtube (con sottotitoli)

Allora buonasera amici, oggi vi parlerò di un espressione molto utilizzata tra i giovani. È una espressione molto utilizzata prevalentemente tra i giovani e prevalentemente al centro Italia, anche se vi comprenderanno in tutta Italia. Questa frase è una frase che tutti possono comprendere; tutti gli italiani voglio dire, e ha a che fare con il mondo della comunicazione. Perché dico questo? Perché come sapete, essendo il creatore di italianosemplicemente.com so che la comunicazione è importante ed il messaggio che c’è sul sito di italianosemplicemente.com è che se seguite le regole di Italiano Semplicemente imparerete a comunicare in italiano in sei mesi.

Dunque questa frase idiomatica é una frase che soltanto se conoscete il significato potete comprendere, potete capire cosa significa e sarete in grado di utilizzarla. Dunque la frase è “attaccare il pippone” è una frase che mi è venuta in mente ieri pomeriggio perché ho ascoltato un podcast in inglese e ascoltando questo podcast mi è venuto in mente che c’erano delle espressioni in inglese che tradotte in italiano si potevano tradurre in questo modo “attaccare il pippone”.

Dunque: come al solito prima di spiegare il significato di quest’espressione, spieghiamo le parole, le singole parole che compongono l’espressione; dopodiché vi spiegherò il significato e farò qualche esempio come al solito. Alla fine proveremo un esercizio di ripetizione.

Questa é un espressione, vi avviso subito, un po’ dedicata perché si rischia di fare delle gaffe; si rischia di fare delle brutte figure perché contiene una parola che è una parola pericolosa.

Vediamo dunque il significato della parole così scoprirete qual è questa parola pericolosa. Dunque, “attaccare il pippone”: vediamo la parola “attaccare“. È  la prima parola. Attaccare è il contrario di staccare. La parola attaccare è un verbo e significa prendere qualcosa, attaccarla su una superficie ad esempio, prendere della colla: la colla è quella sostanza chimica che viene utilizzata per unire le parti di due oggetti, per attaccarle, dopo che avete attaccato le due parti non si staccheranno più, saranno attaccate perché avete applicato (messo) la colla sulla parte che è in comune, dunque attaccare significa questo, quindi è il contrario di staccare. La seconda parola è l’articolo “il“, che conoscerete sicuramente e la terza parola è il pippone,.

Pippone è appunto la parola pericolosa, la parola molto pericolosa. Prima di utilizzarla state molto attenti perché ha più significati. In questo caso non è un significato negativo perché “pippone” in questo caso significa soltanto una cosa, il pippone in questo caso è un discorso, una frase, diciamo un discorso che una persona inizia, nei confronti di un altra persona e non la finisce più. Un discorso che non finisce più.  Attaccare il pippone quindi significa niente che si deve attaccare, evidentemente, quindi non dovete guardare al significato proprio dell’espressione.

Il pippone non è una cosa che si attacca ma attaccare il pippone significa iniziare un discorso molto lungo, coinvolgere una persona, costringerla ad ascoltare un discorso molto lungo anche contro la sua volontà; questo è il significato dell’espressione attaccare il pippone, quindi in questa frase il senso del verbo attaccare è evidentemente quello di iniziare. Attaccare significa “iniziare” in questo caso.

Però non potete dire “iniziare il pippone” perché se dite iniziare il pippone non verrete compresi e rischiate che la parola “pippone” venga interpretata nel suo senso negativo, che ancora non ho spiegato. Qual è? Dunque, attaccare il pippone significa appunto iniziare un discorso lungo e che l’altra persona non è detto sia disponibile ad ascoltare. Il podcast in inglese che stavo ascoltando qualche giorno fa appunto è relativo ad un barista, una persona che di mestiere, di lavoro faceva il barista cioè la persona che serve al bar, la persona alla quale si ordina il caffé, la persona che quindi lavora in un bar.

Il barista spesso é costretto ad ascoltare le persone che vengono al bar, magari nel bar non c’è nessuno, magari c’è soltanto il barista e arriva una persona, viene magari sola al bar e comincia a parlare: comincia a parlare di un discorso che il barista non è detto che trovi molto piacevole, di conseguenza il barista, essendo quello il suo lavoro, non lo dice, non lo comunica alla persona, al cliente che quel discorso non gli piace; non gli comunica, non gli dice che vorrebbe non ascoltare più. Non gli dice quindi: smettila! Perché è un cliente e magari non vuole perdere il cliente, di conseguenza quando questa persona va dal barista e comincia a parlargli di qualsiasi cosa per lungo tempo e lo costringe ad ascoltare, si dice “attaccare il pippone“: questa persona attacca il pippone al barista cioè attacca il pippone e non la finisce più. Questo quindi è il significato del espressione.

Vi ho già fatto un esempio molto calzante, i baristi, poverini, sono costretti molto spesso ad ascoltarsi il pippone delle persone che arrivano al bar e cominciano a parlare, magari sono persone sole che non hanno molto amici e vanno dal barista perché è l’unica persona che è disposta ad ascoltarli.

Di conseguenza attaccano il pippone al barista e lo fanno durare fin a che arriva il cliente successivo, questo quindi è un primo esempio che mi viene in mente.

Un secondo esempio che mi viene in mente… potrei fare un esempio anche in ambito affettivo, in ambito diciamo relazionale. Potremmo pensare ad esempio a due persone, un uomo e una donna. Se un uomo si innamora di una ragazza e vuole iniziare a parlare con questa ragazza, e allora che cosa fa? Comincia a parlare con questa ragazza perché le fa piacere parlare con lei e comincia ad attaccargli un pippone incredibile, comincia ad attaccare il pippone e non lo smette piú. Vuole parlare, vuole soltanto parlare, vuole parlare perché gli piace questa ragazza e la ragazza, per non offenderlo potrebbe non fargli notare che è una persona fastidiosa e quindi sopporta. Sopporta e sopporta fino a che potrebbe dirgli “basta adesso, ho altro da fare, devo uscire con una mia amica” ad esempio.

Quindi questo ragazzo attacca il pippone e non la finisce più. Lo fa durare troppo tempo e diventa fastidioso. In questo caso potremmo anche utilizzare un altra espressione, sempre con il verbo attaccare perché quando un ragazzo vuole conoscere una ragazza e comincia a parlare con lei, allora in questo caso si dice attaccare bottone, attaccare bottone significa semplicemente approcciare la ragazza, inizia a parlare. Attaccare bottone vuol dire che prima questa ragazza non la conosceva, e dopo la conosce. Se ha il coraggio di “farsi avanti”, se ha il coraggio di iniziare a parlare.

Invece attaccare il pippone è invece fare un discorso fastidioso, lungo, che una ragazza non ha voglia di ascoltare.

Quindi con l’occasione ho spiegato anche questa seconda frase idiomatica “attaccare bottone” sicuramente tutti i ragazzi che stanno ascoltando in questo momento questo podcast di Italiano Semplicemente hanno attaccato bottone nella loro vita moltissime volte. Spero per loro però che non abbiano attaccato il pippone a nessuno (ad una ragazza), e che questa ragazza non sia stata infastidita da loro.

Vi auguro di attaccare il bottone più spesso che potete ma vi auguro di non attaccare il pippone a nessuno.

Attaccare il pippone è una frase quindi che è relativa delle persone che non si rendono conto di essere fastidiose, non si rendono conto di infastidire le altre persone, evidentemente perché hanno una scarsa “intelligenza sociale” si dice; una scarsa intelligenza sociale, cioè non si accorgono dei sentimenti degli altri, sono poco empatici. L’empatia è una qualità, una dote, una virtù sociale molto importante che non ha niente a che vedere con l’intelligenza misurata col quoziente intellettivo perché l’intelligenza del quoziente intellettivo è un altro tipo di intelligenza.

Si è acceso un dibattito abbastanza intenso su quello che è l’intelligenza emotiva, sociale e sui vari tipi di intelligenza che non sono legate necessariamente all’intelligenza del  quoziente intellettivo. Molto interessanti sono dei libri su questo, di  Daniel Goleman che ha scritto due libri: l’intelligenza emotiva, che vi consiglio di leggere e “l’intelligenza sociale“. Ovviamente questi sono i titoli in italiano. Se volete imparare l’italiano vi consiglio, se avete un livello intermedio, ogni tanto di leggere qualche libro che vi interessa, assolutamente fondamentale è che il libro sia interessante affinché voi possiate imparare la forma scritta, ed aiutandovi con vocabolario online potrete scoprire molte parole diverse. Potreste quindi in questo modo allargare il vostro vocabolario in un modo molto produttivo. E’ quello che sto facendo con l’inglese, con la lingua inglese, e trovo che sia un esperimento interessante.

Quindi vi ho spiegato facendo due esempi cosa significa “attaccare il pippone”: non è una qualità sicuramente, ma è un difetto. Se vi è mai capitato di attaccare il pippone a qualcun altro probabilmente non ve ne siete accorti perché chi attacca il pippone lo fa pensando che l’altra persona sia attenta e concentrata su quello che state dicendo e molto spesso le persone che vi ascoltano fanno finta di essere interessanti, perché magari non vogliano offendervi, perché magari non vi vogliono comunicare che siete fastidiosi e che le state infastidendo. Di conseguenza vi consiglio, se siete delle persone che parlate molto, se siete delle persone logorroiche, che parlano molto quindi. Conoscono svariate (molte) persone logorroiche e tutte le persone logorroiche evidentemente sono persone che attaccano il pippone molto spesso alle altre persone. Cominciano a parlare di un argomento e non la finiscono più: bisogna “staccare la spina“, come si dice. Bisogna staccare la apina, bisogna trovare una scusa e interrompere il discorso. Spesso quando vedo queste persone logorroiche che parlano con un mio amico, mentre stanno parlano con questa persona logorroica io dico: “senti scusa, ti cercava Giuseppe” ad esempio. In questo modo lui ha una scusa per andarsene e la persona logorroica cioè la persona che ha attaccato il pippone, non si sarà offesa, non si offenderà. Questo, diciamo, è un modo delicato per interrompere le persone logorroiche mentre parlano con le persone a cui attaccano il pippone molto spesso.

Quindi oggi vi ho spiegato due espressione “attaccare bottone” e “attaccare il pippone”. Facciamo un esercizio di ripetizione coniugando attaccare il pippone prima al presente e poi al passato: pronti, via.

  • Io attacco il pippone
  • Tu attacchi il pippone
  • Lui attacca il pippone
  • Noi attacchiamo il pippone
  • Voi attaccate il pippone

Vediamo adesso al passato e dopo vi spiegerò per quale motivo la parola pippone é una parola pericolosa:

  • Io ho attaccato il pippone
  • Tu hai attaccato il pippone
  • Lui ha attaccato il pippone
  • Noi abbiamo attaccato il pippone
  • Voi avete attaccato il pippone
  • Loro hanno attaccato il pippone

Molto bene ragazzi, mi raccomando quando ripetete il pippone si dice con due “P”: pippone (non é pipone ma é pippone).

Okay, ripetete questo è esercizio più volte, ripetete l’ascolto di questo podcast più volte, vedrete che lentamente ma inesorabilmente  la grammatica presente nelle frasi di questo podcast entrerà automaticamente nella vostra testa e questo sicuramente è un esercizio più difficile e divertente rispetto allo studio di un libro di grammatica dove non troverete mai, tra l’altro, quest’espressione “attaccare il pippone” o “attaccare bottone”.

Dunque vi spiego adesso per quale motivo la parola pippone è pericolosa: la parola “pippone” significa anche un altra cosa, usata anche questa tra i giovani, (molto tra i giovani) ed è una parola che ha a che fare con il sesso. Che ha a che fare con il sesso, di conseguenza vi consiglio di utilizzarla quando soltanto avete certezza di quello che state dicendo. Quindi il pippone è una parola diciamo che ha che fare con il sesso… il pippone infatti deriva dalla parola “pippa” e la parola pippa é usata in vari modi nella lingua italiana.

Fondamentalmente la parola “pippa” significa due cose, per prima cosa pippa significa: se una persona “è una pippa” vuol dire che una persona non é capace, se sei una pippa a giocare a basket vuol dire che non sei capace a giocare a basket: è l’equavalente di “una schiappa“: se tu sei una schiappa vuol dire sei una pippa: non sei capace. E’ molto famigliare, quindi queste sono parole che si usano tra amici, tra conoscenti o in famiglia.

Il secondo significato della parola “pippa” invece é “masturbazione” quindi attenzione: pericolosissima!! Quindi anche in questo caso state attenti e non utilizzate questa parola se non siete sicuri di quello che dite. E il pippone, appunto deriva da “pippa” e anche in questo caso potrebbe essere interpretata male e essere collegata ad un significato sessuale. Quindi stati attenti: “attaccare il pippone”; quando dite la parola il “pippone” ricordatevi di attaccarci la parola “attaccare”, quindi “attaccare il pippone” significa parlare, parlare, parlare e dare fastidio, provocare fastidio nell’altra persona.

Bene ragazzi, siate numerosi, continuate a seguire italianosemplicemente.com che sta crescendo sempre di più: lo noto dei contatti su Facebook dalle persone che dicono che Italiano Semplicemente gli piace, dalle visite sul sito e di conseguenza sono molto felice di questo.

Ricevo molto e-mail, molti messaggi su Facebook e mi scuso se non riesco a rispondere a tutti. Faccio il possibile per rispondere, (anche io ho un lavoro), quindi devo cercare di ottimizzare i tempi e utilizzarli per registrare dei podcast per tutti.

Ciao amici, alla prossima!

 

 

 

Incazzarsi e scazzarsi

Audio

Trascrizione

Trascrizione a cura di Shrouk H. Helmi

Buongiorno amici e membri della famiglia di italiano semplicemente. Come promesso, oggi ascolterete la spiegazione di due verbi molto simpatici. Incazzarsi e Scazzarsi. Avete appena ascoltato un pezzo di una canzone di Roberto Benigni, che è un personaggio comico italiano che cantava appunto questa canzone “la marcia degli incazzati”.

Prima di iniziare però vi informo subito che abbiamo deciso di prendere un impegno con voi, e che ogni domenica sarà online un nuovo episodio di italiano semplicemente.

Questo significa che abbiamo un appuntamento fisso  e chiunque abbia voglia di migliorare il suo italiano ora da oggi può contare sull’aiuto di italiano semplicemente.

Vi invito pertanto a controllare su Facebook o direttamente sul sito, e se volete essere informati tramite Facebook è necessario che Facebook sappia che voi volete essere informati. L’unico modo per fare questo è mettere “mi piace” agli articoli ed alla pagina Facebook di Italiano Semplicemente. Ovviamente fatelo solamente se la pagina e gli articoli vi piacciono, ma questo è scontato, non c’è bisogno che io ve lo dica.

Allora, recentemente abbiamo molta carne al fuoco sul sito italianosemplicemente.com, molte cose sono in programmazione,  molte cose che vi aiuteranno con l’italiano. Stiamo,  ad esempio,  preparando la terza lezione del corso di italiano professionale, che dal 2018 sarà disponibile per tutti. La terza lezione sarà dedicata all’Approssimazione e al pressapochismo, due “vizi” molto diffusi nel mondo del lavoro. In questa terza lezione quindi vedremo tutte le espressioni italiane che riguardano quest’aspetto, cioè questi due vizi. I vizi sono le caratteristiche negative delle persone, i difetti del comportamento. I vizi sono il contrario delle virtù, che invece sono le caratteristiche positive del comportamento.

Vi informo che il contenuto completo dell’intero corso sarà disponibile solo nel 2018 a chi acquista il corso, ma verrà prodotto un estratto, una sintesi, anche audio, del contenuto di ogni lezione. Questo affinché chi acquisterà il corso sappia con esattezza cosa acquisterà.

Oggi invece ci occupiamo di altro. Iniziamo subito con i due verbi molto importanti nel linguaggio italiano di cui vi parlavo prima: incazzarsi e scazzarsi. Mi viene un po’ da sorridere perché si tratta di due verbi di uso comune, ma che solitamente non vengono spiegati. Infatti la loro origine è una parolaccia, che inizia con le lettere C-A-Z-Z ed ogni italiano al mondo usa molto spesso queste due parole. Secondo me quindi si devono spiegare lo stesso questo tipo di parole, sono parole che vanno spiegate anche perché se non volete usarle potete non farlo, ma  prima o poi le ascolterete, prima o poi vi capiterà di ascoltarle,  se non le avete già ascoltate,  e di conseguenza è meglio saperne, conoscerne il significato che non saperlo. Iniziano quindi con la spiegazione.

Vi spiegherò prima il significato di “incazzarsi”,  poi di “scazzarsi”, poi vediamo anche quando utilizzare i due verbi e in quali occasioni farlo.  Farò  quindi degli esempi relativi alla vita di tutti i giorni, come sempre.  Infine faremo un piccolo esercizio di ripetizione, per esercitare la pronuncia.

Allora cominciano con “incazzarsi“.

Rambo_incazzato
Rambo è “incazzato”

Vi capiterà spesso di ascoltarla se venite in Italia.  Significa semplicemente” arrabbiarsi”. Incazzarsi vuol dire arrabbiarsi quindi. Vuol dire provare della rabbia,  quella emozione che si prova quando c’è qualcosa… quando succede qualcosa che non ci aspettavamo  e che avrà delle conseguenze negative su di noi.  La rabbia è una delle emozioni più importanti che caratterizzano l’essere umano, quindi a tutti prima o poi capita di provare rabbia,  di arrabbiarsi,  di incazzarsi.  Ci si può arrabbiare per qualcosa che colpisce direttamente noi stessi  ma ci si può incazzare anche per qualche avvenimento che riguarda i nostri familiari o il nostro lavoro  o che colpisce qualcosa a cui teniamo, qualcosa di importante per noi. C’è però una differenza tra arrabbiarsi e incazzarsi. Intanto incazzarsi è più forte. Se io dico che sono incazzato,  sono più arrabbiato di una persona che è semplicemente arrabbiata. Quindi la mia rabbia è più grande, più intensa. Ancora più forte è se dico: “sono incazzato nero“. In questo caso sono veramente arrabbiato, e non potrei essere più arrabbiato di così.

La seconda differenza è che la potete usare solo con amici o familiari. Invece arrabbiarsi è più generica e sempre utilizzabile,  in ogni circostanza.

Ci sono molti modi per esprimere la rabbia nella lingua italiana. Alcune di queste espressioni sono sempre utilizzabili, in ogni circostanza, sono più delicate e meno aggressive, altre espressioni invece sono più pesanti, più familiari, come incazzarsi, e dovete stare attenti a quando le usate.

Tra le prime, quelle della forma più “gentile”. c’è ad esempio:  “Perdere la bussola“. La bussola è quello strumento che indica il nord, il sud, l’est e l’ovest e serve per orientarsi. Poi c’è “Perdere il controllo“, che è forse la più utilizzata di tutte le espressioni. Esiste anche “avere uno scatto d’ira“. Potete dire anche semplicemente “perdere la pazienza“. Una espressione interessante è “andar fuori dai gangheri” o “uscire dai gangheri“, che è simile ad un’altra espressione che è: “andare su tutte le furie“, cioè “infuriarsi“, o “montare su tutte le furie” si può anche dire. Queste sono come ho detto, le espressioni più gentili, cioè che potete sempre usare. La meno aggressiva di tutte, in assoluto, ed anche un po’ poetica credo però sia un’altra ancora, che è “perdere il lume della ragione“, espressione molto elegante secondo me. Perdere il lume della ragione è poetica perché la ragione rappresenta il comportamento razionale, che è come una luce, come un lume, cioè ciò che ci guida, che ci fa luce nel buio. Se perdiamo il lume della ragione siamo al buio, senza luce, quindi quando ci arrabbiamo perdiamo il lume della ragione: molto poetico direi.

Anche “perdere le staffe” è un’altra espressione molto elegante secondo me. Queste sono tutte le espressioni sempre utilizzabili, in ogni contesto. Le staffe servono per andare a cavallo, ed è dove si mettono i piedi quando si va a cavallo. Se le perdiamo, il cavallo, che rappresenta la ragione, il comportamento razionale, non è più sotto controllo.

Tra le espressioni invece un po’ più pesanti, come incazzarsi,  ci sono ad esempio: “andare in bestia” molto utilizzato tra i giovani, o anche “imbestialirsi“, che è la stessa cosa. In entrambe c’è la parola “bestia”, che vuol dire animale, non umano. Poi c’è anche “imbufalirsi”, che contiene la parola “bufalo”. Sia la bestia  che il bufalo (che è un animale specifico che ha le corna), sono quindi due figure associate alla rabbia, due figure simboliche della rabbia.

C’è un’insieme di espressioni un po’ meno usate, che sono poi  “dar fuori di matto” o anche “dare in escandescenze”.

Ci sono, a parte le espressioni idiomatiche, anche altri verbi molto usati, che hanno più o meno lo stesso significato: indignarsi, incollerirsi o, oppure adirarsi, infuriarsi· irritarsi,·prendersela, riscaldarsi, seccarsi, stizzirsi. Sono tutti verbi che hanno, se vogliamo, diverse sfumature, ma sono più o meno tutte equivalenti.

Concentriamoci però su incazzarsi: ad esempio se vengo a sapere che un mio caro amico si sposerà, e questo amico non mi ha avvisato di questa sua decisione, cioè che ha fissato la data del suo matrimonio,  allora posso dire al mio amico: “questa cosa mi ha fatto molto incazzare“; e lui potrebbe rispondere: “Non essere incazzato per queste stupidaggini, ho solamente dimenticato di avvisarti, ancora non lo sapeva nessuno“.

Quindi avete sentito come colui che si è arrabbiato si dice che si è “incazzato”. Quindi incazzarsi è un verbo a tutti gli effetti, che si coniuga come gli altri.

Vediamo adesso il secondo che è “scazzarsi“.

Dunque ci sono vari modi di usare questa parola. La prima è il contrario di “incazzarsi”. Se quindi una persona diventa arrabbiata, incazzata, cioè si incazza, si arrabbia, poi dopo un po’ di tempo questa persona può non essere più arrabbiata, incazzata. Gli passa cioè l’incazzatura. L’arrabbiatura passa e quindi possiamo dire che “si è scazzata”. Questa persona prima si incazza e poi si scazza. Quindi in questo senso, scazzarsi è il contrario di incazzarsi. Attenzione perché si dice “si è scazzata”. Aggiungere la parola “si” è importante, infatti se non la metto cambia il significato.

Infatti se sentite che una persona è “scazzata” allora non vuol dire che prima era arrabbiata ed ora non lo è più, ma vuol dire che  si annoia, che si infastidisce, che quindi non ha voglia di fare niente e prova del fastidio, della noia. Questo  è il modo più frequente di usare questo verbo, e si dice quindi “essere scazzati”. Essere scazzati vuol dire quindi essere annoiati, infastiditi. Essere scazzati è diverso quindi da “scazzarsi”, che vuol dire come abbiamo detto perdere l’arrabbiatura.

Se non hai voglia di far nulla puoi tranquillamente dire “mi sento un po’ scazzato oggi“, o “sono un po’ scazzato oggi”. Anche questa è però una espressione familiare e amichevole, come del resto tutte le parole che contengono le lettere C-A-Z-Z.

Ma “scazzarsi” può anche essere usato al posto di litigare, discutere. Questo è il terzo significato. Ad esempio posso dire: “ieri sera io ed il mio amico ci siamo un po’ scazzati al ristorante“, che sta a significare che ho discusso, ho avuto una discussione, un litigio, col mio amico.

Come vedete quindi non è facilissimo. In questo ultimo caso però c’è anche un’altra persona: “ci siamo scazzati“. In alternativa potete ascoltare anche “mi sono scazzato con un mio amico” quindi la presenza di “con“, della congiunzione “con” sta ad indicare che avete litigato, che si tratta di una discussione, di un litigio, con un amico.

Bene ragazzi. Adesso facciamo qualche esercizio di ripetizione con i due verbi di oggi: ripetete dopo di me. Mi raccomando non pensate alla grammatica ma solamente a ripetere imitando la mia pronuncia. Attenti alla doppia “zz” di incazzarsi e scazzarsi. Ripetete dopo di me e fatelo a voce alta, a meno che non siate in un autobus. In questo caso, ripetete nella vostra testa, è meglio, altrimenti si incazzerà anche chi vi ascolterà. Allora cominciamo:

  1. io mi sono incazzato.
  2. tu ti sei incazzato
  3. lui si è incazzato
  4. lei si è incazzata
  5. noi ci siamo incazzati
  6. voi vi siete incazzati
  7. loro si sono incazzati

Ora con scazzarsi.

  1. chi si incazza, poi si scazza (contrario di incazzarsi)
  2. ci siamo scazzati (annoiati) e ce ne siamo andati
  3. mi sono scazzato (ho litigato) con mio figlio
  4. al lavoro ci siamo scazzati (abbiamo discusso, litigato) durante una riunione
  5. al lavoro mi scazzo facilmente (mi annoio). Non è un bell’ambiente.

Bene, ripetete il podcast più volte, salvatelo nel vostro smartphone, e di tanto in tanto ascoltatelo per non dimenticare. Vi consiglio di ascoltarlo almeno per un paio di settimane, poi potete passare al podcast successivo. Non preoccupatevi se nel frattempo esce un nuovo podcast di Italiano Semplicemente, perché tutti i podcast sono online e comunque potete alternare l’ascolto dei vari file audio per non scazzarvi (annoiati) troppo. Anche questo è molto importante.

Ciao ragazzi, nella speranza che non vi siate scazzati (annoiati) troppo ascoltando la mia spiegazione, vi auguro che non siate persone che si incazzano facilmente, perché la vita è breve ed è sempre meglio sorridere. Ascoltate ancora Roberto Benigni e vi passerà qualsiasi incazzatura…

Video su Youtube

Espressioni equivalenti: brutta gatta da pelare – brutta bestia… cavoli amari

Gatta (bella) e non da pelare...
Gatta (bella) e non da pelare…

Ciao a tutti amici. Oggi ci divertiamo un po’ con alcune espressioni tipiche italiane. Sono Gianni, di italianosemplicemente.com, e oggi, dopo aver spiegato il verbo cazzeggiare la settimana corsa, anche oggi voglio presentarvi alcune espressioni tipiche italiane.

Espressioni che hanno tra di loro più o meno lo stesso significato, e che però vanno utilizzati in contesti e situazioni diverse.

In Italia infatti, come probabilmente in ogni lingua, lo stesso concetto, la stessa cosa, lo stesso sentimento, si può esprimere non solamente in un modo, in un solo modo, ma in diversi modi.

Nel caso del verbo cazzeggiare, abbiamo visto che si può usare una parola derivata da una parolaccia per indicare un atteggiamento scherzoso, ma che la stessa cosa, lo stesso concetto può essere espresso in differenti modi, più o meno familiari, più o meno formali.

Ci sono differenti modalità di esprimere lo stesso concetto dunque, ed oggi vedremo la frase “avere una brutta gatta da pelare“.

E’ la seconda frase idiomatica che ha a che fare con un gatto, in questo caso con una gatta. Abbiamo già visto la frase “non c’è trippa per gatti” che è piaciuta molto e che è utilizzata solamente in Italia.

Oggi la frase dunque è “avere una brutta gatta da pelare“. Nel corso del tempo vedremo man mano tutte le espressioni che in generale hanno a che fare con gli animali. “Vedere i sorci verdi è un altro esempio che abbiamo già spiegato, che però riguarda i topi, cioè i “sorci”.

Oggi voglio provare, voglio sperimentare un diverso modo di fare la spiegazione della frase.

E’ un esperimento, ed è Il modo che vorrei seguire, che vorrei utilizzare anche all’interno del corso “italiano per affari e per le relazioni professionali“, il corso che sarà disponibile il 1 gennaio 2018 e che naturalmente conterrà anche un capitolo contenente tutte le frasi idiomatiche utilizzabili in ambito professionale, in contesti sia formali che informali. Ci sarà inoltre una chat su whatsapp dedicata a tutti coloro che acquistano il corso, per avere assistenza personale.

Dunque il metodo è il seguente e voglio illustrarvelo ora:

  1. Inizialmente spiegherò il significato delle parole e dell’espressione, e farò, come sempre, alcuni esempi di utilizzazione per capire al meglio quando si usa la frase in questione; questo è il primo punto.;
  2. Al secondo punto vedremo bene la pronuncia delle singole parole e l’intonazione che va utilizzata. Vedremo anche quando si pronuncia e se ci sono eventuali difficoltà nella pronuncia della frase;
  3. Terzo, vedremo in quali altri modi possiamo esprimere lo stesso concetto, con i sinonimi e i contrari anche, vedremo la versione formale cioè professionale, e quella informale, cioè che si usa tra amici o tra colleghi che si conoscono bene; Vedremo anche dove si colloca la frase in questione. Vedremo cioè ogni frase in quale contesto va usata. Se la frase è formale, vedremo l’equivalente informale e viceversa. Inoltre verrà specificato anche se la frase è solamente orale, oppure potete anche trovarla e utilizzarla in forma scritta;
  4. Quarto punto, vedremo se ci sono eventuali rischi nella pronuncia, vale a dire se ci sono pericoli di confusione con altre parole con altro significato;
  5. Infine, sarà anche il vostro turno, faremo infatti insieme un piccolo esercizio di coniugazione, utilizzando tempi diversi, al passato ad esempio, o al futuro o al condizionale eccetera, lasciandovi il tempo di ripetere per far sì che cominciate ad abituarvi a sentirvi parlare, a sentire voi stessi parlare, a sentire quindi la vostra voce e ad allenare i muscoli della vostra lingua, senza pensare alla grammatica.

Adesso ascoltiamo alcuni membri della chat di whattup di Italiano Semplicemente che pronunciano queste frasi:

Ascoltriamo Shrouk dall’Egitto, Thiago dal Brasile e Lilia dalla Russia, tre amici che mi hanno aiutato.

Shrouk: “Imparare l’italiano è una brutta gatta da pelare se non usi il metodo giusto

Thiago: “quel professore è proprio una brutta bestia. Se non te lo fai amico è impossibile superare l’esame“.

Lilia: “sono cavoli amari se mia madre mi scopre che le ho preso la macchina di nascosto

ringrazio tutti naturalmente per aver collaborato, e ringrazio anche Petra dalla Germania, che mi correggerà se sbaglierò qualcosa. Vero Petra?

PETRA: “Sì hai ragione

Avete sentito delle frasi dei nostri apprendisti della lingua italiana. Li ringrazio tutti per la loro collaborazione. Questi sono solo alcuni degli esempi che si possono fare con queste espressioni: “avere una brutta gatta da pelare”, “sono cavoli amari” e “è proprio una brutta bestia”. Le espressioni hanno un significato molto simile tra loro.

Ma cominciamo prima a spiegare le parole: sapete cosa è una “gatta“? E’ semplicemente un gatto dal sesso femminile, quindi un gatto femmina. Inoltre “pelare” è uno di quei verbi italiani abbastanza utilizzati, e che hanno più significati. Pelare, nel suo senso proprio, è un verbo che si può usare con le patate: si pelano le patate, cioè si sbucciano le patate, e le patate è l’unica cosa che si pela, cioè che viene pelato. In teoria pelare viene, deriva dalla parola “pelo”, quindi pelare vuol dire “togliere il pelo”, anche se a dire il vero le patate non hanno il pelo. Il gatto ha il pelo però, ed anche la gatta ce l’ha. Tutti o quasi tutti gli animali hanno il pelo. La gatta quindi può essere pelata, cioè può essere presa e le si può tagliare il pelo. Si può “pelare”, o “spelare” anche. La “s”, la lettera s è spesso usata in italiano per descrivere un significato opposto o esagerato di un verbo, come ad esempio: parlare, sparlare, radicare, sradicare, fatto, sfatto, turare, sturare eccetera. In questo caso invece pelare e spelare sono due sinonimi.

L’italiano è strano… vero Petra? “Sì, hai ragione“.

Se provate a pelare una gatta, o a spelarla, vedrete che non è affatto facile, non solo perché è un gatto, e quindi può facilmente graffiarvi, con le unghie, ma perché è un gatto femmina. E le gatte femmine sono potenzialmente più cattive dei gatti maschi,  quantomeno perché devono difendere i gattini, i cuccioli, i piccoli gatti, e come tutte le femmine quindi, degli animali intendo, sono potenzialmente più difficili da trattare. Per le femmine umane invece dovremo aprire un discorso a parte, che non potremmo comunque esaurire in un breve file audio come questo, vero Petra? “Sì, hai ragione

A parte gli scherzi, comunque avete certamente capito che avere una brutta gatta da pelare è una cosa abbastanza complicata, difficile, e quindi questa frase manifesta un problema difficile da risolvere. La gatta è poi anche “brutta”, e in questo caso il “brutta” non è riferito all’aspetto fisico, ma alla cattiveria. Brutta in questo caso vuol dire “molto”, quindi molto difficile da pelare.

Vediamo il secondo punto, cioè alla pronuncia e l’intonazione che va utilizzata. Gatta è una parola abbastanza facile, ma attenti alle doppie: é gatta e non gata. Le doppie sono importantissime in italiano, e se non pronunciate possono completamente cambiare e stravolgere il significato di una frase. A volte si rischiano veramente delle brutte figure. Basti pensare alle parole “anno” e “ano”. “Quanti anni hai” e “quanti ani hai” non hanno esattamente lo stesso significato. Infatti l’ano è una parte del sedere. Quindi se vi chiedono “quanti ani hai?”, la risposta è 1. Giusto Petra? “Sì, hai ragione

In questo caso non c’è pericolo perché “gata” non significa nulla con una sola “t”.

Attenzione però con la parola “brutta”. Stavolta se sbagliate e dite “bruta“, si capisce lo stesso, ma bruta in realtà è il femminile di “bruto“, ed ha un altro significato. Una “forza bruta“, ad esempio, è una forza mostruosa, una forza esagerata. Se dico “quell’uomo ha una forza bruta” vuol dire che quell’uomo è molto forte, forte come un “bruto, cioè come un uomo spietato, che non ha pietà, un uomo insensibile, come una bestia, cioè come una animale. Anche Dante Alighieri diceva: “Fatti non foste a viver come bruti“, forse qualcuno di voi l’ha anche studiato.

Un bruto quindi è un uomo insensibile, chi ad esempio compie una violenza carnale su una donna è un bruto, è un insensibile. “Sei un bruto!” lo può anche dire una donna al suo fidanzato se si mostra insensibile eccetera.

Vediamo il terzo punto. In quali altri modi possiamo esprimere lo stesso concetto?

Abbiamo sentito Shrouk dire: “Imparare l’italiano è una brutta gatta da pelare se non usi il metodo giusto” e poi abbiamo sentito anche Thiago: “quel professore è proprio una brutta bestia. Se non te lo fai amico è impossibile superare l’esame“.

Poi anche Lilia che dice “sono cavoli amari se mia madre mi scopre che le ho preso la macchina di nascosto“.

Allora Thiago dice “una brutta bestia“, “quel professore è proprio una brutta bestia”. Questo è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. “Una brutta bestia” è analogo a “una brutta gatta da pelare”. Infatti un gato è una bestia, cioè è un animale. Una bestia è un animale, ma “bestia” è sì usato come sinonimo di animale, ma anche per sottolineare, come “bruto”, una caratteristica negativa, un lato negativo, non umano, di una persona: “le bestie non pensano” diceva Dante Alighieri. Quindi “bestia” è simile a “Bruto”. La parola bestia è usata in altre espressioni idiomatiche italiane, come “sudare come una bestia”, vivere, o mangiare “come una bestia”, quindi può indicare una cosa molto faticosa da fare, ma anche una caratteristica animale, più legata agli animali che all’uomo. Quindi una brutta bestia si dice quando c’è un problema da risolvere, un problema difficile. In questo caso, nell’esempio fatto del professore, si vuole sottolineare che l’esame è difficile per colpa del professore, quindi si sottolinea che la colpa è del professore, e non dell’esame in sé.

L’ultima frase idiomatica è “sono cavoli amari”. I cavoli sono degli ortaggi, gli ortaggi più nutrienti al mondo, più salutari. Gli ortaggi vengono dall’orto (Ortaggi, Orto) che non è una parolaccia, come potrebbero pensare i nostri amici spagnoli. Sono gli ortaggi più salutari che esistono e infatti sono molto raccomandati dai medici. Mangiate i cavoli dunque. Ma mangiateli solo se non sono “amari“. Amari è il contrario di dolci. L’amaro è da sempre associato a qualcosa di negativo in Italia. Non a caso il veleno è amaro. Difficile se non impossibile trovare un veleno non amaro, un veleno dolce.

Il veleno è qualsiasi sostanza che ti fa morire, che è mortale, come il cianuro eccetera. “sono cavoli amari” si dice quindi quando c’è un problema difficile da superare. L’accento è posto sul problema, e non sulla causa del problema. Superare l’esame di italiano? Sono cavoli amari! Invece la “brutta bestia” è più forte come concetto, il problema è più grave e si può riferire maggiormente a delle persone.

I cavoli sono usati moltissimo nelle espressioni italiane, quindi ne vedremo anche altre col tempo: “fatti i cavoli tuoi“, oppure “fare una cavolata“. Sono tutte espressioni che vedono il cavolo come protagonista, ed hanno tutte significati diversi. Una cosa però hanno in comune spesso le frasi idiomatiche con la parola “cavolo”, e questa cosa è che si può usare anche una parolaccia al posto di cavolo. Possiamo cioè dire anche “sono caXXi amari”, “fatti i caXXi tuoi” ed anche “fare una caXXata”. Sono tutte espressioni familiari, anche con la parola “cavolo” naturalmente, che poi diventano espressioni volgari con la parolaccia, e quindi tali espressioni di possono usare solamente in contesti adeguati, tra amici eccetera. Non troverete quindi mai scritto su un documento una frase che contiene una di queste frasi idiomatiche. Non si usano mai in contesti formali. Sentiamo Adriana dalla Colombia che prova a sostituire il cavolo con…. beh sentiamo Adriana: “Sono caxxi amari se mia madre scopre che le ho preso la macchina di nascosto“. Grazie anche ad Adriana. Non è stata molto volgare Adriana, vero Petra?  “Sì hai ragione“.

Dunque il quarto punto, quello delle parole simili ma diverse di significato lo abbiamo già visto, con le parole brutta e bruta. Anche la parolaccia ha una doppia zeta, ma qui se ne dite usa sola non rischiate nulla, poiché si tratta di una parolaccia, quindi la brutta figura l’avete già fatta. Tranquilli quindi. Non ci sono altri problemi di pronuncia credo, almeno dei grossi problemi da evidenziare.

Passiamo all’ultimo punto. Facciamo velocemente un piccolo esercizio di coniugazione utilizzando tempi diversi. Ripetete dopo di me, mi raccomando copiate la mia pronuncia senza pensare alla grammatica:

Tempo Presente: Io oggi ho una brutta gatta da pelare;

Tempo Passato Prossimo: Tu ieri hai avuto una brutta gatta da pelare;

Tempo Futuro: Il nostro amico domani avrà una brutta gatta da pelare;

Tempo Condizionale Presente: Noi potremmo avere una brutta gatta da pelare.

Tempo Imperfetto: Loro avevano una brutta gatta da pelare

Mi raccomando ascoltate il podcast più volte per poter memorizzare bene le espressioni usate e le frasi usate per la spiegazione.

Lasciate un commento per farmi sapere se vi è piaciuto il podcast e la nuova tecnica utilizzata, ed anche per avere informazioni sul corso di italiano professionale, italiano per affari, per chi è interessato, per chi lavora o intende lavorare in Italia, dove verrà usata la stessa tecnica per le frasi spiegate in questo corso, ovviamente con riferimento alle farsi che hanno a che fare con il lavoro, con la professione e con gli ambienti professionali, dove non possiamo esprimerci come se fossimo tra amici o in famiglia.

Per chi vuole dunque imparare a parlare in modo professionale dunque c’è il nuovo corso “italiano per affari“, che conterrà anche un capitolo sulla ricerca di lavoro in Italia, su come scrivere un curriculum ed una lettera, vedremo inoltre quali sono i mestieri, le professioni più ricercate in Italia e come fare per lavorare in Italia. Giusto Petra? “Sì, hai ragione“. Grazie Petra, sei troppo buona con me!

Ciao a tutti da Gianni.

Audio intro e fine: Vicente Celestino, “Mia Gioconda”

Il verbo “cazzeggiare”

Adriana dalla Colombia: io ho cazzeggiato tutto il giorno e non ho fatto i miei compiti per domani!

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Buonasera amici. Chi vi parla è Gianni, di italianosemplicemente.com

Sono le 17.38 del giorno 29 ottobre 2015, sono all’interno della mia macchina e sto tornando a casa. Approfittavo… volevo approfittare di questo tempo, di questo tempo morto, appunto,  per registrare un file audio, in cui spiegarvi una delle frasi idiomatiche italiane.

Ho già avuto modo di introdurvi la questione su Facebook, sul gruppo Facebook di Italiano Semplicemente. Il verbo, la frase che voglio spiegarvi oggi è in realtà un verbo, un verbo particolare, un verbo che non troverete mai su un libro di grammatica, perché un verbo derivato da una parolaccia, una parolaccia italiana, e il verbo in questione è CAZZEGGIARE.

È un verbo particolare, è un verbo che si usa in contesti più familiari che professionali. E’ praticamente impossibile che durante una riunione di lavoro, soprattutto se molto importante, possiate ascoltare qualcuno che usi, utilizzi questo verbo: cazzeggiare.

Ancora non vi ho spiegato il significato ma avete capito che cazzeggiare contiene la parola.. comincia con le quattro lettere CAZZ, quindi cazzeggiare viene, (deriva) da una parolaccia italiana molto conosciuta. Sicuramente la conoscete già tutti, perché le parolacce sono solitamente la prima cosa che si impara di una lingua straniera, anche se i libri di grammatica solitamente non le riportano; non riportano le parolacce, quindi cazzeggiare è un verbo appunto, ed è un verbo che si usa in famiglia, si usa tra amici. Ed è utilizzatissimo.

Non c’è giornata che passi senza ascoltare almeno una  persona che pronunci questo verbo. Cosa significa cazzeggiare?

image001Cazzeggiare significa, in parole povere, avere un atteggiamento diciamo non professionale, un atteggiamento da perditempo. Chi cazzeggia praticamente non è una persona seria, non si sta comportando da persona seria. Voglio fare più esempi per far capire a tutti quando e come si usa il verbo cazzeggiare nelle frasi.

Non esistono quindi frasi idiomatiche in cui si trova il verbo cazzeggiare, quindi è semplicemente un verbo. Un verbo che potete utilizzare in contesti soltanto famigliari o amichevoli e che però diciamo, ha un significato ben preciso. Cazzeggiare come ho detto significa perdere tempo, comportarsi in modo poco serio ma nello stesso tempo divertente, quindi quando una persona cazzeggia, vuol dire che questa persona sta facendo… si sta comportando in modo scherzoso, magari sta prendendo in giro qualche suo amico, qualche suo famigliare quindi non parla seriamente.

Allora cercherò di fare qualche esempio in modo che tutti comprendiate bene quando e come si usa questo verbo.

Ad esempio se c’è mio figlio. Mio figlio si chiama Emanuele. Sette anni, lui è un ragazzo molto serio, fa sempre il suo dovere di studente, fa sempre i compiti, quindi arriva a casa, fa sempre i compiti, fa tutti i lavoretti che il maestro o la maestra gli dicono di fare. Qualche volta succede invece che non ha molta voglia, diciamo, di fare i compiti. In quel caso preferisce cazzeggiare un po’. Preferisce perdere tempo, preferisce anche CINCISCHIARE in questi casi. Preferisce cincischiare; cioè… magari sta col libro aperto della scuola, però non sta facendo nulla, sta appunto cazzaggiando.

Non necessariamente significa giocare, o significa prender in giro qualcuno. Cazzeggiare può essere il semplice atto di non far nulla. Lora posso dire a mio figlio (non glie lo dico perché è una parolaccia) se fosse un mio amico avrei potuto dirgli: scommetto che stai cazzeggiando. A quest’ora di solito stai cazzeggiando. Quindi mio figlio ogni tanto cazzeggia, ma molto raramente. Non è un tipo che ama cazzeggiare. Evidentemente è un… ha un senso del dovere molto alto, molto spiccato, quindi la prima cosa che pensa, appena arriva a casa è fare i compiti, e farli bene, stare concentrato e non cazzeggiare quindi mai.

Ovviamente qualche volta un sabato, una domenica che non ha voglia di fare i compiti e però magari noi genitori gli diciamo: Emanuele dai fai i compiti, apri quel libro, è ora di fare i compiti, è il momento di fare i compiti.

Lui dice: va bene papà, adesso apro il libro, allora per farci un favore, apre il libro, lo mette sul tavolo, ma non fa nulla, cazzeggia un po’ con la penna, con la matita, cazzeggia un po’ col temperino, con tutti gli strumenti che vengono utilizzati dai bambini di quell’età, dell scuole elementari, e quindi fa finta di lavorare e invece sta cazzeggiando alla grande!

E Questo è soltanto un esempio. Anche in un contesto lavorativo può essere utilizzato questo verbo. Si può pensare ad esempio che un proprio collega, un collega del vostro ufficio, ami molto cazzeggiare in ufficio, non ami molto lavorare, non sia una persona che abbia un senso del dovere molto alto, molto spiccato, e quindi ama molto cazzeggiare con internet, cazzeggiare con gli amici su Facebook, prender in giro magari i suoi amici su Facebook, scrivendo delle frasi scherzose, simpatiche, quindi dal punto  di vista del suo dovere in ufficio sta cazzeggiando.

Cioè non sta facendo cose importanti, sono meno importanti; scherzare è ugualmente importante perché aiuta a rilassarsi, ma se si esagera e si scherza troppo e li lavora poco, è facile che il vostro collega diciamo… vi dia che state cazzeggiando. Dunque avrete sicuramente capito adesso il significato di cazzeggiare.

E’ una parolaccia ma ormai è entrata nel gergo comune italiano: si usa a nord, al centro, al sud, in ogni regione d’Italia potrete ascoltare delle persone che usano questa parola. Di solito si usa, si pronuncia con il sorriso sulle labbra, proprio per far vedere che una persona sta scherzando. Quindi è una difficile che una persona, anche parlando di un’altra persona, parlando di un collega si è arrabbiato, e nello stesso tempo utilizzi la parola cazzeggiare. Perché cazzeggiare è appunto un verbo che si usa con il sorriso sulle labbra. In Italia è molto facile incontrare persone con il sorriso sulle labbra, di conseguenza non vi stupote se alla stazione, alla fermata dell’autobus eccetera, in tutti questi posti pubblici, possiate incontrare qualcuno che sta cazzeggiando o che sta utilizzando la parola cazzeggiare. Ecco. Non c’è niente di male quindi ad utilizzare la parola cazzeggiare tra amici.

Non è come la parolaccia dalla quale deriva la parola cazzeggiare, che in effetti è un po’ più “parolaccia”. Quindi chi la pronuncia, chi pronuncia il verbo cazzeggiare, chi costruisce le frasi utilizzando “cazzeggiare”, diciamo non può essere spacciato per una persona maleducata. Semplicemente sta scherzando, si è in un contesto famigliare, o amichevole, diciamo si è con degli amici, quindi non c’è nessun problema, potete usarlo normalmente. E’ una di quelle parole normalmente utilizzate tra amici, soprattutto quando si esce la sera, si va al bar, o in un Pub, a bere una birra. La parola cazzeggiare la potete sentire anche centinaia di volte in una giornata.

Si può cazzeggiare quindi come ho detto a casa, si può cazzeggiare in ufficio, e diciamo si può cazzeggiare anche in un contesto sportivo. Perché se un giocatore, mettiamo un calciatore, un calciatore professionista non prende una partita seriamente, si può dire tranquillamente che quel giocatore sta un po’ cazzeggiando. Durante quella partita, sta cazzeggiando, magari se comincia a fare colpi di tacco, se comincia a passare la palla facendo giochi di prestigio, eccetera, possiamo dire tranquillamente che quel giocatore sta cazzeggiando, cioè non sta prendendo la partita seriamente, non sta giocando come solitamente lui gioca, concentrato, avendo un obiettivo in testa, ma si sta divertendo, sta cercando di alzare magari il morale della squadra, e quindi sta semplicemente cazzeggiando.

Dunque: volendo potremmo fare anche un esercizio di coniugazione, giusto per cercare di farvi adoperare un po’ la parola anche a voi, per allenare un po’ i muscoli della bocca, che… i vostri almeno non sono abituati a parlare italiano come posso esserlo io, di conseguenza è giusto anche utilizzare un po’ anche la vostra lingua., la vostra bocca, e cominciare a parlare oltre che ad ascoltare.

Di conseguenza io dirò delle frasi adesso, e se voi volete, vi darà il tempo per rispondere, dovete semplicemente ripetere dopo di me quello che dirò, in maniera tale che riusciate anche a esercitare la vostra pronuncia e per passare dallo stato della comprensione a quello dell’espressione.

Quindi adesso costruirò delle frasi col verbo cazzeggiare, cercherò di farlo utilizzando tempi diversi, quindi non solo al presente, ma anche al passato ad esempio, a al condizionale, in modo che esercitiate anche un po’ i tempi diversi dell’italiano, ovviamente coniugando il verbo cazzeggiare. Quindi cominciamo. Allora la prima frase è.. ripetete dopo di me, mi raccomando:

  • Ogni volta che vado al lavoro, mi piace cazzeggiare almeno mezzora. Ripeto: Ogni volta che vado al lavoro, mi piace cazzeggiare almeno mezzora.

Ecco la seconda frase:

  • Se cazzeggiassi meno a scuola avrei dei risultati migliori. Ripeto: Se cazzeggiassi meno a scuola avrei dei risultati migliori

Vediamo la terza frase, al passato:

  • Ultimamente hai cazzeggiato un po’ troppo, è ora che tu cominci a fare la persona seria. Ripeto: Ultimamente hai cazzeggiato un po’ troppo, è ora che tu cominci a fare la persona seria.

Vediamol adesso, potrei usare l’imperativo. Ripetete dopo di me quindi:

  • Cazzeggia meno, o ti licenzio. Cazzeggia meno, o ti licenzio.

Bene amici, spero che questo podcast vi sia piaciuto. Abbiamo imparato il verbo cazzeggiare, l’abbiamo coniugato. Vi ho fatto più di qualche esempio, credo che sia adesso abbastanza chiaro. Ci sono diciamo anche altre parolacce in Italia, utilizzate per costruire dei verbi. Man mano che mi verranno in mente cercherò di spiegarveli attraverso altri podcast, altri file audio che registrerò durante i miei tempi morti.

Utilizzate anche voi i vostri tempi morti. Utilizzate la terza regola d’oro di Italiano Semplicemente, perché per imparare una lingua occorre innanzitutto ascoltare, e ascoltare è bene farlo durante i tempi morti; prima di tutto perché così trovate il tempo per ascoltare, senza dovervi ritagliare del tempo aggiuntivo, perché tutte le persone che lavorano hanno solitamente molto poco tempo, soprattutto se avete una famiglia, dei figli eccetera.

Quindi andate a lavorare con l’autobus? Ebbene mettete le vostre cuffie, ascoltate  ascoltate le registrazioni italiano che faccio e che metto online.

Salvate i podcast sul telefonino ed ascoltateli. Io personalmente faccio lo stesso con l’inglese e col francese.

Ogni giorno riesco a farmi un’ora e mezza di ascolto: mezzora di francese, mezzora di inglese e mezzora di tedesco. Ovviamente lo faccio solamente per il gusto di farlo e perché mi piace confrontare le varie lingue tra loro, per capire anche la cultura, la mentalità, delle altre persone che abitano in paesi diversi.

Dunque vi ringrazio dell’ascolto, ci sentiamo su Facebook, e buona serata a tutti.

Ramona dal Libano: ciao Giovanni. Ho trovato il significato del verbo cazzeggiare, ma non sono sicura se sia corretto o no. Comunque cazzeggiare significa parlare di un argomento o di un soggetto, in una maniera superficiale, senza approfondimento, per esempio, la mia amica Laura non è una persona seria, cazzeggia sempre, e questo la rende meno rispettata dagli altri, giusto?

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Dunque