Parliamo di Fiducia e Diffidenza

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Trascrizione

Giovanni: Ciao ragazzi, io sono Giovanni, e oggi ci occupiamo di Italiano Professionale, con un nuovo episodio della nostra Daria dalla Russia.

Abbiamo iniziato con Andrè, che si è definito il corrispondente di Italiano Semplicemente dal Brasile. In un recente episodio Andrè ci ha parlato delle elezioni nel suo paese, elezioni che hanno portato il candidato Bolsonaro alla vittoria, anche Daria ora (anche lei come Andrè è un membro dell’associazione), rivendica il suo ruolo di “Corrispondente”, ovviamente dalla Russia, la sua terra.

Si sta delineando quindi una nuova “figura”, che stanno assumendo i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

E’ una bella novità che mi piace molto questa del corrispondente estero. In questo modo sicuramente si impara di più, le frasi, le espressioni, i modi di dire si memorizzano più facilmente e in questo episodio Daria si esercita con alcune espressioni imparate nella lezione n. 13 del corso di Italiano Professionale, dedicata alla fiducia e alla diffidenza, un argomento abbastanza delicato e comune a tutte le professioni.

A te la parola Daria.

Daria: Buongiorno a tutti da Daria, corrispondente dalla Russia di italiano semplicemente.

Mentre ascoltavo la lezione numero 13 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE mi è venuta in mente un’idea.

La lezione è dedicata alla fiducia ed alla diffidenza e quando parliamo di questo argomento nei confronti delle persone nuove in un’azienda, le raccomandazioni o le referenze possono valere diversamente.

Mi spiego meglio. Una ditta relativamente piccola, locale, in genere considera l’assunzione di manodopera ad esempio, una questione innanzitutto di fiducia e soltanto subito dopo di professionalità della persona. Non di rado un nuovo lavoratore si cerca tra le persone referenziate, oppure tra i conoscenti perché Il successo di tutta la ditta dipende da ogni lavoratore. Ogni volta si devono valutare tutti i pro e i contro. Visto che ci deve essere sempre con la persona nuova un’unione di intenti (nota: espressione spiegata nella lezione n. 12 del corso), talvolta sarebbe preferibile non rischiare e provare ad eseguire il lavoro da solo; come si dice in questi casi: chi fa da sé fa per tre.

Per quanto riguarda le grandi aziende, secondo me, il proverbio italiano “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” descrive bene il concetto delle referenze. Qui nessuno può essere al di sopra di ogni sospetto. Così come l’abito non fa il monaco, le referenze non danno garanzia che si possa contare ciecamente su di un nuovo arrivato.

Tra l’altro quasi tutti i lavoratori hanno buone o ottime referenze da loro precedenti posti di lavoro. Quindi non ci sono reali certezze che effettivamente si tratti di persone che siano degne della nostra fiducia. Vanno messi alla prova dei fatti.

Lavorando insieme coi nuovi assunti i primi tempi gli altri lavoratori mantengono relativamente le distanze, cioè si comportano in modo amichevole ma piuttosto formale. Non si tratta di diffidenza, ma si sa che spesso l’apparenza inganna e non viene spontaneo dare troppa confidenza da subito, solamente perché qualcuno lavora fianco a fianco a te. Sarà sicuramente capitato anche a voi.

Con il passar del tempo si può invece acquistare la fiducia dei nuovi colleghi.

Ho una certa esperienza personale nel dare referenze alle persone conosciute al lavoro che hanno guadagnato il mio credito in un’azienda e poi hanno iniziato a lavorare in un’altra.

Guardandomi indietro direi che non sempre le persone che si sono ben comportate in un’azienda saranno così efficaci in un’altra, e viceversa, ed il fatto che le persone facciano valere il proprio talento distintamente nei vari ambiti ha seminato in me il dubbio se le referenze possano risultare veramente utili.

Non so come funzioni in Italia e quanto la cultura possa influire su questo.
A voi è mai capitato di fornire le proprie referenze a qualcuno, che ne pensate?

Un saluto dalla vostra Daria, corrispondente di italiano semplicemente dalla Russia.

Giovanni: bene, grazie Daria perché hai fatto un ottimo lavoro. Hai anche usato espressioni delle lezioni precedenti del corso e devo dire che è molto interessante quello di cui hai parlato.

Tutti possono ascoltare la prima parte della lezione n.13 se vogliono, metto un collegamento nella trascrizione di questo episodio, per tutta la lezione, come per l’intero corso di Italiano Professionale, vi aspetto nella nostra associazione.

Un saluto fiducioso da Giovanni.

New York. Ripassiamo le particelle

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, ed oggi facciamo un episodio speciale, dedicato alla città di New York. Un episodio per ringraziare i donatori newyorkesi di Italiano Semplicemente.

Oggi facciamo quindi un bell’esercizio di pronuncia ed insieme un ripasso di alcune frasi che contengono delle paroline difficili per gli stranieri, sia per la pronuncia, sia per le particelle che useremo.

E’ quindi questa un’occasione anche per fare un po’ di pronuncia e in questo modo aiutare voi stranieri con alcune parole a volte difficili da usare.

Gli esempi e le frasi che vedremo riguardano quindi la città di New York, quindi questa diventa anche un’opportunità per condividere informazioni interessanti su questa città.

Facciamo che io vi pongo delle domande (una specie di gioco), poi vi suggerisco in che modo dare la risposta e voi provare a rispondermi. Pronti?

Prima domanda:

Vogliamo provare a fare questo esercizio? Rispondi utilizzando la particella “CI”

Risposta:

Ok, ci possiamo provare, oppure, ok, proviamoci.

Seconda domanda:

Sapete sicuramente che New York è soprannominata la grande mela, allora la mia seconda domanda è:

Conosci un soprannome di New York? Nella risposta provate ad usare la particella “NE”

Risposta:

Sì, ne conosco uno: la grande mela.

Ovviamente ne serve a sostituire la parola soprannome.

Terza domanda:

Per le strade di New York possiamo mangiarci un gustoso hot dog? Allora rispondete alla domanda utilizzando la particella “CE”, e volendo insieme anche la particella “NE”. Ok? Nella stessa risposta utilizzate sia ne che ce.

Risposta:

Sì, ce ne possiamo mangiare quanti ne vogliamo di Hot dog per le strade di New York.

Quarta domanda. Per rispondere a questa domanda utilizzare “SE” e “NE” nella stessa risposta. Se e ne nella versione senza accento. Sapete che a NY esiste una zona, un quartiere chiamato “Little Italy”, un famosissimo sobborgo newyorkese che è a maggioranza italiana. Ci sono molti italiani a Little Italy.

La domanda è la seguente:

Gli italiani di New York si sono accorti che esiste Little Italy a Manhattan? Usate se e ne.

Risposta:

Certo, tutti gli italiani se ne sono accorti!

Il se indica gli italiani mentre il ne sostituisce la cosa di cui si sono accorti gli italiani.

Quinta domanda. Sapete che nell’isola di Manhattan c’è uno schema di strade particolare, strade che la percorrono in senso verticale e orizzontale, tutte intersecate tra loro. Io non riuscirei ad orientarmi facilmente. Ne sono sicuro.

Ecco dunque la domanda n. 5:

C’è bisogno della mappa per orientarsi tra le vie di Manhattan?

Per rispondere utilizzate “ce” e anche “n’è” (n + apostrofo + è-verbo essere)

Risposta:

Sì, per Giovanni sicuramente ce n’è bisogno

Questa ovviamente è una delle tante risposte possibili.

Forse anche per altre persone con poco senso dell’orientamento ce n’è bisogno, non solo per Giovanni. N’è sta per “ne è”. Metto l’apostrofo che sostituisce la e.

Sesta domanda. Sapete che a New York l’11 settembre del 2001 sono cadute le torri gemelle a causa di uno dei maggiori attacchi terroristici degli ultimi anni. Nonostante tutto però New York non possiamo definirla una città pericolosa. Tutt’altro direi. Allora proviamo a rispondere alla domanda usando una espressione nuova: “in sé per sé”.

Domanda: il fatto che New York sia stata vittima di uno dei più grandi attacchi terroristici degli ultimi anni cosa implica?

Risposta:

In sé per sé questo non implica che sia una città pericolosa.

Quindi l’attentato del 2001, da solo, da sé, o in sé per sé, non comporta, non implica che NY sia pericolosa.

Infatti, rispetto a molte altre metropoli, la Grande Mela può rivendicare il titolo di città più sicura in rapporto al numero di abitanti. Infatti New York City ha il tasso di criminalità più basso delle 25 più grandi città degli Stati Uniti.

Settima e Ottava domanda. Per rispondere usiamo la particella “CE” e il pronome ”LA” nella stessa frase. Attenzione: “LA” non come articolo ma come pronome.

Allora: C’è un film dal titolo “qualcosa è cambiato”: questo è il titolo in lingua italiana, mentre il titolo inglese è “As Good as It Gets”. In questo film c’è una famosa frase che riguarda New York:

Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque.

Ok allora la domanda n. 7 è: Dove ce la puoi fare se ce la fai qui?

Risposta:

Ce la puoi fare ovunque.

Cioè in ogni luogo, in ogni posto al mondo: se ce la puoi fare qui, cioè qui a News York, allora puoi riuscirci in tutti gli altri posti al mondo, cioè ovunque. Evidentemente New York è una città in cui non è molto semplice riuscire a farcela, cioè riuscire ad affermarsi, ad avere successo, o semplicemente a sopravvivere. “ce la fai” vuol dire appunto “ci riesci”, “riesci a farcela”, riesci a cavartela eccetera. .

Ottava domanda: Dove è più difficile farcela? (facciamo un confronto tra New York ed altrove usando la parola farcela.

Risposta: farcela è più difficile a New York che altrove.

A proposito di altrove. C’è una celebre frase che dice: “Un vero newyorkese crede che coloro che vivono altrove stiano, in qualche modo, scherzando”. Ho trovato molto divertente questa frase, che probabilmente allude al fatto che i newyorkesi si sentano al centro del mondo, magari anche più importanti degli altri o semplicemente che a New York c’è tutto ciò che serve per vivere ed essere felici.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione: parliamo di New York, di pizza e di pronuncia (chi non conosce la pizza!). Pizza si pronuncia con la z doppia e anche sorda (come cozze, mazzo, pazzo, palazzo ma non come “organizzare” e “ipotizzare” ad esempio che hanno la doppia zeta sonora).

Ebbene la prima pizzeria degli Stati Uniti è stata aperta a New York nel 1895 da un napoletano di nome Gennaro, nome tipicamente napoletano.

Attenti alla pronuncia delle doppie zeta.

Ripetete dopo di me:

Ipotizziamo (zeta sonora) di mangiare la pizza a New York (zeta sorda).

e organizziamo (zeta sonora) una cena per toglierci uno sfizio. (zeta sorda)

In quale pizzeria andare? (zeta sorda)

C’è solo l’imbarazzo della scelta! (zeta sorda)

Possiamo mangiare anche pizza a buon prezzo! (zeta sorda)

Analizziamo con cura il locale in cui andare (zeta sonora)

Ci sono locali con terrazze panoramiche (zeta sorda)

Gli italiani a New York hanno una lista di pizzerie (zeta sorda) personalizzata (zeta sonora)

Nella speranza (zeta sorda) che questo esercizio vi sia piaciuto, vi mando un saluto affettuoso da Roma. Scommetto che vi è venuta voglia di pizza! E grazie ancora ai donatori di tutto il mondo.

Ciao

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Problemi al lavoro

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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    Il mate (ripassiamo 30 espressioni idiomatiche)

    Audio

    Trascrizioni

    Giovanni: Buon giorno ragazzi.

    Nell’episodio di oggi ripassiamo qualche espressione italiana e lo facciamo parlando del MATE, una tipica bevanda argentina. È molto diffusa anche in Paraguay, in Uruguay e in Brasile.

    mate_immagine

    Questo episodio è un modo per ringraziare tutte le persone argentine che hanno fatto una donazione a favore di italiano semplicemente. Non sarò solo oggi a parlare. Ho una sorpresa per voi. Mi farà compagnia un argentino, un vero argentino, Javier. Lui meglio di me potrà pronunciare le parole più tecniche.

    Di tanto in tanto io e Javier in questa puntata di italiano semplicemente utilizzeremo una espressione tipica italiana (lo faremo 30 volte) e inserirò ogni volta un collegamento ipertestuale (cioè un link) nell’articolo per chi abbia voglia di leggere o ascoltare la spiegazione delle singole espressioni.

    Inoltre vedremo alcuni termini e verbi molto particolari.

    E lo faremo finché non sarete stanchi, finché non starete alla frutta. Questa è la prima delle trenta espressioni che ripassiamo oggi. Le riconoscete per via del link nella trascrizione.

    Il mate dunque è una tradizionale bevanda argentina. Si tratta di un infuso. Un infuso è appunto una bevanda, e significa versato sopra, versato dentro o immerso in un liquido. Anche il tè e la camomilla sono due infusi ed esempio, i più diffusi in Italia.

    Il mate fa parte quindi della tradizione argentina. Ma perché si chiama così?

    Curioso che la più diffusa tradizionale bevanda argentina abbia un nome che in spagnolo significhi compagno. Forse perché il rituale del mate crea il clima perfetto per lunghe conversazioni e anche se soli questo è un buon compagno per le persone che vogliono semplicemente pensare o ingannare semplicemente il tempo.

    Se devi stare a casa da solo tanto vale stare bene. Ho saputo che in America del sud le persone sono mediamente più felici che altrove nel mondo. Forse è merito anche del MATE.

    Vediamo un po’ la preparazione: È una bevanda che si fa con le foglie secche e sminuzzate della pianta Yerba Mate, un arbusto.

    Sminuzzare significa tagliare in pezzi molto piccoli, in pezzi minuti, cioè piccoli. Si comincia a tagliare e a furia di tagliare le foglie alla fine diventano quasi una polvere. Ho detto pezzi minuti. Questo aggettivo è particolare perché si usa anche per le persone, quando si descrive una persona minuta, cioè piccola, ma non bassa, piuttosto dalla piccola corporatura. Ma le cose che possono essere sminuzzate sono normalmente le erbe e le cose che si usano in cucina.

    Allora come si prepara questa bevanda? Per prima cosa si raccolgono le foglie della pianta che poi vengono fatte essiccare per molte ore. In questo modo diventando foglie secche.

    Essiccare significa proprio far diventare secche e il fenomeno si chiama essiccazione.

    Poi le foglie secche vengono spezzettate in modo tale che possano essere utilizzate facilmente per preparare l’infuso.

    Infine queste foglie, sminuzzate cioè spezzettate, si sottopongono ad una lieve torrefazione che le rende maggiormente aromatiche.

    La torrefazione, anche detta tostatura è un processo di arrostimento, che sottopone qualcosa, come delle foglie, ad elevata temperatura, in maniera tale da disidratarle, cioè togliere l’acqua. Potremmo dire asciugare le foglie fino all’essiccatura.

    La torrefazione è un processo utilizzato anche per la preparazione del tabacco (in quei caso si fa per diminuirne il contenuto di nicotina).

    Preparare la yerba mate nella gran parte delle case argentine è un vero e proprio rito, un po’ come da noi in Italia preparare il caffè. Un momento di piacere da trascorrere in compagnia. Cosa meglio del MATE come compagno? Il nome parla da solo in effetti.

    Javier: La Yerba si usa, cioè si beve in due modi diversi. Possiamo quindi optare per due diverse possibilità di preparazione:

    1) Mettere le foglie secche (1 cucchiaio per ogni tazza) in un contenitore e lasciare le foglie secche in infusione per alcuni minuti in acqua bollente. Lasciare in infusione significa lasciare immerse nell’acqua, in modo che l’acqua si impregni del sapore delle foglie. Poi si deve fíltrare (lo stesso procedimento che si usa per fare il tè). Si usa ovviamente un filtro. E questo è il modo di preparare il “Mate Cocido”.

    2) La yerba mate si mette in un apposito contenitore chiamato “mate”, come la bevanda. C’è una cannuccia apposita chiamata bombilla dalla quale sorseggiare con calma la bevanda calda senza necessità prima di filtrarla. Sorseggiare significa bere un sorso alla volta, e sorseggiare si usa per indicare il piacere che si prova quando si assapora qualcosa. Infatti quando non si vuole sentire il sapore di una bevanda perché ad esempio non ci piace allora o non la beviamo, oppure la beviamo molto velocemente, senza sorseggiarla, senza assaporarla quindi.

    Questa seconda modalità di preparazione é la forma piu utilizzata ed é il mate propriamente detto.

    La Yerba mate ha un sapore amaro e un odore molto caratteristico. Il suo gusto è accostabile a un piatto dolce, tanto quanto ad uno salato.

    Il suo gusto è accostabile, cioè si accosta bene, si sposa bene sia con piatti dolci che salati.

    Giovanni: Evidentemente non c’è quindi un piatto ideale, un piatto per cui possiamo dire che è la morte sua, che si sposa cioè perfettamente con il mate.
    Si dice che questa bevanda abbia enormi benefici energetici e stimolanti. Javier che ne pensi? Cosa serve per fare la Yerba Mate?

    Javier: Per la preparazione del mate bisogna avere a disposizione:
    • un mate, come abbiamo detto prima, ovvero un apposito recipiente realizzato con una zucca, oppure può essere di metallo, di ceramica o di legno, ed il mate viene usato sia per preparare l’infuso, sia per berlo. Quando si compra un mate nuovo è necessario che venga “curato“, o “trattato” prima di essere utilizzato onde evitare odori indesiderati della bevanda.

    Per curare il mate bisogna riempirlo di erba, versarvi acqua calda e lasciarlo in infusione per una intera giornata. Il giorno successivo si svuota il mate e si ripete il procedimento; la stessa cosa va fatta molti giorni, meglio se per una settimana di fila. In questo modo il mate si impregna del sapore dell’erba ed elimina sapori estranei.

    Il mate si impregna cioè assorbe il sapore dell’erba e quindi prende il suo sapore.

    • un altro elemento necessario è poi la “bombilla”, cioè si è detto una specie di cannuccia di metallo che da un lato ha l’imboccatura, (dal lato che va in bocca) e dal lato opposto c’è un filtro per impedire alle foglie di erba mate di entrare nella cannuccia stessa.

    Il filtro può essere costituito semplicemente da una chiusura bucherellata, cioè piena di buchi, di piccoli buchi. Notate che una cosa bucata ha un solo buco, ragion per cui se una cosa ha invece molti piccoli buchi si dice che è bucherellata e non bucata.

    • ovviamente abbiamo bisogno dell’yerba mate può essere preparata “con palo” (con il picciolo) o “sin palo” (senza picciolo). Il picciolo è la parte della pianta che unisce la foglia alla pianta stessa. Esiste anche il picciolo della mela, della pera, delle ciliegie e in generale per la frutta. Ma evidentemente possiamo parlare anche del picciolo per le foglie.

    Ebbene, l’erba con palo ha un sapore più deciso e più amaro; l’erba sin palo ha un sapore invece più morbido. Evidentemente questo picciolo ha un sapore amaro.

    • serve anche un recipiente dove scaldare l’acqua, cioé quella che in Argentina ai chiama la “Pava”. (In Italia useremmo una banale pentola).

    •poi si usa anche un contenitore termico, per mantenere calda l’infuso per tutta la durata della mateada (cioè la bevuta del mate).

    Una curiosità, esiste il verbo “Cevar”. “Cevar Mate

    Cebar mate è l’espressione tipica che significa “preparare il mate e servirlo”; si tratta di un vero e proprio rito, una tradizione ed è una procedura guidata dal cebador.
    Dopo essere stato riempito d’erba, il mate viene tappato con la mano. Si mette la mano sopra quindi e poi viene agitato il mate e capovolto, a testa in giù. In questo modo sul palmo della mano con cui viene tappato si deposita della polvere che va eliminata. Questa è una cosa molto interessante.

    Poi vi viene versata sopra l’acqua calda, ma attenzione perché l’acqua non deve mai bollire. L’acqua va versata poi sempre nello stesso punto, in modo da inumidire solo una parte delle foglie di mate e lasciarne asciutta un’altra parte.

    Nel punto in cui si è versata l’acqua si inserisce la bombilla, che non andrà mai spostata in seguito.

    Giovanni: Bene, un procedimento non troppo facile mi sembra. Io mi incasinerei facilmente. E comunque meglio spiegare tutte le istruzioni attentamente, non sia mai alcuni argentini si lamentino per come abbiamo spiegato la preparazione. Cercherò di farlo senza meno.  Con l’aiuto di Javier.

    Javier: Il cebador comunque beve per primo il mate, aspirando l’infuso con la bombilla fino ad esaurirlo e provocare anche il tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido aspirato.

    Giovanni: Evidentemente questo non è giudicato come sbagliato, non rappresenta una cosa che non si fa perché è maleducazione. In Italia infatti sin da piccoli ci insegnano che fare rumore succhiando con la cannuccia è una cosa che non va fatta perché è indice di maleducazione. Ma del resto ogni paese ha la sua cultura, bisogna prenderne atto senza giudicare.

    Javier: A questo punto, una volta che il cebador ha bevuto si aggiunge altra acqua e il cebador passa il mate a chi è seduto alla sua sinistra che lo beve a sua volta fino in fondo e lo restuisce al cebador, che aggiunge altra acqua e lo passa al secondo invitato, poi al terzo, e cosí via.
    Si continua così facendo circolare il mate anche per ore.

    Le foglie inizialmente lasciate asciutte sono una specie di riserva: quando le prime foglie sono ormai esaurite, si bagnano le seconde per continuare la mateada e il cebador potrà anche spostare la bombilla nel nuovo punto di infusione. Alla fine la yerba mate sarà interamente sfruttata: si tratta ormai di mate lavado (“cioè di mate lavato, slavato”).

    Giovanni: ma il mate è amaro o dolce Javier?

    Javier: Il mate si puo bere sia amaro che dolce, aggiungendo ovviamente zucchero all’acqua o direttamente nel recipiente.

    Giovanni: ah ottimo!

    Grazie Javier di aver soddisfatto questa mia curiosità. Javier è un membro dell’associazione italiano semplicemente e solo grazie a lui è stato possibile realizzare questa puntata speciale. Avete sentito che Javier parla molto bene l’italiano.

    Adesso però la mia curiosità è aumentata e dovrò chiedere assolutamente a qualche argentino di farmi assaggiare questo mate. Lo farò non appena me ne capiterà uno a tiro. Javier se n’è già andato purtroppo!

    Tra l’altro mi é venuto un desiderio esagerato anche di prepararlo oltre che di assaggiarlo!

    Ci proverò a cercare qualcuno che me lo faccia assaggiare, almeno. Tentar non nuoce. Male che va proverò a prepararlo da solo acquistando il mate personalmente sperando che il prodotto finale non lasci a desiderare. Al che io diventerò molto triste, in questo caso, e la qualità degli episodi di italiano semplicemente peggiorerà di conseguenza, con buona pace dei visitatori stranieri che vogliono imparare l’italiano. Ed allora, a quel punto, qualcuno forse mi regalerà il mate di migliore qualità. Speriamo!

    Forse qualcuno mi dirà che ci vuole una certa faccia di bronzo per chiedere dei regali, ma questo era l’unico modo di usare questa espressione. Comunque stavo scherzando, infatti credo che assaggerò il mate quando andrò in Argentina un giorno: Vuoi mettere? Sarà tutta un’altra emozione.

    Bene, siamo al capolinea di questo episodio. Spero vi sia risultato utile.

    Almeno ora, voi come me, conoscete vita, morte e miracoli del MATE.

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    Male che vada – male che va

    Audio

    Trascrizione

    Ciao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com. Io sono Giovanni, il vostro professore di italiano, ma sono un professore speciale, non come gli altri perché non arriva mai il giorno dell’interrogazione :-=)

    Da quando è iniziata l’avventura di italiano semplicemente, nel 2015, molte persone che ringrazio di cuore, dedicano il loro prezioso tempo ad ascoltare italiano semplicemente ed io non li ho mai interrogati. Scherzi a parte, l’espressione di oggi è “male che vada“. Tre parole: male, che, vada.

    Anche questa come tante altre espressioni che abbiamo già visto è molto utilizzata in famiglia e tra amici. Potete usarla comunque anche tra colleghi ed al lavoro in generale, non c’è nulla di male. Non si usa allo scritto però. Per questo motivo difficile trovare uno straniero che conosca il significato di “male che vada“. Ad ogni modo questa frase molto spesso, nel linguaggio informale diventa “male che va“. Vada è il congiuntivo presente del verbo andare. Potete dire in entrambi i modi comunque, ma è più corretto dire “male che vada” poiché si riferisce al futuro.

    Spieghiamo però la frase “male che va“, che è più informale. Iniziando dalle singole parole.

    Male è il contrario di bene. È una parola che si usa in molti contesti diversi,

    Come stai?

    Male!

    Non è una risposta molto comune ma potrebbe accadere di chiedere ad un amico “come stai” e lui risponda: male.

    Nel caso le cose non vadano molto bene è comunque più comune incontrare risposte tipo :

    Non molto bene!

    Potrebbe andar meglio!

    Insomma!

    Ad ogni modo questo è uno dei modi di usare la parola male.

    “Il male” invece, è anche l’opposto di “il bene” quindi possiamo dire che :

    Il fascismo è il male assoluto

    Il bene vince sempre sul male

    Poi si usa spesso anche quando si descrivono dei comportamenti o si dà una valutazione o un giudizio su cose e persone:

    Non c’è niente di male nel bere un bicchiere di vino.

    Si è comportato molto male con me.

    Invece in questo caso la parola “male” fa parte di una espressione, una locuzione che ha un significato preciso se letta tutta assieme.

    “Male che va” contiene il verbo andare: va.

    Se mi chiedi: come va? Come vanno le cose? Come andiamo? Io potrei rispondere: va male!

    Invece l’espressione “male che va” non significa che c’è qualcosa che va male, ma che c’è qualcosa che potrebbe andare male a seguito di una nostra azione. Non è detto però che la nostra azione avrà conseguenze negative. Non è detto che andrà male. Se però andasse male, se le cose dovessero andar male, questo esprime l’espressione, non va poi così male. Se dovesse andar male infatti abbiamo due scelte.

    Prima possibilità: diciamo cosa succederà. Dobbiamo esprimere la conseguenza di una azione. Questa cosa deve essere la peggiore possibile delle conseguenze, e non essere proprio una brutta cosa, altrimenti non si deve usare questa espressione.

    Esempio:

    Se avete mal di testa provate a bere una camomilla. Male che va avete sprecato una bustina di camomilla.

    Questo significa che in caso di mal di testa ci possono essere diverse possibilità per farlo passare. Tra le varie possibilità si potrebbe provare a bere una camomilla. Non si sa se avrà effetto. Non si sa se il mal di testa passerà? Beh, ad ogni modo se non dovesse funzionare cosa abbiamo perso? Male che va, cioè anche se dovesse andar male, in quel caso potremmo anche provare un altro rimedio. Non avremmo perso nulla. Al massimo avremmo sprecato una bustina di camomilla. Ma questa non è una cosa grave, possiamo quindi provare, non ci costa nulla non è vero? In definitiva provare non costa nulla.

    Secondo esempio:

    Sono un ragazzo timido e mi piace molto una ragazza. Un mio amico mi dice:

    Beh cosa aspetti a farti avanti? Cosa aspetti a dirle che ti piace? Male che va ti dice di no e per te non cambierà nulla.

    Anche in questo caso “male che va” viene utilizzato per proporre una conseguenza di una azione. Se il ragazzo si facesse avanti, se si dichiarasse con la ragazza che le piace, la peggior cosa che potrebbe accadere è che la ragazza dirà: no, non mi piaci.

    Questa possibilità non sarebbe una tragedia. In fondo se non le dirai nulla otterrai lo stesso risultato o sbaglio? A questo punto ti conviene dirle che ti piace, perché male che va, lei ti dirà che non le piaci. Non mi sembra una tragedia.

    Ancora una volta quindi si tratta di una azione che non è sconveniente, perché le cose potrebbero andar bene, molto bene. Ed anche se dovessero andar male non andranno così male. I vantaggi potenziali superano gli svantaggi.

    Seconda possibilità: se le cose dovessero andar male, non solo non sarà molto grave, ma posso anche tentare una alternativa. Anche questo è un modo di usare “male che va”.

    Esempio:

    se avete mal di testa provate a bere una camomilla. Male che va puoi prendere un antidolorifico.

    Quindi anche in questi caso si sta dicendo che potrebbe andar male, e in questo caso possiamo provare una seconda soluzione: prendiamo un antidolorifico.

    Analogamente, se abbiamo sempre lo stesso ragazzo timido di prima:

    Beh cosa aspetti a farti avanti? Cosa aspetti a dirle che ti piace? Male che va potrai provare con un’altra ragazza.

    anche in questo caso si sta dicendo, come prima, che potrebbe andar male, e in questo caso possiamo provare una seconda soluzione: trovare un’altra ragazza. Ancora una volta si usa “male che va” prima di presentare una alternativa.

    Notare bene che in questo secondo caso potete anche utilizzare “al limite“, locuzione che abbiamo già spiegato sulle pagine di italiano semplicemente.

    Questo significa che spesso, nel caso di alternative, potremmo avere il dubbio: usiamo “al limite” oppure “male che va”? Dipende.

    Ad esempio: domani andiamo al mare se non pioverà. Al limite, dovesse piovere, come alternativa porremmo andare a pranzo fuori.

    In questo caso “al limite” significa: come alternativa, come estrema soluzione. In questi casi possiamo tranquillamente usare “male che va”.

    Invece, se siamo nel primo caso “male che va” è più adatto di “al limite” , perché come abbiamo visto male che va in questo primo caso si usa per prospettare la conseguenza peggiore possibile che però non è una cosa grave.

    Prova ad assaggiare il caffè senza zucchero. Male che va lo puoi sputare.

    In questo caso male che va è sicuramente più adatto.

    Potremmo anche usare “al limite” , e potrebbe capitare di ascoltare frasi di questo tipo, ma non si fa normalmente, perché “al limite” nasce per presentare delle alternative.

    In definitiva “male che va” rispetto a “al limite” si può usare sia per presentare un’alternativa (come “al limite”) qualora la prima soluzione non funzionasse, sia per presentare i vantaggi di una azione, di una soluzione, che anche se non funzionasse le conseguenze negative non sarebbero gravi.

    Adesso continuo la mia passeggiata salutare quotidiana. Circa 10 km, non li ho contati ma male che va saranno nove.

    Un saluto a tutti e un grazie per l’ascolto. Grazie anche a tutti i donatori di italiano semplicemente, che ringraziano attraverso una donazione ed io, da qualche tempo a questa parte, ringrazio attraverso un episodio, una puntata speciale dedicata al loro paese. Il prossimo sarà dedicato agli argentini, con una puntata speciale che riguarda una famosa bevanda.

    In quell’occasione ripassiamo ben 29 espressioni idiomatiche, 29 espressioni che vi ho già spiegato e che trovate sul sito ma che non fa mai male ripassare, perché come sapete repetita iuvant.

    Ciao a tutti.

    Ce ne vuole, ce ne passa

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    Buongiorno amici, chi vi parla è Giovanni, il presidente dell’Associazione culturale Italiano Semplicemente e creatore del sito italianosemplicemente.com.

    Oggi voglio parlarvi della particella “ce”. Lo abbiamo già fatto in precedenti puntate di Italiano Semplicemente – non me ne vogliate per questo – ma ritengo che sia il caso di fare ancora un episodio vista la difficoltà che voi stranieri avere a riguardo.

    Bene, nei precedenti episodi dedicati alla particella “ce” abbiamo visto che questa particella si accoppia spesso con un’altra particella, che è la particella “ne”.

    Ovunque ci sia “ce” è difficile non trovare anche “ne”. Poi abbiamo visto che ce è diverso da “ci”, un’altra particella fastidiosa.

    Oggi in particolare vediamo la frase: “ce ne vuole” e “ce ne passa”.

    Bene, per capire il significato della frase “ce ne passa”, o “ce ne vuole” devo subito puntualizzare una cosa: stiamo parlando di opinioni. Inoltre parliamo di associazioni, nel senso di associare due cose tra loro, accoppiare, mettere in relazione, parliamo di distanza ed infine parliamo di futuro, cioè di tempo. Parliamo anche di fantasia.

    Spero di non avervi confuso ulteriormente. Mi spiego meglio.

    Parliamo di opinioni, ho detto, perché “ce ne passa” e “ce ne vuole” sono frasi che si usano quando si esprime un’opinione, quando si fa una considerazione, quando si esprime un pensiero.

    Ho parlato di associazioni, perché questo pensiero si riferisce a due cose, due cose che potrebbero essere associabili, potrebbero essere accostate, potrebbero essere messe a confronto, si potrebbe addirittura credere che queste due cose siano una la conseguenza dell’altra.

    Ho parlato di distanza, perché questa relazione tra le due cose che stiamo confrontando, secondo l’opinione di chi parla, è in realtà una relazione da non fare. Non si devono accostare i due concetti, due fatti, due eventi, due questioni. Tra le due cose c’è una certa distanza, non sono due cose da avvicinare, perché sono ancora distanti.

    Ho parlato di tempo e di futuro, perché queste due cose di cui stiamo parlando spesso riguardano il tempo.

    Ecco, adesso sicuramente vi ho disegnato la cornice in cui inquadrare le due espressioni: “ce ne vuole” e “ce ne passa”. Ora che la cornice è fatta adesso vi disegno il quadro.

    Vi faccio subito qualche esempio delle frasi di oggi:

    Ho trovato dei soldi, (ad esempio 100 euro) nelle tasche dei pantaloni di mio figlio. Allora preoccupato di questo vado da mia moglie e dico: guarda cosa ho trovato! Secondo me li ha rubati tutti questi soldi!

    Mia moglie allora potrebbe dire:

    Rubati? E perché? Di qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    Questa risposta di mia moglie ha un significato preciso: non è vero che li ha rubati, o meglio: abbiamo trovato 100 euro nelle tasche di nostro figlio, questo è un fatto. Ma tu stai dicendo che li ha rubati, che li ha sottratti a qualcuno. Queste due cose non sono associabili secondo me. Secondo me non dobbiamo necessariamente pensare che li abbia rubati. È una associazione che non dobbiamo fare, perché non è l’unica conclusione possibile. Potrebbero essere tante le ragioni:

    – Potrebbe averli guadagnati con un lavoro

    – Potrebbe averli trovati

    – potrebbe averglieli regalati qualcuno

    – Potrebbe aver vinto una scommessa

    – Potrebbero essere il frutto dei suoi risparmi

    Quindi da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa! Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    Vedete che stiamo cercando di creare una distanza tra le due cose: la prima cosa è la scoperta dei 100 euro trovati nella tasca dei pantaloni e la seconda è considerare ladro nostro figlio.

    Le due cose non sono confrontabili per la madre, ecco perché dice: “da qui” (cioè da questo fatto, se partiamo da questa scoperta, dal trovare 100 euro nei pantaloni) a considerare nostro figlio un ladro ce ne vuole!

    Vedete come ho fatto un confronto: “da – a” e con questo la madre vuole creare una distanza trale due cose, non vuole associare la scoperta con un giudizio negativo su suo figlio.

    “Da – a” si usa spesso con le distanze nello spazio, quando cioè parliamo di distanze tra luoghi: da Roma a Parigi ci sono più di 1000 km. Da casa mia a casa tua la distanza è di 100 metri.

    Lo stesso accade con i concetti da collegare tra loro, o da allontanare tra loro: “da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!”

    “Ce ne passa” o “ce ne vuole” è la parte finale della frase, che sta ad indicare la molta distanza.

    È un’immagine quella che la madre sta cercando di dare al marito.

    Quanti km ci sono tra Parigi e Roma? Ce ne sono molti!

    Potrei dire: Ce ne sono di Km da Parigi a Roma!

    È una esclamazione, che ha il valore di una affermazione. “Ce ne sono di km” vuole dire che “ce ne sono molti”. La parola “molti” non si dice, sia dà per scontata. Ma è come se la dicessimo.

    Allo stesso modo la frase della madre: da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    In questo caso non mi riferisco alla distanza in km ovviamente. In questo caso mi riferisco alla capacità di deduzione, alla fantasia. La madre vuole dire che ci vuole molta fantasia (ce ne vuole di fantasia!) a pensare che le due cose siano associabili.

    Quelle che seguono sono tutte frasi equivalenti che vi invito a ripetere anche nel tono:

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole!

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di fantasia!

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne vuole di immaginazione!

    L’uso di “vuole” è più intuitivo di “passa”. Si capisce più facilmente che “ci vuole molta fantasia” viene sostituito da “ ce ne vuole di fantasia” oppure di “ce ne vuole” e basta.

    Invece il verbo “passare” è più difficile da capire. Cerco di spiegarvelo.

    Passare fa riferimento ad uno spazio, che è sempre una distanza tra due cose.

    Ad esempio io non riesco a passare con la mia macchina in una strada molto stretta. Questo perché il passaggio è stretto. Non ci passo!

    La distanza tra una parte e l’altra della strada è troppo breve. Non ci passo! Con la mia macchina non ci passo! È troppo stretto!

    Se invece la strada è molto larga, tanto larga che ci passano 10 automobili, potrei dire: certo che ci passo con la mia macchina in quella strada, ce ne passano di macchine in quella strada!

    Ce ne passano di macchine!

    Questo è un modo per dire che ne passano molte di macchine.

    In modo figurato posso usare il verbo passare per indicare una distanza, una grande distanza. Quindi la madre dice:

    Da qui a pensare che li abbia rubati ce ne passa!

    Credo che ora sia abbastanza chiaro il concetto!

    Per capire ancora meglio: c’è anche un proverbio italiano che dice: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare!

    Questo per indicare che la distanza tra il dire ed il fare è notevole! Una cosa è dire, un’altra cosa è fare. Potrei anche trasformare questo proverbio così:

    Tra il dire e il fare ce ne passa!

    Quindi questo significa che c’è una grande differenza, c’è una grande distanza tra il dire: ci vuole poco a parlare! E il fare, che è molto più faticoso J

    Il verbo passare e volere sono spesso collegati al tempo. All’inizio ho detto che anche il tempo e il futuro è chiamato in causa spesso in questo tipo di frasi: il passaggio del tempo, cioè il trascorrere del tempo. Spesso si dice: ci vuole molto tempo. Il che significa: dovrà passare molto tempo. Quindi volere e passare si usano spesso quando si parla di tempo: ore, secondi, minuti, anni!

    Quindi posso dire ad esempio:

    A mia figlia di 6 anni piacciono molto gli aeroplani. Ce bello! Ma per curiosità: quanto tempo ci vuole per diventare un esperto di ingegneria aerospaziale?

    Potrei rispondere: ce ne vuole di tempo! Ne deve passare di tempo prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale!

    Vedete che qui in realtà ho puntualizzato, ho specificato: ce ne vuole di tempo, ne deve passare di tempo. Aggiungo “di tempo” perché sto puntualizzando, sto specificando che mi sto riferendo al tempo.

    Ma potrei anche dire:

    Ah, ce ne vuole!

    Prima di diventare esperto di ingegneria aerospaziale ce ne vuole!

    In questo caso faccio implicitamente riferimento al tempo, ma mi potrei riferire anche alla fatica, alle cose che possono accadere nel frattempo, ai gusti che cambiano, insomma a tutte le cose che “passano” tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali.

    Tra il semplice piacere verso gli aeroplani e il diventare ingegneri aerospaziali ce ne passa!

    Bene ragazzi, un ultimo avvertimento: le due particelle “ce” e “ne” non sempre hanno questo significato. L’uso dei verbi passare e volere aiuta a interpretare la frase in questo modo, ma con altri verbi non funziona così. Ad esempio:

    Domanda: dove andate? Risposta: Ce ne andiamo!

    Domanda: ve ne siete accorti? Risposta: sì, ce ne siamo accorti!

    Affermazione: Abbiamo perso l’aereo! Risposta: Ce ne dispiace molto!

    Domanda: Quante speranze vi date? Ce ne diamo molte!

    Domanda: Quanti gelati volete? Risposta: ce ne mangiamo due a testa!

    Domanda: quante arance ci sono in frigo? Risposta: ce ne sono molte!

    Domanda: quanti modi ci sono di usare le due particelle ce e ne? Risposta: ce ne sono molti!

    Spero di essere stato esaustivo amici con la spiegazione di oggi. Certo che ce ne vuole di tempo per imparare una lingua!

    Se avete gradito questo episodio continuate a sostenere Italiano Semplicemente, con una donazione o aderendo all’associazione Italiano semplicemente.

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    Chiedendo invece di diventare membri dell’associazione potrete partecipare attivamente a tutte le attività dell’associazione, in particolare accedere a tutte le lezioni del corso di Italiano Professionale e partecipare al gruppo WhatsApp dell’associazione, dove potete discutere del programma settimanale con gli altri membri di tutte le diverse nazionalità. Potrete farlo ascoltando e leggendo cosa gli altri hanno da dire, oppure parlando e scrivendole vostre opinioni sull’argomento del giorno. Ogni giorno si parla di un argomento diverso, ed il programma settimanale è deciso tutti insieme nel gruppo WhatsApp. Per questo motivo ogni settimana metto online il programma settimanale: commentiamo gli episodi il lunedì, parliamo di notizie dal mondo il martedì. Il mercoledì spieghiamo termini e espressioni lavorative, il giovedì è il giorno della pronuncia, il venerdì cultura e territorio, sabato è il giorno della letteratura e della poesia, ed infine la domenica parliamo di tempo libero, canzoni, sport e salute. Potete chiedere la vostra partecipazione alla pagina dell’Associazione: italianosemplicemente.com/chi-siamo

    La quota associativa cambia da paese a paese, in base alle possibilità economiche di ciascun paese.

    Un abbraccio e un grazie a tutti per l’ascolto.

    8 marzo, festa delle donne. Un esercizio di ripetizione e consapevolezza (per soli uomini!)

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    Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com e benvenuti in questo speciale episodio dedicato alle donne.

    mimosa_festa_della_donna

    Oggi è l’8 marzo, il giorno dedicato alle donne. Molte donne amano festeggiarlo, altre no, in ogni caso volevo dedicare un episodio a questo giorno, primo perché lo scorso anno sono stato rimproverato per non averlo fatto, secondo perché in tutto il mondo, ed anche in Italia, ogni giorno ci sono episodi di violenza contro le donne. Il sesso femminile è vittima di quello maschile più di quanto si voglia ammettere e questa forma di aggressione e violenza è molto più diffusa di altre, ad esempio nei confronti degli stranieri o dei bambini o degli anziani o di persone di altre religioni: la violenza contro le donne è ancora una vera piaga da combattere.

    Ed allora voglio rivolgermi a me stesso ed a tutti gli uomini che stanno leggendo e ascoltando questo episodio, facendo un episodio di pura ripetizione. Un esercizio di ripetizione che potrebbe servire a fare un esame di coscienza, a riflettere, oltre che ad esercitare la lingua.

    Questo esperimento di oggi lo facciamo cercando di usare alcune espressioni italiane che sono state spiegate sulle pagine di Italiano Semplicemente, quindi oltre che un esercizio di riflessione e consapevolezza può anche essere un esercizio di ripasso.

    Siete pronti maschi?

    Bene, ripetete dopo di me. Nella trascrizione dell’episodio troverete il collegamento anche alle singole spiegazioni delle espressioni idiomatiche che useremo in queste frasi che vi invito a ripetere.

    Checché se ne dica, senza le donne non varrebbe la pena di vivere;

    Mio malgrado, non posso riuscire, da solo, a fermare la violenza contro le donne

    – Molti uomini fanno vedere i sorci verdi alle proprie mogli

    – Ne abbiamo abbastanza degli uomini violenti

     …

    Mi incazzo quando una donna soffre per colpa di un uomo

    – Scusami, se a volte la mia attenzione verso di te lascia a desiderare

    – Se un mio amico picchiasse la sua donna non gli reggerei mai il gioco

     – Non è mica con la violenza che dimostro la mia forza!

    – La prossima volta che litigheremo, coglierò l’occasione al volo e ti farò un regalo

    Da quando in qua ti faccio un regalo? Da oggi!

    – Poiché mi sento un uomo, anziché offenderti, ti difenderò contro chiunque

    – Anche se sembra tutto perduto, proverò a riconquistarti: o la va o la spacca!

    – Voglio mettere per iscritto che la mia forza dipende dal tuo amore verso di me

    – Anche nei momenti più difficili, per quieto vivere, prometto che manterrò la calma

    Cascasse il mondo, non alzerò mai le mani

    ce ne vuole di pazienza per sopportarmi, vero?

    – Per fare pace, andiamo a cena fuori. Ci stai?

    Adesso vediamo una celebre frase di Bukowski, tanto per non dimenticare anche le parolacce.

    – Il mondo sarebbe un posto di merda senza le donne. La donna è poesia. La donna è amore. La donna è vita. Ringraziale, coglione!

    E concludiamo con una frase di Gandhi, che ci ricorda il significato di abnegazione:

    Per coraggio di abnegazione la donna è sempre superiore all’uomo, così come credo che l’uomo lo sia rispetto alla donna per coraggio nelle azioni brutali

    Una frase un po’ difficile e lunga, quest’ultima, quindi vi invito a ripeterla ancora una volta, anche se vi si arrotolerà un po’ la lingua:

     

    Un saluto a tutti, a tutti i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente ma solamente alle donne! Spero che voi maschietti non vi offendiate! Scherzo ovviamente.

    Qualcosa mi fa pensare che siano più le donne che gli uomini ad aver ascoltato questo episodio.

    Ad ogni modo spero abbiate gradito un episodio di ripetizione come questo.

    Alla prossima.

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