Non ti ci facevo

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Buongiorno amici di Italiano Semplicemente da Giovanni.

Oggi ho alcune cose da dirvi. Una di queste riguarda l’espressione idiomatica che dà il titolo all’episodio di oggi “Non ti ci facevo”, mentre la seconda cosa riguarda un esperimento che ho fatto sulle pagine del sito ItalianoSemplicemente.com. Un esperimento che riguarda la pubblicità.

Ebbene, da qualche mese a queste parte ho provato a utilizzare una forma di pubblicità automatica sulle pagine del sito, ed ho provato a fare questo per poter garantire qualche entrata che potesse sostenere il sito e le spese sostenute.

In questi ultimi mesi le entrate derivanti dalla pubblicità non sono state molto alte, abbastanza deludenti direi, circa 20-25 euro mediamente al mese.

Ora quindi mi chiedo: la cifra non è molto alta e la pubblicità sul sito dà in effetti un po’ fastidio ai visitatori. Il mio desiderio d’altronde è quello di essere utili agli stranieri e se posso evitare la pubblicità ne faccio volentieri a meno. Quindi farò un esperimento, farò un tentativo nei prossimi mesi.

Sapete che esiste una pagina sul sito in particolare dedicata alle donazioni, dove tutti i visitatori possono se vogliono, aiutare Italiano Semplicemente con una piccola donazione su base volontaria.

Se allora attraverso le donazioni si riesce a fare a meno della pubblicità sono ben felice di toglierla dal sito, quindi adesso dal mese di novembre 2018 toglierò la pubblicità e vediamo se arriva qualche donazione in più. Io vi ringrazio per questo e come sempre renderò omaggio ai donatori attraverso la mia consueta attività quotidiana al vostro servizio riguardante la lingua italiana. Vi informerò su come stanno andando le cose, come sempre. Per il momento quindi niente pubblicità sul sito per tutto il mese di novembre 2018.

Ora passiamo all’argomento di oggi, una espressione curiosa quella che vi spiegherò oggi: “non ti ci facevo“. Si tratta di una espressione informale, che si usa in ogni regione italiana ed ha a che fare con lo stupore. Lo stupore, cioè la meraviglia, la sorpresa, ed a volte anche sconcerto, che è una forma di stupore esagerata oltre che legata anche ad altre emozioni.

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Non ti ci facevo infatti significa:

Non credevo tu fossi così, non credevo fossi capace di questo, oppure non credevo tu avessi queste caratteristiche.

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Vi spiego meglio:

Intanto sto parlando con te, ed infatti c’è “ti”: “non ti ci facevo”.

E’ un po’ complicata da spiegare come frase, quindi direi di iniziare da un esempio concreto e da una frase simile ma più semplice.

Incontro una persona che non avevo mai visto dal vivo, cioè di persona, ma solo dal computer o dalla TV, lo vedo e gli dico:

Non ti facevo così alto

“Non ti facevo così alto” significa: Non credevo fossi così alto, credevo invece che tu fossi più basso, quindi sono meravigliato, sono stupito, sono sorpreso dal vederti così alto. La parola più complicata credo sia “facevo“, che è il verbo “fare”, che non c’entra proprio nulla col significato della frase.

Ma davanti a questo “facevo” c’è “ti”: non ti facevo così alto.

Questo cambia il significato del verbo “fare” ma solamente in questa forma, solamente nell’imperfetto e a volte nel presente.

Non ti ci facevo” significa semplicemente non credevo, non immaginavo, non avevo capito.

E’ importante dire anche che spesso con questa frase si dà un giudizio su di una persona. L’affermazione quindi sottolinea lo stupore nel notare soltanto ora una qualità o un difetto di una persona.

Quindi “non ti facevo così alto” vuol dire “non credevo che tu fossi così alto“, “non immaginavo che tu fossi così alto“, “non avevo capito che tu fossi così alto“, così alto come adesso invece vedo con i miei occhi. E’ un giudizio positivo in questo caso.

Si usa in modo informale, tra amici e conoscenti, ma non c’è niente di volgare nella frase, quindi potete usarla tranquillamente con persone che conoscete.

Devo comunque fare delle puntualizzazioni. Farò poi molti esempi in questo episodio e vi consiglio di ripetere anche voi gli esempi che farò, per memorizzare meglio.

Prima considerazione: la frase si può usare anche senza la negazione, quindi si può dire, con lo stesso significato e con lo stesso stupore:

Ti facevo più basso!

Il significato è il medesimo: credevo fossi più basso!

Secondo: si può usare nella pratica solo la forma dell’imperfetto. Non possiamo quindi dire: “ti farò più basso”, oppure “ti ho fatto più basso” o “ti feci più basso.” Posso a volte trovare una frase al presente, ma non in questo esempio.

Non è quasi mai consentito usare altri tempi quindi gli italiani non capiranno se provate a farlo. Infatti la frase si usa solamente per manifestare stupore per una cosa che ora è evidente, lampante, lapalissiana, mentre invece prima non lo era.

Terza precisazione: posso usare la frase anche rivolgendomi a qualcun altro:

Se passeggiando insieme a te incontriamo un’altra persona vista in TV, lo guardo e ti dico:

Hei, guarda, c’è Tom Cruise, Noooooo! Non lo facevo così basso“, credevo fosse più alto.

Oppure parlo di me: Tom Cruise con tono di rassegnazione risponde:

Non mi facevi così basso? Lo so, me lo dicono tutti…

Poi Tom Cruise aggiunge:

Neanche il mio amico Antonio Banderas però è alto lo sai? Nessuno ci faceva così bassi! 

Tutti gli attori non molto alti, in effetti, la TV tende a mostrarli più alti. Posso quindi dire che generalmente:

Molti attori visti in TV non li facevo così bassi, nessuno li faceva così bassi.

Posso anche domandare:

Per curiosità, voi li facevate così bassi? Oppure è solamente una mia impressione?

Facciamo adesso un passo in avanti nella spiegazione.

Se parlo con te, posso anche dirti:

Sei alto! Non ti ci facevo così alto!

o semplicemente:

Sei alto! Non ti ci facevo!

Adesso ho aggiunto la particella “ci“. Queste particelle ci perseguitano vero?

In questo caso la particella “ci” serve a sostituire il motivo del mio stupore. Sei alto! Quindi ho già manifestato il motivo per cui sono sorpreso. Quindi aggiungo: Non ti ci facevo!

Se usate “ci” è già chiaro di cosa stiamo parlando. In fondo non è molto diverso da quando dite frasi come: Ci credo! Ci siamo! Ci mancherebbe!

Ovviamente possiamo cambiare a nostro piacimento le persone che sono stupite e le persone di cui si parla:

Se tu parli di me: Io so cucinare la pizza! Non mi ci facevi vero?

Il “ci” si riferisce a cucinare la pizza: Non mi  facevi capace di cucinare la pizza. vero?

Se io parlo di lei: Hai visto? E’ riuscita ad imparare l’italiano! Non ce la facevo proprio!

Il “ce” si riferisce a imparare l’italiano: Non la facevo proprio capace a imparare l’italiano. In questo caso parlo di una donna, quindi non ce “la” facevo.

Attenzione se loro parlano di noi: Abbiamo vinto il mondiale! Loro non ci facevano capaci di tanto.

Vedete che se si parla di noi la forma cambia, perché stavolta il “ci” si riferisce a “noi” e non posso usare due volte “ci”. Non posso dire: non ci ci facevano! Quindi questo è un caso particolare. Devo usare una sola volta “ci” e specificare “capaci di tanto”.

Se io parlo di voi: Siete riusciti a scalare l’Everest?

Non vi ci facevo assolutamente!

Adesso è come prima: il “ci” sta per scalare l’Everest. Posso quindi anche dire, se togliamo “ci”: Non vi  facevo assolutamente in grado di scalare l’Everest!

Se tu parli di loro: I miei due fratelli sono due assassini!

Scommetto che non ce li facevi!

Il “ce”, anche stavolta, sta ad indicare la cosa di cui parliamo, l’essere assassini.

Scusate di questo esempio un po’ forte, ma avevo bisogno di farvi notare che questa espressione di oggi si usa non solo per manifestare stupore verso cose positive, ma anche per cose negative. Nella maggioranza dei casi c’è un giudizio di merito: positivo o negativo. Anche l’altezza in fondo è considerata una qualità, ma come dicevo si può usare per qualsiasi giudizio, anche negativo.

Se tu mi tradisci (il tradimento è una cosa molto negativa!) posso pertanto esprimere il mio stupore, e stavolta possiamo chiamarlo anche sconcerto, sgomento, sbalordimento, e quindi posso dire:

 Mi hai tradito! devo dire che non ti ci facevo proprio!

In questo caso è chiaro che si fa riferimento ad una caratteristica negativa del tuo carattere, o del tuo modo di essere, o del tuo atteggiamento. Queste sono frasi che si pronunciano sempre con un tono molto aspro e di amarezza: stupore ed amarezza nello stesso tempo.

Concluso l’episodio sottolineando ancora che l’espressione è informale, ma che esistono modalità diverse e meno informali molto simili, che si possono usare anche per iscritto, o con persone che non conoscete. In questi casi posso usare verbi diversi dal verbo fare, come reputare, considerare e talvolta anche “stimare“:

Non ti reputavo in grado di una cosa simile!

Non ti consideravo così abile!

Non ti stimavo capace di un’impresa del genere!

Queste sono forme però che più difficilmente troverete contratte nella forma di prima, ma può capitare di trovare frasi tipo: “non ti ci reputavo”, o “non ti ci stimavo”, “non ti ci consideravo”.

Nella forma presente invece si trovano più spesso questi verbi rispetto al verbo “fare”. Posso quindi dire ad esempio:

Non credo che tu sia capace di fare del male a nessuno. Per quanto noi possiamo essere molto diversi, non ti ci reputo.

Non ti reputo capace di fare del male a nessuno

Insomma il verbo reputare posso tranquillamente usarlo al presente ed anche in altri tempi, senza problemi. Ma se vogliamo esprimere stupore questi verbi reputare, considerare, stimare, non riescono a farlo come il verbo “fare”.

Reputare non è la stessa cosa in fondo: la reputazione dà più il senso della stima, dell’apprezzamento che si ha di una persona. Il verbo stimare ha anche altri significati, mentre considerare indica di più una riflessione, un’esamina.

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Lo stupore non c’è in nessuno di questi casi: ecco il motivo per cui la frase di oggi: “non ti ci facevo” nel suo uso informale, non riesce bene ad essere sostituita da altre forme usando altri verbi.

Con questo è tutto, ripetete l’ascolto se ne avete bisogno, grazie a chi sostiene Italiano semplicemente ancora una volta.

Considerate che in caso di donazione vi reputerei molto generosi 🙂

Un saluto da Giovanni da Roma.

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Prendere atto

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Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com, un sito dove potete imparare l’italiano, e soprattutto dove potete imparare a comunicare e parlare in italiano. Cerchiamo di farlo nel modo meno noioso possibile, evitando spiegazioni complicate.

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Oggi voglio spiegarvi una espressione che gli stranieri non usano mai, ma che vi risulterà molto utile.

L’espressione è “prendere atto

Non si tratta, vi dico subito, di una espressione di tutti i giorni, di quelle che gli italiani usano quotidianamente, ma piuttosto di una espressione molto usata al lavoro, soprattutto allo scritto. Ovviamente stiamo parlando di lavori in cui si fanno comunicazioni in forma scritta e con un certo livello di formalità.

L’espressione in molte famiglie si usa anche al di fuori dell’ufficio, ma questo non avviene in tutte le famiglie italiane; diciamo solo in quelle più istruite.

Ma passiamo subito alla spiegazione. “Prendere atto” contiene innanzitutto il verbo prendere. Si tratta di un verbo usato da tutti, anche dagli stranieri. E’ un verbo molto usato perché prendere significa afferrare, quindi per prendere un oggetto basta allungare una mano e afferrare un oggetto. Se ti dico: “Prendi questa mela!” tu puoi allungare la mano verso di me e prendere, afferrare la mela. Semplice quindi.

Ma prendere è un verbo molto usato anche in moltissime espressioni idiomatiche e anche molto usato per costruire tantissime frasi dove non si usa il verbo nel modo che abbiam visto prima, per afferrare gli oggetti.

Possiamo infatti prendere anche cose immateriali, che non si toccano. Posso “prendere in considerazione” qualcosa, ad esempio, cioè semplicemente “considerare”, “tenere in considerazione” qualcosa. Tra l’altro questa frase ha un significato molto simile a prendere atto di qualcosa.

Posso prendere un autobus, cioè salire su un autobus, come anche un treno, un taxi, una bicicletta eccetera.

Posso “prendere una decisione”, dove si usa il verbo prendere nel senso di assumere una decisione, decidere cosa fare, risolvere una situazione di incertezza.

Posso “premdere in giro” qualcuno, cioè ridere di qualcuno, fare delle battute su di lui, posso “prendere coscienza”, che significa svegliarsi, oppure risvegliarmi da una situazione di incoscienza. Il verbo prendere quindi si usa in una moltitudine di occasioni diverse: quando si prende qualcosa con le mani, oppure quando si fa proprio qualcosa, come una decisione appunto, oppure in senso figurato e con un senso molto diverso dal significato proprio del verbo. A volte si fatica molto a capire il motivo per cui si usa questo verbo, come prender in giro, “prendere alla larga” un argomento eccetera. In realtà non si deve molto riflettere sul motivo per cui usiamo questo verbo, perché gli italiani non lo fanno, ed io adesso sto cercando di spiegarvi qualcosa sulla quale non ho mai realmente riflettuto. Bisogna semplicemente fare l’abitudine ad usare certe espressioni, e col tempo diventerà naturale.

Nel caso della frase di oggi abbiamo “prendere atto”. Che significa “considerare come un dato acquisito”, oppure “tener conto al fine di prendere delle decisioni”. Non è facile sostituire “prendere atto” con un’altra frase di identico significato.

Prendere atto ha un significato preciso: se tu sei la mia fidanzata ed io ti dico ad esempio:

Il nostro rapporto è finito. Devi prendere atto di questo e cercare un’altra persona

Ti voglio dire che devi prendere atto di quello che ti ho detto, devi cioè considerare quello che ti ho detto come una realtà da accettare, cosicché le tue decisioni future non possano prescindere da questo (vedi anche farsene una ragione).

Prendere atto di qualcosa implica che da ora in poi bisogna sempre pensare a questo e capire che non c’è più nulla da fare per cambiare le cose. Possiamo solo prendere le nostre decisioni future considerando questo fatto, questa cosa di cui stiamo prendendo atto, come un fatto acquisito, come una realtà da accettare.

Spesso infatti l’espressione si usa quando si deve dire che bisogna accettare una realtà, anche se è difficile farlo. Non possiamo cambiare le cose, quindi l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

Vedete che non si tratta in fondo di una frase formale. Per quello che ho detto finora si può usare in molte occasioni diverse, al lavoro, in famiglia e nelle relazioni sociali di qualsiasi tipo.

Spesso si usa anche semplicemente per dire che una persona accetta qualcosa. Ecco, il verbo “accettare” può essere usato al posto di prenderne atto.

Tua figlia si sposa? Accettalo, devi accettarlo. Cioè, devi prenderne atto. Prendi atto di questa realtà. Accettala così com’è, perché così non soffrirai più.

Accettare ovviamente è molto più usato in queste occasioni non lavorative. Ma al lavoro se dobbiamo scrivere un documento o una comunicazione formale non possiamo scrivere “accettare”, anche perché accettare ha diversi significati: accettare un’offerta ad esempio ha un altro significato di “accettare un compromesso” o di “accettare le conseguenze di qualcosa”.

Prendere atto in questi casi è la forma migliore per comunicare l’accettazione di una realtà al fine di prendere delle decisioni future. In questi casi formali però non stiamo parlando necessariamente di cose negative che accettiamo a malincuore,

Usiamo questa frase invece ogni volta che veniamo a conoscenza di qualcosa di importante che influenza il nostro comportamento. Se usiamo questa espressione vogliamo comunicare che abbiamo ricevuto una informazione e ora siamo a conoscenza di questa informazione, e quindi “ne prendiamo atto”.

La frase è neutra, non stiamo esprimendo dispiacere o piacere. Stiamo solo dicendo che siamo venuti a conoscenza di qualcosa e la teniamo in considerazione, la consideriamo per il futuro.

Vediamo alcuni esempi:

Sono un’azienda che produce caldaie e scriviamo ad un cliente che si è lamentato per un inconveniente tecnico durante l’istallazione della caldaia: Gli rispondiamo così:

Gentile cliente, la ringraziamo per averci contattato. In merito all’inconveniente, ne prendiamo atto e ci scusiamo per quanto accaduto.

In questo caso “si prende atto” di quanto accaduto. E’ una formula cordiale per dire che la comunicazione del cliente non è stata inosservata. Invece ne prendiamo atto, perché per noi è importante.

Se invece io lavoro in una istituzione pubblica e ho ricevuto delle osservazioni su un documento, dei pareri da altre istituzioni, posso rispondere:

Si prende atto delle osservazioni arrivate al fine di apportare le modifiche al documento.

Si prende atto delle osservazioni, cioè ne terremo conto, le terremo in considerazione per il futuro, quando dovremo apportare le modifiche al documento sul quale sono state fatte le osservazioni.

Anche il verbo Considerare si avvicina molto a prendere atto. Quando si fa un ragionamento si può decidere di considerare qualcosa, cioè di tenere in considerazione qualcosa che riteniamo importante. Come dicevo prima “prendere in considerazione” ha un significato simile a prendere atto.

Si prende atto di qualcosa. Importante usare la giusta preposizione, che in questo caso è di, del, delle, dei, degli.

Prendo atto della tua decisione;

Prendiamo atto della vostra dichiarazione;

Prendiamo atto volentieri delle tue volontà;

Mi auguro prendiate atto di tutte le nostre osservazioni;

Se prenderete atto dei nostri consigli ve ne saremo lieti;

Se la Francia non dovesse prendere atto delle decisioni del governo Italiani ci saranno forti ripercussioni politiche;

Dovete prendere atto del risultato elettorale ed accettare la sconfitta

Tenete presente che in tono confidenziale, se dite che prendete atto di qualcosa la frase potrebbe sembrare un po’ fredda. Infatti la caratteristica di neutralità della frase, l’assenza di emozioni che c’è nella presa d’atto, può essere utilizzata volontariamente per sembrare offesi, freddi, distaccati dalla persona con cui parlate, proprio per comunicare una sensazione di freddezza.

Ah mi vuoi licenziare? Hai detto che non lavoro bene? Bene, ne prendo atto e da domani mi metto alla ricerca di un altro lavoro.

Come? Non mi ami più? Ne prendo atto e me ne vado.

A volte quindi si usa proprio per prendere le distanze dal nostro interlocutore, per comunicare freddezza e distacco dalla persona con cui parliamo.

Al lavoro invece vi consiglio di usarla perché una “presa d’atto”, così si chiama, è qualcosa di molto adatto alle comunicazioni di lavoro.

Spesso si tratta di qualcosa di molto formale, ma non ci sono problemi ad usarlo in email e scambi di opinioni.

Spesso si dice “prendere atto di un fatto”, cioè la parola fatto si associa molto spesso alla presa d’atto.

Devi prendere atto di un fatto: non sei più un bambino e devi guadagnarti da vivere!

La parola “atto” si riferisce al significato di atto inteso come relazione scritta, un resoconto, un rapporto, un verbale, insomma un documento che viene letto e quindi leggendolo si viene a conoscenza di qualcosa che si deve tenere nella dovuta considerazione.

Anche questo è un modo per sostituire la frase “prendere atto”: tenere qualcosa nella dovuta considerazione.

Posso anche dire: “prendere nota” cioè annotare, segnare da qualche parte. Ma prendere nota è più informale, somiglia più a segnarsi qualcosa, annotarsi un appunto, senza troppa considerazione in fin dei conti. Prendere atto è un po’ più serio come concetto.

Prendo anche atto che probabilmente vi state stancando di questa spiegazione e se ne prendo atto non posso continuare ancora, quindi vi saluto tutti, vi ringrazio per l’attenzione

Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori occasionali.

Ciao.

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