Lasciare a desiderare

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lasciare a desiderare_immagineBuongiorno amici. Oggi vi spiegherò una espressione italiana relativamente facile, ma ovviamente sarete voi a giudicare.
L’espressione è “lasciare a desiderare“.
Non so quanti di voi conoscano già questa espressione, che appartiene al linguaggio di tutti i giorni, usata in ogni regione italiana indistintamente, ma anche se ne conoscete il significato vi consiglio ugualmente di ascoltare la spiegazione. Ascoltare non fa mai male. Oggi poi proviamo a registrare il podcast in due velocità, facciamo questo esperimento in modo che anche coloro che hanno un livello più basso di comprensione possano esercitarsi ad ascoltare.
Lasciare a desiderare dunque è l’espressione di oggi, diffusissima in tutta Italia, utilizzata in ogni contesto, in ogni momento, in ogni circostanza diversa, dallo sport alla moda, dallo studio allo stadio. Se proprio dobbiamo fare delle differenze, vi devo dire che ad utilizzarla sono maggiormente le persone un po’ più colte.
In ogni modo ci sono tanti modi per esprimere li stesso concetto ed oggi cercheremo di vederne qualcuno.
Lasciare è un verbo, lo sapete, ed è il verbo, che se utilizzato in senso proprio significa mollare: Se voi tenete in mano un oggetto e lo stringete con la mano, se poi lo lasciate, lo lasciate andare, lo mollare, vuol dire che non lo tenete più. Lo avete lasciato.
Il verbo lasciare è usato in molti modi diversi però in italiano. Si può lasciare un oggetto, ma di può lasciare anche un fidanzato, o una fidanzata: chi di noi non è stato lasciato almeno una volta nella vita? Se quindi venite lasciati dal vostro fidanzato, da quel momento non state più insieme. Siete stati lasciati. Da quel momento non siete più fidanzati.
Un altro modo ancora di usare il verbo lasciare è farlo seguire dalla preposizione semplice “a”.
Posso dire ad esempio “lasciare a te“, lasciare a te la decisione, ad esempio, lasciare a te il comando,
lasciare a ” è analogo a “lasciare per“. Quindi vuol dire dare a qualcun altro.
Se ad esempio io lascio a te la decisione, posso anche dire che lascio che sia tu a prendere la decisione. Se tu lasci che io comandi, posso anche dire che tu lasci a me il comando. Un altro esempio: Se io lascio a te l’onore di salire sulla mia auto, posso anche dire che lascio che tu abbia l’onore di salire sulla mia automobile.

C’è però anche un altro significato del verbo lasciare. Se ad esempio sono in macchina e siamo in due persone, posso fermarmi e far scendere questa persona. La lascio scendere, cioè le permetto di scendere, lascio scendere questa persona e quindi lasciare scendere significa fare in modo che questa persona scenda dell’automobile, fare in modo che questa persona lasci l’automobile e scenda, lasciare che questa persona scenda dall’auto. Lasciare =permettere.
Ed allora arriviamo all’espressione di oggi lasciare a desiderare. Il senso proprio dell’espressione lasciare a desiderare è che se ad esempio ti lascio a desiderare, vuol dire che io lascio che tu desideri, io ti permetto di desiderare.
Questo è il senso proprio di lasciare a desiderare.
C’è però un significato secondario, figurato ovviamente che vi dico subito.
Se una cosa lascia a desiderare significa che non è molto bella, o molto buona, o che non è molto adatta al suo scopo. Questo non significa che va malissimo, non è un giudizio molto negativo.
Se ad esempio il mio vestito lascia a desiderare vuol dire che non è un bel vestito.
Se ci pensate bene, rende bene l’idea, infatti se il mio vestito lascia a desiderare è come se non facesse felice chi lo indossa o chi lo guarda, e quindi gli fa desiderare di avere un vestito diverso, più bello. Il mio vestito lascia, chi lo guarda, a desiderare un vestito più adatto, lo lascia a desiderare un vestito più bello.
Evidentemente non è un bel vestito. L’espressione è adatta a qualsiasi cosa,ai vestiti come anche ad altri oggetti ed anche alle persone. E non solo.
Se ho un esame universitario e un mio amico mi chiede: come è andato l’esame?
Potrei rispondere:

La prima parte dell’esame è a data bene, è ok, poi però ho un po’ lasciato a desiderare.

Quindi io ho lasciato a desiderare, al passato dunque. Solitamente comunque si usa dire: “un po’ a desiderare” , oppure “molto a desiderare”.
Difficilmente ascolterete semplicemente che una cosa lascia a desiderare. Solitamente si dice: il mio esame ha lasciato molto a desiderare, la mia prestazione ha lasciato un po’ a desiderare, la tua idea lascia un po’ a desiderare. Si dice anche abbastanza o leggermente a desiderare.
Dicevo prima che l’espressione è utilizzata più da persone colte ed istruite ed in effetti è un modo abbastanza delicato di dire che una cosa non piace e che non è molto buona o positiva.
Per esprimere lo stesso sentimento, la stessa sensazione di disapprovazione, di giudizio negativo ci sono molti modi, a secondo della situazione in cui vi trovate o del grado negativo del vostro giudizio.
Non mi piace“, o “non mi piace per niente“, sono espressioni più universali. “Fa schifo” invece, rappresenta il modo meno gentile per esprimere un giudizio negativo. “Questo gelato fa schifo” , ad esempio, è molto forte ed anche offensivo se lo dite a chi vi ha dato il gelato. Invece “questo gelato lascia un po’ a desiderare” è più gentile e molto meno offensivo.
In termini più tecnici, più adatti al lavoro di ufficio, se vogliamo, possiamo dire: “Essere insoddisfacente“, o anche “non corrispondere alle aspettative
Il tuo lavoro lascia molto a desiderare quindi equivale a il tuo lavoro è insoddisfacente, cioè non soddisfa le mie aspettative, quindi io mi aspettavo di più da te, dal tuo lavoro, quindi il tuo lavoro non corrisponde alle mie aspettative. Se volete la frase: “Non sono soddisfatto del tuo lavoro” è il modo più semplice per dire la stessa cosa.
Ma se volete essere più eleganti potete dire “il tuo lavoro lascia molto a desiderare”.
Questa espressione di conseguenza è adatta ad un contesto lavorativo quindi è una delle tante espressioni che utilizzeremo anche nel corso di italiano professionale.
Voglio dirvi ad esempio che, personalmente sono molte le cose in cui lascio molto a desiderare.
Lascio a desiderare nel gioco del tennis, ad esempio, poiché non sono molto bravo a giocare e lascio a desiderare in molti altri sport. A scuola lasciavo abbastanza a desiderare in storia. Ognuno di noi lascia a desiderare in molte cose ed in altre invece dà il meglio di sé.
Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione, prima al presente poi al passato.

Io lascio a desiderare
………
Tu lasci a desiderare
………
Lui lascia a desiderare
………
Noi lasciamo a desiderare
………
Voi lasciate a desiderare
………
Essi lasciano a desiderare
………

Vediamo al passato:

Io ho lasciato molto a desiderare
………
Tu hai lasciato un po’ a desiderare
………
Lui ha lasciato molto a desiderare
………
Noi abbiamo lasciato un po’ a desiderare
………
Voi avete lasciato molto a desiderare
………
Essi hanno lasciato abbastanza a desiderare
………

Ascoltate se volete altre volte questo episodio se volete memorizzare questa espressione ed il corretto modo di utilizzarla.
Un saluto a tutti i fedeli ascoltatori di Italianosemplicemente.com.

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Non c’è verso, tentar non nuoce

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non ce verso tentar non nuoce

Ramona: ciao Gianni. Una frase mi è venuta in mente: ho provato tante volte ad imparare a nuotare, con mio padre, con i miei amici, ma non c’è verso: non riesco a superare la paura dell’acqua.

Gianni: Buonasera, amici di Italiano Semplicemente, benvenuti sul nuovo podcast, che tratterà di una, anzi di due espressioni idiomatiche italiane. Non si tratta in realtà di vere espressioni idiomatiche, ma le definirei semplicemente due espressioni molto utilizzate  nella lingua italiana.

Sono due espressioni molto brevi, che si possono applicare nello stesso contesto, che è quello di “fare qualcosa”, decidere di fare qualcosa.

Questo podcast è dedicato a tutti coloro che hanno un livello di italiano intermedio, quindi dal livello universalmente riconosciuto come A2, quindi non esattamente principianti, fino al livello C1, e forse dovrei dire anche C2. Cercherò di parlare abbastanza chiaramente per fare comprendere bene tutte le parole che pronuncerò durante questo podcast, affinché tutti quanti possano comprendere bene. Nello stesso tempo, per coloro che hanno un livello un po’ più avanzato (che conosceranno sicuramente queste due espressioni che oggi sto per spiegare) concentrerò la mia attenzione su un aspetto particolare che riguarda esattamente queste persone di livello un po’ più avanzato. Ho fatto caso, durante le mie chiacchierate con tutti gli stranieri che ho avuto nell’ultimo anno utilizzando questo fantastico strumento che è whatsapp, agli errori più comuni che commettono le persone anche molte esperte, coloro che sanno molto bene l’italiano, ma che, nonostante tutto continuano a sbagliare delle cose. Mi riferisco alle preposizioni semplici.

Di conseguenza oggi spiegherò queste due frasi, che sono “non c’è verso” e “tentar non nuoce”.

Queste sono due frasi, due frasi che si applicano in un contesto decisionale, quindi entrambe vanno bene ogni qualvolta si devono prendere delle decisioni, e nello stesso tempo, mentre spiegherò queste due frasi, mi concentrerò sulle preposizioni semplici che utilizzo, e spiegherò perché si usano a volte si usano quelle preposizioni semplici, e perché a volte invece se ne usano altre.

Dunque, le preposizioni semplici italiane non sono molte (ma neanche poche),  e sono le seguenti:di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

LE preposizioni semplici si ricordano facilmente a memoria, perché hanno un suono abbastanza melodioso. Una cosa che io ricordo dalle scuole elementari, quindi credo sia facile per tutti.

Cominciamo con la prima espressione: “NON C’E’ VERSO”. Significa semplicemente “non c’è modo”, “non c’è alcun modo”. Qual’è la differenza? Intanto spiegherò la parola “verso” , poi mi concentrerò più sull’espressione.

Cos’è il verso? Il verso ha a che fare con la direzione. Quando si va in un posto preciso, ammettiamo che dobbiamo fare il percorso da A a B, ad esempio da Roma a Napoli, cioè la strada che sto facendo io in questo momento. Sono partito da Roma e sto andando verso Napoli . Quindi se vado da Roma a Napoli, la direzione si chiama Roma-Napoli. Ladirezione Roma-Napoli è uguale alla direzione Napoli-Roma: è la stessa direzione.

Da un punto di vista geometrico la direzione non fa riferimento alla partenza e all’arrivo, ma solamente alla direttrice che collega il punto A al punto B. Se invece io dico che vado verso Napoli, cioè IN direzione Napoli.

Attenzione! Ho appena detto IN In direzione Napoli. “In” è una preposizione semplice, ed in questo caso proprio “IN”. In davanti alla parola direzione vuol dire cje state andando verso quella parte, verso quel luogo: “in direzione Napoli”.

Questo è il verso. Ci sono due versi per ogni direzione, da Roma verso Napoli e da Napoli verso Roma. L’espressione “non c’è verso” però per il momento ancora non è chiaro, ma se ci pensate bene, la parola “verso” può anche essere utilizzata in sostituzione della parola “modo”. Per quale motivo? Il motivo è il seguente: quando voi cercate di fare qualcosa, quando prendete una decisione (si parla appunto di decisioni), e prendete la decisione di raggiungere un certo obiettivo, che non è detto sia un luogo in cui voi stiate andando, un luogo in cui vi stiate recando (come me che sto andando verso Napoli), ma semplicemente raggiungere un obiettivo, cioè ottenere un risultato.

In questo caso avete preso la decisione di raggiungere un obiettivo, o potete provare a raggiungere l’obiettivo “in” più modi: potete provare il modo “A” (la strada “A”) oppure il modo “B” (la strada “B”) . Quindi ci sono diversi modi, diverse strade che vi possono portare a raggiungere un obiettivo. Di conseguenza quando si dice la frase “non c’è verso”, che equivale all’espressione “non c’è modo”, significa semplicemente che avete già provato attraverso più modi, più strade, a raggiungere quell’obiettivo, e non ci siete mai riusciti. Quindi avete provato a risolvere il problema in differenti modalità, utilizzando strade diverse, in differenti modi, ma non ci siete ancora riusciti. Quindi “non c’è verso” è un sinonimo di “non c’è modo”.

La differenza, dicevo prima, tra “non c’è modo” e “non c’è verso” è che, appunto, quando dite “non c’è verso” vuol dire che avete già provato molte volte, che avete insistito, avete provato tante volte ma non ci siete mai riusciti. Quindi quando si pronuncia questa espressione significa che avete provato molte volte, avete insistito e vi siete arresi: significa che non proverete più, state constatando che non c’è nessun modo per risolvere il problema, non c’è nessun modo per raggiungere l’obiettivo, vie siete arresi e di conseguenza fate questa esclamazione.

Non c’è verso “di”. Attenzione! Non c’è verso “di”. Se voi dite non c’è verso di imparare a nuotare, ad esempio, come ha detto la nostra amica Ramona, significa che avete provato più volte a nuotare, ma non ci siete mai riusciti: Non c’è verso “di” nuotare, non c’è verso “di” imparare a nuotare. Quindi attenzione perché si usa la preposizione “di”.

Non potete usare altre preposizioni. Un italiano vi potrebbe comprendere lo stesso, ma non è detto che vi comprenda. Quindi non c’è verso “di”:

  • fare
  • imparare
  • riuscire

C’è sempre un obiettivo che dovete raggiungere. Nel caso di Ramona l’obiettivo era di imparare a nuotare. Avete fatto più tentativi e non ci siete riusciti: non c’è verso.

Invece nella frase “non c’è modo” non è detto che voi abbiate già tentato di raggiungere l’obiettivo; probabilmente avete constatato che non c’è nessun modo, nessuna maniera per ottenere quel risultato, ma non è detto che voi abbiate già tentato e che vi siate arresi.

Questa è la differenza tra “non c’è verso” e “non c’è modo”..

Vediamo la seconda frase, che è “tentar non nuoce“.

Anche questa frase ha a che fare con le decisioni e con il raggiungimento di un obiettivo specifico, che sia di arrivare fino a Napoli (come nel mio caso), come il tentativo di ottenere un obiettivo qualsiasi.

Cosa significa? “Tentar” deriva da “tentare”, quindi è il verbo “tentare”, dove si toglie l’ultima lettera. Tentare diventa tentar. “Non nuoce”: non è la negazione, e nuoce viene dal verso “nuocere”.

Cosa significa “nuocere”? Nuocere vuol dire “fare del male”. Se cercate sul vocabolario il verbo nuocere troverete che significa “fare del male”. Solitamente il verbo nuocere è preceduto dalla parola “non”, quindi è usato in senso negativo, anche se a volte potete trovarlo anche in frasi affermative.

Ad esempio, sui prodotti che fanno male alla salute, come nel caso di prodotti con particolari sostanze chimiche, potreste leggere sulle istruzioni del barattolo”nuoce gravemente alla salute”, cioè “fa male alla salute”. Non nuoce quindi vuol dire che non fa male. Quindi nuocere è un verbo che si usa fondamentalmente per iscritto, sulle confezioni, sui barattoli dei prodotti che fanno male alla salute. Non troverete mai scritto “fa male alla salute”, ma troverete sempre scritto “nuove (gravemente) alla salute”. Invece non nuoce vuol dire che non fa male, che  non nuoce.

Tentar non nuoce quindi vuol dire che tentare non nuoce, cioè “provare non nuoce”, “provare non fa male”. Quand’è che si usa questa frase: tentar non nuoce?

La frase è abbastanza melodiosa, perché ogniqualvolta si taglia l’ultima vocale di una parola, come in questo caso (“tentare” è diventato “tentar”).

Ogni qualvolta si toglie l’ultima lettera di una parola è per rendere la frase più melodiosa all’udito. Quindi “tentare non nuoce” è una frase correttissima in italiano, però non si usa. Normalmente si usa “tentar non nuoce”, che è una esclamazione, una frase che può essere usata ogni qualvolta si voglia invitare una persona a fare un tentativo (tentare-tentativo), quindi quando si vuol spingere una persona a provare a risolvere un problema, a provare a raggiungere un obiettivo. Quindi se ad esempio io faccio l’università e vorrei fare la facoltà di ingegneria, però ho sentito dire che la facoltà di ingegneria è molto dura, che gli esami sono molto difficili “da” superare, (“da” è un’altra preposizione semplice), ebbene, in questo caso potrei dire a me stesso:

ma sì, dai, proviamo “a” fare ingegneria , tentar non nuoce!

Cioè provare non fa male: posso provare a fare ingegneria, e se poi verifico che la facoltà di ingegneria è una facoltà complicata, una facoltà troppo difficile per me, ebbene, “in “questo caso, cambierò facoltà; passerò ad un’altra facoltà. 

Tentare non nuoce, così come la prima frase che abbiamo visto, vale a dire “non c’è verso”, sono due espressioni italiane UTILIZZATISSIME, in tutti i contesti, in contesti sia informali che formali. Probabilmente la prima frase la troverete più adatta ad un contesto informale e all’orale, quindi più nel linguaggio parlato che nel linguaggio scritto, perché “non c’è verso” in effetti è una frase più adatta al linguaggio parlato, di tutti i giorni, ma se la utilizzate anche in un contesto importante, più formale, nessuno si scandalizzerà: nessuno vi dirà: ma cosa stai dicendo? Hai utilizzato una espressione volgare!

Non si tratta di una espressione volgare, si tratta di una espressione italiana, molto utilizzata, che in ogni caso è più adatta sicuramente ad un linguaggio parlato piuttosto che ad un linguaggio scritto. 

Anche tentar non nuoce probabilmente è una espressione più utilizzata all’orale che per iscritto, ma in realtà, come vi ho detto precedentemente, il verbo nuocere è messo per iscritto in tutte le confezioni dei prodotti che fanno male alla salute, ma la frase “tentar non nuoce” è una frase che potete tranquillamente utilizzare per iscritto. Probabilmente è più adatta ad una email, ad una chat, piuttosto che ad un documento formale, perché è una frase che si utilizza quando si sta parlando ad una persona, quindi quando si scrive una lettera, una email, si sta chattando con una amico o un conoscente. “Tentar non nuoce” e “non c’è verso” sono due espressioni quindi che si utilizzano quando si parla con un’altra persona in un contesto decisionale, in un contesto in cui si sta prendendo una decisione. Si può incitare una persona e dire:

Tentar non nuoce. Dai, fai questo tentativo, provaci, non si sa mai!

“Non si sa mai”, in effetti, è un’espressione abbastanza simile a “tentar non nuoce”.

Tentar non nuoce di conseguenza vuol semplicemente dire che se provi, se provi a fare un tentativo, non può succederti nulla di male. Non c’è nulla di sbagliato nel provare, perché provare non costa nulla.

Ovviamente non potete utilizzare “tentar non nuoce” in tutte le occasioni. Se ad esempio mi viene voglia di lanciarmi col paracadute, ad esempio, però ho paura di lanciarmi col paracadute perché non l’ho mai fatto in vita mia, un amico mi potrebbe dire:

Dai, prova, tentar non nuoce!!!

Ed invece in questo caso tentar nuoce, eccome se nuoce! Quindi non è il caso (in questo caso) di utilizzare l’espressione “tentar non nuoce”.

Così come mi viene in mente di provare ad andare a 200 km orari utilizzando la mia nuova automobile.Non mi verrebbe mai in mente di dire a me stesso:

Vabè, dai, prova! Vediamo a che velocità riesci ad arrivare, tentar non nuoce!

Anche in questo caso, tentare NUOCE!! Nuoce gravemente alla salute!

Di conseguenza questa è una frase che si pronuncia in tutte quelle occasioni in cui non c’è nessun pericolo, altrimenti non ha nessun senso utilizzare questa espressione.

Spero che tutti coloro che ritengono di appartenere alla categoria C1 o C2 abbiano fatto caso a tutte le preposizioni semplici che ho utilizzato all’interno di questo podcast.

Quando si dice quindi “vado in direzione Napoli”, oppure “vado a Napoli”, va bene in entrambi i modi, ma non posso dire: “vado a direzione Napoli”.

Posso dire “vado verso” Napoli, “vado in direzione Napoli”. Se dico “verso”, non devo usare “in”.

L’uso delle preposizioni semplici è molto importante. Ho notato personalmente che in fase di presentazione, quando ci si presenta ad un amico, ho notato che anche le persone che hanno un livello di italiano molto alto e che parlano benissimo, molto spesso si presentano e dicono:

Piacere, sono Alberto (ad esempio) e vengo da Marcocco. 

 

ad esempio, o “da Algeria”..

Ho fatto solo un esempio, avrei potuto dire Germania, Francia, Spagna, Irlanda, eccetera

L’uso delle preposizioni semplici in questo caso si può spiegare molto semplicemente: in italiano, quando dovete dire che voi abitate in una determinata nazione, in una certa nazione, si usa solamente dire: “Sono marocchino”, o “sono algerino”, o “sono francese”, “sono danese”, “sono tedesco”, “sono italiano”. Non si dice “io sono di Italia” o “io sono da Italia”. Si dice semplicemente: sono italiano, francese, tedesco. Quindi l’uso della preposizione semplice, in questo caso, è sempre sbagliata.

In effetti la preposizione semplice “di” non si usa mai con le nazioni, con i paesi, ma si usa soltanto con le città:

Sono di Roma!

Sono di Londra, di Calcutta, di Berlino. Quindi quando dovete dire che abitate, che siete residente, che siete un abitante di una città, dovete usare “di”. Dovete usare solamente “di”. Non c’è un’altra preposizione semplice adatta: io sono di Roma. Certo, se dovete dire che ABITATE in un certo posto, dovete dire “io abito a Roma”. In questo caso si usa la preposizione semplice “a” (abitare + città). 

Io abito a Roma, io abito a Londra, io abito a Beirut! (come Ramona), io abito a Berlino

Per le nazioni potete usare “in”. Quindi:

Io abito in Brasile, io abito in Albania, io abito in Italia.

Quindi l’uso delle preposizioni semplici, quando si parla di dire dove abitate o di dove siete è uno degli esempi tipici che mi viene in mente che anche coloro che hanno un livello abbastanza alto sbagliano molto spesso. Credo di aver affrontato abbastanza marginalmente il problema delle preposizioni semplici ma non voglio annoiarvi naturalmente. L’obiettivo di Italiano Semplicemente non è quello di insegnare la grammatica, come molti di voi già sapranno. Per coloro che ci seguono per la prima volta vi consiglio di leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, che utilizziamo in ogni episodio. Per coloro che sono interessati potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare le sette regole d’oro. Credo sia tutto per oggi ragazzi. Spero che dopo aver ascoltato questo episodio non diciate:

Non c’è verso di imparare l’italiano!

Provate. Secondo me dovete provare. Provate a seguire le sette regole d’oro. Vi garantisco che sono delle regole molto importanti per imparare l’italiano, e per imparare a passare dalla fase della comprensione alla fase dell’espressione. Provate, tentar non nuoce.

Ciao amici.

Adriana: A me piace cucinare con mia madre, ma non c’è verso di cucinare un piatto buono come lei!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Putacaso ti tradissi?

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Trascrizione

se_qualora_immagine_tradimentoBuongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente. Oggi affrontiamo un argomento molto interessante. Vediamo tutti i modi per dire “se”.

Lo facciamo con l’aiuto di Adriana e Jasna, che ringrazio calorosamente.

Conoscete questa parolina italiana “se”?

Mi riferisco al “se” congiunzione, quella parola usata per costruire delle frasi che contengono delle ipotesi, come ad esempio: “se domani c’è il sole vado al mare”. Infatti la parola “se” ha anche altri significati, e tra l’altro si può scrivere anche con l’accento, come ad esempio “parlare di sé”. Oppure, con accento o senza, posso dire “pensare solo a se stessi”.

Ecco, in questo episodio di Italiano Semplicemente vorrei invece parlare solamente del “se” congiunzione.

Bene, una frase molto semplice come quella vista prima: “se domani c’è il sole vado al mare, in cui è presente la parola “se”, la congiunzione “se” può essere scritta, in realtà, in molti altri modi.

Non c’è dubbio che “se” è la parola più semplice da usare e questa è la parola  che si impara per prima, ma vediamo appunto quali possono essere le varianti, quando si possono usare ed anche quanto sono diffuse tutte queste alternative, tutte questi modi alternativi di dire “se”.

Cercherò di fare questo  cercando degli esempi divertenti, sperando di riuscirci. Credo che Adriana e Jasna saranno molto importanti.

Vediamo la prima parola: “qualora”.

Dunque la parola “se” non è semplicemente sostituibile con la parola “qualora”, che è anch’essa una congiunzione, perché vuole solamente il verbo al congiuntivo. Questa è la spiegazione classica che si dà, ma vediamo degli esempi, perché la grammatica a noi non interessa ed è anche molto noiosa.

“Qualora ci fosse il sole, domani andrei al mare”.

Quindi “qualora ci fosse”, e non “se c’è”; “andrei al mare” e non “vado al mare”. La frase quindi è un po’ più complicata perché non si utilizzano i verbi al presente, ma si usa il congiuntivo e poi il condizionale.

Un italiano, vi dico subito, è difficile che usi questa frase, perché in generale la semplicità è sempre preferita da tutti. Soprattutto è più facile non sbagliarsi, e vi dico che anche il 50% degli italiani sbaglia regolarmente o molto spesso quando deve usare il condizionale o il congiuntivo.

La parola “qualora” si usa più in ambito lavorativo, nel lavoro, e si usa molto nella forma scritta. Difficile nella forma parlata.

A dire il vero si può anche dire in altri modi questa frase, anche usando la parola “se”: “se ci fosse il sole, domani andrei al mare” quindi il “se” posso sostituirlo a “qualora”. Non posso fare il contrario però.

Posso anche dire, ed è ancora più comune: “se ci sarà il sole, domani andrò al mare” . In questo caso si usa il futuro, ed anche questo è un modo corretto di scrivere la frase.

Vediamo ora: “nel caso in cui”.

“Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Abbiamo semplicemente sostituito “qualora” con “nel caso in cui”. Semplice. Diciamo che è un po’ più informale però. “Nel caso in cui” si usa normalmente in ogni contesto. Qualora è un po’ più difficile e più adatto a situazioni professionali e formali. Possiamo anche togliere “in cui” e dire semplicemente “nel caso domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Oppure, se avessi una fidanzata come Adriana…

Adriana: “Nel caso in cui mi tradissi, farei lo stesso”.

Gianni: Ma no, cara, sai che non ti tradirei mai!

Adriana: ma qualora lo facessi, anche io ti tradirei”.

Ecco questo è un altro esempio. Adriana interpreta la mia ragazza, o mia moglie, e dice che se io la tradissi, anche lei mi tradirebbe. Se io cioè non le fossi fedele, se io la tradissi con un’altra donna, anche lei farebbe lo stesso, con un altro uomo…. Credo.

Nell’eventualità che io tradissi Adriana, anche lei mi tradirebbe.

Nell’eventualità” è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. L’eventualità è una frase ipotetica, una circostanza che potrebbe verificarsi, che potrebbe avvenire. Nel caso in cui è la stessa cosa che “nell’eventualità”, che è la contrazione di “nella eventualità”, che è come dire “nel caso in cui”.

“Nell’eventualità che” equivale a “nel caso in cui”. Quindi la prima frase che abbiamo visto oggi diventa:

“nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare”.

Adriana: nell’eventualità che mi tradissi, ti ucciderei!

Ecco appunto…

Vediamo l’avverbio “eventualmente”.

Eventualmente si usa molto, ma è un utilizzo particolare.

Ad esempio potrei rispondere ad Adriana, che mi voleva uccidere e potrei dirle: “Amore, eventualmente potresti accettare le mie scuse?”.

Eventualmente si utilizza moltissimo, ma spesso si usa con il “se” davanti: “se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

Oppure posso fare due esempi in cui eventualmente  indica una alternativa finale. Il primo esempio è:

“se domani piove, sto a casa, ma se eventualmente dovesse uscire il sole, andrei al mare”.

Oppure, secondo esempio: “se Adriana mi perdona, sono contento, ma eventualmente, mi cerco una nuova casa”.

Quindi eventualmente in questi due casi è “se non dovesse accadere”, “nel caso in cui non accadesse”, o “in caso contrario”, quindi, come dicevo prima, indica un’alternativa finale, dopo che abbiamo scartato una ipotesi iniziale.

“Se” ed “eventualmente” quindi non sono la stessa cosa, e come abbiamo visto si possono anche utilizzare insieme.

Vediamo una parola molto simpatica: “putacaso”. P_U_T_A_C_A_S_O

“Putacaso” si può scrivere anche staccato, con due parole: puta e caso. Puta caso.

Ad esempio: “se putacaso ti tradissi ancora, Adriana, mi perdoneresti?” Ok, ok, non c’è bisogno che rispondi.

Putacaso significa “ipotizzando”, cioè “per ipotesi”.

“Se per ipotesi ti tradissi ancora, mi perdoneresti?” Anche con putacaso ci vuole il congiuntivo: tradissi e poi il condizionale: perdoneresti. Con putacaso non cambia nulla: “se putacaso ti tradissi ancora”: è la stessa cosa quindi.

Possiamo anche dire “ipotizziamo che”.

Ipotizziamo che io ti tradisca. Mi perdoneresti?

Ipotizziamo che domani ci sia il sole. In tal caso andrei al mare. Posso anche mettere il “se” davanti: se ipotizziamo che domani ci sia il sole…

Dopo “ipotizziamo” quindi ci va il “che”: ipotizziamo che.

Una forma familiare di dire “se” è “metti che”. Metti che equivale a “ipotizziamo che”, “o ancora meglio ”ammettiamo che”, ma ora stiamo dando del tu. “metti che” viene quindi da “ammettiamo che”.

Metti che io ti tradisco, Adriana… ad esempio

Metti che domani c’è il sole. Avrete notato che il verbo è al presente.

È quindi una forma molto familiare di “se”. Non possiamo usarlo con una persona che non conosciamo.

Al limite posso dire “mettiamo che”, che è un po’ meno intimo, ed infatti in questo caso potrei anche usare il congiuntivo: “mettiamo che io ti tradisca”. Ecco quindi l’uso del congiuntivo al posto del presente ci dà già una indicazione del fatto che l’espressione non è familiare. Ma volendo potete anche usare il presente. Dipende dalla situazione familiare o non familiare.

Se invece uso “ammettiamo che”, allora non è più familiare, ed ancora meno familiare è “ipotizziamo che”.

Vediamo ancora un altro modo dire “se”.

Se volessi dire alla mia fidanzata, che qui è interpretata ancora da Adriana, che ho un’altra donna, che cioè ho una relazione con un’altra donna, dovrei trovare le parole più opportune, le parole più adatte, perché avrei paura che lei, avrei paura che lei si arrabbi, e allora in questo potrei usare una forma diversa:

Adriana: dai, dimmi pure!

Gianni: Ascolta Adriana, “nella lontana ipotesi” che io abbia un’altra donna, cosa faresti?

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: ah ok, grazie cara.

Ecco quindi questa forma “nella lontana ipotesi” si usa per dire che è poco probabile quello che sto dicendo. È una ipotesi, ma è una ipotesi lontana, come se fosse un luogo lontano da raggiungere, quindi è una ipotesi poco probabile.

Anche questa è una forma colloquiale, ma si usa anche molto su internet, sui giornali, perché oltre al “se” si dice anche quanto è probabile questo evento. Quindi si aggiunge un’informazione in più. Non solo una ipotesi, ma è una lontana ipotesi.

Ci sono anche altri modi di aggiungere qualcosa in più, quindi di “allontanare” una ipotesi, o di prendere le distanze da una ipotesi, o anche semplicemente di considerare una semplice eventualità, possibile o anche impossibile che si realizzi.

Posso dire ad esempio – espressione molto familiare questa – “facciamo finta che”.

Ad esempio:

Gianni: Facciamo finta che io abbia un’altra donna, Adriana!

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: sì, ok, abbiamo capito.

Quindi con “facciamo finta” si vuole dire: “non succederà, ma fingiamo, cioè facciamo finta che io ho (o abbia) un’altra donna”. Molto colloquiale come espressione.

Quindi anche qui ci si sta allontanando, si stanno prendendo le distanze, si sta dicendo che è una finzione, facciamo finta, fingiamo che è ( o sia) vero; non è vero, ma facciamo finta che è (o sia) vero.

Un altro modo ancora è “semmai”.

“Semmai dovessi tradirti”, oppure “semmai ci fosse il sole domani, andrei al mare”.

Questa è abbastanza facile, basta sostituire “se” con semmai. Si usa nello stesso modo.

Dicevo che anche qui stiamo dicendo che non è molto facile che avvenga, non è molto probabile. “Semmai” dovesse accadere. Semmai contiene la parola “mai”. E si può scrivere anche staccato “se mai”.

Semmai è usato anche in altro modo, ma qui ci interessa questo utilizzo: quello come congiunzione, quindi da usare al posto di “se”.

Ci sono altre due modalità di dire “se”, molto usate in Italia.

Una è “nel momento in cui”. L’altra è “supponiamo che”. Più o meno sono espressioni equivalenti.

Queste due espressioni sono usate molto nella forma orale, sono abbastanza colloquiali quindi, e la prima forma (nel momento in cui) è più usata della seconda (supponiamo che), che invece è più adatta al lavoro, ma in ogni caso si tratta di espressioni abbastanza universali.

Io potrei dire ad esempio: “supponiamo che ci sia il sole domani”, oppure “supponiamo che Adriana si arrabbi!” Eccetera. Analogamente una seconda ragazza, Jasna, potrebbe dire ed esempio:

Jasna: nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?

Gianni: non lo dire neanche per scherzo!

Nel momento in cui si usa molto spesso per dire “quando”, “appena”, o ”non appena”, o anche “subito dopo” quindi c’è il tempo di mezzo. Fondamentalmente si usa al posto di “quando”, ma spesso può capitare di ascoltare frasi di questo tipo:

“nel momento in cui riuscissi ”, oppure “nel momento in cui potessi” oppure come nella frase di Jasna, “nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”. In questo caso Jasna sta prospettando una possibilità, sta dicendo:

“se Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Bene, il risultato non cambia quindi!

Bene amici, spero però che Adriana non ci scopra (Jasna: lo spero anch’io!). Lo speriamo entrambi! Ma speriamo anche di essere riusciti a farvi capire quanti modi ci sono per dire “se”.

Adriana: se vi prendo, vi ammazzo a tutti e due!

Jasna: aiuto!

Passiamo alla ripetizione. Non pensate alla grammatica, ma ripetete dopo di me:

– Se domani c’è il sole, vado al mare”

– Qualora domani ci fosse il sole, andrei al mare

– Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

– Se putacaso Adriana mi scoprisse, sarei morto!

– Ipotizziamo che Adriana mi scopra. In tal caso sarei morto!

– Metti che Adriana ci scopre? Che facciamo?

– Mettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Ammettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Nella lontana ipotesi che Adriana ci scopra, che facciamo?

– Facciamo finta che Adriana ci scopre (o scopra). Che facciamo?

– Semmai dovessi tradirmi, ti perdonerei.

– Nel momento in cui dovessi tradirmi, ti perdonerei.

Bene, quindi ora concludiamo il podcast. Se, come spero, sono riuscito a spiegarmi, ne sarei molto contento, ma qualora non fossi riuscito a farvi comprendere bene come fare per dire “se” e quanti modi diversi ci sono, ebbene, in tale eventualità, vi consiglio di ripetere l’ascolto di questo file audio più volte.

L’ascolto ripetuto è molto utile, e, nel momento in cui vogliate ascoltare il mio consiglio, vedrete che non ve ne pentirete. Putacaso però voi non ne abbiate voglia, perché, per un motivo o per un altro, crediate sia tutto molto chiaro, allora questo vuol dire che il vostro livello di conoscenza dell’italiano è molto avanzato. In tale eventualità vi ringrazio comunque dell’ascolto, così come ringrazio anche tutti le altre persone, ed auguro a tutti un buon proseguimento di giornata.

Un saluto a tutti, ciao.

Qualora l’Italia vincesse gli europei, ne sarei molto felice. Nel caso in cui non lo vincesse,invece, me ne farei una ragione.

 

 

Farsene una ragione

Audio

Trascrizione

Buonasera e benvenuti a tutti su Italiano Semplicemente, il sito per imparare l’italiano con divertimento. Oggi vediamo un’altra espressione tipica italiana di suo quotidiano. Di uso quotidiano, o di utilizzo quotidiano, vuol dire che questa frase si usa tutti i giorni, si usa, si

immagine_farsene_una_ragione
esempio di utilizzo

utilizza, quotidianamente.

Bene, l’espressione è “farsene una ragione”. Avete ascoltato un pezzo di una canzone di Ligabue, famoso cantante italiano, in cui il dice “quando farsi una ragione vorrà dire vivere”.

Non è facilissimo spiegare, a dire il vero, questa espressione, perché non posso neanche aiutarmi con la lingua inglese. Non esiste una vera traduzione di questa frase.

Sicuramente però con l’utilizzo di molti esempi, con molti frasi di esempio vedrete che ce la faremo anche oggi.

Allora: cominciamo con “farsene”. Farsene viene dal verbo fare. Come saprete, il “ne” alla fine indica che si sta parlando di qualcosa di specifico, indica, si riferisce a qualcosa. Quando dico ad esempio, “parliamone”, vuol dire parliamo di questa cosa, di qualcosa in particolare. Ad esempio se io dico a mia moglie: “amore ho un problema, parliamone”; vuol dire parliamo del problema, parliamone.

Allo stesso modo, analogamente, “mangiamone”, che viene da mangiare, anche qui ci si riferisce a qualcosa. Se dico ad esempio: “ho delle fragole, mangiamone un po’” significa mangiamo un po’ di fragole.

Quindi anziché ripetere il soggetto della frase si aggiunge “ne” alla fine. Ok, quindi col verbo fare, che è il verbo di cui si sta parlando nella frase di oggi, posso dire farsene, cioè fare di qualcosa.

Farsene “Una ragione”, quindi indica che c’è qualcosa, di cui possiamo, o dobbiamo farci una ragione.

Ok, ancora non è chiaro però. Cosa significa che io mi devo fare una ragione di qualcosa, o che tu ti devi fare una ragione di una cosa. Semplicemente vuol dire “accettarla”. Farsi una ragione di qualcosa vuol dire accettare questa cosa, non respingerla, fare in modo che non sia più un problema, non pensarci più.

Evidentemente esiste un problema, un problema che ci preoccupa, che ci fa pensare, ci fa pensare a come risolverlo, ed ad un certo punto diciamo: “ok, basta così adesso, non voglio pensarci più, me ne devo fare una ragione”, me ne devo fare una ragione, cioè lo devo accettare, mi devo rassegnare, mi devo fare una ragione di questo problema, “me ne devo fare una ragione”, anche qui “ne” serve per non ripetere il soggetto della frase, il problema. Devo accettare questa cosa, devo farmi una ragione di questo problema, cioè me ne devo fare una ragione.

Ripeto: me ne devo fare una ragione. Posso quindi dire che io me ne devo fare una ragione se è un mio problema, che io, devo accettare, altrimenti se sei tu che devi accettare il problema, in questo caso sei tu che te ne devi fare una ragione.

Oppure: lui se ne deve fare una ragione, lei, oppure noi eccetera.

In generale, se non voglio specificare la persona, dico: farsene una ragione, cioè farsi una ragione di qualcosa.

Ok. Questo credo che ora sia abbastanza chiaro. Ma perché si usa la parola ragione? Cos’è la ragione? Solitamente la ragione rappresenta la mente, il cervello; ognuno di noi ragiona, cioè pensa, aziona il cervello. Il compito del cervello è ragionare. La ragione si usa per risolvere i problemi quindi, per pensare logicamente, per usare la logica. Si dice ad esempio che una persona ha agito senza ragionare, cioè ha fatto qualcosa senza pensare alle conseguenze.

Poi si dice spesso che chi è pazzo è “privo della ragione”. Essere privi di qualcosa significa non avere qualcosa. Chi è privo della ragione, non ragiona, non è capace di ragionare, quindi è pazzo, è una persona priva della ragione.

Poi si dice anche “hai ragione”, per indicare che quello che dici è giusto, che approvo ciò che dici. Al contrario “non hai ragione”, cioè “hai torto”, non è giusto ciò che hai detto, hai detto una cosa sbagliata. Non hai ragione.

Invece se usiamo il verbo fare, e diciamo “fare una ragione” non significa proprio niente. Perché? Perché devo dire chi è che fa questa cosa. Sono io? Allora io me ne faccio una ragione. Il “me” indica che sono io che devo accettare questa cosa. Io me ne faccio una ragione. Tu invece te ne fai una ragione. Lui se ne fa una ragione, noi ce ne facciamo una ragione, voi ve ne fate una ragione, loro/essi se ne fanno una ragione.

Il “ne” (enne, e) come abbiamo detto prima, indica la cosa per cui ci dobbiamo fare una ragione, la cosa che dobbiamo accettare, la cosa a cui non dobbiamo più pensare, la cosa che prima era un problema, ed ora vorremmo farci una ragione di questo problema, vorremmo farcene una ragione.

Lo so, non è facile, ma esercitandosi ce la farete, state tranquilli.

Facciamo ora qualche esempio: se mio figlio, di religione cattolica, decide da grande di cambiare religione, posso dire che noi genitori ce ne facciamo una ragione. Noi genitori dobbiamo farcene una ragione, ce ne dobbiamo fare una ragione, dobbiamo accettare questo fatto, o almeno dovremmo farcene una ragione, se vogliamo bene a nostro figlio.

Vedete che quindi ci sono molti modi di dire la stessa cosa: ce ne facciamo una ragione, dobbiamo farcene una ragione, o dovremmo farcene una ragione, eccetera.

Se, secondo esempio, la Roma non vince lo scudetto, ma lo vince la Juventus, me ne devo fare una ragione, non ci devo pensare più, devo accettare questo fatto, devo dire che la Juventus è una squadra più forte e che quindi devo accettare il fatto che la Roma, la squadra della Roma, che è la squadra di calcio di Roma, della città di Roma, lo vincerà il prossimo anno. Io ormai, che sono tifoso della Roma, me ne faccio una ragione da molti anni. Pazienza.

Un terzo esempio, se mia moglie volesse comprarsi una casa a Piazza di Spagna, al centro di Roma, credo che io le direi: ascolta cara, credo che tu debba accettare il fatto che non possiamo acquistare una casa a Piazza di Spagna, è troppo cara, costa troppi soldi, non possiamo permettercelo, non possiamo permetterci di acquistare una casa in Piazza di Spagna, quindi devi fartene una ragione. Basta pensare a questa cosa, pensiamo ad altro, è inutile continuare a pensare a questo.

Quindi quando ci si deve fare una ragione di qualcosa, vuol dire che è inutile, che non serve a niente continuare a pensarci, a questa cosa, è inutile, non serve a nulla non farsene una ragione. Non possiamo risolvere il problema. Quindi questo significa che è un po’ di tempo che ci pensiamo, è già un po’ di tempo che questo problema sta nella nostra testa, che ci fa preoccupare, ma ora è arrivato il momento di dire basta. Facciamocene una ragione. Non c’è nulla da fare, accettiamo il problema, perché magari non è neanche un problema, magari è una cosa che può capitare a tutti.

Se cominciamo a perdere i capelli, perché abbiamo 60 anni e stiamo invecchiando, facciamocene una ragione, perché se non ce ne facciamo una ragione sarà peggio per noi. Non c’è nulla da fare, contro la vecchiaia e contro la caduta dei capelli non possiamo fare nulla, possiamo anche essere felici senza capelli, o con i capelli bianchi.

Credo che ora sia abbastanza chiaro il significato di questa bella espressione italiana. Resta da fare l’esercitazione orale. Ripetete dopo di me, per esercitare la lingua.

Vediamo prima al presente e poi al passato.

Io me ne faccio una ragione.

—–

Tu te ne fai una ragione.

—–

Lui se ne fa una ragione.

—–

Lei se ne fa una ragione.

—–

Noi ce ne facciamo una ragione.

—–

Voi ve ne fate una ragione.

—–

Loro se ne fanno una ragione.

—–

Vediamo al passato ora.

—–

Io me ne sono fatto una ragione.

—–

Tu te ne sei fatto una ragione

—–

Lui se n’è fatto una ragione.

—–

Lei se n’è fatta una ragione.

—–

Noi ce ne siamo fatti una ragione.

—–

Voi ve ne siete fatti una ragione.

—–

Loro se ne sono fatti una ragione.

—–

Avrete notato che quando ho detto “Lui se n’è fatto una ragione” Ho usato la forma abbreviata. La forma per esteso è “lui se ne è fatto una ragione” o “lei se ne è fatta una ragione”. Quindi “se ne è” diventa “se n’è” nella forma abbreviata.

Ragazzi, come avrete visto non è stato facile affrontare questa frase perché c’è molto da spiegare. Quello che sembra facile per noi italiani non è poi così facile per chi sta imparando la nostra lingua. E questo accade perché, più che le regole, occorre concentrarci sull’ascolto. Bisogna ascoltare, ascoltare, repetita iuvant, quindi ascoltate più volte e tra una settimana sarà divenuto normale usare questa espressione. Se non volete ripetere l’ascolto, non funzionerà, e tra qualche giorno avrete dimenticato tutto. È proprio così, bisogna farsene una ragione.

Ci sentiamo tra qualche giorno con la prossima espressione idiomatica.

Tra un paio di giorni poi sarà online anche una nuova lezione di Italiano professionale, in cui parleremo della Tenacia e della Resistenza, e di tutte le espressioni italiane per indicare queste due qualità professionali: vedremo espressioni come “chi la dura la vince”, “cascasse il mondo”, “dai e dai” e tante altre espressioni.

Un saluto da Roma.

Video con sottotitoli

Settima regola d’oro di Italiano Semplicemente: parlare!

“se insegnate qualcosa a qualcuno, non la imparerà mai”

Bernard Shaw

Audio

Trascrizione

image013Benvenuti nella settima regola d’oro di Italianosemplicemente. Grazie di essere qui ad ascoltare o leggere questo nuovo episodio di italianosemplicemente.com.

Questa è l’ultima delle sette regole d’oro, l’ultima delle sette importanti regole, fondamentali, importantissime, per imparare l’italiano velocemente e con divertimento. Soprattutto per imparare l’italiano senza dover perdere anni a leggere e studiare libri di grammatica inutilmente.

A questo serve Italiano Semplicemente, è questo cioè il motivo per cui è nato questo sito, nel luglio del 2015. Le sette regole d’oro sono appunto sette, come i sette vizi capitali, come i sette nani, ed anche i sette sacramenti, o anche come i sette colli di Roma. Ci sono anche i sette samurai, un film di Akira Kurosawa. Sette è, a quanto pare, un numero magico. E questo numero magico lo applichiamo anche all’apprendimento di una lingua. Le sette regole d’oro sono quindi, possiamo dire, i sacramenti dell’insegnamento di una lingua straniera, se vogliamo trovare delle analogie; sono i consigli più importanti, sono le regole da seguire se state imparando una lingua sia ad un livello base, come Principiante (A1,A2) oppure ad un livello Intermedio (B1,B2).

Chi sta ascoltando e sta comprendendo ciò che sta dicendo ora, evidentemente è ad un livello intermedio, e per voi credo sia importante ascoltare questi consigli se volete migliorare il vostro modo di parlare, se volete diventare più fluenti, quindi se volete parlare senza balbettare, senza inciampare sulle parole e senza fare delle lunghe pause prima di ricominciare a parlare.

Passare dal livello della comprensione a quello dell’espressione. Ecco: questo è il vero problema. E per arrivare ad un buon livello di espressione occorre seguire un metodo. Quello che vi propongo è basato su poche e semplici regolette, sette appunto, da seguire ed è un metodo, credetemi, molto efficace. Non è un caso che esistano siti in francese in inglese, tedesco e spagnolo che  usano metodi analoghi, metodi simili, e che riscuotono molto successo. Questi siti hanno molto successo (riscuotere successo significa avere successo) ed il motivo è semplice se ci pensate bene. Quali sono infatti le cose più preziose quando si impara una lingua? Sono il tempo, la volontà e l’interesse. Questi tre fattori sono fondamentali, e se non si ha tempo non si può studiare una lingua, se non si ha la volontà, cioè la voglia di farlo, non durerete molto a lungo e quindi vi stancherete se non avete la volontà di studiare, e, dicevo, per ultimo ma non per importanza (last but not least) l’interesse.  Se non siete interessati a ciò che studiate o ascoltate, le cose non vi resteranno in testa molto a lungo e finirete per dimenticare.

Per affrontare questi tre grossi problemi (tempo, volontà, interesse) ho scritto le sette regole d’oro. Oggi spieghiamo l’ultima delle sette regole, poiché le altre sei sono già online nella duplice versione audio-testo. Prima di spiegare la settima regola è bene forse fare un piccolo riassunto delle regole precedenti.

La prima regola è ascoltare, ascoltare, ascoltare: repetita iuvant. Con questa regola, fondamentalmente per accorciare i tempi, si affronta quindi il primo problema, quello del tempo. Ascoltare è fondamentale ed è fondamentale ripetere l’ascolto: ascoltare più volte la stessa cosa: dedicare tempo, molto tempo, all’ascolto. Già. Ma così non si risolve il problema del tempo giusto? Non lo si risolve perché per risolvere completamente il problema del tempo c’è la seconda regola: usare i tempi morti. Se non abbiamo tempo per ascoltare? Come fare? Occorre ascoltare, ma ascoltare mentre, ad esempio, lavate i piatti, ascoltate mentre fate ginnastica, mentre vi fate un giro in bicicletta, mentre fate una passeggiata o anche mentre state andando al lavoro in autobus o in automobile. Quanti di voi vanno a lavorare e impiegano 40, 60 minuti? C’è un’espressione italiana che recita “unire l’utile al dilettevole”. Fare cioè cose utili, come andare a lavorare, e nello stesso tempo ascoltare e studiare l’italiano, ciò che rappresenta il dilettevole, ciò che è dilettevole, cioè che è divertente, ciò che volete fare perché è vostro desiderio imparare la lingua di Dante Alighieri.

Unire l’utile a dilettevole dunque, ok, quindi ascoltare e usare i cosiddetti “tempi morti”  è importante, ma per ottimizzare l’uso del tempo ancora di più, per fare in modo che il tempo che dedichiamo all’italiano sia tempo veramente utile, occorre che quando ascoltiamo non siamo stressati. Questa è la terza regola d’oro. Se siete stressati, se ascoltate mentre in casa vostra c’è confusione, con la TV accesa, con i bambini che girano per casa o in altre condizioni stressanti, non va bene. Il vostro apprendimento ne risentirà, e la vostra mente andrà da un’altra parte. Mentre ascoltate vi verranno in mente altre cose che dovete assolutamente fare in giornata ed altre cose ancora. Occorre invece eliminare lo stress; occorre avere la mente libera. Per questo, prima, vi consigliavo di ascoltare mentre fate una passeggiata rilassante, o quando comunque non impegnate la vostra mente in altro modo.

Il problema del tempo quindi si affronta con le prime tre regole d’oro.

Passiamo alla volontà. Avere volontà è importante. “Willpower” è il termine in inglese, e secondo me, questa è la mia personale opinione, la volontà rappresenta una delle qualità più importanti di una persona. È una qualità non innata, con la quale non si nasce, ma è una qualità che si coltiva, che si deve nutrire costantemente. È una qualità, la volontà, che ha bisogno di tempo per svilupparsi, e che ha bisogno di costanza, di ripetizione, di regolarità, di routine. È come un muscolo che va allenato, e che darà dei risultati strepitosi una volta superato il periodo iniziale. Questo è un argomento sul quale si potrebbe parlare per ore ed ore.

La disciplina è quindi importante e di conseguenza occorre applicare queste regole tutti i giorni. Mezzora, un’ora al giorno è l’ideale.

Cosa dice la quarta regola d’oro? La quarta regola parla di storie e di emozioni. Imparare attraverso delle storie e attraverso delle storie emozionanti. Non importa quale sia l’emozione chiamata in causa: gioia, divertimento felicità; la cosa importante è che si crei quel cemento che non ci faccia dimenticare ciò che ascoltiamo. In fondo è con le storie e con le emozioni che si vive, e quelle che si ricordano di più sono le storie e le emozioni più forti; il resto si dimentica molto facilmente. Quindi la quarta regola serve a questo: serve a cementare, ad incollare ciò che imparate. Tramite le storie e le emozioni poi non focalizzate la vostra attenzione sulle singole parole, ma sulle frasi, sulle frasi intere, sulla storia intera, ancora meglio.

Passiamo alla quinta regola. Con questa regola andiamo ancora oltre: andiamo verso la terza chiave che come detto è l’interesse. Il tempo lo abbiamo visto, la volontà anche, ora l’interesse.

Ascoltate ciò che vi piace. Non ascoltate tutto ciò che vi capita, ma vi consiglio di fare una selezione: selezionate gli episodi che destano il vostro interesse e non fate come i muli, che vanno dritti senza vedere dove vanno. I muli sono quegli animali che, sono utilizzati nella lingua italiana per indicare le persone che non ragionano e che vanno avanti senza neanche guardare, che vanno avanti come un mulo. In inglese, se non sbaglio, si chiamano “mules”, in spagnolo “mulas” ed in francese è abbastanza simile “les mules”. In tedesco (“die Maultiere”) ed in arabo, scusate la pronuncia dovrebbe essere (ELBIRELI) البغال  . Fortunatamente nella redazione di Italiano Semplicemente abbiamo Shrouk che ci aiuta. Come si dice Shrouk!

Shrouk: “ si dice البغال in arabo”.

Grazie Shrouk, andiamo avanti dunque. Andiamo alla regola numero 6: utilizzare le domande & risposte. Questa è una regola importante soprattutto per i principianti, che in questo modo possono facilmente superare lo scoglio iniziale (lo scoglio si usa in italiano per indicare un grosso ostacolo: “rock” in inglese).

Ovviamente per ognuna di queste regole appena descritte c’è un articolo in forma scritta e un file audio che se volete potete ascoltare per approfondire ciò che vi interessa di più, la regola che vi interessa di più.

Oggi siamo alla regola numero sette: parlare.

Parlare fa parte della comunicazione. Non possiamo solo ascoltare. Ascoltare va bene, è fondamentale, ma dobbiamo anche parlare. Per due motivi dobbiamo farlo.

Il primo motivo è che in questo modo ci abituiamo, prendiamo l’abitudine ad ascoltarci e ci sentiamo sempre più a nostro agio. Sembrerà banale, ma la timidezza è un fattore importante. All’inizio saremo in imbarazzo, tenderemo a dire molti emmm, ehhh,…  a fare molte pause, ad essere esitanti. Tenderemo a volte ad andare molto velocemente, perché nella nostra testa pensiamo: più veloce parlerò, prima finirò di parlare e prima esco dall’imbarazzo. Poi col tempo impariamo a gestire le pause, e se necessario, impariamo a parlare più lentamente; ci abituiamo ad ascoltarci, non ci vergogniamo più, ed acquistiamo sicurezza. Col tempo impariamo che gli altri non stanno lì a giudicarci, ma sono disposti anche ad ascoltarci e ad aiutarci se c’è bisogno. E vedrete che il vocabolario base italiano in realtà è molto semplice, e che ci sono molti modi semplici per dire la stessa cosa. Vedrete ed imparerete da soli che parlare ed esprimersi, per far passare un messaggio, è più facile che comprendere, perché quando parlate scegliete voi le parole da utilizzare, siete voi a decidere quali parole usare.

La seconda motivazione è che parlando, parlando da subito, abbiamo subito soddisfazione, capiamo sin da subito che possiamo farcela. Questo vale sia per i principianti che per coloro che si trovano ad un livello più avanzato.

C’è una frase di Bernard Shaw che mi è rimasta impressa. La frase è “se insegnate qualcosa a qualcuno, non la imparerà mai”.  Cosa significa? Significa che l’apprendimento è un processo attivo. Solo “facendo” s’impara. Ho letto questa frase sul libro di Dale Carnagie dal titolo “Come trattare gli altri e farseli amici”, questo è il titolo in Italiano ovviamente. Un libro che consiglio a tutti di leggere perché molto ricco di contenuti. Quindi se volete applicare le sette regole d’oro agite, cominciate a parlare, oltre che ad ascoltare. Altrimenti vi dimenticherete in fretta di quello che ascoltate e di ciò che vi viene detto ed insegnato. Solo le conoscenze delle quali si fa uso costante si fissano nel nostro cervello.

I principianti, con la sesta regola (la numero sei) possono già iniziare a parlare rispondendo alle domande ascoltando le Domande & Risposte. Infatti ogni storia per principiante, oltre al file audio della storia, che è molto breve, ha anche un ulteriore file audio che si chiama “Domande & Risposte”. In questo file audio si fanno molte domande, anche semplicissime, sulle storielle ascoltate, ed in questo modo si inizia a parlare sin dall’inizio; domande e risposte del tipo:

D: Chi parla? Giovanni?

R: Sì. Parla Giovanni.

D: Chi parla ora?

R: Giovanni parla, è Giovanni che parla ora.

D: Parla Giuseppe?

R: No, non è Giuseppe che parla, ma Giovanni.

D: Giovanni parla in italiano?

R: sì, esatto. Giovanni parla in Italiano

D: Giovanni è un madrelingua italiano?

R: proprio così, Giovanni è un madrelingua italiano e parla in italiano.

Per gli intermedi (quindi B1,B2 o C1) consiglio ugualmente di ascoltare i file audio delle Domande & Risposte, perché in questo modo scoprirete come è facile sbagliare le preposizioni semplici e articolate quando date le risposte. E ascoltando questi file e provando a rispondere vedrete come è facile e veloce migliorare il vostro italiano. Provate e vedrete.

Io dopo di voi  darò le risposte, ascolterete quindi da me anche le risposte, e di conseguenza potrete confrontare le mie risposte con le vostre, e capirete così dov’è che sbagliate: se sbagliate l’articolo, la preposizione, oppure la pronuncia. Imparerete così parole nuove, sinonimi, contrari e soprattutto vi accorgerete dei vostri progressi giorno per giorno.

Non solamente Domande & Risposte però. Oggi abbiamo whatsapp, abbiamo le chat in cui si possono registrare dei piccoli audio, possiamo registrare la nostra voce ed ascoltare quella degli altri. E tutto questo è gratuito se utilizzate il wifi.

Questo è un consiglio che vi do, iniziate a parlare con qualcuno che è al vostro stesso livello, e se ci riuscite create un piccolo gruppo dove sia presente anche un italiano che possa aiutarvi, se possibile.

Attenzione però. Ho, diciamo così, tre avvertimenti, tre consigli che mi sento di darvi. Il gruppo deve essere piccolo. Questo è il primo consiglio. Quattro, cinque persone, non di più. Ci si deve conoscere, si deve avere interesse l’uno dell’altro, si deve creare un rapporto di amicizia, se non si conoscono già queste persone con cui condividiamo il gruppo.  Altrimenti si viene sommersi di messaggi e non si riesce a conoscere nessuno, soprattutto se non si ha molto tempo a disposizione.

Secondo consiglio: utilizzate whatsapp soprattutto per registrare ed ascoltare messaggi audio. Questo porta molti vantaggi: Potete registrare quando volete e potete ascoltare i messaggi dei vostri amici quando volete e quante volte ne avete voglia, soprattutto se non avete ben capito. Potete ascoltare anche voi stessi, anche la vostra stessa voce, una o più volte, dopo che avete registrato un messaggio. Questo è il grosso vantaggio di whatsapp rispetto a Skype ad esempio.

Terzo consiglio: dovete prendere l’abitudine di fare questo tutti i giorni. 5-10 minuti al giorno. Parlare 5 minuti al giorno vuol dire parlare 35 minuti alla settimana. Vi sembra poco? A fine mese avrete parlato 150 minuti! Ed avrete ascoltato almeno la stessa quantità di minuti. Un grande risultato direi.

Attenzione però. Non usate solamente whatsapp per ascoltare, altrimenti, a meno che se non ci siano dei madrelingua nel gruppo non capireste mai i vostri errori o i modi alternativi per esprimere lo stesso concetto. Per questo vi dicevo che sarebbe importante avere una persona italiana nel gruppo. In ogni caso ai principianti consiglio di usare sia whatsapp che le storie per principianti e le domande & risposte delle storie. Queste storie si trovano nella pagina “livello base – principianti” del sito. In questo modo potete imparare a parlare correttamente, rispondendo alle domande ed ascoltando le risposte da me, e poi potrete anche parlare con i vostri amici.

A coloro che stanno ad un livello più avanzato, oltre a whatsapp consiglio di ascoltare più volte i file a loro dedicati, seguendo le sette regole d’oro naturalmente. Questi file li trovate tutti nella pagina “Livello Intermedio”; ci sono le spiegazioni delle frasi idiomatiche italiane, ma ci sono anche le lezioni di italiano professionale, e consiglio di provare a fare gli esercizi di ripetizione che si trovano alla fine di ogni file audio. Inoltre è un buon esercizio quello di ascoltare i file audio e ripetere ciò che ascoltate nello stesso tempo, meglio se ad alta voce se potete farlo. Io uso questa tecnica col francese e con l’inglese e mi è molto utile per capire le parole difficili da pronunciare.

Questo è tutto. Adesso sapete cosa fare, conoscete le sette regole da usare. Non è facile lo capisco. Anche io cerco di applicarle tutte per il francese e l’inglese, da intermedio e col tedesco da principiante e ci riesco quando sono costante, quando diventa un’abitudine. Se salto un paio di giorni, a volte mi capita, diventa molto difficile riprendere ed essere costante. Mi auguro che anche riusciate ad essere costanti, e spero veramente di esservi stato utile. Vi rinnovo il mio invito ad ascoltare le storie di Italiano semplicemente. Seguiteci su Facebook, che resta il luogo principale per scambiarci opinioni e messaggi, su Instagram, dove di tanto in tanto inserisco qualche immagine che riguarda i nuovi episodi di Italiano Semplicemente oppure su Twitter, dove il nome dell’account è @ItalianoSemplic.

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