Come esprimere un’opinione in modo informale e formale – presentazione

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Gli audiolibri di Italiano Semplicemente

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In questa lezione, dedicata ai membri dell’associazione, vediamo le modalità formali ed informali per esprimere un’opinione. Grazie a Daria e Andrè per la collaborazione.

 

 

Il linguaggio del calcio

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Buongiorno amici benvenuti su ItalianoSemplicemente.com.

A grande richiesta oggi spieghiamo il linguaggio del calcio. Stiamo parlando del calcio nel senso del gioco del calcio. Abbiamo già visto in un precedente episodio di Italiano Semplicemente i vari significati della parola calcio: vi invito a visitare il sito e scoprire quali siano questi significati. In ogni caso adesso spieghiamo il linguaggio del gioco del calcio.

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Spiegare il linguaggio del gioco del calcio significa spiegare i termini che si usano nel calcio, i termini che usano gli italiani, ed in particolare i commentatori televisivi, coloro cioè che raccontano, che commentano una partita di calcio alla TV, in televisione; coloro che parlano e descrivono la partita a tutti i telespettatori italiani e stranieri. E’ quindi molto facile che molti di questi termini ed espressioni non siano chiari per gli stranieri. Oggi quindi ne vediamo alcuni, i più utilizzati.

Cominciamo dall’inizio, anzi dal calcio d’inizio. Il calcio d’inizio è l’inizio della partita, ed infatti all’inizio della partita, dopo il fischio dell’arbitro, un calciatore tocca la palla per primo, e questo è proprio il calcio d’inizio. Infatti colpire la palla col piede in generale si dice “calciare la palla“, calciare quindi è colpire la palla col piede, e il calcio è il colpo che viene dato alla palla. Il calcio d’inizio è quindi il primo calcio, quello che decreta l’inizio della partita.

Ora vediamo invece i ruoli dei giocatori. I ruoli sono le tipologie di giocatori, che dipendono dal punto del campo, dalla zona del campo in cui giocano. Ci sono quattro macro-ruoli, quattro macro-categorie di ruoli, che sono come potete immaginare il Portiere, il Difensore, il Centrocampista e l’Attaccante.

Cominciamo dal primo, dal portiere: il portiere è colui che difende la porta e che deve impedire che gli avversari facciano gol, cioè che mettano la palla nella porta avversaria, cioè quella della squadra avversaria.

Il portiere difende la porta dunque. E’ curioso come il portiere sia il termine con cui è indicato anche un altro mestiere, che è il portiere del palazzo, o del condominio, colui che sta all’ingresso del palazzo e che tutti i condomini conoscono e quindi è colui che si occupa della gestione del condominio. Anche lui è “il portiere” ma la porta che controlla lui è quella del palazzo, quella del condominio.

Poi davanti al portiere ci sono i difensori. I difensori difendono, quindi anche loro hanno il compito di non far segnare gli avversari. Segnare significa fare gol, realizzare una rete, cioè, ancora una volta, mettere la palla all’interno della porta difesa dal portiere che si chiama anche “ultimo difensore“. Il difensore quindi gioca nella porzione arretrata del campo, del campo da calcio, che è anche detto “rettangolo verde“. Il difensore gioca davanti al portiere e comunque solitamente non oltre la metà campo (che è la linea che divide le due metà di un campo da calcio). Difficilmente i difensori oltrepassano la linea di metà campo. .

Il difensore difende, cioè ha l’obiettivo di presidiare l’area, cioè di controllarla, contrastando e marcando i calciatori avversari. Contrastare e marcare sono due verbi che si addicono molto ai difensori: contrastare significa impedire loro di fare qualcosa, di raggiungere il loro obiettivo, e marcare invece significa stare sempre vicino all’avversario, marcare l’avversario significa prenderlo in consegna, occuparsi di lui.

In base alla posizione poi occupano nel campo, i difensori si distinguono poi in Terzino, Stopper e Libero. Il terzino è un difensore laterale, gioca cioè su uno dei due lati del campo; a destra o a sinistra della difesa. Si dice anche che gioca sulla fascia destra oppure sulla fascia sinistra. Il terzino è solitamente il giocatore incaricato, cioè che ha il ruolo, il compito di marcare l’ala avversaria (l-apostrofo-ALA), limitandone i movimenti.

Vedremo poi chi è l’ala e cosa fa. Il terzino poi oltre ai compiti di difesa, cioè di copertura (si dice anche così), può avviare il contropiede. Avviare il contropiede significa dare inizio al contropiede. Il contropiede, termine molto particolare, è la parola che si usa quando dalla dìfesa si passa velocemente all’attacco, alla fase d’attacco. Questo è il contropiede. Ci sono naturalmente due terzini in una squadra: Il terzino destro, che ha il numero 2 ed il terzino sinistro che invece indossa la maglia col numero tre.

Oggi nel calcio moderno, questo bisogna dirlo, ogni giocatore indossa la maglia col numero che vuole, ma tradizionalmente nel gioco del calcio ogni ruolo di un giocatore era associato ad un numero preciso.

Oltre al terzino ci sono anche lo stopper ed il libero.

Lo stopper è un difensore detto “difensore centrale“, che agisce leggermente più indietro rispetto ai terzini. Lo stopper ha un ruolo importantissimo perché ha in carico la marcatura del centravanti, lui deve marcare il centravanti avversario. Il centravanti è il giocatore avversario più pericoloso. Lo stopper gioca quindi prevalentemente in area di rigore. Nella sua area di rigore. L’area di rigore è delimitata da delle strisce bianche, poco distanti dalla porta e si chiama così perché se viene commesso un fallo in quell’area, se viene fatto un fallo contro un avversario all’interno dell’area di rigore, ad esempio viene fatto cadere un avversario che stava facendo gol, allora l’arbitro fischia il calcio di rigore. L’arbitro fischia, cioè prende il fischietto e ci soffia dentro, e facendo questo concede il calcio di rigore a favore della squadra del giocatore caduto. L’arbitro però può fischiare il calcio di rigore anche se un difensore prende la palla con le mani ad esempio.

Il numero tradizionale dello stopper è il numero cinque.

Il libero invece è un difensore particolare, infatti lui non marca nessuno, non ha questo ruolo, non si attacca ad un giocatore avversario, ma è quindi sollevato da questi tradizionali compiti di marcatura. E’ libero, appunto. Il suo nome viene proprio dalla sua libertà nel campo. Il libero gioca vicinissimo al proprio portiere, quasi a ridosso del portiere. Il suo ruolo è quello di contrastare eventuali avversari sfuggiti al controllo dei suoi compagni. Gli avversari che sfuggono, cioè che non sono più controllati dai suoi compagni difensori quindi sono controllati dal libero. E’ quindi un difensore, il libero, particolare ed il suo nome fa in qualche modo immaginare, come dicevo prima, il suo ruolo. Comunque il libero deve anche guidare il reparto arretrato; é questo il nome che viene dato ai giocatori che giocano in difesa: il “reparto arretrato”, cioè la difesa

Il libero veste tradizionalmente il numero sei. La sua maglia ha quindi il numero sei stampato dietro la schiena.

Passiamo ora ai centrocampisti. Chi è il centrocampista? La parola parla abbastanza chiaro. Il centrocampista gioca al centrocampo, cioè nella parte centrale del campo. Centrocampo è una sola parola come centrocampista. Il centrocampista gioca, cioè agisce nella zona centrale del campo dunque, davanti ai difensori.

A seconda della posizione ricoperta, i centrocampisti, come i difensori, hanno dei nomi diversi. Esistono in particolare quattro tipi di centrocampisti. Il mediano, il regista, l’interno e l’ala.

Il mediano: gioca davanti ai difensori, con l’obiettivo di contrastare gli avversari e recuperare più palloni possibile. Recuperare palloni significa togliere la palla all’avversario. Solitamente il mediano è un giocatore abbastanza forte fisicamente, deve avere molte energie perché deve faticare molto. Generalmente infatti inoltre è l’elemento più dotato nella corsa. E’ il giocatore che corre di più e quindi deve essere colui che lo sa fare meglio. È tradizionalmente il numero quattro della squadra. Questo è il mediano.

Poi c’è il regista: il regista ha compiti di impostazione, proprio come il regista di un film. Al regista  spetta quindi la regia, quindi lui è il cervello della squadra, lui dirige la squadra, la prende per mano e la guida. Gioca proprio al centro del campo. Visto il suo ruolo di leader, deve avere una buona visione di gioco, deve avere una certa precisione nei passaggi e nei lanci. Francesco Totti è il regista della squadra della Roma ad esempio, e capite bene che questo è un ruolo importantissimo ed è difficile trovare un regista bravo a fare il suo lavoro. Il numero tradizionale del ruolo è il numero dieci. Maradona, Platinì, Roberto Baggio, sono tutti nomi di registi del calcio. Fare i lanci, dicevo prima, è compito del regista. I lanci sono  i passaggi lunghi, i passaggi verso gli attaccanti che devono fare gol. Gli attaccanti vanno lanciati verso la porta avversaria. Il regista comunque molto spesso fa gol anche lui.

Poi c’è l’interno, un altro ruolo importante al centrocampo. L’interno è un centrocampista centrale, si occupa della costruzione del gioco. L’interno può anche supportare l’azione offensiva, cioè aiutare ad attaccare (offendere nel calcio non significa insultare ma semplicemente attaccare). L’interno quindi può quindi anche lui dei lanci agli attaccanti, come il regista e andare anche al tiro come gli attaccanti. Il suo numero tradizionale è l’8 e il suo è un lavoro molto duro, anche se meno apprezzato di quello del regista, che deve avere i piedi più buoni di tutti. Avere i piedi buoni è una espressione molto usata nel calcio. Se un giocatore ha i piedi buoni vuol dire che sa giocare molto bene, ha molta tecnica e riesce a fare passaggi precisi e a controllare la palla molto bene.

L’ala è anche lui un centrocampista. ALA (A-L-A) è il nome del suo ruolo, che con l’articolo diventa l’ala. L’ala si chiama proprio come l’ala degli uccelli, cioè il braccio degli uccelli (anche loro hanno le ali che gli permettono di volare) e l’ala nel calcio è un centrocampista laterale; come il terzino quindi gioca sulla fascia, sulla destra o sulla sinistra. Anche le ali degli uccelli, non  a caso, stanno una a destra e una a sinistra. Quindi anche di ali nel calcio ce ne sono due: l’ala destra che gioca, agisce a destra e l’ala sinistra che gioca a sinistra. Il loro obiettivo è di correre, di “volare” anzi sulla fascia e rifornire gli attaccanti, rifornirli, cioè dare la palla agli attaccanti mediante dei passaggi. Questi passaggi, alcuni di questi passaggi hanno un nome particolare: si chiamano i “cross“. Le ali fanno i cross in area di rigore. L’ala veste tradizionalmente il numero 7 (l’ala destra) oppure il numero 11 (l’ala sinistra).

Un cross quindi è un passaggio che dalla parte laterale del campo va verso la parte del campo dove stanno gli attaccanti. Il cross è anche detto “traversone”: la palla va in alto e poi scende verso il basso, magari proprio sulla testa dell’attaccante, o se va male su quella del difensore avversario.

Veniamo quindi agli attaccanti. Gli attaccanti sono coloro che attaccano, che offendono, quindi il loro compito è di segnare i gol per la propria squadra, attaccando la porta avversaria. Fare gol è il compito dell’attaccante, ma ovviamente tutti possono segnare, anche il portiere in teoria, anche se capita raramente.

Quando si parla di attaccante solitamente si parla del centravanti, che è l’attaccante centrale, cioè è il giocatore che sta più in avanti. E’, si dice, il terminale offensivo della formazione. Così come il portiere è il terminale difensivo della formazione.

Il centravanti gioca nei pressi dell’area e della porta avversarie, con l’obiettivo di spingere in rete il pallone. Quali devono essere le caratteristiche del centravanti? Deve essenzialmente fare gol, e per fare questo deve avere la capacità nella conclusione a rete. La conclusione a rete è semplicemente il “tiro”. Il centravanti deve fondamentalmente essere in grado di tirare bene, quindi deve avere precisione, velocità e forza. Deve sicuramente possedere una certa prestanza fisica, ma anche una abilità nel gioco aereo. Deve quindi essere in grado di “segnare al volo”, anticipando i difensori avversari. Il gioco aereo significa colpire la palla mentre si salta, ad esempio colpirla di testa, cioè con la testa, o comunque deve essere capace di saper colpire la palla al volo. Il centravanti veste, da tradizione, la maglia numero 9.

Poi ovviamente c’è l’allenatore, che è il vero regista della squadra. L’allenatore è quindi colui che allena la squadra, che decide chi mettere in campo, decide cioè chi schierare in campo. Mettere in campo e schierare in campo significano la stessa identica cosa: significa decidere quali giocatori devono far parte della formazione titolare, cioè quali sono gli 11 giocatori che entrano in campo al primo minuto: questa è la formazione titolare, che è decisa dall’allenatore solitamente, anche se spesso anche il presidente della squadra ha voce in capitolo su questo, ma forse dovrebbe decidere solamente l’allenatore chi scende in campo. Poi ovviamente ci sono anche le riserve. Chi sono le riserve? Le riserve sono i giocatori che non fanno parte della formazione titolare e che quindi non scendono in campo dal primo minuto, ma che possono entrare nei minuti successivi. E’ l’allenatore che decide se e quando deve entrare in campo una riserva, cioè uno dei giocatori che fanno parte delle riserve e che decide al posto di chi deve entrare. Quale giocatore deve essere sostituito? La sostituzione di un giocatore quindi è il cambio di un giocatore, e tale cambio potrebbe anche modificare radicalmente le sorti di una partita, cioè il destino della partita-

Molto importanti, inoltre sono anche i tifosi, cioè i supporters di una squadra, cioè le persone  che seguono la squadra sia quando gioca in casa sia quando gioca in trasferta.

Giocare in casa significa giocare nella propria città, mentre giocare in trasferta significa giocare nel campo della squadra avversaria. Ad esempio se c’è la partita Juventus-Roma, la Juventus è la squadra che gioca in casa, cioè nello stadio di Torino e la Roma è la squadra che gioca in trasferta.

Solitamente la squadra che gioca in casa, a parità delle altre condizioni, è quella che ha più probabilità di vincere proprio perché ha l’aiuto dei tifosi, l’aiuto del tifo del pubblico amico. Quando si vuole esprimere questo concetto e cioè che anche i tifosi sono importanti si dice che il tifo è il dodicesimo uomo in campo. Infatti in campo si va in undici in realtà e così il tifo rappresenta il dodicesimo uomo in campo.

Il linguaggio del calcio non finisce qui comunque, perché ad esempio potremmo parlare di altre cose come del regolamento. I giocatori hanno delle regole da rispettare quando sono in campo, e se non le rispettano la terna arbitrale prende dei provvedimenti. La terna arbitrale è costituita dall’arbitro, detto anche il direttore della partita, e dai due giudici laterali, cioè dai guardalinee, i due arbitri che giocano vicino alle linee del campo per vedere da vicino il gioco quando si svolge lontano dagli occhi dell’arbitro della partita. Poi c’è anche il cosiddetto “quarto uomo” che è un altro giudice, un altro arbitro che si trova solitamente vicino alle due panchine dove si trovano gli allenatori e le riserve delle due squadre. Le panchine sono delle panche, cioè dei posti in cui sedersi, in cui le riserve e l’allenatore si siedono a vedere la partita e solitamente sono delle panchine coperte per gli eventi atmosferici. Ultimamente poi le panchine sono anche seminterrate, cioè sono  leggermente sottoterra, quindi ci sono degli scalini che bisogna scendere per accedere alle panchine. Vale la pena infine di ricordare cosa sia il calcio di rigore, vale a dire la massima punizione che un arbitro può fischiare a favore di una squadra.

Una punizione in generale viene fischiata dall’arbitro quando un calciatore commette un fallo nei confronti di un giocatore avversario, ed in questo caso un calciatore viene incaricato di calciare la punizione, cioè di toccare la palla, mettendo cioè la palla a terra ed aspettando il fischio dell’arbitro prima di calciare la punizione. La cosiddetta “punizione” è quindi un “calcio di punizione”: la palla viene calciata, cioè viene colpita da un giocatore perché chi ha commesso l’infrazione deve essere punito. A questo serve un calcio di punizione. E il calcio di rigore è esattamente come una punizione, ma il calcio di rigore viene calciato da un punto preciso che si trova all’interno del’are di rigore: il “dischetto”.

Quando l’arbitro fischia un calcio di rigore cosa fa? Indica con la mano il dischetto del calcio di rigore, quindi quando si dice che l’arbitro indica il fischietto vuol dire che l’arbitro fischia il calcio di rigore e quindi l’arbitro decreta un calcio di rigore; l’arbitro decreta, cioè decide, la massima punizione, cioè appunto il calcio di rigore.

I calci di rigore sono anche un modo in cui può terminare una partita, specie nelle coppe europee, nella Champions League o anche nella coppa del mondo. Se le squadre dopo i tempi regolamentari sono ancora in parità, ci sono i tempi supplementari, e poi se la parità continua i calci di rigore. In questo caso si parla della cosiddetta “LOTTERIA” dei calci di rigore, e si usa il termine lotteria per indicare che può vincere chiunque, proprio come in una lotteria. E’ quasi come fare testa o croce o lanciare un dado. Non è detto che vinca la squadra con più esperienza, quella che si chiama anche la squadra più “blasonata“, con un blasone maggiore, cioè con una esperienza maggiore.

I calcio è uno sport in cui comunque ogni partita ha una storia a sé. Non a caso si dice che nel calcio “la palla è rotonda” il che significa che può vincere chiunque. Una regola che vale quasi sempre ovviamente.

Bene ragazzi, credo che di termini calcistici ne abbiamo affrontati molti oggi. Potete tranquillamente provare a vedere una partita in TV in lingua italiana se vi sentite sicuri e vedrete quante volte ascolterete questi termini che abbiamo visto oggi.

Mi raccomando però di ascoltare questo podcast più volte per memorizzare meglio tutti i termini. Se vi è piaciuto questo episodio continuate a sostenere Italiano Semplicemente, o con un like, con un commento o persino con una donazione economica, che è un progetto recente di Italiano Semplicemente: potete donare anche solo un euro al mese se volete o usare anche altre monete. Grazie a coloro che sostengono questo progetto.

Se poi volete migliorare il vostro italiano ad un livello professionale non dimenticate che stiamo sviluppando il corso di Italiano Professionale, che sarà completo nella sua versione base nel 2018, ma che già potete prenotare.

Un saluto a tutti. Questo episodio finisce qui: Triplice fischio finale.

 

 

Ci tengo a te

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Vediamo le espressioni usate per esprimere un sentimento di amore o affetto.

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo tutti i modi per dire “ti voglio bene”. Quanti modi ci sono in italiano? Vedremo che la fantasia non manca agli italiani, in questo caso, soprattutto in campo amoroso direi!

Ho provato a sottoporre la questione su Facebook, ed ho avuto un riscontro molto positivo.

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Tutto è nato da un messaggio che mi è arrivato, su Messenger, dove un amico di Facebook mi chiedeva: cosa significa “ci tengo a te”. Cominciamo quindi a spiegare questa frase. Poi vediamo la fantasia di coloro che hanno risposto alla mia domanda fino a che punto si è spinta.

Una cosa a cui non avevo pensato, in effetti, è che non è facile, non è immediato almeno, comprendere questa brevissima espressione. “Ci tengo a te”.

“Ci tengo a te” è uno dei tanti modi di dire “ti voglio bene”. “Ci tengo a te” è l’abbreviazione di “io ci tengo a te”. Quindi il soggetto, colui che compie l’azione è il sottoscritto, io, cioè chi parla, e chi parla “ci tiene” alla persona che ha di fronte, che sta davanti. “Io ci tengo a te”.

Tenere è il verbo utilizzato: tenere significa trattenere, “to keep” in inglese, o anche “to have”, dipende. Tenere significa avere in mano oppure avere tra le mani; stringere qualcuno o qualcosa con le mani, avere tra le braccia o in altro modo perché non cada, perché non si muova, perché non fugga dalla presa. Questo è tenere.

Ma tenere ha molti altri significati. “Tenere a qualcuno” vuol dire voler bene a questa persona, tanto da, avere difficoltà a lasciarla andare. Se una persona ci tiene ad un’altra persona, vuol dire che la vuole con se, le vuole bene, ci tiene.

La stessa frase “ci tengo”, senza aggiungere altro, ma solo “ci tengo”, significa che per me è importante, senza specificare cosa è importante.

Al lavoro potrei dire: “Mi fai questo lavoro per favore? Ci tengo molto!

E quindi posso anche “tenere a qualcuno”. Attenzione perché l’uso della preposizione semplice “a” è molto importante. Vediamo un esempio di come usare la frase “tenerci a qualcuno”:

Io ci tengo a te!

Tu ci tieni a me!

Lui ci tiene a te!

Noi ci teniamo a te!

Voi ci tenete a lui!

Loro ci tengono a te!

Vedete quindi che è sempre presente, oltre alla preposizione semplice “a”, la parolina “ci”.

“Ci” è un avverbio, si chiama così, ma non ce ne frega niente, poiché quello che interessa è come si usa.

“ci” si usa in moltissime circostanze diverse in realtà, ed in questo caso la sua funzione è quella di rafforzare la frase, dare più forza alla frase, infatti potrei anche togliere l’avverbio “ci” in questo caso: potrei anche dire “io tengo a te”, “tu tieni a me” eccetera. In questo caso il significato non cambia ma è meno forte. Questa forma, senza “ci” si usa maggiormente in ambito formale, al lavoro ad esempio: “se tenessi al tuo lavoro, arriveresti puntuale!”, solo per fare un esempio.

Potete quindi dire “io tengo a te”, o anche “tengo molto a te”, senza “ci”, ma attenzione, perché se togliete il “ci” dovete specificare cosa: non potete dire “io tengo”, perché il “ci” ci deve stare, perché serve a sostituire la cosa di cui state parlando: cioè “te”, la persona alla quale si tiene, ad esempio.

Tengo molto a te” è quindi un bel modo di dire “ti voglio bene”. Si può dire anche ad un amico, quindi è più universale di “ti amo”, che invece si applica solamente all’amore romantico, quello per il proprio partner. È comunque meno usato di “ti voglio bene”, che si usa sempre, con chiunque persona sia importante per te. “Ci tengo” invece si applica anche alle cose: posso tenere al mio lavoro, posso tenere al mio orologio, alla mia automobile eccetera. Voler bene si usa solamente con le persone, quindi amanti, figli, genitori, amici, al limite si può voler bene agli animali domestici, ma non si usa con altre cose: non si usa dire “voglio bene al mio lavoro”, se non in circostanze particolari.

Vediamo altri modi diffusi in Italia per dire: “Ti voglio bene”.

Renato ne suggerisce qualcuno: “Abiti dentro del mio cuore” scrive Renato per primo. In realtà si dovrebbe dire “abiti dentro il mio cuore”. Non credo di averla mai sentita utilizzare caro Renato, ma potrebbe sicuramente far effetto a chi ascolta la frase, senza dubbio.

“Senza te, non sono niente”: questa è la seconda frase di Renato. Si può dire, bravo Renato! E di sicuro non può lasciare indifferente. Tra le frasi proposte in realtà non ci sono frasi normalmente utilizzate, ma di indubbia fantasia: “Sei l’aria che respiro”, “Sei l’ossigeno per me”, “Sei il sangue che corre sulle mie vene”, “Sei la mia allegria di vivere”. Probabilmente la più utilizzata tra quelle proposte da Renato è “Sei la mia fonte di ispirazione”, ma questa frase possono pronunciarla prevalentemente gli artisti e coloro che vivono di ispirazione.

Comunque poi c’è Anna Maria propone “sei il caffè della mia colazione”. Ed Anna Maria ha tenuto a specificare che il caffè è vita per lei.

Nabil propone invece una frase più sobria: “Sei la mia vita, Sei il mio tesoro”. Sicuramente sono entrambe molto utilizzate perché brevi e, diciamo, molto intense.

Lidia invece propone la frase: “IO TI VOGLIO BENE DAVVERO” scritta in caratteri maiuscoli. In effetti la frase “ti voglio bene” è talmente tanto utilizzata che è facile ascoltarla; tutti la possono pronunciare. Quindi dicendo “io ti voglio bene”, ed aggiungendo “davvero!” vuol dire: io non sono come gli altri, io sì che ti voglio bene, io sto dicendo la verità, il mio è un vero sentimento.

Sono stupito che nessuno mi abbia detto la frase “sono pazzo di te”, utilizzatissima come frase in ambito amoroso.

Credo che ci siano anche altre frasi veramente molto utilizzate, vale la pena citare anche delle forme più attenuate, nel senso che ci sono diversi livelli di amore, diverse intensità. Posso amare intensamente o posso anche essere semplicemente interessato ad una persona.

Mi viene in mente la frase “mi interessi!”, o anche “sono interessato a quella ragazza” che manifesta l’intenzione di chi parla nel voler conoscere meglio quella persona, perché attraente, bella, o intelligente.

Se un ragazzo o una ragazza vi dice “mi interessi” vuol dire che gli piaci, o che le piaci: anche se non ti conosce molto bene questa persona è interessata a te. Non è ovviamente ancora amore.

Mi piaci” è generale, si usa spessissimo, ed è un po’ di più di “mi interessi”. Se piaci ad una persona generalmente questa persona ti conosce.

Si usa spesso dire “mi piaci un sacco”, più diffuso di “mi piaci molto”, perché il “mi piace molto” è più adatto agli oggetti, o anche alle vacanze (Roma mi piace molto, l’Italia mi piace molto) ma in realtà si usano entrambi i modi verso una persona: diciamo che “un sacco” è più giovanile.

Comunque anche il “mi piaci” non è vero amore, solamente un po’ di più di un semplice interesse.

Ancora più intenso di “mi piaci” è “ti adoro”. Però per poter dire “ti adoro” ad una persona dovete conoscere molto bene questa persona, non potete certo dirlo ad una persona sconosciuta o che avete conosciuto da poco tempo: dovete conoscerla bene, a fondo, e dovete aver avuto modo di apprezzarne le qualità.

Ti adoro, tra l’altro si dice in occasioni particolari, quando questa qualità che voi apprezzate viene fuori, quando questa qualità emerge con chiarezza e per l’ennesima volta.

Se il vostro fidanzato vi porta sempre i fiori, sapendo che a te piace molto, dopo tre o quattro volte potete dirgli: “ti adoro”, che vuol dire “amo questo tuo atteggiamento”, “amo questa tua attenzione verso di me”, “mi piace questo tuo modo di fare”.

Delle frasi simili a “ti adoro” sono: “mi fai impazzire!”, oppure “mi fai morire!” o anche “sei speciale”, “sei meravigliosa!”

Poi c’è tutto un insieme di frasi che più che amore esprimono attaccamento. La frase più semplice di questo tipo è “mi manchi” (I miss you), ma se volete esagerare, ma state attenti perché rischiate di attaccarvi troppo e di far anche impaurire la persona a cui vi rivolgete, potete dire ad esempio “non riesco a fare a meno di te!”, che non è esattamente come “mi manchi”, più romantica come frase. A chi ama l’amore esclusivo e molto passionale farà sicuramente piacere, ma in generale chi non riesce a fare a meno di un’altra persona ha un attaccamento che ha a che fare con l’egoismo più che con l’amore. Chi ama veramente non dovrebbe dipendere: “l’amore non è dipendenza ma libertà”, dicono gli psicologi.

Meglio che la finiamo qui per oggi. Grazie a tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Un saluto da Giovanni.


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Lasciare a desiderare

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Bassa velocità

Normale velocità

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lasciare a desiderare_immagineBuongiorno amici. Oggi vi spiegherò una espressione italiana relativamente facile, ma ovviamente sarete voi a giudicare.
L’espressione è “lasciare a desiderare“.
Non so quanti di voi conoscano già questa espressione, che appartiene al linguaggio di tutti i giorni, usata in ogni regione italiana indistintamente, ma anche se ne conoscete il significato vi consiglio ugualmente di ascoltare la spiegazione. Ascoltare non fa mai male. Oggi poi proviamo a registrare il podcast in due velocità, facciamo questo esperimento in modo che anche coloro che hanno un livello più basso di comprensione possano esercitarsi ad ascoltare.
Lasciare a desiderare dunque è l’espressione di oggi, diffusissima in tutta Italia, utilizzata in ogni contesto, in ogni momento, in ogni circostanza diversa, dallo sport alla moda, dallo studio allo stadio. Se proprio dobbiamo fare delle differenze, vi devo dire che ad utilizzarla sono maggiormente le persone un po’ più colte.
In ogni modo ci sono tanti modi per esprimere li stesso concetto ed oggi cercheremo di vederne qualcuno.
Lasciare è un verbo, lo sapete, ed è il verbo, che se utilizzato in senso proprio significa mollare: Se voi tenete in mano un oggetto e lo stringete con la mano, se poi lo lasciate, lo lasciate andare, lo mollare, vuol dire che non lo tenete più. Lo avete lasciato.
Il verbo lasciare è usato in molti modi diversi però in italiano. Si può lasciare un oggetto, ma di può lasciare anche un fidanzato, o una fidanzata: chi di noi non è stato lasciato almeno una volta nella vita? Se quindi venite lasciati dal vostro fidanzato, da quel momento non state più insieme. Siete stati lasciati. Da quel momento non siete più fidanzati.
Un altro modo ancora di usare il verbo lasciare è farlo seguire dalla preposizione semplice “a”.
Posso dire ad esempio “lasciare a te“, lasciare a te la decisione, ad esempio, lasciare a te il comando,
lasciare a ” è analogo a “lasciare per“. Quindi vuol dire dare a qualcun altro.
Se ad esempio io lascio a te la decisione, posso anche dire che lascio che sia tu a prendere la decisione. Se tu lasci che io comandi, posso anche dire che tu lasci a me il comando. Un altro esempio: Se io lascio a te l’onore di salire sulla mia auto, posso anche dire che lascio che tu abbia l’onore di salire sulla mia automobile.

C’è però anche un altro significato del verbo lasciare. Se ad esempio sono in macchina e siamo in due persone, posso fermarmi e far scendere questa persona. La lascio scendere, cioè le permetto di scendere, lascio scendere questa persona e quindi lasciare scendere significa fare in modo che questa persona scenda dell’automobile, fare in modo che questa persona lasci l’automobile e scenda, lasciare che questa persona scenda dall’auto. Lasciare =permettere.
Ed allora arriviamo all’espressione di oggi lasciare a desiderare. Il senso proprio dell’espressione lasciare a desiderare è che se ad esempio ti lascio a desiderare, vuol dire che io lascio che tu desideri, io ti permetto di desiderare.
Questo è il senso proprio di lasciare a desiderare.
C’è però un significato secondario, figurato ovviamente che vi dico subito.
Se una cosa lascia a desiderare significa che non è molto bella, o molto buona, o che non è molto adatta al suo scopo. Questo non significa che va malissimo, non è un giudizio molto negativo.
Se ad esempio il mio vestito lascia a desiderare vuol dire che non è un bel vestito.
Se ci pensate bene, rende bene l’idea, infatti se il mio vestito lascia a desiderare è come se non facesse felice chi lo indossa o chi lo guarda, e quindi gli fa desiderare di avere un vestito diverso, più bello. Il mio vestito lascia, chi lo guarda, a desiderare un vestito più adatto, lo lascia a desiderare un vestito più bello.
Evidentemente non è un bel vestito. L’espressione è adatta a qualsiasi cosa,ai vestiti come anche ad altri oggetti ed anche alle persone. E non solo.
Se ho un esame universitario e un mio amico mi chiede: come è andato l’esame?
Potrei rispondere:

La prima parte dell’esame è a data bene, è ok, poi però ho un po’ lasciato a desiderare.

Quindi io ho lasciato a desiderare, al passato dunque. Solitamente comunque si usa dire: “un po’ a desiderare” , oppure “molto a desiderare”.
Difficilmente ascolterete semplicemente che una cosa lascia a desiderare. Solitamente si dice: il mio esame ha lasciato molto a desiderare, la mia prestazione ha lasciato un po’ a desiderare, la tua idea lascia un po’ a desiderare. Si dice anche abbastanza o leggermente a desiderare.
Dicevo prima che l’espressione è utilizzata più da persone colte ed istruite ed in effetti è un modo abbastanza delicato di dire che una cosa non piace e che non è molto buona o positiva.
Per esprimere lo stesso sentimento, la stessa sensazione di disapprovazione, di giudizio negativo ci sono molti modi, a secondo della situazione in cui vi trovate o del grado negativo del vostro giudizio.
Non mi piace“, o “non mi piace per niente“, sono espressioni più universali. “Fa schifo” invece, rappresenta il modo meno gentile per esprimere un giudizio negativo. “Questo gelato fa schifo” , ad esempio, è molto forte ed anche offensivo se lo dite a chi vi ha dato il gelato. Invece “questo gelato lascia un po’ a desiderare” è più gentile e molto meno offensivo.
In termini più tecnici, più adatti al lavoro di ufficio, se vogliamo, possiamo dire: “Essere insoddisfacente“, o anche “non corrispondere alle aspettative
Il tuo lavoro lascia molto a desiderare quindi equivale a il tuo lavoro è insoddisfacente, cioè non soddisfa le mie aspettative, quindi io mi aspettavo di più da te, dal tuo lavoro, quindi il tuo lavoro non corrisponde alle mie aspettative. Se volete la frase: “Non sono soddisfatto del tuo lavoro” è il modo più semplice per dire la stessa cosa.
Ma se volete essere più eleganti potete dire “il tuo lavoro lascia molto a desiderare”.
Questa espressione di conseguenza è adatta ad un contesto lavorativo quindi è una delle tante espressioni che utilizzeremo anche nel corso di italiano professionale.
Voglio dirvi ad esempio che, personalmente sono molte le cose in cui lascio molto a desiderare.
Lascio a desiderare nel gioco del tennis, ad esempio, poiché non sono molto bravo a giocare e lascio a desiderare in molti altri sport. A scuola lasciavo abbastanza a desiderare in storia. Ognuno di noi lascia a desiderare in molte cose ed in altre invece dà il meglio di sé.
Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione, prima al presente poi al passato.

Io lascio a desiderare
………
Tu lasci a desiderare
………
Lui lascia a desiderare
………
Noi lasciamo a desiderare
………
Voi lasciate a desiderare
………
Essi lasciano a desiderare
………

Vediamo al passato:

Io ho lasciato molto a desiderare
………
Tu hai lasciato un po’ a desiderare
………
Lui ha lasciato molto a desiderare
………
Noi abbiamo lasciato un po’ a desiderare
………
Voi avete lasciato molto a desiderare
………
Essi hanno lasciato abbastanza a desiderare
………

Ascoltate se volete altre volte questo episodio se volete memorizzare questa espressione ed il corretto modo di utilizzarla.
Un saluto a tutti i fedeli ascoltatori di Italianosemplicemente.com.

Putacaso ti tradissi?

Audio

 

Trascrizione

se_qualora_immagine_tradimentoBuongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente. Oggi affrontiamo un argomento molto interessante. Vediamo tutti i modi per dire “se”.

Lo facciamo con l’aiuto di Adriana e Jasna, che ringrazio calorosamente.

Conoscete questa parolina italiana “se”?

Mi riferisco al “se” congiunzione, quella parola usata per costruire delle frasi che contengono delle ipotesi, come ad esempio: “se domani c’è il sole vado al mare”. Infatti la parola “se” ha anche altri significati, e tra l’altro si può scrivere anche con l’accento, come ad esempio “parlare di sé”. Oppure, con accento o senza, posso dire “pensare solo a se stessi”.

Ecco, in questo episodio di Italiano Semplicemente vorrei invece parlare solamente del “se” congiunzione.

Bene, una frase molto semplice come quella vista prima: “se domani c’è il sole vado al mare, in cui è presente la parola “se”, la congiunzione “se” può essere scritta, in realtà, in molti altri modi.

Non c’è dubbio che “se” è la parola più semplice da usare e questa è la parola  che si impara per prima, ma vediamo appunto quali possono essere le varianti, quando si possono usare ed anche quanto sono diffuse tutte queste alternative, tutte questi modi alternativi di dire “se”.

Cercherò di fare questo  cercando degli esempi divertenti, sperando di riuscirci. Credo che Adriana e Jasna saranno molto importanti.

Vediamo la prima parola: “qualora”.

Dunque la parola “se” non è semplicemente sostituibile con la parola “qualora”, che è anch’essa una congiunzione, perché vuole solamente il verbo al congiuntivo. Questa è la spiegazione classica che si dà, ma vediamo degli esempi, perché la grammatica a noi non interessa ed è anche molto noiosa.

“Qualora ci fosse il sole, domani andrei al mare”.

Quindi “qualora ci fosse”, e non “se c’è”; “andrei al mare” e non “vado al mare”. La frase quindi è un po’ più complicata perché non si utilizzano i verbi al presente, ma si usa il congiuntivo e poi il condizionale.

Un italiano, vi dico subito, è difficile che usi questa frase, perché in generale la semplicità è sempre preferita da tutti. Soprattutto è più facile non sbagliarsi, e vi dico che anche il 50% degli italiani sbaglia regolarmente o molto spesso quando deve usare il condizionale o il congiuntivo.

La parola “qualora” si usa più in ambito lavorativo, nel lavoro, e si usa molto nella forma scritta. Difficile nella forma parlata.

A dire il vero si può anche dire in altri modi questa frase, anche usando la parola “se”: “se ci fosse il sole, domani andrei al mare” quindi il “se” posso sostituirlo a “qualora”. Non posso fare il contrario però.

Posso anche dire, ed è ancora più comune: “se ci sarà il sole, domani andrò al mare” . In questo caso si usa il futuro, ed anche questo è un modo corretto di scrivere la frase.

Vediamo ora: “nel caso in cui”.

“Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Abbiamo semplicemente sostituito “qualora” con “nel caso in cui”. Semplice. Diciamo che è un po’ più informale però. “Nel caso in cui” si usa normalmente in ogni contesto. Qualora è un po’ più difficile e più adatto a situazioni professionali e formali. Possiamo anche togliere “in cui” e dire semplicemente “nel caso domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Oppure, se avessi una fidanzata come Adriana…

Adriana: “Nel caso in cui mi tradissi, farei lo stesso”.

Gianni: Ma no, cara, sai che non ti tradirei mai!

Adriana: ma qualora lo facessi, anche io ti tradirei”.

Ecco questo è un altro esempio. Adriana interpreta la mia ragazza, o mia moglie, e dice che se io la tradissi, anche lei mi tradirebbe. Se io cioè non le fossi fedele, se io la tradissi con un’altra donna, anche lei farebbe lo stesso, con un altro uomo…. Credo.

Nell’eventualità che io tradissi Adriana, anche lei mi tradirebbe.

Nell’eventualità” è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. L’eventualità è una frase ipotetica, una circostanza che potrebbe verificarsi, che potrebbe avvenire. Nel caso in cui è la stessa cosa che “nell’eventualità”, che è la contrazione di “nella eventualità”, che è come dire “nel caso in cui”.

“Nell’eventualità che” equivale a “nel caso in cui”. Quindi la prima frase che abbiamo visto oggi diventa:

“nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare”.

Adriana: nell’eventualità che mi tradissi, ti ucciderei!

Ecco appunto…

Vediamo l’avverbio “eventualmente”.

Eventualmente si usa molto, ma è un utilizzo particolare.

Ad esempio potrei rispondere ad Adriana, che mi voleva uccidere e potrei dirle: “Amore, eventualmente potresti accettare le mie scuse?”.

Eventualmente si utilizza moltissimo, ma spesso si usa con il “se” davanti: “se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

Oppure posso fare due esempi in cui eventualmente  indica una alternativa finale. Il primo esempio è:

“se domani piove, sto a casa, ma se eventualmente dovesse uscire il sole, andrei al mare”.

Oppure, secondo esempio: “se Adriana mi perdona, sono contento, ma eventualmente, mi cerco una nuova casa”.

Quindi eventualmente in questi due casi è “se non dovesse accadere”, “nel caso in cui non accadesse”, o “in caso contrario”, quindi, come dicevo prima, indica un’alternativa finale, dopo che abbiamo scartato una ipotesi iniziale.

“Se” ed “eventualmente” quindi non sono la stessa cosa, e come abbiamo visto si possono anche utilizzare insieme.

Vediamo una parola molto simpatica: “putacaso”. P_U_T_A_C_A_S_O

“Putacaso” si può scrivere anche staccato, con due parole: puta e caso. Puta caso.

Ad esempio: “se putacaso ti tradissi ancora, Adriana, mi perdoneresti?” Ok, ok, non c’è bisogno che rispondi.

Putacaso significa “ipotizzando”, cioè “per ipotesi”.

“Se per ipotesi ti tradissi ancora, mi perdoneresti?” Anche con putacaso ci vuole il congiuntivo: tradissi e poi il condizionale: perdoneresti. Con putacaso non cambia nulla: “se putacaso ti tradissi ancora”: è la stessa cosa quindi.

Possiamo anche dire “ipotizziamo che”.

Ipotizziamo che io ti tradisca. Mi perdoneresti?

Ipotizziamo che domani ci sia il sole. In tal caso andrei al mare. Posso anche mettere il “se” davanti: se ipotizziamo che domani ci sia il sole…

Dopo “ipotizziamo” quindi ci va il “che”: ipotizziamo che.

Una forma familiare di dire “se” è “metti che”. Metti che equivale a “ipotizziamo che”, “o ancora meglio ”ammettiamo che”, ma ora stiamo dando del tu. “metti che” viene quindi da “ammettiamo che”.

Metti che io ti tradisco, Adriana… ad esempio

Metti che domani c’è il sole. Avrete notato che il verbo è al presente.

È quindi una forma molto familiare di “se”. Non possiamo usarlo con una persona che non conosciamo.

Al limite posso dire “mettiamo che”, che è un po’ meno intimo, ed infatti in questo caso potrei anche usare il congiuntivo: “mettiamo che io ti tradisca”. Ecco quindi l’uso del congiuntivo al posto del presente ci dà già una indicazione del fatto che l’espressione non è familiare. Ma volendo potete anche usare il presente. Dipende dalla situazione familiare o non familiare.

Se invece uso “ammettiamo che”, allora non è più familiare, ed ancora meno familiare è “ipotizziamo che”.

Vediamo ancora un altro modo dire “se”.

Se volessi dire alla mia fidanzata, che qui è interpretata ancora da Adriana, che ho un’altra donna, che cioè ho una relazione con un’altra donna, dovrei trovare le parole più opportune, le parole più adatte, perché avrei paura che lei, avrei paura che lei si arrabbi, e allora in questo potrei usare una forma diversa:

Adriana: dai, dimmi pure!

Gianni: Ascolta Adriana, “nella lontana ipotesi” che io abbia un’altra donna, cosa faresti?

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: ah ok, grazie cara.

Ecco quindi questa forma “nella lontana ipotesi” si usa per dire che è poco probabile quello che sto dicendo. È una ipotesi, ma è una ipotesi lontana, come se fosse un luogo lontano da raggiungere, quindi è una ipotesi poco probabile.

Anche questa è una forma colloquiale, ma si usa anche molto su internet, sui giornali, perché oltre al “se” si dice anche quanto è probabile questo evento. Quindi si aggiunge un’informazione in più. Non solo una ipotesi, ma è una lontana ipotesi.

Ci sono anche altri modi di aggiungere qualcosa in più, quindi di “allontanare” una ipotesi, o di prendere le distanze da una ipotesi, o anche semplicemente di considerare una semplice eventualità, possibile o anche impossibile che si realizzi.

Posso dire ad esempio – espressione molto familiare questa – “facciamo finta che”.

Ad esempio:

Gianni: Facciamo finta che io abbia un’altra donna, Adriana!

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: sì, ok, abbiamo capito.

Quindi con “facciamo finta” si vuole dire: “non succederà, ma fingiamo, cioè facciamo finta che io ho (o abbia) un’altra donna”. Molto colloquiale come espressione.

Quindi anche qui ci si sta allontanando, si stanno prendendo le distanze, si sta dicendo che è una finzione, facciamo finta, fingiamo che è ( o sia) vero; non è vero, ma facciamo finta che è (o sia) vero.

Un altro modo ancora è “semmai”.

“Semmai dovessi tradirti”, oppure “semmai ci fosse il sole domani, andrei al mare”.

Questa è abbastanza facile, basta sostituire “se” con semmai. Si usa nello stesso modo.

Dicevo che anche qui stiamo dicendo che non è molto facile che avvenga, non è molto probabile. “Semmai” dovesse accadere. Semmai contiene la parola “mai”. E si può scrivere anche staccato “se mai”.

Semmai è usato anche in altro modo, ma qui ci interessa questo utilizzo: quello come congiunzione, quindi da usare al posto di “se”.

Ci sono altre due modalità di dire “se”, molto usate in Italia.

Una è “nel momento in cui”. L’altra è “supponiamo che”. Più o meno sono espressioni equivalenti.

Queste due espressioni sono usate molto nella forma orale, sono abbastanza colloquiali quindi, e la prima forma (nel momento in cui) è più usata della seconda (supponiamo che), che invece è più adatta al lavoro, ma in ogni caso si tratta di espressioni abbastanza universali.

Io potrei dire ad esempio: “supponiamo che ci sia il sole domani”, oppure “supponiamo che Adriana si arrabbi!” Eccetera. Analogamente una seconda ragazza, Jasna, potrebbe dire ed esempio:

Jasna: nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?

Gianni: non lo dire neanche per scherzo!

Nel momento in cui si usa molto spesso per dire “quando”, “appena”, o ”non appena”, o anche “subito dopo” quindi c’è il tempo di mezzo. Fondamentalmente si usa al posto di “quando”, ma spesso può capitare di ascoltare frasi di questo tipo:

“nel momento in cui riuscissi ”, oppure “nel momento in cui potessi” oppure come nella frase di Jasna, “nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”. In questo caso Jasna sta prospettando una possibilità, sta dicendo:

“se Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Bene, il risultato non cambia quindi!

Bene amici, spero però che Adriana non ci scopra (Jasna: lo spero anch’io!). Lo speriamo entrambi! Ma speriamo anche di essere riusciti a farvi capire quanti modi ci sono per dire “se”.

Adriana: se vi prendo, vi ammazzo a tutti e due!

Jasna: aiuto!

Passiamo alla ripetizione. Non pensate alla grammatica, ma ripetete dopo di me:

– Se domani c’è il sole, vado al mare”

– Qualora domani ci fosse il sole, andrei al mare

– Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

– Se putacaso Adriana mi scoprisse, sarei morto!

– Ipotizziamo che Adriana mi scopra. In tal caso sarei morto!

– Metti che Adriana ci scopre? Che facciamo?

– Mettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Ammettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Nella lontana ipotesi che Adriana ci scopra, che facciamo?

– Facciamo finta che Adriana ci scopre (o scopra). Che facciamo?

– Semmai dovessi tradirmi, ti perdonerei.

– Nel momento in cui dovessi tradirmi, ti perdonerei.

Bene, quindi ora concludiamo il podcast. Se, come spero, sono riuscito a spiegarmi, ne sarei molto contento, ma qualora non fossi riuscito a farvi comprendere bene come fare per dire “se” e quanti modi diversi ci sono, ebbene, in tale eventualità, vi consiglio di ripetere l’ascolto di questo file audio più volte.

L’ascolto ripetuto è molto utile, e, nel momento in cui vogliate ascoltare il mio consiglio, vedrete che non ve ne pentirete. Putacaso però voi non ne abbiate voglia, perché, per un motivo o per un altro, crediate sia tutto molto chiaro, allora questo vuol dire che il vostro livello di conoscenza dell’italiano è molto avanzato. In tale eventualità vi ringrazio comunque dell’ascolto, così come ringrazio anche tutti le altre persone, ed auguro a tutti un buon proseguimento di giornata.

Un saluto a tutti, ciao.

Qualora l’Italia vincesse gli europei, ne sarei molto felice. Nel caso in cui non lo vincesse,invece, me ne farei una ragione.

 

 

Il Decreto flussi (principianti)

Audio

principianteVideo con sottotitoli

IL DECRETO FLUSSI È UNA LEGGE ITALIANA

Domanda: CHE COS’È il decreto flussi?

Risposta: è una LEGGE italiana. Il decreto flussi è una legge italiana

Domanda: il decreto flussi è una legge?

Risposta: sì, Il decreto flussi è una legge. Il decreto flussi è una legge ITALIANA.

Domanda: COS’È Il decreto flussi?

Risposta: è UNA LEGGE. Il decreto flussi è una legge.

Domanda: Il decreto flussi è una legge FRANCESE?

Risposta: no, Il decreto flussi NON è una legge FRANCESE, ma è una legge ITALIANA. Il decreto flussi NON è una legge FRANCESE, ma è una legge ITALIANA.

Domanda: Il decreto flussi è una legge TEDESCA?

Risposta: no, Il decreto flussi NON è una legge TEDESCA, ma è una legge ITALIANA.

Domanda: DI QUALE nazione è il decreto flussi?

Risposta: DELL’ITALIA. Il decreto flussi è una legge dell’Italia. Il decreto flussi è una legge della NAZIONE Italia.

Domanda: il decreto flussi è una legge della NAZIONE FRANCIA?

Risposta: no, Il decreto flussi NON è una legge della nazione Francia, è una legge della nazione ITALIA.

Domanda: QUAL È la nazione del decreto flussi?

Risposta: È L’ITALIA. È l’Italia la nazione del decreto flussi.

Domanda: è in Italia CHE esce la legge del decreto flussi?

Risposta: esatto! E’ in Italia CHE esce la legge del decreto flussi. E’ in Italia CHE esce la legge del decreto flussi.

Domanda: DOV’È CHE esce la legge?

Risposta: in Italia! È in Italia CHE ESCE la legge. È in Italia che esce la legge.

news_iconaDomanda: Sei SICURO?

Risposta: sì, sì! Sono sicuro! Sono SICURISSIMO! Sono sicurissimo! E’ una legge italiana. Il decreto flussi è una legge italiana.

Domanda: a chi È RIVOLTO? A chi è rivolto il decreto flussi? A chi è rivolto il decreto flussi?

Risposta: è rivolto AI CITTADINI non comunitari. È rivolto ai cittadini non comunitari. È rivolto ai cittadini EXTRA-comunitari.

Domanda: è rivolto ai cittadini COMUNITARI?

Risposta: no, il decreto flussi NON È RIVOLTO ai cittadini comunitari.

Domanda: è rivolto ai cittadini non comunitari ALLORA?

Risposta: sì, esatto! Il decreto flussi è rivolto ai cittadini non comunitari!

Domanda: a chi è rivolto?

Risposta: è rivolto ai cittadini non comunitari. È rivolto ai cittadini extra-comunitari.

Domanda: Ah, è rivolto A LORO QUINDI?

Risposta: sì, è rivolto A LORO. È rivolto ai cittadini non comunitari.

Domanda: non è rivolto AGLI italiani?

Risposta: no, non è rivolto agli italiani. Non è rivolto AI cittadini italiani.

Domanda: non è rivolto ai cittadini italiani?

Risposta: no, non è rivolto ai cittadini italiani.

Domanda: e A QUALI cittadini è rivolto?

Risposta: è rivolto ai cittadini NON COMUNITARI.

Domanda: è rivolto ai cittadini FRANCESI?

Risposta: no, NON francesi! Ai cittadini non comunitari, ai cittadini extracomunitari.

Domanda: ah, AI cittadini extra comunitari! CHE VENGONO A FARE in Italia? Che vengono a fare in Italia?

Risposta: vengono A LAVORARE. I cittadini extra-comunitari vengono a lavorare in Italia.

Domanda: i cittadini extra-comunitari vengono in Italia PER lavoro?

Risposta: sì, i cittadini extra-comunitari vengono in Italia PER lavoro!

Domanda: vogliono lavorare in Italia?

Risposta: sì, esatto! Vogliono lavorare in Italia! I cittadini extra-comunitari vogliono lavorare in Italia.

Domanda: COME SI CHIAMA la legge per far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia? Come si chiama la legge per far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia? Come si chiama la legge per far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia?

Risposta: si chiama DECRETO FLUSSI. La legge CHE SERVE a far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia di chiama decreto flussi. La legge che serve a far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia di chiama decreto flussi. È il decreto flussi.

Domanda: il decreto flussi quindi È RIVOLTO ai cittadini extra-comunitari?

Risposta: sì, esatto, i cittadini extra-comunitari le persone A CUI È RIVOLTO il decreto flussi –  A CUI è rivolto il decreto flussi.

Domanda: sono loro A CUI è rivolto?

Risposta: sì, sono loro a cui è rivolto. Sono loro a cui è rivolto.

Domanda: A CHI si rivolge il decreto flussi? A chi si rivolge il decreto flussi? Ai cittadini comunitari O ai cittadini extra-comunitari? Ai cittadini comunitari o ai cittadini extra-comunitari?

Risposta: il decreto flussi si rivolge ai cittadini extra-comunitari.

Domanda: A COSA SERVE il decreto flussi? A cosa serve il decreto flussi? A cosa serve il decreto flussi?

Risposta: il decreto flussi SERVE A LAVORARE in Italia. Il decreto flussi serve a lavorare in Italia. Serve a lavorare. Il decreto flussi serve a lavorare.

Domanda: ah, quindi il decreto flussi è una legge italiana che serve a far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia?

Risposta: esatto, è proprio così! il decreto flussi è una legge italiana che serve a far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia.

Domanda: extra CHE?

Risposta: extra-COMUNITARI! Extra-comunitari!

Domanda: il decreto flussi quindi RIGUARDA il lavoro?

Risposta: certo! Il decreto flussi è una legge SUL lavoro. Il decreto flussi RIGUARDA il lavoro in Italia. Il decreto flussi riguarda il lavoro DEI cittadini extra-comunitari in Italia. Il decreto flussi è la legge italiana che serve a lavorare in Italia SE SEI un cittadino extra-comunitario.

Domanda: SE SEI un cittadino comunitario?

Risposta: se sei un cittadino EXTRA-comunitario, non “comunitario”.

Domanda: se sei DENTRO o se sei FUORI la Comunità Europea? Se sei dentro o se sei fuori la Comunità Europea?

Risposta: se sei fuori! Se sei fuori DALLA Comunità Europea! Se sei dentro, sei comunitario, se sei fuori, sei extra-comunitario. Se sei DENTRO, sei comunitario, se sei FUORI, sei extra-comunitario, e il decreto flussi è la legge italiana che serve a far lavorare i cittadini extra-comunitari in Italia, non i cittadini comunitari.


>Corso di Italiano Professionale

In bocca al lupo e crepi il lupo (LINGUAGGIO FAMILIARE)

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Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Buongiorno amici e membri della famiglia di Italiano Semplicemente.
Oggi torniamo a spiegare una frase idiomatica, e ringrazio Jasna che mi ha proposto e suggerito la frase.

In realtà si tratta di due frasi: la prima frase è “in bocca al lupo” e la seconda è “crepi il lupo”. Per divertirci un po’ lo faremo in due modi diversi: uno familiare, con un linguaggio semplice e amichevole, ed uno più formale, più cordiale, con alcune espressioni più adatte ad un contesto più importante, come se parlaste un linguaggio istituzionale, come se doveste scrivere un documento formale. Proviamo a fare questo esperimento, e se vi piacerà, potremo rifarlo altre volte. Iniziamo quindi la prima versione, la spiegazione amichevole, quella che uso sempre quando cerco di spiegare il significato di una espressione italiana.

Tra l’altro confrontare il linguaggio formale e quello informale è ciò che viene sempre fatto all’interno del corso di Italiano Professionale, che come sapete in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per chi di voi vuole conoscere in maniera un po’ più approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro, perché vogliono lavorare in Italia.

Ultimamente sto ricevendo varie frasi idiomatiche che quindi dovrò spiegare, e tutte queste frasi le ho appuntate, le ho scritte su una pagina del sito che tutti voi potete vedere. La pagina si chiama “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“, dove ci sono sia le frasi spiegate che quelle in programma.

“Appuntare”, verbo che ho usato nella frase precedente vuol dire “segnare”, vuol dire scrivere da qualche parte, per non dimenticarsi. Scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Appuntare viene da mettere un punto, un punto non di punteggiatura, ma un punto… come se fosse fatto da qualcosa con la punta, come un chiodo, una puntina, qualcosa di appuntito che tenga fisso un foglio, che resti così attaccato da qualche parte in modo che possiamo vederlo. Oggi si usano i post-it per appuntare, e tutti credo che conoscano i post-it.

Quindi mi sono appuntato anche di spiegare queste due frasi: “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”. Normalmente spieghiamo una frase per volta, ma in questo caso le spiegherò insieme, ed il motivo è che le due frasi sono collegate: quando si usa la prima frase si usa anche la seconda. L’unica differenza è che a pronunciare le due frasi, a dirle, sono due persone diverse.

Se vi ho incuriosito, ora vi toglierò ogni dubbio, facendolo in modo divertente, come al solito.

Alcuni di voi sanno già cosa sia un lupo, e per quelli che non lo sanno ancora provo a spiegarlo: il lupo è un animale, che somiglia molto al cane. Rispetto al cane però ha delle differenze: il cane abbaia (verso abbaio), mentre il lupo ulula (verso ululato). Quindi il suo verso è l’ululato.

Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive normalmente nei boschi, oppure in cattività: vivere in cattività vuol dire vivere non in libertà, quindi non vuol dire essere cattivi (quella è la cattiveria). Chi vive in cattività non vive libero, cioè nel suo ambiente naturale, piuttosto vive, ad esempio, nei giardini zoologici. Quindi non confondete la cattività con la cattiveria.

Un’altra differenza tra il cane e il lupo è che il cane si dice sia il migliore amico dell’uomo, il lupo invece, essendo selvaggio, quindi non domestico, è un animale di cui solitamente si ha paura. Tutti hanno paura dei lupi perché i lupi hanno la fama, cioè sono famosi per essere dei predatori (cioè cacciano le prede), in particolare le loro prede preferite sono, tra le altre, gli agnelli e le pecore, ma non solo. Il lupo è uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso”. Chi non conosce questa storia?

Questo dunque è il lupo. E il lupo ha una bocca, che quindi è piena di denti, e di conseguenza finire nella bocca del lupo non è molto gradevole e fa molta paura per via della sua fama di predatore.

“In bocca al lupo!” è una esclamazione, ed in particolare è un augurio. Questo significa che è una frase che si dice ad una persona a cui si vuole bene. “In bocca al lupo” è l’abbreviazione della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”. Ma come? Ma Giovanni non hai detto che era una cosa che si diceva ad un amico oppure no?

Infatti “In bocca al lupo” è un augurio scherzoso di buona fortuna che si rivolge a chi sta per sottoporsi ad una prova difficile, come un esame, un colloquio, di lavoro eccetera. L’espressione quindi nel linguaggio parlato ha assunto un valore scaramantico. Si dice cioè per scaramanzia, per allontanare cioè il pericolo o la sfortuna. Quindi per allontanare un pericolo, una cosa negativa che potrebbe verificarsi, si fa l’augurio contrario: si dice “in bocca al lupo”. 
La frase potrebbe quindi essere nata nella caccia (la caccia è l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e i cacciatori rivolgevano questa frase ad altri cacciatori come loro. Col tempo la si è utilizzata anche verso chi si appresta ad affrontare una prova rischiosa o difficile in generale, non soltanto per la a caccia ma anche un esame, una prova di qualsiasi tipo.

“Crepi il lupo” è la risposta. Anche questa è una esclamazione, e la dice per rispondere.

Il verbo crepare si usa spesso per allontanare qualcosa. Ad esempio c’è “crepi l’avarizia” che si usa quando si sta per affrontare una spesa.

“Crepi il lupo” vuol dire quindi: “mi auguro che muoia il lupo”, “che crepi il lupo”. Abbreviato diventa: “crepi il lupo!”.

Se c’è quindi un vostro amico che deve fare un difficilissimo esame all’università, un esame complicato e molto importante, puoi dire al tuo amico:

“in bocca al lupo!” e il tuo amico risponderà: “crepi il lupo”, oppure semplicemente: “crepi!”.

In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con “crepi!”.

Se un vostro parente o collega deve fare un esame medico, oppure deve andare a ritirare il risultato di un esame medico già fatto, un possibile augurio da rivolgergli quindi potrebbe essere:

“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il tuo collega o parente risponderà “crepi” o “crepi il lupo”.

Ho detto parente o collega perché questa è un’espressione universale, che potete usare con tutti, amici, famigliari, parenti, colleghi; in qualsiasi occasione quindi, in ogni circostanza, al lavoro come a casa, al bar come al campo da calcio.

Se ad esempio un amico ti dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani tu hai un colloquio di lavoro, tu devi rispondere “crepi il lupo!”. Ed è difficile che un italiano non risponda nulla, oppure che risponda con un semplice “grazie”, oppure “ti ringrazio molto”, o “molto gentile da parte tua” perché è obbligatorio rispondere “crepi!” o “crepi il lupo!”. E’ obbligatorio perché è scaramantico, è una cosa che allontana il pericolo che il colloquio di lavoro vada male. Possiamo dire che non rispondere in questo modo “porta male”, come si dice in Italia, cioè “porta sfortuna” non rispondere “crepi il lupo”.

Spero cara Jasna di aver risposto bene alla tua domanda, spero quindi che la mia spiegazione sia stata sufficientemente chiara.

Colgo l’occasione per dire a tutti che se volete scrivermi per chiedere la spiegazione di una frase, di una espressione italiana, potete farlo mediante la pagina di facebook, che è il metodo più veloce, oppure andate sul sito italianosemplicemente.com ed cliccate sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina Twitter di italiano semplicemente.

Prima di passare all’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che soprattutto i giovani utilizzano anche un altra frase, molto simile, nel senso che ha lo stesso significato, ma è un po’ diversa. Inoltre è molto informale e si può usare solo tra amici: “in culo alla balena!” Stavolta non vi consiglio di usare questa frase quindi in ambienti formali, come in ufficio ad esempio. Non la usate, ma è bene sapere che i giovani la utilizzano qualche volta e voi potreste chiedervi cosa significhi questa espressione: ebbene ha lo stesso significato di “in bocca al lupo” quindi è un augurio anche questo. Un augurio a cui non si può però rispondere con “crepi la balena”.

Bene, ora l’esercizio di ripetizione, importante per abituarsi a parlare italiano, per sciogliere un po’ la lingua, come si dice, e per abituarvi ad ascoltarvi mentre parlate, in modo che sia per voi sempre più naturale ascoltare la vostra stessa voce parlare una lingua diversa da quella vostra di origine.

Ripetete dopo di me senza badare alla grammatica ma solamente al tono della mia voce. Provate ad imitare il tono della mia voce.

In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Quindi amici questo episodio termina qui, e se avete un esame domani, un grosso in bocca al lupo da parte mia. E non dimenticate di ascoltare anche la versione formale di questo podcast, più difficile ma utile per chi frequenta italiani soprattutto per lavoro.