Le specialità italiane: melanzane alla parmigiana

Audio

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno ragazzi oggi vediamo un piatto classico della cucina italiana: la parmigiana di melanzane. Dal nome si capisce subito che gli ingredienti fondamentali sono due: il parmigiano e le melanzane. Spessissimo gli italiani la chiamano semplicemente la parmigiana, ma lascio la parola a Giuseppina, che vi spiega la ricetta da par suo, noi ci sentiamo dopo. Vai mamma!

Giuseppina:

Parmigiana di melanzane.

Che domenica piovosa! Oggi si presenta una giornata di quelle noiosissime e io cosa posso fare, per passare la giornata senza restare tutto il giorno davanti alla TV?

Cucino, e preparo un piatto confort food, di quelli che ci coccola e ci scalda il cuore, gratifica, rassicura e fa passare anche eventuali momenti di tristezza.

Da buona italiana il mio piatto di conforto, quello per i giorni in cui serve tirarsi su, è la parmigiana di melanzane, il piatto della famiglia in festa.

Un grande classico della cucina italiana, ricco, fatto con melanzane, farina, uova, sugo di pomodoro, mozzarella e parmigiano.

Se decidiamo di concederci una parmigiana, dobbiamo farla buona, perché questo non è un piatto dietetico, inutile pensare di fare light un piatto come la parmigiana, la facciamo una volta ogni tanto e quella volta ce la gustiamo così, ricca e gustosa.

Se poi volete sentirvi meno in colpa, gustatela come piatto unico. E’ un piatto generoso, di quelli che dopo aver riposato, il giorno dopo è ancora più buono.

Allora dai, facciamo insieme questo piatto tradizionale, semplice e perfetto, che rappresenta uno dei piatti meglio riusciti della tradizione mediterranea e ha il grosso vantaggio di poter essere preparato in anticipo per poi essere cotto al forno, prima di servirlo caldo e filante.

Le regioni che si contendono l’origine delle melanzane alla parmigiana sono la Sicilia, la Campania e la città di Parma.

Non spetta certamente a me decidere chi ha ragione, ma solo cercare di prepararla al meglio per poterla gustare sulle nostre tavole. Io la preparo così:

Prendiamo le melanzane, quelle lunghe e strette, 1 chilogrammo.
Le laviamo bene, togliamo la parte superiore e le facciamo a fette dello spessore di mezzo cm. che faremo fritte dorate. Procediamo così:
Passiamo nella farina le fette di melanzane;

Sbattiamo due uova con un pizzichino di sale e ci bagniamo le fette di melanzane infarinate. Le rigiriamo una per volta in modo che l’uovo le ricopra bene e le lasciamo li.

Mettiamo sul fuoco una padella con abbondante olio per friggere, – io per friggere preferisco l’olio di girasole – e mettendo 3,4 fette per volta le facciamo dorare tutte.

Mano a mano che le togliamo dalla padella le mettiamo in un piatto sopra della carta assorbente che toglierà l’olio in eccesso.

Ora facciamo un bel sugo di pomodoro, ma non solo con quello.

Metteremo in un tegame olio extra vergine di oliva, sedano, carota e cipolla, e 300 grammi di carne bovina macinata, facciamo scaldare e aggiungiamo una bottiglia di polpa di pomodoro o di passata, come preferite, l’importante è che sia di buona qualità, sale e pepe e facciamo cuocere circa mezz’ora.

Qualcuno arriccia il naso di fronte al sugo di carne sulla parmigiana, io vi assicuro che ci sta proprio bene, però se volete farla solo vegetariana, come la vuole Gianni, preparate la salsa di pomodoro solo con il trito di sedano, carota e cipolla e basilico.

Facciamo a fettine una bella mozzarella grande, di circa 300 grammi.

Ora, in una teglia, versiamo sul fondo un poco di sugo, poi facciamo uno strato di melanzane, aggiungiamo la mozzarella, il parmigiano e copriamo con il sugo.

Continuiamo sempre così fino a che avremo finito tutte le melanzane.

Mettiamo in forno a 200 gradi per 30 minuti con il calore impostato sia sotto che sopra in modo che venga una bella crosticina dorata.

Ed eccola qua, pronta, profumata e molto invitante. Basta lei sola a rendere importante un pranzo. Buon appetito!

Un consiglio: fatela riposare qualche minuto prima di tagliarla e servirla, troppo bollente ed appena sfornata non da il meglio.

Giovanni: bene, ora che non vedete l’ora di assaggiarla, considerato che dovete aspettare un po’ per farla raffreddare, usiamo questo poco tempo per imparare qualcosa.

Mia madre ha parlato di conforto: un piatto di conforto, che serve a confortare le persone, cioè a tirarle su, a farle risollevare il morale, a rassicurarle. A consolare, ad alleviare una sofferenza. Quando piove confortatevi con una bella parmigiana, concedetevi una bella parmigiana come ha fatto mia madre. Cedete alla tentazione e concedete una gratificazione al vostro palato. Attenzione perché il verbo concedersi, quindi nella forma riflessiva (concedersi a qualcuno) significa concedere se stesso, nel senso sessuale, vale a dire abbandonarsi tra le braccia di qualcuno. Meglio concedersi la parmigiana!

Il verbo contendersi, utilizzato da mia madre, significa lottare per aggiudicarsi qualcosa. In questo caso la Sicilia, la Campania e la città di Parma si contendono l’origine della parmigiana, come ci si può contendere una coppa, un premio o una conquista amorosa. Se la parmigiana è troppo poca e gli ospiti sono tanti, allora vi contenderete anche voi la parmigiana.

La parmigiana, tra i suoi ingredienti ha due tipi di formaggi, il parmigiano e la mozzarella. Ed è quest’ultima a rendere filante la parmigiana.

Filante è tutto ciò che fila. Ed è la stessa mozzarella a filare.

Un verbo particolare “filare“. Ha molti significati, ma nel caso della mozzarella, filare significa produrre dei fili, cioè assumere un aspetto filiforme, formare dei filamenti. La mozzarella, quando è riscaldata, diventa filante, cioè fila, diventa molto più morbida e non si spezza, ma forma dei filamenti. Questo accade quando mordete un pizza con della mozzarella o provate a spezzare con la forchetta la parmigiana. Avrete bisogno di allungare il braccio per spezzare la mozzarella filante (un gesto non molto elegante).

La mozzarella difficilmente si spezza ma rimane sempre un filamento attaccato che si allunga, si allunga, si allunga…

Meglio poi la polpa di pomodoro o la passata di pomodoro 🍅?

Qual è la differenza innanzitutto?

La polpa è ricavata direttamente da pomodori che sono stati precedentemente tagliati a pezzi e privati dei semi. La polpa è usata prevalentemente per cotture lunghe o a elevate temperature ed è particolarmente indicata per fare il ragù.

La passata invece è più liquida perché i pomodori li trovate già tritati ed inseriti nella loro acqua. Non è pomodoro in pezzi quindi ma pomodori tritato. Inoltre la passata a differenza della polpa viene precedentemente cotta durante la produzione quindi necessita di una cottura più breve, anche perché perderebbe parte delle sue proprietà.

Vediamo adesso arricciare il naso.

Questa è un’espressione del viso oltre che un’espressione idiomatica. Simile a storcere il naso, Quando ascoltiamo qualcosa con cui non siamo d’accordo facciamo una smorfia tipica, arricciamo il naso, storciamo il naso. Un’espressione del viso particolare che mostra la nostra disapprovazione verso qualcosa, come se assaggiassimo un cibo che non ci convince. Arricciare e storcere significano piegare, avvolgere, cambiandone la forma.

Potete usare l’espressione arricciare il naso in un contesto informale ogni volta che c’è qualcuno che disapprova qualcosa. Non è una forte disapprovazione, altrimenti useremmo altre espressioni tipo provare ribrezzo verso qualcosa o schifare qualcosa o rabbrividire per qualcosa.

Se viene servito un caffè non eccezionale un italiano sicuramente storce o arriccia il naso. Se sento dire che in alcuni paesi la parmigiana viene preparata senza melanzane, qualcuno potrebbe incuriosirsi, altri arriccierebbero il naso per questo.

Vediamo adesso la differenza tra una padella ed un tegame.

Avete ascoltato che si usa la padella per friggere le melanzane con olio. In effetti la padella si usa prevalentemente per friggere verdure e per fare le frittate, cioè uova fritte. La padella è poco profonda ed ha un solo manico. Solo una mano è necessaria per usare una padella.

Il tegame invece è un utensile di metallo (come anche la padella) ma è più profondo, ed ha due manici. Il tegame è più adatto per preparazioni più lunghe perché può contenere una quantità maggiore di verdure, carne eccetera.

Quindi un hamburger si cucina in padella, mentre per il ragù si usa un tegame. Sia la padella che il tegame comunque vanno sul fuoco, cioè si usano solo sui fornelli. In un forno potete mettere invece una teglia (o pirofila), generalmente rettangolare, alta circa 7-10 centimetri, di metallo o rame ed ha anche questa due manici. È nella teglia che cuoce la parmigiana al forno.

Adesso potete andare a farvi confortare dalla vostra parmigiana. Se ne avete fatta abbastanza potete evitare di contendervela.

Un saluto da Giovanni.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Come esprimere un’opinione in modo informale e formale – presentazione

Audio

Gli audiolibri di Italiano Semplicemente

Descrizione

In questa lezione, dedicata ai membri dell’associazione, vediamo le modalità formali ed informali per esprimere un’opinione. Grazie a Daria e Andrè per la collaborazione.

 

 

Il linguaggio del calcio

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici benvenuti su ItalianoSemplicemente.com.

A grande richiesta oggi spieghiamo il linguaggio del calcio. Stiamo parlando del calcio nel senso del gioco del calcio. Abbiamo già visto in un precedente episodio di Italiano Semplicemente i vari significati della parola calcio: vi invito a visitare il sito e scoprire quali siano questi significati. In ogni caso adesso spieghiamo il linguaggio del gioco del calcio.

calcio_immagine

Spiegare il linguaggio del gioco del calcio significa spiegare i termini che si usano nel calcio, i termini che usano gli italiani, ed in particolare i commentatori televisivi, coloro cioè che raccontano, che commentano una partita di calcio alla TV, in televisione; coloro che parlano e descrivono la partita a tutti i telespettatori italiani e stranieri. E’ quindi molto facile che molti di questi termini ed espressioni non siano chiari per gli stranieri. Oggi quindi ne vediamo alcuni, i più utilizzati.

Cominciamo dall’inizio, anzi dal calcio d’inizio. Il calcio d’inizio è l’inizio della partita, ed infatti all’inizio della partita, dopo il fischio dell’arbitro, un calciatore tocca la palla per primo, e questo è proprio il calcio d’inizio. Infatti colpire la palla col piede in generale si dice “calciare la palla“, calciare quindi è colpire la palla col piede, e il calcio è il colpo che viene dato alla palla. Il calcio d’inizio è quindi il primo calcio, quello che decreta l’inizio della partita.

Ora vediamo invece i ruoli dei giocatori. I ruoli sono le tipologie di giocatori, che dipendono dal punto del campo, dalla zona del campo in cui giocano. Ci sono quattro macro-ruoli, quattro macro-categorie di ruoli, che sono come potete immaginare il Portiere, il Difensore, il Centrocampista e l’Attaccante.

Cominciamo dal primo, dal portiere: il portiere è colui che difende la porta e che deve impedire che gli avversari facciano gol, cioè che mettano la palla nella porta avversaria, cioè quella della squadra avversaria.

Il portiere difende la porta dunque. E’ curioso come il portiere sia il termine con cui è indicato anche un altro mestiere, che è il portiere del palazzo, o del condominio, colui che sta all’ingresso del palazzo e che tutti i condomini conoscono e quindi è colui che si occupa della gestione del condominio. Anche lui è “il portiere” ma la porta che controlla lui è quella del palazzo, quella del condominio.

Poi davanti al portiere ci sono i difensori. I difensori difendono, quindi anche loro hanno il compito di non far segnare gli avversari. Segnare significa fare gol, realizzare una rete, cioè, ancora una volta, mettere la palla all’interno della porta difesa dal portiere che si chiama anche “ultimo difensore“. Il difensore quindi gioca nella porzione arretrata del campo, del campo da calcio, che è anche detto “rettangolo verde“. Il difensore gioca davanti al portiere e comunque solitamente non oltre la metà campo (che è la linea che divide le due metà di un campo da calcio). Difficilmente i difensori oltrepassano la linea di metà campo. .

Il difensore difende, cioè ha l’obiettivo di presidiare l’area, cioè di controllarla, contrastando e marcando i calciatori avversari. Contrastare e marcare sono due verbi che si addicono molto ai difensori: contrastare significa impedire loro di fare qualcosa, di raggiungere il loro obiettivo, e marcare invece significa stare sempre vicino all’avversario, marcare l’avversario significa prenderlo in consegna, occuparsi di lui.

In base alla posizione poi occupano nel campo, i difensori si distinguono poi in Terzino, Stopper e Libero. Il terzino è un difensore laterale, gioca cioè su uno dei due lati del campo; a destra o a sinistra della difesa. Si dice anche che gioca sulla fascia destra oppure sulla fascia sinistra. Il terzino è solitamente il giocatore incaricato, cioè che ha il ruolo, il compito di marcare l’ala avversaria (l-apostrofo-ALA), limitandone i movimenti.

Vedremo poi chi è l’ala e cosa fa. Il terzino poi oltre ai compiti di difesa, cioè di copertura (si dice anche così), può avviare il contropiede. Avviare il contropiede significa dare inizio al contropiede. Il contropiede, termine molto particolare, è la parola che si usa quando dalla dìfesa si passa velocemente all’attacco, alla fase d’attacco. Questo è il contropiede. Ci sono naturalmente due terzini in una squadra: Il terzino destro, che ha il numero 2 ed il terzino sinistro che invece indossa la maglia col numero tre.

Oggi nel calcio moderno, questo bisogna dirlo, ogni giocatore indossa la maglia col numero che vuole, ma tradizionalmente nel gioco del calcio ogni ruolo di un giocatore era associato ad un numero preciso.

Oltre al terzino ci sono anche lo stopper ed il libero.

Lo stopper è un difensore detto “difensore centrale“, che agisce leggermente più indietro rispetto ai terzini. Lo stopper ha un ruolo importantissimo perché ha in carico la marcatura del centravanti, lui deve marcare il centravanti avversario. Il centravanti è il giocatore avversario più pericoloso. Lo stopper gioca quindi prevalentemente in area di rigore. Nella sua area di rigore. L’area di rigore è delimitata da delle strisce bianche, poco distanti dalla porta e si chiama così perché se viene commesso un fallo in quell’area, se viene fatto un fallo contro un avversario all’interno dell’area di rigore, ad esempio viene fatto cadere un avversario che stava facendo gol, allora l’arbitro fischia il calcio di rigore. L’arbitro fischia, cioè prende il fischietto e ci soffia dentro, e facendo questo concede il calcio di rigore a favore della squadra del giocatore caduto. L’arbitro però può fischiare il calcio di rigore anche se un difensore prende la palla con le mani ad esempio.

Il numero tradizionale dello stopper è il numero cinque.

Il libero invece è un difensore particolare, infatti lui non marca nessuno, non ha questo ruolo, non si attacca ad un giocatore avversario, ma è quindi sollevato da questi tradizionali compiti di marcatura. E’ libero, appunto. Il suo nome viene proprio dalla sua libertà nel campo. Il libero gioca vicinissimo al proprio portiere, quasi a ridosso del portiere. Il suo ruolo è quello di contrastare eventuali avversari sfuggiti al controllo dei suoi compagni. Gli avversari che sfuggono, cioè che non sono più controllati dai suoi compagni difensori quindi sono controllati dal libero. E’ quindi un difensore, il libero, particolare ed il suo nome fa in qualche modo immaginare, come dicevo prima, il suo ruolo. Comunque il libero deve anche guidare il reparto arretrato; é questo il nome che viene dato ai giocatori che giocano in difesa: il “reparto arretrato”, cioè la difesa

Il libero veste tradizionalmente il numero sei. La sua maglia ha quindi il numero sei stampato dietro la schiena.

Passiamo ora ai centrocampisti. Chi è il centrocampista? La parola parla abbastanza chiaro. Il centrocampista gioca al centrocampo, cioè nella parte centrale del campo. Centrocampo è una sola parola come centrocampista. Il centrocampista gioca, cioè agisce nella zona centrale del campo dunque, davanti ai difensori.

A seconda della posizione ricoperta, i centrocampisti, come i difensori, hanno dei nomi diversi. Esistono in particolare quattro tipi di centrocampisti. Il mediano, il regista, l’interno e l’ala.

Il mediano: gioca davanti ai difensori, con l’obiettivo di contrastare gli avversari e recuperare più palloni possibile. Recuperare palloni significa togliere la palla all’avversario. Solitamente il mediano è un giocatore abbastanza forte fisicamente, deve avere molte energie perché deve faticare molto. Generalmente infatti inoltre è l’elemento più dotato nella corsa. E’ il giocatore che corre di più e quindi deve essere colui che lo sa fare meglio. È tradizionalmente il numero quattro della squadra. Questo è il mediano.

Poi c’è il regista: il regista ha compiti di impostazione, proprio come il regista di un film. Al regista  spetta quindi la regia, quindi lui è il cervello della squadra, lui dirige la squadra, la prende per mano e la guida. Gioca proprio al centro del campo. Visto il suo ruolo di leader, deve avere una buona visione di gioco, deve avere una certa precisione nei passaggi e nei lanci. Francesco Totti è il regista della squadra della Roma ad esempio, e capite bene che questo è un ruolo importantissimo ed è difficile trovare un regista bravo a fare il suo lavoro. Il numero tradizionale del ruolo è il numero dieci. Maradona, Platinì, Roberto Baggio, sono tutti nomi di registi del calcio. Fare i lanci, dicevo prima, è compito del regista. I lanci sono  i passaggi lunghi, i passaggi verso gli attaccanti che devono fare gol. Gli attaccanti vanno lanciati verso la porta avversaria. Il regista comunque molto spesso fa gol anche lui.

Poi c’è l’interno, un altro ruolo importante al centrocampo. L’interno è un centrocampista centrale, si occupa della costruzione del gioco. L’interno può anche supportare l’azione offensiva, cioè aiutare ad attaccare (offendere nel calcio non significa insultare ma semplicemente attaccare). L’interno quindi può quindi anche lui dei lanci agli attaccanti, come il regista e andare anche al tiro come gli attaccanti. Il suo numero tradizionale è l’8 e il suo è un lavoro molto duro, anche se meno apprezzato di quello del regista, che deve avere i piedi più buoni di tutti. Avere i piedi buoni è una espressione molto usata nel calcio. Se un giocatore ha i piedi buoni vuol dire che sa giocare molto bene, ha molta tecnica e riesce a fare passaggi precisi e a controllare la palla molto bene.

L’ala è anche lui un centrocampista. ALA (A-L-A) è il nome del suo ruolo, che con l’articolo diventa l’ala. L’ala si chiama proprio come l’ala degli uccelli, cioè il braccio degli uccelli (anche loro hanno le ali che gli permettono di volare) e l’ala nel calcio è un centrocampista laterale; come il terzino quindi gioca sulla fascia, sulla destra o sulla sinistra. Anche le ali degli uccelli, non  a caso, stanno una a destra e una a sinistra. Quindi anche di ali nel calcio ce ne sono due: l’ala destra che gioca, agisce a destra e l’ala sinistra che gioca a sinistra. Il loro obiettivo è di correre, di “volare” anzi sulla fascia e rifornire gli attaccanti, rifornirli, cioè dare la palla agli attaccanti mediante dei passaggi. Questi passaggi, alcuni di questi passaggi hanno un nome particolare: si chiamano i “cross“. Le ali fanno i cross in area di rigore. L’ala veste tradizionalmente il numero 7 (l’ala destra) oppure il numero 11 (l’ala sinistra).

Un cross quindi è un passaggio che dalla parte laterale del campo va verso la parte del campo dove stanno gli attaccanti. Il cross è anche detto “traversone”: la palla va in alto e poi scende verso il basso, magari proprio sulla testa dell’attaccante, o se va male su quella del difensore avversario.

Veniamo quindi agli attaccanti. Gli attaccanti sono coloro che attaccano, che offendono, quindi il loro compito è di segnare i gol per la propria squadra, attaccando la porta avversaria. Fare gol è il compito dell’attaccante, ma ovviamente tutti possono segnare, anche il portiere in teoria, anche se capita raramente.

Quando si parla di attaccante solitamente si parla del centravanti, che è l’attaccante centrale, cioè è il giocatore che sta più in avanti. E’, si dice, il terminale offensivo della formazione. Così come il portiere è il terminale difensivo della formazione.

Il centravanti gioca nei pressi dell’area e della porta avversarie, con l’obiettivo di spingere in rete il pallone. Quali devono essere le caratteristiche del centravanti? Deve essenzialmente fare gol, e per fare questo deve avere la capacità nella conclusione a rete. La conclusione a rete è semplicemente il “tiro”. Il centravanti deve fondamentalmente essere in grado di tirare bene, quindi deve avere precisione, velocità e forza. Deve sicuramente possedere una certa prestanza fisica, ma anche una abilità nel gioco aereo. Deve quindi essere in grado di “segnare al volo”, anticipando i difensori avversari. Il gioco aereo significa colpire la palla mentre si salta, ad esempio colpirla di testa, cioè con la testa, o comunque deve essere capace di saper colpire la palla al volo. Il centravanti veste, da tradizione, la maglia numero 9.

Poi ovviamente c’è l’allenatore, che è il vero regista della squadra. L’allenatore è quindi colui che allena la squadra, che decide chi mettere in campo, decide cioè chi schierare in campo. Mettere in campo e schierare in campo significano la stessa identica cosa: significa decidere quali giocatori devono far parte della formazione titolare, cioè quali sono gli 11 giocatori che entrano in campo al primo minuto: questa è la formazione titolare, che è decisa dall’allenatore solitamente, anche se spesso anche il presidente della squadra ha voce in capitolo su questo, ma forse dovrebbe decidere solamente l’allenatore chi scende in campo. Poi ovviamente ci sono anche le riserve. Chi sono le riserve? Le riserve sono i giocatori che non fanno parte della formazione titolare e che quindi non scendono in campo dal primo minuto, ma che possono entrare nei minuti successivi. E’ l’allenatore che decide se e quando deve entrare in campo una riserva, cioè uno dei giocatori che fanno parte delle riserve e che decide al posto di chi deve entrare. Quale giocatore deve essere sostituito? La sostituzione di un giocatore quindi è il cambio di un giocatore, e tale cambio potrebbe anche modificare radicalmente le sorti di una partita, cioè il destino della partita-

Molto importanti, inoltre sono anche i tifosi, cioè i supporters di una squadra, cioè le persone  che seguono la squadra sia quando gioca in casa sia quando gioca in trasferta.

Giocare in casa significa giocare nella propria città, mentre giocare in trasferta significa giocare nel campo della squadra avversaria. Ad esempio se c’è la partita Juventus-Roma, la Juventus è la squadra che gioca in casa, cioè nello stadio di Torino e la Roma è la squadra che gioca in trasferta.

Solitamente la squadra che gioca in casa, a parità delle altre condizioni, è quella che ha più probabilità di vincere proprio perché ha l’aiuto dei tifosi, l’aiuto del tifo del pubblico amico. Quando si vuole esprimere questo concetto e cioè che anche i tifosi sono importanti si dice che il tifo è il dodicesimo uomo in campo. Infatti in campo si va in undici in realtà e così il tifo rappresenta il dodicesimo uomo in campo.

Il linguaggio del calcio non finisce qui comunque, perché ad esempio potremmo parlare di altre cose come del regolamento. I giocatori hanno delle regole da rispettare quando sono in campo, e se non le rispettano la terna arbitrale prende dei provvedimenti. La terna arbitrale è costituita dall’arbitro, detto anche il direttore della partita, e dai due giudici laterali, cioè dai guardalinee, i due arbitri che giocano vicino alle linee del campo per vedere da vicino il gioco quando si svolge lontano dagli occhi dell’arbitro della partita. Poi c’è anche il cosiddetto “quarto uomo” che è un altro giudice, un altro arbitro che si trova solitamente vicino alle due panchine dove si trovano gli allenatori e le riserve delle due squadre. Le panchine sono delle panche, cioè dei posti in cui sedersi, in cui le riserve e l’allenatore si siedono a vedere la partita e solitamente sono delle panchine coperte per gli eventi atmosferici. Ultimamente poi le panchine sono anche seminterrate, cioè sono  leggermente sottoterra, quindi ci sono degli scalini che bisogna scendere per accedere alle panchine. Vale la pena infine di ricordare cosa sia il calcio di rigore, vale a dire la massima punizione che un arbitro può fischiare a favore di una squadra.

Una punizione in generale viene fischiata dall’arbitro quando un calciatore commette un fallo nei confronti di un giocatore avversario, ed in questo caso un calciatore viene incaricato di calciare la punizione, cioè di toccare la palla, mettendo cioè la palla a terra ed aspettando il fischio dell’arbitro prima di calciare la punizione. La cosiddetta “punizione” è quindi un “calcio di punizione”: la palla viene calciata, cioè viene colpita da un giocatore perché chi ha commesso l’infrazione deve essere punito. A questo serve un calcio di punizione. E il calcio di rigore è esattamente come una punizione, ma il calcio di rigore viene calciato da un punto preciso che si trova all’interno del’are di rigore: il “dischetto”.

Quando l’arbitro fischia un calcio di rigore cosa fa? Indica con la mano il dischetto del calcio di rigore, quindi quando si dice che l’arbitro indica il fischietto vuol dire che l’arbitro fischia il calcio di rigore e quindi l’arbitro decreta un calcio di rigore; l’arbitro decreta, cioè decide, la massima punizione, cioè appunto il calcio di rigore.

I calci di rigore sono anche un modo in cui può terminare una partita, specie nelle coppe europee, nella Champions League o anche nella coppa del mondo. Se le squadre dopo i tempi regolamentari sono ancora in parità, ci sono i tempi supplementari, e poi se la parità continua i calci di rigore. In questo caso si parla della cosiddetta “LOTTERIA” dei calci di rigore, e si usa il termine lotteria per indicare che può vincere chiunque, proprio come in una lotteria. E’ quasi come fare testa o croce o lanciare un dado. Non è detto che vinca la squadra con più esperienza, quella che si chiama anche la squadra più “blasonata“, con un blasone maggiore, cioè con una esperienza maggiore.

I calcio è uno sport in cui comunque ogni partita ha una storia a sé. Non a caso si dice che nel calcio “la palla è rotonda” il che significa che può vincere chiunque. Una regola che vale quasi sempre ovviamente.

Bene ragazzi, credo che di termini calcistici ne abbiamo affrontati molti oggi. Potete tranquillamente provare a vedere una partita in TV in lingua italiana se vi sentite sicuri e vedrete quante volte ascolterete questi termini che abbiamo visto oggi.

Mi raccomando però di ascoltare questo podcast più volte per memorizzare meglio tutti i termini. Se vi è piaciuto questo episodio continuate a sostenere Italiano Semplicemente, o con un like, con un commento o persino con una donazione economica, che è un progetto recente di Italiano Semplicemente: potete donare anche solo un euro al mese se volete o usare anche altre monete. Grazie a coloro che sostengono questo progetto.

Se poi volete migliorare il vostro italiano ad un livello professionale non dimenticate che stiamo sviluppando il corso di Italiano Professionale, che sarà completo nella sua versione base nel 2018, ma che già potete prenotare.

Un saluto a tutti. Questo episodio finisce qui: Triplice fischio finale.

 

 

Ci tengo a te

Audio

Descrizione

Vediamo le espressioni usate per esprimere un sentimento di amore o affetto.

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo tutti i modi per dire “ti voglio bene”. Quanti modi ci sono in italiano? Vedremo che la fantasia non manca agli italiani, in questo caso, soprattutto in campo amoroso direi!

Ho provato a sottoporre la questione su Facebook, ed ho avuto un riscontro molto positivo.

ci_tengo_a_te

Tutto è nato da un messaggio che mi è arrivato, su Messenger, dove un amico di Facebook mi chiedeva: cosa significa “ci tengo a te”. Cominciamo quindi a spiegare questa frase. Poi vediamo la fantasia di coloro che hanno risposto alla mia domanda fino a che punto si è spinta.

Una cosa a cui non avevo pensato, in effetti, è che non è facile, non è immediato almeno, comprendere questa brevissima espressione. “Ci tengo a te”.

“Ci tengo a te” è uno dei tanti modi di dire “ti voglio bene”. “Ci tengo a te” è l’abbreviazione di “io ci tengo a te”. Quindi il soggetto, colui che compie l’azione è il sottoscritto, io, cioè chi parla, e chi parla “ci tiene” alla persona che ha di fronte, che sta davanti. “Io ci tengo a te”.

Tenere è il verbo utilizzato: tenere significa trattenere, “to keep” in inglese, o anche “to have”, dipende. Tenere significa avere in mano oppure avere tra le mani; stringere qualcuno o qualcosa con le mani, avere tra le braccia o in altro modo perché non cada, perché non si muova, perché non fugga dalla presa. Questo è tenere.

Ma tenere ha molti altri significati. “Tenere a qualcuno” vuol dire voler bene a questa persona, tanto da, avere difficoltà a lasciarla andare. Se una persona ci tiene ad un’altra persona, vuol dire che la vuole con se, le vuole bene, ci tiene.

La stessa frase “ci tengo”, senza aggiungere altro, ma solo “ci tengo”, significa che per me è importante, senza specificare cosa è importante.

Al lavoro potrei dire: “Mi fai questo lavoro per favore? Ci tengo molto!

E quindi posso anche “tenere a qualcuno”. Attenzione perché l’uso della preposizione semplice “a” è molto importante. Vediamo un esempio di come usare la frase “tenerci a qualcuno”:

Io ci tengo a te!

Tu ci tieni a me!

Lui ci tiene a te!

Noi ci teniamo a te!

Voi ci tenete a lui!

Loro ci tengono a te!

Vedete quindi che è sempre presente, oltre alla preposizione semplice “a”, la parolina “ci”.

“Ci” è un avverbio, si chiama così, ma non ce ne frega niente, poiché quello che interessa è come si usa.

“ci” si usa in moltissime circostanze diverse in realtà, ed in questo caso la sua funzione è quella di rafforzare la frase, dare più forza alla frase, infatti potrei anche togliere l’avverbio “ci” in questo caso: potrei anche dire “io tengo a te”, “tu tieni a me” eccetera. In questo caso il significato non cambia ma è meno forte. Questa forma, senza “ci” si usa maggiormente in ambito formale, al lavoro ad esempio: “se tenessi al tuo lavoro, arriveresti puntuale!”, solo per fare un esempio.

Potete quindi dire “io tengo a te”, o anche “tengo molto a te”, senza “ci”, ma attenzione, perché se togliete il “ci” dovete specificare cosa: non potete dire “io tengo”, perché il “ci” ci deve stare, perché serve a sostituire la cosa di cui state parlando: cioè “te”, la persona alla quale si tiene, ad esempio.

Tengo molto a te” è quindi un bel modo di dire “ti voglio bene”. Si può dire anche ad un amico, quindi è più universale di “ti amo”, che invece si applica solamente all’amore romantico, quello per il proprio partner. È comunque meno usato di “ti voglio bene”, che si usa sempre, con chiunque persona sia importante per te. “Ci tengo” invece si applica anche alle cose: posso tenere al mio lavoro, posso tenere al mio orologio, alla mia automobile eccetera. Voler bene si usa solamente con le persone, quindi amanti, figli, genitori, amici, al limite si può voler bene agli animali domestici, ma non si usa con altre cose: non si usa dire “voglio bene al mio lavoro”, se non in circostanze particolari.

Vediamo altri modi diffusi in Italia per dire: “Ti voglio bene”.

Renato ne suggerisce qualcuno: “Abiti dentro del mio cuore” scrive Renato per primo. In realtà si dovrebbe dire “abiti dentro il mio cuore”. Non credo di averla mai sentita utilizzare caro Renato, ma potrebbe sicuramente far effetto a chi ascolta la frase, senza dubbio.

“Senza te, non sono niente”: questa è la seconda frase di Renato. Si può dire, bravo Renato! E di sicuro non può lasciare indifferente. Tra le frasi proposte in realtà non ci sono frasi normalmente utilizzate, ma di indubbia fantasia: “Sei l’aria che respiro”, “Sei l’ossigeno per me”, “Sei il sangue che corre sulle mie vene”, “Sei la mia allegria di vivere”. Probabilmente la più utilizzata tra quelle proposte da Renato è “Sei la mia fonte di ispirazione”, ma questa frase possono pronunciarla prevalentemente gli artisti e coloro che vivono di ispirazione.

Comunque poi c’è Anna Maria propone “sei il caffè della mia colazione”. Ed Anna Maria ha tenuto a specificare che il caffè è vita per lei.

Nabil propone invece una frase più sobria: “Sei la mia vita, Sei il mio tesoro”. Sicuramente sono entrambe molto utilizzate perché brevi e, diciamo, molto intense.

Lidia invece propone la frase: “IO TI VOGLIO BENE DAVVERO” scritta in caratteri maiuscoli. In effetti la frase “ti voglio bene” è talmente tanto utilizzata che è facile ascoltarla; tutti la possono pronunciare. Quindi dicendo “io ti voglio bene”, ed aggiungendo “davvero!” vuol dire: io non sono come gli altri, io sì che ti voglio bene, io sto dicendo la verità, il mio è un vero sentimento.

Sono stupito che nessuno mi abbia detto la frase “sono pazzo di te”, utilizzatissima come frase in ambito amoroso.

Credo che ci siano anche altre frasi veramente molto utilizzate, vale la pena citare anche delle forme più attenuate, nel senso che ci sono diversi livelli di amore, diverse intensità. Posso amare intensamente o posso anche essere semplicemente interessato ad una persona.

Mi viene in mente la frase “mi interessi!”, o anche “sono interessato a quella ragazza” che manifesta l’intenzione di chi parla nel voler conoscere meglio quella persona, perché attraente, bella, o intelligente.

Se un ragazzo o una ragazza vi dice “mi interessi” vuol dire che gli piaci, o che le piaci: anche se non ti conosce molto bene questa persona è interessata a te. Non è ovviamente ancora amore.

Mi piaci” è generale, si usa spessissimo, ed è un po’ di più di “mi interessi”. Se piaci ad una persona generalmente questa persona ti conosce.

Si usa spesso dire “mi piaci un sacco”, più diffuso di “mi piaci molto”, perché il “mi piace molto” è più adatto agli oggetti, o anche alle vacanze (Roma mi piace molto, l’Italia mi piace molto) ma in realtà si usano entrambi i modi verso una persona: diciamo che “un sacco” è più giovanile.

Comunque anche il “mi piaci” non è vero amore, solamente un po’ di più di un semplice interesse.

Ancora più intenso di “mi piaci” è “ti adoro”. Però per poter dire “ti adoro” ad una persona dovete conoscere molto bene questa persona, non potete certo dirlo ad una persona sconosciuta o che avete conosciuto da poco tempo: dovete conoscerla bene, a fondo, e dovete aver avuto modo di apprezzarne le qualità.

Ti adoro, tra l’altro si dice in occasioni particolari, quando questa qualità che voi apprezzate viene fuori, quando questa qualità emerge con chiarezza e per l’ennesima volta.

Se il vostro fidanzato vi porta sempre i fiori, sapendo che a te piace molto, dopo tre o quattro volte potete dirgli: “ti adoro”, che vuol dire “amo questo tuo atteggiamento”, “amo questa tua attenzione verso di me”, “mi piace questo tuo modo di fare”.

Delle frasi simili a “ti adoro” sono: “mi fai impazzire!”, oppure “mi fai morire!” o anche “sei speciale”, “sei meravigliosa!”

Poi c’è tutto un insieme di frasi che più che amore esprimono attaccamento. La frase più semplice di questo tipo è “mi manchi” (I miss you), ma se volete esagerare, ma state attenti perché rischiate di attaccarvi troppo e di far anche impaurire la persona a cui vi rivolgete, potete dire ad esempio “non riesco a fare a meno di te!”, che non è esattamente come “mi manchi”, più romantica come frase. A chi ama l’amore esclusivo e molto passionale farà sicuramente piacere, ma in generale chi non riesce a fare a meno di un’altra persona ha un attaccamento che ha a che fare con l’egoismo più che con l’amore. Chi ama veramente non dovrebbe dipendere: “l’amore non è dipendenza ma libertà”, dicono gli psicologi.

Meglio che la finiamo qui per oggi. Grazie a tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Un saluto da Giovanni.


>> Tutte le frasi idiomatiche

Lasciare a desiderare

Audio

Bassa velocità

Normale velocità

Trascrizione

lasciare a desiderare_immagineBuongiorno amici. Oggi vi spiegherò una espressione italiana relativamente facile, ma ovviamente sarete voi a giudicare.
L’espressione è “lasciare a desiderare“.
Non so quanti di voi conoscano già questa espressione, che appartiene al linguaggio di tutti i giorni, usata in ogni regione italiana indistintamente, ma anche se ne conoscete il significato vi consiglio ugualmente di ascoltare la spiegazione. Ascoltare non fa mai male. Oggi poi proviamo a registrare il podcast in due velocità, facciamo questo esperimento in modo che anche coloro che hanno un livello più basso di comprensione possano esercitarsi ad ascoltare.
Lasciare a desiderare dunque è l’espressione di oggi, diffusissima in tutta Italia, utilizzata in ogni contesto, in ogni momento, in ogni circostanza diversa, dallo sport alla moda, dallo studio allo stadio. Se proprio dobbiamo fare delle differenze, vi devo dire che ad utilizzarla sono maggiormente le persone un po’ più colte.
In ogni modo ci sono tanti modi per esprimere li stesso concetto ed oggi cercheremo di vederne qualcuno.
Lasciare è un verbo, lo sapete, ed è il verbo, che se utilizzato in senso proprio significa mollare: Se voi tenete in mano un oggetto e lo stringete con la mano, se poi lo lasciate, lo lasciate andare, lo mollare, vuol dire che non lo tenete più. Lo avete lasciato.
Il verbo lasciare è usato in molti modi diversi però in italiano. Si può lasciare un oggetto, ma di può lasciare anche un fidanzato, o una fidanzata: chi di noi non è stato lasciato almeno una volta nella vita? Se quindi venite lasciati dal vostro fidanzato, da quel momento non state più insieme. Siete stati lasciati. Da quel momento non siete più fidanzati.
Un altro modo ancora di usare il verbo lasciare è farlo seguire dalla preposizione semplice “a”.
Posso dire ad esempio “lasciare a te“, lasciare a te la decisione, ad esempio, lasciare a te il comando,
lasciare a ” è analogo a “lasciare per“. Quindi vuol dire dare a qualcun altro.
Se ad esempio io lascio a te la decisione, posso anche dire che lascio che sia tu a prendere la decisione. Se tu lasci che io comandi, posso anche dire che tu lasci a me il comando. Un altro esempio: Se io lascio a te l’onore di salire sulla mia auto, posso anche dire che lascio che tu abbia l’onore di salire sulla mia automobile.

C’è però anche un altro significato del verbo lasciare. Se ad esempio sono in macchina e siamo in due persone, posso fermarmi e far scendere questa persona. La lascio scendere, cioè le permetto di scendere, lascio scendere questa persona e quindi lasciare scendere significa fare in modo che questa persona scenda dell’automobile, fare in modo che questa persona lasci l’automobile e scenda, lasciare che questa persona scenda dall’auto. Lasciare =permettere.
Ed allora arriviamo all’espressione di oggi lasciare a desiderare. Il senso proprio dell’espressione lasciare a desiderare è che se ad esempio ti lascio a desiderare, vuol dire che io lascio che tu desideri, io ti permetto di desiderare.
Questo è il senso proprio di lasciare a desiderare.
C’è però un significato secondario, figurato ovviamente che vi dico subito.
Se una cosa lascia a desiderare significa che non è molto bella, o molto buona, o che non è molto adatta al suo scopo. Questo non significa che va malissimo, non è un giudizio molto negativo.
Se ad esempio il mio vestito lascia a desiderare vuol dire che non è un bel vestito.
Se ci pensate bene, rende bene l’idea, infatti se il mio vestito lascia a desiderare è come se non facesse felice chi lo indossa o chi lo guarda, e quindi gli fa desiderare di avere un vestito diverso, più bello. Il mio vestito lascia, chi lo guarda, a desiderare un vestito più adatto, lo lascia a desiderare un vestito più bello.
Evidentemente non è un bel vestito. L’espressione è adatta a qualsiasi cosa,ai vestiti come anche ad altri oggetti ed anche alle persone. E non solo.
Se ho un esame universitario e un mio amico mi chiede: come è andato l’esame?
Potrei rispondere:

La prima parte dell’esame è a data bene, è ok, poi però ho un po’ lasciato a desiderare.

Quindi io ho lasciato a desiderare, al passato dunque. Solitamente comunque si usa dire: “un po’ a desiderare” , oppure “molto a desiderare”.
Difficilmente ascolterete semplicemente che una cosa lascia a desiderare. Solitamente si dice: il mio esame ha lasciato molto a desiderare, la mia prestazione ha lasciato un po’ a desiderare, la tua idea lascia un po’ a desiderare. Si dice anche abbastanza o leggermente a desiderare.
Dicevo prima che l’espressione è utilizzata più da persone colte ed istruite ed in effetti è un modo abbastanza delicato di dire che una cosa non piace e che non è molto buona o positiva.
Per esprimere lo stesso sentimento, la stessa sensazione di disapprovazione, di giudizio negativo ci sono molti modi, a secondo della situazione in cui vi trovate o del grado negativo del vostro giudizio.
Non mi piace“, o “non mi piace per niente“, sono espressioni più universali. “Fa schifo” invece, rappresenta il modo meno gentile per esprimere un giudizio negativo. “Questo gelato fa schifo” , ad esempio, è molto forte ed anche offensivo se lo dite a chi vi ha dato il gelato. Invece “questo gelato lascia un po’ a desiderare” è più gentile e molto meno offensivo.
In termini più tecnici, più adatti al lavoro di ufficio, se vogliamo, possiamo dire: “Essere insoddisfacente“, o anche “non corrispondere alle aspettative
Il tuo lavoro lascia molto a desiderare quindi equivale a il tuo lavoro è insoddisfacente, cioè non soddisfa le mie aspettative, quindi io mi aspettavo di più da te, dal tuo lavoro, quindi il tuo lavoro non corrisponde alle mie aspettative. Se volete la frase: “Non sono soddisfatto del tuo lavoro” è il modo più semplice per dire la stessa cosa.
Ma se volete essere più eleganti potete dire “il tuo lavoro lascia molto a desiderare”.
Questa espressione di conseguenza è adatta ad un contesto lavorativo quindi è una delle tante espressioni che utilizzeremo anche nel corso di italiano professionale.
Voglio dirvi ad esempio che, personalmente sono molte le cose in cui lascio molto a desiderare.
Lascio a desiderare nel gioco del tennis, ad esempio, poiché non sono molto bravo a giocare e lascio a desiderare in molti altri sport. A scuola lasciavo abbastanza a desiderare in storia. Ognuno di noi lascia a desiderare in molte cose ed in altre invece dà il meglio di sé.
Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione, prima al presente poi al passato.

Io lascio a desiderare
………
Tu lasci a desiderare
………
Lui lascia a desiderare
………
Noi lasciamo a desiderare
………
Voi lasciate a desiderare
………
Essi lasciano a desiderare
………

Vediamo al passato:

Io ho lasciato molto a desiderare
………
Tu hai lasciato un po’ a desiderare
………
Lui ha lasciato molto a desiderare
………
Noi abbiamo lasciato un po’ a desiderare
………
Voi avete lasciato molto a desiderare
………
Essi hanno lasciato abbastanza a desiderare
………

Ascoltate se volete altre volte questo episodio se volete memorizzare questa espressione ed il corretto modo di utilizzarla.
Un saluto a tutti i fedeli ascoltatori di Italianosemplicemente.com.