Allora

Allora (scarica audio )

Avete mai pensato a tutti i diversi utilizzi del termine “allora”?

No? Allora li vediamo oggi in questo episodio. È una delle parole più usate della lingua italiana.

In tal caso

Il primo modo l’ho appena usato. Significa “in tal caso“, “in questo caso“. Naturalmente è un modo colloquiale per esprimere lo stesso concetto. In questo modo possiamo usarlo anche quando si propone un’alternativa o quando cambiamo idea o programma:

Domani piove? Allora non potremo andare al mare.

Non mi ami più? Allora addio!

Intercalare

Un secondo modo è quando allora viene usato come intercalare, e non ha un senso preciso. A volte dobbiamo iniziare a raccontare qualcosa di complesso, un discorso articolato, che ha bisogno di essere pensato e organizzato. Si usa anche se vogliamo guadagnare tempo, tipo “vediamo un po’… “, “ascoltate“, “stavo pensando che…”. Spesso preannuncia anche all’ascoltatore che bisogna prestare attenzione perché non è un discorso facile. Sempre colloquiale comunque. È simile a “dunque” in molti casi. Altre volte è come “, quindi“, “perciò” e simili.

Es: Allora (dunque), quello che sto per dirvi è molto complicato. Allora (quindi) è bene ascoltare con attenzione

Poi, a quel punto

Altre volte somiglia più a “poi”, “successivamente”, o “a quel punto”, o anche “al che“. In pratica serve ad anticipare qualcosa che viene dopo.

Lei mi ha detto che mi amava e allora io le risposto che l’amavo anch’io.

Ricapitolare

Altre volte serve a ricapitolare, o a riprendere un discorso interrotto.

Allora, i punti salienti sono i seguenti…

Allora, dove eravamo rimasti?

Allora, riprendiamo il discorso di prima.

Curiosità

Si usa spessissimo con gli amici in diversi modi.

Per fare domande che esprimono curiosità:

Allora? Che mi racconti di bello?

Allora? Com’è andato l’esame di italiano?

Lamentarsi

Possiamo usare allora anche per lamentarci. Se una persona ti guarda, ti fissa intensamente, questo può farti innervosire e tu puoi chiedere a questa persona:

Allora? Che hai da guardare?

Se aspetti il tuo amico che non arriva puoi chiamarlo e dirgli:

Allora? Ti vuoi sbrigare?

Concludere

Si usa anche alla fine di qualcosa, un incontro, una spiegazione ecc. spesso sempre nelle domande:

Allora? Avete domande?

Allora che ne pensi della mia fidanzata?

A volte esprime stanchezza, sempre in un momento finale:

Allora che facciamo? Ce ne andiamo?

Altre volte si usa solo per avere una conferma. Siamo sempre alla fine di qualcosa.

Allora ci vediamo domani?

Il tempo

Un altro uso di allora, completamente diverso, è relativo al suo significato di “a quel tempo“, “in quel periodo“, “in quegli anni” quando parliamo di molto tempo fa.

Ricordo di quando era viva mia nonna. Allora non c’erano i telefonini.

Quindi: a quel tempo, in quegli anni, non c’erano i telefonini.

Un uso, simile al precedente, è al posto di “di quel tempo“, “di quel periodo”, “di quegli anni”.

Si usa così quando parliamo di una persona che, in un periodo passato che conosciamo, occupava una certa carica:

Era il 1982 e l’Italia vinse i mondiali di calcio. L’allora presidente della repubblica era Sandro Pertini. E l’allora allenatore dell’Italia era Enzo Bearzot.

Quindi in questo caso significa: il presidente di quel tempo, il presidente di quel momento. Si deve sempre apostrofare allora in questo modo: “l’allora” e poi far seguire la carica, il titolo ricoperto: l’allora direttore, l’allora presidente eccetera.

Posso comunque anche invertire:

Il presidente di allora (o d’allora) era Giovanni = l’allora presidente era Giovanni = Allora il presidente era Giovanni

Il Direttore di allora era Paolo = l’allora direttore era Paolo = Allora il direttore era Paolo.

Quando “allora” si riferisce al tempo, si utilizza anche in altri modi:

Da allora:

Anche nel 2006 l’Italia vince il mondiale di calcio, ma da allora non abbiamo più vinto.

Fino ad allora:

domani andremo a pranzo fuori, ma fino ad allora non potremo uscire di casa.

Vedete che in questo caso allora non indica un momento passato, bensì futuro. “Fino ad allora” significa quindi “fino a quel momento”,”fino a quel giorno”.

Per allora:

Nel 1988 ho acquistato il mio primo telefonino. Per allora sembrava modernissimo, ma adesso…

Quindi “per allora” sta per “per quel periodo”, “considerato il periodo”, in confronto ad oggi. Si parla del passato. Per, volendo, possiamo anche toglierlo.

Volendo si può usare anche indicando un momento futuro:

Sembra che dopodomani pioverà, ma per allora dovremmo aver terminato i lavori nel nostro giardino.

Quindi avete capito che quando parlo di allora riferito ad un tempo passato o futuro, sappiamo di quale momento stiamo parlando. Lo dobbiamo specificare sempre in un momento precedente.

All’ora o allora

Un ultimo avvertimento: Attenzione a non confondere allora, un’unica parola, con all’ora, due parole con in mezzo l’apostrofo. Stessa pronuncia ma significato diverso.

In tal caso si parla di velocità: vado a 100 km all’ora.

In realtà all’ora con l’apostrofo può anche avere il significato di indicare un momento preciso, una precisa ora. All’ora in questo caso è la forma apostrofata di “alla ora”.

Ci vediamo domani alla stessa ora di oggi.

Che può diventare:

Ci vediamo domani all’ora di oggi

Esercizio di ripetizione

Bene, allora che ne dite se facciamo un esercizio di ripetizione?

Allora? Ti vuoi sbrigare?

Allora mi racconti com’è andata?

Allora che ve ne pare della mia nuova auto?

Allora, ascoltatemi bene…

Da piccolo giocavo con i soldatini. Allora ero veramente senza pensieri.

Si dice che nel 2100 riusciremo ad andare su Marte. Peccato che allora non ci sarò più.

Allora vuoi andare più piano? Stai andando a 200 all’ora!

Allora ragazzi, l’episodio finisce qui.

Allora allora

Ah no! Mi stavo quasi per dimenticare che possiamo anche raddoppiare allora:

Se lo facciamo, si indica un momento preciso che conosciamo nel passato e solo nel passato. Molto colloquiale.

Es:

quando sono entrati i ladri in casa, io ero uscito allora allora.

Significa “pochissimo tempo prima”, “proprio qualche attimo prima”.

È analogo a “lì lì“, “lì per lì” e “adesso adesso” ma di questo ce ne occupiamo in altri episodi.

Adesso è l’ora dei saluti.

Voi adesso potreste rispondere: Alla buon’ora!

Anche quest’ultima espressione la vediamo prossimamente.

Un saluto da Giovanni.

Dunque, Ordunque, Comunque, Ovunque, Quantunque, Quandunque o chiunque?

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Video con sottotitoli 

Trascrizione

Giovanni: Oggi impariamo a distinguere tra loro alcuni pronomi e congiunzioni che finiscono con –unque.

Sto parlando di:

Dunque

Ovunque/Dovunque

Chiunque

Qualunque

Quantunque

Comunque

Quandunque

Ordunque

Queste sono le uniche parole che hanno un senso che finiscono con –unque.

Allora: l’episodio consiste, oltre alle spiegazioni, in un esercizio in cui voi potete indovinare quale termine usare in ogni frase

Ad esempio:

— tu ti trovi, io ti raggiungerò.

Dovete suggerire il termine da usare.

E’ chiaro che in questo caso si tratti di OVUNQUE, che indica un luogo qualsiasi. Potrei dire anche un luogo QUALUNQUE.

— a che punto eravamo?

Qui devo usare DUNQUE, perché dunque si usa spesso come alternativa a “allora”, “insomma”.

Esempio:

Hai sbagliato, — devi pagare!

Anche qui ci va DUNQUE, che si usa per indicare una conseguenza logica:

Chi paga la cena? Io sono il più ricco, DUNQUE pagherò io.

Oggi piove, DUNQUE prenderò l’ombrello.

Molto simile a QUINDI e PERCIÒ in questi casi.

Esempio:

— tu ti sforzi, non riesci a parlare in Italiano

Il termine da usare è QUANTUNQUE, simile a “per quanto“, “sebbene“. Stiamo parlando di una quantità qualunque si sforzo. Significa quindi “per quanto grande possa essere” il tuo sforzo.

Esempio:

— il virus dovesse uccidere il 99% dell’umanità, ci sarebbero persone disposte a dire che  non esiste.

In questo caso è QUANDUNQUE, non è molto usato a dire il vero, ma ai giornalisti piace molto. Si usa per indicare un’eventualità, una possibilità, solitamente abbastanza remota. Significa “anche qualora accadesse che“, “anche se dovesse verificarsi“. Simile a “ALLORQUANDO“, che indica sempre una possibilità, una eventualità: ugualmente simili sono “allorché“, e “laddove” e “nel momento in cui”. Quest’ultima è la forma più usata. La forma più semplice per le possibilità è naturalmente “se” ma questa è neutra, non si parla specificamente di lontane possibilità.

Esempio:

—- sia il tuo colore della pelle, per me non fa differenza.

Facile: si tratta di QUALUNQUE, che significa “‘quale che sia“, notazione leggermente più formale.

A volte si può sostituire con “ogni“, tipo nella frase: “devo riuscirci a qualunque costo”. Non sempre potete fare questa sostituzione con “ogni” però.

Altro esempio:

— mi conosca, può dire che sono una brava persona

Sto parlando di persone, quindi non può essere qualunque ma deve essere CHIUNQUE.

Potrei però dire: qualunque persona mi conosca può dire che sono una brava persona.

Avete notato che in queste frasi c’è sempre il congiuntivo?

Chiunque tu sia, devi mettere la mascherina

Qualunque cosa accada io sono qui ad aiutarti

Quantunque sia potente questo virus dobbiamo trovare il vaccino.

E’ così con questi termini, ma non qualunque voi decidiate di usare. Non con tutti i termini.

Infatti dunque, ordunque e comunque non pretendono il congiuntivo.

Altro esempio:

A me non piace insegnare la grammatica, – — ogni tanto, faccio degli episodi grammaticali.

Ecco, questo è un esempio con COMUNQUE, che in questo caso non vuole il congiuntivo.

Ma se io dico:

Comunque vada l’esame, avrò un pensiero in meno.

In questo caso devo usare il congiuntivo.

Altro esempio:

Ti troverò – – – – tu vada.

Stiamo parlando di un luogo, quindi bisogna usare DOVUNQUE oppure OVUNQUE.

Altro esempio:

Lo so che arriverà il vaccino per il corona virus ma sono — poco tranquillo.

COMUNQUE è la risposta, perché comunque ha anche il senso di “in ogni caso“, “ugualmente“, “nonostante questo“.

Andiamo avanti:

Mamma, ho fatto l’esame stamattina!

Risposta della mamma: una sola parola col punto interrogativo. Qual è questa parola?

DUNQUE?

Proprio come “allora?”, “ebbene?”, “insomma?”.

Avanti:

Gli italiani hanno iniziato a mettere sempre la mascherina in pubblico, a mantenete le distanze, a frequentare poche persone, in più i ristoranti, i bar e i centri commerciali sono stati chiusi. Per tutti questi motivi – – – i malati di Covid adesso sono molto diminuiti.

DUNQUE è adatto a questo esempio, trattandosi di concludere qualcosa, ma in questo caso è adatto anche ORDUNQUE, un po’ arcaico forse come termine, e suonerebbe molto strano in bocca ad uno straniero. È adatto perché ordunque si può usare quando il concetto di conclusione è ancora più marcato, oppure quando è una conclusione ovvia, una conclusione o una conseguenza alla quale si voleva arrivare o che vale ancora più di prima.

Se voglio dimostrare qualcosa, alla fine, quando ci sono riuscito, posso usare ORDUNQUE, come à dire “ora, finalmente, sono arrivato al dunque, cioè alla conclusione”.

C’è in concetto del tempo: ora, in questo momento.

Si usa anche per sollecitare, per incitare quando è il momento di fare qualcosa:

Ordunque, cosa stiamo aspettando?

In tutti questi casi, COMUNQUE, potete usare tranquillamente DUNQUE.

Andiamo avanti:

Sono due ore che sto camminando, ma – – – io vada avanti, non riesco a capire quando arriverò a destinazione.

Siamo nuovamente a QUANTUNQUE: per quanto io vada avanti….

Quantunque io studi, non capisco nulla di matematica

C’è qualcosa che non basta, qualcosa che non è sufficiente:

Quantunque io mangi, non riesco a ingrassare

A volte può essere sufficiente un “anche se” senza tra l’altro usare il congiuntivo:

Anche se io mangio/mangiassi molto, non riesco/riuscirei a ingrassare

Anche “sebbene” e “nonostante” possono andar bene:

Sebbene io mangi molto, non riesco a ingrassare

Nonostante io mangi molto, non riesco a ingrassare

Ultimi due esempi:

Io sono qui che ti aspetto, — decidessi di sposarmi.

Siamo ancora ad una possibilità remota. Il senso è: qualora tu decidessi di sposarmi, nel caso in cui, nell’eventualità (abbastanza lontana) che tu possa prendere questa decisione. Quindi la risposta è QUANDUNQUE: si parla di un momento, si parla di tempo.

Cos’hanno in comune tutti questi termini di oggi?

Indicano qualcosa di poco definito:

Chiunque: una persona qualsiasi

Qualunque: una cosa qualsiasi

Quandunque: in un momento lontano non identificato nel futuro

Quantunque: qualcosa che non è sufficiente, che non basta. Non importa quanto, ma non basta

Comunque: In qualsiasi modo, in ogni caso, in ogni modo

Ordunque: si sua per concludere come abbiamo visto: ora, finalmente, dopo tanto tempo. Quanto tempo non è importante, ma è abbastanza per concludere.

Adesso, ordunque, è arrivato il momento di concludere questo episodio, dunque è proprio quello che sto per fare. Chiunque abbia voglia di fare degli esempi, può farlo, quantunque io creda fortemente che sia più importante ascoltare e parlare. Comunque io sono qui per aiutarvi e quandunque vogliate unirvi all’associazione Italiano Semplicemente ne saremo tutti felici: io e tutti i membri vi daremo il benvenuto, qualunque sia il vostro livello o dovunque voi vi troviate.

Un saluto da Giovanni.

390 Embè?

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Trascrizione

Trascrizione

Ci sono alcune parole che gli italiani non scrivono mai o quasi e hanno a volte persino problemi a farlo qualora fossero costretti a scriverle.

È il caso di “embè“, un’esclamazione tipica del linguaggio di tutti i giorni che nessuno mai scrive ma che tutti utilizzano.

Ascoltate alcuni esempi:

Che ne pensi del mio nuovo vestito?

Se la persona non risponde si può sollecitare una risposta in questo modo:

Embè?

Non è l’unica cosa che posso dire in questi casi. Lo stesso significato hanno anche:

Be’? Dunque? Allora? Ebbene? Insomma?

Se dico embè spesso è anche per esprimere contrarietà, a volte anche una sfida.

Scusa, ho visto che hai buttato una carta a terra.

Risposta:

embè?

Replica:

Embè non si buttano le cartacce a terra! È incivile!

Dunque la persona che aveva gettato a terra la cartaccia ha sfidato colui o colei che l’aveva rimproverato.

Ma a questa sfida ha ricevuto subito una risposta in cui è stata usata la stessa parola.

Embè non si buttano le cartacce a terra!

La sfida è stata raccolta, è stata accettata.

Spesso si aggiunge “che c’è“:

Embè che c’è?

Ad esempio:

Scusi signore ma la mascherina è obbligatoria, bisogna indossarla.

Risposta:

Embè che c’è? Io non la Indosso invece, va bene?

C’è anche qui una sfida, come a dire: a me non interessa, io me ne infischio, chi se ne importa! In inglese sarebbe “so what?” Oppure “who cares?”.

Anche un professore spesso usa questa espressione, per sollecitare più che per sfidare.

Uno di voi alla lavagna!

Dopo qualche secondo in cui non accade nulla…

Embè? Avete paura della lavagna?

Questo è più un sollecito.

Se invece qualcuno ti fissa con lo sguardo senza dire nulla puoi tranquillamente dire:

Embè? Che hai da guardare?

Questa è indubbiamente una sfida.

Si può usare anche per minimizzare, o per sdrammatizzare una situazione.

Hai sbagliato tutto in questo compito di grammatica !!

Risposta: embè? Tanto io in Italia non ci andrò mai!

Scusami, mio figlio ti ha rotto il vetro della macchina con il pallone!

Embè? Tanto non vale niente quella macchina!

Come a dire: non è importante, non fa niente, che sarà mai!

È giunto il momento del ripasso.

Qualche membro dell’associazione provi ad usare qualche espressione che abbiamo già spiegato.

Komi: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto alla buona volontà degli altri membri.

Rafaela: con me caschi male, oggi ho pochissimo tempo a disposizione.

Rauno: per quello basta ritagliarsi 5 minuti, dai ragazzi aiutiamo Giovanni! Siete tutti sfaticati oggi!

Emma: raccolgo la provocazione e vi dico che non me la sento di sfuggire ai miei impegni.

Ulrike: embè?

Emma: eh, ci stavo pensando, un attimo, non ti adirare.

Hartmut: dai che siamo a ridosso dei 5 minuti!

Khaled : va bene allora vi saluto a tutti. Vado a sorbirmi un caffè.

Lia: ciao anche da parte mia. Non la facciamo troppo lunga dai.

Khaled: di nuovo!

Esprimere le conseguenze: causa ed effetto

Audio

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Video

Trascrizione

Buongiorno e benvenuti a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, oggi vediamo un argomento molto interessante: come esprimere le conseguenze.

Cosa significa esprimere le conseguenze? Vi chiederete voi.

Quello che voglio dire è che ogni volta che si fa una affermazione che porta a delle conseguenze, dobbiamo trovare il modo più appropriato per dirlo.

Ad esempio:

Io sono un essere umano, perciò ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

conseguenze_immagine

“Io sono un essere umano” è la prima parte della frase, “ho bisogno di mangiare e bere per vivere” è la seconda parte della frase.

La parola perciò, che tecnicamente è una congiunzione, serve appunto a congiungere, cioè ad unire, le due parti della frase.

In mezzo quindi c’è la congiunzione “perciò“. A cosa serve “perciò”? Serve a congiungere le due parti, serve a congiungere la causa con l’effetto.

La causa è la prima parte: “io sono un essere umano” e l’effetto, cioè la conseguenza della causa è espresso nella seconda parte “ho bisogno di mangiare e bere per vivere”.

Questo è solo un esempio di quello che si chiamano anche “connettivi conclusivi“.

I “connettivi conclusivi” sono delle parole che introducono la conclusione di un discorso o la conferma di una tesi appena presentata.

Ci sono comunque anche altri tipologie di connettivi, che affronteremo in altri episodi.

Dunque quali sono questi connettivi conclusivi?

Abbiamo già visto “perciò” che si ottiene dalle due parole “per” e “ciò” cioè “”, “per questo motivo”.

Dire perciò equivale a dire “per questo motivo“. Molto semplice da comprendere.

In questo modo infatti esprimiamo le conseguenze di quello che abbiamo appena detto:

io sono un essere umano, perciò (per questo motivo) ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

Ma non esiste solamente questa parola. Posso anche utilizzare “quindi”.

Sono arrivato molto presto in ufficio, quindi ho preso un caffè.

Attenzione però perché “quindi” è anche avverbio. Tra le altre cose posso usare “quindi” anche al posto di “cioè”, con l’obiettivo di spiegare meglio qualcosa, non come conseguenza ma per meglio chiarire un concetto.

In questo caso parliamo di “quindi” inteso come “perciò”. Sono entrambi modi utilizzatissimi per esprimere delle conseguenze, e sicuramente “perciò” è più adatto rispetto a “quindi”.

Visto che stiamo parlando di conseguenze, posso usare anche le due parole “di conseguenza“, meno informale ma sicuramente ugualmente molto usato da tutti in ogni circostanza:

Oggi vado a Roma, di conseguenza non sono a casa

Quando usiamo “di conseguenza” vogliamo ancora di più esprimere un risultato. Lo diciamo pertanto quando vogliamo essere sicuri che chi ascolta riceva il messaggio: lo usiamo per essere più convincenti.

Un altro modo è dire semplicemente “in conclusione” o anche “concludendo“, ad esempio:

Dopo aver fatto una riunione di lavoro potete dire: concludendo, il prossimo appuntamento è domani alla stessa ora.

Avete sicuramente notato che non è proprio come dire “perciò” o “quindi”. Concludendo (e anche “in conclusione”) è più conclusivo, serve più a fare una conclusione generale, non per esprimere una semplice conseguenza.

Se dico: piove, quindi prendo l’ombrello, non posso dire: piove, concludendo, prendo l’ombrello.

Posso però dire:

Sta piovendo, c’è molto vento e stamattina devo fare parecchi giri. In conclusione è meglio che esca con l’ombrello.

Devo dire però che la formula “in conclusione” o concludendo è più usata in occasioni formali, tipo riunioni, conferenze, meeting.

Vediamo adesso il verbo “considerare”. Considerare significa prendere atto di qualcosa, tenere in considerazione qualcosa, e questo qualcosa è la causa. Poi ovviamente devo dire anche l’effetto.

Ad esempio:

Considerando che ho molta fame, vado a mangiare.

La parola “Considerando” va inserito preferibilmente all’inizio della frase e non al centro, come “perciò” e “quindi”.

Potrei dire:

Ho molta fame, perciò vado a mangiare.

Ho molta fame quindi vado a mangiare.

Non potete mettere considerando al centro, tra la causa e l’effetto. Anzi, lo potete fare ma cambiando un po’ la frase.

Però attenzione:

Ho molta fame, e considerando questo, vado a mangiare.

Ho dovuto un po’ cambiare la frase per poterlo inserire al centro.

Posso anche dire:

Vado a mangiare considerato che ho molta fame.

In questo caso ho messo la causa alla fine e l’effetto all’inizio.

Anche la parola “Siccome” è interessante. Siccome è sempre usato come congiunzione, ed è equivalente a “considerando che”. Siccome non ha bisogno di altre parole per poter introdurre una causa.

Siccome ho molta fame, vado a mangiare

Siccome sono stanco, vado a riposare.

Siccome l’italiano è molto diverso dall’arabo, per me non è facile imparare la lingua araba.

La congiunzione siccome deve per forza essere messa all’inizio della frase. Non la posso mettere al centro o alla fine. Non c’è niente da fare in questo caso. Siccome precede la causa, ed alla fine va messo l’effetto.

Siccome è molto usato, ma è più colloquiale di altre congiunzioni equivalenti, come “poiché” e “giacché”.

Poiché sono stanco, vado a riposare.

Giacché ho molta fame, vado a mangiare.

“Poiché” è molto simile a “siccome” ed a “Giacché”. Tutte e tre le congiunzioni si usano allo stesso modo: congiunzione, causa, effetto.

Sono parole che servono a mettere in rilievo più una conseguenza che una causa.

Poiché mi hai stancato, me ne vado!

La cosa che voglio sottolineare è che me ne sto andando. Lo stesso avviene con “giacché”, che è una sola parola ma spesso si vede usare staccando le due parole:

Già che sei in piedi, passami un bicchiere. Ma nessuno mi impedisce di unire le parole, ed anche all’udito la parola è unita.

Comunque tranquilli perché è la stessa cosa. Giacché = già che.

Notate poi che “poiché”, che serve a sottolineare la conseguenza, cioè l’effetto, riesce a sottolineare l’effetto in quanto l’effetto viene alla fine: poiché ho fame, vado a mangiare.

Quando voglio sottolineare la causa invece, allora poiché non è adatto. In questo caso devo dire la causa alla fine della frase, allora meglio usare “perché” al suo posto.

Vado a mangiare perché ho fame. Poiché ho fame, vado a mangiare.

Vado a casa perché ho sonno. Poiché ho sonno, vado a casa,

Ti do un bacio perché ne ho voglia. Poiché ne ho voglia, ti do un bacio.

Quindi poiché va messo all’inizio della frase, analogamente a giacché, poi la causa, infine l’effetto.

Invece perché si inserisce al centro, tra l’effetto e la causa.

Capisco bene che pensare a queste regole può far venire il mal di testa.

Ho una buona notizia per voi: potete dimenticare tutto se non dovete fare un esame di grammatica.

Se il vostro obiettivo è imparare a comunicare meglio ascoltare degli esempi e provare a costruirne di altri, senza pensare alla regole.

Una osservazione interessante:

Posso evitare di congiungere le due parti della frase? Posso evitare di inserire un connettivo conclusivo? Posso evitare di congiungere la causa con l’effetto?

Posso farlo utilizzando, all’inizio della frase, la forma al gerundio del verbo.

Vediamo un esempio e capirete immediatamente:

Vediamo la frase:

Ho fame quindi mangio un panino.

Come posso fare per non dire la parola “quindi”?

Posso usare, al posto di “ho fame”, “avendo fame”.

Avendo fame, mangio un panino.

Questo è un piccolo trucco sempre valido.

Avendo voglia di baciarti, ti do un bacio.

La frase è del tutto equivalente a:

Siccome ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Considerato che ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Poiché ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

– Ti do un bacio perché ho voglia di baciarti;

– Ho voglia di baciarti, perciò ti do un bacio

Queste frasi sono tutte equivalenti, quello che cambia è la cosa che voglio sottolineare e il contesto di riferimento.

Non finisce qui però. Due modi interessante e curiosi per esprimere una conseguenza sono: “indi per cui” e “ragion per cui

Vediamo prima “Indi per cui”. La parola “Indi” è simile a quindi. Nel parlato può capitare di ascoltare questo “pleonasmo”, dove pleonasmo è una parola che indica qualcosa di non necessario.

Qual è la parola non necessaria? Il pleonasmo è “indi” e un professore di italiano direbbe che non si deve usare “indi per cui” ma bisognerebbe dire semplicemente “per cui”.

Ho voglia di baciarti, per cui ti do un bacio. “Indi per cui” può capitare di ascoltarlo in frasi ironiche più che altro, e comunque meglio non scriverlo.

“Ragion per cui” è assolutamente analogo a “per cui” e anche “ragion per cui” si usa in contesti ironici come “indi per cui”. Probabilmente i professori di italiano sono disposti a tollerare “ragion per cui” anche se a dire il vero anche “ragion” è qualcosa di cui possiamo fare a meno. Anche “ragion” è un pleonasmo.

Il fatto è che spesso si usa dividere le due parti, la causa con l’effetto, facendo una pausa, e questo è il motivo di usare “ragion per cui” o “indi per cui” o anche “per cui”. Lo faccio per evidenziare quello che viene dopo, cioè la conseguenza.

Potrei dire semplicemente:

Ho fame è la ragione per cui io vado a mangiare.

In questo caso non ci sono pause, e la parola “ragione” ha persino l’articolo: “la ragione”. Ma in questo caso sto evidenziando la causa: la fame è la ragione!

Se invece qualcuno mi chiede: dove stai andando?

Ho fame, ragion per cui vado a mangiare. (ragion va senza articolo, ragione invece va con l’articolo: la ragione).

In questo modo evidenzio di più la conseguenza ma sto anche usando un tono forte, quasi sgarbato, quasi scortese. C’è una sottile ironia che emerge, ma dipende anche dal tono che viene usato.

Se non volete passare per maleducati meglio dire: vado a mangiare, ho fame.

In questo modo evitate proprio di unire la causa con l’effetto. In fondo non c’è bisogno nel linguaggio parlato.

Ci sono vari modalità per sottolineare una parte della frase. Il tono è una di queste e ciò che dite alla fine solitamente è la cosa da sottolineare, poi se usate più parole insieme anziché una sola, come “ragion per cui”, “indi per cui”, “e questo è il motivo per cui”, “considerando che”, anche questo è un modo per sottolineare qualcosa.

Visto che parliamo di sottolineare, vediamo due parole che servono a sottolineare, anche se usate da sole, la conclusione: le parole sono “sicché” e “pertanto”. Sono due congiunzioni che si usano quando dobbiamo concludere.

Posso usare “sicché” e “pertanto” al centro, fra la causa e l’effetto, proprio come perciò, quindi e giacché.

Ma Sicché si usa prevalentemente all’inizio e alla forma orale.

Sicché, cosa hai deciso?

Sicché sta all’inizio della frase quindi. Si vuole evidenziare una conclusione, un effetto:

Sicché, come è andata a finire? L’uso di sicché lascia pensare ad una causa oppure ad una serie di eventi che sono accaduti nel passato che però hanno meno importanza. È più importante l’effetto che la causa.

È un po’ come dire: allora? Com’è andata poi?

La conclusione è ciò che interessa.

Sicché, verrai o no?

Sto facendo una domanda, a me interessa se verrai, non quello che c’è stato prima. La domanda infatti lascia pensare che qualcosa sia successo. Se si fa la domanda con “sicché” però interessa sapere solo la conseguenza.

A volte però si usa “sicché” non per evidenziare una conseguenza, ma per chiedere una conferma.

Conosco già un fatto accaduto, ma voglio chiedere se veramente è successo, una conferma appunto.

Esempio:

Sicché poi alla fine hai deciso di non venire in vacanza con noi? Come mai?

Sicché ti sei lasciato con Maria?

È come dire: è vero che ti sei lasciato con Maria? Mi dai conferma?

Passiamo a “Pertanto” che è simile a “sicché”, ma pertanto si usa molto di più al centro. È molto più simile a perciò e quindi.

È una forma più gentile di “per cui”. Del tutto equivalente ma un po’ più neutra e più adatta alla forma scritta.

Troverete articoli giornalistici che dicono:

Amazon è un operatore postale, pertanto deve rispettare la normativa

Mio figlio non è maggiorenne, pertanto non può aprire un account su facebook.

Io invece sono maggiorenne, pertanto posso farlo.

Trump è un uomo ricco, pertanto può acquistare una macchina costosa.

Le ultime due parole sono “cosicché” e “dunque”.

Cominciamo da dunque. Dunque è una congiunzione molto adatta per fare una conclusione, quindi sottolinea l’effetto, analogamente a “pertanto” e “sicché”, quindi si trova spesso in mezzo alla frase, tra causa ed effetto, ma è una congiunzione più neutra, adatta sia allo scritto che all’orale ma più all’orale.

Non è ironica come può esserlo “sicché” a volte. Tra l’altro “sicché” è più usata in alcune zone d’Italia come la Toscana; in altre regioni “dunque” è più usata, e sempre adatta a dei discorsi dal tono pacato.

Molto usata dai politici e anche dai giornalisti per giungere a delle conclusioni. È una parola però più eclettica, usata anche da sola spesso:

Dunque? In Tal caso equivale a “Allora?” e a “Insomma”? Ed è usato come avverbio.

Allora, ti decidi dunque? Anche come avverbio però serve a concludere.

Esiste anche la frase “venire al dunque” che è una espressione che sottolinea la necessità di una conclusione. Venire al dunque infatti significa concludere, senza tergiversare, senza perdere tempo.

Si usa in molte circostanze diverse:

Ho sbagliato, dunque devo pagare. Qui la uso al centro, tra la causa e l’effetto, però voglio sempre sottolineare l’effetto, la conseguenza.

Insomma avete capito che ci sono moltissimi modi per esprimere delle conseguenze. Non c’è un modo da preferire ed uno da scartare. Dipende come abbiamo visto da quello che riteniamo sia più importante nella frase.

Questo significa comunicare in fondo. Con Italiano Semplicemente abbiamo sempre detto che la cosa che conta è comunicare, e comunicare significa far passare un messaggio, fatto di parole, di ordine e di tono.

Vediamo con “cosicché” e “visto che

Ovviamente è una congiunzione anche “cosicché”, che volendo può anche essere divisa in due parti: “così che” (due parole) che è come dire: “di modo che”, “in modo che”, “in modo tale che

Si usa più spesso come parola unica, tutta attaccata, e si usa per sottolineare una conseguenza conclusiva, ma non esattamente come causa ed effetto, direi più per spiegare che una cosa ne permette un’altra. La causa diventa in questo caso un requisito, una necessità affiché possa verificarsi la conseguenza.

Ad esempio:

Preparati cosicché sarai pronto per uscire quando ti chiamo. Quindi in questo caso ho detto che tu ti devi preparare per uscire, quindi devi vestirti eccetera, in modo tale che, quando io ti chiamerò, sarai già pronto e non dovrai perdere altro tempo. La preparazione serve a non perdere tempo, non si tratta di una vera causa, come nella frase: “ho fame, perciò mangio”.

Posso usare “cosicché” anche in questo modo ma è poco adatto. La stessa parola, che contiene “così” e “che” fa chiaramente capire che il senso è “in modo che”, “in questo modo”.

– Devo mettere l’antifurto in casa, cosicché i ladri abbiano la vita difficile;

– Mangia lentamente, cosicché potrai digerire più facilmente.

Vedete quindi che non è esattamente una cosa che ne causa un’altra, ma è una cosa che ne permette un’altra. La prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda:

– ascolta più volte questo episodio cosicché ricorderai più facilmente.

“Visto che” non posso invece usarlo nello stesso modo. Infatti “visto che” equivale a “considerato che” e “considerando che”, quindi devo dire prima la causa e poi l’effetto:

visto che sei molto carina, ti faccio una foto;

visto che conosci bene l’italiano, aiutami a fare questo esercizio;

Vale la pena inoltre soffermarci sulla parola “ciò”, con l’accento sulla “o” (accento grave) che significa “questo” e anche “quello”.

Pertanto dire “considerato ciò” è la stessa cosa che dire “considerato questo”.

Inoltre la frase “ragion per cui” può anche diventare “in ragione di questo” e “in ragione di ciò”.

La parola “ciò” è anche la fine di “perciò”, quindi si capisce facilmente come “perciò” sia esattamente come “per questo” e “per questo motivo”.

La parola “ciò” è poi usata spesso in contesti formali. Un esempio è la stessa frase “in ragione di ciò”, che si usa quando vogliamo sottolineare le buone ragioni che hanno determinato una conseguenza.

Troverete molti articoli su internet in cui si parla di giustizia, di decisioni importanti in generale, in cui si usa questa espressione.

Ancora più formale è l’espressione “quanto sopra premesso”. Questa è una frase che si usa esclusivamente nella forma scritta, e si usa nelle comunicazioni ufficiali, per dimostrare una tesi, per associare dei fatti tra loro. È una frase che serve a concludere quindi, una volta che abbiamo detto una serie di cose. “quando sopra” vuol dire “quello che è stato appena scritto”, “sopra” nel senso di posizione nel foglio in cui si legge. Sopra è come dire “prima”. Sopra c’è la causa, dopo ci sarà l’effetto.

Le comunicazioni che contengono questa frase sono solitamente molto formali. Sono usate dagli avvocati, dai giudici e nelle comunicazioni tra istituzioni e famiglie.

Esempio: se devo scrivere al comune di Roma per chiedere uno spazio dedicato al benessere dei cani, posso fare una lista di motivazioni, una serie di problemi che derivano dalla mancanza di uno spazio di questo tipo ed alla fine dire:

Per tutto quanto sopra premesso (cioè per tutte queste ragioni) si chiede al Sindaco di Roma di impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per individuare uno spazio adeguato per i cani”.

La parola “premesso” indica una “premessa” ed è il participio passato del verbo “premettere”. Premettere significa “mettere prima”, cioè “dire all’inizio”. Ed infatti la premessa si fa all’inizio. Quando si fa una premessa è sempre al fine di dimostrare qualcosa, quindi c’è sempre una causa ed una conseguenza della causa.

Terminiamo questo episodio con “grazie a” (o “per merito di”) e “per colpa di” (o a causa di) che sono due modalità che servono ugualmente ad esprimere una conseguenza, ma stavolta vogliamo sottolineare il merito oppure la colpa.

Ad esempio:

– E’ grazie a te che ora sono più tranquillo. È merito tuo che ora sono più tranquillo.

Evidentemente si vuole sottolineare un merito. Avreste potuto dire:

– Tu sei con me, perciò ora sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo poiché ora sei con me;

Visto che ora sei con me, sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo in quanto ora sei con me;

In quanto” è assolutamente equivalente a “poiché”: dove usiamo poiché possiamo sostituirlo con “in quanto”. Nessun problema.

“In quanto” però si usa anche in altri modo: ad esempio si usa al posto di “relativamente a”, che non c’entra nulla con le conseguenze. Oppure si usa nell’espressione “in quanto tale”.

Quando lo usiamo al posto di “poiché” ha lo stesso significato, solo che è un pochino meno informale. Non voglio dire formalissimo ma comunque diciamo un po’ meno adatto alle conversazioni familiari o tra amici.

per colpa di” è analogo a “grazie a” ma serve ovviamente per sottolineare una colpa:

– è per colpa tua che mi sono fatto male;

è causa tua che mi sono fatto male;

– mi sono fatto male per causa tua (per colpa tua);

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea, gli americani un po’ meno per colpa della loro scarsa educazione alimentare”.

Prima solitamente, sia nel merito che nella colpa, si mette l’effetto e poi la causa:

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea.

Questa è la frase costruita nel modo classico:

Se inverto e metto prima l’effetto posso usare “se” oppure “che”;

grazie alla dieta mediterranea gli italiani sono in salute;

E’ grazie alla dieta mediterranea se (che) gli italiani sono in salute;

Analogamente con le colpe:

– Gli americani mangiano male (effetto) per colpa della loro scarsa educazione alimentare (causa);

oppure:

a colpa (o per colpa) della loro scarsa educazione alimentare gli americani non si nutrono bene;

è colpa della loro scarsa educazione alimentare se (che) gli americani non si nutrono bene.

Terminiamo questo episodio con “ergo”. Un termine molto particolare questo.

Ergo significa pertanto, ma si usa molto raramente. Quando si usa solitamente chi parla si vuole generalmente dare “un tono”, è un modo un po’ strano ma qualche volta può capitare si sentirlo.

Molto famosa è la frase “Cogito ergo sum”, una frase che significa letteralmente “penso dunque sono”, che è una frase con cui Cartesio, un filosofo e matematico francese, esprime la certezza che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante. L’uomo pensa e quindi è. La consapevolezza dell’uomo di essere, deriva dal fatto che lui è un soggetto pensante. Il pensiero è la causa, l’esistenza dell’uomo è la conseguenza.

Quindi, capite che chi usa questa parola si sente una persona importante. Io personalmente non la amo molto come parola. Spesso si usa con un significato simile a “vale a dire”, “cioè”, ma sempre come causa-effetto:

Se andate su internet troverete inoltre molti esempi giornalistici di causa ed effetto:

– L’imputato è stato assolto, ergo, è innocente

Per concludere l’episodio posso dire:

– ora avete capito come esprimere le conseguenze, ergo, potete fare degli esempi e ripetere l’ascolto per ricordare meglio.

Vi ringrazio della pazienza che avete avuto per arrivare fino alla fine, ora vi saluto tutti ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie a tutti i donatori che sostengono il nostro progetto di aiutare gli stranieri ad imparare la lingua italiana.

Ciao

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