A mia volta

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, o buonanotte, dipende un po’ dal vostro paese in cui vi trovate in questo momento. Benvenuti su questo nuovo episodio dedicato ad una espressione italiana.

L’espressione è “a mia volta”.

A mia volta è, più che un’espressione idiomatica, una frase che può risultare ostica, cioè difficile da capire per uno straniero.

A mia volta è una frase composta da tre parole.

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“A” è una preposizione semplice, e le preposizioni semplici sono in tutto 9: di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

Quindi “A” è una preposizione semplice. Solitamente si usa in molti modi diversi:

1) A me piace studiare italiano. In questo caso “a me” indica la mia persona.

2) Vado a casa. In questo caso “a” serve ad indicare il luogo in cui sto andando: dove vado? Vado “a casa”

3) Un albergo a 5 stelle. L’albergo è a 5 stelle, cioè si tratta di un albergo di una categoria alta. A può sembrare un verbo in questo caso, ma in realtà è una preposizione semplice. Infatti la preposizione “a” non si scrive con la lettera h davanti.

4) A proposito! Avrete sentito spesso questa locuzione italiana. In questo caso la “a” indica la cosa di cui stavate parlando.

5) A mia madre piace il gelato. A chi piace il gelato? A mia madre, è a lei che piace il gelato. Quindi la “a” qui indica mia madre. Lei è la persona a cui piace il gelato.

Inutile stare qui a spiegare tutti gli utilizzi della preposizione a. Non serve questo a capire la frase “a mia volta”. Però era importante capire che la preposizione “a” serve per riferirsi a qualcosa o a qualcuno o a un luogo.

Notate che l’ultima frase che ho detto “a mia madre piace il gelato” contiene anche l’aggettivo possessivo “mia”.

Di chi è la madre? È mia. È mia madre.

Sto indicando mia madre, quindi è mia madre la protagonista. Posso ovviamente dire quindi “a mia madre” ma anche “a mio padre”, “ a mia sorella” eccetera.

Sto indicando una persona in questo caso.

Quindi vediamo cosa succede quando dopo la lettera “a” c’è l’aggettivo possessivo “mia” o “mio”.

Notate intanto che “a”, può anche diventare “al”: al mio gatto piace fare delle passeggiate, al mio posto, tu cosa avresti fatto? Al mio sguardo nessuna ragazza sa resistere! (magari!). In generale, se dite “a mio”, o “a mia” dovete poi aggiungere qualcosa che vi riguarda: mia madre, mio padre, mia sorella eccetera, al mio gatto, eccetera. Qualcosa che appartiene a me, qualcosa che è mio.

Invece, “a mia volta” cosa significa?

La parola “volta” non è una cosa, una persona o un animale che appartiene a me o a qualcun altro.

Infatti di solito quando uso la parola “volta” in italiano è per dire un numero: una volta, due volte, tre volte, eccetera. Si indica una circostanza, una occasione, un momento preciso, un tempo preciso.

Es: quest’estate sono andato al mare 10 volte, tu invece sei andata al mare solamente una volta.

“Volta” però si usa anche in altri modi.

Ad esempio se dico:

E’ andata sempre male, ma questa volta andrà meglio”, “sono andato sempre in montagna, ma questa volta andrò al mare” eccetera. “Volta” quindi dà l’idea di un cambiamento. Finora è andata così, stavolta (cioè questa volta) andrà diversamente.

Un altro modo per usare “volta” è dire ad esempio: “venite uno per volta, venite uno alla volta”, cioè prima venga una persona, poi un’altra persona, uno alla volta, uno dopo l’altro, non tutti insieme quindi. Posso dirlo a dei bambini ad esempio, per farli entrare uno alla volta in una stanza.

Ancora un altro significato: “una volta che hai deciso, poi non potrai più cambiare idea”. In questo caso “una volta che hai deciso” significa “quando hai deciso”, “quando avrai preso una decisione”, in quel momento, non potrai più cambiare idea. Una volta deciso ormai la decisione è presa.

La parola “volta” ha anche altri significati, e, lo avete capito, dipende molto dalle parole che stanno le vicino.

La frase “una volta” ad esempio si usa anche per indicare “tanto tempo fa”, e non solamente per indicare quante volte hai fatto qualcosa. Solitamente se si trova all’inizio della frase, “una volta” significa qualche tempo fa, alcuni anni fa, un numero imprecisato di anni fa.

Es: una volta, quando ero giovane, avevo i capelli rossi.

Una volta mi piaceva andare sulla barca a vela

Una volta amavo moltissimo stare a casa, ora preferisco viaggiare.

Quindi io dico “quando ero giovane”, quindi molto tempo fa, cioè “una volta”. È come dire “un tempo”, o “molti anni or sono”. Si dice anche tcosì.

Molte favole e racconti per bambini iniziano poi con una frase particolare: “c’era una volta”, che equivale all’inglese “one upon a time”. Molte favole iniziano così. In questo caso può significare “tanto tempo fa”, ma questa frase: “c’era una volta” si usa solitamente per indicare che stiamo raccontando una favola, una storia non vera, una cosa frutto della fantasia.

Ok, quindi la parola “volta” ha molti significati.

Ma quello che interessa a noi oggi è “a mia volta”.

Ed allora la frase “a mia volta”? Cosa significa?

La parola “volta” ha qui un altro significato, che è molto simile alla parola “anche”.

Proprio così: se davanti alla parola “volta” c’è “a mia” allora la frase ha un significato simile a “anche io”. A mia volta = anche io, cioè anch’io. Ma anch’io cosa?

Questa è la domanda da fare. Infatti “a mia volta” non è esattamente identico ad anch’io. Non è proprio così. C’è una sottile differenza, sottile, cioè piccola, ma molto importante.

Ad esempio ascoltate la frase.

Oggi vado al mare.

Tu puoi rispondere: “anch’io”.

Quindi tu dici: anch’io vado al mare. In teoria potresti dire: “anche io, a mia volta, vado al mare”.

Oppure puoi rispondere “io, a mia volta, ho deciso di andare in montagna”.

Nel primo caso ho detto “anche io a mia volta”, e nel secondo caso ho detto solamente “a mia volta”. Perché?

Il motivo è che a mia volta non significa esattamente anche io, e non posso, in generale, sostituirlo ad “anch’io”, ma posso, volendo aggiungerlo, come in questo caso: “anch’io, a mia volta, vado al mare”

Vai al mare? “Anche io, a mia volta, vado al mare”

Perché lo faccio? Perché aggiungo “a mia volta” in questa frase?

Lo aggiungo perché voglio creare un legame, un collegamento tra me e te. Tu vai al mare e ci vado anche io.

Voi mi direte: Ma non basta dire “anche io” per creare un legame?

Può bastare infatti, non è obbligatorio aggiungere “a mia volta” in questo caso. Ma qualche volta accade che la frase “a mia volta” si usa non per aggiungere un legame di uguaglianza: “io vado al mare ed anche io vado al mare, come te”.

Infatti nella seconda frase dico: “io, a mia volta, ho deciso di andare in montagna”.

A volte quindi si usa per aggiungere delle informazioni diverse, che riguardano un’altra persona ma stiamo parlando sempre dello stesso argomento. Quindi voglio creare un legame tra la prima frase e la seconda frase.

Facciamo un altro esempio:

Io e te avevamo un appuntamento oggi alle 12 ma poi non ci siamo più incontrati.

Infatti tu hai perso l’autobus e sei arrivato un po’ tardi. Io, a mia volta, ho avuto un problema e non sono potuto più andare all’appuntamento. Quindi io ti ho chiamato ed ho detto: scusami ma non posso venire più all’appuntamento!

Tu a tua volta mi rispondi: “tranquillo, nessun problema, perché anch’io, a mia volta, ho avuto un problema perché ho perso l’autobus”.

Oppure: io chiamo te per dire che non verrò più all’appuntamento e tu, a tua volta, chiami tua madre per dirle che andrai a casa sua.

Oppure: io ti chiamo e ti avviso che non verrò all’appuntamento, tu, a tua volta, mi dici che ti eri dimenticato.

Quindi a mia volta non significa necessariamente “anche io come te”, ma può anche significare “io invece”,“ oppure “per quanto mi riguarda”, “per quanto riguarda me”, oppure anche “da parte mia” o frasi di questo tipo. Quindi serve a creare un legame, che può essere anche un legame di diversità, non sempre di uguaglianza.

Facciamo altri esempi per capire meglio:

Ho appena litigato con la mia fidanzata e dopo un anno lei si arrabbia con me perché dice che non la guardo più come un tempo. Io, a mia volta, ritengo che anche lei sia cambiata molto in questi anni; anche lei, a sua volta, ha meno interesse per me oggi.

E’ simile ad “anche”, solo che “anche” si usa in tutti i casi; è molto generico, e serve sempre a creare un legame di uguaglianza, mentre “a mia volta” si usa di più nei dialoghi tra persone, per meglio spiegare le dinamiche sociali, le relazioni tra persone maggiormente e anche per creare un legame di diversità.

In teoria potete sempre usare “a mia volta” al posto di anche, infatti non si tratta di un grande errore, ma è improprio, non ha molto senso in questo modo.

“Io ti amo, e tu?“

“Anche io” è la risposta più corretta (anche per non litigare!).

Ma volendo potete rispondere:

“Anche io, a mia volta amo te”.

Questa frase non è scorretta di per sé, ma non è questo il motivo per cui è nata la frase “a mia volta”.

La parola “volta” ha un ruolo preciso: quello di aggiungere delle informazioni che riguardano me: “a mia volta”, oppure che riguardano te: “a tua volta”, o che riguardano lui: “a sua volta”, o noi: “a nostra volta”, o voi: “a vostra volta”, ed infine loro: “a loro volta”.

Quindi alla domanda “io ti amo e tu?” potete rispondere: “tu mi ami, ma io, a mia volta, amo un’altra ragazza”.

La frase tecnicamente è perfetta…. avete usato benissimo “a mia volta”. Peccato per la ragazza che ci resterà un po’ male però.

Le informazioni che si aggiungono quindi possono essere di qualsiasi tipo, non è detto che siano uguali.

Mi ami? Beh, anche io, a mia volta, credo di provare qualcosa per te, ma non sono sicuro sia amore.

Questo è più rassicurante per la ragazza.

Facciamo altri esempi con tutte le persone.

Una squadra di calcio, diciamo la Juventus, perde alcune partite, allora l’allenatore della squadra dice: “la colpa è di tutti. Anche dei giocatori quindi: ho parlato con la squadra, e ho detto loro che anche io è giusto che mi prenda a mia volta le responsabilità”.

Quindi i calciatori sono colpevoli, è colpa loro se perdono in campo ma anche l’allenatore, a sua volta, si prende le sue responsabilità.

Lo stesso allenatore potrebbe dire: il mio obiettivo principale è conoscere bene i calciatori e farmi a mia volta conoscere sempre più da loro. Quindi non solamente io devo conoscere loro, ma anche loro, a loro volta, devono conoscermi bene.

Secondo esempio: Trump ha deciso di essere l’uomo più potente del mondo. Il presidente della corea del nord, a sua volta, non vorrebbe essere da meno, non vorrebbe cioè apparire più debole del presidente Trump.

Terzo esempio: c’è un Incidente stradale. Un uomo e sua moglie vanno fuori strada. L’uomo rimane ferito ad una gamba, e la moglie, a sua volta, riporta delle lesioni al braccio sinistro.

Quarto esempio: è una buona cosa che i migranti arrivino in un paese europeo per lavorare? Questo è un bel tema da trattare. Infatti è vero che in Italia ad esempio ci sono molte persone anziane, quindi è difficile riuscire a pagare tutte le pensioni di anzianità agli anziani italiani. Gli stranieri che arrivano in Italia, quindi i migranti, molto giovani, lavorando possono aiutare l’Italia a pagare le pensioni agli anziani di oggi.

Ma tra 40 anni quando anche loro saranno anziani, sarà il momento a nostra volta di pagare le loro di pensioni.

Ultimo esempio: ci sono molte persone che picchiano i propri bambini nel mondo.

Le ragioni per cui queste persone violente oggi picchiano i loro bambini è dovuto anche al fatto che siano stati picchiati a loro volta dai loro genitori quando erano piccoli. Da piccoli, a loro volta, anche loro sono stati picchiati dai loro genitori.

Facciamo ora un piccolo esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me, senza pensare a nulla. Limitatevi ad ascoltare e ripetere, ascoltando la mia voce e cercando di fare la stessa cosa voi.

A mia volta

A tua volta

A sua volta

A nostra volta

A vostra volta

A loro volta

Bene amici, spero che abbiate capito il significato di questa frase di oggi, che vi consiglio di usare spesso perché è carina da ascoltare, elegante anche e dà bene l’idea che la lingua italiana la conosciate molte bene. Se avete ascoltato attentamente avrete sicuramente assimilato il concetto, io, a mia volta, spero di aver fatto il massimo nello spiegare bene il significato.

Un saluto a tutti i membri della famiglia di italianoSemplicemente.com e grazie ancora a tutti i donatori che aiutano in questo modo Italiano Semplicemente, che a sua volta vuole aiutare tutti gli stranieri ad imparare la lingua di Dante Alighieri.

Ciao.

Falla finita! Fallo per me!

Trascrizione

Buongiorno ragazzi e benvenuti su italiano semplicemente, il sito per imparare a parlare la lingua italiana come si deve, ed in particolare il sito per imparare l’italiano in modo divertente, in modo informale e anche professionale. Chi vi parla è Giovanni, una persona appassionata di apprendimento delle lingue, che ha iniziato nel 2015 ad organizzare le idee su italianosemplicemente.com nella speranza di essere utile a tutti gli stranieri al fine di innamorarsi della lingua di Dante Alighieri, che poi è anche la mia lingua!

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Oggi sono qui insieme a Luca, mio nipote. Benvenuto.

Luca: ciao a tutti.

Bene, oggi io e Luca vogliamo farvi conoscere l’utilizzo, anzi gli utilizzi di due parole in particolare, che sono FALLO e FALLA.

Questa idea mi è venuta in mente dopo avere letto un messaggio sul gruppo WhatsApp di italiano semplicemente, in cui un ragazzo voleva sapere come usare la parola FALLO.

La domanda del ragazzo,  egiziano, è stata la seguente:

Qual è  la differenza tra “puoi farlo”  e “puoi fallo”  e quando usare le due frasi.

Ci sono stati altri membri del gruppo che hanno replicato al messaggio dicendo che FALLO è solamente un modo per chiamare l’organo sessuale maschile.

A questo punto mi è venuto in mente che fosse necessario un chiarimento ed una spiegazione più dettagliata sulla parola FALLO, e già che c’ero anche sulla parola FALLA, al femminile.

Occorre specificare che in questo episodio  non spieghiamo la parola “fallo” inteso come organo sessuale, né la parola “falla” intesa come lacuna, mancanza. Si sente spesso infatti parlare di falla nel sistema informatico, oppure di avere una falla nel senso di avere una mancanza. Si parla solamente, in questo episodio, di fallo e falla come imperativo del verbo fare.

Una delle due frasi del ragazzo egiziano “puoi fallo” in effetti non è corretta, perché è una espressione dialettale. La frase corretta è solamente “puoi farlo”.

Ad esempio se chiedo a mia madre:

Mamma posso andare a giocare a pallone oggi pomeriggio? La mamma può rispondere:

Certo, puoi farlo, ma solo dopo aver fatto i compiti.

Quindi puoi farlo è una frase che serve a concedere un permesso: puoi fare ciò che mi hai chiesto, puoi farlo, e farlo finisce con “lo” perché si riferisce al permesso che è stato chiesto. Non è un ordine, perché c’è “puoi” ma è una possibilità. Se vuoi puoi farlo, altrimenti no.

“Puoi farlo” quindi si usa per rispondere ad una domanda qualsiasi in cui si chiede un permesso:

Posso fare la pipì? Posso fare colazione? Posso andare a casa? Posso ascoltare un episodio di Italiano Semplicemente?

Notate bene quindi che non c’entra nulla se la cosa di cui si parla sia maschile (posso fare questo esercizio?) o femminile: Posso fare la pipì? Chiede Il figlio alla madre. La madre può rispondere: si puoi farlo.

Qualcuno potrebbe dire: ma la pipí è femminile quindi la madre dovrebbe rispondere: sì, puoi farla!

E infatti “puoi farlo” suona un po’ male considerata la domanda: “posso fare la pipì?” In genere la mamma dirà “puoi farla” riferendosi alla pipì

Dicendo “farla” ci si riferisce direttamente alla pipí, e non al permesso di fare la pipí. Puoi farlo significa puoi fare ciò che mi hai chiesto, invece puoi farla significa puoi fare la pipí, cioè puoi espellere la pipí dal tuo corpo. Vanno bene entrambe le cose, ma generalmente si tende a usare lo stesso genere.

Sicuramente non si può dire “puoi fallo” o “puoi falla” perché fallo e falla sono forme dialettali, e fallo e falla sono l’imperativo del verbo fare.

Quindi l’imperativo vuol dire che si sta dando un ordine, e non si sta concedendo un permesso. Fallo! Falla! Seguiti da un punto esclamativo equivalgono ad un ordine.

Quindi analogamente a “mangialo, scrivilo, vendilo, bevilo” eccetera, fallo è l’imperativo del verbo fare.

La stessa cosa vale per “falla” e “falli” ed anche “falle“.

Che dici mamma li faccio i compiti?

Falli subito! Risponde la mamma.

Mamma non  mi scappa la pipí!

Falla ho detto! Risponde la mamma.

Dove la faccio? Replica la figlia.

Falla dietro il cespuglio!

Quindi falla è un ordine. Fallo ugualmente è un ordine, e si usa di più di falla, perché come detto prima ci si può riferire in generale ad una cosa che va fatta, senza badare al genere maschile e femminile, perché potrebbe anche non esserci nessun genere.

Che dici vi raggiungo al mare?

Fallo!

Fallo! Cioè raggiungici al mare, è un ordine. Non c’è un genere da rispettare.

Bene allora adesso vediamo alcuni esempi in cui possiamo usare FALLO e FALLA.

Ci sono alcune espressioni che si usano molto spesso, a volte di facile comprensione, a volte meno.

Ad esempio  se dico “falla corta” sto dicendo, sto chiedendo ad una persona di “farla corta“, cioè di sbrigarsi, e questo si usa informalmente per chiedere una spiegazione veloce. È un po’ sgarbata come richiesta, un po’ maleducata diciamo, quindi vi consiglio di non usarla, e si usa quando si vuole dire ad una persona di non parlare molto, perché non è interessante, o perché non ho tempo per ascoltare, o perché è inutile. “Falla corta per favore” , cioè  “sii breve e conciso, non perdiamo tempo prezioso“.

falla finita! È un’altra espressione molto usata, anche questa molto sgarbata, molto autoritaria, quindi attenzione!  Se si dice: basta, smettila, non ti sopporto più, non parlare più è la stessa cosa.

Ma non si usa solamente per chiedere di smettere di parlare, piuttosto si usa molto spesso nelle discussioni, nei litigi, dove si sta dicendo all’interlocutore di smetterla di fare qualcosa.

Posso quindi dire: ma falla finita! Che significa smettila, cioè smetti di comportarti così, basta! Non ci si riferisce solamente a smettere di parlare, ma anche a smettere di fare qualcosa che non c’è bisogno di specificare, perché è scontato.

Posso parlare anche al plurale: Ad esempio se voglio lasciare la mia fidanzata posso dirle: forse è meglio che la facciamo finita. 

Il che è come dire: lasciamoci, non è più il caso che andiamo avanti. Facciamola finita. “Noi”  facciamola finita, ed anche qui non dobbiamo pensare che l’uso del femminile (facciamola) abbia un significato particolare. Semplicemente si usa dire così, è come quando diciamo: finiamola qui, smettiamola, che hanno lo stesso significato di “facciamola finita”. 

Al maschile si usa spesso dire:

“fallo per amor mio” 

Il che è una richiesta più che un ordine. Se ad esempio una donna chiede al fidanzato: mi ami veramente?

Il fidanzato allora dice: certo,  cosa devo fare per dimostrartelo? Cosa vuoi che faccia?

La donna allora dice: inginocchiati e chiedimi di sposarmi!

Cosa? Devo mettermi in ginocchio?

Fallo per amor mio, fallo se mi ami!

A questo punto il ragazzo non ha più scuse.

Si usa spesso dire anche:

“fallo bene”

Se ad esempio vado a chiedere alla mia fidanzata di sposarmi.

La mia amica potrebbe consigliarmi:

Benissimo, ma fallo bene però! Cioè fallo bene, fallo nel modo giusto, in modo originale.

Se mi riferisco direttamente ad un qualcosa o a qualcuno che ha un genere quindi, è come detto prima dobbiamo in questo caso specificare se è maschile o femminile.

Se ad esempio sto dicendo a Giuseppe che deve piegare, poi deve stirare delle lenzuola e deve farlo bene, e di farle entrare nell’armadio,  allora posso dire a Giuseppe:

– piegale, stirale (le lenzuola) e falle entrare nell’armadio.

Devo usare il femminile plurale, falle entrare, le lenzuola, nell’armadio. È come dire fai entrare le lenzuola nell’armadio, quindi falle entrare nell’armadio. Mi sto riferendo alle lenzuola, sono loro che devono entrare nell’armadio. Non è come falla finita, o facciamola finita o falla breve, in cui è consuetudine parlare al femminile, ma non c’è un soggetto femminile di riferimento. Questo è molto importante da comprendere.

Allo stesso modo c’è una espressione al maschile:

– fallo nero quello là! 

Fallo nero è una frase che si usa informalmente quando c’è una sfida o un incontro tra persone  in cui bisogna dimostrare di essere migliori di qualcun altro. C’è un confronto da affrontare.

Se c’è un incontro di box ad esempio, tra Marco e Luca ed io vorrei vincesse Marco  spero che sia lui e non Luca a vincere,  quindi dico a Marco: fallo nero! Cioè sconfiggilo, battilo, sii tu il vincitore, fallo nero, fallo diventare nero, alludendo ai lividi, al colore della carnagione, della pelle, quando una persona viene picchiata e subisce dei colpi che possono causare dei lividi di colore nero.

Ma qui ci si riferisce più alla vittoria, e vuol dire semplicemente sconfiggilo nettamente. Fallo nero uguale fai nero a lui, quindi in senso figurato sconfiggilo.

Allo stesso modo, si specifica quando si dice “fallo passare”. Anche questo molto usato nel quotidiano, linguaggio parlato da noi tutti i giorni.

Se sono in macchina ad esempio con la mia famiglia e ad un certo punto una macchina dietro di noi inizia a suonare col clacson perché vuole sorpassaci, vuole cioè vuole superarci, allora mia moglie potrebbe dirmi:

– dai fallo passare che sta suonando.

Con fallo passare ci si riferisce al guidatore dell’automobile che è dietro la nostra auto, ma potrei ugualmente dire “falla passare” se voglio riferirmi alla macchina, all’automobile, oppure alla donna che è al volante, se chi guida è una donna. Potrei ugualmente dire “falli passare“, quindi al plurale riferendomi in questo caso alle persone che si trovano dentro alla macchina. Tutti questi modi sono corretti.

Tornando alla differenza tra fallo e farlo, con fallo si parla quindi sempre di richieste o di ordini. Ed è per questo che non bisogna confondere fallo con farlo, oppure falli con farli. Fallo e falli indicano un ordine, una richiesta esplicita. Invece farlo indica una possibilità: “puoi farlo passare se vuoi” , “puoi farli passare se credi“.

Invece “fallo passare!” È un ordine, una richiesta.

Che dici lo faccio?

“Puoi farlo” indica una possibilità, “fallo” indica un ordine.

Un altro esempio?

Se sono in cucina e devo cucinare delle patate, posso chiedere: come vuoi che cucini le patate? Potrei farle fritte, oppure potrei farle arrosto, oppure al vapore. Come le faccio?

Mia madre direbbe:

Beh puoi farle come preferisci.

Ma mia moglie risponderebbe “falle al vapore!” probabilmente,   perché sono più salutari.

Bene ragazzi non  la voglio tirare troppo per le lunghe, credo sia abbastanza per oggi. Spero di essermi spiegato bene, al limite potete commentare l’articolo e risponderò volentieri.

Grazie a tutti coloro che apprezzano questo lavoro che facciamo sul sito, molti lasciano dei commenti agli articoli, altri preferiscono condividere con i loro amici gli episodi su Facebook, oppure solamente l’audio su WhatsApp, a me fa piacere ogni tipo di apprezzamento. Se poi volete aiutare economicamente italiano semplicemente, come fanno alcuni visitatori, vi ringrazio di cuore per la vostra generosità, potete donare usando PayPal, 1 euro, 5 euro, quanto volete, potete anche fare una donazione ricorrente, ogni mese è potete ovvia. ovviamente iniziare e smettere quando volete.

Grazie a tutti comunque,qualunque sia il vostro modo di apprezzare italiano semplicemente. Il prossimo episodio sarà una lezione di italiano professionale, un saluto a tutti.

Capirai!

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Ben trovati a tutti e grazie di essere qui con noi di Italiano Semplicemente, io sono Gianni e sono qui con Giovanna. Oggi io e Giovanna, che è la sorella di mia moglie, cioè è mia cognata, vi spieghiamo una espressione molto utilizzata in Italia. Una espressione che ha una particolarità, ha una peculiarità rispetto a molte altre espressioni italiane.

La peculiarità di questa espressione è che è composta da una sola parola. Proprio così.  La parola, cioè l’espressione di cui stiamo parlando è “Capirai”. Sette lettere che possono essere seguite da un punto esclamativo, ed in questo caso si tratta di una esclamazione, ed infatti  tutte le esclamazioni finiscono, terminano con un punto esclamativo.

Capirai!

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Voi mi direte: ma scusa Gianni, scusa Giovanna, io già conosco “capirai”; capirai è una forma del verbo “capire”, cioè è la seconda persona singolare dell’indicativo futuro semplice: io capirò, tu capirai, lui capirà, noi capiremo voi capirete, loro capiranno.

Quindi tu capirai, cioè è il futuro del verbo capire. No?

Certo, come no, rispondiamo io e Giovanna, ma vedrete che alla fine di questa spiegazione capirete tutti i significati di questa parola.

Quanti ce ne sono? Due, tre?

Domanda lecita, dico io.

Vediamo: allora, Giovanna che ci dici di capirai? Puoi farci un esempio?

“Quando avrai dei figli capirai cosa vuol dire essere genitore”

Bene, questo è capirai inteso come verbo. Spieghiamo bene:

In questa frase la parola “capirai” è usata nel senso di comprendere, intendere a fondo un comportamento (“attraverso l’esperienza con i figli comprenderai cosa vuol dire fare il genitore”).

Bene, ora passiamo al secondo misterioso significato…

Capirai, inteso  non come verbo è abbastanza diffuso nella lingua parlata, e viene utilizzato per esprimere difficoltà, sorpresa e persino ironia di fronte ad un fatto o ad una proposta.

Ad esempio? Giovanna prova a dire una frase rivolgendoti a me.

Caro Gianni, vorrei che Giulio mi parlasse del suo problema, ma capirai, riservato come è lui!

Bene. In questa frase, la parola “capirai”, potreste dire voi, è un verbo. Non è vero? Perché ci dici che non è un verbo?

Semplice: vi dico che non è usato come verbo  perché vediamo cosa succede se Giovanna si rivolge, anziché a me, a più persone, ad esempio ad un gruppo di amici. Quindi Giovanna parlerà non con me, ma con degli amici:

Cari amici, vorrei che Giulio mi parlasse del suo problema, ma, capirai, riservato come è lui!

Vedete cosa è successo? Capirai rimane capirai! Non diventa capirete! Quindi non è un verbo. Eppure Giovanna sta parlando rivolgendosi ad un gruppo di persone quindi avrebbe dovuto dire “capirete”.

E allora cos’è?

Ve l’ha detto prima Giovanna, capirai esprime ironia e sorpresa. È  una parola  che deriva, proviene, da un verbo, nel senso che si invita a capire, si invita il proprio interlocutore, cioè la persona con cui si parla (o le persone con cui si parla) a capire: “capirai”. Capirai si può sostituire in questo caso con “sai”, “sai com’è”, oppure con “se ci pensi bene” o anche con “dobbiamo o considerare che”. Quindi quel capirai è un invito a considerare ciò che viene dopo. Nella frase si dice: “capirai, riservato com’è lui” quindi Giulio è molto riservato e considerando questo fatto difficilmente mi parlerà del suo problema. Capirai sembra un verbo ma ha solo una maschera da verbo.

Quindi l’origine è il verbo capire,  ma ormai è diventata una forma fissa che non cambia: non posso coniugare capirai, che quindi rimane sempre “capirai”.

Bene, direte voi, allora come faccio a capire se è un verbo oppure no? Come faccio a capire se devo coniugare oppure no? Come capire se devo scrivere capirai oppure capirete o capiranno?

Bella domanda. La risposta è la seguente: Primo: Basta ascoltare il tono.

Vediamo alcuni esempi:

1) capirai cosa vuol dire lavorare quando crescerai: verbo

2) Trump è venuto a Roma, capirai che traffico oggi. Invito a pensare.

3) oggi pare che pioverà tutto il giorno, capirai io volevo anche andare in bicicletta. Ironia.

Vediamo un terzo modo di usare capirai. Posso usare la parola capirai anche per dire che una cosa non è poi tanto difficile.

Esempio:

Giovanni: “Non conosco la strada, non so come arrivare in quel posto!”

Giovanna: “Capirai! Usa Google Maps e la troverai”.

In questo caso  capirai è una esclamazione e sottolinea come trovare la strada non è difficile utilizzando Google Maps. Diciamo che in teoria potrei anche eliminare la parola capirai in questo caso. Serve solo a sottolineare la facilità, ed esprime uno stupore in modo ironico.

Quarto modo: contraddire qualcosa ironicamente

Contraddire qualcosa? Cioè?

Cioè: prima dico una frase, poi metto in discussionebo contraddico ciò che ho appena detto con una seconda frase che inizia con capirai, oppure semplicemente dicendo: “capirai!”. Questo è molto diffuso nella lingua parlata.

Tutto dipende dal contesto in cui è usata e dell’intonazione con cui è pronunciata questa parola.

Esempio. È sabato sera ed io e Giovanna usciamo in macchina al centro di Roma, dove è impossibile parcheggiare la macchina.

Giovanna: “Troverò parcheggio sul lungotevere.

Guovanni: Capirai!

Quindi capirai in questo caso è ironico perché trovare sul lungotevere non è affatto facile. Con una sola parola, pronunciata in questo modo si semina il dubbio su quanto appena detto.

Quinto modo:

Giovanna: Ho vinto 5€ al gioco del lotto.

Giovanni: Capirai!

Anche qui la parola capirai è ironica perché ho vinto ma 5€ non è una grande vincita, quindi in questo caso significa: beh non è tanto 5 euro, capirai che cifra!

In altri contesti capirai si può usare per rafforzare la validità delle proprie affermazioni dando per scontato l’accordo dell’interlocutore.

Esempio:

Giovanna: “ad agosto sulle spiagge paghi di più per affittare ombrellone e sdraio”

Guovanni: capirai, è  alta stagione!

In questo caso tutti sanno che in alta stagione, ad agosto, gli ombrelloni costano di più, l’inciso capirai rafforza l’affermazione su cui tutti sono d’accordo.

Quindi in questo caso è esattamente il contrario della contraddizione. In questo caso non vogliamo smentire, contraddire quello che abbiamo detto, ma lo vogliamo confermare, ma sempre con ironia.

Allo stesso modo posso dire:

Giovanni: Donald Trump si sente una persona molto importante.

Giovanna: capirai ora è anche il presidente americano!

Per finire v’invito ad ascoltare dalla bella voce di Mina, la più grande cantante italiana, uno spezzone della canzone “un anno d’amore”.

Facciamo ora un esercizio di ripetizione, ripetete dopo di noi.

1) Quando avrai dei figli capirai cosa vuol dire essere genitore

2) Vorrei che Giulio mi parlasse del suo problema, ma capirai,  riiservato come è lui!

3) Giulio mi dice: “Non conosco la strada, non so come arrivare in quel posto!”

“Capirai! sa Google Maps e la troverai”

4)Troverò parcheggio sul lungo Tevere. Capirai!

5) Ho vinto 5€ al gioco del lotto. Capirai!

6) Ad agosto sulle spiagge paghi di più per affittare ombrellone e sdraio, capirai è alta stagione.

7) E capirai in un solo momento cosa vuol dire un anno d’amore

Ciao a tutti. Ringraziamo tutti i sostenitori di italiano semplicemente che ci aiutano con una piccola donazione. Anche un solo euro può aiutare tutti gli stranieri del mondo.

Capirai, un euro che sarà mai!

O la va o la spacca 

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Video con sottotitoli

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Trascrizione

Eccoci qua amici, di nuovo su italiano semplicemente. Anche oggi un episodio dedicato ad un paio di espressioni italiane molto usate da tutti. Grazie Manel, che mi sta aiutando per questo podcast.  Manel è una ragazza algerina.  La prima espressione di oggi è “O LA VA O LA SPACCA”. 

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È stato Leonardo dal Cile che mi ha proposto di spiegare il significato e l’utilizzo di questa espressione, ed approfitto per salutare Leonardo e tutti i suoi compatrioti cileni. Grazie della domanda,  sono felice di aiutarti, caro Leonardo.

Allora: o la va o la spacca è una frase molto utilizzata dagli italiani di ogni estrazione sociale, di ogni età, di ogni religione e chi più ne ha più ne metta.

Come al solito spieghiamo prima le singole parole dell’espressione così sarà più facile capire l’espressione completa.

La frase comincia con la parola o. Sapete tutti che la parola o è una congiunzione: “o” indica che dobbiamo fare una scelta, che ci sono più alternative e quindi quando trovate questa parola, di una sola lettera, il significato è solamente questo. Dobbiamo scegliere tra una cosa o un’altra cosa. È diverso dalla parola “ho”, perché mentre “o” è una congiunzione, “ho” è un verbo,  ok? È totalmente un altro significato,   e poi “ho” si scrive con la lettera h davanti, lettera che non si pronuncia ma che modifica il suono della lettera “o” che così diventa “ho”.

“Ho” quindi è la prima persona dell’indicativo presente del verbo avere: “io ho”, ad esempio “io ho fame”,  “io ho 18 anni”,  “io ho rispetto di te” eccetera.

Quindi “o” non è uguale ad “ho”. Dobbiamo scegliere tra due alternative. Quali sono queste due alternative? “O la va o la spacca”  quindi le due alternative sono:”la va”- prima Alternativa- e “la spacca” – seconda alternativa.

Ma cosa significa “la va” e cosa significa “la spacca”?

“La va” sono due parole, la e va.  La è un articolo. Ad esempio “la finestra”, “la mamma”, “la pizza” eccetera, quindi è l’articolo femminile singolare. La versione maschile è “il”  o anche “lo”, mentre il plurale di “la” è “le”: le finestre, le mamme e le pizze.

“Va” invece è il verbo andare. Io vado, tu vai,  lui va, noi andiamo, voi andate, loro vanno. Quindi posso dire “lui va” o anche “lei va”,  ad esempio lui va al mare, lui va a casa eccetera. Ma “la va”, non significa proprio nulla dal punto di vista della grammatica. La grammatica non aiuta in questo caso. Infatti “la va” ha un significato idiomatico, ed ha un senso solamente in questa espressione che stiamo spiegando oggi “o la va o la spacca”. “La va” in questo caso significa semplicemente “funziona”. Ok allora vediamo: o funziona o la spacca.

Se una cosa va, vuol dire che funziona, che va bene. Anche al passato posso usarla: “è andata! ” è una esclamazione: “è andata”, cioè “è andata bene”, “ha funzionato”: si usa spesso in italiano:  se devo dare un esame, ad esempio, e dopo qualcuno mi chiede: com’è andata? Io posso rispondere: “è andata bene!”, oppure semplicemente “è andata”, cioè “ce l’ho fatta”, “ci sono riuscito”.

OK quindi “o la va” vuol dire o ci riesco,  o funziona, o ce la farò, o ci riuscirò, oppure? Qual è l’alternativa? L’alternativa è che non ce la farò, non ci riuscirò, non funzionerà, o anche,  posso dire che “la spacca”.

Quindi questa è una frase che si usa quando c’è una sfida da superare, e quando non sappiamo come andrà a finire, non conosciamo il futuro.

E  nonostante noi non conosciamo il futuro, nonostante questo dubbio che abbiamo, noi ci proviamo lo stesso e diciamo: “o la va o la spacca”. Capite quindi che si usa dire questa frase quando vogliamo sfidare il destino, quando non ci importa come andrà a finire. O la va o la spacca, cioè o andrà bene oppure no, non mi importa!

Facile no?

Resta però aperta una domanda: perché si dice “la spacca”?

A dire la verità non lo so!

Non so perché si dice così, ho sempre saputo che questa espressione di usa quando devo esprimere questo sentimento, quando c’è qualcosa che bisogna fare senza aver paura di come andrà, perché vogliamo rischiare, forse perché non avremo altre occasioni, forse perché questa è l’unica occasione che abbiamo è quindi siamo obbligati a provare o forse perché amiamo il rischio e ci piace rischiare, ci piace sfidare noi stessi. “la spacca” infatti non significa nulla. La frase poteva essere “o la va o la non va”, ma non si usa dire così, si usa invece dire “o la va o la spacca” ; si usa quindi il verbo “spaccare” che vuol dire rompere, distruggere, quindi è un verbo forte che in questo caso si usa perché vogliamo dire che andrà male, che non funzionerà: o la va o la spacca, cioè o funziona oppure pazienza, anche se il risultato sarà negativo non mi importa, ed è come se questo risultato negativo fosse come qualcosa che si rompe, che si spacca, e quando qualcosa si spacca non si può più tornare indietro, non si può più riparare, è distrutto per sempre!

Un’immagine molto negativa quindi!

Facciamo qualche esempio: mi piace una ragazza e vorrei dirglielo che mi piace, anche se c’è il rischio che io non piaccia a lei. Allora dico a me stesso: basta, adesso glielo dico, non mi importa come andrà, sono disposto a correre il rischio: o la va o la spacca!

Credo sia una espressione molto melodica, che va dritta al punto: si capisce credo abbastanza intuitivamente il significato, ed infatti Leonardo che mi ha proposto questa spiegazione mi ha detto che credeva di aver capito ma che aveva bisogno di qualche esempio per essere sicuro.

Allora facciamo un secondo esempio: immaginiamo che io sia uno studente che studia la lingua italiana, e che io debba fare un esame di italiano molto importante entro una settimana. È  l’ultimo esame universitario, quindi  se supererò questo esame sarò laureato, altrimenti farò una brutta figura.  Ho solamente una settimana di tempo per studiare, altrimenti dovrò aspettare un anno prima di poter provare nuovamente a fare l’esame. Cosa faccio? Ci provo? Rischio di fare una figuraccia oppure rinuncio? Se scelgo di rischiare potrei farcela ma è rischioso…

Allora alla fine decido di rischiare e dico a me stesso: mi butto!  O la va o la spacca!

Decido quindi di rischiare, mi butto! Si dice anche così normalmente in italiano: è la stessa cosa che dire “o la va o la spacca”, mi butto, provo, rischio, tento la fortuna, provo a sfidare il destino. Sono tutte espressioni equivalenti. Anche “mi butto” è molto usata: buttarsi è il verbo usato. Buttarsi significa buttare se stessi, cioè provare tentare.  C’è anche un’ultima espressione equivalente anch’essa molto usata in Italia: “tentar non nuoce“. Tentar significa tentare, mentre non nuoce significa “non fa male”: provare non fa male. Facile ed intuitiva come frase.

Questa forse è anche più elegante e la potete usare veramente con tutti senza problemi.  Infatti o la va o la spacca è più familiare e più adatta con gli amici  invece “tentar non nuoce”  la potete usare anche negli affari o col vostro insegnante. Non abbiate paura di utilizzare queste espressioni perché tutti vi capiranno e nessuno si stupirà di questo.

Bene spero che ora sia tutto chiaro.

Provate a ripetere ora dopo di me:

O la va o la spacca.

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

O la va o la spacca

Tentar non nuoce

Ciao amici. Grazie a tutti per il vostro tempo che mi avete dedicato. Alla prossima!

Grazie Manel.

Manel: grazie a te!

Quando a tordi e quando a grilli

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Ragazzi Buonasera a tutti sono sempre io,  Gianni di italianosemplicemente.com e oggi ho voglia di spiegare a tutti voi un bel proverbio.

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Un proverbio è quasi come una frase idiomatica, ma il proverbio contiene una frase che viene dalla cultura di un paese, solitamente dalla saggezza degli anziani che danno dei consigli di vita ai più giovani e quindi è una frase che solitamente si comprende Facilmente. Si riesce quindi a capire facilmente il significato di un proverbio conoscendo tutte le parole dell’espressione. Invece una frase idiomatica ha spesso un significato figurato e quindi si usa un’immagine figurata. Il proverbio di cui voglio parlarvi oggi è “quando a tordi e quando a grilli“. A dire il vero però questo è un proverbio con un significato figurato. Quindi è  una via di mezzo tra un proverbio e una frase idiomatica.  Un po’ proverbio e un po’ frase idiomatica. Una via di mezzo significa un po’ ed un po’; sta al centro.

Probabilmente si tratta di un proverbio tra i più difficili da capire al volo, almeno credo, poiché le parole non sono semplicissime, ed inoltre questo proverbio è in realtà la versione accorciata  di una frase più lunga. Il proverbio originario sarebbe in realtà un altro, più lungo, composto da un numero più elevato di parole, ma ormai in Italia tutti conoscono questa versione del proverbio ed hanno probabilmente tutti dimenticato il proverbio originale, che ancora non vi ho detto e che vi dirò alla fine dell’episodio.

Dunque: Quando a tordi (verso del tordo) e quando a grilli (verso del grillo). Avete ascoltato il verso dei due animali.

Ma cosa sono i tordi?

I tordi sono uccelli (t-o-r-d-i ripetete dopo di me: tordi).  Sono uccelli che a quanto pare,  a quanto sembra sono anche molto buoni da mangiare, e questo fatto è un fatto conosciuto persino dagli antichi romani,  per i quali erano proprio i tordi gli uccelli più buoni e gustosi. Io personalmente non li ho mai mangiati quindi non ve lo posso confermare.

I tordi quindi sono dei volatili, altro nome con cui si possono chiamare gli uccelli, ed i volatili infatti volano; per questo si chiamano volatili. I grilli invece sono insetti, come le mosche e le formiche o le api, ma i grilli sono degli insetti particolari perché i grilli cantano, ed il canto del grillo è molto caratteristico. Grilli è il plurale di Grillo (g-r-i-l-l-o): un grillo, due grilli.

Generalmente i grilli sono concepiti,  sono considerati come insetti simpatici, ma in questo proverbio stanno a rappresentare (rappresentano) una cosa negativa ed in particolare il fatto che, essendo degli insetti, sono molto piccoli e leggeri. Invece il tordo, l’uccello tordo è esattamente il contrario, è un uccello, è buono da mangiare, a differenza del grillo che è un piccolo insetto.

Provate a mangiare un grillo e vedrete che, sapore a parte, che non conosco,  non sarete molto soddisfatti.  Ed infatti il tordo e il grillo, anzi i tordi ed i grilli vengono confrontati,  vengono messi a confronto, e stanno ad indicare l’uno l’abbondanza e l’altro la scarsità. L’abbondanza è l’avere a disposizione molte cose, la scarsità invece è avere poche cose.  La frase “quando a tordi e quando a grilli” quindi è un’immagine della vita, la vita che è fatta di alti e bassi ed a volte ci sono momenti fortunati e altri un po’ meno, a volte ci sono  periodi in cui si possono mangiare i tordi e altre volte periodi in cui bisogna accontentarsi dei grilli.

“Quando a tordi e quando a grilli” significa esattamente questo.

La parola “quando” è usata qui per dire “a volte”, “qualche volta”, “delle volte”, o anche “alcune volte”.  A volte “a tordi”, cioè a volte c’è abbondanza ed a volte “a grilli”, cioè a volte la vita non ci dà molto, c’è scarsità e bisogna accontentarsi,  nella vita ci sono dei momenti fortunati e altri meno felici.  Si dice “a tordi”, ed “a grilli” con la “a” davanti, perché quando si cacciano gli animali, si dice “andare a  caccia“, oppure “andare a  caccia di tordi” che si può anche dire “andare a tordi“. Analogamente a caccia di grilli si può anche dire “andare a grilli”.

“Quando a tordi” è quindi l’abbreviazione  di “a volte si va a caccia di tordi”.

Di conseguenza la frase intera “quando a tordi e quando a grilli” significa  “a volte si va a caccia di tordi, ed a volte si va a caccia di grilli“. Adesso è molto più chiaro.

Spesso questo detto, questo proverbio viene usato anche  come un invito al risparmio, cioè un invito a non spendere, a mettere da parte i soldi, cioè a risparmiare quando si può, in caso ci fossero dei periodi peggiori in futuro.

Meglio essere prudenti quindi, meglio essere saggi, e risparmiare quando possiamo farlo perché prima o poi verranno periodi più negativi, i tordi finiranno e ci saranno solamente grilli da mangiare.

La frase si usa normalmente in senso ironico ed informale, diciamo ogni volta che si nota un periodo molto positivo ed uno molto negativo, soprattutto se la cosa non dipende da noi. Si usa molto in agricoltura ad esempio e se un anno il mio albero di mele,  ad esempio,  é pienissimo di mele mentre l’anno scorso non c’era neanche una mela posso dire, vedendo l’albero pieno di mele: “vedi l’albero com’è pieno di mele quest’anno? Quando a tordi e quando a grilli”.

La stessa cosa la posso dire però anche in altri contesti: se una ragazza ha molti ammiratori contemporaneamente mentre magari l’anno successivo la stessa ragazza non ha altrettanto successo, in questo caso i tordi sono i molti ragazzi innamorati della ragazza mentre i grilli sono la scarsità di ragazzi, anzi l’assenza di ragazzi dell’anno successivo.

Bene sono sicuro che ora sapete sicuramente utilizzare questa espressione, vi dico allora come promesso la frase completa: “disse la volpe ai figli: quando a tordi, quando a grilli”.

La frase è adesso molto più gradevole ad ascoltarla. La volpe è anch’essa un animale, un animale carnivoro, cioè che mangia carne, che si nutre di carne di altri animali.  Ed è la volpe che dice quindi ai propri figli, ai figli della volpe che non sempre c’è la fortuna dell’abbondanza, non sempre ci sono tordi da mangiare, buoni anche per le volpi,  ma a volte bisogna mangiare i grilli, e rimanere così affamati.  Povera volpe e poveri figli.

Bene ragazzi è stato un piacere anche oggi spiegarvi una frase molto famosa e di utilizzo abbastanza frequente in Italia. Fate anche un esercizio di ripetizione se volete, fermate il lettore mp3 quando volete e provate voi a ripetere la frase che avete scelto. Questo è sicuramente un esercizio utile soprattutto se è ripetuto.

Un abbraccio a tutti i miei amici di italiano semplicemente e se volete seguiteci su Facebook, su Twitter e sul canale YouTube di Italiano Semplicemente.  C’è una abbondanza di episodi da ascoltare, e pensare che fino a 2 anni fa neanche esisteva Italiano Semplicemente, potrei quindi dire: quando a tordi e quando a grilli.

Grazie per averci seguito anche oggi.

 

Padre e figlia – ripassiamo alcune espressioni

Audio

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente e grazie per essere qui.

Oggi facciamo un bell’episodio di ripasso. Ripassiamo, cioè rivediamo, per poterle ricordare meglio, alcune espressioni che abbiamo già spiegato attraverso dei podcast recenti.

L’idea è un’idea molto interessante, e quest’idea mi è stata data da Madonna, una ragazza egiziana che ha scritto une breve storia, quella che ascolterete oggi. In questa storia sono utilizzate alcune espressioni, di tanto in tanto, che pronunceranno i protagonisti di questa bella storiella, che sono un padre e una figlia. Io interpreterò il padre e Madonna vestirà i panni della figlia. Vestire i panni equivale ad interpretare. I panni sono i vestiti. Vestire i panni è una frase che si usa quando una persona deve immedesimarsi in qualcuno, deve identificarsi, deve “calarsi nel personaggio”, cioè interpretare qualcun altro. Bene. Vi faccio ascoltare la storia, poi seguirà una mia spiegazione che servirà a rinfrescarvi la memoria sulle espressioni ma anche, importantissimo, ad ascoltare lo stesso dialogo raccontato da me, in modo indiretto quindi, cioè utilizzando delle diverse coniugazioni e ache delle diverse parole.

Un esperimento questo molto utile credo per chi ha difficoltà con i verbi e col vocabolario in generale. Ma ascoltiamo pure la storia: padre e figlia parlano al telefono, come ascolterete, la figlia frequenta la scuola, mentre il padre si trova fuori casa da qualche giorno.

Figlia: ciao papà!
Padre: ciao tesoro come stai ?
Figlia: Eh, bene ..mi manchi tanto sai? quando tornerai a casa?
Padre: anche tu ..ritornerò fra due settimane. Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?
Figlia: nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO.
Padre: dai che sei brava…  se passi gli esami con dei bei voti ti faccio una sorpresa!
Figlia: Davvero??
Padre: sì, TI DO LA MIA PAROLA!
Figlia: ok..ma ho paura di una materia.  Psicologia è veramente difficile ..è già GRASSO CHE COLA se sarò promossa con il voto minimo!
Padre: difficile psicologia? Non è difficile dai, Anzi, direi che è interessante. Ascolta: nulla è difficile da capire! Se studi bene, ti va bene certamente..  Ma cosa fai adesso?
Figlia: niente… CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…
Padre: bene.
Figlia: ma…  come è andata la tua riunione la settimana scorsa?
Padre: MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!
Figlia:  ah, pensavo fosse la settimana scorsa…comunque che fai in questi giorni a parte il lavoro?
Padre: beh, ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa.
Figlia: ok,  ma ascolta papà, POICHÉ sei in Egitto,  mi raccomando COGLI L’OCCASIONE AL VOLO e vai a vedere le piramidi.
Padre: sì, certo che lo farò.. Allora Ciao tesoro, MI RACCOMANDO studia bene.
Figlia: ok papà … Ciao.

Bene, avete ascoltato questa storia ed avrete sicuramente notato che sono presenti alcune delle espressioni idiomatiche italiane di cui ci siamo occupati in passato.

Nell’articolo, cioè nella trascrizione dell’articolo ho inserito anche i link, cioè i collegamenti ipertestuali alle spiegazioni.

Si tratta di espressioni ma anche di parole singole e apparentemente semplici come POICHE’, ad esempio, che a differenza di perché, che si usa nelle domande, “poiché” si usa nelle risposte, ma vi invito a leggere i podcast che vi interessano di più. In tutto sono dieci citazioni, 10 episodi che vengono richiamati in questa storia.

Brevemente, per i più sfaticati di voi, vi faccio un piccolo riassunto, molto sintetico per capire meglio il dialogo ed il significato di ogni espressione usata.

All’inzio della storia il padre dice alla figlia: “Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?” vale a dire: come va a scuola? Cosa si dice nella tua scuola?

E la figlia risponde: “nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO“. Cioè la figlia risponde al padre, suo malgrado, cioè purtroppo per lei, nonostante a lei non piaccia questa cosa, quindi suo malgrado, malgrado la volontà della figlia, a fine mese ci saranno gli esami, che evidentemente non piacciono a Madonna. Povera Madonna, come darle torto.

Poi il padre promette un regalo alla figlia, infatti dice “sì, TI DO LA MIA PAROLA!”, cioè ti prometto di farti un regalo qualora passassi, cioè superassi, gli esami. Se quindi Madonna fosse promossa agli esami con dei bei voti il padre promette, dà la sua parola alla figlia, cioè le promette di farle una sorpresa, ed in particolare le promette un regalo.

Ma poi la figlia, un po’ pessimista, risponde che lei ha paura di Psicologia, che come materia è veramente difficile secondo lei e aggiunge che è già GRASSO CHE COLA se sarà promossa con il voto minimo! E’ difficile quindi, secondo la figlia, che lei riesca a superare l’esame di psicologia, e se lo supererà, è già grasso che cola se prenderà il voto minimo, il voto più basso tra quelli ammessi per la promozione. In Italia i voti, i voti all’università vanno da un minimo di 18 trentesimi a trenta trentesimi. Poi c’è anche il trenta e lode, che è il voto massimo ad un esame universitario.

Nella storia non viene detto che la figlia frequenta l’università ma è scontato visto che si parla di voto minimo.

Dopo il padre domanda alla figlia cosa stesse facendo. Dice infatti: “ma cosa fai adesso?”
e la figlia risponde di non fare nulla. Dice di cazzeggiare un po’: CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…” dice. La figlia dice che mentre parla cazzeggia un po’ per non annoiarsi. Cazzeggiare equivale a perdere tempo, ghibellonare, fare cose inutili, senza un obiettivo preciso.

Poi dopo è la figlia che fa una domanda al padre. Gli chiede infatti come fosse andata la sua riunione della settimana scorsa.
Il padre allora risponde che quella riunione non c’è stata, infatti la riunione, dice il padre, è programmata per il martedì futuro: “MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!”

Il padre usa quindi la parola MICA, che è una forma colloquiale per negare, per dire no. “Mica era la settimana scorsa la riunione! È martedì prossimo!”” Questa frase la posso anche invertire senza problemi: “È martedì prossimo la riunione, MICA la settimana scorsa!”.

La figlia fa poi un’altra domanda al padre, e gli chiede cosa faccia in quei giorni a parte il lavoro: ” che fai in questi giorni a parte il lavoro? Ed il padre risponde  che lui ha acquistato dei nuovi libri, e lo ha fatto per Ingannare il tempo: “beh – dice il padre – ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa”. Non appena il padre tornerà a casa per raggiungere la figlia, le farà leggere i libri che lui ha acquistato per ingannare il tempo, cioè per far trascorrere il tempo più velocemente, perché quando non hai molte cose da fare il tempo sembra non passare mai.

Mi auguro che anche voi, per ingannare il tempo, ogni tanto ascoltiate degli episodi di Italiano Semplicemente. Un grazie a Madonna che ha avuto questa bell’idea. Se qualcuno di voi vuole esercitarsi e fare la stessa cosa sarò felice di pubblicare anche la vostra storia. Basta andare sulla pagina delle frasi idiomatiche, scegliere una decina di frasi, comporre una breve storia ed inviarla a italianosemplicemente@gmail.com

Un saluto a tutti.

 

 

 

 

Da quando in qua 

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Descrizione

La spiegazione dell’espressione “da quando in qua”, con esempi di applicazione, tono da utilizzare e un esercizio di ripetizione.

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Saltare di palo in frasca

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Trascrizione

Buongiorno amici di italiano semplicemente, oggi è il 26 dicembre 2016, cioè santo Stefano, il giorno dopo di Natale.

Mentre vi parlo sto facendo una piccola passeggiata in un piccolo paese in provincia di Campobasso nel Molise, una zona abbastanza deserta, non c’è praticamente nessuno qua e ho quindi pensato che questo fosse il luogo ideale per registrare un episodio di italiano semplicemente e spiegare a tutti i membri una bella espressione italiana di uso molto comune, utilizzata un po’ ovunque sia in ambito familiare sia in ambito professionale, ma soprattutto utilizzata all’orale.

Si tratta quindi di un’espressione che non troverete sui libri di grammatica, sui libri dell’università. Ma potrete ascoltare questa espressione soltanto parlando con degli italiani o più probabilmente mentre degli italiani parlano tra loro. L’espressione è saltare di palo in frasca. Questa è un’espressione composta da cinque parole: saltare, di, palo, in, frasca.

Vi spiegherò di conseguenza le parole più difficili di questa espressione, dopodiché farò degli esempi pratici di utilizzo. E vi dirò ovviamente il significato della frase, che è un’espressione idiomatica, quindi non ha soltanto un senso proprio, ma anche un senso figurato. Spero nel frattempo che voi stiate passando delle belle festività natalizie. Le festività natalizie sono le feste di Natale, quindi “natalizie”.

Molti di voi ascoltatori non siete neanche di religione cattolica, molti siete musulmani ma evidentemente saprete che il 25 dicembre è il giorno di Natale, è il giorno in cui è nato Gesù e di conseguenza sapranno che il 25 dicembre si festeggia come ogni anno la festa cristiana più importante, festa cattolica più importante che è la festa del Natale.

Spero che siate contenti dei regali che avete ricevuto. Non voglio passare (o saltare) di palo in frasca comunque, mentre sto parlando perché vi stavo spiegando appunto l’espressione: saltare di palo in frasca.

Probabilmente avete già intuito qual è il significato dell’espressione, cominciamo comunque a spiegare le parole. Che cosa è il palo? Anzi cominciamo con il verbo saltare.

Scusate se ho un po’ di fiatone. Il fiatone è un “grande” fiato e ho un po’ di fiatone perché sto facendo attività sportiva, sto camminando, quindi il mio fiato, cioè il mio respiro è grande, cioè è affannato perché sto camminando.

Scusate per l’inconveniente. Dunque, che cosa è il palo? Il palo è un oggetto, un oggetto di cui il materiale molto spesso è il legno, il materiale di cui sono composti gli alberi. Normalmente il palo può avere una lunghezza che va da un metro circa fino anche alle cinque o sei metri di altezza.

Ha una larghezza dai cinque ai venti centimetri di diametro circa, quindi va dai cinque ai venti centimetri, ed è molto pesante. Solitamente un palo è molto pesante,  è fatto di legno ed è utilizzato per essere piantato nel terreno.

Normalmente è questo che si intende per palo. Quindi ha una forma appuntita, ha una punta, almeno in una delle estremità.

Questa punta si pianta, si inserisce nel terreno e quello è il palo. Il palo ha la funzione di essere piantato nel terreno per stare dritto, per stare in piedi e ci sono diversi tipi di palo.

C’è il palo della luce ad esempio che serve a sostenere i fili dell’elettricità che consentono alle abitazioni di avere la luce all’interno.

Quindi consentono di avere corrente elettrica. Ma esistono anche altri tipi di palo. Esistono anche i pali per le recinzioni cioè per suddividere il territorio nel caso in cui ci sono diversi proprietari, quindi nelle recinzione dei terreni agricoli. I territori agricoli sono molto spesso suddivisi tra di loro con dei pali, dove molto spesso sono attaccati  dei fili di ferro o delle sbarre di legno.

Poi ci sono anche altri tipi di palo. Ma il palo ha anche un senso figurato. Non solo in questa espressione ma il palo può anche essere un’altra cosa perché quando ad esempio c’è una rapina in banca cioè quando ci sono dei ladri che decidono di rapinare una banca o di rapinare una gioielleria, ebbene solitamente quando si rapina una banca i ladri sono almeno due.

Uno di loro fa la rapina, quindi entra all’interno della gioielleria o della banca e rapina la gioielleria, rapina la banca.

L’altra persona, l’altro ladro fa il palo. Vale a dire sta fuori e controlla; controlla che non arrivino le forze dell’ordine, che non arrivi la polizia o i carabinieri e che quindi il ladro che sta nel negozio possa tranquillamente rapinare il negozio, la gioielleria o la banca.

Quello è il palo in senso figurato. Perché sta fermo come un palo. Come se fosse piantato come un palo. E invece saltare come vi stavo spiegando è ciò che si fa quando si fa un salto.

Io adesso sto facendo una passeggiata, sto camminando ma volendo posso fare un salto. Ho fatto un salto, ho staccato le gambe dal terreno e ho fatto un salto.

Ovviamente saltare è un verbo che si utilizza fondamentalmente negli sport.

Quindi ci sono anche delle discipline in cui c’è il nome “salto”: c’è il salto con l’asta, c’è il salto in lungo, in alto, e c’è il salto triplo: tutte discipline sportive in cui si fanno dei salti, in cui si salta. E quindi si utilizza il verbo saltare.

Coloro che saltano sono gli atleti. Io non sono un atleta, ma tutti noi possiamo saltare, basta che stacchiamo entrambi i piedi dal suolo e facciamo un salto.

Si può fare un salto in lungo, un salto in alto eccetera.

Quindi: abbiamo spiegato saltare, abbiamo spiegato palo e spieghiamo adesso il significato della parola frasca.

Metterò una foto sull’articolo sul sito italianosemplicemente.com per farvi capire cosa esattamente è una frasca, così come metterò anche una foto di un palo che ho fatto durante questa mia passeggiata.

Che cosa è una frasca? La Frasca è un insieme di piccoli bastoncini secchi, che quindi possono essere utilizzati per accendere il fuoco, perché è un materiale infiammabile perché composto di legno e le foglie secche che sono facilmente incendiabili.

Questa è una frasca. Quando toccate una frasca, fa anche un certo rumore che adesso vi faccio sentire. Ecco😃.

Ho appena calpestato una frasca cioè un insieme di rami secchi, di bastoncini di legno che si rompono anche con le mani, che potete mettere sul fuoco per accendere con facilità il fuoco. Questa è la frasca. Le frasche vengono utilizzate anche dagli uccelli ad esempio, per fare , per costruire il nido, cioè la loro abitazione.

L’abitazione degli uccelli, la casa degli uccelli è fatta e composta di frasche , di pezzettini di legno secchi.

Quindi credo che sia la cosa più facilmente incendiabile, che ci sia al mondo. Perché gli uccelli prendono con il loro piccolo becco dei pezzettini di legno, li trasportano uno ad uno finché compongono il loro nido.

Quindi il nido è fatto di frasche. Ma cosa significa la frase saltare di palo in frasca?

È un ‘espressione all’interno della quale non dovete ricercare delle regole grammaticali perché il palo è un nome che richiede l’articolo “il”, si dice: il palo. Quindi quando utilizzate la preposizione articolata si usa dire: dal palo, ad esempio: saltare dal palo. Se voi salite su un palo e saltate a terra si dice saltare dal palo. Prima eravate sul palo, poi, dopo, arrivate fino a terra, quindi state saltando da un palo oppure saltare dal palo.

Invece l’espressione qui è saltare di palo, si dice soltanto nel l’espressione: saltare di palo in frasca. Perché è un’espressione idiomatica. E spesso Le espressioni idiomatiche non rispettano le regole grammaticali.

L’unica regola che rispettano e la regola del l’udito, dell’ascolto, quindi deve essere piacevole e deve essere subito riconoscibile la frase. Anche perché ha una sua musicalità.

Ovviamente è un’espressione che viene coniugata, quindi potete mettere un soggetto, ad esempio: io salto di palo in frasca, tu salti di palo in frasca, lui o lei salta di palo in frasca, noi saltiamo di palo in frasca, voi saltate di palo in frasca, essi o loro saltano di palo in frasca, il che non significa nulla diciamo in senso proprio.

Infatti devo ancora spiegarvi il significato dell’espressione, che significa semplicemente: passare da un argomento all’altro.

Cioè parlare di un argomento poi interrompersi e iniziare parlare di un ‘altro argomento, di un’altra cosa. L’espressione probabilmente viene proprio dagli uccelli, è un’espressione che deriva dagli uccelli che nel momento in cui devono costruire un nido, saltano da un palo all’altro perché gli uccelli volano e quindi, è loro abitudine saltare da un palo all’altro, si appoggiano un po’ ovunque e saltano anche da una frasca all’altra perché devono costruire un nido.

Devono staccare dei piccoli pezzi di legno per costruire il nido. Quindi saltano di palo in frasca senza capire, senza essere prevedibili. Quindi possono saltare su un palo, possono saltare su una frasca , poi saltare su un altro palo poi saltare su un’altra frasca. Decidono loro.

Nessuno gli impone una sequenza logica e quindi saltare di palo in frasca, quello che fanno gli uccelli ma in senso figurato, come vi dicevo, che significa passare da un argomento all’altro.

Se io ad esempio adesso vi incomincio a parlare di mia figlia e dico: mia figlia ha undici anni e fa le scuole elementari, fa la quinta elementare e poi vi dico che per andare al lavoro ogni giorno impiego circa trenta minuti, poi mia figlia ha un fratello di otto anni, si chiama Emanuele e poi vi dico anche che vado in ufficio tutti i giorni utilizzando una moto, uno scuoter.

Quello che ho fatto è saltare di palo in frasca, cioè passare da un argomento all’altro.

Prima vi parlavo di mia figlia, poi vi parlavo del mio lavoro, del viaggio per andare in ufficio. Quindi sono saltato di palo in frasca.

Quando si utilizza questa espressione lo si fa per indicare il passaggio improvviso da un argomento all’altro; passaggio improvviso e non prevedibile.

Quindi se una persona passa di palo in frasca o salta di palo in frasca, vuol dire che sta facendo un discorso poco organizzato, poco logico, un discorso poco comprensibile perché non si capisce per quale motivo salta da un argomento all’altro; passa da un argomento all’altro senza un criterio logico, senza una vera motivazione. Un po’ come fanno gli uccelli quando scelgono di saltare da un palo della luce ad una frasca.

Perché evidentemente loro scrutano un territorio e cercano di capire quale pezzettino di legno è più adatto per costruire il loro nido e facendo così saltano di palo in frasca. Vi posso fare un altro esempio.

All’inizio della passeggiata, all’inizio del podcast, vi parlavo delle vacanze di Natale, poi vi ho parlato all’improvviso dell’espressione di oggi e l’ho fatto apposta per farvi capire cosa significa saltare di palo in frasca, senza che voi ve lo aspettavate. Senza che la cosa fosse prevedibile sono saltato di palo in frasca.

Dicevo che saltare di palo in frasca è un’espressione utilizzata per lo più all’orale quindi non si usa nella forma scritta ma soltanto nei dialoghi informali.

La potete utilizzare fra amici, o anche fra colleghi ma soltanto nel linguaggio parlato. È spesso sotto forma di esclamazione, quindi quando si dice saltare di palo in frasca molto spesso si fanno delle esclamazioni.

Se io sto ad una conferenza ad un meeting, ad una riunione e sento una persona, ascolto una persona che parla, che passa da un argomento all’altro posso rivolgermi ad un mio collega che sta accanto a me e dirgli: non capisco nulla di quello che sta dicendo perché salta continuamente di palo in frasca.

Cambia continuamente argomento, salta sempre di palo in frasca e non capisco la logica.

Non capisco ciò che voglia dire. Quindi in questo caso è una esclamazione: sta saltando di palo in frasca.

Oppure posso dire: perché salti di palo in frasca, fati capire, spiega ti meglio, non saltare di palo in frasca.

Quindi, anche in questo caso si tratta di un’esclamazione , qualcosa che si dice direttamente alla persona col la quale si sta parlando.

Non saltare di palo in frasca. Altrimenti non capisco nulla.

Questa è un’espressione che quindi potete utilizzare tranquillamente con chiunque anche volendo con i vostri amici, ovviamente se lo fate su Facebook siete costretti a scriverlo ma comunque è utilizzabile nelle Chat, perché le chat sono appunto un discorso informale, un discorso che si fa con gli amici.

Potete scrivere tranquillamente “saltare di palo in frasca”.

Bene amici, scusate ancora per il fiatone di oggi. Allora, quale sono le novità di italiano semplicemente?

Oltre a spiegare le espressioni idiomatiche, come sapete su italiano semplicemente ci sono anche molte lezioni per principianti. Quella invece che state ascoltando in questo momento è una lezione per le persone che sanno già un po’ italiano e hanno problemi con la comunicazione perché non riescono ad esprimersi bene, perché non sono molto abituate a parlare in italiano , la lingua di Dante Alighieri. Quindi, il livello di questo podcast è un livello intermedio.

Perché solo coloro che già conoscono un po’ l’italiano sono in grado di capire ciò che sto dicendo e una cosa molto importante che consiglio a tutti di fare è di imparare esercitarsi anche a parlare.

Allora, all’interno di un podcast come questo, l’unico modo per farlo è di ripetere le espressioni o ripetere delle intere frasi dopo che le ho pronunciate io.

Di conseguenza potreste ad esempio decidere di fare delle pause, di tanto in tanto, quando ascoltate delle parole che sono un po’ più difficili o che avete desiderio di imparare o delle intere frasi più complicate potete fermare il vostro lettore mp3 e potreste ripetere la frase che avete appena ascoltato.

Questo è uno dei miei consigli , altrimenti potete fare l’esercizio di ripetizione che faccio solitamente alla fine di ogni podcast.

Facciamo proprio quello  adesso quindi è un esercizio che vi consiglio di fare è in questo caso ripetiamo appunto la frase idiomatica cercando di coniugarla sotto forma di espressioni in vari modi, al presente e al passato.

Ripetete quindi dopo di me, non pensate alla grammatica perché in questo caso non è importante.

Ciò che dovete imparare è proprio l’espressione che contiene la preposizione semplice di: saltare di palo in frasca, quindi ci sono due preposizioni semplici: di e in, che non c’entrerebbero nulla con il palo e con la frasca, perché sono preposizioni semplici che normalmente vengono utilizzate in altro modo, quindi saltare di palo in frasca è un’espressione idiomatica che si deve utilizzare soltanto in questo modo. Non potete cambiare le preposizioni semplici, altrimenti si potrebbe anche non comprendere bene il senso della frase. Ripetete dopo di me, imitate la mia pronuncia.

Adesso mi fermerò un ‘attimo, cosicché il fiatone si interrompa. Ripetete dopo di me senza pensare alla grammatica.

Io salto di palo in frasca

Tu salti di palo in frasca

Lui salta di palo in frasca

Noi saltiamo di palo in frasca

Voi saltate di palo in frasca

Essi , saltano di palo in frasca

Vediamo adesso al passato

Io sono saltato di palo in frasca

Tu sei saltato di palo in frasca

Lui è saltato di palo in frasca

Lei è saltata di palo in frasca

Noi siamo saltati di palo in frasca

Voi siete saltati di palo in frasca

Loro sono saltati di palo in frasca

Bene amici, grazie di aver dedicato del vostro tempo ed aver ascoltato questo episodio di italiano semplicemente e scusate se salto di palo in frasca nel ricordarvi che mancano quattro giorni alla fine dell’anno ed è ancora attiva la promozione del corso di italiano professionale che sarà completato alla fine del 2017 quindi disponibile per chi vuole acquistarlo dall’inizio 2018 ma è possibile prenotarlo a prezzi molto scontati con uno sconto del 60% se lo prenotate entro la fine del 2017. Potete quindi usufruire dell’offerta di uno sconto del 60%. Il corso è arrivato alla undicesima lezione, adesso, in questi giorni sto cercando di terminare la lezione dodici e tutte le undici lezioni terminate fino ad oggi sono state inserite su Google drive quindi all’interno del mio spazio del mio account italiano semplicemente e il corso è stato reso disponibile a tutti coloro che l’hanno per il momento prenotato e hanno deciso di iniziare subito il corso per avvantaggiarsi, per ascoltare le lezioni che sono già disponibili.

In questo modo nel 2018, quando il corso sarà completo avranno avuto modo di ascoltare molte lezioni di italiano professionale che ricordo è un corso dove il focus è sul lavoro. Quindi tutti coloro che hanno un’attività lavorativa e che sono in contatto con gli italiani. Questo corso è fatto proprio per loro perché vengono studiate tutte le situazioni che in ogni tipo di lavoro sono più frequenti. Quindi dalle riunioni ai dialoghi informali,  alle presentazioni, al colloquio di lavoro eccetera.

Ovviamente all’interno del corso verranno affrontati moltissimi argomenti che sono utili non soltanto a chi cerca di imparare l’italiano per lavorare con gli italiani ma anche per chi vuole approfondire la lingua. Perché moltissime espressioni che si usano all’interno del lavoro si usano anche nella vita di tutti i giorni. All’interno del corso di questa prima parte si affrontano le questioni relative alle frasi idiomatiche più utilizzate nel lavoro che sono comunque delle frasi, delle espressioni che vengono utilizzate anche al di fuori dell’ambito del lavoro. Il corso è adatto a tutti coloro che semplicemente vogliono approfondire la loro lingua, approfondire la conoscenza della lingua italiana. Ogni lezione è composta da un file pdf e da un file audio.

Poi c’è un file sempre in pdf composto dagli esercizi sulla lezione. Che quindi vanno svolti nella forma scritta e ascoltati in forma orale. Grazie a tutti ancora una volta, buone feste e al prossimo episodio di italiano semplicemente.

 

saltare_di_palo_in_frasca_immagine

L’uccello salta di palo in frasca

Un tipo di frasca (piccoli rametti secchi)
Un tipo di frasca (piccoli rametti secchi)

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Il palo della luce
Il palo della luce

 

Ps: grazie per le vostre donazioni

Che aria tira? 

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

Trascrizione

Ciao a tutti da Giovanni e grazie per essere qui ad ascoltare questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi spieghiamo il significato di una espressione molto usata in tutta Italia che sicuramente non troverete in un libro di italiano per studenti.

che-aria-tira-a

L’espressione di cui sto parlando è una domanda, e la domanda è: “che aria tira? ” .

È una domanda,  ed è una domanda che si fa a voce,  cioè è una espressione colloquiale che non si usa nella forma scritta, ma solo all’orale.

Prima di iniziare la spiegazione vi ricordo brevemente che entro il 31 dicembre potrete prenotare, se siete interessati,  il corso di italiano professionale,  che è stato studiato per chi vuole lavorare in Italia. Entro il 31 dicembre si può avere con uno sconto del 60%, un prezzo promozionale considerato che il corso sarà disponibile per gennaio 2018, quindi manca ancora un anno,  e chi prenota pagherà quindi solamente 79 euro e non 200 euro. Chi prenota  potrà però  ricevere per ora le prime 11 lezioni che sono già pronte, e che comunque sono già molte poiché si tratta già  di circa 10 ore di ascolto e circa 200 pagine da leggere. Potrebbe essere anche un bel regalo per il nuovo anno. Poi non appena saranno pronte le altre lezioni saranno immediatamente inviate. Ovviamente vi garantisco che se cambiate idea perché non siete soddisfatti vi sarà rimborsata la spesa.

Passiamo dunque a “che aria tira“.

L’aria, come sapete, è ciò che respirate e ciò che vi permette semplicemente di vivere. L’aria è composta da ossigeno ed anidride carbonica e senza l’aria nessun essere vivente può sopravvivere. L’aria entra nella nostra bocca ed esce sempre dalla nostra bocca: entra ossigeno ed esce anidride carbonica. Bene, ma cosa significa che aria tira? Spieghiamo allora il verbo tirare.

Tirare è un verbo, e tirare significa prendere qualcosa, prenderlo con le mani, afferrare questo oggetto e portarlo verso di voi. Se lo portate verso di voi lo state tirando, altrimenti se lo allontanate da voi lo state spingendo.

OK,  ma questo non si può fare con l’aria, infatti l’aria non si può afferrare con le mani. Non posso tirare l’aria.

Al limite l’aria  si aspira, o si inspira.  Si aspira  con l’aspirapolvere, che in realtà è nata per aspirare la polvere e non l’aria, mentre quando si fa entrare l’aria in bocca si dice che l’aria si inspira, viene inspirata, mentre quando esce si espira. Quindi l’aria non si tira come se fosse un oggetto.

Il verbo tirare si usa,  in questo caso, cioè nella frase “che aria tira”  in senso figurato. Iniziamo a dire  che tirare si usa col vento: anziché dire “oggi c’è un vento molto forte”,  posso dire “oggi tira un vento molto forte”, il vento tira quindi vuol dire che c’è vento, e si può anche sentire il rumore del vento quando tira.

Il vento è il movimento dell’aria, ma una cosa è che “tira vento“,  che significa che c’è  vento, un’altra cosa è che tira l’aria , anzi che “tira un’aria in particolare,  un’aria con certe caratteristiche”.

Quando è l’aria che tira vuol dire che il senso è figurato.

Quando si chiede “che aria tira?”  si vogliono conoscere delle notizie sul futuro,  come se l’aria trasportasse qualcosa, come se nell’aria ci fosse qualcosa che ci fa prevedere il futuro.  Se dico che oggi tira un’aria di pioggia,  voglio dire che forse fra un po’ pioverà, perché l’aria mi fa pensare che pioverà, magari perché è più umida del solito.

Allo stesso modo se mi riferisco non alle previsioni del tempo, ma ad altre previsioni,  ad altre tipologie di previsioni.

In generale quindi la domanda “che aria tira? ” significa semplicemente “come pensi che andrà?”, “quali sono le tue previsioni? “e  ci si riferisce ad una situazione precisa,   al lavoro ad esempio, o all’università, o in qualunque altro luogo in cui potrebbe essere successo qualcosa, o potrebbe accadere qualcosa.  Quando si chiede ad esempio “che aria tira nella tua università?”

Chi fa questa domanda sta semplicemente chiedendo com’è la situazione all’università? Cosa sta accadendo all’università?  La persona che deve rispondere potrebbe dire ad esempio:”niente di particolare”, oppure “non tira nessun’aria in particolare “, il che significa che non sembra debba accadere nulla in un prossimo futuro. Oppure potrei dire che le cose vanno male all’università, per qualsiasi motivo.

Che aria tira in Italia? Se qualcuno mi fa questa domanda io risponderei che in Italia tira un’aria di cambiamento, perché è appena caduto il governo e tra poco ci saranno nuove elezioni.

Un altro esempio: Ammettiamo che ci sia una ragazza  che ha un fidanzato di nome Andrea,  un fidanzato col quale però  spesso litiga,  con cui questa ragazza discute spesso.  Lei e Andrea non vanno molto d’accordo.

Se a questa ragazza capita di incontrate una sua amica che le chiede: “ciao, è un po’ di tempo che non ci vediamo,  che aria tira con Andrea?

La ragazza potrebbe rispondere: insomma,  ultimamente non va molto bene perché discutiamo spesso io ed Andrea e forse ci lasceremo.

In questo caso possiamo dire che tira una brutta aria tra questa ragazza e Andrea. Analogamente, facciamo un esempio nel campo del lavoro: se una azienda sta per fallire,  sta per chiudere perché non riesce a vendere molti prodotti, ma non è ancora fallita, possiamo dire che per questa azienda tira sicuramente una brutta aria, perché forse accadrà qualcosa di negativo nel futuro,  forse l’azienda chiuderà,  quindi tira proprio una brutta aria per l’azienda.

Spero che col vostro italiano invece non tiri affatto una brutta aria, perché, se tirasse una brutta aria vorrebbe dire che le cose vanno male e non state facendo progressi.

Bene, spero di essere riuscito ad aiutarvi a capire questa espressione così tanto diffusa nel linguaggio informale, se non fosse così fatemi sapere.  In ogni caso provate a utilizzare questa frase con degli amici per memorizzarla velocemente; potete farlo anche su Facebook.

Ora facciamo un po’di pratica della lingua.

Rispondete alle mie domande usando l’espressione che aria tira se pensate  sia il caso. Poi io vi farò ascoltare una risposta che voi potete ripetere,cercando di imitare la mia voce ed il mio tono.

Che aria tira nel tuo paese?

—-

Nel mio paese tira una brutta aria!

—-

Come va con la tua fidanzata? Hai ancora problemi ?

—-

Si, purtroppo non tira una bella aria tra noi. Oppure un’altra risposta può essere “Non ha mai tirato una bella aria tra noi”.

—-

Che aria tira in America ultimamente?

—-

Secondo me in America non tira un’aria positiva recentemente.

—-

Grazie ragazzi, ascoltate il podcast più volte per memorizzare.

Un saluto ai miei più fedeli ascoltatori, ed in particolare un saluto oggi ai serbi, agli abitanti della Serbia,  infatti la Serbia è il paese che in questa giornata ha visitato di più  italianosemplicemente.com


Video con sottotitoli

Cogliere un’occasione al volo

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

US  – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN

 

Descrizione

cogliere_un_occasione_al_volo_immagineIn questo episodio, registrato alla guida della mia automobile, potete ascoltare la spiegazione di una espressione idiomatica italiana molto diffusa ed utilizzabile in moltissime occasioni diverse: “cogliere un’occasione al volo”.

Trascrizione

Buonasera amici di Italiano Semplicemente, questa sera un episodio particolare perché sono all’nterno della mia macchina, della mia automobile e sto andando al lavoro, non è il luogo abituale di lavoro, questo perché mi sto recando in una località per lavorare al di fuori del mio ufficio, quindi si dice che sono in missione, sono in missione lavorativa; quindi registro questo episodio all’interno della mia macchina.

Mi sono detto: perché no? perché non approfittare di questo tempo, di quest’ora di tempo per dedicare quindici minuti ad un episodio di italiano semplicemente.

Una bella occasione da cogliere, di conseguenza ho pensato di approfittare di questo tempo per raccontarvi una storia, per spiegarvi come al solito il significato di una espressione italiana; non so in realtà ancora quale espressione italiana spiegarvi, ci sto pensando in questo momento, ma al dire il vero ne ho già utilizzato una, perché ho appena finito di dirvi che: vorrei cogliere l’occasione al volo di raccontarvi, di spiegarvi una frase, una espressione italiana.
Vorrei cogliere l’occasione al volo, cioè vorrei approfittare di questo tempo che ho a disposizione, vorrei cogliere l’occasione di questo tempo per spiegarvi una espressione italiana, e la espressione italiana e proprio questa: Cogliere un’occasione al volo
Dunque, vediamo da dove posso iniziare, probabilmente non tutti voi, non tutti gli ascoltatori, non tutti i membri della famiglia di italiano semplicemente conoscono questa espressione, comunque consiglio a tutti di ascoltare la spiegazione perché in questo modo avremo l’opportunità di esercitare l’ascolto che è la prima regola per imparare una lingua, la prima regola d’oro di italiano semplicemente come i più fedeli ascoltatori ormai sanno; avrete quindi l’occasione per ascoltare un po’ d’italiano e anche per esercitare un po’ la lingua perché alla fine di questo episodio come al solito faremmo un piccolo esercizio di ripetizione.
Quindi cogliere l’occasione al volo è la espressione di oggi, spieghiamo prima le parole, poi spieghiamo l’intera frase, poi faremmo qualche esempio e poi l’esercizio di ripetizione.
Allora, cogliere un’occasione al volo oppure cogliere l’occasione al volo, che cosa significa? :

Cogliere: forse non tutti voi conoscete il verbo cogliere.

Cogliere è un verbo che si può utilizzare con la frutta ad esempio, cogliere o raccogliere la frutta, oppure cogliere una pianta, per esempio; cogliere una mela dall’albero, cogliere una mela o raccogliere una mela significa prendere una mela (che è un frutto) e staccarla dal ramo, dall’albero: cogliere.
Si usa appunto anche il verbo raccogliere, il verbo raccogliere in realtà è più utilizzato per prendere degli oggetti quando questi oggetti si trovano a terra; quindi si usa più il verbo raccogliere in questo caso.
Per la frutta si usano ugualmente cogliere e raccogliere, ma il verbo cogliere in questo caso (cogliere un’occasione al volo), è utilizzato in senso figurato, perché ciò che viene colto non è un frutto in questo caso, ma è un’occasione, un’occasione significa: una occasione, che però in modo abbreviato si scrive: un’occasione, cioè: un, apostrofo, occasione; perché come sapete quando i sostantivi iniziano per vocale come in questo caso: occasione, e quando i sostantivi sono femminili, (occasione è femminile), perché è la occasione, il pronome personale d’avanti cosi come l’articolo si possono apostrofare, quindi: l’occasione oppure un’occasione.
E che cos’è l’occasione, che cos’è un’occasione, cosa significa occasione?.
Non è molto facile da spiegare, ma un’occasione è una possibilità, è una possibilità che voi avete. f

Facciamo un esempio: se voi venite a Roma, avete l’occasione di visitare il Colosseo, e, visto che venite a Roma, potete dire: perché no, perché non vedere il Colosseo, perché non prendere l’occasione al volo. Un’occasione quindi è un’opportunità che potrebbe capitarvi oppure no, se venite a Roma e bene che voi decidiate di visitare il Colosseo, è bene che voi cogliate questa occasione, cogliate questa opportunità, quindi un’occasione è una parola che significa opportunità, è un sinonimo di opportunità.
Un’occasione si può cogliere.

Cogliere un’occasione significa sfruttare un’occasione, sfruttare un’occasione è uguale a cogliere un’occasione, quindi cogliere un’occasione significa fare qualcosa, approfittare di qualcosa, approfittare di un’occasione, approfittare del fatto che venite a Roma per visitare il Colosseo, quindi cogliere l’occasione per visitare il Colosseo.
Io ho colto l’occasione di questo viaggio per registrarvi questo episodio di italiano semplicemente in cui vi sto spiegando l’espressione “cogliere un’occasione al volo”, quindi sto cogliendo l’occasione e vi sto registrando un podcast, avrei potuto decidere di non farlo, in quel caso non avrei colto l’occasione; in questo caso invece, ho colto l’occasione, ho sfruttato questo tempo che ho a disposizione per registrarvi un podcast, un episodio, quello che state ascoltando in questo momento.

Ho colto l’occasione, quindi se vogliamo, potete coniugare la frase cogliere un’occasione perché la coniugazione del verbo cogliere non è molto facile, in effetti:
• Io colgo l’occasione
• Tu cogli l’occasione  (“gli” non è molto facile da pronunciare per voi stranieri), capisco benissimo che “gli” in molte lingue non esiste, ho dedicato un’intera lezione alla spiegazione di “gli” all’nterno di Italiano Semplicemente, all’interno della storia per principianti che si chiama: “Il ladro padre e il ladro figlio” che come potete vedere nella sezione principianti, è la prima lezione per principianti.
• Lui coglie l’occasione
• Lei coglie l’occasione
• Noi cogliamo l’occasione
• Voi cogliete l’occasione
• Loro colgono l’occasione, loro cioè; Essi, essi e uguale a loro, però essi si usa pochissimo in italiano, si usa sempre “loro”, questo è bene che voi lo sappiate; essi si usa quasi esclusivamente nella grammatica, perché nel linguaggio parlato si usa” loro” oppure “coloro”; è molto difficile, veramente molto difficile che voi possiate incontrare il pronome essi se non nello studio della grammatica e nella coniugazione di un verbo, quindi:
• Io colgo
• Tu cogli
• Egli coglie o Lui coglie, Lei coglie (Lui è maschile, Lei è Femminile, Egli è il maschile), anche Egli si usa pochissimo, allo steso modo l’equivalente di egli al femminile è Ella, molto usato nella poesia, ma non certo nel linguaggio di tutti i giorni, quindi Lui coglie o Lei Coglie, si dice anche Egli coglie, ma “Egli coglie” è molto difficile perché c’è due volte la parola “gli”)
• Noi cogliamo
• Voi cogliete
• Essi colgono, attenzione: Essi o Esse colgono, qui non c’è “gli”, colgono non è “cogliono”, attenzione è molto pericoloso perché “cogliono” non Esiste, tra ‘altro la parola “cogliono” che non fa parte della coniugazione del verbo “Cogliere”, è molto pericoloso perché somiglia alla parola “coglione”.

È molto simile alla parola “coglione”, quindi non si dice “essi cogliono”, ma si dice “Colgono”, “cogliono è sbagliato”.

Io colgo, tu cogli, egli coglie, noi cogliamo, voi cogliete, essi colgono, che cosa? Un’occasione!
Ciò che si coglie è un’occasione, cogliere un’occasione significa fare qualcosa, approfittare di qualcosa per farne un’altra.
Io approfitto del mio viaggio per registrare un podcast; voi approfittate del fatto che venite a Roma per visitare il Colosseo; quindi io colgo l’occasione del mio viaggio per registrare un podcast, voi potete cogliere l’occasione di venire a Roma per visitare il Colosseo.
Io colgo l’occasione per registrare un podcast, ok? Quindi attenzione all’utilizzo delle preposizioni semplici “di” e “per”, io colgo l’occasione di questo viaggio per registrare un podcast.
Ripetete dopo di me in modo che vi rimanga più impresso:
• Io colgo l’occasione di questo viaggio per registrare un podcast.
• Voi cogliete l’occasione di venire a Roma per visitare il Colosseo.
Ok, quindi “Cogliere l’occasione” abbiamo spiegato cosa significa: approfittare di qualcosa per farne un’altra. Cogliere un’occasione significa quindi “cogliere un’opportunità”.
La parola “occasione” e la parola “opportunità” sono più o meno sinonimi, se io ho un’occasione, per esempio se io ho l’occasione di incontrarti, ho l’opportunità di incontrarti.
L’opportunità come l’occasione si può “cogliere”, io posso cogliere l’opportunità o cogliere l’occasione.
La parola “opportunità” si utilizza di più in ambito professionale, l’opportunità è una cosa positiva, l’opportunità si contrappone al rischio, negli affari quando parlate di opportunità vuol dire che potete approfittare di qualcosa per ottenere un qualcosa di positivo; potete cogliere l’opportunità di un viaggio per fare un affare, ad esempio. In questo caso, cogliete l’opportunità del viaggio per fare un affare, ma è meglio usare opportunità, nel caso del lavoro, nel caso di una professione, l’opportunità si coglie, un’occasione si coglie.
Ora, la frase in realtà non finisce qui, perché io ho detto all’nizio che la frase è: cogliere un’occasione al volo”, “cogliere un’opportunità al volo”, “cogliere un’occasione al volo” significa…cosa significa?
Allora, le due parole “al volo”, significa, danno l’idea, diciamo che questa occasione è unica, un’occasione importante, che potrebbe non capitarvi più, è un’occasione importante. Al volo, infatti include la parola “volo” quindi il volo è ciò che fanno gli uccelli, gli uccelli volano nel cielo, e quando una cosa vola nel cielo, lo fa solitamente in maniera molto rapida, in maniera molto veloce, e se voi dovete colpire una cosa che vola, se dovete colpire un “uccello” mentre vola ad esempio, beh, se non siete dei cacciatori è difficile che voi riusciate a colpire un uccello mentre vola, cioè a colpire un uccello al volo o che voi riusciate a colpire una cosa mentre vola, bisogna essere molto bravi, di conseguenza, cogliere un’occasione al volo, significa cogliere un’occasione mentre passa, mentre capita. Un’occasione potrebbe capitare molto velocemente, perché magari se non approfittate di questa occasione, potrebbe non capitarvi più oppure potrebbe durare poco tempo e quindi dovete pensarci bene, dovete pensarci prima, soprattutto, perché questa occasione è un’occasione importante, magari non vi capiterà più di venire a Roma, quindi è importante che lo facciate adesso questa visita al Colosseo, perché se non approfittate di questa occasione al volo, se non approfittate subito di questa occasione potrebbe non capitarvi più di venire a Roma.
Quindi prendere un’occasione al volo vuol dire non lasciarsela scappare, non lasciare passare questa opportunità, come se questa cosa fosse una cosa che vola, come se passasse nel cielo e voi la dovete prendere al volo, la dovete cogliere al volo.
Quindi, prendere un’occasione al volo vuol dire non lasciarsi scappare un’occasione, è la stessa cosa, in effetti, prendere un’occasione al volo si può dire anche in un altro modo:

Non lasciarsi scappare, ad esempio, io posso dire: domani verrò a Roma quindi non voglio lasciarmi scappare l’occasione di venire a vedere il Colosseo. Non voglio perdere l’occasione, non voglio lasciarmi scappare l’occasione di vedere il Colosseo, voglio cogliere l’occasione di venire a Roma per vedere il Colosseo.
Quindi come vedete la stessa frase la posso dire in più modi diversi, voglio vedere il Colosseo, quindi; visto, considerato che vengo a Roma, considerato che devo fare un viaggio per venire a Roma, voglio cogliere l’occasione di venire a Roma per vedere il Colosseo, non voglio lasciarmi scappare questa occasione, non voglio perdere questa opportunità.
La lingua italiana come sapete è una lingua abbastanza variegata, cioè varia, ha molti termini diversi e ci sono moltissimi modi per esprimere lo stesso concetto; secondo me è molto importante che una persona straniera, quando impara la lingua, quando impara una lingua come l’italiano, una lingua difficile, non dovrebbe accontentarsi di imparare il linguaggio base, dovrebbe invece avere il piacere di imparare anche un po’ della cultura italiana, il che significa capire che la lingua è il risultato della cultura e essendo la cultura italiana una cultura molto variegata, molto varia, non è uguale all’nterno delle regioni, non è uguale all’interno delle città, ci sono moltissime storie diverse all’interno della Italia, di conseguenza cosi come la cultura è variegata anche la lingua è variegata ed è bello imparare una lingua, (forse non vale soltanto per l’italiano questo discorso), è bello parlare una lingua cercando di utilizzare varie terminologie, vari modi diversi per imparare uno stesso concetto.
Bene ragazzi, allora credo che a questo punto abbiate capito cosa significa “cogliere un’occasione al volo”, credo che a questo punto prima di fare l’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che entro il mese di dicembre per coloro che possono essere interessati ad un corso di italiano professionale, entro il mese di dicembre, c’è la possibilità per tutti i visitatori di Italianosemplicemente.com di prenotare il corso di italiano professionale che uscirà nel mese di gennaio 2018, quindi manca ancora un anno, il corso è in fase di preparazione, sono pronte soltanto le prime dieci lezioni , ma tra circa una settimana uscirà la lezione numero undici che tratterà di tutte le frasi, tutte le espressione idiomatiche italiane che riguardano i rischi e le opportunità.
Per chi ascolta per la prima volta questo podcast, il podcast di italiano semplicemente, vi ricordo che il corso di italiano professionale è un corso studiato per tutti coloro che vengono in Italia per motivi professionali, di conseguenza tutte le lezioni sono organizzate in modo tale da essere utili al lavoro.
Quindi, tutte le espressione, tutte le occasioni, tutto il linguaggio italiano viene analizzato, diciamo suddividendo gli argomenti in maniera tale che sia più facile applicare questi argomenti alla vita lavorativa, quindi la lezione numero undici è appunto dedicata ai rischi e alle opportunità; oggi in qualche modo abbiamo già parlato delle opportunità perché, prendere un’occasione al volo vi ho spiegato che il termine occasione equivale ad opportunità, di conseguenza prendere un’occasione al volo significa prendere un’opportunità al volo, non lasciarsi scappare un’occasione, non lasciarsi scappare un’opportunità.
Ci sono moltissimi espressioni in Italia che riguardano i rischi e le opportunità perché in ogni lavoro c’è un rischio, in ogni lavoro si prendono decisioni e ogni volta che si prende una decisione c’è un rischio, ma là dove c’è un rischio, c’è un’occasione, c’è un’opportunità. Ogni decisione può essere una decisione positiva, in questo caso c’è un’opportunità oppure un’occasione negativa, c’è un rischio; un’opportunità negativa è un rischio. Quindi se la vostra decisione è una buona decisione si crea un’opportunità, se la vostra decisione al lavoro si rivela negativa in questo caso è molto rischiosa, quindi può portare a delle conseguenze negative.
Bene, allora facciamo adesso l’esercizio di ripetizione, credo che sia importante per coloro che non sono abituati a parlare l’italiano, per coloro che non hanno l’abitudine di parlare, di esercitare la lingua italiana fare questo piccolo esercizio di ripetizione, soprattutto è importante questa volta perché la frase “cogliere un’occasione al volo” contiene la parola “cogliere”, quindi il verbo “cogliere” che non è molto facile da pronunciare; quindi io ripeterò, io pronuncerò una frase, voi cercate di ripetere la frase dopo di me cercando di imitarmi, cercando di imitare la mia pronuncia e per fare questo rilassatevi.

Non c’è alcun bisogno che voi vi concentrate sulla grammatica, limitatevi a ripetere dopo di me e vedrete che dopo vi sentirete meglio, ok allora:
• Io colgo un’occasione al volo
• Tu cogli un’occasione al volo
• Lui coglie un’occasione al volo
• Lei coglie un’occasione al volo
• Noi cogliamo un’occasione al volo
• Voi cogliete un’occasione a volo
• Loro colgono un’occasione al volo

Adesso vediamo al passato:
• Io ho colto l’occasione
• Io ho colto l’occasione al volo
• Tu hai colto l’occasione al volo
• Lui ha colto l’occasione al volo
• Lei ha colto l’occasione al volo
• Noi abbiamo colto l’occasione al volo
• Voi avete colto l’occasione al volo
• Loro hanno colto l’occasione al volo

Un’ultima annotazione, la parola “colto” (Io ho colto, tu hai colto, lui ha colto, noi abbiamo colto, voi avete colto, essi hanno colto), la parola “colto” ha la “O” aperta, questo è molto importante, perché “Colto” significa un’altra cosa, se io sono colto, vuol dire che io ho studiato, conosco molte cose, sono istruito, sono una persona istruita, sono una persona laureata che ha studiato, conosce molte cose, quindi sono colto.
Ovviamente una persona può essere colta oppure può essere ignorante, cioè, può essere una persona che non ha studiato, che non sa molte cose, una persona che ignora le cose ed essere ignoranti è il contrario ad essere colti, colti con la “o” chiusa.

Una parola!

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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Trascrizione

Buonasera, grazie di essere qui all’ascolto dell’episodio di oggi di Italiano Semplicemente. Oggi a Roma fa abbastanza freddo e speriamo di riuscire a scaldarci con la vostra compagnia.

Allora dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle domande che mi avete fatto riguardo alle spiegazioni di alcune cose. C’è chi mi ha chiesto cose particolari, altri delle frasi idiomatiche italiane, e c’è chi, come Ramona, mi ha chiesto di spiegare una parola: la parola è “parola!”.

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Ebbene sì. “Parola” è la parola del giorno. Facile? Probabilmente sì, molto facile, sia da pronunciare che da scrivere. Il problema è che questo è un vocabolo molto usato nelle espressioni tipiche italiane. Ci sono molte espressioni, molte frasi che contengono questo termine: “parola“. Oggi quindi vediamo un episodio particolare, in cui vediamo proprio tutte queste frasi.

Forse un po’ più difficile come episodio da ascoltare e ricordare, ma cercherò di essere il più chiaro possibile, cercando di non annoiarvi.

Si tratta di un episodio che durerà almeno 20 minuti, quindi se dovete farvi una passeggiata, se dovete fare le pulizie di casa, indossate le cuffie e buon ascolto.

Per non annoiarvi l’esercizio di ripetizione lo faremo all’interno del podcast.

Allora vediamo prima le frasi più semplici e brevi, poi passiamo alle più complicate.

  • E’ una parola!

“E’ una parola” è la prima espressione. Si tratta di una esclamazione, che significa “non è facile”.

Questa espressione quindi significa semplicemente questo: non è facile. E’ una parola! cioè: non è come dire una parola, non è facile come se si trattasse di dire o di comprendere una parola.

Se vi dicono: mi devi leggere questo documento di 1000 pagine e domani mattina voglio trovare un riassunto sulla mia scrivania. Allora voi se pensate che la cosa è difficile e complicata potete dire: è una parola! Si tratta ovviamente di una espressione colloquiale e non si usa per iscritto.

Vediamo una seconda espressione:

  • passaparola

Un solo termine: passaparola. Passaparola è l’azione che si fa, ciò che si fa quando si comunica ad una persona una informazione, e poi questa persona la comunica ad un’altra persona, e poi ancora ad un’altra. Questo accade soprattutto in ambito commerciale: se un negozio, un market ad esempio, fa delle offerte speciali, fa degli sconti, dei prezzi bassi, allora le persone comunicano tra loro e questo comunicare si chiama “passaparola“, perché la parola passa da una bocca all’altra. Passare è il verbo che si usa, perché passare vuol dire dare una cosa ad un’altra persona. In questo caso il passaparola è il passaggio di un messaggio, di una comunicazione. Le aziende che fanno pubblicità ad esempio, sperano nel passaparola, sperano cioè che le persone parlino dei prodotti dell’azienda con altre persone, che potrebbero essere interessate a questi prodotti.

Analogamente “passar parola” o “passare parola” vuol dire comunicare qualcosa a qualcuno. Ma in questo caso non ci sono una serie infinita di persone coinvolte, ma c’è una o poche più comunicazioni; uno o più passaggi. Se ad esempio un vostro amico vi dice “dovresti dire a Giovanni ed ai suoi colleghi che il loro ufficio oggi è chiuso“. Allora io rispondo e dico: “ok, passerò parola“, cioè “ok, glielo dirò“.

Invece:

  • passare la parola

Con l’articolo “la” significa semplicemente “lasciare la parola“, cioè lasciare che parli qualcun’altra persona. “Passare la parola” si usa nelle riunioni, nelle conferenze, nei meeting, quindi in ufficio sostanzialmente. Se state in una riunione e state facendo un discorso, dopo potete dire: “ok, spero di essere stato chiaro, adesso passo la parola a Giovanni, che vi spiegherà alcune cose“.

Poi c’è anche:

  • togliere la parola di bocca

Si dice anche “levare le parole di bocca“. Togliere la parola di bocca significa dire qualcosa che stava per dire qualcun altro. “mi hai tolto la parola di bocca” è una frase che si può dire a qualcuno che vi anticipa, dicendo, prima di voi, qualcosa che voi stavate per dire.

“Accidenti, lo stavo per dire io, mi hai tolto la parola di bocca”.

Qui è importante usare “di” e non “dalla” perché le espressioni idiomatiche non rispettano necessariamente le regole grammaticali.

Ma la parola si può anche “tenere”:

  • tenere parola

Tenere parola a qualcuno di qualche cosa significa parlargliene, cioè fargliene cenno. “Mi raccomando, è un segreto, e ti prego di non tenerne parola a nessuno”: “di non tenerne parola a nessuno” cioè di non dire nulla a  nessuno, di non parlarne con nessuno, perché è un segreto: non ne devi parlare con nessuno, non ne devi tenere parola con nessuno.

Diverso è se aggiungete “in

  • tenere in parola

Questa frase si usa nel lavoro soprattutto: se tenete in parola un vostro cliente, vuol dire che avete preso un accordo con lui, un accordo verbale, a voce quindi, senza nulla di scritto, quindi si dice che avete tenuto in parola il vostro cliente, e lui si fiderà di voi, perché glielo avete promesso. Quindi se si tiene in parola qualcuno, si tiene vincolato qualcuno, in una trattativa d’affari o in una prospettiva di lavoro.

La parola si può tenere, ma si può anche dare:

  • Dare la propria parola

Significa promettere di dire la verità. Se una donna dice al fidanzato: “promettimi che non mi hai mai tradito. Dammi la tua parola!” Il fidanzato sicuramente dirà: “ti do la mia parola, cioè te lo prometto“.

Quindi dare la propria parola vuol dire questo: giurare di dire la verità.

Se poi non è vero ciò che si è detto, allora vuol dire che non si è tenuto fede alla parola data.

  • Tener fede alla parola data

Vuol dire che qualcuno ha dato la sua parola, ma poi non ha mantenuto la promessa, e quindi non ha tenuto fede alla parola data. Questa è un frase più difficile delle altre se vogliamo. Una promessa fatta e poi non mantenuta significa non tener fede alla parola data.

La parola si può anche “rimangiare”

  • Rimangiarsi la parola/le parole

Vuol dire cambiare idea. Le parole escono dalla bocca, e mangiare sta ad indicare che si mette qualcosa in bocca. Ciò che si mangia è il cibo: la carne, la verdura la frutta eccetera. Invece rimangiare non vuol dire solo mangiare due volte, ma è come se si cercasse di far tornare le parole dette, la promessa che si è fatta, in bocca: “rimangiarsi la parola”,è come se le parole tornano indietro la parola al singolare, vuol dire smentire quanto si è detto, far finta che non si sia mai detto.

Quest’anno ti regalo un viaggio a Disneyland“, potrebbe dire un genitore al figlio, e dopo qualche tempo il figlio potrebbe chiedere al padre: “papà, quando andiamo a Disneyland?” Il padre, che si era dimenticato della promessa, potrebbe dire: “non avevo mai detto che andavamo a Disneyland!“, “Che fai, ti rimangi la parola?” potrebbe dire il figlio. In questo caso il padre del bambino si è appunto rimangiato la parola, perché ha detto di non aver mai fatto quella promessa al figlio.

La parola si può anche spendere:

  • spendere una parola/qualche parola

“Spendere” è un verbo che si usa con il denaro solitamente, oppure col tempo. “Oggi ho speso 100 euro al ristorante“, oppure “ho speso due ore a fare un lavoro inutile“.

Quando si “spende una parola”, invece, vuol dire che si parlerà di qualcosa. Si dice spendere una parola a favore di qualcuno o qualcosa.

Ad esempio: “Spero che durante la riunione spenderai una parola su di me, e che spenderai qualche parola sul mio lavoro“.

Quindi in questo caso vuol dire: spero che troverai il tempo di parlare di me, spero che tra tutte le cose che dirai oggi, qualcuna delle tue parole sarà dedicata a me ed al mio lavoro.

Si usa molto nel lavoro: ad esempio “ho speso una parola su di te oggi col mio capo“, cioè ho parlato di te. Il senso è positivo, non si spendono parole in senso negativo, ma solamente in senso positivo.

In questo senso, riferito alle persone, si dice anche:

  • metterci una buona parola

Qui usiamo il verbo “mettere“: se io metto una buona parola su di te, vuol dire che parlerò bene di te, cercherò di aiutarti. La parola è buona, cioè serve ad aiutare qualcuno, e la parola buona si “mette”, si mette “su qualcuno”.

Se qualcuno vi dice “oggi metterò una buona parola su di te”, allora voi potete rispondere: “ok, grazie, ti prendo in parola”.

  • Prendere in parola

Vuol dire fidarsi: mi fido della tua parola, mi fido di ciò che hai detto, faccio affidamento su quanto hai appena detto: ti prendo in parola. Attenzione a fare le promesse che non potete mantenere, soprattutto ai figli, perché altrimenti loro ti prendono subito in parola.

Poi c’è anche:

  • far parola di qualcosa a qualcuno

Che significa accennare, parlare di qualcosa a qualcuno. Ad esempio puoi dire ad un tuo collega: “Potresti aiutarmi a risolvere questo problema?” lui potrebbe rispondere: “ne farò parola con il mio dirigente, lui potrebbe aiutarti“. Si usa quindi quando volete parlare di un dato argomento o anche solo accennarne a qualcuno.

Le parole si possono anche pesare:

  • Pesare le parole

Vuol dire prestare attenzione a ciò che si dice, fare attenzione alle parole che si usano, perché anche una sola parola potrebbe essere pericolosa. I politici ad esempio, quando sono intervistati dai giornalisti, devono pesare le parole. Pesare è un verbo che si usa solitamente quando si deve capire quanto un oggetto è pesante: Quanto pesa un oggetto? 1 grammo, 10 grammi, 1 ettogrammo, 1 chilogrammo, eccetera. Pesare le parole quindi indica cercare di capire quanto una parola è pesante, quanto cioè è importante.

Andiamo avanti:

  • dire l’ultima parola

Si dice l’ultima parola quando si parla con qualcuno, e magari si discute, non si è d’accordo su un certo argomento e si vuole avere ragione. Tra marito e moglie ad esempio, in caso di litigio, di discussione, tutti e due vogliono dire l’ultima parola, vogliono parlare per ultimi, prima del silenzio, come se parlare per ultimi volesse dire avere ragione.

In effetti dire l’ultima parola vuol dire anche questo: avere ragione. Se ascoltate qualcuno che dice: “sono io che voglio dire l’ultima parola su questo argomento”, vuol dire che questa persona vuole vincere una battaglia, vuole mettere fine alle discussioni, vuole zittire tutti e risolvere il problema. Dopo di lui non parlerà più nessuno, perché il problema sarà risolto: è lui che metterà l’ultima parola.

Vediamo adesso:

  • quattro/due parole in croce

Solitamente questa frase si usa quando si parla di un discorso o di uno scritto molto breve, molto succinto e conciso, come formato da quattro parole che intersecandosi (incrociandoli) formano le quattro braccia di una croce. Spesso si usa con il verbo spendere, come abbiamo visto prima. Quindi si sente spesso dire: “spendere una parola o qualche parola a favore di qualcuno“, ma se si spendono due parole o quattro parole in croce a favore di qualcuno, vuol dire che non si è parlato poco, si sono dette quattro parole, oppure due parole, quindi è inutile.

Ammettiamo che ci sia qualcosa di importante di cui dovete parlare durante una riunione. Dovete parlarne perché è importante, ma non dovete spendere due parole in croce, o non dovete spendere quattro parole in croce, perché in questo caso ne avete parlato molto poco, non ne avete parlato a sufficienza, non ne avete parlato quanto dovevate parlarne considerata l’importanza dell’argomento.

In questo caso si può anche dire

  • spendere mezza parola

Se spendete quindi mezza parola, o qualche mezza parola o due mezze parole a favore di qualcosa, ne avete parlato poco, ovviamente la parola non si può spezzare a metà, non si può dividere in due, quindi il senso anche qui è figurato.

 

Poi c’è anche chi ne usa poche e chi non ne usa nessuna. Chi non usa parole, perché magari non trova le parole da dire, perché emozionato o perché non trova la forza di dire nulla, si dice che “resta senza parole”

  • restare senza parole

Si resta senza parole davanti ai morti di una guerra, si resta senza parole davanti a qualcosa che ci colpisce, che ci immobilizza, che ci sconvolge anche. Restare senza parole significa quindi rimanere esterrefatti, sbalorditi, tanto stupiti o meravigliati da non riuscire a reagire, nemmeno parlando: si resta senza parole.

Una frase molto semplice è poi:

  • dire due parole

Che equivale a spendere due parole, ma è più informale. Dire due parole è molto usata come frase in ogni contesto. “Dai, dicci due parole sulla tua vita” potreste chiedermi ed io potrei dirvi: ok, sono italiano, abito a Roma, sono sposato”.

Vi posso anche dire che esiste la frase:

  • avere una sola parola

che vuol dire non cambiare mai idea. Avere una sola parola quindi è una caratteristica di chi è una persona di parola, di chi mantiene la parola.

  • mantenere la parola

Infatti significa esattamente questo: mantenere le promesse, non smentirsi, avere una sola parola,

  • essere una persona di parola

e se una persona è di parola, la potete prendere in parola, potete far parola su di lui, potete fidarvi di lui perché questa persona è di parola. Chi è di parola mantiene le promesse, mantiene la parola data.

Vedrete che anche se adesso avete alcune difficoltà, dopo qualche volta che ascolterete questo episodio non avrete più alcun problema.

A proposito di mantenere la parola data, c’è una frase dialettale che però è di uso comune in Italia e che tutti comprendono: chi non mantiene la parola data si dice che è un “quaquaraquà!”. Se sei un quaquaraquà sei una persona che parla, parla, parla, chiacchiera inutilmente, dice tante parole, e solitamente i quaquaraquà dicono un sacco di bugie. Quaquaraquà simiglia un po’ al verso delle oche, o delle papere: qua, qua, qua, e ci fa capire come il quaquaraquà, la persona che viene chiamata quaquaraquà vuol dire che parla molto ma ciò che dice non conta nulla, come se fossero tutte parole uguali: qua, qua qua!

Bene, abbiamo finito con i verbi, vediamo adesso alcune frasi in cui alla parola viene associato un aggettivo o una caratteristica:

  • parole sante/parole d’oro

Quando sentite qualcuno esclamare”parole sante“, o “parole d’oro” vuol dire che dà molto valore alle parole che ha appena ascoltato.

Se il santo padre, cioè il Papa, se Papa Francesco dice:

il segreto per la pace del mondo è la fratellanza

Io posso dire: “parole sante!” ed in questo modo voglio dire che ciò che ha detto Papa Francesco è una cosa importante, ma non solo Papa Francesco dice parole sante.

Il termine sante si usa in senso figurato. Nella religione cristiana i santi sono delle persone che hanno compiuto dei miracoli e che sono quindi degne di essere ricordate dai cristiani. Non sono però i santi a pronunciare “parole sante”, ma sono tutti coloro che dicono delle cose importanti, delle verità, delle verità importanti. L’aggettivo sante, associato alle parole, serve solamente ad indicare l’importanza delle parole, come se fossero state pronunciate da un santo.

 

Le parole possono essere anche “grosse”.

  • parole grosse

“Parole grosse” è anch’essa una esclamazione. Grosso significa grande. Semplicemente. Ma grande si usa più per gli oggetti e le cose che si toccano, le cose tangibili. Invece grosso si usa spesso per le cose non tangibili, che non si toccano: posso parlare di un grosso affare, di un grosso investimento, di una grossa opportunità, di grosse occasioni eccetera. Ma quando si usa la frase, l’esclamazione “parole grosse“? Si usa quando le parole che sentite pronunciare da qualcuno sono delle parole, che non sono “importanti”, ma che possono avere degli effetti importanti, e spesso sono anche esagerate.

Se ad esempio mio figlio mi dice:

papà, non ti voglio più bene, anzi, non ti ho mai voluto bene!

beh io dico che queste sono parole grosse, sono parole esagerate, parole pesanti. Non è possibile che mio figlio pensi queste cose di me, e tra l’altro se fosse vero le conseguenze potrebbero essere molto gravi.

Vi faccio un secondo esempio: se nel mio ufficio c’è una atmosfera diciamo un po’ ostile, perché le persone hanno discusso, hanno litigato tra loro e non vanno più d’accordo, io allora potrei stancarmi della situazione, e potrei dire:

basta! Non voglio più far parte di quest’ufficio, perché siete tutti una massa di stronzi!“.

A questo punto, il dirigente dell’ufficio potrebbe dire: non c’è bisogno di dire queste parole grosse, bisogna fare pace perché quello che è successo è una sciocchezza!

Concludiamo con la parola d’ordine.

  • parola d’ordine

La “parola d’ordine” è nata nell’esercito, nelle forze armate, quindi si usa durante una guerra ad esempio. La parola “ordine” è una parola molto importante nell’esercito. La parola d’ordine è una frase, quindi non una parola singola, ma un insieme di parole, una espressione: non una parola sola ma una espressione. E che espressione è? Qual’è la sua caratteristica? Non tutte le espressioni infatti sono parole d’ordine.

La parola d’ordine è una frase segreta, usata per farsi riconoscere dagli alleati ad esempio. Se non si conosceva la parola d’ordine non si poteva entrare, non si poteva accedere in un edificio ad esempio, o in un territorio, perché chi stava alla porta, la guardia, il militare che stava all’ingresso chiedeva: “conosci la parola d’ordine?” E la persona che doveva entrare doveva sapere la parola d’ordine, altrimenti non poteva entrare. Si tratta di una specie di password quindi, ma era una frase, anche detta “lasciapassare”, perché si lasciava passare la persona che conosceva la parola d’ordine.

La parola d’ordine però è anche qualcos’altro, non solamente una frase che occorre conoscere per entrare da qualche parte. Si può usare la parola d’ordine anche per indicare una delle cose più importanti.

Vi faccio un esempio: in una azienda la parola d’ordine potrebbe essere: “puntualità”, non perché non puoi entrare in azienda se non la conosci – l’azienda non è un esercito –  ma perché è la cosa che conta di più, la cosa più importante per lavorare in quell’azienda: la puntualità è la parola d’ordine.

Credo che può bastare così per oggi, spero che Ramona, professoressa di chimica, sarà contenta di questa spiegazione. Forse ho un po’ esagerato, perché sono veramente molte frasi che contengono il termine “parola”.

Grazie di averci seguito, grazie a Ramona, un grosso abbraccio da parte mia e vi do la mia parola che farò sempre il massimo per aiutarvi a migliorare il vostro italiano. Parola di Gianni.

Parola mia

Quando si dice “parola mia“, o “parola di Gianni”, in questo caso, o parola di Marco, o di chi parla, vuol dire fidatevi, perché ve lo dico io, è una parola mia, quindi vi potete fidare.

Ciao a tutti.

 

Il combinato disposto

Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Buongiorno amici. Oggi voglio spiegarvi una espressione che è molto di moda ultimamente. Se vi capita infatti di ascoltate la TV italiana o la radio italiana, una emittente qualsiasi, e ascoltate in particolare delle trasmissioni dove si parla di politica, di soggetti politici, cioè di attualità del mondo della politica, vi capiterà molto spesso di imbattervi in una espressione particolare: “il combinato disposto“.

Giusto per fare chiarezza: quando ci si imbatte in qualcosa vuol dire che si incontra qualcosa. Imbattersi è come incontrare, come se si stesse facendo un cammino ed improvvisamente ci si imbatte su qualcosa, cioè si incontra, qualcosa, inaspettatamente, qualcosa che non credevamo di incontrare.

Comunque se vi imbattete sull’espressione il “combinato disposto”… Allora ascoltate perché  è questa l’espressione di oggi dunque, che mi appresto a spiegare oggi.

Se provate a cercare questa espressione su internet, ed in particolare se provate a cercare nella sezione news di Google, vedrete quanti risultati troverete. Dico di cercare nella sezione news di Google semplicemente perché così potrete leggere gli articoli in cui si parla di attualità.

il_combinato_disposto

Allora se proviamo a farlo leggerete frasi di questo tipo:

Il combinato disposto della riforma della legge elettorale e della riforma costituzionale fa sì che l’Italia sarà meno democratica

Cosa significa?

Allora cominciamo a dire che fino a poco tempo fa non si usava molto questa espressione. Ma è circa un anno che possiamo ascoltarla alla radio ed alla TV italiana tutti i giorni.

Intanto la parola “combinato” indica la somma di due o più cose: la combinazione di due o più cose. Il combinato: cioè la somma, l’unione diciamo, la combinazione. Se sommiamo due cose, se mettiamo insieme due cose, se cioè le combiniamo, se facciamo la combinazione di queste due cose, otteniamo un risultato che possiamo chiamare il “combinato”.

Possiamo parlare della combinazione di due avvenimenti, di due diverse cose accadute, della combinazione di eventi successi, generalmente è questo il modo di usare la parola combinazione, quando cioè si parla di due cose che si combinano. La parola combinazione si usa in realtà al posto della parola unione infatti, o somma, quando c’è di mezzo il tempo: ci si può incontrare per combinazione, cioè per caso, nello stesso posto e nello stesso momento: che combinazione!! si può esclamare quando ci si incontra tra due persone in un insolito posto.

Ma, potreste chiedervi, perché se è così semplice, perché se il concetto è così semplice, è ora così utilizzato questo strano modo di chiamare la somma, l’unione, la combinazione di due cose? Il combinato! Perché usare questa espressione?

La verità è che in realtà non ce n’era veramente bisogno, questo è il mio parere, ma si è voluta usare una espressione diversa, quando si parla di leggi: quindi l’unione di due norme, l’unione di due leggi. E allora si è unita una seconda parola: “disposto“, e la combinazione di due leggi è diventata: “il combinato disposto“. Ok, ma perché disposto? Cosa c’entra con le leggi? Cos’è il disposto?

Abbiamo capito finora che quando si parla di “combinato disposto” si parla sempre di leggi, di norme, di articoli di legge, che messe insieme determinano un certo risultato. Non basta però prendere una legge, un articolo di una legge, ma ne occorrono almeno due per fare un “combinato disposto”. Ok.

Da dove viene disposto? “Disposto” evidentemente viene da “disposizione“, ed in particolare dalla “disposizione normativa”, cioè dalla “disposizione di legge”. La disposizione è un altro modo di chiamare una legge, un modo più generico però. La legge, come qualsiasi altra norma, quindi in senso generico, si chiama  disposizione normativa, e questo perché le decisioni di questo tipo vengono appunto disposte, si usa cioè il verbo “disporre”. E quindi una disposizione viene “disposta”. Cosa dispone una legge? Una legge dispone, ad esempio, che uomini e donne hanno gli stessi diritti, oppure una legge può disporre che vince le elezioni chi prende il maggior numero di voti, o una legge può disporre che la pena di morte viene abolita, eccetera. La disposizione quindi è ciò che decide la legge, il risultato della legge.

Quindi capite bene che “combinato disposto” è la combinazione di due disposizioni, cioè la combinazione, l’unione di due leggi, o di due articoli di due norme diverse. Anziché dire la combinazione delle due leggi x e y, si dice “il combinato disposto” delle leggi x e y. Cioè che è il risultato delle due leggi,  cioè ciò che è il risultato delle due leggi considerate insieme: il risultato è ciò che è disposto, come se la legge fosse una soltanto e non due.

In questo caso la frase è molto di attualità in Italia perché da una parte c’è la legge elettorale, cioè la legge che stabilisce le regole su come eleggere il governo italiano,  la legge che decide le regole che sono alla base della elezione del governo italiano, e dall’altra parte la riforma della costituzione, cioè la riforma, cioè il cambiamento, della legge fondamentale della Repubblica Italiana.

Allora, l’attuale legge elettorale italiana viene comunemente chiamata ITALICUM, e questa legge assegna ora molto potere al partito, cioè allo schieramento politico che vince le elezioni, che prende più voti dai cittadini;  l’ITALICUM assegna più potere a chi vince rispetto alla legge elettorale precedente, chiamata PORCELLUM (noi italiani siamo molto creativi come sapete!).

In aggiunta, vi devo dire anche che nella seconda riforma, la riforma costituzionale, cioè nella riforma della Costituzione italiana, per dirla brevemente, viene dato più potere ad una delle due Camere, anzi, viene dato tutto il potere alla Camera dei Deputati.

Insomma, con queste due riforme, quella elettorale e quella costituzionale, messe insieme, combinate, sembra che il Governo abbia molto più potere di prima. Possiamo anche dire che combinando le due riforme il governo avrebbe un potere decisionale più forte rispetto a quello attuale.

Possiamo anche dire quindi che il combinato disposto della nuova legge elettorale e della riforma costituzionale dia questo risultato: più potere al governo eletto.

Mmmmm… Questo è un BENE oppure un MALE? E’  una cosa positiva? C’è chi crede sia positiva, ma c’è anche chi non la pensa così, chi crede che la cosa sia negativa e quindi che il combinato disposto delle due riforme sia una cosa negativa per l’Italia. Queste persone sostengono quindi che questo potere sarebbe eccessivo e in qualche modo minaccerebbe la democrazia.

Bene, ora a dicembre 2016 ci sarà il cosiddetto referendum, cioè ci sarà una consultazione dei cittadini italiani, e si chiederà agli italiani se sono d’accordo con la riforma della Costituzione, cioè con la seconda delle riforme di cui abbiamo parlato, quindi gli italiani si esprimeranno, voteranno, diranno il loro pensiero, quello che pensano a proposito di questa riforma costituzionale. Diranno cioè Sì, vogliamo la riforma, oppure No, non vogliamo la riforma costituzionale. Ed ora nelle TV italiane siamo in piena “campagna elettorale“: tutti i politici vanno in TV e dicono quello che pensano sulla riforma costituzionale: Ci sono quelli che sono d’accordo con il “Sì”, quelli cioè che vogliono la riforma, e questi signori sono quello che si chiama “il fronte del Sì“.

Poi dall’altra parte ci sono coloro che sono per il “No”, quelli che non vogliono cambiare le cose, e questi signori rappresentano il cosiddetto “fronte del No“.

Ebbene, il combinato disposto è l’argomento principe del “fronte del No” alle riforme costituzionali: coloro che voteranno “No” al referendum, e che vanno ora in TV a spiegare le loro ragioni, che vanno in TV a spiegare i motivi che sono alla base del loro “NO”, questi signori si appellano al cosiddetto “combinato disposto”.

Dicendo semplicemente queste due parole “combinato disposto” tutti ora sappiamo di cosa stiamo parlando: degli effetti negativi che deriveranno dalla riforma della legge elettorale e dalla riforma costituzionale; dalla combinazione di queste due riforme. Analogamente secondo il fronte del Sì il combinato disposto è un BENE, perché con un governo che ha più potere decisionale si possono prendere più decisioni e più in fretta.

Sapete che il linguaggio della TV è un linguaggio veloce, che deve puntare all’essenziale; ogni secondo è importante quindi utilizzare termini specifici e subito riconoscibili è a volte molto importante. Quindi parlare semplicemente di combinazione di leggi non è stato ritenuto sufficiente, perché si doveva ogni volta spiegare il soggetto: la combinazione di cosa? La combinazione della riforma elettorale e di quella costituzionale. Troppo lungo! Quindi è meglio essere più sintetici e coniare una nuova espressione, meglio introdurre una nuova espressione: “il combinato disposto”! Il combinato disposto è sembrato perfetto: non c’è bisogno di aggiungere altro. Fino a poco tempo fa si doveva specificare cosa veniva combinato, ora no, non è più necessario, ora è scontato.

Credo tra l’altro, questo lo dico al di là della spiegazione, che questo sia un argomento di attualità in tutti i paesi, in tutte le nazioni, non solo in Italia: meglio un Governo più forte oppure meglio sostenere le idee di tutti e prendere decisioni forse in tempi più lunghi ma più sagge e ponderate? Un bel dubbio! Non dimentichiamo poi che l’Italia non ha ancora dimenticato gli effetti della seconda guerra mondiale, dove il “governo forte” era quello del Duce, era quello  di Benito Mussolini, che aveva tutto il potere a suo tempo, quindi capite bene come ci sia ancora la paura, in Italia, che ci sia un governo che  abbia molto, troppo potere. Dall’altra parte però c’è anche chi sostiene che in Italia non cambiano mai le cose se non si prendono decisioni, anche se non siamo tutti d’accordo. Insomma è una bella lotta tra queste due differenti visioni politiche, e non è sicuramente facile dire “è meglio il sì”, oppure “è meglio il no”. Per ora in Italia ci sono moltissimi indecisi infatti: ci sono molte persone che non sanno cosa votare al referendum: sono indecisi.

Bene, spero che la mia spiegazione sull’espressione “il combinato disposto” sia stata sufficientemente chiara: credo che ogni tanto sia un bene parlare un po’ anche di attualità, per entrare un po’ nella cultura italiana.

Per terminare im, vi dico che quella di oggi non è un’espressione che si usa in altri campi al di  fuori delle leggi. Non potete dire ad esempio a vostro marito:

Il combinato disposto tra il tuo atteggiamento freddo che hai con me recentemente e il fatto che fai sempre tardi la sera mi fa pensare che hai un amante!

Questo non lo potete dire perché si capirebbe lo stesso ma farebbe un po’ sorridere. In questo caso dovete usare un’altra espressione, ad esempio: “Il fatto che” tu sei freddo con me eccetera.

Vi lascio alle vostre attività quotidiane, ci sentiamo prossimamente perché sto preparando la nuova lezione di Italiano Professionale dove si parlerà di soldi e dei problemi legati ai soldi. Tutte le espressioni che si usano quando si hanno problemi di denaro.

A presto.

Ps: grazie per le vostre donazioni
 

 

La paura fa novanta, pezzo da novanta

Audio

Trascrizione

Membri della famiglia Italiano Semplicemente, un saluto da Giovanni, e vi do il benvenuto in questo nuovo episodio, in questo nuovo podcast di ItalianoSemplicemente.com. Ringrazio tutti del vostro interesse e dei vostri commenti sulla pagina Facebook, spero da parte mia, di esservi utile e di aiutarvi concretamente nell’apprendimento della lingua italiana. Scusate se a volte non riesco a rispondere personalmente ai messaggi su Facebook ma non sempre riesco a trovare il tempo. Ad ogni modo credo sia più produttivo sottolineare due cose, prima di iniziare la spiegazione di oggi.

La prima cosa è che queste espressioni, conoscere le espressioni idiomatiche Italiane è importante per conoscere la cultura Italiana, e difficilmente troverete queste espressioni in un corso di italiano convenzionale, dove lo studio della grammatica è al centro e non c’è spazio per le espressioni tipiche italiane. La seconda cosa, ancora più importante, a mio modo di vedere, è che per ogni espressione tipica italiana bisogna sapere come utilizzarla, in quali occasioni, se è informale o formale, se la potete usare in famiglia o in ufficio o col vostro professore di italiano. È bene sapere quindi anche in quali altri modi esprimere lo stesso concetto, per essere sicuri che stiamo usando bene l’espressione, altrimenti c’è il rischio di fare brutte figure, ed allora è meglio non conoscerla quell’espressione. Sul web ci sono altri siti o canali YouTube, anche molto interessanti,  in cui si spiegano le espressioni italiane, ma tutti questi siti spiegano solo una versione della frase, e si tratta sempre di espressioni familiari, che potete usare e tra amici e non con persone diverse o che non conoscete bene. È per questo, è anche per questo che nelle mie spiegazioni cerco sempre di specificare il contesto di riferimento. Ed è anche per questo che ho deciso di sviluppare il corso di italiano professionale, che potete trovare sul sito e in cui vengono spiegate,  tra l’altro, tutte le frasi che si riferiscono al mondo del lavoro, dalle riunioni, alle conferenze, al colloquio di lavoro,  a come trattare eccetera. Ma torniamo all’espressione di oggi.

L’espressione che ho scelto di spiegarvi oggi, anzi le espressioni di cui ho deciso di parlarvi oggi sono due. Si tratta di “pezzo da novanta” e di “la paura fa novanta”. Credo siano due espressioni interessanti da spiegare e da comprendere.

Queste due espressioni sono state proposte da Leonardo, che saluto. Leonardo mi ha inviato una mail attraverso il link che ho inserito nella pagina delle frasi idiomatiche, e ha scelto due espressioni che contengono la parola “novanta”, che è un numero, come sapete. Novanta è il numero che sta dopo l’ottantanove e prima del novantuno. Ma in Italia il novanta è un numero particolare; non è un numero qualunque.  Sapete infatti,  o forse non lo sapete, che esiste un gioco in Italia che si chiama “Tombola”, un gioco molto famoso.  Ora vi spiego come funziona il gioco della Tombola.

Ecco quindi che per spiegare queste due semplici espressioni contenenti la parola 90, il numero 90, occorre fare una premessa. Occorre spiegare il significato del numero novanta, cioè quello che rappresenta il numero novanta. Questo, inevitabilmente, ci fa entrare nella cultura italiana. Vediamo come quindi.

La tombola, dicevo, è un gioco, un tradizionale gioco da tavolo nato nella città di Napoli nel XVIII secolo, secolo che inizia nell’anno 1701 e termina nell’anno 1800 incluso. Il gioco della Tombola è un gioco in cui vengono sorteggiati dei numeri, vengono estratti dei numeri che vanno da 1 a 90, numeri compresi tra 1 e 90. La Tombola è la versione casalinga del gioco del lotto.

Probabilmente molti di voi conoscono il gioco del lotto ma non conoscono la Tombola.

Ebbene, questo gioco, famosissimo in Italia, è un gioco diffuso a livello familiare, infatti ogni Natale, durante le feste del Natale (che cade il 25 dicembre di ogni anno)  in quasi tutte e famiglie, soprattutto se ci sono dei bambini, si gioca a Tombola: ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si gioca tutti assieme a Tombola.  Questo avviene anche nelle feste di paese, dove si gioca a Tombola nella piazza del paese, di molti paesi almeno,  soprattutto al centro-sud. Dicevo che vengono sorteggiati, vengono estratti dei numeri, che stanno dentro ad un contenitore, all’interno di alcune palline. Nelle piazze dei paesi i numeri vengono sorteggiati e vengono urlati con l’aiuto di un megafono, in modo che tutti possano ascoltare.

tombola

Ogni persona, per partecipare al gioco, acquista una “cartella”, cioè un foglio, un foglietto, sul quale sono scritti 15 numeri, in tre file di 5 numeri. C’è poi una persona che estrae un numero alla volta dall’urna, dalla scatola, dal contenitore. Quindi man mano che escono i numeri, uno alla volta, questi numeri vengono detti ad alta voce: “cinque, ventidue, ottantasei” eccetera. Le persone che hanno acquistato una cartella controllano se la loro cartella, il loro foglio contiene il numero di volta in volta estratto. Quando una cartella contiene, su una delle tre file, il numero estratto, normalmente si appoggia un fagiolo sopra quel numero, oppure si fa un buchino sulla cartella con uno stuzzicadenti: diciamo che ci sono vari modi di segnare i punteggi. E quando si vede, quando si verifica, si constata, si appura che avete quel numero nella cartella si dice: “ce l’ho”, e mettete, appoggiate il fagiolo sul numero della vostra cartella di carta.

Quando si vince? Si vince quando qualcuno nella sua cartella riesce per primo, prima degli altri, ad avere due o più numeri in fila, cioè sulla stessa fila, su una delle tre file di ogni cartella: si fa quindi “ambo” (con due numeri), si fa terno con tre numeri, quaterno con quattro e chi ne azzecca cinque, tutti i cinque numeri di una delle tre file fa quella che si chiama “cinquina”.

Chi è poi molto fortunato riesce anche a “fare Tombola”. Fare tombola vuol dire utilizzare tutti i fagioli, tutti e 15 i fagioli, quindi vuol dire che tutti e 15 i numeri della cartella sono stati estratti. Ovviamente chi riesca a fare tombola lo strilla, lo dice a voce alta davanti a tutti non appena viene pronunciato l’ultimo numero: “tombola, ho fatto tombola!”

Chi fa tombola vince generalmente dei soldi, ma a prescindere dai soldi o dal premio che si vince, è un gioco molto divertente.

Questo gioco nasce a Napoli, come ho detto prima, ed a Napoli si danno molta importanza ai numeri ed al loro significato. Cosa significa? Significa che i napoletani hanno attribuito, hanno assegnato ad ogni numero, ad ogni numero da 1 a 90, uno specifico significato.

Quindi esiste un sistema di associazione tra numeri e significati, di solito umoristici. Ogni numero ha un suo significato. Per chi fosse interessato esiste anche un libro, che si chiama “La Smorfia”, che da secoli, da molti anni quindi, associa i sogni ai 90 numeri. Ogni numero ha un suo significato, ed ogni avvenimento, ogni sogno particolare, va tradotto in uno o più numeri.

Ebbene, il numero 90 (novanta) è associato alla paura. Allo stesso modo possiamo dire che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutta questa lunga spiegazione per arrivare a questo dunque.

Dunque la paura è il numero 90, e la paura fa 90. Questo è il senso proprio dell’espressione “la paura fa 90”. Inoltre vediamo che si usa il verbo “fare”: “la paura fa 90”.

Allo stesso modo infatti possiamo dire che 47 fa “morto che parla”, oppure che 42 fa caffè.

Quanto fa 40? Vediamo un po’… ah 40 fa noia!

Quindi questo significa che se sognate, se fate un sogno e sognate che il vostro caro nonno, morto tanti anni fa, si beve un caffè e vi racconta delle storie, allora dovete giocare al lotto i numeri 47 (morto che parla) e il numero 40 (caffè). Infatti 40 fa caffè e 47 fa morto che parla. Semplice vero?

“La paura invece fa 90”, ora avete capito che significa, letteralmente, che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutto qui. Ma questo è il senso proprio, quello letterale.

La paura fa 90 è però una espressione idiomatica, e questa espressione significa invece che con la paura si possono fare cose incredibili. Sotto lo stimolo della paura si fanno cose che sembrerebbero impensabili in condizioni normali.

Se quindi, ad esempio, siete rincorsi da un cane che vuole mordervi, riuscirete a correre molto velocemente, molto più velocemente del normale: la paura fa 90!

Potete usare questa espressione quindi ogni volta che verificate che con la paura si fanno coe incredibili.

Spero Leonardo sia chiaro il senso della prima frase: la paura da novanta!

Ora vediamo la seconda frase che contiene il numero novanta: “pezzo da novanta”.

Stavolta la tombola non c’entra nulla. Stavolta il numero 90 rappresenta la dimensione, cioè la grandezza, di un cannone. Il cannone è l’arma da fuoco che si usava per sparare sulle navi, un’arma normalmente molto grande (lunga circa 2 metri o giù di lì). Sembra che la larghezza della bocca del cannone, da dove cioè esce la palla di cannone, cioè il proiettile del cannone, si misuri in calibri, e il calibro di un cannone può variare: Nella seconda guerra mondiale esistevano i cannoni a calibro 88 che avevano i tedeschi, e pare che gli italiani possedessero, avessero anche una trentina di cannoni a calibro 90, cioè più potenti.

Esistevano quindi solamente trenta cannoni, trenta cannoni che avevano un calibro pari a 90.

Esistevano quindi solamente 30 pezzi da 90.

Qui occorre spiegare però anche il termine “pezzo”, che normalmente si usa per indicare una piccola quantità, una porzione di qualcosa, come un pezzo di pizza eccetera. Soprattutto nel mondo del commercio la parola pezzo non indica una porzione di qualcosa, ma il termine “pezzo” viene usato in questo caso per indicare una singola unità: un pezzo. Questo vale per qualsiasi cosa: Se voi acquistate un qualsiasi oggetto, e ne acquistate alcune unità, potete dire anche che avete acquistato “alcuni pezzi”. Il termine pezzo quindi non significa solamente “una porzione”, “un pezzo” come quando qualcosa si rompe e “va in pezzi”, cioè si distrugge in piccole porzioni più piccole. Il termine pezzo al singolare significa quindi una singola unità. Al plurale, se voglio acquistare sei bicchieri uguali posso dire alla commessa: scusi, vorrei sei pezzi di questo bicchiere! Cioè vorrei sei bicchieri di questo tipo, sei bicchieri uguali. Quindi quei trenta cannoni speciali, quei trenta cannoni che avevano un calibro 90, erano dei pezzi speciali, dei pezzi quasi unici, perché ne esistevano solamente trenta pezzi: esistevano pochissimi pezzi da 90.

Da allora la frase “pezzo da novanta” ha anche un senso figurato, e viene usata per indicare una persona importante: un pezzo da novanta è un personaggio importantissimo, come ce ne sono pochi al mondo.

Allora ad esempio se conosco il vice presidente di un’importante azienda, posso dire che quello è un pezzo da novanta di quell’azienda, cioè un uomo importante, che svolge un ruolo importante. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di un vero pezzo da novanta.

Qualcuno di noi, credo, potrebbe conoscere alcuni pezzi da novanta, in qualsiasi ambito. Io, fatemi pensare… dunque, non ho mai conosciuto pezzi da novanta della politica italiana, ad esempio, e non ho neanche mai conosciuto pezzi da novanta dello sport. Totti ad esempio è un pezzo da novanta del calcio italiano e mondiale, e mi piacerebbe molto conoscerlo. Nel mio caso non mi vengono in mente pezzi da novanta che io abbia mai incontrato o conosciuto personalmente.

Avete quindi capito che un pezzo da novanta è una persona importante, molto importante. Non per forza la più importante nel suo settore, ma una delle persone più importanti.

Quindi se ad esempio devo indicare una persona che ricopre un ruolo importante in una azienda ma non ricordo il suo ruolo, cioè non ricordo ad esempio se si tratta del direttore, del vicedirettore, del presidente o del vicepresidente, ma ricordo solamente che è uno importante, posso dire che è un pezzo da novanta, che questa persona è uno dei pezzi da novanta.

Pezzo da novanta è una espressione molto usata in Italia, usata soprattutto nella forma orale e quindi non molto raffinata come espressione. Si dice anche “essere qualcuno”. Se dico che mio padre è qualcuno nel tennis, ad esempio, vuol dire che gioca bene a tennis, che è una persona conosciuta. Essere qualcuno, se detta nel modo giusto, significa quindi essere una persona conosciuta, importante perché conosciuta, una persona rispettata perché importante. Anche questa espressione però è abbastanza familiare.

Se vogliamo esprimerci in modo leggermente meno informale possiamo usare la parola “calibro”, oppure, ancora meglio, possiamo usare la parola “spessore”: allora possiamo dire che una persona importante è un pezzo da novanta, se parliamo con amici, ma possiamo anche dire che questa persona è una persona di grosso calibro, o di un certo calibro, che vuol dire ugualmente un calibro elevato, un livello elevato; questo se parliamo con persone di cui abbiamo molto rispetto, o che non conosciamo abbastanza bene. Il senso è lo stesso però. Esistono persone di grosso calibro, ed anche persone dello stesso calibro, cioè dello stesso valore, della stessa importanza. Esistono poi delle persone che hanno un “elevato calibro morale”, persone cioè che han dimostrato nella loro vita di avere una forte moralità, un forte senso del dovere ad esempio, o elevato senso civico. Se quindi volete fare un complimento ad una persona che stimate molto per la sua correttezza ed onestà, che vi ha dimostrato in molte occasioni, potete dirgli che secondo voi è una persona di un elevato calibro morale.

La parola spessore, infine, può essere usata allo stesso modo: “Quella persona ha un elevato spessore morale”, oppure quella persona ricopre un ruolo di un certo spessore, perché magari è il direttore, o il vicedirettore, o il responsabile di una qualche attività.

Bene, sperando che anche voi un giorno possiate diventare persone di elevato calibro morale, se non lo siete già ovviamente, spero di essere riuscito a farvi capire bene il significato di queste due frasi “pezzo da novanta” e “la paura fa novanta”: se ci sono riuscito posso dire di essere un professore di un certo spessore, anche se questo non è esattamente il mio mestiere. Siamo dovuti un po’ entrare nella cultura italiana per capire bene, ed in effetti è questo il significato profondo di imparare una lingua: se imparate la cultura, imparare la lingua vi risulterà più facile. Spero di non avervi annoiato, ringrazio Leonardo per la domanda e tutti gli altri di essere così numerosi a seguire ItalianoSemplicemente.com.

Ora rispondete a voce alta ad alcune facili domande. Aspettate la domanda e provate a rispondere, così vi esercitate nella pronuncia: saranno delle domandine facili-facili.

La paura fa ottantanove?

No, la paura non fa ottantanove, la paura fa novanta!

La paura fa novantuno?

No, la paura non fa novantuno, la paura fa novanta!

Quanto fa la paura?

La paura fa novanta!

Ripetete ora:

Pezzo da novanta.

Quell’uomo è un pezzo da novanta!

Rispondete:

Ma chi è quell’uomo? Una persona di spessore?

Altroché! Quello è un pezzo da novanta!

Quel tizio è qualcuno nell’azienda?

Sì, lui è un pezzo da novanta! È uno di grosso calibro!

Ciao a tutti, e ricordatevi che tutti i fan di italiano semplicemente sono pezzi da novanta, almeno per me.

Ne ho abbastanza

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Trascrizione

Ciao a tutti gli amici di Italiano Semplicemente. Oggi vediamo una serie di espressioni, tutte abbastanza simili, che si usano per dire una cosa molto semplice: basta!!

“Basta” quindi è la parola più semplice, l’esclamazione più facile che esiste per dire “stop”.

Bene, quindi tale parola esprime quindi, un sentimento, un’emozione, uno stato d’animo: quello stato d’animo che abbiamo quando vogliamo che qualcosa finisca, che qualcosa termini, quando siamo stanchi di qualcosa. “Basta!” è un’esclamazione quindi. Le esclamazioni di usano per esclamare, per esprimere un sentimento, e le riconoscete perché sono seguite da un punto esclamativo, quello col puntino in basso.

Quante volte diciamo “basta” ogni giorno? Lo diciamo ai nostri figli, quando insistono a fare qualcosa che non va, qualcosa che non va bene, qualcosa che non andrebbe fatto, oppure lo diciamo semplicemente perché siamo stressati e siamo stanchi, dopo una lunga giornata di lavoro o di studio. Poveri figli! Oppure lo pensiamo, lo pensiamo al lavoro, lo pensiamo perché non sopportiamo più qualcosa, perché non siamo più disposti a tollerare qualcosa.

Allora in Italia si usano molti modi diversi di dire basta! Io stesso ne ho già utilizzati molti finora. Ho usato anche i verbi “sopportare” e “tollerare”, il primo più familiare, il secondo più formale, più adatto nella forma scritta ad esempio. Questi due verbi possono essere usati per costruire delle semplici esclamazioni, per dire appunto “basta!”.

Vediamo in particolare che ci sono alcune espressioni che gli italiani usano più di frequente, anche più frequentemente del semplice “basta!”.

Vediamo quali sono: “ne ho abbastanza!” è una delle esclamazioni più usate.

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“Ne” si riferisce alla cosa della quale ne avete abbastanza, cioè si riferisce alla cosa di cui siete stanchi, alla cosa a cui dite basta. Ad esempio: “ne ho abbastanza del mio lavoro!”. Ho è il verbo avere.

“Ne ho” quindi vuol dire “io ne ho”. Quindi io, anche se non c’è scritto, anche se non si pronuncia è scontato: sono io che ne ho abbastanza!

Cioè sono io che sono stanco del mio lavoro, ad esempio, sono io che non voglio più lavorare. “Ne ho abbastanza!”. Oppure “ne ho abbastanza di te”: questa è forte ragazzi!! Questa frase potete dirla alla persona che non volete più vedere, la persona con la quale non volete più avere rapporti, anche al vostro fidanzato o fidanzata, anche se non è carino, diciamo…

Ovviamente possiamo utilizzare l’espressione con qualsiasi persona:

Io ne ho abbastanza, tu ne hai abbastanza, lui o lei ne ha abbastanza, noi ne abbiamo abbastanza, voi ne avete abbastanza, loro ne hanno abbastanza. Ma in tutti i casi spesso non troverete il pronome personale davanti.

Spero che nessuno vi dica mai questa frase, sinceramente. Infatti “ne ho abbastanza” esprime un sentimento molto forte. Ne ho abbastanza di qualcosa, in generale vuol dire che col passare del tempo il vostro sentimento di stanchezza è aumentato: all’inizio non eravate stanchi di questa cosa o di questa persona, ma man mano che il tempo è passato, vi siete sempre di più stancati, tanto che non siete più disposti ad accettare questa cosa, ne avete abbastanza. “Abbastanza” come vedete contiene la parola “basta”. Quindi abbastanza vuol dire che non volete più continuare. Abbastanza, come parola, è semplicemente l’equivalente di “enough” in inglese, o di “assez” in francese, ma “ne ho abbastanza” invece è informale, è colloquiale, si usa molto nella forma orale, nel parlato. L’equivalente, la forma equivalente, ma formale, di questa espressione, è molto diversa: “La misura è colma”. Questa espressione è molto formale, ma ha lo stesso identico significato di “ne ho abbastanza!”. L’espressione è “La misura è colma”.

Vediamo bene questa espressione. “Colma” vuol dire piena. Un bicchiere, ad esempio è colmo, quando è pieno fino all’orlo, fino alla fine, fina alla parte più alta del bicchiere, l’orlo. Più di così non è possibile, perché l’acqua uscirebbe.

“La misura è colma” utilizza quindi l’immagine di un contenitore, come un bicchiere, che non può più contenere altro liquido, perché tale bicchiere, tale contenitore, è colmo, è pieno fino all’orlo. “La misura” indica il livello massimo possibile dell’acqua, indica cioè quanto “misura” il contenitore, quanto è ampio, quanto è grande. Quant’è la misura di questa bottiglia? un litro, ad esempio. Questa bottiglia misura un litro esatto, questo contenitore misura cinque litri esatti.

Potete ascoltare o leggere la frase “la misura è colma” all’interno di articoli, anche giornalistici, che parlando di qualcosa di cui qualcuno si è stufato. Qualcosa di cui qualcuno è stufo, è stanco. Infatti “la misura è colma” a differenza di “ne ho abbastanza” si usa di più nella forma scritta.

Ho appena usato anche, involontariamente, l’espressione, la parola “stufato” o “stufo”. Ad esempio posso dire: “sono stufo di questa situazione”, oppure “mi sono stufato di questa situazione”. Ebbene queste due espressioni sono equivalenti a “sono stanco” e “mi son stancato”. “Sono stufo” quindi significa semplicemente “sono stanco”, ma è più familiare, ed anche più forte, esprime una stanchezza maggiore: “sono veramente stufo”: potete ascoltare molto spesso questa espressione in Italia.

Inoltre “stanco”, e la “stanchezza” si usano, sono più usate per indicare la stanchezza fisica. Se andate a fare una corsa a piedi, o in bicicletta, al vostro ritorno potete dire che siete molto stanchi , ma non potete dire che siete stufi, o che vi siete stufati, perché se dite che vi siete stufati vuol dire che non volete più andare a correre, che vi siete stufati della bicicletta ad esempio. Se invece dite “sono stanco” vuol dire che fisicamente la corsa vi ha reso stanchi, vi ha stancato.

Quindi “sono stufo di questa situazione” equivale a “ne ho abbastanza di questa situazione”. Voglio smettere.

Bene, ora vediamo ancora un’altra espressione utilizzatissima, una esclamazione che non ha bisogno di aggiungere nessun’altra parola; è già abbastanza chiara e forte così com’è. L’espressione è: “Non ne posso più!”. Non ne posso più vuol dire “basta!” quindi è anch’essa un’esclamazione. Se vogliamo non ne posso più è una frase che sintetizza una frase più lunga, come ad esempio “non posso più proseguire”, “non posso più andare avanti”. “Non ne posso più” è più breve, più concisa, più secca come esclamazione, come se si volesse accorciare la frase perché si è stanchi persino di sprecare parole a riguardo: “Non ne posso più!”. Anche qui il “ne” si riferisce alla cosa della quale siete stufi, alla cosa di cui ne avete abbastanza. Se dite “non ne posso più!” e non aggiungete altro, potete farlo, ma vuol dire che è già chiaro di cosa stiate parlando. Altrimenti potete anche dire: “non ne posso più… della mia macchina”, ad esempio, o “non ne posso più di lavare i piatti” o “non ne posso più di studiare la grammatica”.

“Non ne posso più di questi esami universitari”. Ecco, se non ne potete più dei vostri esami universitari non è un buon segno, perché faticherete a finirli e quindi faticherete a laurearvi; anche a me è capitato di non poterne più dell’università.

Quindi finora abbiamo visto le espressioni più usate:

– “basta!”;

– “ne ho abbastanza!”;

– “non ne posso più!”

– “la misura è colma”

Come dicevo prima potete anche utilizzare i verbi sopportare tollerare.

Ad esempio “non sopporto più” è anch’essa molto usata. “non ti sopporto più” o anche “non sopporto più una certa persona” sono ugualmente molto utilizzate, e vi capiterà spessissimo di ascoltare queste espressioni in dialoghi, conversazioni informali, davanti alla macchina del caffè, tra amici al bar eccetera.

Invece come dicevo il verbo “tollerare” è più formale, più forbito, diciamo così. Molto usata è ad esempio l’espressione: “non sono più disposto a tollerare questa situazione”. Questa frase potreste ascoltarla in riunioni, anche importanti, in cui uno dei partecipanti manifesta il desiderio di liberarsi di una situazione spiacevole. Magari in una riunione d’ufficio ci si può lamentare del fatto che uno dei colleghi non lavori molto, non aiuti l’attività dell’ufficio, quindi uno dei collegi si potrebbe lamentare di questo e potrebbe dire al dirigente, o ad una riunione a cui partecipa anche il capo, il dirigente dell’ufficio: “non sono più disposto a lavorare a queste condizioni”, “non sono più disposto a tollerare questa situazione”.

Quindi il verbo tollerare si associa, si usa, insieme a “non sono più disposto”, cioè “non sono più disponibile”. Usando un linguaggio più familiare potrei dire: “non mi va più!”, o anche “non ho più voglia”. Ma ovviamente come saprete in un ufficio spesso si utilizzano frasi diverse.

È importante sapere che chi vuole imparare a comunicare in italiano, impari che, come immagino accada anche in altre lingue, ci sono differenze sostanziali, importanti, tra il linguaggio familiare, di tutti i giorni, dal linguaggio d’ufficio, almeno quello da usare per alcune occasioni, come durante le riunioni o quando si vuole esprimere qualche sentimento, qualche preoccupazione, o anche un semplice dissenso, quando non siete d’accordo su qualcosa. In questi caso è importante usare le parole giuste.

Per questo motivo esiste anche il corso di Italiano Professionale, che serve esattamente a questo: a spiegare la differenza tra linguaggio formale e informale, a capire quando usare un’espressione o quando usarne un’altra, più adatta al lavoro, o durante una riunione, o più adatta perché meno aggressiva eccetera.

Per chi è interessato il corso sarà disponibile a partire dal 2018, stiamo sviluppandone i contenuti giorno dopo giorno e chi ci vuole aiutare può visitare la pagina facebook dedicata al corso di italiano professionale dove ci può suggerire dei contenuti interessanti da aggiungere.

Credo che può bastare così per oggi, altrimenti ne avrete abbastanza anche di questo episodio e di italiano semplicemente.

La misura è colma per oggi, ma domani provate ad escoltare ancora questo episodio, altrimenti vi dimenticherete presto e se un giorno vi capiterà di dire basta a qualcosa, o a qualcuno, penserete:

“oddio, com’era che si diceva? Non mi ricordo più!”

Quindi seguite le sette regole d’oro, per chi non conosce le sette regole d’oro per imparare a comunicare in italiano vi invito a dare un’occhiata al sito italianosemplicemente.com e vedrete che ascoltando più volte lo stesso podcast, se il vostro livello di italiano è sufficientemente alto per comprendere almeno il senso del discorso, allora in tal caso la ripetizione dell’ascolto è una delle chiavi per comprendere sempre di più, e vedrete appunto che a forza di ripetere l’ascolto ci saranno delle parole che all’inizio non capite, ma poi, una alla volta, saranno più chiare: il contesto vi aiuterà a capire anche ciò che all’inizio non comprendevate.

Terminiamo l’episodio con un esercizio di pronuncia. Anche questo importantissimo: è la settima regola d’oro: “Parlare”. Quindi ripetete dopo di me per esercitare i muscoli e per abituarvi ad ascoltare la vostra voce, così da non avere imbarazzo o problemi psicologici quando vi capiterà di parlare con un italiano vero.

Proviamo a ripetere alcune frasi che abbiamo visto oggi:

– Ne ho abbastanza degli esami universitari.

—-

– Ne ho abbastanza di te.

—-

– Non ne posso più di questa situazione.

—-

– non ne posso più di questo caldo. Voglio l’inverno!

—-

– Basta, ora la misura è colma.

—-

– Il governo italiano deve cambiare. La misura è colma.

—-

Ciao ragazzi, alla prossima.


> Tutte le espressioni idiomatiche italiane spiegate

In zona Cesarini

Audio

Video con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Buongiorno a tutti. Una frase veramente curiosa quella di oggi: “in zona Cesarini”. Sicuramente è una di quelle espressioni che non troverete mai in un libro di grammatica italiana, né troverete l’equivalente esatto in lingua inglese, francese eccetera. Credo che anche all’università, durante le lezioni è impossibile che possiate ascoltare o leggere questa frase.

L’espressione di oggi, che mi accingo a spiegare è una di quelle espressioni che racchiudono un pezzo d’Italia. Una di quelle espressioni che, se pronunciate da uno straniero, da una persona non nata e cresciuta in Italia, suscita sicuramente molto stupore, ed un italiano, ascoltando uno straniero che pronuncia questa espressione rimane sicuramente molto stupito, sicuramente molto meravigliato: Penserà: Com’è possibile che questa persona, straniera, conosca l’espressione “in zona Cesarini”? Evidentemente ha vissuto in Italia. Evidentemente ha passato del tempo in Italia. Questo penserà un italiano. Alla fine dell’episodio di oggi, dopo avervi spiegato il significato di questa espressione italianissima, vi farò alcuni esempi di utilizzo, vi suggerirò alcuni contesti in cui potreste utilizzare l’espressione “in zona cesarini”, anche come semplice turista.

Allora, avrete notato, se avete letto o state leggendo in questo momento la trascrizione di questo episodio, che “Cesarini” si scrive con la lettera “C” maiuscola: con la lettera iniziale maiuscola. Avrete anche notato che se provate a cercare su un dizionario italiano online, la parola “Cesarini” i dizionario vi riporta non ad una parola comune, ma ad una persona, al cognome di una persona.

Ebbene sì. “Cesarini”, con la “C” maiuscola è una persona. In particolare è un calciatore. Troverete più persone che si chiamano Cesarini di cognome su internet, ma quando si parla di “zona Cesarini” si sta parlando di Renato Cesarini, un calciatore, cioè giocatore di calcio, che giocava in Italia nel secolo scorso.

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Renato Cesarini

Renato Cesarini è il suo nome e cognome, e questo giocatore giocava con la squadra della Juventus. La conoscete tutti la Juventus, detta anche “Juve”. Ebbene questo calciatore nel 1931, in una partita tra Italia ed Ungheria, precisamente il 13 dicembre 1931, segnò, realizzò un gol, fece un gol, al minuto numero novanta, al novantesimo minuto, cioè all’ultimo minuto della partita.

Questo giocatore, a dire il vero, molto spesso segnava nei minuti finali di una partita: gli era successo più volte di realizzare diversi gol nei minuti finali di partita, anche se si trattava sempre di gol decisivi ai fini del risultato, cioè non tutti questi gol sono stati importanti, importanti nel senso che la partita è stata vinta grazie al gol di Renato Cesarini. Questo fatto, il fatto di segnare negli ultimi minuti, gli era successo molte volte quindi, anche contro avversari di rango, cioè molto forti, come Napoli e Torino ad esempio. Nel calcio, come in tutti gli sport, gli avversari “di rango” sono gli avversari più forti, sono gli avversari più “blasonati”, più difficili da battere. Si dice anche così: blasonati, cioè che hanno un blasone. Il blasone è simbolo di nobiltà. Questa è l’origine del termine blasone. Ma nello sport chi ha un blasone, chi è blasonato, o la squadra blasonata, è la squadra che ha vinto molti titoli. Il Barcellona e la Juventus sono due squadre blasonate quindi, e sono due squadre di rango.

Quindi tornando a Cesarini, a Renato Cesarini, dopo quel gol realizzato contro l’Ungheria, nel 1931, divenne famoso per essere un calciatore che segna sempre nei minuti finali, che fa sempre gol nei minuti finali di una partita. Ebbene? Allora? Cosa c’entra con l’espressione “in zona Cesarini?”

Cos’è la “zona Cesarini”?

Succede molto spesso che una espressione, anche se nasce in uno specifico contesto, può finire per essere applicata anche ad altri contesti, e così l’espressione “zona Cesarini” finì per essere applicata anche ad altri sport, per indicare fatti, avvenuti, o situazioni avvenute all’ultimo momento, in extremis.

Si parla di “zona” perché col termine zona si vuole indicare un periodo temporale, un arco di tempo, si vuole indicare “l’ultimo momento possibile”. Si dice anche “area Cesarini”.

Quindi la zona Cesarini, o l’area Cesarini, è l’ultimo momento; l’ultimo momento utile per fare qualcosa, ed in particolare per porre rimedi, per rimediare, cioè per risolvere una questione, un problema. Solitamente la parola zona invece si riferisce allo spazio: una zona è solitamente un’area di terreno, e si misura in metri quadri, non in tempo. In tal caso invece si indica una porzione di tempo, un preciso periodo, e precisamente la fine di un periodo di tempo.

Normalmente si dice “in extremis”, per esprimere lo stesso concetto, come ho detto anche prima. È la stessa cosa. In zona Cesarini significa esattamente “in extremis”, “all’ultimo momento”.

Quel gol di Renato Cesarini fece sì che l’Italia vincesse tre reti contro due contro l’Ungheria, in una partita valida per la Coppa Internazionale, una competizione che ora non si svolge più. Si è svolta per sei volte nel passato e queste sei edizioni si disputarono dal 1927 al 1960. La Coppa Internazionale È stata la prima competizione per squadre nazionali di calcio disputata in Europa. Ora ci sono, come sapete, i campionati Europei di Calcio.

Vediamo qualche esempio di utilizzo dell’espressione “zona Cesarini”. Potete usare queste espressione in qualsiasi contesto, ma fondamentalmente solo nella forma orale. Non viene usata, se non in articoli giornalistici, nella forma scritta.

Immaginiamo che siate un turista, un turista che viene in Italia e che viene a Roma ad esempio. A Roma ad esempio andate a visitare il Colosseo, e scoprite scopre che l’orario di visita del Colosseo, l’orario in cui è possibile visitare il Colosseo, vederlo cioè dal suo interno, sta per terminare. Siete l’ultima persona del giorno che entra nel Colosseo. Siete molto fortunato, e quindi potreste dire quindi alla persona che gli dà il biglietto “meno male, ce l’ho fatta in zona Cesarini!”.

Vedrete la reazione della persona che sta di fronte a voi: come minimo sgranerà gli occhi: cioè allargherà gli occhi in segno di stupore; sarà stupita, sarà meravigliata, perché avete utilizzato l’espressione “in zona Cesarini”. Penserà forse che siete italiana, o che avete vissuto in Italia per un po’ di tempo.

La stessa cosa la potete usate al ristorante. Se decidete di cenare molto tardi, ad esempio alle 10.30 di sera, magari perché avete visitato Roma o avete passeggiato per le vie del centro, troverete sicuramente dei ristoranti aperti, ma alcuni ristoranti a quell’ora stanno per chiudere. È tardi per cenare, e probabilmente a quell’ora, alle 10.30 di sera,  è più facile che troviate aperti pub, birrerie, che vi possono comunque preparare delle cose da mangiare. Se entrate in un classico ristorante e chiedete: “ è possibile cenare?”. Il proprietario, o il cameriere, potrebbe rispondervi: “stiamo quasi per chiudere, ma entrate pure siete arrivati in zona Cesarini”. Se si accorge che siete degli stranieri sicuramente non userà questa espressione. Anche voi però potreste usare questa espressione: potreste chiedere: “si può entrare in zona Cesarini?”, “cioè “si può entrare anche se siamo arrivati all’ultimo momento?” “anche se siamo arrivati in extremis?”.

Avete capito quindi che la zona cesarini non è una zona fisica, un’area, ma è un periodo di tempo.

“in zona cesarini” è una espressione usata in tutta Italia, assolutamente innocua, usata da tutti. Non abbiate paura quindi di utilizzarla. Per memorizzarla velocemente il trucco lo sapete: dovete ripetere e dovete collegarla a delle emozioni.

Ora faremo un esercizio di ripetizione, mentre riguardo alle emozioni potete provare ad andare su facebook, e scrivere una frase che contiene questa espressione. Magari avrete delle reazioni, dei commenti che agiranno sulle vostre emozioni facendovi ricordare meglio questa frase.

Facciamo ora l’esercizio di ripetizione. Repetita iuvant.

Zona Cesarini

Zona Cesarini

In zona Cesarini

In zona Cesarini

Sono arrivato in zona Cesarini

….

Scusate se arrivo in zona Cesarini

Mi sono salvato in zona Cesarini.

Bene ragazzi, spero che tutto sia chiaro, spero di essere riuscito a spiegare per bene questa espressione. Per conoscere la spiegazione di altre frasi idiomatiche basta andare sulla home page del sito Italianosemplicemente.com e cliccare su “livello intermedio”, lì troverete molte espressioni italiane di suo comune che in nessun libro però riuscirete a trovare né un suo utilizzo, tantomeno una spiegazione.

Vi lascio alla sigla finale, anche perché devo andare a fare la spesa al supermercato e spero di riuscire ad arrivare in tempo prima della chiusura. Se ce la farò, arriverò sicuramente in zona Cesarini, altrimenti, niente cena…

……..

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Fare i conti senza l’oste

tutte le espressioni idiomatiche spiegate

Audio

La domanda:


La spiegazione:

Trascrizione

La domanda di Manal (Algeria): ciao Gianni, vorrei sapere il significato dell’espressione: “fare i conti senza l’oste”. Non sono riuscita a trovare nulla su internet

La spiegazione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo l’espressione idiomatica italiana “fare i conti senza l’oste”, e ringrazio Manal, una ragazza algerina, e più precisamente della città di Shief. Manal studia italiano nell’università di Blida. Spero di aver pronunciato bene tutti i nomi. Manal ha detto di non aver trovato su internet la spiegazione di questa frase.

Bene allora vediamo un po’ se ce la faccio a farvi capire il significato dell’espressione.

Fare i conti senza l’oste. Dunque cos’è “fare i conti”? Per capire occorre spiegare cosa sono i conti. I conti si fanno in matematica. Si prende una calcolatrice, oppure si scrive su un foglio di carta. Quanto fa due virgola tre più tre virgola uno? Facciamo i conti e vediamo quanto fa, vediamo il risultato di questa operazione facendo i conti. I conti è un termine, una parola generica; nello specifico esistono le operazioni matematiche: addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. In generale si dice: fare delle operazioni, oppure ancora più in generale, si dice fare i conti. In senso matematico quindi, questa espressione si usa al ristorante, in pizzeria, ad esempio: mi fa il conto per favore? In questo caso si usa al singolare: il conto. Per “fare il conto”, il proprietario del ristorante deve fare i conti, deve vedere quello che si è mangiato, fare le singole addizioni e vedere il risultato. Il risultato è il conto, il conto del tavolo.

La cameriera, che serve ai tavoli, potrebbe chiedere al proprietario: “mi fai il conto del tavolo numero due per favore?

Quindi i conti si fanno per calcolare un risultato. Ma in realtà “fare i conti”, l’espressione “fare i conti” è usata in senso più ampio; si può utilizzare non solo al ristorante, in pizzeria eccetera, ma anche quando ci sono delle questioni da chiarire tra due persone. Se ci sono due persone ad esempio che devono ancora concludere una discussione, o hanno avuto una trattativa, ed una delle due persone crede che ancora questa discussione, questa trattativa non sia terminata, perché crede magari che finora non si sia detto tutto e occorre, bisogna terminare la discussione per ristabilire un equilibrio, allora questa persona che si sente in credito, che crede di averci rimesso finora, vuole fare i conti, vuole ristabilire il giusto, un giusto equilibrio, come è giusto che sia, secondo lui.

Se ad esempio un bambino fa un capriccio, fa una cosa che non deve fare, una cosa grave che fa arrabbiare la mamma, la mamma potrebbe dire al telefono a suo figlio:

“appena torno a casa facciamo i conti!”

Ed il bambino probabilmente avrà paura del ritorno della mamma, che vuole fare i conti con lui.

Bene, spero sia chiaro finora. Questo è uno dei significati di “fare i conti”.

osteria

A noi interessa di più però il primo significato, quello di fare i conti al ristorante. Perché “l’oste” è la persona proprietaria non di un ristorante, ma di una osteria. L’oste è il proprietario, oppure colui che gestisce l’osteria. L’osteria è un locale simile al ristorante, ma si serve prevalentemente, cioè quasi esclusivamente, del vino. È quasi come una enoteca, ma si tratta di vino normale, di vino spesso prodotto dallo stesso proprietario, cioè dallo stesso oste, mentre nell’enoteca si vendono diversi tipi di vino. Nell’osteria quindi si beve il vino dell’oste e spesso si può anche mangiare qualcosina, si può fare qualche piccolo spuntino. Lo spuntino è qualcosa di leggero da mangiare velocemente, come uno snack.

Ok quindi l’oste, il gestore dell’osteria vi porta il vino, e normalmente è anche colui al quale si paga dopo aver bevuto il vino. Ebbene è lui che fa i conti; è lui che scrive su un pezzo di carta quanto va pagato alla fine dal cliente. Non si possono fare i “conti senza l’oste”.

Quindi il cliente non può fare i conti da solo, ma li deve fare l’oste.

Chi fa i conti senza l’oste rischia di sbagliarli. Avrete certamente intuito che “fare i conti senza l’oste”, questa locuzione, questa frase idiomatica viene detta a un soggetto che è abituato a prendere decisioni affrettate, che non tengono conto delle volontà altrui e anche di un eventuale rifiuto.

Quindi non è una frase che si utilizza solamente in osteria, ma in tutte le situazioni in cui qualcuno prende decisioni senza tener conto di tutto, soprattutto della volontà di altre persone, del parere di altre persone coinvolte nella decisione. È quindi una frase che si utilizza anche in ambito lavorativo: non è una frase volgare, niente affatto! Si tratta di una espressione molto utilizzata anche in ambienti importanti. Infatti è chiara, fa subito capire cosa si vuole dire, perché se si pronuncia è scontato, si dà per scontato chi sia l’oste in questione.

Se ad esempio sono in una azienda e decido, come presidente, di spostare il luogo di lavoro di alcuni miei dipendenti, senza particolari motivi e soprattutto senza consultare i sindacati dei lavoratori, allora posso dire che sto facendo i conti senza l’oste, perché avrei dovuto consultate l’oste, che in questo caso sono i sindacati, che potrebbero impedire che senza le giuste motivazioni si trasferiscano, si spostino le sedi di lavoro dei lavoratori.

Analogamente se sono l’allenatore di una squadra di serie A italiana e decido di acquistare Lionel Messi, perché credo che sia una giocatore fondamentale per vincere lo scudetto in Italia, allora telefono a Messi, oppure chiamo il suo procuratore, e preso dall’entusiasmo avverto anche i giornali sportivi italiani del prossimo acquisto, di acquistare Messi.

Ma come allenatore ho dimenticato di avvertire l’oste, che in questo caso è il presidente della mia squadra, colui che presumibilmente dovrà pagare l’acquisto di Messi. Ho preso una decisione affrettata. Ho fatto i conti senza l’oste.

Spero, cara Manal, di averti chiarito il dubbio e di averlo chiarito a tutti gli ascoltatori. Non abbiate paura di usare questa espressione perché è assolutamente innocua. È universale e sempre utilizzabile, anche, come ho detto, nel lavoro. A proposito di lavoro, questa è una delle frasi che verrà utilizzata anche nel corso di Italiano Professionale, in preparazione, corso al quale potete già iscrivervi per richiedere di essere avvisati non appena sarà disponibile. Basta cliccare sul link che inserisco all’interno del podcast. In alternativa potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare “italiano professionale”. Troverete lì il link per richiedere di essere avvisati non appena inizierà il corso.

Ora vediamo di esercitare la pronuncia. Ripetete dopo di me, è importante, anche qualcuno se non ha ben capito tutte le frasi all’interno di questo episodio. La ripetizione è importante perché parlare è parte della comunicazione, ed è anche una delle regole che usiamo in Italiano Semplicemente: la settima ed ultima regola.

Ripetete dopo di me e state attenti alla vostra pronuncia:

Fare i conti senza l’oste

—–

L’oste

Fare i conti

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Fare i conti senza l’oste

—–

Un ultima volta:

Fare i conti senza l’oste

—–

Bene, è tutto per oggi. Ascoltate questo episodio più volte per esercitarvi, fatelo senza stress, con calma, fatelo molte volte e vedrete che riuscirete a farlo in modo sempre più facile. Non dimenticate la fase di ripetizione, e se andate al ristorante, mi raccomando, non fate i conti senza l’oste!

Grazie Manal, ciao a tutti.


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Ci tengo a te

Audio

Descrizione

Vediamo le espressioni usate per esprimere un sentimento di amore o affetto.

Trascrizione

Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo tutti i modi per dire “ti voglio bene”. Quanti modi ci sono in italiano? Vedremo che la fantasia non manca agli italiani, in questo caso, soprattutto in campo amoroso direi!

Ho provato a sottoporre la questione su Facebook, ed ho avuto un riscontro molto positivo.

ci_tengo_a_te

Tutto è nato da un messaggio che mi è arrivato, su Messenger, dove un amico di Facebook mi chiedeva: cosa significa “ci tengo a te”. Cominciamo quindi a spiegare questa frase. Poi vediamo la fantasia di coloro che hanno risposto alla mia domanda fino a che punto si è spinta.

Una cosa a cui non avevo pensato, in effetti, è che non è facile, non è immediato almeno, comprendere questa brevissima espressione. “Ci tengo a te”.

“Ci tengo a te” è uno dei tanti modi di dire “ti voglio bene”. “Ci tengo a te” è l’abbreviazione di “io ci tengo a te”. Quindi il soggetto, colui che compie l’azione è il sottoscritto, io, cioè chi parla, e chi parla “ci tiene” alla persona che ha di fronte, che sta davanti. “Io ci tengo a te”.

Tenere è il verbo utilizzato: tenere significa trattenere, “to keep” in inglese, o anche “to have”, dipende. Tenere significa avere in mano oppure avere tra le mani; stringere qualcuno o qualcosa con le mani, avere tra le braccia o in altro modo perché non cada, perché non si muova, perché non fugga dalla presa. Questo è tenere.

Ma tenere ha molti altri significati. “Tenere a qualcuno” vuol dire voler bene a questa persona, tanto da, avere difficoltà a lasciarla andare. Se una persona ci tiene ad un’altra persona, vuol dire che la vuole con se, le vuole bene, ci tiene.

La stessa frase “ci tengo”, senza aggiungere altro, ma solo “ci tengo”, significa che per me è importante, senza specificare cosa è importante.

Al lavoro potrei dire: “Mi fai questo lavoro per favore? Ci tengo molto!

E quindi posso anche “tenere a qualcuno”. Attenzione perché l’uso della preposizione semplice “a” è molto importante. Vediamo un esempio di come usare la frase “tenerci a qualcuno”:

Io ci tengo a te!

Tu ci tieni a me!

Lui ci tiene a te!

Noi ci teniamo a te!

Voi ci tenete a lui!

Loro ci tengono a te!

Vedete quindi che è sempre presente, oltre alla preposizione semplice “a”, la parolina “ci”.

“Ci” è un avverbio, si chiama così, ma non ce ne frega niente, poiché quello che interessa è come si usa.

“ci” si usa in moltissime circostanze diverse in realtà, ed in questo caso la sua funzione è quella di rafforzare la frase, dare più forza alla frase, infatti potrei anche togliere l’avverbio “ci” in questo caso: potrei anche dire “io tengo a te”, “tu tieni a me” eccetera. In questo caso il significato non cambia ma è meno forte. Questa forma, senza “ci” si usa maggiormente in ambito formale, al lavoro ad esempio: “se tenessi al tuo lavoro, arriveresti puntuale!”, solo per fare un esempio.

Potete quindi dire “io tengo a te”, o anche “tengo molto a te”, senza “ci”, ma attenzione, perché se togliete il “ci” dovete specificare cosa: non potete dire “io tengo”, perché il “ci” ci deve stare, perché serve a sostituire la cosa di cui state parlando: cioè “te”, la persona alla quale si tiene, ad esempio.

Tengo molto a te” è quindi un bel modo di dire “ti voglio bene”. Si può dire anche ad un amico, quindi è più universale di “ti amo”, che invece si applica solamente all’amore romantico, quello per il proprio partner. È comunque meno usato di “ti voglio bene”, che si usa sempre, con chiunque persona sia importante per te. “Ci tengo” invece si applica anche alle cose: posso tenere al mio lavoro, posso tenere al mio orologio, alla mia automobile eccetera. Voler bene si usa solamente con le persone, quindi amanti, figli, genitori, amici, al limite si può voler bene agli animali domestici, ma non si usa con altre cose: non si usa dire “voglio bene al mio lavoro”, se non in circostanze particolari.

Vediamo altri modi diffusi in Italia per dire: “Ti voglio bene”.

Renato ne suggerisce qualcuno: “Abiti dentro del mio cuore” scrive Renato per primo. In realtà si dovrebbe dire “abiti dentro il mio cuore”. Non credo di averla mai sentita utilizzare caro Renato, ma potrebbe sicuramente far effetto a chi ascolta la frase, senza dubbio.

“Senza te, non sono niente”: questa è la seconda frase di Renato. Si può dire, bravo Renato! E di sicuro non può lasciare indifferente. Tra le frasi proposte in realtà non ci sono frasi normalmente utilizzate, ma di indubbia fantasia: “Sei l’aria che respiro”, “Sei l’ossigeno per me”, “Sei il sangue che corre sulle mie vene”, “Sei la mia allegria di vivere”. Probabilmente la più utilizzata tra quelle proposte da Renato è “Sei la mia fonte di ispirazione”, ma questa frase possono pronunciarla prevalentemente gli artisti e coloro che vivono di ispirazione.

Comunque poi c’è Anna Maria propone “sei il caffè della mia colazione”. Ed Anna Maria ha tenuto a specificare che il caffè è vita per lei.

Nabil propone invece una frase più sobria: “Sei la mia vita, Sei il mio tesoro”. Sicuramente sono entrambe molto utilizzate perché brevi e, diciamo, molto intense.

Lidia invece propone la frase: “IO TI VOGLIO BENE DAVVERO” scritta in caratteri maiuscoli. In effetti la frase “ti voglio bene” è talmente tanto utilizzata che è facile ascoltarla; tutti la possono pronunciare. Quindi dicendo “io ti voglio bene”, ed aggiungendo “davvero!” vuol dire: io non sono come gli altri, io sì che ti voglio bene, io sto dicendo la verità, il mio è un vero sentimento.

Sono stupito che nessuno mi abbia detto la frase “sono pazzo di te”, utilizzatissima come frase in ambito amoroso.

Credo che ci siano anche altre frasi veramente molto utilizzate, vale la pena citare anche delle forme più attenuate, nel senso che ci sono diversi livelli di amore, diverse intensità. Posso amare intensamente o posso anche essere semplicemente interessato ad una persona.

Mi viene in mente la frase “mi interessi!”, o anche “sono interessato a quella ragazza” che manifesta l’intenzione di chi parla nel voler conoscere meglio quella persona, perché attraente, bella, o intelligente.

Se un ragazzo o una ragazza vi dice “mi interessi” vuol dire che gli piaci, o che le piaci: anche se non ti conosce molto bene questa persona è interessata a te. Non è ovviamente ancora amore.

Mi piaci” è generale, si usa spessissimo, ed è un po’ di più di “mi interessi”. Se piaci ad una persona generalmente questa persona ti conosce.

Si usa spesso dire “mi piaci un sacco”, più diffuso di “mi piaci molto”, perché il “mi piace molto” è più adatto agli oggetti, o anche alle vacanze (Roma mi piace molto, l’Italia mi piace molto) ma in realtà si usano entrambi i modi verso una persona: diciamo che “un sacco” è più giovanile.

Comunque anche il “mi piaci” non è vero amore, solamente un po’ di più di un semplice interesse.

Ancora più intenso di “mi piaci” è “ti adoro”. Però per poter dire “ti adoro” ad una persona dovete conoscere molto bene questa persona, non potete certo dirlo ad una persona sconosciuta o che avete conosciuto da poco tempo: dovete conoscerla bene, a fondo, e dovete aver avuto modo di apprezzarne le qualità.

Ti adoro, tra l’altro si dice in occasioni particolari, quando questa qualità che voi apprezzate viene fuori, quando questa qualità emerge con chiarezza e per l’ennesima volta.

Se il vostro fidanzato vi porta sempre i fiori, sapendo che a te piace molto, dopo tre o quattro volte potete dirgli: “ti adoro”, che vuol dire “amo questo tuo atteggiamento”, “amo questa tua attenzione verso di me”, “mi piace questo tuo modo di fare”.

Delle frasi simili a “ti adoro” sono: “mi fai impazzire!”, oppure “mi fai morire!” o anche “sei speciale”, “sei meravigliosa!”

Poi c’è tutto un insieme di frasi che più che amore esprimono attaccamento. La frase più semplice di questo tipo è “mi manchi” (I miss you), ma se volete esagerare, ma state attenti perché rischiate di attaccarvi troppo e di far anche impaurire la persona a cui vi rivolgete, potete dire ad esempio “non riesco a fare a meno di te!”, che non è esattamente come “mi manchi”, più romantica come frase. A chi ama l’amore esclusivo e molto passionale farà sicuramente piacere, ma in generale chi non riesce a fare a meno di un’altra persona ha un attaccamento che ha a che fare con l’egoismo più che con l’amore. Chi ama veramente non dovrebbe dipendere: “l’amore non è dipendenza ma libertà”, dicono gli psicologi.

Meglio che la finiamo qui per oggi. Grazie a tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Un saluto da Giovanni.


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Fare cilecca

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Video con sottotitoli

Trascrizione

Oggi ragazzi vediamo il significato della frase “fare cilecca”.
Vi ringrazio di essere all’ascolto di questo episodio di italiano semplicemente.
Fare cilecca è una delle tante espressioni italiane che utilizzano il verbo fare.

A memoria mi viene in mente “fare di tutta l’erba un fascio“, poi c’è anche “fare baracca e burattini“, oppure anche “farla franca“, e tante altre espressioni. Nel corso del tempo vedremo tutte queste espressioni di uso quotidiano, basta avere un po’di pazienza.
Fare cilecca credo sia abbastanza semplice da spiegare. Il significato, o meglio uno dei significati dell’espressione fare cilecca è “mancare il bersaglio” . Quindi fare cilecca si usa ogni volta che qualcuno deve riuscire a centrare un bersaglio ma non ci riesce. Si dice che, in questo caso, questa persona ha fatto cilecca. Il bersaglio è ciò che voi volete colpire, è il vostro obiettivo.
Questo è ovviamente il senso proprio della frase, che si applica alle armi da fuoco. Quando si prova a sparare con una pistola oppure con un fucile, e si cerca di colpire un bersaglio, se si manca il bersaglio, colui che spara ha fatto cilecca. Fare cilecca è mancare il bersaglio. Si dice così. C’è però un secondo significato: se la pistola o il fucile non spara, non riesce a far partire il colpo, perché l’arma non funziona per qualsiasi motivo, se cioè l’arma da fuoco si inceppa, per cattivo funzionamento, si dice che l’arma ha fatto cilecca. In questo caso è l’arma da fuoco che ha fatto cilecca. Quindi a fare cilecca può essere colui che spara, se manca il bersaglio, o anche la stessa arma da fuoco, se per qualche motivo si inceppa.
Quando l’arma si inceppa, l’arma fa cilecca. Il verbo inceppare, non so quanti di voi lo conoscano, si usa con riferimento all’arma. Quando l’arma si inceppa, fa cilecca. Ad esempio il grilletto della pistola si incastra, perché magari è poco oleato, perché c’è poco olio, quindi il grilletto è poco lubrificato e quindi si inceppa, si incastra e l’arma non spara.
Questo è il senso proprio della frase, che è abbastanza semplice. C’è un senso figurato, ovviamente, anche in questa frase idiomatica, ed il senso figurato è molto simile comunque a quello proprio.
Infatti ogniqualvolta che c’è un fallimento, ogniqualvolta qualcosa non funziona come dovrebbe, proprio quando dovrebbe funzionare invece, allora possiamo dire che questa cosa ha fatto cilecca. Non è detto che si tratti di una pistola quindi, ma anche di un qualsiasi strumento che ad un certo punto non funziona. Attenzione perché non si tratta di un non funzionamento permanente, ma temporaneo: c’è uno strumento che solitamente funziona sempre, ma ad un certo punto non funziona più e poi magari funziona nuovamente. Non si tratta quindi di una rottura, cioè di uno strumento c’è si rompe, ma di un cattivo funzionamento, temporaneo.
Facciamo qualche esempio.
Si dice spesso, in ambito sentimentale, anzi in ambito propriamente sessuale, che un uomo può fare cilecca con una donna. Può capitare. Capita più o meno a tutti gli uomini, prima o poi, di fare cilecca con una donna. Cosa significa? Significa che qualcosa non funziona, qualche cosa, che solamente non dà problemi, ogni tanto non funziona. In questo caso lo strumento che non funziona è l’uomo, o meglio, quella parte dell’uomo, che è la più importante nell’attività sessuale.

Può essere per stranezza, può essere per emozione, può essere per eccessivo entusiasmo, o anche per stress. Insomma l’uomo può fare cilecca, e la probabilità di fare cilecca per l’uomo cresce con l’aumentare dell’età. Più l’era aumenta, più l’uomo invecchia, maggiore è la probabilità che un uomo faccia cilecca con una donna. Questo è probabilmente il modo più comune di usare la parola cilecca nel linguaggio comune.

Naturalmente cilecca è un termine informale, assolutamente sconsigliato in occasioni di lavoro o in ufficio, e il motivo è che come dicevo prima, è un termine utilizzato perlopiù in ambito sessuale. Basta fare una ricerca su internet e vedrete quali saranno i risultati della vostra ricerca.

Ci sono comunque altri ambiti di utilizzo della parola cilecca. Posso dire ad esempio che una gamba ha fatto cilecca. Ad esempio: la gamba mi ha fatto cilecca e sono caduto per le scale. La gamba ha fatto cilecca, cioè non ha funzionato a dovere. Normalmente la mia gamba non ha problemi, ma in quella occasione mi ha fatto cilecca e sono caduto dalle scale, magari perché ho mancato il gradino, sono scivolato eccetera. Prima ho detto che la gamba non ha funzionato a dovere. Quando qualcosa non funziona a dovere vuol dire che non funziona bene, che non fa il suo dovere, che non fa ciò che dovrebbe fare, cioè il suo dovere. Quindi quando qualcosa non funziona a dovere e questo è un problema temporaneo, allora questa cosa ha fatto cilecca.
E a voi, amici uomini, è mai capitato di fare cilecca con una donna? Spero che in quell’occasione la vostra donna sia stata comprensiva con voi. Spesso accade che in quelle circostanze le donne credano che sia colpa loro, credono di essere loro le colpevoli della défaillance del loro partner, ed invece sappiate che non è mai questo il motivo. Sappiate che, mi rivolgo alle donne che ascoltano, non è colpa vostra o del fatto che non siete abbastanza attraenti. Può capitare. Certo che se capita molto spesso non si può più parlare di cilecca ma di problema. Un problema da risolvere senza dubbio.
Esercizio di ripetizione ora. Ripetete dopo di me, state attenti alla pronuncia. In particolare state attenti alla doppia c.
Cilecca
…..
Cilecca
…..
Io ho fatto cilecca
…..
Tu hai fatto cilecca
…..
La mia gamba ha fatto cilecca
….
Noi abbiamo fatto cilecca
…..
Vi avete fatto cilecca
…..
Loro hanno fatto cilecca
….
Adesso al futuro.
Spero che domani non farò cilecca
…..
Spero che domani ti non farai cilecca
…..
Spero che la gamba non mi farà cilecca
….
Noi faremo cilecca
….
Voi farete cilecca
….
Essi faranno cilecca
…..
Cari amici anche questo episodio volge al termine, spero vivamente di essere stato chiaro e che ora non abbiate più alcun dubbio sul significato della frase “fare cilecca”.

Scongiurare un pericolo, Dio ce ne scampi e liberi

Audio

Video con trascrizione

Descrizione

Vediamo le espressioni usate per allontanare un pericolo, sia in modo serio che scherzoso.

  • Scongiurare un pericolo
  • Dio ce ne scampi e liberi
  • Per carità
  • Dio ce ne guardi
  • Per l’amor di Dio

Trascrizione

Buongiorno amici. Buona giornata a tutti gli amici di Italiano Semplicemente.

Oggi per la sezione frasi idiomatiche, spieghiamo un’espressione idiomatica italiana. L’espressione è “Scongiurare un pericolo”. Non è in realtà una vera espressione idiomatica, perché il verbo scongiurare si applica praticamente soltanto al “pericolo”. Quindi l’espressione ha soltanto un senso proprio. Spiegare la frase di oggi, in realtà equivale a spiegare il verbo “scongiurare”. Con l’occasione però vedremo una frase idiomatica, oggi, collegata al verbo scongiurare, quindi collegata alla frase “scongiurare un pericolo”. La frase idiomatica che vediamo e che è collegata alla frase “scongiurare un pericolo” è la seguente: “Dio ce ne scampi e liberi”.

Quindi vedremo due frasi oggi: “scongiurare un pericolo” e “Dio ce ne scampi e liberi”.

Dunque, cosa significa “scongiurare un pericolo”? Sapete tutti cos’è un pericolo? Un pericolo è una cosa pericolosa! Un pericolo è una cosa che può accadere, e che ci potrebbe far male, ci potrebbe procurare un danno, ci potrebbe procurare un dolore, ci potrebbe nuocere. Questo è un pericolo: se una cosa porta del pericolo, vuol dire che questa cosa è pericolosa. Una cosa pericolosa è una cosa che può procurarci del male, che può procurarci qualcosa di negativo. Questo è il pericolo. Scongiurare un pericolo: come dicevo prima il verbo “scongiurare” si applica praticamente soltanto con il pericolo.

Scongiurare è un verbo. Vi ho detto che il pericolo che si riferisce a delle cose che possono accadere, ma queste cose posso anche non accadere. Quindi una circostanza negativa può verificarsi oppure può non verificarsi. Se si verifica questa circostanza negativa, questo pericolo diventa un fatto negativo, se invece non si verifica abbiamo scongiurato un pericolo. Quindi scongiurare un pericolo significa semplicemente fare in modo che una cosa negativa non si verifica.

Ad esempio l’altro ieri c’è stata la partita Italia-Germania, vinta dalla Germania ai calci di rigore. Sto parlando dei quarti di finale dei campionati europei di calcio 2016, Italia e Germania sono due squadre molti forti. Quindi la Germania rappresentava un pericolo per l’Italia, così come l’Italia rappresentava un pericolo per la Germania. Ebbene l’Italia non è riuscita a scongiurare il pericolo Germania. La Germania, dal canto suo, invece, è riuscita a scongiurare il pericolo Italia. L’Italia quindi non è riuscita a scongiurare il pericolo Germania, la Germania invece è riuscita a scongiurare il pericolo Italia.

Quindi scongiurare è il verbo che si usa in questi casi, quando si vuole evitare che qualcosa di negativo diventi un pericolo. Scongiurare è molto simile al verbo “giurare”, ma non ha niente a che vedere col verbo giurare. Infatti giurare significa promettere, promettere solennemente, cioè promettere con forza. Giurare è un verbo che si applica soprattutto alle cose a cui teniamo molto: ad esempio si dice “giuro sui miei figli”. Vuol dire che sto dicendo la verità, prometto che sto dicendo la verità: giuro sui miei affetti più cari, giuro sulle cose a cui tengo di più, giuro sui miei figli, cioè prometto solennemente che sto dicendo la verità, vi prometto che non sto dicendo una bugia, vi prometto che non sto mentendo: “giuro sui miei figli”. Quindi giurare significa promettere, scongiurare invece ha a che fare con i pericoli: non c’entra nulla col verbo “giurare”.

La frase idiomatica collegata all’espressione “scongiurare un pericolo” è invece, come vi avevo accennato prima, la frase “Dio ce ne scampi e liberi”.

“Dio ce ne scampi e liberi” è un’espressione idiomatica, una frase cioè una cosa che si dice quando si è in pericolo. Quindi “Dio ce ne scampi e liberi” contiene la parola “Dio”, di conseguenza è una richiesta di aiuto a Dio. Si chiede a Dio di liberarci di qualcosa: di liberarci dal pericolo, di liberarci da questa circostanza negativa che vogliamo scongiurare. Un evento può verificarsi oppure no: è per questo che è pericoloso; noi non vogliamo che si verifichi, di conseguenza invochiamo Dio: chiediamo a Dio che ci liberi da questa cosa, che non la faccia verificare: “Dio ce ne scampi e liberi”. Cosa significa “ce ne scampi”?

“Scampi” viene da “scampare”, e scampare è un verbo. È un verbo che, anche questo, si applica solamente ai pericoli, come scongiurare. Infatti si dice anche: “scampare da un pericolo”, che è analoga alla frase “scongiurare un pericolo”. Non è esattamente uguale però. Adesso vi spiego le differenze. Scampare significa “evitare” un pericolo. Scampare un pericolo significa evitare qualcosa che si è verificato, oppure significa evitare qualcosa che si potrebbe verificare, quindi  potrebbe essere sostituita alla frase “scongiurare un pericolo”, ma la frase “scampare un pericolo” si applica anche quando qualcosa si è già verificato. Ad esempio se c’è stato un terremoto da qualche parte, ed io sono riuscito a sopravvivere, sono riuscito a scappare, quindi non ho subito le conseguenze negative del terremoto, posso dire: “sono riuscito a scampare dal pericolo terremoto”, “sono riuscito a scampare dal terremoto”: quindi il terremoto si è verificato, c’è stato il terremoto, ma io sono scampato dal terremoto, invece se il terremoto c’è stato vuol dire che non si è riusciti a scongiurare il pericolo terremoto, perché il terremoto si è effettivamente verificato, di conseguenza non siamo riusciti a scongiurare il pericolo terremoto, però io sono riuscito a scampare dal terremoto.

Quindi queste sono le differenze. Invece “scampi” viene appunto da scampare. “Dio ce ne scampi” vuol dire “Dio ci liberi”, “Dio ci faccia sopravvivere”, “Dio faccia in modo che non si verifichi questa cosa negativa”. Posso dire “Dio ci liberi dal terremoto”, oppure “Dio ci faccia scampare dal terremoto”, cioè “Dio ci faccia sopravvivere dal terremoto”. Quindi “Dio ce ne scampi e liberi”. In questo caso “liberi” è un rafforzativo di “scampare”: cioè “Dio ce ne scampi, dal terremoto”, “Dio ci liberi dal terremoto”. Significano entrambi la stessa cosa. Dio ce ne scampi e liberi vuol dire “spero che Dio faccia in modo che questo terremoto non avvenga”, cioè “ce ne liberi”. “Dio faccia in modo di sopravvivere al terremoto”, cioè “Dio ce ne scampi”.

Quindi “Dio ce ne scampi e liberi” è una frase collegata all’espressione “scongiurare un pericolo” perché ogniqualvolta c’è qualcosa di pericoloso che vogliamo scongiurare, che non vogliamo cioè che si verifichi, possiamo dire questa frase: “Dio ce ne scampi e liberi”.

Questa è una frase che possiamo usare tra amici, tra familiari, tra conoscenti, ma è una frase che si pronuncia ogniqualvolta c’è una circostanza pericolosa, ogniqualvolta c’è un pericolo imminente, c’è qualcosa di pericoloso che sta per accadere, e noi vogliamo manifestare il nostro desiderio di allontanarci da questo pericolo, di scongiurare questo pericolo, quindi possiamo dire “Dio ce ne scampi e liberi”. Quindi ad esempio se ci sono due persone che parlano, e la prima persona dice: “ho sentito il telegiornale e dicono che domani potrebbe esserci una grande scossa di terremoto”. L’altra persona potrebbe dire: “per carità!, Dio ce ne scampi e liberi!

Quindi si dice anche “per carità!”. Per carità è un altro modo di scongiurare un pericolo: “per carità!, Dio ce ne scampi e liberi!”. Sia “per carità”, sia “Dio ce ne scampi e liberi” sono due espressioni colloquiali, sono due espressioni di tutti i giorni, due espressioni familiari, che hanno tutte lo stesso significato. Il modo più normale diciamo, più diffuso, di esprimere questo “sentimento”, di esprimere la volontà di scongiurare un pericolo è “Dio ce ne guardi”, o “Per l’amor di Dio”. Per l’amor di Dio significa “per l’amore di Dio”. Anche in questo caso si sta chiedendo l’aiuto di Dio. “Per carità” invece è una frase un po’ più corta, che però si usa anche in senso scherzoso, ogni volta che vogliamo scongiurare un pericolo. Una frase che si dice in qualsiasi circostanza, anche non necessariamente pericolosa, proprio perché vogliamo ironizzare su un fatto, su una cosa divertente che vogliamo far apparire come pericolosa. Quindi ogniqualvolta c’è una cosa anche brutta da vedere, e noi non la vogliamo vedere, possiamo dire “per carità”. Anche se c’è una cosa cattiva da mangiare, che non è buona, possiamo dire “per carità!”. Ad esempio se io amo il caffè senza lo zucchero, se una persona mi dice:

“Giovanni, vuoi un po’ di zucchero nel caffè?”, io posso dire “per carità! Per carità il caffè con lo zucchero”. Cioè: “non voglio il caffè con lo zucchero, non mi mettere lo zucchero nel caffè; non voglio il caffè con lo zucchero”; “per carità”, “per l’amor di Dio”, “Dio ce ne scampi e liberi”.

Queste quindi sono tutte espressioni che vengono utilizzate nella lingua italiana per scongiurare un pericolo, come anche “Dio ce ne guardi”.

Ovviamente tutte queste espressioni non sono formali, che si possono usare in contesti più importanti, da un punto di vista professionale, ma soltanto da un punto di vista informale, quindi potete utilizzarle con gli amici, con i vostri conoscenti, con i vostri familiari. Da un punto di vista formale posso usare altre espressioni. Quindi se ad esempio sono il capo di una azienda che viene a conoscenza della possibilità di una crisi economica, per scongiurare il pericolo della crisi economica, potrei dire, anziché “per carità”, o anziché “Dio ce ne scampi e liberi”, o “Dio ce ne guardi”, potrei dire: “spero che questa circostanza non si verifichi, sarebbe molto negativo se questa crisi economica si verificasse”. Quindi non è una frase ironica, che fa ridere.

Quando si parla in modo professionale e si vuole scongiurare un pericolo non possiamo suscitare dell’ironia ma dobbiamo parlare seriamente, e questo significa dire esattamente le cose come stanno. Se c’è una crisi economica non possiamo dire “Dio ce ne scampi e liberi”, a meno che questi colleghi di lavoro siano dei conoscenti, degli amici. Possiamo quindi dire: speriamo non accada, sarebbe una evenienza molto negativa. La crisi economica sarebbe la fine della nostra azienda. Quindi amici spero di non avervi annoiato oggi. Abbiamo quindi visto all’inizio il significato del verbo scongiurare e la frase, l’espressione “scongiurare un pericolo”. Abbiamo visto che il verbo scongiurare si applica solamente ai pericoli. Poi abbiamo visti il significato dell’espressione “Dio ce ne scampi e liberi”, quindi abbiamo visto che “Dio ce ne scampi” e “Di0 ce ne liberi” vogliono più o meno dire la stessa cosa. Poi abbiamo visto che la stessa espressione si può dire anche in differenti modi: possiamo dire “dio ce ne scampi e liberi”, possiamo dire “per carità”, possiamo dire “Dio ce ne guardi”. Possiamo anche dire “Per l’amor di Dio”. Abbiamo infine detto che queste sono espressioni utilizzate sempre in un linguaggio informale, mentre non si possono utilizzare in occasioni importanti, in riunioni di lavoro, eccetera.

Facciamo adesso il solito esercizio di ripetizione: credo che questo sia un esercizio molto importante, lo dico sempre alla fine dei miei podcast. Esercitatevi anche a parlare, perché potreste anche conoscere tutte le regole grammaticali italiane, potreste anche comprendere perfettamente un qualsiasi libro di italiano, potreste leggere qualsiasi giornale italiano senza problemi, potreste anche aver frequentato l’università di Italianistica, ma se non vi esercitate a parlare, il vostro italiano non sarà mai molto buono: è importante esercitarsi, esercitarsi fin dall’inizio, ed è per questo che vi raccomando sempre alla fine dei miei podcast di ripetere delle frasi complicate. Vi invito a farlo dopo di me, a ripetere le frasi dopo di me. Non pensate alla grammatica ma soltanto a ripetere.

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Dio ce ne scampi e liberi

……

Ce ne vuol dire “a noi”. “Ce” vuol dire “a noi”, “ne” vuol dire “di questa cosa”, “del pericolo”.

Per l’amor di Dio

…..

Per l’amor di Dio

…..

Per l’amor di Dio

…..

Per carità

…..

Per carità il caffè con lo zucchero

…..

Per carità il caffè con lo zucchero

…..

Per carità il caffè con lo zucchero

…..

Dio ce ne scampi e liberi

….

Dio ce ne guardi

…..

Dio ce ne guardi

…..

Dio ce ne guardi

…..

Per l’amor di Dio

….

Scusatemi se oggi c’erano un po’ di rumori perché ho registrato il podcast, quindi ogni tanto passavano delle macchine. Spero che dopo aver ascoltato questo podcast non pensiate “Dio ce ne scapi e liberi da Italiano Semplicemente!”.

Ciao Amici!

Lasciare a desiderare

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Bassa velocità

Normale velocità

Trascrizione

lasciare a desiderare_immagineBuongiorno amici. Oggi vi spiegherò una espressione italiana relativamente facile, ma ovviamente sarete voi a giudicare.
L’espressione è “lasciare a desiderare“.
Non so quanti di voi conoscano già questa espressione, che appartiene al linguaggio di tutti i giorni, usata in ogni regione italiana indistintamente, ma anche se ne conoscete il significato vi consiglio ugualmente di ascoltare la spiegazione. Ascoltare non fa mai male. Oggi poi proviamo a registrare il podcast in due velocità, facciamo questo esperimento in modo che anche coloro che hanno un livello più basso di comprensione possano esercitarsi ad ascoltare.
Lasciare a desiderare dunque è l’espressione di oggi, diffusissima in tutta Italia, utilizzata in ogni contesto, in ogni momento, in ogni circostanza diversa, dallo sport alla moda, dallo studio allo stadio. Se proprio dobbiamo fare delle differenze, vi devo dire che ad utilizzarla sono maggiormente le persone un po’ più colte.
In ogni modo ci sono tanti modi per esprimere li stesso concetto ed oggi cercheremo di vederne qualcuno.
Lasciare è un verbo, lo sapete, ed è il verbo, che se utilizzato in senso proprio significa mollare: Se voi tenete in mano un oggetto e lo stringete con la mano, se poi lo lasciate, lo lasciate andare, lo mollare, vuol dire che non lo tenete più. Lo avete lasciato.
Il verbo lasciare è usato in molti modi diversi però in italiano. Si può lasciare un oggetto, ma di può lasciare anche un fidanzato, o una fidanzata: chi di noi non è stato lasciato almeno una volta nella vita? Se quindi venite lasciati dal vostro fidanzato, da quel momento non state più insieme. Siete stati lasciati. Da quel momento non siete più fidanzati.
Un altro modo ancora di usare il verbo lasciare è farlo seguire dalla preposizione semplice “a”.
Posso dire ad esempio “lasciare a te“, lasciare a te la decisione, ad esempio, lasciare a te il comando,
lasciare a ” è analogo a “lasciare per“. Quindi vuol dire dare a qualcun altro.
Se ad esempio io lascio a te la decisione, posso anche dire che lascio che sia tu a prendere la decisione. Se tu lasci che io comandi, posso anche dire che tu lasci a me il comando. Un altro esempio: Se io lascio a te l’onore di salire sulla mia auto, posso anche dire che lascio che tu abbia l’onore di salire sulla mia automobile.

C’è però anche un altro significato del verbo lasciare. Se ad esempio sono in macchina e siamo in due persone, posso fermarmi e far scendere questa persona. La lascio scendere, cioè le permetto di scendere, lascio scendere questa persona e quindi lasciare scendere significa fare in modo che questa persona scenda dell’automobile, fare in modo che questa persona lasci l’automobile e scenda, lasciare che questa persona scenda dall’auto. Lasciare =permettere.
Ed allora arriviamo all’espressione di oggi lasciare a desiderare. Il senso proprio dell’espressione lasciare a desiderare è che se ad esempio ti lascio a desiderare, vuol dire che io lascio che tu desideri, io ti permetto di desiderare.
Questo è il senso proprio di lasciare a desiderare.
C’è però un significato secondario, figurato ovviamente che vi dico subito.
Se una cosa lascia a desiderare significa che non è molto bella, o molto buona, o che non è molto adatta al suo scopo. Questo non significa che va malissimo, non è un giudizio molto negativo.
Se ad esempio il mio vestito lascia a desiderare vuol dire che non è un bel vestito.
Se ci pensate bene, rende bene l’idea, infatti se il mio vestito lascia a desiderare è come se non facesse felice chi lo indossa o chi lo guarda, e quindi gli fa desiderare di avere un vestito diverso, più bello. Il mio vestito lascia, chi lo guarda, a desiderare un vestito più adatto, lo lascia a desiderare un vestito più bello.
Evidentemente non è un bel vestito. L’espressione è adatta a qualsiasi cosa,ai vestiti come anche ad altri oggetti ed anche alle persone. E non solo.
Se ho un esame universitario e un mio amico mi chiede: come è andato l’esame?
Potrei rispondere:

La prima parte dell’esame è a data bene, è ok, poi però ho un po’ lasciato a desiderare.

Quindi io ho lasciato a desiderare, al passato dunque. Solitamente comunque si usa dire: “un po’ a desiderare” , oppure “molto a desiderare”.
Difficilmente ascolterete semplicemente che una cosa lascia a desiderare. Solitamente si dice: il mio esame ha lasciato molto a desiderare, la mia prestazione ha lasciato un po’ a desiderare, la tua idea lascia un po’ a desiderare. Si dice anche abbastanza o leggermente a desiderare.
Dicevo prima che l’espressione è utilizzata più da persone colte ed istruite ed in effetti è un modo abbastanza delicato di dire che una cosa non piace e che non è molto buona o positiva.
Per esprimere lo stesso sentimento, la stessa sensazione di disapprovazione, di giudizio negativo ci sono molti modi, a secondo della situazione in cui vi trovate o del grado negativo del vostro giudizio.
Non mi piace“, o “non mi piace per niente“, sono espressioni più universali. “Fa schifo” invece, rappresenta il modo meno gentile per esprimere un giudizio negativo. “Questo gelato fa schifo” , ad esempio, è molto forte ed anche offensivo se lo dite a chi vi ha dato il gelato. Invece “questo gelato lascia un po’ a desiderare” è più gentile e molto meno offensivo.
In termini più tecnici, più adatti al lavoro di ufficio, se vogliamo, possiamo dire: “Essere insoddisfacente“, o anche “non corrispondere alle aspettative
Il tuo lavoro lascia molto a desiderare quindi equivale a il tuo lavoro è insoddisfacente, cioè non soddisfa le mie aspettative, quindi io mi aspettavo di più da te, dal tuo lavoro, quindi il tuo lavoro non corrisponde alle mie aspettative. Se volete la frase: “Non sono soddisfatto del tuo lavoro” è il modo più semplice per dire la stessa cosa.
Ma se volete essere più eleganti potete dire “il tuo lavoro lascia molto a desiderare”.
Questa espressione di conseguenza è adatta ad un contesto lavorativo quindi è una delle tante espressioni che utilizzeremo anche nel corso di italiano professionale.
Voglio dirvi ad esempio che, personalmente sono molte le cose in cui lascio molto a desiderare.
Lascio a desiderare nel gioco del tennis, ad esempio, poiché non sono molto bravo a giocare e lascio a desiderare in molti altri sport. A scuola lasciavo abbastanza a desiderare in storia. Ognuno di noi lascia a desiderare in molte cose ed in altre invece dà il meglio di sé.
Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione, prima al presente poi al passato.

Io lascio a desiderare
………
Tu lasci a desiderare
………
Lui lascia a desiderare
………
Noi lasciamo a desiderare
………
Voi lasciate a desiderare
………
Essi lasciano a desiderare
………

Vediamo al passato:

Io ho lasciato molto a desiderare
………
Tu hai lasciato un po’ a desiderare
………
Lui ha lasciato molto a desiderare
………
Noi abbiamo lasciato un po’ a desiderare
………
Voi avete lasciato molto a desiderare
………
Essi hanno lasciato abbastanza a desiderare
………

Ascoltate se volete altre volte questo episodio se volete memorizzare questa espressione ed il corretto modo di utilizzarla.
Un saluto a tutti i fedeli ascoltatori di Italianosemplicemente.com.

Non c’è verso, tentar non nuoce

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Trascrizione

non ce verso tentar non nuoce

Ramona: ciao Gianni. Una frase mi è venuta in mente: ho provato tante volte ad imparare a nuotare, con mio padre, con i miei amici, ma non c’è verso: non riesco a superare la paura dell’acqua.

Gianni: Buonasera, amici di Italiano Semplicemente, benvenuti sul nuovo podcast, che tratterà di una, anzi di due espressioni idiomatiche italiane. Non si tratta in realtà di vere espressioni idiomatiche, ma le definirei semplicemente due espressioni molto utilizzate  nella lingua italiana.

Sono due espressioni molto brevi, che si possono applicare nello stesso contesto, che è quello di “fare qualcosa”, decidere di fare qualcosa.

Questo podcast è dedicato a tutti coloro che hanno un livello di italiano intermedio, quindi dal livello universalmente riconosciuto come A2, quindi non esattamente principianti, fino al livello C1, e forse dovrei dire anche C2. Cercherò di parlare abbastanza chiaramente per fare comprendere bene tutte le parole che pronuncerò durante questo podcast, affinché tutti quanti possano comprendere bene. Nello stesso tempo, per coloro che hanno un livello un po’ più avanzato (che conosceranno sicuramente queste due espressioni che oggi sto per spiegare) concentrerò la mia attenzione su un aspetto particolare che riguarda esattamente queste persone di livello un po’ più avanzato. Ho fatto caso, durante le mie chiacchierate con tutti gli stranieri che ho avuto nell’ultimo anno utilizzando questo fantastico strumento che è whatsapp, agli errori più comuni che commettono le persone anche molte esperte, coloro che sanno molto bene l’italiano, ma che, nonostante tutto continuano a sbagliare delle cose. Mi riferisco alle preposizioni semplici.

Di conseguenza oggi spiegherò queste due frasi, che sono “non c’è verso” e “tentar non nuoce”.

Queste sono due frasi, due frasi che si applicano in un contesto decisionale, quindi entrambe vanno bene ogni qualvolta si devono prendere delle decisioni, e nello stesso tempo, mentre spiegherò queste due frasi, mi concentrerò sulle preposizioni semplici che utilizzo, e spiegherò perché si usano a volte si usano quelle preposizioni semplici, e perché a volte invece se ne usano altre.

Dunque, le preposizioni semplici italiane non sono molte (ma neanche poche),  e sono le seguenti:di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.

LE preposizioni semplici si ricordano facilmente a memoria, perché hanno un suono abbastanza melodioso. Una cosa che io ricordo dalle scuole elementari, quindi credo sia facile per tutti.

Cominciamo con la prima espressione: “NON C’E’ VERSO”. Significa semplicemente “non c’è modo”, “non c’è alcun modo”. Qual’è la differenza? Intanto spiegherò la parola “verso” , poi mi concentrerò più sull’espressione.

Cos’è il verso? Il verso ha a che fare con la direzione. Quando si va in un posto preciso, ammettiamo che dobbiamo fare il percorso da A a B, ad esempio da Roma a Napoli, cioè la strada che sto facendo io in questo momento. Sono partito da Roma e sto andando verso Napoli . Quindi se vado da Roma a Napoli, la direzione si chiama Roma-Napoli. Ladirezione Roma-Napoli è uguale alla direzione Napoli-Roma: è la stessa direzione.

Da un punto di vista geometrico la direzione non fa riferimento alla partenza e all’arrivo, ma solamente alla direttrice che collega il punto A al punto B. Se invece io dico che vado verso Napoli, cioè IN direzione Napoli.

Attenzione! Ho appena detto IN In direzione Napoli. “In” è una preposizione semplice, ed in questo caso proprio “IN”. In davanti alla parola direzione vuol dire cje state andando verso quella parte, verso quel luogo: “in direzione Napoli”.

Questo è il verso. Ci sono due versi per ogni direzione, da Roma verso Napoli e da Napoli verso Roma. L’espressione “non c’è verso” però per il momento ancora non è chiaro, ma se ci pensate bene, la parola “verso” può anche essere utilizzata in sostituzione della parola “modo”. Per quale motivo? Il motivo è il seguente: quando voi cercate di fare qualcosa, quando prendete una decisione (si parla appunto di decisioni), e prendete la decisione di raggiungere un certo obiettivo, che non è detto sia un luogo in cui voi stiate andando, un luogo in cui vi stiate recando (come me che sto andando verso Napoli), ma semplicemente raggiungere un obiettivo, cioè ottenere un risultato.

In questo caso avete preso la decisione di raggiungere un obiettivo, o potete provare a raggiungere l’obiettivo “in” più modi: potete provare il modo “A” (la strada “A”) oppure il modo “B” (la strada “B”) . Quindi ci sono diversi modi, diverse strade che vi possono portare a raggiungere un obiettivo. Di conseguenza quando si dice la frase “non c’è verso”, che equivale all’espressione “non c’è modo”, significa semplicemente che avete già provato attraverso più modi, più strade, a raggiungere quell’obiettivo, e non ci siete mai riusciti. Quindi avete provato a risolvere il problema in differenti modalità, utilizzando strade diverse, in differenti modi, ma non ci siete ancora riusciti. Quindi “non c’è verso” è un sinonimo di “non c’è modo”.

La differenza, dicevo prima, tra “non c’è modo” e “non c’è verso” è che, appunto, quando dite “non c’è verso” vuol dire che avete già provato molte volte, che avete insistito, avete provato tante volte ma non ci siete mai riusciti. Quindi quando si pronuncia questa espressione significa che avete provato molte volte, avete insistito e vi siete arresi: significa che non proverete più, state constatando che non c’è nessun modo per risolvere il problema, non c’è nessun modo per raggiungere l’obiettivo, vie siete arresi e di conseguenza fate questa esclamazione.

Non c’è verso “di”. Attenzione! Non c’è verso “di”. Se voi dite non c’è verso di imparare a nuotare, ad esempio, come ha detto la nostra amica Ramona, significa che avete provato più volte a nuotare, ma non ci siete mai riusciti: Non c’è verso “di” nuotare, non c’è verso “di” imparare a nuotare. Quindi attenzione perché si usa la preposizione “di”.

Non potete usare altre preposizioni. Un italiano vi potrebbe comprendere lo stesso, ma non è detto che vi comprenda. Quindi non c’è verso “di”:

  • fare
  • imparare
  • riuscire

C’è sempre un obiettivo che dovete raggiungere. Nel caso di Ramona l’obiettivo era di imparare a nuotare. Avete fatto più tentativi e non ci siete riusciti: non c’è verso.

Invece nella frase “non c’è modo” non è detto che voi abbiate già tentato di raggiungere l’obiettivo; probabilmente avete constatato che non c’è nessun modo, nessuna maniera per ottenere quel risultato, ma non è detto che voi abbiate già tentato e che vi siate arresi.

Questa è la differenza tra “non c’è verso” e “non c’è modo”..

Vediamo la seconda frase, che è “tentar non nuoce“.

Anche questa frase ha a che fare con le decisioni e con il raggiungimento di un obiettivo specifico, che sia di arrivare fino a Napoli (come nel mio caso), come il tentativo di ottenere un obiettivo qualsiasi.

Cosa significa? “Tentar” deriva da “tentare”, quindi è il verbo “tentare”, dove si toglie l’ultima lettera. Tentare diventa tentar. “Non nuoce”: non è la negazione, e nuoce viene dal verso “nuocere”.

Cosa significa “nuocere”? Nuocere vuol dire “fare del male”. Se cercate sul vocabolario il verbo nuocere troverete che significa “fare del male”. Solitamente il verbo nuocere è preceduto dalla parola “non”, quindi è usato in senso negativo, anche se a volte potete trovarlo anche in frasi affermative.

Ad esempio, sui prodotti che fanno male alla salute, come nel caso di prodotti con particolari sostanze chimiche, potreste leggere sulle istruzioni del barattolo”nuoce gravemente alla salute”, cioè “fa male alla salute”. Non nuoce quindi vuol dire che non fa male. Quindi nuocere è un verbo che si usa fondamentalmente per iscritto, sulle confezioni, sui barattoli dei prodotti che fanno male alla salute. Non troverete mai scritto “fa male alla salute”, ma troverete sempre scritto “nuove (gravemente) alla salute”. Invece non nuoce vuol dire che non fa male, che  non nuoce.

Tentar non nuoce quindi vuol dire che tentare non nuoce, cioè “provare non nuoce”, “provare non fa male”. Quand’è che si usa questa frase: tentar non nuoce?

La frase è abbastanza melodiosa, perché ogniqualvolta si taglia l’ultima vocale di una parola, come in questo caso (“tentare” è diventato “tentar”).

Ogni qualvolta si toglie l’ultima lettera di una parola è per rendere la frase più melodiosa all’udito. Quindi “tentare non nuoce” è una frase correttissima in italiano, però non si usa. Normalmente si usa “tentar non nuoce”, che è una esclamazione, una frase che può essere usata ogni qualvolta si voglia invitare una persona a fare un tentativo (tentare-tentativo), quindi quando si vuol spingere una persona a provare a risolvere un problema, a provare a raggiungere un obiettivo. Quindi se ad esempio io faccio l’università e vorrei fare la facoltà di ingegneria, però ho sentito dire che la facoltà di ingegneria è molto dura, che gli esami sono molto difficili “da” superare, (“da” è un’altra preposizione semplice), ebbene, in questo caso potrei dire a me stesso:

ma sì, dai, proviamo “a” fare ingegneria , tentar non nuoce!

Cioè provare non fa male: posso provare a fare ingegneria, e se poi verifico che la facoltà di ingegneria è una facoltà complicata, una facoltà troppo difficile per me, ebbene, “in “questo caso, cambierò facoltà; passerò ad un’altra facoltà. 

Tentare non nuoce, così come la prima frase che abbiamo visto, vale a dire “non c’è verso”, sono due espressioni italiane UTILIZZATISSIME, in tutti i contesti, in contesti sia informali che formali. Probabilmente la prima frase la troverete più adatta ad un contesto informale e all’orale, quindi più nel linguaggio parlato che nel linguaggio scritto, perché “non c’è verso” in effetti è una frase più adatta al linguaggio parlato, di tutti i giorni, ma se la utilizzate anche in un contesto importante, più formale, nessuno si scandalizzerà: nessuno vi dirà: ma cosa stai dicendo? Hai utilizzato una espressione volgare!

Non si tratta di una espressione volgare, si tratta di una espressione italiana, molto utilizzata, che in ogni caso è più adatta sicuramente ad un linguaggio parlato piuttosto che ad un linguaggio scritto. 

Anche tentar non nuoce probabilmente è una espressione più utilizzata all’orale che per iscritto, ma in realtà, come vi ho detto precedentemente, il verbo nuocere è messo per iscritto in tutte le confezioni dei prodotti che fanno male alla salute, ma la frase “tentar non nuoce” è una frase che potete tranquillamente utilizzare per iscritto. Probabilmente è più adatta ad una email, ad una chat, piuttosto che ad un documento formale, perché è una frase che si utilizza quando si sta parlando ad una persona, quindi quando si scrive una lettera, una email, si sta chattando con una amico o un conoscente. “Tentar non nuoce” e “non c’è verso” sono due espressioni quindi che si utilizzano quando si parla con un’altra persona in un contesto decisionale, in un contesto in cui si sta prendendo una decisione. Si può incitare una persona e dire:

Tentar non nuoce. Dai, fai questo tentativo, provaci, non si sa mai!

“Non si sa mai”, in effetti, è un’espressione abbastanza simile a “tentar non nuoce”.

Tentar non nuoce di conseguenza vuol semplicemente dire che se provi, se provi a fare un tentativo, non può succederti nulla di male. Non c’è nulla di sbagliato nel provare, perché provare non costa nulla.

Ovviamente non potete utilizzare “tentar non nuoce” in tutte le occasioni. Se ad esempio mi viene voglia di lanciarmi col paracadute, ad esempio, però ho paura di lanciarmi col paracadute perché non l’ho mai fatto in vita mia, un amico mi potrebbe dire:

Dai, prova, tentar non nuoce!!!

Ed invece in questo caso tentar nuoce, eccome se nuoce! Quindi non è il caso (in questo caso) di utilizzare l’espressione “tentar non nuoce”.

Così come mi viene in mente di provare ad andare a 200 km orari utilizzando la mia nuova automobile.Non mi verrebbe mai in mente di dire a me stesso:

Vabè, dai, prova! Vediamo a che velocità riesci ad arrivare, tentar non nuoce!

Anche in questo caso, tentare NUOCE!! Nuoce gravemente alla salute!

Di conseguenza questa è una frase che si pronuncia in tutte quelle occasioni in cui non c’è nessun pericolo, altrimenti non ha nessun senso utilizzare questa espressione.

Spero che tutti coloro che ritengono di appartenere alla categoria C1 o C2 abbiano fatto caso a tutte le preposizioni semplici che ho utilizzato all’interno di questo podcast.

Quando si dice quindi “vado in direzione Napoli”, oppure “vado a Napoli”, va bene in entrambi i modi, ma non posso dire: “vado a direzione Napoli”.

Posso dire “vado verso” Napoli, “vado in direzione Napoli”. Se dico “verso”, non devo usare “in”.

L’uso delle preposizioni semplici è molto importante. Ho notato personalmente che in fase di presentazione, quando ci si presenta ad un amico, ho notato che anche le persone che hanno un livello di italiano molto alto e che parlano benissimo, molto spesso si presentano e dicono:

Piacere, sono Alberto (ad esempio) e vengo da Marcocco. 

 

ad esempio, o “da Algeria”..

Ho fatto solo un esempio, avrei potuto dire Germania, Francia, Spagna, Irlanda, eccetera

L’uso delle preposizioni semplici in questo caso si può spiegare molto semplicemente: in italiano, quando dovete dire che voi abitate in una determinata nazione, in una certa nazione, si usa solamente dire: “Sono marocchino”, o “sono algerino”, o “sono francese”, “sono danese”, “sono tedesco”, “sono italiano”. Non si dice “io sono di Italia” o “io sono da Italia”. Si dice semplicemente: sono italiano, francese, tedesco. Quindi l’uso della preposizione semplice, in questo caso, è sempre sbagliata.

In effetti la preposizione semplice “di” non si usa mai con le nazioni, con i paesi, ma si usa soltanto con le città:

Sono di Roma!

Sono di Londra, di Calcutta, di Berlino. Quindi quando dovete dire che abitate, che siete residente, che siete un abitante di una città, dovete usare “di”. Dovete usare solamente “di”. Non c’è un’altra preposizione semplice adatta: io sono di Roma. Certo, se dovete dire che ABITATE in un certo posto, dovete dire “io abito a Roma”. In questo caso si usa la preposizione semplice “a” (abitare + città). 

Io abito a Roma, io abito a Londra, io abito a Beirut! (come Ramona), io abito a Berlino

Per le nazioni potete usare “in”. Quindi:

Io abito in Brasile, io abito in Albania, io abito in Italia.

Quindi l’uso delle preposizioni semplici, quando si parla di dire dove abitate o di dove siete è uno degli esempi tipici che mi viene in mente che anche coloro che hanno un livello abbastanza alto sbagliano molto spesso. Credo di aver affrontato abbastanza marginalmente il problema delle preposizioni semplici ma non voglio annoiarvi naturalmente. L’obiettivo di Italiano Semplicemente non è quello di insegnare la grammatica, come molti di voi già sapranno. Per coloro che ci seguono per la prima volta vi consiglio di leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, che utilizziamo in ogni episodio. Per coloro che sono interessati potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare le sette regole d’oro. Credo sia tutto per oggi ragazzi. Spero che dopo aver ascoltato questo episodio non diciate:

Non c’è verso di imparare l’italiano!

Provate. Secondo me dovete provare. Provate a seguire le sette regole d’oro. Vi garantisco che sono delle regole molto importanti per imparare l’italiano, e per imparare a passare dalla fase della comprensione alla fase dell’espressione. Provate, tentar non nuoce.

Ciao amici.

Adriana: A me piace cucinare con mia madre, ma non c’è verso di cucinare un piatto buono come lei!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Putacaso ti tradissi?

Audio

 

Trascrizione

se_qualora_immagine_tradimentoBuongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente. Oggi affrontiamo un argomento molto interessante. Vediamo tutti i modi per dire “se”.

Lo facciamo con l’aiuto di Adriana e Jasna, che ringrazio calorosamente.

Conoscete questa parolina italiana “se”?

Mi riferisco al “se” congiunzione, quella parola usata per costruire delle frasi che contengono delle ipotesi, come ad esempio: “se domani c’è il sole vado al mare”. Infatti la parola “se” ha anche altri significati, e tra l’altro si può scrivere anche con l’accento, come ad esempio “parlare di sé”. Oppure, con accento o senza, posso dire “pensare solo a se stessi”.

Ecco, in questo episodio di Italiano Semplicemente vorrei invece parlare solamente del “se” congiunzione.

Bene, una frase molto semplice come quella vista prima: “se domani c’è il sole vado al mare, in cui è presente la parola “se”, la congiunzione “se” può essere scritta, in realtà, in molti altri modi.

Non c’è dubbio che “se” è la parola più semplice da usare e questa è la parola  che si impara per prima, ma vediamo appunto quali possono essere le varianti, quando si possono usare ed anche quanto sono diffuse tutte queste alternative, tutte questi modi alternativi di dire “se”.

Cercherò di fare questo  cercando degli esempi divertenti, sperando di riuscirci. Credo che Adriana e Jasna saranno molto importanti.

Vediamo la prima parola: “qualora”.

Dunque la parola “se” non è semplicemente sostituibile con la parola “qualora”, che è anch’essa una congiunzione, perché vuole solamente il verbo al congiuntivo. Questa è la spiegazione classica che si dà, ma vediamo degli esempi, perché la grammatica a noi non interessa ed è anche molto noiosa.

“Qualora ci fosse il sole, domani andrei al mare”.

Quindi “qualora ci fosse”, e non “se c’è”; “andrei al mare” e non “vado al mare”. La frase quindi è un po’ più complicata perché non si utilizzano i verbi al presente, ma si usa il congiuntivo e poi il condizionale.

Un italiano, vi dico subito, è difficile che usi questa frase, perché in generale la semplicità è sempre preferita da tutti. Soprattutto è più facile non sbagliarsi, e vi dico che anche il 50% degli italiani sbaglia regolarmente o molto spesso quando deve usare il condizionale o il congiuntivo.

La parola “qualora” si usa più in ambito lavorativo, nel lavoro, e si usa molto nella forma scritta. Difficile nella forma parlata.

A dire il vero si può anche dire in altri modi questa frase, anche usando la parola “se”: “se ci fosse il sole, domani andrei al mare” quindi il “se” posso sostituirlo a “qualora”. Non posso fare il contrario però.

Posso anche dire, ed è ancora più comune: “se ci sarà il sole, domani andrò al mare” . In questo caso si usa il futuro, ed anche questo è un modo corretto di scrivere la frase.

Vediamo ora: “nel caso in cui”.

“Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Abbiamo semplicemente sostituito “qualora” con “nel caso in cui”. Semplice. Diciamo che è un po’ più informale però. “Nel caso in cui” si usa normalmente in ogni contesto. Qualora è un po’ più difficile e più adatto a situazioni professionali e formali. Possiamo anche togliere “in cui” e dire semplicemente “nel caso domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Oppure, se avessi una fidanzata come Adriana…

Adriana: “Nel caso in cui mi tradissi, farei lo stesso”.

Gianni: Ma no, cara, sai che non ti tradirei mai!

Adriana: ma qualora lo facessi, anche io ti tradirei”.

Ecco questo è un altro esempio. Adriana interpreta la mia ragazza, o mia moglie, e dice che se io la tradissi, anche lei mi tradirebbe. Se io cioè non le fossi fedele, se io la tradissi con un’altra donna, anche lei farebbe lo stesso, con un altro uomo…. Credo.

Nell’eventualità che io tradissi Adriana, anche lei mi tradirebbe.

Nell’eventualità” è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. L’eventualità è una frase ipotetica, una circostanza che potrebbe verificarsi, che potrebbe avvenire. Nel caso in cui è la stessa cosa che “nell’eventualità”, che è la contrazione di “nella eventualità”, che è come dire “nel caso in cui”.

“Nell’eventualità che” equivale a “nel caso in cui”. Quindi la prima frase che abbiamo visto oggi diventa:

“nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare”.

Adriana: nell’eventualità che mi tradissi, ti ucciderei!

Ecco appunto…

Vediamo l’avverbio “eventualmente”.

Eventualmente si usa molto, ma è un utilizzo particolare.

Ad esempio potrei rispondere ad Adriana, che mi voleva uccidere e potrei dirle: “Amore, eventualmente potresti accettare le mie scuse?”.

Eventualmente si utilizza moltissimo, ma spesso si usa con il “se” davanti: “se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

Oppure posso fare due esempi in cui eventualmente  indica una alternativa finale. Il primo esempio è:

“se domani piove, sto a casa, ma se eventualmente dovesse uscire il sole, andrei al mare”.

Oppure, secondo esempio: “se Adriana mi perdona, sono contento, ma eventualmente, mi cerco una nuova casa”.

Quindi eventualmente in questi due casi è “se non dovesse accadere”, “nel caso in cui non accadesse”, o “in caso contrario”, quindi, come dicevo prima, indica un’alternativa finale, dopo che abbiamo scartato una ipotesi iniziale.

“Se” ed “eventualmente” quindi non sono la stessa cosa, e come abbiamo visto si possono anche utilizzare insieme.

Vediamo una parola molto simpatica: “putacaso”. P_U_T_A_C_A_S_O

“Putacaso” si può scrivere anche staccato, con due parole: puta e caso. Puta caso.

Ad esempio: “se putacaso ti tradissi ancora, Adriana, mi perdoneresti?” Ok, ok, non c’è bisogno che rispondi.

Putacaso significa “ipotizzando”, cioè “per ipotesi”.

“Se per ipotesi ti tradissi ancora, mi perdoneresti?” Anche con putacaso ci vuole il congiuntivo: tradissi e poi il condizionale: perdoneresti. Con putacaso non cambia nulla: “se putacaso ti tradissi ancora”: è la stessa cosa quindi.

Possiamo anche dire “ipotizziamo che”.

Ipotizziamo che io ti tradisca. Mi perdoneresti?

Ipotizziamo che domani ci sia il sole. In tal caso andrei al mare. Posso anche mettere il “se” davanti: se ipotizziamo che domani ci sia il sole…

Dopo “ipotizziamo” quindi ci va il “che”: ipotizziamo che.

Una forma familiare di dire “se” è “metti che”. Metti che equivale a “ipotizziamo che”, “o ancora meglio ”ammettiamo che”, ma ora stiamo dando del tu. “metti che” viene quindi da “ammettiamo che”.

Metti che io ti tradisco, Adriana… ad esempio

Metti che domani c’è il sole. Avrete notato che il verbo è al presente.

È quindi una forma molto familiare di “se”. Non possiamo usarlo con una persona che non conosciamo.

Al limite posso dire “mettiamo che”, che è un po’ meno intimo, ed infatti in questo caso potrei anche usare il congiuntivo: “mettiamo che io ti tradisca”. Ecco quindi l’uso del congiuntivo al posto del presente ci dà già una indicazione del fatto che l’espressione non è familiare. Ma volendo potete anche usare il presente. Dipende dalla situazione familiare o non familiare.

Se invece uso “ammettiamo che”, allora non è più familiare, ed ancora meno familiare è “ipotizziamo che”.

Vediamo ancora un altro modo dire “se”.

Se volessi dire alla mia fidanzata, che qui è interpretata ancora da Adriana, che ho un’altra donna, che cioè ho una relazione con un’altra donna, dovrei trovare le parole più opportune, le parole più adatte, perché avrei paura che lei, avrei paura che lei si arrabbi, e allora in questo potrei usare una forma diversa:

Adriana: dai, dimmi pure!

Gianni: Ascolta Adriana, “nella lontana ipotesi” che io abbia un’altra donna, cosa faresti?

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: ah ok, grazie cara.

Ecco quindi questa forma “nella lontana ipotesi” si usa per dire che è poco probabile quello che sto dicendo. È una ipotesi, ma è una ipotesi lontana, come se fosse un luogo lontano da raggiungere, quindi è una ipotesi poco probabile.

Anche questa è una forma colloquiale, ma si usa anche molto su internet, sui giornali, perché oltre al “se” si dice anche quanto è probabile questo evento. Quindi si aggiunge un’informazione in più. Non solo una ipotesi, ma è una lontana ipotesi.

Ci sono anche altri modi di aggiungere qualcosa in più, quindi di “allontanare” una ipotesi, o di prendere le distanze da una ipotesi, o anche semplicemente di considerare una semplice eventualità, possibile o anche impossibile che si realizzi.

Posso dire ad esempio – espressione molto familiare questa – “facciamo finta che”.

Ad esempio:

Gianni: Facciamo finta che io abbia un’altra donna, Adriana!

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Gianni: sì, ok, abbiamo capito.

Quindi con “facciamo finta” si vuole dire: “non succederà, ma fingiamo, cioè facciamo finta che io ho (o abbia) un’altra donna”. Molto colloquiale come espressione.

Quindi anche qui ci si sta allontanando, si stanno prendendo le distanze, si sta dicendo che è una finzione, facciamo finta, fingiamo che è ( o sia) vero; non è vero, ma facciamo finta che è (o sia) vero.

Un altro modo ancora è “semmai”.

“Semmai dovessi tradirti”, oppure “semmai ci fosse il sole domani, andrei al mare”.

Questa è abbastanza facile, basta sostituire “se” con semmai. Si usa nello stesso modo.

Dicevo che anche qui stiamo dicendo che non è molto facile che avvenga, non è molto probabile. “Semmai” dovesse accadere. Semmai contiene la parola “mai”. E si può scrivere anche staccato “se mai”.

Semmai è usato anche in altro modo, ma qui ci interessa questo utilizzo: quello come congiunzione, quindi da usare al posto di “se”.

Ci sono altre due modalità di dire “se”, molto usate in Italia.

Una è “nel momento in cui”. L’altra è “supponiamo che”. Più o meno sono espressioni equivalenti.

Queste due espressioni sono usate molto nella forma orale, sono abbastanza colloquiali quindi, e la prima forma (nel momento in cui) è più usata della seconda (supponiamo che), che invece è più adatta al lavoro, ma in ogni caso si tratta di espressioni abbastanza universali.

Io potrei dire ad esempio: “supponiamo che ci sia il sole domani”, oppure “supponiamo che Adriana si arrabbi!” Eccetera. Analogamente una seconda ragazza, Jasna, potrebbe dire ed esempio:

Jasna: nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?

Gianni: non lo dire neanche per scherzo!

Nel momento in cui si usa molto spesso per dire “quando”, “appena”, o ”non appena”, o anche “subito dopo” quindi c’è il tempo di mezzo. Fondamentalmente si usa al posto di “quando”, ma spesso può capitare di ascoltare frasi di questo tipo:

“nel momento in cui riuscissi ”, oppure “nel momento in cui potessi” oppure come nella frase di Jasna, “nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”. In questo caso Jasna sta prospettando una possibilità, sta dicendo:

“se Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”

Adriana: ti ucciderei! È facile!

Bene, il risultato non cambia quindi!

Bene amici, spero però che Adriana non ci scopra (Jasna: lo spero anch’io!). Lo speriamo entrambi! Ma speriamo anche di essere riusciti a farvi capire quanti modi ci sono per dire “se”.

Adriana: se vi prendo, vi ammazzo a tutti e due!

Jasna: aiuto!

Passiamo alla ripetizione. Non pensate alla grammatica, ma ripetete dopo di me:

– Se domani c’è il sole, vado al mare”

– Qualora domani ci fosse il sole, andrei al mare

– Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare.

– Se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

– Se putacaso Adriana mi scoprisse, sarei morto!

– Ipotizziamo che Adriana mi scopra. In tal caso sarei morto!

– Metti che Adriana ci scopre? Che facciamo?

– Mettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Ammettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

– Nella lontana ipotesi che Adriana ci scopra, che facciamo?

– Facciamo finta che Adriana ci scopre (o scopra). Che facciamo?

– Semmai dovessi tradirmi, ti perdonerei.

– Nel momento in cui dovessi tradirmi, ti perdonerei.

Bene, quindi ora concludiamo il podcast. Se, come spero, sono riuscito a spiegarmi, ne sarei molto contento, ma qualora non fossi riuscito a farvi comprendere bene come fare per dire “se” e quanti modi diversi ci sono, ebbene, in tale eventualità, vi consiglio di ripetere l’ascolto di questo file audio più volte.

L’ascolto ripetuto è molto utile, e, nel momento in cui vogliate ascoltare il mio consiglio, vedrete che non ve ne pentirete. Putacaso però voi non ne abbiate voglia, perché, per un motivo o per un altro, crediate sia tutto molto chiaro, allora questo vuol dire che il vostro livello di conoscenza dell’italiano è molto avanzato. In tale eventualità vi ringrazio comunque dell’ascolto, così come ringrazio anche tutti le altre persone, ed auguro a tutti un buon proseguimento di giornata.

Un saluto a tutti, ciao.

Qualora l’Italia vincesse gli europei, ne sarei molto felice. Nel caso in cui non lo vincesse,invece, me ne farei una ragione.

 

 

Italiano Professionale: 3^ lezione – ABSTRACT

 immagine_lezione_3_sommario

Audio (primi 5 minuti)

 

italiano dante_spunta

In questa lezione vedremo le espressioni e le frasi idiomatiche più diffuse ed utilizzate in Italia per esprimere i concetti di approssimazione e pressapochismo, legati alla scarsa precisione ed alla mancanza di volontà nel mondo del lavoro.

 


spagna_bandieraEn esta lección veremos las expresiones y las frases idiomáticas más difundidas y utilizadas en Italia para expresar los conceptos de aproximación y descuido, ligados a la  precaria presición y falta de voluntad en el mundo del trabajo.


france-flagDans cette leçon, nous allons voir les expressions idiomatiques les plus répandues et utilisées en Italie  afin d’exprimer les concepts d’approximation et de négligence, liés à la mauvaise précision et au manque de volonté dans le monde du travail.


flag_enIn this lesson we will see the expressions and the most common idiomatic phrases used in Italy to express the concepts of approximation and carelessness, linked to poor accuracy and lack of will in the world of work.


bandiera_animata_egitto

في هذا الدرس سوف نرى التعبيرات والمصطلحات الأكثر شيوعا والمستخدمة في إيطاليا للتعبير عن مفاهيم التقريب والإهمال المرتبطين بفقر الدقه وانعدام الإرادة في عالم العمل”


russia

В этом уроке мы рассмотрим наиболее распространенные идиоматические фразы и выражения используемые в Италии , чтобы выразить понятия неточности, невнимательности связанные с недостаточной точностью и нехваткой воли в деловой сфере.


bandiera_germaniaIn dieser Lektion sehen wir die Ausdrücke und die idiomatischen Sätze, die am meisten in Italien verbreitet und verwendet werden, um die Begriffe wie die Annäherung und die Nachlässigkeit auszudrücken, die mit der knappen Genauigkeit und dem Mangel an dem Wille in der Welt der Arbeit verbunden sind.


bandiera_greciaΣε αυτό το μάθημα θα δούμε ιδιωματικές εκφράσεις και φράσεις, οι οποίες είναι οι πιο διαδεδομένες και χρησιμοποιούνται κατά κόρον στην Ιταλία και εκφράζουν προσέγγιση και προχειρολογία, και έχουν άμεση σχέση με την ελλειπή ακρίβεια και την έλλειψη θέλησης στον εργασιακό χώρο.

Video con sottotitoli (estratto di 5 minuti)

https://youtu.be/yScyu5ZjByk

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Prenota il corso:https://www.facebook.com/events/1163915776956739/

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In bocca al lupo e crepi il lupo (LINGUAGGIO FAMILIARE)

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Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Buongiorno amici e membri della famiglia di Italiano Semplicemente.
Oggi torniamo a spiegare una frase idiomatica, e ringrazio Jasna che mi ha proposto e suggerito la frase.

In realtà si tratta di due frasi: la prima frase è “in bocca al lupo” e la seconda è “crepi il lupo”. Per divertirci un po’ lo faremo in due modi diversi: uno familiare, con un linguaggio semplice e amichevole, ed uno più formale, più cordiale, con alcune espressioni più adatte ad un contesto più importante, come se parlaste un linguaggio istituzionale, come se doveste scrivere un documento formale. Proviamo a fare questo esperimento, e se vi piacerà, potremo rifarlo altre volte. Iniziamo quindi la prima versione, la spiegazione amichevole, quella che uso sempre quando cerco di spiegare il significato di una espressione italiana.

Tra l’altro confrontare il linguaggio formale e quello informale è ciò che viene sempre fatto all’interno del corso di Italiano Professionale, che come sapete in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per chi di voi vuole conoscere in maniera un po’ più approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro, perché vogliono lavorare in Italia.

Ultimamente sto ricevendo varie frasi idiomatiche che quindi dovrò spiegare, e tutte queste frasi le ho appuntate, le ho scritte su una pagina del sito che tutti voi potete vedere. La pagina si chiama “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“, dove ci sono sia le frasi spiegate che quelle in programma.

“Appuntare”, verbo che ho usato nella frase precedente vuol dire “segnare”, vuol dire scrivere da qualche parte, per non dimenticarsi. Scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Appuntare viene da mettere un punto, un punto non di punteggiatura, ma un punto… come se fosse fatto da qualcosa con la punta, come un chiodo, una puntina, qualcosa di appuntito che tenga fisso un foglio, che resti così attaccato da qualche parte in modo che possiamo vederlo. Oggi si usano i post-it per appuntare, e tutti credo che conoscano i post-it.

Quindi mi sono appuntato anche di spiegare queste due frasi: “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”. Normalmente spieghiamo una frase per volta, ma in questo caso le spiegherò insieme, ed il motivo è che le due frasi sono collegate: quando si usa la prima frase si usa anche la seconda. L’unica differenza è che a pronunciare le due frasi, a dirle, sono due persone diverse.

Se vi ho incuriosito, ora vi toglierò ogni dubbio, facendolo in modo divertente, come al solito.

Alcuni di voi sanno già cosa sia un lupo, e per quelli che non lo sanno ancora provo a spiegarlo: il lupo è un animale, che somiglia molto al cane. Rispetto al cane però ha delle differenze: il cane abbaia (verso abbaio), mentre il lupo ulula (verso ululato). Quindi il suo verso è l’ululato.

Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive normalmente nei boschi, oppure in cattività: vivere in cattività vuol dire vivere non in libertà, quindi non vuol dire essere cattivi (quella è la cattiveria). Chi vive in cattività non vive libero, cioè nel suo ambiente naturale, piuttosto vive, ad esempio, nei giardini zoologici. Quindi non confondete la cattività con la cattiveria.

Un’altra differenza tra il cane e il lupo è che il cane si dice sia il migliore amico dell’uomo, il lupo invece, essendo selvaggio, quindi non domestico, è un animale di cui solitamente si ha paura. Tutti hanno paura dei lupi perché i lupi hanno la fama, cioè sono famosi per essere dei predatori (cioè cacciano le prede), in particolare le loro prede preferite sono, tra le altre, gli agnelli e le pecore, ma non solo. Il lupo è uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso”. Chi non conosce questa storia?

Questo dunque è il lupo. E il lupo ha una bocca, che quindi è piena di denti, e di conseguenza finire nella bocca del lupo non è molto gradevole e fa molta paura per via della sua fama di predatore.

“In bocca al lupo!” è una esclamazione, ed in particolare è un augurio. Questo significa che è una frase che si dice ad una persona a cui si vuole bene. “In bocca al lupo” è l’abbreviazione della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”. Ma come? Ma Giovanni non hai detto che era una cosa che si diceva ad un amico oppure no?

Infatti “In bocca al lupo” è un augurio scherzoso di buona fortuna che si rivolge a chi sta per sottoporsi ad una prova difficile, come un esame, un colloquio, di lavoro eccetera. L’espressione quindi nel linguaggio parlato ha assunto un valore scaramantico. Si dice cioè per scaramanzia, per allontanare cioè il pericolo o la sfortuna. Quindi per allontanare un pericolo, una cosa negativa che potrebbe verificarsi, si fa l’augurio contrario: si dice “in bocca al lupo”. 
La frase potrebbe quindi essere nata nella caccia (la caccia è l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e i cacciatori rivolgevano questa frase ad altri cacciatori come loro. Col tempo la si è utilizzata anche verso chi si appresta ad affrontare una prova rischiosa o difficile in generale, non soltanto per la a caccia ma anche un esame, una prova di qualsiasi tipo.

“Crepi il lupo” è la risposta. Anche questa è una esclamazione, e la dice per rispondere.

Il verbo crepare si usa spesso per allontanare qualcosa. Ad esempio c’è “crepi l’avarizia” che si usa quando si sta per affrontare una spesa.

“Crepi il lupo” vuol dire quindi: “mi auguro che muoia il lupo”, “che crepi il lupo”. Abbreviato diventa: “crepi il lupo!”.

Se c’è quindi un vostro amico che deve fare un difficilissimo esame all’università, un esame complicato e molto importante, puoi dire al tuo amico:

“in bocca al lupo!” e il tuo amico risponderà: “crepi il lupo”, oppure semplicemente: “crepi!”.

In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con “crepi!”.

Se un vostro parente o collega deve fare un esame medico, oppure deve andare a ritirare il risultato di un esame medico già fatto, un possibile augurio da rivolgergli quindi potrebbe essere:

“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il tuo collega o parente risponderà “crepi” o “crepi il lupo”.

Ho detto parente o collega perché questa è un’espressione universale, che potete usare con tutti, amici, famigliari, parenti, colleghi; in qualsiasi occasione quindi, in ogni circostanza, al lavoro come a casa, al bar come al campo da calcio.

Se ad esempio un amico ti dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani tu hai un colloquio di lavoro, tu devi rispondere “crepi il lupo!”. Ed è difficile che un italiano non risponda nulla, oppure che risponda con un semplice “grazie”, oppure “ti ringrazio molto”, o “molto gentile da parte tua” perché è obbligatorio rispondere “crepi!” o “crepi il lupo!”. E’ obbligatorio perché è scaramantico, è una cosa che allontana il pericolo che il colloquio di lavoro vada male. Possiamo dire che non rispondere in questo modo “porta male”, come si dice in Italia, cioè “porta sfortuna” non rispondere “crepi il lupo”.

Spero cara Jasna di aver risposto bene alla tua domanda, spero quindi che la mia spiegazione sia stata sufficientemente chiara.

Colgo l’occasione per dire a tutti che se volete scrivermi per chiedere la spiegazione di una frase, di una espressione italiana, potete farlo mediante la pagina di facebook, che è il metodo più veloce, oppure andate sul sito italianosemplicemente.com ed cliccate sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina Twitter di italiano semplicemente.

Prima di passare all’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che soprattutto i giovani utilizzano anche un altra frase, molto simile, nel senso che ha lo stesso significato, ma è un po’ diversa. Inoltre è molto informale e si può usare solo tra amici: “in culo alla balena!” Stavolta non vi consiglio di usare questa frase quindi in ambienti formali, come in ufficio ad esempio. Non la usate, ma è bene sapere che i giovani la utilizzano qualche volta e voi potreste chiedervi cosa significhi questa espressione: ebbene ha lo stesso significato di “in bocca al lupo” quindi è un augurio anche questo. Un augurio a cui non si può però rispondere con “crepi la balena”.

Bene, ora l’esercizio di ripetizione, importante per abituarsi a parlare italiano, per sciogliere un po’ la lingua, come si dice, e per abituarvi ad ascoltarvi mentre parlate, in modo che sia per voi sempre più naturale ascoltare la vostra stessa voce parlare una lingua diversa da quella vostra di origine.

Ripetete dopo di me senza badare alla grammatica ma solamente al tono della mia voce. Provate ad imitare il tono della mia voce.

In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Quindi amici questo episodio termina qui, e se avete un esame domani, un grosso in bocca al lupo da parte mia. E non dimenticate di ascoltare anche la versione formale di questo podcast, più difficile ma utile per chi frequenta italiani soprattutto per lavoro.

In bocca al lupo e crepi il lupo (LINGUAGGIO FORMALE)

Audio

Video con sottotitoli

video a cura di Yasemin Arkun

Trascrizione

Gentili visitatori, gentili membri della famiglia di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni ed il motivo per il quale siamo qui oggi insieme è alquanto inusuale e ne capirete presto la ragione.

Quest’oggi ci occuperemo, ancora una volta, della illustrazione del significato di una frase idiomatica, cosa divenuta una consuetudine per coloro che seguono da qualche tempo il sito.

Vorrei cogliere l’occasione per porgere i miei più sentiti ringraziamenti alla dott.ssa Jasna, che ha proposto e suggerito la locuzione verbale che quest’oggi mi accingo a spiegare a tutti voi. Ad essere sincero si tratta di due espressioni in luogo di una, come facciamo di consueto: la prima espressione è “in bocca al lupo” e la successiva è “crepi il lupo”.

Per poter sollevare il nostro spirito, e questo per l’appunto è la cosa inusuale, la spiegazione delle frasi in questione verrà affrontata attraverso due differenti modalità: una modalità famigliare, utilizzando un linguaggio semplice e confidenziale, ed una modalità più ricercata, attraverso espressioni verbali meno utilizzate frequentemente, ma che ugualmente rientrano nel vocabolario italiano.

Più precisamente tali espressioni, che ho definito poc’anzi “ricercate” sono certamente più adatte ad un contesto diverso rispetto a quello famigliare. Il linguaggio formale è una forma probabilmente più utilizzata per iscritto, e che con ogni probabilità è più vicino al linguaggio istituzionale, utilizzato, solo per portarvi un esempio, a livello di documentazione formale: tra aziende o tra istituzioni pubbliche e private.

Cercheremo di a fare questo esperimento, e se risulterà di vostro gradimento, se cioè apprezzerete questa tipologia di podcast, potremo ripetere questa modalità di spiegazione anche per altre espressioni idiomatiche. Il tutto ovviamente con uno spirito orientato al divertimento, per non annoiarsi mentre si impara una lingua.

Ho appena terminato di registrare e trascrivere la versione informale. Ora vediamo quindi la versione istituzionale, che è quella che state ascoltando in questo momento. Posso immaginare che la maggioranza di chi ci ascolta questo lo avrà già intuito dal tono della spiegazione finora utilizzato.

Come dicevo ho appena provveduto a registrare e trascrivere la versione familiare del podcast, e con la stampa della versione informale sotto gli occhi del sottoscritto, mi appresto quindi in questo momento a registrare la versione formale, facendo molta attenzione ad utilizzare termini ed espressioni più forbite e ricercate della precedente versione.

Nella versione formale darò “del lei” all’ascoltatore, mi rivolgerò cioè all’ascoltatore dandogli del lei.

Di conseguenza “ti dico” diviene “le dico”, “tu stai ascoltando” diventa “lei sta ascoltando” ed analogamente “ti spiego questa cosa” diventa “le spiego questa cosa”, come se stessi parlando con un’altra persona di sesso femminile (lei) e non con la persona che ho di fronte. Questo è “dare del lei”a qualcuno.

Si dice:

– io do del lei – io do del tu

– tu dai del lei – tu dai del tu

– egli dà del lei – egli dà del tu

– noi diamo del lei – noi diamo del tu

– voi date del lei – voi date del tu

– essi danno del lei – essi danno del tu.

Dare del lei è ciò che avviene nelle occasioni importanti, quando ci si rivolge a qualcuno che non si conosce. Nella versione informale, invece, mi rivolgerò al mio interlocutore dandogli del tu. Dare del tu è ciò che avviene con gli amici, i famigliari i conoscenti in generale.

Io personalmente do del lei a tutti coloro che non conosco, se hanno almeno una trentina d’anni, ma scusate ho dimenticato di usare un linguaggio più forbito. Dicevo che il sottoscritto regolarmente dà del lei a tutti coloro che non conosce, qualora l’età sia superiore ai trent’anni.

E’ una occasione quindi anche per spiegare la differenza tra “dare del lei” e “dare del tu”. In inglese questa differenza non esiste, quindi nella lingua inglese è tutto più semplice, invece nella lingua italiana, come anche in altre lingue, come quella tedesca ad esempio, è importante conoscere bene questa differenza, perché fa parte della cultura del paese. Dare del lei suona un po’ strano, lo capisco, per coloro che nella loro lingua hanno solamente un solo modo per rivolgersi al prossimo, cioè il tu, come appunto avviene con la lingua inglese,

E’ questo, tra l’altro, (quello di spiegare sia le espressioni formali che quelle informali), l’approccio che viene seguito all’interno del corso di Italiano Professionale, in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per coloro che vogliono conoscere in maniera approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro.

Al termine dell’ascolto di questo podcast, lei, ascoltatore, potrà, se vuole, consultare ed ascoltare anche la versione più informale ed amichevole, che rappresenta la modalità utilizzata normalmente sul nostro sito in sede di spiegazione di una espressione idiomatica italiana.

Recentemente sto ricevendo diverse richieste di spiegazione; le espressioni che ci vengono proposte ho l’abitudine di annotarle su una pagina del sito che ogni visitatore può consultare liberamente, lei compreso. La pagina è denominata “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“.

Nel paragrafo precedente ho utilizzato la parola “annotare“, che rappresenta un verbo equivalente a “segnare velocemente”, “prendere nota”, “prendere appunti“, e che ha il significato di scrivere qualcosa per evitare di dimenticarlo: scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Un classico esempio è il post-it, utilizzato abitualmente per annotare, cioè per prendere nota.

Nel mio caso non ho fatto uso di post-it, non ho preso nota attraverso un post-it, bensì attraverso una pagina del sito. Le frasi in questione, già menzionate precedentemente sono “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”.

Abitualmente quello che facciamo su italiano semplicemente è occuparci di una espressione alla volta, ma in tal caso le spiegherò contestualmente. La ragione per cui le frasi verranno spiegate contestualmente è che esiste un legame, un collegamento tra le due espressioni; ed infatti si usano una dopo l’altra. La peculiarità delle due espressioni è che esse vengono pronunciate da due persone diverse, prima una e poi l’altra immediatamente a seguire.

Se ho destato in qualche modo la sua curiosità, gentile ascoltatore, ebbene cercherò di fugarle immediatamente ogni dubbio, sforzandomi di suscitare anche qualche emozione, benché si tratti di un semplice sorriso.

Mi accingo ad iniziare la spiegazione: Forse lei conoscerà il lupo, ma per coloro che non ne sono al corrente, il lupo è un animale molto simile al cane. Rispetto al cane però ci sono alcune differenze: il cane notoriamente abbaia, il lupo invece ulula e di conseguenza il suo verso è chiamato ululato.

Seconda differenza: Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive in zone boscose o anche in cattività: l’espressione “vivere in cattività” è equivalente a “non vivere in libertà” e la parola cattività di conseguenza non inganni: cattività non indica la presenza di cattiveria, piuttosto significa vivere non liberamente, vivere non nel proprio ambiente naturale. Vivere ad esempio in un giardino zoologico: uno zoo. E’importante perciò non confondere la cattività con la cattiveria.

Una ulteriore differenza tra il cane ed il lupo è che il primo, come noto, si dice sia il compagno e amico dell’uomo; il lupo a sua volta, essendo un animale selvaggio, vale a dire non domestico, è un animale di cui solitamente si ha timore. Tutti hanno timore dei lupi perché fanno parte della categoria dei predatori, e le loro prede sono, tra le altre, agnelli e pecore. Il lupo è anche uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso“. Credo che ciascuno di voi abbia almeno una volta ascoltato questa storia dalla propria nonna o dai genitori.

Dunque questo è il lupo. E il lupo è dotato di una bocca, di fauci, una bocca ricca di denti, e di conseguenza andare a finire all’interno della bocca di un lupo non è un evento che si può definire gradevole. Il lupo genera di conseguenza molta paura e preoccupazione per effetto della sua notorietà come predatore.

In bocca al lupo!” rientra certamente nella categoria delle esclamazioni, ma nella fattispecie rappresenta un augurio, un auspicio per il futuro.

E’ una esclamazione quindi, che si rivolge normalmente ad una persona a cui si tiene molto ed alla quale non si dà del lei ma del tu.”In bocca al lupo” è la forma abbreviata della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”, “spero che tu ti caccerai nei guai”.

Lei, ascoltatore, potrebbe dirmi a questo punto: “non capisco, dott. Giovanni, lei ha appena affermato che l’espressione si utilizza nei confronti di un caro amico, oppure no? E ad un amico si augura di finire nelle fauci di un predatore?”

Difatti, gentile ascoltatore, il senso proprio dell’espressione “In bocca al lupo” trae sicuramente in inganno chi ascolta, poiché si tratta in realtà di una espressione di augurio: come se lei dicesse “buona fortuna!”. E’ una espressione che si rivolge a chi è in procinto di affrontare una difficile prova, come un esame universitario, come un colloquio di lavoro e via discorrendo.

L’espressione di conseguenza, nel linguaggio parlato intendo, ha assunto un valore scaramantico. La frase viene pronunciata come segno di scaramanzia, vale a dire che al fine di scongiurare l’eventualità di un avvenimento indesiderato la frase si esprime sotto forma di augurio. Andare nella bocca del lupo è infatti una palese metafora per cacciarsi nei guai. Inoltre una consuetudine del modo di dire in sé vuole che si risponda con “Crepi il lupo!” a chi formula l’augurio.

La frase potrebbe trarre le sue origini dal mondo della caccia (dicesi caccia l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e con ogni probabilità i cacciatori rivolgevano questa frase verso altri cacciatori che si accingevano ad andare a caccia.

Col passare del tempo poi l’espressione evidentemente si è estesa dalla caccia ad un ambito più generale nel quale qualcuno si appresta ad affrontare una difficile prova. Si usa quella che si chiama una perantifrasi, parola molto difficile che conosce un italiano su mille probabilmente, ed il sottoscritto prima di questo podcast si trovava nel gruppo dei 999.
“Crepi il lupo” è la risposta che viene data dalla persona verso la quale si rivolge l'”in bocca al lupo”. Analogamente alla prima, anche questa è una esclamazione.

Il verbo crepare, abbastanza informale di per sé, come verbo, viene però utilizzato nella lingua italiana associato a qualcos’altro, con l’obiettivo di scongiurare questo qualcosa. Facendo proprio riferimento alla frase: “crepi l’avarizia”, questo qualcosa è l’avarizia, che costituisce la caratteristica di coloro che hanno un attaccamento morboso al denaro, e rappresenta il significato opposto della generosità: “crepi l’avarizia” si pronuncia quando si presenta la possibilità di effettuare una spesa ingente, una spesa cospicua, cioè un ammontare di denaro non indifferente, vale a dire una grossa quantità di denaro, e di fronte a questa possibilità, si manifesta la volontà di non rinunciare a tale spesa: “crepi l’avarizia”, ma questa spesa va fatta. “Crepi l’avarizia”, almeno per una volta non voglio badare a spese.

“Crepi il lupo” è come dire: “mi auguro che muoia il lupo”, “mi auguro che deceda il lupo”, “mi auguro che crepi il lupo”; In forma abbreviata la frase diviene: “crepi il lupo!”, eliminando quindi la parte iniziale della frase.

A titolo di esempio, qualora ci sia un suo amico che deve affrontare un esame universitario, un esame complicato e molto importante. Ebbene, in tal caso lei potrà certamente formulare un augurio al suo amico dicendo: “in bocca al lupo!”. Ed il suo amico avrà la facoltà di rispondere: “crepi il lupo”, o in alternativa, semplicemente: “crepi!”.

In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con l’espressione “crepi!”.

Poniamo invece il caso che un suo parente o un suo amico stia per fare un esame medico, oppure debba andare a ritirare il risultato di un esame medico fatto in precedenza, un possibile augurio al suo collega o amico potrebbe essere:

“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il suo collega avrà la possibilità di replicare con: “crepi” o “crepi il lupo”.

Ho precedentemente fatto l’esempio del collega e dell’amico poiché la frase costituisce in effetti un’espressione universale, che lei può utilizzare con qualsivoglia tipologia di persona, che si tratti di amici, di famigliari, di parenti, o appunto di colleghi; in qualsiasi circostanza più o meno importante.

Se un amico le dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani lei ha un colloquio di lavoro, la sua risposta sarà “crepi il lupo!”. Ed è alquanto improbabile che una persona cresciuta in Italia non trovi le parole per rispondere all’augurio in questione, o che questa risponda con un semplice “grazie”, oppure “la ringrazio molto”, o “molto gentile da parte sua”, perché è pressoché scontato che si risponda sempre con “crepi!” oppure con “crepi il lupo!”, perché questa è divenuta oramai una forma scaramantica. Infatti con questa risposta “crepi il lupo” si vuole scongiurare il pericolo che il colloquio di lavoro abbia un esito negativo, che “porti sfortuna”, come si dice in Italia, cioè ” che sia malaugurante” non rispondere con: “crepi il lupo”.

A seguito di questa breve spiegazione, spero, gentile Jasna, di aver chiarito ogni sua perplessità in merito alla sua richiesta; mi auguro che la spiegazione sia stata abbastanza chiara e devo dire che è la prima volta che mi rivolgo a lei dandole del lei. Trovo questo alquanto inconsueto ma allo stesso tempo molto divertente.

Colgo l’occasione per comunicare a tutti i componenti della famiglia di Italiano Semplicemente che chiunque può domandarmi delucidazioni e chiarimenti su una espressione tipica italiana, e che possono farlo mediante la pagina Facebook, che è il metodo più semplice, più veloce, oppure andando sul sito di italianosemplicemente.com e cliccando sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina twitter di italiano semplicemente.

Ora l’ultima parte del podcast, che è non meno importante di quanto detto finora. L’ultima parte è sulla ripetizione, come di consueto. Ritengo sia un esercizio importante per esercitare la pronuncia ed il movimento dei muscoli che abitualmente, nella sua lingua di origine, lei, gentile visitatore, non è probabilmente abituato ad utilizzare. In aggiunta, ascoltare la propria voce è altrettanto importante: inizialmente troverà questo alquanto bizzarro, ma col tempo, le posso garantire, si abituerà ad ascoltare la sua voce e sarà alla fine sempre più naturale e ci farà l’abitudine.

Ripeta dunque dopo di me, senza prestare attenzione alle regole grammaticali ma semplicemente ed unicamente al tono della mia voce. Provi semplicemente ad imitare il tono della mia voce:

In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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In bocca al lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Crepi il lupo

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Bene amici visitatori, vi ringrazio cordialmente dell’ascolto e dell’attenzione prestatami quest’oggi. Spero vivamente di avervi intrattenuto destando il vostro interesse e dichiaro terminato l’episodio di oggi. Per gli universitari, qualora domani doveste affrontare un esame, un grosso in bocca al lupo da parte mia. Come si risponde?