Non ne posso più

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Ciao ragazzi e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni.

Oggi ci occupiamo di stanchezza. Come possiamo definire la stanchezza?

Sicuramente possiamo parlare di una sensazione, una sensazione soggettiva, cioè che riguarda un singolo soggetto, cioè una singola persona, oppure la stanchezza possiamo definirla come anche una condizione di indebolimento delle proprie forze e capacità. Diventiamo deboli in conseguenza di uno sforzo fisico o mentale. Nel caso mentale quindi parliamo di un indebolimento della capacità di concentrazione o di partecipazione.

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La stanchezza la possiamo quindi dividere in due categorie: la stanchezza fisica e quella mentale:

La stanchezza fisica riguarda il nostro corpo mentre la stanchezza mentale è quella stanchezza che non riguarda le sensazioni fisiche ma quelle mentali e celebrali, quindi quel genere di stanchezza che arriva quando il nostro cervello è stanco, perché è stato sottoposto ad una condizione di stress, ad esempio perché si sono verificati una serie di eventi tali da averci messo alla prova.

Ebbene, “Non ne posso più” è la frase di oggi (non ne posso più: quattro parole), frase interessante, che molti stranieri conoscono ma probabilmente non tutti. Allora oggi cerco di spiegarvi questa espressione, questa esclamazione, ed in questo modo colgo l’occasione per spiegare altre modalità per esprimere ogni tipo di stanchezza.

Non ne posso più” è in realtà un’espressione di estrema stanchezza fisica o mentale, estrema significa massima, esagerata, cioè indica che siamo al limite, stiamo per raggiungere il limite massimo della stanchezza. Cosa c’è dopo l’estrema stanchezza mentale? Cosa succede dopo aver superato il limite estremo? Beh, nel caso della stanchezza mentale evidentemente quando superiamo il limite, il valore estremo, quello che succede è che perdiamo la pazienza, non riusciamo più a comportarci in modo razionale ed equilibrato e perdiamo il controllo.

Questo è un limite variabile da persona a persona, un limite che dipende da ciascuno di noi, dal nostro personale grado di sopportazione e di pazienza.

Se ad esempio state facendo una passeggiata in montagna, dopo 5 ore di passeggiata qualcuno di voi potrebbe stancarsi ed esclamare:

– scusate, io mi fermo, non ne posso più.

In realtà, in questo caso (siamo nel caso di stanchezza fisica) l’espressione più usata è:

Non ce la faccio più!

Quest’ultima è infatti più adatta alla stanchezza fisica, benché non ci siano problemi ad usare “non ne posso più”, che è ugualmente adatta.

In entrambi i casi si potrebbe iniziare la frase con “basta!” che indica in una sola parola la volontà di arrestare ciò che sta proseguendo da troppo tempo, che in questo caso è la passeggiata in montagna.

Nel caso di stanchezza fisica ci sono molte espressioni equivalenti informali:

Basta!

Mi arrendo! (che si può usare nel caso di una sfida personale o nel caso di una gara)

è troppo!

– Sono sfinito! (con la “s” davanti)

Ripeti: Sono sfinito!

In questo caso parliamo dello sfinimento delle energie: “questa riunione mi ha sfinito!” cioè mi ha tolto le energie. Questo è essere sfiniti.

Lo sfinimento si usa soprattutto nella frase: “fino allo sfinimento

– Il cane ha abbaiato fino allo sfinimento

– Ho ripetuto a mio figlio fino allo sfinimento che deve fare i compiti

– Stasera vorrei lavorare fino allo sfinimento per terminare il mio lavoro

In tutti questi casi il termine sfinimento si usa per indicare un’attività che si è protratta a lungo, quindi si vuole indicare lo sforzo fatto e la stanchezza derivante da questo sforzo.

Un’altra espressione interessante è:

Sono al capolinea!

Ripeti: sono al capolinea!

Anche quest’ultima è un’espressione che si può usare quando vi trovate al limite estremo di stanchezza fisica. Il capolinea indica la stazione o la fermata terminale di un servizio di trasporto pubblico, per lo più urbano. Il capolinea è l’ultima fermata, quindi essere al capolinea (cioè a capo della linea – la linea di autobus si intende, dove la linea indica il numero identificativo dell’autobus).

In realtà essere al capolinea non si usa solamente nel caso di stanchezza, anche quando un percorso sta per finire. I giornalisti utilizzano molto questo modo di dire quando parlano di un percorso politico ad esempio, o lavorativo, o affettivo:

– Il partito al governo è al capolinea (nel senso che sta per terminare l’esperienza politica al governo)

– Il nostro amore è al capolinea (cioè sta per finire)

– Il capitalismo finanziario è al capolinea (anche qui indica una fine prossima, in tal caso del capitalismo finanziario)

Comunque si usa anche spesso per indicare una stanchezza estrema.

Poi c’è:

– Sono arrivato!

Anche questa è una modalità frequente e abbastanza informale: sono arrivato, Sono proprio arrivato. Molto usata dai giovani.

Un’altra espressione curiosa, anche questa molto usata dai giovani è:

– Sono alla frutta!

Ripeti: Sono alla frutta!

Questa frase si usa spesso in Italia per indicare una stanchezza estrema. Perché alla frutta? Di solito i pasti in Italia finiscono con una porzione di frutta: una mela, una pera, del melone eccetera. Quindi, nel senso proprio, la frase significa “finire il pasto”. Essere alla frutta significa essere arrivati al momento della frutta, cioè proprio quando il pasto sta per terminare.

In realtà posso usarlo anche se non stiamo mangiando ma ugualmente c’è qualcosa che stiamo finendo: le energie. Stiamo finendo le energie quindi diciamo di essere “alla frutta”.

Quando uscite dal lavoro alle 20 di sera, dopo una giornata di intenso lavoro, siete autorizzati sicuramente a dichiarare di essere alla frutta, poiché a quel punto non resta che il letto per terminate la giornata.

Molto informale anche questa modalità: “essere alla frutta”. Se volessi essere più formale potrei invece tranquillamente dire:

– sono esausto!

Qui mi riferisco all’esaurimento delle energie. Io sono esausto, cioè privo di energie. Non ho più energie. Le mie energie sono esaurite, sono finite, terminate, quindi sono esausto, come le batterie, cioè le pile, che quando sono scariche non hanno più la carica elettrica per ricaricare un telefono cellulare, ad esempio.

Attenzione a non confondere l’essere esausti con l’esaustività.

Ripeti: esaustività

L’esaustività indica tutta un’altra cosa. L’esaustività è la capacità di essere esaustivi (e non esausti. Le due cose sono ben diverse). Cosa significa essere esaustivi?

È questa una bella modalità per indicare che una cosa è stata spiegata bene, o che una persona ha spiegato bene qualcosa, cioè in modo completo, in modo esaustivo.

Sono stato esaustivo? Cioè: mi sono spiegato bene? Avete capito tutto chiaramente?

Se state cucinando un piatto italiano e state leggendo la ricetta su un libro, sperate che le istruzioni siano esaustive, perché se non sono esaustive allora non riuscirete a cucinare il piatto in modo esatto. L’esaustività quindi è un pregio, e una mancanza di esaustività indica una mancanza di completezza. L’esaustività è associata a molte cose diverse: una spiegazione, una ricerca, una trattazione, una soluzione. Io spero che questo episodio sia esaustivo, perché se non fosse esaustivo sarebbe carente di informazioni.

Ma torniamo alla stanchezza fisica. In quel caso parliamo di esaurimento e non di esaustività. Possiamo anche dire:

– Sono esaurito

Ma questa modalità aggiunge qualcosa in più alla stanchezza. Se dico “sono esaurito” può anche essere semplicemente stanchezza, quindi parliamo di un esaurimento delle energie, ma in generale il concetto è simile e vicino a quello dell’esaurimento nervoso, che è la denominazione generica di una serie concatenata di disturbi da stress. L’esaurimento nervoso è una forma di depressione o di disturbo d’ansia. Un concetto abbastanza generico ma legato ad una condizione di salute che va curata, una specie di malattia dunque. L’essere esauriti quindi richiama un po’ l’esaurimento nervoso, e si può usare ogni volta che vogliamo indicare una stanchezza molto grave che ha portato delle conseguenze mentali, quasi come se avessimo bisogno di un medico.

Altre modalità per esprimere stanchezza informali sono poi:

– Sono stremato (cioè sono allo stremo delle energie)

– Sono spossato, logorato

Ripeti:

– sono logorato

– Logoramento

Il logoramento, in particolare, è molto usato quando si parla di stanchezza fisica.

Tutti i materiali sono soggetti a logoramento: si logorano perché si consumano, il tempo li consuma, ma anche l’utilizzo li logora.

Cosa può logorarsi? In senso figurato anche le forze possono logorarsi, l’ingegno, per arrivare fino ad un rapporto affettivo. Anche le amicizie, purtroppo, possono logorarsi col tempo.

Quindi se dite “sono logorato” state esprimendo una forte stanchezza fisica oppure mentale: non siete più quello/a di prima: siete consumati, consunti; siete spossati, stanchi. Il logoramento in genere indica una condizione dalla quale non si può tornare indietro, quindi è più forte come termine, e questo lo rende adatto anche ad essere utilizzato per i rapporti sociali come le amicizie.

– Sono logorato da questo rapporto difficile

– Non voglio che il mio lavoro mi logori

– il potere logora chi non ce l’ha

Quest’ultima frase è molto celebre perché appartiene ad un importante politico italiano del recente passato, che ha scritto anche un libro con questo titolo.

Ma torniamo alla nostra frase di oggi: “Non ne posso più”, dicevamo prima, si usa sia nel caso di stanchezza fisica che in quello di stanchezza mentale. Quest’ultimo caso è quello più interessante, senza dubbio.

Non ne posso più di questo lavoro, voglio assolutamente trovarne un altro!

C’è la particella “ne” all’interno, che indica qualcosa, che in questo caso è il mio lavoro.

Di solito quando si utilizza questa espressione si chiarisce sempre la cosa della quale stiamo parlando:

– Non ne posso più della nostra relazione!

– Non ne posso più di questi ritardi dell’autobus tutte le mattine!

– Non ne posso più di te, lasciami stare, ti prego!

– Non ne posso più di questo governo!

Generalmente la particella “ne”, come sappiamo, serve a sostituire la cosa di cui parliamo, invece in questo caso solitamente si chiarisce sempre tramite “di”.

Posso comunque fare una semplice esclamazione:

– non ne posso più!

Tuttavia deve essere chiaro la cosa di cui sto parlando, altrimenti arriverà la domanda:

– Di cosa? Di cosa non ne puoi più?

Risposta (prova a rispondere):

Del mio lavoro. Non ne posso più del mio lavoro!

Perché in questa espressione usiamo il verbo “potere”?

Semplice, sto dicendo semplicemente che non posso più andare avanti, non posso, cioè non riesco più a proseguire. “Non posso” in generale esprime la mancanza di una volontà o l’impossibilità di un’azione:

– Non posso tradire mia moglie (per mancanza di volontà, per rispetto verso mia moglie)

– Non posso essere in aeroporto alle 14. Non posso perché non ci riesco, non sono in grado di farcela, non faccio in tempo.

In questo caso però è fondamentale la presenza di “ne” che dà alla frase tutto un altro significato: “non ne posso più”, indica qualcosa di cui siamo stanchi, quindi se la frase prosegue deve esserci “di” o “del” o “dello”, “della”, “dei”, “degli”, “delle”.

– Non ne posso più di questo caldo

– non ne posso più del mal ti testa

– non ne posso più dello stallo politico italiano

– non ne posso più della pasta alla puttanesca

– non ne posso più dei rumori durante la lezione

– non ne posso più degli schiamazzi notturni

– non ne posso più delle serate in discoteca

Se anche voi non ne potete più di questa spiegazione terminiamo qui questo episodio, augurandomi che continuiate a seguire Italiano Semplicemente e che magari decidiate anche di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Siamo arrivati a 32 membri, l’associazione cresce rapidamente. Vi aspettiamo numerosi.

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Italiano Professionale – Lezione n. 10: I problemi sul denaro

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Descrizione

In questa lezione vediamo alcune espressioni idiomatiche che riguardano i problemi riguardanti il denaro. Circa 1 ora di registrazione audio e 22 pagine di trascrizione in PDF.

> Ascolta e leggi un esempio di come utilizzare alcune delle espressioni della lezione

La lezione n. 10 del corso è in formato MP3 e PDF ed è disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano problemi sul denaro.
spagna_bandiera Vamos a hablar de las expresiones idiomáticas acerca de los problemas sobre el dinero.
france-flag Abordons les expressions idiomatiques relatives aux problèmes concernant l’argent.
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning issues on the money.
bandiera_animata_egitto نحن نتكلم من التعابير فيما يتعلق بقضايا على المال
russia Мы говорим о идиом, связанных с вопросами о деньгах.
bandiera_germania Wir sprechen von Idiomen zu den Problemen auf das Geld.
bandiera_grecia Θα μιλήσουμε για ιδιωματικές εκφράσεις πάνω σε προβλήματα για τα χρήματα.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione alla lezione e prime frasi

Giuseppina: Ciao io sono Giuseppina.

Giovanni: Ed io sono Giovanni.

Manel: Ed io sono Manel, benvenuti nella decima lezione di Italiano Professionale: lezione numero dieci.

Giovanni: Nella lezione di oggi io, Giuseppina e Manel vi parleremo di denaro. Manel è una ragazza Algerina, studentessa di lettere e lingua italiana in Algeria.

Giuseppina: Dev’essere una facoltà difficile!

Giovanni: credo proprio di sì!

Giuseppina: Quindi il denaro è l’argomento di oggi. I problemi sul denaro in particolare. Parlare di denaro, significa quasi sempre parlare di problemi, purtroppo, e le espressioni italiane sul denaro, cioè dedicate al denaro, riguardano sempre o quasi sempre problemi o comunque fastidi. La volta scorsa, nella lezione numero 9, ci siamo occupati proprio di problemi, ma di problemi in generale.

I problemi legati al denaro, ai soldi, alla moneta, sono però dei problemi specifici e meritano pertanto di essere trattati a parte. Meritano un episodio a parte. È quello che faremo oggi.

Giovanni: Lo faremo però in tre parti diverse.

Giuseppina: La lezione è pertanto suddivisa in tre parti, sia per meglio suddividere le espressioni, sia per non fare lezioni troppe lunghe, visto che stavolta si tratta di spiegare quasi trenta espressioni che sono utilizzate sui soldi e sui problemi legati ai soldi.

In questa prima parte vediamo una particolare categoria di problemi del denaro: quando ne abbiamo poco!

Manel: a me succede spesso Giovanni, a te?

Giovanni: abbastanza, anche a me purtroppo Manel!

Poi nella seconda parte invece vediamo i problemi legati ai prezzi troppo elevati, e quindi le espressioni che si usano quando le cose costano molto, ed a seguire i problemi legati ai debiti non pagati ed a tutte le colorite espressioni che si possono usare in questo caso.

Nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione utilizzando le frasi imparate, e in questo esercizio vedremo un caso concreto in cui usare le espressioni spiegate nella lezione.

Giovanni: voi dovrete ripetere le frasi

Giuseppina: facendo attenzione alla pronuncia.

2. Le espressioni più semplici sul denaro

Giuseppina: Denaro uguale problemi, dunque

Giovanni: eppure il Denaro, come dice un famoso proverbio italiano, non fa la felicità.

Manel: questa è la prima frase?

Sì, è la prima frase di oggi, ma forse non finisce qui la frase, manca ancora un pezzo. Tu che dici Manel?

Giovanni: la conosci Manel questa frase?

Manel: se il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria!

Giovanni: la conosce la conosce!

Brava, è proprio questo il pezzo mancante.

Se il denaro non fa la felicità, figuriamoci la miseria

Giovanni: già, proprio così!

Giuseppina: è una frase scherzosa, ovviamente, quindi adatta solamente a dialoghi informali e nella forma orale. È una di quelle frasi che si usano per spezzare la tensione quando si parla di denaro, argomento sempre delicato che genera spesso forti tensioni.

Giovanni: forse la parola “figuriamoci” non è molto conosciuta?

Quando si dice “Figuriamoci la miseria” vuol dire “anche la miseria”. Figuriamoci vuol dire anche “a maggior ragione”. Se il denaro non rende felici, non ci rende felici, come può farci felici l’assenza del denaro?

Questa è la prima semplice frase di oggi.

Giovanni: abbastanza semplice direi!

Spesso quando si parla di denaro si usa qualificarlo con un particolare aggettivo, sempre in tono scherzoso.

Giovanni: vai Manel!

Manel: il vile denaro!

Giuseppina: Esatto, il vile denaro. Ma cos’è la viltà del denaro?

Giovanni: spieghiamolo dai!

Giuseppina: Bene, “vile” significa “che ha poca importanza” in generale. A dire il vero, detto così sembra un termine adatto a tutto.

Giovanni: infatti!

Giuseppina: ma se lo diciamo ad una persona, se ci rivolgiamo ad una persona chiamandolo vile, o parliamo di una persona dicendo che è una persona vile, si tratta di un vero insulto, perché il vile, la persona vile, non è semplicemente la persona che ha poca importanza ma è la persona che non accetta alcuna responsabilità;

Giovanni: già!

Giuseppina: una persona che è anche paurosa; una persona che ha paura di tutto, che ha paura di qualunque cosa e che non ha nessuna stima in se stesso e negli altri. Possiamo anche dire che una persona così non vale nulla.

Il vile denaro si usa dire spesso quando si parla di soldi. Ma sempre in tono scherzoso ed informale. Questo è importante dirlo. Se ad esempio state trattando un affare e state appunto parlando di soldi, se state trattando una cifra da stabilire per un servizio, per spezzare la tensione: potrete ad esempio dire:

“Il vile denaro non è tutto, ma non siamo ancora d’accordo sulla cifra”, oppure:

Manel: “non mi piace parlare solo del vile denaro, parliamo anche di qualità”

Giuseppina: Ok, perfetto. “Vile” quindi significa “poco importante” ed è spesso usato in senso scherzoso. Ma se è così poco importante, perché ci stiamo facendo una lezione?

Giovanni: infatti!

Giuseppina: E perché ci sono tante frasi?

Giovanni: io un sospetto ce l’ho…

Giuseppina: Evidentemente qualche importanza il denaro ce l’ha!

C’è comunque veramente l’imbarazzo della scelta per capire quali frasi sul denaro scegliere e da quale frase iniziare a parlare oggi.

Manel: Iniziamo come sempre dalle più semplici, che ne dici?

Giovanni: è una buona idea no?

Giuseppina: Sì ok.

Giovanni: allora vediamo cosa si usa dire quando si hanno pochi soldi, quando si ha poco denaro.

Giuseppina: Questo si può esprimere in molti modi diversi, più o meno formali, più o meno educati e più o meno familiari.

Vediamo quindi le espressioni più usate. Iniziamo con: “andare in rosso” o “essere in rosso”: la possiamo usare se abbiamo un’attività economica, un’azienda, o anche semplicemente quando parliamo di un conto in banca. “Essere in rosso” o “andare in rosso” sono semplici espressioni che si usano spessissimo in Italia: vuol dire semplicemente avere pochi soldi.

Giovanni: semplicemente? Mi pare un bel problema! Va bè andiamo avanti… c’è un’analogia in questa frase.

Giuseppina: L’analogia che si fa, la similitudine, è quella della benzina, del fuel, nella macchina. Se avete poca benzina nella vostra automobile, allora si accende una lampadina, una piccola spia di colore rosso, che vi segnala, che vi dice, appunto, che avete poca benzina, e che dovete presto fare un rifornimento di benzina, cioè dovete rimettere la benzina nel serbatoio-

Giovanni: altrimenti la macchina si ferma!

Giuseppina: Allo stesso modo, cioè analogamente, senza soldi non si va avanti, e quindi si dice che “siete in rosso” quando il livello delle vostre disponibilità finanziarie diventa preoccupante, cioè si abbassa troppo.

“Sono andato in rosso” vuol dire quindi “ho pochi soldi”.

Giovanni: chiaro!

Giuseppina: Poi se siete “al verde”, allora non ne avete per niente di soldi. In questo caso si può dire solamente “sono al verde”,

Giovanni: cioè non potete dire: “sono andato in verde”, ma solamente “sono al verde”

Giuseppina: e questo significa appunto che le vostre tasche sono vuote, per indicare che il vostro conto in banca è vuoto.

Giovanni: meglio essere al rosso che al verde allora!

Giuseppina: Quindi i colori sono indicativi della quantità di soldi che avete.

Se siete in rosso, o se siete andati in rosso (attenzione alla preposizione “in”) avete pochi soldi, se invece siete al verde, stavolta c’è “al” verde e non “in”, vuol dire che avete finito i soldi, non ne avete più.

Giovanni: facile!

Giuseppina: Questi due semplici colori sono i modi più usati per riferirsi ad un cattivo stato economico, ad una cattiva condizione economica.

Ma ce ne sono altre, molte altre, di espressioni.

Manel: infatti: c’è anche essere agli sgoccioli.

Sì, che è equivalente ad andare in rosso, ma in tal caso l’analogia è con l’acqua.

Giovanni: L’acqua come i soldi!

Giuseppina: quando il rubinetto sgocciola, cioè quando escono solo gocce dal rubinetto dell’acqua, solo piccole quantità d’acqua (plic, plic!) allora l’acqua sta per finire: siamo agli sgoccioli.

La stessa cosa possiamo dire se il nostro portafogli, o il nostro conto in banca, ha pochi soldi: siamo agli sgoccioli.

Giovanni: è un po’ informale, familiare.

Giuseppina: È più informale di “essere in rosso”, ma ugualmente utilizzata quando si parla di denaro. Essere agli sgoccioli però si usa anche per il tempo: “siamo agli sgoccioli”, se parliamo di tempo, vuol dire che manca poco tempo, che siamo quasi arrivati al termine ultimo temporale. È più generica come frase quindi: quando qualcosa sta per finire possiamo dire che siamo agli sgoccioli: posso parlare di soldi, di tempo, ma anche di pazienza.

Giovanni: sì, insomma, essere agli sgoccioli è come stare quasi per terminare qualcosa, qualunque essa sia

Poi c’è anche “essere in bolletta” che è anch’essa equivalente ad “essere in rosso”. Un po’ più formale come termine forse, essere in bolletta

Giovanni: ma è ugualmente utilizzato. Essere in bolletta è in teoria utilizzabile anche in forma scritta

Giuseppina: per manifestare le proprie difficoltà economiche.

Giovanni: poi c’è anche “non avere il becco d’un quattrino”.

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Giuseppina: Questa espressione che hai appena detto è equivalente ad “essere al verde”: “non avere il becco d’un quattrino”!

Il quattrino è il denaro, indica il denaro, e il “becco”, cioè la bocca dell’uccello, si usa solamente per dare maggiore enfasi alla frase. Si dice anche “essere senza il becco d’un quattrino”: Vuol dire non avere soldi affatto. Si usa il becco per indicare che non si ha neanche una quantità minima di denaro. Non è una frase volgare, affatto, e lo dimostra il fatto che la frase è citata anche nelle dottrine linguistiche manzoniane.

Giovanni: addirittura!

Giuseppina: cioè è una frase usata anche da coloro che volevano difendere la lingua italiana ispirandosi al linguaggio di Alessandro Manzoni;

Giovanni: infatti.

Giuseppina: queste dottrine usavano la parola “becco” proprio per dire “non avere un becco d’un quattrino”.

Giovanni: Quindi potete usatela senza problemi: “non avere il becco di un quattrino”. Ma vediamo adesso una frase molto simile.

Giuseppina: Lo stesso significato ha anche l’espressione “essere all’asciutto”.

Giovanni: infatti

Giuseppina: L’analogia, ancora una volta, è con l’acqua: prima abbiamo visto essere agli sgoccioli, cioè avere quasi terminato i soldi, ora con essere all’asciutto indichiamo che i soldi sono proprio finiti: non ci sono più.

Manel: In tali casi si usano anche alcune espressioni più colorite.

Giuseppina: Sì, è vero, a seconda del tipo di analogia che si fa. Un esempio è “Essere alla frutta”. L’analogia qui è col cibo. La frutta è solitamente l’ultima portata del pranzo, o di un pasto in generale

Giovanni: infatti.

Giuseppina: quindi “essere alla frutta” vuol dire avere quasi finito di mangiare… quindi equivale a “essere agli sgoccioli”, “essere in rosso”, “essere in bolletta”.

Se poi parliamo di affari, quando si parla di aziende e di attività economiche, si usano due espressioni idiomatiche più delle altre.

Giovanni: infatti. E visto che questo è un corso di Italiano Professionale, possono interessare alcune espressioni legate al denaro. Qual è la prima Giuseppina?

Giuseppina: “Andare a rotoli” è la prima. Un’attività che va a rotoli è un’azienda che sta per fallire, che ha cominciato a rotolare, come una palla, verso il fallimento.

Giovanni: e poi?

Giuseppina: Anche “mandare all’aria” è altrettanto utilizzata quando si parla di aziende, di fallimenti e di affari. Si usa anche dire “mandare gambe all’aria un affare”. È facile capire che quando le gambe finiscono in aria non si è più in grado di camminare.

La nostra azienda è finita gambe all’aria quindi, e questo indica che la nostra azienda è fallita: non può più andare avanti, è finita gambe all’aria.

Giovanni: e se parliamo di un affare?

Giuseppina: Se si parla di un affare, si dice che l’affare è andato all’aria, o che è finito gambe all’aria, cioè è finito, non si fa più nessun affare, è saltato. Occorre iniziare tutto daccapo

Giovanni: quindi?

Giuseppina: quindi dobbiamo dire addio a quei guadagni, a quei ricavi, a quel denaro che potevamo guadagnare con quell’affare.

Il modo più informale per dire che un affare è andato male è però un altro:

Giovanni: sicura che lo vuoi dire Giuseppina?

Giuseppina: “mandare a puttane un affare”.

Giovanni: l’ha detto!

Giuseppina: Peggio di così non potete fare.

Giovanni: in effetti…

Giuseppina: Invece se volete essere il più cortese e delicato possibile, potete dire: “mandare a monte un affare”. Questa è un’espressione che se ricordate abbiamo già incontrato nella lezione n. 8, quando si è parlato di risultati. Come vedete gli argomenti si intrecciano, ed in questo caso si parla di problemi legati ai soldi, che ovviamente possono impedirci di ottenere dei risultati.

Comunque nel primo caso si usano quindi “le puttane”, cioè le prostitute, le donne che vendono il loro corpo in cambio di denaro, mentre nel secondo caso si usa “il monte”. Se quindi qualcuno vi chiede:

Manel: com’è andato poi quell’affare?

Giuseppina: Se l’affare è andato male, voi potete rispondere: “è andato a puttane!” Oppure “è andato a monte”. In entrambi i casi quello che state dicendo è che non è andato bene, è tutto finito, l’affare non si è fatto.

Quando poi le cose vanno male, ma proprio male, tato male che la persona convolta rischia la povertà, rischia di rimanere senza un soldo, allora si usa colorire ancora di più la frase.

Ad esempio se si finisce “con le pezze al sedere”, allora si finisce in povertà: le “pezze al sedere” sono le pezze sui pantaloni, le pezze sono dei pezzi di stoffa, che si attaccano, si cuciono, si mettono sui pantaloni vecchi, che sono consumati dal tempo, per coprire appunto le parti consumate, le parti usurate (a volte bucate).

Giovanni: ok ma perché si mettono le pezze al sedere?

Giuseppina: Evidentemente chi ha le pezze al sedere non ha abbastanza soldi per comprarsi un paio di pantaloni nuovi,

Giovanni: giusto!

Giuseppina: quindi finire con le pezze al sedere, significa finire in povertà, diventare poveri.

Giovanni: Se non vogliamo utilizzare questa frase colorita possiamo pensare che ce ne sono anche moooolto più colorite: come la frase: “Essere fregati” o peggio ancora “Essere fottuti”.

Manel: ma Gianni!! Non si dicono le parolacce!!

Giovanni: Eh, Lo so Manel, ma questa bisogna conoscerla!

Giuseppina: Si usa spesso nei film polizieschi e nei film western. Se dico “siamo fottuti” in generale vuol dire “siamo finiti”, cioè “non c’è più via d’uscita”, “non c’è più scampo”, “non c’è più nulla da fare”. Chi usa questa espressione (sono fottuto, o siamo fottuti) è una persona disperata, che si è appena accorta di aver fallito, di non aver più nessuna possibilità per recuperare.

Giovanni: Ma sul verbo “fottere” faremo una riflessione più avanti, quando parleremo di rischi, dei rischi delle espressioni.

Comunque abbiamo visto già un sacco di espressioni, che ne dite facciamo una pausa?

Giuseppina: va bene, allora finisce qui la prima parte della lezione n. 10, dedicata al “vile denaro” ed ai problemi relativi. Nella seconda parte vedremo, come anticipato all’inizio, un’altra categoria di espressioni sul denaro:

Giovanni: vedremo infatti cosa si usa dire quando le cose costano molto, quando cioè non sono molto economiche e quando abbiamo dei crediti o dei debiti.

Giuseppina: Vedremo quindi le frasi idiomatiche ed anche le semplici espressioni che si usano nei rapporti economici tra attività economiche, cioè tra aziende.

Vedremo infine i rischi nella terza parte, rischi che stavolta sono numerosi. Faremo alla fine un esercizio di ripetizione con le frasi imparate nel corso dell’intera lezione.

Manel: in questo esercizio parleremo di un affare tra due aziende

Giovanni: un affare in cui si parla, ovviamente, di soldi.

Giuseppina: È tutto per ora, un saluto a tutti.

Giovanni: ciao ciao.

Fine prima parte

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