A stretto giro

Audio

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Descrizione

Una espressione non formale utilizzata prevalentemente in ambienti lavorativi.

Durata: 18 minuti

Livello: B1-C2

Trascrizione

Buongiorno amici di italianosemplicemente siamo di nuovo qui ed io sono sempre Giovanni.

Voi invece state ascoltando un nuovo episodio di italianosemplicemente.com, episodio quest’oggi dedicato ad un’espressione idiomatica più che altro utilizzata nel mondo del lavoro.

Parliamo dell’espressione “a stretto giro“.

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A stretto giro: tre parole di cui la prima è una preposizione semplice.

Sapete che il lunedì è il giorno in cui pubblichiamo una nuova espressione idiomatica: fa parte, già da qualche tempo, del programma settimanale di Italiano Semplicemente e all’interno del gruppo Whatsapp dell’associazione tutti gli associati possono fare esempi, discutiamo insieme del significato di questa espressione. Invece la spiegazione della frase, quella è disponibile per tutti ed è esattamente questa che state ascoltando.

Allora: “a stretto giro” a, abbiamo detto, è una preposizione semplice, che sono in tutto nove: di a da in con su per tra fra.

Facile da ricordare: a quindi è una preposizione semplice. Stretto e poi giro sono le altre due parole. Che cos’è un giro?

Beh generalmente quando si usa questa parola lo si fa in un contesto amichevole e confidenziale: facciamo un giro? Facciamo un giro per Roma? Ti accompagno a fare un bel giro. Spesso si usa anche giretto.

Ebbene questo significa semplicemente un’uscita, una passeggiata a piedi o in macchina, anche senza un obiettivo preciso. Oppure facciamo un giro a vedere se troviamo una gelateria.

In generale la parola giro indica un percorso, e spesso si tratta di un percorso più o meno circolare. Diciamo un circuito. Infatti quando si parte a fare un giro alla fine si torna sempre al punto di partenza. Questo significato è più esplicito se dico:

Faccio il giro di casa

Come allenamento facciamo tre giri del campo. Quindi giriamo tre volte intorno al campo.

Quest’idea del partire e tornare al punto di partenza è presente anche nella frase “a stretto giro” come vediamo tra un po’.

Restando al lavoro, in ambienti lavorativi soprattutto, si lavora in gruppo. E la parola giro si usa spesso. Si usa in diverse occasioni e in diverse espressioni.

Spesso dobbiamo consultarci con altre persone per fare un lavoro, spesso siamo in contatto con più persone e dobbiamo fare un giro di telefonate per raggiungere un obiettivo. Questo è un modo abbastanza comune di usare la parola giro al lavoro.

“Fare un giro di telefonate” cioè fare più teleonate, a più persone, dobbiamo farne diverse, più di una dunque. Non sappiamo esattamente quante. Alla fine del giro arriverà una conclusione.

In una riunione potremmo fare un “giro di tavolo” per ascoltare tutte le opinioni delle persone che partecipano alla riunione e quindi che sono sedute attorno al tavolo. Facciamo un giro di tavolo per presentarci? Inizio io. Mi chiamo Giovanni e lavoro per italiano semplicemente. Ora tocca al prossimo.

Poi quando dobbiamo sentire più opinioni, opinioni diverse, e non solo presentarci, ma quando ognuno deve dire la propria opinione allora posso dire “facciamo un giro di consultazioni“. Questo significa che tutti, uno ad uno, tutte le persone saranno ascoltate, anzi consultate, fino a esaurire le persone. Spesso il giro diventa stretto:

Facciamo uno stretto giro di consultazioni.

Uno stretto giro di consultazioni vuol dire che le persone saranno ascoltate in breve tempo. Si impiegherà poco tempo per fare il giro, per terminare il giro, cioè per ascoltare tutte le persone.

Sapete che stretto è il contrario di largo. Un pantalone stretto, una maglietta stretta, un anello stretto, una strada stretta: sicuramente avrete ascoltato o letto una di queste modalità di usare la parola stretto o stretta. Simile a piccolo, piccola, sottile, poco spaziosa eccetera.

Sapete che, sempre in senso fisico, un giro largo è più grande di un giro stretto, quindi si impiega più tempo a fare un giro largo che un giro stretto.

Ma uno stretto giro, invertendo quindi le due parole, spesso si usa in senso figurato. Non si tratta di un giro fisico come il giro per Roma o il giro intorno casa, ma si tratta di ascoltare delle persone.

Lo “stretto giro” quindi si usa in senso figurato ed è diverso dal giro stretto.

Ci sono però due modi di usare le due parole stretto giro.

Il primo lo abbiamo già visto. Uno stretto giro si usa quasi sempre in senso figurato per indicare la consultazione veloce di più persone. La parola stretto può anche riferirsi al numero delle persone. Poche persone consultate quindi: non parliamo del tempo ma delle persone.

Attenzione perché se aggiungiamo la preposizione “a” otteniamo: “a stretto giro” che ha un secondo significato.

Non parliamo più necessariamente di consultare più persone. Parliamo invece solamente di tempo.

A stretto giro quindi significa solamente: tra poco tempo.

Perché si usa questa espressione? E perché parliamo di un giro? E infine perché questo giro è stretto?

La strettezza è riferita al tempo, quindi niente di nuovo rispetto a prima, quando parlavamo di consultare persone.

Il giro invece probabilmente si usa perché quando usiamo questa espressione “a stretto giro” solitamente lo facciamo perché dobbiamo dare una risposta, dobbiamo fornire una risposta, dobbiamo soddisfare una richiesta. Si tratta di domande o richieste che ci vengono fatte e noi dobbiamo rispondere in breve tempo. Per poter rispondere a questa domanda o richiesta probabilmente dobbiamo parlare con alcune persone, magari dobbiamo invece consultare dei documenti, oppure dobbiamo recarci da qualche parte a recuperare delle informazioni.

Più in generale dobbiamo fare alcune attività, attività di vario tipo. Non siamo in grado di rispondere subito alla domanda o alla richiesta. Quindi diciamo ad esempio:

A stretto giro ti faccio sapere.

Facciamo alcuni esempi:

Sono in ufficio ed un collega mi chiede se posso invitarlo ad una riunione. Posso venire anch’io alla riunione di italiano semplicemente?

Allora io rispondo:

non so devo chiedere il permesso al presidente Giovanni. Aspetta che gli faccio una telefonata e a stretto giro ti faccio sapere.

Quindi: appena avrò fatto la telefonata al presidente di italiano semplicemente potrò darti una risposta, e appena avrò la risposta ti farò subito sapere. Non passerà molto tempo: a stretto giro avrai una risposta.

Oppure: lavorate in un’azienda italiana che produce pasta. Allora state facendo una riunione di lavoro e decidete tutti insieme che si potrebbe raddoppiare la produzione di pasta in Brasile. Si può fare? Abbiamo delle aziende in Brasile in grado di raddoppiare la produzione della pasta? I brasiliani amano la pasta italiana e non basta quella attualmente prodotta.

A questo punto è necessario che qualcuno verifichi se effettivamente si possa fare questo raddoppio della produzione. A questo punto la riunione sta terminando e uno si alza e dice:

mi occupo io di questo. Farò qualche telefonata ed a stretto giro vi farò sapere se sarà possibile raddoppiare la produzione di pasta in Brasile.

Anche in questo caso non è possibile dare subito una riposta, ma questa risposta sarà data tra pochissimo tempo; giusto il tempo necessario di fare una telefonata. Non sappiamo esattamente quanto tempo passerà: a stretto giro significa esattamente anche questo. Non dipende solo da noi ma i tempi saranno comunque brevi.

Un ultimo esempio: se qualcuno vi chiede: cosa significa a stretto giro? Ora potreste rispondere:

Un attimo, vado ad ascoltare l’episodio di italiano semplicemente ed a stretto giro ti darò una risposta.

È bene sapere che l’espressione si usa quasi sempre in contesti lavorativi, sebbene non si tratti di una frase formale. Si può usare nelle mail senza problema, oppure a voce, ma non si usa nei documenti formali.

In occasioni formali, importanti potete sostituire a stretto giro con:

– nel più breve tempo possibile

– nel minor tempo possibile

– non appena sarà possibile

– il prima possibile

Bene ragazzi, ripetete l’ascolto se necessario, fate delle pause e ripetete. Ho letto abbastanza lentamente quindi in teoria potreste ripetere l’intero episodio voi stessi mentre ascoltate.

Grazie a tutti per l’ascolto. Il prossimo episodio sarà dedicato ai donatori, alle persone cioè che hanno recentemente fatto una donazione ad italiano Semplicemente.

Parleremo dei loro paesi, dei paesi dai quali vengono le donazioni ed affronteremo nello stesso tempo un argomento legato alla lingua italiana.

Ad esempio potremmo parlare di preposizioni semplici, uno dei maggiori problemi degli stranieri di ogni livello e nazionalità.

Allora, l’episodio finisce qui. Oggi abbiamo parlato anche di riunioni, di incontri, abbiamo parlato di opinioni, di esprimere opinioni e di consultare persone.

Queste sono tutte questioni legate evidentemente di più al mondo del lavoro ed è per questo che se ne volete sapere di più su questi argomenti professionali, legati al lavoro, italiano semplicemente ha realizzato un corso di italiano professionale, riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

La seconda parte di questo corso è interamente dedicata alle riunioni e a tutto ciò che riguarda gli incontri di lavoro.

Ci occupiamo di lingua naturalmente. Come esprimersi nel modo migliore in ogni occasione. Perché ciò che esce dalla nostra bocca spesso non è ciò che arriva all’orecchio di chi ci ascolta.

Migliorare la comunicazione è l’obiettivo di italiano semplicemente dunque.

Adesso un piccolo esercizio di ripetizione:

A stretto giro

Ti faccio sapere a stretto giro

Verrete informati a stretto giro

Riceverete un nostro riscontro a stretto giro

Faccio un paio di telefonate e ti faccio sapere a stretto giro

Ciao a tutti. Allora anche noi ci sentiamo a stretto giro.

Il tempo di preparare il prossimo episodio dedicato alle preposizioni semplici ed ai donatori. Grazie. Ciao.

 

Donazione personale per italiano semplicemente

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Dispiacersi del passato

Audio 1 (di 2)

E’ possibile ascoltare e/o scaricare i file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Buongiorno amici di italiano semplicemente. Ho una domanda per voi.

Avete qualcosa da lamentarvi? Avete rimpianti, rimorsi? Rimpiangere qualcosa del vostro passato? Oppure siete pentiti di qualcosa che avete fatto? Non so se tutti voi abbiate capito ciò che ho detto e se le domande siano chiare per tutti, ma qualunque sia la vostra risposta, credo che potreste aver avuto difficoltà ad esprimervi correttamente in italiano nelle vostre risposte

Ed è questo il motivo per cui oggi, in questa puntata di italiano semplicemente, parliamo di pentimenti, di lamentele, di rammarico, di dispiacere, di rimorsi e di rimpianti.

Perché tutti questi termini insieme? Cosa accomuna questi termini tra loro? Semplicemente il dispiacere. Non è divertente, lo so, non vi arrabbiare con me! Ogni tanto si deve parlare anche di questo però se vogliamo conoscere bene la lingua italiana.

Anche un’altra cosa però a dire il vero accomuna questi termini. In tutti i casi, in tutti i termini che ho usato, si parla di sentimenti negativi sul passato, cioè di qualcosa che è già accaduto.

È questo un episodio molto particolare, che mi è stato suggerito da un membro dell’associazione Italiano Semplicemente, e colgo l’occasione per salutare Bernadette.

Parliamo sempre del passato, più o meno tutti i giorni. A volte ne parliamo con piacere, a volte con dispiacere.

Parliamo di quello che abbiamo fatto, di quello che ci è accaduto, delle scelte che abbiamo fatto e di quelle che non abbiamo operato. Parliamo di cose che ci riguardano direttamente, in prima persona, e cose che non ci riguardano personalmente.

Ogni tanto in questo episodio proviamo anche a ripetere qualche frase ok? Non dimenticate la settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare.

Dinqie, quando ad esempio ci lamentiamo, possiamo farlo in diversi modi e non solo del passato. Ma se ci lamentiamo di cose accadute o di come sono andate certe cose nel passato vuol dire che non siamo molto contenti e se potessimo cambieremmo molte cose del passato: le cose in questo caso non sono andate per il verso giusto, cioè non sono andate per il meglio (due espressioni equivalenti) e noi, come conseguenza, ce ne rammarichiamo: Ci rammarichiamo, cioè ci dispiace del fatto che le cose non siano andate nel verso giusto, o per il verso giusto.

C’è anche chi non si lamenta mai però. E queste persone lo fanno perché dicono che tutti gli errori fatti in passato ci insegnano sempre qualcosa, ci insegnano a non sbagliare più ad esempio.

C’è invece chi ha un atteggiamento meno costruttivo e tende a lamentarsi a rammaricarsi di quanto accaduto. Lamentarsi e rammaricarsi sono abbastanza simili come verbi.

Il rammarico è un sentimento di dispiacere, di amarezza, di contrarietà. Provare rammarico o anche sentire rammarico o sentirsi rammaricati è come dire essere contrariati, amareggiati, per qualcosa che è accaduto. Si prova rincrescimento per qualcosa, afflizione. Il rincrescimento è simile al rammarico.

Il rammarico, questo è importante da dire, si usa principalmente quando è accaduto qualcosa nel passato a cui non si può rimediare, esprime ovviamente un dispiacere ma difficilmente si usa quando succede qualcosa di molto grave a un nostro conoscente. In questi casi si usa maggiormente il rincrescimento o l’afflizione: sono rincresciuto, sono afflitto per quanto accaduto.

Quando accade qualcosa di brutto a un nostro amico posso dire:

Mi rincresce veramente tanto!

Con questa frase si esprime rincrescimento, cioè un forte dispiacere, una afflizione. Si è vicini alla persona con cui si parla, si esprime pertanto empatia, vicinanza emotiva, coinvolgimento emotivo.

Le espressioni dispiaciute del volto spesso accompagnano una frase di questo tipo, proprio a dimostrazione della volontà di comunicare vicinanza e comprensione.

Il rincrescimento si usa esclusivamente nei rapporti sociali però, quando accade qualcosa di negativo a qualcun altro. Solitamente è per qualcosa di grave, tipo delusioni sentimentali, obiettivi falliti o anche perdite familiari. In quest’ultimo caso in genere si fanno le cosiddette “condoglianze” se parliamo direttamente con la persona che ha perso un familiare, ma se parliamo con altre persone possiamo dire:

Sono veramente rincresciuto per quanto accaduto a Maria (ad esempio)

Vediamo adesso la desolazione e la costernazione. Sono altri due modi per esprimere dispiacere.

Sono desolato, sono costernato. Quando possiamo usare queste due modalità?

La desolazione è abbastanza simile al rammarico, ma è più distante, sicuramente. A dire il vero il termine desolazione ha molti utilizzi diversi.

Nel senso di dispiacere per qualcosa di accaduto posso dire:

Sono veramente desolato!

Questa frase esprime dispiacere, sicuramente, ma non coinvolgimento emotivo, non una vicinanza affettiva.

Equivale a: sono veramente dispiaciuto, mi spiace veramente, ma è più distante come dicevo e per questo motivo magari è più usata la desolazione quando parliamo con qualcuno che conosciamo poco.

Comunque non vi consiglio di usare la desolazione in questo modo. Sicuramente meglio esprimere un normale dispiacere quando non sapere quale modalità usare.

Si usa molto invece la desolazione quando si fanno grossi errori, quindi è un modo per chiedere scusa. Dispiacere e scuse nello steso tempo quindi.

Un giocatore di calcio fa un autogol?

Sono desolato, ho fatto un errore inspiegabile!

La desolazione infatti esprime in questo caso un modo per dire: è tutta colpa mia, c’è il concetto di solitudine (desolazione contiene la parola “solo”); è come dire: mi isolo, mi prendo tutta la responsabilità da solo.

Fate un errore al lavoro?

Sono desolato, veramente desolato e vi porgo le mie scuse.

La desolazione però, dicevo, ha diversi significati, non si usa quindi solamente per esprimere dispiacere e per scusarsi.

Un luogo desolato ad esempio può essere un luogo dove non c’è nessuno, e con questo termine vogliamo indicare la sensazione che proviamo noi osservando questo luogo: ci sentiamo tristi guardando questo luogo, vediamo un luogo abbandonato e ci fa tristezza.

Magari è un luogo che avrebbe grosse potenzialità, o che in passato aveva un aspetto molto migliore invece adesso è stato abbandonato da tutti.

Può anche trattarsi di un luogo in condizione di rovina, di abbandono, di squallore, un luogo senza apparente possibilità di ripresa.

Ad esempio la desolazione di una città che è stata bombardata è assolutamente indescrivibile.

Ma attenzione perché in questo senso possiamo anche non parlare di luoghi, ma anche di situazioni sociali. Io potrei sentirmi in uno stato di desolazione nel senso che mi sento molto triste, mi sento in uno stato di afflizione o di solitudine senza conforto. È impossibile confortarmi, riprendermi, migliorare il mio umore.

In questo senso esprime solitudine (la parola parla chiaro ancora una volta).

Posso dire ad esempio che alla sua morte, un papa lascia a comunità cristiana in una profonda desolazione. I Cristiani si sentono soli, abbandonati quando muore il loro papa.

Quindi la desolazione si usa per esprimere dispiacere per il passato, che è l’argomento di oggi, ma anche per scusarci, per descrivere la tristezza di un luogo o anche una sensazione di solitudine e di abbandono.

Vediamo adesso la costernazione.

Termine analogo al rammarico, al rincrescimento all’afflizione ed alla desolazione. Anche la costernazione infatti si usa per cose gravi.

La costernazione ha però delle sue caratteristiche peculiari. Prima di tutto esprime anche stupore per quanto accaduto. C’è un grave abbattimento, una afflizione profonda, ma anche uno stupore, uno sgomento.

Sono costernato!

Potete sentire o leggere questa frase in diverse circostanze, e spesso si usa quando non c’è una vicinanza stretta con le persone o con i fatti accaduti. Un po’ come la desolazione.

Se muoiono delle persone in una città, il sindaco di quella città può dire:

Sono costernato e desolato per le vittime

Il sindaco è costernato e desolato. La costernazione indica un grave dispiacere, ma verso accadimenti che non ci riguardano personalmente o i nostri cari (Se muore tuo padre non puoi dire di essere costernato!).

Posso anche dire:

Sono costernato dalle parole di Giovanni!

In questo caso si esprime anche stupore, non solamente dispiacere. Più che stupore comunque meglio parlare di sgomento, quella sensazione che proviamo quando siamo profondamente turbati da qualcosa, siamo visibilmente smarriti, sbigottiti, attoniti. Ci sono molti modi per esprimere questa forte sensazione di stupore legata ad una sensazione negativa: stupore e dispiacere insieme.

La costernazione si usa molto nelle dichiarazioni di tutti i personaggi pubblici. Se andate su Google News e digitate “sono costernato” trovate tutte dichiarazioni di sindaci, presidenti e altri personaggi, che si dispiacciono, esprimono un forte dispiacere per qualcosa di grave che è accaduto, o per delle parole dette da altre persone, parole che stupiscono e turbano allo stesso tempo.

Allora ricapitoliamo: abbiamo parlato di dispiacere – concetto abbastanza generico, di rammarico, più utilizzato per le cose non troppo gravi che accadono e di rincrescimento, più usato nei rapporti sociali. Abbiamo parlato di afflizione (un forte coinvolgimento emotivo) e di desolazione (dispiacere ma un po’ lontano, scuse, tristezza e solitudine).

Abbiamo infine parlato di costernazione, termine molto usato dalle autorità pubbliche. Si può usare di conseguenza anche al lavoro, in occasioni formali, in caso di eventi, cioè cose accadute, che colpiscono i nostri colleghi o società: licenziamenti, fallimenti eccetera. Adatto anche allo scritto, per comunicare in una lettera o email un dispiacere in questi casi.

Adesso vediamo invece due concetti particolari: il rimpianto ed il rimorso.

Qualcosa è accaduto nel passato. in conseguenza di questo si prova del dispiacere. Questo accomuna sia il rimpianto che il rimorso. In entrambi i casi poi si parla di scelte personali. Si parla di scelte quindi, di nostri possibili errori passati che hanno portato delle conseguenze negative.

Ma qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?

Vi faccio degli esempi e vediamo se riuscite a capire:

Ho un rimpianto: se avessi studiato di più all’università mi sarei potuto laureare e adesso farei il medico!

Ho un rimorso: Se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!

Maria ha un rimpianto: se avesse avuto un figlio, ora sarebbe felice!

Maria ha un rimorso: se non avesse deciso di abortire, ora avrebbe un figlio e sarebbe felice!

Ogni volta che si ha un rimpianto quindi si è dispiaciuti per qualcosa accaduto nel passato, ed in particolare, attenzione, per qualcosa che non si è fatto, che non si è potuto fare, non importa il motivo. Quello che importa è che qualcosa non è accaduto, e la colpa è nostra.

Se avessi studiato di più all’università (cosa che non ho fatto evidentemente) mi sarei potuto laureare e adesso farei il medico! Invece non ho studiato molto. Avrei potuto studiare di più, quindi ho un rimpianto per qualcosa che non ho fatto. In questi casi posso anche usare il verbo rimpiangere.

Io rimpiango il fatto che se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!

Questo è dunque il verbo rimpiangere, mentre il sentimento che si prova è il rimpianto.

Il rimorso invece è un sentimento analogo, simile, ma il rimorso si prova quando si è fatto qualcosa e si è sbagliato. In questi casi si dice: se non avessi fatto… quindi il sentimento si chiama rimorso in questo caso.

Ho un rimorso: Se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!

Vedete che la frase è quasi identica con rimpianto e con rimorso, cambia solo il punto di vista: col rimpianto si “piange”, anzi si rimpiange per una scelta, per un qualcosa che non è stato fatto. Per il rimorso invece ci si rammarica per un errore: non per quanto non è stato fatto, ma per quello che si è fatto, che ha portato delle conseguenze negative.

Nel secondo esempio si vede ancora più chiaramente la differenza:

Maria ha un rimpianto: se avesse avuto un figlio, ora sarebbe felice!

Maria ha un rimorso: se non avesse deciso di abortire, ora avrebbe un figlio e sarebbe felice!

Quindi Maria rimpiange il fatto di non aver avuto un figlio. Se fosse accaduto la vita oggi sarebbe diversa e lei sarebbe felice.

Ma Maria ha anche un rimorso. Perché non ha avuto un figlio? Perché a suo tempo decise di abortire, e questo è l’errore di cui Maria si è pentita oggi. Maria ha un tremendo rimorso. Ha abortito, quindi questo errore oggi è il motivo della sua infelicità.

Ho parlato di “pentimento” descrivendo il rimorso. In realtà anche il rimpianto è un pentimento. entrambe sono decisioni sbagliate, scelte sbagliate, errori di cui oggi siamo consapevoli.

Quello che non vi ho detto è che la parola rimpianto ha anche altri significati abbastanza vicini a quello di cui vi ho parlato. Si ha sempre dispiacere nel passato, ma per altri motivi.

Ad esempio se parlo di mio nonno, posso dire “il mio rimpianto nonno” (o anche compianto) per dire che era una persona cara che mi dispiace aver perduto.

Oppure posso dire: “i rimpianti giorni della giovinezza” ad esempio, per indicare il dispiacere che quei giorni, i giorni della giovinezza, della gioventù, sono passati.

In questi due casi non si tratta di errori o di scelte sbagliate, di pentimenti o cose del genere, ma semplicemente di dispiaceri legati al passato.

Notate infine che esiste il verbo rimpiangere, legato al rimpianto, e il verbo legato al rimorso è invece rimordere. Rimpiangere si usa però non solo per evidenziare errori o scelte sbagliate, come abbiamo visto finora con rimpiangere ma anche semplicemente per ricordare con malinconia il passato. Sempre di dispiacere però si tratta. Ad esempio

Io rimpiango il passato.

Rimordere invece si usa solamente in un modo, analogamente al rimorso. Quindi posso dire:

Mi rimorde di essere giunto troppo tardi

Mi rimorde, cioè mi spiace, sono dispiaciuto (attenzione perché si usa “mi”). Sono dispiaciuto, cioè ho un rimorso. Ho fatto uno sbaglio, come abbiamo visto prima con rimorso, per l’appunto.

Si dice spesso anche “mi rimorde la coscienza” per indicare un rimorso molto sofferto, un errore fatto che chiama in causa la propria coscienza, i nostri valori. Evidentemente si tratta di un errore gravissimo di cui siamo pentiti e a cui pensiamo molto spesso.

Questa puntata di Italiano Semplicemente è stata utile anche perché, parlando del passato, inevitabilmente abbiamo usato la particella “se” ed ovviamente anche le diverse forme del congiuntivo e del condizionale:

se avessi fatto…avrei… se fosse stato…sarebbe… eccetera

Se può esservi utile potete ascoltare anche due episodi passati di Italiano Semplicemente che hanno dei legami con l’episodio di oggi. Sto parlando di quello dedicato a tutti i modi di dire “se” e quello relativo al periodo ipotetico, se vi fa piacere.

Grazie a tutti per l’ascolto, visitatori e donatori, grazie a Bernadette per avermi suggerito questo interessante episodio e grazie a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente. 

Un abbraccio da Giovanni

 

Ah, quasi dimenticavo.

Ho accennato alla delusione, che è un sentimento o una sensazione che ha molto a che fare col passato e con il dispiacere.

La delusione è un disagio morale, una sensazione di disagio provocata da un risultato contrario alle proprie speranze, alle proprie previsioni.

Quando si usa il termine delusione vuol dire che qualcosa è accaduto che mi ha lasciato deluso, mi aspettavo qualcosa in più, credevo accadesse qualcosa di positivo, ed invece la realtà è diversa… che delusione…

Il verbo è “deludere” che significa venire meno alle aspettative, alle previsioni appunto, alle speranze. La delusione suscita disagio, amarezza, sconforto, disappunto. Vedete quanti termini ci sono: il disagio (è il contrario di agio) non si riferisce al passato, perché il termine indica una condizione o una situazione sgradevole, cioè poco gradevole, non gradevole, per motivi forse morali, economici o di salute. L‘amarezza, lo dice la parola, ci lascia l’amaro in bocca, è quindi legato alla sgradevolezza degli eventi, quindi è una forma di dispiacere legata al passato, o al presente, o anche al futuro, se sappiamo che accadrà qualcosa di negativo.

Lo sconforto è un senso di amarezza o di prostrazione in conseguenza di gravi fatti o continui eventi avversi. Lo sconforto si prova quando accade qualcosa, e quello che si prova è che non si vedono sbocchi, soluzioni, non si capisce come si può risolvere il problema, allora è un avvilimento. Quindi posso dire che  in un momento di sconforto una persona ha tentato di suicidarsi, ha tentato di uccidersi, di togliersi la vita. A questo può portare lo sconforto.

C’è una espressione idiomatica tipicamente legata allo conforto: “farsi cadere le braccia“.

Se dico: mi cadono le braccia, è un’immagine che indica non la caduta, la perdita fisica delle braccia, ma una sensazione di sconforto: sento che non posso fare più nulla per risolvere il problema. Sono veramente sconfortato.

Ed a te c’è qualcosa che ti fa cadere le braccia? Qualcosa che ti causa un dispiacere, uno sconforto?

La prostrazione è anch’essa molto grave: è una grave depressione fisica o anche morale, spesso conseguente a gravi malattie che ti consumano il fisico e ti mettono alla prova. Spesso la prostrazione arriva a seguito di eventi traumatici, molto negativi: mi sento prostrato! Questa è veramente una sensazione molto brutta.

Ho parlato anche di disappunto. Abbiamo visto in un episodio le “espressioni di disappunto“. Ebbene anche queste sono sensazioni negative legate ad eventi accaduti. Spesso non si tratta di cose gravi però. Quello che si prova è un senso di delusione per un improvviso accadimento che ci ha contrariato.

 

 

 

 

 

 

 

Italiano Professionale: Lezione n. 12 – condivisione ed unione (Prima parte)

lezione_12_condivizione_unione_sommario

Audio – prima parte (15 minuti)

La lezione completa disponibile per gli abbonati al corso.

PRENOTA

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano la condivisione e l’unione
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas referentes a Compartir y fusionar
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant le partage et l’union
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning Sharing and merging
bandiera_animata_egitto نحن نتحدث عن العبارات الإصطلاحية التي تتعلق بالتقاسم و الإتحاد
russia Мы говорим о идиоматических выражений, которые касаются совместного использования и объединения
bandiera_germania Wir sprechen über Redewendungen betreffend Verbindungen und Gemeinsamkeiten in der Arbeitswelt.
bandiera_grecia Μιλάμε για ιδιωματικές εκφράσεις που σχετίζονται με την ανταλλαγή και την ένωση
bandieradanimarca Vi vil tale om sproglige udtryk der handler om enighed og organisering.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione

Benvenuti alla lezione numero 12, dedicata alla condivisione ed all’unione.

In questa lezione, importantissima in ambito lavorativo, vediamo le espressioni più utilizzate, in ogni tipologia di lavoro, dal più umile al più professionale, che riguardano il gruppo. In particolare vediamo le espressioni  che si riferiscono all’unione di persone, di interessi, di attività ma anche all’unione di sogni ed emozioni, tutti aspetti che occupano un posto di primo piano in ambito lavorativo.

Come diceva il poeta latino Omero, “Lieve è l’oprar se in molti è condiviso”, vale a dire che operare, cioè lavorare, pesa meno, è meno pesante, cioè è lieve, è leggero, se tale lavoro è condiviso, se cioè il lavoro è frutto di un lavoro di gruppo, se lo condividiamo con qualcun altro.

Fino ad ora, dalla corso della sezione n.1, la prima del corso di Italiano Professionale, abbiamo esplorato quasi tutti gli aspetti che riguardano la vita professionale, da come esprimere le proprie professionalità (nel corso della prima lezione), alla sintesi, dall’approssimazione alla puntualità, la sincerità, il controllo, il denaro, i risultati ed i problemi, per finire con i rischi e le opportunità, argomento quest’ultimo che è stato oggetto della scorsa lezione, la numero 11.

Questa lezione, dedicata all’unione ed alla condivisione, è probabilmente quella che più delle altre affronta un argomento trasversale a tutti i lavori, vale a dire un aspetto talmente importante che è veramente difficile trovare, ammesso che esista, una attività lavorativa che non abbia bisogno di contatti umani e relazioni sociali.

Gli ambiti lavorativi ai quali la lezione si riferisce, in particolare, sono quelli della trattativa d’affari e quello delle relazioni interne.

Ci occuperemo più avanti nel corso, nei capitoli che seguiranno, dei singoli aspetti. Ad esempio nella sezione numero tre del corso, dedicata alle riunioni  ed agli incontri di lavoro faremo un approfondimento su tutti i termini che si possono utilizzare per indicare un gruppo di persone. Ci sono dei termini che danno un’immagine positiva ed altri che ne danno una negativa, a volte anche molto negativa, di un gruppo di persone. Vedremo quindi il “gruppo di lavoro”, la “compagine”, la “società”, eccetera. Si tratta della prima lezione della terza sezione, che si preannuncia molto interessante.

Ma entriamo subito nel vivo di questa lezione numero dodici. Anche questa sarà suddivisa in tre parti, come la precedente, per facilitare al massimo l’ascolto e la lettura.

Nel corso della prima parte tratteremo tutte le espressioni “negative”, vale a dire quelle che non danno una immagine positiva di un gruppo, che non aiutano la condivisione e che danno quindi un’immagine negativa di un’azienda o comunque di un gruppo di persone che lavorano insieme.

Nella seconda parte vediamo invece le frasi cosiddette “positive” e poi quelle che possiamo definire “neutre”, la cui valenza e significato dipendono molto dal contesto e dal tono con cui vengono pronunciate. Nella seconda parte vedremo anche i rischi nella pronuncia e nell’utilizzo di queste frasi.

Infine nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione, con domande e risposte. Io farò delle domande e voi potete provare a rispondere. Poi ascolterete una delle possibili risposte. Ovviamente le domande avranno come oggetto le espressioni spiegate nel corso della lezione.

2. L’armata Brancaleone e l’Attrazione Fatale

Abbiamo detto che iniziamo dalle espressioni negative.

Quali sono dunque le caratteristiche negative di un gruppo? Di primo acchitto verrebbe da pensare a problemi di organizzazione ed efficienza. Insomma, se un gruppo è un cattivo gruppo allora vuol dire che funziona male, vuol dire che il gruppo non funziona come dovrebbe perché manca una organizzazione e c’è un problema di efficienza; poi possiamo aggiungere che le persone che ne fanno parte sono male assortite.

Ebbene, quando un gruppo di persone ha queste caratteristiche negative possiamo chiamarlo l’armata Brancaleone.

L’espressione viene dal titolo di un grande film italiano, un film comico del 1966. Un film di Mario Monicelli, che è quindi il regista.

Protagonista di questo film, ambientato nel Medioevo è appunto, un gruppo, un gruppo di briganti, il cui capo era un certo Brancaleone da Norcia interpretato da Vittorio Gassman, grande attore italiano.

Ebbene, questo gruppo di briganti, cioè di banditi, di disonesti, di persone fuorilegge, era un gruppo di persone completamente disorganizzato, che hanno moltissimi problemi, disorganizzati e che non hanno molte cose in comune tra loro.

Questa tipologia di gruppo, con queste caratteristiche la potete sempre chiamare l’Armata Brancaleone. Si chiama armata perché questo è il nome che si dà ad un gruppo armato di persone, generalmente in un esercito. È una frase molto usata in Italia ed è ovviamente molto negativa.

Se il vostro gruppo viene etichettato con questo nome, non è sicuramente un bel segnale! L’Armata Brancaleone non è però l’unica espressione che deriva da un film in senso negativo.

Considerato che stiamo parlando di espressioni negative, ce n’è un’altra altrettanto negativa: “Attrazione fatale”, che viene dal film del 1987 dal titolo Fatal  Attraction. Se usiamo questa espressione vogliamo rappresentare una situazione in cui, in ambito sentimentale o anche in ambito lavorativo, una iniziale attrazione si è alla fine dimostrata “fatale”. Un’attrazione iniziale, che può essere quell’attrazione che ha portato più persone a formare un gruppo, alla fine è risultata negativa, anzi, fatale, il che significa che c’era di mezzo il fato. Il fato è il destino, e ciò che è fatale è prescritto dal destino; inevitabile, ineluttabile.

Un’attrazione fatale però ha un significato negativo, infatti fatale significa anche mortale, che porta alla morte, o comunque disastrosa. Se un’attrazione è fatale allora significa che l’unione di più persone si è dimostrata molto negativa, fatale, ha cioè portato conseguenze drammatiche per il membri del gruppo.

3. Meglio soli che male accompagnati

Passiamo alla terza espressione della lezione. Eravamo rimasti ai gruppi che non funzionano, alle Armate Brancaleone ad esempio. Ebbene, se si è dell’opinione che un gruppo sia un’Armata Brancaleone, allora si potrebbe pensare: meglio non formare un gruppo. In tali casi si dice spesso: “meglio soli che male accompagnati”.

È questa una frase che è più un proverbio che una frase idiomatica. Il senso è chiaro: meglio soli, cioè meglio non fare nessun gruppo, meglio non unirsi con nessuno piuttosto che accompagnarsi male.

Essere accompagnati significa avere compagnia, cioè avere qualcuno vicino. Essere “male accompagnati” quindi vuol dire essere “accompagnati male”, cioè avere una cattiva compagnia. Quindi meglio essere soli in questo caso: meglio soli che male accompagnati, frase utilizzata dappertutto e da chiunque in Italia, in ogni contesto in cui ci sia un gruppo che non funzioni bene.

4. Fare di tutta l’erba un fascio

Chi è che può dire la frase meglio soli che male accompagnati?

Ad esempio lo può dire una persona che ha capito che le persone che lo circondano non sono persone affidabili secondo lui, persone delle quali quindi lui non si fida.

Qualcuno potrebbe obiettare e dire: non fare di tutta l’erba un fascio! Non devi fare di tutta l’erba un fascio! Il che significa semplicemente: non tutte le persone sono uguali.

Anche questa è una frase fatta usata da tutti in Italia. Ma cosa vuol dire? Da dove viene questa frase?

Questa frase parla di erba, che cresce nel prato, e del fascio, che è un mazzo, un gruppo di erbe raccolte. L’origine è legata evidentemente al mondo contadino. A terra, come sapete, crescono piante buone e piante meno buone, e durante la raccolta nei campi, si poteva scegliere di raccogliere tutta l’erba assieme, oppure raccogliere solamente quella buona, lasciando le erbacce.

Era evidente che non conveniva, non era conveniente, raccogliere tutte le erbe in un unico mazzo, tutte assieme,  senza fare una selezione tra quelle buone e quelle cattive. Col termine fascio si indica quindi un mazzo, un insieme di erbe, un gruppo di erbe, raccolte tutte assieme, senza fare attenzione se le erbe raccolte siano  buone o cattive.

La stessa cosa può avvenire con le persone: in ogni gruppo ci sono persone positive, persone in gamba, adatte a lavorare insieme ad altre, e persone che invece non sono adatte, sono persone diciamo “negative”, professionalmente poco valide, non adatte a lavorare in gruppo. Ebbene, chi dice: no, non voglio lavorare con queste persone, non voglio lavorare con questo gruppo, sta facendo di tutta l’erba un fascio. Questa persona non sta distinguendo le persone positive da quelle negative, ma le considera tutte uguali, dicendo; meglio soli che male accompagnati. Questa persona fa di tutta l’erba un fascio, cioè fa un solo fascio, un solo mazzo, non distingue, fa un solo fascio di tutte queste persone, le considera come tutte uguali, come  un unico fascio d’erba.

5. Chi c’è c’è (e chi non c’è non c’è)

Vediamo la quinta espressione della lezione, che è poi l’ultima espressione della prima parte della lezione.

Quando si decide di far parte di un gruppo, non è detto che tutti siano d’accordo. Solitamente diverse persone hanno diversi gradi di entusiasmo. Qualcuno allora potrebbe dire: ok, d’accordo, formiamo il gruppo, sono contento. Qualcun altro invece potrebbe non essere d’accordo: “beh, un momento, fatemici pensare, non so se voglio appartenere a questo gruppo, ho bisogno ancora di tempo”.

A questo punto, se il gruppo nasce per qualche motivo specifico e non c’è più tempo da perdere, allora una persona del gruppo, una di quelle persone che è entusiasta di formare il gruppo potrebbe dire:

Sapete cosa vi dico? “Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”.

Si tratta di un’espressione chiaramente colloquiale, adatta al linguaggio parlato ma non a quello scritto. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è significa: “basta, non c’è più tempo, chi ha deciso di appartenere al gruppo fa parte del gruppo, e chi invece non ha deciso ancora sta fuori dal gruppo. Più brevemente: Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è.

Perché questa è un’espressione negativa? La risposta è che si tratta di una delle espressioni che non evidenziano sicuramente un aspetto positivo del gruppo, ma piuttosto il fatto che esistono due diverse opinioni, due gruppi che non si uniscono tra loro, perché hanno idee diverse. Il meglio sarebbe essere tutti d’accordo, e se siamo in un’azienda e non tutti condividono gli obiettivi aziendali, questo è un bel problema. Diversa è la situazione di un gruppo di persone che si mettono insieme per formare un gruppo motivato e unito. In questo caso è bene e giusto fare una selezione e escludere sin dall’inizio chi non è abbastanza convinto.

Non sempre quindi dividere è sbagliato e negativo.

Bene, finisce qui la prima parte della lezione n. 12. Nella seconda parte vedremo le espressioni neutre e quelle positive, tra cui alcune idiomatiche, come ad esempio “spezzare una lancia a favore di qualcuno”, “chi fa da se fa per tre“, ma anche molte altre espressioni più professionali e meno colloquiali.

Fine prima parte

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A caval donato non si guarda in bocca

Audio

Trascrizione

Ciao ragazzi grazie di essere all’ascolto di Italiano Semplicemente. Per me è sempre un gran piacere sapere che molte persone ascoltano i nostri episodi.

Oggi vediamo una espressione simpatica e curiosa, adatta molto spesso ad essere utilizzata ogni volta che riceviamo un regalo e questo regalo non ci piace molto, non ci è molto gradito.

La frase è “a caval donato non si guarda in bocca“.

caval_donato_immagine

Cominciamo dalle parole della frase.

A caval donato: il cavallo è un animale. Nella frase è riportata la parola “Caval”, senza la “o” finale, ma questo è solo un modo per rendere più orecchiabile la frase.

Il cavallo è quell’animale a quattro zampe, quindi è un quadrupede, come d’altronde quasi tutti gli animali (a parte gli uccelli), ed è anche un mammifero, come anche gli esseri umani. Il mammifero è una classe di vertebrati caratterizzata dall’allattamento della prole. La mamma quindi allatta, cioè dà il latte alla prole, cioè ai propri figli. Il cavallo inoltre nitrisce, questo è il nome del verso del cavallo: il nitrito.

Bene. “A caval donato”: donato è il participio passato del verbo donare, che significa regalare, cioè dare qualcosa ad altri liberamente e senza compenso, senza cioè una contropartita, senza ricevere nulla in cambio.

È però un verbo leggermente meno comune e popolare di regalare. In genere regalare viene preferito a donare, ma donare si usa maggiormente nell’uso letterario o anche parlando di doni di grande valore e importanza. Il gesto di donare si chiama donazione, e la donazione è un gesto che si fa o nei confronti dei poveri, o comunque donare si usa al posto di regalare quando il gesto stesso ha una importanza maggiore, quasi un gesto nobile, che dà importanza a chi dona, al gesto stesso di donare, più che a chi riceve il dono, cioè il regalo. L’equivalente della parola donazione invece è la regalia. La donazione è il gesto di donare: “ho fatto una donazione”, cioè “ho donato qualcosa” equivale a “ho fatto una regalia”. Però attenzione perché “regalia”, ha un senso negativo, perché con questo termine si indica un regalo, una donazione che si fa ai propri dipendenti o inferiori. La parola regalia infatti significa “i diritti del re” (re-galia): quindi le regalie le fanno i re.

Quindi fare una regalia significa mettersi su un piano superiore. DA questo punto di vista la parola “regalo” è la più neutra da usare. Se sei il capo di una azienda è meglio fare un “regalo” ai propri dipendenti piuttosto che fare una “regalia” o una “donazione”. La regalia esalta chi fa il regalo quindi, la donazione invece è un gesto nobile, mentre il regalo è più amichevole.

Quindi la frase “a caval donato” significa ” a cavallo regalato”. Poi la frase continua e dice: “non si guarda in bocca”. Dove la bocca è ovviamente il cavo orale, cioè è l’orifizio attraverso cui gli animali, ed anche noi esseri umani, si cibano. Con la bocca quindi si mangia, ma si respira anche, si sorride eccetera.

Quindi se qualcuno vi regala un cavallo, non dovete guardare “in bocca” al cavallo: “a caval donato” cioè ad un cavallo che vi è stato donato da qualcuno, “non si guarda in bocca”.

Ma perché guardare in bocca ad un cavallo?

Semplice. In bocca al cavallo ci sono i denti del cavallo, e dai denti si capisce quanto è vecchio il cavallo. Quindi l’età di un cavallo si giudica guardando lo stato della sua dentatura. Più sono sani i denti, più il cavallo è giovane.

Quindi questo significa che dei regali dobbiamo sempre essere grati, anche se sono di scarso valore.

E’ una frase che si usa sempre in senso scherzoso e amichevole ovviamente, ogni volta che qualcuno riceve un regalo non molto gradito. Difficilmente si riceve un cavallo come regalo, questo è chiaro, ma semmai doveste riceverne uno al vostro compleanno, mi raccomando, non guardate in bocca al cavallo.

Visto che ci sono posso anche fare un approfondimento sul verbo donare.

Infatti donare si usa anche nel linguaggio giuridico. “Fare donazione” infatti significa trasferire un diritto ad un’altra persona. La donazione è quindi un contratto, con il quale, una persona arricchisce un’altra, disponendo a suo favore di un suo diritto. Tra l’altro questo tipo di donazione, una volta effettuata (e si effettua da un notaio, con la presenza di due testimoni) di norma è irrevocabile, non si può quindi tonare indietro. Una volta fatta la donazione non si può più tornare indietro.

Esistono poi altri tipi di donazione. La donazione del sangue, con la quale si dona il proprio sangue a chi ne ha bisogno, mediante una trasfusione di sangue. Esiste anche la donazione del rene, che è l’organo che serve a filtrare il sangue, esiste la donazione della cornea dell’occhio, ed esiste anche la donazione di altri organi come il cuore eccetera, che può avvenire dopo la propria morte attraverso un trapianto in favore di in altro essere vivente che ne ha bisogno.

Infine il verbo donare si può usare anche come sinonimo di “conferire”, “aggiungere”. Ad esempio se sto parlando di cose che aggiungono una qualità: Posso dire ad esempio che il basilico è un aroma che dona alla pasta un buon sapore.

Analogamente se mia moglie indossa un bel vestito posso dire: “ti dona molto!” che significa “ti sta bene”, “ti sta molto bene”, cioè “ti dà qualcosa in più”, “questo vestito migliora le tue qualità”, in poche parole il vestito “ti dona”.

Allora posso dire che una bella collana dona lucentezza al viso di una donna, una bella cravatta può donare eleganza all’aspetto di un uomo, ed anche un sorriso dona allegria ad una persona, oltre che donare felicità a chi lo riceve.

Facciamo un esercizio di ripetizione, ripetete quindi dopo di me:

a caval donato

a caval donato

non si guarda in bocca

non si guarda in bocca

A caval donato non si guarda in bocca

A caval donato non si guarda in bocca

Quindi ragazzi spero che il tempo che avete dedicato all’ascolto di questo episodio vi sia risultato utile. Prima di lasciarvi vi ringrazio di aver ascoltato questo episodio e, se vi è venuta voglia di donare, potete farlo anche a favore di Italiano Semplicemente. Non potete però donare cavalli, ma potete solamente utilizzare euro, dollari o qualsiasi altra valuta. Basta andare su italianosemplicemente.com sulla pagina dedicata alla donazione.

Vi ricordo che per premiare tutti coloro che aiutano Italiano Semplicemente verrà fatta una estrazione di premi in diretta Facebook, il giorno 1 giugno (l’ora esatta la comunicherò tra qualche giorno, ancora non è stata decisa). Coloro che doneranno almeno € 10 potranno partecipare all’estrazione a premi. Il premio sarà la prima parte del corso di italiano Professionale, cioè tutte le frasi idiomatiche professionali, si tratta di 13 lezioni complete di file mp3 e di trascrizione in formato PDF. In futuro ho intenzione di continuare a ringraziare i donatori con dei premi, mi sembra anche giusto. Donare è un gesto nobile e va ricompensato.

Grazie a tutti. Ci vediamo presto.

 

 

 

 

 

 

Italiano Professionale: Lezione n. 12 – condivisione ed unione

lezione_12_condivizione_unione_sommario

Audio – prima parte (15 minuti)

La lezione completa disponibile per gli abbonati al corso.

PRENOTA

Indice delle lezioni: INDICE

italiano dante_spunta Parliamo delle espressioni idiomatiche che riguardano la condivisione e l’unione
spagna_bandiera Hablamos de expresiones idiomáticas referentes a Compartir y fusionar
france-flag Abordons les expressions idiomatiques concernant le partage et l’union
flag_en We’ll talk about idiomatic expressions concerning Sharing and merging
bandiera_animata_egitto نحن نتحدث عن العبارات الإصطلاحية التي تتعلق بالتقاسم و الإتحاد
russia Мы говорим о идиоматических выражений, которые касаются совместного использования и объединения
bandiera_germania Wir sprechen über Redewendungen betreffend Verbindungen und Gemeinsamkeiten in der Arbeitswelt.
bandiera_grecia Μιλάμε για ιδιωματικές εκφράσεις που σχετίζονται με την ανταλλαγή και την ένωση
bandieradanimarca Vi vil tale om sproglige udtryk der handler om enighed og organisering.

Trascrizione

  1. Prima parte – Introduzione

Benvenuti alla lezione numero 12, dedicata alla condivisione ed all’unione.

In questa lezione, importantissima in ambito lavorativo, vediamo le espressioni più utilizzate, in ogni tipologia di lavoro, dal più umile al più professionale, che riguardano il gruppo. In particolare vediamo le espressioni  che si riferiscono all’unione di persone, di interessi, di attività ma anche all’unione di sogni ed emozioni, tutti aspetti che occupano un posto di primo piano in ambito lavorativo.

Come diceva il poeta greco Omero, “Lieve è l’oprar se in molti è condiviso”, vale a dire che operare, cioè lavorare, pesa meno, è meno pesante, cioè è lieve, è leggero, se tale lavoro è condiviso, se cioè il lavoro è frutto di un lavoro di gruppo, se lo condividiamo con qualcun altro.

Fino ad ora, dalla corso della sezione n.1, la prima del corso di Italiano Professionale, abbiamo esplorato quasi tutti gli aspetti che riguardano la vita professionale, da come esprimere le proprie professionalità (nel corso della prima lezione), alla sintesi, dall’approssimazione alla puntualità, la sincerità, il controllo, il denaro, i risultati ed i problemi, per finire con i rischi e le opportunità, argomento quest’ultimo che è stato oggetto della scorsa lezione, la numero 11.

Questa lezione, dedicata all’unione ed alla condivisione, è probabilmente quella che più delle altre affronta un argomento trasversale a tutti i lavori, vale a dire un aspetto talmente importante che è veramente difficile trovare, ammesso che esista, una attività lavorativa che non abbia bisogno di contatti umani e relazioni sociali.

Gli ambiti lavorativi ai quali la lezione si riferisce, in particolare, sono quelli della trattativa d’affari e quello delle relazioni interne.

Ci occuperemo più avanti nel corso, nei capitoli che seguiranno, dei singoli aspetti. Ad esempio nella sezione numero tre del corso, dedicata alle riunioni  ed agli incontri di lavoro faremo un approfondimento su tutti i termini che si possono utilizzare per indicare un gruppo di persone. Ci sono dei termini che danno un’immagine positiva ed altri che ne danno una negativa, a volte anche molto negativa, di un gruppo di persone. Vedremo quindi il “gruppo di lavoro”, la “compagine”, la “società”, eccetera. Si tratta della prima lezione della terza sezione, che si preannuncia molto interessante.

Ma entriamo subito nel vivo di questa lezione numero dodici. Anche questa sarà suddivisa in tre parti, come la precedente, per facilitare al massimo l’ascolto e la lettura.

Nel corso della prima parte tratteremo tutte le espressioni “negative”, vale a dire quelle che non danno una immagine positiva di un gruppo, che non aiutano la condivisione e che danno quindi un’immagine negativa di un’azienda o comunque di un gruppo di persone che lavorano insieme.

Nella seconda parte vediamo invece le frasi cosiddette “positive” e poi quelle che possiamo definire “neutre”, la cui valenza e significato dipendono molto dal contesto e dal tono con cui vengono pronunciate. Nella seconda parte vedremo anche i rischi nella pronuncia e nell’utilizzo di queste frasi.

Infine nella terza ed ultima parte faremo un esercizio di ripetizione, con domande e risposte. Io farò delle domande e voi potete provare a rispondere. Poi ascolterete una delle possibili risposte. Ovviamente le domande avranno come oggetto le espressioni spiegate nel corso della lezione.

2. L’armata Brancaleone e l’Attrazione Fatale

Abbiamo detto che iniziamo dalle espressioni negative.

Quali sono dunque le caratteristiche negative di un gruppo? Di primo acchitto verrebbe da pensare a problemi di organizzazione ed efficienza. Insomma, se un gruppo è un cattivo gruppo allora vuol dire che funziona male, vuol dire che il gruppo non funziona come dovrebbe perché manca una organizzazione e c’è un problema di efficienza; poi possiamo aggiungere che le persone che ne fanno parte sono male assortite.

Ebbene, quando un gruppo di persone ha queste caratteristiche negative possiamo chiamarlo l’armata Brancaleone.

L’espressione viene dal titolo di un grande film italiano, un film comico del 1966. Un film di Mario Monicelli, che è quindi il regista.

Protagonista di questo film, ambientato nel Medioevo è appunto, un gruppo, un gruppo di briganti, il cui capo era un certo Brancaleone da Norcia interpretato da Vittorio Gassman, grande attore italiano.

Ebbene, questo gruppo di briganti, cioè di banditi, di disonesti, di persone fuorilegge, era un gruppo di persone completamente disorganizzato, che hanno moltissimi problemi, disorganizzati e che non hanno molte cose in comune tra loro.

Questa tipologia di gruppo, con queste caratteristiche la potete sempre chiamare l’Armata Brancaleone. Si chiama armata perché questo è il nome che si dà ad un gruppo armato di persone, generalmente in un esercito. È una frase molto usata in Italia ed è ovviamente molto negativa.

Se il vostro gruppo viene etichettato con questo nome, non è sicuramente un bel segnale! L’Armata Brancaleone non è però l’unica espressione che deriva da un film in senso negativo.

Considerato che stiamo parlando di espressioni negative, ce n’è un’altra altrettanto negativa: “Attrazione fatale”, che viene dal film del 1987 dal titolo Fatal  Attraction. Se usiamo questa espressione vogliamo rappresentare una situazione in cui, in ambito sentimentale o anche in ambito lavorativo, una iniziale attrazione si è alla fine dimostrata “fatale”. Un’attrazione iniziale, che può essere quell’attrazione che ha portato più persone a formare un gruppo, alla fine è risultata negativa, anzi, fatale, il che significa che c’era di mezzo il fato. Il fato è il destino, e ciò che è fatale è prescritto dal destino; inevitabile, ineluttabile.

Un’attrazione fatale però ha un significato negativo, infatti fatale significa anche mortale, che porta alla morte, o comunque disastrosa. Se un’attrazione è fatale allora significa che l’unione di più persone si è dimostrata molto negativa, fatale, ha cioè portato conseguenze drammatiche per il membri del gruppo.

3. Meglio soli che male accompagnati

Passiamo alla terza espressione della lezione. Eravamo rimasti ai gruppi che non funzionano, alle Armate Brancaleone ad esempio. Ebbene, se si è dell’opinione che un gruppo sia un’Armata Brancaleone, allora si potrebbe pensare: meglio non formare un gruppo. In tali casi si dice spesso: “meglio soli che male accompagnati”.

È questa una frase che è più un proverbio che una frase idiomatica. Il senso è chiaro: meglio soli, cioè meglio non fare nessun gruppo, meglio non unirsi con nessuno piuttosto che accompagnarsi male.

Essere accompagnati significa avere compagnia, cioè avere qualcuno vicino. Essere “male accompagnati” quindi vuol dire essere “accompagnati male”, cioè avere una cattiva compagnia. Quindi meglio essere soli in questo caso: meglio soli che male accompagnati, frase utilizzata dappertutto e da chiunque in Italia, in ogni contesto in cui ci sia un gruppo che non funzioni bene.

4. Fare di tutta l’erba un fascio

Chi è che può dire la frase meglio soli che male accompagnati?

Ad esempio lo può dire una persona che ha capito che le persone che lo circondano non sono persone affidabili secondo lui, persone delle quali quindi lui non si fida.

Qualcuno potrebbe obiettare e dire: non fare di tutta l’erba un fascio! Non devi fare di tutta l’erba un fascio! Il che significa semplicemente: non tutte le persone sono uguali.

Anche questa è una frase fatta usata da tutti in Italia. Ma cosa vuol dire? Da dove viene questa frase?

Questa frase parla di erba, che cresce nel prato, e del fascio, che è un mazzo, un gruppo di erbe raccolte. L’origine è legata evidentemente al mondo contadino. A terra, come sapete, crescono piante buone e piante meno buone, e durante la raccolta nei campi, si poteva scegliere di raccogliere tutta l’erba assieme, oppure raccogliere solamente quella buona, lasciando le erbacce.

Era evidente che non conveniva, non era conveniente, raccogliere tutte le erbe in un unico mazzo, tutte assieme,  senza fare una selezione tra quelle buone e quelle cattive. Col termine fascio si indica quindi un mazzo, un insieme di erbe, un gruppo di erbe, raccolte tutte assieme, senza fare attenzione se le erbe raccolte siano  buone o cattive.

La stessa cosa può avvenire con le persone: in ogni gruppo ci sono persone positive, persone in gamba, adatte a lavorare insieme ad altre, e persone che invece non sono adatte, sono persone diciamo “negative”, professionalmente poco valide, non adatte a lavorare in gruppo. Ebbene, chi dice: no, non voglio lavorare con queste persone, non voglio lavorare con questo gruppo, sta facendo di tutta l’erba un fascio. Questa persona non sta distinguendo le persone positive da quelle negative, ma le considera tutte uguali, dicendo; meglio soli che male accompagnati. Questa persona fa di tutta l’erba un fascio, cioè fa un solo fascio, un solo mazzo, non distingue, fa un solo fascio di tutte queste persone, le considera come tutte uguali, come  un unico fascio d’erba.

5. Chi c’è c’è (e chi non c’è non c’è)

Vediamo la quinta espressione della lezione, che è poi l’ultima espressione della prima parte della lezione.

Quando si decide di far parte di un gruppo, non è detto che tutti siano d’accordo. Solitamente diverse persone hanno diversi gradi di entusiasmo. Qualcuno allora potrebbe dire: ok, d’accordo, formiamo il gruppo, sono contento. Qualcun altro invece potrebbe non essere d’accordo: “beh, un momento, fatemici pensare, non so se voglio appartenere a questo gruppo, ho bisogno ancora di tempo”.

A questo punto, se il gruppo nasce per qualche motivo specifico e non c’è più tempo da perdere, allora una persona del gruppo, una di quelle persone che è entusiasta di formare il gruppo potrebbe dire:

Sapete cosa vi dico? “Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è”.

Si tratta di un’espressione chiaramente colloquiale, adatta al linguaggio parlato ma non a quello scritto. Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è significa: “basta, non c’è più tempo, chi ha deciso di appartenere al gruppo fa parte del gruppo, e chi invece non ha deciso ancora sta fuori dal gruppo. Più brevemente: Chi c’è c’è e chi non c’è non c’è.

Perché questa è un’espressione negativa? La risposta è che si tratta di una delle espressioni che non evidenziano sicuramente un aspetto positivo del gruppo, ma piuttosto il fatto che esistono due diverse opinioni, due gruppi che non si uniscono tra loro, perché hanno idee diverse. Il meglio sarebbe essere tutti d’accordo, e se siamo in un’azienda e non tutti condividono gli obiettivi aziendali, questo è un bel problema. Diversa è la situazione di un gruppo di persone che si mettono insieme per formare un gruppo motivato e unito. In questo caso è bene e giusto fare una selezione e escludere sin dall’inizio chi non è abbastanza convinto.

Non sempre quindi dividere è sbagliato e negativo.

Bene, finisce qui la prima parte della lezione n. 12. Nella seconda parte vedremo le espressioni neutre e quelle positive, tra cui alcune idiomatiche, come ad esempio “spezzare una lancia a favore di qualcuno”, “chi fa da se fa per tre“, ma anche molte altre espressioni più professionali e meno colloquiali.

Fine prima parte

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