Già ed ormai: la differenza

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, è arrivato ancora una volta il momento di ringraziare i donatori.

Lo voglio fare dedicando loro un bell’episodio.

Oggi spiegherò a tutti voi la differenza tra “già” ed “ormai” che spesso crea problemi a molti stranieri.

Lo farò attraverso una serie di esempi e una spiegazione in cui parlerò di alcuni paesi, e precisamente: il Belgio, la Polonia, gli Stati Uniti d’America e L’Argentina.

Ci sono anche altri paesi da cui sono arrivate delle donazioni ma a loro dedicherò un altro episodio volentieri.

Allora: già, con l’accento sulla a, e ormai sono due avverbi, questo lo sapete già e non vi aiuta di certo a capire quando usare l’uno e quando usare l’altro.

Entrambi gli avverbi si riferiscono al tempo, e si usano quando si verificano degli eventi, oppure quando non si verificano degli eventi, quando succede o non succede qualcosa.

Ma come utilizzare questi due avverbi? E come capire quando è bene usare già e quando invece occorre utilizzare ormai?

Quali sono le regole?

Beh, occorre dire alcune cose e fare alcuni esempi ovviamente, ma intanto possiamo dire una cosa molto importante che vi aiuta a capire la differenza. Già si usa quando qualcosa è accaduto e ormai si usa quando non ha nessuna importanza se qualcosa accade o non accade.

vediamo bene con degli esempi:

Parliamo dell’Argentina. Uno studio mostra che in Argentina nei soli mesi di gennaio e febbraio del 2019 sono stati registrati già 54 casi di femminicidio. In due mesi siamo già arrivati a 54 donne uccise.

Cosa significa già in questo caso? Significa che 54 è un numero alto, e ci si aspettava che questo alto numero venisse raggiunto più tardi, ci si aspettava che questo numero fosse raggiunto qualche mese dopo. 54 già a fine febbraio? Quante saranno le donne uccise in Argentina a fine anno se continuiamo così?

Quindi usiamo “già” perché è presto, vale a dire che questo numero si è verificato molto presto, prima delle attese. Quindi usiamo “già” perché un’azione è avvenuta, o un fatto si è compiuto molto presto.

Posso aggiungere che: cosa possiamo fare per fermare del tutto questo fenomeno?

Qualcuno potrebbe dire che per quest’anno ormai è tardi.

Quando dico “ormai è tardi” (la parola TARDI si usa spessissimo insieme alla parola ORMAI) voglio dire che a questo punto (ormai) non si può fare nulla (è tardi). Ormai è tardi, cioè adesso non c’è più niente da fare. Si doveva fare qualcosa prima, ma adesso è troppo tardi. La parola ormai serve ad indicare che in questo momento (cioè ora) non si può fare nulla. Non è un caso che “mai” sia la fine di “ormai”.
Ormai contiene anche la parola “ora” oltre che la parola “mai”. Non a caso ormai equivale a “oramai” che ha lo stesso significato.

Nella parola ormai c’è spesso rimpianto, c’è rassegnazione. Inutile fare qualcosa, prendere provvedimenti adesso, perché in questo momento nulla può riuscire a risolvere il problema.

C’è anche un altro utilizzo di ormai però.

Ad esempio:

Sono già molti anni ormai che studio la lingua italiana

In questo caso c’è una situazione che semplicemente dura da molto tempo si protrae da molto tempo ed il risultato può anche essere positivo.

Non necessariamente quindi è tardi per qualcosa o c’è del rimpianto. Semplicemente è passato molto tempo, ed il tenpo passato ha consentito il raggiungimento di un risultato.

Quello che voglio dire è semplicemente che dopo tanto tempo che accade qualcosa finalmente un obiettivo è stato raggiunto.

Dopo tanti anni, ormai ho capito come fare per imparare una lingua e divertirmi;

Dopo tanti anni che studio la lingua italiana, ormai conosco bene la differenza tra già ed ormai.

In questi casi quindi usiamo ormai e non già, perché già lo utilizziamo quando qualcosa accade prima del previsto, oppure quando qualcosa è accaduto.

Dopo questo episodio, già ho capito come fare per imparare una lingua e divertirmi;

Già conosco bene la differenza tra già ed ormai.non c’è bisogno di una spiegazione aggiuntiva.

Già ho capito: prima del previsto

Già conosco la differenza: l’ho già imparata in passato.

Vediamo un paio di esempi con gli Stati Uniti.

Sono già passati due anni da quando Donald Trump è diventato il presidente degli Stati Uniti d’America.

Questo uso di “già” è analogo al precedente esempio che riguardava l’Argentina: già indica il tempo che è passato velocemente: incredibile, sono già passati due anni! Qualcuno potrebbe rispondere: di già?

Di già? È una classica frase, un’esclamazione sotto forma di domanda, che esprime stupore, molto usata nelle risposte in cui non si aggiungono altre parole.

Sono già passati due anni lo sapevi

Di già?

Proprio così!

Non potete usare “di già” se continuate la frase, se cioè aggiungete altre parole. In questi casi la preposizione “di” se ne va e la parola “già” è sufficiente.

Sono già stato in Polonia.

Di già?

Sì, ci sono stato lo scorso anno.

Ci sono poi alcuni casi in cui potete usare o non usare la preposizione di. Inoltre non sempre si tratta di domande ma di semplici esamazioni:

Mi machi già. Mi manchi di già. Già mi manchi.

Non è corretto invece dire “di già mi manchi”.

Vediamo ormai: state entrando in un museo di Dallas, il museo dedicato a George w. Bush sono le 16:50 e vi rendete conto che ormai è tardi per andare a visitare il museo, che chiude tra 10 minuti, alle 17.

Facciamo in tempo a visitare il museo?

Prova a rispondere.

No, non facciamo in tempo ormai. Mancano solo 10 minuti alla chiusura.

Oppure:

Ormai è tardi per andare al museo.

Avete sicuramente notato che l’avverbio già ha molti più utilizzi di ormai.

Ammettiamo che stiate decidendo dove andare in vacanza:

È pronta la valigia dei bambini?

Sì, già fatta!

La valigia è già fatta, cioè è stata preparata di già. È una cosa che è già avvenuta.

Gli spazzolini da denti li hai presi tu vero?

Sì, me lo hai già chiesto prima, smemorato!

Me lo hai già chiesto prima: quindi il già ha a che fare con il prima, mentre ormai ha più a che fare col dopo.

Ah scusa, sono un pò addormentato, è già l’ora di un caffè

È già l’ora di/per un caffè: essendo stanco, è arrivato il momento di prendere un caffè, prima del previsto. Il desiderio del caffè è arrivato prima di quanto avessi previsto Ne ho già bisogno.

C’è un’offerta per andare in Belgio. Che ne dici, andiamo in vacanza in Belgio? O ci sei già andato?

Anche qui è chiaro che “ci sei già andato” si riferisce al passato, al prima.

In Belgio? Ormai è tardi per il Belgio. L’offerta è già scaduta

L’offerta è già scaduta Ormai è tardi. In questa frase si capisce bene la differenza tra già ed ormai.

È già scaduta, quindi è scaduta (si parla del passato). Ormai è tardi, quindi ancora una volta sto parlando di un’azione futura che non avverrà.

Notate che quando è tardi per fare qualcosa si dice normalmente “ormai è tardi” per evidenziare qualcosa che non si può più fare in futuro, ma si può dire anche “é già tardi” se vogliamo evidenziare anche che il tempo è passato velocemente: questo momento è arrivato prima del previsto.

Allo stesso modo, anche la frase l’offerta è già scaduta” può diventare “l’offerta è ormai scaduta”, o “ormai l’offerta è scaduta” per evidenziare che non si può più utilizzare questa offerta. L’attenzione quindi si sposta sul rimpianto per non aver prenotato prima..

Accidenti, l’offerta è ormai scaduta. Peccato!

Ci sono quindi dei casi in cui posso sostituire già con ormai è viceversa. Ma come si è cambia.

Ci sono anche alcuni casi in cui posso utilizzare insieme già ed ormai.

Se dico: “ormai è già tardi” voglio allo stesso tempo sottolineare che non c’è più nulla da fare (ormai) e che questo momento è arrivato velocemente prima del previsto (già).

Ci sono alcune modalità interessanti di usare “già” di cui voglio parlarvi.

Nella frase:

già m’immagino come andrà a finire

In questa frase “già” posso anche sostituirlo con “sin d’ora“. Stiamo pensando al futuro, stiamo immaginando il futuro e sto provando a fare una previsione. Sin d’ora, cioè già da questo momento, già oggi, già adesso. La frase “sin d’ora” è l’abbreviazione di “persino adesso

La potete usare in ogni circostanza simile.

Vi dico sin d’ora che prima o poi andrò in Polonia per visitare Versavia, Cracovia e Danzica.

Posso anche usare già:

Vi dico già da oggi che prima o poi andrò in Polonia per visitare Versavia, Cracovia e Danzica.

Potete fare questa sostituzione: (sin d’ora al posto di già da ora) quando parlate di un futuro indefinito, oppure magari state facendo una promessa o avete un desiderio che volete subito realizzare:

Ringrazio tutti sin d’ora per l’aiuto che mi avete dato.

Desidero sin d’ora ringraziarti per quello che hai fatto.

Un secondo uso particolare di “già” è quando si parla di una persona che nel passato (ed oggi non più) aveva una funzione o una qualifica. Ad esempio se sto parlando di Silvio Berlusconi, che in passato è stato presidente del consiglio dei ministri italiano, posso dire:

Silvio Berlusconi, già presidente del consiglio ha deciso di candidarsi nuovamente

Oppure:

Il già presidente del consiglio Berlusconi ha deciso di candidarsi nuovamente.

Il che significa:

Silvio Berlusconi, che in passato è già stato presidente del consiglio, ha deciso di ricandidarsi.

Usare “già” in questo modo dunque è un modo veloce di esprimere lo stesso concetto Ma si usa solamente per le cariche, le funzioni, le qualifiche:

Il già ministro Giovanni, il già presidente Giuseppe, la già direttrice Maria (di sesso femminile), oppure (se dite subito il nome potete togliere l’articolo) :

Giovanni, già ministro. Giuseppe,, già presidente Maria, già direttrice.

Un ultimo utilizzo di “già” non ha nulla a che fare col tempo.

Già, hai ragione.

È un modo per dare una conferma. È come dire: è vero, hai ragione, è proprio così.

Se io dico: certo che la carne Argentina è proprio buona vero?

Tu puoi rispondere:

Già, hai proprio ragione

Già, è proprio così.

È quindi una forma di assenso un modo per dire che sei d’accordo.

La prossima volta, prima di andare in vacanza in Belgio cerchiamo di imparare un po’ di inglese.

Già, hai proprio ragione.

Ci sono alcune parole o frasi particolari di cui volevo parlarvi:

Già che ci sei, già che ci siamo, gia che ci siete, eccetera.

Queste locuzioni si usano quando si vuole approfittare di un’occasione favorevole.

Ad esempio:

Già che sei in Argentina, salutami Marta se andrai a Buenos Aires.

Già che ci sei, portami anche del mate.

Quindi è come dire: visto che ti trovi in Argentina, considerato che sei in Argentina puoi approfittare per… Puoi cogliere l’occasione per…

Vai in Belgio in viaggio d’affari?) già che sei lì, visita la più antica città del Belgio che si chiama Tournai.

Già che sei lì, già che ci sei già che ti trovi li. Si può dire in moltu modi diversi ma in tutti i casi si tratta di un’occasione da non perdere.

Le due parole già è che possono anche formare una sola parola: giacché, con l’accento acuto sulla e.

Giacché ha lo stesso uso di già + che è si usa anche in qualche occasione in più.

Ad esempio:

mi chiedi se sono mai andato a Cracovia? Giacché me lo chiedi, ti rispondo che non ci sono mai stato, ma che spero di farlo in futuro.

Quindi giacché è come poiché, siccome, visto che. Un uso più ampio rispetto a già + che.

Allora spero di essere stato abbastanza chiaro. Un piccolo esercizio di ripetizione prima di terminare:

Già te ne vai?

Sì, è già tardi.

Forse è troppo tardi ormai.

Stiamo insieme da 5 anni ormai. È ora di sposarsi

Stiamo insieme già da 5 anni! Come corre il tempo!

Già che vai in vacanza in Belgio portami un pensierino da Bruges.

Finisce l’episodio e già che ci sono vi saluto tutti con affetto.

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00

Esprimere le conseguenze: causa ed effetto

Audio

E’ possibile scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto. E’ possibile ordinare anche la versione cartacea.

Audiolibro copertina completa cartacea

Trascrizione

Buongiorno e benvenuti a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, oggi vediamo un argomento molto interessante: come esprimere le conseguenze.

Cosa significa esprimere le conseguenze? Vi chiederete voi.

Quello che voglio dire è che ogni volta che si fa una affermazione che porta a delle conseguenze, dobbiamo trovare il modo più appropriato per dirlo.

Ad esempio:

Io sono un essere umano, perciò ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

conseguenze_immagine

“Io sono un essere umano” è la prima parte della frase, “ho bisogno di mangiare e bere per vivere” è la seconda parte della frase.

La parola perciò, che tecnicamente è una congiunzione, serve appunto a congiungere, cioè ad unire, le due parti della frase.

In mezzo quindi c’è la congiunzione “perciò“. A cosa serve “perciò”? Serve a congiungere le due parti, serve a congiungere la causa con l’effetto.

La causa è la prima parte: “io sono un essere umano” e l’effetto, cioè la conseguenza della causa è espresso nella seconda parte “ho bisogno di mangiare e bere per vivere”.

Questo è solo un esempio di quello che si chiamano anche “connettivi conclusivi“.

I “connettivi conclusivi” sono delle parole che introducono la conclusione di un discorso o la conferma di una tesi appena presentata.

Ci sono comunque anche altri tipologie di connettivi, che affronteremo in altri episodi.

Dunque quali sono questi connettivi conclusivi?

Abbiamo già visto “perciò” che si ottiene dalle due parole “per” e “ciò” cioè “”, “per questo motivo”.

Dire perciò equivale a dire “per questo motivo“. Molto semplice da comprendere.

In questo modo infatti esprimiamo le conseguenze di quello che abbiamo appena detto:

io sono un essere umano, perciò (per questo motivo) ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

Ma non esiste solamente questa parola. Posso anche utilizzare “quindi”.

Sono arrivato molto presto in ufficio, quindi ho preso un caffè.

Attenzione però perché “quindi” è anche avverbio. Tra le altre cose posso usare “quindi” anche al posto di “cioè”, con l’obiettivo di spiegare meglio qualcosa, non come conseguenza ma per meglio chiarire un concetto.

In questo caso parliamo di “quindi” inteso come “perciò”. Sono entrambi modi utilizzatissimi per esprimere delle conseguenze, e sicuramente “perciò” è più adatto rispetto a “quindi”.

Visto che stiamo parlando di conseguenze, posso usare anche le due parole “di conseguenza“, meno informale ma sicuramente ugualmente molto usato da tutti in ogni circostanza:

Oggi vado a Roma, di conseguenza non sono a casa

Quando usiamo “di conseguenza” vogliamo ancora di più esprimere un risultato. Lo diciamo pertanto quando vogliamo essere sicuri che chi ascolta riceva il messaggio: lo usiamo per essere più convincenti.

Un altro modo è dire semplicemente “in conclusione” o anche “concludendo“, ad esempio:

Dopo aver fatto una riunione di lavoro potete dire: concludendo, il prossimo appuntamento è domani alla stessa ora.

Avete sicuramente notato che non è proprio come dire “perciò” o “quindi”. Concludendo (e anche “in conclusione”) è più conclusivo, serve più a fare una conclusione generale, non per esprimere una semplice conseguenza.

Se dico: piove, quindi prendo l’ombrello, non posso dire: piove, concludendo, prendo l’ombrello.

Posso però dire:

Sta piovendo, c’è molto vento e stamattina devo fare parecchi giri. In conclusione è meglio che esca con l’ombrello.

Devo dire però che la formula “in conclusione” o concludendo è più usata in occasioni formali, tipo riunioni, conferenze, meeting.

Vediamo adesso il verbo “considerare”. Considerare significa prendere atto di qualcosa, tenere in considerazione qualcosa, e questo qualcosa è la causa. Poi ovviamente devo dire anche l’effetto.

Ad esempio:

Considerando che ho molta fame, vado a mangiare.

La parola “Considerando” va inserito preferibilmente all’inizio della frase e non al centro, come “perciò” e “quindi”.

Potrei dire:

Ho molta fame, perciò vado a mangiare.

Ho molta fame quindi vado a mangiare.

Non potete mettere considerando al centro, tra la causa e l’effetto. Anzi, lo potete fare ma cambiando un po’ la frase.

Però attenzione:

Ho molta fame, e considerando questo, vado a mangiare.

Ho dovuto un po’ cambiare la frase per poterlo inserire al centro.

Posso anche dire:

Vado a mangiare considerato che ho molta fame.

In questo caso ho messo la causa alla fine e l’effetto all’inizio.

Anche la parola “Siccome” è interessante. Siccome è sempre usato come congiunzione, ed è equivalente a “considerando che”. Siccome non ha bisogno di altre parole per poter introdurre una causa.

Siccome ho molta fame, vado a mangiare

Siccome sono stanco, vado a riposare.

Siccome l’italiano è molto diverso dall’arabo, per me non è facile imparare la lingua araba.

La congiunzione siccome deve per forza essere messa all’inizio della frase. Non la posso mettere al centro o alla fine. Non c’è niente da fare in questo caso. Siccome precede la causa, ed alla fine va messo l’effetto.

Siccome è molto usato, ma è più colloquiale di altre congiunzioni equivalenti, come “poiché” e “giacché”.

Poiché sono stanco, vado a riposare.

Giacché ho molta fame, vado a mangiare.

“Poiché” è molto simile a “siccome” ed a “Giacché”. Tutte e tre le congiunzioni si usano allo stesso modo: congiunzione, causa, effetto.

Sono parole che servono a mettere in rilievo più una conseguenza che una causa.

Poiché mi hai stancato, me ne vado!

La cosa che voglio sottolineare è che me ne sto andando. Lo stesso avviene con “giacché”, che è una sola parola ma spesso si vede usare staccando le due parole:

Già che sei in piedi, passami un bicchiere. Ma nessuno mi impedisce di unire le parole, ed anche all’udito la parola è unita.

Comunque tranquilli perché è la stessa cosa. Giacché = già che.

Notate poi che “poiché”, che serve a sottolineare la conseguenza, cioè l’effetto, riesce a sottolineare l’effetto in quanto l’effetto viene alla fine: poiché ho fame, vado a mangiare.

Quando voglio sottolineare la causa invece, allora poiché non è adatto. In questo caso devo dire la causa alla fine della frase, allora meglio usare “perché” al suo posto.

Vado a mangiare perché ho fame. Poiché ho fame, vado a mangiare.

Vado a casa perché ho sonno. Poiché ho sonno, vado a casa,

Ti do un bacio perché ne ho voglia. Poiché ne ho voglia, ti do un bacio.

Quindi poiché va messo all’inizio della frase, analogamente a giacché, poi la causa, infine l’effetto.

Invece perché si inserisce al centro, tra l’effetto e la causa.

Capisco bene che pensare a queste regole può far venire il mal di testa.

Ho una buona notizia per voi: potete dimenticare tutto se non dovete fare un esame di grammatica.

Se il vostro obiettivo è imparare a comunicare meglio ascoltare degli esempi e provare a costruirne di altri, senza pensare alla regole.

Una osservazione interessante:

Posso evitare di congiungere le due parti della frase? Posso evitare di inserire un connettivo conclusivo? Posso evitare di congiungere la causa con l’effetto?

Posso farlo utilizzando, all’inizio della frase, la forma al gerundio del verbo.

Vediamo un esempio e capirete immediatamente:

Vediamo la frase:

Ho fame quindi mangio un panino.

Come posso fare per non dire la parola “quindi”?

Posso usare, al posto di “ho fame”, “avendo fame”.

Avendo fame, mangio un panino.

Questo è un piccolo trucco sempre valido.

Avendo voglia di baciarti, ti do un bacio.

La frase è del tutto equivalente a:

Siccome ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Considerato che ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Poiché ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

– Ti do un bacio perché ho voglia di baciarti;

– Ho voglia di baciarti, perciò ti do un bacio

Queste frasi sono tutte equivalenti, quello che cambia è la cosa che voglio sottolineare e il contesto di riferimento.

Non finisce qui però. Due modi interessante e curiosi per esprimere una conseguenza sono: “indi per cui” e “ragion per cui

Vediamo prima “Indi per cui”. La parola “Indi” è simile a quindi. Nel parlato può capitare di ascoltare questo “pleonasmo”, dove pleonasmo è una parola che indica qualcosa di non necessario.

Qual è la parola non necessaria? Il pleonasmo è “indi” e un professore di italiano direbbe che non si deve usare “indi per cui” ma bisognerebbe dire semplicemente “per cui”.

Ho voglia di baciarti, per cui ti do un bacio. “Indi per cui” può capitare di ascoltarlo in frasi ironiche più che altro, e comunque meglio non scriverlo.

“Ragion per cui” è assolutamente analogo a “per cui” e anche “ragion per cui” si usa in contesti ironici come “indi per cui”. Probabilmente i professori di italiano sono disposti a tollerare “ragion per cui” anche se a dire il vero anche “ragion” è qualcosa di cui possiamo fare a meno. Anche “ragion” è un pleonasmo.

Il fatto è che spesso si usa dividere le due parti, la causa con l’effetto, facendo una pausa, e questo è il motivo di usare “ragion per cui” o “indi per cui” o anche “per cui”. Lo faccio per evidenziare quello che viene dopo, cioè la conseguenza.

Potrei dire semplicemente:

Ho fame è la ragione per cui io vado a mangiare.

In questo caso non ci sono pause, e la parola “ragione” ha persino l’articolo: “la ragione”. Ma in questo caso sto evidenziando la causa: la fame è la ragione!

Se invece qualcuno mi chiede: dove stai andando?

Ho fame, ragion per cui vado a mangiare. (ragion va senza articolo, ragione invece va con l’articolo: la ragione).

In questo modo evidenzio di più la conseguenza ma sto anche usando un tono forte, quasi sgarbato, quasi scortese. C’è una sottile ironia che emerge, ma dipende anche dal tono che viene usato.

Se non volete passare per maleducati meglio dire: vado a mangiare, ho fame.

In questo modo evitate proprio di unire la causa con l’effetto. In fondo non c’è bisogno nel linguaggio parlato.

Ci sono vari modalità per sottolineare una parte della frase. Il tono è una di queste e ciò che dite alla fine solitamente è la cosa da sottolineare, poi se usate più parole insieme anziché una sola, come “ragion per cui”, “indi per cui”, “e questo è il motivo per cui”, “considerando che”, anche questo è un modo per sottolineare qualcosa.

Visto che parliamo di sottolineare, vediamo due parole che servono a sottolineare, anche se usate da sole, la conclusione: le parole sono “sicché” e “pertanto”. Sono due congiunzioni che si usano quando dobbiamo concludere.

Posso usare “sicché” e “pertanto” al centro, fra la causa e l’effetto, proprio come perciò, quindi e giacché.

Ma Sicché si usa prevalentemente all’inizio e alla forma orale.

Sicché, cosa hai deciso?

Sicché sta all’inizio della frase quindi. Si vuole evidenziare una conclusione, un effetto:

Sicché, come è andata a finire? L’uso di sicché lascia pensare ad una causa oppure ad una serie di eventi che sono accaduti nel passato che però hanno meno importanza. È più importante l’effetto che la causa.

È un po’ come dire: allora? Com’è andata poi?

La conclusione è ciò che interessa.

Sicché, verrai o no?

Sto facendo una domanda, a me interessa se verrai, non quello che c’è stato prima. La domanda infatti lascia pensare che qualcosa sia successo. Se si fa la domanda con “sicché” però interessa sapere solo la conseguenza.

A volte però si usa “sicché” non per evidenziare una conseguenza, ma per chiedere una conferma.

Conosco già un fatto accaduto, ma voglio chiedere se veramente è successo, una conferma appunto.

Esempio:

Sicché poi alla fine hai deciso di non venire in vacanza con noi? Come mai?

Sicché ti sei lasciato con Maria?

È come dire: è vero che ti sei lasciato con Maria? Mi dai conferma?

Passiamo a “Pertanto” che è simile a “sicché”, ma pertanto si usa molto di più al centro. È molto più simile a perciò e quindi.

È una forma più gentile di “per cui”. Del tutto equivalente ma un po’ più neutra e più adatta alla forma scritta.

Troverete articoli giornalistici che dicono:

Amazon è un operatore postale, pertanto deve rispettare la normativa

Mio figlio non è maggiorenne, pertanto non può aprire un account su facebook.

Io invece sono maggiorenne, pertanto posso farlo.

Trump è un uomo ricco, pertanto può acquistare una macchina costosa.

Le ultime due parole sono “cosicché” e “dunque”.

Cominciamo da dunque. Dunque è una congiunzione molto adatta per fare una conclusione, quindi sottolinea l’effetto, analogamente a “pertanto” e “sicché”, quindi si trova spesso in mezzo alla frase, tra causa ed effetto, ma è una congiunzione più neutra, adatta sia allo scritto che all’orale ma più all’orale.

Non è ironica come può esserlo “sicché” a volte. Tra l’altro “sicché” è più usata in alcune zone d’Italia come la Toscana; in altre regioni “dunque” è più usata, e sempre adatta a dei discorsi dal tono pacato.

Molto usata dai politici e anche dai giornalistigiornalist

per giungere a delle conclusioni. È una parola però più eclettica, usata anche da sola spesso:

Dunque? In Tal caso equivale a “Allora?” e a “Insomma”? Ed è usato come avverbio.

Allora, ti decidi dunque? Anche come avverbio però serve a concludere.

Esiste anche la frase “venire al dunque” che è una espressione che sottolinea la necessità di una conclusione. Venire al dunque infatti significa concludere, senza tergiversare, senza perdere tempo.

Si usa in molte circostanze diverse:

Ho sbagliato, dunque devo pagare. Qui la uso al centro, tra la causa e l’effetto, però voglio sempre sottolineare l’effetto, la conseguenza.

Insomma avete capito che ci sono moltissimi modi per esprimere delle conseguenze. Non c’è un modo da preferire ed uno da scartare. Dipende come abbiamo visto da quello che riteniamo sia più importante nella frase.

Questo significa comunicare in fondo. Con Italiano Semplicemente abbiamo sempre detto che la cosa che conta è comunicare, e comunicare significa far passare un messaggio, fatto di parole, di ordine e di tono.

Vediamo con “cosicché” e “visto che

Ovviamente è una congiunzione anche “cosicché”, che volendo può anche essere divisa in due parti: “così che” (due parole) che è come dire: “di modo che”, “in modo che”, “in modo tale che

Si usa più spesso come parola unica, tutta attaccata, e si usa per sottolineare una conseguenza conclusiva, ma non esattamente come causa ed effetto, direi più per spiegare che una cosa ne permette un’altra. La causa diventa in questo caso un requisito, una necessità affiché possa verificarsi la conseguenza.

Ad esempio:

Preparati cosicché sarai pronto per uscire quando ti chiamo. Quindi in questo caso ho detto che tu ti devi preparare per uscire, quindi devi vestirti eccetera, in modo tale che, quando io ti chiamerò, sarai già pronto e non dovrai perdere altro tempo. La preparazione serve a non perdere tempo, non si tratta di una vera causa, come nella frase: “ho fame, perciò mangio”.

Posso usare “cosicché” anche in questo modo ma è poco adatto. La stessa parola, che contiene “così” e “che” fa chiaramente capire che il senso è “in modo che”, “in questo modo”.

– Devo mettere l’antifurto in casa, cosicché i ladri abbiano la vita difficile;

– Mangia lentamente, cosicché potrai digerire più facilmente.

Vedete quindi che non è esattamente una cosa che ne causa un’altra, ma è una cosa che ne permette un’altra. La prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda:

– ascolta più volte questo episodio cosicché ricorderai più facilmente.

“Visto che” non posso invece usarlo nello stesso modo. Infatti “visto che” equivale a “considerato che” e “considerando che”, quindi devo dire prima la causa e poi l’effetto:

visto che sei molto carina, ti faccio una foto;

visto che conosci bene l’italiano, aiutami a fare questo esercizio;

Vale la pena inoltre soffermarci sulla parola “ciò”, con l’accento sulla “o” (accento grave) che significa “questo” e anche “quello”.

Pertanto dire “considerato ciò” è la stessa cosa che dire “considerato questo”.

Inoltre la frase “ragion per cui” può anche diventare “in ragione di questo” e “in ragione di ciò”.

La parola “ciò” è anche la fine di “perciò”, quindi si capisce facilmente come “perciò” sia esattamente come “per questo” e “per questo motivo”.

La parola “ciò” è poi usata spesso in contesti formali. Un esempio è la stessa frase “in ragione di ciò”, che si usa quando vogliamo sottolineare le buone ragioni che hanno determinato una conseguenza.

Troverete molti articoli su internet in cui si parla di giustizia, di decisioni importanti in generale, in cui si usa questa espressione.

Ancora più formale è l’espressione “quanto sopra premesso”. Questa è una frase che si usa esclusivamente nella forma scritta, e si usa nelle comunicazioni ufficiali, per dimostrare una tesi, per associare dei fatti tra loro. È una frase che serve a concludere quindi, una volta che abbiamo detto una serie di cose. “quando sopra” vuol dire “quello che è stato appena scritto”, “sopra” nel senso di posizione nel foglio in cui si legge. Sopra è come dire “prima”. Sopra c’è la causa, dopo ci sarà l’effetto.

Le comunicazioni che contengono questa frase sono solitamente molto formali. Sono usate dagli avvocati, dai giudici e nelle comunicazioni tra istituzioni e famiglie.

Esempio: se devo scrivere al comune di Roma per chiedere uno spazio dedicato al benessere dei cani, posso fare una lista di motivazioni, una serie di problemi che derivano dalla mancanza di uno spazio di questo tipo ed alla fine dire:

Per tutto quanto sopra premesso (cioè per tutte queste ragioni) si chiede al Sindaco di Roma di impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per individuare uno spazio adeguato per i cani”.

La parola “premesso” indica una “premessa” ed è il participio passato del verbo “premettere”. Premettere significa “mettere prima”, cioè “dire all’inizio”. Ed infatti la premessa si fa all’inizio. Quando si fa una premessa è sempre al fine di dimostrare qualcosa, quindi c’è sempre una causa ed una conseguenza della causa.

Terminiamo questo episodio con “grazie a” (o “per merito di”) e “per colpa di” (o a causa di) che sono due modalità che servono ugualmente ad esprimere una conseguenza, ma stavolta vogliamo sottolineare il merito oppure la colpa.

Ad esempio:

– E’ grazie a te che ora sono più tranquillo. È merito tuo che ora sono più tranquillo.

Evidentemente si vuole sottolineare un merito. Avreste potuto dire:

– Tu sei con me, perciò ora sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo poiché ora sei con me;

Visto che ora sei con me, sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo in quanto ora sei con me;

In quanto” è assolutamente equivalente a “poiché”: dove usiamo poiché possiamo sostituirlo con “in quanto”. Nessun problema.

“In quanto” però si usa anche in altri modo: ad esempio si usa al posto di “relativamente a”, che non c’entra nulla con le conseguenze. Oppure si usa nell’espressione “in quanto tale”.

Quando lo usiamo al posto di “poiché” ha lo stesso significato, solo che è un pochino meno informale. Non voglio dire formalissimo ma comunque diciamo un po’ meno adatto alle conversazioni familiari o tra amici.

per colpa di” è analogo a “grazie a” ma serve ovviamente per sottolineare una colpa:

– è per colpa tua che mi sono fatto male;

è causa tua che mi sono fatto male;

– mi sono fatto male per causa tua (per colpa tua);

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea, gli americani un po’ meno per colpa della loro scarsa educazione alimentare”.

Prima solitamente, sia nel merito che nella colpa, si mette l’effetto e poi la causa:

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea.

Questa è la frase costruita nel modo classico:

Se inverto e metto prima l’effetto posso usare “se” oppure “che”;

grazie alla dieta mediterranea gli italiani sono in salute;

E’ grazie alla dieta mediterranea se (che) gli italiani sono in salute;

Analogamente con le colpe:

– Gli americani mangiano male (effetto) per colpa della loro scarsa educazione alimentare (causa);

oppure:

a colpa (o per colpa) della loro scarsa educazione alimentare gli americani non si nutrono bene;

è colpa della loro scarsa educazione alimentare se (che) gli americani non si nutrono bene.

Terminiamo questo episodio con “ergo”. Un termine molto particolare questo.

Ergo significa pertanto, ma si usa molto raramente. Quando si usa solitamente chi parla si vuole generalmente dare “un tono”, è un modo un po’ strano ma qualche volta può capitare si sentirlo.

Molto famosa è la frase “Cogito ergo sum”, una frase che significa letteralmente “penso dunque sono”, che è una frase con cui Cartesio, un filosofo e matematico francese, esprime la certezza che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante. L’uomo pensa e quindi è. La consapevolezza dell’uomo di essere, deriva dal fatto che lui è un soggetto pensante. Il pensiero è la causa, l’esistenza dell’uomo è la conseguenza.

Quindi, capite che chi usa questa parola si sente una persona importante. Io personalmente non la amo molto come parola. Spesso si usa con un significato simile a “vale a dire”, “cioè”, ma sempre come causa-effetto:

Se andate su internet troverete inoltre molti esempi giornalistici di causa ed effetto:

– L’imputato è stato assolto, ergo, è innocente

Per concludere l’episodio posso dire:

– ora avete capito come esprimere le conseguenze, ergo, potete fare degli esempi e ripetere l’ascolto per ricordare meglio.

Vi ringrazio della pazienza che avete avuto per arrivare fino alla fine, ora vi saluto tutti ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie a tutti i donatori che sostengono il nostro progetto di aiutare gli stranieri ad imparare la lingua italiana.

Ciao

Donazione personale per italiano semplicemente

Se hai gradito questo episodio puoi aiutare Italiano Semplicemente con una donazione personale. Le donazioni sono utilizzate solamente per sviluppare il sito ed aiutare un maggior numero di persone nell’apprendimento dell’Italiano. Grazie. Giovanni

€10,00