Il mate (ripassiamo 30 espressioni idiomatiche)

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Trascrizioni

Giovanni: Buon giorno ragazzi.

Nell’episodio di oggi ripassiamo qualche espressione italiana e lo facciamo parlando del MATE, una tipica bevanda argentina. È molto diffusa anche in Paraguay, in Uruguay e in Brasile.

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Questo episodio è un modo per ringraziare tutte le persone argentine che hanno fatto una donazione a favore di italiano semplicemente. Non sarò solo oggi a parlare. Ho una sorpresa per voi. Mi farà compagnia un argentino, un vero argentino, Javier. Lui meglio di me potrà pronunciare le parole più tecniche.

Di tanto in tanto io e Javier in questa puntata di italiano semplicemente utilizzeremo una espressione tipica italiana (lo faremo 30 volte) e inserirò ogni volta un collegamento ipertestuale (cioè un link) nell’articolo per chi abbia voglia di leggere o ascoltare la spiegazione delle singole espressioni.

Inoltre vedremo alcuni termini e verbi molto particolari.

E lo faremo finché non sarete stanchi, finché non starete alla frutta. Questa è la prima delle trenta espressioni che ripassiamo oggi. Le riconoscete per via del link nella trascrizione.

Il mate dunque è una tradizionale bevanda argentina. Si tratta di un infuso. Un infuso è appunto una bevanda, e significa versato sopra, versato dentro o immerso in un liquido. Anche il tè e la camomilla sono due infusi ed esempio, i più diffusi in Italia.

Il mate fa parte quindi della tradizione argentina. Ma perché si chiama così?

Curioso che la più diffusa tradizionale bevanda argentina abbia un nome che in spagnolo significhi compagno. Forse perché il rituale del mate crea il clima perfetto per lunghe conversazioni e anche se soli questo è un buon compagno per le persone che vogliono semplicemente pensare o ingannare semplicemente il tempo.

Se devi stare a casa da solo tanto vale stare bene. Ho saputo che in America del sud le persone sono mediamente più felici che altrove nel mondo. Forse è merito anche del MATE.

Vediamo un po’ la preparazione: È una bevanda che si fa con le foglie secche e sminuzzate della pianta Yerba Mate, un arbusto.

Sminuzzare significa tagliare in pezzi molto piccoli, in pezzi minuti, cioè piccoli. Si comincia a tagliare e a furia di tagliare le foglie alla fine diventano quasi una polvere. Ho detto pezzi minuti. Questo aggettivo è particolare perché si usa anche per le persone, quando si descrive una persona minuta, cioè piccola, ma non bassa, piuttosto dalla piccola corporatura. Ma le cose che possono essere sminuzzate sono normalmente le erbe e le cose che si usano in cucina.

Allora come si prepara questa bevanda? Per prima cosa si raccolgono le foglie della pianta che poi vengono fatte essiccare per molte ore. In questo modo diventando foglie secche.

Essiccare significa proprio far diventare secche e il fenomeno si chiama essiccazione.

Poi le foglie secche vengono spezzettate in modo tale che possano essere utilizzate facilmente per preparare l’infuso.

Infine queste foglie, sminuzzate cioè spezzettate, si sottopongono ad una lieve torrefazione che le rende maggiormente aromatiche.

La torrefazione, anche detta tostatura è un processo di arrostimento, che sottopone qualcosa, come delle foglie, ad elevata temperatura, in maniera tale da disidratarle, cioè togliere l’acqua. Potremmo dire asciugare le foglie fino all’essiccatura.

La torrefazione è un processo utilizzato anche per la preparazione del tabacco (in quei caso si fa per diminuirne il contenuto di nicotina).

Preparare la yerba mate nella gran parte delle case argentine è un vero e proprio rito, un po’ come da noi in Italia preparare il caffè. Un momento di piacere da trascorrere in compagnia. Cosa meglio del MATE come compagno? Il nome parla da solo in effetti.

Javier: La Yerba si usa, cioè si beve in due modi diversi. Possiamo quindi optare per due diverse possibilità di preparazione:

1) Mettere le foglie secche (1 cucchiaio per ogni tazza) in un contenitore e lasciare le foglie secche in infusione per alcuni minuti in acqua bollente. Lasciare in infusione significa lasciare immerse nell’acqua, in modo che l’acqua si impregni del sapore delle foglie. Poi si deve fíltrare (lo stesso procedimento che si usa per fare il tè). Si usa ovviamente un filtro. E questo è il modo di preparare il “Mate Cocido”.

2) La yerba mate si mette in un apposito contenitore chiamato “mate”, come la bevanda. C’è una cannuccia apposita chiamata bombilla dalla quale sorseggiare con calma la bevanda calda senza necessità prima di filtrarla. Sorseggiare significa bere un sorso alla volta, e sorseggiare si usa per indicare il piacere che si prova quando si assapora qualcosa. Infatti quando non si vuole sentire il sapore di una bevanda perché ad esempio non ci piace allora o non la beviamo, oppure la beviamo molto velocemente, senza sorseggiarla, senza assaporarla quindi.

Questa seconda modalità di preparazione é la forma piu utilizzata ed é il mate propriamente detto.

La Yerba mate ha un sapore amaro e un odore molto caratteristico. Il suo gusto è accostabile a un piatto dolce, tanto quanto ad uno salato.

Il suo gusto è accostabile, cioè si accosta bene, si sposa bene sia con piatti dolci che salati.

Giovanni: Evidentemente non c’è quindi un piatto ideale, un piatto per cui possiamo dire che è la morte sua, che si sposa cioè perfettamente con il mate.
Si dice che questa bevanda abbia enormi benefici energetici e stimolanti. Javier che ne pensi? Cosa serve per fare la Yerba Mate?

Javier: Per la preparazione del mate bisogna avere a disposizione:
• un mate, come abbiamo detto prima, ovvero un apposito recipiente realizzato con una zucca, oppure può essere di metallo, di ceramica o di legno, ed il mate viene usato sia per preparare l’infuso, sia per berlo. Quando si compra un mate nuovo è necessario che venga “curato“, o “trattato” prima di essere utilizzato onde evitare odori indesiderati della bevanda.

Per curare il mate bisogna riempirlo di erba, versarvi acqua calda e lasciarlo in infusione per una intera giornata. Il giorno successivo si svuota il mate e si ripete il procedimento; la stessa cosa va fatta molti giorni, meglio se per una settimana di fila. In questo modo il mate si impregna del sapore dell’erba ed elimina sapori estranei.

Il mate si impregna cioè assorbe il sapore dell’erba e quindi prende il suo sapore.

• un altro elemento necessario è poi la “bombilla”, cioè si è detto una specie di cannuccia di metallo che da un lato ha l’imboccatura, (dal lato che va in bocca) e dal lato opposto c’è un filtro per impedire alle foglie di erba mate di entrare nella cannuccia stessa.

Il filtro può essere costituito semplicemente da una chiusura bucherellata, cioè piena di buchi, di piccoli buchi. Notate che una cosa bucata ha un solo buco, ragion per cui se una cosa ha invece molti piccoli buchi si dice che è bucherellata e non bucata.

• ovviamente abbiamo bisogno dell’yerba mate può essere preparata “con palo” (con il picciolo) o “sin palo” (senza picciolo). Il picciolo è la parte della pianta che unisce la foglia alla pianta stessa. Esiste anche il picciolo della mela, della pera, delle ciliegie e in generale per la frutta. Ma evidentemente possiamo parlare anche del picciolo per le foglie.

Ebbene, l’erba con palo ha un sapore più deciso e più amaro; l’erba sin palo ha un sapore invece più morbido. Evidentemente questo picciolo ha un sapore amaro.

• serve anche un recipiente dove scaldare l’acqua, cioé quella che in Argentina ai chiama la “Pava”. (In Italia useremmo una banale pentola).

•poi si usa anche un contenitore termico, per mantenere calda l’infuso per tutta la durata della mateada (cioè la bevuta del mate).

Una curiosità, esiste il verbo “Cevar”. “Cevar Mate

Cebar mate è l’espressione tipica che significa “preparare il mate e servirlo”; si tratta di un vero e proprio rito, una tradizione ed è una procedura guidata dal cebador.
Dopo essere stato riempito d’erba, il mate viene tappato con la mano. Si mette la mano sopra quindi e poi viene agitato il mate e capovolto, a testa in giù. In questo modo sul palmo della mano con cui viene tappato si deposita della polvere che va eliminata. Questa è una cosa molto interessante.

Poi vi viene versata sopra l’acqua calda, ma attenzione perché l’acqua non deve mai bollire. L’acqua va versata poi sempre nello stesso punto, in modo da inumidire solo una parte delle foglie di mate e lasciarne asciutta un’altra parte.

Nel punto in cui si è versata l’acqua si inserisce la bombilla, che non andrà mai spostata in seguito.

Giovanni: Bene, un procedimento non troppo facile mi sembra. Io mi incasinerei facilmente. E comunque meglio spiegare tutte le istruzioni attentamente, non sia mai alcuni argentini si lamentino per come abbiamo spiegato la preparazione. Cercherò di farlo senza meno.  Con l’aiuto di Javier.

Javier: Il cebador comunque beve per primo il mate, aspirando l’infuso con la bombilla fino ad esaurirlo e provocare anche il tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido aspirato.

Giovanni: Evidentemente questo non è giudicato come sbagliato, non rappresenta una cosa che non si fa perché è maleducazione. In Italia infatti sin da piccoli ci insegnano che fare rumore succhiando con la cannuccia è una cosa che non va fatta perché è indice di maleducazione. Ma del resto ogni paese ha la sua cultura, bisogna prenderne atto senza giudicare.

Javier: A questo punto, una volta che il cebador ha bevuto si aggiunge altra acqua e il cebador passa il mate a chi è seduto alla sua sinistra che lo beve a sua volta fino in fondo e lo restuisce al cebador, che aggiunge altra acqua e lo passa al secondo invitato, poi al terzo, e cosí via.
Si continua così facendo circolare il mate anche per ore.

Le foglie inizialmente lasciate asciutte sono una specie di riserva: quando le prime foglie sono ormai esaurite, si bagnano le seconde per continuare la mateada e il cebador potrà anche spostare la bombilla nel nuovo punto di infusione. Alla fine la yerba mate sarà interamente sfruttata: si tratta ormai di mate lavado (“cioè di mate lavato, slavato”).

Giovanni: ma il mate è amaro o dolce Javier?

Javier: Il mate si puo bere sia amaro che dolce, aggiungendo ovviamente zucchero all’acqua o direttamente nel recipiente.

Giovanni: ah ottimo!

Grazie Javier di aver soddisfatto questa mia curiosità. Javier è un membro dell’associazione italiano semplicemente e solo grazie a lui è stato possibile realizzare questa puntata speciale. Avete sentito che Javier parla molto bene l’italiano.

Adesso però la mia curiosità è aumentata e dovrò chiedere assolutamente a qualche argentino di farmi assaggiare questo mate. Lo farò non appena me ne capiterà uno a tiro. Javier se n’è già andato purtroppo!

Tra l’altro mi é venuto un desiderio esagerato anche di prepararlo oltre che di assaggiarlo!

Ci proverò a cercare qualcuno che me lo faccia assaggiare, almeno. Tentar non nuoce. Male che va proverò a prepararlo da solo acquistando il mate personalmente sperando che il prodotto finale non lasci a desiderare. Al che io diventerò molto triste, in questo caso, e la qualità degli episodi di italiano semplicemente peggiorerà di conseguenza, con buona pace dei visitatori stranieri che vogliono imparare l’italiano. Ed allora, a quel punto, qualcuno forse mi regalerà il mate di migliore qualità. Speriamo!

Forse qualcuno mi dirà che ci vuole una certa faccia di bronzo per chiedere dei regali, ma questo era l’unico modo di usare questa espressione. Comunque stavo scherzando, infatti credo che assaggerò il mate quando andrò in Argentina un giorno: Vuoi mettere? Sarà tutta un’altra emozione.

Bene, siamo al capolinea di questo episodio. Spero vi sia risultato utile.

Almeno ora, voi come me, conoscete vita, morte e miracoli del MATE.

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Prendere atto

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Trascrizione

Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com, un sito dove potete imparare l’italiano, e soprattutto dove potete imparare a comunicare e parlare in italiano. Cerchiamo di farlo nel modo meno noioso possibile, evitando spiegazioni complicate.

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Oggi voglio spiegarvi una espressione che gli stranieri non usano mai, ma che vi risulterà molto utile.

L’espressione è “prendere atto

Non si tratta, vi dico subito, di una espressione di tutti i giorni, di quelle che gli italiani usano quotidianamente, ma piuttosto di una espressione molto usata al lavoro, soprattutto allo scritto. Ovviamente stiamo parlando di lavori in cui si fanno comunicazioni in forma scritta e con un certo livello di formalità.

L’espressione in molte famiglie si usa anche al di fuori dell’ufficio, ma questo non avviene in tutte le famiglie italiane; diciamo solo in quelle più istruite.

Ma passiamo subito alla spiegazione. “Prendere atto” contiene innanzitutto il verbo prendere. Si tratta di un verbo usato da tutti, anche dagli stranieri. E’ un verbo molto usato perché prendere significa afferrare, quindi per prendere un oggetto basta allungare una mano e afferrare un oggetto. Se ti dico: “Prendi questa mela!” tu puoi allungare la mano verso di me e prendere, afferrare la mela. Semplice quindi.

Ma prendere è un verbo molto usato anche in moltissime espressioni idiomatiche e anche molto usato per costruire tantissime frasi dove non si usa il verbo nel modo che abbiam visto prima, per afferrare gli oggetti.

Possiamo infatti prendere anche cose immateriali, che non si toccano. Posso “prendere in considerazione” qualcosa, ad esempio, cioè semplicemente “considerare”, “tenere in considerazione” qualcosa. Tra l’altro questa frase ha un significato molto simile a prendere atto di qualcosa.

Posso prendere un autobus, cioè salire su un autobus, come anche un treno, un taxi, una bicicletta eccetera.

Posso “prendere una decisione”, dove si usa il verbo prendere nel senso di assumere una decisione, decidere cosa fare, risolvere una situazione di incertezza.

Posso “premdere in giro” qualcuno, cioè ridere di qualcuno, fare delle battute su di lui, posso “prendere coscienza”, che significa svegliarsi, oppure risvegliarmi da una situazione di incoscienza. Il verbo prendere quindi si usa in una moltitudine di occasioni diverse: quando si prende qualcosa con le mani, oppure quando si fa proprio qualcosa, come una decisione appunto, oppure in senso figurato e con un senso molto diverso dal significato proprio del verbo. A volte si fatica molto a capire il motivo per cui si usa questo verbo, come prender in giro, “prendere alla larga” un argomento eccetera. In realtà non si deve molto riflettere sul motivo per cui usiamo questo verbo, perché gli italiani non lo fanno, ed io adesso sto cercando di spiegarvi qualcosa sulla quale non ho mai realmente riflettuto. Bisogna semplicemente fare l’abitudine ad usare certe espressioni, e col tempo diventerà naturale.

Nel caso della frase di oggi abbiamo “prendere atto”. Che significa “considerare come un dato acquisito”, oppure “tener conto al fine di prendere delle decisioni”. Non è facile sostituire “prendere atto” con un’altra frase di identico significato.

Prendere atto ha un significato preciso: se tu sei la mia fidanzata ed io ti dico ad esempio:

Il nostro rapporto è finito. Devi prendere atto di questo e cercare un’altra persona

Ti voglio dire che devi prendere atto di quello che ti ho detto, devi cioè considerare quello che ti ho detto come una realtà da accettare, cosicché le tue decisioni future non possano prescindere da questo (vedi anche farsene una ragione).

Prendere atto di qualcosa implica che da ora in poi bisogna sempre pensare a questo e capire che non c’è più nulla da fare per cambiare le cose. Possiamo solo prendere le nostre decisioni future considerando questo fatto, questa cosa di cui stiamo prendendo atto, come un fatto acquisito, come una realtà da accettare.

Spesso infatti l’espressione si usa quando si deve dire che bisogna accettare una realtà, anche se è difficile farlo. Non possiamo cambiare le cose, quindi l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.

Vedete che non si tratta in fondo di una frase formale. Per quello che ho detto finora si può usare in molte occasioni diverse, al lavoro, in famiglia e nelle relazioni sociali di qualsiasi tipo.

Spesso si usa anche semplicemente per dire che una persona accetta qualcosa. Ecco, il verbo “accettare” può essere usato al posto di prenderne atto.

Tua figlia si sposa? Accettalo, devi accettarlo. Cioè, devi prenderne atto. Prendi atto di questa realtà. Accettala così com’è, perché così non soffrirai più.

Accettare ovviamente è molto più usato in queste occasioni non lavorative. Ma al lavoro se dobbiamo scrivere un documento o una comunicazione formale non possiamo scrivere “accettare”, anche perché accettare ha diversi significati: accettare un’offerta ad esempio ha un altro significato di “accettare un compromesso” o di “accettare le conseguenze di qualcosa”.

Prendere atto in questi casi è la forma migliore per comunicare l’accettazione di una realtà al fine di prendere delle decisioni future. In questi casi formali però non stiamo parlando necessariamente di cose negative che accettiamo a malincuore,

Usiamo questa frase invece ogni volta che veniamo a conoscenza di qualcosa di importante che influenza il nostro comportamento. Se usiamo questa espressione vogliamo comunicare che abbiamo ricevuto una informazione e ora siamo a conoscenza di questa informazione, e quindi “ne prendiamo atto”.

La frase è neutra, non stiamo esprimendo dispiacere o piacere. Stiamo solo dicendo che siamo venuti a conoscenza di qualcosa e la teniamo in considerazione, la consideriamo per il futuro.

Vediamo alcuni esempi:

Sono un’azienda che produce caldaie e scriviamo ad un cliente che si è lamentato per un inconveniente tecnico durante l’istallazione della caldaia: Gli rispondiamo così:

Gentile cliente, la ringraziamo per averci contattato. In merito all’inconveniente, ne prendiamo atto e ci scusiamo per quanto accaduto.

In questo caso “si prende atto” di quanto accaduto. E’ una formula cordiale per dire che la comunicazione del cliente non è stata inosservata. Invece ne prendiamo atto, perché per noi è importante.

Se invece io lavoro in una istituzione pubblica e ho ricevuto delle osservazioni su un documento, dei pareri da altre istituzioni, posso rispondere:

Si prende atto delle osservazioni arrivate al fine di apportare le modifiche al documento.

Si prende atto delle osservazioni, cioè ne terremo conto, le terremo in considerazione per il futuro, quando dovremo apportare le modifiche al documento sul quale sono state fatte le osservazioni.

Anche il verbo Considerare si avvicina molto a prendere atto. Quando si fa un ragionamento si può decidere di considerare qualcosa, cioè di tenere in considerazione qualcosa che riteniamo importante. Come dicevo prima “prendere in considerazione” ha un significato simile a prendere atto.

Si prende atto di qualcosa. Importante usare la giusta preposizione, che in questo caso è di, del, delle, dei, degli.

Prendo atto della tua decisione;

Prendiamo atto della vostra dichiarazione;

Prendiamo atto volentieri delle tue volontà;

Mi auguro prendiate atto di tutte le nostre osservazioni;

Se prenderete atto dei nostri consigli ve ne saremo lieti;

Se la Francia non dovesse prendere atto delle decisioni del governo Italiani ci saranno forti ripercussioni politiche;

Dovete prendere atto del risultato elettorale ed accettare la sconfitta

Tenete presente che in tono confidenziale, se dite che prendete atto di qualcosa la frase potrebbe sembrare un po’ fredda. Infatti la caratteristica di neutralità della frase, l’assenza di emozioni che c’è nella presa d’atto, può essere utilizzata volontariamente per sembrare offesi, freddi, distaccati dalla persona con cui parlate, proprio per comunicare una sensazione di freddezza.

Ah mi vuoi licenziare? Hai detto che non lavoro bene? Bene, ne prendo atto e da domani mi metto alla ricerca di un altro lavoro.

Come? Non mi ami più? Ne prendo atto e me ne vado.

A volte quindi si usa proprio per prendere le distanze dal nostro interlocutore, per comunicare freddezza e distacco dalla persona con cui parliamo.

Al lavoro invece vi consiglio di usarla perché una “presa d’atto”, così si chiama, è qualcosa di molto adatto alle comunicazioni di lavoro.

Spesso si tratta di qualcosa di molto formale, ma non ci sono problemi ad usarlo in email e scambi di opinioni.

Spesso si dice “prendere atto di un fatto”, cioè la parola fatto si associa molto spesso alla presa d’atto.

Devi prendere atto di un fatto: non sei più un bambino e devi guadagnarti da vivere!

La parola “atto” si riferisce al significato di atto inteso come relazione scritta, un resoconto, un rapporto, un verbale, insomma un documento che viene letto e quindi leggendolo si viene a conoscenza di qualcosa che si deve tenere nella dovuta considerazione.

Anche questo è un modo per sostituire la frase “prendere atto”: tenere qualcosa nella dovuta considerazione.

Posso anche dire: “prendere nota” cioè annotare, segnare da qualche parte. Ma prendere nota è più informale, somiglia più a segnarsi qualcosa, annotarsi un appunto, senza troppa considerazione in fin dei conti. Prendere atto è un po’ più serio come concetto.

Prendo anche atto che probabilmente vi state stancando di questa spiegazione e se ne prendo atto non posso continuare ancora, quindi vi saluto tutti, vi ringrazio per l’attenzione

Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori occasionali.

Ciao.

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Senza meno

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Descrizione

Spieghiamo una espressione italiana ironica, che è bene conoscere ma che non vi consiglio di usare. Non è una parolaccia ma può essere offensiva se usate il tono sbagliato. Episodio senza trascrizione (per ora) registrato durante un viaggio in automobile.

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Tirare a campare

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Trascrizione

Buongiorno amici, spero stiate tutti bene. Da parte mia devo dire che  non c’è male, sto molto bene, sia fisicamente che moralmente.

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A volte mi capita anche di non essere in forma, ma ad ogni modo non faccio sicuramente parte di quella categoria di persone che alla domanda “come stai” risponde con ad esempio: “così così” , oppure “si sopravvive“, o anche “si tira a campare” o “tiro a campare“.   Molte persone rispondono proprio così:  “si tira a campare”. Non so se avete mai sentito questa espressione,  molto usata soprattutto  dalle persone anziane, o almeno a me è capitato spesso di ascoltarla da persone con una età abbastanza avanzata.

Di espressioni simili ce  ne sono molte, tra cui vivacchiare, che poi è un semplice verbo, una distorsione del verbo vivere, oppure anche la frase “vivere alla meglio“.

Tirare a campare è la frase quindi su cui voglio soffermarmi oggi.  Il verbo tirare in questo caso è utilizzato in un modo veramente strano,  insolito direi.  Tirare qualcosa significa prendere una cosa con le mani e portare questa cosa verso di sé: tirarla a sé o tirarla verso di sé.  Questo è il modo più utilizzato di usare questo verbo. Tirare quindi è il contrario di spingere. Si può tirare una corda, si può tirare una maniglia di una porta, ma si può tirare anche un sasso però, ed in questo caso tirare significa lanciare, prendere una cosa e lanciarla, tirarla lontano. Quindi è esattamente il contrario di prima. Analogamente si può tirare un calcio di rigore nel gioco del calcio, e qui tirare il rigore equivale a battere un calcio di rigore o di punizione. Non è esattamente un verbo facilissimo da usare pertanto.

Qui in questa frase “tirare a campare” si sta invece parlando della propria vita. Campare infatti significa più o meno, essere vivi, sopravvivere. Come stai? “Si campa” , “si sopravvive” , anche questa è una risposta del tutto equivalente a tirare a campare. “Si campa”  significa quindi “si sopravvive“, ma “si tira a campare“, oppure se parlo in prima persona:”tiro a campare” ha un senso ancora più forte che indica uno sforzo, una fatica che si fa cercando di sopravvivere.

Infatti quando si fa fatica a fare qualcosa si può anche usare il verbo tirare in un altro modo. Posso dire “tirare avanti a fare qualcosa“. Ad esempio:

Come stai? Una risposta può essere:

Si tira avanti“: anche questa è una risposta analoga ed equivalente a “si tira a campare“.

In altri contesti posso ugualmente usare tirare avanti. Al lavoro posso chiedere ad un collega: Come va con il tuo progetto lavorativo? Risposta:”Lo sto tirando avanti a fatica“.  Cioè faccio fatica a proseguire con il progetto, riesco a portarlo avanti ma con fatica, faccio un notevole sforzo: lo tiro avanti con fatica. È come se spingessi in avanti qualcosa di pesante.  Questo podcast è anche quindi una risposta a Alexandre su Twitter che mi ha chiesto il significato di “fare fatica a fare qualcosa” . Ecco, la fatica, caro Alexandre,  può essere sia fisica che psicologica,  cioè mentale.

Quando si fa fatica a sollevare qualcosa si tratta di fatica fisica, ma se faccio fatica a fare un lavoro mi riferisco invece allo sforzo mentale, all’impegno che devo mettere in quel lavoro, oppure alla volontà che devo mettere perché magari non mi interessa quel lavoro, non mi interessa ma qualcuno mi ha chiesto di farlo,  oppure non ho la capacità di farlo, è troppo difficile. La fatica quindi può dipendere da molte cose diverse.

Nel caso di tirare a campare si fa fatica a campare, cioè a sopravvivere. Se una persona ha delle difficoltà economiche, cioè ha problemi di denaro, dei seri problemi economici, magari non ha i soldi per acquistare il cibo o per la casa o cose di prima necessità, in questo caso ha senso dire: faccio fatica a tirare avanti, oppure tiro a campare come posso, riesco a tirare a campare. In tal caso si vuole dire che nonostante le difficoltà, vado avanti, sopravvivo ma con fatica. Invece questa frase tirare a campare è spesso usata, direi in modo improprio, per dire: va bene ma potrebbe andare meglio, va bene ma ho dei problemi.  Non sono soddisfatto.

Non ci sono quindi in realtà seri problemi  economici legati alla sopravvivenza, problemi a mangiare o cose del genere. Oppure è solo un modo ironico di rispondere.

Alcune persone hanno infatti  quasi il timore, la paura di dire che tutto va bene, che sono felici di come vadano le cose. Chissà perché. Ed allora rispondono con “si tira a campare“. Forse queste persone hanno paura di attirare troppo l’attenzione e che la loro felicità possa essere motivo di invidia da parte di chi ascolta, oppure rispondono così per non sembrare troppo esagerati e per non vantarsi.  Quindi usiamo il verbo tirare: è  come se noi stessi fossimo spinti a fatica in avanti, come se avessimo mille difficoltà a superare dei problemi.  Ecco perché si usa il verbo tirare. È la vita stessa a cui ci si riferisce. Qui è importante l’uso della preposizione semplice “a“. Tirare a campare. È quindi simile alla frase “riuscire a vivere”  o “riuscire a sopravvivere“. Ecco perché si usa la preposizione “a”. Campare non è però esattamente come vivere o sopravvivere. Campare significa avere cibo a sufficienza per sopravvivere, nonostante mille difficoltà. Tra l’altro il verbo campare è molto usato nelle espressioni idiomatiche italiane: Un altro modo di dire abbastanza diffuso è infatti “campa cavallo che l’erba cresce“. Ma questa frase la spieghiamo la prossima volta in un altro episodio di italiano semplicemente.

Insomma avete capito che tirare a campare è la frase idiomatica di oggi, non molto intuitiva da comprendere. Spero sia riuscito a spiegare bene il senso. Spero anche che non impariate ad usare questa espressione parlando di voi stessi e della vostra situazione personale, anche perché,  secondo me, con questo tipo di risposte si mette anche un po’ in imbarazzo chi fa la domanda: come stai? Ci si aspetta sempre che si risponda: benissimo grazie e tu?

Ciao ragazzi ci vediamo al prossimo podcast di italiano semplicemente.

I verbi professionali: RENDERE

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Trascrizione

Benvenuti nel corso di Italiano Professionale. Oggi vediamo il verbo RENDERE.

Anche questo è un verbo che è quasi sempre utilizzato nel lavoro.

Vediamo quanti sono i significati del verbo rendere e quando si usa. Facciamo ovviamente degli esempi di utilizzo ed infine un esercizio di ripetizione, seguendo quindi il metodo di Italiano Semplicemente che tutti voi sicuramente conoscete. Per chi non ne sa nulla vi invito a leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Dunque rendere ha un utilizzo, come dicevamo, prevalentemente professionale, ma il primo significato che trovate sul dizionario è quello di dare indietro qualcosa che si era preso o ricevuto, cioè rendere è un sinonimo di restituire. Posso quindi dire “devo rendere a Giovanni il libro che mi ha prestato”.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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Le espressioni sulle figuracce

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Trascrizione

Mohamed: Ciao Giovanni, come stai? In classe i miei studenti mi chiedono le frasi idiomatiche che si usano in caso di figuracce. Se puoi aiutarmi a fare questa cosa sarebbe una cosa molto bella. Grazie in anticipo. ciao

Bene, ciao a  tutti e grazie a Mohamed a cui voglio rispondere col podcast di oggi. Mohamed è un professore di italiano ad Alessandria d’Egitto e fa parte della redazione di Italiano Semplicemente infatti mi aiuta spesso a realizzare dei bei podcast come questo. Per rendere il podcast più interessante ci aiuterà stavolta anche Jessica, una ragazza brasiliana, ed Ulrike, una ragazza tedesca.

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L’argomento del giorno sono quindi le figuracce. Cos’è una figuraccia? La figuraccia è una impressione negativa suscitata in qualcuno col proprio comportamento.

Se non avete capito ve la spiego meglio: quando fate qualcosa di sbagliato, qualcosa che invece avreste dovuto fare bene, meglio o che altre persone si aspettavano che voi faceste bene, queste  altre persone potrebbero avere dei pensieri negativi su di voi, potrebbero pensar male di voi,  e voi quindi avete fatto una figuraccia.

Una figuraccia è la conseguenza di un comportamento, di un vostro comportamento, in conseguenza del quale qualche altra persona ha una impressione negativa su di voi. In questi casi si dice che chi ha avuto questo comportamento fa una figuraccia. Fare è il verbo che si usa con la parola figuraccia: “fare una figuraccia“.

Io ad esempio posso fare una figuraccia col mio professore di italiano se vengo bocciato all’esame. Magari non riesco a rispondere a delle domande facili e il mio professore di italiano si aspettava invece una persona preparata,  che aveva studiato, ed invece no, il professore mi boccia, cioè mi dice che l’esame è andato male, mi boccia perché crede che io non sia affatto preparato: posso dire di aver fatto una figuraccia col mio professore e la cosa può darmi fastidio oppure no; in entrambi i casi il professore di italiano non avrà un bel ricordo di me dopo questo esame,  dopo questa figuraccia che ho fatto.

La parola figuraccia finisce con il suffisso “ACCIA” è questo è ciò che normalmente viene fatto nella lingua italiana quando si qualifica negativamente una qualsiasi cosa. Quindi una cosa brutta diventa una “cosaccia” , una brutta bicicletta diventa una biciclettaccia. Eccetera.

In questo caso è una figura ad essere accia, cioè ad essere brutta: una figuraccia è appunto una brutta figura. La figura rappresenta in questo caso come appariamo agli occhi degli altri, cioè l’impressione che facciamo. Si può fare una bella figura, o anche un “figurone“, termine spesso usato ma solo all’orale, cioè una bella figura, una bella impressione.  Si usa dire anche “fare una porca figura”  in certi casi. All’opposto si può fare una brutta figura, cioè una figuraccia, appunto, ed anche figuraccia è un termine colloquiale, che non si usa nello scritto.

Ci sono in realtà molti modi per chiamare una brutta impressione che facciamo agli occhi di altre persone. Dipende un po’ dal tipo di brutta figura e dalle persone con cui parliamo: ci sono quindi modi formali ed informali, perché come sapete la lingua italiana ci dà molte diverse possibilità.

Nella forma scritta ad esempio le modalità più diffuse sono “fare una pessima figura” e “fare una pessima impressione”. Pessima equivale a brutta o cattiva, ma è un termine equivalente a negativa o negativo se dico pessimo al maschile. Infatti brutto e brutta sono più relative a cose tangibili, che si toccano, come oggetti e persone, cattivo invece  è più usato come carattetistica umana (cattivo è il contrario di buono).  Per cose intangible cioè che non si toccano, come la figura, come una impressione possiamo usare quindi pessima figura, cioè una impressione negativa.

Fino a qui niente di particolarmente difficile quindi.

Ascoltiamo un esempio di brutta figura,  di figuraccia che ha fatto Ulrike.

Ulrike: io ho chiesto ad una cliente se fosse in cinta ed ho fatto gli auguri, ma non era così. Lei era solo ingrassata,  causa una separazione da suo marito. 

Divertente come figuraccia, quella di Ulrike, avete ascoltato, Ulrike ha visto una sua cliente e le ha fatto gli auguri perché credeva fosse in cinta, credeva aspettasse un bambino, questo sembrava agli occhi di Ulrike ed invece no, invece la cliente di Ulrike era solamente ingrassata, aveva messo su qualche chilo per motivi personali.  Ma fortunatamente pet Ulrike la donna è rimasta sua cliente e l’ha perdonata.

Allora: adesso vi spiego bene la differenza tra pessima impressione e brutta figura: si può fare una pessima impressione, ad esempio, ad un esame universitario, o ad un qualsiasi esame del mondo se l’esame va male ovviamente, ed  è sicuramente la forma più utilizzata in ambito accademico e nei colloqui di lavoro anche. La parola figura e la frase fare una brutta figura o figuraccia sono invece più usate nelle relazioni umane, non accademiche e istituzionali dunque, ma tra amici e familiari  o anche al lavoro con i colleghi. Invece pessima è più formale diciamo. Quindi  se ad un colloquio di lavoro non ci si presenta, oppure se si arriva in ritardo ad una riunione si fa una pessima figura.

In questi casi potete scusarvi, ad esempio potete fare come Jessica:

“ti chiedo mille scuse, io ero…  avevo una visita di una mia amica”. 

Ecco sicuramente Jessica ha fatto una pessima figura,  e con questo tipo di scusa ha persino peggiorato la situazione ha reso la situazione persino peggiore.

Invece la parola “impressione” si usa di più quindi quando c’è una valutazione da dare, e quindi come detto prima in caso vada male un esame o un colloquio di lavoro.

Ma non finisce qui. La parola “gaffe” è conosciuta credo da tutti, ma una gaffe è una azione o una espressione inopportuna, cioè un atto commesso o una parola pronunciata che rivelino una inesperienza ad esempio, o goffaggine.

Se ad esempio un ragazzo esce con la sua fidanzata e la chiama per sbaglio con un altro nome, allora quella che avete fatto è una gaffe, almeno è questa la parola, il termine più usato in questi casi. La parola gaffe deriva dal francese e significa quindi commettere un’indelicatezza, dire o fare una cosa indelicata. Di usa molto in Italia, soprattutto in ambito televisivo: ci sono personaggi televisivi divenuti famosi per le gaffe che hanno fatto: Mike Bongiorno ad esempio, il famoso presentatore televisivo morto qualche anno fa, ne ha fatte più di una in TV. Lui presentava un programma famosissimo in cui Mike bongiorno faceva alcune domande ai partecipanti che erano preparati ognuno du un singolo argomento (il titolo della trasmissione era “Lascia o raddoppia”) e una volta c’era una signora, la signora Longari, (Longari era il cognome della signora) e la domanda era sugli uccelli: era una domanda che riguardava un uccello.

Ebbene la signora Longari sbaglia la domanda e Mike bongiorno commenta l’errore dicendo:

Ahi ahi ahi, signora Longari: mi è caduta sull’uccello“.

Questa è sicuramente la gaffe, la figuraccia più famosa di Mike Bongiorno.

La gaffe consiste nel fatto che  la signora Longari ha sbagliato una domanda, cioè è caduta su una domanda – si dice anche così quando si sbaglia: “cadere su” ed in modo colloquiale, parlando direttamente si dice anche “mi è caduta”, rivolgendosi direttamente alla persona che sbaglia; quindi Mike dice “Ahi ahi ahi, signora Longari: mi è caduta sull’uccello”, cioè ha sbagliato la domanda sull’uccello!

Sembra un commento normale, ma purtroppo per lei, suo malgrado, l’uccello è anche un modo di chiamare l’organo sessuale maschile. Dunque Mike Bongiorno dice una cosa che ha anche un secondo significato, una frase con un doppio senso quindi.

Un’altra famosa gaffe è di un’altra presentatrice italiana che dice in diretta TV “voglio salutare l’Istituto dei ciechi di Milano, so che mi stanno guardando“. Anche questa è una gaffe, infatti i ciechi sono coloro che non hanno il dono della vista, quindi non vedono, quindi evidentemente anche questa è una gaffe, una figuraccia. La parola italiana più simile a gaffe è papera,  quindi fare una papera è come fare una gaffe. Papera, o papero è il nome di un uccello che normalmente si trova nei parchi e nei laghi. Il Papero (il nome dell’ucello è al maschile) è una giovane oca non ancora in fase riproduttiva, quindi il papero è un’oca giovane. Chissà perché “la papera” invece, inteso come figuraccia, si pronuncia al femminile: forse per via del fatto che indica una brutta figura, che è appunto una parola femminile. Comunque le papere, o i paperi, camminano in modo buffo, lo averet sicuramente notato: e la goffaggine del modo di camminare è all’origine dell’utilizzo di questa parola per indicare una brutta figura.

Un’altro modo di dire simile, anzi si tratta di una sola parola, è “svarione” ed anche svarione si usa col verbo fare: fare uno svarione. Ma svarione è più semplicemente un grosso errore, un errore inaspettato, più che una figuraccia. Comunque non è una parola molto usata; a parte nel calcio, dove si parla spesso di svarione difensivo, di uno svarione, cioè di un grosso errore, commesso da un difensore se causa un gol degli avversari. Allo stesso modo posso usare la parola “sproposito“, ma sproposito si usa col verbo dire: dire uno sproposito: “ha detto uno sproposito”, vuol dire “ha detto una sciocchezza, una grossa sciocchezza”. e quando si dice uno sproposito si fa sicuramente una figuraccia.

La parola sproposito si usa anche in altra circostanze però, tutte hanno a che fare con le figuracce: ad esempio “parlare a sproposito“. In questa frase significa parlare inutilmente e in modo controproducente. Quando qualcuno parla a sproposito dice cose fuori luogo, cose inopportune, fa ad esempio delle affermazioni imbarazzanti, e quando qualcuno parla a sproposito sarebbe meglio stesse zitto, perché più parla, peggio è. Attenzione perché  sproposito è usato anche come sinonimo di “molto”. Ad esempio se acquistate qualcosa e lo pagate una cifra alta, molto soldi, potete dire che avete pagato “uno sproposito”, ed in questo caso significa appunto molto.

Un modo molto elegante per dire figuraccia è “fare una figura barbina“, ma attenzione perché chi fa una figura barbina è una persona che fa una figuraccia per un motivo preciso: un motivo legato ai soldi o per un grave motivo morale: la persona che fa una misura barbina è solitamente una persona gretta, meschina, avara, cioè attaccata ai soldi: se ad esempio un uomo invita a cena una donna per la prima volta, al loro primo appuntamento, se l’uomo non paga la cena ma la fa pagare alla donna,  allora l’uomo fa una misura barbina. Barbina si scrive come barba, ed infatti deriva proprio dalla parola barba ma sinceramente non c’entra nulla con la barba. Una figura barbina si potrebbe tradurre con “una figura misera” ed infatti spesso si dice anche così. Misera viene da miseria, cioè la mancanza di qualcosa. Questo qualcosa che manca, in questo caso è una qualità importante. Quando la modalità è interessata quindi usate barbina, ma se è molto grave potete anche usare “figura meschina“, che sono equivalenti ma barbina è meno grave, e potete usarlo anche ironicamente, per ridere, volendo anche su voi stessi.  La figura meschina invece è grave, più seria come espressione perché la persona meschina è una persona spiritualmente limitata, ed anche intellettualmente limitata, che non ha principi morali, una persona meschina vi fa pena, è moralmente povera e non vale la pena di frequentarla.

Vediamo adesso altri due modi abbastanza eleganti che vi consiglio di usare: le parole sono “lapsus” e “magra“. Con la parola lapsus si indica un errore di distrazione, uno sbaglio, come la parola gaffe, ma con lapsus si usa il verbo avere: “ho avuto un lapsus“. Quando qualcuno ha un lapsus fa un l’errore ed in particolare l’errore può consistere in una sostituzione di una parola con un’altra, mentre scrive o mentre parla, o anche la dimenticanza di un nome.

In particolare c’è il Lapsus freudiano, che viene da Freud, il famoso psicologo tedesco dovuto a motivi inconsci. Se ad esempio una signora anziana, una nonna chiama il proprio nipote col nome del proprio figlio,  esprimerà inconsciamente il desiderio di essere ancora giovane. Anche con i lapsus quindi possiamo fare delle brutte figure. Nell’esempio che ho fatto prima, di chiamare la fidanzata con il nome di un’altra ragazza, posso quindi parlare di lapsus, di laspus froidiano in particolare, perché il motivo della figuraccia è legato all’inconscio, alla mente umana.

Oltre a lapsus, dicevamo prima, esiste la parola “magra“.

Sapete tutti che magra e grassa, sono due aggettivi che indicano una corporatura opposta: una persona magra è una persona che è il contrario di una persona grassa: il magro ha un fisico asciutto, non mangia molto e il grasso invece è più pesante ed è in sovrappeso, cioè ha un peso maggiore della norma. Il magro è il contrario.

Ebbene, le parole grasso o grassa e magro o magra si associano spesso ai rapporti sociali. La magrezza, come la miseria nell’espressione “una figura misera” sta ad indicare la mancanza di qualcosa, e quindi si usa la mancanza peso, di grasso, o un peso insufficiente, ad immagine, diciamo come immagine figurata. Quindi una “magra figura” è una figuraccia, una brutta figura che si fa con qualcuno, e sicuramente è un’immagine molto negativa, ma non ha una connotazione negativa come “figura barbina”, che è più collegata alla moralità. Una magra figura invece è più usata quando l’effetto che si fa è ironico. Se la figuraccia genera delle risate da parte di altre persone e viene voglia di nascondersi dalla vergogna, possiamo dire che si tratta di una magra figura, o semplicemente di una magra. Magra quindi può essere sia sostantivo che aggettivo.

Notate che se una persona fa una magra figura, qualcuno potrebbe farsi una “grassa risata“, che è una grande risata, una risata fatta con gusto e soddisfazione per la figuraccia fatta da qualcuno.

Vedete quindi come a volte la magrezza e la grassezza si usano nelle situazioni sociali in cui si fanno delle figuracce.

Terminiamo questo episodio con una espressione idiomatica molto comune: “fare una figura di merda” che è molto usata dagli italiani di ogni ceto sociale, religione, età e ambiente diverso. La merda, cioè la cacca, è un dispregiativo, e si usa in questa espressione per indicare proprio la gravità della figura, la brutta figura fatta. Chi di noi non ha mai fatto una figura di merda nella vita? Se voglio esagerare e scendere bel volgare posso anche dire fare una figura del cazzo , è bene sapere che esiste anche questa forma, più utilizzata di quanto  uno straniero possa immaginare.

Attenti quindi perché queste due ultime sono espressioni  volgari  ed ovviamente si usano solo all’orale.

Bene Mohamed, spero che i tuoi studenti abbiano materiale a sufficienza per essere soddisfatti ora.

Concludo ringraziando tutti coloro che sostengono Italiano Semplicemente economicamente. Grazie a loro ho acquistato un nuovo microfono per registrare i file audio, e questo nuovo microfono è in grado di eliminare i rumori di fondo, che possono a volte essere molto fastidiosi; quindi ora la qualità audio sarà sicuramente migliore di prima. Il prossimo acquisto sarà una telecamera che vorrei utilizzare per registrare alcun video in giro per Roma da utilizzare su Youtube.

Bene per finire esercitatevi anche voi a parlare un po’ adesso con un esercizio di ripetizione:

Figuraccia

Fare una figuraccia

Fare una brutta figura

Io ho fatto una brutta figura

Tu hai fatto ha figura barbina

Mio  fratello ha fatto una gaffe

La mia amica ha avuto un lapsus

Noi abbiamo fatto veramente una magra figura,

Voi avete fatto una figura di merda

I miei fratelli fanno spesso delle pessime figure.

Continuate pure a fare le vostre richieste su Facebook sui futuri episodi di Italiano Semplicemente, cercherò di venirvi incontro più che posso, compatibilmente con gli orari di lavoro e con la famiglia.

Ascoltate più volte il podcast per memorizzare bene e fatemi conoscere le vostre impressioni,  nella speranza di non aver fatto una figuraccia avendo detto e scritto anche alcune parolacce. Non le usate mi raccomando,  potreste fare una figura di merda.

Ciao.

PS: Ascolta la figuraccia di Jessica