I verbi professionali: RENDERE

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Benvenuti nel corso di Italiano Professionale. Oggi vediamo il verbo RENDERE.

Anche questo è un verbo che è quasi sempre utilizzato nel lavoro.

Vediamo quanti sono i significati del verbo rendere e quando si usa. Facciamo ovviamente degli esempi di utilizzo ed infine un esercizio di ripetizione, seguendo quindi il metodo di Italiano Semplicemente che tutti voi sicuramente conoscete. Per chi non ne sa nulla vi invito a leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Dunque rendere ha un utilizzo, come dicevamo, prevalentemente professionale, ma il primo significato che trovate sul dizionario è quello di dare indietro qualcosa che si era preso o ricevuto, cioè rendere è un sinonimo di restituire. Posso quindi dire “devo rendere a Giovanni il libro che mi ha prestato”.

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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio  è disponibile per chi ha acquistato il corso di Italiano Professionale o chi ha acquistato solamente la sezione “verbi professionali”. 

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Padre e figlia – ripassiamo alcune espressioni

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Buongiorno a tutti e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente e grazie per essere qui.

Oggi facciamo un bell’episodio di ripasso. Ripassiamo, cioè rivediamo, per poterle ricordare meglio, alcune espressioni che abbiamo già spiegato attraverso dei podcast recenti.

L’idea è un’idea molto interessante, e quest’idea mi è stata data da Madonna, una ragazza egiziana che ha scritto une breve storia, quella che ascolterete oggi. In questa storia sono utilizzate alcune espressioni, di tanto in tanto, che pronunceranno i protagonisti di questa bella storiella, che sono un padre e una figlia. Io interpreterò il padre e Madonna vestirà i panni della figlia. Vestire i panni equivale ad interpretare. I panni sono i vestiti. Vestire i panni è una frase che si usa quando una persona deve immedesimarsi in qualcuno, deve identificarsi, deve “calarsi nel personaggio”, cioè interpretare qualcun altro. Bene. Vi faccio ascoltare la storia, poi seguirà una mia spiegazione che servirà a rinfrescarvi la memoria sulle espressioni ma anche, importantissimo, ad ascoltare lo stesso dialogo raccontato da me, in modo indiretto quindi, cioè utilizzando delle diverse coniugazioni e ache delle diverse parole.

Un esperimento questo molto utile credo per chi ha difficoltà con i verbi e col vocabolario in generale. Ma ascoltiamo pure la storia: padre e figlia parlano al telefono, come ascolterete, la figlia frequenta la scuola, mentre il padre si trova fuori casa da qualche giorno.

Figlia: ciao papà!
Padre: ciao tesoro come stai ?
Figlia: Eh, bene ..mi manchi tanto sai? quando tornerai a casa?
Padre: anche tu ..ritornerò fra due settimane. Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?
Figlia: nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO.
Padre: dai che sei brava…  se passi gli esami con dei bei voti ti faccio una sorpresa!
Figlia: Davvero??
Padre: sì, TI DO LA MIA PAROLA!
Figlia: ok..ma ho paura di una materia.  Psicologia è veramente difficile ..è già GRASSO CHE COLA se sarò promossa con il voto minimo!
Padre: difficile psicologia? Non è difficile dai, Anzi, direi che è interessante. Ascolta: nulla è difficile da capire! Se studi bene, ti va bene certamente..  Ma cosa fai adesso?
Figlia: niente… CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…
Padre: bene.
Figlia: ma…  come è andata la tua riunione la settimana scorsa?
Padre: MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!
Figlia:  ah, pensavo fosse la settimana scorsa…comunque che fai in questi giorni a parte il lavoro?
Padre: beh, ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa.
Figlia: ok,  ma ascolta papà, POICHÉ sei in Egitto,  mi raccomando COGLI L’OCCASIONE AL VOLO e vai a vedere le piramidi.
Padre: sì, certo che lo farò.. Allora Ciao tesoro, MI RACCOMANDO studia bene.
Figlia: ok papà … Ciao.

Bene, avete ascoltato questa storia ed avrete sicuramente notato che sono presenti alcune delle espressioni idiomatiche italiane di cui ci siamo occupati in passato.

Nell’articolo, cioè nella trascrizione dell’articolo ho inserito anche i link, cioè i collegamenti ipertestuali alle spiegazioni.

Si tratta di espressioni ma anche di parole singole e apparentemente semplici come POICHE’, ad esempio, che a differenza di perché, che si usa nelle domande, “poiché” si usa nelle risposte, ma vi invito a leggere i podcast che vi interessano di più. In tutto sono dieci citazioni, 10 episodi che vengono richiamati in questa storia.

Brevemente, per i più sfaticati di voi, vi faccio un piccolo riassunto, molto sintetico per capire meglio il dialogo ed il significato di ogni espressione usata.

All’inzio della storia il padre dice alla figlia: “Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?” vale a dire: come va a scuola? Cosa si dice nella tua scuola?

E la figlia risponde: “nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO“. Cioè la figlia risponde al padre, suo malgrado, cioè purtroppo per lei, nonostante a lei non piaccia questa cosa, quindi suo malgrado, malgrado la volontà della figlia, a fine mese ci saranno gli esami, che evidentemente non piacciono a Madonna. Povera Madonna, come darle torto.

Poi il padre promette un regalo alla figlia, infatti dice “sì, TI DO LA MIA PAROLA!”, cioè ti prometto di farti un regalo qualora passassi, cioè superassi, gli esami. Se quindi Madonna fosse promossa agli esami con dei bei voti il padre promette, dà la sua parola alla figlia, cioè le promette di farle una sorpresa, ed in particolare le promette un regalo.

Ma poi la figlia, un po’ pessimista, risponde che lei ha paura di Psicologia, che come materia è veramente difficile secondo lei e aggiunge che è già GRASSO CHE COLA se sarà promossa con il voto minimo! E’ difficile quindi, secondo la figlia, che lei riesca a superare l’esame di psicologia, e se lo supererà, è già grasso che cola se prenderà il voto minimo, il voto più basso tra quelli ammessi per la promozione. In Italia i voti, i voti all’università vanno da un minimo di 18 trentesimi a trenta trentesimi. Poi c’è anche il trenta e lode, che è il voto massimo ad un esame universitario.

Nella storia non viene detto che la figlia frequenta l’università ma è scontato visto che si parla di voto minimo.

Dopo il padre domanda alla figlia cosa stesse facendo. Dice infatti: “ma cosa fai adesso?”
e la figlia risponde di non fare nulla. Dice di cazzeggiare un po’: CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…” dice. La figlia dice che mentre parla cazzeggia un po’ per non annoiarsi. Cazzeggiare equivale a perdere tempo, ghibellonare, fare cose inutili, senza un obiettivo preciso.

Poi dopo è la figlia che fa una domanda al padre. Gli chiede infatti come fosse andata la sua riunione della settimana scorsa.
Il padre allora risponde che quella riunione non c’è stata, infatti la riunione, dice il padre, è programmata per il martedì futuro: “MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!”

Il padre usa quindi la parola MICA, che è una forma colloquiale per negare, per dire no. “Mica era la settimana scorsa la riunione! È martedì prossimo!”” Questa frase la posso anche invertire senza problemi: “È martedì prossimo la riunione, MICA la settimana scorsa!”.

La figlia fa poi un’altra domanda al padre, e gli chiede cosa faccia in quei giorni a parte il lavoro: ” che fai in questi giorni a parte il lavoro? Ed il padre risponde  che lui ha acquistato dei nuovi libri, e lo ha fatto per Ingannare il tempo: “beh – dice il padre – ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa”. Non appena il padre tornerà a casa per raggiungere la figlia, le farà leggere i libri che lui ha acquistato per ingannare il tempo, cioè per far trascorrere il tempo più velocemente, perché quando non hai molte cose da fare il tempo sembra non passare mai.

Mi auguro che anche voi, per ingannare il tempo, ogni tanto ascoltiate degli episodi di Italiano Semplicemente. Un grazie a Madonna che ha avuto questa bell’idea. Se qualcuno di voi vuole esercitarsi e fare la stessa cosa sarò felice di pubblicare anche la vostra storia. Basta andare sulla pagina delle frasi idiomatiche, scegliere una decina di frasi, comporre una breve storia ed inviarla a italianosemplicemente@gmail.com

Un saluto a tutti.

 

 

 

 

Andare a rotta di collo

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Allora amici rieccoci qui, su Italiano Semplicemente punto com.

Recentemente sto notando un crescente interesse da parte dei membri della famiglia di Italiano Semplicemente, anche  su Facebook. Per chi non lo sapesse esiste una pagina Facebook dedicata ad Italiano Semplicemente sulla quale tutti gli amici scrivono i loro pensieri sui Podcast pubblicati e fanno le loro proposte sui nuovi articoli, o episodi, o Podcast (chiamiamoli pure “episodi” visto che la traduzione di Podcast in italiano non esiste in una sola parola). Cerco di accontentare tutti,  ho ancora delle  richieste da soddisfare ma state tranquilli che ce la faremo.

Questo crescente interesse che sto notando ho immediatamente provveduto a trasformarlo in energia da dedicare alla spiegazione delle lezioni da condividere con tutti voi.

Prima di passare alla spiegazione del prossimo episodio vi faccio una piccola introduzione sui futuri progetti di Italiano Semplicemente. Spero vi faccia piacere.

Ci ho riflettuto a lungo, da quando, ormai più di un anno fa, ho deciso di intraprendere questa avventura, finalizzata all’aiuto di voi stranieri che volete imparare la lingua italiana.

Allora,  i futuri progetti sono diciamo sintetizzabili,  riassumibili in quattro semplici punti.

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Primo, le spiegazioni delle espressioni tipiche italiane, che saranno gratuite come sempre, con trascrizione e con il relativo file audio in formato mp3. Queste lezioni continueranno per sempre finché avrò voce per parlare e sono il modo migliore per aiutare le persone come voi.

Secondo, il corso di Italiano Professionale, la mia personale “resolution“, cioè il mio obiettivo di quest’anno, dell’anno 2017, corso la cui versione base sono intenzionato a terminarla nel corso di  quest’anno, il 2017. Poi il corso si arricchirà di lezioni aggiuntive perché la mia intenzione è di affrontare, uno alla volta, tutti i mestieri, tutte le professioni, tutti i lavori che gli stranieri fanno in Italia, che svolgono in Italia: Pizzaiolo, domestica, badante, professoressa, infermiera, addetta al call-center  eccetera. Faremo quindi, dal 2018, dei pacchetti per ogni singolo lavoro. Ci saranno dialoghi, ci saranno lezioni approfondite su tutti i lavori, su come parlare e quali parole usare in ogni occasione. Ci saranno spiegazioni del vocabolario, ed ogni volta come faccio sempre mi farà piacere spiegarvi quando usare un termine o una espressione e quando usarne un’altra: un lavoro alla volta dunque, uno al mese. Questa è la mia profonda intenzione, della quale sono veramente entusiasta poiché un corso di questo tipo non esiste oggi su internet. Il corso sarà interamente online ma chi vorrà potrà ricevere la stampa dell’intero corso e la pen-drive con tutte le lezioni audio e PDF.

Terzo punto, in futuro c’è anche un progetto di aiutare maggiormente i principianti. Oggi ci sono molte lezioni gratuite ed approfondite per loro, per coloro che non conoscono l’italiano per niente, e tali lezioni sono delle piccole storie con domande e risposte, come molti di voi sanno già. Sono storie divertenti create insieme ai miei figli che mi aiutano spesso. Non appena avrò terminato le storie per principianti gratuite previste, in futuro sarà invece creato un corso per principianti  di circa 15 lezioni in più con le storie più famose e conosciute da tutti: la storia di pinocchio, cenerentola, biancaneve e anche discorsi celebri che tutti conoscono, come il discorso di martin Luther King (I have a dream, in italiano ovviamente) ed altri discorsi che tutti o molti conoscono già nella loro lingua. Ci sto lavorando e saranno corsi adatti per i bambini ma anche per gli adulti. Anche queste lezioni avranno una storia, delle domande e delle risposte e i relativi  file PDF da leggere.

Quarto punto, ma non per importanza, è la creazione di un’area comune, che potrebbe essere un gruppo privato su Facebook, dove con i partecipanti, un gruppo ristretto di persone, affronterò ogni mese un argomento diverso relativo alla cultura italiana; si parlerà di personaggi italiani particolarmente importanti, parleremo di turismo in Italia, di monumenti, delle scarpe italiane, della moda in generale e faremo dei podcast anche sulle città italiane.

Il programma prevede che ogni mese si affronti un argomento diverso, e si farà un file audio con trascrizione, un video con sottotitoli, e anche un file audio chiamato “vocabolario”. Vedremo quindi ogni volta un vocabolario diverso: il vocabolario del turista, del cinema eccetera.

Chiunque è interessato potrà sottoscrivere l’abbonamento mensile ed ogni mese potrà decidere se continuare oppure non continuare più. Sto ancora studiando i dettagli di questa offerta ma sul sito potete già leggere la pagina dedicata a questo speciale corso di italiano, basta andare sul menù in alto e cercare “LA CULTURA ITALIANA“. Potete inviare le vostre adesioni via email se siete interessati. Nel frattempo come dicevo ho inserito un pulsante sul menù in alto, nel sito, dove spiego i dettagli di questo speciale corso sulla cultura italiana. Ho anche scritto alcuni degli argomenti che pensavo di trattare.

Molte quindi le novità che ci aspettano cari amici.

Bene, passiamo ora alla frase di oggi, che è l’espressione “andare a rotta di collo“.

Ho provato a chiedere sulla nostra pagina Facebook se qualcuno conoscesse questa espressione. La maggioranza di coloro che hanno risposto non la conosce, qualcun altro  la conosce ma non sa bene come usarla.

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Bene, allora è una espressione che si usa quando si deve esprimere, diciamo così, il concetto di velocità.

“Andare velocemente” è la frase più comune, il modo più utilizzato per esprimere questo concetto, e quando si fanno le cose velocemente, si possono usare diverse espressioni, o termini, qualcuna di queste è una espressione idiomatica, proprio come  “andare a rotta di collo”.

Vediamo un po’: andare è un verbo noto a tutti voi che capite ciò che sto dicendo. Il “collo” è una parte del corso, ed è quella parte del corpo che sta sotto la vostra testa e sopra le vostre spalle, e che ha la funzione di sostenere la vostra testa e farla girare a destra e sinistra. Il collo.

La parola “rotta” viene da rompere. Se una cosa è rotta vuol dire che non funziona più. Anche il collo si può rompere, ma la rottura del collo è una cosa gravissima e questo è solamente un modo di dire, perché la frase “andare a rotta di collo” significa semplicemente andare velocemente, fare le cose velocemente, talmente velocemente che si potrebbe rompere il collo.

Andare a rotta di collo è quindi una espressione che posso usare (è una espressione informale, beninteso) ogni volta che qualcuno fa qualcosa di fretta, di molta fretta. Solitamente si usa più quando si deve correre fisicamente, quando cioè c’è uno sforzo fisico o anche uno stress mentale. Quindi se dico:

E’ da stamattina che sto andando a rotta di collo, devo rilassarmi, non ce la faccio più.

Vuol dire che da questa mattina che sto facendo le cose velocemente, e sono stressato. Ho bisogno di riposare, di rilassarmi perché finora sono andato a rotta di collo.

Ma è una espressione che potete usare sempre per indicare una velocità eccessiva. Al lavoro potete andare a rotta di collo per poter terminare un documento importante, ed in questo caso c’è solamente un stress mentale e meno una fatica fisica.

Anche se correte solamente, e state correndo per fare in tempo a prendere il treno, altrimenti lo perdete, potete dire che dovete sbrigarvi, che dovete andare a rotta di collo per non perdere il treno, o anche l’aereo. In questo caso c’è maggiormente una fatica fisica. Però in questo caso si capisce di più perché la rottura del collo è un trauma che potrebbe capitare più facilmente quando correte. Scherzi a parte, in questi casi, nei casi in cui si deve correre si usa anche un’altra espressione, che mi ha ricordato Maya su Facebook, che saluto. L’espressione è “correre a perdifiato”. Quando si corre, si sa, viene il fiatone, si respira affannosamente, si respira con affanno, cioè con fatica. Il “fiato” è il respiro, il fiato è l’aria che esce dai polmoni durante il movimento di espirazione, che si chiama “fiatone” quando si fa grosso, quando si respira affannosamente perché si corre, si sta correndo. “Correre a  perdifiato” vuol dire quindi “correre finché si perde il fiato”, cioè correre finché viene  mancare il fiato, quando non si riesce più a respirare per quanto si corre. In questi casi bisogna stare attenti perché il battito cardiaco aumenta, aumenta e aumenta e si rischia perfino ‘infarto, cioè l’arresto cardiaco, l’arresto del cuore: il cuore si ferma. “A perdifiato” quindi sta per “a perdere il fiato” e correre a perdifiato significa correre molto, finché il fiato viene a mancare. Ma correre a perdifiato si usa solamente nella corsa, mentre in senso figurato non si può usare. In questi casi si usa “andare a rotta di collo”, cioè in tutti quei casi in cui si va velocemente, si fa qualcosa velocemente.

Andare velocemente: in generale, non solo nella corsa ma sempre, se non vogliamo usare espressioni idiomatiche, possiamo dire anche semplicemente: sbrigarsi, oppure “andare di corsa”, o “andare di prescia“.

Qui però bisogna fare anche una distinzione. Se si tratta di una semplice velocità si deve usare sbrigarsi, andare velocemente, andare di corsa, precipitosamente o andare a rotta di collo ma invece se voglio esprimere l’intenzione, il desiderio di voler accelerare, avere la fretta di voler terminare una attività qualsiasi, ci sono altre espressioni.

In effetti quando ci si sbriga, quando si fa velocemente, quando si va speditamente, si potrebbe sbagliare qualcosa, si potrebbe trascurare qualcosa, infatti la fretta non è mai una buona cosa. Ma quando si ha fretta, molta fretta, può capitare di ascoltare l’espressione: “vado di prescia” o “avere prescia“, molto diffusa dal Lazio in giù, quindi è una espressione locale del centro-sud Italia.

  • scusa, ma vado di prescia;
  • scusami ma ho prescia;
  • non mi sono ricordato di quella cosa perché andavo di prescia, avevo molta prescia.

Se uso questa parola “prescia”, con andare o avere come verbo, significa che voglio evidenziare la cosa negativa che c’è nella fretta, il fatto di non poter pensare a tutto. Infatti spesso ci si scusa quando si usa la parola prescia: “scusa vado di prescia”, “scusa ho prescia, ci pensiamo dopo a quella cosa”.

In modo più elegante la fretta da prescia, che evidenzia i fattori negativi, si trasforma in “premura“. “Avere premura” è un modo più formale, ma sempre colloquiale e adatto più alla forma orale che a quella scritta. La premura è un desiderio urgente di qualche cosa. Non è solo fretta dunque; può essere la fretta di terminare, ma premura è più delicato; premura è fretta sì, ma anche cura, attenzione:

Si può avere la premura di finire un lavoro, perché si ha la fretta di terminarlo, ma il lavoro va fatto bene, con attenzione, quindi bisogna impegnarsi nel farlo. C’è una bella differenza tra “avere prescia di finire un lavoro” e “avere premura di finire un lavoro”. Nel primo caso c’è solo fretta, e il lavoro è più un peso, più una cosa da terminare in fretta. Nel secondo caso il lavoro è importante, quindi è meglio avere premura che avere prescia. Non usate mai la frase “ho molta prescia” al lavoro ma piuttosto usate “ho molta premura” se volete essere stimati e considerati persone attente al proprio lavoro. Quindi posso fare anche altre esempi:

  • Ho molta premura di terminare questo lavoro;
  • Non devi avere premura di finire oggi!
  • Non dobbiamo avere così premura.

Ecco, quindi stiamo attenti perché se voglio sottolineare la velocità e la fatica, anche fisica ed emotiva, utilizzo ” andare a rotta di collo“; se invece sottolineo la fretta senza attenzione utilizzo “avere prescia“, o “andare di prescia“.

Se poi vogliamo essere più formali, eleganti e professionali possiamo dire “andare spediti“. Chi va spedito va velocemente, chi fa le cose velocemente le fa in modo spedito, o anche speditamente. Si dice anche così. Spedito inoltre evidenzia la mancanza di ostacoli. Chi va spedito non ha nessun ostacolo da superare. Non ha problemi.

Hai problemi? No, no, nessun problema, sto andando molto spedito.

Andare spediti è sicuramente più elegante e carino da ascoltare, sicuramente più carino di andare di prescia che invece sottolinea, evidenzia come detto, gli elementi negativi della fretta ed è anche più elegante di “andare a rotta di collo”, che preannuncia anche se in modo figurato, incidenti fisici!

Infine vi dico anche che c’è anche una parola simile a “andare a rotta di collo”. Si tratta di una sola parola, anzi si tratta di un verbo. Il verbo è scapicollarsi.

Scapicollarsi significa esattamente “andare a rotta di collo” ed è persino più forte come concetto.

Domanda: Hai finito quel lavoro? Doveva essere pronto per ieri!

Risposta: Mi sto scapicollando ma ancora non sono riuscito a finirlo!

Oppure: Per finire questo lavoro devo scapicollarmi!

Scapicollarsi è quindi uno di quei verbi pronominali che esistono solamente nella forma pronominale. Non esiste io scapicollo qualcosa oppure tu scapicolli eccetera, ma esiste invece:

Io mi scapicollo

Tu ti scapicolli

lui/lei si scapicolla

Noi ci scapicolliamo

Voi vi scapicollate

Essi/loro si scapicollano

Ci si riferisce quindi a se stessi. Non è un verbo che presenta particolari difficoltà e in Italia vi capiterà spesso di ascoltarlo perché si usa ovunque ma è molto informale. Mai usarlo nelle occasioni importanti.

Bene, se volete ora terminiamo l’episodio facendo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me senza pensare troppo alla grammatica. Imparate ad ascoltarvi.

Io vado a rotta di collo;

Tu vai a rotta di collo;

Lui si scapicolla;

Lei va a rotta di collo;

Noi abbiamo premura di finire il lavoro in tempo;

Voi state andando molto spediti;

Loro vanno di prescia.

Ripetete l’ascolto più volte, non abbiate fretta, non fate le cose di prescia

 

 

 

 

Vattelappesca

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Eccoci qua, amici di Italiano Semplicemente, ad un nuovo episodio dedicato alla lingua italiana. L’espressione di oggi è VATTELAPPESCA. E’ stato RAUNO, che saluto, (Ciao Rauno) a proporre la spiegazione di questa parola.

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VATTELAPPESCA, badate bene, è infatti una sola parola, tutta attaccata.

Rauno nella sua email mi chiede: mi interessa l’espressione VATTELAPESCA, lo so, dice Rauno, che significa “chi lo sa?” ma perché si usa dire questo?

Bene Rauno, allora spieghiamo a tutti il significato di questa espressione, come l’hai chiamata tu, anche se è un’espressione composta da una sola parola: VATTELAPPESCA.

In realtà però vattelappesca sembra una frase di più parole: VATTELAPPESCA infatti viene dalla frase VATTELA A PESCARE, cioè VALLO A PESCATE DA TE, VAI  TU A PESCARE QUESTA COSA.

E’ una esclamazione dunque, che deriva da tre parole che sono state unite in una sola parola: VATTELAPPESCA= VATTELA  A PESCARE.

Vai è la forma imperativa del verbo andare. Vai! cioè tu vai, vai a pescare. Pescare invece è quell’attività che compiono i pescatori, cioè pescare significa estrarre dall’acqua, tirar fuori dall’acqua. Solitamente si pescano i pesci, gli animali che si trovano in acqua, ma si può in realtà pescare qualsiasi cosa, l’importante è che si trovi in acqua. Quindi VATTELAPPESCA significa letteralmente: “vai a estrailo dall’acqua”, “vallo a paescare”.

Rauno dice che conosce questa espressione, il suo significato figurato e che sa che significa “chi lo sa!”, cioè sa che significa “non lo so!”, “chissà!”, “non so!”.

La persona che parla, e che usa questa parola quindi sta semplicemente dicendo che non sa qualcosa, e si usa spesso in questi casi, ma in realtà nella maggior parte dei casi non si usa quando non si sa qualcosa, quando non si conosce qualcosa in generale, ma si usa quando non si sa più dove si trova qualcosa. Prima si conosceva il luogo, ora invece non si sa più.

Quindi anche se sul dizionario della lingua italiana trovate che questa è una locuzione familiare che si usa frequentemente  in espressioni d’incertezza, di dubbio, di ignoranza assoluta, quando non sapete qualcosa, la verità è che si usa quasi sempre quando questa ignoranza è relativa a qualcosa, o qualcuno, di cui non si conosce più il luogo in cui si trova.

E’ familiare come espressione, ma è utilizzatissima nel linguaggio di tutti i giorni.

Se ad esempio due miei amici che non mi vedono da molto tempo, parlando tra loro di me, potrebbero dire:

Hei, ti ricordi di Giovanni? Chissà che fine ha fatto ora! Sai per caso dove abita adesso Giovanni?

L’altro amico potrebbe rispondere:

“Chi lo sa, vallo a sapere dove abita! Abita vattelappesca dove”

Quindi vattelappesca equivale a chissà, chi lo sa ed espressioni analoghe, ma vattelappesca è più adatto a descrivere l’incertezza di un luogo:

Dove si trova Giovanni? Vattelappesca dove si trova!

Cioè vallo a pescare dove si trova. Vattelo a pescare, vallo tu a pescare Questa sarebbe la traduzione letterale, ma cosa c’entra la pesca?

Rauno infatti nella sua email mi domanda: Gli italiani vanno spesso a pescare quando sono all’oscuro di qualcosa?

Quando sono all’oscuro di qualcosa, cioè quando non sanno qualcosa (Rauno ha utilizzato un’altra espressione idiomatica!), in questi casi gli italiani non vanno a pesca, assolutamente no, ma dove si pesca? Nel mare, oppure in un fiume, o in un lago, e se provate a gettare una cosa nel mare, una qualunque cosa, come una bottiglia ad esempio, e la lasciate lì, poi se provate ad andare a riprendere la bottiglia dopo 10 anni, o dopo 20 anni, riuscite a ritrovarla? Il mare è grande!

Vai a pescare dove è andata a finire quella bottiglia!

Vai, vai, vattela a pescare e vediamo se la ritrovi!

Te lo dico io, non la ritroverai mai quella bottiglia, vattelappesca quella bottiglia dove può essere oggi!

In questo esempio ho utilizzato una bottiglia, per farvi capire da dove viene questa espressione, ma ogni volta che non sapete assolutamente dove possa essere una cosa o anche una persona, potete usare questa parola, senza che la pesca c’entri qualcosa. La pesca quindi, caro Rauno, è usata solamente per indicare la difficoltà nel trovare qualcosa, come se la dovessimo cercare in mare, che è grande, molto grande.

Quindi ad esempio se non trovate più una vostra amica su Facebook con cui parlavate qualche tempo fa, potete dire:

Vattelappesca dove sarà adesso!

Allo stesso modo, se non trovate gli occhiali:

Dove sono i miei occhiali accidenti? Vattelapesca!

Posso usare vattelappesca al posto, o anche insieme ad un’altra espressione più conosciuta, “andarsi a cacciare” o “andare a cacciarsi”.

Ad esempio:

Vattelappesca dove si saranno cacciati i miei occhiali!

Dove si sarà cacciato quel mio amico di Facebook? Vattelappesca!

Cacciarsi quindi si usa nella forma interrogativa:

Dove ti sei cacciato? Non riesco a trovarti!

Dove si sarà cacciato il mio amico? Vattelappesca!

Dove si saranno cacciati i miei occhiali? Vattelappesca!

Quindi oggi amici volevo spiegarvi una espressione ed invece alla fine ne ho spiegate due.

Allora: andare è un verbo, lo conoscete tutti, mentre cacciarsi è anch’esso un verbo che viene da cacciare, deriva dal verbo cacciare; ma cacciare significa uccidere gli animali, ucciderli o catturarli per sport, ed invece cacciarsi non è uccidere o catturare se stessi per sport… perché solitamente i verbi pronominali riflessivi, che finiscono per “si” hanno questo significato. Lo abbiamo già visto sull’episodio dedicato ai verbi pronominali.

Cacciarsi vuol dire invece “andare in qualche posto nascosto”, “andare a finire da qualche parte”, “infilarsi”. Quando non trovate qualcosa si usa frequentemente proprio come vattelappesca.

Se un oggetto come ad esempio una forchetta vi cade dal tavolo mentre state mangiando e questa forchetta va a finire nell’angolo più lontano della stanza, e voi non la vedete più potete dire:

  • dove si sarà cacciata la forchetta? vattelappesca dove si è cacciata!

E se poi la trovate:

  • guarda dove si era cacciata la forchetta!
  • guarda dove si era andata a cacciare la forchetta !

Prima dell’esercizio di ripetizione devo dirvi che a volte vattelappesca si usa anche genericamente quando non si conosce qualcosa, non solo dove è qualcosa, ma in tutti i caso di incertezza. Ad esempio:

Mentre sto parlando, in quanti siete all’ascolto di questo podcast? boh, chissà, vattelappesca.

Un piccolo esercizio di ripetizione ora, che vi invito a fare  prima di terminare l’ascolto. Ripetete dopo di me:

VATTELAPPESCA!

VATTELAPPESCA!

VATTELAPPESCA dove sarà la penna!

VATTELAPPESCA dove sarà Maria oggi!

Dove si sono cacciati gli occhiali?

Dove sei? Dove ti sei cacciato?

Dov’eri? Dove ti eri cacciato?

Vattelappesca dove ti sei cacciato!

Un saluto affettuoso a tutta la famiglia di Italiano Semplicemente e non usate questa espressione col professore di italiano, mi raccomando! E’ pur sempre una espressione familiare, si usa quindi tra amici e in famiglia.

Un’altra raccomandazione: ripetete l’ascolto più volte per ricordare meglio. Saluto infine tutti i brasiliani, che oggi sono stati coloro che hanno più ascoltato più degli altri i podcast di Italiano Semplicemente. Chissà dove  sono adesso tutti i brasiliani che son stati su Italiano Semplicemente: Chi, lo sa, vattelappesca!

 

La paura fa novanta, pezzo da novanta

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Trascrizione

Membri della famiglia Italiano Semplicemente, un saluto da Giovanni, e vi do il benvenuto in questo nuovo episodio, in questo nuovo podcast di ItalianoSemplicemente.com. Ringrazio tutti del vostro interesse e dei vostri commenti sulla pagina Facebook, spero da parte mia, di esservi utile e di aiutarvi concretamente nell’apprendimento della lingua italiana. Scusate se a volte non riesco a rispondere personalmente ai messaggi su Facebook ma non sempre riesco a trovare il tempo. Ad ogni modo credo sia più produttivo sottolineare due cose, prima di iniziare la spiegazione di oggi.

La prima cosa è che queste espressioni, conoscere le espressioni idiomatiche Italiane è importante per conoscere la cultura Italiana, e difficilmente troverete queste espressioni in un corso di italiano convenzionale, dove lo studio della grammatica è al centro e non c’è spazio per le espressioni tipiche italiane. La seconda cosa, ancora più importante, a mio modo di vedere, è che per ogni espressione tipica italiana bisogna sapere come utilizzarla, in quali occasioni, se è informale o formale, se la potete usare in famiglia o in ufficio o col vostro professore di italiano. È bene sapere quindi anche in quali altri modi esprimere lo stesso concetto, per essere sicuri che stiamo usando bene l’espressione, altrimenti c’è il rischio di fare brutte figure, ed allora è meglio non conoscerla quell’espressione. Sul web ci sono altri siti o canali YouTube, anche molto interessanti,  in cui si spiegano le espressioni italiane, ma tutti questi siti spiegano solo una versione della frase, e si tratta sempre di espressioni familiari, che potete usare e tra amici e non con persone diverse o che non conoscete bene. È per questo, è anche per questo che nelle mie spiegazioni cerco sempre di specificare il contesto di riferimento. Ed è anche per questo che ho deciso di sviluppare il corso di italiano professionale, che potete trovare sul sito e in cui vengono spiegate,  tra l’altro, tutte le frasi che si riferiscono al mondo del lavoro, dalle riunioni, alle conferenze, al colloquio di lavoro,  a come trattare eccetera. Ma torniamo all’espressione di oggi.

L’espressione che ho scelto di spiegarvi oggi, anzi le espressioni di cui ho deciso di parlarvi oggi sono due. Si tratta di “pezzo da novanta” e di “la paura fa novanta”. Credo siano due espressioni interessanti da spiegare e da comprendere.

Queste due espressioni sono state proposte da Leonardo, che saluto. Leonardo mi ha inviato una mail attraverso il link che ho inserito nella pagina delle frasi idiomatiche, e ha scelto due espressioni che contengono la parola “novanta”, che è un numero, come sapete. Novanta è il numero che sta dopo l’ottantanove e prima del novantuno. Ma in Italia il novanta è un numero particolare; non è un numero qualunque.  Sapete infatti,  o forse non lo sapete, che esiste un gioco in Italia che si chiama “Tombola”, un gioco molto famoso.  Ora vi spiego come funziona il gioco della Tombola.

Ecco quindi che per spiegare queste due semplici espressioni contenenti la parola 90, il numero 90, occorre fare una premessa. Occorre spiegare il significato del numero novanta, cioè quello che rappresenta il numero novanta. Questo, inevitabilmente, ci fa entrare nella cultura italiana. Vediamo come quindi.

La tombola, dicevo, è un gioco, un tradizionale gioco da tavolo nato nella città di Napoli nel XVIII secolo, secolo che inizia nell’anno 1701 e termina nell’anno 1800 incluso. Il gioco della Tombola è un gioco in cui vengono sorteggiati dei numeri, vengono estratti dei numeri che vanno da 1 a 90, numeri compresi tra 1 e 90. La Tombola è la versione casalinga del gioco del lotto.

Probabilmente molti di voi conoscono il gioco del lotto ma non conoscono la Tombola.

Ebbene, questo gioco, famosissimo in Italia, è un gioco diffuso a livello familiare, infatti ogni Natale, durante le feste del Natale (che cade il 25 dicembre di ogni anno)  in quasi tutte e famiglie, soprattutto se ci sono dei bambini, si gioca a Tombola: ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si gioca tutti assieme a Tombola.  Questo avviene anche nelle feste di paese, dove si gioca a Tombola nella piazza del paese, di molti paesi almeno,  soprattutto al centro-sud. Dicevo che vengono sorteggiati, vengono estratti dei numeri, che stanno dentro ad un contenitore, all’interno di alcune palline. Nelle piazze dei paesi i numeri vengono sorteggiati e vengono urlati con l’aiuto di un megafono, in modo che tutti possano ascoltare.

tombola

Ogni persona, per partecipare al gioco, acquista una “cartella”, cioè un foglio, un foglietto, sul quale sono scritti 15 numeri, in tre file di 5 numeri. C’è poi una persona che estrae un numero alla volta dall’urna, dalla scatola, dal contenitore. Quindi man mano che escono i numeri, uno alla volta, questi numeri vengono detti ad alta voce: “cinque, ventidue, ottantasei” eccetera. Le persone che hanno acquistato una cartella controllano se la loro cartella, il loro foglio contiene il numero di volta in volta estratto. Quando una cartella contiene, su una delle tre file, il numero estratto, normalmente si appoggia un fagiolo sopra quel numero, oppure si fa un buchino sulla cartella con uno stuzzicadenti: diciamo che ci sono vari modi di segnare i punteggi. E quando si vede, quando si verifica, si constata, si appura che avete quel numero nella cartella si dice: “ce l’ho”, e mettete, appoggiate il fagiolo sul numero della vostra cartella di carta.

Quando si vince? Si vince quando qualcuno nella sua cartella riesce per primo, prima degli altri, ad avere due o più numeri in fila, cioè sulla stessa fila, su una delle tre file di ogni cartella: si fa quindi “ambo” (con due numeri), si fa terno con tre numeri, quaterno con quattro e chi ne azzecca cinque, tutti i cinque numeri di una delle tre file fa quella che si chiama “cinquina”.

Chi è poi molto fortunato riesce anche a “fare Tombola”. Fare tombola vuol dire utilizzare tutti i fagioli, tutti e 15 i fagioli, quindi vuol dire che tutti e 15 i numeri della cartella sono stati estratti. Ovviamente chi riesca a fare tombola lo strilla, lo dice a voce alta davanti a tutti non appena viene pronunciato l’ultimo numero: “tombola, ho fatto tombola!”

Chi fa tombola vince generalmente dei soldi, ma a prescindere dai soldi o dal premio che si vince, è un gioco molto divertente.

Questo gioco nasce a Napoli, come ho detto prima, ed a Napoli si danno molta importanza ai numeri ed al loro significato. Cosa significa? Significa che i napoletani hanno attribuito, hanno assegnato ad ogni numero, ad ogni numero da 1 a 90, uno specifico significato.

Quindi esiste un sistema di associazione tra numeri e significati, di solito umoristici. Ogni numero ha un suo significato. Per chi fosse interessato esiste anche un libro, che si chiama “La Smorfia”, che da secoli, da molti anni quindi, associa i sogni ai 90 numeri. Ogni numero ha un suo significato, ed ogni avvenimento, ogni sogno particolare, va tradotto in uno o più numeri.

Ebbene, il numero 90 (novanta) è associato alla paura. Allo stesso modo possiamo dire che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutta questa lunga spiegazione per arrivare a questo dunque.

Dunque la paura è il numero 90, e la paura fa 90. Questo è il senso proprio dell’espressione “la paura fa 90”. Inoltre vediamo che si usa il verbo “fare”: “la paura fa 90”.

Allo stesso modo infatti possiamo dire che 47 fa “morto che parla”, oppure che 42 fa caffè.

Quanto fa 40? Vediamo un po’… ah 40 fa noia!

Quindi questo significa che se sognate, se fate un sogno e sognate che il vostro caro nonno, morto tanti anni fa, si beve un caffè e vi racconta delle storie, allora dovete giocare al lotto i numeri 47 (morto che parla) e il numero 40 (caffè). Infatti 40 fa caffè e 47 fa morto che parla. Semplice vero?

“La paura invece fa 90”, ora avete capito che significa, letteralmente, che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutto qui. Ma questo è il senso proprio, quello letterale.

La paura fa 90 è però una espressione idiomatica, e questa espressione significa invece che con la paura si possono fare cose incredibili. Sotto lo stimolo della paura si fanno cose che sembrerebbero impensabili in condizioni normali.

Se quindi, ad esempio, siete rincorsi da un cane che vuole mordervi, riuscirete a correre molto velocemente, molto più velocemente del normale: la paura fa 90!

Potete usare questa espressione quindi ogni volta che verificate che con la paura si fanno coe incredibili.

Spero Leonardo sia chiaro il senso della prima frase: la paura da novanta!

Ora vediamo la seconda frase che contiene il numero novanta: “pezzo da novanta”.

Stavolta la tombola non c’entra nulla. Stavolta il numero 90 rappresenta la dimensione, cioè la grandezza, di un cannone. Il cannone è l’arma da fuoco che si usava per sparare sulle navi, un’arma normalmente molto grande (lunga circa 2 metri o giù di lì). Sembra che la larghezza della bocca del cannone, da dove cioè esce la palla di cannone, cioè il proiettile del cannone, si misuri in calibri, e il calibro di un cannone può variare: Nella seconda guerra mondiale esistevano i cannoni a calibro 88 che avevano i tedeschi, e pare che gli italiani possedessero, avessero anche una trentina di cannoni a calibro 90, cioè più potenti.

Esistevano quindi solamente trenta cannoni, trenta cannoni che avevano un calibro pari a 90.

Esistevano quindi solamente 30 pezzi da 90.

Qui occorre spiegare però anche il termine “pezzo”, che normalmente si usa per indicare una piccola quantità, una porzione di qualcosa, come un pezzo di pizza eccetera. Soprattutto nel mondo del commercio la parola pezzo non indica una porzione di qualcosa, ma il termine “pezzo” viene usato in questo caso per indicare una singola unità: un pezzo. Questo vale per qualsiasi cosa: Se voi acquistate un qualsiasi oggetto, e ne acquistate alcune unità, potete dire anche che avete acquistato “alcuni pezzi”. Il termine pezzo quindi non significa solamente “una porzione”, “un pezzo” come quando qualcosa si rompe e “va in pezzi”, cioè si distrugge in piccole porzioni più piccole. Il termine pezzo al singolare significa quindi una singola unità. Al plurale, se voglio acquistare sei bicchieri uguali posso dire alla commessa: scusi, vorrei sei pezzi di questo bicchiere! Cioè vorrei sei bicchieri di questo tipo, sei bicchieri uguali. Quindi quei trenta cannoni speciali, quei trenta cannoni che avevano un calibro 90, erano dei pezzi speciali, dei pezzi quasi unici, perché ne esistevano solamente trenta pezzi: esistevano pochissimi pezzi da 90.

Da allora la frase “pezzo da novanta” ha anche un senso figurato, e viene usata per indicare una persona importante: un pezzo da novanta è un personaggio importantissimo, come ce ne sono pochi al mondo.

Allora ad esempio se conosco il vice presidente di un’importante azienda, posso dire che quello è un pezzo da novanta di quell’azienda, cioè un uomo importante, che svolge un ruolo importante. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di un vero pezzo da novanta.

Qualcuno di noi, credo, potrebbe conoscere alcuni pezzi da novanta, in qualsiasi ambito. Io, fatemi pensare… dunque, non ho mai conosciuto pezzi da novanta della politica italiana, ad esempio, e non ho neanche mai conosciuto pezzi da novanta dello sport. Totti ad esempio è un pezzo da novanta del calcio italiano e mondiale, e mi piacerebbe molto conoscerlo. Nel mio caso non mi vengono in mente pezzi da novanta che io abbia mai incontrato o conosciuto personalmente.

Avete quindi capito che un pezzo da novanta è una persona importante, molto importante. Non per forza la più importante nel suo settore, ma una delle persone più importanti.

Quindi se ad esempio devo indicare una persona che ricopre un ruolo importante in una azienda ma non ricordo il suo ruolo, cioè non ricordo ad esempio se si tratta del direttore, del vicedirettore, del presidente o del vicepresidente, ma ricordo solamente che è uno importante, posso dire che è un pezzo da novanta, che questa persona è uno dei pezzi da novanta.

Pezzo da novanta è una espressione molto usata in Italia, usata soprattutto nella forma orale e quindi non molto raffinata come espressione. Si dice anche “essere qualcuno”. Se dico che mio padre è qualcuno nel tennis, ad esempio, vuol dire che gioca bene a tennis, che è una persona conosciuta. Essere qualcuno, se detta nel modo giusto, significa quindi essere una persona conosciuta, importante perché conosciuta, una persona rispettata perché importante. Anche questa espressione però è abbastanza familiare.

Se vogliamo esprimerci in modo leggermente meno informale possiamo usare la parola “calibro”, oppure, ancora meglio, possiamo usare la parola “spessore”: allora possiamo dire che una persona importante è un pezzo da novanta, se parliamo con amici, ma possiamo anche dire che questa persona è una persona di grosso calibro, o di un certo calibro, che vuol dire ugualmente un calibro elevato, un livello elevato; questo se parliamo con persone di cui abbiamo molto rispetto, o che non conosciamo abbastanza bene. Il senso è lo stesso però. Esistono persone di grosso calibro, ed anche persone dello stesso calibro, cioè dello stesso valore, della stessa importanza. Esistono poi delle persone che hanno un “elevato calibro morale”, persone cioè che han dimostrato nella loro vita di avere una forte moralità, un forte senso del dovere ad esempio, o elevato senso civico. Se quindi volete fare un complimento ad una persona che stimate molto per la sua correttezza ed onestà, che vi ha dimostrato in molte occasioni, potete dirgli che secondo voi è una persona di un elevato calibro morale.

La parola spessore, infine, può essere usata allo stesso modo: “Quella persona ha un elevato spessore morale”, oppure quella persona ricopre un ruolo di un certo spessore, perché magari è il direttore, o il vicedirettore, o il responsabile di una qualche attività.

Bene, sperando che anche voi un giorno possiate diventare persone di elevato calibro morale, se non lo siete già ovviamente, spero di essere riuscito a farvi capire bene il significato di queste due frasi “pezzo da novanta” e “la paura fa novanta”: se ci sono riuscito posso dire di essere un professore di un certo spessore, anche se questo non è esattamente il mio mestiere. Siamo dovuti un po’ entrare nella cultura italiana per capire bene, ed in effetti è questo il significato profondo di imparare una lingua: se imparate la cultura, imparare la lingua vi risulterà più facile. Spero di non avervi annoiato, ringrazio Leonardo per la domanda e tutti gli altri di essere così numerosi a seguire ItalianoSemplicemente.com.

Ora rispondete a voce alta ad alcune facili domande. Aspettate la domanda e provate a rispondere, così vi esercitate nella pronuncia: saranno delle domandine facili-facili.

La paura fa ottantanove?

No, la paura non fa ottantanove, la paura fa novanta!

La paura fa novantuno?

No, la paura non fa novantuno, la paura fa novanta!

Quanto fa la paura?

La paura fa novanta!

Ripetete ora:

Pezzo da novanta.

Quell’uomo è un pezzo da novanta!

Rispondete:

Ma chi è quell’uomo? Una persona di spessore?

Altroché! Quello è un pezzo da novanta!

Quel tizio è qualcuno nell’azienda?

Sì, lui è un pezzo da novanta! È uno di grosso calibro!

Ciao a tutti, e ricordatevi che tutti i fan di italiano semplicemente sono pezzi da novanta, almeno per me.