Protetto: Il segno del Leone: tratti del carattere, aggettivi, pregi e difetti.

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La catena del congiuntivo

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuova puntata dedicata ai donatori, coloro che aiutano italiano semplicemente a sostenersi. Gli episodi dedicati ai donatori devono essere utili, ed allora parliamo oggi del congiuntivo. Lo facciamo attraverso quella che ho chiamato la catena del congiuntivo. Cosa significa?

Un semplice gioco utile a capire la differenza tra congiuntivo e condizionale.

Si forma una frase che contiene un verbo al congiuntivo ed uno al condizionale, poi la frase successiva inizia con lo stesso verbo precedente ma usando la forma del congiuntivo e poi un nuovo verbo al condizionale. L’uso del condizionale non è obbligatorio in tutti i casi, come vedremo.

La catena comunque continua con la frase successiva. In questo modo noterete la differenza tra il congiuntivo ed il condizionale. Provate a farlo anche voi insieme a me, provando a pensare ad una possibile frase.

Pronti?

Se vivessi in Brasile parlerei il portoghese.

Quindi vivessi è congiuntivo (imperfetto) invece parlerei è condizionale (presente).

Adesso quindi dobbiamo usare il verbo parlare al congiuntivo, in una delle forme possibili, non è importante quale, la cosa che conta è la frase che deve essere corretta.

Posso ad esempio dire:

Se parlassi più velocemente voi non capireste.

Andiamo avanti in questo modo.

Se capissi la lingua bulgara, mi trasferirei a Sofia.

Che io mi trasferisca o meno, a nessuno interesserebbe.

Ho cambiato la forma del congiuntivo: stavolta era la forma presente di trasferirsi.

Se tu fossi interessato alla cucina italiana, avresti scoperto la pasta alla norma.

Ho usato il congiuntivo trapassato di interessarsi.

Se loro scoprissero quanto è bella l’Arizona, ci andrebbero un paio di mesi l’anno per giocare a golf.

Adesso usiamo il congiuntivo passato del verbo andare:

Che voi siate andati in vacanza a san Paolo o a Santa Fe, per me non fa alcuna differenza.

In questo caso non abbiamo usato il condizionale. Parliamo del passato (che voi siate andati) e non ho messo “se” davanti come si fa con altre forme del congiuntivo.

Continuiamo. Iniziamo la frase col verbo “fare” per continuare la catena.

Se un canadese facesse una donazione per italiano semplicemente io me ne accorgerei.

Ed infatti me ne sono accorto!

Se vi foste accorti prima di italiano semplicemente, avreste imparato meglio il congiuntivo.

Accorti, verbo accorgersi, e imparato, verbo imparare.

Qualora imparassimo ad essere empatici, seguiremmo l’esempio del Belgio, che infatti è il primo paese al mondo in termini di sensibilità verso le persone in difficoltà.

Se imparassimo, quindi congiuntivo imperfetto, e seguiremmo, cioè condizionale presente.

Nell’eventualità che noi seguissimo i vostri consigli, siccome ci fidiamo di voi, sicuramente rimarremmo molto soddisfatti.

Rimarremmo è il verbo rimanere.

Adesso sentiamo qualche membro dell’associazione se ha qualche idea di come proseguire.

Sentiamo Ulrike dalla Germania. Ulrike devi iniziare con rimanere.

Ulrike: Casomai rimaneste a bocca asciutta io ci resterei e verrei a trovarvi per una lezione in privato.

Nel caso che venissi a trovarvi per una lezione in privato mi aspetterei un piatto tipico prelibato del vostro paese.

Giovanni: bene Ulrike, tedesca e membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Grazie, e adesso se qualcuno si aspettasse un esempio anche da un membro finlandese, io azzarderei il nome di Rauno, anche lui membro della nostra associazione.

Vai Rauno, tocca a te. Azzardare è il verbo da usare.

Rauno: se putacaso…..

Putacaso qualcuno si azzardasse ad accendere una sigaretta in macchina, gliela farei spegnere subito.

Giovanni: grazie Rauno. Ottimo. Hai ragione, e se anche io facessi come te, sarei orgoglioso di me. Vai. Ritocca a te.

Rauno: Se la frase fosse stata perfetta non avrei imparato quella cosa.

Giovanni: perfetto Rauno. All’inizio Rauno aveva fatto un piccolissimo errore (si fa per dire) dicendo “se putacaso”, quando sarebbe bastato “se” oppure solamente “putacaso” (ma può andar bene anche così).

In generale putacaso può sostituire la parola “se”, ma le due parole si possono anche scrivere insieme poiché “putacaso” è molto simile a “metti il caso”, quindi sottolinea l’eventualità. In questi casi “putacaso” si inserisce tra due virgole.

Niente di grave quindi ma Bogusia ha qualcosa da dire per continuare la catena. Bogusia è anche lei un membro dell’associazione.

Bogusia: ammettiamo che Rauno avesse ascoltato con attenzione un bell’episodio intitolato “putacaso ti tradissi “ non avrebbe mai fatto un errore del genere.

Giovanni: ehehe, però la tua frase doveva iniziare con “imparare”.

Bogusia: Putacaso imparasse qualcosa dovrebbe condividerlo con il mondo.

Giovanni: Bene ragazzi, grazie anche a Bogusia. Begli esempi che abbiamo fatto. spessso abbiamo citato alcuni paesi da cui sono arrivate le ultime donazioni ad italiano Semplicemente. Stati Uniti, Brasile, Bulgaria, Nuovo Messico, Canada e Belgio.

Per chi fosse interessato abbiamo realizzato altri episodi sul congiuntivo. Vi metto a seguire sull’articolo così potete dare un’occhiata, se volete.

Episodi sul congiuntivo
1) 41 esempi

2) come evitare il congiuntivo

3) concordanza dei tempi

4) periodo ipotetico

5) episodio divertente: putacaso ti tradissi

Grazie a tutti i donatori ed a chi ha partecipato a questo episodio. Se non lo avessero fatto non sarebbe venuto così bene.

Un abbraccio da Giovanni e da italiano semplicemente.

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Chi di dovere

Audio

Trascrizione

Ciao a tutti, “chi di dovere” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un nuovo episodio di italianosemplicemente.com.

Tre parole compongono questa frase, questa espressione, che si usa solamente nella forma orale.

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Chi è un pronome, è significa “colui che” o “colei che” cioè “la persona che“. Quindi chi indica una persona. Non si può quindi usare per gli animali e per gli oggetti.

Di è una preposizione semplice. Si usa in moltissimi casi diversi. Vi consiglio un episodio dedicato proprio alle preposizioni semplici.

La parola dovere, infine, è un verbo e un sostantivo. Il dovere come sostantivo si contrappone solitamente al diritto.

Come verbo infatti indica l’obbligo di fare qualcosa. “Io devo fare qualcosa” significa che io sono tenuto a fare qualcosa,  che sono obbligato a fare qualcosa.

Nella frase di oggi la parola “dovere” funge da sostantivo.

Quindi stiamo parlando di una persona, perché c’è il “chi”, e di un dovere: qualcuno forse ha un dovere da fare?

In realtà non c’è nessuno che ha un dovere da fare. Ma siamo vicini al concetto di dovere.

Vediamo perché.

L’espressione in effetti fa riferimento a qualcuno, questo è vero, quindi il pronome “chi” ha proprio questa funzione, ma “di dovere” indica qualcosa di molto generico.

Non si sta indicando una persona che conosciamo, qualcuno di preciso, una persona precisa.

Questa espressione possiamo anche vederla come una frase accorciata. La vera frase potrebbe cioè essere più lunga.

Ad esempio, se in ufficio accade qualcosa che io ritengo non sia corretta, potrei decidere di riferire l’accaduto al direttore o a qualcuno che ha capacità decisionale, qualcuno che possa prendere adeguati provvedimenti. In modo generico potrei dire:

Quello che è accaduto non deve più accadere, quindi riferirò a chi di dovere.

Riferirò a chi di dovere: voglio dire che l’accaduto sarà riferito a qualcuno che possa fare qualcosa.

Non mi sto riferendo ad una persona precisa, ma solamente alla figura che questa persona rappresenta.

Potrebbe trattarsi del direttore, del dirigente di un ufficio, del responsabile di un servizio.

Insomma, sto parlando della persona (o dell’ufficio) alla quale tocca o compete fare qualcosa.

Questa persona o quest’ufficio ha un potere, evidentemente.

Questa persona ha un ruolo, e potremmo dire che ha un “dovere”.

Spesso infatti parliamo di una figura professionale, di qualcuno che ha una responsabilità che deriva dal lavoro che fa, dal ruolo che occupa. Quindi questa persona ha un dovere, un dovere professionale.

Ecco perché si dice “chi di dovere”. Si intende dire:

Chi, di dovere, svolge questa funzione

Chi, di dovere, ha responsabilità in merito

Chi, di professione, ha il potere di fare qualcosa.

Mentre ho pronunciato queste frasi ho aggiunto sempre qualche parola in più rispetto a “chi di dovere” ed inoltre ho fatto una pausa dopo la parola “chi” , ed infatti ho anche messo una virgola:

chi, di dovere, svolge questa funzione.

Un modo veloce e discorsivo di esprimere lo stesso concetto è proprio:

Chi di dovere.

Senza fare pause, quindi senza mettere virgole, e senza aggiungere altro. Il concetto è chiaro così.

Vi faccio altri esempi:

Mi trovo in ospedale e devo fare delle analisi del sangue. Vado allo sportello amministrativo e la persona addetta a parlare con i clienti mi dice:

Compili questo foglio, scriva tutte le informazioni personali, dopodiché io provvederò a inoltrare la sua richiesta a chi di dovere!

Quindi il foglio verrà consegnato a qualcun altro, e precisamente alla persona a cui spetta questo compito, cioè alla persona cui va consegnato perché è proprio questo il suo compito.

Fa parte del suo “dovere” ricevere queste informazioni.

Ho usato diversi verbi finora parlando di responsabilità e dovere: Spettare, competere, toccare.

Il verbo “toccare” può sembrare strano da usare in questo contesto, poiché non stiamo parlando di mani e di tatto.

Toccare in questo caso equivale a spettare, competere.

Ah quasi dimenticavo: se invece conoscete la persona responsabile, cioè la persona alla quale spetta la responsabilità. Potete ugualmente usare l’espressione di oggi, se volete aggiungere che, in caso di sua assenza o indisponibilità, la responsabilità è di un’altra persona che la sostituisce. In tal caso potete sempre usare “chi di dovere” e dire dire ad esempio:

La responsabilità spetta a Giovanni o a chi di dovere

oppure:

La responsabilità spetta a Giovanni o chi per lui.

oppure

Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi di dovere

Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi per lei.

In questi casi quindi non sapete chi è il sostituto di Giovanni o Francesca (o non siete sicuri), potete usare entrambe le espressioni, ma se volete sottolineare la sostituzione meglio usare l’espressione “o a chi per lui/lei”.

Vediamo ancora questi verbi che abbiamo usato quando si parla di responsabilità: spettare, competere e toccare.

A chi tocca fare questo lavoro?

A chi spetta?

A chi compete?

Chi è il responsabile?

Di chi è la responsabilità?

Di chi è la competenza?

Di chi è la spettanza?

Sicuramente toccare è il più informale di tutti, ma è molto usato informalmente.

Facciamo un ultimo esempio. Ammettiamo che una persona abbia un incidente per colpa dell’amministrazione di una città.

Ad esempio una persona che cade in una buca nel terreno in città.

Questa persona potrebbe chiedere al sindaco della città, o a chi di dovere, di intervenire, per riparare il danno alla strada.

Questo cittadino non conosce le responsabilità dell’amministrazione, ma questo non significa che non possa lamentarsi, quindi nella sua lettera chiede un intervento da parte di chi di dovere.

“L’ufficio responsabile deve intervenire”, questa è la richiesta da parte del cittadino, pur non conoscendo di chi sia esattamente la responsabilità.

A chi spetta intervenire? A chi tocca? A chi compete? Non si sa, ma si spera che l’ufficio responsabile intervenga.

Bene un piccolo esercizio di ripetizione adesso. Ripetete dopo di me.

Chi di dovere

Spediamo il documento a chi di dovere

Chiedo a chi di dovere di intervenire

Speriamo che, chi di dovere, faccia immediatamente qualcosa.

Giovanni mi ha detto di aver parlato con chi di dovere sabato scorso.

Ciao ragazzi, al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Un abbraccio da Giovanni.

Ne va

Audio

Trascrizione

Ciao ragazzi, io sono Giovanni, e questa che state ascoltando è la spiegazione di una espressione italiana. Lo facciamo tutti i lunedì: una espressione, un modo di dire, insomma qualcosa di nuovo, per farvi ascoltare la voce di un italiano.

La trascrizione di questo episodio, come tutti gli altri, è disponibile sul sito italianosemplicemente.com.

La frase di oggi è “ne va“.

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“Ne va” non è una espressione idiomatica; si tratta di un semplice modo, un modo molto veloce che gli italiani utilizzano per esprimere qualcosa di importante.

Ne” è una particella che ha moltissimi utilizzi nella lingua italiana. Molto spesso l’abbiamo incontrata nelle passate spiegazioni su questo sito.

Va” invece rappresenta il verbo andare.

Io vado, tu vai, lui va, noi andiamo, voi andate, loro vanno.

Quindi “lui o lei va“. Ma in questo caso c’è “ne” in più e il significato cambia completamente.

Non si parla di persone che “vanno“: le persone ed il loro movimento non centrano nulla. Si parla invece di importanza, come dicevo prima.

C’è qualcosa di molto importante che potrebbe essere in pericolo. Qualcosa di molto importante che potrebbe essere a rischio, che potrebbe essere compromesso, che potrebbe essere perso.

La cosa importante che in pericolo va aggiunta dopo le due parole “ne va”.

Per unire “ne va” e la cosa importante, si utilizza una preposizione articolata. Ad esempio se dico:

La sanità è una cosa seria, i medici devono essere competenti, perché ne va della salute dei cittadini.

Quindi ne va della salute dei cittadini. E’ la salute dei cittadini la cosa importante. E’ la salute dei cittadini ad essere a rischio, è la salute dei cittadini che potrebbe essere compromessa. Quindi se i medici non sono competenti, se cioè non sono dei bravi medici a rimetterci saranno i cittadini e la loro salute: ne va della loro salute.

Posso anche dire ne va di mezzo la loro salute. Molto spesso si trova anche la parola “mezzo” alla fine. In questo caso l’espressione ha più l’aspetto di una espressione idiomatica.

Andare di mezzo” è l’espressione, che però ha più significati.

Infatti l’espressione “andare di mezzo” ha anche il senso di essere coinvolti.

Ad esempio se dico che:

Nel mio ufficio è stata trovata una valigia con 1 milione di euro. Non so chi sia stato a mettercela, ma speriamo di non andarci di mezzo.

Questo significa che io spero di non essere coinvolto in questo fatto. Forse qualcuno ha rubato questi soldi ma non sono stato io, e spero di non andarci di mezzo. Spero che non ne vadano di mezzo neanche i miei colleghi.

Questo “andarci di mezzo” ha il senso di essere coinvolti.

Potrei anche aggiungere:

Se ne va di mezzo anche il mio dirigente potrei andarci di mezzo anch’io.

Ecco,  se “ne va di mezzo” anche il mio dirigente significa che viene coinvolto anche il mio dirigente. In questo caso ne sarei coinvolto anche io in questa brutta faccenda.

Spero che questo non accada: ne va del futuro della nostra azienda.

“Ne va del” futuro della nostra azienda: ecco, in questo caso vuol dire che il futuro della nostra azienda sarebbe a rischio, sarebbe compromesso. Perché il futuro della nostra azienda è importante. E’ proprio questo il senso iniziale, che avevo spiegato inizialmente e che rappresenta l’espressione che voglio spiegare oggi.

Ma il significato se ci pensate è abbastanza simile.

Ne va di mezzo il mio dirigente = Viene coinvolto il mio dirigente

Ne va del futuro dell’azienda = ne va di mezzo il futuro dell’azienda = il futuro dell’azienda è a rischio, è in pericolo, è in gioco, è in ballo.

Vi faccio altri esempi di rischio e pericolo, cioè casi in cui usare “ne va”:

L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: ne va del futuro dell’Europa stessa.

Potremmo anche dire:

L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: è in gioco il futuro dell’Europa stessa.

L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: altrimenti sarebbe a rischio il futuro dell’Europa stessa.

L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: se non accade questo sarà in pericolo il futuro dell’Europa stessa.

L’Europa deve proteggere i paesi più deboli: è in questo modo che si può assicurare un futuro all’Europa stessa.

Parliamo di benessere:

Non posso smettere di fare sport, ne va del mio benessere

Non posso smettere di fare sport, è in gioco il mio benessere

Non posso smettere di fare sport, altrimenti metterei a rischio il mio benessere

Non posso smettere di fare sport, il mio benessere è troppo importante

Non posso smettere di fare sport, ci tengo al mio benessere

Non posso smettere di fare sport, è in ballo il mio benessere

Vedete che si parla sempre di qualcosa di molto importante e che potrebbe in futuro essere in pericolo.

Dicevo che “ne va” è seguito sempre da una preposizione articolata:

del, della, dello, dei, degli, delle

Ma se usate la parola “mezzo” dovete usare la preposizione semplice “di”

Ne va di mezzo il futuro dell’Europa stessa

Ne va di mezzo il mio benessere

Se decidete di non usare la preposizione articolata state attenti perché in questo caso “andare di mezzo”, come abbiamo visto, ha anche un secondo significato: essere coinvolti, essere chiamati in causa.

Notate anche che la particella “ne” come sapete solitamente si usa per sostituire qualcosa che non viene ripetuto. Ad esempio: Vuoi un po’ di torta? Sì, grazie, ma ne vorrei solo un po’. Quindi il “ne” si riferisce alla torta.

Lo stesso accade quando uso “andarci di mezzo” nel senso di essere coinvolti in qualcosa.

Come abbiamo visto anche prima in una frase simile (quella della valigia con un milione di euro):

Spero che in questo brutto affare non ne vada di mezzo nessuno!

In questo caso non solo la parola “mezzo” è obbligatoria ma il “ne” si riferisce al brutto affare, nel quale non deve andarci di mezzo nessuno.

Invece nella frase: “ne va  del mio benessere” o “ne va di mezzo il mio benessere” la parola “mezzo” non è obbligatoria e inoltre “ne” ha il senso di conseguenza, il senso di effetto, di risultato. Questo significato della particella “ne” lo troviamo anche se la usiamo con altri verbi:

Ne deriva, ne consegue, ne emerge, ne deduco.

In questi casi il “ne” si usa per esprimere una conseguenza.

Ho fame, ne consegue che devo mangiare! (la conseguenza della mia fame è che devo mangiare)

Hai perso, ne deriva che devi pagare la scommessa! (la conseguenza della tua sconfitta è che devi pagare)

Non mi hai risposto al telefono: ne deduco che non eri a casa (non hai risposto quindi come conseguenza io credo che tu non eri in casa)

Allo stesso modo, ad esempio:

Devo vincere: ne va della mia reputazione.

Una frase, questa, che posso dire se ho una sfida, una partita importante: Devo vincere: ne va della mia reputazione.

Anche in questo caso la conseguenza della mia vittoria è che sarebbe salva la mia reputazione. Se invece perdessi perderei la mia reputazione. Si tratta sempre di una conseguenza dunque.

Notate una cosa: in genere quando si usa “ne va” si parla quasi sempre del futuro, si parla quasi sempre di qualcosa di importante che è in pericolo, a rischio. Non si usa mai o comunque è difficile vedere “ne va” al passato. Può comunque accadere qualche volta di trovare frasi tipo:

Ha dovuto studiare molto per ottenere il lavoro: ne andava del suo futuro.

“Ne va”, quindi, se parliamo al passato, diventa “ne andava”.

Vediamo altri esempi:

Ho dovuto e ho voluto donare un rene a mio figlio: ne andava della sua vita

La Juventus non poteva cedere il suo giocatore migliore, ne andava dell’immagine della squadra.

Notate infine che se, davanti a “ne va” o davanti a “ne andava” aggiungete il pronome se il significato cambia completamente. Difficile a spiegarsi ma l’esempio chiarirà tutto.

Se dico:

Io me ne vado di casa

Vuol dire che io lascio la mia casa. Uso il pronome “me” perché sono io che lascio la casa.

Analogamente se mi riferisco a una terza persona, lui o lei, la frase diventa:

Lui se ne va di casa

Lei se ne va di casa

Che significano semplicemente che lui o lei lasciano la casa, lui o lei abbandonano la casa. Ho parlato della terza persona (lui o lei) perché è l’unico caso in cui si possa far confusione con l’espressione di oggi. Infatti nelle altre persone non è possibile confondersi: Io me ne vado, Tu te ne vai. Noi ce ne andiamo, voi ve ne andate: solamente se dico: Lui (o lei) se ne va si può creare confusione.

Anche in questo caso compare “ne va di” ma c’è il se davanti. In questo caso quindi le conseguenze non c’entrano nulla. Il verbo “va” in questo caso indica proprio il verbo andare, indica quindi movimento: l’uscita di casa, in questo caso.

Un’ultima notazione: “ne va”, l’espressione di oggi, si usa solo con il verbo andare alla terza persona singolare.

Non esiste: ne vado. Non esiste in questo senso voglio dire. Posso dire ne vado fiero, ne vado orgoglioso, ma ha un altro significato. Lo stesso vale per “ne vai”, “ne andiamo”, “ne andate”, “ne vanno”.

Perché? Beh, perché come vi ho detto il senso è dire che c’è qualcosa che è in pericolo, che è a rischio. Per questo motivo basta cambiare l’aggettivo possessivo o la preposizione e mai il verbo; ad esempio:

E’ a rischio la mia reputazione? Ne va della mia reputazione

E’ a rischio la nostra amicizia? Ne va della nostra amicizia

E’ in pericolo la tua vita: Ne va della tua vita

E’ in gioco la vostra esistenza? Ne va della vostra esistenza

E’ in ballo la loro credibilità? Ne va della loro credibilità

E’ in ballo il destino dell’azienda? Ne va del destino dell’azienda

Bene adesso con l’aiuto di alcuni dei membri dell’Associazione Italiano Semplicemente facciamo alcuni esempi che vi invito a ripetere:

Mariana (Brasile): speriamo che il nuovo presidente del Brasile Bolsonaro sia un buon presidente: Ne va del futuro del mio paese.

Ho bisogno di praticare l’arte marziale per riuscire a difendermi, ne va della mia protezione.

Assma (Marocco): Spero che possiate visitare il Marocco un giorno, ne va dell’immagine del mio paese

Grazie a Mariana dal Brasile e Assma dal Marocco. Vorrei concludere ringraziando i membri dell’associazione che hanno collaborato e tutti i donatori che ci aiutano a mantenere vivo il sito web. Grazie a queste donazioni è possibile evitare la pubblicità sul sito. Grazie dunque a chi ci sostiene economicamente. Mi auguro che questo possa servire a ricevere altre donazioni perché ne va del futuro del sito italianosemplicemente.com.

Andrè (Brasile): se le persone non fanno donazioni, ne va di mezzo la nostra associazione!

Infatti. Questa era la voce di Andrè, dal Brasile. Grazie anche ad Andrè. Un saluto a tutti.

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Darsi la zappa sui piedi

Audio

E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

zappa_immagineBuongiorno amici di italiano semplicemente e benvenuti in questo nuovo episodio dedicato alle espressioni italiane.

Io sono Giovanni e oggi parliamo di una nuova espressione idiomatica italiana.

Di tratta di una espressione utilizzata un po’ da tutti gli italiani, tutti i giorni e in più di un contesto diverso. Fondamentalmente viene usata sia in famiglia che al lavoro quindi ma sempre in modo abbastanza informale.

Potreste trovarla anche su articoli di giornale comunque. L’espressione è la seguente: darsi la zappa sui piedi.

Allora spieghiamo brevemente questa espressione e poi facciamo un piccolo esercizio di ripetizione.

Darsi è il verbo dare, dare nel senso riflessivo quindi darsi vuol dire dare a se stessi.

Ok ma darsi cosa? Darsi la zappa. La zappa è uno strumento utilizzato in agricoltura, un attrezzo agricolo che serve per muovere il terreno, quindi la zappa è uno strumento che viene usano dai contadini anche oggi.

In passato era molto più utilizzata rispetto ad oggi perché la tecnologia ormai ha portato all’utilizzo di strumenti più sofisticati della Zappa per muovere il terreno.

Si tratta di uno strumento provvisto di un manico, lungo circa un metro, un metro e venti centimetri e all’estremità di questo manico c’è un pezzo di ferro, di metallo, un pezzo di metallo dalla punta piatta che serve a essere infilata nel terreno. Quindi la zappa serve per essere infilata nel terreno e per muovere il terreno, per muovere la terra.

In questo modo il contadino può seminare la terra, rimuovere erbacce, può quindi curare il proprio giardino o il proprio orto, può decidere di piantare degli ortaggi, di togliere le erbacce spontanee eccetera.

Quindi ogni qualvolta un contadino ha bisogno di movimentare il terreno può usare una zappa: attenzione alla pronuncia della lettera Z della parola Zappa.

È una z sorda (si dice così in italiano). La Z sorda è quella di Zappa e anche quella di zoppo o di informazione e non è quindi una z “sonora” come quella della lettera z per esempio.

Questi sono tutti argomenti che solitamente trattiamo sul gruppo dell’associazione italianosemplicemente. In particolare sul gruppo WhatsApp ogni giovedì ci occupiamo di pronuncia.

Comunque andiamo avanti con la spiegazione di questa espressione: darsi la zappa sui piedi quindi vuol dire, in senso proprio, prendere la zappa con le mani, afferrarla e darsela sui piedi, cioè colpire i propri piedi al posto della terra.

Darsela: la parte finale “la” si riferisce alla zappa quindi darsi la zappa sui piedi vuol dire prendere la zappa e colpire i propri piedi: cosa che evidentemente provoca del dolore: ma questa è un’espressione figurata.

Cosa significa questa espressione?in senso figurato questa espressione sta ad indicare che ciascuno di noi può compiere un’azione che può trasformarsi in un’azione controproducente.

Posso usarla in più di un contesto diverso, sia in famiglia che al lavoro ma sempre in modo informale.

Può capitare di farsi del male con una propria azione, anche involontariamente, senza volerlo, e specialmente se si è stanchi o nervosi.

Anche su articoli di giornale si usa questa frase perché rende molto bene l’idea di farsi del male da soli.

Ok quindi ricapitoliamo: darsi la zappa sui piedi significa compiere un’azione che si rivela controproducente per noi stessi e l’espressione ha origini contadine.

Capita molto spesso di usare questo tipo di espressione poiché molto spesso i risultati negativi sono causati, sono provocati proprio da una nostra azione.

In questi casi posso dire tranquillamente che ci siamo dati la zappa sui piedi. Nel tentativo di produrre qualcosa di positivo il risultato è stato invece controproducente.

Si usa il verbo dare nel senso di colpire.

Solitamente dare si usa quando ci sono due persone (io do una cosa a te) ma in alcuni casi, in senso riflessivo, posso usarla anche rivolto a me stesso.

In questo caso “dare sui piedi” significa colpire i piedi.

Proviamo a fare qualche esempio. In ambito politico posso dire ad esempio che dopo le elezioni amministrative in Brasile la vittoria di Bolsonaro potrebbe portare dei risultati positivi per l’economia brasiliana e per il popolo brasiliano, ma potrebbe anche portare dei risultati negativi per lo stesso popolo e per la stessa economia.

Allora i brasiliani che lo hanno votato, coloro che lo hanno portato alla vittoria, coloro che hanno espresso il loro voto a favore di Bolsonaro potrebbero dire, a ragion veduta, che si sono dati la zappa sui piedi oppure anche che si sono dati la zappa sui piedi da soli.

Coniugando posso dire:

Io mi sono dato la zappa sui piedi.

Tu ti sei dato la zappa sui piedi.

Lui o lei si è dato o si è data la zappa sui piedi.

Noi ci siamo dati la zappa sui piedi.

Voi vi siete dati la zappa sui piedi.

Loro si sono dati la zappa sui piedi.

Ovviamente questo possiamo dirlo soltanto se Bolsonaro non darà i risultati sperati.

Credo che tutto sia abbastanza chiaro, d’altronde l’immagine della Zappa sui piedi è abbastanza eloquente.

Facciamo un piccolo esercizio di ripetizione. Facciamo in modo anche di far lavorare un po’ il cervello ok?

Rispondete alle domande rispettando il tempo e la persona indicate nella domanda.

Attenzione alla persona e al tempo della domanda.

Non abbiano mai fatto questo esercizio finora ma credo possa funzionare per memorizzare.

Se io ad esempio dico: Cosa fai?

La risposta è: ti dai la zappa sui piedi.

Cosa farà?

Si darà la zappa sui piedi.

Cosa ho fatto?

Mi sono dato la zappa sui piedi.

Cosa potremmo fare?

Potremmo darci la zappa sui piedi.

Cosa dovreste evitare?

Dovreste evitare di darvi la zappa sui piedi.

Cosa hanno deciso?

Hanno deciso di darsi la zappa sui piedi.

Abbiamo terminato anche oggi, spero che l’episodio vi sia piaciuto. Ringrazio tutti e invito a chi è interessato di dare un’occhiata al programma settimanale di italiano semplicemente, cioè agli argomenti di cui parliamo nel gruppo WhatsApp ogni giorno.

Per chiunque fosse interessato a partecipare può chiedere l’adesione all’associazione. In questo modo il vostro italiano migliorerà di giorno in giorno, mentre se volete continuare a studiare da soli è una vostra scelta, lo potete fare ma potrete dire di esservi dati la zappa sui piedi.

Grazie ai donatori e ci rivediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

New York. Ripassiamo le particelle

Audio

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, ed oggi facciamo un episodio speciale, dedicato alla città di New York. Un episodio per ringraziare i donatori newyorkesi di Italiano Semplicemente.

Oggi facciamo quindi un bell’esercizio di pronuncia ed insieme un ripasso di alcune frasi che contengono delle paroline difficili per gli stranieri, sia per la pronuncia, sia per le particelle che useremo.

E’ quindi questa un’occasione anche per fare un po’ di pronuncia e in questo modo aiutare voi stranieri con alcune parole a volte difficili da usare.

Gli esempi e le frasi che vedremo riguardano quindi la città di New York, quindi questa diventa anche un’opportunità per condividere informazioni interessanti su questa città.

Facciamo che io vi pongo delle domande (una specie di gioco), poi vi suggerisco in che modo dare la risposta e voi provare a rispondermi. Pronti?

Prima domanda:

Vogliamo provare a fare questo esercizio? Rispondi utilizzando la particella “CI”

Risposta:

Ok, ci possiamo provare, oppure, ok, proviamoci.

Seconda domanda:

Sapete sicuramente che New York è soprannominata la grande mela, allora la mia seconda domanda è:

Conosci un soprannome di New York? Nella risposta provate ad usare la particella “NE”

Risposta:

Sì, ne conosco uno: la grande mela.

Ovviamente ne serve a sostituire la parola soprannome.

Terza domanda:

Per le strade di New York possiamo mangiarci un gustoso hot dog? Allora rispondete alla domanda utilizzando la particella “CE”, e volendo insieme anche la particella “NE”. Ok? Nella stessa risposta utilizzate sia ne che ce.

Risposta:

Sì, ce ne possiamo mangiare quanti ne vogliamo di Hot dog per le strade di New York.

Quarta domanda. Per rispondere a questa domanda utilizzare “SE” e “NE” nella stessa risposta. Se e ne nella versione senza accento. Sapete che a NY esiste una zona, un quartiere chiamato “Little Italy”, un famosissimo sobborgo newyorkese che è a maggioranza italiana. Ci sono molti italiani a Little Italy.

La domanda è la seguente:

Gli italiani di New York si sono accorti che esiste Little Italy a Manhattan? Usate se e ne.

Risposta:

Certo, tutti gli italiani se ne sono accorti!

Il se indica gli italiani mentre il ne sostituisce la cosa di cui si sono accorti gli italiani.

Quinta domanda. Sapete che nell’isola di Manhattan c’è uno schema di strade particolare, strade che la percorrono in senso verticale e orizzontale, tutte intersecate tra loro. Io non riuscirei ad orientarmi facilmente. Ne sono sicuro.

Ecco dunque la domanda n. 5:

C’è bisogno della mappa per orientarsi tra le vie di Manhattan?

Per rispondere utilizzate “ce” e anche “n’è” (n + apostrofo + è-verbo essere)

Risposta:

Sì, per Giovanni sicuramente ce n’è bisogno

Questa ovviamente è una delle tante risposte possibili.

Forse anche per altre persone con poco senso dell’orientamento ce n’è bisogno, non solo per Giovanni. N’è sta per “ne è”. Metto l’apostrofo che sostituisce la e.

Sesta domanda. Sapete che a New York l’11 settembre del 2001 sono cadute le torri gemelle a causa di uno dei maggiori attacchi terroristici degli ultimi anni. Nonostante tutto però New York non possiamo definirla una città pericolosa. Tutt’altro direi. Allora proviamo a rispondere alla domanda usando una espressione nuova: “in sé per sé”.

Domanda: il fatto che New York sia stata vittima di uno dei più grandi attacchi terroristici degli ultimi anni cosa implica?

Risposta:

In sé per sé questo non implica che sia una città pericolosa.

Quindi l’attentato del 2001, da solo, da sé, o in sé per sé, non comporta, non implica che NY sia pericolosa.

Infatti, rispetto a molte altre metropoli, la Grande Mela può rivendicare il titolo di città più sicura in rapporto al numero di abitanti. Infatti New York City ha il tasso di criminalità più basso delle 25 più grandi città degli Stati Uniti.

Settima e Ottava domanda. Per rispondere usiamo la particella “CE” e il pronome ”LA” nella stessa frase. Attenzione: “LA” non come articolo ma come pronome.

Allora: C’è un film dal titolo “qualcosa è cambiato”: questo è il titolo in lingua italiana, mentre il titolo inglese è “As Good as It Gets”. In questo film c’è una famosa frase che riguarda New York:

Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque.

Ok allora la domanda n. 7 è: Dove ce la puoi fare se ce la fai qui?

Risposta:

Ce la puoi fare ovunque.

Cioè in ogni luogo, in ogni posto al mondo: se ce la puoi fare qui, cioè qui a News York, allora puoi riuscirci in tutti gli altri posti al mondo, cioè ovunque. Evidentemente New York è una città in cui non è molto semplice riuscire a farcela, cioè riuscire ad affermarsi, ad avere successo, o semplicemente a sopravvivere. “ce la fai” vuol dire appunto “ci riesci”, “riesci a farcela”, riesci a cavartela eccetera. .

Ottava domanda: Dove è più difficile farcela? (facciamo un confronto tra New York ed altrove usando la parola farcela.

Risposta: farcela è più difficile a New York che altrove.

A proposito di altrove. C’è una celebre frase che dice: “Un vero newyorkese crede che coloro che vivono altrove stiano, in qualche modo, scherzando”. Ho trovato molto divertente questa frase, che probabilmente allude al fatto che i newyorkesi si sentano al centro del mondo, magari anche più importanti degli altri o semplicemente che a New York c’è tutto ciò che serve per vivere ed essere felici.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione: parliamo di New York, di pizza e di pronuncia (chi non conosce la pizza!). Pizza si pronuncia con la z doppia e anche sorda (come cozze, mazzo, pazzo, palazzo ma non come “organizzare” e “ipotizzare” ad esempio che hanno la doppia zeta sonora).

Ebbene la prima pizzeria degli Stati Uniti è stata aperta a New York nel 1895 da un napoletano di nome Gennaro, nome tipicamente napoletano.

Attenti alla pronuncia delle doppie zeta.

Ripetete dopo di me:

Ipotizziamo (zeta sonora) di mangiare la pizza a New York (zeta sorda).

e organizziamo (zeta sonora) una cena per toglierci uno sfizio. (zeta sorda)

In quale pizzeria andare? (zeta sorda)

C’è solo l’imbarazzo della scelta! (zeta sorda)

Possiamo mangiare anche pizza a buon prezzo! (zeta sorda)

Analizziamo con cura il locale in cui andare (zeta sonora)

Ci sono locali con terrazze panoramiche (zeta sorda)

Gli italiani a New York hanno una lista di pizzerie (zeta sorda) personalizzata (zeta sonora)

Nella speranza (zeta sorda) che questo esercizio vi sia piaciuto, vi mando un saluto affettuoso da Roma. Scommetto che vi è venuta voglia di pizza! E grazie ancora ai donatori di tutto il mondo.

Ciao

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Italiano professionale: Rischi ed opportunità nel settore della farmaceutica

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Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi buongiorno!

In questa lezione n. 11, “rischi ed opportunità”, lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE Daria, ragazza di nazionalità russa e membro dell’associazione Italiano Semplicemente, prova ad utilizzare alcune delle frasi imparate nel corso di questa lezione.

A te la Parola Daria.

Daria: La lezione undici del corso di ITALIANO PROFESSIONALE ha a che fare con un l’argomento sicuramente scottante, non solo in ambito lavorativo, ma anche nella vita quotidiana. Infatti, l’atteggiamento di fronte al futuro contingente rivela molto del carattere delle persone.

Quelle positive e curiose, di fronte ad un’opportunità cercano sempre di battere il ferro finché è caldo e un’altra loro fondamentale caratteristica è che fanno sempre un tentativo di considerare una situazione da tutti i possibili punti di vista spesso molto diversi tra loro, sfruttando così le opportunità che si presentano al massimo.

La prontezza nell’azione è altresì fondamentale, perché come si dice, chi non risica non rosica.

Rischiando, però, lo dice la parola stessa, possono sfuggire fattori importanti: si deve sempre tenere a mente, ad esempio, dell’esistenza di leggi nel settore di competenza, e prendere i dovuti provvedimenti senza difettare in superficialità.

È un equilibrio difficile. Sul mercato farmaceutico ad esempio, che è quello di cui mi occupo personalmente, ogni opportunità va sempre considerata tenendo conto dell’applicazione rigorosa della legge.

Se, ad esempio, i ricercatori scoprono una nuova molecola che consente di trattare efficacemente una malattia, un’azienda farmaceutica non può, nel tentativo di cogliere l’occasione al volo, lanciarla subito sul mercato.

È necessario invece svolgere le prove cliniche, registrare il nuovo farmaco ed avere tutte le pezze d’appoggio prima di mettere sul mercato una medicina. Insomma c’è un rigoroso iter burocratico da seguire.

Possiamo sicuramente dire che in questo mercato, quello della farmaceutica, non si può vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Curiosamente a volte accade anche che due o tre aziende farmaceutiche sono impegnate in ricerche sulla stessa molecola. In questi casi ha sempre la meglio l’azienda che non si sbilancia e che invece supera le prove cliniche e di registrazione rispettando la legge e completando l’intero iter da seguire. Vince sempre l’azienda che riesce a preparare i documenti giustificativi per prima.

Un altro fatto curioso e che fornisce una grossa opportunità è che talvolta lo Stato permette di usare il nuovo farmaco in un paese prima della registrazione, a condizione però che quel prodotto sia già stato registrato in altri paesi.

In questo caso un’azienda farmaceutica prende due piccioni con una fava: far conoscere ai medici il nuovo prodotto e condurre delle prove cliniche. In questo modo fanno quindi di necessità virtù, perché le prove sugli esseri umani è sempre l’ultima e indispensabile fase delle prove cliniche.

Buono a sapersi vero? Questa in effetti è una opportunità rara e pregiata. I pazienti, dei veri esseri umani, vengono a cascare a fagiolo, e allo stesso tempo sono davvero fortunati perché hanno il nuovo medicinale, certamente più efficace (nella maggior parte dei casi) prima degli altri.

Ognuno è libero di operare a propria coscienza ovviamente, ma il mio consiglio è di non buttare a mare tali occasioni e, assicurandosi di essere venuti a conoscenza di tutto ciò che c’è da sapere, dare il proprio ok per partecipare alle prove cliniche.

Bene, ho terminato il mio contributo personale. Spero di essere stata utile a tutti.

Un saluto da Daria a tutti e buona giornata!

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Il ponte delle Spie – ripasso dei primi 31 verbi professionali

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Trascrizione

Buongiorno a tutti, sono Giovanni, la voce principale di italianoSemplicemente.com.

L’episodio di oggi è un episodio dedicato alla Germania. Perché ho deciso di dedicare una puntata di Italiano Semplicemente alla Germania? Beh solo per ringraziare i donatori di questo sito, coloro che hanno aiutato e continuano ad aiutare Italiano Semplicemente attraverso delle donazioni.

L’ho già fatto con L’Azerbaigian e con l’Argentina in passato, in due episodi dedicati rispettivamente al Dolma (specialità azera) e al Mate (specialità argentina).

Oggi vediamo qualcosa della Germania e con l’occasione ripassiamo alcuni verbi che abbiamo dettagliatamente spiegato nel corso di italiano professionale. Parliamo dei cosiddetti “verbi professionali” che si usano più spesso in ambito lavorativo e che gli stranieri non usano quasi mai. Questa allora può essere una buona occasione per vedere qualche utilizzo interessante. Finora abbiamo spiegato ben 31 verbi di questo tipo.

Ok ma di cosa parliamo in particolare? Parliamo di un ponte tedesco. Sapete che il tema dei ponti recentemente è un tema sensibile per via del ponte di Genova crollato recentemente.

Ebbene Il ponte di cui sto parlando è il ponte di Glienicke, detto “il ponte delle spie”. Una cosa molto interessante, soprattutto dal punto di vista storico. Un film che sicuramente ci aiuta a volgere lo sguardo all’indietro per imparare qualcosa dal passato.

Il Ponte delle Spie – Autore: Undogmatisch Berlin

Mi avvalgo di questo episodio quindi non per promuovere il film di Spielberg dal titolo omonimo, di cui vi parlerò dopo, ma è solamente un modo che io utilizzo per ripassare i verbi professionali e per ringraziare i generosi tedeschi amici di Italiano Semplicemente. Un compito non facile, sicuramente, ma mi sono assunto questo incarico e mi adopererò per adempiere a questo compito fino alla fine. Ho già iniziato a dire il vero, poiché ho già utilizzato sei verbi professionali: avvalersi, promuovere, assumere, adoperarsi ed adempiere.

Andiamo avanti però perché dobbiamo arrivare a quota 31.

Il ponte di Glienicke è un ponte stradale di Berlino che supera il fiume Havel collegando la città di Potsdam e quella di Berlino; prende il nome dal centro abitato di Klein Glienicke.

È un ponte importante perché è un pezzo che insiste sulla storia di Berlino, ed investe direttamente il tema della guerra fredda che seguì dopo la seconda guerra mondiale.

È stato costruito tra il 1904 e il 1907. Fu distrutto nel corso della seconda guerra mondiale e fu ricostruito nell’immediato dopoguerra e riaperto al pubblico nel 1949 come “ponte dell’Unità“. Infatti prima che venne costruito il muro di Berlino nel 1961, questo confine era ancora aperto e dopo il 1949 il ponte fungeva da unione tra est e ovest e quello che succedeva è che ogni giorno centinaia di macchine transitavano sul ponte senza troppi controlli da una parte del ponte all’altra, da Berlino ovest alla DDR e viceversa. Il ponte, proprio al centro, vedeva il confine tra le due parti, e si può vedere come ad est e ad ovest le due parti del ponte abbiano anche un colore diverso.

Nel 1961 fu costruito il famoso muro e chiuso al traffico essendo posto sulla linea di demarcazione, la linea di confine fra la Berlino Ovest e la Germania Est. Alle due estremità del ponte furono collocati due posti di controllo dei militari delle due parti, quindi il transito fu interdetto. Interdire significa proibire con un atto d’autorità; vietare. Quindi il traffico, fino a quel momento libero per tutti, fu vietato ai normali cittadini.

Poi come sapete il muro cadde e così il ponte fu riaperto al transito nel 1989.

Il ponte è conosciuto soprattutto con il soprannome di “ponte delle spie“, in quanto durante il periodo della guerra fredda fu il luogo in cui avvennero alcuni scambi diplomatici fra le due parti: venivano scambiati dei prigionieri, delle spie di entrambe le fazioni.

Chi sono le “spie”? Spie è il plurale di “spia”, un termine femminile, ma in realtà non ha nulla a che fare col sesso. Una spia è infatti una persona (può essere di entrambi i sessi) che esercita un’attività segreta, che fa qualcosa di segreto: come ad esempio cercare di catturare informazioni importanti, eseguendo degli ordini commissionati da uno stato ai danni di qualcuno. In questo caso si tratta di spie di guerra, spie particolari, persone che, nel territorio di uno stato, svolgono un’attività clandestina, la svolgono di nascosto, al fine di informare un altro stato. Quindi in questo caso le spie sono le persone che cercavano informazioni importanti in Occidente per conto dell’Oriente e In Oriente per conto dell’Occidente.

Abbiamo anche parlato di “guerra fredda”, che, è bene precisarlo, è un termine che indica la lotta politica, i contrasti ideologici che vennero a crearsi dal 1947, cioè dalla fine della seconda Guerra Mondiale, tra i due vincitori della guerra: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, che non potendo affrontarsi direttamente per il rischio di essere distrutte entrambe con armi atomiche (le armi più importanti di cui si possa disporre), hanno dato vita ad una “guerra fredda” (si chiama fredda poiché il caldo è associato alle armi ed alle esplosioni). Si forma a quei tempi quello che anche oggi chiamiamo l’Occidente e l’Oriente, due grandi blocchi internazionali tra loro ostili. L’occidente comprende gli Stati Uniti, gli alleati della NATO e i Paesi amici mentre l’Oriente, è il cosiddetto “blocco comunista” composto dall’Unione Sovietica, gli alleati del Patto di Varsavia e i Paesi amici.

L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti durante questo periodo della guerra fredda usarono per molto tempo il ponte per scambiarsi tra loro le spie fatte prigioniere, per questo motivo il ponte fu soprannominato il “ponte delle spie“.

In pratica avvenivano su questo ponte degli scambi di prigionieri. Questo dal 1962 quando una spia russa, fu liberata in cambio di un pilota statunitense.

Nel 1985 ci fu un altro scambio: 23 agenti dei servizi segreti statunitensi in cambio di un agente e altre tre spie sovietiche. L’ultimo scambio avvenne nel 1986 e fu l’unico reso pubblico a seguito di un servizio delle televisioni occidentali. Uno di questi scambi di spie viene descritto in un film dal titolo “il ponte delle spie”, un film di Steven Spielberg. Sapete che si tratta di un grande regista, anche se all’inizio veniva liquidato come regista un po’ commerciale rispetto a Coppola e Scorsese. Spielberg con l’aiuto dell’attore Tom Hanks, si è adoperato per rendere il ponte delle spie ancora più famoso; si tratta infatti di un film che ha un’ottima valutazione da parte dei critici dopo che questi ultimi lo hanno vagliato con attenzione.

Spielberg con questo film infatti ha saputo convertire una sua naturale predisposizione alla metafora in un denso rigore narrativo. Un film infatti che ha molta attinenza ai fatti. Questo significa che quanto viene raccontato risponde in linea di massima a ciò che è realmente accaduto: La ricostruzione di Berlino, devastata dai bombardamenti, è splendida e allo stesso tempo abbastanza cruda e scioccante. Sono molto belli anche i passaggi del film in cui si mostrano le trattative dello scambio delle spie, con ognuna delle due parti che cerca di dettare le condizioni usando il proprio stile, così diverso dall’altro ed è proprio uno splendido Tom Hanks che impersona un avvocato che riesce a dirimere una trattativa molto delicata. Un film da vedere sicuramente, anche se la sua durata supera, se vogliamo arrotondare, le due ore e quindi potrebbe far declinare la concentrazione. Comunque Il film ha riscosso un discreto successo in Italia, anche da parte della critica, non solo dal pubblico. Non lo sto dicendo tanto per dire perché questo è suffragato dai dati. Qualcuno però dice che non è un film da spacciare come un capolavoro del cinema, un film per cui valga la pena di contrarre un debito per pagare il biglietto, ad ogni modo sicuramente non ha disatteso le aspettative del pubblico, non a caso è un film che ha come si dice, sbancato il botteghino.

L’episodio sta volgendo al termine, spero di essere riuscito a fare un buon lavoro. Sono riuscito ad utilizzare tutti i verbi professionali visti finora. Se ci sono riuscito significa che ho erogato un servizio di qualità per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Se invece non ci sono riuscito potete addossare la responsabilità esclusivamente su di me ma non potete querelarmi. Non potete farlo perché non ho parlato male di nessuno dei visitatori di Italiano Semplicemente.

Piuttosto coloro che sono interessati ai verbi professionali ed in generale al linguaggio del mondo del lavoro non devono fare altro che chiedere la loro adesione all’Associazione Italiano Semplicemente. State certi che non casserò la vostra richiesta di adesione.

Bene. Finalmente ho appena utilizzato il penultimo dei 31 verbi professionali (cassare) e questo implica che adesso posso dare il mio consueto saluto a tutti. Implicare era infatti l’ultimo verbo in programma.

Grazie dell’ascolto.

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Le lingue nell’ambito professionale finlandese. Episodio di ripasso.

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Descrizione

In questo episodio Heidi, ragazza finlandese membro dell’associazione Italiano Semplicemente, utilizza alcune espressioni imparate nelle prime lezioni del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Trascrizione

Lingue nell’ambito professionale finlandese:

In Finlandia si è molto preoccupati. Tutti parlano del mio paese come uno dei più aperti e progressisti del mondo, ma su alcuni aspetti l’apparenza inganna. Ad esempio i ragazzi non studiano più le lingue. Scelgono piuttosto di studiare la matematica oppure le scienze naturali. Io però, avendo studiato diverse lingue, direi che dal punto di vista professionale sia la scelta giusta.
Infatti i finlandesi sembrano non avere abbastanza rispetto per le lingue straniere: è ritenuto sufficiente saper parlare inglese perché è la lingua universalmente riconosciuta come ufficiale nell’ambito professionale internazionale.
A me, dopo aver finito i miei studi, questa realtà è arrivata tra capo e collo. Ciò detto, questi ragazzi perdono un aspetto importante: quello di capire le culture straniere e le persone diverse da loro. Voglio spezzare una lancia a favore delle altre culture: secondo me un’altra cultura e in generale la diversità culturale si possono capire innanzitutto attraverso la lingua. Ed è qui la bellezza d’imparare le lingue straniere: riuscire a guardare il mondo da un punto di vista diverso dal proprio, e così avere la capacità di vedere la propria cultura e le proprie opinioni più ggettivamente. È esattamente questo il valore aggiuntivo che, alle imprese nazionali, portano con sé gli esperti delle lingue: una maggior capacità di capire diverse opinioni e di lavorare con gente diversa. Non voglio parlare semplicemente del vile denaro, ma le imprese non sembrano dare il giusto peso al valore della diversità, nonostante lo Stato stia pagando l’istruzione universitaria anche per chi decide di studiare le lingue: un enorme Buco nell’acqua dunque, soldi mandati all’aria se le imprese non sono sono interessate a sfruttare questo sforzo economico. Per chi non lo sapesse, in Finlandia l’istruzione è gratuita, ed anche quella universitaria è praticamente senza oneri per le famiglie: tanto di guadagnato sarebbe per le imprese sfruttare questo vantaggio.
Con questo discorso non voglio dire che studiando altre scienze, come la matematica ad esempio, non si impari nulla e non si allarghi la propria mente; dico che entrambe le discipline sono necessarie per imprese a caccia di successo. L’economia finlandese continua a basarsi sull’industria ma così non sarà per sempre. Essendo un piccolo paese, sarebbe importante guardare al futuro prima degli altri. Sarebbe importante dare il giusto valore alle esperienze internazionali, non solo dei giovani ma anche degli expat in ritorno in patria. In un piccolo paese tutti si conoscono e i professionisti privati della loro “anima” domestica perdono il loro valore; nello stesso tempo molti giovani finlandesi stanno trovando lavoro all’estero.
Se gli atteggiamenti non cambiano e non si riesce a capire l’antifona, la Finlandia arriverà alla resa dei conti e soffrirà di una grave fuga di cervelli. Peggio ancora, molti giovani che nei loro studi decidono di concentrarsi sulle lingue si troveranno abrancolare nel buio.

Grazie dell’ascolto.

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Il vile denaro. Introduzione alla lezione n. 10 di italiano prpfessionale

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Descrizione

In questo episodio Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, utilizza alcune delle espressioni contenute nella lezione n. 10 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Trascrizione

La lezione numero 10 è piena di espressioni nuove, tra l’altro molto colloquiali. I file audio della lezione li ho ascoltati durante il mio recente soggiorno in Italia. È bello che adesso il loro significato sia molto più chiaro per me, anche se tante frasi, come evidenziato nella lezione, sono sconsigliabili da usare, ma è sempre bene conoscerle.

Prima di presentarvi la mia prova con le frasi nuove, vorrei ringraziare Giuseppina per le sue spiegazioni molto chiare e utili.

Allora, per la gente della mia età in Russia è molto tipica la tendenza di programmare il proprio futuro e preoccuparsi del vile denaro sin dal banco universitario se non da quello della scuola!

Sappiamo bene che il denaro non fa la felicità, però nessuno vuole provare la miseria sulla propria pelle. Di conseguenza cerchiamo una professione che ci dia abbastanza denaro per mantenere la famiglia e mettere tranquillamente mani al portafogli quando ce n’è bisogno. Coloro che non vogliono andare in bolletta iniziano a conciliare gli studi universitari con il lavoro appena possibile.

A Mosca quasi tutti cercano lavoro come dipendente, gli altri avviano in proprio un’attività. Nonostante a volte le paghino a peso d’oro, riescono a mettere in pratica le loro idee trasformandole nei loro prodotti proprio com’era nella loro testa. I prezzi da loro praticati sono ovviamente molto alti, perché si producono merci e servizi unici, artigianali, che non possono conseguentemente costare poco.
È una bella fortuna riuscire a vendere i propri prodotti direttamente ai clienti che pagano in moneta sonante, ma quando si vende alle aziende più grandi a volte si deve aspettare il pagamento a lungo e così si rischia di rimanere al verde se le fatture non saranno saldate in un tempo ragionevole.

Dal mio punto di vista, aprire un’attività autonoma sembra veramente un compito molto rischioso. Mi assalirebbe presto la paura di rimanere senza il becco d’un quattrino o quella che un’altra crisi economica mandi I miei affari all’aria. Ad ogni modo sono molto orgogliosa che tra i miei conoscenti ci siano persone che l’hanno fatto. Auguro loro di andare sempre a gonfie vele e mai a rotoli! Sarei molto curiosa di sapere se anche tra i vostri conoscenti esistono degli uomini o donne d’affari così coraggiosi!

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Paura di parlare in italiano?

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Descrizione

In questa puntata di italiano semplicemente Ulrike, membro della nostra associazione, utilizza molte espressioni italiane che ha imparato sulle pagine del sito.

Trascrizione

Voglio parlare del parlare, e precisamente della paura di uno straniero di parlare l’italiano. Volevo farlo già da un bel po’ di tempo, *vuoi per* esercitarmi, *vuoi dopo* aver scoperto che siamo in tanti noi stranieri che cerchiamo di evitare un discorso a voce. Allora adesso colgo l’occasione e prendo il toro per le corna:. Mi chiedo perché si riesca a scrivere in una chat apparentemente senza problemi (certo con degli errori), ma almeno senza o con poca paura di farne, ed invece sì abbia molta paura di parlare. Perché fra le due possibilità di comunicare si preferisce solitamente la scrittura? A me pare che i problemi comincino ad emergere quando si inizia ad usare la propria voce.

Il suono della propria voce, quando si pronunciano parole straniere, sembra una cosa quasi che non ci appartiene, quasi la voce di un alieno.

Chi parla, sono proprio io? Poi, con la tua voce, facendola ascoltare ad altri, riveli un po’ della tua personalità, fai sentire le tue incertezze in modo più diretto, più vicino a chi ascolta; si sente il tuo respiro, i sottili rumori della lingua, ci si accorge come sei in cerca delle parole giuste per esprimere quello che vuoi trasmettere, si può notare la tua agitazione. Così la distanza fra te e i tuoi interlocutori viene ridotta e tu risulti più esposto a critiche. Una difficoltà particolare si incontra nei discorsi con degli interlocutori invisibili come nel gruppo Whatsapp dell’ Associazione Italiano Semplicemente, perche registrando il tuo messaggio parli quasi nel vuoto. Putacaso vedessi la mimica, anche un solo sguardo, una qualunque reazione immediata al tuo intervento vocale, potresti scoprire subito se sei stato comprensibile e saresti quindi in grado di reagire a tua volta, magari cercando un’altra parola, fare delle domande. Insomma potresti provare a spiegarti meglio.
Tutti questi aspetti – tra l’altro – compongono quello che chiamiamo timidezza o paura di parlare. Conoscete il detto la paura fa novanta? Significa che la paura stimola nel fare cose a volte impossibili. Nel parlare invece questo detto non vale per niente. Cosa fare allora per superare la preoccupazione che parlando si faccia cilecca nel senso di non raggiungere l’obiettivo comunicativo sperato? Permettetemi qualche pensiero e di dare alcuni suggerimenti all’ascoltatore in merito: Il primo: comincia a leggere ogni tanto ad alta voce qualche pezzo del tuo libro italiano preferito o di un qualsiasi testo in italiano. Poi cerca di parlare come mangi, quindi in parole povere, cioè in modo semplice, almeno quando parli spontaneamente senza precedente preparazione.
Terza proposta: comincia con poche parole, forse solo con un breve saluto. Dopo un po’ continua con poche frasi, volendo anche con l’aiuto degli appunti preparati prima. Ci vuole parecchia pazienza per ottenere più sicurezza ma così il gioco funziona e piano piano ci si butta a parlare più facilmente e più spesso in modo spontaneo. Restano i molti errori che credevi superati, ma ciò vale anche per la comunicazione scritta, che è tutta un’altra cosa. Gli errori non sono importanti! Checché se ne dica, c’è solo un modo di imparare a parlare e questo è propri PARLARE!

Fattene una ragione e datti il via libera per il prossimo messaggio a voce.

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Problemi al lavoro

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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    Dispiacersi del passato

    Audio 1 (di 2)

    E’ possibile ascoltare e/o scaricare i file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

    foto_amazon.jpg

    Trascrizione

    Buongiorno amici di italiano semplicemente. Ho una domanda per voi.

    Avete qualcosa da lamentarvi? Avete rimpianti, rimorsi? Rimpiangere qualcosa del vostro passato? Oppure siete pentiti di qualcosa che avete fatto? Non so se tutti voi abbiate capito ciò che ho detto e se le domande siano chiare per tutti, ma qualunque sia la vostra risposta, credo che potreste aver avuto difficoltà ad esprimervi correttamente in italiano nelle vostre risposte

    Ed è questo il motivo per cui oggi, in questa puntata di italiano semplicemente, parliamo di pentimenti, di lamentele, di rammarico, di dispiacere, di rimorsi e di rimpianti.

    Perché tutti questi termini insieme? Cosa accomuna questi termini tra loro? Semplicemente il dispiacere. Non è divertente, lo so, non vi arrabbiare con me! Ogni tanto si deve parlare anche di questo però se vogliamo conoscere bene la lingua italiana.

    Anche un’altra cosa però a dire il vero accomuna questi termini. In tutti i casi, in tutti i termini che ho usato, si parla di sentimenti negativi sul passato, cioè di qualcosa che è già accaduto.

    È questo un episodio molto particolare, che mi è stato suggerito da un membro dell’associazione Italiano Semplicemente, e colgo l’occasione per salutare Bernadette.

    Parliamo sempre del passato, più o meno tutti i giorni. A volte ne parliamo con piacere, a volte con dispiacere.

    Parliamo di quello che abbiamo fatto, di quello che ci è accaduto, delle scelte che abbiamo fatto e di quelle che non abbiamo operato. Parliamo di cose che ci riguardano direttamente, in prima persona, e cose che non ci riguardano personalmente.

    Ogni tanto in questo episodio proviamo anche a ripetere qualche frase ok? Non dimenticate la settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare.

    Dinqie, quando ad esempio ci lamentiamo, possiamo farlo in diversi modi e non solo del passato. Ma se ci lamentiamo di cose accadute o di come sono andate certe cose nel passato vuol dire che non siamo molto contenti e se potessimo cambieremmo molte cose del passato: le cose in questo caso non sono andate per il verso giusto, cioè non sono andate per il meglio (due espressioni equivalenti) e noi, come conseguenza, ce ne rammarichiamo: Ci rammarichiamo, cioè ci dispiace del fatto che le cose non siano andate nel verso giusto, o per il verso giusto.

    C’è anche chi non si lamenta mai però. E queste persone lo fanno perché dicono che tutti gli errori fatti in passato ci insegnano sempre qualcosa, ci insegnano a non sbagliare più ad esempio.

    C’è invece chi ha un atteggiamento meno costruttivo e tende a lamentarsi a rammaricarsi di quanto accaduto. Lamentarsi e rammaricarsi sono abbastanza simili come verbi.

    Il rammarico è un sentimento di dispiacere, di amarezza, di contrarietà. Provare rammarico o anche sentire rammarico o sentirsi rammaricati è come dire essere contrariati, amareggiati, per qualcosa che è accaduto. Si prova rincrescimento per qualcosa, afflizione. Il rincrescimento è simile al rammarico.

    Il rammarico, questo è importante da dire, si usa principalmente quando è accaduto qualcosa nel passato a cui non si può rimediare, esprime ovviamente un dispiacere ma difficilmente si usa quando succede qualcosa di molto grave a un nostro conoscente. In questi casi si usa maggiormente il rincrescimento o l’afflizione: sono rincresciuto, sono afflitto per quanto accaduto.

    Quando accade qualcosa di brutto a un nostro amico posso dire:

    Mi rincresce veramente tanto!

    Con questa frase si esprime rincrescimento, cioè un forte dispiacere, una afflizione. Si è vicini alla persona con cui si parla, si esprime pertanto empatia, vicinanza emotiva, coinvolgimento emotivo.

    Le espressioni dispiaciute del volto spesso accompagnano una frase di questo tipo, proprio a dimostrazione della volontà di comunicare vicinanza e comprensione.

    Il rincrescimento si usa esclusivamente nei rapporti sociali però, quando accade qualcosa di negativo a qualcun altro. Solitamente è per qualcosa di grave, tipo delusioni sentimentali, obiettivi falliti o anche perdite familiari. In quest’ultimo caso in genere si fanno le cosiddette “condoglianze” se parliamo direttamente con la persona che ha perso un familiare, ma se parliamo con altre persone possiamo dire:

    Sono veramente rincresciuto per quanto accaduto a Maria (ad esempio)

    Vediamo adesso la desolazione e la costernazione. Sono altri due modi per esprimere dispiacere.

    Sono desolato, sono costernato. Quando possiamo usare queste due modalità?

    La desolazione è abbastanza simile al rammarico, ma è più distante, sicuramente. A dire il vero il termine desolazione ha molti utilizzi diversi.

    Nel senso di dispiacere per qualcosa di accaduto posso dire:

    Sono veramente desolato!

    Questa frase esprime dispiacere, sicuramente, ma non coinvolgimento emotivo, non una vicinanza affettiva.

    Equivale a: sono veramente dispiaciuto, mi spiace veramente, ma è più distante come dicevo e per questo motivo magari è più usata la desolazione quando parliamo con qualcuno che conosciamo poco.

    Comunque non vi consiglio di usare la desolazione in questo modo. Sicuramente meglio esprimere un normale dispiacere quando non sapere quale modalità usare.

    Si usa molto invece la desolazione quando si fanno grossi errori, quindi è un modo per chiedere scusa. Dispiacere e scuse nello steso tempo quindi.

    Un giocatore di calcio fa un autogol?

    Sono desolato, ho fatto un errore inspiegabile!

    La desolazione infatti esprime in questo caso un modo per dire: è tutta colpa mia, c’è il concetto di solitudine (desolazione contiene la parola “solo”); è come dire: mi isolo, mi prendo tutta la responsabilità da solo.

    Fate un errore al lavoro?

    Sono desolato, veramente desolato e vi porgo le mie scuse.

    La desolazione però, dicevo, ha diversi significati, non si usa quindi solamente per esprimere dispiacere e per scusarsi.

    Un luogo desolato ad esempio può essere un luogo dove non c’è nessuno, e con questo termine vogliamo indicare la sensazione che proviamo noi osservando questo luogo: ci sentiamo tristi guardando questo luogo, vediamo un luogo abbandonato e ci fa tristezza.

    Magari è un luogo che avrebbe grosse potenzialità, o che in passato aveva un aspetto molto migliore invece adesso è stato abbandonato da tutti.

    Può anche trattarsi di un luogo in condizione di rovina, di abbandono, di squallore, un luogo senza apparente possibilità di ripresa.

    Ad esempio la desolazione di una città che è stata bombardata è assolutamente indescrivibile.

    Ma attenzione perché in questo senso possiamo anche non parlare di luoghi, ma anche di situazioni sociali. Io potrei sentirmi in uno stato di desolazione nel senso che mi sento molto triste, mi sento in uno stato di afflizione o di solitudine senza conforto. È impossibile confortarmi, riprendermi, migliorare il mio umore.

    In questo senso esprime solitudine (la parola parla chiaro ancora una volta).

    Posso dire ad esempio che alla sua morte, un papa lascia a comunità cristiana in una profonda desolazione. I Cristiani si sentono soli, abbandonati quando muore il loro papa.

    Quindi la desolazione si usa per esprimere dispiacere per il passato, che è l’argomento di oggi, ma anche per scusarci, per descrivere la tristezza di un luogo o anche una sensazione di solitudine e di abbandono.

    Vediamo adesso la costernazione.

    Termine analogo al rammarico, al rincrescimento all’afflizione ed alla desolazione. Anche la costernazione infatti si usa per cose gravi.

    La costernazione ha però delle sue caratteristiche peculiari. Prima di tutto esprime anche stupore per quanto accaduto. C’è un grave abbattimento, una afflizione profonda, ma anche uno stupore, uno sgomento.

    Sono costernato!

    Potete sentire o leggere questa frase in diverse circostanze, e spesso si usa quando non c’è una vicinanza stretta con le persone o con i fatti accaduti. Un po’ come la desolazione.

    Se muoiono delle persone in una città, il sindaco di quella città può dire:

    Sono costernato e desolato per le vittime

    Il sindaco è costernato e desolato. La costernazione indica un grave dispiacere, ma verso accadimenti che non ci riguardano personalmente o i nostri cari (Se muore tuo padre non puoi dire di essere costernato!).

    Posso anche dire:

    Sono costernato dalle parole di Giovanni!

    In questo caso si esprime anche stupore, non solamente dispiacere. Più che stupore comunque meglio parlare di sgomento, quella sensazione che proviamo quando siamo profondamente turbati da qualcosa, siamo visibilmente smarriti, sbigottiti, attoniti. Ci sono molti modi per esprimere questa forte sensazione di stupore legata ad una sensazione negativa: stupore e dispiacere insieme.

    La costernazione si usa molto nelle dichiarazioni di tutti i personaggi pubblici. Se andate su Google News e digitate “sono costernato” trovate tutte dichiarazioni di sindaci, presidenti e altri personaggi, che si dispiacciono, esprimono un forte dispiacere per qualcosa di grave che è accaduto, o per delle parole dette da altre persone, parole che stupiscono e turbano allo stesso tempo.

    Allora ricapitoliamo: abbiamo parlato di dispiacere – concetto abbastanza generico, di rammarico, più utilizzato per le cose non troppo gravi che accadono e di rincrescimento, più usato nei rapporti sociali. Abbiamo parlato di afflizione (un forte coinvolgimento emotivo) e di desolazione (dispiacere ma un po’ lontano, scuse, tristezza e solitudine).

    Abbiamo infine parlato di costernazione, termine molto usato dalle autorità pubbliche. Si può usare di conseguenza anche al lavoro, in occasioni formali, in caso di eventi, cioè cose accadute, che colpiscono i nostri colleghi o società: licenziamenti, fallimenti eccetera. Adatto anche allo scritto, per comunicare in una lettera o email un dispiacere in questi casi.

    Adesso vediamo invece due concetti particolari: il rimpianto ed il rimorso.

    Qualcosa è accaduto nel passato. in conseguenza di questo si prova del dispiacere. Questo accomuna sia il rimpianto che il rimorso. In entrambi i casi poi si parla di scelte personali. Si parla di scelte quindi, di nostri possibili errori passati che hanno portato delle conseguenze negative.

    Ma qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?

    Vi faccio degli esempi e vediamo se riuscite a capire:

    Ho un rimpianto: se avessi studiato di più all’università mi sarei potuto laureare e adesso farei il medico!

    Ho un rimorso: Se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!

    Maria ha un rimpianto: se avesse avuto un figlio, ora sarebbe felice!

    Maria ha un rimorso: se non avesse deciso di abortire, ora avrebbe un figlio e sarebbe felice!

    Ogni volta che si ha un rimpianto quindi si è dispiaciuti per qualcosa accaduto nel passato, ed in particolare, attenzione, per qualcosa che non si è fatto, che non si è potuto fare, non importa il motivo. Quello che importa è che qualcosa non è accaduto, e la colpa è nostra.

    Se avessi studiato di più all’università (cosa che non ho fatto evidentemente) mi sarei potuto laureare e adesso farei il medico! Invece non ho studiato molto. Avrei potuto studiare di più, quindi ho un rimpianto per qualcosa che non ho fatto. In questi casi posso anche usare il verbo rimpiangere.

    Io rimpiango il fatto che se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!

    Questo è dunque il verbo rimpiangere, mentre il sentimento che si prova è il rimpianto.

    Il rimorso invece è un sentimento analogo, simile, ma il rimorso si prova quando si è fatto qualcosa e si è sbagliato. In questi casi si dice: se non avessi fatto… quindi il sentimento si chiama rimorso in questo caso.

    Ho un rimorso: Se non avessi perso così tanto tempo durante gli anni dell’università, adesso farei il medico!

    Vedete che la frase è quasi identica con rimpianto e con rimorso, cambia solo il punto di vista: col rimpianto si “piange”, anzi si rimpiange per una scelta, per un qualcosa che non è stato fatto. Per il rimorso invece ci si rammarica per un errore: non per quanto non è stato fatto, ma per quello che si è fatto, che ha portato delle conseguenze negative.

    Nel secondo esempio si vede ancora più chiaramente la differenza:

    Maria ha un rimpianto: se avesse avuto un figlio, ora sarebbe felice!

    Maria ha un rimorso: se non avesse deciso di abortire, ora avrebbe un figlio e sarebbe felice!

    Quindi Maria rimpiange il fatto di non aver avuto un figlio. Se fosse accaduto la vita oggi sarebbe diversa e lei sarebbe felice.

    Ma Maria ha anche un rimorso. Perché non ha avuto un figlio? Perché a suo tempo decise di abortire, e questo è l’errore di cui Maria si è pentita oggi. Maria ha un tremendo rimorso. Ha abortito, quindi questo errore oggi è il motivo della sua infelicità.

    Ho parlato di “pentimento” descrivendo il rimorso. In realtà anche il rimpianto è un pentimento. entrambe sono decisioni sbagliate, scelte sbagliate, errori di cui oggi siamo consapevoli.

    Quello che non vi ho detto è che la parola rimpianto ha anche altri significati abbastanza vicini a quello di cui vi ho parlato. Si ha sempre dispiacere nel passato, ma per altri motivi.

    Ad esempio se parlo di mio nonno, posso dire “il mio rimpianto nonno” (o anche compianto) per dire che era una persona cara che mi dispiace aver perduto.

    Oppure posso dire: “i rimpianti giorni della giovinezza” ad esempio, per indicare il dispiacere che quei giorni, i giorni della giovinezza, della gioventù, sono passati.

    In questi due casi non si tratta di errori o di scelte sbagliate, di pentimenti o cose del genere, ma semplicemente di dispiaceri legati al passato.

    Notate infine che esiste il verbo rimpiangere, legato al rimpianto, e il verbo legato al rimorso è invece rimordere. Rimpiangere si usa però non solo per evidenziare errori o scelte sbagliate, come abbiamo visto finora con rimpiangere ma anche semplicemente per ricordare con malinconia il passato. Sempre di dispiacere però si tratta. Ad esempio

    Io rimpiango il passato.

    Rimordere invece si usa solamente in un modo, analogamente al rimorso. Quindi posso dire:

    Mi rimorde di essere giunto troppo tardi

    Mi rimorde, cioè mi spiace, sono dispiaciuto (attenzione perché si usa “mi”). Sono dispiaciuto, cioè ho un rimorso. Ho fatto uno sbaglio, come abbiamo visto prima con rimorso, per l’appunto.

    Si dice spesso anche “mi rimorde la coscienza” per indicare un rimorso molto sofferto, un errore fatto che chiama in causa la propria coscienza, i nostri valori. Evidentemente si tratta di un errore gravissimo di cui siamo pentiti e a cui pensiamo molto spesso.

    Questa puntata di Italiano Semplicemente è stata utile anche perché, parlando del passato, inevitabilmente abbiamo usato la particella “se” ed ovviamente anche le diverse forme del congiuntivo e del condizionale:

    se avessi fatto…avrei… se fosse stato…sarebbe… eccetera

    Se può esservi utile potete ascoltare anche due episodi passati di Italiano Semplicemente che hanno dei legami con l’episodio di oggi. Sto parlando di quello dedicato a tutti i modi di dire “se” e quello relativo al periodo ipotetico, se vi fa piacere.

    Grazie a tutti per l’ascolto, visitatori e donatori, grazie a Bernadette per avermi suggerito questo interessante episodio e grazie a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente. 

    Un abbraccio da Giovanni

     

    Ah, quasi dimenticavo.

    Ho accennato alla delusione, che è un sentimento o una sensazione che ha molto a che fare col passato e con il dispiacere.

    La delusione è un disagio morale, una sensazione di disagio provocata da un risultato contrario alle proprie speranze, alle proprie previsioni.

    Quando si usa il termine delusione vuol dire che qualcosa è accaduto che mi ha lasciato deluso, mi aspettavo qualcosa in più, credevo accadesse qualcosa di positivo, ed invece la realtà è diversa… che delusione…

    Il verbo è “deludere” che significa venire meno alle aspettative, alle previsioni appunto, alle speranze. La delusione suscita disagio, amarezza, sconforto, disappunto. Vedete quanti termini ci sono: il disagio (è il contrario di agio) non si riferisce al passato, perché il termine indica una condizione o una situazione sgradevole, cioè poco gradevole, non gradevole, per motivi forse morali, economici o di salute. L‘amarezza, lo dice la parola, ci lascia l’amaro in bocca, è quindi legato alla sgradevolezza degli eventi, quindi è una forma di dispiacere legata al passato, o al presente, o anche al futuro, se sappiamo che accadrà qualcosa di negativo.

    Lo sconforto è un senso di amarezza o di prostrazione in conseguenza di gravi fatti o continui eventi avversi. Lo sconforto si prova quando accade qualcosa, e quello che si prova è che non si vedono sbocchi, soluzioni, non si capisce come si può risolvere il problema, allora è un avvilimento. Quindi posso dire che  in un momento di sconforto una persona ha tentato di suicidarsi, ha tentato di uccidersi, di togliersi la vita. A questo può portare lo sconforto.

    C’è una espressione idiomatica tipicamente legata allo conforto: “farsi cadere le braccia“.

    Se dico: mi cadono le braccia, è un’immagine che indica non la caduta, la perdita fisica delle braccia, ma una sensazione di sconforto: sento che non posso fare più nulla per risolvere il problema. Sono veramente sconfortato.

    Ed a te c’è qualcosa che ti fa cadere le braccia? Qualcosa che ti causa un dispiacere, uno sconforto?

    La prostrazione è anch’essa molto grave: è una grave depressione fisica o anche morale, spesso conseguente a gravi malattie che ti consumano il fisico e ti mettono alla prova. Spesso la prostrazione arriva a seguito di eventi traumatici, molto negativi: mi sento prostrato! Questa è veramente una sensazione molto brutta.

    Ho parlato anche di disappunto. Abbiamo visto in un episodio le “espressioni di disappunto“. Ebbene anche queste sono sensazioni negative legate ad eventi accaduti. Spesso non si tratta di cose gravi però. Quello che si prova è un senso di delusione per un improvviso accadimento che ci ha contrariato.

     

     

     

     

     

     

     

    Il segno dei gemelli (introduzione)

    Audio introduzione

    Durata: 28 minuti

    Descrizione

    Vediamo come descrivere i nati sotto il segno dei gemelli. 20 modi diversi, 20 caratteristiche, venti aggettivi per descriverli.

    Episodio dedicato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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    Capitare a tiro

    Audio

    • E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon.

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    Trascrizione

    Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, oggi ci occupiamo di una parola interessante. La parola di cui sto parlando è TIRO.

    In particolare vediamo anche un’espressione idiomatica molto usata: capitare a tiro.

    Tiro: quattro semplici lettere che però possono essere usate in molti contesti diversi. Cominciamo proprio da questa parola.

    Questa parola è molto particolare, perché a seconda della frase in cui è inserita o del contesto in cui è utilizzata ha dei significati completamente diversi tra loro.

    Cominciamo dal mondo del calcio. Il tiro, nel calcio, è quando un calciatore calcia la palla, quando colpisce il pallone.

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    Ma non si tratta di un calcio qualsiasi alla palla, non si tratta di colpire la palla semplicemente, ma di colpire la palla con l’intenzione di fare gol. L’obiettivo del tiro è quello di fare gol, quello di mettere la palla nella porta avversaria. Il termine tiro quindi nel calcio è un sostantivo. Un tiro avviene quando un calciatore tira. Quindi tiro è un sostantivo, mentre tira indica l’azione del tirare da parte del calciatore.

    Tirare è il verbo. Tirare significa quindi calciare la palla verso la porta avversaria. Questo è il senso di tirare nel calcio. Tirare è molto simile a calciare. Ma calciare è semplicemente colpire la palla, mentre tirare è calciare con l’intenzione di fare gol.

    Siamo quindi al verbo tirare. Se usciamo dal calcio e parliamo in generale ci accorgiamo però che tirare ha un significato duplice, cioè un doppio significato.

    Da una parte significa allontanare da sé qualcosa, imprimendogli una forza, quindi significa gettare, lanciare. Qualcosa come un pallone, quando si tira, si allontana da noi, e va verso un un compagno, oppure si tira in rete, verso la porta avversaria; analogamente si può tirare un sasso, una scarpa, i capelli e tante altre cose.

    Dall’altra, tirare significa anche l’esatto contrario, cioè far muovere qualcosa o qualcuno verso di sé esercitando una forza. Ad esempio tirare un cassetto dell’armadio. La mattina quando vado a cercare dei calzini da indossare vado verso l’armadio ed apro il cassetto dei calzini. Per aprirlo devo tirarlo verso di me.

    Analogamente posso tirare il freno a mano della mia macchina quando parcheggio. Posso tirare una persona per la giacca, posso tirare il gatto per la coda (i bambini lo fanno spesso) eccetera. Questo è il doppio significato di tirare dunque: verso di sé oppure verso qualcun altro.

    Tirare in realtà è un verbo usato in molte espressioni tipiche italiane. Abbiamo già visto la frase “tirare a campare” qualche tempo fa, ma questo è uno dei tanti esempi: esiste anche tirarsela ed altre espressioni.

    La parola tiro poi ha altri significati. Un secondo significato è relativo alle sigarette.

    Un tiro in questo caso è l’atto dell’aspirare aria dalla sigaretta. Si tira l’aria verso di sé, quindi si fa “un tiro”, questo però fa parte del linguaggio parlato più che altro, perlopiù giovanile.

    Mi fai fare un tiro?

    Questa è una frase che si sente spesso tra giovani che stanno fumando una sigaretta in compagnia.

    Veniamo al terzo significato di “tiro”.

    Un tiro rappresenta un atto simile al calcio di un pallone. Quello che viene lanciato stavolta è però un’altra cosa: un proiettile ad esempio, oppure una freccia. Il proiettile è la munizione della pistola o del fucile o in generale di un’arma da fuoco. La freccia è la munizione dell’arco, quello che usano gli indiani ad esempio.

    Quindi qui torniamo allo senso di “tirare” che abbiamo nel gioco del calcio: lanciare, allontanare qualcosa verso un obiettivo. Quindi possiamo tirare anche una freccia, una lancia, un colpo col fucile.

    Quindi il “tiro” in questo terzo caso è il lancio di un colpo ma non nel senso sportivo.

    Ci stiamo avvicinando al senso di “capitare a tiro“.

    Quando infatti cerco di colpire un bersaglio, che questo sia una porta di calcio o un oggetto volante o un bersaglio, allora quand’è che noi tiriamo? Noi tiriamo quando siamo abbastanza sicuri di colpire il nostro bersaglio. In caso contrario aspettiamo ancora del tempo prima di tirare.

    Detto in altri termini, noi proviamo a tirare quando il nostro obiettivo “capita a tiro“, cioè quando col nostro tiro facilmente potremo colpire il bersaglio.

    Perché usiamo il verbo capitare?

    Il verbo capitare è un verbo particolare. In genere lo usiamo quando qualcosa accade in modo non programmato, quindi in modo casuale. Quindi “capitare” è come dire “arrivare per caso”, giungere per caso, arrivare in modo improvviso e inaspettato. Non c’è una programmazione.

    Allora qualsiasi cosa può capitare.

    Può capitare una giornata sfortunata? Certo. Capita a tutti prima o poi.

    Può capitare di incontrare casualmente un amico per strada? Ovviamente, capita spessissimo.

    Può capitare di mangiare male in un ristorante dove normalmente si mangia benissimo? Sì anche questo può capitare.

    La stessa cosa “capitare a tiro”. Se giocate a calcio e state pensando di tirare la palla per fare gol, lo farete appena vi capiterà, lo farete non appena vi capiterà la giusta occasione, cioè non appena la porta avversaria vi capiterà a tiro.

    Anche in senso figurato però posso però usare questa espressione.

    Consideriamo che il tiro si fa verso un bersaglio o verso una porta avversaria, quindi se qualcosa vi capita a tiro non è mai una bella notizia per il bersaglio 🙂

    Allora se una persona vi capita a tiro, in senso figurato vuol dire che stavate aspettando la giusta occasione da un po’ di tempo. Stavate aspettando il momento opportuno. Finalmente ora vi è capitata a tiro e potete sfruttare l’occasione.

    Se ad esempio un collega vi fa un torto, fa qualcosa contro di voi, voi siete diapiaciuti per questo, ed è probabile che questo vi farà nutrire dei sentimenti negativi verso questo collega e avrete voglia di dirglielo, di sfogarvi, di vendicarvi per il torto che avete subito.

    Allora non appena ne avete l’occasione, cioè non appena vi capita a tiro potrete fare ciò che avete pensato a lungo: sfogarvi, vendicarvi, o semplicemente dirglielo, sgridarlo, alzare la voce con lui, per fargli notare che vi ha fatto un torto che non avete dimenticato.

    Questo è il senso figurato di capitare a tiro. State sparando in senso figurato, volete colpire un bersaglio non necessariamente in modo fisico.

    Hai sentito cosa mi ha detto il direttore davanti a tutti? Non posso perdonarglielo, aspetto solo che mi capiti a tiro!

    Oppure:

    Ho aspettato molto tempo prima di rivedere il mio ex fidanzato. Mi aveva lasciato senza neanche una telefonata. Ma ieri mi è capitato a tiro per caso. Sapessi quante gliene ho dette!

    Può capitare talvolta di usare o sentire l’espressione non in senso negativo ma è sicuramente più raro e meno adatto. Quindi può accadere che ascoltate:

    devo ricordarmi di avvisare la mia fidanzata di prenotare l’hotel. Appena mi capita a tiro lo farò.

    Può capitare di ascoltare frasi simili ma è sicuramente più raro.

    Ci sono espressioni abbastanza simili a capitare a tiro, che tuttavia vanno usate in occasioni diverse.

    Ad esempio “essere a portata di mano“, questa espressione si usa più con gli oggetti, quando sono abbastanza vicini per essere presi, cioè a portata di mano, vale a dire che se allungo la mano riesco a prendere questo oggetto. Se si usa con le persone è abbastanza minacciosa come espressione.

    Più simile è “capitare sotto le mani” che si usa invece in senso figurato. E’ più informale di capitare a tiro, e esprime maggiormente il senso di voglia di rivalsa, la volontà di fare male a qualcuno, non solo fisicamente intendo.

    Poi c’è venire (o cascare) come il cacio sui maccheroni, che si usa ugualmente per indicare una casualità, ma si usa per sottolineare che è capitata una bella occasione, da non perdere, proprio l’occasione giusta, come il cacio, cioè il formaggio quando lo mettete sui maccheroni, cioè sulla pasta. Ci sta benissimo il formaggio sulla pasta, giusto?

    Grazie di avermi fatto compagnia anche oggi, spero sia stato abbastanza esaustivo. Buona serata a tutti.

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    Fare cilecca

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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    Video con sottotitoli

    Trascrizione

    Oggi ragazzi vediamo il significato della frase “fare cilecca”.
    Vi ringrazio di essere all’ascolto di questo episodio di italiano semplicemente.
    Fare cilecca è una delle tante espressioni italiane che utilizzano il verbo fare.

    A memoria mi viene in mente “fare di tutta l’erba un fascio“, poi c’è anche “fare baracca e burattini“, oppure anche “farla franca“, e tante altre espressioni. Nel corso del tempo vedremo tutte queste espressioni di uso quotidiano, basta avere un po’di pazienza.
    Fare cilecca credo sia abbastanza semplice da spiegare. Il significato, o meglio uno dei significati dell’espressione fare cilecca è “mancare il bersaglio” . Quindi fare cilecca si usa ogni volta che qualcuno deve riuscire a centrare un bersaglio ma non ci riesce. Si dice che, in questo caso, questa persona ha fatto cilecca. Il bersaglio è ciò che voi volete colpire, è il vostro obiettivo.
    Questo è ovviamente il senso proprio della frase, che si applica alle armi da fuoco. Quando si prova a sparare con una pistola oppure con un fucile, e si cerca di colpire un bersaglio, se si manca il bersaglio, colui che spara ha fatto cilecca. Fare cilecca è mancare il bersaglio. Si dice così. C’è però un secondo significato: se la pistola o il fucile non spara, non riesce a far partire il colpo, perché l’arma non funziona per qualsiasi motivo, se cioè l’arma da fuoco si inceppa, per cattivo funzionamento, si dice che l’arma ha fatto cilecca. In questo caso è l’arma da fuoco che ha fatto cilecca. Quindi a fare cilecca può essere colui che spara, se manca il bersaglio, o anche la stessa arma da fuoco, se per qualche motivo si inceppa.
    Quando l’arma si inceppa, l’arma fa cilecca. Il verbo inceppare, non so quanti di voi lo conoscano, si usa con riferimento all’arma. Quando l’arma si inceppa, fa cilecca. Ad esempio il grilletto della pistola si incastra, perché magari è poco oleato, perché c’è poco olio, quindi il grilletto è poco lubrificato e quindi si inceppa, si incastra e l’arma non spara.
    Questo è il senso proprio della frase, che è abbastanza semplice. C’è un senso figurato, ovviamente, anche in questa frase idiomatica, ed il senso figurato è molto simile comunque a quello proprio.
    Infatti ogniqualvolta che c’è un fallimento, ogniqualvolta qualcosa non funziona come dovrebbe, proprio quando dovrebbe funzionare invece, allora possiamo dire che questa cosa ha fatto cilecca. Non è detto che si tratti di una pistola quindi, ma anche di un qualsiasi strumento che ad un certo punto non funziona. Attenzione perché non si tratta di un non funzionamento permanente, ma temporaneo: c’è uno strumento che solitamente funziona sempre, ma ad un certo punto non funziona più e poi magari funziona nuovamente. Non si tratta quindi di una rottura, cioè di uno strumento c’è si rompe, ma di un cattivo funzionamento, temporaneo.
    Facciamo qualche esempio.
    Si dice spesso, in ambito sentimentale, anzi in ambito propriamente sessuale, che un uomo può fare cilecca con una donna. Può capitare. Capita più o meno a tutti gli uomini, prima o poi, di fare cilecca con una donna. Cosa significa? Significa che qualcosa non funziona, qualche cosa, che solamente non dà problemi, ogni tanto non funziona. In questo caso lo strumento che non funziona è l’uomo, o meglio, quella parte dell’uomo, che è la più importante nell’attività sessuale.

    Può essere per stranezza, può essere per emozione, può essere per eccessivo entusiasmo, o anche per stress. Insomma l’uomo può fare cilecca, e la probabilità di fare cilecca per l’uomo cresce con l’aumentare dell’età. Più l’era aumenta, più l’uomo invecchia, maggiore è la probabilità che un uomo faccia cilecca con una donna. Questo è probabilmente il modo più comune di usare la parola cilecca nel linguaggio comune.

    Naturalmente cilecca è un termine informale, assolutamente sconsigliato in occasioni di lavoro o in ufficio, e il motivo è che come dicevo prima, è un termine utilizzato perlopiù in ambito sessuale. Basta fare una ricerca su internet e vedrete quali saranno i risultati della vostra ricerca.

    Ci sono comunque altri ambiti di utilizzo della parola cilecca. Posso dire ad esempio che una gamba ha fatto cilecca. Ad esempio: la gamba mi ha fatto cilecca e sono caduto per le scale. La gamba ha fatto cilecca, cioè non ha funzionato a dovere. Normalmente la mia gamba non ha problemi, ma in quella occasione mi ha fatto cilecca e sono caduto dalle scale, magari perché ho mancato il gradino, sono scivolato eccetera. Prima ho detto che la gamba non ha funzionato a dovere. Quando qualcosa non funziona a dovere vuol dire che non funziona bene, che non fa il suo dovere, che non fa ciò che dovrebbe fare, cioè il suo dovere. Quindi quando qualcosa non funziona a dovere e questo è un problema temporaneo, allora questa cosa ha fatto cilecca.
    E a voi, amici uomini, è mai capitato di fare cilecca con una donna? Spero che in quell’occasione la vostra donna sia stata comprensiva con voi. Spesso accade che in quelle circostanze le donne credano che sia colpa loro, credono di essere loro le colpevoli della défaillance del loro partner, ed invece sappiate che non è mai questo il motivo. Sappiate che, mi rivolgo alle donne che ascoltano, non è colpa vostra o del fatto che non siete abbastanza attraenti. Può capitare. Certo che se capita molto spesso non si può più parlare di cilecca ma di problema. Un problema da risolvere senza dubbio.
    Esercizio di ripetizione ora. Ripetete dopo di me, state attenti alla pronuncia. In particolare state attenti alla doppia c.
    Cilecca
    …..
    Cilecca
    …..
    Io ho fatto cilecca
    …..
    Tu hai fatto cilecca
    …..
    La mia gamba ha fatto cilecca
    ….
    Noi abbiamo fatto cilecca
    …..
    Vi avete fatto cilecca
    …..
    Loro hanno fatto cilecca
    ….
    Adesso al futuro.
    Spero che domani non farò cilecca
    …..
    Spero che domani ti non farai cilecca
    …..
    Spero che la gamba non mi farà cilecca
    ….
    Noi faremo cilecca
    ….
    Voi farete cilecca
    ….
    Essi faranno cilecca
    …..
    Cari amici anche questo episodio volge al termine, spero vivamente di essere stato chiaro e che ora non abbiate più alcun dubbio sul significato della frase “fare cilecca”.

    Putacaso ti tradissi?

    Audio

     

    Trascrizione

    se_qualora_immagine_tradimentoBuongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente. Oggi affrontiamo un argomento molto interessante. Vediamo tutti i modi per dire “se”.

    Lo facciamo con l’aiuto di Adriana e Jasna, che ringrazio calorosamente.

    Conoscete questa parolina italiana “se”?

    Mi riferisco al “se” congiunzione, quella parola usata per costruire delle frasi che contengono delle ipotesi, come ad esempio: “se domani c’è il sole vado al mare”. Infatti la parola “se” ha anche altri significati, e tra l’altro si può scrivere anche con l’accento, come ad esempio “parlare di sé”. Oppure, con accento o senza, posso dire “pensare solo a se stessi”.

    Ecco, in questo episodio di Italiano Semplicemente vorrei invece parlare solamente del “se” congiunzione.

    Bene, una frase molto semplice come quella vista prima: “se domani c’è il sole vado al mare, in cui è presente la parola “se”, la congiunzione “se” può essere scritta, in realtà, in molti altri modi.

    Non c’è dubbio che “se” è la parola più semplice da usare e questa è la parola  che si impara per prima, ma vediamo appunto quali possono essere le varianti, quando si possono usare ed anche quanto sono diffuse tutte queste alternative, tutte questi modi alternativi di dire “se”.

    Cercherò di fare questo  cercando degli esempi divertenti, sperando di riuscirci. Credo che Adriana e Jasna saranno molto importanti.

    Vediamo la prima parola: “qualora”.

    Dunque la parola “se” non è semplicemente sostituibile con la parola “qualora”, che è anch’essa una congiunzione, perché vuole solamente il verbo al congiuntivo. Questa è la spiegazione classica che si dà, ma vediamo degli esempi, perché la grammatica a noi non interessa ed è anche molto noiosa.

    “Qualora ci fosse il sole, domani andrei al mare”.

    Quindi “qualora ci fosse”, e non “se c’è”; “andrei al mare” e non “vado al mare”. La frase quindi è un po’ più complicata perché non si utilizzano i verbi al presente, ma si usa il congiuntivo e poi il condizionale.

    Un italiano, vi dico subito, è difficile che usi questa frase, perché in generale la semplicità è sempre preferita da tutti. Soprattutto è più facile non sbagliarsi, e vi dico che anche il 50% degli italiani sbaglia regolarmente o molto spesso quando deve usare il condizionale o il congiuntivo.

    La parola “qualora” si usa più in ambito lavorativo, nel lavoro, e si usa molto nella forma scritta. Difficile nella forma parlata.

    A dire il vero si può anche dire in altri modi questa frase, anche usando la parola “se”: “se ci fosse il sole, domani andrei al mare” quindi il “se” posso sostituirlo a “qualora”. Non posso fare il contrario però.

    Posso anche dire, ed è ancora più comune: “se ci sarà il sole, domani andrò al mare” . In questo caso si usa il futuro, ed anche questo è un modo corretto di scrivere la frase.

    Vediamo ora: “nel caso in cui”.

    “Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Abbiamo semplicemente sostituito “qualora” con “nel caso in cui”. Semplice. Diciamo che è un po’ più informale però. “Nel caso in cui” si usa normalmente in ogni contesto. Qualora è un po’ più difficile e più adatto a situazioni professionali e formali. Possiamo anche togliere “in cui” e dire semplicemente “nel caso domani ci fosse il sole, andrei al mare”. Oppure, se avessi una fidanzata come Adriana…

    Adriana: “Nel caso in cui mi tradissi, farei lo stesso”.

    Gianni: Ma no, cara, sai che non ti tradirei mai!

    Adriana: ma qualora lo facessi, anche io ti tradirei”.

    Ecco questo è un altro esempio. Adriana interpreta la mia ragazza, o mia moglie, e dice che se io la tradissi, anche lei mi tradirebbe. Se io cioè non le fossi fedele, se io la tradissi con un’altra donna, anche lei farebbe lo stesso, con un altro uomo…. Credo.

    Nell’eventualità che io tradissi Adriana, anche lei mi tradirebbe.

    Nell’eventualità” è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. L’eventualità è una frase ipotetica, una circostanza che potrebbe verificarsi, che potrebbe avvenire. Nel caso in cui è la stessa cosa che “nell’eventualità”, che è la contrazione di “nella eventualità”, che è come dire “nel caso in cui”.

    “Nell’eventualità che” equivale a “nel caso in cui”. Quindi la prima frase che abbiamo visto oggi diventa:

    “nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare”.

    Adriana: nell’eventualità che mi tradissi, ti ucciderei!

    Ecco appunto…

    Vediamo l’avverbio “eventualmente”.

    Eventualmente si usa molto, ma è un utilizzo particolare.

    Ad esempio potrei rispondere ad Adriana, che mi voleva uccidere e potrei dirle: “Amore, eventualmente potresti accettare le mie scuse?”.

    Eventualmente si utilizza moltissimo, ma spesso si usa con il “se” davanti: “se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

    Oppure posso fare due esempi in cui eventualmente  indica una alternativa finale. Il primo esempio è:

    “se domani piove, sto a casa, ma se eventualmente dovesse uscire il sole, andrei al mare”.

    Oppure, secondo esempio: “se Adriana mi perdona, sono contento, ma eventualmente, mi cerco una nuova casa”.

    Quindi eventualmente in questi due casi è “se non dovesse accadere”, “nel caso in cui non accadesse”, o “in caso contrario”, quindi, come dicevo prima, indica un’alternativa finale, dopo che abbiamo scartato una ipotesi iniziale.

    “Se” ed “eventualmente” quindi non sono la stessa cosa, e come abbiamo visto si possono anche utilizzare insieme.

    Vediamo una parola molto simpatica: “putacaso”. P_U_T_A_C_A_S_O

    “Putacaso” si può scrivere anche staccato, con due parole: puta e caso. Puta caso.

    Ad esempio: “se putacaso ti tradissi ancora, Adriana, mi perdoneresti?” Ok, ok, non c’è bisogno che rispondi.

    Putacaso significa “ipotizzando”, cioè “per ipotesi”.

    “Se per ipotesi ti tradissi ancora, mi perdoneresti?” Anche con putacaso ci vuole il congiuntivo: tradissi e poi il condizionale: perdoneresti. Con putacaso non cambia nulla: “se putacaso ti tradissi ancora”: è la stessa cosa quindi.

    Possiamo anche dire “ipotizziamo che”.

    Ipotizziamo che io ti tradisca. Mi perdoneresti?

    Ipotizziamo che domani ci sia il sole. In tal caso andrei al mare. Posso anche mettere il “se” davanti: se ipotizziamo che domani ci sia il sole…

    Dopo “ipotizziamo” quindi ci va il “che”: ipotizziamo che.

    Una forma familiare di dire “se” è “metti che”. Metti che equivale a “ipotizziamo che”, “o ancora meglio ”ammettiamo che”, ma ora stiamo dando del tu. “metti che” viene quindi da “ammettiamo che”.

    Metti che io ti tradisco, Adriana… ad esempio

    Metti che domani c’è il sole. Avrete notato che il verbo è al presente.

    È quindi una forma molto familiare di “se”. Non possiamo usarlo con una persona che non conosciamo.

    Al limite posso dire “mettiamo che”, che è un po’ meno intimo, ed infatti in questo caso potrei anche usare il congiuntivo: “mettiamo che io ti tradisca”. Ecco quindi l’uso del congiuntivo al posto del presente ci dà già una indicazione del fatto che l’espressione non è familiare. Ma volendo potete anche usare il presente. Dipende dalla situazione familiare o non familiare.

    Se invece uso “ammettiamo che”, allora non è più familiare, ed ancora meno familiare è “ipotizziamo che”.

    Vediamo ancora un altro modo dire “se”.

    Se volessi dire alla mia fidanzata, che qui è interpretata ancora da Adriana, che ho un’altra donna, che cioè ho una relazione con un’altra donna, dovrei trovare le parole più opportune, le parole più adatte, perché avrei paura che lei, avrei paura che lei si arrabbi, e allora in questo potrei usare una forma diversa:

    Adriana: dai, dimmi pure!

    Gianni: Ascolta Adriana, “nella lontana ipotesi” che io abbia un’altra donna, cosa faresti?

    Adriana: ti ucciderei! È facile!

    Gianni: ah ok, grazie cara.

    Ecco quindi questa forma “nella lontana ipotesi” si usa per dire che è poco probabile quello che sto dicendo. È una ipotesi, ma è una ipotesi lontana, come se fosse un luogo lontano da raggiungere, quindi è una ipotesi poco probabile.

    Anche questa è una forma colloquiale, ma si usa anche molto su internet, sui giornali, perché oltre al “se” si dice anche quanto è probabile questo evento. Quindi si aggiunge un’informazione in più. Non solo una ipotesi, ma è una lontana ipotesi.

    Ci sono anche altri modi di aggiungere qualcosa in più, quindi di “allontanare” una ipotesi, o di prendere le distanze da una ipotesi, o anche semplicemente di considerare una semplice eventualità, possibile o anche impossibile che si realizzi.

    Posso dire ad esempio – espressione molto familiare questa – “facciamo finta che”.

    Ad esempio:

    Gianni: Facciamo finta che io abbia un’altra donna, Adriana!

    Adriana: ti ucciderei! È facile!

    Gianni: sì, ok, abbiamo capito.

    Quindi con “facciamo finta” si vuole dire: “non succederà, ma fingiamo, cioè facciamo finta che io ho (o abbia) un’altra donna”. Molto colloquiale come espressione.

    Quindi anche qui ci si sta allontanando, si stanno prendendo le distanze, si sta dicendo che è una finzione, facciamo finta, fingiamo che è ( o sia) vero; non è vero, ma facciamo finta che è (o sia) vero.

    Un altro modo ancora è “semmai”.

    “Semmai dovessi tradirti”, oppure “semmai ci fosse il sole domani, andrei al mare”.

    Questa è abbastanza facile, basta sostituire “se” con semmai. Si usa nello stesso modo.

    Dicevo che anche qui stiamo dicendo che non è molto facile che avvenga, non è molto probabile. “Semmai” dovesse accadere. Semmai contiene la parola “mai”. E si può scrivere anche staccato “se mai”.

    Semmai è usato anche in altro modo, ma qui ci interessa questo utilizzo: quello come congiunzione, quindi da usare al posto di “se”.

    Ci sono altre due modalità di dire “se”, molto usate in Italia.

    Una è “nel momento in cui”. L’altra è “supponiamo che”. Più o meno sono espressioni equivalenti.

    Queste due espressioni sono usate molto nella forma orale, sono abbastanza colloquiali quindi, e la prima forma (nel momento in cui) è più usata della seconda (supponiamo che), che invece è più adatta al lavoro, ma in ogni caso si tratta di espressioni abbastanza universali.

    Io potrei dire ad esempio: “supponiamo che ci sia il sole domani”, oppure “supponiamo che Adriana si arrabbi!” Eccetera. Analogamente una seconda ragazza, Jasna, potrebbe dire ed esempio:

    Jasna: nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?

    Gianni: non lo dire neanche per scherzo!

    Nel momento in cui si usa molto spesso per dire “quando”, “appena”, o ”non appena”, o anche “subito dopo” quindi c’è il tempo di mezzo. Fondamentalmente si usa al posto di “quando”, ma spesso può capitare di ascoltare frasi di questo tipo:

    “nel momento in cui riuscissi ”, oppure “nel momento in cui potessi” oppure come nella frase di Jasna, “nel momento in cui Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”. In questo caso Jasna sta prospettando una possibilità, sta dicendo:

    “se Adriana scoprisse che abbiamo una relazione, cosa farebbe?”

    Adriana: ti ucciderei! È facile!

    Bene, il risultato non cambia quindi!

    Bene amici, spero però che Adriana non ci scopra (Jasna: lo spero anch’io!). Lo speriamo entrambi! Ma speriamo anche di essere riusciti a farvi capire quanti modi ci sono per dire “se”.

    Adriana: se vi prendo, vi ammazzo a tutti e due!

    Jasna: aiuto!

    Passiamo alla ripetizione. Non pensate alla grammatica, ma ripetete dopo di me:

    – Se domani c’è il sole, vado al mare”

    – Qualora domani ci fosse il sole, andrei al mare

    – Nel caso in cui domani ci fosse il sole, andrei al mare.

    – Nell’eventualità che domani ci fosse il sole, andrei al mare.

    – Se eventualmente ci fosse il sole, domani, andrei al mare”.

    – Se putacaso Adriana mi scoprisse, sarei morto!

    – Ipotizziamo che Adriana mi scopra. In tal caso sarei morto!

    – Metti che Adriana ci scopre? Che facciamo?

    – Mettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

    – Ammettiamo che Adriana ci scopra. Che facciamo?

    – Nella lontana ipotesi che Adriana ci scopra, che facciamo?

    – Facciamo finta che Adriana ci scopre (o scopra). Che facciamo?

    – Semmai dovessi tradirmi, ti perdonerei.

    – Nel momento in cui dovessi tradirmi, ti perdonerei.

    Bene, quindi ora concludiamo il podcast. Se, come spero, sono riuscito a spiegarmi, ne sarei molto contento, ma qualora non fossi riuscito a farvi comprendere bene come fare per dire “se” e quanti modi diversi ci sono, ebbene, in tale eventualità, vi consiglio di ripetere l’ascolto di questo file audio più volte.

    L’ascolto ripetuto è molto utile, e, nel momento in cui vogliate ascoltare il mio consiglio, vedrete che non ve ne pentirete. Putacaso però voi non ne abbiate voglia, perché, per un motivo o per un altro, crediate sia tutto molto chiaro, allora questo vuol dire che il vostro livello di conoscenza dell’italiano è molto avanzato. In tale eventualità vi ringrazio comunque dell’ascolto, così come ringrazio anche tutti le altre persone, ed auguro a tutti un buon proseguimento di giornata.

    Un saluto a tutti, ciao.

    Qualora l’Italia vincesse gli europei, ne sarei molto felice. Nel caso in cui non lo vincesse,invece, me ne farei una ragione.

     

     

    Le espressioni sulla fortuna

    Trascrizione e spiegazione

    Buongiorno e grazie di essere all’ascolto di questo podcast. Per chi è nuovo e non ha mai ascoltato la mia voce, benvenuto, questo podcast è pubblicato su italianosemplicemente.com, sia in forma scritta che in versione audio. Venite sul nostro sito, unitevi alla famiglia di italiano semplicemente, mettete un “like” alla pagina Facebook, ed in questo modo Facebook si ricorderà di mostrarvi le novità di Italiano Semplicemente. Questo è un podcast per coloro che conoscono già un po’ di italiano, ma che hanno problemi di pronuncia, che magari sbagliano a coniugare i verbi e hanno in generale dei problemi di espressione verbale. Con Italiano Semplicemente imparerete la grammatica automaticamente, grazie alle sette regole d’oro, i miei consigli personali, e grazie al metodo utilizzato, che è il metodo TPRS, basato sulle storie e sulla ripetizione.

    Oggi è una giornata un po’ nebbiosa a Roma, e quindi c’è un po’ di nebbia. La nebbia è quando c’è molta umidità nell’aria, molta acqua, e quindi non si vede molto bene. La nebbia è quasi come una nuvola. Solo un po’ più bassa e meno densa, meno fitta. A Roma non siamo molto abituati alla nebbia, che solitamente frequenta maggiormente il nord, il nord Italia, ma pazienza.

    Oggi sono andato al lavoro con lo scooter e quindi è stato un po’ rischioso, ho corso dei rischi perché la visibilità non era molto alta, non si vedeva benissimo. Ma mi è andata bene, sono sano e salvo. Posso dire di essere stato fortunato a non fare nessun incidente, a non farmi male. “Correre dei rischi” vuol dire fare qualcosa di rischioso, fare qualche attività pericolosa, che potrebbe portare conseguenze negative. Comunque tutto bene, e a proposito di fortuna, che è l’argomento di oggi, c’è chi mi dice che sono fortunato ad abitare e vivere a Roma, perché vivo nella “città eterna”, nella città del Vaticano e del Colosseo. La città eterna è uno dei nomi con cui si indica Roma, la capitale d’italia. La città eterna perché non muore mai, perché è immortale. E’ “eterna” appunto. Roma caput mundi, si dice anche così, cioè Roma capitale del mondo, non solo dell’Italia, ma del mondo intero. Roma è bella, però per chi ci lavora, come me, a Roma, non è poi così piacevole. Roma è eterna, ma anche il traffico è eterno, ed a volte per andare a lavorare ci vuole un’eternità di tempo… poi ci sono anche altri piccoli disagi e punti negativi, come un generale nervosismo abbastanza diffuso. La gente è nervosa, ovviamente mi riferisco agli abitanti di Roma, a chi ci lavora, e non ai turisti che sono felicissimi di essere qui a Roma.

    Comunque, parliamo di fortuna oggi, parliamo delle frasi sulla fortuna, ed anche di sfortuna, cioè del contrario della fortuna: la sfortuna: la malasorte.

    Capita spesso di parlare di fortuna, capita a tutti anche, ma c’è chi ama parlare di fortuna e sfortuna e chi invece ama di più, cioè preferisce, parlare di fede, di fede e di azione. C’è poi chi preferisce parlare di destino. C’è invece chi parla di sorte e di malasorte.

    Sono tutte facce della stessa medaglia, sono tutte definizioni simili tra loro: fortuna, destino, sorte, sfortuna, malasorte, sfiga.

    Oggi quindi parliamo di fortuna. Per la fede e per il destino, evidentemente ci vuole più tempo, e dovremmo dedicare un file audio a parte a questi due argomenti.

    Ascoltiamo il dialogo che segue, la storia che segue, e quindi ascoltiamo quali sono le espressioni più comuni che riguardano fortuna e sfortuna. La storia parla di una ragazza fortunata, perché sembra che all’università studi molto poco, però sembra che prenda ugualmente dei bei voti. Questa ragazza ne parla coi suoi amici.

    Shrouk : Sai, ieri ho fatto un esame, ed ho preso il massimo dei voti! Ma avevo studiato pochissimo!
    Adriana: Un colpo di fortuna?
    Shrouk: Credo di sì, ma è la terza volta questo mese. Mi è andata sempre bene!
    Yasemin: Sei nata proprio con la camicia è?
    Shrouk: Beh, chi non risica non rosica!
    Georgt: Questo è vero, non si tratta solo di una botta di culo!
    Thiago: Però a te va sempre tutto bene, sei una ragazza baciata dalla fortuna. A me non va mai bene niente invece!
    Shrouk: Diciamo che sono nata sotto una buona stella, ma stai tranquillo, la ruota gira per tutti!
    Ramona: Giusto, hai ragione, la fortuna è cieca!
    Thiago: Sì, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!
    Jasna: Almeno l’amore andrà bene no? Il proverbio dice: sfortunato al gioco, fortunato in amore!
    Thiago: Dici? secondo me sono scalognato anche in amore!
    Ahmed: Beh, in amore secondo me la fortuna aiuta gli audaci!
    Thiago: Sarà! Finora una sola volta ho avuto una fortuna sfacciata!
    Ahmed: quando?
    Thiago: quando ho vinto 1 milione di euro al gioco del lotto.
    Lot-venson: che culo!

    Bene, avete ascoltato quindi, Shrouk è stata fortunata. Ascoltiamo ancora Shrouk:

    Shrouk : Sai, ieri ho fatto un esame, ed ho preso il massimo dei voti! Ma avevo studiato pochissimo!

    Quindi Shrouk è stata fortunata perché ieri ha fatto un esame, ed ha preso il massimo dei voti, nonostante avesse studiato pochissimo. Shrouk è stata fortunata quindi, ma si può anche dire che a Shrouk “è andata bene“. Quando “ti va bene” vuol dire che sei stato fortunato. E’ la stessa cosa.

    Posso dire:

    • A me è andata bene.
    • A te è andata bene.
    • A lui è andata bene.
    • A noi è andata bene.
    • A voi è andata bene.
    • A loro è andata bene.

    Attenzione perché se ti va bene un esame, o qualunque altra cosa, non necessariamente sei stata fortunata. Se invece “ti è andata” bene, se ti va bene vuol dire che c’è stata la fortuna.

    Ad esempio: “l’esame mi è andato bene” vuol dire che ho superato l’esame, vuol dire che sono stato promosso, che ho preso un bel voto.

    Allo stesso modo “il colloquio di lavoro mi è andato bene” vuol dire che sono stato assunto, che ho avuto il lavoro.

    Invece se tu mi chiedi: com’è andato l’esame? io posso rispondere “mi è andato bene”, “cioè l’esame mi è andato bene”, oppure posso rispondere “mi è andata bene”, “andata”, e non “andato”, al femminile quindi. E poi non si dice altro: mi è andata bene! Questa è una esclamazione. Non si può dire mi è andata bene l’esame, ma solamente “mi è andata bene!”. Al femminile quindi, “andata” e non “andato”.

    “Mi è andata bene” vuol dire quindi “sono stato fortunato”. Quindi Shrouk avrebbe potuto dire:

    “Sai, ieri ho fatto un esame, e mi è andata bene, perché ho preso il massimo dei voti pur avendo studiato pochissimo!”

    Shrouk avrebbe anche potuto dire: “Ieri sono stata assistita dalla fortuna“. Questa è ancora un’altra espressione sulla fortuna.

    Chi è assistito dalla fortuna vuol dire che è fortunato, è come se la fortuna fosse lì con lui, ad assisterlo. Lui è lì, e la fortuna è lì con lui, che assiste, cioè che ha cura di lui, che lo custodisce, che lo assiste, che lo protegge. Questo è “essere assistiti dalla fortuna”.

    Adriana: Un colpo di fortuna?

    Arriva Adriana che fa una domanda: un colpo di fortuna?

    Adriana chiede se Shrouk abbia avuto un “colpo di fortuna”, cioè se la fortuna la abbia aiutata, se la fortuna le abbia dato un “colpo”, cioè una spinta, un aiuto, per superare l’esame. Un colpo di fortuna si usa molto spesso, e fa parte del linguaggio di tutti i giorni e che potete ascoltare in ogni contesto. Non si tratta di dialetto.

    Shrouk: Credo di sì, ma è la terza volta questo mese. Mi è andata sempre bene!

    Quindi in questo mese è la terza volta, wow, è la terza volta che Shrouk ha un colpo di fortuna: Shrouk è stata assistita dalla fortuna molto spesso ultimamente, recentemente.

    Le è andata sempre bene. Vediamo quindi che “mi è andata bene” è al femminile, anche se l’esame è una parola maschile. Come dicevo prima, “mi è andata bene” vuol dire “sono stato fortunato” (o fortunata, nel caso di Shrouk). Le è andata sempre bene, quindi in tutti e tre gli esami che ha dato Shrouk, questo mese, le è andata sempre bene, cioè è stata sempre fortunata, è stata sempre assistita dalla fortuna.

    Yasemin: Sei nata proprio con la camicia è?

    Yasemin commenta, commenta la fortuna di Shrouk, e dice che Shrouk, secondo lei, secondo Yasemin, è “nata con la camicia”.

    Se analizziamo i senso proprio fa un po’ ridere perché la camicia è semplicemente un capo d’abbigliamento, di stoffa che copre il busto, e di solito ha un colletto e delle maniche. Impossibile quindi nascere con la camicia nel senso proprio. In realtà quando si nasce, può accadere che il sacco in cui è avvolto il bambino, che solitamente si rompe prima della nascita, è ancora intatto. Può accadere cioè che il bambino nasca ancora nel sacco (il cosiddetto sacco amniotico). E’ molto raro ma può accadere. Ebbene questo sacco è anche chiamato “camicia”, perché copre il bambino, lo avvolge, proprio come la camicia copre il corpo di chi la indossa.

    E’ difficile dire se la cosa porti veramente fortuna, ma di sicuro è un evento molto raro e quindi “essere nati con la camicia” è oggi una frase diffusa per dire “essere fortunati”. Non è però un colpo di fortuna, ma è una fortuna costante, che ti assiste sempre, tutta la vita.

    Infatti Yasemin dice a Shrouk che è nata con la camicia dopo che Shrouk ha detto che è la terza volta che le accade questo mese.

    Shrouk: Beh, chi non risica non rosica!

    Questa è una frase interessante. Rosicare è un verbo usato per i topi, gli scoiattoli, i roditori in generale, tutti quegli animali che hanno denti forti e che li utilizzano per rosicare, significa rodere a poco a poco, rosicchiare. Si può rosicchiare, rosicare, una pannocchia, un torsolo di mela, eccetera. Rosicare significa togliere dei pezzi piccoli con i denti, poco a poco. Però rosica qui significa “ottenere risultati”, “raggiungere l’obiettivo”.

    “Risica” invece non esiste come parola, ma esiste il verbo “rischiare”. “Chi non risica” quindi vuol dire “chi non rischia”.

    Quindi l’intera frase, “chi non risica non rosica” vuol dire “chi non rischia non ottiene risultati”. Ma suona meglio dire “chi non risica non rosica”, è più bello, suona meglio, anche se risicare non esiste; è più facile anche a pronunciarlo.

    Chi non risica non rosica quindi vuol dire che chi non rischia non ottiene risultati. Solo chi rischia può ottenere risultati. Solamente chi corre il rischio, chi è disposto a correre il rischio, può ottenere un buon risultato. Chi invece non corre il rischio, chi non se la sente, chi preferisce non rischiare, non può ottenere risultati.

    Shrouk vuole dire che lei ha rischiato, e pur sapendo che non era molto preparata, ha rischiato; ha rischiato e le è andata bene. E’ una frase però che potete usare solamente in un contesto scherzoso, tra amici o in famiglia.

    Georgt: Questo è vero, non si tratta solo di una botta di culo!

    Georgt, dal Messico (ciao Georgt!) che è la prima volta che partecipa ai nostri podcast, dice che Shrouk ha ragione, che è vero che chi non risica non rosica.

    Secondo Georgt non si tratta solo di una “botta di culo”.

    Ecco questa frase idiomatica ha lo stesso significato di “colpo di fortuna”: è la stessa cosa. Un colpo di fortuna è come una botta di culo. Una botta infatti è un colpo. Se qualcuno vi da un colpo, vi colpisce, vuol dire che vi ha dato una botta.

    Il culo invece, con una elle sola (culo, non cullo) è il sedere. Culo equivale ad “ass” in inglese. Quindi è dialettale, tutti vi capiranno in Italia, ma si tratta comunque di una parola dialettale e scurrile, di una parolaccia insomma. Potete anche dire “botta di sedere”, ma non cambia molto in realtà.

    Avere avuto una botta di sedere, o di culo, vuol dire quindi aver avuto fortuna, aver avuto un colpo di fortuna, un episodio fortunato. Si tratta comunque di un episodio, non di una fortuna costante e duratura, proprio come colpo di fortuna, perché un colpo è improvviso, dura solo un attimo. Ovvimaente non troverete nei libri di grammatica la frase “botta di culo”.

    Thiago: Però a te va sempre tutto bene, sei una ragazza baciata dalla fortuna. A me non va mai bene niente invece!

    Thiago dice che Shrouk è una ragazza fortunata, anzi dice che è una ragazza baciata dalla fortuna. La fortuna ha baciato Shrouk, e quindi chi ti bacia solitamente ti ama, quindi la fortuna è innamorata di Shrouk. Ed anche Italiano Semplicemente è stato baciato dalla fortuna incontrando una ragazza Shrouk. Anche essere baciati dalla fortuna è segno di fortuna duratura, che dura nel tempo, e non è una fortuna episodica.

    A Thiago non va mai bene niente invece. Povero Thiago!

    Shrouk: Diciamo che sono nata sotto una buona stella, ma stai tranquillo, la ruota gira per tutti!

    Shrouk dice di essere nata sotto una buona stella. Quando si è nati sotto una buona stella vuol dire che si è fortunati, ed anche qui la fortuna è una fortuna duratura. Qui entriamo un po’ nell’astrologia, secondo la quale i pianeti influenzano i destini umani. Ci sono pertanto stelle buone  stelle cattive, stelle positive e negative, stelle che portano fortuna e stelle che portano sfortuna. Una buona stella è una stella che porta fortuna, perché è buona appunto.

    E chi nasce sotto una buona stella, evidentemente, è assistita dalla buona stella per tutta la vita, la buona stella avrà cura di lei per sempre. Questo è nascere sotto una buona stella.

    La “ruota gira per tutti” si intende la ruota della fortuna, per dire che la fortuna assiste tutti prima o poi, perché infatti le ruote girano, ed anche la ruota della fortuna lo fa, e girando girando incontra persone sempre diverse. La ruota gira per tutti quindi vuol dire che tutti, prima o poi, avranno fortuna, saranno assistiti dalla fortuna, perché la fortuna gira come una ruota.

    Ramona: Giusto, hai ragione, la fortuna è cieca!

    La fortuna è cieca dice Ramona, cioè la fortuna non ci vede, è cieca, e non sa chi colpisce, non sa chi è la persona che colpirà, non sa chi assisterà, a chi starà vicino, a chi bacerà. La fortuna è cieca quindi quando gira non si sa per chi girerà.

    Thiago risponde subito:

    Thiago: Sì, la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo!

    Thiago conferma: la fortuna è cieca, quindi dice ok, Ramona, è vero, ma la sfiga ci vede benissimo!

    La sfiga è la sfortuna, in forma dialettale. Sfiga si usa in tutta italia, ma fa parte del linguaggio informale, non la usate questa parola con persone che non conoscete.

    La frase di Thiago è abbastanza diffusa in Italia, “la fortuna è cieca  ma la sfiga ci vede benissimo” per smentire che la fortuna sia veramente cieca, dicendo che la sfortuna non è cieca invece, la sfortuna ci vede bene, la sfiga ci vede molto bene e sa sempre chi colpire.

    Thago aveva già detto di essere sfortunato, che a lui non va mai bene niente, e quindi di essere una persona sfortunata.

    Gli risponde Jasna che dice:

    Jasna: Almeno l’amore andrà bene no? Il proverbio dice: sfortunato al gioco, fortunato in amore!

    Jasna chiede a Thiago se in amore è fortunato, se si ritiene una persona fortunata in amore. Perché, dice Jasna, chi è sfortunato al gioco è fortunato in amore.

    Qui non c’è nessun gioco ovviamente, perché Thiago diceva di essere sfortunato in generale nella vita, parlando in generale, dice infatti che non gliene va bene una. Non si tratta di un gioco. Questa frase solitamente si dice a chi perde al gioco, per tirarlo su di morale, per rincuorarlo, per rassicurarlo: “sfortunato al gioco, fortunato in amore!”. Per dire che chi perde al gioco ha avuto sfortuna, ma la fortuna lo assiste in campo amoroso. Non si può essere sfortunati in tutto.

    Jasna vuole sapere se Thiago in amore abbia avuto fortuna oppure no, se Thiago si ritiene una persona che in amore la fortuna lo assista oppure no, ed immagina di sì; Jasna immagina che Thiago sia fortunato in amore, ma lo dice per rincuorarlo, per tirarlo su di morale.

    Thiago: Dici? secondo me sono scalognato anche in amore!

    Non lo sa Thiago se è fortunato o meno in amore. Secondo lui no, secondo lui anche in amore è sfortunato. Anche in amore è scalognato.

    La scalogna è la sfortuna. E’ come la sfiga, ma la scalogna è un po’ in disuso, anche se meno popolare di sfiga. La scalogna è una fortuna persistente, che non ti abbandona.

    Un altro modo per indicare la sfortuna, oltre la scalogna e la sfiga, è la iella, o Iattura.

    Sentiamo se Manel conosce il significato della parola Iella.

    Manel: la iella significa la sfortuna, oppure le cose che portano sfortuna, come un gatto nero, la cadenza (caduta) del sale, eccetera.

    La Iella e la Iattura sono nomi femminili, come la scalogna  e la sfiga, e come anche la sfortuna e la malasorte. Tutti nomi femminili. Chissà perché la fortuna e la sfortuna hanno sempre nomi femminili.

    toto_iettatore
    L’attore italiano Totò, nella parte dello “iettatore”

    La Iella è come una maledizione, la Iella è un qualcosa che viene dato da qualcuno, o da qualcosa. Come se la sfortuna fosse qualcosa che viene portato da qualcun altro. Infatti esiste lo Iettatore, o Iellatore colui che porta iella, colui che è portatore di iella, di iattura, di sfortuna. E’ colpa dello iettatore che la sfortuna, la iella, arriva e colpisce una persona. Lo iettatore è colui che ha il potere di portare iella, anche contro la sua stessa volontà.

    Si dice spesso: che iella! cioè che sfortuna!

    Ahmed: Beh, in amore secondo me la fortuna aiuta gli audaci!

    Interviene Ahmed che dice che la fortuna aiuta gli audaci, la fortuna aiuta gli audaci.

    Gli audaci sono coloro che osano, coloro che hanno coraggio. E’ un po’ come “chi non risica non rosica”. Solo chi osa, cioè solamente gli audaci, ottengono risultati. Se sei audace, se hai il coraggio di osare, di provare, anche se c’è il rischio di fallire, di non riuscire, allora magari ti va bene, magari la fortuna ti aiuterà.

    Se invece non sarai audace non potrà aiutarti la fortuna. Quindi la fortuna aiuta gli audaci, in amore, dice Ahmed.

    Thiago: Sarà! Finora una sola volta ho avuto una fortuna sfacciata!

    Thiago non è proprio convinto di questo, e dice che solamente una volta è stato fortunato in vita sua. Solo una volta. dice Thiago, ha avuto una fortuna sfacciata.

    Cosa vuol dire sfacciata? Letteralmente vuol dire “senza faccia”: sfacciata, come squilibrata vuol dire “senza equilibrio”, come “spellata” vuol dire senza pelle, eccetera.

    Sfacciata è una parola, è un aggettivo, che si utilizza solitamente con le persone. E’ una frase idiomatica che solitamente vuol dire “senza rispetto”.

    Se dico che una ragazza ad esempio “è una persona sfacciata” vuol dire che non ha rispetto, che non rispetta nessuno, che dice quello che pensa, sena farsi problemi, senza contenersi, senza limiti, senza barriere. Questa persona esagera, non ha faccia, è come se non fosse una persona normale, con una faccia normale, ma è esagerata, è sfacciata.

    “Non essere sfacciato” lo può dire un genitore ad un figlio, se il figlio risponde male alla madre o al padre: “non fare lo sfacciato”, cioè “abbi rispetto dei tuoi genitori”.

    La fortuna sfacciata, allo stesso modo, è una fortuna che non si contiene, è una fortuna esagerata, senza limiti. Non si usa con la sfortuna però: non si può dire “sfortuna sfacciata”. Quindi non c’entra il rispetto qui, ma c’entra il concetto di normalità e di esagerazione:

    Sfacciata = esagerata. Fortuna sfacciata=fortuna esagerata.

    Finora Thiago solamente una volta ha avuto una fortuna sfacciata, e quando? Quando ha avuto questa fortuna esagerata Thiago?

    Ahmed: quando?

    Gli lo chiede Ahmed quando, e Thiago risponde prontamente:

    Thiago: quando ho vinto 1 milione di euro al gioco del lotto.

    estrazione-lotto
    Urna con le palline da estrarre nel gioco del lotto

    Beh, Thiago una volta ha vinto un milione di euro!! Mica male Thiago, che fortuna! Ha vinto un milione di euro al gioco del lotto. Il gioco del lotto è un gioco a pronostico, una lotteria, ed è quel gioco in cui vengono estratti, vengono sorteggiati dei numeri, e i partecipanti a questo gioco punta su dei numeri, e questi numeri vengono scritti, stampati su una ricevuta, su in cui sono scritti dei numeri sui quali si è puntato. Si possono puntare da un minimo di 1 ad un massimo di 10 numeri compresi tra 1 e 90. Si possono vincere molto soldi a questo gioco: più numeri escono e più si vince. “Puntare su dei numeri” vuol dire scommettere che quei numeri verranno estratti, vuol dire pronosticare, cioè prevedere che quei numeri escano, che quei numeri siano estratti. Estratti vuol dire letteralmente “estratti dall’urna”, cioè tirati fuori da un contenitore, chiamato urna, nel quale ci sono le palline con i numeri. Ogni pallina ha un numero, e dentro l’urna ci sono quindi 90 palline. Quando c’è l’estrazione delle palline, si tirano fuori alcune palline, si leggono i numeri, e ognuno che ha partecipato al gioco può verificare se i suoi numero siano stati estratti.

    Quindi Thiago dice di aver vinto 1 milione di euro al gioco del lotto!

    Lot-venson: che culo!

    Lot, da Haiti, che salutiamo, dice: che culo! Che culo vuol dire, come avrete intuito, fortuna. Thiago ha avuto un colpo di fortuna, o una botta di culo, detto abbastanza volgarmente. Che culo è una esclamazione utilizzata in tutta Italia, senza distinzione, ed è un modo abbastanza forte di dire “che fortuna!”.

    Culo, lo ripeto ancora una volta, si scrive e si pronuncia con una sola “elle”.

    Possiamo anche dire, sempre volgarmente, che Thiago in quella occasione ha “sculato“, o anche “è stato Sculato”. Sculato viene da sculare, che è un verbo che non esiste in realtà. Thiago è stato sfortunato. Thiago ha avuto una fortuna sfacciata, ha sculato, è stato sculato. Stavolta sculato non è come sfacciato, cioè non è “senza culo”, ma comunque significa che Thiago ha esagerato in qualcosa. Ha esagerato in culo, cioè in fortuna.

    Bene amici, venite sulla pagina Facebook e commentate il podcast, dite quello che pensate, questo vi aiuterà anche a migliorare la scrittura.

    Ascoltate questo podcast più volte, ascoltatelo almeno per una o due settimane

    Ricordo che per chi è interessato a lavorare in Italia, c’è il corso Italiano Professionale, l’Italiano che è utilizzato in ambienti professionali, e che può esservi utile se volete migliorare il vostro italiano e portarlo ad un livello ancora più alto. La prima lezione è gratuita e già online, c’è già il testo scritto, e tra qualche giorno avrete anche l’audio. Informerò su facebook quando sarà online. I corso sarà disponibile nel 2018, ancora 23 mesi quindi, ma chi vuole lo può già prenotare gratuitamente.

    Ciao amici, e buona fortuna!

     

    Video con sottotitoli

     

    Prego, si accomodi!

    Una cristiana ed una musulmana sono alla cassa di un supermercato dopo aver fatto la spesa:

    Audio:

    Interpreti: Ramona dal Libano (Cristiana), Adriana dalla Colombia (Cassiera e audio supermarket), Shrouk dall’Egitto (Musulmana), Elettra (suono voce supermarket), Amany dall’Egitto (amica della musulmana)

    Video

    Trascrizione

    prego

    Cristiana: Prego, dopo di lei, signora!

    Musulmana: grazie mille signora!
    Cristiana: Prego, di nulla, si figuri!
    Musulmana: le dispiace se mentre aspetto prego?
    Cristiana: prego, faccia pure, ma stia attenta, la cassa si sta liberando!
    Cassiera: Prego, avanti il prossimo!
    Amica della Musulmana: la prego di scusarla, era distratta da un’āya di una sura del Corano.
    Cassiera: prego?

    Buonasera a tutti, dunque, oggi spieghiamo il significato della parola “prego”.
    Prego è una parola diffusissima, una parola famosissima in tutto il mondo, una parola che ha più significati. Ho fatto una piccola ricerca su internet.
    Ci sono vari luoghi, vari siti internet che cercano di spiegare, per iscritto, i vari significati della parola “prego”.
    Devo dire che, come sapete io utilizzo il metodo TPRS, di conseguenza mi piace utilizzare delle storie. Fa parte del metodo, fa parte delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, perché bisogna suscitare delle emozioni, affinché si possano ricordare le parole italiane, i concetti, le frasi e i significati.
    Dunque abbiamo costruito questa piccola storia, dico abbiamo perché in realtà l’hanno costruita interamente gli utenti di whatsapp di Italiano Semplicemente; le persone che frequentano maggiormente la chat di Italiano Semplicemente e che si sono divertiti a fare questa piccola storia.
    Io l’ho scritta, loro l’hanno interpretata. La storia quindi tratta di una cristiana e di una musulmana, che vanno a fare la spesa. Dunque discutono tra loro, anzi, parlano tra loro, e ne esce fuori una bella storiella in cui la parola prego viene utilizzata moltissimo, e in ognuno dei vari utilizzi che se ne fanno all’interno della storia, il significato è leggermente diverso.
    Allora, avete ascoltato la storia; anche la voce dell’audio del supermercato è una voce interpretata dalla nostra amica Adriana, quindi non è una vera voce di supermercato ma abbiamo preso la voce di Adriana, che ce l’ha prestata per l’occasione, gli abbiamo fatto qualche piccolo ritocco con un software, abbiamo ritoccato un po’ l’audio ed è venuta fuori una bella storiella. Allora, “prego”. In questo file audio voglio spiegarvi i vari significati della parola prego. In generale la parola prego, l’uso più diffuso che se ne fa in Italia è come risposta della parola “grazie”.
    Quindi se una persona ti fa un favore, tu puoi dire “grazie!” e lui può rispondere “prego!”, quindi può rispondere “prego, non c’è di che!”, “si figuri”, “non fa niente”, “non c’è problema” eccetera.
    Sono tutti modi di rispondere in italiano alla parola “grazie!”.
    In senso ancora più generale, per poter utilizzare la parola “prego” occorre essere in due, quindi non puoi parlare con te stesso, ma occorre un’altra persona. In generale, la parola “prego!” significa “tocca a te”, “tocca a lei”, “la prossima mossa non è la mia ma è la tua”, della persona con cui si sta parlando, quindi è la tua, o è la sua, dipende se stai dando del tu o del lei a questa persona. Quindi si chiede se si vuole fare o si vuole dire qualcosa.
    “Prego” non solo è la risposta di “grazie”, ma “prego” lascia la parola all’altra persona, come dire “tocca a lei”, oppure lascia che l’altra persona faccia qualcosa, ad esempio se sono davanti ad un ascensore e stiamo entrando più persone all’interno dell’ascensore, posso dire, se c’è una ragazza o una persona accanto a me, quando si aprono le porte posso dire: “prego”. Posso dire semplicemente “prego”, che vuol dire Tocca a lei, prego, entri pure, “entra pure tu, poi io entrerò dopo di lei, entrerò dopo di te”.
    Questo è uno dei modi di utilizzare la parola “prego”.
    Ovviamente questo vale anche per la cassa del supermercato, quindi “prego, si accomodi”, “prego tocca a lei”, “prego, vada avanti”, vuol dire che si sta sollecitando all’azione, cioè “sei tu che devi fare qualcosa, prego”.
    A volte è accompagnato anche con un gesto con la mano, volendo, è una abitudine abbastanza diffusa per dire “prego, si accomodi”, “prego, tocca a lei”, e questo quindi significa che si cede il passo ad un’altra persona, invece nel caso della risposta al “grazie”, è semplicemente un “non c’è problema”, “si figuri”.
    In realtà la parola “prego” deriva dal verbo pregare, pregare, come è stato utilizzato anche all’interno del file audio, dalla ragazza musulmana interpretata da Shrouk, pregare significa dire a parole, o dire con la mente, pensare, al nostro Dio, o recitare delle parole per il nostro Dio.
    Questo quindi è la parola “pregare”, e quindi “prego” significa “io prego”, accorciato: “prego”, quindi anche nel caso in cui si dice: “accomodati, tocca a te”, è come dire “ti prego, vai avanti tu”, “ti prego”, cioè “ti sto pregando,prego”. Prego è la forma abbreviata della frase “ti prego, vai avanti”, “ti prego, accomodati”, “prego, vada avanti lei”, “prego, faccia lei”, “prego, si figuri”.
    Quindi vuol dire sempre “la prego”, “ti prego”, cioè è un modo gentile, educato, di dire, di cedere il passo, o di lasciare l’iniziativa all’altra persona con cui si sta parlando.
    Ovviamente anche nel caso in cui si risponda al “grazie”, il “prego” deriva sempre dal verbo pregare, quindi “prego”, vuol dire “prego, non c’è problema”, “ti prego, non ti scusare”, “ti prego, non mi devi ringraziare”, è sempre il verbo pregare, all’origine dell’espressione “prego” c’è una parola che riassume una frase più lunga che quindi può essere utilizzata in più circostanze, può essere utilizzata in più contesti diversi quindi.
    Nell’ultima espressione del file audio sentiamo la cassiera che dice: “prego?”. In questo caso la cassiera sta dicendo “scusa puoi ripetere?”, cioè “la prego puoi ripetere?”, “ti prego puoi ripetere?”, quindi in questo caso è sotto forma di domanda. La domanda è “prego?”.
    C’è anche un altro modo di utilizzare questa espressione, un modo che non è stato utilizzato all’interno del file audio, e questo modo è un modo non educato, e per quello che non l’ho inserito, ma volendo avrei potuto farlo. Avrebbe potuto essere l’ultima battuta del file audio, della piccola storia. Se un’altra persona avesse sentito la ragazza musulmana che parlava di Corano, avrebbe potuto infastidirsi, ad esempio, perché magari era di un’altra religione, e avrebbe potuto dire: “ma ti prego!”, “ti prego”, cioè vuol dire “non sono d’accordo con te”, “ti prego, smettila!” vuol dire in questo caso, “ti prego, non andare avanti”, “ti prego, non mi dire queste cose”, quindi si sta sempre pregando una persona, quindi la forma è sempre quella dell’educazione, ma il tono è tutt’altro.
    Il tono è quello di dire” ti prego smettila!”, quindi questo è ancora un altro significato della parola “prego”, anzi, un altro utilizzo della parola “prego”. Come avrete capito, il “prego”, la parola “prego” va utilizzata con un certo tono; a seconda del tono che si utilizza, a seconda della voce che si utilizza, il significato è diverso, quindi fate attenzione quando pronunciate questa parola, quando parlate con degli italiani, perché è importante anche il tono.
    auto → it
    Musulmana

    Espressioni equivalenti: brutta gatta da pelare – brutta bestia… cavoli amari

    Gatta (bella) e non da pelare...
    Gatta (bella) e non da pelare…

    Ciao a tutti amici. Oggi ci divertiamo un po’ con alcune espressioni tipiche italiane. Sono Gianni, di italianosemplicemente.com, e oggi, dopo aver spiegato il verbo cazzeggiare la settimana corsa, anche oggi voglio presentarvi alcune espressioni tipiche italiane.

    Espressioni che hanno tra di loro più o meno lo stesso significato, e che però vanno utilizzati in contesti e situazioni diverse.

    In Italia infatti, come probabilmente in ogni lingua, lo stesso concetto, la stessa cosa, lo stesso sentimento, si può esprimere non solamente in un modo, in un solo modo, ma in diversi modi.

    Nel caso del verbo cazzeggiare, abbiamo visto che si può usare una parola derivata da una parolaccia per indicare un atteggiamento scherzoso, ma che la stessa cosa, lo stesso concetto può essere espresso in differenti modi, più o meno familiari, più o meno formali.

    Ci sono differenti modalità di esprimere lo stesso concetto dunque, ed oggi vedremo la frase “avere una brutta gatta da pelare“.

    E’ la seconda frase idiomatica che ha a che fare con un gatto, in questo caso con una gatta. Abbiamo già visto la frase “non c’è trippa per gatti” che è piaciuta molto e che è utilizzata solamente in Italia.

    Oggi la frase dunque è “avere una brutta gatta da pelare“. Nel corso del tempo vedremo man mano tutte le espressioni che in generale hanno a che fare con gli animali. “Vedere i sorci verdi è un altro esempio che abbiamo già spiegato, che però riguarda i topi, cioè i “sorci”.

    Oggi voglio provare, voglio sperimentare un diverso modo di fare la spiegazione della frase.

    E’ un esperimento, ed è Il modo che vorrei seguire, che vorrei utilizzare anche all’interno del corso “italiano per affari e per le relazioni professionali“, il corso che sarà disponibile il 1 gennaio 2018 e che naturalmente conterrà anche un capitolo contenente tutte le frasi idiomatiche utilizzabili in ambito professionale, in contesti sia formali che informali. Ci sarà inoltre una chat su whatsapp dedicata a tutti coloro che acquistano il corso, per avere assistenza personale.

    Dunque il metodo è il seguente e voglio illustrarvelo ora:

    1. Inizialmente spiegherò il significato delle parole e dell’espressione, e farò, come sempre, alcuni esempi di utilizzazione per capire al meglio quando si usa la frase in questione; questo è il primo punto.;
    2. Al secondo punto vedremo bene la pronuncia delle singole parole e l’intonazione che va utilizzata. Vedremo anche quando si pronuncia e se ci sono eventuali difficoltà nella pronuncia della frase;
    3. Terzo, vedremo in quali altri modi possiamo esprimere lo stesso concetto, con i sinonimi e i contrari anche, vedremo la versione formale cioè professionale, e quella informale, cioè che si usa tra amici o tra colleghi che si conoscono bene; Vedremo anche dove si colloca la frase in questione. Vedremo cioè ogni frase in quale contesto va usata. Se la frase è formale, vedremo l’equivalente informale e viceversa. Inoltre verrà specificato anche se la frase è solamente orale, oppure potete anche trovarla e utilizzarla in forma scritta;
    4. Quarto punto, vedremo se ci sono eventuali rischi nella pronuncia, vale a dire se ci sono pericoli di confusione con altre parole con altro significato;
    5. Infine, sarà anche il vostro turno, faremo infatti insieme un piccolo esercizio di coniugazione, utilizzando tempi diversi, al passato ad esempio, o al futuro o al condizionale eccetera, lasciandovi il tempo di ripetere per far sì che cominciate ad abituarvi a sentirvi parlare, a sentire voi stessi parlare, a sentire quindi la vostra voce e ad allenare i muscoli della vostra lingua, senza pensare alla grammatica.

    Adesso ascoltiamo alcuni membri della chat di whattup di Italiano Semplicemente che pronunciano queste frasi:

    Ascoltriamo Shrouk dall’Egitto, Thiago dal Brasile e Lilia dalla Russia, tre amici che mi hanno aiutato.

    Shrouk: “Imparare l’italiano è una brutta gatta da pelare se non usi il metodo giusto

    Thiago: “quel professore è proprio una brutta bestia. Se non te lo fai amico è impossibile superare l’esame“.

    Lilia: “sono cavoli amari se mia madre mi scopre che le ho preso la macchina di nascosto

    ringrazio tutti naturalmente per aver collaborato, e ringrazio anche Petra dalla Germania, che mi correggerà se sbaglierò qualcosa. Vero Petra?

    PETRA: “Sì hai ragione

    Avete sentito delle frasi dei nostri apprendisti della lingua italiana. Li ringrazio tutti per la loro collaborazione. Questi sono solo alcuni degli esempi che si possono fare con queste espressioni: “avere una brutta gatta da pelare”, “sono cavoli amari” e “è proprio una brutta bestia”. Le espressioni hanno un significato molto simile tra loro.

    Ma cominciamo prima a spiegare le parole: sapete cosa è una “gatta“? E’ semplicemente un gatto dal sesso femminile, quindi un gatto femmina. Inoltre “pelare” è uno di quei verbi italiani abbastanza utilizzati, e che hanno più significati. Pelare, nel suo senso proprio, è un verbo che si può usare con le patate: si pelano le patate, cioè si sbucciano le patate, e le patate è l’unica cosa che si pela, cioè che viene pelato. In teoria pelare viene, deriva dalla parola “pelo”, quindi pelare vuol dire “togliere il pelo”, anche se a dire il vero le patate non hanno il pelo. Il gatto ha il pelo però, ed anche la gatta ce l’ha. Tutti o quasi tutti gli animali hanno il pelo. La gatta quindi può essere pelata, cioè può essere presa e le si può tagliare il pelo. Si può “pelare”, o “spelare” anche. La “s”, la lettera s è spesso usata in italiano per descrivere un significato opposto o esagerato di un verbo, come ad esempio: parlare, sparlare, radicare, sradicare, fatto, sfatto, turare, sturare eccetera. In questo caso invece pelare e spelare sono due sinonimi.

    L’italiano è strano… vero Petra? “Sì, hai ragione“.

    Se provate a pelare una gatta, o a spelarla, vedrete che non è affatto facile, non solo perché è un gatto, e quindi può facilmente graffiarvi, con le unghie, ma perché è un gatto femmina. E le gatte femmine sono potenzialmente più cattive dei gatti maschi,  quantomeno perché devono difendere i gattini, i cuccioli, i piccoli gatti, e come tutte le femmine quindi, degli animali intendo, sono potenzialmente più difficili da trattare. Per le femmine umane invece dovremo aprire un discorso a parte, che non potremmo comunque esaurire in un breve file audio come questo, vero Petra? “Sì, hai ragione

    A parte gli scherzi, comunque avete certamente capito che avere una brutta gatta da pelare è una cosa abbastanza complicata, difficile, e quindi questa frase manifesta un problema difficile da risolvere. La gatta è poi anche “brutta”, e in questo caso il “brutta” non è riferito all’aspetto fisico, ma alla cattiveria. Brutta in questo caso vuol dire “molto”, quindi molto difficile da pelare.

    Vediamo il secondo punto, cioè alla pronuncia e l’intonazione che va utilizzata. Gatta è una parola abbastanza facile, ma attenti alle doppie: é gatta e non gata. Le doppie sono importantissime in italiano, e se non pronunciate possono completamente cambiare e stravolgere il significato di una frase. A volte si rischiano veramente delle brutte figure. Basti pensare alle parole “anno” e “ano”. “Quanti anni hai” e “quanti ani hai” non hanno esattamente lo stesso significato. Infatti l’ano è una parte del sedere. Quindi se vi chiedono “quanti ani hai?”, la risposta è 1. Giusto Petra? “Sì, hai ragione

    In questo caso non c’è pericolo perché “gata” non significa nulla con una sola “t”.

    Attenzione però con la parola “brutta”. Stavolta se sbagliate e dite “bruta“, si capisce lo stesso, ma bruta in realtà è il femminile di “bruto“, ed ha un altro significato. Una “forza bruta“, ad esempio, è una forza mostruosa, una forza esagerata. Se dico “quell’uomo ha una forza bruta” vuol dire che quell’uomo è molto forte, forte come un “bruto, cioè come un uomo spietato, che non ha pietà, un uomo insensibile, come una bestia, cioè come una animale. Anche Dante Alighieri diceva: “Fatti non foste a viver come bruti“, forse qualcuno di voi l’ha anche studiato.

    Un bruto quindi è un uomo insensibile, chi ad esempio compie una violenza carnale su una donna è un bruto, è un insensibile. “Sei un bruto!” lo può anche dire una donna al suo fidanzato se si mostra insensibile eccetera.

    Vediamo il terzo punto. In quali altri modi possiamo esprimere lo stesso concetto?

    Abbiamo sentito Shrouk dire: “Imparare l’italiano è una brutta gatta da pelare se non usi il metodo giusto” e poi abbiamo sentito anche Thiago: “quel professore è proprio una brutta bestia. Se non te lo fai amico è impossibile superare l’esame“.

    Poi anche Lilia che dice “sono cavoli amari se mia madre mi scopre che le ho preso la macchina di nascosto“.

    Allora Thiago dice “una brutta bestia“, “quel professore è proprio una brutta bestia”. Questo è un altro modo di esprimere lo stesso concetto. “Una brutta bestia” è analogo a “una brutta gatta da pelare”. Infatti un gato è una bestia, cioè è un animale. Una bestia è un animale, ma “bestia” è sì usato come sinonimo di animale, ma anche per sottolineare, come “bruto”, una caratteristica negativa, un lato negativo, non umano, di una persona: “le bestie non pensano” diceva Dante Alighieri. Quindi “bestia” è simile a “Bruto”. La parola bestia è usata in altre espressioni idiomatiche italiane, come “sudare come una bestia”, vivere, o mangiare “come una bestia”, quindi può indicare una cosa molto faticosa da fare, ma anche una caratteristica animale, più legata agli animali che all’uomo. Quindi una brutta bestia si dice quando c’è un problema da risolvere, un problema difficile. In questo caso, nell’esempio fatto del professore, si vuole sottolineare che l’esame è difficile per colpa del professore, quindi si sottolinea che la colpa è del professore, e non dell’esame in sé.

    L’ultima frase idiomatica è “sono cavoli amari”. I cavoli sono degli ortaggi, gli ortaggi più nutrienti al mondo, più salutari. Gli ortaggi vengono dall’orto (Ortaggi, Orto) che non è una parolaccia, come potrebbero pensare i nostri amici spagnoli. Sono gli ortaggi più salutari che esistono e infatti sono molto raccomandati dai medici. Mangiate i cavoli dunque. Ma mangiateli solo se non sono “amari“. Amari è il contrario di dolci. L’amaro è da sempre associato a qualcosa di negativo in Italia. Non a caso il veleno è amaro. Difficile se non impossibile trovare un veleno non amaro, un veleno dolce.

    Il veleno è qualsiasi sostanza che ti fa morire, che è mortale, come il cianuro eccetera. “sono cavoli amari” si dice quindi quando c’è un problema difficile da superare. L’accento è posto sul problema, e non sulla causa del problema. Superare l’esame di italiano? Sono cavoli amari! Invece la “brutta bestia” è più forte come concetto, il problema è più grave e si può riferire maggiormente a delle persone.

    I cavoli sono usati moltissimo nelle espressioni italiane, quindi ne vedremo anche altre col tempo: “fatti i cavoli tuoi“, oppure “fare una cavolata“. Sono tutte espressioni che vedono il cavolo come protagonista, ed hanno tutte significati diversi. Una cosa però hanno in comune spesso le frasi idiomatiche con la parola “cavolo”, e questa cosa è che si può usare anche una parolaccia al posto di cavolo. Possiamo cioè dire anche “sono caXXi amari”, “fatti i caXXi tuoi” ed anche “fare una caXXata”. Sono tutte espressioni familiari, anche con la parola “cavolo” naturalmente, che poi diventano espressioni volgari con la parolaccia, e quindi tali espressioni di possono usare solamente in contesti adeguati, tra amici eccetera. Non troverete quindi mai scritto su un documento una frase che contiene una di queste frasi idiomatiche. Non si usano mai in contesti formali. Sentiamo Adriana dalla Colombia che prova a sostituire il cavolo con…. beh sentiamo Adriana: “Sono caxxi amari se mia madre scopre che le ho preso la macchina di nascosto“. Grazie anche ad Adriana. Non è stata molto volgare Adriana, vero Petra?  “Sì hai ragione“.

    Dunque il quarto punto, quello delle parole simili ma diverse di significato lo abbiamo già visto, con le parole brutta e bruta. Anche la parolaccia ha una doppia zeta, ma qui se ne dite usa sola non rischiate nulla, poiché si tratta di una parolaccia, quindi la brutta figura l’avete già fatta. Tranquilli quindi. Non ci sono altri problemi di pronuncia credo, almeno dei grossi problemi da evidenziare.

    Passiamo all’ultimo punto. Facciamo velocemente un piccolo esercizio di coniugazione utilizzando tempi diversi. Ripetete dopo di me, mi raccomando copiate la mia pronuncia senza pensare alla grammatica:

    Tempo Presente: Io oggi ho una brutta gatta da pelare;

    Tempo Passato Prossimo: Tu ieri hai avuto una brutta gatta da pelare;

    Tempo Futuro: Il nostro amico domani avrà una brutta gatta da pelare;

    Tempo Condizionale Presente: Noi potremmo avere una brutta gatta da pelare.

    Tempo Imperfetto: Loro avevano una brutta gatta da pelare

    Mi raccomando ascoltate il podcast più volte per poter memorizzare bene le espressioni usate e le frasi usate per la spiegazione.

    Lasciate un commento per farmi sapere se vi è piaciuto il podcast e la nuova tecnica utilizzata, ed anche per avere informazioni sul corso di italiano professionale, italiano per affari, per chi è interessato, per chi lavora o intende lavorare in Italia, dove verrà usata la stessa tecnica per le frasi spiegate in questo corso, ovviamente con riferimento alle farsi che hanno a che fare con il lavoro, con la professione e con gli ambienti professionali, dove non possiamo esprimerci come se fossimo tra amici o in famiglia.

    Per chi vuole dunque imparare a parlare in modo professionale dunque c’è il nuovo corso “italiano per affari“, che conterrà anche un capitolo sulla ricerca di lavoro in Italia, su come scrivere un curriculum ed una lettera, vedremo inoltre quali sono i mestieri, le professioni più ricercate in Italia e come fare per lavorare in Italia. Giusto Petra? “Sì, hai ragione“. Grazie Petra, sei troppo buona con me!

    Ciao a tutti da Gianni.

    Audio intro e fine: Vicente Celestino, “Mia Gioconda”

    Chi di spada ferisce di spada perisce

    Qui gladio ferit gladio perit, dice il proverbio latino. Se vuoi saperne di più, scarica ed ascolta il file audio mp3

    Audio

    Trascrizione

    Buonasera amici, chi vi parla è Gianni, il creatore di Italiano Semplicemente.

    Questa sera sono in viaggio verso Roma; io abito a Roma, a sud di Roma.

    Sono appena terminate le vacanze estive. purtroppo. Di conseguenza questa sera rientro a Roma, perché domani si comincia a lavorare di nuovo.

    Mia moglie è restata a casa dei suoi genitori, e mi raggiungerà soltanto domani.

    I bambini invece resteranno per una intera settimana a casa dei miei suoceri, cioè i genitori di mia moglie.

    Dunque: ho veramente un sacco di cose in mente, tante cose che vorrei dire e che vorrei condividere con tutti i visitatori di Italiano Semplicemente.

    Mi scuso innanzitutto per i rumori di fondo che sentite, che ascoltate, ma naturalmente voglio approfittare di questo momento, approfittare dei miei tempi morti per registrare per voi un podcast, che sarà memorizzato, sarà salvato, sarà inserito nella sezione “Frasi idiomatiche“.

    La sezione frasi idiomatiche è la sezione che è appena nata all’interno del sito Italiano Semplicemente, che è destinata ad ospitare tutti i file audio, tutti i podcast, che riguarderanno le frasi idiomatiche italiane, i modi di dire italiani, i proverbi, tutte le frasi “strane” che però sono di uso corrente da parte degli italiani e quindi fanno parte della lingua italiana a tutti gli effetti.

    Si tratta, evidentemente, di frasi che difficilmente troverete all’interno di libri di grammatica, all’interno di libri di testo, ammesso che voi abbiate studiato la grammatica all’interno di qualche libro di grammatica italiana. Perché è molto probabile che molti di voi abbiano imparato un po’ di italiano, semplicemente vivendo in Italia o lavorando con qualche italiano.

    In ogni caso questo è il secondo podcast della sezione frasi idiomatiche; il primo podcast è stato la spiegazione della frase “che pizza. Ovviamente la pizza è il prodotto –  uno dei prodotti, almeno – più famosi; che rende l’Italia più conosciuta al mondo. Non soltanto ovviamente!

    Quindi ho voluto cominciare con un simbolo dell’Italia.

    Oggi invece vorrei spiegarvi una frase molto utilizzata nel linguaggio italiano, che è la seguente: “chi di spada ferisce, di spada perisce”. Ripeto: “chi di spada ferisce, di spada perisce”.

    E’ una frase utilizzata veramente moltissimo in Italia e da tutti gli italiani, utilizzata in molti contesti diversi, e, veramente, sia in un contesto famigliare che… si può usare anche in ufficio, tranquillamente con i vostri colleghi: in qualsiasi tipo di situazione vi possa venire in mente.

    Allora, cosa vuol dire “chi di spada ferisce, di spada perisce”. Allora è innanzitutto una esclamazione, una frase che si  dice in determinate circostanze.

    Intanto che cos’è la spada? La spada è un’arma, come il fucile, la pistola, bazuca eccetera eccetera.

    La spada è un’arma tagliente, come un coltello, che però non si usa come coltello… cioè si usa… la usano i samurai la spada (ad esempio).

    La spada è un’arma diciamo che si usa nelle arti marziali. Il verbo “ferire” – chi di spada ferisce di spada perisce – , quindi il verbo è “ferire”. Ferire significa colpire qualcuno con la spada, fare uscire… provocare una ferita significa far uscire il sangue dal corpo di qualcuno, quindi ferire una persona con la spada significa colpirla con la spada ed incidere la pelle di questa persona e quindi… quando si colpisce una persona con la spada, esce del sangue dal corpo di questa persona, dalla pelle di questa persona, quindi ferire… una ferita non è… ferire non significa uccidere quindi… non necessariamente (in quel caso si parla di ferita a morte) ma non necessariamente. “Chi di spada ferisce” vuol dire “chi ferisce con la spada”.

    Ora, c’è un altro verbo alla fine della frase, che è “perisce“:  “chi di spada ferisce, di spada perisce”.

    Perire è… “perisce” viene dal verbo “perire”, e perire vuol dire morire. E’ un modo per dire “morire”, non molto utilizzato ma… si usa molto di più, diciamo… proprio all’interno di questa frase.

    E’ un verbo utilizzato al posto del verbo morire, ma più in un contesto… o quando si dice, si pronuncia,questa espressione oppure in un contesto magari “poetico”, all’interno di alcuni libri potreste trovare questo verbo “perire” al posto di morire. Di conseguenza  “chi di spada ferisce, di spada perisce”; ovviamente “fa rima”, quindi… la rima è quando due parole finiscono con le stesse lettere, quindi “fanno la rima”: ferisce-perisce“, ecco la rima. Quindi “chi di spada ferisce, di spada perisce”: che cosa significa?

    Dunque, come qualcuno di voi potrebbe già aver intuito, “chi di spada ferisce, di spada perisce”, vuol dire che chi provoca un male a qualcun altro, chi fa del male a qualcun altro, utilizzando qualsiasi metodo, non è importante quale, è molto probabile che prima o poi riceva anche lui del male da un’altra persona, ed il significato dell’espressione è proprio questo, cioè:

    chi fa del male, spesso, prima o poi, riceve anche del male, e lo riceve dalla stessa fonte

    cioè “chi di spada ferisce, di spada perisce” vuol dire chi fa del male utilizzando un certo strumento per fare del male, è con lo stesso strumento che quella persona riceverà del male. Cioè, quello strumento verrà utilizzato anche per fare del male a questa persona.

    Per capire meglio il significato di questa espressione è bene che io faccia qualche esempio; qualche esempio che mi viene, ovviamente, spontaneo, senza che io lo legga in qualche libro di testo.

    Dunque, ammettiamo ad esempio che ci sia una coppia: un marito ed una moglie; un uomo ed una donna, e che il marito tradisca… tradisca la moglie, che il marito cominci a tradire la moglie.

    Ammettiamo che il marito la tradisca di nascosto, senza che la moglie se ne accorga. La moglie, magari, invece è molto innamorata del marito e non si sognerebbe mai di tradirlo. Ammettiamo quindi che un giorno la moglie viene a scoprire che il marito la tradisce. Cosa succede? Ovviamente la moglie rimane molto delusa, e magari col passare del tempo, la moglie potrebbe essere talmente delusa da non essere più innamorata di lui e un giorno potrebbe anche decidere di tradirlo ance lei. Potrebbe usare la stessa arma che ha usato il marito. Ebbene, ammettiamo che lo faccia, ammettiamo che anche la moglie, un bel giorno, decida di andare con un altro uomo, decida di tradire il marito, perché magari dice: basta, mi son stufata di essere tradita! Anch’io adesso voglio la mia libertà, anch’io non lo amo più, mio marito, anch’io voglio fare delle nuove esperienze. E magari un amico, guardando questa coppia, e magari sapendo benissimo che il marito ha sempre tradito la moglie, nel momento in cui vede che anche la moglie tradisce il marito, potrebbe dire: “Ah, vedi! Chi di spada ferisce di spada perisce“.

    Ovviamente sta parlando del marito, che fino a quel momento aveva tradito la moglie, e la moglie era sempre stata innamorata di lui, e adesso invece rimane “ferito” anche lui dalla stessa arma del tradimento; la stessa arma che aveva utilizzato lui stesso contro la moglie.

    Questo è un primo esempio che mi è venuto in mente. Ovviamente adesso cercherò di trovarne almeno un altro, in modo che il concetto sia molto più chiaro, ed in modo che possa essere memorizzato da voi in maniera più solida.

    Dunque, vediamo un po’. Ammettiamo che… vediamo se riesco a trovare un altro esempio rapidamente. Ammettiamo che ci sia una persona che sia… che ama rubare, diciamo. Una persona che normalmente vive rubando e quindi sottraendo soldi, sottraendo soldi a altre persone, magari svaligiando appartamenti, andando di nascosto negli appartamenti dei suoi vicini e svaligiando le loro case, i loro appartamenti, portando via gli oggetti più preziosi.

    Ammettiamo che questa persona sia abituata a rubare molto di frequente e che nessuno abbia mai rubato a casa sua, che nessuno lo abbia mai “ferito” con la stessa arma.

    Ammettiamo che un giorno, invece, mentre lui sta al “lavoro”, (si fa per dire) mentre lui sta svaligiando qualche appartamento, ammettiamo che nello stesso momento ci sia un’altra persona che, saputo che lui aveva svaligiato il suo appartamento, quindi si tratta di un proprietario, uno dei proprietari delle case che in precedenza il ladro aveva svaligiato, ammettiamo che questa persona, arrabbiata con il ladro, decida di vendicarsi, decida di… ammettiamo che questa persona decida, a sua volta, di svaligiare l’appartamento del ladro. E lo fa!

    Un giorno, mentre il ladro sta al lavoro, mentre sta svaligiando qualche appartamento, il ladro viene derubato nella sua abitazione.

    E ammettiamo che questa notizia si diffonda molto rapidamente e che quindi le persone sapendo… nel momento in cui si viene a sapere questo fatto: che il ladro è stato a sua volta derubato, potrebbe dire: “Ecco, vedi? Chi di spada ferisce, di spada perisce“, cioè chi usa un’arma contro gli altri, qualche volta può essere punito con la stessa arma, ed è quello che è successo al nostro ladro!

    Bene, credo che adesso il significato dell’espressione “Chi di spada ferisce, di spada perisce” sia un po’ più chiaro per voi.

    Non ci resta che cercare di praticare un po’ la pronuncia, affinché questa frase venga memorizzata dal vostro cervello. Ed anche in maniera che la vostra lingua, in qualche modo, si abitui alla lingua italiana. In effetti è molto bene ripetere gli esercizi più volte. Quindi è bene che voi ascoltiate questo episodio, questo podcast, numerose volte. Nelle sette regole di Italiano Semplicemente consiglio di farlo almeno mezzora al giorno per almeno sette giorni, e alla fine di ogni podcast mi piace fare anche un piccolo esercizio di coniugazione oppure un piccolo esercizio di pronuncia, in modo che la vostra lingua si abitui a parlare una lingua come l’italiano che per qualcuno potrebbe non essere così facile.

    I vostri muscoli, i muscoli della vostra lingua potrebbero non essere abituati, di conseguenza occorre praticare.

    Allora, l’importante è che voi ripetiate esattamente dopo di me, senza pensare… senza pensare alla coniugazione, o senza pensare a… ai verbi…. al passato, al presente, al futuro. Non dovete pensare alla grammatica, questo è il segreto.

    La grammatica verrà memorizzata nel vostro cervello in maniera naturale, in maniera automatica. Questo è il sistema di Italiano Semplicemente, questo è il metodo TPRS. Non sono stato io ad inventarlo, Io mi sono limitato a mettere per iscritto questi sette consigli, le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, tra le quali c’è quella di ripetere. Ripetere quindi molte volte lo stesso podcast, questo compreso.

    Ripetete quindi dopo di me, non pensate alla grammatica. Pronti, partenza, via!

    Chi di spada ferisce, di spada perisce

    (pausa)

    Chi di spada ferisce, di spada perisce

    ancora una volta…

    Chi di spada ferisce, di spada perisce

    Bene, mi raccomando quindi, ascoltate questo podcast più volte, ascoltatelo tutto: ascoltate la prima parte, quella in cui spiego il significato delle parole; la seconda: quella in cui spiego il significato dell’espressione, e a seguire quella in cui faccio alcuni esempi.

    E infine la parte finale, dove faccio.. vi faccio praticare un po’ la pronuncia.

    Spero che questo episodio vi sia piaciuto.

    Ciao a tutti e diffidate delle imitazioni. Altri siti infatti riportano questo stesso articolo facendo pagare per ascoltare l’audio. State attenti.

     

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