232 – AVERE CONTEZZA

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Trascrizione

Mi chiedevo se qualcuno di voi avesse contezza del numero di episodi che abbiamo realizzato su questo sito.

Certo che i “conti” , o il “conto”, come termine, ha molti significati e questi sono termini anche all’origine di molte espressioni italiane e verbi di diverse sfumature di significato.

Pensate a tener conto, tenere i conti, aver conto, contare, conteggiare, il conto della serva, avere un conto aperto, un conto in sospeso, eccetera.

Oggi però vorrei parlarvi della “contezza“.

Sicuramente non è un termine usato dagli stranieri e tra l’altro solo alcune categorie di italiani utilizzano questo verbo, sebbene a dire il vero sia adatto a moltissime situazioni diverse.

Per usare questo termine bisogna mettere avere davanti: avere contezza.

La questione non riguarda i numeri, non sempre almeno, ma la conoscenza. Si usa quando voglio esprimere un concetto di conoscenza piena, di consapevolezza, quando cioè la conoscenza è molto importante e riguarda argomenti dai molteplici aspetti, aspetti che bisogna conoscere bene altrimenti sfugge qualcosa.

C’è spesso il concetto di numerosità, quella relativa agli aspetti, ma spesso non è un numero preciso, questo non è importante, la cosa che veramente conta, cioè che veramente è importante, è che l’argomento è complesso e variegato, ha molti aspetti da considerare.

Spesso i numeri c’entrano, e si sottolinea il fatto di conoscerli o di non conoscerli.

Spesso i numeri non c’entrano affatto, e allora si usa la parola contezza solo per enfatizzare l’importanza di qualcosa di cui si è venuti a conoscenza o di cui non si conosce abbastanza. Un linguaggio un po’ sofisticato forse; non si usa solitamente con gli amici o familiari, ma se lo faceste tutti vi capirebbero e nessuno vi accuserebbe di esprimervi come un intellettuale.

Facciamo alcuni esempi.

Appena abbiamo avuto contezza di essere stati promossi abbiamo prenotato al ristorante per festeggiare! (come dire: abbiamo saputo)

Nessuno ha davvero contezza completa di quanto stia accadendo. (come dire: nessuno conosce, sa veramente cosa stia accadendo).

Non abbiamo contezza di quante siano le persone a rischio di contagio (non sappiamo con esattezza, non conosciamo).

Nello sport bisogna avere piena contezza dei propri mezzi per battere l’avversario (bisogna conoscere quanto si è forti, conoscere le proprie potenzialità).

Io ad esempio non riesco mai ad avere piena contezza del tempo trascorso e così gli episodi durano sempre più di due minuti.

Si potrebbe confondere la contezza con la certezza, ma la certezza è il contrario di avere dubbi.

La contezza sottolinea invece l’importanza, la conoscenza. Non c’entra il grado di sicurezza ma il fatto di conoscere o non conoscere
Poi la contezza fa parte di un linguaggio lievemente sofisticato come dicevo.

Normalmente si usa “conoscere“, “essere consapevoli” , come ad indicare l’importanza delle conseguenze se non si avesse contezza.

Si usa anche quando si vede o si sente qualcuno che non sa bene cosa dire, che non ha punti di riferimento o che dice cose del tutto sballate, sbagliate: una persona che non ha alcuna contezza della situazione o della questione.

Oppure è assolutamente il contrario e in tal caso si ha contezza assoluta.

Adesso ripassiamo 9 espressioni passate con l’aiuto di Lia dal Brasile.

Lia: Quando mi sveglio, per un attimo non ricordo bene la realtà e penso che tutto ciò che sta accadendo nel mondo sia solo stato un brutto sogno, laddove invece è tutto vero.
Anni fa ho visto un film che verteva su una vicenda molto simile a questa.
Pensai: immagina di trovarsi a tu per tu con una minaccia così spaventosa. 🤔 E dire che oggi sono terrorizzata proprio in virtù della pandemia.
Siamo tutti costretti a cambiare abitudini, persino combattere voci false e tendenziose, contro i duri di comprendonio che se ne fregano, altri ancora che non trovano alcuna attinenza tra il contagio e la libertà di movimento.
E viene così a galla la sensazione che abbiamo combinato un bel casino e siamo noi ora a dover rispondere di tutto quanto.

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231 – IN VIRTÙ

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Buongiorno, vi informo che a partire da questo episodio, il n. 231 della rubrica 2 minuti con Italiano semplicemente potrete utilizzare una nuova espressione, e lo potrete fare in virtù di ciò che state per ascoltare o leggere proprio in questo episodio.

Ed io, in virtù del fatto che ritengo questa espressione molto utile per la comunicazione, sono qui a spiegarvela. La comunicazione è importante e lo slogan di italiano semplicemente è “imparate a comunicare in italiano, semplicemente”.

Ho scelto questo episodio anche in virtù di questo.

Allora: in virtù, cosa significa?

Non pensate alla preposizione in: no vi aiutera. E vi aiuterà poco anche la parola virtù, che generalmente indica un pregio, una caratteristica positiva delle persone, il contrario di vizi è proprio virtù. Pregi e difetti, virtù e vizi.

In virtù significa a volte “grazie a”, “per merito di”, “per effetto di”, “avvalendosi di”, “avendo queste capacità”, che è il modo più semplice, mentre altre volte significa “per coerenza”, “facendo fede”, dipende dal caso.

Nel primo caso posso dire:

Ce l’abbiamo fatta in virtù dell’aiuto di tutti.

Quindi grazie all’aiuto di tutti, per merito di tutti, avvalendosi dell’aiuto di tutti.

Non sempre è un merito altre volte si cerca di spiegare qualcosa, quindi è più simile a “poiché”,” “per via del fatto”:

Il virus si è diffuso anche in virtù della poca attenzione all’igiene.

Le misure restrittive sono state decise in virtù dell’emergenza

È molto simile anche quando si vuole utilizzare una facoltà, quindi quando ci si avvale di una facoltà, di un potere, e magari questa facoltà ce l’ha data la legge.

In virtù dei poteri che mi ha dato lo Stato, dichiaro lo stato si emergenza nazionale.

Posso andare in pensione in virtù della legge.

Quindi “siccome” , cioè “poiché” ho questi poteri, poiché la legge me lo permette. C’è sempre un merito di qualcuno o qualcosa, o un semplice effetto e l’utilizzo di “in virtù” avviene come conseguenza di questo.

Per questo si usa il termine “virtù”.

Non cambia poi molto quando parlo di coerenza o di fede. Simile al caso della legge, che però è obbligatorio rispettare. In questo caso si parla di coerenza e fede.

Si può quindi richiamare un principio che si vuole rispettare, o una regola importante e quindi uso “in virtù”. In qualche modo si cerca sempre di spiegare qualcosa, facendo capire il principio che si sta utilizzando, quindi “in coerenza a” , “facendo fede a”. È simile a “conformemente“, “in conformità”, che abbiamo già visto insieme.

Vi spiego questa espressione in virtù dello slogan di italiano semplicemente: “imparate a comunicare in italiano, semplicemente”.

Adesso ripassiamo con Bogusia, membro dell’associazione di nazionalità polacca, che saluto e ringrazio. Bogusia utilizzerà 7 espressioni già spiegate.

Ho dimenticato di scrivere che “in virtù” fa parte di un linguaggio poco informale. Ma credo sia chiaro dall’episodio in virtù degli esempi.

Bogusia: Può darsi che siamo arrivati alla resa dei conti? Neanche i politici dell’opposizione si mettono di traverso. Non più di tanto almeno. Si esprimono in maniera quasi pacata e dimessa. Che vuoi, in questi casi meglio remare tutti nella stessa direzione. O così o pomì. Laddove sia possibile dobbiamo restare a casa, altro che storie!

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201 – ESSERE PER – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Emanuele: due minuti con italiano semplicemente, episodio 201.

Giovanni: Ok, grazie Emanuele, abbiamo appena terminato i primi duecento episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, ma io sarei per continuare? E tu?

Emanuele: Anche io sono per continuare papà!

Giovanni: ok, allora oggi in questo episodio n. 201 spieghiamo un metodo veloce ed informale per esprimere un’opinione. L’ho già utilizzato io ed anche Emanuele: “essere per”:

Io sarei per continuare

Al presente diventa “io sono per continuare”, come ha detto Emanuele.

Io ho preferito usare il condizionale perché spesso si fa così con le opinioni, si usa la forma condizionale per cortesia, per non dare l’impressione che sia un’ordine.

Semplice vero?

“io sono per” e poi aggiungete un verbo all’infinito.

Posso usare qualsiasi modo verbale ovviamente, dipende da ciò che si vuole dire, e di solito si usa quando si presenta una scelta tra più opzioni.

Io tra andare a scuola e andare al mare sono per andare al mare.Tu per cosa sei?

Io sarei per il mare

Posso fare anche così, senza ripetere il verbo, tanto è scontato.

A volte il condizionale ha un senso diverso dalla cortesia:

Io sarei per il mare, se mia madre fosse d’accordo 🙂

Io tra il cibo italiano e quello inglese sono per quello inglese

Anche io lo ero, poi ho assaggiato le fettuccine al ragù!

Altro esempio?

La riunione era noiosa, e noi eravamo per andarcene, ma il nostro dirigente ce lo ha impedito.

Un altro esempio:

Io tra la democrazia e la monarchia, sono per la repubblica!

Educazione dei figli:

io sono per l’educazione severa.

Io invece sono decisamente per un rapporto amichevole tra genitori e figli.

E tu per cosa sei?

Attenzione perché “essere per”, quindi “io sono per”, “io ero per”, eccetera (anche con tu, lui, noi eccetera) si usano spesso anche per indicare un’azione imminente, che sta per avvenire, ed anche per indicare la presenza in un luogo “per” fare un’attività:

Ero per uscire, quando sono inciampato! (azione imminente: “stavo per” uscire e sono inciampato)

Anche prima ho detto:

La riunione era noiosa, e noi eravamo per andarcene, ma il nostro dirigente ce lo ha impedito.

Qui il significato potrebbe anche essere: “stavamo per andarcene”, quando il nostro dirigente ce lo ha impedito.

Qualche anno fa ero per turismo a Roma (mi trovavo a Roma per motivi turistici)

Quindi non è un’azione imminente, non è un’opinione, ma è per indicare la presenza in un luogo per fare qualcosa: ecco perché si dice “per”:

Ero per turismo a Roma

Ero per affari a Torino

eccetera. Quindi tre modi di usare “essere per

Ora ripassiamo alcune espressioni passate:

Andrè (Brasile): Tutti sanno che la città di São Paulo in Brasile e la pioggia sono un binomio inscindibile! comunque, siamo alle solite, da anni la misura è colma, la storia si ripete, il caos è assoluto in praticamente tutta la città! Si dà il caso che sia piovuto, solo altro ieri , il 50 % delle previsioni per l’intero mese di Febbraio ma non vedo come le pubbliche autorità non se ne capacitino! Coraggio amici che vivete a São Paulo! Armatevi di pazienza e andate avanti!

 

 

 

 

 

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200 – QUALE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Emanuele: due minuti con italiano semplicemente, episodio 200.
Giovanni: avete mai riflettuto sull’aggettivo o sul pronome “quale”?
Normalmente (quasi sempre) si usa per fare delle domande o quando si hanno dei dubbi:
Qual è la ragazza più bella del mondo?
Quale film ha vinto l’oscar quest’anno?
Eccetera.
In realtà si usa in molti altri modi (tale e quale, il quale, la quale, eccetera).
Oggi vorrei farvi concentrare su un modo particolare che probabilmente voi stranieri non conoscete ma che rende la frase più elegante e più convincente se state esprimendo un’opinione. Si tratta di esprimere un concetto particolare.
Mi riferisco infatti alle frasi non interrogative, ma quelle affermative, quando si vuole spiegare la funzione, l’incarico, il ruolo di una persona che giustifica un’azione. Quindi l’obiettivo è sottolineare un aspetto importante.
In questi casi “quale” è simile a “come”. Ma usare “quale” (o quali) ci aiuta a raggiungere l’obiettivo.
Vi faccio alcuni esempi:

Vorrei il tuo aiuto, quale massimo esperto in questa materia.
Mi rivolgo a te quale mio dirigente
Tu, attento quale sei, avrai sicuramente capito.
Forse tutti voi, quali miei affezionati ascoltatori, siete interessati a questo utilizzo di “quale”.

In questi casi è come dire: “in qualità di”, cioè “poiché hai questa qualità”, o anche “come”.
È come dire:
Vorrei il tuo aiuto, in quanto sei il massimo esperto in questa materia.
Mi rivolgo a te poiché sei il mio dirigente.
Tu, attento come sei, avrai sicuramente capito.
Forse tutti voi, poiché siete miei affezionati ascoltatori, siete interessati a questo utilizzo di “quale”.
Se invece la mia enfasi non si riferisce a qualità personali, ma a cose accadute e alla loro importanza, posso usare “quale” al posto di “che”.
Questo d’altronde accade anche in molte frasi interrogative (es: che/quale film vuoi vedere?).
Ad esempio:

È crollato il ponte! Quale tragedia! Quale disgrazia!
Bravo, quale figura hai fatto oggi, complimenti!
Complimenti, quale lezione hai dato al tuo amico strafottente!
Hai avuto una reazione quale non avrei mai immaginato!

In questo senso abbiamo già visto l’espressione “qual buon vento” nell’episodio 125.
In tutti questi casi si può usare “quale” per sottolineare una caratteristica, ad esempio la grandezza, la bellezza, qualunque cosa che vogliamo porre in risalto come unica, degna di apprezzamento o degna di nota comunque.
Ora, quale presidente dell’associazione italiano semplicemente, ho chiesto ad uno dei membri di realizzare una frase di ripasso, e Bogusia, quale membro e gentile qual è, mi ha subito accontentato.
Bogusia (Polonia): L’Italia e il gelato sono un binomio inscindibile. Vero? Può darsi che se siete stati a Firenze non siate riusciti a tenere a bada la voglia di gustarvi un bel gelato.
Forse una volta davanti alla gelateria vi ha colto alla sprovvista un gusto di nome Buontalenti?
Forse vi sentivate un’anima in pena, scervellandovi su che tipo di gusto fosse? Si dà il caso che il gusto Buontalenti, il gelato cremoso e vellutato sia stato inventato da un famoso fiorentino del ‘500: Bernardo Buontalenti. La vita di Buontalenti, era strana e al contempo molto creativa. Fortuna ha voluto che dopo una disastrosa frana in cui ha perso la vita l’intera sua famiglia, e stato adottato dai Medici.
È diventato un allievo del Vasari, tra l’altro.
E sulla falsariga di grandi artisti di allora, anche lui è diventato un famoso architetto, pittore e scenografo degli allestimenti delle feste dei Medici.
Neanche in ambito gastronomico era sguarnito di talenti e così è diventato l’uomo che ha fatto esordire il gelato nelle gelaterie proprio come lo vediamo oggi, con il suo aspetto cremoso e vellutato
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Esprimere le conseguenze: causa ed effetto

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Trascrizione

Buongiorno e benvenuti a tutti i membri della famiglia di Italiano Semplicemente, oggi vediamo un argomento molto interessante: come esprimere le conseguenze.

Cosa significa esprimere le conseguenze? Vi chiederete voi.

Quello che voglio dire è che ogni volta che si fa una affermazione che porta a delle conseguenze, dobbiamo trovare il modo più appropriato per dirlo.

Ad esempio:

Io sono un essere umano, perciò ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

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“Io sono un essere umano” è la prima parte della frase, “ho bisogno di mangiare e bere per vivere” è la seconda parte della frase.

La parola perciò, che tecnicamente è una congiunzione, serve appunto a congiungere, cioè ad unire, le due parti della frase.

In mezzo quindi c’è la congiunzione “perciò“. A cosa serve “perciò”? Serve a congiungere le due parti, serve a congiungere la causa con l’effetto.

La causa è la prima parte: “io sono un essere umano” e l’effetto, cioè la conseguenza della causa è espresso nella seconda parte “ho bisogno di mangiare e bere per vivere”.

Questo è solo un esempio di quello che si chiamano anche “connettivi conclusivi“.

I “connettivi conclusivi” sono delle parole che introducono la conclusione di un discorso o la conferma di una tesi appena presentata.

Ci sono comunque anche altri tipologie di connettivi, che affronteremo in altri episodi.

Dunque quali sono questi connettivi conclusivi?

Abbiamo già visto “perciò” che si ottiene dalle due parole “per” e “ciò” cioè “”, “per questo motivo”.

Dire perciò equivale a dire “per questo motivo“. Molto semplice da comprendere.

In questo modo infatti esprimiamo le conseguenze di quello che abbiamo appena detto:

io sono un essere umano, perciò (per questo motivo) ho bisogno di mangiare e bere per vivere.

Ma non esiste solamente questa parola. Posso anche utilizzare “quindi”.

Sono arrivato molto presto in ufficio, quindi ho preso un caffè.

Attenzione però perché “quindi” è anche avverbio. Tra le altre cose posso usare “quindi” anche al posto di “cioè”, con l’obiettivo di spiegare meglio qualcosa, non come conseguenza ma per meglio chiarire un concetto.

In questo caso parliamo di “quindi” inteso come “perciò”. Sono entrambi modi utilizzatissimi per esprimere delle conseguenze, e sicuramente “perciò” è più adatto rispetto a “quindi”.

Visto che stiamo parlando di conseguenze, posso usare anche le due parole “di conseguenza“, meno informale ma sicuramente ugualmente molto usato da tutti in ogni circostanza:

Oggi vado a Roma, di conseguenza non sono a casa

Quando usiamo “di conseguenza” vogliamo ancora di più esprimere un risultato. Lo diciamo pertanto quando vogliamo essere sicuri che chi ascolta riceva il messaggio: lo usiamo per essere più convincenti.

Un altro modo è dire semplicemente “in conclusione” o anche “concludendo“, ad esempio:

Dopo aver fatto una riunione di lavoro potete dire: concludendo, il prossimo appuntamento è domani alla stessa ora.

Avete sicuramente notato che non è proprio come dire “perciò” o “quindi”. Concludendo (e anche “in conclusione”) è più conclusivo, serve più a fare una conclusione generale, non per esprimere una semplice conseguenza.

Se dico: piove, quindi prendo l’ombrello, non posso dire: piove, concludendo, prendo l’ombrello.

Posso però dire:

Sta piovendo, c’è molto vento e stamattina devo fare parecchi giri. In conclusione è meglio che esca con l’ombrello.

Devo dire però che la formula “in conclusione” o concludendo è più usata in occasioni formali, tipo riunioni, conferenze, meeting.

Vediamo adesso il verbo “considerare”. Considerare significa prendere atto di qualcosa, tenere in considerazione qualcosa, e questo qualcosa è la causa. Poi ovviamente devo dire anche l’effetto.

Ad esempio:

Considerando che ho molta fame, vado a mangiare.

La parola “Considerando” va inserito preferibilmente all’inizio della frase e non al centro, come “perciò” e “quindi”.

Potrei dire:

Ho molta fame, perciò vado a mangiare.

Ho molta fame quindi vado a mangiare.

Non potete mettere considerando al centro, tra la causa e l’effetto. Anzi, lo potete fare ma cambiando un po’ la frase.

Però attenzione:

Ho molta fame, e considerando questo, vado a mangiare.

Ho dovuto un po’ cambiare la frase per poterlo inserire al centro.

Posso anche dire:

Vado a mangiare considerato che ho molta fame.

In questo caso ho messo la causa alla fine e l’effetto all’inizio.

Anche la parola “Siccome” è interessante. Siccome è sempre usato come congiunzione, ed è equivalente a “considerando che”. Siccome non ha bisogno di altre parole per poter introdurre una causa.

Siccome ho molta fame, vado a mangiare

Siccome sono stanco, vado a riposare.

Siccome l’italiano è molto diverso dall’arabo, per me non è facile imparare la lingua araba.

La congiunzione siccome deve per forza essere messa all’inizio della frase. Non la posso mettere al centro o alla fine. Non c’è niente da fare in questo caso. Siccome precede la causa, ed alla fine va messo l’effetto.

Siccome è molto usato, ma è più colloquiale di altre congiunzioni equivalenti, come “poiché” e “giacché”.

Poiché sono stanco, vado a riposare.

Giacché ho molta fame, vado a mangiare.

“Poiché” è molto simile a “siccome” ed a “Giacché”. Tutte e tre le congiunzioni si usano allo stesso modo: congiunzione, causa, effetto.

Sono parole che servono a mettere in rilievo più una conseguenza che una causa.

Poiché mi hai stancato, me ne vado!

La cosa che voglio sottolineare è che me ne sto andando. Lo stesso avviene con “giacché”, che è una sola parola ma spesso si vede usare staccando le due parole:

Già che sei in piedi, passami un bicchiere. Ma nessuno mi impedisce di unire le parole, ed anche all’udito la parola è unita.

Comunque tranquilli perché è la stessa cosa. Giacché = già che.

Notate poi che “poiché”, che serve a sottolineare la conseguenza, cioè l’effetto, riesce a sottolineare l’effetto in quanto l’effetto viene alla fine: poiché ho fame, vado a mangiare.

Quando voglio sottolineare la causa invece, allora poiché non è adatto. In questo caso devo dire la causa alla fine della frase, allora meglio usare “perché” al suo posto.

Vado a mangiare perché ho fame. Poiché ho fame, vado a mangiare.

Vado a casa perché ho sonno. Poiché ho sonno, vado a casa,

Ti do un bacio perché ne ho voglia. Poiché ne ho voglia, ti do un bacio.

Quindi poiché va messo all’inizio della frase, analogamente a giacché, poi la causa, infine l’effetto.

Invece perché si inserisce al centro, tra l’effetto e la causa.

Capisco bene che pensare a queste regole può far venire il mal di testa.

Ho una buona notizia per voi: potete dimenticare tutto se non dovete fare un esame di grammatica.

Se il vostro obiettivo è imparare a comunicare meglio ascoltare degli esempi e provare a costruirne di altri, senza pensare alla regole.

Una osservazione interessante:

Posso evitare di congiungere le due parti della frase? Posso evitare di inserire un connettivo conclusivo? Posso evitare di congiungere la causa con l’effetto?

Posso farlo utilizzando, all’inizio della frase, la forma al gerundio del verbo.

Vediamo un esempio e capirete immediatamente:

Vediamo la frase:

Ho fame quindi mangio un panino.

Come posso fare per non dire la parola “quindi”?

Posso usare, al posto di “ho fame”, “avendo fame”.

Avendo fame, mangio un panino.

Questo è un piccolo trucco sempre valido.

Avendo voglia di baciarti, ti do un bacio.

La frase è del tutto equivalente a:

Siccome ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Considerato che ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

Poiché ho voglia di baciarti, ti do un bacio;

– Ti do un bacio perché ho voglia di baciarti;

– Ho voglia di baciarti, perciò ti do un bacio

Queste frasi sono tutte equivalenti, quello che cambia è la cosa che voglio sottolineare e il contesto di riferimento.

Non finisce qui però. Due modi interessante e curiosi per esprimere una conseguenza sono: “indi per cui” e “ragion per cui

Vediamo prima “Indi per cui”. La parola “Indi” è simile a quindi. Nel parlato può capitare di ascoltare questo “pleonasmo”, dove pleonasmo è una parola che indica qualcosa di non necessario.

Qual è la parola non necessaria? Il pleonasmo è “indi” e un professore di italiano direbbe che non si deve usare “indi per cui” ma bisognerebbe dire semplicemente “per cui”.

Ho voglia di baciarti, per cui ti do un bacio. “Indi per cui” può capitare di ascoltarlo in frasi ironiche più che altro, e comunque meglio non scriverlo.

“Ragion per cui” è assolutamente analogo a “per cui” e anche “ragion per cui” si usa in contesti ironici come “indi per cui”. Probabilmente i professori di italiano sono disposti a tollerare “ragion per cui” anche se a dire il vero anche “ragion” è qualcosa di cui possiamo fare a meno. Anche “ragion” è un pleonasmo.

Il fatto è che spesso si usa dividere le due parti, la causa con l’effetto, facendo una pausa, e questo è il motivo di usare “ragion per cui” o “indi per cui” o anche “per cui”. Lo faccio per evidenziare quello che viene dopo, cioè la conseguenza.

Potrei dire semplicemente:

Ho fame è la ragione per cui io vado a mangiare.

In questo caso non ci sono pause, e la parola “ragione” ha persino l’articolo: “la ragione”. Ma in questo caso sto evidenziando la causa: la fame è la ragione!

Se invece qualcuno mi chiede: dove stai andando?

Ho fame, ragion per cui vado a mangiare. (ragion va senza articolo, ragione invece va con l’articolo: la ragione).

In questo modo evidenzio di più la conseguenza ma sto anche usando un tono forte, quasi sgarbato, quasi scortese. C’è una sottile ironia che emerge, ma dipende anche dal tono che viene usato.

Se non volete passare per maleducati meglio dire: vado a mangiare, ho fame.

In questo modo evitate proprio di unire la causa con l’effetto. In fondo non c’è bisogno nel linguaggio parlato.

Ci sono vari modalità per sottolineare una parte della frase. Il tono è una di queste e ciò che dite alla fine solitamente è la cosa da sottolineare, poi se usate più parole insieme anziché una sola, come “ragion per cui”, “indi per cui”, “e questo è il motivo per cui”, “considerando che”, anche questo è un modo per sottolineare qualcosa.

Visto che parliamo di sottolineare, vediamo due parole che servono a sottolineare, anche se usate da sole, la conclusione: le parole sono “sicché” e “pertanto”. Sono due congiunzioni che si usano quando dobbiamo concludere.

Posso usare “sicché” e “pertanto” al centro, fra la causa e l’effetto, proprio come perciò, quindi e giacché.

Ma Sicché si usa prevalentemente all’inizio e alla forma orale.

Sicché, cosa hai deciso?

Sicché sta all’inizio della frase quindi. Si vuole evidenziare una conclusione, un effetto:

Sicché, come è andata a finire? L’uso di sicché lascia pensare ad una causa oppure ad una serie di eventi che sono accaduti nel passato che però hanno meno importanza. È più importante l’effetto che la causa.

È un po’ come dire: allora? Com’è andata poi?

La conclusione è ciò che interessa.

Sicché, verrai o no?

Sto facendo una domanda, a me interessa se verrai, non quello che c’è stato prima. La domanda infatti lascia pensare che qualcosa sia successo. Se si fa la domanda con “sicché” però interessa sapere solo la conseguenza.

A volte però si usa “sicché” non per evidenziare una conseguenza, ma per chiedere una conferma.

Conosco già un fatto accaduto, ma voglio chiedere se veramente è successo, una conferma appunto.

Esempio:

Sicché poi alla fine hai deciso di non venire in vacanza con noi? Come mai?

Sicché ti sei lasciato con Maria?

È come dire: è vero che ti sei lasciato con Maria? Mi dai conferma?

Passiamo a “Pertanto” che è simile a “sicché”, ma pertanto si usa molto di più al centro. È molto più simile a perciò e quindi.

È una forma più gentile di “per cui”. Del tutto equivalente ma un po’ più neutra e più adatta alla forma scritta.

Troverete articoli giornalistici che dicono:

Amazon è un operatore postale, pertanto deve rispettare la normativa

Mio figlio non è maggiorenne, pertanto non può aprire un account su facebook.

Io invece sono maggiorenne, pertanto posso farlo.

Trump è un uomo ricco, pertanto può acquistare una macchina costosa.

Le ultime due parole sono “cosicché” e “dunque”.

Cominciamo da dunque. Dunque è una congiunzione molto adatta per fare una conclusione, quindi sottolinea l’effetto, analogamente a “pertanto” e “sicché”, quindi si trova spesso in mezzo alla frase, tra causa ed effetto, ma è una congiunzione più neutra, adatta sia allo scritto che all’orale ma più all’orale.

Non è ironica come può esserlo “sicché” a volte. Tra l’altro “sicché” è più usata in alcune zone d’Italia come la Toscana; in altre regioni “dunque” è più usata, e sempre adatta a dei discorsi dal tono pacato.

Molto usata dai politici e anche dai giornalisti per giungere a delle conclusioni. È una parola però più eclettica, usata anche da sola spesso:

Dunque? In Tal caso equivale a “Allora?” e a “Insomma”? Ed è usato come avverbio.

Allora, ti decidi dunque? Anche come avverbio però serve a concludere.

Esiste anche la frase “venire al dunque” che è una espressione che sottolinea la necessità di una conclusione. Venire al dunque infatti significa concludere, senza tergiversare, senza perdere tempo.

Si usa in molte circostanze diverse:

Ho sbagliato, dunque devo pagare. Qui la uso al centro, tra la causa e l’effetto, però voglio sempre sottolineare l’effetto, la conseguenza.

Insomma avete capito che ci sono moltissimi modi per esprimere delle conseguenze. Non c’è un modo da preferire ed uno da scartare. Dipende come abbiamo visto da quello che riteniamo sia più importante nella frase.

Questo significa comunicare in fondo. Con Italiano Semplicemente abbiamo sempre detto che la cosa che conta è comunicare, e comunicare significa far passare un messaggio, fatto di parole, di ordine e di tono.

Vediamo con “cosicché” e “visto che

Ovviamente è una congiunzione anche “cosicché”, che volendo può anche essere divisa in due parti: “così che” (due parole) che è come dire: “di modo che”, “in modo che”, “in modo tale che

Si usa più spesso come parola unica, tutta attaccata, e si usa per sottolineare una conseguenza conclusiva, ma non esattamente come causa ed effetto, direi più per spiegare che una cosa ne permette un’altra. La causa diventa in questo caso un requisito, una necessità affiché possa verificarsi la conseguenza.

Ad esempio:

Preparati cosicché sarai pronto per uscire quando ti chiamo. Quindi in questo caso ho detto che tu ti devi preparare per uscire, quindi devi vestirti eccetera, in modo tale che, quando io ti chiamerò, sarai già pronto e non dovrai perdere altro tempo. La preparazione serve a non perdere tempo, non si tratta di una vera causa, come nella frase: “ho fame, perciò mangio”.

Posso usare “cosicché” anche in questo modo ma è poco adatto. La stessa parola, che contiene “così” e “che” fa chiaramente capire che il senso è “in modo che”, “in questo modo”.

– Devo mettere l’antifurto in casa, cosicché i ladri abbiano la vita difficile;

– Mangia lentamente, cosicché potrai digerire più facilmente.

Vedete quindi che non è esattamente una cosa che ne causa un’altra, ma è una cosa che ne permette un’altra. La prima cosa è necessaria per il verificarsi della seconda:

– ascolta più volte questo episodio cosicché ricorderai più facilmente.

“Visto che” non posso invece usarlo nello stesso modo. Infatti “visto che” equivale a “considerato che” e “considerando che”, quindi devo dire prima la causa e poi l’effetto:

visto che sei molto carina, ti faccio una foto;

visto che conosci bene l’italiano, aiutami a fare questo esercizio;

Vale la pena inoltre soffermarci sulla parola “ciò”, con l’accento sulla “o” (accento grave) che significa “questo” e anche “quello”.

Pertanto dire “considerato ciò” è la stessa cosa che dire “considerato questo”.

Inoltre la frase “ragion per cui” può anche diventare “in ragione di questo” e “in ragione di ciò”.

La parola “ciò” è anche la fine di “perciò”, quindi si capisce facilmente come “perciò” sia esattamente come “per questo” e “per questo motivo”.

La parola “ciò” è poi usata spesso in contesti formali. Un esempio è la stessa frase “in ragione di ciò”, che si usa quando vogliamo sottolineare le buone ragioni che hanno determinato una conseguenza.

Troverete molti articoli su internet in cui si parla di giustizia, di decisioni importanti in generale, in cui si usa questa espressione.

Ancora più formale è l’espressione “quanto sopra premesso”. Questa è una frase che si usa esclusivamente nella forma scritta, e si usa nelle comunicazioni ufficiali, per dimostrare una tesi, per associare dei fatti tra loro. È una frase che serve a concludere quindi, una volta che abbiamo detto una serie di cose. “quando sopra” vuol dire “quello che è stato appena scritto”, “sopra” nel senso di posizione nel foglio in cui si legge. Sopra è come dire “prima”. Sopra c’è la causa, dopo ci sarà l’effetto.

Le comunicazioni che contengono questa frase sono solitamente molto formali. Sono usate dagli avvocati, dai giudici e nelle comunicazioni tra istituzioni e famiglie.

Esempio: se devo scrivere al comune di Roma per chiedere uno spazio dedicato al benessere dei cani, posso fare una lista di motivazioni, una serie di problemi che derivano dalla mancanza di uno spazio di questo tipo ed alla fine dire:

Per tutto quanto sopra premesso (cioè per tutte queste ragioni) si chiede al Sindaco di Roma di impegnare l’Amministrazione Comunale ad attivarsi per individuare uno spazio adeguato per i cani”.

La parola “premesso” indica una “premessa” ed è il participio passato del verbo “premettere”. Premettere significa “mettere prima”, cioè “dire all’inizio”. Ed infatti la premessa si fa all’inizio. Quando si fa una premessa è sempre al fine di dimostrare qualcosa, quindi c’è sempre una causa ed una conseguenza della causa.

Terminiamo questo episodio con “grazie a” (o “per merito di”) e “per colpa di” (o a causa di) che sono due modalità che servono ugualmente ad esprimere una conseguenza, ma stavolta vogliamo sottolineare il merito oppure la colpa.

Ad esempio:

– E’ grazie a te che ora sono più tranquillo. È merito tuo che ora sono più tranquillo.

Evidentemente si vuole sottolineare un merito. Avreste potuto dire:

– Tu sei con me, perciò ora sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo poiché ora sei con me;

Visto che ora sei con me, sono più tranquillo;

– Sono più tranquillo in quanto ora sei con me;

In quanto” è assolutamente equivalente a “poiché”: dove usiamo poiché possiamo sostituirlo con “in quanto”. Nessun problema.

“In quanto” però si usa anche in altri modo: ad esempio si usa al posto di “relativamente a”, che non c’entra nulla con le conseguenze. Oppure si usa nell’espressione “in quanto tale”.

Quando lo usiamo al posto di “poiché” ha lo stesso significato, solo che è un pochino meno informale. Non voglio dire formalissimo ma comunque diciamo un po’ meno adatto alle conversazioni familiari o tra amici.

per colpa di” è analogo a “grazie a” ma serve ovviamente per sottolineare una colpa:

– è per colpa tua che mi sono fatto male;

è causa tua che mi sono fatto male;

– mi sono fatto male per causa tua (per colpa tua);

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea, gli americani un po’ meno per colpa della loro scarsa educazione alimentare”.

Prima solitamente, sia nel merito che nella colpa, si mette l’effetto e poi la causa:

– Gli italiani stanno in salute grazie alla dieta mediterranea.

Questa è la frase costruita nel modo classico:

Se inverto e metto prima l’effetto posso usare “se” oppure “che”;

grazie alla dieta mediterranea gli italiani sono in salute;

E’ grazie alla dieta mediterranea se (che) gli italiani sono in salute;

Analogamente con le colpe:

– Gli americani mangiano male (effetto) per colpa della loro scarsa educazione alimentare (causa);

oppure:

a colpa (o per colpa) della loro scarsa educazione alimentare gli americani non si nutrono bene;

è colpa della loro scarsa educazione alimentare se (che) gli americani non si nutrono bene.

Terminiamo questo episodio con “ergo”. Un termine molto particolare questo.

Ergo significa pertanto, ma si usa molto raramente. Quando si usa solitamente chi parla si vuole generalmente dare “un tono”, è un modo un po’ strano ma qualche volta può capitare si sentirlo.

Molto famosa è la frase “Cogito ergo sum”, una frase che significa letteralmente “penso dunque sono”, che è una frase con cui Cartesio, un filosofo e matematico francese, esprime la certezza che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante. L’uomo pensa e quindi è. La consapevolezza dell’uomo di essere, deriva dal fatto che lui è un soggetto pensante. Il pensiero è la causa, l’esistenza dell’uomo è la conseguenza.

Quindi, capite che chi usa questa parola si sente una persona importante. Io personalmente non la amo molto come parola. Spesso si usa con un significato simile a “vale a dire”, “cioè”, ma sempre come causa-effetto:

Se andate su internet troverete inoltre molti esempi giornalistici di causa ed effetto:

– L’imputato è stato assolto, ergo, è innocente

Per concludere l’episodio posso dire:

– ora avete capito come esprimere le conseguenze, ergo, potete fare degli esempi e ripetere l’ascolto per ricordare meglio.

Vi ringrazio della pazienza che avete avuto per arrivare fino alla fine, ora vi saluto tutti ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie a tutti i donatori che sostengono il nostro progetto di aiutare gli stranieri ad imparare la lingua italiana.

Ciao

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