L’imbarazzo della scelta: Esprimere una preferenza

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Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com dove potete migliorare il vostro italiano in modo alternativo.

In questo sito non ci occupiamo di grammatica, perché preferiamo dare più importanza all’ascolto ed alla ripetizione. Questo metodo è più adatto infatti, secondo me, per coloro che hanno poco tempo per studiare nel modo classico, e soprattutto per coloro che amano la lingua italiana e vogliono imparare a comunicare senza annoiarsi.

Oggi allora cerchiamo di capire come fare per esprimere una preferenza.

Esprimere una preferenza significa fare un confronto e successivamente dire, esprimere il risultato di questo confronto. Qual è la mia opinione? Quale delle due o più alternative preferisco?

Esprimere una preferenza può significare più cose. Potremmo dire di preferire una delle alternative, oppure che non abbiamo preferenze oppure che nessuna delle alternative ci interessa. Possiamo quindi esprimere un giudizio positivo su una, due, più scelte oppure nessuna.

Vediamo innanzitutto di fare alcune considerazioni iniziali. Avere una preferenza implica una scelta. Scegliamo una delle alternative perché ci piace di più, perché ci è più gradita, perché ci è più utile, perché ci ricorda qualcosa di positivo eccetera. Questo dipende dalla cosa di cui parliamo e dipende anche da noi.

Possiamo dire che la scelta e la preferenza sono quindi soggettive, perché dipendono dai gusti della persona, cioè dal soggetto che effettua la scelta. Quando invece una cosa è oggettivamente migliore di un’altra vuol dire che questa scelta non dipende dal soggetto, cioè da chi sceglie, perché se valutiamo la scelta su criteri oggettivi dobbiamo valutarla non secondo preferenze personali ma secondo parametri universalmente riconosciuti come neutri, oggettivi, non personali, non soggettivi.

Se ad esempio una azienda deve acquistare una automobile usata, si deve scegliere secondo parametri come l’anno di immatricolazione, i km fatti, le revisioni effettuate, il fatto che abbia avuto o meno incidenti, l’età del vecchio proprietario, e secondo l’uso che se ne deve fare. Questi sono parametri oggettivi. Mentre se scegliessi semplicemente dal colore perché a me piace il verde, farei una scelta soggettiva.

Ora, quando faccio una scelta soggettiva, esprimo una preferenza, oppure posso anche dire che esprimo un giudizio, o una valutazione, o più tecnicamente, esprimo un parere.

La preferenza è la più usata nelle scelte tra alternative, il giudizio è più adatto a una valutazione di merito, e non necessariamente stiamo facendo un confronto. Una valutazione esprime invece un giudizio complesso, basato generalmente su una serie di caratteristiche da valutare e alla valutazione segue il giudizio o la preferenza o il parere.

Quando acquisto una macchina in effetti prima faccio la mia valutazione poi esprimo la mia opinione in merito, esprimo il mio giudizio comparativo e quindi la mia preferenza.

Il parere dicevo che generalmente è più tecnico. Beninteso, posso sempre esprimere un parere, ma esistono diversi tipi di pareri. Al lavoro si usa molto, soprattutto negli studi e negli uffici. Un parere tecnico, un parere professionale, un parere giuridico ad esempio.

Ma un parere è un’opinione, ciò che pensa una persona di una cosa, e non è detto che stiamo facendo un confronto.

Quale macchina dobbiamo comprare? Mi dai il tuo parere? È chiaro che un parere non può che essere soggettivo. Non esistono pareri oggettivi.

Una valutazione può invece essere sia oggettiva che soggettiva. Un giudizio la stessa cosa.

Ebbene, quando dobbiamo fare una scelta soggettiva possiamo dire:

Questa macchina è la migliore.

Indico la macchina che preferisco ed esprimo la mia preferenza.

La parola “migliore” è un giudizio generale, indica la mia preferenza ma non indica il motivo della preferenza.

La migliore significa che è l’automobile con le migliori qualità, ma quali qualità? Quelle stabilite secondo criteri oggettivi o soggettivi? Ancora non lo sappiamo.

Posso dire “questa è la macchina più buona?

Potrei anche farlo, ma “buona” è normalmente utilizzati in modo diverso. Buono si usa solitamente per i cibi e per il carattere delle persone. Si tratta quindi generalmente di un giudizio associato al palato, al gusto inteso come uno dei cinque sensi, oppure si usa per descrivere una persona: mio figlio è molto buono.

Se un gelato è buono vuol dire che ti piace, mentre se un bambino è buono si comporta bene, non fa arrabbiare i genitori, a scuola non dà problemi alle maestre eccetera. Si tratta di un bambino disciplinato, o anche buono nel senso di generoso, che aiuta gli altri, quindi sensibile ed altruista.

È un termine abbastanza eclettico però. Un professore buono ad esempio è un professore che mette buoni voti e che non incute terrore agli studenti. Buono in tal caso è il contrario di cattivo, il che vale anche per il cibo.

Quindi quando esprimiamo una preferenza non è generalmente corretto dire che questa automobile è la più buona. Non va bene; l’auto non si mangia e non è una persona che si comporta bene. Se dite che è la più buona significa che è l’automobile che sta nelle migliori condizioni, che l’auto sta in buone condizioni, ma non state esprimendo un giudizio generale, ma solo relativo alle sue condizioni: la carrozzeria, gli interni, la vernice. Probabilmente è la più nuova tra tutte, ma non è detto sia la migliore. La migliore dovrebbe magari avere anche altre caratteristiche: essere più grande e alimentata a metano ad esempio.

Per capire bene la differenza tra più buono e migliore vi faccio qualche esempio:

La miglior vacanza è quella rilassante

La pasta più buona è fatta in Italia

Mio figlio è il più buono nella sua classe

Il miglior viaggio che io abbia mai fatto è quello in Brasile.

Naturalmente migliore è il contrario di peggiore, che esprime le peggiori qualità.

Ci sono però altri modi per esprimere una preferenza.

Che ne dici di queste belle mele?

A me piace questa, sembra la migliore .

E di questi ristoranti? Cosa ne pensi? Quale preferisci?

Io sceglierei il primo, mi sembra il più economico.

Oppure:

La mia scelta invece ricade sul ristorante biologico. Mi piace mangiare sano.

O anche:

Io andrei nel ristorante di città, così poi ci facciamo un giro in centro.

Io invece preferisco decisamente il ristorante vegetariano.

Oppure:

Io mi butterei sul primo ristorante della lista, è l’unico che conosco.

In questo caso ho usato “buttarsi” per indicare una scelta, ma generalmente, oltre al fatto che è molto informale, “buttarsi” si usa per esprimere un tentativo che abbia un rischio collegato, quindi tentare, provarci, azzardare. Quando ci si butta, lo dice il verbo stesso, si rischia di farsi male, quindi questo è il modo corretto di usare il verbo. Comunque potete usarlo anche per fare una scelta che non implichi rischio; non è il massimo ma usa ugualmente.

Queste sono tutte modalità molto utilizzate quando si esprime una preferenza. L’uso del condizionale (andrei, sceglierei, butterei) è una forma gentile, che esprime una preferenza senza voler imporre la propria scelta.

Invece dire che “la mia scelta ricade su” qualcosa è una forma un po’ più formale ma ugualmente adatta a tutte le circostanze.

Preferisco decisamente” (come abbiamo detto prima: “io preferisco decisamente il ristorante vegetariano”) è un modo deciso di esprimere una preferenza. Si può usare quando siamo sicurissimi della nostra scelta quando siamo poco disposti ad accettare altre soluzioni. Sicuramente non è una modalità adatta a scegliere un ristorante tra amici poiché quella dovrebbe essere una scelta comune e le preferenze personali non devono essere espresse mettendo in difficoltà gli altri.

La stessa cosa vale se utilizzo termini come “assolutamente“, ancora più forte.

O andiamo al ristorante vegetariano o non se ne fa niente!

ecco, questo è sicuramente il modo peggiore di esprimere una preferenza. Il meno democratico senza dubbio: “o non se ne fa niente” significa “oppure non si va da nessuna parte”.

Posso anche decidere di escludere una delle alternative:

Tutti i ristoranti vanno bene tranne quello vegetariano. Io amo troppo la carne!

Se escludiamo il ristorante di città a me sta bene tutto!

Se invece non ho preferenze posso dire:

Non ho preferenze, fate voi.

A me va bene tutto, nessun problema.

Può accadere invece che non vada bene nulla. Nessuna delle scelte è soddisfacente. Allora se le scelte sono solamente due posso dire:

Non va bene né l’uno né l’altro.

In questo caso è importante dire “né l’uno e né l’altro” senza dimenticare l’articolo: l’uno, l’altro.

Non vanno bene. L’uno è troppo fuori città, l’altro è troppo piccolo.

Oppure:

Nessuno dei due grazie. Io mangio a casa mia (nota: che ragazzo viziato!)

Non mi piace il primo ristorante il secondo.

A me non piace nessuno dei due ristoranti.

Se sono più di due:

Per me nessuno dei ristoranti va bene.

Non mi piace nessuno dei ristoranti che hai detto.

Come pretendi che io debba scegliere tra questi ristoranti? Mi fanno tutti schifo!

Risposta non molto educata quest’ultima.

 

Seconda parte (15 minuti)

Se sono in un ambiente professionale ovviamente cambia tutto, sia che io abbia preferenze sia che non ne abbia. Scegliere, prima di tutto potrebbe diventare “vagliare“. Si tratta tra l’altro di un verbo professionale che abbiamo già spiegato e è disponibile per tutti i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. In alternativa si può usare il verbo prediligere.

In una comunicazione tra aziende potrei scrivere:

La scelta che prediligiamo è sicuramente quella meno onerosa.

Oppure:

Tra le opzioni da lei prospettate la nostra scelta ricade sul primo prodotto.

Una scelta può infatti “ricadere” su una delle alternative. Questo è una modo abbastanza formale di esprimere una preferenza. La nostra scelta “ricade su”, cioè la nostra scelta “è”. Si usa il verbo ricadere, il cui significato qui è chiaro, ma ricadere ha anche un senso negativo. Esiste infatti la frase “ricadere sugli stessi errori”, ma in questo ultimo caso ricadere significa cadere ancora una volta: “ri-cadere“. Quando una scelta “ricade su” invece vuol dire che la cosa sulla quale ricade la scelta è la cosa che è stata scelta. Una modalità che vi consiglio di utilizzare se ne avete l’opportunità.

La parola “opzioni”, che ho utilizzato nella frase precedente (tra le opzioni) può diventare anche un verbo. Le opzioni sono le diverse possibilità tra le quali posso scegliere: opzione A, opzione B eccetera. Ebbene  quando scelgo una delle opzioni sto optando per una delle opzioni. Il verbo è “optare”:

Io opto per l’opzione A, tu opti per la seconda opzione, lui opta per la terza possibilità, noi optiamo per la soluzione n. 4, voi optate per la quinta alternativa, loro optano per l’ultima voce della lista.

Optare è abbastanza tecnico come verbo. Potete usarlo quando avete una lista definita, puntuale di scelte. Potete comunque usarlo anche in occasioni più informali:

Tra il cinema e il teatro ho optato per quest’ultimo

Optare significa “operare una scelta” cioè semplicemente “scegliere“.

Le chiedo cortesemente di operare una scelta tra le seguenti alternative

Anche questo è molto professionale ed adatto a comunicazioni commerciali.

Operare una scelta è un po’ meno tecnico ma esprime ugualmente una decisione. Implica la scelta di uno dei due termini di un’alternativa.

Il primo prodotto sembra essere quello più soddisfacente per le nostre esigenze.

Qui ho usato “soddisfacente”, il che significa che la scelta ricade sul primo prodotto, che soddisfa maggiormente le esigenze di chi effettua la scelta. Oppure:

Tra le alternative proposte, scegliamo la seconda.

Le alternative vengono proposte, e tra quelle proposte si effettua la scelta. Le alternative posso quindi proporsi all’attenzione di chi deve scegliere. Posso usare anche prospettare come verbo:

La migliore delle alternative che ci ha prospettato è la prima.

Prospettare una alternativa è come proporre, entrambe sono operazioni che avvengono prima della scelta. Prima si prospetta, poi si sceglie tra le alternative prospettate, proposte, mostrate, indicate.

Se invece non si esprime una preferenza ci sono ugualmente possibilità più professionali::

In merito alle nostre preferenze, ci riserviamo di rispondere al più presto.

In merito alle nostre preferenze (cioè riguardo alle nostre preferenze, riguardo alla nostra scelta), “ci riserviamo di” rispondere. “Riservarsi di” fare qualcosa significa tenere per sé la nostra decisione e fare una specie di promessa che la decisione sarà presa in un secondo momento, in futuro:

Ci riserviamo di decidere in un secondo momento

Significa appunto che ci penseremo e decideremo in un futuro. Anche questo è molto adatto a comunicazioni commerciali ed in ambito professionale; è come dire:

Le faremo sapere al più presto la nostra preferenza.

Questa è ovviamente una modalità meno formale.

Le verrà presto comunicato il prodotto che ci soddisfa maggiormente.

Anche questa è una forma corretta. Usiamo ancora il verbo soddisfare.

Entrambi i prodotti sono di ottima qualità. Vorremmo pertanto fare un ordine di entrambi.

Anche in questo caso non ho fatto una scelta.

Se infine nessuna delle alternative ci soddisfa posso dire:

Sfortunatamente nessuno dei prodotti incontra le nostre esigenze

Incontrare le esigenze è un modo molto utilizzato nelle email di lavoro:

Le stampanti che ci avete proposto sono di ottima qualità ma nessuna incontra le nostre esigenze.

Oppure:

Dobbiamo scegliere il servizio che più incontra le nostre esigenze, quello completo o quello parziale.

Prima abbiamo parlato del verbo optare. Abbastanza simile è il verbo “votare“.

Io voto per la prima stampante della lista

Posso usare questa modalità per fare una scelta, ma è abbastanza informale. In generale il verbo votare si usa nelle votazioni. Quando ci sono delle votazioni votare significa dare il proprio voto a qualcuno o qualcosa, cioè sostenere col voto. Questo è uno dei significati. Si può anche usare però quando si esprimere la propria opinione in una consultazione: che facciamo quotiamo la nostra società in borsa? Potete votare sì oppure no.

Io voto sì!

Questo è un modo più attinente di usare il verbo votare, ma si può usare in modo informale anche per esprimere una preferenza, analogamente a optare e scegliere.

Bene ragazzi l’episodio lo terminiamo qui. Non ho scelta (per restare in tema di scelte), perché rischierei di annoiarvi e di stancarvi.

Non vi ho lasciato il tempo di fare un esercizio di ripetizione ma se volete potete farlo arrestando il vostro lettore audio quando volete. Vi consiglio di farlo.

Potreste chiedervi perché nel titolo di questa puntata c’è “l’imbarazzo della scelta“. Così per concludere questa puntata speciale (che ne dite se le chiamiamo così in futuro? Puntate di Italiano Semplicemente e non episodi) vi dico che l’imbarazzo della scelta è una espressione che si usa ogni volta che abbiamo molte alternative, tante che non sappiamo quale scegliere.

In poche parole abbiamo l’imbarazzo della scelta. Non sappiamo quale scegliere perché ci sono troppe alternative. Non siamo veramente imbarazzati ovviamente ma questa è una espressione idiomatica, molto usata in Italia, ed esprime ovviamente una sensazione positiva.

Bene vi saluto a tutti ed al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori.

Ciao.

 

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Vuoi mettere?

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Trascrizione

Ciao ragazzi da Giovanni e da Italiano Semplicemente, ora sono le 10:00 di mattina in Italia e le 5 di mattina in Brasile. Vi parlo del Brasile perché sono infatti appena tornato dal mio viaggio in Brasile, e devo dire che è stata un’esperienza che mi ha cambiato profondamente. Abbiamo fatto il primo incontro con alcuni dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vi racconterò i dettagli comunque in un episodio dedicato proprio a questo incontro.

Oggi invece vediamo un’espressione nuova: “Vuoi mettere?”.

Questa è l’espressione di oggi, è una domanda, ma può anche essere interpretata come un’esclamazione: vuoi mettere!

Quindi possiamo sia inserire il punto interrogativo alla fine (vuoi mettere?) oppure il punto esclamativo (Vuoi mettere!).

Questa è un’espressione che si usa quando si fanno dei confronti, quando cioè si fa una comparazione tra due cose, tra qualsiasi due cose, e, in particolare, quando questo confronto è totalmente a favore di una delle due scelte.

Non stiamo parlando quindi di un confronto alla pari, cioè di un confronto in cui le due cose che vengono confrontate sono valutate allo stesso modo, in cui queste due cose sono giudicate della stessa qualità, o dello stesso valore, ma stiamo parlando di un confronto in cui una delle due cose è migliore di un’altra.

Una delle due cose è molto migliore dell’altra, è decisamente migliore dell’altra, quindi il confronto non è alla pari, ma è tutt’altro che alla pari.

In questo caso quindi possiamo esprimere questo concetto attraverso molti modi diversi.

Uno di questi modi è dire “vuoi mettere?”.

Perché usiamo questa frase? Perché diciamo così? Beh il motivo è semplice.

La frase “vuoi mettere” è semplicemente una abbreviazione di una frase più lunga; un modo veloce di esprimere una preferenza. Perché proprio questo vogliamo fare: esprimere una preferenza, esprimere una netta preferenza per una delle due o più possibilità.

Quando confrontiamo due o più cose e crediamo che non ci sia confronto, allora possiamo dire “vuoi mettere!”. Ho detto quando “non c’è confronto”. Questo è un altro modo per esprimere lo stesso concetto.

 

 

“Vuoi mettere“ è una modalità molto usata da tutti gli italiani di ogni regione, quindi la usano ovunque, ed è sempre usata in contesti informali ed amichevoli. In contesti formali e professionali ci sono altri modalità.

Chi è più forte, la squadra del Real Madrid o la squadra della Roma?

Beh, non c’è confronto!

Direi di sì infatti. Non c’è confronto tra la Roma ed il Real Madrid, infatti è molto più forte il Real Madrid, vuoi mettere? Il Real Madrid ha Cristiano Ronaldo e la Roma chi ha? Dzeko? Vuoi mettere?

Quello che stiamo facendo adesso è “mettere a confronto” due giocatori: Ronaldo e Dzeko. Mettere a confronto significa confrontare. Da questo deriva la frase di oggi: mettere a confronto, cioè confrontare, accostare, mettere una cosa vicino ad un’altra. Infatti quando accostiamo due cose, cioè quando le mettiamo vicine, come se fossero due oggetti, allora riusciamo a vedere questi due oggetti nello stesso momento, insieme, quindi riusciamo a vedere bene le differenze e le similitudini, riusciamo a vedere bene le cose che questi due oggetti hanno in comune e le cose per cui differiscono. Attenzione al linguaggio che sto usando. Differire significa mostrare delle differenze (questo è solo uno dei significati di differire).

Quindi accostiamo due o più cose, le mettiamo a confronto e vediamo subito quale delle due cose è migliore dell’altra. Allora, se la nostra preferenza è marcata e va ad una delle due squadre di calcio, potremmo chiedere: vuoi mettere a confronto il Real con la Roma? Vuoi veramente fare questo confronto? Vuoi comparare il Real con la Roma? Dai, non c’è storia, il Real è sicuramente più forte, vuoi mettere?

Vuoi mettere è quindi l’abbreviazione di “vuoi mettere a confronto?”. Si tratterebbe di una domanda quindi, una domanda che esprime però una preferenza, come per dire: vuoi scherzare? Hai il coraggio di fare questo confronto? È un confronto impari, non c’è storia, non c’è confronto.

Ho appena detto che è un “confronto impari”, cioè che è un confronto tra due cose che non sono pari tra loro, cioè non sono uguali di valore. In questo caso ci si riferisce ad una uguaglianza in termini di valore. Il termine impari è sinonimo di diseguale, ma esprime una differenza di valore, di merito, di qualità. Non è semplicemente una non uguaglianza.

Impari si scrive come impari, seconda persona dell’indicativo del verbo imparare (io imparo, tu impari, lui impara ecc), ma ovviamente cambia la pronuncia: ìmpari, impàri.

Impàri è, a dire il vero, anche il congiuntivo: “spero che Giovanni impari la lezione”, oppure “non è sicuro che io impari a memoria la poesia”.

Ma torniamo ad ìmpari. Impari non è informale, possiamo sempre usare questo modo di esprimere una preferenza, anche in contesti professionali.

Ho detto anche “non c’è storia”. Anche questa è una modalità informale. Non c’è storia esprime, analogamente a “vuoi mettere” una preferenza marcata, evidente. La storia in realtà non c’entra nulla, è solo un modo di dire, probabilmente si cerca una analogia con la storia, con avvenimenti passati, magari a sfide del passato, a guerre, come per cercare di immaginare una sfida, una battaglia e fare una previsione su come finirà: non c’è storia, cioè la storia è già scritta, è ovvio chi vincerà, è scontato, è facile immaginare il vincitore. In poche parole: “non c’è storia”.

Facciamo un esempio:

Mi ricordo bene della primavera piovosa e fredda dell’anno scorso. La primavera di quest’anno invece ci sta offrendo una catena di giorni quasi estivi. Vuoi mettere!

Ecco, anche in questo esempio, chi parla esprime una preferenza. È chiaro che è preferibile avere una primavera quasi estiva che una piovosa e fredda. Il contesto è informale, quindi usare questa espressione è corretto, alleggerisce la frase.

Ci sono delle piccole differenze tra le varie modalità che abbiamo visto.

Vuoi mettere si usa di più per le preferenze, mentre “non c’è storia” più nelle sfide, quindi nello sport ad esempio, o nelle competizioni, quando si fa una previsione soprattutto:

Chi vincerà? Beh, non c’è storia secondo me. Vincerà Giovanni.

Non c’è confronto” è sempre utilizzabile, è probabilmente il modo migliore se si vuole essere sicuri di non sbagliare.

Non c’è confronto tra la primavera calda di quest’anno e quella piovosa dell’anno scorso.

Tra Margherita e Eisabetta chi è la più bella? Beh, non credo ci sia confronto, preferisco Margherita.

Il termine “impari” come dicevo è più formale, ma è usato molto anche dai giornalisti. Questo non significa che voi non lo possiate usare in un qualsiasi confronto. Nessun italiano si stupirà.

Se sto parlando di un incontro di Pugilato (box), posso dire che tra i due pugili, “il confronto è stato impari sin dal primo momento”.

Se parlo di due cellulari, uno Samsung ed uno Huawei, se voi avete una marcata preferenza, potete dire che preferite Samusng (o Huawei) perché secondo voi “il confronto è impari”. Vedrete che un italiano, ascoltandovi, vi farà i complimenti per il vostro italiano.

È più bella la lingua italiana o il francese? Non è detto che il confronto sia impari, ma per qualcuno di voi potrebbe esserlo.

Meglio l’italiano, vuoi mettere?

Perché meglio l’italiano? E’ molto meglio il francese, non c’è proprio storia secondo me.

Beh, anche secondo me meglio l’italiano, la lotta è impari, l’italiano è più melodioso.

No, dai, non è vero, il francese è la lingua della diplomazia, non c’è confronto!

Non c’è paragone” è ancora un’altra espressione, del tutto equivalente a “non c’è confronto” ed infatti la parola confronto è equivalente alla parola paragone. “Mettere a paragone” è esattamente la stessa cosa di mettere a confronto, di conseguenza. Allora per esprimere una netta preferenza potremmo anche dire: “non c’è paragone!” Meno informale di “non c’è storia” ma del tutto analogo come significato.

Infine vale la pena di ricordare anche la frase “reggere il confronto”, che è una frase anche questa che si usa quando facciamo un paragone, un confronto, e manifestiamo una preferenza spiccata. Allora posso dire:

La Roma? Non regge il confronto col Real Madrid.

È più melodica la lingua francese di quella italiana? Può darsi, sicuramente l’inglese non regge il confronto però. Molto più melodiche la lingua italiana e quella francese. Si usa il verbo “reggere” perché reggere significa “sostenere”, “sopportare”, “resistere”. Come se ci fosse un peso da reggere, un grande peso che non ce la facciamo a reggere, a sostenere, a sopportare.

Se io non reggo il confronto con te significa quindi che io non riesco a sostenere il confronto con te, che non reggo il confronto, non riesco a reggerlo, a sopportarlo, poiché dopo un po’ di tempo risulterà chiaro che tu sei migliore di me. Il verbo reggere si usa per indicare lo sforzo che si fa ad apparire uguale, equivalente, quando invece non si riuscirà a lungo a sostenere questa tesi. Il senso dello sforzo a volte è anche inteso come uno sforzo psicologico, non è un caso che si usi anche con “reggere lo sguardo” nel senso di riuscire a guardare senza interrompere, senza staccare per vergogna o timidezza o senso di inferiorità.

La lingua inglese quindi, in quanto a melodia, non regge assolutamente il confronto con l’italiano: non c’è confronto, non c’è paragone. Non c’è storia, vuoi mettere? L’italiano è molto più melodica. È un confronto impari.

L’episodio di oggi finisce qui. Un saluto a tutti e grazie ancora per le vostre donazioni. Chi aiuta Italiano Semplicemente aiuta tutti gli stranieri che vogliono imparare bene l’italiano.

Benvenuta inoltre a Luciana, ultimo membro dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Luciana è, tra l’altro, anche il Tour Operator dell’associazione (questa è l’ultima novità!) e stiamo preparando una bella sorpresa per tutti i membri. Un saluto a tutti.

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