2019: il discorso del presidente della Repubblica Mattarella

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Spiegazione

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Trascrizione

“Care concittadine e cari concittadini, siamo nel tempo dei social, in cui molti vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana.

Tempi e abitudini cambiano ma questo appuntamento, nato decenni fa con il primo Presidente, Luigi Einaudi.

Non è un rito formale.

Mi assegna il compito di rivolgere, a tutti voi, gli auguri per il nuovo anno: è un appuntamento tradizionale, sempre attuale e, per me, graditissimo.

Permette di formulare, certo non un bilancio, ma qualche considerazione sull’anno trascorso.

Mi consente di trasmettere quel che ho sentito e ricevuto in molte occasioni nel corso dell’anno da parte di tanti nostri concittadini, quasi dando in questo modo loro voce.

E di farlo da qui, dal Quirinale, casa di tutti gli italiani.

Quel che ho ascoltato esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita.

La vicinanza e l’affetto che avverto sovente, li interpreto come il bisogno di unità, raffigurata da chi rappresenta la Repubblica che è il nostro comune destino.

Proprio su questo vorrei riflettere brevemente, insieme, nel momento in cui entriamo in un nuovo anno.

Sentirsi “comunità” significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri.

Significa “pensarsi” dentro un futuro comune, da costruire insieme.

Significa responsabilità, perché ciascuno di noi è, in misura più o meno grande, protagonista del futuro del nostro Paese. Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri.

Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore.

So bene che alcuni diranno: questa è retorica dei buoni sentimenti, che la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza.

Certo, la sicurezza è condizione di un’esistenza serena.

Ma la sicurezza parte da qui: da un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune.

La domanda di sicurezza è particolarmente forte in alcune aree del Paese, dove la prepotenza delle mafie si fa sentire più pesantemente.

E in molte periferie urbane dove il degrado favorisce il diffondersi della criminalità. Non sono ammissibili zone franche dove la legge non è osservata e si ha talvolta l’impressione di istituzioni inadeguate, con cittadini che si sentono soli e indifesi.

La vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza.

Sicurezza è anche lavoro, istruzione, più equa distribuzione delle opportunità per i giovani, attenzione per gli anziani, serenità per i pensionati dopo una vita di lavoro: tutto questo si realizza più facilmente superando i conflitti e sostenendosi l’un l’altro.

Qualche settimana fa a Torino, alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità.

Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia.

Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti.

In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società.

Sono i valori coltivati da chi svolge seriamente, giorno per giorno, il proprio dovere; quelli di chi si impegna volontariamente per aiutare gli altri in difficoltà.

Il nostro è un Paese ricco di solidarietà.

Spesso la società civile è arrivata, con più efficacia e con più calore umano, in luoghi remoti non raggiunti dalle pubbliche istituzioni.

Ricordo gli incontri con chi, negli ospedali o nelle periferie e in tanti luoghi di solitudine e di sofferenza dona conforto e serenità.

I tanti volontari intervenuti nelle catastrofi naturali a fianco dei Corpi dello Stato.

È l’Italia che ricuce e che dà fiducia. Così come fanno le realtà del Terzo Settore, del No profit che rappresentano una rete preziosa di solidarietà. Si tratta di realtà che hanno ben chiara la pari dignità di ogni persona e che meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli, degli emarginati, di anziani soli, di famiglie in difficoltà, di senzatetto.

Anche per questo vanno evitate “tasse sulla bontà”.

È l’immagine dell’Italia positiva, che deve prevalere.

Il modello di vita dell’Italia non può essere – e non sarà mai – quello degli ultras violenti degli stadi di calcio, estremisti travestiti da tifosi.

Alimentano focolai di odio settario, di discriminazione, di teppismo.

Fenomeni che i pubblici poteri e le società di calcio hanno il dovere di contrastare e debellare.

Lo sport è un’altra cosa.

Esortare a una convivenza più serena non significa chiudere gli occhi davanti alle difficoltà che il nostro Paese ha di fronte.

Sappiamo di avere risorse importanti; e vi sono numerosi motivi che ci inducono ad affrontare con fiducia l’anno che verrà.

Per essere all’altezza del compito dobbiamo andare incontro ai problemi con parole di verità, senza nasconderci carenze, condizionamenti, errori, approssimazioni.

Molte sono le questioni che dobbiamo risolvere.

La mancanza di lavoro che si mantiene a livelli intollerabili.

L’alto debito pubblico che penalizza lo Stato e i cittadini e pone una pesante ipoteca sul futuro dei giovani.

La capacità competitiva del nostro sistema produttivo che si è ridotta, pur con risultati significativi di imprese e di settori avanzati.

Le carenze e il deterioramento di infrastrutture. Le ferite del nostro territorio.

Dobbiamo aver fiducia in un cammino positivo.

Ma non ci sono ricette miracolistiche. Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti. Un lavoro approfondito, che richiede competenza e che costa fatica e impegno.

Traguardi consistenti sono stati raggiunti nel tempo.

Frutto del lavoro e dell’ingegno di intere generazioni che ci hanno preceduto.

Abbiamo ad esempio da poco ricordato i quarant’anni del Servizio sanitario nazionale.

E’ stato, ed è, un grande motore di giustizia, un vanto del sistema Italia, che ha consentito di aumentare le aspettative di vita degli italiani, ai più alti livelli mondiali.

Non mancano difetti e disparità da colmare. Ma si tratta di un patrimonio da preservare e da potenziare.

L’universalità e la effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica: il nostro Stato sociale, basato sui pilastri costituzionali della tutela della salute, della previdenza, dell’assistenza, della scuola rappresenta un modello positivo, da tutelare.

Ieri sera ho promulgato la legge di bilancio nei termini utili a evitare l’esercizio provvisorio, pur se approvata in via definitiva dal Parlamento soltanto da poche ore.

Avere scongiurato la apertura di una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea per il mancato rispetto di norme liberamente sottoscritte è un elemento che rafforza la fiducia e conferisce stabilità.

La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento.

Mi auguro vivamente che il Parlamento, il Governo, i gruppi politici trovino il modo di discutere costruttivamente su quanto avvenuto; e assicurino per il futuro condizioni adeguate di esame e di confronto.

La dimensione europea è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole.

Vorrei rinnovare un pensiero di grande solidarietà ai familiari di Antonio Megalizzi, vittima di un vile attentato terroristico insieme ad altri cittadini europei. Come molti giovani si impegnava per un’Europa con meno confini e più giustizia.

Comprendeva che le difficoltà possono essere superate rilanciando il progetto dell’Europa dei diritti, dei cittadini e dei popoli, della convivenza, della lotta all’odio, della pace.

Quest’anno saremo chiamati a rinnovare il Parlamento europeo, la istituzione che rappresenta nell’Unione i popoli europei, a quarant’anni dalla sua prima elezione diretta.

È uno dei più grandi esercizi democratici al mondo: più di 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne.

Mi auguro che la campagna elettorale si svolga con serenità e sia l’occasione di un serio confronto sul futuro dell’Europa.

Sono rimasto colpito da un episodio di cronaca recente, riferito dai media. Una signora di novant’anni, sentendosi sola nella notte di Natale, ha telefonato ai Carabinieri.

Ho bisogno soltanto di compagnia, ha detto ai militari. E loro sono andati a trovarla a casa portandole un po’ di serenità.

Alla signora Anna, e alle tante persone che si sentono in solitudine voglio rivolgere un saluto affettuoso.

Vorrei sottolineare quanto sia significativo che si sia rivolta ai Carabinieri.

La loro divisa, come quella di tutte le Forze dell’ordine e quella dei Vigili del fuoco, è il simbolo di istituzioni al servizio della comunità.

Si tratta di un patrimonio da salvaguardare perché appartiene a tutti i cittadini.

Insieme a loro rivolgo un augurio alle donne e agli uomini delle Forze armate, impegnate per garantire la nostra sicurezza e la pace in patria e all’estero. Svolgono un impegno che rende onore all’Italia.

La loro funzione non può essere snaturata, destinandoli a compiti non compatibili con la loro elevata specializzazione.
In questa sera di festa desidero esprimere la mia vicinanza a quanti hanno sofferto e tuttora soffrono, malgrado il tempo trascorso, le conseguenze dolorose dei terremoti dell’Italia centrale, alle famiglie sfollate di Genova e della zona dell’Etna.

Nell’augurare loro un anno sereno, ribadisco che la Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà.

Auguri a tutti gli italiani, in patria o all’estero.

Auguro buon anno ai cinque milioni di immigrati che vivono, lavorano, vanno a scuola, praticano sport, nel nostro Paese. Rivolgo un augurio, caloroso, a Papa Francesco; e lo ringrazio, ancora una volta, per il suo magistero volto costantemente a promuovere la pace, la coesione sociale, il dialogo, l’impegno per il bene comune.

Vorrei concludere da dove ho iniziato: dal nostro riconoscerci comunità.

Ho conosciuto in questi anni tante persone impegnate in attività di grande valore sociale; e molti luoghi straordinari dove il rapporto con gli altri non è avvertito come un limite, ma come quello che dà senso alla vita.

Ne cito uno fra i tanti ricordando e salutando i ragazzi e gli adulti del Centro di cura per l’autismo, di Verona, che ho di recente visitato.

Mi hanno regalato quadri e disegni da loro realizzati. Sono tutti molto belli: esprimono creatività e capacità di comunicare e partecipare.

Ne ho voluto collocare uno questa sera accanto a me. Li ringrazio nuovamente e rivolgo a tutti loro l’augurio più affettuoso.

A tutti voi auguri di buon anno“.

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Il discorso del presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella per il 2018

Descrizione: vi propongo il discorso di fine anno 2017 del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sul quale facciamo un approfondimento per spiegare le parole più difficili.

Audio discorso

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Trascrizione del discorso + spiegazione

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Care concittadine e cari concittadini, un saluto cordiale e un grande augurio. A tutti coloro che sono in Italia e agli italiani che si trovano all’estero.

Il Presidente Mattarella inizia ringraziando prima le concittadine, poi i concittadini, come si fa in queste occasioni, per educazione: prima le donne e poi gli uomini. Una frase analoga a Ladies and Gentlemen o Madames et Monsieurs. Concittadino è una persona con la stessa cittadinanza di chi parla: con+cittadino, parola simile per costruzione a consorte, coniuge, connazionale, eccetera.

Tra poco, inizierà il 2018. Settant’anni fa, nello stesso momento, entrava in vigore la Costituzione della Repubblica, con il suo patrimonio, di valori, di principi, di regole, che costituiscono la nostra casa comune, secondo la definizione di uno dei padri costituenti.

La Costituzione della Repubblica. La parola Costituzione, che è scritta in maiuscolo, cioè con la lettera iniziale più grande, la lettera “C”, la prima lettera della parola “Costituzione”,  è la legge fondamentale dello Stato italiano, è quindi la Legge più importante.  Infatti settanta anni fa, nel 1948, la Repubblica Italiana si è costituita, il che significa che si è formata. Il verbo “costituire” che significa fondare, istituire, ma è più usato negli atti ufficiali. Una costituzione è una nomina, una dichiarazione ufficiale. Da qui il sostantivo Costituzione, con la C maiuscola. La parola  costituzione però ha più significati, e con la c minuscola, cioè non maiuscola ha il significato di formazione, istituzione, e in questo modo la posso usare in diversi modi col significato di “formare”:

– la costituzione del gruppo  WhatsApp;

– la costituzione di una cooperativa;

– la costituzione dell’associazione Italiano semplicemente.

Eccetera.

Poi esiste anche la costituzione, sostantivo che significa “spontanea consegna di sé stesso alla giustizia”, quindi una persona che si costituisce (che costituisce sé stessa) cosa fa? Si consegna. Va dalla polizia e dice: “mi costituisco”, il che significa che ammette di aver commesso un reato, e quindi si consegna alla polizia, ci va da solo, senza che nessun altra persona lo denunci o lo accusi.

Il discorso di Mattarella poi prosegue.

Su questi valori, principi e regole si fonda, e si svolge, la nostra vita democratica. Al suo vertice, si colloca la sovranità popolare che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni.

Attenzione alla parola principi, che si scrive come principi, ma mentre i principi (con l’accento sulla prima i) sono i figli dei re, ed il singolare è principe (un  membro dell’alta aristocrazia), i principi (con l’accento sulla seconda i), sono delle norme, delle regole morali, quelle norme, quelle regole che guidano i nostri comportamenti, gli orientamenti della nostra vita, la nostra condotta pratica. La “condotta” è il modo in cui ci comportiamo.

In questo caso principi è il plurale di principio.

La parola principio significa anche “inizio”,  il fatto di cominciare. Posso dire quindi che:

– Il matrimonio è il principio di una nuova vita;

– un insulto può essere il principio di una guerra.

In questo senso la parola principio si usa quasi solamente al singolare: il principio, cioè l’inizio di qualcosa.

Invece i principi morali, i principi intesi in generale come regole e norme si usa più al plurale:

– bisogna basare il proprio comportamento su principi di correttezza;

– la legge deve essere fondata su principi di equità e giustizia

Eccetera. Sempre al plurale.

Quindi quando Mattarella dice: “Su questi valori, principi e regole si fonda, e si svolge, la nostra vita democratica” vuol dire che la vita democratica, la vita nella democrazia, è fondata, è basata su delle regole, delle norme, su dei valori, e questi valori sono quelli della Costituzione italiana.

Come sapete ho firmato il decreto che conclude questa legislatura del Parlamento e, il 4 marzo prossimo, voteremo per eleggere le nuove Camere.

Mattarella dice di aver firmato il decreto che conclude, cioè che fa terminare questa legislatura del Parlamento, ed infatti il giorno 28 dicembre 2017 Mattarella, in qualità di (in quanto) Presidente della Repubblica, ha, come si dice, “sciolto le Camere”, si dice così: sciogliere le Camere significa far concludere una legislatura, cioè mettere fine, far terminare l’attività della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, le due Camere appunto. Il Parlamento italiano è infatti formato da due organi, le due camere appena citate, che hanno uguali poteri. La Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. E Mattarella ha sciolto le due camere. Lo scioglimento delle due camere avviene ogni volta che termina una legislatura: prima di fare delle nuove elezioni va quindi terminata l’attività della precedente legislatura e quindi in questi casi è il presidente della Repubblica che firma il decreto, cioè il provvedimento normativo che mette fine alla legislatura.

E’ stato importante rispettare il ritmo, fisiologico, di cinque anni, previsto dalla Costituzione. Insieme ad altri esiti positivi, andremo a votare con una nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, omogenea per le due Camere.  

Le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese. Mi auguro un’ampia partecipazione al voto e che nessuno rinunzi al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese.

Il presidente si augura, cioè spera, che la partecipazione al voto sia alta, sia ampia. È un augurio quindi dobbiamo usare il congiuntivo.  Cioè si augura che molti italiani vadano a votare. In Italia infatti recentemente la partecipazione al voto non è stata molto alta per effetto del fatto che gli italiani si fidano sempre meno della classe politica. Quindi non vanno a votare per protesta. Dicono che tutto è un “magna magna”, cioè per guadagnarci personalmente. Questa è una mia considerazione ovviamente

Attenzione perché Mattarella dice: e che nessuno rinunzi (con la z) al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese.

È un modo molto formale di dire rinunciare: rinunziare.

Ho fiducia nella partecipazione dei giovani nati nel 1999 che voteranno per la prima volta. Questo mi induce a condividere con voi una riflessione.

“Mi induce” significa mi spinge, mi fa decidere di fare qualcosa. È un verbo più formale, usato spesso nelle dichiarazioni ufficiali ed anche nella forma scritta. È il verbo indurre.

Nell’anno che si apre ricorderemo il centenario della vittoria nella Grande guerra e la fine delle immani sofferenze provocate da quel conflitto.

La Grande guerra, con la G di “Grande” maiuscola è la prima guerra mondiale, anche detta la guerra del 15-18.

Le immani sofferenze sono le grandi sofferenze, le enormi sofferenze. Immani si usa quando si vuole sottolineare la crudeltà o la minaccia di qualcosa, come le sofferenze in questo caso. Si usa dire anche “gli immani sforzi”, o “gli immani impegni”. Il centenario invece è un anniversario specifico, quello dei cento anni. Se sono passati dieci anni devo dire “decennale”, che viene da decennio; se ne sono passati cinque di anni devo invece dire “quinquennale”, che viene da quinquennio. Se sono cento c’è quindi il centennale, che viene da centennio.

In questi mesi di un secolo fa i diciottenni di allora – i ragazzi del ’99 – vennero mandati in guerra, nelle trincee.

Le trincee (con due e finali, plurale di trincea) sono delle fortificazioni militari costruite a scopo di difesa, e stare nelle trincee significa essere in guerra, semplicemente e che sta in forte pericolo di vita perché si sta per scontrare con il nemico.

Esiste anche il verbo “trincerarsi”, cioè trincerare se stessi, cioè mettersi da soli in una trincea, che però non ha niente a che fare con la guerra. Trincerarsi è un verbo riflessivo che si usa per dire, in senso figurato, che ci si difende, ci si chiude in una trincea, una trincea mentale, un recinto mentale. Quando una persona si trincera vuol dire non che va in guerra, ma che si difende in qualche modo, rinchiudendo se stesso (trincerandosi), cioè le proprie idee, per difendersi dagli attacchi del “nemico”, se lo possiamo chiamare così.

Molti vi morirono. Oggi i nostri diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica. Propongo questa riflessione perché, talvolta, corriamo il rischio di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell’Europa. Non avviene lo stesso in tanti luoghi del mondo. Assistiamo, persino, al riaffacciarsi della corsa all’arma nucleare.

Abbiamo di fronte, oggi, difficoltà che vanno sempre tenute ben presenti. Ma non dobbiamo smarrire la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: la pace, la libertà, la democrazia, i diritti.

Smarrire la consapevolezza è perdere la consapevolezza, cioè perdere la coscienza.

Non sono condizioni scontate, né acquisite una volta per tutte. Vanno difese, con grande attenzione, non dimenticando mai i sacrifici che sono stati necessari per conseguirle.

La pace, la libertà, la democrazia, ricorda Mattarella, non sono condizioni scontate, cioè ovvie, sicure, certe. Non bisogna darle per scontate. E neanche acquisite una volta per tutte. Quando qualcosa è acquisito è ottenuto. Ottenere e acquisire sono dei sinonimi, ma acquisire si usa con i diritti in generale, come ad esempio col diritto di cittadinanza: acquisire la cittadinanza italiana.

Acquisire una volta per tutte significa acquisire per sempre, cioè che queste cose acquisite non si possono più perdere una volta ottenute. Infatti Mattarella poi aggiunge:

Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l’avvenire, così deformando il rapporto con la realtà.

La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro.

Occorre preparare il domani. Interpretare e comprendere, le cose nuove. La velocità delle innovazioni è incalzante; e ci conduce in una nuova era, che già cominciamo a vivere.

La velocità delle innovazioni è incalzante: quando qualcosa è incalzante vuol dire che ci insegue, che è imminente, che non possiamo evitare perché molto veloce e pressante, come le innovazioni della tecnologia che sono sempre incalzanti, una dietro l’altra, non si fermano mai, ogni giorno ci sono innovazioni tecnologiche e quindi “non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente” perché il presente cambia continuamente.

Un’era che pone anche interrogativi inediti sul rapporto tra l’uomo, lo sviluppo e la natura. Basti pensare alle conseguenze dei mutamenti climatici, come la siccità, la limitata disponibilità di acqua, gli incendi devastanti.

Si manifesta, a questo riguardo, una sensibilità crescente, che ha ricevuto impulso anche dal magistero di Papa Francesco, al quale rivolgo gli auguri più fervidi.

Si manifesta (cioè si mostra), a questo riguardo (cioè in merito, a ciò di cui si stava parlando), una sensibilità crescente.

Cambiano gli stili di vita, i consumi, i linguaggi. Mutano i mestieri, e la organizzazione della produzione. Scompaiono alcune professioni; altre ne appaiono. In questo tempo, la parola “futuro” può anche evocare incertezza e preoccupazione.

Il futuro evoca incertezza e preoccupazione. Evocare significa “richiamare alla mente”, “far ricordare”.

Non è stato sempre così. Le scoperte scientifiche, la evoluzione della tecnica, nella storia, hanno accompagnato un’idea positiva di progresso. I cambiamenti, tuttavia, vanno governati per evitare che possano produrre ingiustizie e creare nuove marginalità. L’autentica missione della politica consiste, proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità, guidando i processi di mutamento. Per rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre.

Misurarsi con queste novità, dice Mattarella. Quando ci si misura con qualcosa vuol dire che si mettono alla prova le proprie forze. È una specie di confronto.

Io mi posso misurare con te, nel senso che ti sfido, ti sfido a duello, oppure ti sfido ad una partita a scacchi ad esempio, ma posso anche misurarmi con le novità, per vedere se riesco a gestire le novità, se riesco a non essere travolto dalle novità, come in questo caso. Misurarsi con le novità è questo.

La cassetta degli attrezzi, per riuscire in questo lavoro, è la nostra Costituzione: ci indica la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita. L’orizzonte del futuro costituisce, quindi, il vero oggetto dell’imminente confronto elettorale.  Il dovere di proposte adeguate – proposte realistiche e concrete – è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese. Non è mio compito formulare indicazioni.

Quindi Mattarella dice che tra poco ci saranno le elezioni, si andrà al voto, e fa un appello alla politica, dicendo loro che la missione della politica, il loro scopo più profondo, la missione autentica, è di guidare i processi di mutamento, cioè di guidare il cambiamento, condurre il cambiamento verso una direzione giusta e sostenibile. Per fare questo, aggiunge il Presidente della Repubblica, occorre utilizzare la Costituzione come cassetta degli attrezzi. Un modo elegante di chiamare la Costituzione (con la C maiuscola): “la cassetta degli attrezzi”, cioè lo strumento per guidare il cambiamento. La politica ha il dovere di fare delle proposte adeguate, delle  proposte realistiche e concrete. Questo è quello che Mattarella chiede alla politica in un momento di cambiamento come quello che stiamo vivendo. Ma quali sono i problemi più importanti degli italiani?

Mi limito a sottolineare, ancora una volta, che il lavoro resta la prima, e la più grave, questione sociale. Anzitutto per i giovani, ma non soltanto per loro. È necessario che ve ne sia in ogni famiglia. Al tempo stesso va garantita la tutela dei diritti e la sicurezza, per tutti coloro che lavorano.

Quindi il lavoro è la cosa più importante, la “questione sociale”, la chiama Mattarella, e questo (la questione sociale) è un modo molto usato per chiamare le problematiche della popolazione e della vita di tutti i giorni degli italiani, della società italiana in generale.

Tanti nostri concittadini vivono queste festività in condizioni di disagio, per le conseguenze dei terremoti, che hanno colpito larga parte dell’Italia centrale. A loro desidero far sentire la vicinanza di tutti. Gli interventi per la ripresa e la ricostruzione proseguono e, talvolta, presentano difficoltà e lacune. L’impegno deve continuare in modo sempre più efficiente fino al raggiungimento degli obiettivi.

Quindi Mattarella è vicino (è solidale) alle famiglie vittime del terremoto che ha colpito l’Italia centrale nel 2017. La ricostruzione, dice presenta difficoltà e lacune. Le lacune sono le mancanze, quindi la mancanza di continuità della ricostruzione, le interruzioni quindi.

Esprimo solidarietà ai familiari delle vittime di Rigopiano e dell’alluvione di Livorno; ai cittadini di Ischia, che hanno patito gli effetti di un altro sisma. E a tutti coloro che, nel corso dell’anno, hanno attraversato momenti di dolore.

Rigopiano è una località situata nella regione dell’Abruzzo, dove lo scorso inverno, il 17 gennaio 2017 un hotel è stato travolto da una slavina, da una valanga di neve che lo ha completamente sepolto. Ci sono state molte vittime e l’incidente ha suscitato veramente molto scalpore. Mattarella dice che esprime solidarietà, cioè è solidale, con chi ha patito gli effetti di un altro sisma. Patire significa soffrire, ed in generale significa sentire un disagio fisico o spirituale; soffrire quindi ed anche un po’ sopportare.

Un pensiero particolare va ai nostri concittadini vittime dell’attentato di Barcellona. Il loro ricordo, unito a quello delle vittime degli attentati all’estero degli anni precedenti, ci rammenta il dovere di mantenere la massima vigilanza nella lotta al terrorismo.

Il loro ricordo, dice Mattarella, ci rammenta, cioè ci ricorda il dovere di mantenere la massima vigilanza nella lotta al terrorismo. Rammentare quindi è come ricordare, richiamare alla mente. Rammentare si usa spesso quando si vuole far ricordare a qualcuno, cioè richiamare alla mente altrui, a volte anche con un tono di raccomandazione, di rimprovero o anche di minaccia.

Ad esempio posso dire a mio figlio:

– ti voglio rammentare che devi fare tuti i compiti.

Riguardo a questo impegno, vorrei ribadire la riconoscenza nei confronti delle nostre Forze dell’Ordine, dei nostri Servizi di informazione, delle Forze Armate, ripetendo le stesse parole di un anno fa: Anche nell’anno trascorso hanno operato, con serietà e competenza, perché in Italia si possa vivere con sicurezza rispetto a quel pericolo, che esiste ma che si cerca di prevenire.

Vorrei ribadire significa vorrei riaffermare con decisione, riconfermare: riconfermare il proprio punto di vista. Quindi ribadire la riconoscenza nei confronti delle nostre Forze dell’Ordine significa dire ancora una volta, esprimere ancora una volta che occorre essere riconoscenti, occorre dire grazie alle Forze dell’Ordine. Riconosco che hai fatto qualcosa di utile, quindi sono riconoscente con te.

Si è parlato, di recente, di un’Italia quasi preda del risentimento.

Un’Italia preda del risentimento. Sapete che la preda significa vittima. E quando si è “preda” di qualcosa, si è la vittima, non si ha la forza di combattere qualcosa. In questo caso il Presidente Mattarella dice che si è parlato, di recente, di un’Italia quasi preda del risentimento, quindi vittima del risentimento. Il risentimento è un atteggiamento, un atteggiamento di avversione o di animosità verso qualcuno per un’offesa o un affronto, una ingiuria ricevuta. Quindi chi è preda del risentimento è sopraffatto dal risentimento, quindi prova del risentimento. Questo significa che l’Italia sarebbe arrabbiata per qualcosa, per un torto ricevuto. Ma Mattarella non è di questa opinione. Lui conosce un paese diverso:

Conosco un Paese diverso, in larga misura generoso e solidale. Ho incontrato tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno, affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle.

Gli italiani quindi non sono risentiti, ma sono piuttosto generosi e solidali, disposti ad aiutare e non ad offendersi.

I problemi che abbiamo davanti sono superabili. Possiamo affrontarli con successo, facendo, ciascuno, interamente, la parte propria. Tutti, specialmente chi riveste un ruolo istituzionale e deve avvertire, in modo particolare, la responsabilità nei confronti della Repubblica.

Vorrei rivolgere, in chiusura, un saluto a quanti, questa sera, non stanno festeggiando perché impegnati ad assolvere compiti e servizi essenziali per tutti noi: sulle strade, negli ospedali, nelle città, per garantire sicurezza, soccorso, informazione, sollievo dalla sofferenza.

Mattarella rivolge un saluto, cioè saluta, semplicemente, chi non sta festeggiando perché sta servendo il paese.

A loro, ringraziandoli, esprimo un augurio particolare. Auguri a tutti e buon anno.

Auguri anche da parte mia.