Le specialità italiane: le zeppole di San Giuseppe

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Trascrizione

Andrè: Buongiorno Gianni, buona festa del papà.

A proposito, si festeggia oggi anche il giorno di San Giuseppe ci potresti spiegare la ricetta delle zeppole di San Giuseppe? Che ne dici?

Gianni: grazie ed auguri anche a te (anche tu sei papà).

Giuseppina:

giuseppina_redazione
Giuseppina

Ciao Andre! siccome è San Giuseppe, allora proviamo a fare le “zeppole“:

Le zeppole le fanno tipo “ciambella”, a Napoli, mentre da noi (nel Lazio) non sono a ciambella ma sono come i bignè e sono fritti per San Giuseppe. L’impasto è sempre lo stesso per cui se vuoi farle alla napoletana le fai tipo ciambella e le metti in forno altrimenti come, le faccio io, fritte.

Allora: mettiamo in un pentolino 120 g di acqua 60 g di burro e facciamo bollire.

Non appena l’acqua bolle aggiungiamo in un colpo solo 80 grammi di farina e un pizzichino piccolo di sale e un pizzichino di zucchero e giriamo, giriamo, giriamo sempre sul fuoco facendola cuocere un paio di minuti fino a che non diventa una bella palla e si stacca dalle pareti del pentolino: bastano 2 minuti, girando sempre però, senza farla attaccare.

A questo punto versiamo questo impasto in una terrina e ci mettiamo, uno alla volta, due uova, prima il primo uovo, poi giriamo fin quando non l’ha assorbito bene, poi mettiamo il secondo uovo e continuiamo a mescolare, ed è fatta.

Se vuoi farle a ciambella con una saccapoche fai la forma delle ciambelle e la metti in forno a 220 gradi (perché il forno serve alto) x 10 minuti; dopo le apri e le riempi di crema.

Altrimenti metti una padella con l’olio sul fuoco e quando è bello bollente, a cucchiai, metti l’impasto tipo frittelle dentro la padella che frigge mettendone 3-4 per volta col fuoco prima alto e poi, dopo pochissimo (appena si sono gonfiate) lo  abbassi un pochino così si cuoce anche dentro e dopo anche questi le riempi di crema pasticcera.

Puoi prenderla anche fatta. Non posso mettermi le foto perché oggi non ho tempo di farli la prossima volta.

Vediamo se vi riescono. Ciao!

Io non sono una cuoca eh? Per cui vi do le ricette casalinghe, magari tradizionali, ma modificate ad uso familiare. Comunque riescono perché sono ricette provate e riprovate tante volte e sono semplicissimi. Se riesco a farli io potete farli tutti quanti voi!

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I carciofi alla romana a modo mio

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Descrizione

giuseppina_redazione

La ricetta dei carciofi “alla giudia“. Stasera aggiungeremo la spiegazione dei termini più difficili.

Trascrizione

Giovanni: buonasera a tutti, oggi vi faccio ascoltare la ricetta di un piatto eccezionale. La voce è sempre quella di Giuseppina, mia madre, titolare della rubrica “le Specialità ditalia“. Una ricetta italiana, ma che dico italiana: laziale. Ma che dico laziale: romana!

Spiegalo meglio tu mamma!

Giuseppina: Da noi questa è la stagione dei carciofi, un ortaggio adatto a tante ricette di cucina e ricchissimo di antiossidanti, vitamine e sali minerali.

Sono utili in questo periodo dell’anno in cui siamo esposti ad acciacchi e malanni, oltre che depurativi. Io li adoro.

Son molte le varietà coltivate, io stamattina ho comprato i cimaroli romaneschi.

I cimaroli sono quelli che crescono al centro della pianta, sono considerati i migliori da cuocere alla giudìa, ovvero prima stufati nell’olio e poi fritti o, appunto, alla romana.

Servono: carciofi (io ne preparo 2 a persona), prezzemolo, 3, 4 spicchi di aglio, olio abbondante, sale e pepe.

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Prepariamo una ciotola con acqua e 2 cucchiai di aceto oppure succo di limone, dove metteremo i carciofi a bagno, mano a mano che li puliamo.

carciofi2

Si puliscono così: tagliamo i gambi alla base, togliamo le foglie più dure, sbucciamo anche i gambi fino alla parte tenera, gli tagliamo poi le punte.

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Poi li togliamo dall’acqua, allarghiamo poco poco le foglie, senza romperli, e ci mettiamo al centro un pezzettino di aglio, e un pochino di prezzemolo, sale e pepe.

Li sistemiamo in una pentola senza lasciare troppo spazio vuoto e irroriamo di abbondante olio, deve restarne almeno 1 cm sul fondo della pentola, aggiungiamo un mezzo bicchiere di acqua e mettiamo a cuocere a fuoco medio.

Durante la cottura potrebbe servire di aggiungere un altro pochino di acqua, non devono attaccare alla pentola altrimenti sono amari.

carciofi0-1

Dopo circa 15 minuti li giriamo , continuiamo altri 15 minuti circa e sono cotti.

Buoni, buoni, buoni. Buon appetito.

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Giovanni: allora vediamo chevmia madre ha utilizzato alcuni verbi particolari:

Irrorare: un verbo con ben quattro erre. Mica facile trovarne di altri. Irrorare significa cospargere, versare, bagnare, riempire di liquido, mettere sopra. Solo una sostanza liquida si può irrorare, come l’olio d’oliva appunto. Irrorando i carciofi con dell’olio si mette dell’olio sopra i carcuofi in modo omogeneo, uniforme.

Sbucciare: sbucciamo anche i gambi fino alla parte tenera. Questo generalmente significa togliere le bucce. Le arance hanno la Buccia, le mele, le pere eccetera.

Il verbo in genere è riferito a frutta e verdure, e si può spiegare dicendo “privare della buccia”, cioè togliere la buccia. Al limite potete dire anche pelare. Molto simile in effetti ma pelare si usa con le patate, che ugualmente hanno una buccia. In genere pelare però si riferisce ai peli e non alla buccia. Probabilmente pelare le patate si usa per via del fatto che le patate sembrano avere una pelle più chebuna buccia: pelle è simile a pelare.

In alternativa esiste anche sfogliare, cioè togliere le foglie, ma senza dubbio sbucciare è ul verbo più adatto per i carciofi.

Mia madre ha usato anche il termine “cimaroli” per indicare un tipo particolare di carciofi. Cimaroli viene da cima cioè punta. I cimaroli stanno sulla punta ed al centro della pianta dei carciofi, sono in cima alla pianta,come la neve che sta sulla cima delle montagne.

I Cimaroli o Mammole sono i carciofi più buoni ed anche i più grandi della pianta.

Vediamo poi cosa significa questo nome: I carciofi alla giudia. Alla giudia (attenzione all’accento) significa alla maniera degli ebrei, cioè seguendo la città giudaica.

Potremmo dire anche carciofi alla giudea, con la lettera e al posto della i, ma in realtà la ricetta dei carciofi si chiama alla giudia.

Sono una ricetta tipica del lazio, e se capitate a Roma potete assaggiare i carciofi alla giudia un po’ dappertutto, ma in special modo nel quartiere denominato “il ghetto ebraico di Roma”.

I carciofi alla romana sono quelli che ha cucinato mia madre e sono leggermente diversi da quelli alla giudia, poiché c’è anche aglio, prezzemolo e/o mentuccia ed inoltre i carcuofi vanno stufati, anzichè fritti. Stufare un alimento, significa cuocere a lungo a fuoco lento o medio, in un recipiente ben chiuso.

Un giorno, molto vicino, le ricette di mia madre finiranno in un audiolibro.

Nel frattempo voglio dire a tutti che abbiamo già realizzato due Audiolibri, il primo per principianti ed il secondo per un livello intermedio.

Potete acquistarli su Amazon oppure su italianosemplicememte.com.

Ringrazio infine i donatori di italiano semplicemente che mi permettono di togliere la pubblicità dal sito. Un saluto a tutti.

Questi invece sono carciofi alla giudia (fritti)

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Le specialità italiane: I supplì

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Trascrizione

Oggi per le nostre specialità italiane voglio farvi assaggiare dei meravigliosi supplì di riso.Prima proviamo a fare un po’ di storia sul riso?

Il Riso si diffuse definitivamente in Europa all’inizio del VIII secolo con l’invasione degli arabi, che lo introdussero.

Risultò da subito apprezzatissimo in ambito alimentare.

In occasione delle grosse carestie, guerre ed epidemie, che si verificarono in quegli anni, la necessità di un cereale altamente produttivo in grado di sfamare molte persone divenne indispensabile.

Nel millecinquecento il riso entrò nella schiera dei nuovi alimenti con i quali placare la fame contadina e fu probabilmente a causa di questa immagine di cibo povero, che il riso non trovò particolare attenzione nei ricettari delle corti cinquecentesco.

Non è facile reperire dei dati sulla produzione e sulla superficie dedicata alle risaia nel corso dei secoli, anche per le alterne vicissitudini di questa amata o odiata coltura, (nei secoli passati si credeva che le risaie fossero causa delle epidemie di malaria. In Italia, durante l’occupazione napoleonica però, risulterebbero già coltivati 40.000 ettari in Piemonte e 120.000 ettari in tutta Italia, mentre nel 1860 solo in provincia di Vercelli sarebbero coltivati a riso 30.000 ettari.

Sono ancora queste le zone dove si produce la maggiore quantità di ottimo riso.

Ora ci sono moltissime qualità di riso, tutte pregiate ed ognuna adatta ad un tipo di cottura.

Il primo fra tutti sicuramente è il Carnaroli, ossia il riso più utilizzato e più pregiato nella cucina italiana.

La sua particolarità risiede nella sua capacità di non scuocere e non disgregarsi, ed è per questo che è indicato per la preparazione di risotti, ma non solo.

Adesso che abbiamo fatto un bel risotto e ne è avanzato un po’ cosa ci facciamo? Io ci farei qualche supplì.

Vogliamo provare a farli?

Allora prendiamo il nostro risotto, che può essere sia con verdure che con ragù di carne, o di pisellini, o semplicissimo, lo mettiamo in una ciotola quando è ben freddo.

Ci aggiungiamo del parmigiano grattugiato a piacere, un uovo, giriamo bene, ne prendiamo un po’ sulla mano, mettiamo un pezzettino di mozzarella o altro formaggio e chiudiamo tutto intorno formando una pallina ovale grande come un uovo.

La passiamo nel pane grattugiato e la friggiamo in abbondante olio bollente. Bastano pochi minuti.

Sentirete che bontà! Adatti sia per cena, che per una festa di adulti o dei bambini, andranno a ruba, provate.

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Le specialità italiane: le coppiette

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Trascrizione

Giovanni: buonasera a tutti, o buongiorno, bentornati con italianosemplicemente.com e con Giovanni, il sottoscritto, chi vi parla in questo momento e anche da parte di mia madre Giuseppina, che ascolterete tra poco.

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Se dico Giuseppina avete già capito che questo è un episodio dedicato alle specialità culinarie italiane. Ebbene si! Stavolta parliamo di coppiette.

Ma cosa sono le Coppiette? Lasciamo che ce ne parli mia madre.

Giuseppina: Le coppiette sono un antipasto, certamente non romantico ma di sicuro molto appetitoso.

Cosa saranno mai?

Si tratta di striscioline di carne magra, larghe circa 3 cm e lunghe circa 10, originalmente solo di cavallo, ma in seguito anche bovina o suina, salata, pepata e aromatizzata.

Da noi, nel viterbese, vengono preparare con i fiori di finocchio selvatico e legate due a due, ecco perché si chiamano coppiette, con un pezzettino di spago e sono messe ad asciugare appese in un luogo freddo e arioso o sotto il camino.

Si conservano per mesi e questo, negli anni passati, faceva si che fossero cibo dei pastori durante i periodi estivi sui pascoli in montagna.

Questo una volta, perché adesso per noi che abbiamo vite diverse, per fortuna, sono semplicemente uno snack carnivoro buono e nutriente, con cui è gradevole gustare una birra o un buon bicchiere di vino. Provatele, sono piccantine e buonissime.

Giovanni: la parola coppietta ora è più chiara dunque: parliamo di carne essiccata, cioè privata dell’acqua attraverso un processo naturale: si lascia asciugare in un luogo. In questo modo la carne si secca ed assume l’aspetto particolare oltre che quella durezza fibrosa al morso.

Ma forse qualcuno di voi saprà che con questa parola “coppietta” viene indicata anche una coppia di fidanzati, di innamorati dunque. In senso affettuoso quindi la coppietta è una coppia di fidanzati, generalmente giovane. Più in generale una coppietta è costituita da due unità considerate come una cosa sola. È quello che avviene anche con le coppiette di carne essiccata.
Mia madre vi ha parlato della preparazione delle coppiette nel viterbese, la sua zona, quella in cui anche io sono cresciuto.

Il viterbese è l’area del territorio della provincia di Viterbo, una delle città della regione Lazio.

Viterbese quindi vuol dire “di Viterbo” e questo è sia un aggettivo sia un sostantivo. Il viterbese, come sostantivo, può quindi indicare sia un abitante di Viterbo, la città laziale, sia lo stesso territorio, come lo ha utilizzato mia madre.

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Questo si fa con un po’ tutte le città italiane. Esiste quindi il bellunese per la città di Belluno, come esiste anche il palermitano per la città di Palermo, solo per fare due esempi.

Spero riusciate prima o poi ad assaggiare questa specialità laziale, piccante e salata al punto giusto per via del sale e del peperoncino, preparatevi a bere molto quando mangiate le coppiette.

Un saluto dal Lazio.

Le specialità italiane: l’olio extravergine d’oliva del Lazio

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com. Io sono Giovanni, il creatore di italiano semplicemente, il sito web per migliorare il proprio italiano ed imparare un po’ della cultura italiana. È anche questo l’obiettivo della rubrica “le specialità italiane” curata da mia madre Giuseppina.

Imparare l’italiano e conoscere l’Italia e le sue specialità. Oggi tocca all’olio extravergine di oliva della regione Lazio.

Ce ne parla appunto mia madre, Giuseppina, che abita come me nel Lazio, una regione del centritalia. A te la parola mamma.

Giuseppina: vi parlo dell’olio doliva delle nostre colline, quelle del Lazio, dove vivo io.

L’olivicoltura, nella nostra area, risale al tempo degli Etruschi che hanno raffigurato scene relative alla raccolta delle olive, sui vasi e sugli affreschi delle tombe; ma l’antichità di questa tradizione è testimoniata anche dalla presenza di piante secolari di dimensioni maestose, che caratterizzano le dolci colline di questa zona.

L’olio, denso e profumato, che si ricava dalle olive, è ormai ritenuto universalmente alimento fondamentale della dieta Mediterranea.Esso è particolarmente

Esso è particolarmente ricco di vitamina E, polifenoli ed antiossidanti. Grazie alla sua alta digeribilità è particolarmente adatto per insaporire e valorizzare le pietanze più diverse, che siano a base di carne, pesce, zuppe o semplici verdure.

A me piace tantissimo crudo, come unico condimento di verdure cotte o crude o semplicemente sul pane.Provate, vedrete non c’è niente di più buono.

Provate, vedrete non c’è niente di più buono.

Giovanni: bene grazie mamma. Giuseppina ci ha parlato dell’olivicoltura, una sola parola che significa semplicemente la coltivazione della pianta dell’olivo, la pianta che ha anche il nome di ulivo, con la u.

È un albero da frutto il cui frutto sono le olive. Gli olivi o ulivi vengono coltivati negli oliveti.
Un oliveto (o uliveto) è pertanto un terreno piantato a olivi, ma potete chiamare così anche l’insieme degli olivi che vi sono piantati.

Ci sarebbe molto da dire sulle olive e sull’olio extravergine d’oliva, oggi mia madre vi ha proposto un suggerimento, quello di mangiarlo crudo sul pane. Questo però è consigliabile farlo solamente con l’olio extravergine d’oliva (spesso chiamato olio Evo nelle ricette) e non con olio d’oliva.

Qiello extravergine è il più pregiato. Meglio ancora se è fresco.
Le piante secolari sono le piante, cioè gli alberi che hanno uno o più secoli, cioè almeno 100 anni di vita. Gli ulivi secolari sanno esprimere il miglior olio possibile.

La Dieta mediterranea infine è un modo di alimentarsi, rappresenta uno stile di alimentazione, un regime alimentare famoso in tutto il mondo. Diffusa siorattutto nell’Italia centro meridionale.

Semplice fare la dieta mediterranea, se si hanno gli alimenti per farla: ogni giorno cinque porzioni di frutta o verdura, molta acqua (un paio di litri). Carne e pesce bisogna consumarne in musira moderata, preferendo la carne bianca alla rossa. La stessa cosa vale per le uova, i legumi, latticini, vino e dolci.

Riguardo ai grassi, l’olio extravergine è alla base della dieta mediterranea, ma non occorre esagerare. Neanche a dirlo, niente cibo spazzatura. Un saluto da Roma.

Continuate a seguire italiano semplicemente.

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Le specialità italiane: il radicchio rosso.

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Trascrizione

Giovanni: bentornati a tutti su italianosemplicemente.com, il sito per migliorare il proprio italiano. Io sono Giovanni ed oggi, per la nostra rubrica “le specialità italiane” ci occupiamo di… ve lo lascia spiegare da mia madre, che si chiama Giuseppina. Poi vi spiegherò qualche termine che potrebbe risultare difficile per qualche straniero.

Giuseppina: Oggi parliamo del radicchio rosso, un eccellente prodotto ortofrutticolo del nord Italia, una specialità con Indicazione geografica protetta.

Il radicchio è una varietà di cicoria caratterizzato da un colore rosso scuro intenso, con striature bianche, ha una consistenza croccante e un inconfondibile gusto delicatamente amarognolo.
Se volete, con un radicchio ed una arancia, prepariamo una deliziosa insalata, ricchissima di vitamine e Sali minerali che ci aiuteranno in queste giornate fredde .
Basta sfogliare, lavare e tagliare a pezzettini il radicchio rosso, sbucciare una bella arancia e farla a fettine.
Ora li mettiamo in un piatto e condiamo con sale ed abbondante olio extra vergine di oliva delle nostre colline, è pronta.
Domani vi racconto qualcosa sul nostro olio.
Giovanni: allora, grazie mamma. Mia madre vi ha parlato di un prodotto ortofrutticolo del nord Italia, una specialità con Indicazione geografica protetta.

Un prodotto “ortofrutticolo” – una sola parola – che viene dalle due parole orto e frutta.

Orto, nella lingua italiana, deriva dal latino, significa giardino, ma si tratta in particolare di un piccolo appezzamento di terreno recintato, un piccolo pezzo di terra – si dice anche così – in genere è adiacente alla casa, ciò vicino, attaccato alla propria abitazione, nel quale si coltivano piante da frutto e ortaggi, tra cui può esserci il radicchio rosso anche, ma anche semplice insalata, carote, patate eccetera. Quindi un prodotto ortofrutticolo è un prodotto che viene coltivato e quindi riguarda gli ortaggi e la frutta dal punto di vista della produzione e del commercio.
Indicazione geografica protetta invece indica che quel prodotto è un prodotto speciale.

Quando si fa la spesa al supermercato, possiamo vedere che su molti prodotti agroalimentari e quindi anche ortofrutticoli, ci sono delle scritte, delle etichette, dei marchi, come ad esempio IGP, oppure anche il marchio DOP o STG.

IGP, la prima delle tre sigle, significa proprio indicazione geografica protetta e significa che quel prodotto è un prodotto tipico di uno specifico territorio italiano: una specialità di un territorio italiano.

I prodotti che hanno una sigla indicazione geografica protetta sono quindi tipici, originari di una determinata area geografica e che, per questo motivo, sono più protetti degli altri prodotti ed hanno una maggiore qualità ed una maggior reputazione. Il marchio Igp è indice di qualità.

Di conseguenza sono prodotti anche tutelati giuridicamente.

Proprio come il radicchio rosso, dal gusto un po’ amaro, cioè amarognolo, che ha delle striature bianche, cioè delle strisce, delle righe, delle linee bianche. Se vi capita mangiatelo non solo perché è buonissimo ma anche perché ha notevoli proprietà antiossidanti ed è anche molto utile alle persone in sovrappeso, per combattere la stitichezza e la cattiva digestione.

Grazie per l’ascolto a tutti.

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Le specialità italiane: le salsicce. A cura di Giuseppina

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Giovanni: buongiorno amici di italiano Semplicemente. Inizia oggi una nuova rubrica, disponibile per tutti i visitatori di Italiano Semplicemente.

La rubrica è curata interamente da mia madre, Giuseppina, che vi parlerà delle specialità culinarie italiane. Tra le nostre specialità, mia madre ha deciso di iniziare dalle salcicce (o salsicce, più corretto). Parliamo di carne dunque. A te la parola mamma:

Giuseppina: Le nostre specialità. Un pochino per volta voglio farvi conoscere le nostre specialità alimentari, prodotti diversi in ogni regione e stagione che fanno parte della nostra cultura. Fa freddo, dunque iniziamo con le salsicce?

Nelle nostre campagne si allevano ancora maiali per uso famigliare e non appena viene l’inverno, purtroppo per loro, vengono abbattuti e le loro carni, trasformate in prodotti meravigliosi. Uno di questi, sono le salsicce.

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Un bel camino acceso, una griglia e non serve altro, pochi minuti e una pietanza
ottima è pronta.
Per le persone che non amano mangiare per ragioni religiose questo cibo, prometto che rimedierò con la specialità di domani.

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Giovanni: bene, grazie della veloce spiegazione.

Giuseppina ci ha parlato delle salcicce, un prodotto ottenuto dalla carne del maiale.

La parola salsicce è il plurale di salsiccia. Molti preferiscono scrivere salsiccie, con la i, ma si tratta di un errore. A voce non ve ne accorgete però. Infatti le parole che terminano con CIA a volte è problematico scriverle al plurale. La soluzione sta nel guardare cosa c’è immediatamente prima di CIA. C’è una vocale? allora la seconda “i” di salsiccia rimane anche nel plurale, se invece c’è una consonante quella “i” se ne va:

Salsiccia – Salsicce

Robaccia – robacce

Pancia – pance

Invece

camicia – camicie (con la i)

fiducia – fiducie

Socia – socie

Molto breve come episodio dunque, ma saranno tutti così questi episodi della rubrica “le specialità italiane“: veloci e snelli, da ascoltare quando si ha tempo ma non quando si ha fame… potrebbe essere controproducente…:-) allora aspettiamo domani la prossima specialità italiana. Un saluto.

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