655 Più che altro

Più che altro (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: una locuzione italiana tra le più usate è sicuramente “più che altro“.

Si può usare in qualunque tipo di discorso e contesto, e si usa semplicemente per mettere in risalto un aspetto.

In genere stiamo dando una spiegazione, oppure stiamo solo rispondendo ad una domanda.

L’obiettivo però è sempre quello di risaltare, evidenziare una cosa rispetto al resto.

La locuzione non usa termini strani o figurati. Infatti “più che altro” significa esattamente questo:

In misura maggiore rispetto al resto

Soprattutto

Prevalentemente

Maggiormente

Principalmente

In prevalenza

In misura prevalente/preponderante/maggiore

Altro” rappresenta tutto il resto che viene messo in secondo piano.

Es:

Mio figlio pratica più che altro calcio.

Questo significa che mio figlio pratica diverse attività sportive, diversi sport, ma prevalentemente calcio, soprattutto calcio, maggiormente calcio, principalmente calcio, in misura maggiore calcio.

Perché farsi il vaccino Covid?

Qualcuno potrebbe rispondere:

Più che altro è una questione di rispetto per gli altri.

Perché non farsi il vaccino?

Coloro che sono contrari potrebbero dirvi che più che altro è una questione di principio.

Questo significa che entrambe le persone hanno più motivi per farsi o non farsi il vaccino, ma vogliono mettere in evidenza il motivo più importante. Poi volendo si può aggiungere altro.

In effetti “più che altro“, pur essendo equivalente a “soprattutto“, che è la forma più usata, si usa soprattutto quando si dà una spiegazione, qualunque essa sia, e si vuole evidenziare l’aspetto più importante. Perché usare più che altro allora, visto che ci sono molte alternative?

Questa locuzione direi che è un po’ meno tecnica, meno fredda delle altre e più colloquiale, molto adatta quindi ad essere usata in dialoghi e scambi di opinioni.

Spessissimo precede “perché” e “per“:

Perché studio l’italiano?

Più che altro perché mi piace, poi anche perché quando vado in Italia è certamente molto utile.

Più che altro per piacere.

Adesso volete sapere perché facciamo dei ripassi alla fine di ogni episodio?

Più che altro lo facciamo per usare le espressioni già imparate, ma anche per divertirci, per parlare e anche per sforzarci nell’usare l’inventiva e l’immaginazione.

In questo ripasso rispolveriamo anche qualche lezione di Italiano Professionale, che i membri possono trovare su google drive o anche sul sito con username e password. Per tutti gli altri la soluzione è diventare membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Daria (Russia): Buongiorno a tutti!
Ecco il mio tentativo di fare un ripasso delle lezioni di Italiano professionale. A dire il vero mi mancava l’opportunità di usare l’italiano pertanto vi propongo questo ripasso senza indugi.
Allora, permettete che mi presenti.
Mi chiamo Daria, vivo a Mosca e lavoro in un’azienda farmaceutica americana.
A dire il vero, ho cambiato lavoro due mesi fa e adesso faccio del mio meglio per imparare a svolgere le mie nuove mansioni.
Ho una certa esperienza in campo farmaceutico e mi sono fatta le ossa nel mercato russo.
Adesso lavoro per un gruppo di paesi e ci sono tante cose da imparare.
Il mio capo è una donna e si trova a Londra. Con il suo aiuto sto cominciando a prenderci la mano e tra non molto diventerò un’esperta internazionale.
I miei colleghi sono anche di altri paesi come Italia, Turchia, India. Tutti sanno il fatto loro e sono molto aperti a condividere esperienze.
Come tante altre persone siamo costretti a lavorare da casa a causa della pandemia. Per compensare la mancanza del “contatto di persona” facciamo numerose discussioni online e abbiamo creato un forte clima di feducia, ma ad onor del vero c’è anche una problematica legata alla communicazione online: mi rimane pochissimo tempo a disposizione per fare il lavoro. Ma come fare? Forse si deve andare dritti al punto e non perdere tempo per discussioni vuote?
Come fate voi? Vorrei sentire anche altre opinioni basate sulla vostra esperienza di lavoro online.

Albéric (Francia): A me non vanno molto a genio le videochat. Preferisco sempre scrivere. Ma spesso mi vedo costretto a partecipare facendo del mio meglio per tagliare corto quando possibile. Il più delle volte spengo la videocamera, una magra consolazione

André (Brasile): ciao Daria, sicuramente ti è venuto un po’ di magone nel tuo primo giorno di lavoro, sbaglio? Devo dirti che io lavoro presso un
laboratorio analisi, quindi siamo più o meno nello stesso settore, ma non ho mai fatto il mio mestiere
in modalità on-line! quindi purtroppo non vedo come aiutarti! credo che tu debba semplicemente tener fede ai tuoi principi. Sono sicuro che te la caverai benissimo.

Marcelo (Argentina): Io adesso sono in pensione, ma quando lavoravo in ufficio, mi vedevo spesso costretto a viaggiare in macchina per piú di due ore. Era come fare un percorso a tappe. Quando arrivavo in ufficio, il mio dirimpettaio, vedendo che ero di malumore mi diceva: siamo alle solite. Io non raccoglievo la provocazione, anche perché c’era del lavoro da finire. Così non mi sono mai messo a discutere con lui. Col passare del tempo però mi sono reso conto che a suo modo il collega cercava di aiutarmi. Tant’é vero che ancora oggi e dopo tanti anni, l’amicizia continua. Eccome se continua! Ci vediamo almeno due volte alla settimana e ricordiamo sempre come i problemi spuntavano a destra e a manca, e che se non fosse per i suoi consigli quotidiani tipo fare di necessitá virtú, unire l’utile al dilettevole o munirsi di pazienza, oggi non saremmo piú amici. Ma torniamo a Bomba considerando la caterva di cose che c’era da fare e il tempo che ho perso andando in ufficio e tornando a casa, vi dico, sensa farla tanto lunga, di approfittare e gioire del lavoro da remoto. Risparmierete tempo e benzina, senza contare l’inquinamento. Si, certo, i rapporti sociali da casa sono quello che sono, ma che volete, mica si può avere la botte piena e la moglie ubriaca!

654 Quant’è vero Iddio

Quant’è vero Iddio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: come usare il nome di Dio senza fare peccato, senza bestemmiare e neanche dar troppo fastidio a nessuno?

Ci sono varie locuzioni che nel linguaggio colloquiale vengono utilizzate dagli italiani e oggi vi parlerò di “quant’è vero Iddio“.

Iniziamo da Iddio, che si scrive con l’iniziale maiuscola come segno di rispetto. Iddio è una variante di Dio, usata per lo più con tono solenne o anche solamente enfatico:

Tipo:

Iddio padre onnipotente, salvaci dal male!

Nel linguaggio familiare però si usa più frequentemente per enfatizzare, come reazione a qualcosa:

O Signore Iddio!

O santo Iddio!

Soprattutto se accade qualcosa all’improvviso, che ci spaventa, o se ascoltiamo una brutta notizia, possiamo usare queste due espressioni.

Altrettanto diffusa, soprattutto tra le persone più anziane c’è anche:

O Madonna santissima!

O Maria santissima!

L’espressione quant’è vero Iddio si usa invece quando si esprime un forte convincimento.

È in realtà una specie di giuramento, una promessa che si fa a sé stessi o ad altri, una promessa talmente solenne che siete disposti a chiamare in causa Dio.

Questo accade sempre come reazione ad un fatto, che vi spinge a reagire per far sì che questo fatto non accada più o per risolvere il problema definitivamente. C’è qualcosa che ci ha stancato e che va risolto definitivamente.

Quindi ad esempio se dei ragazzi giocano a pallone sotto la mia finestra e la colpiscono proprio con una pallonata, rompendola, questo potrebbe farmi molto arrabbiare.

Magari sono diverse volte che li avviso dicendo loro che non si può giocare li e che è pericoloso, ma senza ottenere alcun risultato.

Quando però sento il vetro andare in mille pezzi grido:

Quant’è vero Iddio stavolta chiamo i carabinieri!

Quant’è vero Iddio stavolta glielo buco ‘sto pallone!

È curioso l’inizio: quant’è vero…

Si sta usando il termine “quanto“, per fare un confronto tra qualcosa di vero, qualcosa di indiscutibile e la mia promessa. Quanto si può usare per fare confronti:

Ho tanti anni quanto te

Io sono intelligente quanto te

Oppure:

Mangio quanto ne ho voglia

Ecc.

Allora “quanto è vero Iddio chiamo i carabinieri” è qualcosa di simile a:

Così come è vero che esiste Dio, allora io chiamerò i carabinieri.

Se è vero che esiste Dio, allora faccio questa cosa.

“Quanto è” diventa “quant’è“, con l’apostrofo, ma volendo si può scrivere anche separatamente con due parole.

Con questa espressione pertanto si fa una specie di promessa, ci si ripromette di fare qualcosa, sebbene poi nella realtà questa promessa spesso non venga mantenuta.

Pertanto la frase spesso resta solo una minaccia, magari per spaventare una persona o metterla in guardia per il futuro.

Quante volte ho sentito mia madre dire:

Quant’è vero Iddio stavolta t’ammazzo!

Lo ha detto più volte al nostro gatto quando rubava il cibo dal tavolo.

Ma il gatto è ancora vivo!

Allo stesso modo, al posto di Dio, si usa il proprio nome:

Quant’è vero che mi chiamo Giovanni, adesso me la paghi!

Come dire: prometto che me la pagherai, e questo è vero quanto è vero che io mi chiamo Giovanni. Si fa anche qui un confronto per dare credibilità alla propria affermazione.

Nessuno può mettere in dubbio il mio nome giusto? E neanche l’esistenza di Dio.

Naturalmente se ci sono altre cose che ritenete più credibili rispetto a Dio o al vostro nome, potete usarle come termine di paragone:

Quant’è vero che sono tuo padre, tu non uscirai più con i tuoi amici la sera per un mese!

La cosa che conta veramente è che siate arrabbiatissimi e che desideriate fortemente un cambiamento.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente. Ma prima un saluto speciale a Daria dalla Russia, che si unita nuovamente al nostro gruppo whatsapp dell’associaizone. Daria ha partecipato in passato a molti episodi. Allora ti dico bentornata e anche che questo ripasso è dedicato a te:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony (Stati Uniti): siamo felici che la nostra amica moscovita Daria sia tornata alla carica. Non mi fa mica specie in realtà. Gli studenti d’italiano dappertutto nel mondo hanno preso atto che questo gruppo va per la maggiore tra chi vuole imparare a parlare l’italiano come si deve. Dacché siamo così in tanti qua nell’associazione, non siamo mai sguarniti di persone con cui interagire e da cui imparare.

Peggy (Taiwan): questi ripassi poi non sono mai un pro forma, perché è proprio con i ripassi che le espressioni si fissano nella mente.

Marcelo (Argentina): benché bisogna fare mente locale per ricordarle tutte. Meno male che abbiamo un indice di riferimento altrimenti il grosso degli episodi non li ricorderei.

Karin (Germania): abbiamo superato i 650 episodi, senza contare che ce ne sono tanti altri che si trovano in altre rubriche. I membri più indefessi li hanno tutti a mente.

Daria (Russia): allora dovrò correre ai ripari perché sono mancata troppo a lungo. Ah, ho dimenticato di qualificarmi! sono io Daria, ma mi avrete sicuramente riconosciuta dall’accento. E grazie del vostro caloroso saluto. Bando alle ciance però. Adesso prendo e mi cimento subito con gli episodi che mi sono persa!

653 Essere alle prese con

Essere alle prese con (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Ecco un’altra espressione che sarà molto usata nei vostri ripassi in quanto molto semplice e al contempo adatta a essere usata in molte occasioni.

L’espressione è “essere alle prese con” qualcosa o qualcuno

Molti studenti già la conosceranno sicuramente ma vale sicuramente la pena di spiegarla.

Già conosciamo (si fa per dire) i molteplici usi del verbo prendere nella lingua italiana, e per coloro che vogliono farsi un’idea di quanto ho appena detto vi consiglio di dare un’occhiata all’episodio dedicato al verbo prendere.

Essere alle prese con qualcosa, come vi dicevo, è molto semplice perché significa essere impegnati in un’attività che presenta delle difficoltà o quantomeno comporta molto tempo.

Tutto qui.

Esempio.

Sono quasi due anni che l’intera umanità è alle prese con un virus.

Sapete di cosa sto parlando vero?

I poliziotti sono alle prese con dei manifestanti no-vax che stanno creando problemi.

Mia madre è sempre alle prese con le faccende domestiche.

Sono stato fino alle 21 alle prese con un cliente.

L’espressione non si usa per tutte le attività ma solo quelle lunghe e/o impegnative.

Pertanto non potete dire che, ad esempio, siete alle prese con l’ascolto di un album dei Pink Floyd poiché trattasi di un’attività piacevole.

Si deve usare sempre la preposizione “con” o le preposizioni articolate col e coi e al limite cogli, collo, colla e colle, sebbene queste ultime tre generalmente non si usano e si preferisce usare con lo, con la e con le.

Sono alle prese con lo (collo) scarico del water che non vuole funzionare

Sono alle prese col la (colla) prova di grammatica

Sono alle prese con le (colle) solite faccende domestiche

Sono alle prese coi (con i) vicini che si lamentano dei rumori

I calciatori sono alle prese cogli (con gli) impegni delle squadre nazionali.

Per due giorni sono stato alle prese col (con il) solito problema alla schiena

La parola adesso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che sono stati alle prese con ripassi impegnativi recentemente. Anche questo non è da meno direi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): pare che il Covid stia riprendendo vigore. Troppi pochi vaccini ancora. Fintantoché non l’avremo sconfitto non sarò tranquillo.

Ulrike (Germania): io sono molto facile al contatto con gli altri, amo la vita sociale. Quanto ancora potrò resistere? Se penso alla vita che facevo prima mi viene subito il magone.

Edita (Repubblica Ceca): A me invece piace stare da solo. Faccio di necessità virtù Anche se questo non va per la maggiore.

Cat (Belgio): Non so se e quando riuscirò a farmene una ragione di questa situazione. Vivere all’insegna della malattia e della distanza sociale? Proprio non è cosa per me!

Marcelo (Argentina): per farcela occorre vaccinarsi di più, altrimenti forniamo un assist al virus che crea varianti in continuazione!

Marguerite (Francia): Se è vero com’è vero che i virus vanno sconfitti con i vaccini, bisogna cercare di convincere questi no-vax, che pensano che siamo tutti stupidi. Il fatto è che probabilmente ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. A parte gli scherzi, bisogna capire da cosa nasce questa ribellione, qual è il malessere sociale che ha causato questi movimenti di protesta. Io non sono per la discriminazione a prescindere.

André (Brasile): credo che il problema sia che ci sono ancora molte persone che se ne fregano del COVID. Soprattutto i giovani.

Albéric (Francia): Hai ragione Andrém Ne ho fin sopra i capelli di loro. Ne abbiamo ancora per molto ad aspettare che invecchino? Come sarebbe bello un mondo senza giovani! Una mera utopia!

Rauno (Finlandia): Più che altro un’idea peregrina! Senza giovani non c’è futuro. Poi tanti cinquantenni non sono da meno quanto a sciocchezze.

Cat (Belgio): Assai più di peregrina M9! È soprattutto – passami il termine – una fesseria con la F maiuscola!
Harjit (India): adesso non è il caso di continuare. Altrimenti di qui a poco mi aspetto qualche lamentela sulla durata dell’episodio.

652 Prendere due piccioni con una fava

Prendere due piccioni con una fava (scarica audio)

Video YouTube

Prendere due piccioni con una fava

Trascrizione

Giovanni: Oltre che unire l’utile al dilettevole, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio, c’è anche un’altra espressione abbastanza simile per esprimere la soddisfazione che si ottiene da un’azione. Infatti un’espressione idiomatica italiana molto diffusa per esprimere l’ottenimento di un duplice obiettivo attraverso un’unica azione, raggiungere due scopi con una sola azione. è prendere due piccioni con una fava.

Una strana espressione a prima vista, ma cominciamo dalla fava. La fava è una pianta leguminosa, quindi produce dei legumi, simili ai fagioli e simile ai fagiolini come aspetto. Ebbene, pare sia proprio la fava che era un tempo utilizzata per cacciare i piccioni selvatici. un metodo abbastanza crudele. Dunque ogni piccione mangiava una fava e così veniva catturata attraverso un filo legato alla fava stessa.

Non credo fosse possibile usare una sola fava per catturare due piccioni, ma tant’è che questa è l’espressione che viene usata quando si vogliono ottenere due risultati con una sola azione.

Vi faccio qualche esempio:

Facendo un episodio ogni giorno, riesco a prendere due piccioni con una fava: essere utile per molti stranieri che vogliono migliorare la conoscenza della lingua italiana e allo stesso tempo avere l’opportunità di parlare con persone di tutto il mondo. Infatti di questo episodio come anche degli altri ne parliamo nel gruppo whatsapp dell’associazione.

Se domani vado al mare, posso prendere un po’ di sole e rilassarmi e magari potrei prendere due piccioni con una fava se incontro quella ragazza che mi piace tanto.

Un duplice obiettivo con una sola azione. A proposito di “duplice“. Deriva da “due” ed è analogo a “doppio”.

Analogamente esiste anche triplice che viene da “tre” e quadruplice che viene da “quattro”.

Es:

I documenti vanno presentati in duplice copia

Quindi è necessario presentare due copie dei documenti.

Si potrebbe anche dire:

La nostra azione ci permette di conseguire/ottenere un duplice effetto

Il criminale ha commesso un duplice omicidio

Il nostro obiettivo è duplice: insegnare la lingua e far divertire gli studenti. Anzi è anche triplice: lo facciamo senza ammazzare gli studenti di grammatica!

Qualcuno si starà chiedendo come si chiamano questi aggettivi dal numero 5 in poi. In realtà il loro uso è rarissimo, tanto che anche gli italiani è difficile che li conoscano: quintuplice, sestuplice, settemplice, ottuplice…

Non ci pensate che è meglio. Piuttosto, adesso che avete imparato una nuova espressione, con questo episodio potete prendere due piccioni con una fava ripassando qualche episodio passato. La parola ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Edita (Repubblica Ceca): In inglese non tiriamo le fave ai piccioni. In compenso ammazziamo gli uccelli con le pietre. Si dice dice infatti “kill two birds with one stone“. Scusate se la mia non è una signora pronuncia. E aggiungo che in Repubblica Ceca, per esprimere: “prendere due piccioni con una fava, diciamo: “uccidere due mosche con un colpo”.

Andrè (Brasile): in portoghese invece a cascar male sono i conigli (matar dois coelhos com uma cajadada só).

Ulrike (Germania): in Germania siamo più buoni e abbiamo preso di mira le mosche come in Repubblica ceca. Si dice infatti (zwei Fliegen mit einer Klappe schlagen)

Irina (Russia): comunque prendere i piccioni usando una fava mi sembra un metodo poco ortodosso e per giunta poco rispettoso verso gli animali. In russo comunque questo proverbio viene come: “uccidere due lepri con un sparo”. Anche noi non ci andiamo piano con questi poveri animali.

Marguerite (Francia): Noi siamo i più buoni di tutti: il modo di dire francese che è: “faire d’une pierre deux coups“. Da noi tutte le bestie la passano liscia.

Harjit (India): neanche a noi va a genio fare del male agli animali, e quindi usiamo l’espressione “una freccia due bersagli” con nessuna allusione alla caccia.

Peggy (Taiwan): a casa mia si dice “un’alzata, due prese” ma anche “un arco, due aquilepurché gli amanti degli animali non si arrabbino. Forse avrei dovuto sincerarmene e dire la seconda frase previa autorizzazione!

651 Unire l’utile al dilettevole

Unire l’utile al dilettevole (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: cosa c’è di più bello nel fare una cosa utile e al contempo questa cosa è anche divertente?

Diciamolo meglio: cosa c’è di più bello nell’unire l’utile al dilettevole?

Unire l’utile al dilettevole è una locuzione italiana molto diffusa, dal significato abbastanza chiaro. Se non è chiaro, probabilmente è per via del fatto che il termine dilettevole non si riesce a comprendere.

Dilettevole è un aggettivo che ha lo stesso significato di gradevole, piacevole, divertente, spassoso.

Deriva dal termine diletto, che quindi è un sentimento, una sensazione di compiacimento o di soddisfazione, analogo al divertimento, ma non è detto si debba ridere. La cosa che conta è che sia qualcosa di gradevole, qualcosa che ci dà soddisfazione.

Quindi quando un’attività è utile, spesso accade che non è affatto gradevole, ma dobbiamo farla lo stesso.

Invece quando si unisce l’utile al dilettevole si fa qualcosa che è sia utile che dilettevole.

Dilettevole è un aggettivo che si usa quasi sempre in questa locuzione. In genere si preferisce usare “gradevole”, ad ogni modo dilettevole è adatto soprattutto per descrivere un’attività, qualcosa che si fa.

Un’attività che dà piacere, gioia, sollievo o conforto possiamo dire che ci dà diletto e che questa attività è dilettevole.

Non si usa in genere per descrivere una persona, al contrario di gradevole.

Poi esiste anche dilettare:

L’aurora boreale è uno spettacolo che diletta la vista.

Dunque vedere l’aurora boreale è una gioia per gli occhi, dà soddisfazione e piacere.

Ci diletta vederla? Ovviamente sì.

Ogni giorno mi diletto a scrivere un nuovo episodio.

Un’attività che evidentemente mi procura piacere.

Perché insegno l’italiano agli stranieri? Lo faccio per diletto, cioè perché mi piace. Mi diletta farlo.

Adesso voglio dilettarvi con un bel ripasso, che dà diletto a chi lo fa, a chi lo registra e chi lo ascolta.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Komi (Congo): un mio caro amico mi ha raccontato che sua moglie si è assentata qualche giorno e adesso tocca a luifare le lavatrici e le lavastoviglie, però lui, nonostante glielo avesse promesso, poi voleva assumere una colf, perché, in quanto uomo, non dovrebbe occuparsi delle faccende domestiche. È una questione di principio, a suo dire.

Harjit (India): mamma mia! Si dà il caso che siamo nel 2021! Il tuo amico si trovasse qualsiasi altro pretesto!

Mary (Stati Uniti): Un principio privo di fondamento secondo me! Ci sono donne che devono armarsi di pazienza per sopportare i loro mariti! Altro che storie!
.
Marcelo (Argentina): A chi tocca non s’ingrugna! Lui dovrebbe senza remore far che la sua relazione non ne risenta.

Peggy (Taiwan): Anche a me pare che questa situazione debba essere presa con le molle. Al suo posto darei manforte alla povera moglie.

Irina (California): Non è tempo di venir meno alle sue promesse. Buon per lui se fa le cose come si devono.

André (Brasile): Per caso il tuo amico si chiama Giovanni? A me ha detto di sentirsela di autare sua moglie con le faccende domestiche, ma in realtà quand’è il momento fa sempre il finto tonto e esce di casa per giocare a calcetto con gli amici. Non l’aiuta neanche per sogno! Io al posto di sua moglie, non sarei così accondiscendente.

Karin (Germania): La questione secondo me non si pone, sempre che lui non abbia voglia di vedere le brutte fra poco quando tornerà la sua dolce metà.

Albéric (Francia): Pensate che lui non sarà all’altezza? A me lui ha detto che per togliersi questo sassolino dalla scarpa ha preso e ha mandato di sua volontà la moglie dalla mamma! “Non ho niente da rosicare” mi hai detto! Una bella faccia tosta comunque! Sapevo che non me la raccontava giusta!

Ulrike (Germania):
Veramente un comportamento fuori luogo. Di questo passo dove andrà a finire questo! Se lei un giorno gli desse il benservito ne avrebbe ben donde.

650 Una questione di principio

Una questione di principio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: non sono sicuro se uno studente non madrelingua di livello intermedio della lingua italiana sappia usare il termine “principio“.

La prima cosa che viene in mente ad un italiano è il fatto che somiglia molto alla parola “inizio“.

Può infatti rappresentare il primo momento:

Al principio non mi resi conto di ciò che stava accadendo

Il principio del mio discorso contiene i ringraziamenti

E’ il momento di dare principio al mio nuovo libro

Ricomincia dal principio

Quindi si parla di tempo ma non solo. Posso anche parlare di tempo e di spazio:

Il principio del nostro viaggio fu visitare Roma.

Spesso viene direttamente contrapposto al termine “fine”. Quindi c’è ad esempio il principio di un libro e la fine di un libro. E’ dunque un termine più concreto rispetto a “inizio” perché spesso si preferisce quando il periodo è circoscritto e specificato, o comunque dove almeno l’inizio è ben determinato:

Il principio dell’anno

Il principio del mese

il principio di una nuova vita

Non è un caso che all’inizio degli studi di una lingua si parli di principiante di una lingua.

Questa persona si trova al principio degli studi, che iniziano in un momento determinato.

Si usa spesso, ad ulteriore conferma di questo, la frase “dal principio alla fine, che significa completamente, per tutta la durata, per tutta l’estensione, per tutta la lunghezza ecc.

Devo studiare la prima guerra mondiale dal principio alla fine

Dal principio alla fine del libro

I tifosi hanno sostenuto la squadra dal principio alla fine della partita

Il tuo discorso è chiaro dal principio alla fine

Spesso succede che, sempre perché si parla di periodi con un inizio ben preciso, il termine principio sia simile anche a causa, origine di uno o più cose che sono accadute dopo.

Il Covid fu il principio delle difficoltà di Marco
La vincita alla lotteria fu il principio della fortuna della mia famiglia

Un secondo significato molto importante del termine è simile al termine “concetto“, di qualcosa che sta alla base di un ragionamento o di una convinzione, che possono formare anche una vera disciplina, una scienza, una dottrina.

Simile anche al “fondamento” di cui ci siamo occupati nell’episodio 256.

Come si usa quindi il termine principio in questo senso?

Posso dire che ogni religione ha i suoi principi su cui è fondata, i suoi convincimenti, qualcosa che è considerato vero o valido.

Anche una scienza ha i suoi principi. Infatti si parla di “metodo scientifico” , fondato su principi come il principio della riproducibilità degli esperimenti per alcune scienze, oppure il principio di dire la verità e agire razionalmente sulla base di dati di pubblico dominio, accessibili. I principi impongono delle regole da rispettare o cose in cui credere, quindi coinvolgono questioni anche morali, come i principi del cristianesimo. I dieci comandamenti da rispettare sono tra i principi fondamentali della fede cristiana.

Quando costruisco una disciplina su delle basi generali, posso ugualmente chiamarli principi, perché è da questi principi che deriva tutta la teoria.

Avete fatto caso che molti libri scolastici si chiamano così:

Principi di economia

Principi di statistica

Principi del diritto

ecc.

Ma anche più banalmente, senza chiamare in causa religioni, scienze o discipline, anche un semplice ragionamento è basato su dei principi che è qualcosa che si ritiene vero, quindi convinzioni o presupposti essenziali. Anche questi sono principi.

Io ad esempio parto dal principio che per imparare una lingua occorre ascoltare molto e parlare molto. I principi su cui si basa il mio pensiero sono le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Se tu mi dici che per ottenere un risultato, per raggiungere un obiettivo puoi usare qualsiasi mezzo, io posso risponderti che il principio secondo cui il fine giustifica i mezzi non lo accetto. Questo è un principio sbagliato.

Il tuo discorso è basato su un principio sbagliato.

Una frase molto diffusa è poi “una questione di principio“.

Questa frase si usa quando si tiene molto ad una regola, si ritiene che una regola sia importante, che un principio sia importante, e che quindi vada rispettato, anche quando, al limite, le conseguenze del non rispettarlo possono sembrare trascurabili.

Vediamo come si usa:

Non puoi passare in questa strada, non vedi che è senso vietato? Non importa se è notte e non c’è nessuno adesso. E’ una questione di principio.

Quindi questa regola non dev’essere posta in discussione, questo divieto vale sempre, anche se non passa nessuno, anche se è notte.

No, io non mi vaccino perché sono contrario al vaccino. Non importa se sarò licenziato, non importa se il vaccino è gratuito. Ne faccio una questione di principio.

Lo Stato non deve pagare i tamponi ai no-vax, è una questione di principio.

Un’altra frase molto usata è:

In linea di principio

Che significa: sul piano teorico.

In genere quando usiamo questa locuzione lo si fa sempre in contrapposizione ad una nostra idea che è contraria, perché la teoria e la pratica spesso non vanno d’accordo.

Non sono contrario in linea di principio ai vaccini, però mi sembra ingiusto costringere le persone a farlo.

Significa che non ho alcun convincimento che mi fa andar contro ai vaccini, non ho prove che siano nocivi per l’uomo, non sono un no-vax, però sono contrario all’obbligo alla vaccinazione per una questione di libertà, anche se vaccinarmi non va contro ad un mio principio.

Evidentemente chi ragiona in questo modo si basa sul principio secondo cui non si possono obbligare le persone a vaccinarsi per una questione di libertà. Un principio che non trova invece d’accordo coloro che mettono il principio della salute al primo posto.

La tua libertà finisce dove comincia la mia!

Anche questo è un principio.

Si parla spesso anche di sani principi.

Se una persona è di sani principi significa che è una persona onesta e corretta, ma lo si può dire anche di chi non ha mai fumato, ha sempre creduto nello studio, non si è mai drogato, chi desidera avere una famiglia e crescere dei figli.

Sin dal principio dell’episodio sapevo che sarei andato ben oltre i due minuti. Pazienza. A chi mi ascolta e si lamenta di questo rispondo che in linea di principio avete ragione ma non ne facciamo una mera questione di principio altrimenti non riesco a dire tutto ciò che vorrei.

Non resta che ripassare allora. La parola ai membri:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Rafaela (Spagna): scusate ragazzi, vorrei sapere se conoscete Torquator Tasso. Badate bene, ho messo una r in più (Torquator) e qualcuno potrebbe pensare si tratti di un errore. Urge allora una delucidazione in merito.

Albéric (Francia): bisogna prendere atto che ci sono quantomeno tre cose che hanno questo nome, con o senza erre.

M3: A scanso di malintesi qualcuno potrebbe fare luce? Attendo lumi.

Marcelo (Argentina): Torquato Tasso è stato un scrittore e poeta italiano del XVI secolo. Il suo capolavoro è considerato il poema “Gerusalemme liberata”. L’opera, che poi sarebbe stata pubblicata solo a 40 anni dalla sua morte, verte sulla prima crociata e la guerra tra cristiani e musulmani.

Harjit (India) : cosa dire circa il secondo significato? Torquato Tasso è anche un’opera teatrale di Johann Wolfgang von Goethe, uno scrittore tedesco, direi anzi lo scrittore tedesco per antonomasia. Goethe ha scritto quest’opera durante un viaggio in Italia e ha anche visitato la citta di Ferrara, là dove Torquato Tasso aveva vissuto.

Hartmut (Germania): Torquator Tasso (con la erre finale stavolta) è invece un cavallo tedesco. Si tratta di un cavallo da corsa. Quest’anno ha partecipato alla famosa corsa Prix de l’Arc de Triomphe in Francia. Volete sapere se ho scommesso su di lui?
Nemmeno per sogno! Infatti mai avrei pensato che Torquator Tasso potesse raggiungere uno dei primi posti, e i fatti era quotato 1:100! A priori le probabilità che vincesse erano remote. Sennonché invece ha vinto!

Rauno (Finlandia): bravissimi! Siete stati molto concisi. Ben vengano i membri che hanno queste idee geniali sui ripassi. Così possiamo unire l’utile al dilettevole, o se vogliamo prendere, come si suol dire, due piccioni con una fava.

Peggy (Taiwan): hai detto unire l’utile al dilettevole? Questa non è stata ancora spiegata ancora! E neanche prendere due piccioni con una fava. Le hai usate anzitempo, forse per sbaglio?

Irina (California): infatti fortuna vuole che sarà l’argomento del prossimo episodio. Ormai la frittata è fatta. Ci aggiorniamo domani.

649 La frittata è fatta

La frittata è fatta (scarica audio)

Trascrizione

Giuseppina: qualche tempo fa abbiamo visto un’espressione particolare in cui è presente la parola “frittata“.

Sto parlando di rigirare o rivoltare la frittata, che, se ricordate, significa rimangiarsi quanto detto o promesso in precedenza, o anche cambiare le carte in tavola (un’altra espressione simile).

Rimanendo sempre in tema di frittata, oggi vediamo come “fare una frittata“.

Questa però non è una lezione di cucina, non voglio insegnarvi una ricetta anche perché è abbastanza facile fare una frittata nel senso proprio del termine.

Basta prendere delle uova, sbatterle, metterci del sale se volete e poi versare le uova in una padella in cui avete fatto scaldare poco olio.

No, non è questo che vorrei fare oggi, sebbene l’abbia appena fatto!

Voglio invece dirvi che fare una frittata ha anche un senso figurato. Stiamo parlando di un grosso guaio combinato da qualcuno, un guaio solitamente irreparabile. Si tratta di guai mai troppo seri comunque in questo caso.

Vediamo qualche esempio:

Un uomo si è distratto col telefono mentre guidava senza accorgersi che c’era la polizia. Quando se n’è accorto ormai la frittata era fatta.

Se si fosse accorto prima della polizia avrebbe potuto rimediare ma così non è stato e ha preso una bella multa.

Per fare uno scherzo a sua moglie, Giovanni le ha detto via whatsapp di avere un’amante e che sarebbe andato a vivere con lei. La moglie, che ci ha creduto, è stata felice di questo e gli ha confessato che anche lei ha un amante da anni e finalmente anche lei potrà essere felice finalmente. Giovanni non l’ha presa bene ma ormai la frittata è fatta.

Come avrete capito una volta fatta la frittata, anche quella con le uova intendo, è impossibile tornare indietro. Ormai le uova sono state sbattute, buttate in padella e cotte.

Questa è l’immagine di ferimento. Infatti quando si dice che la frittata è fatta spesso si apre la frase con “ormai“:

Ormai la frittata è fatta.

Si usa quasi sempre in questo modo, oppure col verbo rischiare o quando comunque mi avvicino a fare un guaio:

Mi sono distratto alla guida e ho rischiato seriamente di fare una frittata.

Per poco non facevo una frittata stamattina. Durante l’esame di italiano stavo per dire che non ho mai studiato la grammatica!

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): a me le frittate piacciono con le patate e le zucchine. Poi metto sempre un po’ di formaggio che è la morte sua.

Marcelo (Argentina): io le uova le faccio alla coque. Tre minuti o giù di lì e via! Così il tuorlo rimane liquido.

Komi (Congo): il tuorlo liquido non se ne se parla proprio! Ne potrebbe andare della mia salute! Mi sembrerebbe di fornire un assist ai virus e di questi tempi non mi sembra il caso.

Enrico (Italia): forse questo significa quallcosa…

Harjit (India): mamma mia che fisime! Mi fai venire in mente mia nonna a tratti. Anche lei aveva la fissazione delle malattie. Solo a sprazzi era tranquilla e serena. Però la sua frittata con le cipolle era la migliore. Ma meglio che la finiamo qua prima che mi venga il magone!

648 Facile

Facile (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi un episodio dedicato all’aggettivo facile.

Tutti voi sicuramente sapete usarlo correttamente e anche facilmente immagino.

Le cose facili non richiedono infatti una particolare dote, non presentano difficoltà o molta applicazione.

Mi interessa però parlarvi dell’espressione:

Avere qualcosa facile.

e

Essere facile a far qualcosa

Si tratta di esprimere una capacità, una particolare abilità o anche l’incapacità a fare qualcosa.

Se dico:

Sono facile all’ira

Vuol dire che mi arrabbio facilmente, che non riesco a controllarmi. Non ne sono capace, sono incline all’ira.

Analogamente posso dire che:

Sono facile a perdere il controllo

Cioè non riesco a controllarmi. Perdo facilmente il controllo.

Sono facile ad arrabbiarmi

Sono facile all’arrabbiatura

Cioè mi arrabbio facilmente.

Sono facile al bere

Questo significa che cedo facilmente, che non ho qualche capacità di controllo con l’alcool.

Posso anche usare il verbo avere:

Ho l’arrabbiatura facie

Stesso significato si “essere facile all’ira”. Il verbo avere si usa con i sostantivi:

Ho la pistola facile

Ma posso farlo anche col verbo essere:

Sono di pistola facile

Questo significa che sparo facilmente, che non riesco a controllarmi quando ho una pistola in mano. Mi manca questa capacità di controllo.

C’è quasi sempre, anche col verbo avere, questo senso di mancanza di controllo. Questa è la capacità di cui si parla, quasi sempre.

Giovanni ha l’insulto facile

Chiaramente Giovanni ricorre facilmente all’insulto, quindi insulta con una certa facilità, non si fa molti problemi, non ha capacita di controllarsi.

Marco ha il bicchiere facile

Questo è più complicato, ma sapendo che ha a che fare col controllo si può capire che Marco ha dei problemi legati all’alcool.

Spesso c’è un sostantivo dunque, come in questo caso (bicchiere) che però allude all’incapacità di controllo.

Potete anche non parlare di controllo, sebbene sia meno frequente. Se ad esempio mi oriento facilmente, posso dire che ho l’orientamento facile.

In sostanza l’espressione si può usare per qualunque attività che risulti facile per una persona.

L’uso del verbo essere o avere dipende dalla circostanza. Quando c’è un sostantivo che rende bene l’idea di ciò che volete dire potete usare preferibilmente il verbo avere, altrimenti il verbo essere:

Sono facile ad ingrassare

Questa è una capacità non nel senso proprio del termine ma si usa anche così.

Maria ha lo starnuto facile

Evidentemente Maria è un soggetto allergico o è sempre raffreddata. Anche questa non è una vera capacità, ma resta la mancanza di controllo.

Un arbitro può avere il cartellino facile

Si parla di un arbitro severo perché ammonisce (cartellino giallo) o espelle (cartellino rosso) facilmente i calciatori.

Questo arbitro è facile all’esplulsione o all’ammonizione.

Questa è l’alternatuva usando il verbo essere.

Altri esempi?

Giovanna ha la lacrima facile

Giovanna è facile al pianto

Quindi Giovanna piange facilmente, non riesce a controllarsi, non ha questa capacità.

Adesso ripassiamo, altrimenti qualcuno potrebbe dire che sono facile all’esagerazione nelle spiegazioni.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Karin (Germania): avete visto che Il Nobel per la Fisica 2021 è stato assegnato all’italiano Giorgio Parisi? Pare sia un signor fisico.

Anthony (Stati Uniti): capirai!

Komi (Congo): come sarebbe a dire capirai? Parisi è stato premiato per le sue ricerche sui sistemi complessi. Mica pizza e fichi.

Edita (Repubblica Ceca): non so valutare la bontà delle sue ricerche.

Albéric (Francia): a me la parola sistemi, già da sola, mi fa pensare a cose pesanti da leggere e studiare.

Cat (Belgio): se poi sono anche complessi, questo provoca in me un vero turbamento!

Anthony (Stati Uniti): e perché mai? Neanche fossi una persona poco intelligente! Non ti buttare giù così.

Rauno (Finlandia) e Marguerite (Francia): tanto di cappello a Parisi comunque. L’umanità farà sicuramente tesoro delle sue ricerche.

Circostanziare – VERBI PROFESSIONALI (n.70)

Il verbo CIRCOSTANZIARE

Descrizione

Il verbo CIRCOSTANZIARE è il numero 70 dei verbi professionali. Vediamo anche la differenza tra la circostanza e la situazione, la condizione e il contesto. Durata: 12 minuti

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La tangente, la bustarella, la mazzetta e il pizzo – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 16)

La tangente (scarica audio in giornata)

Indice degli episodi

 

Descrizione

In questo episodio parliamo di alcuni termini specifici relativi alla criminalità organizzata, in particolare dei termini mazzetta, bustarella, tangente, e pizzo. Vediamo anche i due verbi estorcere e taglieggiare.

Durata: 10 minuti

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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647 Essere un signore

Essere un signore

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Trascrizione

Giovanni:

Vi faccio una domanda. Io sono un signore?

Qualcuno potrebbe rispondermi:

Tu sei il signor Giovanni

Si, tu sei un uomo di una certa età quindi sei un signore

Oppure

Tu sei un signor professore di italiano

Nel primo caso è un titolo di cortesia o di rispetto per gli uomini: il signor Giovanni; il signor notaio; il signor ministro.

Nel secondo caso come abbiamo visto si fa riferimento a oggetti o cose degni di nota, notevoli per le loro qualità o caratteristiche.

Allora io vi dico che il termine signore ha anche un altro significato.

Infatti essere un signore è un’espressione che si può usare per indicare una persona che ha dei comportamenti molto educati. Nel caso si una donna naturalmente diventa essere una signora.

Spesso si sente usare anche il termine galantuomo, che però non ha l’equivalente femminile, e inoltre quando usiamo il termine signore non intendiamo solamente essere una persona perbene, dai modi gentili e educati.

Negli ambienti bene in effetti significa esattamente questo: essere una persona dalle buone maniere, una persona a modo, come si suol dire, che sa comportarsi come si deve, con educazione e garbo. In questi casi spesso si dice:

Essere un vero signore

Signori si nasce

Ricordate che perbene si usa soprattutto riguardo all’onestà ma anche per l’educazione e la gentilezza.

Un signore invece si usa soprattutto per indicare, oltre che l’educazione, in modi molto gentili, il comportamento in alcuni frangenti, e il modo di reagire.

Apre sempre la porta al passeggero dell’automobile. Un vero signore.

Fai il signore, lascia la mancia al cameriere.

Un signore non reagisce agli insulti

I veri signori si riconoscono dai piccoli gesti quotidiani.

Si è comportato da vero signore, ha pagato tutto il conto da solo

Fai il signore, sorridi anche se vorresti picchiarlo!

Attenzione però perché “fare il signore” può anche avere un significato negativo. Significa infatti anche vivere di rendita, o vivere al di sopra delle proprie disponibilità, o vivere alle spalle di altre persone senza preoccuparsi di quanto si spende.

Vedi quel ragazzo? Fa il signore lui! Fuma, spende, la macchina nuova ogni 5 anni, mentre la mamma lavora 13 ore al giorno.

E adesso torniamo alla frase “un signore con la S maiuscola” che abbiamo incontrato qualche episodio fa.

Adesso potete capire come un “signore con la S maiuscola” possa anche essere inteso come un “vero signore“, un signore come si deve, un uomo dai modi molto gentili, come pochi altri.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mariana (Brasile): ho letto che anche il tempo è galantuomo. Perché, che voi sappiate?

Albéric (Francia): perché alla fine il tempo ristabilisce sempre la verità, ripara tutti i torti. Sicché basta aspettare e il tempo fa sempre giustizia.

Marcelo: tu zitto zitto hai imparato un sacco di cose più di me sulla lingua italiana.

Jing (Cina): non è che non ce la racconta giusta e non ci ha detto che ha vissuto in Italia?

Cat (Belgio): hai sempre il sospetto che qualcuno ti menta! Una vera fissazione la tua!

646 Avere il magone

Avere il magone

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Trascrizione

il magone

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Giovanni: sicuramente tutti voi, almeno una volta nella vita avete provato una particolare sensazione, che consiste in una persistente afflizione. Il nome a cui dare questa sensazione è MAGONE.

Vediamo bene. Un’afflizione sapete cos’è? Quando una persona è afflitta è in uno stato di tristezza e di angustia, quindi quando è triste, angustiata, cioè quando è tormentata; sopraffatta dal bisogno o dalle preoccupazioni o dal dolore.

Avere o provare un “magone”  è una sensazione che si prova soprattutto quando si avverte un “nodo alla gola”. Anche questa è un’espressione molto usata.
Quando il cuore batte forte si sente in effetti una sensazione  al collo, come se si avesse un “nodo” alla gola. E’ un segnale spesso di origine nervosa e si associa ad uno stato di ansia o di depressione:
Il “magone” è un termine più informale, che sottolinea ugualmente un stato di agitazione costante. Avete presente l’espressione “un’anima in pena“? Quella è la sensazione che emerge dall’esterno, guardando una persona che ha un magone per qualche motivo, e si trova in uno stato di agitazione o tristezza tale che non riesce a pensare ad altro.

Il magone si usa spesso quando si fanno esami all’università per sottolineare l’agitazione. Oppure un atleta, prima di fare una prova, potrebbe essere assalito dal magone.

Mi è venuto un po’ di magone pensando alle cose che devo fare in ufficio. Forse non ce la farò.

Il magone può venire anche per una sensazione di nostalgia, dispiacere per qualcosa che si lascia, per qualche cambiamento avvenuto e pensando al passato, pensando ai bei momenti passati viene un po’ di magone.

Anche uno studente, rientrando a scuola dopo l’estate, potrebbe essere travolto dal magone.

Anche quando si perde un’occasione, al pensiero di ciò che poteva accadere potrebbe venire il magone: la nostra testa va, col pensiero, a ciò che era o a ciò che poteva essere e invece non è più o non potrà essere. 

Il nodo alla gola è probabilmente più intensa come sensazione, più adatta per descrivere l’emozione o l’agitazione per qualcosa che sta per accadere, come un esame o un calcio di rigore in una finale di coppa del Mondo (o campionati Europei…).

A coloro che ascoltano da poco tempo gli episodi di Italiano Semplicemente, pensando che questo è il numero 646 della rubrica dei “due minuti“, potrebbe venire il magone per l’ansia di dover ascoltare tutti gli episodi passati. Ma fatevi subito passare il magone, perché adesso ne ripassiamo qualcuno, come facciamo sempre. Ascoltate i ripassi dalla voce dei membri dell’associazione, perché la registrazione dei ripassi è appannaggio solamente dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Una ultimissima cosa voglio dirvi. Qualcuno potrebbe vedere nell’ansia qualcosa di analogo rispetto al magone, e infatti il magone può essere usato al limite al posto di ansia, ma l’ansia viene fondamentalmente per qualcosa che preoccupa e che riguarda l’immediato futuro, quindi una preoccupazione per qualcosa di brutto che potrebbe accadere. Il magone invece si può avere anche pensando semplicemente al passato, come si è detto prima. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Marguerite (Francia): dicesi magone la sensazione di un groppo alla gola dunque. Un groppo alla gola comunque è sempre meglio che un calcio nel sedere! 

Hartmut (Germania): Ma lei chi è? Le spiegazioni le da solo Giovanni in questo sito! Fornisca le sue generalità per favore!

Harjit (India): non esageriamo dai, Marguerite da qualche tempo a questa parte viene sempre trattata male. meglio non infierire.

Irina (Stati Uniti): a proposito di magone, mi viene in mente il quadro di Van Gogh di quel vecchietto seduto sulla sedia con la testa tra le mani. Ce l’avete presente?

Peggy (Taiwan): come no, ma se continuiamo a parlare di magone di questo passo ci mettiamo tutti a piangere in men che non si dica!

Marguerite (Francia); allora allegria! Dicesi allegria un vivace stato d’animo gioioso e spensierato! 

Ulrike (Germania): ma questa ancora insiste? Abbi la bontà di fare silenzio una volta per tutte invece di dire stupidate.

 

645 Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

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Trascrizione

Giovanni: sapete che ci sono un sacco di modi di usare l’occhio, intendo il termine “occhio” , nella lingua italiana. A quanto pare l’occhio non serve solamente per la vista.

Uno di questi modi è strizzare l’occhio (attenti alla pronuncia della zeta) poi ce ne sono anche altri, che hanno un senso figurato tipo:

Chiudere un occhio

Occhio!!

Chiudere gli occhi

Fare l’occhio languido

Buttare un occhio

Dare un’occhiata

Avere occhio

Strabuzzare gli occhi

Ecc.

Oggi vediamo la prima frase che ho detto, cioè strizzare l’occhio. Partiamo da strizzare, che tecnicamente, ma solo nel caso dell’occhio, equivale a chiuderlo per un attimo. Parlo al singolare perché solamente un occhio va chiuso per un attimo, altrimenti state chiudendo gli occhi.

Strizzare normalmente è simile a stringere, o meglio, torcere fortemente qualcosa in modo da farne uscire il liquido di cui è imbevuto.

Si può strizzare una spugna, oppure uno straccio. Quando si strizza l’occhio invece semplicenete si chiude per un attimo, a volte molto rapidamente, senza farsi vedere dagli altri, e in questo caso meglio usare l’espressione “fare l’occhiolino“, a volte più lentamente, enfatizzando il movimento, accompagnandolo con un movimento della bocca.

Ma perché si strizza l’occhio? E perché si fa l’occhiolino?

Lo si può fare per diverse ragioni.

È innanzitutto un gesto di complicità. La complicità non consiste solamente nel fare una rapina insieme ad un altro criminale. Infatti anche in quel caso si parla di complicità, perché si tratta di una partecipazione a un’azione criminosa o moralmente riprovevole. Si sente spesso parlare di un rapinatore di una banca e di alcuni complici che lo hanno aiutato a fare la rapina. Rubare i soldi, rapinare i soldi in una banca è appunto un’azione criminosa.

Parliamo non di questa complicità, ma di un altro tipo di accordo e di aiuto, cioè quella che si può chiamare una intesa. Si parla perlopiù di scherzi.

Se Giovanni e Marco fanno uno scherzo a me, si può dire che sono due complici. Posso dire che hanno un’intesa, e questa complicità è finalizzata a farmi uno scherzo. La complicità è sempre in qualche modo ai danni di altre persone.

Giovanni mi fa uno scherzo con la complicità di Marco.

Per fare un accordo di questo tipo bisogna parlarne prima, quindi Giovanni e Marco probabilmente si sono parlati e poi mi hanno fatto lo scherzo.

Ma uno scherzo può anche essere improvvisato, senza nessun accordo precedente. Se Giovanni inizia a fare questo scherzo ai miei danni, per divertirsi con me, io non devo capire che si tratta di uno scherzo, ma Marco, se è presente anche lui in quel momento, lui invece deve capirlo, anche se Giovanni non gli ha detto nulla prima. Ecco che Giovanni, per far capire a Marco che mi sta facendo uno scherzo, gli strizza l’occhio, gli fa l’occhiolino senza farsi vedere da me, altrimenti lo capirei anch’io.

Questo gesto sostituisce una spiegazione a parole e significa “stai al gioco, si tratta di uno scherzo”.

A quel punto Marco capisce tutto e risponde, volendo, anche lui con l’occhiolino.

Giovanni e Marco a qusto punto sono complici nello scherzo ai miei danni. La loro complicità, il loro accordo, sono iniziati nel momento in cui Marco ha capito il significato dell’occhiolino fatto da Giovanni.

Strizzare l’occhio comunque può anche semplicenete essere un gesto che esprime amicizia, quindi un amico può strizzare un occhio ad un altro semplicemente strizzandogli un occhio anziché dire “ciao”, o anche facendo entrambe le cose.

Solitamente però il gesto di strizzare l’occhio serve a non farsi vedere o sentire da altri.

Si può anche strizzare l’occhio ad una ragazza o un ragazzo per manifestarle/gli che ti piace, e in questo caso sostituisce un sorriso.

È un po’ anche come dire: ci vediamo dopo. Anche questa è una complicità, che però può anche mettere in imbarazzo perché può essere recepita come una forma di esagerazione e anche come un gesto poco educato.

Ma chi ti ha dato questa confidenza per farmi l’occhiolino? Noi due non abbiamo nessuna complicità!

Strizzare l’occhio si sente spesso anche nei notiziari, nei telegiornali e quindi in tv e alla radio, perché si usa in politica, quando si vuole far riferimento ad un certo tipo di complicità.

Pensiamo ai partiti di destra, o meglio di destra moderata o di centro destra, perché non dicono di essere di estrema destra, ma allo stesso tempo spesso si dice che facciano l’occhiolino ai fascisti, che strizzino l’occhio alla destra più estrema.

Si vuole dire che, sebbene non apertamente, abbiano dei legami di complicità con la destra estrema, con i gruppi più estremi e dunque violenti.

Questa complicità si può notare da alcuni comportamenti dei politici, da delle dichiarazioni pubbliche di alcuni politici, da frasi che si ascoltano, da gesti che si fanno in pubblico, eccetera.

Ovviamente si può strizzare l’occhio anche alla sinistra o ad altri gruppi e schieramenti politici.

C’è sempre comunque qualche atteggiamento un po’ ambiguo, poco chiaro alla base. Qualcosa di nascosto.

Potremmo anche parlare di una manifestazione che strizza l’occhio ai no-green pass, o di una legge che strizza l’occhio alle grandi aziende.

A volte, come in questo caso, si tratta di una legge favorevole a qualcuno, che porta giovamento alle grandi aziende in questo caso (di tipo economico in questo caso), sebbene non sia presentata ufficialmente in questo modo.

Questo è strizzare l’occhio.

Notate infine che se si strizzano entrambi gli occhi il significato cambia completamente.

Questo gesto si fa quando non si crede a qualcosa che si vede, tanto che si strizzano gli occhi (con le mani però) perché ciò che si vede sembra incredibile.

L’espressione è simile a strabuzzare gli occhi, cioè aprirli (stavolta è aprirli) in modo tale che gli occhi sembrano uscire dalle orbite, anche per terrore oltre che per meraviglia.

Questo è strabuzzare gli occhi.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit (India):
Fra i migliori cantautori italiani annovererei senz’altro Francesco Guccini. Un cantautore di vecchio stampo come si suol dire, Quale delusione per i suoi fan quando Guccini 9 anni fa o giù di lì , ha smesso di cantare. Tanti speravano che tornasse alla carica. Nisba però. Ce ne faremo una ragione.

Mary (Stati Uniti): comunque, bontà sua, ne ha fatti parecchi di capolavori.

Marcelo (Argentina): Vasco Rossi è, a mio modesto parere, tanto bravo quanto lui, ma si rivolge ad un pubblico più giovane.

Mary (Stati Uniti): a proposito di giovani, la butto lì: Jovanotti? Non fosse altro che per per la sua voce unica e il suo stile sempre giovanile.

Xin (Cina): io dico Rino Gaetano. Mi rendo conto che se n’è andato tanti anni fa, ma il cielo da allora è sempre più blu.

Peggy (Taiwan) e Marguerite (Francia): grande Rino. Scomparso anzitempo purtroppo. Per non saper né leggere né scrivere io voto per Fabrizio de André. Un poeta e al contempo un cantautore.

Sofie (Belgio): Lucio Battisti non era un cantautore perché Mogol componeva le sue canzoni. Però tanto di cappello anche a lui. Tant’è vero che la sua inimitabile voce, atipica, apparentemente stonata, la rende unica nel suo genere.

Edita (Repubblica Ceca): io ho ascoltato dal vivo solamente Lucio dalla, Renato Zero e Paolo Conte. Cantautori con la C maiuscola. Ve li consiglio, vi piaceranno nella misura in cui siete capaci di apprezzare la buona musica. Non me ne vogliano gli altri.

Evincere – VERBI PROFESSIONALI (n.69)

Evincere (scarica audio)

Descrizione

Giovanni: il verbo EVINCERE è il numero 69 dei verbi professionali.

Per capire evincere, meglio dirlo subito, non aiuta vedere che c’è da dentro il verbo vincere.

Invece evincere ha a che fare con il ragionamento, quindi con il pensiero. Ragionare a cosa serve?

Serve ad esempio a capire le conseguenze di ciò che accade, serve a capire la logica degli eventi, serve a trarre delle conclusioni, fare deduzioni.

Quando riusciamo a capire una conseguenza di un fatto, possiamo usare il verbo EVINCERE. Non solo questo verbo però.

Questo si capisce anche dalla definizione di evincere:

Dedurre, desumere, ricavare.

Questi sono tre verbi analoghi. Tutti hanno anche a che fare con il ragionamento.

Una prima cosa da dire per iniziare a distinguere il verbo EVINCERE è che si usa quasi sempre in modo impersonale:

Si evince

Si può evincere

Si potrebbe evincere

Questa è la parte centrale solitamente delle frasi col verbo evincere. Subito dopo va indicato il risultato del ragionamento, mentre prima bisogna indicare l’origine, ciò da cui si evince il risultato.

Es:

Dalle sua risposta si evince che non ha capito la domanda.

Cioè ho ascoltato la risposta che ha dato e da questa risposta, ascoltando questa risposta, si capisce, si deduce, di evince, si ricava che la domanda non è stata compresa.

Verrebbe da dire che evincere è simile quindi anche a “capire” è “comprendere“, e questo è senz’altro vero e si evince dall’esempio precedente.

Vedete che si tratta di un ragionamento che vogliamo estrarre da un fatto.

Se una persona appena mi incontra mi dice “ciao Giovanni, come stai?” da questo si evince facilmente che questa persona mi conosce.

Difficilmente troverete “io evinco”, “tu evinci” eccetera e ancora più difficilmente lo troverete utilizzato al passato, futuro, passato remoto eccetera.

Al massimo potete trovare, oltre alla forma impersonale:

Puoi evincere

Possiamo evincere

Potete evincere

Potrai evincere

Comunque si usa in modo impersonale quasi sempre:

Dal numero delle vittime del Covid si può evincere che si è trattato di una pandemia.

Dal peso della bilancia si evince che quest’ultima settimana ho mangiato troppo.

Dalla puzza di bruciato che sento evinco (si evince) che stasera non si cena.

Se mi riferisco ad una persona o più persone, con io, tu, lui, lei o loro, meglio usare il verbo dedurre o ricavare o desumere

Non c’è Giovanni oggi in ufficio. Ne deduco che abbia avuto problemi.

Quale insegnamento ricaviamo da quanto accaduto?

Dalla confusione che vedo, desumo che questa sia la stanza di Emanuele

Non c’è una legge precisa che dice che bisogna usare un verbo e non un altro nelle varie circostanze, perché anche dedurre, desumere e ricavare sono altrettanto diffusi e adatti nelle stesse situazioni, anche in senso impersonale.

In ambito familiare e tra amici non si usa però evincere e neanche dedurre e desumere. Più facile usare capire e ricavare:

Dalla tua faccia capisco che sei arrabbiato con me

Cosa ricaviamo da questa sconfitta? Sicuramente possiamo ricavare alcuni insegnamenti da usare in futuro.

Ricavare però spesso è legato al ricavo economico, all’utilità economica.

Dedurre invece, sebbene molto vicino nel significato, spesso si usa in filosofia e in matematica, nel senso che c’è un risultato che si ricava per deduzione, attraverso una deduzione, qualcosa di ovvio, di matematico, di logico.

Evincere invece esprime più un’operazione di deduzione che presume un ragionamento meno logico, meno matematico, una deduzione che tutti possono fare e che è normale fare. Non c’è bisogno di fare ragionamenti numerici o complicati. Ci si riferisce come detto di solito a tutti, essendo impersonale, pertanto è un pochino più accademico rispetto ai verbi simili.

Ci vediamo al prossimo verbo professionale. Da questa frase si evince facilmente che l’episodio è finito.

Se volete potete dare un’occhiata anche all’episodio, secondo me utilissimo, dedicato a come esprimere le conseguenze.

644 Un signore con la S maiuscola

Un signore con la S maiuscola

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Indice degli episodi

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Trascrizione

Giovanni: allora ragazzi, dopo aver parlato della bontà negli ultimi due episodi, bontà che come abbiamo detto può misurare le qualità di qualcuno o qualcosa (la bontà di una persona, di un lavoro fatto, di un prodotto ecc.) oggi non ci allontaniamo tanto dal discorso, perché parliamo sempre di qualità.

Nell’episodio dedicato all’espressione bell’e buono se ricordate abbiamo parlato dell’uso della lettera maiuscola per sottolineare la eccezionale qualità, bellezza o bontà di qualcosa.

Questo è la prima cosa di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta comunque di linguaggio familiare.

Infatti se ad esempio sappiamo che in un ristorante si mangia benissimo, potremmo dire che è un ristorante con la R maiuscola.

Non è un caso che nella lingua italiana la lettera maiuscola si usi anche, tra le altre cose, in segno di rispetto, tipo quando diamo del lei ad una persona lo scriviamo con la elle maiuscola (Lei), anche all’interno della parola a volte (voglio scriverLe per dirLe…).

Questo discorso vale per tutte le lettere ovviamente nell’espressione “con la maiuscola“.

. Un tecnico esperto di computer, potremmo definirlo, per fargli un complimento, come un tecnico con la T maiuscola.

Questo possiamo farlo ogniqualvolta ciò che stiamo valutando ha caratteristiche migliori, in termini di qualità ben definite, dei suoi simili.

Le caratteristiche devono essere ben definite, quindi se dico che la mia casa è una casa con la C maiuscola, si capisce che ha qualcosa che la rende forse molto bella, ma forse molto comoda o forse entrambe le qualità. Forse volevamo dire molto grande? Non è ben chiaro.

Deve essere ben chiaro a cosa ci riferiamo quando usiamo questa espressione. La cosa può anche essere scherzosa:

Una squadra con la S maiuscola

Una nonna con la N maiuscola

Un’amicizia con la A maiuscola

Questi sono esempi abbastanza evidenti, e più o meno è lo stesso se parlo di un uomo con la U maiuscola. Dipende però dal discorso che stiamo facendo. 

Se una donna dice che il suo uomo è un uomo con la U maiuscola, magari facendo un sorrisetto compiaciuto, probabilmente si riferisce a qualcosa di intimo. Si tratta di qualcosa di eccezionale e, parlando di prestazioni, l’espressione diventa persino più semplice:

La mia squadra oggi ha fatto una gara maiuscola. 

Nello sport si usa molto spesso: una gara maiuscola, una prova maiuscola, una prestazione maiuscola ecc. Si tratta di una grande prestazione, anzi di una GRANDE prestazione. 

La seconda cosa che voglio dirvi oggi è l’uso del termine “signor”  (al maschile senza la e finale) e “signora“, sempre per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa e che si usano sempre in modo familiare e con tono scherzoso con riferimento a qualcosa di eccellente, eccezionale, di grande valore o bontà o bellezza:

Questo non è un sito per imparare l’italiano, ma è un signor sito per imparare l’italiano!

 Non parlo ovviamente di un signore, inteso come un uomo distinto o di mezza età, ma sto dicendo che questa cosa è eccezionale.

La mia macchina ha 30 anni e non si è mai rotta. é veramente una signora automobile.

E’ sostanzialmente come dire che è un’ automobile con la A maiuscola.

Si usa anche al femminile come si è visto:

Una signora automobile

Una signora lavatrice 

Ecc 

Adesso avete queste due possibilità in più dunque per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa. Usatele secondo quale suoni meglio a seconda dell’occasione. Chiaramente non suona bene parlare di un “signor uomo” o di una “signora donna” perché non si capirebbe bene cosa vogliate dire.. Meglio usare la maiuscola in questo caso. Tra l’altro un signore con la S maiuscola può avere a un significato particolare di cui parleremo tra qualche episodio. 

Adesso concludiamo con un signor ripasso. Complimenti a chi l’ha realizzato. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mary (Stati Uniti): Chi ti sentiresti di annoverare tra le più grandi donne italiane?

Anthony (Stati Uniti): come la vedi Margherita Hack? Secondo me è la scienziata per eccellenza

Peggy (Taiwan): la vedo bene anch’io, ma con tutto il dovuto rispetto per lei, in cima alla lista c’è Maria Montessori, vuoi per il suo pensiero, vuoi per ciò che ha fatto per i bambini.

Ulrike (Germania): ce ne sono tante ma Rita Levi Montalcini mi piace moltissimo: medico, premio nobel, senatrice. E poi smettiamola una volta per tutte di dire che doveva fare figli anziché studiare!

Albéric (Francese): hai ragione. Sono veramente stucchevoli questi commenti! Ce ne vuole di pazienza. 

Edita (Repubblica Ceca): vogliamo non nominare la grande Mina? Non una semplice cantante, bensì un personaggio pubblico che “bucava lo schermo”, come si suol dire. Senza contare che è stata anche la prima donna a indossare una minigonna in televisione. Non so se rendo..

Marcelo (Argentina): non so, non le conosco tutte, ma per non saper né leggere né scrivere io vi farei conoscere mia madre!

Marguerite (Francia) e Anthony (Stati Uniti): ma dai, come te ne esci così? Si intende donne che tutti conoscono, personaggi pubblici. Tua madre non sarà da meno sicuramente rispetto alle altre, e sono sicura che non sfigura neanche davanti ai fornelli!

Lia (Brasile): siere duri di comprendonio forse? È altrettanto chiaro che stava scherzando, come è solito fare da qualche giorno a questa parte.

 

643 La bontà

La bontà (scarica audio)

la bontà

Trascrizione

Giovanni: avevo promesso che oggi ci saremmo occupati di bontà, dunque che bontà sia!

La bontà, innanzitutto, è la caratteristica di ciò che è buono. È ovviamente una qualità.

Che bontà queste fettuccine!

Senti che bontà questo gelato!

Questo piatto è di una bontà pazzesca!

Ma la bontà non è solo una questione di palato. Non solo il cibo può essere buono o cattivo. Nel caso del cibo, consiste nella squisitezza, nel sapore eccezionalmente gradevole.

Per una persona vale la stessa cosa, ma in questo caso la bontà consiste in altro.

Si parla di caratteristiche positive della persona, la sensibilità e la comprensione nei confronti dei mali altrui, quindi si parla di bontà d’animo, di bontà di cuore e quella di carattere.

È dunque un sentimento e una dimostrazione di benevolenza verso gli altri.

Può anche fare riferimento a qualità come la cortesia e la gentilezza.

Anche un lavoro può essere buono o cattivo, cioè ben fatto oppure no, allora posso dire ad esempio:

Devo valutare la bontà del tuo lavoro.

Considerata la bontà del tuo lavoro, meriti una promozione.

Si usa spesso però in modi anche particolari.

Abbiamo già visto ad esempio l’espressione bontà sua, bontà tua, bontà loro, espressioni spesso ironiche.

C’è una modalità particolare, anch’essa ironica, simile a questa appena descritta. L’espressione è “avere la bontà di” fare qualcosa. Questa espressivi può usarsi sia per esprimere une vera bontà:

Es:

Una donna ha avuto la bontà di dare da mangiare a dei cani affamati e di trovargli un padrone.

Sia in senso ironico:

Il mio direttore ha avuto la bontà di ricevermi (il mio direttore, bontà sua, mi ha ricevuto)

Abbi la bontà di ascoltare quanto ho da dirti (queste frasi hanno un senso ironico, quindi contengono in realtà un rimprovero sottile)

Ti ho fatto una domanda. Abbi la bontà di rispondermi.

Abbi la bontà di attendere il tuo turno (questo potete dirlo a chi vi vuole passare avanti nella fila, senza rispettare l’ordine di arrivo)

A volte si usa anche in modo completamente opposto al significato di bontà.

La mia ragazza ha avuto la bontà di lasciarmi

Il mio direttore ha avuto la bontà di licenziarmi.

Questo è un modo per evidenziare il brutto gesto che è stato fatto e non certamente la bontà.

Altre volte comunque, a parte l’essere buoni, la bontà può indicare la buona qualità di qualcosa:

La bontà del tessuto di questi capi d’abbigliamento è indiscutibile

Oppure può indicare l’efficacia:

La bontà di una soluzione si misura con la facilità nel metterla in pratica per risolvere un problema definitivamente.

Adesso, se Giovanni ha la bontà di terminare questo episodio (sono autoironico) possiamo dedicarci al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albèric (Francia): stamattina riflettevo sullo stile di alcuni scrittori perché vorrei cimentarmi anch’io. Ad Esempio Giovanni Verga, tra i narratori italiani più noti della seconda metà dell’800, nella sua narrativa fa appello a due  tecniche: l’impersonalità, che consiste nell’evitare di esprimere giudizi personali e la regressione, cioè scegliere di parlare non dal proprio punto di vista, ma da quello del popolo.

Ulrike (Germania): Alberto Moravia invece dà molta importanza ai dialoghi, usando parole di uso comune, con l’obiettivo di descrivere accuratamente i pensieri e le emozioni dei protagonisti che si incontrano di volta in volta, facendone anche un’interessante indagine psicologica. Anche lui scrive in modo distaccato, così la realtà appare più chiaramente per quella che è.

Hartmut (Germania): Beh, si fa sentire lo stile di Dostoevskij, che Moravia leggeva. Il suo stile si contraddistingue per descrizioni molto accurate, ma mai eccessivamente lunghe e noiose, bensì frasi brevi, che elevano il ritmo narrativo e coinvolgono il lettore anche perché si ripete spessissimo il pronome “io” e questo fa sentire il lettore parte del racconto.

Mary (Stati Uniti): non so se vi interessa, ma riguardo al mio stile personale, posso dire che preferisco scrivere in terza persona e non in prima. Preferisco usare pronomi come lui, lei e loro. Mi ispiro a Tolstoj ma credo di scrivere anche meglio di lui.  Sono migliore di lui sicuramente. Modestamente ci capisco di brutto!

Anne France (Francia): sai, sono seriamente combattuto tra mandarti a quel paese e accompagnartici personalmente per essere sicuro che non sbagli strada!  Scusate ma io questo atteggiamento altezzoso non lo lo sopporto! Crede di saperla lunga! Possibile mai che uno si dica migliore di Tolstoj?

Peggy (Taiwan): dai, non bisogna perdere la bussola per così poco! E poi in fondo ogni scrittore ha le sue fissazioni da artista.  Evidentemente si sente qualcuno in questo campo. Che c’è di male? 

Harjit (India): va bè ragazzi, non la facciamo troppo lunga. Il suo carattere è quello che è. Bisogna farsene una ragione, tanto poi se nessuno legge ciò che scrive, inutile parlarne 🙂  

 

642 Fornire un assist

Fornire un assist (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: qual era una delle specialità di Francesco Totti ma anche di Michelle Platinì, Falcao e Roberto Baggio? Era fornire assist ai compagni di squadra.

Fare un assist significa fare un passaggio che consente di realizzare un gol. Si potrebbe chiamare anche un passaggio smarcante, per dirla all’italiana, un passaggio che mette il compagno di squadra in condizioni di realizzare un gol o un punto, se parliamo di sport in generale. Ma non è detto che poi questo gol verrà realizzato.

Questi calciatori che ho citato prima erano bravissimi a fare assist.

Allora dovete sapere che fare o fornire o anche dare un assist è un’espressione che si utilizza anche al di fuori del calcio e dello sport.

Infatti assist viene dal verbo aiutare e fornire un assist invece significa fornire un’occasione propizia, cioè dare l’occasione, fornire l’opportunità ad un altra persona di ottenere un vantaggio. Insomma si tratta sempre di una forma speciale di aiuto, in pratica.

Vediamo qualche esempio:

Il problema che hanno avuto WhatsApp, Facebook e Instagram che per cinque ore non hanno funzionato ha fornito un assist a Twitter e telegram, un assist involontario, e Telegram e Twitter cercheranno adesso di sfruttarlo per aumentare i loro utenti.

Quindi questo “aiuto” possiamo chiamarlo un assist, che per essere chiamato tale non deve essere necessariamente involontario, e neanche necessariamente fornito agli avversari, come nel caso di prima, ma spesso è così.

Inoltre spesso è un fatto che accade a fornire un assist e non l’azione di una persona.

Es: se al lavoro, durante una riunione, il direttore dice una cosa, con questa affermazione potrebbe fornire un assist a un mio collega che potrebbe dire:

L’ho sempre detto io, ma a me non mi ascolta mai nessuno.

Avete capito che l’assist dunque è un aiuto che però poi va sfruttato, va concretizzato, quindi non è detto che si trasformi in un vero vantaggio per chi riceve un assist.

Un semplice aiuto non possiamo chiamarlo sempre un assist, a meno che la condizione descritta non sia soddisfatta. A volte è semplicemente un favore, una cortesia.

L’assist in qualche modo somiglia più ad un invito a fare qualcosa, un invito a fare un’azione quasi spontanea, perché porta ad un riconoscibile vantaggio per questa persona.

Pensate anche all’episodio che abbiamo dedicato al termine pretesto, ci sono infatti delle similitudini, ma il pretesto è una scusa, come abbiamo visto, che serve a mascherare i veri morivi per cui si compie un’azione.

Invece l’assist è un’occasione da sfruttare, spesso fornita involontariamente da altri.

Rifletteteci.

Adesso ripassiamo perché il tempo passa, sennò fornirei un assist ai miei detrattori, a coloro che dicono che questi episodi durano sempre più di due minuti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): Giovanni, risponde al vero che nel prossimo episodio parlerai della bontà?

Giovanni: confermo.

Sofie (Belgio): Giovanni, abbi la bontà di rispondere spiegando un minimo almeno. Mi fa specie che tu sia così sintetico, proprio tu che in genere parli per ben oltre i 2 minuti nei tuoi episodi.

Giovanni: Non posso proprio darti torto Sofie.

Ulrike (Germania): Giovanni, bontà sua, ha bene in mente cosa deve fare per farci comprendere il significato di questo termine. È così che lo ripaghi? Sei un po’ ingenerosa Sofie.

Sofie: Ma dai Ulrike, non fare la ruffiana. Lo so che Gianni è un pezzo da 90 però in quanto tale dovrebbe anche capire che cerco solo di mettere alcuni paletti. Se no i suoi discorsi diventano interminabili. Poi sono sicura che lui è capace di prendere il mio cosiddetto rimprovero con filosofia.

Karin (Germania): la bontà di un episodio si misura in molti modi diversi. In primo luogo direi dalla chiarezza. Per me nulla quaestio su questo. Ciò non toglie che a volte mi servirebbero più esempi.

Edita (Repubblica Ceca): va bene dai, non anticipiamo niente, sennò di questo passo sveliamo tutto in anticipo.

Peggy (Taiwan): allora ci aggiorniamo domani.

I portaborse e i galoppini POLITICA ITALIANA (Ep. n. 15)

I portaborse e i galoppini

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Trascrizione

Dopo aver parlato dei malpancisti e dei cerchiobottisti, oggi è il turno dei galoppini e dei portaborse, altri due termini che si usano per qualificare delle persone, o meglio, forse dovrei dire per “etichettare” delle persone.

Prima domanda: si tratta dello stesso tipo di persone? I due termini sono sinonimi? Risposta: sì.

Seconda domanda: allora chi sono? Di chi si tratta?

Sapete che i personaggi politici solitamente si fanno aiutare da alcune persone, che potremo chiamare dei collaboratori. A volte si chiamano “assistente” o “segretario” e in questo caso si tratta di una persona incaricata di mansioni varie e riservate per conto di altra persona, come il segretario di un ministro. Attenzione perché c’è un senso più comune del termine “segretario”, che indica una qualifica connessa a svariate mansioni, in campo pubblico o privato, di carattere professionale o anche occasionale, quali ad esempio il disbrigo della corrispondenza (le lettere, le email, gli inviti a riunioni o convegni ecc.), lo svolgimento di pratiche amministrative e burocratiche, il coordinamento di un servizio o di un’organizzazione. Esiste pertanto il segretario, o la segretaria di un ufficio qualunque, come quello comunale e provinciale; esiste il segretario di una redazione, in giornali e riviste. I segretari lavorano in una segreteria. Esiste il segretario d’ambasciata e il più importante è il segretario di Stato, che in America è attualmente Tony Blinken, mentre in Italia tutti i ministri, sebbene non si usi più adesso, se non nella prassi, si chiamano anche segretari di Stato. Comunque in altre nazioni questa figura assume ruoli sempre importanti ma diversi.

Quando si parla di portaborse si parla di qualcosa di molto più modesto, e infatti si chiamano così le persone che hanno un ruolo poco importante, un collaboratore di un personaggio importante, sia nell’ambiente politico che universitario, ma in senso per lo più spregiativo. Infatti il “portaborse” viene da portare le borse, quindi il suo ruolo sarebbe quello di aiutare il personaggio politico a portare la borsa, che può essere pesante. Quindi capite bene che, sebbene non sia esattamente questo il ruolo del portaborse, è facile capire come questo termine sia abbastanza dispregiativo.

Chi fa il portaborse lo fa, nell’opinione comune, gratuitamente o per pochi soldi, con un contratto precario nella migliore delle ipotesi, nella speranza che prima o poi arrivi una gratificazione, una ricompensa di qualche tipo.

Anche il termine “galoppino” è curioso, perché viene da galoppare, che equivale a correre. Un verbo, galoppare che viene dall’ippica, quindi dai cavalli. I cavalli infatti galoppano, cioè vanno al galoppo quando corrono veloci. Galoppino è persino più spregevole di portaborse, perché si potrebbe descrivere come una persona impegnata in umili servizi e commissioni varie, che corre e destra e a manca per conto d’altri. Una persona che sbriga le faccende più diverse per aiutare qualcuno.

Ovviamente non troverete mai un annuncio per la ricerca di galoppini o portaborse, perché questo è un linguaggio colloquiale, che tutti usano, ma informale.

Quello fa il galoppino per un politico. Sarebbe ora che inizi a trovarsi un lavoro!

Esistono anche i cosiddetti “galoppini elettorali“, in genere ragazzi che vanno in giro a caccia di voti per un partito o per un candidato.

Riguardo al termine portaborse (che al plurale non cambia), esiste anche un film con questo titolo, un film del 1991, in cui si capisce che questo termine è usato anche per indicare cose poco lecite, poco legittime, tipo finanziamenti illeciti ai partiti e tangenti. Cosa sono le tangenti? Ne parliamo nel prossimo episodio dedicato alla politica italiana.

641 Bell’e buono

Bell’e buono (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: la bellezza e la bontà. Oggi parliamo di queste due caratteristiche che possono essere associate ad esempio a delle persone, ma non solo.

Alla bontà tra l’altro voglio dedicare un episodio a parte perché è interessante come viene usata nella lingua Italiana.

Oggi invece voglio parlarvi di un’espressione in cui compaiono entrambe le caratteristiche.

L’espressione è “bell’e buono“.

Però qui né la bellezza tantomeno la bontà c’entrano qualcosa, infatti l’espressione si usa per sottolineare un termine, un sostantivo usato in una frase.

Si tratta in particolare di sottolineare una caratteristica di una persona o di un aspetto o un oggetto, e la usiamo spesso quando siamo arrabbiati, ma non solo.

Vediamo qualche esempio:

Se vado a piazza di Spagna, quindi al centro di Roma ed ordino un caffè al tavolo, il cameriere me lo porta e poi mi presenta il conto, pari con mia grossa sorpresa a dieci euro il allora dico:

Ma questo è un furto bell’e buono!

Chiaro no? Io credo che 10 euro per un caffè sia un prezzo esagerato quindi questo è un vero e proprio furto.

Vero e proprio: Questo è un secondo modo, equivalente al primo, per sottolineare il mio pensiero e in particolare in questo caso la parola furto.

Queste due modalità si usano anche quando il termine che vado a sottolineare è abbastanza “forte” e spesso non proprio adatto a descrivere il fatto, come in questo caso, perché si usa il termine furto ma non sarebbe il caso di farlo perché non c’è stato un vero e proprio reato, un vero furto. Nessuno ha rubato veramente.

Come vedete la bellezza e la bontà non c’entrano nulla.

Notate che bell’e buono si scrive con l’apostrofo e fate caso anche alla pronuncia (non c’è la o di bello e buono si pronuncia con due b)

Solitamente i termini che vengono sottolineati sono sempre negativi:

Ho comprato una macchina che si è rotta subito. Una fregatura bell’e buona! (stavolta al femminile)

Franco è un cretino bell’e buono! Meglio lasciarlo perdere.

Ciò non toglie che io possa dire anche qualcosa di positivo:

Hai vinto 1 milione di euro alla lotteria? Ma questa è una fortuna sfacciata bell’e buona!

Cioè è una fortuna autentica, è vera fortuna.

Potremmo in effetti sostituire bell’e buona con “vera” e bell’e buono con “vero” tranquillamente. Lo stesso vale con “autentico” e “autentica”. Anche “puro” e “pura” rendono bene l’idea. Bell’e buono però va solo alla fine della nosra frase:

Hai vinto alla lotteria?

La tua è pura fortuna (di solito si mette prima l’aggettivo in questi casi, ricordate l’episodio?)

La tua è vera fortuna

la tua è vera e propria fortuna (due aggettivi, stesso discorso)

la tua è fortuna bell’e buona (questa è l’eccezione che conferma la regola)

La tua è fortuna con la F maiuscola

Anche questa è una modalità simile, anche se non esattamente equivalente: usare la maiuscola (la lettera grande) per sottolineare l’importanza o l’unicità di qualcosa. Non è detto però ci sia animosità. Lo vediamo meglio in un prossimo episodio comunque.

Ah, hai trovato un’altra donna? e me lo dici così?

Sei uno stronzo con la S maiuscola!

Sei uno stronzo bell’e buono!

Sei un autentico stronzo!

Sei proprio un bello stronzo!

Quest’ultimo esempio fa riferimento all’uso di “bello” davanti a un aggettivo. date un’occhiata se non ricordate.

Ma a proposito di bellezza, sapete dirmi cos’è la bellezza? Sapreste definirla?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): sapete che spesso accade che ciò che è buono è anche bello, o forse è bello proprio perché è buono. Una mamma è sempre buona col suo bambino, perché gli dedica tempo e si occupa di lui, e in quanto tale, risulta al contempo anche bella.

Marcelo (Argentina): ma la bellezza genera anche invidia spesso e volentieri e quindi desiderio e voglia di possesso. Senza la bellezza non ci sarebbero state neanche tante guerre. Come facciamo allora?

Anthony (Stati Uniti): secondo Platone la bellezza è semplicemente armonia, ordine e proporzione alla vista. In pratica la forma è sostanza, e Aristotele non era di diverso avviso.

Marta (Argentina): ma si dà il caso che esista anche la bellezza interiore, cioè le virtù morali. Dante Alighieri ad esempio, parlando della sua Beatrice diceva: tanto gentile e tanto onesta pare. Anche questa è bellezza. Dante si riferiva alla nobiltà d’animo e al suo decoro, cioè la sua dignità.

Andrè (Brasile): Dante non aveva occhi e pensieri che per Beatrice, ma c’è bellezza e bellezza. Il Dalai Lama dice che tutti contribuiscono alla bellezza del mondo. Tutte le creature, ivi incluse quelle meno belle, suppongo.

Mary (Stati Uniti): tra l’altro, come diceva il cantante Pino Daniele, ogni scarrafone è bello a mamma sua, cioè anche il figlio più brutto vuoi che non piaccia alla propria madre?

Karin (Germania): queste vostre riflessioni mi fanno pensare all’idea che Kant aveva circa la bellezza, che è ben diversa dalla piacevolezza. Non confondiamo. Ritengo sia il caso di chiarire bene: Secondo Kant la bellezza deve essere disinteressata, quindi non deve essere contaminata dal benché minimo interesse verso l’oggetto o la persona. In poche parole ciò che è bello non è ciò che piace. I desideri e i sensi a dire di Kant non devono avere nessun ruolo.

Peggy (Taiwan): che confusione! Non mi ci raccapezzo molto tra tutte queste teorie. Non ne contesto la giustezza perché ad un tratto mi sono un po’ perso. E dire che quando una cosa è bella è così evidente! Mica si fanno tutti questi ragionamenti! Ma dimmi tu!

640 Giù di lì

Giù di lì (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: eccoci arrivati all’episodio 640 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi terminiamo il discorso su “lì”, parlando di “giù di lì“.

Ancora una volta stiamo parlando di lì con l’accento, che in genere si usa per indicare un luogo vicino (ma non troppo) a chi parla.

Anche in questo caso lì si utilizza per indicare una vicinanza, ma nel senso più ampio possibile, quindi una vicinanza spaziale, o temporale o nel significato o qualsiasi altro tipo.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ha 50 anni o giù di lì.

Che significa? Che Giovanni potrebbe avere un’età pari a 50 anni o vicino ai 50 anni.

Potrebbe essere 49 o 51, 48 o 52. Insomma la sua età non è molto lontana dai 50 anni.

Questo significa giù di lì, che è sempre preceduta da “o”, ciò “oppure”.

È una modalità informale, colloquiale ma molto diffusa in tutt’Italia.

“50 anni o giù di lì” significa quindi “più o meno 50 anni”.

Altri esempi:

Quanti errori avrò fatto nell’ultimo esercizio? Una decina o giù di lì.

Quindi più o meno ho fatto 10 errori. Approssimativamente 10 errori.

Quanti episodi avremo fatto su Italiano Semplicemente? Non saprei, forse 2000 o giù di lì

Quindi abbiamo fatto pressappoco, circa 2000 episodi.

Quante persone c’erano al concerto? C’erano un centinaio di persone o giù di lì.

“Giù di lì” va sempre dopo la misura che esprimiamo:

30 anni o giù di lì

1000 persone o giù di lì

10 km o giù di lì

Invece se uso pressappoco o circa, all’incirca e più o meno, si scrivono quasi sempre prima

Più o meno 1000 persone

All’incirca 30 anni

Pressappoco 10 km

Ci sono alcune volte però, quando non si tratta di numeri, che “giù di lì” è più difficile sostituirlo:

Giovanni abita a Roma o giù di lì

In questo caso giù di lì sta per “ vicino“, “da quelle parti“, “lì intorno“, “lì vicino“.

Attenzione perché “giù di lì” si può usare anche quando si parla di scendere (giù) da un luogo.

Se mio figlio piccolo (un bambino) sale sul tavolo ad esempio, gli dico:

Scendi giù di lì!

Vieni giù di lì!

In questo caso verrebbe spontaneo usare “giù da lì“, cioè “da quel luogo“, e in effetti non è sbagliato, ma solo in questo caso.

Allora adesso che sono passati 4 minuti o giù di lì, è l’ora del ripasso, che vi faccio ascoltare subito.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Khaled (Egitto): c’è qualcuno che potrebbe spiegare il significato della parola illuminismo? Attendo lumi.

Sofie (Belgio): illuminismo viene proprio dalla parola lume, che è una luce. È un movimento che ha avuto infatti lo scopo di illuminare le menti e il mondo, attraverso la ragione, per allontanare la superstizione e l’ignoranza che derivano da teorie prive di fondamento.

Anthony (Stati Uniti): Gli uomini, stando a questo pensiero, si possono salvare non attraverso Dio e la religione ma mediante l’uso del libero pensiero.

Marguerite (Francia): anche le nuove idee di libertà, uguaglianza e fratellanza hanno origine dall’illuminismo. Liberté Égalité e fraternité. Questo si deve a noi francesi. Lasciatemelo rivendicare con orgoglio.

Hartmut (Germania): anche due grandi filosofi tedeschi, Marx ed Hegel, da par loro, hanno dato il loro contributo. E anche oggi il loro pensiero ha un certo ascendente sulle persone.

Anne France (Francia): ma la religione quindi è eliminata in toto? E come la mettiamo con la salvezza dell’anima? Non mi pare da prendere alla leggera l’esclusione di Dio. Io, passatemi il termine , sono lontana anni luce da questo pensiero.

639 Di lì a poco

Di lì a poco (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: quando si studia l’italiano si impara, tra le altre cose, la differenza tra qui e lì.

Si impara ad esempio che qui e lì indicano dei luoghi vicini oppure un po’ più lontani. Si parla di luoghi e di spazio.

Lì, con l’accento, si usa in diversi modi in realtà, e tutti questi modi non fanno sempre riferimento al concetto di vicinanza o lontananza da un luogo, una vicinanza spaziale.

Se dico “La bottiglia si trova lì”, magari indicando col dito, sto certamente parlando di una bottiglia che sta poco lontano da me.

Oppure posso dire che “sta lì” nel senso di “si trova in quel luogo” o “lì vicino” cioè vicino a quel luogo anche se quel luogo è lontanissimo.

Se allarghiamo gli orizzonti, abbiamo visto già l’espressione “siamo lì” e si è visto come il concetto di vicinanza non è detto si riferisca sempre allo spazio. In questo caso infatti si potrebbe parlare anche di vicinanza nel senso, nel significato, negli effetti o nel risultato.

Altre volte “lì”, in posizione finale serve a rafforzare qualcosa:

È quel libro lì che devi comprare

Come a dire: proprio quello, esattamente quel libro, quello che hai appena detto o quello di cui abbiamo appena parlato.

Poi abbiamo già visto insieme anche l’espressione “lì per lì” , che significa “sul momento”, come abbiamo visto. Lo spazio qui non c’entra ma c’entra il tempo e la stretta vicinanza rispetto ad un momento.

Abbiamo anche visto “essere li lìper fare qualcosa.

Ma ci sono altre due espressioni che mi interessa spiegarvi.

Oggi vediamo “di lì a poco” e domani “giù di lì“.

Nell’espressione “di lì a poco” si utilizza il concetto di vicinanza con riferimento al tempo. Quindi lì rappresenta un momento nel passato, quindi non nell’immediato presente ma un momento già passato di cui si parla.

“Di lì” sta per “da quel momento”, mentre “a poco” sta per “poco tempo dopo” .

Quindi “di lì a poco” significa “poco tempo dopo quel momento”.

L’espressione si usa quando si vuole parlare di un fatto accaduto dopo un certo momento, abbastanza vicino.

Es:

Maria si è laureata a marzo del 2000 e di lì a poco aveva già trovato un lavoro.

Quindi Maria è fortunata perché appena si è laureata è passato poco tempo prima che trovasse un lavoro. Maria, dal momento in cui si è laureata, dopo poco tempo aveva già trovato un’occupazione.

Un’espressione veloce, colloquiale e molto usata.

Notare che ai sta parlando del passato, altrimenti, se parliamo del presente meglio dire “di qui a poco”.

Quanto ti manca prima di essere pronta cara, lo sarai di qui a poco?

Lo so, faccio sempre lunghe spiegazioni, ma prometto che di qui in avanti cercherò di essere più sintetico.

Di qui a un mese avremo fatto altri 30 episodi di questo tipo.

Sia qui che lì, pertanto, assumono anche valore temporale. Poco infatti sta per “poco tempo“, ma questo tempo può essere espresso in giorni o minuti ore ecc. In questo caso poco diventa pochi:

Di qui a pochi secondi avrò terminato la spiegazione

Dopo l’incidente, di lì a pochi giorni mi ripresi.

Per sintetizzare al massimo , “di qui a poco” significa “tra poco”.

Di lì a poco” invece posso tradurlo più semplicemente con “poco dopo”.

Adesso ripassiamo con un po’ di storia:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut (Germania): la vogliamo finire una volta per tutte con questi ripassi complicati? Quasi fossimo studenti e tu Giovanni un professore di storia e letteratura italiana!

Bogusia (Polonia): sai che a monte di questa tua rabbia e intransigenza, potrebbe esserci proprio una scarsa cultura?

Marguerite (Francia) e Edita (Rep. Ceca): Potrebbe aiutarti anche un po’ di meditazione. All’inizio potresti essere impaziente, ma col prosieguo dell’esperienza ne trarrai sicuro giovamento

Mary (stati Uniti): nel frattempo però, disponendo di tempo risicato, non possiamo più parlare d’altro. Vorrà dire che se ne riparla domani . Giusto il tempo di accennare alla definizione che del tempo ne dà sant’Agostino: il tempo non esiste. Questo si deve al fatto che Il passato non esiste in quanto non è più; il futuro non esiste in quanto non è ancora; e il presente diventa continuamente passato.

Peggy (Taiwan): qualcosa non mi torna… ma se il tempo non esiste, allora neanche questa rubrica dei due minuti esiste?

Sergio (Argentina): eccome se esiste invece! questa è la famosa eccezione che conferma la regola!

638 A questa parte

637 Fintantoché

636 Nisba

Constatare – VERBI PROFESSIONALI (n.68)

Il verbo CONSTATARE

Descrizione

Il verbo constatare è il numero 68 dei verbi professionali.

Durata: 11:26 minuti

Testo e audio MP3 sono disponibili solo per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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I malpancisti e i cerchiobottisti POLITICA ITALIANA (Ep. n. 14)

I malpancisti e i cerchiobottisti (scarica audio)

Tutti gli episodi

Trascrizione

Avete mai avuto il mal di pancia? Lo sapevate che coloro che hanno il mal di pancia, in politica hanno un nome preciso: i malpancisti. Che strano vero?

Apriamo una breve parentesi sul suffisso – ista.

Usiamo un suffisso – ista, per il singolare e – isti per il plurale.

Il suffisso -ista in generale indica una persona che svolge un’attività, oppure che segue un’ideologia o presenta determinate caratteristiche. Non si usa solamente in politica naturalmente.

Pensiamo all’autista che guida l’auto, al barista che si occupa del bar o all’elettricista che lavora con l’elettricità. Pensiamo anche alla persona femminista, che si riferisce all’ideologia e si riferisce al femminismo e a chi lo sostiene.

Si usa molto questo suffisso anche nelle parole di nuova formazione. Pensiamo anche al cosiddetto cerchiobottista, cioè la persona che evita di compiere una scelta decisa.

Anche questa spesso è una caratteristica che si addice a molti politici. Deriva dal detto dare un colpo al cerchio e uno alla botte. I politici in effetti spesso si comportano in modo da non scontentare nessuno, per non perdere voti e sostenitori. Allora una volta sostengono le idee di una certa parte della popolazione e altre volte le idee di un’altra parte, anche se sono opposte tra loro. Non si capisce mai da quale parte stanno i cerchiobottisti.

Si dice così perché una volta esisteva il mestiere del bottaio, che costruiva le botti, che servono a contenere vino o olio.

Quando costruiva la botte, che è fatta di legno con dei cerchi di metallo, il bottaio, per fare bella tonda la botte, alternava delle martellate un po’ sul cerchio di ferro e un po’ sul legno, per non fare troppo male all’uno e all’altro.

Quindi dava una botta al cerchio di ferro e poi alla botte di legno. Un simpatico modo di dire che si addice molto ai politici che cercano di barcamenarsi tra una posizione politica e l’altra.

Barcamenarsi come verbo esprime ugualmente quest’idea di cercare di cavarsela in qualche modo in situazioni difficili, e spesso si usa quando nelle difficoltà si cerca di sopravvivere, ma si può usare anche quando si cerca di evitare di assumere una posizione che possa compromettere i propri interessi. Simile anche a destreggiarsi, di cui ci siamo già occupati.

I cerchiobottisti, politica a parte, si trovano sempre in una situazione da dover gestire quando ci sono interessi opposti e quindi è normale che se ne parli spesso in politica, ma volendo si potrebbe uscire da questo contesto.

In merito al malpancista, invece, potete usare questo appellativo solo parlando di politica.

Torniamo dunque ai malpancisti, cioè a coloro che hanno il mal di pancia.

Ma in che senso?

Forse i politici mangiano pesante?

Forse, questo è vero, qualcuno mangia troppo, ma non è questo il problema.

Sapete che il mal di pancia viene quando qualcosa non funziona allo stomaco, specie nella digestione.

Qui casca l’asino! Infatti tra le cose che non si possono digerire ci sono anche le decisioni politiche.

Esiste infatti la cosiddetta “linea di partito” , che rappresenta il programma o il piano politico da perseguire secondo le idee del partito in questione, quindi gli obiettivi da raggiungere. Questo perché ogni partito ha una sua visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico ovvero relativa a questioni fondamentali circa la gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici o particolari.

Ma non tutti sono completamente d’accordo su tutto. Allora potrebbe crearsi del malcontento tra i politici, una insofferenza, un fastidio, un malumore.

Se poi questi politici sono un gruppo numeroso, che possono creare problemi, queste persone vengono etichettate con il termine malpancisti, cioè coloro che non si trovano in sintonia con la direzione del partito in merito ad alcune scelte.

Spesso sono sempre le stesse persone i malpancisti, perché si creano dei cosiddetti “schieramenti” , dei gruppetti di parlamentari o senatori, chiamate anche “fronde” all’interno dello stesso partito, che sono rappresentati in genere da un solo personaggio in particolare che dunque li rappresenta.

Vediamo qualche esempio:

La fronda malpancista del Partito democratico si oppone alla riforma della giustizia.

I malpancisti del centro destra, col loro atteggiamento di dissenso, fanno arrabbiare il loro capo.

L’Italia vota il green pass, nonostante i malpancisti.

Malumori nella Lega: i malpancisti sono contrari alla linea del presidente Draghi ma alla fine si adeguano

I malpancisti solitamente non si spingono fino al palese dissenso, non votano contro, però comunque si fanno sentire e cercano spesso di ottenere qualcosa in cambio per farsi passare il mal di pancia: una promessa su una futura legge ad esempio, e in generale cercano di far passare la loro linea almeno su alcuni punti.

Ci vediamo al prossimo episodio sulla politica italiana.

635 Da quel dì

634 Raccapezzarsi

633 E’ Il caso o non è il caso?

E’ Il caso o non è il caso?

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto l’episodio si dà il caso che“, forse è il caso di approfondire maggiormente il senso della parola “caso”.

Ma non è proprio il caso di occuparci di tutti i suoi utilizzi, considerando che ce ne sono parecchi.

Allora mi limiterò alle espressioni “è il caso” e “non è il caso“, che ho già utilizzato pochi secondi fa, non a caso.

Bisogna dire infatti che il termine “caso” può indicare, tra le altre cose, una situazione particolare, una situazione da affrontare, una situazione di fronte alla quale bisogna agire, per capire cosa fare. È come se dividessimo tutte le diverse situazioni in categorie, chiamate “casi”.

Cosa fare?

Oppure:

Cosa è il caso di fare?

Come a dire: in quale situazione siamo, in quale caso siamo?

Si può anche dire così, se vogliamo sottolineare la delicatezza della questione, o il fatto che stiamo valutando attentamente cosa fare.

Ciò che intendo dire è: è una di quelle situazioni in cui bisogna comportarsi in un certo modo? Siamo in uno di quei casi?

Ad esempio, se mi bocciano all’esame di italiano, posso dire:

E adesso?

E’ una di quelle situazioni in cui bisogna insistere e rifare l’esame? Oppure mi devo arrendere? Qual è il caso?

È una situazione nella quale insistere oppure no?

Oppure posso dire:

È il caso di insistere secondo te?

Sarebbe il caso di rifare l’esame?

Secondo te è il caso di riprovare a dare l’esame? Oppure non credi sia il caso?

Quindi si sta chiedendo, in fondo, se sia meglio fare un’azione oppure farne un’altra.

È meglio la scelta A o la scelta B ?

Ma c’è qualcosa di più rispetto alla scelta migliore.

Generalmente quando è il caso o meno di fare qualcosa, c’è una situazione delicata, quindi la scelta migliore deve tener conto spesso, ma non sempre, di qualcosa di delicato, di opportuno.

Vedete che torniamo sempre, recentemente almeno, alle cose opportune da fare.

Oddio, ho fatto due starnuti. Avrò il Covid?

No, tranquillo, non è il caso di preoccuparsi per così poco.

Vedete quindi che non si tratta semplicemente della scelta migliore.

In questa occasione è come se dicessi: non vale la pena preoccuparsi, non bisogna preoccuparsi, non siamo in una situazione in cui bisogna preoccuparsi. Non siamo in quel caso.

Occorre preoccuparsi o no, per due starnuti?

È il caso di preoccuparsi?

Non credo sia il caso. Almeno in questo caso.

Oppure, un altro esempio:

Vuoi andare a parlare col professore vestito così?

Non credo sia assolutamente il caso di presentarsi con la tuta da ginnastica!

Questa sicuramente è una situazione delicata.

Il tuo abbigliamento non è adatto. Secondo me non è il caso.

Molto simile (in questo esempio) a “non è opportuno” e potremmo parlare anche di “discrezione” perché siamo nell’ambito dei comportamenti adatti o non adatti, opportuni o non opportuni.

Vi faccio notare che “non è il caso” ha qualcosa in comune con “non è cosa“, di cui abbiamo già parlato. “Non è cosa”, si potrebbe tradurre, volendo con “non è assolutamente il caso“, ma si usa anche quando qualcosa non riesce proprio, nonostante molti tentativi. “Non è cosa” è anche molto più informale e netta come espressione, quando si usa per escludere categoricamente che qualcosa vada fatto.

Non è il caso somiglia invece più ad un consiglio.

E adesso credete sia il caso di fare un bel ripasso degli episodi precedenti?

Direi di sì, visto che i due minuti sono già passati.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: cos’hai Irina? Perché sei così nervosa? Sembri un’anima in pena!

Irina: hai ragione, questa mia preoccupazione si deve al fatto che sono stato/a invitata a pranzo in ambasciata oggi e non vorrei prestarmi a brutte figure. Sono preoccupata perché non conosco bene il galateo a tavola, ma la forma è sostanza in posti così! Sono preoccupata soprattutto perche dovrò sbucciare la frutta. Ci saranno qualcosa come 10 ambasciatori a questo pranzo. Non vi dico che ansia!

Marcelo: Senza contare che dovrete prendere anche il caffè!

Mary: dovrai imparare a prendere il caffè per bene allora.
Avete presente quello che dice il galateo in merito?

Rafaela: Secondo me si tratta di indicazioni che lasciano il tempo che trovano. Predicano un comportamento piuttosto lezioso, roba di tempi passati. Come la vedete voi?

Anthony e Rauno: ma quando mai? Ti aiuto io. Sempre che tu voglia essere aiutata. Innanzitutto non approfittare, cioè non fare incetta di cibo.

Irina: ci mancherebbe! Altrimenti verrà a galla la mia mancanza di stile.

Peggy: anch’io ne so qualcosa di galateo. Ad esempio, riguardo al caffè, la tazzina va sollevata con pollice e indice, e quindi portata verso le labbra (non è il contrario, cioè non è la bocca che va verso la tazzina).

Sofie: poi, sempre stando al galateo, il cucchiaino va usato solo per mescolare lo zucchero, non per pulirlo dal caffè con la bocca. Mi raccomando!

Harjit: non è segno di classe neanche soffiare sul caffè se è troppo caldo, e sarebbe fuori luogo anche appoggiare il cucchiaino nella tazzina. Bisogna infatti appoggiarla sul piattino, sul lato destro.

Flora: E non fare strani versi dopo averlo bevuto qualora il caffè fosse una ciofeca. Forte dei nostri consigli adesso farai un figurone!

Mary: e con l’ammazza caffè come la mettiamo? Ma forse non è il caso di prendere anche quello…

Irina: infatti, vabbè grazie dei consigli ragazzi. Adesso bando alle ciance. Vado a prepararmi! Ma credo che le mie possibilità di cavarmela siano remote!

La parola misteriosa

La parola misteriosa (scarica audio)

Video YouTube

parola misteriosa video youtube

Trascrizione

Giovanni: riportiamo oggi un estratto di una videochat fatta con i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, nella quale propongo ai membri di indovinare una parola misteriosa in base a 13 indizi. 

Tutti i giovedì si fa una videochat per parlare, ascoltare e divertirsi in compagnia con la nostra lingua preferita.

Ecco gli indizi:

  1. punto di riferimento
  2. di solito ce n’è più di uno
  3. indica una gerarchia
  4. riguarda un interrogatorio
  5. riguarda la parentela
  6. c’è quello di giudizio
  7. ce l’hanno i monomi
  8. Possono mancare alla vista (plurale)
  9. c’è quello alcolico
  10. si può essere o non essere
  11. ne ha uno anche l’aggettivo
  12. se è buono si accetta volentieri
  13. ogni angolo ne ha uno diverso

Segue la spiegazione degli indizi.

Se siete studenti non madrelingua o amanti della lingua italiana e volete partecipare alle videochat dell’associazione, unitevi anche voi.

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632 Se ne parla e se ne riparla

Se ne parla

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Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto l’espressione “non se ne parla!”, che, ribadisco, è una esclamazione che esprime un deciso dissenso, un assoluto diniego, cioè rifiuto ad una proposta, oggi vediamo “se ne parla”.

Quindi è la stessa espressione di ieri ma senza la negazione.

Quindi mi chiedo: il significato è opposto rispetto a “non se ne parla?

Non esattamente. Sarebbe troppo facile.

Infatti se riceviamo una proposta e anziché opporsi con decisione, siamo disposti a discutere, una possibilità non è “se ne parla” ma qualcosa di simile:

Se ne può parlare

Che equivale a:

Se ne può discutere

Ne possiamo parlare

O più semplicemente:

Parliamone!

Questo tipo di risposte, aprono a una disponibilità a parlare, a discutere sulla proposta ricevuta, ma non stiamo dicendo che siamo d’accordo.

Ciò che vogliamo comunicare è una nostra disponibilità al dialogo, perché ciò che abbiamo appena ascoltato ci piace, e magari trattando un po’ i dettagli e le condizioni potremmo accordarci.

Di sicuro quindi non stiamo chiudendo la porta ma stiamo aprendo ad un possibile accordo.

E allora come si usa “se ne parla”?

Fondamentalmente si usa in altre occasioni e precisamente quando programmiamo un’attività, o anche quando stiamo rimandando questa attività.

Mi spiego meglio:

Stiamo decidendo quando affrontare una questione, o stiamo fissando un appuntamento, o quando fare qualcosa e dobbiamo quindi decidere il momento giusto, il giorno giusto o il mese, o la settimana o l’anno più opportuno.

Ad esempio:

Quando potrete venire a trovare Giovanni a Roma?

Tu puoi rispondere:

Potrei la prossima settimana, ma se non riesco a liberarmi se ne parla il mese prossimo.

Che significa?

Può significare che verrò il prossimo mese, oppure che probabilmente verrò il prossimo mese. Sicuramente non prima.

Non si tratta di un chiaro impegno a fissare una nuova data, quindi non significa, almeno non sempre, che il prossimo mese verrò a Roma sicuramente, ma significa in genere che prima del prossimo mese sicuramente non potrò venire a Roma.

“Se ne parla” quindi, espressione informale, poco adatta allo scritto, serve dunque più ad escludere un periodo di tempo che a garantire una data.

Se ne parla a settembre

Equivale dunque a:

Non se ne parla prima di settembre

Prima di settembre inutile parlarne

Ovviamente parliamo di un uso particolare di questa espressione, perché si potrebbe anche dire:

Dovremmo decidere quando andare a Roma. Quando se ne parla?

Ti interessa la storia della lingua italiana? Se ne parla proprio adesso in TV.

Nel primo caso significa: quando ne parliamo?

Nel secondo caso se ne parla sta per “se ne sta parlando”, “ne stanno parlando” in TV.

In entrambi i casi non stiamo parlando di qualcosa che non può accadere prima di una certa data. Non siamo nel caso precedente.

Ho detto che c’è un grado di incertezza nell’usare “se ne parla” quando dobbiamo decidere di fare un’attività, e che quindi potrebbe non essere chiarissimo se stiamo prendendo una decisione su una data precisa oppure escludere che questa attività venga fatta prima di quella data.

In effetti questa incertezza non si può eliminare del tutto.

A volte si utilizza:

Se ne riparla

Ma non cambia molto, anzi così aumenta ancora di più l’incertezza.

Es:

La pioggia ostacola la fine dei lavori al Colosseo. Se ne riparla la prossima settimana.

Significa quindi che se tutto andrà bene, ma solo in questo caso, la prossima settimana finiranno i lavori.

Anche questa volta l’Inghilterra non ha vinto i campionati europei di calcio. Se ne riparla dunque tra 4 anni.

Spessissimo l’espressione è preceduta da “altrimenti”:

Facciamo oggi questa cosa, altrimenti se ne parla dopodomani. Prima non posso.

Andiamo allo stadio domenica? È l’ultima partita! Altrimenti con la pausa estiva se ne riparla a settembre!

Un’ultima annotazione sul verbo “riparlare” che si usa normalmente, espressioni a parte, in un modo più semplice:

vi prego, non mettetevi a riparlare di politica!

Da questo esempio capite che riparlare significa parlare nuovamente.

Oppure:

Ci siamo riparlati dopo due anni perché avevamo litigato.

Questo è l’uso riflessivo: riparlarsi, che si usa per indicare che un rapporto viene ripreso, riallacciato, specialmente dopo un litigio, quindi indica un rappacificarsi, un rappacificamento (difficili da pronunciare?) cioè un ritorno alla pace e all’accordo.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: avete sentito la notizia che il nostro amico sta per sposarsi con il suo grande amore. Era ora che smettesse di cincischiare. Più di una volta mi sono chiesto se lei stesse per prendere e dirgli addio.

Harjit: eh sì, questa notizia non ci giunge nuova. Infatti delle sue intenzioni ne abbiamo avuto notizia quando il suo piano su come farle una proposta di matrimonio stava ancora prendendo forma. Ragazzi, ad essere sincero sto cercando ancora di capacitarmi del fatto che uno come lui sia riuscito a far cadere nelle sue tenaglie una ragazza di cotanto stile e delicatezza. Vi dico sul serio che l’annovererei tra l’altro anche tra le ragazze più intelligenti, avvincenti, oltre che attraenti, che io abbia mai visto. Questo va detto.

Peggy: ah ah, stai proprio rosicando eh? Secondo me non c’è da aggiungere che: beato lui!

Marcelo: ma cosa dici, M2? non è mica pizza e fichi neanche lui. E lui, di contro, da pacifista qual è, abbozza da anni sia i tuoi commenti che il tuo atteggiamento prevenuto nei suoi confronti.

Hartmut: macché pacifista! E’ un poliziotto ormai affermato, con tutti gli annessi e connessi. Non ho il minimo dubbio che ti risponderebbe a tono prendendoti a mali parole, come minimo, se gli capitasse di sentire che parli di lui in questo modo. Anzi sono sicuro che ti metterebbe a posto senza remore proprio come si deve.

Harjit: ma smorziamo i toni ragazzi! Non è per niente cosa scaldarvi così. Si può sapere cosa vi ha preso per farvi sbroccare così? . Ah ci sono! Avete ripassato l’episodio di 2 minuti con italiano semplicemente sui mille modi per arrabbiarsi!

Ulrike: Sono d’accordo. Siete come al solito totalmente sopra le righe. Per quanto concerne il nostro amico sono estasiato, super felice, assolutamente niente da eccepire! Auguroni @⁨Khaled Mohamed⁩!

631 Non se ne parla!

Non se ne parla (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: parole, parole, parole, recita una famosa canzone italiana. Ma parlare a cosa serve? Diciamo a comunicare, in generale, ma spesso il verbo si usa per indicare un particolare tipo di comunicazione.

Se dico ad esempio a mia moglie:

Dobbiamo parlare.

Lei si preoccuperà. Cosa mi dovrà dire? Perché mi vuole parlare? Di cosa?

Questo “parlare” indica in questo caso un chiarimento che normalmente comporta delle conseguenze, dei cambiamenti di qualsiasi tipo. Un argomento delicato di cui parlare in privato.

Altre volte parlare indica anche una semplice discussione su un argomento:

Oggi in ufficio dovremmo parlare di un affare.

Ne parliamo appena torno a casa

Altre volte si usa quando si devono spiegare bene le caratteristiche di qualcosa o quando si fa una proposta e un’altra persona può accettarla oppure no:

Di questo affare ne dobbiamo assolutamente parlare

Ti propongo una soluzione al problema. Parliamone.

Si usa anche, e arriviamo all’espressione di oggi, quando vogliamo rifiutare decisamente una proposta.

Non se ne parla proprio!

Cosa hai detto? Non se ne parla!

Andare a lavorare senza aria condizionata? Con questo caldo? Non se ne parla prima della fine dell’estate!

Non se ne parla: Con questa espressione si sta dicendo che non è neanche il caso di parlarne, quindi si non deve neanche iniziare una discussione sulla questione, perché ciò che hai detto non mi trova assolutamente d’accordo. Siamo in completo disaccordo se dico:

Non se ne parla!

Non se ne parla proprio!

Sintetizzando, l’espressione equivale a un “no!”

Spesso si aggiunge, “proprio” in questo caso, equivale a “assolutamente”. Si vuole esprimere convinzione, risolutezza, una ferma opinione da non discutere.

Quando dico “Se ne parla” si intende “si parla di questa cosa” Quindi la particella “ne” serve a non ripetere la questione di cui si sta parlando, altrimenti dovrei dire:

Non dobbiamo proprio parlare di questa cosa!

Non discutiamo assolutamente della questione!

O altre frasi di questo tipo

Ovviamente io metto sempre il punto esclamativo in questi casi, perché altrimenti “non se ne parla” può avere un senso diverso. Ad esempio:

Ma il problema che avevamo ieri? Non se ne parla più? Forse è stato risolto?

Se non se ne parla evidentemente è stata trovata una soluzione.

Non se ne parla in giro, ma la lingua italiana si sta diffondendo sempre di più nel mondo

Della riforma del lavoro non se ne parla ormai da tempo. Chissà perché.

Oggi nel ripasso parliamo di… ve ne parla Bogusia, il membro dell’associazione Italiano Semplicemente che lo ha realizzato. Domani vediamo “se ne parla” (senza negazione) e anche “se ne riparla“.

Buon ripasso (ci sono ben 51 richiami a episodi precedenti):

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno a tutti, vi ho ascoltato davvero con molto piacere recentemente. Siete stati bravissimi con i vostri ripassi sui diversi argomenti, ma cotanta cultura mi ha preso un po’ alla sprovvista. Eravate davvero in vena. Balza agli occhi che ci sappiate fare in questo ambito, eccome. Questo mi ha dato lo spunto per comporre il presente ripasso. Avete mai pensato di cimentarvi con qualche satira?

Gli eventi che viviamo di recente a tratti fanno paventare sciagure nel il nostro futuro e soprattutto in quello dei nostri figli.

Ci viene voglia di gridare a squarciagola che bisognerebbe rimettere in sesto tante cose, ci viene voglia di apostrofare qualcuno di rilievo, qualche politico oppure qualcuno che semina voci false e tendenziose e rispondergli in malo modo.

Però il mondo è quello che è e bisogna mettersi dei paletti e a volte anche darsi una regolata.

Però urge dire qualcosa, arrabbiarsi apertamente, indignarsi pubblicamente, ma non lo facciamo perché sarebbe una mossa sbagliata e di conseguenza si vedrebbero le brutte e si potrebbe persino finire in galera.
Da che mondo è mondo esiste questo problema, ma si dà il caso che fin dagli inizi del XVI secolo a Roma abbiano inventato una bella mandrakata per far sapere alla gente di potere che c’è qualcuno di diverso avviso che si ribella, e questo avveniva tramite la stampa satirica e le “statue parlanti” che svolsero il ruolo di vere e proprie gazzette, veri e propri giornali, dove di punto in bianco si commentava un fatto accaduto un certo giorno.

Parlo del cosiddetto “Congresso degli Arguti” cioè un gruppo composto di sculture, sparse nei vari punti della città, che “parlavano” attraverso componimenti satirici.

Anonime malelingue che non volevano calare le braghe davanti al potere, in primo luogo quello della chiesa.

Bisognava correre ai ripari e i loro pensieri venivano pubblicati su fogli e foglietti affissi di nascosto proprio su queste sculture.

Il Congresso degli Arguti consiste di ben sei sculture.

Annoverato tra i più conosciuti è il Pasquino, una statua ormai assai mal ridotta vicino campo de Fiori, al centro di Roma.

Le altre si chiamano: Marforio, Madame Lucrezia, il Facchino, l’Abate Luigi e il Babuino.

Quell’ultima fu giudicata talmente brutta che i romani la battezzarono proprio “er Babuino” , paragonandola a una mera scimmia, appunto.

Non vorrei però tediarvi troppo parlando di tutti i dettagli su queste sculture.

Giocoforza qualcuno potrebbe darmi della leziosa e stucchevole.

Siamo li?

Secondo poi, potrei sforare nel tempo, facendole girare a qualcuno.

Sto scalpitando però per introdurvi una di queste cosiddette “pasquinate“, anch’essa annoverata tra i più famosi discorsi tra le statue parlanti, e riguarda l’occupazione francese, che dava del filo da torcere a tanti perché le truppe napoleoniche razziarono a man bassa il patrimonio artistico di Roma (1808 – 1814)
Eccolo:

Albèric (Marforio) È vero che i francesi son tutti ladri?

Sofie (Pasquino): Tutti no, ma “bona parte”, si.

Bogusia: Allora, avete in vista qualche viaggio a Roma? E magari durante qualche tappa del vostro viaggio vi imbattete in queste sculture? Può darsi allora che vi coglierà alla sprovvista il fatto che anche oggi si possa scorgere qualche foglietto appiccicato sulle sculture.

Allora si presenta anche a voi l’occasione per cimentarvi con qualche satira. Potete appenderla su una di queste statue parlanti e chissà, magari questo sarà anche il vostro esordio nell’ambito della satira.

Non ne risentirete sicuramente perché si fa in modo anonimo. In bocca al lupo!

630 Prendere alla leggera

Prendere alla leggera

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Giovanni: oggi parliamo leggerezza.

Mi interessa in realtà l’espressione “prendere alla leggera” qualcosa, in cui si utilizza il verbo prendere, che come abbiamo già visto insieme in un episodio si usa moltissimo nelle espressioni idiomatiche.

Ma iniziamo da “leggera” che sembra indicare qualcosa di poco pesante. Non badate al fatto che si usa il femminile.

L’episodio che abbiamo visto sulla pesantezza ci potrebbe aiutare a capire il senso di questa espressione, perché anche le preoccupazioni possono appesantire una giornata, quindi i pensieri, gli impegni di lavoro e non solo.

C’è un problema però quando si cerca di non preoccuparsi troppo e di non essere ansiosi. Si rischia di prendere alla leggera questo compito o questo problema. Si rischia cioè di sottovalutarlo e ad un tratto ci accorgiamo che avremmo dovuto preoccuparci di più. Forse sarebbe stato meglio dedicare più tempo e risorse a questo impegno, poiché alla fine si è rivelato un impegno gravoso, e ci sono state conseguenze negative.

Un’espressione che si usa spessissimo nella lingua di tutti i giorni e che spesso è sostituita semplicemente dal verbo sottovalutare, o dall’espressione “prendere sotto gamba” una questione, con lo stesso senso.

Sottovalutare è però un verbo che esprime solamente una valutazione inferiore di una cosa o una persona, inferiore rispetto a quanto effettivamente vale questa cosa o persona. Si può usare anche sminuire qualcosa.

Nell’espressione “prendere alla leggera” c’è invece anche un giudizio sulla persona che prende alla leggera qualcosa.

Quando non si prende qualcosa alla leggera, vuol dire che si dà invece il giusto peso alle cose e si agisce con consapevolezza, con “cognizione di causa“, cioè avendo ben presenti gli eventuali ostacoli e la portata generale della questione o del problema.

Grazie a questa consapevolezza si possono mettere in atto tutte le azioni che servono per risolvere i problemi. 

Vediamo qualche esempio:

Una squadra di calcio può prendere alla leggera un incontro con una squadra meno blasonata, quindi inferiore, almeno i teoria e questo potrebbe costarle caro e perdere la partita. Mai sottovalutare un impegno, anche se apparentemente poco impegnativo. 

Il capufficio ha fatto alcune battute pesanti su una sua dipendente molto carina. Non bisogna prendere alla leggera questa cosa, non bisogna sottovalutare questo fatto, perché la questione potrebbe prendere una brutta piega.  Le cose dunque potrebbero peggiorare, quindi è bene riflettere bene su cosa fare per far sì che questo non accada.

Per aiutarvi a comprendere ancora meglio, vi dico che abbiamo già visto in particolare l’espressione “prendere la vita con filosofia” all’interno dell’episodio dedicato a “prenderla con filosofia”. Come concetto siamo lì più o meno, perché anche la vita si può prendere alla leggera e questa è una vera e propria filosofia di vita, un modo per affrontare la vita in generale. Ma è una buona cosa prendere la vita alla leggera?

Si potrebbe pensare che prendere la vita alla leggera si riferisce all’impostazione mentale di una persona che non tende mai a preoccuparsi troppo delle cose, e questa può essere pertanto intesa anche come qualcosa di negativo, per quanto detto finora.

Infatti se mi riferisco ad una singola questione, se questa si prende alla leggera non è mai una cosa positiva, perché si vuole dire che ne stiamo sottovalutando le conseguenze . 

Questa “leggerezza” con cui si affronta qualcosa, come un singolo impegno o un problema, indica sempre una scarsa serietà di una persona, una noncuranza nell’affrontare i fatti, i problemi e gli impegni, cosa che spesso fa venire i nervi, innervosisce chi invece ha l’approccio opposto. Ma a proposito della vita presa alla leggera, o con leggerezza, ne possiamo parlare per discutere se questa è una cosa positiva o negativa. 

Sapete che, in merito all’argomento “leggerezza” si è pronunciato anche Italo Calvino, un importante scrittore italiano di cui spesso con i membri dell’associazione abbiamo parlato all’interno del gruppo Whatsapp. Italo Calvino diceva proprio che bisogna prendere la vita con leggerezza, e questo a conferma del fatto che se si parla di vita, se è la vita ad essere presa con leggerezza, allora questa può essere intesa come una cosa positiva. Ma cosa intendeva Calvino?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (scarica ripasso) 

Irina (California): Forse Calvino intendeva dire che questa leggerezza non è superficialità? A suo dire infatti occorrono sia precisione che determinazione per essere “leggeri”, ma senza dare “peso” a ciò che non è essenziale.

Khaled (Egitto): Calvino questo concetto lo applicava alla scrittura, che non doveva risultare “pesante“, e quindi una volta scritto il testo, lo leggeva e lo rileggeva, sgrossandolo via via e eliminando ciò che non era necessario.

Ulrike (Germania): eliminava tutto, fatto salvo ciò che era fondamentale.  

Sofie (Belgio): Calvino diceva che era l’inutile ad appesantire il testo. Ma il suo pensiero si può applicare anche a chi non è uno scrittore, quindi possiamo leggerlo come un pensiero rivolto erga omnes (passatemi l’espressione) perché anche nella vita di tutti i giorni, molto pesante a tratti, ma in cui tutto è sempre in divenire,  si deve dare alle cose l’importanza che meritano, e dunque in questo senso si direbbe che sia una buona cosa prendere la vita alla leggera.

Harjit (India): Interessante. Io prenderei spunto volentieri da questa discussione per riflettere sulla mia vita, sennonché ormai ho una certa età, ragion per cui ne parlerò subito con i miei figli. 

629 Discreto e indiscreto

Discreto e indiscreto

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Giovanni: oggi continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci vanno a genio, ma non solo.

Facciamo un piccolo riassunto: Abbiamo visto prima l’aggettivo ortodosso, poi “sopra le righe“, poi gli aggettivi lezioso e stucchevole e poi ancora il verbo tediare.

Oggi ci occupiamo dei termini discreto e indiscreto, che sono quasi sempre da intendere con significato opposto.

Ho detto quasi sempre, perché l’aggettivo discreto può essere usato sia per descrivere una persona, o un comportamento di una persona, ma anche per valutare qualcosa.

Se parliamo di valutazione, una cosa valutata come discreta è sicuramente positiva, quindi stiamo dando una sorta di apprezzamento. Questa valutazione comunque, pur essendo positiva, si trova un gradino più in basso rispetto all’aggettivo “buono” e ovviamente anche a “ottimo”. Siamo dunque soddisfatti di qualcosa ma non soddisfattissimi..

Questa cosa ritenuta “discreta” è più che sufficiente a soddisfare le nostre principali esigenze.

Quindi possiamo stare in discreta salute, cioè una salute soddisfacente, buona, apprezzabile, fondamentalmente positiva ma senza esagerare.

Se acquistiamo un prodotto ad un discreto prezzo vuol dire ugualmente che è un buon prezzo, soddisfacente, che ci soddisfa.

Ugualmente possiamo parlare di un discreto numero di qualcosa, quindi un numero abbastanza elevato, non basso certamente ma neanche altissimo.

Possiamo avere una discreta cultura o una discreta capacità di fare qualunque cosa. In generale è sempre una cosa positiva, una valutazione positiva che si può usare in ogni evenienza, cioè in ogni occasione.

Parlando invece di comportamenti, esiste quella che si chiama la discrezione e anche l’indiscrezione, che è la caratteristica opposta.

Solo se parliamo di comportamenti è possibile usare questi due termini.

La discrezione può riguardare ad esempio una persona, che quindi viene giudicata come una persona discreta. È certamente una caratteristica positiva.

In realtà non siamo molto lontani dal concetto precedente, quindi si tratta di una caratteristica positiva, ma ci riferiamo al suo modo di comportarsi, al comportamento di questa persona.

In particolare questa persona, per essere definita discreta, può avere diverse capacità.

Ad esempio quella di saper mantenere un segreto.

Mi raccomando, sii discreto, non dire questo segreto a nessuno.

Tranquillo, sarò molto discreto.

Ma la discrezione può indicare anche una moderazione nei comportamenti, quindi una persona discreta è capace di comportarsi in modo da non urtare l’altrui suscettibilità.

La persona discreta non fa domande troppo personali, non si interessa delle questioni altrui solo per curiosità, non ti offende gratuitamente, cerca di non dar fastidio a nessuno, cerca di non farsi notare, cerca di non alzare la voce. Non fa mai cose indiscrete.

Quando parliamo di comportamenti quindi essere discreto è l’opposto di essere indiscreto.

Es:

Non voglio sembrare indiscreto, ma posso chiederle la sua età signora?

In questo caso in realtà sono stato molto indiscreto.

Mi raccomando, non essere indiscreto e non fare domande inopportune e troppo personali.

La discrezione è una conseguenza un po’ dell’educazione ricevuta, e un po’ è anche una caratteristica delle persone più sensibili.

Il termine indiscrezione, opposto alla discrezione, è dunque un atto, un comportamento contrario alle esigenze di delicatezza o riservatezza di altre persone.

Però si usa anche in senso abbastanza neutro, non negativo quindi, quando vengono rivelate notizie riservate.

I giornalisti ad esempio raccolgono indiscrezioni per poter scrivere degli articoli interessanti.

Oppure posso dire:

La vuoi sapere un’indiscrezione? Pare che il nostro capo si sia fidanzato con la sua segretaria.

Girano alcune indiscrezioni in merito ad una eventuale cessione di Cristiano Ronaldo.

Si parla quindi di notizie più o meno riservate, quasi delle voci di corridoio, qualcosa che si sente in giro, cose di cui qualcuno parla, ma non è detto che siano notizie vere.

C’è comunque spesso il senso di un segreto svelato, perché qualcuno ha messo in giro queste voci, queste indiscrezioni, quindi certamente questa persona non è stata discreta nel suo comportamento.

Comunque anche un comportamento può dirsi discreto o indiscreto, non solo una persona: la rivelazione di una notizia riservata è un comportamento o un atto indiscreto.

Vediamo altri 2 esempi dell’uso di discreto e indiscreto e poi un bel ripasso che riguarda Luigi Pirandello

Ecco il meteo di oggi a Roma: tempo variabile martedì, discreto mercoledì, bel tempo giovedì

Sono stato indiscreto: ho chiesto l’età ad una signora e lei mi ha detto di farmi gli affari miei

Adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicement

Ulrike (Germania): ho appena scoperto che Luigi Pirandello (credo abbiate presente di chi stia parlando) era un decadentista. la cosa mi stupisce molto perché lui ha scritto il “Saggio sull’umorismo“, il che non sembra esattamente rispecchiare una visione decadentista, cioè cupa della vita. Forse è un decadentista a cui ha dato di volta il cervello?

Marta (Argentina): Infatti Pirandello riesce a superare il decadentismo, perché la vita secondo lui è semplice finzione. Secondo lui ciascuno di noi si nasconde dietro una maschera.

Edita (repubblica Ceca): Il problema è che gli altri hanno un’immagine di noi diversa di quella che noi vogliamo mostrare, ragion per cui ci vediamo costretti a decidere di impazzire, rifiutando la nostra identità, oppure di essere “uno, nessuno o centomila” persone diverse.

Rauno (Finlandia): questo sarebbe il relativismo se non sbaglio. Adesso prendo e vado a studiare meglio la questione…

Harjit (India): infatti. Tutto è relativo, dipende come lo guardi. Le prospettive sono infinite. Se sei alla ricerca di certezze nella vita Pirandello certamente non ti sarà di supporto
Anthony e Mary (Stati Uniti): Già… così c’è una incomunicabilità fra gli uomini, poiché ognuno la vede a modo suo. E tu come la vedi in merito?

Peggy (Taiwan): anch’io vorrei dire la mia: da giovane Pirandello fu costretto a destreggiarsi per superare una crisi finanziaria in famiglia. I problemi che ne conseguirono sfociarono nella sua concezione dell’esistenza come un crescendo di paletti insopportabili dall’esterno. Questo è quanto.

André (Brasile) e Anthony (Stati Uniti): qualcuno ha parlato di incomunicabilità? Se questa teoria di Pirandello risponde al vero, ho capito perché io non capisco le donne e le donne non capiscono me. Questo mi induce a pensare che sia tutta colpa di Pirandello se siamo agli antipodi!! Ma dimmi tu cosa devo scoprire, e per giunta proprio a ridosso della fine dell’episodio! Ed io che ormai mi ero convinto della teoria di mia moglie, secondo la quale non sarei portato per natura a capire un’acca del sesso femminile! Da oggi in poi mi avvarrò del relativismo Pirandelliano!!

Giovanni: va detto che molti uomini si trovano nelle stesse condizioni di André e Anthony.

Marta (Argentina): Non voglio sembrare indiscreta, ma penso che sia Gianni che Anthony si sentano identificati con André.

Marcelo (Argentina): io no però. Sono l’eccezione che conferna la regola.

Irina: capire le donne non è facile, e a volte bisogna prenderci con le molle. Altrimenti verrete incalzati di domande e non ce ne sarà per nessuno. Il matrimonio inoltre finirà inevitabilmente anzitempo.

628 Tediare

Tediare

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Trascrizione

Giovanni: continuiamo a parlare di atteggiamenti e comportamenti che non ci piacciono.

Abbiamo visto “sopra le righe“, e prima ancora avevamo visto ortodosso. Poi abbiamo incontrato lezioso e stucchevole. Un bel repertorio di espressioni finora, e ne vedremo delle altre anche nei prossimi giorni. 

Oggi vediamo come tediare una persona. Non faremo esattamente questo in realtà, ma mi limiterò a spiegarvi il senso del verbo, perché tediare è molto simile a stancare, ma mentre stancare si rivolge quasi sempre a sé stessi (stancarsi), tediare si  usa prevalentemente verso gli altri.

Quindi normalmente stancare si usa così:

io mi stanco, tu ti stanchi, lui si stanca, noi ci stanchiamo, voi vi stancate e loro si stancano.

Invece se uso tediare:

Io tedio Giovanni

Tu tedi Francesca

eccetera. Quindi è una azione che si rivolge contro altre persone.

In realtà il verbo stancare si può usare allo stesso modo, e in questo caso sono molto simili:

Io ti stanco.

Credo che tu mi stia stancando adesso.

Non voglio stancarvi con le mie chiacchiere

Ci stancate con tutte queste polemiche

eccetera

Il verbo tediare è simile, ma la differenza è che, oltre ad essere più “forte” o meglio, più intenso, come verbo, si usa quasi sempre con la negazione:

Non voglio tediarvi

Non volevo tediare nessuno

E’ più intenso rispetto a stancare perché trasmette anche fastidio e noia, quindi è simile a infastidire qualcuno causando “tedio“, e annoiare profondamente. Il tedio sarebbe proprio una sensazione di noia, di profonda noia, quasi esistenziale. Qualcosa di opprimente direi: Si usa poco come termine ma rende molto bene l’idea:

Non voglio inondarvi di tedio leggendovi le mie poesie…

Il tedio delle ore passate in casa in attesa che la pandemia scompaia

Direi che è anche più letterario come termine, rispetto alla noia

C’è dunque una forte insofferenza anche, cioè una Incapacità di adattamento ad una situazione o di sopportazione, di impazienza.

Si può tediare qualcuno con dei lunghi discorsi che risultano noiosi e stancanti

Volendo, ma l’uso non è frequente, si può usare anche verso sé stessi, come stancarsi:

Mi sto tediando su questo libro di grammatica italiana

Questo significa che, non seguendo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, stai provando una profonda noia, e anche un intenso fastidio. Cosa aspetti allora a cambiare metodo?

Consigli a parte, vediamo altri esempi:

Giovanni ha iniziato a tediarmi qualcuno con domande inopportune. Un fastidio che non ti dico.
 
Non vorrei tediarvi con le mie lunghe spiegazioni
 
Adesso allora smetto per non tediarvi ulteriormente
 
Come avrete capito si usa spesso anche come forma di chiusura di un discorso, ed è anche abbastanza simpatica e auto ironica come chiusura, e quindi non è detto che ci si renda conto che forse non è il caso di continuare a fare qualcosa che potrebbe risultare noioso e stancante.
Adesso allora per non tediarvi ulteriormente la finiamo qua e ripassiamo alcuni episodi precedenti:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Harjit (India) e Mary (Stati Uniti): E’ possibile mai che tu non abbia ancora messo mano sul dossier assegnatoci dal direttore? Di questo passo non lo porteremo a termine manco entro la fine dell’anno.

Sofie (Belgio): ci ho messo mano eccome! È solo che ci sono molte questioni delicate. Il lavoro stavolta ci sta dando dato molto filo da torcere.

Hartmut (Germania): appunto! Il direttore questo dossier ve l’avrà assegnato perché sa che non siete mica da meno degli altri collaboratori di questa unità.

Irina (California): ti ringrazio ma mi puoi togliere una curiosità? A cosa dobbiamo queste parole belle nei nostri confronti? Nel passato, se non ricordo male, eri ben disposto a sparlare alle nostre spalle, almeno a tratti, o meglio, quando più ti è convenuto.

Karin (Germania): sapete una cosa ragazzi? Mi ha sempre colpito come siete riusciti a prenderla con filosofia davanti a questo trattamento certamente non meritato . Ma adesso sembra che Hartmut si sia dato una regolata dopo essere stato apostrofato dal direttore per non avergliela raccontata giusta un paio di volte. Vai a capire come sia riuscito a scampare al licenziamento!

627 Lezioso e stucchevole

Lezioso e stucchevole

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Giovanni: dopo aver visto “sopra le righe” continuiamo a parlare di strani comportamenti, al di fuori del normale.

Un comportamento anormale può esserlo anche perché ritenuto troppo caricato, come si è detto, oppure non spontaneo, non naturale, si può anche parlare di gesti affrettati, eccessivi, esagerati. A volte si utilizza anche il termine lezioso.

Anche quest’ultimo aggettivo si usa molto spesso a proposito di gesti o comportamenti innaturali e persino stucchevoli.

Questi ultimi due termini sono particolarmente adatti per giudicare un comportamento non solo innaturale, ma fastidioso. Denota una maniera artificiosa (attenzione, ho detto artificiosa e non artificiale. Ricordate l’uso del suffisso – oso?) dicevo, una maniera artificiosa e anche studiata, voluta, ricercata di parlare o di comportarsi, di chi vuole ostentare qualcosa, cioè mettere in mostra sé stesso con insistenza o vantandosi, in modo esibizionista.

Questo può dare molto fastidio.

Quando accade si può usare lezioso e anche stucchevole.

Che atteggiamento lezioso e stucchevole! Giovanni si sta vantando da mezz’ora ormai delle sue qualità come conquistatore di donne.

Giovanni ha sempre un comportamento sopra le righe recentemente. Ma cosa gli ha preso? È troppo lezioso! Dice sempre io ho fatto questo, io ho fatto quello!

La leziosità fa parte anche del linguaggio sportivo.

I giocatori di una squadra di calcio, ovviamente credono di essere forti e vogliono mostrare la loro bravura, ma se esagerano corrono il rischio di fare un gioco lezioso, poco pratico e funzionale, perché i calciatori cercano di fare finezze inutili in campo, solo per farsi notare e per questo risultano fastidiosi.

Quanti termini nuovi oggi!

Lezioso può essere anche un professore quando spiega qualcosa e bada più a mostrare la sua conoscenza che a trasmetterla, risultando fastidioso.

Quindi direi che la sensazione di fastidio caratterizza maggiormente l’aggettivo lezioso. Se aggiungiamo la stanchezza, la noia e la voglia di andarsene diventa stucchevole.

Invece per essere giudicato sopra le righe, come si è visto, uno degli ingredienti è anche il possibile imbarazzo che si causa ad altre persone per questa poca normalità nel comportamento, questo qualcosa di eccessivo che c’è e che non passa inosservato.

Abbiamo già visto anche il termine ortodosso, nell’episodio 530, abbastanza simile. Ma non voglio tediarvi ulteriormente.

Del verbo tediare parlino però nel prossimo episodio. Adesso un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: oggi vorrei parlare di letteratura e più precisamente del decadentismo cioè quel movimento artistico e letterario sviluppatosi in Francia, il mio paese, alla fine dell’Ottocento. Ma poi interessò anche il resto d’Europa,

Irina: il decadentismo si contraddistinse per un nuovo modo di pensare, perché la ragione e la scienza non erano riuscite a rispondere ai veri bisogni dell’uomo.

Marcelo: c’era troppa freddezza, troppo razionalismo e poca spiritualità nella scienza, ed è risaputo ormai che anche lo spirito va curato. Eccome!

Ulrike: La letteratura e gli uomini sentirono il bisogno di esplorare il mistero dell’anima e tutte le sue caratteristiche, ivi incluse quelle negative: il vizio, la lussuria, la noia, il disgusto per la vita e le peggiori voci interiori. Insomma eravamo agli antipodi del positivismo.

Sofie: non è che si esagerava un po’ col pessimismo? Passi che la scienza sia fredda, passi pure che anche le brutte sensazioni e emozioni abbiano il loro perché, ma dire che la vita non abbia senso…

Peggy: capisco cosa vuoi dire. Evidentemente c’era un certo non so che di affascinante nel vedere tutto nero.

626 Sopra le righe

Sopra le righe (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai conosciuto persone che hanno avuto o che hanno sempre un comportamento sopra le righe?

Si dice che un comportamento è sopra le righe, quando è poco opportuno, poco adatto alla circostanza, o quando il tono della voce utilizzato è eccessivo, troppo alto.

Si dice anche di persone a volte:

Alessia è sempre sopra le righe.

La riga in qualche modo rappresenta la normalità. Immaginate una barra, una linea orizzontale, quindi una riga è come una linea immaginaria che rappresenta un livello ritenuto normale, medio, di comportarsi.

Chi sta sopra le righe o chi va sopra le righe, sempre al plurale, sta esagerando, magari non di molto, ma si discosta da questa linea della normalità.

Quindi una persona che ha un comportamento sopra le righe viene facilmente notata e la gente si chiede:

Questo non è normale, cosa c’è che non va? Come mai si comporta così?

Le persone che hanno comportamenti sopra le righe non passano mai inosservate per questo motivo. Spesso creano imbarazzo.

Quando un comportamento o un atteggiamento è caricato, troppo enfatico, eccedente la norma, si può sempre dire che è sopra le righe. Enfatico significa che questa persona si compiace di caricare i toni ad esempio in ogni suo comportamento. C’è troppa enfasi.

Ma allora voi potreste chiedervi: quando è il caso di usare opportuno per giudicare un comportamento e quando dire che è sopra le righe?

Direi che una persona, quando ha un comportamento sopra le righe, può essere descritta inopportuna, ma nel termine inopportuno c’è meno giudizio e inoltre inopportuno si addice maggiormente ad un singolo comportamento:

Spero di non essere inopportuno se non do del lei alla professoressa

Sarebbe opportuno prenotare prima di andare al ristorante.

Vedete che nell’opportinitâ ci può semplicemente essere la cosa giusta da fare, cioè prenotare, per non restare senza tavolo al ristorante.

Inopportuno significa, più in generale, contrario alla convenienza del momento.

Non conviene non prenotare

Prenotare sarebbe opportuno

Non prenotare sarebbe inopportuno

Il tuo è stato un intervento veramente inopportuno durante la riubione. Come ti è venuto in mente di fare quella battuta sulla fidanzata del direttore? Ma sei fuori di testa?

Questo è un singolo comportamento, un singolo atto criticabile per il fatto che non è stato conveniente per nessuno. Non era il caso di fare una battuta simile.

Si usa spesso anche questa formula per dare una valutazione negativa ad un fatto:

Non è il caso di arrivare sempre tardi o ufficio

Non è il caso di vestirsi di bianco in un matrimonio quando non sei la sposa. Una cosa veramente inopportuna.

Anche nell’inopportunitâ c’è spesso una critica ad un comportamento, quando non si fa una cosa corretta, o educata, criticabile da un punto di vista umano, professionale o anche solo di consuetudine, solo perché generalmente non si fa in questo modo.

Ma l’essere sopra le righe, come detto, riguarda spesso un’abitudine e non un singolo comportamento e poi ciò che stiamo criticando in fondo non è l’atteggiamento ma la persona, che si comporta in modo strano, che può mettere in imbarazzo le altre persone con questo di comportamenti.

Anche una persona che ha bevuto un po’ può avere comportamenti sopra le righe.

Persone di questo tipo di solito non si comportano in modo inopportuno una sola volta, ma in genere spesso, nelle stesse circostanze.

Ci sono conunque anche altri modi per descrivere tali atteggiamenti, ad esempio abbiano visto i comportamenti poco ortodossi, simile, se ricordate, a poco adatti.

Altri li vediamo meglio nel prossimo episodio.

Per adesso ripassiamo e parliamo di poesia.

Ma a cosa serve la poesia? Lo sanno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in registrazione)

Irina: non saprei. Ma non voglio eludere la domanda. Serve forse a istruire le persone? Ha uno scopo educativo o istruttivo? Mi prendi un po’ in contropiede con questa domanda. Di sicuro non mi è mai andata molto a genio per via dei troppi versi da imparare a memoria

Andrè (Brasile): secondo me la poesia è una passione, e magari anche un’arte. Non deve però necessariamente servire a qualcosa. Avevo un amico che mi costringeva sempre ad ascoltare le sue poesie… Che pesantezza! Mi chiedevo sempre: Ne avrà ancora per molto?

Peggy (Taiwan): ah? cosa? Ma quando mai! Magari il tuo amico non era all’altezza. Dovevi starne alla larga allora!

Ulrike (Germania): Secondo Giovanni Pascoli, che era qualcuno nella poesia, più che altro la poesia serve a riconoscere le cose belle anche in cose semplici, a vedere la bellezza anche in cose umili, semplici e vicine, senza curarsi della scienza o di ragionamenti complicati. La poesia è semplice come la mente di un fanciullino.

Mary (Stati Uniti): e avvicina tutti, poveri e ricchi, perché la poesia vive solo di intuizione, sicché scopre ogni giorno la realtà, il mondo, come se fosse nuovo.

Karin (Germania): Proprio come i bambini, che in quanto tali non sanno le cose e non conoscono il mondo.

Hartmut (Germania): a suo dire la poesia permette a tutti di dialogare, basta far parlare il fanciullino che è in ognuno di noi. È così semplice che tanto vale provare.

Sofie (Belgio): io sono esattamente agli antipodi e Pascoli non mi tange proprio. Infatti credo che lo scopo della poesia sia esprimere un pensiero mettendo insieme parole a caso, o copiando pari pari qualche verso scritto da altri, cercando di far credere a tutti che ci sia qualcosa di profondo in me. Così si fa una bella figura.

Harjit (India): basta! Io questa non la reggo più!! Sempre irriverente e poco ortodossa. Datemi pure dell’intransigente ma io questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere!

Palazzo Madama- POLITICA ITALIANA (Ep. n. 13)

Palazzo Madama

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Tutti gli episodi

Parliamo ancora di politica italiana.

Vi capiterà spessissimo di sentir parlare di Palazzo Madama.

Palazzo Madama è l’edificio sede del senato della repubblica italiana e si trova a Roma. È un edificio storico di Roma.

Sapete che il Senato della Repubblica è uno dei due organi del Parlamento, insieme alla Camera dei Deputati. È l’organo alto, cioè il più importante del sistema bicamerale.

Dove si trova esattamente? Si trova situato nella omonima piazza Madama. Anche la piazza ha lo stesso nome. Ma perché questo nome?

Madama è un termine antico che indica una signora, una donna, come si suol dire, d’alto lignaggio.

Oggi non si usa più ma in tempi ormai passati si usava per indicare le donne importanti, appartenenti a un ceto sociale elevato, un alto lignaggio, appunto.

Infatti quel palazzo è appartenuto alla famiglia Medici, un’antica famiglia italiana di origine toscana, molto importante nella storia d’Italia e d’Europa a partire dal XV secolo e fino al XVIII secolo.

In particolare in quell’edificio vi abitò Margherita d’Austria, moglie di Alessandro d’Austria. Dopo la morte del marito il palazzo fu detto “palazzo della Madama d’Austria” e successivamente semplicemente palazzo Madama.

Anche oggi spessissimo nei TG e nelle notizie anziché parlare del palazzo del senato o del senato, si parla di palazzo Madama:

Attenzione perché un palazzo Madama si trova anche a Torino, ma si tratta di un altro edificio. Anche quel palazzo comunque deve il suo nome a due nobili signore che vi hanno risieduto in passato.

L’Aula di Palazzo Madama ha approvato la legge sul green pass

La riforma della giustizia civile è approdata in aula a Palazzo Madama

La commissione Giustizia di Palazzo Madama decide di dare il via alla discussione in aula sul disegno di legge contro l’omotransfobia

Oggi a palazzo Madama si discuterà la riforma del processo civile.

625 Prestarsi

Prestarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: prestate un attimo attenzione per favore perché oggi vorrei parlarvi del verbo prestarsi, la forma riflessiva di prestare. Ci siamo già occupati del verbo prestare infatti, nel corso di Italiano Professionale. si trova all’interno della sezione “verbi professionali” che è diventato anche un bel libro. fatevelo prestare se volete leggerlo!

In quella occasione si è parlato anche della forma riflessiva.

Oggi ci occupiamo solo di questa forma riflessiva.

L’esempio che abbiamo fatto in quella lezione è:

Il suo comportamento si presta a molte critiche

e anche:

Le tue parole si prestano a diverse interpretazioni

Il verbo prestare, anche nella forma riflessiva “prestarsi”, indica a volte una “disponibilità“, altre volte quello della “possibilità“, ma voglio farvi notare anche il senso della “debolezza” o della “criticabilità” derivante da un atteggiamento.

Ad esempio se ti dico:

Non devi prestarti a fare un lavoro al di sotto della tua qualifica

Oppure:

Non prestarti a simili comportamenti

Voglio dire che non devi “abbassarti” (ne abbiamo parlato recentemente) a fare cose che non dovresti fare, che sia un lavoro poco onorevole o anche un comportamento poco onorevole. Non devi dare la tua “disponibilità” a fare cose che non vanno fatte, che ti rendono “debole” da un certo punto di vista.

Nell’esempio riportato sopra:

Il tuo comportamento si presta a molte critiche

Quindi il tuo comportamento è probabile che verrà criticato, poiché ci sarebbero molti punti criticabili. C’è un elemento di debolezza ancora una volta. E poi con il tuo comportamento ti sei mostrato disponibile ad accogliere critiche.

Anche se parlo di:

Parole che si prestano a più interpretazioni

Sebbene in questo caso manchi un evidente punto di debolezza (potremmo però parlare di poca chiarezza delle tue parole) sicuramente c’è la “possibilità” che il tuo messaggio sia frainteso, e anche questo può costituire un punto di debolezza. Certo, la disponibilità in questo caso è meno evidente rispetto ad esempio a:

Nella vita bisogna sempre prestarsi ad aiutare gli altri, cioè coltivare l’amicizia

La debolezza però a volte può diventare persino una caratteristica di fascino, portato dal mistero:

Sicuramente alcuni versi della Divina Commedia di Dante Alighieri si prestano a molteplici letture (significa molteplici interpretazioni – stesso significato). E questo è affascinante vero?

Allora proviamo a ripassare qualche episodio passato commentando i seguenti versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che parla dell’Amore tra Francesca e Paolo, due amanti che si trovano in un girone dell’Inferno chiamato dei lussuriosi.

È Francesca che parla:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Che ne dite ragazzi? Volete prestarvi a provare col rischio di fare qualche figuraccia oppure avete paura di sfigurare?

Ma ascoltiamo ancora questa terzina dalla voce di Flora, la nostra prof. di Italiano.

Flora:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: Difficile decifrare la risposta di Francesca al sommo Dante. Però raccolgo la provocazione di Gianni e vi dico la mia in merito: Se fortuna vuole che sei amato, non sarai risparmiato anche tu dalla freccia di Amor, cioè devi per forza amare a tua volta anche tu. In parole povere: la passione è quello che è, non c’è scampo

Marcelo: ma l’immagine che ne esce di Paolo e Francesca, nonostante anche i tempi fossero quelli che fossero, non è negativa alla fine, almeno questo è quello che risulta a me.

Karin: anche il poeta Boccaccio difende Francesca, dicendo che lei in realtà doveva sposare Paolo e non il marito assassino che ha pensato di fargliela pagare. Ma pare che questa critica non regga granché, nel senso che non è credibile. e così anche Boccaccio si è prestato ad alcune critiche.

Spiegazione dettagliata della terzina

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,mi prese del costui piacer sì forte,che, come vedi, ancor non m'abbandona

624 Sfigurare

SFIGURARE

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Trascrizione

Peggy (Taiwan): benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente”

Giovanni: dopo esserci occupati dell’espressione essere da meno, oggi restiamo nello stesso ambito e vediamo il verbo sfigurare.

Quando usiamo sfigurare non è detto ci sia un confronto con altre persone, però è sempre un problema di orgoglio e di valore o di onore.

Sfigurare infatti significa fare brutta figura, suscitare un’impressione negativa.

È il giudizio degli altri che ci preoccupa, perché quando qualcuno o qualcosa sfigura è per via di una sensazione di scarsa adeguatezza o qualità, specialmente in confronto ad altre.

Anche in questo caso c’è quasi sempre un confronto con altre persone o altre cose, ma non è detto. Il confronto può anche essere con le aspettative, con ciò che ci si aspetta.

Es: è il compleanno di un mio amico, ed ho paura di sfigurare perché gli ho fatto un regalo di poco valore.

Sfigurare pertanto equivale a fare una brutta figura. C’è un episodio in particolare che abbiamo dedicato alle figuracce. Può essere utile dare un’occhiata.

Quando si tratta di confronti si può dire chiaramente nella frase:

Non vorrei sfigurare in confronto altri altri

Tutti i miei compagni di classe sono bravissimi. Ho paura di sfigurare in confronto a loro.

L’Italia quest’anno non ha affatto sfigurato nel corso degli europei di calcio al cospetto di squadre teoricamente più forti

Il verbo è molto adatto per fare confronti, proprio come essere da meno, ma la differenza sta soprattutto nel fatto che con sfigurare è più importante l’opinione degli altri, l’immagine, il ricordo che le altre persone avranno.

Infatti la “figura” rappresenta l’immagine che si ha di qualcosa, quindi come sembra, come appare a chi la guarda.

Cerca di non farmi sfigurare con i miei amici. Comportati bene e sii educato

Il verbo non si usa solo in questo modo però, perché l’immagine riguarda anche il viso di una persona.

Una persona sfigurata è una persona con i lineamenti del viso alterati, tanto alterati da rendere irriconoscibile questa persona.

Es: l’acido ha sfigurato il volto di una donna

Si usa anche in senso figurato:

L’odio che provava in quel momento le sfigurava il volto.

C’è l’idea di una emozione così intensa da modificare i lineamenti del viso.

Per distinguere il caso della brutta figura da quello del viso sfigurato, può essere utile notare il verbo ausiliare:

Non hai sfigurato nel corso dell’esame (verbo avere – fare brutta figura)

È stato sfigurato dall’acido (verbo essere – lineamenti)

Ma adesso ripassiamo:

Anthony (Stati Uniti) e Rafaela (Spagna): “Chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri.” ha detto una volta Pier Paolo Pasolini. Vai a capire perché Pasolini usa la parola pretese e non desideri.

Marcelo (Uruguay): forse perché le pretese coinvolgono altre persone e ciò che pretendiamo da loro, quindi le pretese generano false aspettative quindi delusioni e anche dispiaceri.

Karin 8Germania) e Mary (Stati Uniti): difficile cogliere tutte le sfumature delle frasi di Pasolini. Probabilmente non voleva dire che avere un atteggiamento ambizioso sia negativo, ma solo di non crearsi troppe aspettative, né in amore e tantomeno al lavoro.

Harjit (India): allora saremmo a cavallo se non pensassimo al futuro? Ma ti rendi conto? Che sciocchezza!

Komi (Congo): ma tu credi sempre di saperla più lunga degli altri? Reagisci sempre distinto, salvo poi pentirti e chiedere scusa. Non voglio darti del superficiale ma datti una regolata quando parli di gente come Pasolini.

Irina (California): bel benservito che le hai dato! Non potevi fargliela passare liscia. Forse Harjit voleva dire: che vita sarebbe senza aspettative? Dacché mondo è mondo gli uomini si nutrono anche di sogni. E come superare i tempi e momenti brutti senza la speranza, che, come tutti sanno, è l’ultima a morire.

623 Essere da meno

Essere da meno (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio ci siamo occupati di un argomento interessante (abbiamo visto l’espressione essere soliti) ma oggi non voglio essere da meno.

Questa locuzione: “essere da meno” si può usare quando si fa un confronto.

Non essere da meno di qualcuno, significa non essergli inferiore. Solitamente si utilizza con due persone diverse:

Non sono da meno di lui

Non sei da meno di tuo fratello

Non voglio essere da meno del mio collega

Non voglio essere da meno rispetto a ieri

Ecc.

Si usa quindi nei confronti, nei paragoni, generalmente quando è coinvolto l’orgoglio, o la dignità, la propria fierezza, il proprio onore o il prestigio.

In generale potremmo dire che è coinvolto il valore di qualcuno.

Lui è riuscito a laurearsi in soli 4 anni? Io non voglio sicuramente essere da meno! Ce la farò anch’io.

Vedete che spesso c’è coinvolto l’orgoglio e anche il valore di una persona, la voglia di non fare una brutta figura.

Anche io, come lui, voglio laurearmi in 4 anni. Non voglio fare peggio di lui, non voglio essere da meno di lui, poiché non valgo meno di lui.

Si usa quasi sempre con la negazione:

Non possiamo essere da meno degli italiani. Alle prossime olimpiadi dobbiamo vincere noi la gara dei 100 metri. Essere da meno sarebbe un disonore.

Si usa spesso anche “per non essere da meno“, per evidenziare il comportamento di una persona che fa qualcosa per non apparire “meno” importante di un’altra. Si usa però anche in senso ironico:

Es:

Gli americani hanno detto che andranno sul pianeta Marte entro il 2050. I russi, per non essere da meno, hanno detto che loro ci andranno entro il 2040.

forma ironica: Nella partita Roma-Juventus, il portiere della Roma ha fatto una papera sul gol della Juventus. Poi però, per non essere da meno, anche il portiere della Juventus si è fatto fare un gol da principiante.

L’espressione di oggi si usa in tutti i tempi e non solo con le persone. Inoltre con senso simile si può usare anche con verbi diversi da essere, tipo “sentirsi da meno” e “mostrarsi da meno” o “sembrare da meno”:

Il 2018 fu una annata eccezionale per i vini italiani e il 2019 non fu da meno.

Il nuovo iPhone non sarà certamente da meno dell’ultimo.

Non devi sforzarti a dire qualcosa come se fossi da meno se non lo fai.

Non devi sentirti da meno di lui

Mio fratello era bellissimo e io per non sembrare da meno, mi truccavo!

Bravissima l’atleta statunitense nel salto in alto, ma adesso non vorrà mostrarsi da meno l’atleta italiana.

Ultimamente abbiamo fatto bei ripassi e oggi non vogliamo essere da meno.

Allora ascoltiamo cosa hanno da dirci alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Chi l’ha detto che una poesia debba essere lunga per essere bella? Tant’è vero che Il poeta Giuseppe Ungaretti, parlando dei soldati che muoiono in battaglia ne ha scritta una bellissima intitolata “Soldati” dedicata alla scelleratezza della guerra:

Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Mary: in pratica vorrebbe dire che per i soldati morire è solo una questione di tempo. Via via il vento della guerra se li porta via tutti.

Edita: la questione però interessa l’essere umano in generale. Tutti siamo vittime dello scorrere del tempo, proprio come i soldati in guerra. Prima o poi ci troveremo tutti a tu per tu con la morte. Che allegria eh?

Khaled: brava, L’allegria. Proprio questo è il titolo della raccolta in cui si trova questa breve poesia. È questa la sensazione che si prova nel farcela, quando si scampa alla guerra.

Irina: le guerre sono tutte infami, fermo restando che bisogna fare tesoro dei loro insegnamenti, che sembrano a volte insostituibili. Vorrei allora concludere con un messaggio di speranza citando una frase di Gibran:

Per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte.

Marcelo: vorresti dire che la guerra è inevitabile ? Di primo acchitto direi che sono di diverso avviso, ma urge una riflessione profonda su questo. Ognuno può farla sulla scorta delle proprie esperienze e della propria sensibilità.

622 Essere soliti

Essere soliti

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Trascrizione

Giovanni: cosa siete soliti fare mentre ascoltate gli episodi di italiano semplicemente?

C’è chi è solito lavare i piatti, chi è solito fare ginnastica e chi è solito guidare o andare in autobus.

Qualunque cosa siate soliti fare, l’importante è imparare qualcosa di nuovo della lingua Italiana e oggi imparerete l’espressione “essere soliti” fare qualcosa.

Non è la prima volta che incontriamo il termine solito.

Abbiamo visto qualche tempo fa l’espressione “essere alle solite” e più recentemente anchecome si suol dire“, dove si usa il verbo “solere”.

Infatti, l’espressione “come si suol dire” , sta, come abbiamo visto, per “come si dice solitamente in questi casi” , o “come si dice di solito in questi casi”. Quindi c’è un legame tra ciò che viene definito solito con questa espressione.

Essere soliti”, l’espressione che vediamo oggi, non è però come “essere alle solite“.

Infatti essere soliti fare qualcosa indica un’attività che accade abitualmente, qualcosa che fa parte della consuetudine, qualcosa che si fa spesso.

Si parla di abitudini quindi.

Essere soliti fare qualcosa significa avere l’abitudine di fare qualcosa, e si usa proprio in sostituzione del verbo solere che non si usa praticamente mai, a parte nell’espressione “come si suol dire”.

Di norma essere soliti è seguito da un infinito.

Es:

La mattina sono solito passeggiare un’oretta.

Potrei anche dire che:

di solito la mattina faccio un’oretta di passeggiata

o che:

solitamente la mattina passeggio circa un’ora.

Se utilizzassi il verbo solere (che non si fa mai) sarebbe invece:

La mattina soglio passeggiare un’oretta

Vediamo altre frasi:

In Italia siamo soliti bere il cappuccino solo la mattina

Da quando sono sposato non sono più solito andare in discoteca.

Negli ultimi anni siamo soliti andare in vacanza in Calabria.

A volte si usa, sebbene raramente, anche la preposizione “di”, il che non è considerato scorretto ma gli italiani non sono molto soliti di farlo:

Personalmente sono solito bere tre caffè al giorno, ma può capitare che diventino quattro.

Non sono molto solito rispettare la durata dei due minuti, ma stavolta ci sono andato abbastanza vicino.

Allora vi dico anche che “essere solito” non è come “essere il solito”.

Infatti se metto “il” o un altro articolo, poi devo inserire un sostantivo:

Sei il solito disordinato

Siamo i soliti italiani.

L’articolo fa la differenza.

A volte possono anche avvicinarsi i due significati:

Sei il solito bugiardo.

Sei solito dire bugie.

Il concetto se vogliamo è lo stesso, ma con l’articolo suona come un rimprovero, una lamentela, per manifestare una delusione dopo l’ennesima dimostrazione, come anche “siamo alle solite“.

La seconda frase invece ha solo la pretesa di riportare un’abitudine, senza un significato emotivo.

Adesso un bel ripasso, come siamo soliti fare da sempre in questa rubrica.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rauno (Finlandia): Leopardi era solito studiare e scrivere di notte, dormire di giorno e pranzare nel tardo pomeriggio. Una vita all’insegna dell’irregolaritâ.

Karin (Germania): invece Leonardo da Vinci era solito scrivere i suoi appunti al contrario, cioè da destra verso sinistra, in modo da poter risultare comprensibili solo se riflessi in uno specchio. Questo si deve anche al fatto che Leonardo era mancino.

Sofie (Belgio): io invece sono solita incontrare un’amica alla volta. Tutti lo sanno. Una volta però ho voluto fare una riunione con tutte le amiche insieme e una allora mi fa: ma che ti ha dato di volta il cervello? Una reazione esagerata non trovate? Neanche le avessi fatto del male! Ma ti pare!

Peggy (Taiwan) e Olga (Saint Kitts e Nevis): comunque senti, si parlava di grossi personaggi e delle loro abitudini. Non è che io voglia offenderti ma occorre fare un minimo di distinguo!

Edita (Repubblica Ceca): credo che lo accetterà di buon grado. Io vorrei dare il mio apporto a questa discussione dicendo che era nella città di Carrara che Michelangelo era solito andare a scegliere i blocchi da scolpire. Era risaputo anche allora che il marmo di Carrara fosse il migliore.

Ulrike (Germania): e dove si troverebbe questa Carrara?

Hartmut (Germania): evidentemente non sei mai stata solita studiare la Geografia. Comunque per la cronaca, Carrara si trova in Toscana. Ce l’hai presente almeno la Toscana?

621 Abbassarsi

Abbassarsi

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Trascrizione

Giovanni: come si fa a abbassarsi?

Facile. Basta piegare le ginocchia e scendere verso il basso con la testa.

Perché ci si abbassa?

Ci si abbassa per raccogliere un oggetto, per allacciarsi le scarpe o per sdraiarsi a terra o altre ragioni.

È praticamente come chinarsi o anche piegarsi. Due verbi molto simili.

È difficile però trovare un verbo con un solo significato nella lingua italiana, e anche abbassarsi non fa eccezione

Infatti l’utilizzo figurato di abbassarsi non fa riferimento ad uno spostamento fisico, ed un abbassamento fisico, ma ad un abbassamento diciamo morale, cioè ad una umiliazione, un degrado.

Se ad esempio ricevo una scorrettezza da una persona, che quindi si comporta male con me, potrei essere tentato di rispondere con un’altra scorrettezza.

Però penso:

Non voglio abbassarmi al suo stesso livello

Significa che io ritengo di avere una mia dignità, una mia morale e non voglio avere un comportamento simile al suo, che evidentemente ha fatto qualcosa che ritengo immorale, sbagliato, scorretto, ed io, sebbene possa avere la tentazione di punire questa persona, di vendicarmi comportandomi in modo analogo, con un’altra scorrettezza, non me la sento perché verrei meno ai miei principi, infrangerei un principio morale importante, una regola di comportamento.

Quindi questo è abbassarsi in senso figurato. Io sto più in alto di lui o lei, da un punto di vista del valore umano, della moralità, e non voglio scendere al suo stesso livello comportandomi in modo simile.

Questo è un primo modo per abbassarsi in senso figurato. C’è anche un altro modo per abbassarsi, sempre nel senso di degradarsi, umiliarmi: quello di “scendere” da un punto di vista professionale e non morale.

Quindi se io sono un funzionario o meglio ancora un dirigente, quindi una persona molto importante, che dirige un ufficio e quindi ha delle mansioni importanti, di coordinamento e direzione di questo officio, non posso abbassarmi a svolgere attività che normalmente vengono svolte da persone con un livello più basso.

Il tuo capo ti ha detto di fare delle fotocopie? Non puoi abbassarti a fare fotocopie. Sei un dirigente!

Giusto, non mi abbasserò mai a tanto!

Quindi: abbassarsi a fare qualcosa.

Si usa in questo modo il verbo in modo figurato. Generalmente si usa “per” nell’uso proprio, tipo abbassarsi per allacciarsi le scarpe.

Volete un terzo uso di abbassarsi?

Abbassarsi i pantaloni

Che significa abbassare i propri pantaloni o calarsi le braghe, simile da questo punto di vista a tagliarsi le unghie e rimboccarsi le maniche.

Quella di abbassarsi i pantaloni è un’operazione quotidiana che si fa almeno un paio di volte al giorno. Per chi indossa i pantaloni ovviamente.

Un quarto modo?

Abbassarsi lo stipendio

Significa accettare una diminuzione del proprio stipendio, ridursi lo stipendio, che è il corrispettivo del proprio lavoro.

Oggi si è parlato ovviamente solo dell’uso riflessivo del verbo.

Si potrebbe anche dire che con l’arrivo dell’autunno…

Le temperature iniziano ad abbassarsi.

Così come:

Con l’avanzare dell’età i desideri aessuali si abbassano

Si abbassa anche l’attenzione dopo un po’, quindi meglio passare al ripasso, che tra l’altro necessita di molta l’immaginazione e di fantasia per essere creato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy e Ulrike: parliamo di poesia? Dove il nostro sguardo non arriva, può farlo la forza dell’immaginaziome. Questo è l’insegnamento che ci arriva dalla poesia L’infinito, di Giacomo Leopardi. E voi non ve lo sareste mai immaginato di imbattervi in Giacomo Leopardi oggi vero?

Hartmut: l’interpretazione delle poesie mi ha sempre dato del filo da torcere. Non so a voi.

Rauno: generalmente risulta difficile anche a me. In questa poesia, nei primi versi si parla di una siepe che, proprio perché impedisce la vista, è capace di suscitare l’immaginazione verso spazi infiniti.

Sofie: pare che a lui questo infinito che si apre facendo appello all’immaginazione appaia come un mare in cui si perde. Ma Leopardi descrive come “dolce” questa sensazione di perdersi nel mare infinito dell’immaginazione.

Giovanni:

Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.

620 La finezza

La finezza (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni:

Provate ad indovinare la parola misteriosa partendo da 10 indizi, cioè dieci suggerimenti utili

1-può esserlo una spiaggia
2-eseguito con attenzione
3-di ottima qualità o fattura
4-può essere usato come pretesto per giustificare un comportamento
5-può esserlo un ragionamento
6-un intenditore si potrebbe vantare di essere così
7-si legge al cinema
8- è maschile e femminile
9 – alla propria ci si arriva sempre
10-può essere lieto se vincono i buoni o l’amore

La parola misteriosa è “fine”.

Infatti vediamo gli indizi uno ad uno.

Può esserlo una spiaggia perché fine è un aggettivo che significa, tra le altre cose, qualcosa di uno spessore o diametro notevolmente ridotti o limitati. Quindi esistono ad esempio capelli fini come la seta. Allo stesso modo ci sono dei materiali con una grana molto piccola, ed ecco allora che esiste la sabbia fine e quindi la spiaggia fine, che si distingue dalle spiagge con una sabbia più grossa. Anche la polvere è fine.

Ma l’aggettivo fine ha anche altri utilizzi.

Infatti quando un lavoro, inteso non come attività lavorativa ma come singola operazione, viene definito fine si vuole dire che è stato fatto o eseguito con gusto, cura, con precisione, stando attenti anche ai piccoli particolari.

Questo lavoro svolto in modo fine è dunque un lavoro che ha richiesto molta attenzione e professionalità.

Quindi è anche qualcosa di ottima qualità o fattura.

Si pensi anche all’oro fine o finissimo ad esempio.

Quest’anello è in oro finissimo

Si dice anche che un prodotto è di finissima qualità per le ottime materie prime che sono state impiegate.

Una finissima qualità è una altissima qualità.

La finezza quindi è sintomo di qualità, che si tratti di oro, argento, un prodotto o un lavoro, per non parlare delle persone fini, o delle persone dai modi molto fini.

Una persona fine è l’opposto di una persona rozza e maleducata, quindi in questo caso la finezza indica educazione, gentilezza, indica modi raffinati, una persona con dei gusti molto fini.

Si tratta fondamentalmente di persone che appartengono alla cosiddetta buona società, che spesso abitano nei quartieri bene.

Con un senso simile, un ragionamento fine è un ragionamento acuto, perspicace, sagace, o, detto più semplicemente: intelligente. La stessa intelligenza può dirsi fine intelligenza.

Non confondete fine con fina o fino, un aggettivo diverso che sta per sottile, quindi la seta può essere fina, una tela o anche la pelle. Fina è il contrario di spessa. Si parla di spessore.

Quindi la finezza è sempre qualcosa di positivo.

È anche il caso di un fine intenditore, di qualunque cosa si tratti.

Chi si intende di qualcosa, chi ne capisce di qualcosa, chi è esperto di qualcosa, può essere definito così e questo è un gran complimento perché significa che sa distinguere le qualità e le caratteristiche di quel prodotto nei minimi dettagli, piccoli dettagli, come i granelli di sabbia fine.

Quando però fine è un sostantivo allora, l’inizio 4 ci dice che può essere usato come pretesto, cioè una scusa, un motivo che si ritiene valido per giustificare un comportamento.

C’è una frase che si sente spesso in merito: il fine giustifica i mezzi. secondo la quale qualsiasi azione è giustificata, scusata, quindi ritenuta possibile anche se in contrasto con le leggi, con la morale, con l’amicizia, con la lealtà e altri valori importanti. Il fine giustifica i mezzi è un’espressione che abbiamo già incontrato nella lezione n. 8 di italiano professionale, parlando delle espressioni che riguardano i risultati.

Avete un fine che ritenete valido? Se pensate che il fine giustifichi i mezzi allora potete usare qualsiasi mezzo per poterlo raggiungere. Non importa se qusto farà male a qualcuno o se è contro la legge o la morale.

Allora il fine stavolta rappresenta l’obiettivo da raggiungere, la finalità, ciò che vogliamo ottenere.

Qual è il tuo fine?

Cioè qual è l’obiettivo che vuoi raggiungere?

Si chiama così perché dovrebbe arrivare, se tutto va bene, alla fine dei nostri sforzi. La fine, al femminile, è la parte finale, come la fine di un film ad esempio, che arriva quando il film termina cioè finisce.

Per questo si legge la scritta FINE, sugli schermi della TV o al cinema per segnalare che non c’è altro da vedere e bisogna lasciare la sala o andare a letto perché il film è finito.

L’indizio 7 parlava esattamente della scritta FINE sugli schermi del cinema.

Esiste allora la fine al femminile, cioè il termine, e il fine al maschile, cioè l’obiettivo.

Questo per spiegare Lindizio numero 8.

Lindizio 9 ci segnala che alla propria ci si arriva sempre.

La propria fine è la propria morte, e siccome tutti dobbiamo morire, prima o poi, tutti allora arriviamo alla nostra fine.

Parlando sempre di film, ci sono film a lieto fine e film non a lieto fine.

I primi hanno un finale positivo che ci soddisfa. I film a lieto fine finiscono bene, quindi il protagonista ottiene ciò che voleva e in genere i film a lieto fine si concludono con i buoni che hanno la meglio sui cattivi. Oppure finisce con due persone che riescono a stare insieme tutta la vita superando mille difficoltà. L’amore trionfa sempre nei film a lieto fine.

Lieto significa positivo, che prova, esprime o suscita un sentimento di soddisfazione serena e gioiosa.

Lieto di conoscerla, io sono Giovanni.

Siamo lieti di averla nella nostra trasmissione

Ed io sono lieto di avervi spiegato tutti i significati del termine fine, ed infine, come al solito, ascoltiamo un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Sergio: non ho nulla a che spartire con coloro secondo i quale il fine giustifica i mezzi. Il che significa ovviamente che mi ritengo una persona con una morale.

Hartmut: circa invece la finezza ? È una virtù? Come la vedete?

Irina (California): naturalmente. La signorilità e la raffinatezza sono sempre prerogative ad appannaggio di persone di classe. Lo stesso dicasi per le persone cosiddette distinte e affabili. A proposito sapete che si può anche fare una finezza?

Mary (Stati Uniti): Maradona ne faceva parecchie! Prevalentemente col piede sinistro, suo malgrado. Fermo restando che ha fatto gol anche col destro e di testa

Albéric (Francia): si ma a volte la finezza si usa in modo ironico. Se è vero come è vero che indica spesso una certa classe, proprio come la classe, può indicarne la mancanza
Con coloro che se ne fregano delle buone maniere viene talvolta spontaneo esclamare: che finezza!

Ulrike: a me viene invece voglia di prenderle a mali parole queste persone. Chi non si degna di rispettare gli altri non meriterebbe a sua volta rispetto.

619 Pari pari, spiccicato, tale e quale

Pari pari, spiccicato, tale e quale

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Trascrizione

Giovanni: ripetere una parola, nella lingua italiana, può dar luogo a espressioni con un significato particolare, a volte difficilmente intuibile.

Altre volte invece non è così difficile capirlo. Mia suocera ad esempio ha due barattoli di caffè, ed uno dei due è caffè decaffeinato. Come distinguerli?

Su quel barattolo ha scritto “caffè”. Allora sul barattolo del caffè diciamo “normale” cosa poteva scrivere?

La sua scelta è caduta sulla scritta “caffè caffe” che sta per “vero caffè”. Come dire che in questo barattolo c’è del caffè che è più caffè dell’altro. Quasi caffè fosse un aggettivo.

In effetti questo giochino si fa spesso, soprattutto all’orale, prevalentemente proprio con gli aggettivi ma non solo:

Questo è un hamburger vegetale e quest’altro invece è un hamburger hamburger!

Tra poco ti presento Marco e Giulio. Marco è un amico dell’università. Giulio è invece un amico amico. Ci conosciamo da sempre.

Altre volte è un po’ più difficile.

È il caso di “ancora ancora” che abbiamo già incontrato e spiegato in questa rubrica. Anche “pari pari” non è proprio facile da capire. Spieghiamolo allora.

La parola pari ha più significati e uno dei più diffusi è legato all’uguaglianza.

Io e te siamo pari di età (abbiamo la stessa età)

Un metro è pari a 100 cm

Il mio stipendio è pari a 2000 euro

La tua intelligenza è pari alla mia

Ci può essere una corrispondenza, come nel caso dei cento centimetri che corrispondono (sono pari)! a un metro, e anche dello stipendio che corrisponde (è pari) a 2000 euro, altre volte si tratta di un livello, come nel caso dell’intelligenza. Lo stesso livello diventa “pari livello”.

Pari pari” significa invece uguale esattamente, proprio uguale, ma difficilmente si usa quando c’è un livello di qualcosa, tipo stessa intelligenza, stessa quantità di lavoro eccetera.

Si usa prevalentemente in caso di uguaglianza alla vista o in qualcosa di scritto o sentito e che spesso stupisce.

Ho sentito un politico fare un discorso pubblico. Lo stesso discorso lo aveva fatto cinque anni fa, pari pari.

Il professore scopre che due compiti sono completamente identici e dice: ho notato che il compito di Giovanni è pari pari quello di Rosario. Chi dei due ha copiato?

Oggi ho conosciuto un ragazzo che è pari pari tuo fratello.

Notate che non è necessario scrivere la preposizione “a”:

Lui è pari pari tuo fratello

E non “lui è pari pari a tuo fratello”.

Si potrebbe dire anche uguale/uguali “in tutto e per tutto“.

Si può anche dire “alla lettera” se si tratta di parole:

Devi fare pari pari ciò che ti ho detto. Né una cosa in più, né una in meno.

Devi fare ciò che ti ho detto alla lettera.

Spesso in “pari pari” c’è anche l’idea del plagio, della scorrettezza, come nel caso del compito copiato pari pari da uno studente. Oppure se dico:

Il ritornello di questa canzone è pari pari quello di una canzone degli anni ’50.

Nel caso di persone che si somigliano moltissimo, tanto da sembrare identici, si usa spesso anche essere spiccicato ad un’altra persona o essere tale e quale un’altra persona.

Sei tale e quale tuo padre

Sei spiccicato ad un mio amico. Incredibile!

Sei tale e quale a vent’anni fa.

Naturalmente pari pari non fa parte del linguaggio formale, ma si usa molto di frequente.

Ripassiamo adesso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Irina (California): nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura. Come potremmo dirlo in altre parole usando delle frasi di ripasso?

Sergio (Argentina): se ci sente Dante Alighieri potrebbe anche metterci le mani addosso lo sai?

Peggy (Taiwan): il ripasso è ancora in divenire, e chissà come andrà a finire. Andremo tutti all’inferno di questo passo?

Harjit (India): rispondo io all’appello. Dante, con quelle parole, dice di trovarsi a metà, e quindi nel mezzo dell sua vita. Ha quindi circa quarant’anni.

M5: quale che sia la sua età, pare stia attraversando un brutto momento

Ulrike (Germania): Il pensiero di Dante di cui sopra non mi tange. Anch’io ho attraversato quell’età e allora mi sono imbattuta in avventure piuttosto piacevoli e avvincenti e fino ad oggi non ho avuto mai sentore che la mia vita prendesse una brutta piega.

Disdire – VERBI PROFESSIONALI (n.67)

Disdire

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richiesta adesione Indice degli episodi del coso di Italiano Professionale

Descrizione

Giovanni: il verbo disdire è il numero 67 dei verbi professionali. La questione ha a che fare con le prenotazioni. Potremmo parlare anche di appuntamenti ma in particolare di prenotazioni.

Durata: 13 minuti 

618 Farcela, fargliela e fagliela

Farcela, fargliela e fagliela

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Trascrizione

Giovanni: una cosa molto interessante, secondo me, per voi che state imparando l’italiano, è riuscire a capire bene come usare bene i verbi, specie quelli più complicati, magari riflessivi o persino quelli pronominali. Ne abbiamo parlato più volte ma oggi vorrei parlarvi di farcela, fargliela e fagliela, che possono essere confusi tra loro.

Vediamo naturalmente alcuni esempi, molto più utili a capire rispetto alla sola spiegazione tecnica.

Es:

Riusciremo a sconfiggere la pandemia? Bisogna assolutamente farcela!

Bisogna colpire il bersaglio ma farcela al primo colpo mica è facile!

Farcela quindi è come riuscire a fare qualcosa di impegnativo, raggiungere un risultato.

Ce la fai?

Si, ce la faccio, e tu ce la fai? Per farcela occorre impegnarsi. Cerca di impegnarti.

Riesci a fare questo esercizio? Riesci a farcela?

Farcela presume uno sforzo, fisico o mentale, una sfida da superare, un ostacolo.

Esiste anche farcelo. Ma qui gli ostacoli e le sfide non c’entrano nulla.

Se c’è un problema occorre farcelo sapere. Fatecelo sapere mi raccomando.

Quindi farcelo si riferisce a noi. Però ha bisogno di un altro verbo dopo.

Un altro esempio:

Farcelo dire da qualcun altro non serve. Dovete farcelo sapere voi.

Un altro:

A noi non piace il pollo. Farcelo mangiare per forza non ci aiuterà.

State ovviamente parlando di qualcosa, rappresentato da “lo” che sta alla fine di farcelo. “ce” invece rappresenta “noi”.

Se parlassi di me sarebbe farmelo.

Ho vinto 1000 euro? Farmelo sapere non sarebbe una cattiva idea

Se parlassi di te sarebbe fartelo.

Se parlassi di lei o lui sarebbe farglielo.

Se parlassi di voi sarebbe sarebbe farvelo.

Se parlassi di loro sarebbe sempre farglielo.

Attenzione perché farcelo può diventare anche farcela, con lo stesso significato appena descritto (si parla di noi), ma si sta parlando di qualcosa di femminile. E così può anche diventare farcele e farceli.

Noi siamo vegetariani. Non ci piace la carne. Farcela mangiare (la= carne) per forza ci farà soffrire.

Volete ucciderci? Farcela pagare non risolverà nessun problema.

Tu non sai raccontare questa barzelletta. Se vuoi farci ridere occorre farcela raccontare da qualcuno più bravo.

Come sarà vincere i mondiali? La sensazione dobbiamo farcela dire da coloro che ci sono riusciti. Farcela non è mai facile.

In quest’ultimo caso abbiamo usato “farcela” nei due modi descritti.

Come distinguere i due casi?

Semplice: quando si tratta di una sfida da superare non c’è mai (quasi mai) un altro verbo dopo:

Occorre farcela da soli

Farcela con le proprie forze non è mai facile.

Notate che in questo caso non sto parlando di noi.

Ho detto che quando si tratta di una sfida non c’è quasi mai un altro verbo dopo. In realtà può accadere infatti:

Farcela presuppone molto coraggio.

Farcela significa riuscire a superare un ostacolo.

Per farcela serve coraggio

Allora come facciamo? Beh, basta notare che in questi casi il verbo non è mai all’infinito. Abbiamo risolto allora!

Adesso passiamo a “fargliela” che in realtà abbiamo già incontrato in uno degli esempi che vi ho fatto sopra.

Fargliela è come farcela ma fargliela si riferisce a lui, lei o loro.

Quindi si usa ugualmente insieme ad altri verbi all’infinito e poi esiste anche farglielo, farglieli e fargliele.

Il bimbo non mangia la pappa? Bisogna fargliela mangiare altrimenti non cresce.

Fargliela termina con “a” perché si riferisce alla pappa.

I ragazzi non hanno ancora letto questo libri? Occorre farglieli leggere entro una settimana.

Devo dare alcune foto a mia moglie. Vorrei fargliele avere ma non so come.

Abbiamo fatto molte attività durante le vacanze. Avrei voluto fargliele fare anche a mia figlia ma non è voluta venire con noi.

Adesso però manca ancora fagliela che ha una erre in meno rispetto a Fargliela.

Quando uso fagliela mi sto rivolgendo direttamente a te. Facile quindi.

Ti sto invitando a fare qualcosa. Ma cosa?

Es: fagliela mangiare la pappa al bimbo.

Ti sto invitando a far mangiare la pappa al bimbo.

Lo studente deve ripetere la poesia a memoria. Fagliela dire a memoria! Non deve leggere.

Fagliela vedere a quei farabutti!

Quindi fagliela significa, rivolgendomi a te, fai fare qualcosa (la) a lui o a lei o a loro.

Ma adesso che abbiamo capito la differenza tra fargliela, fagliela e farcela, vi devo dare una brutta notizia.

Fargliela si usa anche in un altro modo, non solo davanti ad altri verbi. Precisamente si usa nel senso di imbrogliare una persona.

Avete mai sentito l’esclamazione seguente?

Te l’ho fatta!

Non ho detto “ce l’ho fatta” che significa “ci sono riuscito” ma “te l’ho fatta” quindi l’ho fatta a te.

Potrei dire che “te l’ho fatta credere”.

Questa è una modalità alternativa che conosciamo meglio perché l’abbiamo spiegata poco sopra.

Ad ogni modo significa: sono riuscito a imbrogliarti, sono riuscito a farti credere qualcosa di falso. Ci sei cascato! Ti ho fregato!

Se mi rivolgo te posso dire così, ma se sto dicendo che ho imbrogliato Paolo, oppure due o più persone, dico:

Gliel’ho fatta!

Vuoi sapere a chi l’ho fatta? A Paolo.

Sono riuscito a fargliela!

Non è stato facile fargliela, ma alla fine ce l’ho fatta.

Se dico che ho imbrogliato voi, posso dire:

Ve l’ho fatta. Farvela non è stato facile.

Se sei tu che hai imbrogliato Paolo:

Gliel’hai fatta. È stato facile fargliela?

Adesso ripassiamo un po’ grazie ai membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in costruzione)

Uli: sapete la differenza tra emozioni e sentimenti? Io potrei dire che si possono suscitare sia le emozioni che i sentimenti.

Ulrike: le emozioni però sono più simili a delle reazioni a stimoli esterni o interni. Io direi che si contraddistinguono per questa caratteristica.

Harjit: i sentimenti sono simili, ma durano di più. Ad esempio l’emozione della gioia dura meno del sentimento dell’amore. La gioia a volte manco arriva che subito svanisce.

Irina: poi le emozioni vengono prima. A volte sono anche inaspettate e possono prenderti in contropiede. L’attrazione ad esempio precede l’amore. E la felicità è sempre preceduta dalla gioia.

Mary: c’è chi preferisce le emozioni perché si dice siano più intense dei sentimenti. Di contro possono anche essere incontrollabili se si mette male.

Karin: le emozioni sono anche più spontanee, direi automatiche. Può scapparci anche uno schiaffo a volte. Per questo possono anche far paura. Soprattutto a chi lo riceve!

617 Erga omnes e ad personam

Erga omnes e ad personam

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Trascrizione

Giovanni: avrete sicuramente sentito parlare di leggi ad personam. Se ne parla abbastanza spesso nei telegiornali italiani.

Non è difficile da spiegare.

Iniziamo dalla definizione di legge.

Si tratta di un atto legislativo, una decisione del parlamento. Non voglio entrare troppo nel dettaglio, basti dire che le leggi o provvedimenti legislativi o come li vogliamo chiamare, fissano delle regole che valgono per tutti.

Tutti devono rispettare la legge, e generalmente la decisione che sta alla radice di una legge è basata sulla risoluzione di un problema, che naturalmente ha a che fare con i diritti dei cittadini e con i principi su cui è fondata la nazione.

Bene. Si sente tuttavia parlare di leggi ad personam, una locuzione latina che significa “alla persona”, “a titolo personale”, oppure “solo per la persona” cioè solo per una data persona.

Si dice questo riguardo a provvedimenti emanati non per garantire un diritto, non per risolvere un problema comune dei cittadini, ma per risolvere un problema di una sola persona, per tutelare questa persona, o per non farla andare in carcere o cose simili.

Si dice così non solo a proposito di alcune leggi, ma con finalità diverse, anche di cariche, titoli, privilegi, che vengono concessi “alla persona” ma non sono trasmissibili né per delega né ereditariamente, attraverso la parentela.

Più in generale si può usare anche a proposito di riferimenti rigorosamente individuali.

Es:

Un trattamento economico ad personam.

Un contratto ad personam

Come dire che sono le caratteristiche del singolo individuo a determinare le caratteristiche del contratto o del trattamento economico.

Si potrebbe anche parlare di qualcosa disegnato o pensato “su misura“, altra locuzione che si usa prevalentemente quando si parla di prodotti personalizzati, come le scarpe su misura o un vestito su misura, o anche di servizi su misura.

Si parla spessissimo di prodotti su misura ma siamo in ambito commerciale. È sicuramente una buona cosa avere delle scarpe su misura perché sono state costruite appositamente per il mio piede. Lo stesso dicasi per un vestito su misura o un qualunque servizio su misura, pensato appositamente per venire incontro alle esigenze personali.

Ma una legge su misura, cioè ad personam non è mai una buona cosa. Non lo è perché le leggi sono pensate per valere per tutti. Si può dire che una legge dovrebbe essere pensata per essere erga omnes, e non ad personam. Questa è la seconda locuzione latina di cui volevo parlarvi.

Io mi rivolgo ad un pubblico non madrelingua, e per questo ritengo sia importante dirvi che queste due locuzioni latine non fanno parte del linguaggio colloquiale o di tutti i giorni. Sono invece spesso usate dai giornalisti o avvocati e si sentono anche nel corso dei telegiornali.

Erga omnes significa “per tutti”, “nei confronti di tutti”, e si usa specialmente nel linguaggio giuridico-amministrativo. Si parla ad esempio di:

Contratti validi erga omnes

Sappiate che erga omnes e ad personam sono espressioni collegate tra loro, ma non sono esattamente l’una il contrario il dell’altra, nonostante possiamo utilizzarle in modo contrastante tra loro.

Sarà molto più semplice per voi usare ad personam, perché si usa prevalentemente per indicare favori personali, privilegi ingiusti fatti a singole persone.

Più complicato è usare erga omnes che si usa soprattutto per i cosiddetti diritti assoluti, che garantiscono al titolare di questo diritto il potere di farli valere nei confronti di tutti gli altri soggetti.

Allora se un contratto è valido erga omnes allora sto tranquillo perché è valido nei confronti di tutti. Esempi di questi diritti sono la proprietà e i diritti della persona.

Possiamo usare erga omnes anche se parliamo di un diritto da garantire a tutti, e quindi anche di un provvedimento, di una legge.

Possiamo dire ad esempio che la libertà di parola o la libertà religiosa sono diritti erga omnes. Infatti tutti, in Italia, possono credere nel dio che preferiscono e tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Si può dire ugualmente che la legge vale per tutti, quindi vale erga omnes. Non ci sono eccezioni.

Per farvi un altro esempio più semplice di utilizzo delle due locuzioni, sappiate che prima di creare un episodio di Italiano Semplicemente, io indirizzo il mio interesse erga omnes, mi rivolgo erga omnes, vale a dire verso tutti i non madrelingua indistintamente.

Non penso alle esigenze dei madrelingua spagnola o cinese, non penso alle problematiche particolari che può avere un giapponese o un tedesco. Men che meno cerco di risolvere i problemi di una sola persona.

In quest’ultimo caso sarebbe un episodio ad personam, pensato proprio per lei, su misura per questa persona.

Comunque adesso tocca al ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Uli (Germania): sapete la differenza tra la delusione e la rabbia? Secondo me la rabbia si sfoga esternamente e la delusione internamente. In entrambi i casi si infierisce su qualcuno.

Harjit (India) e Edita (Rep. Ceca): Già. Ma la delusione deriva da aspettative sbagliate, o meglio, da illusioni. Quindi ci si illude di qualcosa che poi non si verifica. La rabbia invece si scatena normalmente dall’impossibilità di rimediare.

Camille (Libano): comunque c’è rabbia e rabbia. Io a volte sono adirato, altre volte semplicemente innervosito. Poi ci sono delle volte che perdo proprio il lume della ragione.

Ulrike (Germania): credo non piaccia a nessuno essere in balia della rabbia. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte.

Karin (Germania): ho letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire. Anche perché se si esagera, quand’anche si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto. Sempre meglio fare appello alla calma. Meglio ancora imparare a prenderla con filosofia.

Spiegazione del ripasso

Nella prima frase di ripasso, Uli dalla Germania, ci parla della differenza fra delusione e rabbia. Sentimenti diversi, che però ugualmente infieriscono su qualcuno. Naturalmente la delusione può portare ad infierire su sé stessi, mentre la rabbia ad infierire su altre persone. Secondo Uli quindi sono due sensazioni diverse ma che si manifestano spesso con una certa violenza, cioè colpiscono le persone e danneggiano il loro benessere.

La seconda frase, pronunciata da Harjit e da Edita, fa notare che la delusione deriva da aspettative non soddisfatte. Poi chiariscono (dicendo “o meglio” ) e dicono che la delusione può derivare da delle illusioni. Le aspettative infatti possono essere realistiche o eccessive e può capitare che ci si illuda di qualcosa e in tal caso il risultato è una sensazione di delusione poiché, in quanto eccessive, tali aspettative non vengono soddisfatte.

Riguardo alla rabbia si afferma che c’è qualcosa di irreversibile, accade cioè qualcosa di apperentemente irrimediabile e questo genera, produce rabbia.

La rabbia si scatena da queste illusioni, cioè ha origine da queste illusioni ed è una reazione difficilmente controllabile, che può arrivare anche ad essere violenta. A ciò si può aggiungere che spesso il tempo guarisce le ferite e il perdono diviene possibile.

Poi arriva Camille, libanese, che tiene a fare una puntualizzazione.

Secondo lui c’è rabbia e rabbia, cioè ci sono diversi tipi di rabbia, ci sono diversi livelli, diverse gradazioni. Si può essere adirati, cioè leggermente arrabbiati, oppure più semplicemente innervositi.

Poi ci sono delle volte che si può essere arrabbiatissimi, tanto da perdere il controllo, la razionalità quindi, detto in altre parole, tanto da perdere il lume della ragione.

Ulrike aggiunge che a nessuno piace essere in balia della rabbia, vale a dire essere travolti dalla rabbia, senza possibilità di contrastarla. Poi bisogna vedere anche il motivo che c’è a monte, termina Ultike, cioè il motivo che ha causato la rabbia, che sta all’origine di questa reazione.

Infine Karin, tedesca come Ulrike, dice di aver letto che non appena si fa strada un sentimento di rabbia, è bene contare fino a tre prima di reagire.

Quindi, immediatamente prima che la rabbia stia per esplodere e che inizia a avanzare e a manifestare le conseguenze negative, meglio contare fino a tre.

Questo perché anche qualora (quand’anche) si avesse un buon motivo per arrabbiarsi, poi si passa dalla ragione al torto, cioè non è giustificabile e ammissibile uno scatto di rabbia. Sempre meglio, in questi casi, contare fino a tre, cioè fare appello alla calma, ricorrere alla calma. C’è persino una soluzione migliore di questa: prenderla con filosofia, cioè assumere un atteggiamento più distaccato, come fanno i filosofi che hanno una visione della vita più basata sull’equilibrio spirituale.