584 Che dir si voglia, arrogare e rivendicare

Che dir si voglia, arrogare e rivendicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi voglio provare a prendere due piccioni con una fava, cioè à fare un breve episodio con un duplice obiettivo. Vediamo se ci riesco.

L’episodio è intitolato “Che dir si voglia” che è un’espressione che si utilizza quando parliamo di qualcosa che possiamo indicare in diversi modi, usando nomi diversi ma equivalenti in quello specifico contesto.

Questo è il primo argomento di discussione di oggi.

Il secondo è la differenza c’è tra il verbo arrogare e rivendicare.

Allora vi dico che questi sono due verbi simili, ma c’è una differenza sostanziale.

Arrogare ricorda molto l’aggettivo “arrogante”. Non è un caso perché il verbo si usa quasi esclusivamente nel senso di pretendere, attribuire a sé stessi quel che in realtà non è dovuto.

Si parla quindi di sé stessi, di attribuire a sé stessi, o di dare a sé stessi qualcosa di positivo: un merito, un diritto, un privilegio, quando però non è dovuto, quando non è il caso, quando non è giusto, o quando non è opportuno o che dir si voglia.

La persona che si arroga qualcosa è pertanto, nell’uso comune, una persona che non ha titolo per farlo, compie una forzatura. Possiamo considerarlo, passatemi il termine, un arrogante, o insolente o supponente” o che dir si voglia, sebbene questo non sia l’aggettivo più adatto.

Forse si potrebbe chiamare una persona pretenziosa, esagerata, sfacciata o che dir si voglia.

Invece rivendicare è un verbo che innanzitutto ha un senso giuridico. Infatti si può rivendicare una proprietà, cioè cercare di recuperare il possesso di una proprietà, come un appartamento, che è illegalmente detenuto da altri. Ma l’appartamento è mio, allora io lo rivendico!

Rivendicare è quindi, giuridicamente, un atto con cui si vuole accertare una verità, un diritto che non viene riconosciuto.

Nell’uso quotidiano però rivendicare si usa similmente a reclamare e contestare quando c’è di mezzo un merito qualunque o anche un diritto qualunque, senza necessariamente chiamare in causa la legge o un giudice.

Se siamo convinti di avere un merito ma gli altri non ce lo riconoscono, possiamo rivendicare questo merito, come a dire:

È merito mio se abbiamo vinto!

Sono stato io che ho fatto vincere la squadra!

Lo stesso per un diritto:

Perché non mi fate parlare? Rivendico il mio diritto di parlare!

Quando una persona quindi protesta per un diritto o un merito non riconosciuto, sta rivendicando il suo diritto o il merito in questione.

Rivendico il successo ottenuto come una mia esclusiva vittoria!

Altre persone però, amici o colleghi che dir si voglia, potrebbero non essere d’accordo:

Vuoi arrogarti il merito della vittoria? Tutti hanno partecipato alla vittoria, non solo tu!

Ecco, direi quindi che la differenza tra rivendicare e arrogare, al di là dell’uso giuridico pertanto dipende dall’opinione personale o dal punto di vista, che dir si voglia.

Avete anche capito, o compreso che dir si voglia, che l’espressione “che dir si voglia” si può usare in molti contesti, ciò che conta è che state usando dei termini o verbi o frasi o aggettivi o che dir si voglia che sono indifferenti nell’interpretare il senso della frase. Possiamo usare uno dei termini a scelta, senza problemi.

Allora adesso vorrei che uno dei membri, una delle persone appartenenti all’associazione o che dir si voglia, utilizzasse qualche espressione già trattata come forma di ripasso. Nessuno si può arrogare il diritto di parlare per primo però, ok? Anzi facciamo una cosa. Facciamo che a parlare sia solo Bogusia.

Bogusia: Buongiorno, scusate ma mi voglio arrogare il diritto di dire la mia sull’argomento di cui sopra.
Voi direte, e lo riconosco, che non mi compete, ma è stata mia l’idea di sollevare la differenza tra arrogare e rivendicare. Quindi la rivendico. Non me ne vogliate per questo tono, non voglio apostrofare nessuno. Da parte sua, Giovanni, manco ho fatto in tempo a proporre questa spiegazione che gli ha dedicato un episodio.
Questo è quanto, o tutto, che dir si voglia.

583 Vorrà dire che

Vorrà dire che (in preparazione l’audio)

Trascrizione

Giovanni: se un giorno dovessi dirvi: “oggi niente episodi”

Una vostra risposta potrebbe essere:

Vorrà dire che ripasserò qualche episodio passato.

Ho appena usato una locuzione diffusissima in tutt’Italia:

Vorrà dire che..

Si può usare ogniqualvolta si apprende una notizia, ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa di inaspettato e si vuole esprimere una conseguenza di ripiego, un rimedio, una soluzione alternativa.

Accidenti è finito il sale!

Vorrà dire che mangeremo la pasta sciapa!

Sciapa vuol dire insipida, senza sale appunto.

È come un modo per adeguarsi ad un cambiamento, perché è successo qualcosa inaspettato, che ci sorprende (non una bella notizia generalmente) ma subito possiamo esprimere una soluzione che tende a rassicurare e a non drammatizzare. Altre volte si usa in modo ironico.

Albert ha scoperto che non basta studiare la grammatica per imparare a parlare l’italiano.

Beh, vorrà dire che adesso anche lui ascolterà e parlerà un po’ di più in futuro.

L’Italia ha vinto inaspettatamente l’oro olimpico nei 100 metri. Vorrà dire che per una volta gli altri dovranno accontentarsi del secondo e terzo posto.

Attenzione perché “vorrà dire che” si usa anche per esprimere una conseguenza logica, intuitiva.

Io non voglio vedere mentre gli italiani battono i calci di rigore. Se poi tutti voi esulterete vorrà dire che abbiamo vinto.

In questo caso voglio dire che la vostra esultanza sarà la dimostrazione pratica della nostra vittoria.

Nell’episodio di oggi voglio invece sdrammatizzare o ironizzare:

Ti hanno licenziato? E allora? Cos’è quella faccia da funerale? Vorrà dire che adesso troverai un lavoro ancora migliore!

Vorrà dire che“, in questi casi, non equivale a “vuol dire che”, sebbene a volte, ma più raramente, si usa anche il presente al posto del futuro con lo stesso senso.

Infatti “vuol dire che” generalmente sta per “significa che”, che si usa generalmente quando si spiega qualcosa (spesso, giocoforza, lo uso anche io nei vari episodi).

Altre volte la forma al presente, come quella al futuro, è legata alle conseguenze, ma non in senso ironico o rassicurante.

Ad esempio:

Se dovessi essere licenziato, questo vuol/vorrà dire che non potrò più comprarmi una macchina nuova, almeno per il momento.

Questa è solo una conseguenza logica, niente di ironico o legato a soluzioni alternative accettabili.

Se invece dico:

A quell’antipatico di Giovanni si è fusa la Ferrari nuova ! Ben gli sta! Vorrà dire che per un po’ dovrà accontentarsi della sua bicicletta.

Qui c’è ironia.

Figlio: Papà, mi hanno bocciato all’esame per la patente.

Padre: Va bene, vorrà dire che lo rifarai e che la tua ragazza dovrà aspettare un po’ prima di essere scorrazzata a destra e a manca!

Anche qui c’è ironia.

Sono andato oltre i due minuti? Vorrà dire che per l’ennesima volta dovrete portare pazienza!

Spesso, come in questo caso, “vorrà dire che” esprime il senso di essere costretti a accontentarsi, senza fare drammi o tragedie greche. Si può allora utilizzare, volendo, anche il termine “pazienza“:

Anche quest’anno niente vacanza all’estero per colpa del Covid! Pazienza. Vorrà dire che resteremo in Italia.

Adesso ripassiamo. Siete pronti per un ripasso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Oggi mi sento quanto mai piena di energia. Come mai che sbuchi con questa domanda? Eccome se siamo pronti. Ce la facciamo in men che non si dica, Non c’è scusa che tenga.

Komi: visto? Neanche hai chiesto ché subito hai trovato volontari pronti ad aiutarti. Manco ci fossimo messi d’accordo.

Hartmut: Neanche mi sveglio ché mi imbatto in questi messaggi. Neanche avessimo fissato un appuntamento.

Harjit e Mary: Io invece, non riesco. Vi saluto. Non lascio mai nulla di intentato per cimentarmi con le frasi nuove, però stavo proprio li li per uscire. scappo. Di nuovo.

Emma: perché mai te la vuoi filare? Io sto ancora a rispolverare episodi del 2020. Farò ancora ancora in tempo a ripassare 10 episodi al giorno se mi impegno Teniamo duro!

582 indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso

Indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso (scarica l’audio)

Video YouTube con sottotitoli

Indicazioni stradali lingua italiana

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo di indicazioni stradali. Ci occupiamo del linguaggio che si utilizza in automobile quando si danno indicazioni stradali.

Dove bisogna andare? Dritto, a destra o a sinistra?

In particolare mi interessano le espressioni e i verbi adatti per indicare una strada da prendere, cioè una strada in cui andare, in cui voltare o girare.

Vai a destra, vai a sinistra, vai dritto sono sicuramente le indicazioni più diffuse in questo senso.

Che faccio adesso? Vado a destra? Oppure vado dritto?

No, vai a sinistra che si taglia.

Anziché usare il verbo andare possiamo anche, come visto prima, usare prendere:

Prendi questa strada a destra

Prendi la prima a sinistra

Dopo l’incrocio, prendi a sinistra, poi al semaforo prendi a destra.

Prendi l’autostrada dopo l’incrocio

Prendere una strada significa quindi andare in una strada, girare per quella strada, voltare in una certa direzione.

Si può indicare anche una destinazione:

All’incrocio prendi per Roma

Dopo il semaforo prendi per Napoli

Prendi la prima a destra e poi prendi per Roma

Sapete che a volte si usa anche un altro verbo: imboccare.

Questo verbo normalmente si usa con i bambini, quando si fa mangiare un bambino.

Imboccare è introdurre il cibo nella bocca di chi non sia in grado di portarvelo da sé, come un bambino.

Bisogna imboccarlo perché non sa ancora mangiare da solo

Nelle indicazioni stradali, imboccare si usa come “prendere”.

Significa quindi avviarsi e procedere in una certa direzione, immettersi in una strada.

Così come si porta il cibo nella bocca di un bambino, si può guidare un’automobile in una certa direzione:

Imbocca questa strada, è più veloce!

Prendi a destra, poi imbocca l’autostrada.

Stai attento perché tra un po’ dovrai imboccare l’uscita dell’autostrada

A volte questo verbo si usa anche in senso figurato, quando la strada di cui si parla è un comportamento, quando sembra che una persona abbia preso una strada giusta o sbagliata, intesa come una scelta, un percorso di vita:

Il ragazzo ha imboccato la strada giusta. Ha finalmente capito che bisogna prima studiare e poi pensare al piacere.

Tornando alle strade, imboccare si usa quando si prende una strada, quando ci si avvia in una direzione, mentre quando si vuole indicare l’uscita si può usare anche sboccare:

Io imbocco l’uscita come mi hai detto, ma dove sbocca questa strada?

Questa strada sbocca in una piazza.

Come dire che questa strada porta, conduce in una piazza. Andando per questa strada, alla fine si arriva in una piazza.

Andando in questa direzione si sbocca a piazza Navona

La manifestazione prima ha preso questa via di fronte a te, per poi sboccare in piazza del Popolo.

Un verbo questo che si usa anche per i corsi d’acqua:

Questo fiume sbocca nel mare tra 10 km.

Questi tre ruscelli sboccano tutti nello stesso fiume.

Si può usare anche il verbo confluire, certamente più corretto, ma meno usato nel linguaggio stradale. Si può anche dire:

Dove porta questa strada?

Dove va a finire questo fiume?

Interessante poi è quando ci sono più possibilità, e allora l’indicazione potrebbe includere il motivo per cui occorre o conviene prendere una direzione anziché un’altra.

Ad esempio:

Prendi a destra ché tagli di un paio di chilometri.

Vai a sinistra ché avanti c’è traffico. Si allunga un po’ ma così accorciamo di qualche minuto.

Andando a destra si taglia. Se invece vai dritto allunghi di parecchio. Non ti conviene.

Secondo il navigatore meglio prendere a destra, sennò si allunga.

Girando a sinistra si accorcia.

Dopo la rotatoria volta a destra, così tagliamo qualche minuto.

Sicuro che così si accorcia? A me pare che si allunghi andando a destra.

Visto? Siamo arrivati prima per aver tagliato il traffico sulla strada principale. Questa scorciatoia non la conosce nessuno! Si abbrevia di molto.

Una scorciatoia è una strada che ci permette di accorciare la lunghezza di un percorso.

Prendendo una scorciatoia, si accorcia, cioè si taglia. Tagliare è più informale ma molto utilizzato. Potete usare accorciare o tagliare senza problemi, anche se per “tagliare” è vero infatti che normalmente si usa un coltello o le forbici.

Accorciare è più adatto sicuramente, perché significa rendere più corto, cioè ridurre la lunghezza di qualunque cosa, quindi anche una distanza.

Si può accorciare un percorso, ma ovviamente possiamo accorciare anche un vestito, un discorso, i capelli, e anche… un episodio !

Anche abbreviare ha lo stesso significato di accorciare e tagliare. Attenti però perché è lo stesso verbo che si usa nel senso di troncare una parola usando un’abbreviazione, tipo dott. al posto di dottore. Questa è appunto una abbreviazione che non si usa per i percorsi.

Una scorciatoia, è bene dirlo, è diversa da una deviazione.

Deviazione viene da deviare, cioè “uscire dalla via”, cioè modificare la propria direzione, uscire dalla via principale. Così facendo si fa o si prende una deviazione, che non è stata prevista ma permette ugualmente di raggiungere l’obiettivo finale.

Di solito la deviazione si prende quando c’è un incidente sulla strada principale, o più traffico del solito, o c’è un cambiamento di programma e ad esempio bisogna accompagnare una persona in un luogo che non si trova sul percorso precedente. Con la deviazione di solito si allunga rispetto alla scorciatoia, con la quale si abbrevia sempre il percorso.

Allora la finiamo qua? Non prima di un bel ripasso. Ascoltiamo:

Ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: avete visto le olimpiadi di Tokyo? Ieri l’Italia ha vinto ben due medaglie d’oro!!

Harjit: gli italiani in questo 2021 stanno facendo un figurone ! Anche i più addetti ai lavori sono abbastanza meravigliati.

Mariana: c’è anche chi rosica abbastanza per questi successi degli azzurri, soprattutto per la vittoria ai 100 metri di Jacobs che ha dato il benservito a chi si meraviglia del suo successo.

Anthony e Mary: un giornalista se ne è uscito con “un progresso difficile da spiegare”, alludendo al doping, probabilmente.

André: una svolta notevole quella di Jacobs. È diventato qualcuno all’improvviso e qualcun altro non l’ha digerito. Se ne dovranno fare una ragione!

581 Neanche + congiuntivo

Neanche + congiuntivo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi continuiamo a occuparci di “neanche”

Voi potreste rispondermi:

Neanche ne avessimo bisogno come il pane!

In questa risposta c’è proprio l’uso di neanche di cui parlavo.

Ricordate l’episodio dedicato a “quasi“?

L’uso è abbastanza simile, in effetti basta sostituire quasi con neanche, oppure “manco” , o “neppure”.

In quell’episodio abbiamo detto che “quasi” sta per “come se“.

Possiamo fare lo stesso con neanche, e il senso non cambia:

Mi hai guardato come se fossi un alieno

Mi hai guardato quasi fossi un alieno

Mi hai guardato neanche fossi un alieno

Mi hai guardato manco fossi un alieno

Mi hai guardato neppure fossi un alieno.

Neppure si usa meno frequentemente, mentre manco è il più informale.

L’uso di neanche e manco, a differenza di quasi, è specifico però anche in altre situazioni, quando si fa notare una esagerazione, di fronte alla quale si mostra stupore.

Perché mi hai insultato? Neanche ti avessi detto qualcosa di male!

Cioè: mi hai insultato come se ti avessi avessi detto qualcosa di male. Ma in questo caso voglio enfatizzare la tua esagerazione, e farti notare che probabilmente neanche in quel caso avrei meritato un insulto.

Perché in Italia si vuole inserire per legge l’obbligo di vaccinazione per il personale sanitario? Manco il Covid fosse la prima causa di morte!

Voglio dare un punto di riferimento, un punto limite, al di là del quale sarebbe accettabile, ma siamo proprio al limite, ciò che trovo esagerato.

C’è un altro episodio che abbiamo dedicato a queste situazioni, quello dedicato alla locuzione “ancora ancora“, come ricorderete è simile a “al massimo“, e “al limite“.

Giovanni gira sempre con un cappello e gli occhiali da sole, manco fosse una stella del rock che non vuole farsi riconoscere.

Mia moglie mi ha cacciato di casa perché sto sempre al telefono. Manco l’avessi tradita!

Carlo era emozionatissimo durante la nostra prima esibizione al Piano bar, manco fossimo stati allo stadio olimpico di Roma.

Ci siamo mangiati tutto. Neanche avessimo digiunato da due mesi!

In questi casi usare “quasi” è meno enfatico e per niente adatto per esprimere, anche ironicamente, un’esagerazione. Manco e neanche risultano anche più informali e più adatti pertanto a dialoghi con amici.

L’episodio finisce qui. Adesso un breve ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Giovanni ha dimenticato di dire che per dare questo significato particolare a “neanche” basta sincerarsi del fatto che il verbo che segue si trovi al congiuntivo.

Mariana: poco male comunque, visto che il titolo dell’episodio è proprio “neanche più congiuntivo”. Poi lo sai che parlare di grammatica non lo fa impazzire. Ogni tanto ne parla, ma mai più del dovuto.

Ulrike: invece ho sentito dire che il prossimo episodio riguarda un aggettivo. Che voi sappiate, questo ha un fondamento di verità?

Lia: quale che sia, per me va bene. Sempre che sia alla nostra portata.

Bogusia: credo che saremo stupiti ancora una volta. Me lo sento proprio. Chi non si fida può comunque dare una sbirciata alla lista degli episodi.

Hartmut: la lista degli episodi futuri intendi? Ma quella è puramente indicativa, mi farebbe strano che venisse rispettata alla lettera. Bisogna aspettare pazientemente per vedere.

Rauno: staremo a vedere. Però la pazienza non serve. Neanche dovessimo aspettare un anno!

580 Neanche… che….

Neanche… che…. (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: lo so cosa state pensando. State pensando che cosa ci sarà mai di strano in “neanche” per giustificare un episodio dedicato a questo avverbio o congiunzione.

Se ricordate lo abbiamo già incontrato nell’espressione “neanche a farlo apposta, in cui l’uso di neanche è quello più conosciuto: neanche equivale a nemmeno, usati entrambi per escludere qualcosa. Lo stesso vale per “manco”, più informale.

In particolare neanche indica una ripetizione o un aumento di negazione rispetto a una precedente negazione:

non sono a casa e neanche mia moglie;

Io non ho capito e neanche tu.

A volte si usa anche nel senso di persino:

Neanche un miracolo riuscirebbe a farmi parlare italiano correttamente

Ma l’uso che mi preme evidenziare è quando indichiamo qualcosa che accade subito dopo un’altra.

Si usa per sottolineare a volte la velocità con cui accade, altre volte la concomitanza di due eventi.

Neanche arrivo a casa che suona il telefono.

Osserviamo questa frase.

Significa che non appena arrivo a casa, immediatamente subito dopo, suona il telefono.

Non si sta dando un’indicazione precisa, non è detto che appena apriamo la porta sentiamo il telefono suonare, ma ciò che conta è la velocità, la concomitanza.

In realtà per capire il senso di frasi come queste occorre capire il contesto di riferimento.

Nell’esempio fatto, occorre aggiungere una premessa, altrimenti è poco chiaro. Ad esempio:

La mia amica Maria mi ha mandato un SMS dicendo: forse avrò bisogno del tuo aiuto tra poco. Ho un problema.

Accidenti! Io allora mi sono mostrato disponibile e le ho detto di chiamarmi a casa tra un po’ per spiegarmi bene a voce.

Neanche arrivo a casa che suona il telefono.

Ecco: con questa frase voglio sottolineare la contemporaneità di due eventi, il mio arrivo a casa e la telefonata, che è arrivata subito dopo il mio arrivo, più o meno contemporaneamente.

È una modalità colloquiale, discorsiva, adatta per i racconti, per le storie, per riportare le cose accadute, e lo facciamo per aumentare l’attenzione dell’ascoltatore e per rendere fluido il racconto, allo stesso modo di alcune altre locuzioni che abbiamo visto: al che, il che, a suo modo, volendo, se vogliamo, eccetera.

Ma vediamo altri esempi per capire meglio:

Ho avuto una discussione con un omone oggi in un parcheggio. Neanche mi giro che mi arriva un calcio nel sedere!

Avete capito sicuramente una cosa: la presenza di “che” è fondamentale per comprendere il significato della frase.

In questo caso quindi voglio dire che non appena mi sono voltato di spalle, quest’uomo mi ha dato un calcio nel sedere.

Non ha niente a che vedere col senso della negazione ripetuta sopracitata.

Il senso è:

non faccio in tempo a voltarmi che subito dopo mi è arrivato un calcio.

Si può in effetti anche sostituire neanche con “non”: “non faccio in tempo a… che… “.

In questo modo il senso sembra però leggermente diverso, perché detto così il calcio potrebbe arrivare anche prima di aver completato l’azione di voltarmi. Non è molto importante però in realtà la tempistica.

Diciamo che si dà il senso della quasi contemporaneità di due eventi. Poco prima, poco dopo o contemporaneamente è la stessa cosa.

Altri esempi:

Le previsioni del tempo davano probabilità di pioggia al 50%. Ho deciso di non prendere l’ombrello puntando sulla fortuna. Ovviamente neanche esco che arriva il diluvio universale.

Come dire: appena esco inizia a povere. Così però è più enfatico e per questo anche un po’ ironico.

Si può usare anche “nemmeno” o “manco” (più informale) al posto di neanche. Non cambia nulla.

Ho raccomandato a mio figlio di 11 anni di fare attenzione con i fornelli del gas quando è solo in casa. Non ci crederai, ma manco esco che mi chiamano i vicini perché sentono puzza di gas!

Giovanni è sempre velocissimo nel fare nuovi episodi. Manco finisce di scriverne uno che subito pensa al successivo.

Infatti proprio adesso mi viene in mente un altro uso particolare di neanche, che vediamo allora nel prossimo episodio.

Adesso ripassiamo. Invito almeno un membro dell’associazione a proporre qualcosa:

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: Avete visto come Giovanni mi ha chiamato in causa per scrivere un ripasso? Visto che ero particolarmente impegnato oggi stavo per rifiutare gentilmente l’invito con un “come non detto” . Ma poi mi sono detto “la mia partecipazione nel gruppo è contraddistinta dal comporre ripassi stracolmi di sciocchezze, Che danno farei se ne sfoderassi un altro?

Irina: hai raccolto la provocazione come sempre allora? Direi che ti sei anche contraddistinto per la tua prontezza a metterci del tuo nel gruppo. A me sembra un apporto molto gradito dai membri.

Khaled: c’e’ qualche idea che ti ronza per la testaper non dimenticare le espressioni passate? Magari commentare su quanto sono benaccetti e benvenuti i nuovi arrivati nell’associazione?

Ulrike: questa sì che è una buona idea. Non è mica peregrina come l’ultima volta.

Lia: guarda caso siamo alle solite con te. Anche quando gli fai un complimento lo fai da dritto. Trovi sempre un modo per prenderlo di mira, poveraccio.

Komi: allora ragazzi, al di là del solito tentativo di Ulrike di far andare di traverso ripassi a Anthony , che ne dite se dessimo una scorsa alla lista degli episodi passati?

579 Diminutivi, spregiativi e vezzeggiativi:

Diminutivi, spregiativi e vezzeggiativi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: una domanda che spesso pongono i visitatori di Italiano Semplicemente:ma quanti diminutivi ci sono nella lingua italiana?

La barbetta, lo stanzino, il capoccione, il ragazzetto, il vinaccio, pienotto, poveraccio, benone, la bestiaccia, alberello e tanti altri termini.

Quando vogliamo indicare una caratteristica particolare, spesso in italiano si ricorre, anziché agli aggettivi, ai suffissi, cioè modifichiamo una parola alla fine, aggiungendo qualcosa

Si parla di alterazione. Alterare significa modificare.

La caratteristica che si vuole evidenziare spesso è la dimensione, piccola o grande. Altre volte c’è un giudizio: una cosa brutta, bella, delicata. Una caratteristiche di questo tipo. Altre volte però il termine indica un particolare tipo di oggetto, che non risponde necessariamente alla regola generale dell’uso di quel particolare suffisso.

Si cambia la parte finale di una parola, che in genere è un sostantivo ma può anche essere un verbo o anche spessissimo un aggettivo o un avverbio.

Ecco allora che si possono formare delle parole a partire da altre.

Si tratta quasi sempre di linguaggio colloquiale, di termini che si usano all’orale.

La parte finale che si aggiunge si chiama suffisso. La parte iniziale non cambia in questi casi.

Come cambia la parte finale?

Quali e quanti suffissi esistono?

Non molti ma neanche pochi:

Ino” è il più diffuso.

Un tavolino ad esempio è un tavolo in cui si usa il suffisso “ino”. Si tratta di un piccolo tavolo, ma in realtà un tavolino non è solamente un piccolo tavolo, ma indica anche quella tavola su cui si scrive e si studia, quindi è un nome normalmente usato per particolari tipi di tavoli.

Sempre con “ino” c’è anche piccolino, che viene da piccolo. Gli aggettivi in generale che finiscono con ino indicano, con ironia o meno, una caratteristica di una persona o un oggetto. Questa caratteristica si riferisce in genere alle piccole dimensioni ma c’è spesso una nota di simpatia e di affetto. Ma non sempre.

Un ragazzo piccolino ad esempio è solamente non troppo alto di statura.

Un giochino invece? Spesso è un piccolo gioco, ma altre volte è qualcosa con cui ci si diverte, come un gioco, ma poco impegnativo, oppure un modo per giudicare negativamente il comportamento di una persona:

Non fare questi giochini con me! Non sono uno stupido!

Invece ci sono termini che indicano cose specifiche come il pannolino che chiamiamo così perché esiste anche il pannolone. Il primo è per i bambini, è più piccolo, e il secondo è per gli anziani, più grande. Non esiste il “pannolo” però.

Il termine “birichino” analogamente, non deriva da nessuna parola. Si tratta di un ragazzo o bambino vivace e impertinente, che fa i dispetti e che non obbedisce, è un po’ indisciplinato. Comunque si addice spesso ai bambini, che sono piccoli.

Comunque generalmente “ino” si usa per indicare una piccola dimensione, cosi come “one” è per le grandi dimensioni. Le cose di piccole dimensioni però terminano anche con “etto“.

Se prendiamo una stanza, uno stanzone è una grande stanza, mentre una piccola stanza la chiamiamo stanzetta, e parliamo solamente delle dimensioni, mentre lo stanzino è sempre una piccola stanza, un ambiente di piccole dimensioni, ma senza finestre, quindi buio, adibito però a ripostiglio o spogliatoio. Un oggetto che non usiamo lo mettiamo nello stanzino e non nella stanzetta.

Questo accade con molti termini.

Ragazzino e ragazzina indicano un ragazzo/a che è nell’età dell’adolescenza o della giovinezza. Spesso si usa per indicare semplicemente l’età:

È un ragazzino di 10 anni.

Oppure per giudicare comportamenti:

Ti comporti come un ragazzino viziato.

È un bravo ragazzino

È un ragazzino giudizioso e obbediente

Esiste però anche il ragazzaccio. Il suffisso “accio” si usa sia per giudicare la cattiva qualità, sia come forma amichevole.

Se il ragazzone ad esempio indica un ragazzo grande o alto, più del normale, un ragazzaccio si usa per indicare simpaticamente una persona che si comporta a volte in modo infantile solo per divertirsi, magari un ragazzo che fuma, beve alcool e cambia partner continuamente.

Non sempre accio è pertanto uno spregiativo.

Pensiamo a fisicaccio che indica un fisico muscoloso o agile. Tutt’altro che qualcosa di negativo.

Accidenti che fisicaccio che ti è venuto!

Givanni è un ragazzaccio, ma è molto simpatico!

La maggioranza delle volte però accio indica cose scadenti, di bassa qualità:

Attento alle stradacce di campagna ché si rompe la macchina.

Quella signora è una vecchiaccia invidiosa!

È successo un fattaccio oggi a scuola: hanno picchiato un insegnante.

Il quel quartiere è pieno di donnacce!

Si tratta quasi sempre di giudizi negativi: con una donnaccia ci si riferisce alle abitudini sessuali, se invece parlo di vecchiaccia si parla di cattiveria pura. Se parlo di scarpacce parlo di scarpe di bassa qualità, mentre le parolacce sono parole da non usare perché volgari e offensive. Un fattaccio è un brutto fatto.

L’episodio si chiama diminutivi, dispregiativi e anche vezzeggiativi perché i diminutivi servono a ridurre (non solo le dimensioni), a diminuire qualcosa, in genere le dimensioni (tavolino, bambino, ecc) mentre i vezzeggiativi sono una particolare forma di diminutivo, perché l’immagine della piccolezza è accompagnata dalla simpatia o dalla grazia. Vezzeggiare infatti significa trattare con tenerezza, con affetto.

Non solo ino quindi, ma anche etto e uccio:

È nato un bel maschietto!

No, ci siamo sbagliati, è una femminuccia!

Che bel nasetto che ha quel bambino.

Ha una boccuccia molto carina

Che tesoruccio che sei stato a regalarmi le rose 🌹

Se parliamo di spregiativi, oltre che accio, come suffisso per dare un’immagine negativa c’è anche – ucolo, accio, uccio, astro, aglia:

Giovanni non è una persona onestà ma solo un omuncolo insignificante.

Questi suffissi, aggiunti in genere a sostantivi o aggettivi, esprimono valore diminutivo con un senso peggiorativo, e molto raramente affettivo:

Non ascoltare il giudizio delle persone a cui non stai simpatico. Si tratta di gentucola (piccole persone, di poca importanza)

Peppe non è uno scrittore, scrive solo su giornarucolo di paese. Niente di importante.

Tutt’altra cosa che dire: il mio è un giornalino per ora ma se ci comportiamo bene possiamo crescere.

Che gentaglia che ci sta in questo posto. Andiamo via subito! Veramente un postaccio! (un brutto posto)

Attenzione perché non sempre è così. La vestaglia ad esempio è un indumento che si indossa in camera, maschile o femminile, più o meno lunga, tenuta chiusa da una cintura allacciata in vita o, per la donna, anche da una fila di bottoni. Non c’è niente di male nell’indossarla.

Riguardo ad uccio, si è detto che esprime affetto, questo quasi sempre: tesoruccio, caruccio (che è simile a carino) ma raramente può diventare spregiativo:

Paolo è un impiegatuccio del comune di Roma.

Poi c’è da dire che succede anche che dal maschile al femminile si aggiunge un diminutivo e le dimensioni non c’entrano granché:

Sapone, saponetta

Sigaro, sigaretta

Palazzo, palazzina

Una cosa curiosa è quando usiamo due suffissi insieme:

Palo, paletto, palettino

salto, saltello, saltellino

quadro, quadretto, quadrettino

Casa, casetta, casettina

Mora, moretta, morettina

Bestia, bestiola, bestiolina

uomo, omaccio, omaccione

Stanza, stanzetta, stanzettina

Altre volte non esiste il passaggio intermedio:

Fiore, fiorellino (non c’è fiorello)

Buono, bonaccione

Bonaccione è interessante perché si usa per descrivere le persone buone, ma anche di indole semplice e mite. Si usa anche quando queste persone hanno un aspetto imponente, ma per questo non sono da temere:

Pietro sembra cattivo. È alto e grosso ma è un bonaccione.

Per sapere quale diminutivo usare, per un non madrelingua non è facile, perché bisogna leggere molto e conoscere bene la lingua per sapere alcune differenze.

Basti pensare al fiore. Un piccolo fiore non si chiama fioretto perché questo è una specie di promessa a Dio, un sacrificio, una astinenza, un atto di rinuncia fatto volontariamente per devozione, per fede. Se faccio un fioretto alla Madonna faccio una promessa alla Madonna, ad esempio prometto di non fare piu l’amore con nessuno.

Un fiorino invece oltre ad essere una moneta è anche un tipo di macchina. Il fioruccio invece non si usa proprio. Allora un piccolo fiore si chiama solamente fiorellino. Ma bisogna saperlo.

Lo stesso vale per altri sostantivi e aggettivi. Bisogna praticare per capire quale suffisso usare.

Per i nomi delle persone è molto frequente l’uso di un diminutivo:

Paolo può diventare, per gli amici, Paoletto, Paolino, Paolone, Paoluccio.

Questo vale per ogni nome di persona: Franceschina, Marchetto eccetera.

Esistono comunque anche altri suffissi più rari: – ello:

Adesso sei grandicello, puoi iniziare a cucinare da solo che ne dici?

attolo

Omiciattolo ad esempio è come omuncolo nel significato.

otto, come – one, può formare accrescitivi, qualcosa di grande nelle dimensioni o nelle caratteristiche, ma otto è particolare perché si usa per dare ambiguità, nel senso che non è ben chiaro se stiamo sottolineando un accrescimento o una diminuzione. Dipende dal caso. In effetti qualcosa di barzotto di trova in uno stato intermedio.

Può dirsi barzotto un tempo meteorologico variabile, come anche una persona un po’ ubriaca. O anche delle uova cotte a metà sono, se vogliamo, barzotte.

Con i sostantivi dipende. Un cipollotto è inteso come più piccolo di una cipolletta o cipollina, mentre un barilotto è inteso come più grande d’un bariletto.

Poi in quanto ambiguo si presta bene a situazioni scherzose: scemotto e cretinotto al posto di scemo e cretino. È meglio o peggio? Dipende dal l’occasione.

Quanto detto finora ci fa capire che non esiste una regola per capire esattamente quando un suffisso indichi una cosa precisa, senza sbagliare. Pazienza!

Credo sia abbastanza per oggi che ne dite? Spero che avete apprezzato l’episodio, in tal caso ho fatto un figurone, altrimenti una figuraccia.

Adesso ripassiamo:

Irina: sono stata colpita dal termine accattivante, che è stato usato nella lezione dedicata ai suggerimenti, nel corso di Italiano Professionale. Una spiegazione non lascerebbe il tempo che trova secondo me. Mi dispiacerebbe se passasse in cavalleria.

Bogusia: va detto subito che non ha niente a che fare con la cattiveria.

Harjit: infatti, invece è simile a attraente. È qualcosa che cattura la nostra attenzione e interesse. A volte ispira simpatia e fiducia, altre volte c’è una sfumatura di furbizia, come un sorrisetto accattivante.

Flora: in virtù di questa spiegazione, adesso credo che non perderò occasione per usare “accattivante“, laddove ovviamente sia adatto.

Hartmut: non abbiamo che da aspettare allora…

Ulrike: Questo è un ripasso particolare, senz’altro degno di nota. Abbiamo preso due piccioni con una fava, cioè rispolverato qualche espressione già trattata e al contempo letto e ascoltato una concisa lezione sull’aggettivo accattivante. Veramente impressionante, bravissimo Gianni, ma come si fa a non iscriversi all’associazione italiano semplicemente?

Bogusia: È il nostro professore indefesso, appunto, che ci propone una caterva di idee per ingranare con l’italiano. Non molla neanche nel caso di duri di comprendonio come siamo talvolta e va avanti cercando di inculcarci qualcosa anziché darci il benservito. Avercene di professori come Gianni

Italiano Professionale – lezione 34: suggerimenti e proposte

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Oggi trattiamo un tema importantissimo per affrontare una riunione, un incontro, una tavola rotonda o un incontro professionale di qualsiasi tipo: i suggerimenti. Cos’è un suggerimento? Che significa suggerire? Vediamo dunque come dare un suggerimento, come accettarlo e come rifiutarlo. Esercizi di ripetizione ed esempi Durata: 25 minuti suggerimenti

Il semestre bianco – POLITICA ITALIANA (ep. n. 8)

Il semestre bianco (scarica l’audio)

Episodi scorsi

Trascrizione

Giovanni: Benvenuti in questo episodio dedicato al linguaggio della politica.

Ogni volta che si parla di elezioni del presidente della repubblica italiana, si parla del famoso semestre bianco.

Sapete che il presidente della repubblica, anche detto “Capo dello Stato” oggi è Sergio Mattarella.

Ebbene, il Presidente della Repubblica è eletto ogni sette anni e che essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.

Ma che cos’è il semestre bianco del presidente della repubblica?

Sapete che un semestre è un periodo di sei mesi.

Due mesi si chiamano bimestre.

Tre mesi trimestre

Quatto mesi quadrimestre

Cinque mesi pentamestre

Sei mesi semestre

Come ho detto ogni sette anni ci sono le elezioni del presidente della repubblica. In questo caso si parla di settennato.

Il “mandato” del presidente dura quindi sette anni. Il “settennato“, è come il biennio (che dura però due anni), il triennio (tre anni), il quadriennio (4 anni), il quinquennio (5 anni), sessennio, settennato, eccetera. Il settennato è pertanto un periodo che dura 7 anni.

In realtà si dovrebbe chiamare “settennio“, (e così infatti si chiama nella lingua italiana un periodo di 7 anni) ma la durata del mandato del presidente della Repubblica oramai viene chiamato “settennato“, come a voler coniare un periodo che è solo relativo al mandato del Presidente della Repubblica italiana. Probabilmente deriva dal francese. Infatti fin dalla costituzione del 1875, il capo dello Stato durava per sette anni: septennat è il termine usato in francese divenuto poi quello abituale parlando della prima carica dello Stato..

Gli ultimi sei mesi del mandato settennale sono chiamati appunto “semestre bianco“. È quindi la parte conclusiva del mandato settennale del presidente della repubblica.

Ho detto mandato settennale, stavolta parlo dell’aggettivo.

Il mandato dura sette anni, pertanto è settennale.

Annuale, biennale, triennale, quadriennale, quinquennale, sessennale, settennale eccetera.

Perché dare un nome a questo ultimo semestre? In questo periodo cambia qualcosa nei poteri del presidente. Infatti le sue prerogative subiscono delle limitazioni: in base al dettato costituzionale infatti, il capo dello stato (che in questo periodo viene detto “uscente” perché potrebbe essere sostituito una volta scaduti questi sei mesi) non può più sciogliere le camere (questo è il suo potere più grande) a meno che queste, a loro volta, non siano già entrate negli ultimi 6 mesi della legislatura.

Sciogliere le camere significa far cessare, da parte del capo dello Stato, l’attività del parlamento prima del termine della legislatura indicendo nuove elezioni. Dopo lo scioglimento delle camere, essere semplicemente non esistono più.

Ma perché ridurre il potere del presidente durante il semestre bianco?

Si vuole semplicemente evitare che il presidente della repubblica, all’approssimarsi della fine del suo mandato, potesse sciogliere le camere con l’obiettivo di far eleggere un parlamento più favorevole ad una sua ipotetica rielezione. Quindi è una precauzione.

Perché il semestre viene detto bianco? Semplicemente perché il bianco è indicativo dell’assenza di colore, così il bianco può rappresentare l’assenza di qualche altra cosa. Allora in questo caso si tratta del potere. Il suo potere più grande è quello di sciogliere le camere (la camera dei deputati e/o quella dei senatori), cosa che non può fare durante il suo ultimo semestre. ecco perché viene detto semestre bianco.

Alla prossima lezione.

578 Dare una scorsa

Dare una scorsa (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: Quante volte capita che non abbiamo il tempo di leggere con attenzione un documento o una email o dei messaggi whatsapp e siamo costretti a dare solamente una scorsa?

Ho dato solo una scorsa veloce alla email che mi hai mandato!

Una scorsa pertanto è lo scorrere in fretta uno scritto, leggendolo a tratti e rapidamente:

Mi piace dare una scorsa al giornale per leggere almeno le notizie principali.

C’erano 300 messaggi nel Gruppo whatsapp e ho dato una scorsa per vedere se c’erano dei messaggi rivolti a me

Molto spesso, soprattutto in contesti familiari, si usa anche:

Dare una guardata

Questo è però più simile a controllare. Si può quindi dare una guardata alla posta elettronica, ma anche dare una guardata al bambino mentre la mamma è fuori a fare la spesa. Anche l’occhiata e l’occhiatina si usano nel senso anche di controllare.

Mi dai una guardata al pupo mentre sono via?

Dai un’occhiata alla casa mentre sono in vacanza?

Ho dato un’occhiatina e mi è sembrato che sia finito il caffè

Anche “dare una letta” è molto diffuso, ma, come la scorsa, si usa solo per i documenti scritti.

Dai una letta ogni tanto alle notizie per restare aggiornato.

Ho dato una letta veloce a ciò che mi hai spedito. Oggi leggerò più attentamente e ti faccio sapere le mie osservazioni.

Dare una scorsa” ovviamente utilizza il verbo scorrere. È il participio passato femminile.

Posso anche dire: ho scorso i messaggi, ho scorso le pagine velocemente, che è esattamente come “ho dato una scorsa”.

Si scorre velocemente, dall’alto verso il basso, ma senza prestare troppa attenzione ai dettagli.

Le modalità alternative sopracitate sono ugualmente valide, anche se abbastanza informali per i documenti scritti. Va comunque sempre usato il verbo dare.

Nella pronuncia, mi raccomando la o chiusa di scorsa, altrimenti sembrerà stiate parlando della scorza, (con la o aperta) cioè della buccia del limone, o il guscio di alcuni frutti, che viene chiamato anche così: scorza. Si scrive però con la zeta e non con la esse.

Fatemi un favore, date una scorsa all’episodio e segnalatemi se ci sono errori di battitura.

Adesso ripassiamo:

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione italiano semplicemente

Albéric: ciao ragazzi. Io ascolto spesso musica sapete? Influisce molto sul mio umore. Ho letto che è meglio ascoltare musica che fare all’amore.

Komi: ah, e me lo dici solo ora? Mi prendi in contropiede perché ero già pronto per invitarti a cena e ti ho già comprato un mazzo di rose…

Emma: a questo punto vediamoci tutti a casa mia. Io preparo le cuffie e il CD dei Maneskin. Ne ho solo per un’ora ancora ma poi sono pronto.

Irina: non vorrei spegnere gli entusiasmi ragazzi, ma io, e spero non me ne vogliate per questo… Avrei un appuntamento e.. ho già ascoltato troppa musica in vita mia!!

577 Ci si vede

CI SI VEDE (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: una cosa che mi ha colpito quando studiavo il francese è che si usa la forma impersonale al posto della prima persona plurale. Infatti accade la stessa cosa nella lingua italiana:

“Andiamo” può diventare “si va”. Questo accade tra amici e parenti e in generale fa parte del linguaggio colloquiale.

Che ne dite, si va a fare una corsetta oggi?

Lo stesso accade con gli altri verbi. Mi interessa in particolare il verbo vedersi, utilizzato quando ci si saluta:

Ci si vede domani

È equivalente a “ci vediamo domani”.

Questa è una modalità usata in tutt’Italia. In Toscana però in particolar modo, perché questa abitudine, tipica del linguaggio colloquiale, è diffusissima per tutti i verbi.

Ho scelto il verbo vedersi perché è la forma riflessiva di vedere e quindi è più complicato. Bisogna infatti aggiungere la particella ci.

Allora, che si fa, ci si vede domani? (che facciamo, ci vediamo domani?)

Quando ci si vede?

Ci si vede in giro

Da quanto tempo non ci si vede? Saranno almeno due anni.

Spesso si sente (e molto raramente si legge anche) “ci si rivede“.

Non c’è in realtà molta differenza, semplicemente “ci si rivede” vuol dire “ci si vede di nuovo/un’altra volta”, ma possono essere usati nello stesso contesto e quindi direi che sono perfettamente intercambiabili. Infatti l’unica occasione in cui “ci si rivede” non andrebbe bene è nel caso di un primo incontro tra due o più persone.

Questa forma colloquiale non è adatta comunque al lavoro e in generale in contesti formali, dove si può semplicemente usare un “arrivederci“, o “a domani“, “ci vediamo domani”.

Un’ultima cosa che riguarda l’uso di ci e si. Si potrebbe pensare che si possano scambiare le due particelle ci e si. Questo invece non si può fare. L’unica sequenza ammessa è “ci si”, mentre “si ci” non si usa mai.

Quindi si deve dire:

Ci si aspetta al parco per l’appuntamento

Ci si vede alle 10 in punto.

Ci si pensa un po’ e poi ci si sente su whatsapp

Questa regola vale sempre, ogniqualvolta ci e si, si incontrano:

Ci si mette un’ora per arrivare a Roma

Ci si può andare in questa strada?

Allora ci si vede al prossimo episodio.

Adesso ripassiamo, e con l’occasione, commentiamo anche due verbi che abbiamo trovato all’interno di un racconto di Moravia dal titolo “il delitto perfetto“, una lettura che abbiamo fatto all’interno del gruppo whatsapp dei membri dell’associazione.

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione italiano semplicemente.

Mariana: ragazzi, ci sono alcuni verbi riflessivi che mi fanno vedere i sorci verdi. Si tratta di rimetterci e inoltrarsi.

Harijt: beh, meno male che sei un membro dell’associazione altrimenti ti avrei invitato ad attaccarti!

Sofie: ma cos’è, vi siete dati al linguaggio di strada oggi?

Komi: ti aiuto io su inoltrarsi. Dunque inoltrarsi è simile a andare. Dipende però dalla frase e dal contesto. Se ci si inoltra nella foresta o in un bosco si sta entrando in profondità nel bosco. In generale è come iniziare un cammino e si può usare anche per altre attività. Ad esempio ci si può inoltrare nello studio di una lingua. Spesso ci si inoltra in discussioni inutili o complicate, o se vogliamo, in un’impresa troppo difficile.
Chi si inoltra nella lettura ha iniziato a leggere qualcosa ed è già andato oltre un certo livello iniziale. Magari ha letto 100 pagine e passa.
Come verbo, spesso è anche usato per esprimere pericolo. È infatti pericoloso inoltrarsi nel bosco. Significa che sei andato oltre il dovuto e anche che te le cerchi.

Irina: già, e ci si può persino rimettere la pelle in questi casi. Ho usato il verbo rimetterci: “rimetterci la pelle” è, tra l’altro, un’espressione che si è già spiegata in questa rubrica. Da non confondere con rimettersi. Non ci rimetti nulla, se non ricordi bene, a dare un’occhiata all’episodio. È un episodio abbastanza recente, non è da illo tempore che è stato spiegato.

Ulrike: Una spiegazione con i fiocchi Komi. Ma senti, hai detto inoltrarsi è un po’ come iniziare un cammino. Hai presente che nel racconto di Moravia di cui sopra in un simile contesto viene usato il verbo avviarsi. Ho sentore che abbia lo stesso significato. Ma può darsi che ci siano delle sfumature.

Emma: sfumature dici? Veramente avviarsi è solo l’inizio di qualcosa. Un inizio è un avvio. Se vai un po’ oltre però, tanto che tornare indietro non è poi così facile, nel caso del bosco, allora significa che dopo esserti avviato, ti sei anche inoltrato. Ad esempio chi si è appena avviato nella lettura e nell’ascolto degli episodi di questa rubrica, è diverso da chi si è già inoltrato nella lettura da un pezzo.

576 Sì

Sì (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: tutti voi, studenti non madrelingua o amanti della lingua italiana, o entrambe le cose, sapete bene il significato di ““. Lo conoscete vero? Siete sicuri?

Sì, lo so che lo conoscete. Ma non fino in fondo forse. Infatti se ho deciso di dedicare un episodio a questo avverbio evidentemente c’è qualcosa che ancora neanche immaginate.

Oggi allora facciamo una panoramica, cercando di farla abbastanza veloce però per non far torto al nome della rubrica (due minuti con Italiano Semplicemente).

Nel senso di risposta affermativa, sì si contrappone a quella negativa (no), ma possiamo notare alcune cose utili da sapere.

Possiamo raddoppiare: sì sì!

In questo modo lo rafforziamo.

Ti sei ricordato di chiudere la porta prima di uscire di casa?

Risposta: sì sì!

Come dire: certo, stai tranquillo, sono sicuro di questo.

Posso anche dire:

Ma sì!

Sì, certo!

Ovviamente sì

Sì, senz’altro

Che ugualmente rafforzano l’affermazione. Spesso “ma sì” si usa quando qualcuno insiste troppo.

Ti sei lavato le mani?

Ma sì, sono tre volte che me lo chiedi.

Oppure quando ci si vuole concedere qualcosa:

Andiamo al cinema stasera?

Ma sì, perché no! Andiamo!

Se seguito da “che” si usa per fare una distinzione, per far notare una differenza oppure sempre per rafforzare un sì:

Sei incinta? Veramente? Questa sì che è una bella notizia.

Questo sì che è un albergo, mica come quello di ieri!

Per rafforzare::

Certo che sì!

Vuoi sapere se sono felice! che lo sono!

È un sì convinto, e questo può essere rassicurante, ma anche offensivo, o almeno un poco indelicato:

Ti sei ricordato di chiamare tua madre?

che mi sono ricordato, cosa credi? Ho una memoria di ferro, non lo sai?

che lo so, mica volevo offenderti.

Un po’ più informale rispetto a “certo che“.

Lo stesso senso lo otteniamo anche mettendo il “sì” alla fine, ma senza “che” . Attenti anche al tono:

Mi sono ricordato sì!

Questa può essere una risposta piccata, che manifesta irritazione, per aver dubitato di qualcosa.

Sai fare questo esercizio?

Risposta: lo so fare ! Mica sono scemo!

Sempre associato a “che“, ha un senso simile a “eppure“, ma ci deve essere anche la congiunzione “e”:

Perché sei uscito senza giacca? È ovvio che adesso hai freddo.

E sì che te l’avevo detto!

Come dire: io te lo avevo detto, ma non ci hai creduto.

C’è una constatazione:

Mi hanno rubato la macchina! E sì che mi avevi avvertito che questa era una zona pericolosa.

Questo ha un significato diverso, se ci pensate, alla locuzione “e dire che“, di cui ci siamo già occupati, dove c’è una contrapposizione tra ciò che sembrava e la realtà. Di fatto però anche “e dire che” può usarsi allo stesso modo:

Adesso hai freddo? E sì che te lo avevo detto che dovevi prendere la giacca.

Adesso hai freddo? E dire che te lo avevo detto che dovevi prendere la giacca.

Si può usare anche con la preposizione “di“:

Le ho chiesto di sposarmi. Lei ha risposto di sì

Mi ha detto di sì

Ci sono poi frasi particolari che sono vicini ad un sì:

pare proprio di sì

Sembra di sì

speriamo di sì

Col verbo fare non si usa però la preposizione “di“, perché non bisogna parlare:

Se ti fanno delle domande, fai sì con la testa.

Cioè: di’ di sì con la testa.

A proporosito di fare sì. Questa può diventare una locuzione: far sì, che significa “fare in modo“:

Bisogna far sì che ci sia giustizia in questo paese.

Devi far sì che tuo figlio non corra alcun pericolo. Proteggilo.

Può anche essere un sostantivo:

Vuoi sposarmi? Voglio un sì!

Il tuo è un sì o un no?

Si usa anche per rispondere al telefono o quando mostriamo disponibilità. In questo caso si deve usare con intonazione interrogativa.

Al telefono sta per “pronto!” o “dica!”

?

Si può usare al posto di *eccomi!”,” avanti!”,”desidera?” ad esempio se bussano alla porta o se qualcuno ci chiama o se sta per dirci qualcosa e noi vogliamo mostrare disponibilità.

A volte significa “tanto“, “così tanto“, “talmente“, se davanti ad un aggettivo. Questo senso si trova abbastanza spesso nella letteratura e nella poesia:

Era sì bella e colta che tutti la desideravano.

È però un uso sicuramente passato di moda, sebbene sia compreso ancora da tutti.

Sempre davanti ad un aggettivo, qualche volta può significare “nonostante questo“:

Era sì molto bella, ma non era molto colta.

Ho sì mangiato, ma ho ancora molta fame.

Come dire: nonostante io abbia già mangiato, ho ancora fame. È vero che era bella, ma non era molto colta, istruita.

C’è sempre un ma o un però in questi casi.

Si usa anche in modo ironico:

Scommetto che sposeresti un uomo ricco anche se bruttissimo!

Risposta:

Sì, domani!

Sì, credici!

Sì, aspetta!

In pratica la risposta è no. Non si ha quindi nessuna intenzione di fare ciò che è stato richiesto.

Un altro modo ironico è per sostituire “sempre“:

Mi chiama un giorno sì e l’altro pure. Che pizza!

Sbaglia un giorno sì e l’altro pure.

Si usa spesso insieme al no:

Allora? Sì o no?

Giovanni fa lezione un giorno sì e uno no (cioè a giorni alterni).

Vado a lavorare un giorno sì e uno no.

Non hai risposto né si né no alla mia domanda

Quando è preceduto da “se” significa “in caso affermativo” :

Non so se passerò l’esame. Se sì, ti mando un whatsapp. Se no, spengo il telefono.

Ovviamente “se no” sta per “in caso negativo”.

Allora, se prima credevate di sapere il significato di sì, adesso sì che siete confusi vero? E sì che vi avevo avvertito!

A proposito di confusione: non confondete sicché, unico termine, con “sì che” (due parole).

Poi ci sono parole particolari come signorsì (o signór sì), un avverbio composto di signore e sì che si usa nell’esercito, tra militari, quando si obbedisce ad un ordine di un superiore.

È equivalente a sissignore, anche questo tutto attaccato, con due esse centrali. In particolare questa parola si usa anche per conferire (dare) una carica intensiva a un’asserzione (un’affermazione) :

Allora, hai deciso di lasciarmi?

Sissignore! ho proprio deciso di lasciarti. Non ne posso più.

Come a dire: sono molto deciso in questo, qualcosa in contrario?

La forma staccata si usa invece quando signore è accompagnato da altra parola.

Sì, signor colonnello

Sì, signora maestra

Adesso ripassiamo, prima che vi arrabbiate.

Ripasso degli episodi passati a cura del membri dell’associazione italiano semplicemente (in realizzazione)

Hartmut e Mary: una volta ho sognato che parlavo tutte le lingue del mondo. Non ti dico quanto ero felice!

Ulrike: mi rodo sempre dalla rabbia sempre quando vedo qualcuno molto disinvolto con le lingue. Sarei ben felice di essere al suo posto.

Albéric: bisogna però esserci portati. Non è che tutti abbiamo le stesse capacità.

Irina: dite? Sarà! comunque io conosco solo la mia lingua e riesco a giostrarmela dappertutto nel mondo. Non me ne volete ma questa ossessione per le lingue non la capisco.

Lia: grazie, tu parli l’inglese!

Mariana: Irina, a me questa che hai detto mi pare veramente una stupidaggine. Lo studio di una lingua straniera, al di là della funzione di cavarsela viaggiando, serve a capire la cultura di un popolo, ossia conoscere la gente del paese. Senza di questo, viaggiare è inutile, quasi, se mi passate il termine, una supercazzola.

575 Infierire

INFIERIRE (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: Sapete che ci sono tantissimi termini, verbi espressioni o locuzioni nella lingua italiana che hanno origine dal mondo animale?

Uno di questi è il verbo infierire.

Infierire viene infatti da fiera, che rappresenta un animale selvatico e feroce, cioè una belva.

Sapete che gli animali, se sono feroci, significa che sono aggressivi, aggrediscono e lo fanno ovviamente per sopravvivenza.

La ferocia è una caratteristica degli animali carnivori, cioè che mangiano carne. La ferocia è aggressività selvaggia, bestiale, appunto.

Quando un animale feroce aggredisce la sua preda per mangiarla, non ha pietà: si avventa contro di lei (verbo avventarsi, cioè scagliarsi, vale a dire lanciarsi, gettarsi, piombare sulla preda, balzare sulla preda velocemente) e la uccide. L’animale, si può dire, infierisce contro la sua preda, e infierire significa accanirsi con particolare violenza e ferocia contro qualcuno.

Notate che anche accanirsi è un verbo che deriva dal cane, quindi anch’esso ha origine animale. Sarebbe come comportarsi come un cane, con la stessa sua crudeltà. Povero cane.

Ma poniamo la nostra attenzione sul verbo infierire, perché, proprio come accanirsi, è di uso comune.

Naturalmente si tratta di due verbi che non si usano solamente parlando di animali.

Il verbo infatti si usa prevalentemente per indicare una insistenza ingiustificata in un’azione che provoca un danno a qualcuno.

Il verbo insistere è abbastanza vicino come significato ad infierire, ma insistere manca della componente “animale”, una componente di eccesso, di durezza esagerata, eccessiva. A volte, con infierire, c’è persino crudeltà, masochismo, quasi una voglia di fare del male fine a sé stesso, solo per il gusto di farlo. Cosa questa che non appartiene agli animali ovviamente, che semplicemente agiscono secondo natura.

Vediamo qualche esempio:

Il professore di italiano non soltanto ha bocciato lo studente, ma ha voluto infierire su di lui, facendolo vergognare davanti a tutti gli altri studenti per la sua impreparazione.

Questo professore è stato quindi un po’ cattivo, si è comportato in modo eccessivamente duro con questo studente. Non solo l’ha bocciato ma ha anche infierito su di lui, perché non gli bastava bocciarlo, ma ha voluto dargli una lezione davanti a tutti gli altri studenti.

Ha esagerato? In genere sì se usiamo il verbo infierire. C’era bisogno di infierire? Probabilmente no, ma evidentemente il professore non era di questo avviso.

Il verbo si usa prevalentemente con le persone, che infieriscono con i loro comportamenti su altre persone, in genere inermi, che cioè non hanno modo di difendersi. Non possono fare nulla. Può bastare questo, questa incapacità di difendersi per giustificare l’uso del verbo infierire.

Infierire è dunque “andare oltre” un certo limite mostrando durezza e mancanza di empatia o sensibilità:

Perché infierisci su quella povera formica, cosa ti ha fatto di male?

Adesso basta, non trattare cosi male tuo figlio. Ti ha già chiesto scusa per il suo errore. Perché infierire su di lui?

Una donna ha ricevuto 150 coltellate, ma nonostante questo, l’imputato ha dichiarato che non voleva infierire su di lei.

Dei ragazzi sono stati picchiati mentre dormivano. Ma chi è stato ad infierire in questo modo su di loro?

Ti sei accanito contro di me? Ti piace infierire? Ci provi gusto?

Non si usa solo con le persone però:

Anche una malattia, un terremoto, un uragano, una qualunque calamità naturale, quando si manifesta con particolare violenza, si può dire che infierisce, perché colpisce la popolazione che non può fare nulla per difendersi e che magari ha già altri problemi.

Il virus continua ad infierire sul mondo intero. Questo virus è senza pietà.

Dopo il terremoto, arriva anche il temporale ad infierire contro la popolazione.

Adesso ripassiamo. So che avete capito. Non voglio infierire.

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

Khaled: ciao a tutti. Mi chiedo se sia meglio amare o essere amati, dovendo per forza scegliere. Come la vedete voi?

Komi: senz’altro meglio essere amati. Mi fa sentire più sicuro. Che poi così non ci si emozioni, me ne farò una ragione. Preferisco non soffrire, altro che storie!

Irina: di contro però va detto che questa sicurezza va a scapito della vera felicità. No! Meglio amare, mi fa sentire vivo/a. Sempre che però io non sappia di non essere amato/a.

Ulrike: sono d’accordo. Tra l’altro l’amore dato non è mai perso, vale a dire che non si ama mai invano. Ciò non toglie che anche essere amati abbia i suoi vantaggi.

Sofie: si tratta in entrambi i casi di rapporti che sono giocoforza destinati a finire. Chi ama, prima o poi darà il benservito all’altro, e ne ha ben donde.

Mariana: spesso accade anche il contrario però, e chi ama ci rimane fregato, fermo restando che lo era già prima, secondo me.

Irina: Comunque io, per non saper né leggere né scrivere, preferisco fare incetta di uomini, con buona pace dei moralisti, bigotti e bacchettoni. Prima o poi uno da amare e che mi ama lo trovo!

Anthony: davvero? Non ti ci facevo!!

574 Rosicare

Rosicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: un verbo molto usato tra i giovani è rosicare.

Un verbo che ha due utilizzi.

Il suo senso proprio ha anche fare con la bocca, anzi con i denti.

Con i denti infatti non solo si può mordere, masticare o azzannare qualcosa, ma anche rosicare qualcosa.

La cosa che si rosica normalmente è un osso.

Significa rodere a poco a poco, rosicchiare.

Si può rosicare una pannocchia, si può anche sgranocchiare una pannocchia, oppure un torsolo di mela ed altro.

Rosicchiare è più usato ma ha solo un uso proprio, mentre rosicare è più informale, inoltre l’utilizzo di rosicare va oltre il senso di mordere poco a poco, cioè mordere un poco alla volta qualcosa, consumandolo gradualmente, proprio come fa un cane col suo osso.

Oltre al famoso proverbio “chi non risica non rosica” che abbiamo già visto insieme e che significa che bisogna rischiare per ottenere qualcosa, esiste un uso figurato del verbo rosicare.

Sta per rodersi per la rabbia, per la gelosia o per l’invidia. Esprime un sentimento negativo caratterizzato dal fatto che non si accetta qualcosa che è successo e questo ci fa stare male.

C’è un personaggio dei fumetti, (il nome del fumetto è Topolino, o Mickey Mouse per la precisione), personaggio che si chiama Rockerduck, che quando provava questo sentimento di rabbia,si mangiava letteralmente dei cappelli.

Succedeva quando era molto arrabbiato per qualche vittoria economica ottenuta dal suo rivale Paperon de Paperoni, a suo danno. Questa rabbia veniva sfogata materialmente rosicando, cioè rosicchiando dei cappelli uno alla volta, consumandoli un morso alla volta per la rabbia. Rockerduck quindi rosicava per la sconfitta.

È proprio rosicare il verbo che si usa in casi di rabbia, ma prevalentemente tra i giovani. Potremmo collegare il verbo rosicare anche all’ultimo episodio in cui abbiamo visto il verbo attaccarsi, infatti chi si attacca, spesso poi rosica per questo.

Non si tratta di cose molto importanti in realtà, ma di questioni abbastanza futili, poco importanti veramente, che però da giovani hanno il loro peso.

Es: I giocatori inglesi hanno rosicato per la vittoria dell’Italia agli Europei 2020, tanto che lo hanno dimostrato togliendosi la medaglia dal collo durante la premiazione.

La vittoria degli avversari spesso provoca rosicamento, cioè rabbia mista a delusione per una sconfitta che poteva essere invece una vittoria.

Un modo altrettanto diffuso per chiamare questo sentimento prevede l’uso del verbo rodere.

Es:

Mi rode per la sconfitta di ieri.

Vedo che ti rode parecchio per aver perso la sfida.

Rodere (o rodersi), però, ha un senso più ampio e si può usare in più modi in diverse occasioni.

Oltre che, ancora una volta, avere il senso proprio di staccare con i denti delle piccole parti di un corpo duro, quindi proprio come rosicchiare e rosicare, es.

Rodere un pezzo di pane secco

Significa anche logorare, deteriorare. C’è qualcosa che si consuma, si deteriora, si logora.

Allora posso dire che “la ruggine rode il metallo”.

Come vedete il senso di rodere, fin qui, non ha un contenuto emotivo.

Però come detto, nelle relazioni umane, rodere si usa soprattutto per indicare un risentimento, una sensazione di fastidio, di dispiacere che non riesco a fermare.

Non c’è però necessariamente invidia, dispiacere perché qualcun altro ha ottenuto qualcosa e noi no.

Es:

Mi rode di non poter fare le vacanze quest’anno

Come dire: mi dà fastidio, mi provoca malessere e non posso far nulla per questo.

Il legame col senso proprio, quello legato al consumare qualcosa, si riferisce al fatto che quanto ti rode per qualcosa si sta consumando sé stessi, si sta facendo del male a sé stessi. Qualcosa ci sta logorando, consumando, deteriorando.

C’è qualcosa che ci tormenta, che ci strugge.

Posso dire:

Rodere di gelosia o rabbia

Rodere per la gelosia o per la rabbia

Posso usare anche la forma riflessiva:

Rodersi di/per gelosia/rabbia

Se uso rosicare siamo più in ambito di rabbia dovuta a una sfida persa, una competizione andata male e quindi di invidia.

Se non sappiamo perdere, se non accettiamo la sconfitta, non possiamo fare altro che rosicare. Questo rosicamento possiamo dimostrarlo in diversi modi: un silenzio prolungato, uno sguardo arrabbiato, un urlo verso il cielo, un gesto di stizza, devastando la stanza, insulti a destra e a manca, o un gesto di mancata sportività, proprio come quello dei giocatori inglesi che si sono tolti la medaglia dal collo.

Chi ha un atteggiamento di questo tipo viene chiamato rosicone.

Es:

Non fate i rosiconi, può accadere di perdere. Bisogna accettare la sconfitta.

Non si parla sempre di sconfitte vere e proprie però.

Si può trattare anche di pura invidia per i successi altrui. Successi di qualsiasi tipo. Gli ingredienti fondamentali sono due:

1) Quel successo era alla mia portata, potevo anche ottenerlo io

2) Non riesco a accettare, a digerire questa sconfitta.

La ragazza che mi piace si fidanza con un mio amico? Facile rosicare in questi casi. Difficile essere felici per lui. Potevo essere io al suo posto

Sarei potuto essere felicissimo e invece è toccato a lui.

Anche questa è una sconfitta.

Spesso si prende in giro chi rosica. È quello che accade con gli sfottò tra tifosi: si cerca di far rosicare sempre di più chi ha perso.

Tra bambini piccolissimi si usa anche cantare delle canzoncine per far sì che gli altri rosichino:

Io ho vinto e tu no!

Io ho la mamma bella e tu brutta, pappappero!

Adesso ripassiamo:

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Ragazzi mi dispiace ma come sapete sono mancata alla chiacchierata di ieri. Mi è sfuggito qualcosa degno di nota?

Anthony: Eh sì! Hai perso una conversazione vivissima perché sono corsi in molti a partecipare alla conversazione. A quanto pare molti membri scalpitavano per tornare alla carica. Persino Giovanni era in buona forma dopo la sua pausa ludica al mare.

Ulrike: Io invece non sono totalmente d’accordo. Non hai perso granché. Tanto per cambiare c’era Antò a attaccare il solito pippone rispondendo a un dubbio posto durante la conversazione.

Irina: vedo che non siete d’accordo in toto. Ché mi sono persa qualcosa?

Mariana: secondo me dovresti assolutamente fare il possibile per ritagliarti il tempo necessario per partecipare ai nostri incontri video, sempre che tu abbia ancora voglia di migliorare il tuo italiano adoperando le 7 regole d’oro.

Irina: Hai ragione. La prossima volta riuscirò a collegarmi. Non c’è santo che tenga.

573 Attaccarsi

Attaccarsi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, c’è una cosa che non dirò mai a nessuno che mi chiederà un consiglio o mi darà un suggerimento su un nuovo episodio:

Attaccati!

Questa è una risposta abbastanza diffusa in tutt’Italia, ed è molto informale.

La versione più conosciuta anche dai non madrelingua è invece:

Arrangiati!

Non è però esattamente la stessa cosa, poiché, come si sa, le espressioni più informali hanno un contenuto emotivo irriproducibile in altro modo.

Il senso è quello, da una parte, di mostrare avversione o antipatia, dall’altra quello di liberarsi di un problema.

Attaccati!” è dunque un invito ironico o polemico ad arrangiarsi e anche rassegnarsi.

Arrangiarsi invece è sicuramente più morbido e può stare anche per “fare del proprio meglio”, “riuscire in qualche modo a farcela”.

Infatti posso anche dire ad esempio:

Voi andate in taxi, non vi preoccupate per me, io mi arrangio e in qualche modo arriverò.

Oppure:

Come te la cavi in cucina? Sai cucinare?

Risposta: mi arrangio.

Come a dire: qualcosa riesco a fare, non sono una schiappa, me la cavo abbastanza.

Arrangiarsi, altre volte, è più simile a “adeguarsi” e, ancora meglio, “rassegnarsi“, quando si perde un’occasione e si rimane male, si resta delusi. Ma spesso bisogna aggiungere qualcosa in più, proprio per indicare quel senso di liberazione, di sfogo e di antipatia, se ad arrangiarsi sono altre persone.

Ecco allora che arriva in nostro aiuto il verbo attaccarsi!

Attaccarsi infatti, usato nella forma di un invito, indica una situazione in cui una persona rimane senza alcuna soddisfazione e si deve conseguentemente rassegnare.

Ci sono vari modi per indicare queste situazioni nella lingua italiana, come ad esempio “restare scornato“, cioè senza le corna.

C’è da dire che attaccarsi ha ovviamente più significati, e nel senso proprio significa afferrare qualcosa, prendere qualcosa.

Questa espressione molto sintetica, composta da una sola parola (attaccati!) deriva infatti in realtà dalla più nota “attaccarsi al tram” che ha lo stesso significato: restare senza soddisfazione, perdere un’opportunità, restare deluso per aver perso un’occasione propizia, soprattutto se invece altre persone hanno ottenuto qualcosa.

Vediamo qualche esempio:

Siamo in discoteca, ci sono due belle ragazze che ballano.

Li vicino ci sono tre ragazzi che vogliono approcciare queste ragazze. Il problema è che sono tre e le ragazze solamente due.

Uno dei tre fa: io ci provo con la bionda.

Un altro dei tre replica: allora io ci provo con la mora.

E il terzo allora fa: ed io mi attacco?

Oppure:

Ed io mi attacco al tram?

Questa è una risposta equivalente, e sarebbe come dire che voi salite sul tram e siccome non c’è posto per me, io mi attacco al tram!

L’origine infatti è proprio questa.

Sapete che un tempo i tram, quei mezzi di trasporto cittadini simili ai treni, possedevano delle sporgenze esterne che potevano utilizzarsi dalle persone che erano in ritardo e che quindi letteralmente si “attaccavano” al tram in corsa.

Ci sono ovvianente anche modalità volgari per esprimere lo stesso concetto, ma ve le risparmio.

Altri esempi:

Molti studenti si iscrivono alla facoltà di medicina ogni anno, per questo motivo si fa un test d’ingresso per selezionare i più meritevoli. Gli altri, ovviamente, si attaccano!

Usate questa modalità solo con gli amici, non perché sia un’espressione volgare, ma perché esiste un’espressione molto volgare con lo stesso senso che inizia proprio così: attaccati al c***o!

Volete un ripasso adesso? Tranquilli, non userò l’espressione di oggi!

Ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: Ragazzi sta prendendo corpo l’ipotesi di un nuovo dpcm entro la fine della settimana. I dettagli dello stesso hanno preso forma nella scia della recente impennata di casi legati al diffondersi della variante Delta.

Irina: Ho letto anch’io le diverse indiscrezioni pubblicate sui giornali. Sembra che il governo risponderà con tutta una serie di complesse regole. In extrema ratio, per evitare nuove chiusure, si sta valutando anche la vaccinazione obbligatoria.

Hartmut: Sì. Mi risulta che il decreto verterà sulle nuove regole per l’uso della certificazione verde, la cosiddetta Green pass. E fossi in te non mi preoccuperei più di tanto. Tanto più complesse sono le regole, meno sono attuabili e più velocemente saranno abbandonate.

Sofie: solamente poche settimane fa eravamo in molti a cantar vittoria. Ormai ci troviamo di nuovo In una corsa alle vaccinazioni entro l’arrivo dei periodi freddi in cui ci tappiamo in casa.

Komi: e dire che ci sono ancora dei no-vax!!

Albéric: Non me ne volete ma io personalmente sia di questa pandemia che dei “no vaxne ho fin sopra i capelli. Non so se riuscirò ad abbozzare questa situazione molto più a lungo.

Mariana: Io ho la soluzione che farà per te però. Scarica la tua green pass e prendi e vai in Molise, alla riunione di Italiano Semplicemente. C’è pochissima gente e tanto verde. Se tanto mi dà tanto, lì vai sul sicuro.

572 Volevo ben dire

Volevo ben dire (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, nell’ultimo episodio abbiamo parlato di “ben“, se ricordate.

Oggi allora vediamo l’espressione “volevo ben dire” una frase con cui si vuole dire che un fatto era stato previsto oppure che ero sicurissimo che accadesse o anche che non poteva non accadere:

Nonostante tutti dicessero che la Francia fosse la squadra più forte, alla fine ha vinto l’Italia. Volevo ben dire!

Cioè: lo dicevo io, lo sapevo io, io lo avevo detto, mi pareva strano il contrario.

Può essere una esclamazione in cui si rivendica con fierezza la propria capacità di prevedere come si sarebbero svolti i fatti, o la propria intuizione.

Oppure equivale semplicemente a “lo sapevo”, “immaginavo fosse così”, perché era una cosa ovvia secondo me o logica, una cosa in ogni caso che non mi stupisce per niente.

Giovanni, tu abiti vicino Roma?

Certo. Rispondo io. Proprio a Roma.

Volevo ben dire” può essere la tua risposta, che è un po’ come rispondere:

Lo immaginavo

Mi sembrava infatti fosse così

Non mi stupisce per niente

Magari ha riconosciuto un po’ l’accento.

Tutto chiaro?

L’episodio termina qui, dunque ci vediamo al prossimo ok?

Ah no, dimenticavo il ripasso, a cura dei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Ulrike: ah, volevo ben dire! Quando mai un episodio finisce senza ripasso!

Irina: era uno scherzetto di Giovanni, che ne ha sempre uno pronto per noi, sempre che non sia stata una giornataccia per lui.

Hartmut: per suscitare interesse c’è bisogno anche di questo. Meglio diItaliano Semplicemente non c’è niente.

Sofie: non è che stiamo esagerando con i complimenti?

André: ma è risaputo che siamo sul sito dedicato ai non madrelingua per antonomasia.

Mariana: Esatto. Quindi non è un caso che faccia anche al caso mio,in quanto brasiliana.

571 Ben

Ben (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, vi ricordate dell’episodio dedicato all’espressione “Averne ben donde“? Significa, come ricorderete sicuramente, qualcosa di simile a “avere una ragione molto valida” per fare qualcosa.

Il termine “ben” presente nell’espressione sottolinea, come abbiamo accennato in quell’episodio, la validità del motivo. Potremmo dire che è simile a “molto”, “assai”, “parecchio”.

È vero che “ben” è la forma troncata di “bene”, ma nei suoi utilizzi solo qualche volta ha a che vedere con “bene” .

Se dico:

Se ben ricordo, lo scorso anno siamo stati in Danimarca.

In questo caso “ben” sta per “bene” e “se ben ricordo” significa “se ricordo bene”.

Questa inversione, questo scambio di posizione con bene si presenta ogni volta, in questo caso, spesso anche in parole dove “ben” si attacca a qualcos’altro e forma dei termini particolari: e forma un’unica parola: benvoluto, benservito, benacetto, eccetera

Sono un presidente benvoluto dai membri dell’associazione = sono un presidente a cui i membri vogliono bene.

Questo episodio mi sembra ben riuscito

Francesco è sempre ben vestito

In Europa non siamo ben messi con il covid in questo 2021

Gli italiani ultimamente non sono ben visti in Inghilterra (poco rispetto, poco apprezzamento)

Se ho ben capito ciò che vuoi dire, mi stai dicendo che mi dai il benservito?

Ben presto riusciremo a sconfiggere la pandemia

In questo “ben presto” ad esempio, ben “sta” per “molto” e non c’entra nulla con “bene”.

Invece “se ho ben capito” significa esattamente “se ho capito bene”.

Sono ben stufo di questi italiani che vanno in giro per il mondo a dire che sono i più forti a giocare a pallone!

Hanno vinto ben due volte ai calci di rigore in quest’ultimo campionato europeo di calcio.

Delle espressioni molto usate “Vorrei ben vedere!” e “lo puoi ben dire“, che meritano un episodio a parte per essere ben spiegate.

È proprio un bel tipo Giovanni vero? (un tipo particolare)

Secondo me invece è solo un italiano ben istruito (con una buona istruzione).

Ma adesso siamo ben stanchi di questo episodio!

Ben detto!

Allora concludiamo ben benino l’episodio con un bel ripasso!

Infatti sono passati ben 4 minuti dall’inizio dell’episodio e sarete ben stanchi di questa rubrica!

Si usa spessissimo con i numeri, come ho appena fatto, per sottolineare proprio il numero, per dire che è un numero relativamente elevato, un numero notevole:

Questa notte ho dormito ben 12 ore

Giuseppe ha avuto ben 26 figli, con ben 4 mogli diverse!

Solo il tempo per dirvi che esiste anche “mal” opposto a “ben” a cui dedichiamo un episodio tra qualche giorno. Consideratelo un debito nei vostri confronti.

Adesso ripassiamo:

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mariana: a proposito di debito, se ben ricordo, sempre che la memoria non mi inganni, ti dovevo 20 euro vero?

Lia: brava, bisogna sempre restituire il dovuto.

Anthony: no, non mi devi niente, ti sbagli. Quando mai ti avrei prestato dei soldi?

Albéric: sicuramente si riferisce alla scommessa vinta sugli europei di cui sopra…

Ulrike: io sto sempre alla larga dalle scommesse. Ci si può rimettere anche la pelle se si mette male.

Lia: verissimo, per quanto, chi di noi almeno una volta nella vita non ha fatto una scommessa?

Irina: allora, ne abbiamo ancora per molto ragazzi? Scusate la mia fissazione di rispettare i tempi brevi di questi episodi, ma nella misura in cui si dà un nome ad una rubrica, poi bisognerebbe vedere di rispettarlo questo nome. Altrimenti illudiamo tutti i seguaci di Italiano Semplicemente.

570 Sempre che

Sempre che (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno ragazzi, oggi facciamo un episodio velocissimo, spero non vi dispiaccia. Naturalmente credo che vi faccia piacere perché spesso capita invece di dilungarmi un po’ troppo.

Allora oggi vediamo una locuzione, “sempre che” è la locuzione in questione che ha (quasi) lo stesso significato di “purché“.

Serve quindi a introdurre una condizione.

Ad esempio:

Oggi ti vengo a trovare, sempre che tu sia d’accordo.

Esattamente come dire:

Oggi ti vengo a trovare purché tu sia d’accordo.

Oggi ti vengo a trovare a condizione che tu sia d’accordo.

Il verbo successivo è sempre al congiuntivo, proprio come con purché.

È solo più colloquiale rispetto a purché e inoltre quando si usa, molto spesso ci accorgiamo che c’è bisogno di aggiungere una condizione, cosa a cui non avevamo pensato prima.

Di conseguenza anche il tono della voce trasmette questa condizione venuta in mente solo all’ultimo momento. Per questo motivo una frase difficilmente inizia con “sempre che“.

Es:

Domani andiamo a vedere un bel film horror, naturalmente sempre che a te faccia piacere!

È anche molto simile a “se” e “qualora”, o a “solamente se”, se ci pensate bene.

Un’altra particolarità di “sempre che” è che si usa anche in senso ironico. Si gioca un po’ col tono della voce, un po’ fingendo improvvisazione.

Es:

Ci sposiamo tra una settimana, sempre che tu sia d’accordo caro!

Alle ore 20 saremo al ristorante puntualissimi, sempre che mia moglie trovi subito il vestito adatto alla serata.

Invece più seriamente potrei dire:

La riunione dei membri dell’associazione italiano semplicemente si terrà nei primi giorni di settembre, sempre che la variante Delta non ci giocherà qualche brutto scherzo!

Notate che abbiamo già spiegato “purché” nell’episodio 432, e abbiamo visto che anche purché si usa per indicare che qualcosa è necessario, ma non è in genere una condizione improvvisata:

Ti pagherò, purché poi tu sparisca per sempre

Sto ponendo una condizione molto importante per me. Sto fissando una condizione irrinunciabile. È un patto, un accordo, quindi “a patto che“, e “a condizione che” andrebbero benissimo per sostituire “purché”, ma in questi casi non ha molto senso usare “sempre che“.

Invece ha senso dire:

Ti posso dare 1000 euro, sempre che a te vada bene.

Riesco sempre a rispettare i due minuti di tempo per un episodio , sempre che poi non mi vengano in mente cose aggiuntive importanti da aggiungere

Proprio come in questo caso.

Ripassiamo adesso?

Ripasso delle espressioni precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: tranquillo, non te ne vogliamo per questo, ma almeno non ci prendere in giro. Sapevi benissimo di non farcela.

Sergio: perché non cambi il nome alla rubrica una volta per tutte?

Anthony: io ho una soluzione dimostratasi molto efficace più volte: non importa la durata, basta inserire qualche esempio divertente.

Mariana: vediamo di farla breve ragazzi, siamo arrivati a quattro minuti e passa!

569 Non me ne volere

Non me ne volere

(scarica audio)

Trascrizione

Trascrizione a cura di Lejla e Bogusia, membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Giovanni:

Buongiorno ragazzi, come state? Allora visto che sto facendo una bella passeggiata sulla spiaggia, potrebbe essere una buona idea, spiegare un’espressione, una locuzione italiana abbastanza in uso.

Non fa parte esattamente del linguaggio colloquiale, quindi del linguaggio di tutti i giorni.

È un linguaggio un po’ meno informale, ma si può usare anche nei contesti puramente formali. Diciamo che sta in mezzo tra il linguaggio formale e quello informale.

L’espressione, la locuzione in questione è volerne a qualcuno o più usata ancora non volerne a qualcuno.

Come si usa questa espressione? Si usa in questo modo:

non me ne volere.

Tu non me ne volere

io non te ne voglio

tu non me ne vuoi.

Non ce ne vogliate

Non ce ne vogliano (se mi riferisco a lor).

Cosa significa e come si usa questa espressione?

Avete presente la frase “voler bene” o “voler male” a qualcuno?

Voler bene vuol dire desiderare il bene di una persona e voler male significa desiderare il male di una persona.

Allora io potrei dire: non mi voler bene oppure non mi devi voler male.

Volendo potrei dirlo, ma “non mi voler bene” non si usa (ovviamente).

“Non mi devi voler male” in qualche occasione si può anche usare, ma in realtà non è questa espressione che si utilizza in generale.

Però “non me ne volere” ha più o meno lo stesso significato di “non mi devi voler male”.

L’espressione di oggi non è così ricca di sentimento negativo. Infatti desiderare il male di una persona significa odiarla.

In realtà “non me ne volere”, ad esempio, si utilizza per episodi particolari, per qualcosa che accade che può dar fastidio.

In conseguenza di questo, tu potresti essere arrabbiato. Se io faccio qualcosa che a te può dispiacere potrei dire “non me ne volere per questo” .

Cioè non essere risentito per questo con me.

Che non significa non mi voler male, non desiderare il mio male, significa invece: non essere risentito, non te la prendere.

Ecco, non te la prendere è simile a non me ne volere.

“Non me ne volere” è una versione più elegante, più formale di “non te la prendere” .

Il verbo prendersela è molto più utilizzato nella comunicazione colloquiale, tra l’altro si usa anche nei confronti di tutte le persone: non prendertela con me. cioè non è colpa mia.

Ecco, si chiama anche in causa la colpa nel caso di prendersela.

Ma non è il caso di “non me ne volere” . Perché non me ne volere significa non ti arrabbiare, non offenderti per questa cosa che ho fatto.

Allora vediamo qualche esempio di utilizzo.

Io potrei ,nella rubrica di due minuti di italiano semplicemente, fare un episodio come questo, molto lungo, molto più lungo del dovuto direi, molto più lungo dei due minuti, e so che molte persone ci tengono al rispetto di questa regola, ci tengono a ascoltare episodi brevi perché hanno poco tempo ad esempio e non dico che si offendono se ci sono episodi più lunghi; non si offendono, però sono un po’ contrariato.

È una cosa abbastanza leggera. Allora io potrei dire: ragazzi, non me ne volete per questo, oppure: non me ne vogliate (se mi rivolgo a voi con maggiore rispetto).

Non me ne vogliate, già so che farò un episodio più lungo di due minuti, allora dico: non me ne vogliate se dovessi fare un episodio più lungo di due minuti.

Alla fine potrei dire: non me ne volete se ho fatto un episodio più lungo di due minuti. Non me ne dovete volere, spero non me ne vogliate, spero non me ne volete. Più o meno hanno lo stesso significato ma “non me vogliate”, come dicevo, è una forma più rispettosa.

Indica una speranza che voi non ve la prendiate, che voi non siate arrabbiati, che non siate irritati, che voi non siate risentiti.

E non me ne volete se io sto registrando questo episodio sulla riva del mare, se c’è qualche rumore di fondo.

Spero che nessuno me ne voglia per questo.

Si può usare questa espressione, questa locuzione, anche e soprattutto nelle occasioni più formali, nel corso di presentazioni, conferenze, riunioni di lavoro, ma si può utilizzare comunque anche tra amici senza nessun problema.

Nessuno si scandalizzerà se un amico mi dice “non me ne volere”.

se ad esempio siamo in vacanza, e avevo promesso ad un mio amico che saremo andati io e lui e basta. Poi a un certo punto si inserisce un’altra persona che vuole venire con noi e gli dico: vieni pure con noi.

Così poi devo informare il mio amico e gli dico: non me ne volere ma anche Giuseppe è voluto venire con noi.

Spero che tu non me ne voglia per questo. E lui potrebbe rispondere: non ti preoccupare, non te ne vorrò per così poco.

È un modo diciamo un po’ meno colloquiale di “prendersela” ad esempio, molto meno colloquiale di altre espressioni più utilizzate. Però sappiate che è molto utilizzato nelle trasmissioni televisive e nei telegiornali, nei confronti tra uomini politici in tv, nelle notizie riportate su internet, su Google news e può capitare che questa locuzione crei dei problemi soprattutto per la presenza della particella né.

Non me ne volere.

Volere è un verbo che in genere pretende di specificare che cosa si vuole.

In realtà si sta parlando del risentimento, si sta parlando di una offesa nei miei confronti, quindi:

non me ne volere

Io no te ne voglio

tu non me ne vuoi,

lui non ce ne vuole (a noi)

lui non te ne vuole (a te)

non ve ne vogliamo (noi a voi)

non te ne vogliamo (noi a te)

non me ne volete (voi a me).

non gliene vogliamo (noi a loro)

non ce ne vogliono (loro a noi)

non ve ne vogliono (loro a voi)

Bene, credo sia abbastanza, spero che non me ne vogliate se ho insistito su questo concetto.

Adesso un breve ripasso.

Ripasso episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Komi: Ieri, parlando con un amico, mi fa: l’Inghilterra non mi è piaciuta per niente dopo la finale degli europei 2020. La Sconfitta non è stata benaccetta.

Bogusia: e dire che il fair play è una loro invenzione.

Lejla: vabbè, prima o poi se ne faranno una ragione. Questa sconfitta gli è andata un po’ di traverso

Irina: sicuramente la vittoria era alla loro portata, ma forse pensavano che fosse dovuta per viadel fatto che la partita si giocava a casa loro.

Mariana: Vabbé, in quanto padroni di casa, a maggior ragione avrebbero dovuto comportarsi come si deve.

568 Di cui sopra

Di cui sopra (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete presente l’episodio di italiano semplicemente in cui vi ho spiegato l’espressione “andare a rotta di collo“?

Ebbene, oggi avrei voluto parlare, nella rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente, del verbo scapicollarsi, verbo molto curioso e colloquiale per indicare, tra le altre cose, un’azione fatta di fretta, oppure farsi molto male.

Ebbene, stavo per iniziare a scrivere questa spiegazione, quando mi sono accorto che l’episodio di cui sopra conteneva anche la spiegazione di questo verbo.

A questo punto devo ripiegare su un altro argomento.

Che ne dite se parliamo proprio della locuzione “di cui sopra“?

L’ho già usata in questo episodio e per farlo ho dovuto ricorrere ad uno stratagemma, come avete visto.

Di cui sopra” è una locuzione che si può usare in ogni contesto, ma soprattutto è adatta nello scritto, all’interno di documenti scritti, come appunto questo episodio.

Prima infatti ho detto, parlando del verbo scapicollarsi:

mi sono accorto che l’episodio di cui sopra conteneva anche la spiegazione di questo verbo.

L’episodio “di cui sopra” significa l’episodio di cui ho parlato prima, l’episodio che ho citato in precedenza, l’episodio suddetto, l’episodio che è stato nominato, l’episodio sopraddetto, anzidetto, sopraccennato, suaccennato, succitato o summenzionato (che hanno un uso burocratico), sunnominato.

Sopra” pertanto, sta per prima, precedentemente.

È particolarmente adatta allo scritto perché quando si scrive lo si fa da sinistra a destra e dall’alto verso il basso.

Quindi ciò che è stato già scritto si trova sopra rispetto a ciò che è scritto successivamente.

“Di cui sopra” quindi equivale a “di cui ho parlato prima” , “di cui si parlava prima” , “che è stato citato precedentemente” , “di cui si discuteva in precedenza” .

Questo “di cui” si può usare anche per indicare cose che seguono in un documento, e come si può immaginare si scrive solitamente “di cui sotto“:

Così potreste leggere:

Durante la conferenza si parlerà di lingua italiana, seguendo Il programma di cui sotto:

5 agosto: la lingua formale e informale

6 agosto: i dialetti italiani

Eccetera.

Questo è un esempio.

Potremmo anche dire: il programma che segue, il programma seguente, il programma come di seguito descritto.

Vediamo adesso qualche esempio di utilizzo della locuzione “di cui sopra”:

Domanda: Vieni alla riunione stasera?

Risposta: Oggi sono molto impegnato, infatti sono stato invitato a due conferenze e dovrò fare un lungo viaggio. Pertanto mi spiace ma non potrò partecipare alla riunione per i motivi di cui sopra.

Quindi: non potrò partecipare alla riunione per i motivi di cui ho parlato in precedenza, i suddetti motivi, i succitati motivi eccetera.

Il termine “suddetto” è anch’esso molto utilizzato per evitare di ripetere il nome di una persona (prevalentemente di usa con le persone) o anche di altra cosa.

Di cui sopra” però si usa maggiormente non per riferirsi a delle persone, ma è più specifico per far rifermento a qualcosa già riportato in precedenza in un documento.

E adesso ripassiamo un po’:

Ripasso episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

Mariana: stavo pensando ai vantaggi legati all’ascolto di un audio-libro rispetto ad un libro cartaceo. Lì per li non mi veniva niente in mente poi ho pensato al fatto che la mia vista si stanca facilmente e posso anche chiudere gli occhi mentre ascolto.

Hartmut: di contro un libro di carta ha sempre un suo perché. Sarà lo sfogliare le pagine o che so io!

Ulrike: Io terrò fede ai libri cartacei. Può darsiche l’ascolto susciti emozioni particolari, però non sgarrerò. Tra l’altro perché la voce narrata spesso e volentieri mi ha fatto cadere anzitempo tra le braccia di Morfeo.

Irina: con me sfondi una porta aperta! Poco male comunque perché italiano semplicemente ha realizzato anche libri cartacei. Ce ne sono 10 e passa per tutti i gusti.

567 Ho corso o sono corso?

Ho corso o sono corso? (scarica audio)

Trascrizione

Giuseppina: Un non madrelingua spesso ha un problema: I verbi ausiliari.

Questo problema poi è ancora più grande quando i verbi ausiliari da usare possono essere più di uno.

Questa è una caratteristica di alcuni verbi che esprimono movimento, tipo correre e volare. Non tutti i verbi di movimento. comunque hanno questa caratteristica.

Camminare ad esempio vuole solamente avere: ho camminato tutta la notte.

Andare invece vuole solamente essere: sono andato a Roma

Partire vuole essere: sono partito per Roma.

Oggi però parliamo di correre e volare soprattutto.

Vediamo qualche esempio con correre e volare così da capire quando usare avere oppure essere:

Appena sono caduto, tutti sono corsi in mio aiuto.

Abbiamo volato tutta la notte per raggiungere Roma

C’era un forte vento e il cappello mi è volato via dalla testa

Ho corso per un’ora al giorno per perdere peso

Siamo corsi subito a casa appena abbiamo saputo che c’erano stati i ladri

Avete capito la differenza?

Se il movimento avviene per un motivo preciso, se l’azione avviene per ottenere un risultato o semplicemente non per mettere in risalto l’azione del verbo nel suo svolgersi, allora uso essere.

Quindi se faccio una corsa in bagno perché ho mal di pancia devo usare il verbo essere:

Sono corso in bagno perché avevo mal di pancia

Se invece corro per esprimere un movimento fine a sé stesso si deve usare avere:

Abbiamo corso per un’ora.

Avete volato tutta la notte.

Siamo volati in vostro aiuto

Siamo corsi tutti in strada appena abbiamo sentito la scossa di terremoto.

Abbiamo corso molto durante la partita e siamo molto stanchi

Notate anche che si usa “abbiamo corso” e “siamo corsi”, in cui cambia anche il verbo correre.

Ci sono poi casi particolari che rappresentano delle espressioni tipiche, delle locuzioni che bisogna accettare così come sono, senza pensare a ciò che vi ho appena detto. Ad esempio:

Avete corso un grosso pericolo

Abbiamo corso molti rischi

Sapete che anche muovere, – anch’esso esprime movimento – è particolare.

Anche in questo caso si può usare essere o avere:

Ho mosso la testa per voltarmi

Non hai mosso un dito per aiutarmi

Mi sono mosso perché non riuscivo più a stare fermo

Sono mosso da una gran voglia di vincere

Carlo si è mosso subito in suo aiuto

Ci siamo mossi dalla spiaggia non appena ha iniziato a piovere

In questo caso è più facile capire la differenza perché se si tratta di cose, di oggetti o di parti del corso devo usare avere:

Muovere un dito, un braccio, la testa, il tavolo eccetera.

Invece se si parla di persone (o animali), quindi quando parliamo del verbo muoversi, devo usare essere. Ovviamente anche un oggetto si può muovere senza l’azione di nessuno. Quando c’è un terremoto ad esempio si muovono anche gli armadi.

Mi sono mosso

Ti sei mosso

Si è mosso

Ci siamo mossi

Vi siete mossi

Si sono mossi/e

Adesso mi devo muovere perché è l’ora del ripasso.

C’è qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente che si muove sempre in mio aiuto non appena chiedo di comporre qualche frase di ripasso degli episodi precedenti dalla voce di Komi.

Ripasso episodi precedenti

Komi:

Volete sapere cosa mi è successo oggi ?
Questa mattina, mentre passeggiavo, mi sono imbattuto in due amiche d’infanzia. Siccome le conoscevo fin troppo bene, a dire il vero, all’inizio ho cercato di eluderle, anche per via della loro smania di fare sempre pettegolezzi. Così ho fatto finta di non averle viste.
Mio malgrado però mi ha detto male e non ci sono riuscito. Infatti mi sono venute incontro con entusiasmo, salutandomi e dandomi un colpetto sulle spalle.
Una mi fa: è mai possibile che Giovanni farà una rubrica di italiano semplicemente per i cinesi?
Io allora le faccio: Ma ti pare! È un tipo piuttosto creativo e fantasioso. Non mi fa per niente specie se si becca una fissazione di questo genere.
Poi l’altra mi fa: Ti ricordi – alzando la voce per suscitare la mia attenzione – la nostra amica Giulia? Quella appena appena reduce dalla luna di miele il mese scorso? Ebbene, ieri ha litigato con suo marito di brutto, e alle fine ha preso e se n’è andata di casa, perché pare che non reggesse più le sue fisime.
Mi domando allora quale sia la mia fisima. Di primo acchito penso di non averne alcuna, ma poi ripensandoci bene, forse forse sono un pochino ipocondriaca, sopratutto dopo esami di controllo della salute. Punto sempre i piedi per avere una seconda opinione per sincerarmi sul mio stato di salute al fine di scongiurare il pericolo di ammalarmi.

Questo è quanto!

566 Le fisime, le fissazioni, le idee fisse, le ossessioni

Le fisime, le fissazioni, le idee fisse, le ossessioni (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: chi di voi non ha almeno una fissazione?

Quando qualcosa si fissa in testa e non se ne va più, abbiamo una fissazione. Questo è il termine più utilizzato per indicare un pensiero fisso, un’idea fissa. Pensiamo solo a questo, o comunque ci pensiamo molto spesso, ci pensiamo troppo, trascurando altre cose importanti.

Per questo diciamo che è un’idea “fissa“, un pensiero “fisso” : non se ne va dalla nostra testa, si fissa in testa.

Le fissazioni si fissano in testa e influenzano i nostri comportamenti.

La fissazione è un’ossessione, è una ostinata ed esclusiva applicazione della mente su un pensiero. Possiamo chiamarla mania, idea fissa, ossessiva, o appunto un’ossessione.

Un’ossessione veramente è qualcosa di più grave di una semplice fissazione. Oltre che un concetto psichiatrico, comunemente un’ossessione rappresenta un motivo grave e persistente di preoccupazione.

Infatti nei casi più gravi si manifesta sotto forma di idee, parole, immagini persistenti nella mente al di fuori della sua volontà.

Un uomo o una donna possono avere l’ossessione della gelosia, la paura di perdere il proprio partner per colpa di altri. Non possono farci niente per combatterla. È più forte di loro.

Un’ossessione quindi in genere è più grave di una fissazione ma spesso, soprattutto per fare enfasi, si può usare il termine ossessione per delle fissazioni, per cose meno gravi.

C’è chi è ossessionato dalla pulizia, potremmo dire, ma più propriamente si può essere ossessionati dal sospetto, dalla gelosia.

Un’ossessione quindi è un tormento insistente sul piano psichico, che provoca uno stato continuo di angoscia. Un’ossessione ci perseguita.

Tra l’altro, come avete visto, esiste anche il verbo ossessionare.

Sono ossessionato dalla pulizia

Ho un’idea che mi ossessiona da ieri: ladri che entrano in casa e mi uccidono.

Non mi ossessionare con le tue continue domande sulla grammatica!

È abbastanza simile a infastidire in molti casi, ma più forte.

Bene, la fissazione si usa in genere quindi per cose più leggere.

La pulizia è una classica fissazione.

C’è chi ha la fissazione di essere spiato da google

Questa diventa un’ossessione per monte persone che non si danno pace al pensiero della privacy personale e deila sicurezza dei propri dati.

Ho un amico che ha ogni anno una fissazione diversa. Prima I tatuaggi, poi la palestra, adesso lo yoga. Si fissa continuamente senza mai trovare un equilibrio.

Non parliamo di chi è fissato per le donne o per il sesso!

Le fissazioni informatiche sono anch’esse abbastanza diffuse. Il desiderio di avere sempre l’ultimo iphone ad esempio.

Passiamo alle fisime.

Questo è un termine che i non madrelingua non usano ma è molto usato dagli italiani perché una fisima è sì una fissazione, una idea fissa, ma c’è un giudizio negativo sull’idea, sulla fissazione, che viene giudicata priva di serio fondamento nella realtà.

Non c’è l’enfasi sull’ccessiva attenzione ma sull’inutilità, sulla poca serietà, o anche sulla stupidità di questa fissazione.

Ne ho abbastanza delle sue fisime! Adesso basta!

Hai chiuso la porta? Scusa se te l’ho già chiesto ma questa è una mia fisima! Non farci caso.

Può anche essere intesa come un’idea stravagante, un desiderio o una aspirazione un po’ strana.

Mi è venuta una strana idea da qualche giorno: fare una rubrica di Italiano per i cinesi. C’è chi dice che è una mia fisima. Vedremo.

Maria è piena di fisime. Ha bisogno di qualcuno che la aiuti a capire la realtà.

Mio figlio è fuori dal mondo. Ha solo 16 anni ma qualcuno che frequenta la sua palestra gli ha messo in testa un sacco di fisime sul suo futuro.

E voi, avete delle fisime?

Albéric: La mia fisima consiste nel verificare ogni parola nuova in diversi dizionari per sincerarmi del fatto che il senso non cambi. Non sia mai detto che ci siano più significati.

Komi: Ho la fisima di contare, cioè controllare parecchie volte gli spiccioli che tengo in mano per sincerarmi che sia veramente e esattamente la somma dovuta da pagare.

Oltranzista – POLITICA ITALIANA

Oltranzista 

Episodio completo con Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Episodi scorsi

Descrizione 

Giovanni: molto spesso, parlando soprattutto di politica, si sente parlare di oltranzisti, plurale di oltranzista.

In particolare si parla di atteggiamento oltranzista, schieramento oltranzista, polizioni oltranziste, politici oltranzisti.

565 Mi fa

Mi fa (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un interessante uso del verbo fare, un uso particolarmente adatto quando si tratta di raccontare qualcosa di accaduto: “mi fa“.

Ci siamo già occupati in altri episodi di situazioni di questo tipo: raccontare un dialogo avvenuto tra me e un’altra persona o tra persone.

Una volta abbiamo parlato di riportare e raccontare un discorso o qualcosa di accaduto in passato.

Un’altra volta abbiamo visto la locuzione “al che” e anche questa, come si è visto, è una locuzione particolarmente utilizzata ed adatta quando si racconta un episodio, un aneddoto, un dialogo avvenuto in cui ci sono coinvolte solitamente più persone.

Oggi vediamo “mi fa”, “gli fa”, “le faccio”, “gli ho fatto”, “le fa”, “ci hanno fatto” eccetera, in cui si usa il verbo fare.

Vediamo come si usa attraverso un esempio di racconto di qualcosa di accaduto.

Si tratta di linguaggio informale, colloquiale, quindi molto probabilmente un non madrelingua non conosce questa modalità espressiva.

L’altro giorno, parlando con il giornalaio, mi ha detto che avrebbe chiuso la sua edicola. Al che io gli rispondo: come mai?

E lui mi fa: sono troppo anziano per proseguire. Vado in pensione finalmente.

Allora io gli faccio: ma i tuoi figli? Non possono proseguire loro a lavorare qui?

E lui mi fa: no, loro preferiscono studiare e fare gli ingegneri.

Troppo faticoso lavorare in edicola? Gli fa una signora arrivata in quel momento.

E lui le fa: beh, lavorare in edicola è più faticoso che stare al computer.

Ed io: mi spiace, allora spero che ci vediamo presto.

Così l’ho salutato e me ne sono andato.

In questo racconto ho usato più volte la locuzione: mi fa, gli faccio, le fa.

Mi fa” significa semplicemente: “mi ha detto” , e “gli fa” sta per “gli ha detto” (a lui). “Le fa” sta per “le ha detto” (a lei, di sesso femminile).

Si usa normalmente l’indicativo presente (mi fa) del verbo fare, amche se si tratta di qualcosa accaduto in passato.

Può comunque accadere di ascoltare:

Io gli ho fatto, lui mi ha fatto, lei mi ha fatto, eccetera.

Non si usa quasi mai nelle domande, ma anche in questo caso, sebbene rarissimamente, potreste ascoltare:

E lui che/come ti ha fatto?

Cioè: lui cosa ti ha detto? Cosa ti ha risposto? In questo caso si preferisce usare il passato prossimo.

Come avete visto nel dialogo all’inizio dell’episodio, a volte, specie se questa locuzione si è già usata più volte, per velocizzare il racconto si omette il verbo fare ed anche il pronome:

Ed io: mi spiace, allora spero che ci vediamo presto

Il significato è lo stesso.

Altre volte si toglie solo il pronome, sempre per velocizzare il racconto. Stesso significato.

Io gli faccio: tu non puoi venire con noi!

E lui fa: e perché?

Ed io: perché ci stai antipatico

Questo “e lui fa” è analogo a “e lui ha risposto”, “e lui ha replicato”. Un modo veloce di raccontare un botta e risposta.

Attenzione perché ci sono molti altri utilizzi, ma con tutt’altro significato, di “mi fa” e compagnia bella di cui abbiano parlato oggi.

Mi fa schifo la pizza

Mi fa specie che non ti piace la pizza

Mi fa strano tornare a Roma dopo vent’anni

Ti fa impressione la vista del sangue

Lo fa impazzire il vino rosso

Vi fa piacere se veniamo a trovarvi?

Nostro figlio ci fa disperare

Vincere gli europei mi fa stare bene

Chi non sa perdere mi fa pena

Eccetera. Qualcuna di queste frasi tra le altre cose sono locuzioni che abbiamo già spiegato.

In questi casi “fare” è abbastanza simile a “provocare“, dunque non sostituisce “dire” ma si usa per rappresentare un’emozione, un sentimento personale.

Anche:

Mi fa male la testa

Ha un significato diverso. Stavolta simile a “avvertire” (avverto un dolore alla testa).

Per oggi può bastare così.

Ora ripassiamo un po’.

Bogusia

Benvenuta a Mary, nuovo membro dell’associazione Italiano semplicemente. Un nuovo membro suscita sempre molto interesse nel gruppo WhatsApp dell’associazione.

Irina
Eccome se ci interessano i nuovi membri. E in quanto membri noi stessi ci piacerebbe sapere di più di Mary; senza voler incalzarla, il che potrebbe causare fastidio.

Lia
Infatti, teniamo conto che ci vuole un po’ di tempo per sentirsi al sicuro in un nutrito gruppo di persone sconosciute.

Mariana
Hai proprio ragione Lia. Quando sono entrata nel gruppo whatsapp dell’associazione non ci capivo un’acca e non mi sentivo per niente all’altezza.

Hartmut

Non appena mi sono fatto vivo nel gruppo, i membri mi hanno dato il benvenuto ed in men che non si dica è svanita la fifa. Finalmente sono stati rotti gli indugi.

Komi
Ormai è un anno e passa dacché mi sono Iscritta all’associazione. Memore dei primi tempi, ero sempre agitata in balia dell‘insicurezza, quand’anche mi sforzassi. La paura di uscirmene con parole poco ortodosse ha sempre la meglio su di me. Come si suol dire, il carattere è quello che è, non ci posso fare nulla. Così è passato un bel pezzo di tempo.

Via via,strada facendo, la situazione si è messa molto meglio.

Non credo nei miracoli ma nei fatti concreti. Grazie alle 7 regole d’oro, grazie a Gianni e tutti i membri dell’associazione.
Se continuiamo così, faremo tanta strada senz’altro. Coraggio ragazzi!

564 Quanto le devo?

Quanto le devo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo episodio, vi ho appena accennato all’utilizzo del.verbo dovere quando si parla di denaro.

Può risultare in effetti molto utile ad uno straniero quando viene in Italia conoscere questo utilizzo del verbo dovere.

Quando si deve effettuare un pagamento, al ristorante normalmente si chiede il conto:

Il conto, grazie.

Ci può fare il conto per favore?

Vorremmo il conto grazie.

In alternativa si può anche dire:

Vorremmo pagare il conto

Possiamo pagare?

Quant’è?

Quant’è il conto?

Ci prepara il conto?

Un’altra modalità prevede l’utilizzo del verbo dovere:

Quanto le devo?

Quanto le dobbiamo?

Quanto vi devo?

Quanto vi dobbiamo?

Se abbiamo un debito possiamo dire:

Vi devo venti euro

Se avevo un credito:

Tu mi dovevi 5 euro.

Infatti non si usa chiedere:

quanto dobbiamo pagare?

In pratica il secondo verbo, “pagare” o “dare“, in questo caso, viene omesso.

Questo uso del verbo dovere però non vale solo per i pagamenti e non solo per i verbi dare e pagare.

Una frase altrettanto diffusa è:

Mi devi un favore

Ti devo un favore

Mi dovete un favore

In questi casi è il verbo “fare” che viene omesso. È un po” come dire:

Ti sono debitore

Ti devo restituire questo favore che mi hai fatto.

Un modo, se vogliamo, di ringraziare una persona per un favore che abbiamo ricevuto da lei.

Ad ogni modo l’uso di dovere come verbo transitivo significa “essere tenuti a dare o a restituire qualcosa“.

Quindi:

“ti devo 10 euro” significa sono tenuto a darti 10 euro. Sto dando del tu, altrimenti avrei detto “le devo 10 euro”.

“Le dobbiamo un favore” sta per “siamo tenuti a farle un favore. Stiamo dando del lei in questo caso.

Anche con le scuse si usa spessissimo:

Mi dovete delle scuse

Cioè: siete tenuti a scusarvi con me, dovreste scusarvi con me. Mi aspetto delle scuse da parte vostra.

Anche in questo caso, potrei dire “mi dovete fare le scuse”, “dovete farmi le vostre scuse” ma in realtà non si usano queste forme alternative, sebbene non siano da considerarsi scorrette.

In definitiva, per i pagamenti, per le scuse e per i favori, questo uso di “dovere” e molto utilizzato da tutti gli italiani e consiglio a tutti gli stranieri di provare ad utilizzarlo.

Si può usare anche in altro modo, la cosa che conta è che si esprima un obbligo:

Ti devo una cena

In questo caso magari abbiamo perso una scommessa in cui c’era una cena in palio per il vincitore.

Per scherzo si può anche dire:

Mi devi un bacio

Mi devi una serata in discoteca

Se un amico ti offre un caffè, un modo di ringraziare può essere:

Ti devo un caffè

Si può usare anche in modo più esplicito:

Ti devo dei ringraziamenti

Questo equivale a dire “grazie”, ma si sottolinea maggiormente la gratitudine.

Come verbo transitivo in realtà si usa anche in modo diverso. Il senso però è sempre essere debitore di qualcosa, ma anche (attenzione) riconoscere come merito altrui un risultato positivo.

In questo caso indico sia di chi è il merito sia il risultato ottenuto:

Gli devo tutto ciò che ho

Non ti devo niente (non solo denaro)

Se aggiungiamo la preposizione “a“, indichiamo più esplicitamente la persona o la cosa che ha il merito o la colpa (ne abbiamo parlato anche nello scorso episodio):

Devo al mio medico se ho smesso di fumare.

A chi lo devo? Lo devo al mio medico

L’Italia deve la vittoria al suo portiere

Devo la mia ricchezza ad una scommessa vinta

Devo il mio fisico al mio impegno quotidiano

In questo caso quindi si sta dando il merito (o la colpa) a qualcuno o qualcosa.

Sto attribuendo, ascrivendo un merito o una colpa, tanto per usare verbi diversi:

Anche a Dante Alighieri si deve la bellezza della lingua italiana

A chi dobbiamo la distruzione della città?

Cioè: chi è stato a distruggere la città? Chi è il colpevole?

Dobbiamo ai nostri politici la disastrosa situazione del debito pubblico italiano.

Adesso ripassiamo.

Irina: l’Italia ha avuto la meglio degli inglesi nella finale degli europei di calcio. Ai rigori è sempre una lotteria, mafortuna ha voluto che il portiere più forte fosse italiano.

Lejla: È stata una partita con i fiocchi da parte degli azzurri. Durante il primo tempo però, sotto di un gol e col tifo contro, avevo una fifa blu che alla fine gli azzurri avrebbero accusato il colpo.

Ulrike: poi nel secondo tempo la desiderata svolta! I giocatori italiani hanno sfoderato tutta la loro classe. Non vi dico quanta tensione!

Komi: La squadra italiana si contraddistingue per un portiere egregio. Donnarumma ha salvato un nutrito numero di gol. Da quanto mi risulta, Donnarumma non era molto conosciuto prima di questo europeo. Sembra sbucato dal nulla un nuovo eroe italiano . Fortissimo. Su questo non ci piove!

563 Dovuto

Dovuto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi di un curioso utilizzo del verbo dovere. Riguarda l’uso del participio passato: dovuto.

Avete mai ascoltato o letto frasi come:

Niente di dovuto

È dovuto

Qualcosa di dovuto

Non è dovuto da parte mia

È tutto dovuto secondo lui

Tutto gli è dovuto

Normalmente “dovuto” si usa come verbo ausiliare:

Ho dovuto fare una cosa

Sei dovuto andare via presto

Ha dovuto scusarsi

Abbiamo dovuto dirgli la verità

Eccetera

In questo caso invece non stiamo usando dovere come ausiliare di un altro verbo.

Qualcosa di dovuto, in questo caso, è qualcosa che per qualche motivo, si deve fare, è qualcosa che ci si aspetta, che rappresenta un dovere.

Es: il rispetto verso i genitori è qualcosa di dovuto

Lasciare la mancia non è dovuto

Non è dovuto da parte mia pagare il conto dell’hotel in anticipo

Cioè: dobbiamo rispettare i genitori, loro meritano di essere rispettati in quanto genitori. Tutti i genitori meritano rispetto.

Lasciare la mancia non è obbligatorio, non è un dovere. È invece una facoltà.

Non devo pagare il conto in anticipo. Se voglio posso farlo ma solo se voglio.

Come aggettivo indica quindi quindi qualcosa che compete giustamente, che spetta, qualcosa che si deve fare per qualche motivo.

Spesso si usa anche al posto di “spettante“, cioè che spetta:

Ho appena venduto la mia automobile, e adesso vado a riscuotere la somma dovuta.

Cioè la somma spettante, che spetta; la somma che mi compete.

Può essere usato anche come sostantivo per indicare la somma da pagare a titolo di compenso o di restituzione.

dare/pagare il dovuto

Cioè pagare quanto si deve, niente di meno e niente di più.

Si può usare quando si vuole indicare una cifra giusta:

Bisogna dare sempre il dovuto a chi fornisce un servizio

Ma le frasi più interessanti per chi non è madrelingua sono quelle che ho detto e scritto all’inizio, tipo:

Tutto gli è dovuto

Niente ti è dovuto

Si usano in particolare quando si protesta con qualcuno che pretende da noi certi comportamenti, come se questo gli spettasse, come se questo fosse dovuto, come se gli/le fosse dovuto.

Maria si comporta come se tutto le fosse dovuto

Giovanni crede che tutto gli sia dovuto, ma niente è dovuto da parte mia.

Si usa il verbo essere, a volte “fosse dovuto” e altre volte “sia dovuto”, “è dovuto”, “sono dovuti/e” eccetera.

Ho divorziato da mia moglie in quanto credeva che tutto le fosse dovuto

Per te è come se tutto fosse dovuto

Attenzione a non confondere con “dovuto a“, che si usa per dare spiegazioni, per trovare un motivo, per spiegare qualcosa:

La mia pancia è dovuta alla mia cattiva alimentazione.

Questo significa che la mia alimentazione è la causa della mia pancia.

Vediamo altri esempi con l’espressione di oggi:

Maria è una persona che tende a porre se stessa al centro del mondo e che crede tutto le sia dovuto.

Ovviamente gli si usa per gli uomini e le per le donne.

Un buon cliente di un ristorante è colui che rispetta i proprietari, non chi pensa che tutto gli sia dovuto solo perché è un cliente.

Adesso ripassiamo. Qualcuno, non voglio fare nomi, dovrebbe impegnarsi a costruire un ripasso per questo episodio.

Irina: se alludi a noi, siamo pronti. Ma non illuderti che non faremo errori

Hartmut: Macché errori! Ce ne freghiamo ché sbagliando s’impara

Mariana: Avete presente le 7 regole d’oro? Facciamone tesoro e in men che non si dica parleremo come i madrelingua.

Komi: Ah Mariana , non sei tu quel membro che spesso e volentieri ci dice che di trovarsi ancora a carissimo amico per poi però uscirsene con frasi di ripasso che meritano tutto il nostro plauso?

Emma: Eccome no! A volte, bisogna fare il finto tonto per poi rivelarsi avendo la testa sulle spalle

562 Provocare, causare, suscitare, indurre, determinare, generare, produrre

Provocare, causare, suscitare, indurre, determinare, generare, produrre (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: quale verbo scegliere quando ce ne sono più di uno che possiamo usare?

Questo è un dubbio che ci viene sempre, anche perché ogni verbo ha un suo perché, ha le sue caratteristiche, tecniche di utilizzo e di forza, o caratteristiche emotive. Un concetto viene espresso diversamente quando usiamo verbi diversi.

Oggi vediamo un gruppetto di verbi abbastanza simili che si usano parlando di causa e effetto.

I verbi in questione sono provocare, causare, suscitare, indurre, determinare, generare e produrre.

Abbiamo già dedicato un bell’episodio alla causa e all’effetto, ma oggi vediamo in particolare questi verbi.

Iniziamo da causare che significa determinare un fenomeno, un fatto o una situazione, per lo più con effetti dannosi o spiacevoli.

Bisogna spesso indicare cosa viene causato e questa cosa è negativa, rappresenta qualcosa di spiacevole e solitamente si indica anche chi o cosa ha causato questa conseguenza negativa.

Il verbo causare pertanto si usa preferibilmente per questo motivo, per indicare il colpevole o l’effetto causato dal colpevole.

Chi ha causato questo brutto incidente automobilistico?

Come dire: di chi è la colpa?

André (Brasile): Bolsonaro ha causato la rovina dei brasiliani!

Questi sono due esempi, in cui si vuole sottolineare una specifica colpa.

Nel verbo determinare invece non c’è necessariamente colpa o un effetto negativo. Si vuole sottolineare solamente una qualunque conseguenza.

Significa produrre come effetto.

Es:

Le molte assenze al lavoro hanno determinato il licenziamento di un lavoratore.

Il brutto voto all’esame è stato determitato dai troppi errori grammaticali.

I lavoratori non sono riusciti a trovare un accordo con l’azienda e questo ha determinato scioperi e manifestazioni.

Si vuole sottolineare più la conseguenza, generalmente negativa, piuttosto che la colpa di qualcuno o un danno probocato.

Lo stesso vale per produrre, che tra l’altro ha più significati, ma se lo usciamo per indicare una conseguenza è spesso utilizzato in contesti più tecnici e scientifici.

La pandemia ha prodotto molti danni all’economia.

L’uomo negli ultimi 100 anni ha prodotto conseguenze devastanti sull’ambiente.

Ascoltare musica ad alto volume può produrre effetti negativi all’udito.

Causare è molto simile a provocare, nel senso che significa causare un fatto ma anche un’azione o anche una reazione.

Si può quindi provocare un incidente o un danno, e in questo caso si indica l’origine, cioè la colpa, in modo analogo a causare, ma il senso della colpa è più attenuato, mentre aumenta la componente legata all’origine di un risultato negativo, senza necessariamente sottolineare la colpa, anche perché non sempre si tratta di persone:

Un terremoto può provocare gravi danni alle abitazioni

Si tratta spesso di una reazione fisica o emotiva, uno stimolo:

Il pepe provoca lo starnuto

Il raffreddore provoca la tosse

Un cattivo odore può provocare il vomito

La maleducazione degli studenti provoca la collera dei professori

La ricchezza provoca l’invidia di molte persone

Ho una spina nel piede che mi provoca atroci dolori

Quando provochiamo una persona invece stiamo cercando di generare una sua risposta, una reazione però che nasce dalla rabbia, dall’irritazione.

Significa molestare una persona con parole o con atteggiamenti che offendono o irritano.

In questo caso l’unico verbo da usare è provocare:

Se continui a provocarmi con tutte queste offese saranno guai per te!

Non lo provocare, sai bene che si arrabbia sempre quando lo prendi in giro.

Molto simile a stuzzicare o punzecchiare.

Anche generare e originare sono abbastanza simili, anche perché sono anch’essi legati all’origine, alla nascita di qualcosa che produce un risultato, che però non deve essere necessariamente negativo:

Questo episodio ha generato molti dubbi sugli stranieri.

Si è generato un gran fuoco in pochi minuti.

La rissa è stata generata da un apprezzamento fatto alla fidanzata di un ragazzo molto geloso.

La terra genera una grande varietà di piante

Questa situazione genera in me molti sospetti

Utilizzo “originare” quando voglio sottolineare l’inizio, l’origine (originare da…):

Il litigio si era originato da un banale malinteso

Ma posso usarlo anche per indicare la conseguenza, tenendo sempre presente l’origine, il punto di partenza:

Questa decisione ha originato molte discussioni

Suscitare è sicuramente il verbo più interessante, e anche il meno utilizzato dai non madrelingua.

Vi consiglio di usarlo se parliamo di reazioni, e soprattutto se parliamo di sensazioni e emozioni.

Si può suscitare una reazione fisica ma soprattutto emotiva:

La notizia ha suscitato uno scandalo senza precedenti

Il suo atteggiamento strafottente suscita in me sentimenti e pensieri che non vorrei avere

L’aumento dei contagi suscita preoccupazione

Ogni volta che mio figlio rientra tardi mi suscitano pensieri terribili

Veder giocare Maradona suscita forti emozioni

Passiamo ad indurre.

Questo è il più difficile da spiegare. Viene da guidare, condurre, quindi è come una spinta a fare qualcosa:

Basta col cellulare adesso. Non indurmi a togliertelo per sempre!

C’è un compagno di mio figlio che lo induce spesso a parlare durante la lezione.

Si tratta quindi di determinare un comportamento o a un atteggiamento, simile a spingere.

Una medicina può indurre sonnolenza

Si utilizza spesso la preposizione a oppure in:

Il dittatore induceva il popolo all’odio verso gli altri popoli.

Sei molto bella sai, ma fai la brava, non indurmi in tentazione.

Si usa anche quando si parla di prostituzione:

Indurre una ragazza a prostituirsi

Esiste anche un reato:

induzione alla prostituzione

Anche se in questo caso sarebbe molto più adatto il verbo costringere o obbligare.

In realtà però il verbo indurre si usa spesso per indicare un’azione capace di condizionare la volontà a un certo atteggiamento o comportamento.

indurre una ragazza al matrimonio tramite inganno

Indurre un lavoratore a dimettersi

Indurre alla corruzione

Indurre una persona a commettere un reato attraverso false promesse o ricatti

Se vogliamo essere precisi, esistono anche scaturire e derivare.

Scaturire generalmente ha a che fare con l’acqua o altri liquidi che escono fuori da qualche parte, cioè scaturiscono, hanno origine da..

Es:

L’acqua scaturisce dalla sorgente

le lacrime scaturiscono dagli occhi

Ma in senso figurato si usa per indicare una conseguenza che deriva, scaturisce.

Quindi:

Dalle ricerche sono scaturite novità interessanti.

Sia derivare che scaturire sottolineano l’origine: scaturire da, derivare da.

Derivare è più simile a venire, provenire, mentre scaturire è più un “venir fuori”, originare, nascere:

Un incendio scaturito da un mozzicone si una sigaretta.

La fantasia e la creatività italiane scaturiscono dalla varietà dei popoli che hanno abitato il territorio italiano

La sua cultura deriva da anni e anni di studio

L’Italiano deriva dal latino

Derivare e scaturire hanno quindi poco a che fare con le colpe e le cose negative.

Adesso vediamo un breve ripasso da alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente; un ripasso che spero susciterà interesse verso l’associazione.

Ulrike: quanto mai utile conoscere gruppi di verbi simili. Per ora però non c’ho capito un’acca. Dovrò riascoltare un paio di volte.

Sofie: quanto a me, mi risulta sempre difficile capire al primo ascolto. Come tutti credo.

Emma: ma quando mai! Conosco più di una persona che capisce tutto al primo ascolto. Ma io e loro siamo agli antipodi.

561 Come non detto

Come non detto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi, come state? Vi va oggi di vedere insieme un’espressione italiana?

Ho giusto qualche minuto di tempo da dedicarvi.

Ho appena espresso un mio proposito, una mia volontà.

Capita spesso di fare dei programmi riguardanti il futuro, proprio come questo che ho appena fatto io con voi.

Ma come si sa, l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

Cosa dire in questi casi? Cosa posso dire quando accade qualcosa che smentisce immediatamente ciò che ho appena detto?

Ebbene questa è una delle tante situazioni in cui si può dire: “come non detto“, che è l’abbreviazione di “come se non fosse stato detto” oppure “fate finta che ciò che ho appena detto io non lo abbia mai detto”, “scusate, ho sbagliato a dire questo” eccetera.

Potrei anche aver dimenticato qualcosa che mi viene in mente subito appena ho finito di pronunciare la frase.

Es:

Oggi possiamo andare al cinema che ne dite?

Ah, no, adesso che ci penso ho un impegno! Allora come non detto. Al cinema ci andiamo domani?

Potrebbe anche accadere qualcosa di inaspettato che cambia tutto:

Es: sto guardando una partita in TV e la Roma sta vincendo contro il real Madrid.

Allora dico: come è forte la Roma vero? Questa volta vincerà sicuramente.

Proprio in quel momento fa un gol il real Madrid.

Come non detto!

Un ultimo esempio:

Anche stavolta volevo fare un episodio di due minuti, non più lungo, per dare un senso al nome della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente ma come non detto, perché è abbastanza arduo spiegare un concetto in pochissimo tempo senza lasciare dubbi di chi ascolta o legge.

Almeno ascoltiamo un ripasso che renderà l’episodio più piacevole perché non sia mai detto che qualcuno si lamenti perché non riesce a memorizzare tutti gli episodi della rubrica.

Anthony: Ragazzi ieri parlavo con e mentre cazzeggiavamo ha sfoderato un’idea un po’ così. Mi fa…
Irina: so che sei restio a farlo ma ogni tanto devi fare uno strappo alla regola e guardare della TV spazzatura. È un ottimo metodo per imparare la lingua che parla l’italiano medio.

Anthony: La mia risposta? Sì potrebbe dire che l’ho apostrofata come si deve. Le ho anche detto “cosa ho fatto per finire nel mirino dei tuoi consigli così abbaglianti.”

Irina: Ma pensa te! Come sarebbe a dire che dovresti guardare una roba simile. Sei un tipo che usa verbi come apostrofare ed eseguire e poi aggettivi tipo abbagliante, quando, che so, fare e strepitosi andrebbero bene.

Sofie: e perché mai ti è venuta l’idea di risponderle picche a questa richiesta e addirittura con un tono così aggressivo? Del resto, non mi risulta una proposta così improbabile. Ha un certo fondamento. Tra l’altro mi piacerebbe quanto mai guardare qualsiasi programma con lei. Sarebbe una mera scusa per . . .

Mariana: allora . . . torniamo a bomba. immagino che non si sia data per vinta. Una volta, mi ha proprio tallonato di brutto cercando di convincermi di qualcosa che non mi andava a genio Alla fine, vista la sua insistenza, mi vedevo costretto a dare forfait.

Per il ripasso di oggi ragazzi questo è quanto!

39 – Prodotti fallati – ITALIANO COMMERCIALE

Italiano commerciale per non madrelingua

indice degli episodi

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Descrizione

oggi ci occupiamo di prodotti fallati e ripassiamo anche alcuni episodi passati. Infatti siamo all’episodio n. 39 della rubrica di Italiano commerciale e si inizia a sentire il bisogno di qualche ripasso.

In ambito commerciale si sente spesso parlare di prodotti fallati, di merce fallata.

560 Non sia mai detto

Non sia mai detto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: adesso che abbiamo iniziato a parlare dell’avverbio “mai“, non sia mai detto che lasciamo la discussione a metà senza esaurire tutti i suoi utilizzi.

Non sia mai detto.

Questa espressione è praticamente equivalente a “non sia mai“, di cui ci siamo già occupati.

Una differenza è che “non sia mai” è più spesso usata ironicamente, mentre “non sia mai detto” si utilizza maggiormente in contesti meno scherzosi, anche parlando di sé stessi.

Ma iniziamo da “non è detto che“, in cui usiamo il verbo ESSERE all’indicativo. Questa locuzione si usa per non escludere una possibilità, per eventi che si possono verificare, ma più che altro che non si può escludere che non si verificheranno in futuro.

Es:

Il cielo sembra sereno, sgombro dalle nuvole, ma non è detto che domani non pioverà.

Quindi stiamo considerando come possibile una precipitazione piovosa per domani, sebbene oggi sembri che non sarà così.

Se invece usiamo il congiuntivo “sia” piuttosto che “è”, il significato cambia completamente, perché stiamo sempre parlando di qualcosa che potrebbe accadere, ma questo qualcosa è negativo, qualcosa che non ci piace, che ci potrebbe creare problemi in futuro, e allora noi, per allontanare questo pericolo, facciamo qualcosa che scongiuri questa possibilità.

Il verbo scongiurare lo conoscete perché abbiamo già visto insieme “scongiurare un pericolo“.

Quindi per scongiurare, per allontanare questa possibilità oppure per minimizzarne le conseguenze future, facciamo qualcosa oggi.

Quindi:

meglio prendere l’ombrello, non sia mai detto che piove.

Ecco, questa è una prima differenza rispetto a “non sia mai“, che invece si usa prevalentementema non solo, in senso ironico. La seconda differenza è che questa cosa negativa che potrebbe arrivare potrebbe essere un giudizio, qualcosa di “detto” che non voglio sia detto.

Quindi “non sia mai detto” è un augurio, un desiderio, esattamente come “non sia mai” ma si usa soprattutto per scongiurare il pericolo di un giudizio negativo.

Es:

Andiamo al ristorante stasera. Offro io per tutti. Non sia mai detto che sono uno spilorcio.

Cioè: offrirò io la cena perché non vorrei che qualcuno dicesse che sono una persona attaccata al denaro.

Uno degli invitati potrebbe rispondere:

Va bene, facciamo come dici tu, non sia mai che diventi nervoso.

In questo caso non si tratta della paura di un giudizio, quindi l’espressione da usare è preferibilmente “non sia mai“, infatti c’è anche dell’ironia.

Spero sia tutto chiaro. A proposito di congiuntivo. Ho saputo che c’è un bel ripasso in proposito.

Khaled:

Ho appena scoperto un’interessante uso del congiuntivo che ha fatto venire a galla le mie lacune grammaticali…

André:

Mi sa che con questo modo verbale, imparare tutte le regole lascia il tempo che trova.

Albéric:

Ma dimmi tu, perche mai vorresti imparare tutto a memoria. C’è qualcosa che non torna con te quando cerco una logica in ciò che dici

Ulrike:

Ho sentore che vogliate fare una capatina nel mondo della grammatica. Io non vi accompagnerò, non perché non me la senta, tanto per chiarire che sono qua per divertirmi.

Emanuele:

Che classe! Ti sei appena contraddistinta per l’uso del congiuntivo di cui si parlava!!!

Iberê:

Vuoi che non provo a cimentarmi con le difficoltà della lingua? Mi sembra di essere a cavallo con l’apprendimento.

Irina:

Forse dovrei tatuarmi le sette regole d’oro in modo tale che non le dimentichi mai.

Emma:

Non dire sciocchezze! Non bisogna andare a questi estremi ma il tuo impegno comunque è degno di nota.

Anthony:
Il nostro ripasso in gruppo ha preso forma. Abbiamo sfoderato e rispolverato qualche espressione precedente proprio come si deve. Gianni potrebbe dire: qui vi volevo!

559 Perché mai?

Perché mai? (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: continuiamo ad esplorare il mondo del “mai“, questo avverbio che può essere accoppiato con tante altre parole assumendo significati diversi.

Tra queste accoppiate c’è anche “perché mai“.

E perché mai io non dovrei spiegarvi il significato?

Sapete bene tutti che “perché” si usa prevalentemente per fare domande.

A volte, per dare alla domanda un tono di opposizione, per esprimere un disaccordo o anche solo stupore, si può mettere davanti a “perché” la congiunzione “e” oppure ci si mette un “ma“.

Se l’opposizione o lo stupore sono ancora maggiori di fronte a un comportamento o a qualcosa che abbiamo appena ascoltato, possiamo unirlo anche a “mai“:

Perché mai?

E perché mai?

Ma perché mai?

Es:

Ieri sei venuto a Roma? E perché mai non mi hai avvisato? Ti avrei offerto un caffè e potevamo fare due chiacchiere.

Ma perché mai avrei dovuto disturbarti, sono venuto con la mia famiglia, e eravamo 8 persone! Non volevo crearti fastidi.

Ma perché parli di disturbo e di fastidi?

Quindi si ha una domanda, a volte retorica, che oltre a essere una domanda esprime una reazione, un disaccordo, una opposizione, un contrasto o anche un semplice stupore:

Perché mai hai deciso di fare 6 figli?

Risposta: ho acquistato dei contraccettivi tutti non funzionanti. Io vorrei sapere perché mai non li controllano prima di metterli in vendita?

Ricordate che per esprimere semplice curiosità meglio usare “come mai” in vere domande in cui non c’è ostilità e quindi non c’è la pretesa, l’obbligo di una risposta. Obbligo che invece sussiste con “perché”, come si è detto nell’ultimo episodio.

In “perché mai” spesso non c’è quest’obbligo perché spesso si tratta di esclamazioni sotto forma di domanda. Non c’è neanche troppa curiosità, ma semplicemente contrasto, opposizione, diversità di vedute. Anche il semplice stupore è raro, perché quel forte stupore nasce da un’idea contraria.

L’episodio finisce qui, adesso un breve ripasso di quelli precedenti.

Mariana:
Ma ditemi voi ragazzi se è mai possibile che il nostro presidente Bolsonaro non faciliti le persone nel prendere il vaccino contro il Covid.

Ulrike: Credi che lui cambierà atteggiamento nel futuro? O terrà fedeai suoi principi?

Mariana: Ma ti pare che cambierà! Queste persone sono indisposte a qualsiasi cambiamento.

Iberê : Si, certo. Pare che il nostro presidente abbia chiesto una tangente di un dollaro per dose di vaccino e sembra abbia anche ignorato 57 email della Pfizer. Ma nonostante questo non sarai un po’ prevenuta nei suoi confronti?

Hartmut: da che mondo è mondo, i dittatori non cambiano mai idea!

Irina: ognuno ha la sua idea, siamo in democrazia. Io sono del suo stesso avviso, ragion per cui, chiunque sia insofferente alla sua politica se ne faccia una ragione.

558 Perché o come mai?



Perché o come mai? (scarica l’audio)

Video

Come mai, perché

Trascrizione

Giovanni: Perché non esiste un solo modo per dire “perché“?

Ad esempio, molti studenti non madrelingua, pur consapevoli della somiglianza tra perché e “come mai“, usano sempre perché e mai “come mai”. Ma Come mai?

Iniziamo da questo dunque.

Sapete che “perché” si può utilizzare sia per fare domande che per dare risposte.

Perché non mi inviti a cena stasera?

Risposta: Perché non ho soldi.

Ebbene, qui c’è già una prima differenza, infatti “come mai” non si può usare per dare risposte.

Allora quale differenza esiste tra perché e come mai quando si fanno domande?

Ci sono più differenze.

Una prima è che perché si può usare anche al posto di “che ne dici di…” quindi per fare delle proposte.

Che ne dici se stasera andiamo a ballare?

Perché stasera non andiamo a ballare?

È una proposta, posta sotto forma di domanda.

Non posso usare “come mai” in questo caso, e il motivo è che “come mai” si può usare solamente per chiedere spiegazioni, giustificazioni, e non per fare proposte.

Es:

Giovanni: Ho un po’ di mal di pancia oggi. Da ieri sera in realtà non sto bene.

Emanuele: e come mai?

Giovanni: ho mangiato le Cozze ieri.

Emanuele, usando “come mai” mi ha chiesto una spiegazione, ha voluto conoscere il motivo del mal di pancia, ma la sua può essere una semplice curiosità.

A questo fine si può usare anche perché, ma perché ha un uso più ampio, perché si usa anche in domande che pretendono una risposta, non solo per semplici curiosità.

Vediamo come potrebbe continuare questa conversazione:

Perché non andiamo dal Medico a farti visitare?

Questa è ancora una proposta.

Perché non mi hai detto subito che stavi male?

Questa domanda pretende una risposta. Potrei usare “come mai”, ma sarebbe meno efficace come domanda.

Non te l’ho detto perché non sono una persona che ama lamentarsi.

Questa è una risposta. Non posso usare “come mai”.

In definitiva, le caratteristiche di “come mai” rendono questa locuzione molto più adatta rispetto a “perché” nelle conversazioni quotidiane, in cui si parla senza secessariamente discutere o pretendere una risposta.

“Come mai” è molto meno impegnativo da questo punto di vista; esprime tranquillità, curiosità ma non si tratta mai di un rimprovero.

Perché” infatti, nelle domande dirette, quindi quando non si usa per fare proposte o per rispondere, trasmette una maggiore “ansia”, passatemi il termine, a chi riceve la domanda:

Perché non me l’hai detto?

Perché non sei andato a scuola?

Perché vuoi lasciarmi?

Perché mi dai fastidio?

Perché non rispondi al telefono?

Per questo motivo, nelle discussioni, nei litigi, si usa sempre “perché”.

Poi ci sono anche altre differenze, infatti perché ha altri utilizzi e funzioni che “come mai” non ha.

Ad esempio, usata come congiunzione o sostantivo posso dire:

Ascolta gli episodi di italiano semplicemente perché possa migliorare il suo italiano, ma forse questi episodi sono troppo avanzati perché tu possa comprenderli. Il perché lo capirai ascoltandone uno.

Non possiamo usare “come mai” in questi casi.

Adesso abbiamo un bel ripassone da parte di Emma, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se mi domandate il perché della bravura di Emma, beh.l… la risposta già la conoscete!

Emma: Le cose, spesso e volentieri, accadono quando nemmeno le cerchi.
È da un pezzo ormai che non lo faccio, ma tanti anni fa ho partecipato ad un gruppo di cammino, guidato da volontari che spesso si contraddistinguono per i loro comportamenti.
Un giovedì pomeriggio come tanti altri, l’orologio scoccava le 17:00, ed in io stavo scalpitando per partire. Quella era la prima volta, in particolare, che ci andavo con la mia dirimpettaia Stefania. Non vi dico come ero felice. Avercene di compagne come lei.
Mentre aspettavo Stefania in macchina, è passata una signora, una tizia che avrà avuto un’età di sessanta e passa anni.
Mi ha guardata male, quasi si fosse svegliata con il piede sbagliato e quel giorno sembrava non averne per nessuno. Piuttosto che risponderle per le rime, anzi, proprio per distinguermi dal tuo atteggiamento, le ho fatto un cenno di saluto e al contempo pensavo che tutto sarebbe finito lì. Di contro, il destino non era evidentemente d’accordo con me, e infatti, mentre stavo per mettere la macchina in moto, ho sentito un “Boom”, il che, li per li mi ha preso in contropiede. Fatto stache non sono stata in grado di capacitarmi immediatamente di quanto fosse avvenuto. Di primo acchito, ho pensato ad un problema tecnico. Poi come se non bastasse, in men che non si dica mi è arrivato il secondo “Boom”. A quel punto, non mi restava altro che scendere dalla macchina immediatamente, per verificare di persona preoccupandomi molto.
La signora, con un’espressione apparentemente meno aggressiva questa volta, di nuovo è comparsa davanti a me, vicino al baule della mia macchina. Non sono riuscita a venire subito a capo della situazione, salvo poi vedere che una parte della macchina era stata danneggiata, e guarda caso, a poca distanza da lì si trovava anche la macchina della signora. Come si suol dire, sono caduta dalle nuvole, quando, a decifrare questa confusione, vivaddio, è stata ancora la stessa signora, che
ha confessato di aver tamponato la mia macchina per via di una distrazione.
Cosicché abbiamo deciso che avremmo passato tutta la faccenda all’assicurazione, nella speranza che la storia sarebbe stata chiusa una volta per tutte. Detto questo, ci siamo salutate e ci siamo lasciate i numeri di telefono, da usare nella misura in cui avessimo avuto bisogno l’una dell’altra.
Quando si è fatto buio, ho raccontato tutto quanto a mio marito. Per quanto mi sforzassi di non preoccuparmene, memore dell’ultimo incidente in cui non compilammo il foglio dell’assicurazione che quindi non rimborsò il danno, non ci riuscivo, perché pensavo che mi avrebbe in qualche modo apostrofato, e magari mi avrebbe perfino presa a mali parole, per via dell’incidente.
Sarebbe stata la solita solfa: “sta’ attenta quando guidi, sta’ alla larga da qualsiasi imprudenza, quale che sia”.
Non vi dico che noia e che barba!
Invece mi ha detto: “Bella mossa, così l’assicurazione pagherà, non c’è santo che tenga. Brava!”
Appena quelle parole sono state pronunciate, manco a farlo apposta, è iniziato a fioccare.

Una mera coincidenza? Vattelappesca! Trattasi comunque di due eventi rarissimi!!

557 Quando mai

Quando mai (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: ecco un altro episodio dedicato a “mai“.

Ieri abbiamo visto quanto mai, in un episodio quanto mai interessante; oggi vediamo “quando mai“, locuzione molto diversa, sebbene cambi solamente una lettera.

Infatti quando mai è molto colloquiale, molto più colloquiale rispetto a quanto mai, e si utilizza per fare una negazione con una certa sicurezza oppure per esprimere incredulità, o per mostrare sorpresa.

Vediamo qualche cosa esempio:

Hai visto che gol che ha fatto Ronaldo? Quando mai s’è vista una cosa simile?

La sorpresa, l’incredulità nel vedere un gol incredibile si esprime con questa locuzione in cui si usa “quando” e “mai” perché si parla di tempo in qualche modo.

Si sta parlando del passato, in cui non si è mai visto un gol simile.

Se ci pensate di tratta di una domanda retorica, non di una vera domanda di cui si aspetta una risposta.

Se togliamo “quando” il senso non cambia, ma la frase somiglia di più ad una affermazione.

Mai s’è vista una cosa simile

Cioè:

Un gol del genere non si è mai visto

Come dicevo, si usa anche per affermare qualcosa con decisione, per negare qualcosa con decisione, per l’esattezza.

È vero che una volta hai picchiato tuo figlio?

Risposta: cosa? Ma quando mai!!

Come a dire: assolutamente no, non è mai accaduto, non è mai successo, non farei mai una cosa del genere.

Ciao Giovanni, come stai? Ti vedo bello in salute!

Vuoi dire che mi trovi ingrassato? Ma quando mai, sono perennemente a dieta!

Ma quando mai avrei detto che sei ingrassato. Ho solo detto che ti trovo in piena salute!

Molto semplice da usare, molto comune nel linguaggio quotidiano, mentre non si usa nel linguaggio formale e in conversazioni di lavoro. In questi casi si preferisce esprimere questa decisione in altri modi:

Decisamente mai

Assolutamente mai

Non è mai accaduto

Una curiosità è che usiamo questa locuzione, noi Italiani spesso facciamo il tipico gesto con le dita della mano unite rivolte verso l’alto, un gesto molto popolare e poco elegante che viene associato a molte altre espressioni in realtà, tipo:

Cosa vuoi?

Perché mi stai guardando?

Ma che stai dicendo?

Adesso però ripassiamo perché quando mai si è visto un episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente senza un ripasso?

Anthony: Buongiorno cara, hai ben dormito? Ti vedo ancora nel dormiveglia!

Sofie: Dai Anto non fare il finto tonto. Sai benissimo che sono stata di turno stanotte.

Anthony: Eccome se lo so! Per questo vorrei prepararti un buon caffè. Gradisci un Nespresso o un IIly? Ero un po’ combattuto su quali marche comprare. Ma poi un mio amico mi ha detto che queste due si distinguono da tutte le altre per il loro gusto intenso.
Capacitatomi della verità del suo consiglio, di queste due marche ne ho fatto incetta.

Sofie: Ah si? E se vengono annoverate tra le marche migliori in commercio, perché il tuo amico non ti ha fatto sapere che avresti dovuto scegliere la qualità arabica invece di quella robusta? Solo la arabica è contraddistinta dalla sua delicatezza, la sua dolcezza e la sua piacevole acidità.

Anthony: Ma cosa mi fai? una pappardella di prima mattina sul caffè? . . . Scusami, hai ragione amore, non volevo apostrofarti. Comunque te la senti di mangiare qualcosa?Abbiamo cornetti vuoti o cornetti al cioccolato.

Sofie: Ma che ti prende?Mi fa stranoche tu sia così attento.

Anthony: Stai tranquilla cara, niente di trascendentale. Comunque che stasera si giocano i quarti di finale degli europei lo sapevi già?

Sofie: Come sarebbe a dire “Lo sapevi già”?? L’unica cosa che io so è che stasera hai invitato i tuoi a cena.

Anthony: Dai Cara, smorziamo i toni. Mi sono prefisso di aiutarti in cucina.

Sofie: Ci mancherebbe! Non è mica stata un’idea mia di invitare i tuoi dopo una notte di turno!!

Anthony: Non ti preoccupare. Non faremo bisboccia stasera. Tra l’altro a mio padre piace tantissimo il calcio. Possiamo goderci la partita tuttti insieme!

Sofie: Lascia stare Anto. Passi che ti dimentichi del mio lavoro, passi pure che inviti i tuoi a mia insaputa però se pensi di goderti la partita insieme a tuo padre mentre io mi sto sorbendo le lamentele di tua madre stai fresco.

Anthony: Dai, sii un po’ più accondiscendente. Se vuoi ti accompagno domani a fare lo shopping.

Sofie: No adesso basta Anto. Ne ho fin sopra i capelli. Ti pongo l’aut aut: o io o la partita.

556 Quanto mai

Quanto mai (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: questo episodio vi risulterà quanto mai utile perché sarà dedicato a “mai“, questo avverbio che ha tanti utilizzi diversi, tutti molto utili.

Abbiamo già visto insieme qualcosa su “mai”.

Mi riferisco a “hai visto mai” (episodio 109) e “è possibile mai” (episodio 317).

Oggi è la volta di “quanto mai“.

Anche “quanto” è stato oggetto di numerosi episodi (quantomeno, in quanto tale, questo è quanto, in quanto, tanto quanto, per quanto).

È la prima volta che però quanto e mai stanno insieme.

Vediamo qualche esempio:

Oggi mi sento quanto mai pieno di energie.

Mi sono divertito quanto mai

Sono quanto mai convinto che riuscirò a imparare l’italiano in un solo anno

Da questi esempi è facile capire che “quanto mai” è simile a molto, parecchio, un sacco, moltissimo, tanto, veramente tanto eccetera. C’è un lungo episodio dedicato a “molto” e “tanti” se volete approfondire.

Potrei dire anche “come mai prima”, o anche “assolutamente”.

Ad esempio:

Quanto sei convinto di vincere?

Sono convinto quanto mai.

Sono convinto quanto mai che vincerò la sfida.

Sarebbe un po’ come dire che sono convinto quanto non è mai successo prima. Si esprime quindi un alto livello di convinzione, in questo caso.

Ovviamente in questo caso parlo di convinzione. Potrei parlare di sicurezza, ma non cambia nulla.

Posso dire che:

Sono quanto mai sicuro

Oppure

Sono sicuro quanto mai

Non fa alcuna differenza.

Si può anche sostituire quanto con “più che”:

Oggi ho studiato più che mai

Oggi ho studiato quanto mai

Stesso significato.

Se invertiamo quanto e mai, otteniamo “mai quanto” che può avere un significato simile, ma la maggior parte delle volte ha un significato diverso, perché si usa per fare confronti, per marcare delle differenze:

Visto com’è forte la squadra dell’Italia?

Si, molto forte, ma mai quanto il Belgio.

Come a dire: è forte ma non come il Belgio, non arriva a quel livello.

Oppure:

Oggi ha fatto molto caldo, le temperature sono arrivate a 40 gradi, ma mai come il 2003 quando la temperatura arrivò a 43 gradi.

Mi piace l’inglese, ma mai quanto l’italiano.

Adesso un ripasso tutto brasiliano con Mariana e Lia.

Lia: Credo che Gianni abbia fatto una bisboccia come si deve!

Mariana: Cosa? Come sarebbe a dire una bisboccia?

Lia: Hai visto l’esempio dell’episodio 554? Una moglie tradita dà l’aut aut al marito: o io o lei!

Mariana: e allora? Cosa c’entra con la bisboccia???

Lia: dico che evidentemente era ubriaco!!! Perché io non direi mai “aut aut” . Per la cronaca, io direi: sii fedele oppure prendi le valigie e te ne vai via. O così o pomì. Altro che aut aut!

Mariana: Va beh, smorziamo i toni però. Non lo sai che del matrimonio bisogna accettare tutti gli annessi e connessi?

Lia: ma pensa un po’!!! Questo secondo me non significa essere accondiscendente.

555 Mi risulta

Mi risulta (scarica audio)

Trascrizione

Emanuele: il verbo essere, molte volte, viene sostituito dal verbo risultare. Spesso però impropriamente.

Ad esempio:

La mia automobile risulta molto sporca

Il cielo risulta nuvoloso

Il mare risulta mosso

Questa non è una bella cosa, perché ogni verbo va usato nel modo più opportuno. La macchina semplicemente è sporca.

A volte possiamo farlo:

La lezione è risultata molto noiosa

A me risulta molto utile ascoltare ogni episodio più volte

Ma in questi casi però vogliamo esprimere un risultato, appunto, una conseguenza.

Un altro modo corretto di questo verbo è invece:

Ti risulta?

Vi risulta?

Non mi risulta che…

Non mi risulta che…

Non le risulta che…

Eccetera

Risultare in questo caso somiglia molto di più a conoscere oppure a “essere a conoscenza” piuttosto che al verbo essere.

Se io ti domando:

Ti risulta che Mario sia arrivato a casa?

È come dire:

Che tu sappia, Mario è arrivato a casa?

Sai se Mario è arrivato a casa?

Mario può rispondere:

Non mi risulta

Oppure:

Mi risulta che sia ancora in viaggio

Un altro esempio:

Andiamo al concerto stasera?

Risposta: mi risulta che il concerto sia stato annullato.

Si usa “che” e poi il verbo al congiuntivo:

Mi risulta che il cantante abbia il raffreddore

Quando esprimo una conoscenza ed uso “risultare” non è come usare il verbo essere.

Mi risulta che sia ancora in viaggio

È diverso da:

È ancora in viaggio

Anche:

Mi risulta che il concerto sia stato annullato.

È diverso da:

Il concerto è stato annullato

Anche:

Mi risulta che il cantante abbia il raffreddore

È diverso da:

Il cantante è raffreddato

La diversità sta nel fatto che essere esprime una certezza, invece “mi risulta”, “ti risulta” ecc. Esprime una conoscenza, proprio come “che io sappia“, “che tu sappia” ecc. di cui ci siamo già occupati in un precedente episodio.

Se io vedo con i miei occhi una cosa, posso anzi devo usare il verbo essere. Invece se ho ascoltato una notizia da altre persone, alla radio, se ho letto un SMS eccetera meglio usare il verbo risultare perché non c’è certezza della veridicità.

Anche quando non voglio prendermi la responsabilità di quanto affermo, spesso si ricorre a questo verbo:

Da quanto mi risulti/risulta Giovanni in questo momento si trova in Italia, perché ho letto un suo messaggio whatsapp. Ma non ne ho certezza.

È un po come dire:

Per quanto ne so io…

Per quello che so io…

Pare che….

Sembra che…

Secondo le informazioni che ho io…

Stando alle informazioni in mio possesso

Quindi si dicendo di non avere una conoscenza diretta e quindi una certezza assoluta.

Una risposta potrebbe essere:

A me invece questo non risulta affatto. Stamattina mi ha detto di non voler più partire per l’Italia.

Il verbo comunque ha anche un uso professionale.

La reception di un hotel potrebbe dire ad esempio che a loro non risulta una prenotazione.

Non risulta una prenotazione a suo nome

Oppure:

A noi risulta una prenotazione di una camera matrimoniale a nome di Daniela Rossi

In questo caso si esprime una conoscenza che deriva, cioè che emerge, da un registro, un documento, una email ecc. e anche se questa conoscenza non esprime una certezza, l’uso di questo verbo è preferibile in molti ambiti lavorativi.

Dopo un test rapido anti Covid, il medico, anziché dire:

Non hai il virus, non c’è il virus o non sei positivo, è molto probabile che dica:

Il test risulta negativo

Il risultato del test è negativo

O al limite:

Dal test non risulta/emerge una positività al Covid

Oppure, consultando un registro delle presenze in ufficio, posso dire che:

Dal registro non risulta che Giovanni sia andato a lavorare quel giorno

In generale quindi se si consulta un documento qualaisasi, un dato scritto o registrato da qualche parte, sempre meglio usare il verbo risultare.

L’episodio finisce qui.

Giovanni: grazie Emanuele, adesso ripassiamo perché come si sa, alla fine di ogni episodio bisogna allenare la memoria.

Andrè: ciò che hai detto non risponde al vero. In alcuni episodi il ripasso si trova all’interno e non alla fine.

Khaled: Hai detto il vero, perché spesso e volentieri mi scervellavo a cercare il ripasso alla fine. Ciò non toglie che sempre di un ripasso si tratta.

Ulrike: Vai a capire queste lamentele. Ogni tanto uno strappo alla regola, ci vuole, chi se ne frega.

Emma: Ma dimmi, con questi episodi che fioccano, finirà che parleremo come gli italiani! See!, Campa cavallo!

Rauno: Si, campa cavallo ché l’erba cresce! Bisogna guardare la sostanza e non la forma. Magari
avremo un accento riconoscibile, ma che sarà mai!

Albèric: tornando a bomba, quale che sia la posizione del ripasso, risulta sempre molto utile.

Anthony: Quanto a me, è d’uopo avere la meglio sulla mia pigrizia.
Sono votata allo studio, così riuscirò a migliorare il mio livello, nella misura in cui proseguirò con la pazienza.

554 Aut aut

Aut aut (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Ricordate l’espressione “o così o pomí“?

Questa se ricordate esprime una “falsa” scelta, passatemi il termine, nel senso che la scelta non c’è in realtà e bisogna accontentarsi dell’unica alternativa.

C’è una locuzione invece, quella che vediamo oggi, che rappresenta una vera scelta, tra due alternative (solo due però), ma il problema è che questa scelta è obbligatoria. Si tratta di “aut aut“.

Si usa ad esempio quando c’è un esitazione a prendere una posizione, quando si aspetta troppo a prendere una decisione chiara. Allora qualcuno, cioè un’altra persona, potrebbe imporre una scelta.

Ecco allora che al posto di imporre una scelta si può dire dare un aut aut ad una persona, il che equivale a dire:

Decidi, o scegli A oppure B. Non ci sono alternative.

Qualcosa come: “o di qua o di là“. Una terza soluzione non esiste.

L’espressione “dare un aut aut” è molto diffusa e molti italiani non sanno che non si tratta di inglese ma di latino. Pertanto non si scrive out out, ma aut aut.

Vediamo qualche esempio:

Una moglie, tradita dal marito gli dà l’aut aut: o io o lei.

L’aut aut impone sempre una scelta da parte di chi lo riceve. E la scelta è spesso dolorosa, nel senso che si deve necessariamente rinunciare a qualcosa.

Questo marito traditore adesso è posto/messo davanti ad un bivio, deve scegliere tra la moglie e l’amante.

In questo caso particolare l’aut aut è persino un privilegio per il traditore.

Mettere o porre qualcuno davanti ad una scelta è l’alternativa migliore all’uso di “aut aut”.

Si può dire: dare a una persona l’aut aut, oppure porre/mettere un aut aut.

Molti genitori pongono ai figli l’ aut aut: o studi, o vai a lavorare.

L’aut aut è simile all’ultimatum.

Però l’ultimatum è il termine ultimo. È però sempre una intimazione, una condizione o una proposta perentoria.

Quando si dà un ultimatum, si fa conoscere a un altro le proprie ultime perentorie proposte su una determinata questione, chiedendo una precisa risposta. Non si tratta però necessariamente di scegliere tra due alternative.

Spesso con l’ultimatum si dà anche un limite di tempo concesso per la risposta (un termine ultimo, come ho detto prima).

Si usa anche come una dichiarazione di guerra condizionata ad una scelta, tipo “se non vi arrendere entro oggi, iniziamo a bombardare il vostro territorio”.

Il termine ultimatum, avendo quindi un uso anche in ambito politico-militare, ha un utilizzo più serio rispetto ad “aut aut

Nonostante questo posso usarlo anche in tono scherzoso con lo stesso senso di aut aut:

La mia fidanzata mi ha dato l’ultimatum: o la sposo o mi lascia.

Il senso è sempre legato alla scelta obbligata che non si può rimandare ulteriormente. Questo è sia un ultimatum che un aut aut.

Allo stesso modo, non si può rimandare neanche il nostro ripasso quotidiano:

Anthony: Oggi al lavoro si sono impallati di punto in bianco buona parte dei nostri macchinari a causa del blackout. Ma ti pare accettabile che non siamo muniti di un sistema di corrente di riserva all’altezza dei nostri bisogni?

Ulrike: Mi stai dicendo allora che eravate senza corrente e pure senza internet? Immagino che questo vi abbia fatto dare di volta il cervello.

Anthony: Assolutamente sì, nonostante si sia sempre contraddistinto per la sua affidabilità nel passato.
Stavamo nei guai per via del fatto che prima dell’arrivo dei pazienti stiliamo note e altri preparativi che vengono salvati nell’archivio elettronico al quale si accede con internet. Quindi per tutta la giornata eravamo impantanati in confusione e sembravamo essere sempre a carissimo amico rispetto alla soluzione.

Ulrike: Dunque sono venuti a galla i difetti del sistema, e tutto è andato in tilt, con ritardi e disagi per i pazienti che fioccavano, giusto? Io, in questa situazione, se fossi stato un vostro paziente ne avrei avuto fin sopra i capelli!

Anthony: la tua è una domanda retorica immagino. È ovvio che siamo stati tutti colti completamente alla sprovvista. Del resto, oggi è lunedì e all’inizio della settimana di pazienti ne abbiamo sempre a bizzeffe (come “a iosa”).

Rauno: Ci siamo salvati in calcio d’angolo solo perché domani è martedì e i ritmi sono sempre meno intensi. Siamo riusciti a sistemare il grosso dei pazienti con una visita domani. Altrimenti la storia avrebbe preso una brutta piega.

553 Contraddistinguere e contraddistinguersi

Contraddistinguere e contraddistinguersi (scarica l’audio)

Video

Trascrizione

Giovanni: Secondo voi cosa significano i verbi contraddistinguersi e contraddistinguere?

Komi: secondo me significa distinguersi da altro per via di segni o qualità particolari.

Ulrike: il verbo contiene la parola “contra” che indica un confronto tra due cose o due persone, che si riferisce alle caratteristiche.

Carmen: il verbo distinguersi indica un paragone. Una cosa si distingue dall’altra e possiede una caratteristica diversa dall’altra.

Giovanni: Grazie a Komi, Ulrike e Carmen, che nell’ordine hanno risposto alla mia domanda. Bravi avete detto bene. C’è un confronto e delle caratteristiche, dei segni particolari.

Una cosa interessante è vedere la differenza tra distinguere e contraddistinguere. Si usano allo stesso modo?

Oppure bisogna distinguere tra questi due verbi?

Ecco, “distinguere” sicuramente si usa sempre per spiegare la differenza tra due cose. Significa riconoscere due cose come diverse, attraverso delle caratteristiche peculiari, particolari. È molto simile a essere riconoscibile, caratterizzarsi, differenziarsi, o anche mettersi in luce per particolari doti, segnalarsi:

Quando usiamo questo verbo insomma vogliamo segnalare delle differenze tra due o più cose o persone.

Quando invece usiamo contraddistinguere c’è un segno particolare che rende delle cose o delle persone diverse dalle altre. Quando vogliamo evidenziare questo segno, questa caratteristica, si può usare contraddistinguere.

Es:

Si sta pensando di mettere un segno sulla targa delle auto elettriche al fine di contraddistinguerle.

Quando usiamo questo verbo, la maggior parte delle volte si vuole proprio indicare questa caratteristica, questo segno, cioè il motivo per cui avviene questa distinzione.

Per cosa si contraddistingue Italiano Semplicemente?

Cioè: qual è la caratteristica principale di Italiano Semplicemente che la distingue dagli altri siti o metodi di insegnamento?

E’ molto interessante anche l’uso della preposizione che si usa.
A volte si usa la preposizione “per”, altre volte “da”, altre volte non si usa nessuna preposizione.

Italiano Semplicemente ha un logo contraddistinto dall’immagine del Davide di Michelangelo e si contraddistingue per avere, in ogni episodio, sia la trascrizione che il file audio. Inoltre si contraddistingue per il metodo, non incentrato sulla grammatica ma sull’ascolto e più in generale sulle sette regole d’oro. Una caratteristica che l’ha sempre contraddistinto è anche il fatto che gli episodi hanno sempre qualcosa di divertente o emozionante o interessante, che va oltre il mero insegnamento della lingua italiana.

Allora parlavamo della preposizione da usare.

Nella frase precedente ho usato una volta “per” (si contraddistingue per il metodo), “una volta ho usato “da” (un logo contraddistinto dall’immagine del Davide) e un’altra volta non ho usato nulla (una caratteristica che l’ha sempre contraddistinto).

Attenzione al ruolo della preposizione da.

Quando usiamo contraddistinguere, se usiamo “da” indichiamo quasi sempre la caratteristica distintiva (soprattutto con con la forma passiva) mentre se usiamo distinguere, la preposizione “da” si usa sempre per indicare un termine di confronto. Notate infatti la differenza tra:

Io mi distinguo da te (Confronto) perché sono più simpatico

I miei quadri sono contraddistinti dall’uso della simbologia religiosa (caratteristica)

Quindi con “distinguere” si usa sempre la preposizione “da” (o anche fra e tra) per indicare la diversità da qualcun altro o da qualche altra cosa e invece con “contraddistinguere” la preposizione “da” si usa quasi sempre per indicare la caratteristica, specie nella forma passiva.

Dico “quasi sempre” perché a volte, posso anche dire:

La congiunzione “e” si contraddistingue da “è” (che è un verbo) per un accento

“Che” si contraddistingue da “ce” per l’acca

Questo accade quando faccio un confronto diretto, quindi si usa al posto di distinguere, per sottolineare la caratteristica distintiva. Potrei usare anche distinguere volendo.

Ma attenzione, perché come si è visto, con contraddistinguere, anche quando usiamo “per” stiamo indicando una caratteristica:

“Che” si contraddistingue da ce per la lettera h.

Io mi contraddistinguo per una simpatia superiore alla media

Questo “per” è abbastanza simile a “perché” se ci pensate.

“Che” si contraddistingue da ce perché c’è la lettera h.

Io mi contraddistinguo perché ho una simpatia superiore alla media

Quindi per indicare una caratteristica, nella forma passiva si usa “da”, se voglio sottolineare la caratteristica. Uso invece “per” quando mi interessa di più il confronto.

Inoltre “da” normalmente si usa poco con le caratteristiche delle persone.

Vediamo qualche esempio:

Le informazioni sui social sono spesso contraddistinte da inesattezze e imprecisioni.

Forma passiva, inoltre qui è più importante sottolineare questa caratteristica piuttosto che distinguere queste informazioni da altre. Quindi usiamo “da”.

Invece:

Gli uomini villosi si contraddistinguono per avere molti peli sul petto.

Non c’è la forma passiva. In questo caso poi voglio distinguere gli uomini villosi (quelli che hanno molti peli sul petto) dagli uomini che non hanno questa caratteristica.

Come dicevo inoltre, quando si parla di persone normalmente si usa “per” e non si usa la forma passiva.

Il mio ristorante è contraddistinto da elementi moderni e innovativi e si contraddistingue per una cucina molto creativa.

Prima descrivo il mio ristorante dicendo una particolare caratteristica, uso poi la forma passiva (quindi uso “da”) e poi mi interessa anche distinguere la mia cucina da quella di altri ristoranti, quindi successivamente uso “per“.

Quando quindi voglio far emergere una caratteristica distintiva, che fa riconoscere qualcosa rispetto ad altro, uso generalmente “per”.

Adesso un ripassino veloce da chi si contraddistingue per un maggiore interesse verso la lingua italiana. Il ripasso poi è un altro elemento che contraddistingue Italiano Semplicemente.

Sofie: non vorrei cogliervi alla sprovvista, ma cosa distingue la nazionale italiana di calcio dalle altre? Solo il colore della maglia?

Albéric: Grazie! Io direi invece che l’Italia ha sempre la meglio sulle altre squadre.

Hartmut: questo piacerebbe molto a Giovanni che è l’unico italiano qui. Ma purtroppo, per quanto forte, si trova sempre un’altra squadra che ti dà il benservito.

Lia: fammi fare mente locale... Forse la classe dei calciatori?

Emma: non ne so un’acca di calcio. Per me sono solo 22 atleti che corrono dietro ad una palla. Per il resto, come si suol dire, per me il calcio è arabo.

552 Non c’è… che tenga

Non c’è… che tenga (tra poco l’audio)

Video

https://youtu.be/VwwuUM8oxGY

Trascrizione

Giovanni: c’è un’espressione italiana che si può utilizzare quando siete sicuri, o volete apparire sicuri di voi stessi:

Non c’è santo che tenga

Si utilizza in particolare quando si prospetta un possibile ostacolo, che però non influenzerà il risultato finale, non sarà, in definitiva, un ostacolo.
Si usa molto spesso quando in passato non si è riusciti a ottenere un risultato per colpa di qualcosa o qualcuno (l’ostacolo, appunto), ma questa volta siete sicuri che non sarà la stessa cosa. Stavolta siete certi che non v’è nulla che possa opporsi o far procedere diversamente una cosa; stavolta non c’è niente da fare.
Esempio:

Sono già quattro volte che non riesco a superare l’ultimo esame dell’università. Ma stavolta non c’è santo che tenga. Giuro che ci riuscirò!

Quindi vedete che l’espressione esprime sicurezza, determinazione di raggiungere un risultato.
Nell’esempio non ho parlato di un ostacolo preciso. Non ho detto il motivo per cui in passato non sono riuscito a superare quest’esame.
Magari non esiste un motivo solo, o magari semplicemente è scontato, ad esempio la mia impreparazione in questo caso.
Se invece conosco bene e voglio sottolineare questo potenziale ostacolo posso specificarlo nella frase.
Es:

Le ultime partite sono stato molto sfortunato e ho sempre perso. Ma la prossima partita non c’è sfortuna che tenga. Stavolta vincerò io !

Ecco.
Stavolta il potenziale ostacolo è la sfortuna.
Allora posso sempre fare in questo modo: non c’è + ostacolo + che tenga.

Perdiamo sempre per colpa dell’arbitro? La prossima volta non c’è arbitro che tenga. Vinceremo noi!

Significa che la prossima volta vinceremo con qualsiasi arbitro, a prescindere dall’arbitro.
Un professore agli studenti:

Perché consegnate sempre i compiti in ritardo? Avete sempre una scusa da dire e questo non va bene. La prossima volta non c’è scusa che tenga! Chi non consegna i compiti in tempo sarà bocciato.

Come si evince (come si può vedere) da questo ultimo esempio, questa espressione può esprimere anche una mancanza di flessibilità o una intransigenza.
Questo professore non vuole sentire più scuse. In questo caso non c’è un obiettivo quindi, un risultato da raggiungere vero e proprio.
Perché si usa “tenga” alla fine dell’espressione?
Si tratta del verbo “tenere” e questo verbo infatti può anche usarsi nel senso di “essere abbastanza valido”.
Se lo applichiamo alle scuse come nell’ultimo esempio, sappiamo che le scuse possono essere credibili, quindi valide, oppure non credibili, non validé.
Se una scusa è credibile, valida potremmo dire che “tiene“.
Altrimenti diremmo che “non tiene“.
A dire il vero, solitamente a questo scopo si usa il verbo “reggere“, che però è un sinonimo di “tenere“.Quindi quando un pensiero, idea, ecc., ha una certa consistenza e validità tali da resistere alle obiezioni, si dice che questo pensiero “regge”, quest’idea regge, cioè è valida. Il senso è di “resistere” (passatemi il verbo) alla tentazione di credere il contrario, credere cioè che non sia valida.Es:

Il tuo ragionamento non regge/tiene

Il che significa che non è credibile, perché magari è poco logico; non è quindi valido.Si può usare a questo scopo anche l’espressione informale “ci può stare” o “ci sta“. Ne abbiamo parlato in un bell’episodio dedicato alla particella “ci”.Comunque nell’espressione di oggi si usa solamente il verbo tenere e si usa al congiuntivo: “tenga“.Così si può dire:

Non c’è scusa che tenga

Che significa: non esiste nessuna scusa che sarà accettata, che sarà ritenuta valida.Non deve stupire l’uso del congiuntivo in questo caso. Si può usare allo stesso modo con verbi diversi.

Non esiste nessuna squadra che possa batterci.Non c’è alcuna possibilità che una gallina riesca a volare.Possibile che non c’è nessuno che sappia rispondere a questa domanda?

In questi casi il congiuntivo è la scelta giusta, sebbene spesso anche gli italiani preferiscono l’indicativo, e questo può accadere anche con l’espressione di oggi. Può capitare di incontrare:

Non c’è scusa che tiene: stasera dobbiamo vincere!

Qualcuno si starà chiedendo il motivo per cui si utilizzino i santi, come abbiamo visto all’inizio dell’episodio.Beh, sapete che i santi sono in grado di fare i miracoli, quindi “non c’è santo che tenga” dà molta enfasi alla frase, come a dire che neanche un miracolo riuscirebbe a cambiare le cose.La determinazione è al massimo livello!Vale la pena di citare anche una seconda versione di questa espressione, più breve:

Non ci sono santi!

Molto enfatica anche questa.Ci sono poi espressioni simili, che ugualmente esprimono determinazione nel voler raggiungere un obiettivo:

Com’è vero che mi chiamo…Caschi il mondoCosti quel che costi

Il senso è simile (anche se non si specifica ancora l’ostacolo potenziale) e spesso si possono tutte usare al posto dell’espressione di oggi.Es:

Costi quel che costi, devo imparare l’inglese entro l’annoCaschi il mondo, non mi farò convincere a licenziarmiCom’è vero che mi chiamo Giovanni, io non mi sposerò mai.

Queste varianti possono andar bene per esprimere anche meglio determinazione e convincimento, ma come ho detto non si parla di un ostacolo preciso da superare. Anche “non ci sono santi” ha questa caratteristica.Allora spero di essermi spiegato bene. Adesso mi sono reso conto di essermi dilungato un po’ con la spiegazione. La durata di questo episodio ne risentirà sicuramente.Comunque non fa niente. Caschi il mondo, dobbiamo fare lo stesso un ripasso delle lezioni precedenti. Non c’è durata che tenga!Ulrike: Stando aquanto sei indaffarata, non riuscirai mai a dare un apporto importante al gruppo.Irina: Ma no dai, smetti di tallonarmi! È solamente una questione di organizzarmi meglio, cioè di ritagliarmi il tempo necessario per riuscirci. Checché se ne dica sul mio conto, ci metterò del mio e hai visto maiche ce la farò.Mariana e Dorothea: non restare sul vago! Scendiamo nei dettagli. Quali sono gli obiettivi che ti sei prefissa per cimentarti al meglio con la lingua?Irina: Beh, per prima cosa mi metterò dei paletti cioè adopererò le sette regole d’oro come si deve. Facendo così, ovvierò allo spreco di tempo in cui ci si imbatte focalizzandosi su cose meno proficue. Per seconda cosa, seguirò indefessamente il sito Italiano Semplicemente ivi inclusa la videochat che offre il programma settimanale dell’associazione italiano semplicemente.Anthony: Ah certo! un approccio basato su queste regole ti darà parecchio manforte. Nulla quaestio!Hartmut: e sapete cos’altro dico io a voi scettici dell’ascolto? Se seguite il sito, comincerete ad ingranare con l’italiano e diventerete pure voi dei veri e propri pasdaran del metodo basato delle sette regole d’oro.

551 Per il resto

Per il resto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: come va l’amore?
Vi hanno mai fatto una domanda del genere?
A prescindere dalla vostra risposta, la domanda successiva potrebbe essere:

Per il resto?

Cosa rispondere a questo punto?
Bisognerebbe capire cosa significa esattamente “per il resto“.
In realtà il senso è semplice, perché la domanda è volta a conoscere come vanno le cose, a parte l’amore, che è stato l’oggetto della domanda precedente.
Questo è come chiedere:

Riguardo al resto?
Come vanno le altre cose?
Cosa mi dici delle altre questioni?
Amore a parte, come vanno le cose?

Ho voluto dedicare un episodio a questa locuzione per distinguerla da una piuttosto simile di cui ci siamo già occupati: “del resto“.
“Per il resto” si può usare in molte circostanze diverse, non solo per fare domande, come abbiamo visto. Si usa sempre per indicare tutti gli altri aspetti, tutte le questioni a parte ciò di cui si è appena finito di parlare.
Il termine “resto“, d’altronde, ha un senso preciso: ciò che rimane, è la parte residua di un tutto.
Il resto è quanto manca per un completamento, per raggiungere il totale.
Vediamo qualche esempio con la locuzione “per il resto“:

Non sono molto soddisfatto del primo piatto che ho mangiato stasera al ristorante. La pasta era un po’ salata. Per il resto, non ho lamentele da fare, era tutto buonissimo.
Il governo italiano ha ricevuto i complimenti dalla comunità europea riguardo alla riforma della giustizia. Per il resto, l’Italia ha ancora molto da lavorare.

Dunque “per” il resto, sta per riguardo al resto, per quanto riguarda le altre cose, riguardo le restanti questioni, per quanto concerne gli altri aspetti.
In questo modo si sta dicendo che tutte queste questioni sono meno importanti, tanto che sono state tutte raggruppate, mentre la questione principale è stata evidenziata, è stata trattata all’inizio perché ritenuta più importante.
Questo dunque è il modo di usare “per il resto“.
Bene, adesso che abbiamo trattato l’argomento del giorno, per il resto non ci resta che il ripasso. Del resto ve lo aspettavate, vero?
Carmen: sapete ragazzi che durante la giornata mi ronzano per la testa diverse idee per i ripassi.
Rauno: e ogni giorno c’è Giovanni a dire: “Ok ragazzi come rimaniamo con il ripasso di oggi?”

Dorothea: eh già! E io molte volte sono costretto a rispondergli picche perché di ripassi pronti ne sono solitamente sguarnita.

Komi: direi anch’io che la composizione di ripassi non dovrebbe rimanere appannaggio principalmente di Gianni. D’altronde, quelli che devono esercitarsi con l’italiano siamo noi.

Irina: raccolgo la provocazione. Da oggi in poi mi organizzerò a dare seguito alla sua chiamata giornaliera per un ripasso, sebbene il più delle volte questo risulti per essere niente di trascendentale (fine alternativa alla ciofeca megagalattica)

Pasdaran – POLITICA ITALIANA

“PASDARAN”

Il linguaggio della Politica Italiana 

Pasdaran

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Descrizione

Un termine che usano spesso nei programmi TV, quando si parla di politica, è “pasdaran”

PER STUDENTI NON MADRELINGUA

 

550 Un’acca

Un’acca (audio)

Trascrizione

Giovanni: il termine “niente“, o “nulla“, in italiano, può essere sostituito da molte altre parole o espressioni più o meno colorite.

Qualche esempio?

Assolutante niente, un bel niente, zero, zero assoluto, zero carbonella, un cavolo, un cacchio, un accidente, un fico secco.

Poi se andiamo sul volgare: una mazza, una minchia, una beata minchia, una cippa, una benemerita, ed altri ancora.

La scelta dipende dal contesto, più o meno informale, ma anche dall’argomento di cui si parla e dal verbo che si usa.

Quando si tratta di “capire“, ad esempio, e quando soprattutto non vogliamo essere volgari possiamo usare:

Non capire un’acca

Questa non è per niente un’espressione volgare, e potete usarla sempre senza problemi.

Significa ovviamente non capire nulla, non capire niente, non comprendere nulla.

La lettera h è una lettera particolare nella lingua italiana perché non è espressa attraverso un suono identificativo e infatti si dice che è muta e a volte si chiama “mutina“.

Per questo motivo l’espressione non capire un’acca ha il significato di non comprendere neanche una parola di quanto si è appena ascoltato o letto.

Es:

Ho letto le istruzioni del mio telefono ma non ci ho capito un’acca

Quando il professore di italiano parla, avendo un tono di voce molto basso, non si capisce un’acca.

Sono stato alla prima lezione all’università ma non ho capito un’acca.

Al cinema c’era un audio pessimo. Non si capiva un’acca.

Quando parla Giovanni va troppo veloce. Non capisco mai un’acca la prima volta.

In realtà l’espressione si usa anche per indicare una mancanza assoluta, in espressioni di giudizio o di constatazione. Quando quindi si sta giudicando qualcuno o qualcosa o si constata, cioè si verifica qualcosa e si fa un’osservazione, si dà una valutazione, un giudizio personale.

Quindi anche con altri verbi, tipo: contare, valere, sapere e conoscere, vedere, sentire e pochi altri:

Mario non conta un’acca all’interno della società. È solo un impiegato.

Non sento un’acca da quando ho compito 90 anni.

Al concerto eravamo 100 mila persone. Non si vedeva un’acca ovviamente.

Non conosco un’acca di informatica.

Ci sono due nuovi impiegati da oggi, ma da quanto ho capito parlandoci cinque minuti, non valgono un’acca.

Quanto vale questo quadro secondo te? Risposta: un’acca!

Non c’entra un’acca il sesso di una persona con la probabilità di diventare famosi

Non si usa normalmente con altri verbi, a meno che la frase non sia critica, una valutazione negativa, un giudizio.

Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di calcio. Lo so, non c’entra un’acca ma pazienza!

Khaled: che bello che negli stadi di calcio finalmente si rivedano i tifosi vero? Speriamo che questa pandemia sia sconfitta una volta per tutte.

Komi: bellissimo. I giocatori sono veramente felicissimi e hanno riscoperto la gioia di esultare dopo un gol. Niente a che spartire con gli spalti vuoti.

Anthony: ma l’Italia avrà la meglio dei suoi avversari?

Ulrike: ci vorrà anche un po di fortuna. Ma io non guferò contro gli azzurri comunque. Anzi!

Dorothea: io di calcio non ci capisco un’acca, ma tiferò comunque per gli azzurri. Punto su di loro sicuramente dopo aver visto le prime partite.

549 Sbucare

Sbucare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Tutti conoscete il buco vero?

Il buco è una piccola cavità variamente profonda, o piccola apertura per lo più tondeggiante, cioè soprattutto di forma rotonda. Si può fare un buco nel muro con un chiodo; c’è anche il buco della chiave; c’è il formaggio coi buchi, cioè l’emmental e poi ci sono i proverbi con il buco, come ad esempio:

Non tutte le ciambelle riescono col buco

Cioè non tutti i tentativi vanno a buon fine, non tutte le cose riescono perfettamente.

E la buca?

La buca, al femminile, si usa di solito per le cavità naturali, i buchi naturali, e stanno quasi sempre a terra. Ma se sono molto grandi si chiamano in altro modo: crateri o fosse ad esempio.

Il cane ad esempio fa una buca nel terreno per sotterrare l’osso per cioè nascondere l’osso sotto terra.

Ci sono le buche del gioco del golf, dove deve finire la pallina da golf.

Il termine buca ha in realtà moltissimi significati di cui vi parlerò anche in altri episodi.

In questo mi interessava parlarvi del verbo “sbucare“, molto usato nel linguaggio colloquiale.

Sbucare, letteralmente, significa uscire da una buca, uscir fuori, quindi ad esempio gli animali selvatici, tipo i serpenti quando escono da una buca nel terreno, che può essere la loro tana, il loro rifugio o un nascondiglio, cioè un luogo dove si nascondono; in questi casi si dice che sbucano fuori dalla loro tana.

Ho visto sbucare la testa di un gattino da quella buca.

Si usa spesso la preposizione “da” per indicare il luogo, la buca da cui si sbuca, cioè il luogo da cui si esce fuori.

Nel linguaggio comune però anche quando una persona appare all’improvviso in un luogo, si può usare il verbo sbucare:

E tu da dove sei sbucato?

E tu da dove sbuchi?

Che è come dire:

Ma tu dov’eri finora? Non ti avevo visto!

Si può anche dire:

Da dove sei uscito?

Da dove salti fuori?

Sono tutte espressioni che esprimono stupore, per aver visto una persona (o anche altro) che non si era notato prima. Come se fosse uscito da una buca nel terreno all’improvviso.

Da dove sbuca questa pistola? Da quando hai una pistola?

Ero ad una festa di compleanno di un mio amico e a un certo punto sbuca mia madre!

Da dove sbucano questi soldi? Come li hai guadagnati?

Si può anche fare un incidente perché una macchina “sbuca all’improvviso”

Ovviamente, quando una macchina o una persona sbuca, specie se si aggiunge “all’improvviso” c’è l’idea della sorpresa. È sempre così col verbo sbucare.

E adesso ripassiamo. L’argomento del ripasso di oggi è “i lati positivi del pianto”. Piangere pare giovi alla salute.

Vi risulta ragazzi?

Albéric: piangere, in effetti, da ciò che risulta da alcune ricerche, ha molti benefici ad esempio ha un’azione calmante. Questo è solo il primo rovescio della medaglia! Ve ne sono altri?

Mariana: senz’altro! Infatti si ottiene anche facilmente supporto dagli altri.

Dorothea: oltretutto aiuta ad alleviare il dolore.

Rauno: Migliora l’umore. Soprattutto se qualcuno ti tende una mano per correre ai ripari.

Emma: Rilascia le tossine e allevia lo stress. Questo è un altro bel pretesto per farsi un piantarello come si deve.

Lia: aiuta anche a dormire, volendo aggiungere un altro vantaggio. Combatte i batteri, che, se vogliamo, non è male come lato positivo, no?

Komi: e infine migliora la visione. Lo vogliamo buttare via come vantaggio?

Sofie: e fu così che tutti i visitatori di Italiano Semplicemente iniziarono a piangere a dirotto

548 Apostrofare

Apostrofare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 548 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di apostrofi. Non esattamente però. Parliamo di apostrofare.

Questo è ciò si fa quando si mette un apostrofo, giusto?

L’altra (la altra) notte ho fatto un brutto sogno.

Un’altra (una altra) volta?

Sapete tutti la regola vero?

Bene, allora passiamo al secondo significato di apostrofare.

Quello che abbiamo appena visto è quello che tutti gli stranieri conoscono: mettere un apostrofo.

L’apostrofo è una virgoletta sopraelevata (’) per indicare l’elisione di una vocale finale ( l’amore invece di lo amore) oppure ’71 al posto di 1971. Oppure da’ al posto di dai (verbo dare) oppure po’ per poco eccetera.

Ma apostrofare si usa anche per dire le parolacce o insultare una persona.

Significa, per l’esattezza, rivolgersi a qualcuno con un tono di rimprovero. Non è necessario dirsi parolacce, ma generalmente è proprio così.

Basta però rivolgere accuse ad alta voce e all’occorrenza insultarsi.

Guarda quei due, si stanno apostrofando a vicenda.

Non è neanche necessario ascoltarli, basta notare uno stato di agitazione e vedere che stanno in contrasto l’un l’altro, in un discorso animato.

Quindi se vedete due persone agitate che stanno discutendo, potete dire che:

Stanno discutendo animatamente

Stanno litigando

Si stanno accusando

Si stanno apostrofando

Attenzione però: l’apostrofo non è anche un sinonimo di insulto o accusa, ma solo un’innocente virgoletta sopraelevata (‘).

Comunque un’altra cosa da dire è che quando si usa apostrofare al posto di insultare e accusare, spesso si specificano le parole usate oppure si aggiunge qualcosa in più.

Es:

Quante volte i giovani italiani disoccupati sono stati apostrofati chiamandoli bamboccioni? Tante, troppe volte.

I poliziotti hanno cercato di calmare i manifestanti, ma sono stati apostrofati in malo modo.

I rappresentanti del governo sono stati apostrofati su Twitter: corrotti, bugiardi, eccetera eccetera.

Mariana: una volta in Italia mi hanno apostrofata perché non avrei dato la precedenza con la macchina! Ma io non avevo torto perché venivo da destra! Mi ha urlato “ah stronza! Ma dove hai preso la patente?”

Marguerite: che classe! Dev’essere stato qualcuno che se le cercava, sembrava quasi avesse voglia di litigare. Può capitare.

Hartmut: meglio stare alla larga da certa gente e munirsi di pazienza quando capitano questi episodi.

M4: io non le capisco certe persone. Sono decisamente agli antipodi. Amo la pace e l’amicizia. Poi, non guido più da illo tempore. Adesso ho l’autista

Lia: sei diventato qualcuno? beato te!

547 Come si suol dire

Come si suol dire (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 547 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. A Roma è scoppiata letteralmente e improvvisamente l’estate.

Come si suol dire, non ci sono più le mezze stagioni.

Questo è una frase che si sente molto spesso in Italia quando arriva il caldo all’improvviso oppure il freddo.

Le cosiddette “mezze stagioni” infatti sarebbero il passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e viceversa e si usa quando questo passaggio non è graduale, con temperature intermedie che quindi si abbassano o si alzano veloceente, da un giorno all’altro.

Comunque l’episodio di oggi non è dedicato alle mezze stagioni, bensì alla locuzione “come si suol dire” che ho usato all’inizio.

Come si suol dire ha il significato di “così come è abitudine dire“, “così come si dice normalmente in questi casi“.

Nell’espressione è presente uno strano verbo: solere, che si utilizza in pochissime occasioni.

In genere si usa in questa locuzione oppure in frasi come “si suole fare” e “suole accadere“, “soleva andare” e poche altre.

Il verbo solere – attenti alla pronuncia – significa appunto “avere l’abitudine di“. Un verbo usato spesso dai grandi poeti italiani e appartiene quindi al linguaggio letterario.

In teoria quindi se io anziché dire:

Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.

Potrei dire:

Tutte le domeniche soglio andare allo stadio a vedere la partita.

Ma a nessun italiano verrebbe in mente di dire una frase del genere, tanto meno riuscirebbe facilmente a comprenderne il significato se un’altra persona la pronunciasse.

Normalmente si usa invece dire, con lo stesso significato di solere: “essere solito“:

Tutte le domeniche sono solito andare allo stadio a vedere la partita.

che è come dire:

Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.

Tutte le domeniche normalmente vado allo stadio a vedere la partita.

Questo è tipicamente legato al concetto di abitudine, a ciò che si fa abitualmente.

Tornando alla locuzione “come si suol dire“, questo è il modo più frequente di usare il verbo solere, come ho fatto io all’inizio. Fa parte del linguaggio colloquiale, quindi usatela normalmente senza aver paura di essere scambiati per un poeta o una poetessa.

Vediamo qualche esempio, anche col verbo solere in generale.

Io e Alex siamo molto amici. Stiamo spesso insieme. Come si suol dire, siamo pappa e ciccia

Essere pappa e ciccia è ovviamente un’espressione idiomatica italiana (significa essere molto amici, essere sempre insieme) e l’espressione “come si suol dire” si può usare sempre quando si sta per pronunciare una espressione idiomatica.

Non solo le espressioni idiomatiche però. L’espressione può precedere un qualsiasi termine o verbo o locuzione che, in quella specifica occasione, è abitudine utilizzare nella lingua italiana.

In qualche modo, la locuzione “come si suol dire” ha la funzione di preparare l’ascoltatore o il lettore alla frase successiva. Questo potrebbe aiutare il lettore o l’ascoltatore a mettere maggiore attenzione a quanto sta per seguire.

Se poi la cosa che si sta per dire è anche discutibile, o “forte”, o esagerata, vi ricordo che, come abbiamo visto in un episodio passato, potrei usare l’espressione “passatemi il termine” al posto di “come si suol dire“, in sostituzione.

Es:

Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, come si suol dire, mi puzza di tradimento!

Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, passami il termine, mi puzza di tradimento!

Quindi la parola tradimento potrebbe essere malaccetto, (è il contrario di benaccetto), sgradito. Quindi, anche se “mi puzza di tradimento” è usata in questi casi, e per questo motivo io potrei usare la frase “come si suol dire”, forse meglio usare “passami il termine” affinché sia maggiormente accettata dal nostro interlocutore.

Questo, come si suol dire, “è quanto“, adesso occupiamoci del ripasso, che, come siamo soliti fare, inseriamo alla fine di ogni episodio.

Parliamo di alimentazione e sport cercando di usare qualche espressione che abbiamo già spiegato:

Marguerite: a proposito: io sono solita fare yoga una volta a settimana, tempo e imprevisti permettendo ovviamente.

Ulrike: yoga? Io non l’ho mai praticato. Faccio una corsetta ogni tanto, sempre meglio che niente.

Sofie: giusto. Più in generale si potrebbe dire che quale che sia l’attività motoria scelta, l’importante è muoversi un po’.

Anthony: infatti. Così possiamo permetterci anche uno sfizio ogni tanto, tipo un piatto di spaghetti o un tiramisù!

Dorothea: vacci piano coi tiramisù però!

Hartmut: io non sono ancora all’ultima spiaggia quindi posso ancora permettermi qualche sgarro.

Irina: ci vuole buon senso comunque con l’alimentazione, senza necessità di esagerare.

Komi: buon senso? Cioè, vuoi dire immagino che dovrei mangiare un piatto risicato di pasta alla puttanesca? Basterebbe mettere dei paletti alle esagerazioni, cercando di mantenere uno stile di vita sano. Ciò non toglie che ogni tanto si possa mangiare qualcosa in più.

Irina: moderazione, equilibrio, stile di vita… Uff! Ed io che stavo lì lì per farmi mezzo kilo di penne all’arrabbiata!! Mi avete fatto passare la fame, altro che storie!

38 – A carico – ITALIANO COMMERCIALE

 “A CARICO”

indice degli episodi

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Descrizione

Quando si parla di pagamenti, a volte si deve indicare una spesa dicendo anche chi deve fare questa spesa. Spesso poi c’è il dubbio su chi debba effettuare questa spesa o questo pagamento. Vediamo come usare la locuzione ” a carico” e anche alcuni verbi utili, come spettare, competere, toccare, sopportare e accollarsi.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA

 

546 Meglio di o meglio che? – CONFRONTI

Meglio di o meglio che? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
In questo episodio voglio parlarvi di “meglio“, avverbio e aggettivo.

Spesso infatti i non madrelingua, anche di livello avanzato, fanno un errore abbastanza evidente. L’errore viene dal fatto che non è chiaro quando “meglio” si usi insieme alla preposizione “di”, oppure alla congiunzione “che” oppure quando non ci vuole proprio nulla.

Più in generale “meglio” e “peggio” possono essere associati a qualsiasi preposizione e congiunzione ma spesso la preposizione “di” viene usata male dai non madrelingua.

In questo episodio cercherò di far luce su questo aspetto, sperando di non essere noioso.

Vediamo alcuni esempi:

Secondo te è meglio fare il vaccino Pfizer o Moderna?

Secondo me è meglio Pfizer che Moderna.

Questi due vaccini sono meglio che Astrazeneca?

Astrazeneca è sempre meglio che niente!

In tutti i casi stiamo facendo un confronto, un paragone, utilizzando “meglio“.

Beh, in fondo “meglio” serve a questo no? Serve ad esprimere una preferenza, quindi un paragone va sempre fatto.

Il problema c’è soprattutto quando facciamo un confronto e paragoniamo due cose, che possono essere due persone, due oggetti, due caratteristiche, due aspetti, eccetera.

In questi casi è importante notare l’ordine delle due cose che si confrontano.

C’è il primo termine di paragone e il secondo termine di paragone.

Col primo termine non si usa mai nulla. Questa è la prima cosa da sapere.

Ma prima del secondo termine cosa usare? “Di” oppure “che” ?

Ascoltate il seguente esempio e ditemi se vi sembra giusto:

Meglio di fare un po’ ogni giorno di fare tutto in un giorno!

La prima parte “meglio di fare” non va bene.

Meglio fare” è corretto perché è il primo termine di paragone. Non si deve usare né “di”, né “che”. Questo riguarda il primo termine di paragone.

Il secondo termine di paragone è “fare tutto in un giorno”.

È corretto usare “di” ? In genere No.

E’ infatti da preferire “che” se non parliamo di persone, col secondo termine di paragone. A volte si usa anche “di” ma generalmente si usa “che“, più corretto.

Negli esempi iniziali infatti posso anche usare “di” e questo è normalissimo e non ci sono problemi. Forse nel linguaggio comune è persino più normale usare la preposizione “di”:

Secondo me è meglio Pfizer di Moderna.

Questi due vaccini sono meglio di Astrazeneca?

Posso usare “di” senza problemi. Questo vale anche quando nel secondo termine di paragone c’è un verbo all’infinito. Si deve usare “che“, sebbene anche gli italiani a volte usino “di”.

Meglio bere che mangiare.

È meglio una settimana di vacanza che un solo giorno.

Meglio ridere che piangere

Meglio parlare d’amore che di lavoro

In questo caso ho usato “che” per fare il paragone. “di lavoro” sta invece per “parlare di lavoro”. “Parlare” lo ometto per non fare la ripetizione; è questa la funzione di questa preposizione semplice è diversa in questo caso. Non serve a fare il paragone. Ecco un buon motivo per usare “che”. Altrimenti dovremmo scrivere due volte “di”.

Spesso si usa anche “piuttosto che” per evidenziare il secondo termine di paragone:

Meglio divertirsi piuttosto che lavorare

Questo però vale per i verbi all’infinito.

Altrimenti meglio usare “di”:

Meglio dello sport, niente aiuta a rilassarsi.

Niente è meglio del caffè per svegliarsi.

Se confrontiamo direttamente le persone invece, col primo termine non si usa nulla, mentre col secondo si deve usare “di“:

Io sono meglio di te a giocare a tennis

Tu sei meglio di chiunque altro per me.

Meglio di noi non c’è nessuno al mondo.

Meglio lui di te.

Noi siamo meglio di voi

Naturalmente in questi casi stiamo confrontando le persone.

Se dico:

Questo vestito sta meglio a te (piuttosto) che a me

Ho usato “che“, ma in questo caso parlo del vestito, è un giudizio sul vestito.

Un’altra difficoltà c’è quando usiamo il verbo “preferire“. In questo caso non usiamo “meglio”.

La sostanza cambia un po’.

Col primo termine di paragone non si usa né “di”, né “che”, come prima – niente di nuovo – mentre col secondo termine di paragone si usa “a” oppure a volte “che“:

Meglio bere che mangiare

Se uso preferire:

Preferisco bere che mangiare

Preferisci Giovanni a Mario come professore.

Preferisco la campagna alla città

Stasera preferisco il cinema al teatro

Stasera preferisco andare al cinema (piuttosto) che al teatro

Adesso è meglio fare (senza “di“) un bel ripasso piuttosto che continuare a fare esempi:

Ulrike: Quali che siano le difficoltà nel ripassare le espressioni precedenti, alla luce del crescendo degli episodi, mi vedo proprio costretta a rispolverarle ogni tanto, altrimenti tutti i gioiellini della rubrica scompaiono dalla mia mente. Allora o così o pomì.

meglio di o meglio che? CONFRONTI LINGUA ITALIANA

545 Quale che sia

Quale che sia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Sapete che al posto dell’aggettivo “qualunque” potete usare anche “quale che sia“?

Per capire quando possiamo farlo, notate che “qualunque” si usa in tre modi diversi.

Può significare “ogni“. Ad esempio:

Devo riuscire a superare l’esame a qualunque costo

In questi casi potrei anche dire:

Quale che sia il costo, devo superare l’esame.

Inoltre qualunque può avere un significato limitante:

Per favore, posso avere un libro qualunque della libreria?

Questo accade ogni volta che è preceduto da un nome.

Limitante perché un libro qualunque non è un libro di qualità. Lo stesso accade se io volessi sposarmi con una donna qualunque.

Anche in questo caso potrei usare “quale che sia”:

Vorrei un libro. Quale che sia, a me va bene lo stesso.

Quale che sia, in generale, è più elegante rispetto a qualunque, e inoltre.

Quale che sia trova il suo utilizzo ottimale quando devo esprimere un parere, un’opinione. Es:

Quale che sia la tua scelta, sono pronto ad accettarla.

Quale che sia il motivo che ti ha spinto a lasciarmi, non credo di meritarlo.

Quale che sia il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, per me non cambierà niente.

Poi c’è una particolarità non indifferente. Infatti “quale che sia” , può diventare “quale che fosse” che equivale a “qualunque fosse“.

Quale che fosse” si dovrebbe usare per questioni passate, anche se molto spesso si usa esattamente come “quale che sia”.

Es: non mi interessa se lo scorso anno eri un milionario. A me interessa se sei ricco oggi.

Cioè, in altre parole:

Quale che fosse la tua ricchezza lo scorso anno, a me non interessa.

Quale che fosse il tuo livello di italiano prima di far parte della nostra associazione, sicuramente oggi sarà più alto.

Naturalmente esiste anche la forma plurale.

Quali che siano (qualunque siano) le tue condizioni fisiche, devi giocare assolutamente questa partita!

Quali che fossero (qualunque fossero) le tue condizioni fisiche, dovevi giocare assolutamente quella partita!

Dobbiamo assolutamente superare la crisi economica, quali che siano le difficoltà che incontreremo.

Si usa di frequente anche al futuro: quale che sarà, quali che saranno.

Quale che sia la forma e il tempo, vi consiglio comunque di cercare di utilizzare questa modalità, perché come detto è elegante, e, essendo molto adatta soprattutto quando si esprime un’opinione denota una maggiore convinzione in ciò che si sta dicendo, quindi quando volete sembrare più determinati, più convinti, usate pure “quale che sia”.

Un’ultima annotazione. Pensate alla locuzione “a prescindere“, molto simile nell’utilizzo, ma a prescindere è spesso più sintetica.

Ce ne siamo già occupati. Andate a dare un’occhiata, se volete, all’episodio. Vediamo solo un esempio:

Moglie: Caro, mi ami di più quando sono bionda o mora?

Marito: io ti amo a prescindere cara!

Vale a dire: quale che sia il colore dei tuoi capelli, io ti amo!

Bene. A questo punto facciamo un bel ripasso. Quali che siano i membri che ascolteremo, sono sicuro che sarà un ripasso coi fiocchi.

Dorothea: Adesso vi racconto una cosa che mi accade di frequente: inaspettatamente, gli occhiali da vista mi spariscono. Ogni volta che ciò accade ci rimango male: per quanto mi riguarda, difficile cercare gli occhiali senza averceli sul naso! Allora, ogni due per tre chiamo mio marito affinché mi dia manforte. È sempre disposto ad aiutarmi previa una piccola ramanzina in merito.

Anthony: Ancora tempo sprecato a cercare! Fai tutto a vanvera, sei troppo spensierata, è colpa tua, peggio per te! Non ti reggo più!

Irina: Si arrabbia e allora non ne ha per nessuno: la figlia, il cane, l’uccello canterino in gabbia.

Marguerite: Dopo lo sfogo chiedo:
Ora come la mettiamo con gli occhiali?

Anthony: visto che non sei uscita di casa, gli occhiali sono giocoforza dentro, non ci piove. Allora, facciamo mente locale…

Marguerite: In quattro e quattr’otto scopro l’oggetto della ricerca nascosto tra i miei capelli!

Emma: tuo marito in fondo è una brava persona, quindi ne avete ben donde di esservi affezionati. Avercene di mariti come lui!!!

544 Prendere in contropiede

Prendere in contropiede (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Anche il mondo del calcio contribuisce ad arricchire la lingua italiana. Lo abbiamo già visto con l’espressione salvarsi in calcio d’angolo.

La stessa cosa vale per “Prendere in contropiede”.

Sapete cos’è il contropiede?

Il contropiede, intendo nel gioco del calcio ma anche in altri sport con la palla, è un’azione rapida e improvvisa effettuata mentre la squadra avversaria è proiettata in avanti.

La squadra avversaria sta attaccando e i suoi giocatori sono un po’ troppo spostati verso la porta avversaria, quindi se perdono la palla, la nostra squadra può approfittare di questa situazione facendo un rapido contropiede.

In pratica si cerca di cogliere di sorpresa la squadra avversaria, e per fare questo è importante essere molto veloci.

Molte squadre di calcio hanno un sistema di gioco basato prevalentemente su tale tipo di azione.

Si usa anche nel tennis, e si parla di un colpo con cui si mette la pallina nella direzione dalla quale l’avversario si sta allontanando. Indubbiamente una cosa inaspettata per l’avversario.

Si può dire quindi:

Dobbiamo prendere in contropiede gli avversari non appena ne abbiamo la possibilità

Stiamo attenti a non farci prendere in contropiede

Abbiamo preso troppi gol in contropiede

L’espressione si può facilmente usare anche nella vita di tutti i giorni.

Infatti si capisce bene che prendere di sorpresa è un’espressione abbastanza simile, così come anche prendere o cogliere alla sprovvista, di cui ci siamo già occupati.

Se siamo noi ad essere presi in contropiede, non è qualcosa di piacevole, perché è accaduto qualcosa che non ci aspettavamo, che ci coglie impreparati. Si può dire anche così in effetti.

Siamo stati colti impreparati

Il verbo cogliere dà l’idea della cosa improvvisa. Ricordate l’espressione cogliere l’occasione al volo?

C’è l’idea che non si è pronti a reagire, perché è successo qualcosa di inaspettato, cioè che non ci aspettavamo.

Vediamo qualche esempio:

La decisione del professore di fare un compito in classe a sorpresa ha preso in contropiede tutti gli studenti.

Quindi gli studenti non se lo aspettavano e probabilmente questo compito non andrà molto bene in termini di risultati.

Sono andato dalla mia fidanzata per chiederle di sposarla. Lei mi ha detto di essere già sposata con un altro. Questa notizia mi ha preso in contropiede e non ho saputo come replicare.

Un’attrice famosa, sul suo account Instagram, ha dichiarato di ritirarsi dalla carriera, prendendo tutti in contropiede: i fan, i suoi sponsor, e persino i suoi familiari.

Adesso ripassiamo:

Marguerite: così, di punto in bianco un ripasso? Ci sentiamo presi alla sprovvista , ma proviamoci lo stesso. Pur di ripassare va bene tutto!

Dorothea: improvvisare è la cosa più difficile. Ma non bisogna sentirsi all’altezza per farlo.

Wilde: Se poi fioccano gli errori, pazienza!
Hartmut: Se è vero, come è vero, che gli errori aiutano, tanto vale provare!
Anthony: Sono tanto preoccupato quanto te, ma altrettanto fiducioso che questo produrrà dei risultati. Anzi, ne ha già prodotti, stando a quanto vedo!

543 Sparire o scomparire?

Sparire o scomparire (audio)

Sparire o scomparire?
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Trascrizione

Giovanni: qual è la differenza tra sparire e scomparire?

Un membro dell’associazione, Xiaoheng, che approfitto per salutare, mi ha posto questa domanda. Ascoltiamo Xiaoheng:

Xiaoheng: Ascoltando l’episodio dedicato al termine sparuto, hai usato i verbi sparire e scomparire, ma nonostante la mia ricerca sui dizionari non sono riuscita a capire la differenza tra questi due verbi. Poi la parte finale -parire mi crea problemi perché mi viene da dire “sono sparsi” e non “sono spariti” facendo confusione col verbo spargere. Infine, come se non bastasse, scomparso (participio passato) può diventare scomparsa, che è anche sostantivo.

Che mal di testa!

Giovanni: Allora vediamo un po’.

In realtà nessuno l’ha mai spiegato neanche a me, e a dire il vero non c’è una differenza significativa, ma in qualche caso, se proprio vogliamo andare a distinguere, quando si usa il verbo scomparire, si tratta spesso di persone.

Forse ci sono anche emozioni forti legate a questo verbo. Paura, ad esempio, per una persona scomparsa, che non vediamo più e siamo preoccupati. Preoccupazione e paura sono più spesso associati alla scomparsa.

Sicuramente sparire si usa maggiormente nel linguaggio colloquiale, mentre scomparire è più legato alla preoccupazione.

Scomparire e sparire significano entrambi non farsi più trovare, nascondersi, rendersi irreperibile, sottrarsi alla vista andando via o semplicemente qualcuno o qualcosa non si vede più e non si sa che fine abbia fatto e spesso siamo preoccupati per questa scomparsa o sparizione. In questo caso come detto mi sembra si preferisca scomparire.

Ho appena usato il sostantivo “scomparsa“:

Sono forti le preoccupazioni per la scomparsa (sparizione è meno adatto) di un anziano signore che si è allontanato da casa e da allora non si è più trovato.

Usata come verbo invece:

È scomparsa la mia automobile parcheggiata in garage.

La donna scomparsa si chiama Daniela

La scomparsa, come sostantivo, sta quindi alla sparizione come scomparire sta a sparire. Anche sparizione è sostantivo.

La sparizione dei vasi etruschi dal museo è un vero mistero.

Scomparire è comunque molto simile anche a dileguarsi.

Dileguarsi: in questo verbo la volontà e la velocità, sono le uniche cosa che contano. Quindi dileguarsi significa non esattamente sparire o scomparire, ma andare via, allontanarsi, lasciare un luogo, scappare da una situazione rischiosa, spesso per furbizia o per sfuggire da impegni e responsabilità.

Mi verrebbe da pensare che “scomparire” ha anche qualcosa di misterioso in più.

Riguardo agli oggetti, non si può dire in generale che sia sbagliato usare scomparire, assolutamente no, ma più spesso un oggetto sparisce. Forse perché la cosa non rappresenta spesso una forte, vera preoccupazione.

Sono spariti i miei occhiali. Che fine hanno fatto?

Non c’è una seria preoccupazione in questo caso. Ma nessuno mi impedisce di usare scomparire. Insomma quasi quasi il mal di testa viene anche a me!

Forse quando qualcosa sparisce questa cosa è introvabile, oppure è stata persa, oppure è colpa di qualcuno.

Si usa infatti spesso “far sparire” qualcosa, tipo:

Prima del processo qualcuno ha fatto sparire tutti i documenti più importanti

Sicuramente in questo caso è più usato sparire che scomparire.

Si usa anche “sparire o scomparire dalla circolazione“, senza preferenze. Espressione che si usa sia con le persone quando non si fanno più vedere in giro, sia con gli oggetti, quando sono fuori commercio.

Un’altra cosa certa è che sparire si usa molto più di frequente come esclamazione:

Sparisci!

Sparite!

Esclamazione che si usa per invitare una o più persone ad andarsene, perché sono fastidiose e negative.

Sicuramente in questo caso si usa più spesso sparire.

Potrei comunque dire:

Scompari dalla mia vista!

Un po’ più teatrale!

Riassumendo, se volete sempre usare scomparire o sparire, fate pure, non c’è una differenza marcata.

Ho voluto condividere qualche riflessione con voi, che può magari esservi utile, anche solo come esercizio di ascolto e riflessione in lingua italiana.

Saluto xiaoheng sperando che il mal di testa non sia aumentato!

Per quanto mi riguarda so come fare: meglio non iniziare a studiare il cinese!

Adesso ripassiamo.

Irina: ciao bella, ho sentito che siete tornati alla carica ieri sera al campo di calcetto. Vorrei sapere se, come l’ultima volta, la tua squadra si è salvata in calcio d’angolo col gol di Giovanni contro il portierone oppure avete vinto a mani basse?

Ulrike: all’inizio era una partita di una difficoltà che non ti dico. Hanno fatto venire a galla buona parte dei nostri punti deboli. Ci hanno pure colti alla sprovvista un paio di volte segnando due gol facili.

Sofie: a quel punto il nostro portiere sembrava un’anima in pena e quindi ci siamo visti costretti a sostituirlo con Anto’. Ce l’hai presente? È quel tipo strano che fa il medico ma parla come uno spazzino dell’Ama, mezzo ubriaco.

Komi: eh sì, ogni due per tre se ne esce con qualche strafalcione dialettale incomprensibile a metà del gruppo e le parolacce le spara a manetta. Torniamo a bomba però.

Rauno: proprio lui! A parte le sue uscite, ha fatto svoltare la partita. Dal punto in cui è entrato in porta le cose sono volte decisamente al meglio.

Anthony: Eh già! Siamo riusciti addirittura a sfoderare tre gol di fila, tutti con i fiocchi, compreso quello di quel maldestro di Giovanni che è stato il gol decisivo.

Emma: eh si ragazzi. Con questa formazione penso che siamo proprio a cavallo.

542 Passatemi il termine

Passatemi il termine (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Alexa, che significa “passare”?

Alexa: Passare significa transitare, specialmente senza fermarsi.

Giovanni: a parte questo significato del verbo passare oggi vorrei vedere con voi una locuzione che si usa generalmente quando si fa una riunione di lavoro, mentre sicuramente è un po’ meno adatta per un incontro tra amici.

L’espressione è “passatemi il termine“.

Quando si vuole esprimere il proprio pensiero, quando si sta facendo una esposizione orale durante un incontro di gruppo, spesso ci accorgiamo di star per utilizzare un termine, una parola, o un’espressione, che potrebbe sembrare poco adatta, a volte un po’ troppo forte, esagerata, e che qualcuno potrebbe contestare.

In quel momento però non ne troviamo uno migliore. Oppure vogliamo appositamente usare un termine “forte” per dare un segnale. In questo casi, consapevoli di questo, prima di pronunciare questo termine o questa espressione, si dice:

Passatemi il termine,

oppure:

Consentitemi il termine

Permettetemi di usare questa parola,

Lasciatemi usare questo termine

Vediamo qualche esempio:

Io credo che cucinare la pasta facendola bollire 30 minuti sia, passatemi il termine, criminale!

Questo non è certamente un episodio di “criminalità”, che è ben altra cosa, ma da una parte voglio porre l’attenzione sull’importanza della cottura e più in generale della cultura culinaria italiana. Dall’altra mi vedo costretto a riconoscere che questo termine è stato usato non perché appropriato, ma solo per enfatizzare un aspetto che noi italiani riteniamo importante.

Usare il verbo “passare” è il meno formale che si possa utilizzare, ma che dà maggiormente l’idea di chiedere un permesso, una sorta di autorizzazione all’utilizzo del termine che si sta per utilizzare.

Più formalmente potrei dire:

Mi sia passata l’espressione

Mi si passi il termine

Mi sia consentita l’espressione

Mi sia consentito il termine

Mi si permetta il termine

Mi si permetta di usare l’espressione…

Così facendo non ci si rivolge direttamente ai nostri interlocutori (consentitemi, passatemi, permettetemi) ma si usa una forma impersonale, che appare più cordiale, e quindi più rispettosa e formale.

Naturalmente, almeno in teoria, potrei usare questa espressione anche parlando con una sola persona:

Passami il termine

Consentimi l’espressione

Permettimi di usare questo verbo..

eccetera

Questo si può fare senza problemi, sebbene dando del tu alla persona, magari con famigliari o amici o colleghi, sia abbastanza inconsueto.

Dando del lei è sicuramente più adatto:

Mi consenta di usare il termine

Mi passi l’espressione..

Mi permetta di usare il verbo …

Se tutto è chiaro sentiamo cos’hanno da dire alcuni membri dell’associazione per ripassare le espressioni già spiegate:

Komi: buonasera a tutti. Eccoci ancora una volta alle prese con delle frasi di ripasso. E’ importante dire che queste frasi non sono un mero esercizio mnemonico, ma, vivaddio , un modo per allietare l’apprendimento della lingua italiana.
Mariana: aggiungo anche che chi si trovi ad iniziare ad ascoltare e leggere a partire da questo episodio, senza bisogno di studiare la caterva di espressioni precedenti, può limitarsi a vedere solo quelle usate via via nei ripassi.
Emma: Non fosse altro perché potrebbe essere un po’ frustrante iniziare daccapo.
Ulrike: Infine, coloro che hanno dubbi circa l’efficacia del metodo in questione, andate a fare una capatina alla pagina dedicata alle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

passatemi il termine