Vincere e perdere

Vincere e perdere

Quanti sono i sinonimi di vincere e perdere?

Sono parecchi, ognuno con la sua sfumatura di significato. Se avete venti minuti di tempo da dedicarmi li scoprirete tutti.

Un episodio che potete ascoltare più volte se volete. Alla fine faremo anche un esercizio di ripetizione.

Allora, puo cambiare l’intensità, il tono, il contesto, l’emozione.

Solitamente si parla di sport, ma non si vincono e perdono solamente le partite.

Esistono anche le competizioni, le gare, i conflitti, le dispute, gli scontri, i confronti, gli incontri, le battaglie, le guerre, i dibattiti, quindi potremmo parlare anche di politica, di confronti tra uomini, donne, militari, politici e via dicendo.

In moltissimi campi c’è chi vince e c’è chi perde, e vincere e perdere sono sempre i verbi più usati indubbiamente.

La particolarità di questi due verbi è che sono i più generici e quelli che hanno un contenuto emotivo meno intenso.

Per questo motivo ha più senso usarli quando vogliamo dare una semplice comunicazione, quando vogliamo informare. Per lo stesso motivo si usa meno indicando l’avversario e più indicando cosa è stato vinto o perso.

Non è vietato indicare l’avversario, ma conta di più l’informazione che l’emozione:

La Roma vince lo scudetto

Il partito X vince le elezioni.

Il tennista y perde la finale.

Il pugile z ha vinto gli ultimi 20 incontri.

Giovanni ultimamente perde con tutti gli avversari.

La nostra proposta alla fine ha vinto.

La partita è stata vinta con la strategia.

L’Italia ha vinto la coppa del mondo nel 2006

Quando invece voglio dire che la vittoria è avvenuta contro un avversario specifico, posso usare, è questo è ciò che avviene solitamente, il verbo battere.

Se si batte qualcuno si tratta di un avversario.

Si può battere anche un record però.

Non si vince il record, perché il record non è l’oggetto della vittoria, il premio in palio.

Il record si supera, quindi si fa meglio degli altri che ci hanno preceduto. In pratica battendo il record si battono tutti gli avversari.

Verbo molto utilizzato in tutti i campi, il verbo battere.

La Roma batte la Juventus, (normalmente è il contrario),

il ciclista ha battuto tutti i record del mondo,

il politico è stato battuto in un confronto televisivo.

In questi casi si parla sempre di vittoria e di sconfitta, ma si indica il vincitore e lo sconfitto, la squadra vincitrice e quella battuta, vinta, sconfitta.

Il vincitore batte il perdente, mentre il perdente è (o “viene”) battuto dal vincitore.

Passiamo ad abbattere, che sembra simile a battere ma non lo è molto in realtà.

Prima di tutto c’è più intensità, nel senso che, quando uso abbattere per indicare la vittoria contro un avversario, l’essere abbattuto è molto più umiliante che essere battuto.

Possiamo usarlo quando c’è una vittoria netta, schiacciante, indiscutibile, quando cioè il vincitore umilia l’avversario con la propria superiorità; quando chi vince mostra tutti i limiti dell’avversario, che in questo caso viene abbattuto dal vincitore.

Un verbo molto intenso, che si usa, fuori delle competizioni anche al posto di uccidere. Gli animali vengono abbattuti ad esempio.

Anche i bersagli possono essere abbattuti. Infatti abbattere significa anche provocare la caduta, far cadere, buttare giù, mandare a terra.

Nel pugilato significa far cadere l’avversario a terra, cioè, in gergo pugilistico, “metterlo al tappeto”.

Nei confronti di un avversario, quando l’umiliazione è molto pesante, possiamo usare anche i verbi distruggere, schiacciare, eclissare e asfaltare.

Notare che questi verbi utilizzano un’immagine figurata. La distruzione di un avversario usa l’immagine di un avversario fatto a pezzi, come un oggetto.

E schiacciare? Le noci si schiacciano; c’è l’immagine di una compressione, di una pressione.

Questo verbo si usa non solo per indicare una vittoria, ma una superiorità, una netta supremazia che normalmente si risolve in una vittoria.

Spesso si parla infatti di vittoria schiacciante, ciò netta, indiscutibile, inequivocabile. Nessuno può mettere in discussione una vittoria schiacciante.

Anche schiacciare, come potete immaginare, ha una forte componente emotiva.

Come anche asfaltare, verbo abbastanza recente, coniato in ambito politico nel senso figurato.

Deriva dall’asfalto, il materiale usato per ricoprire le strade percorse dalle automobili. Le strade quindi vengono asfaltate, e se lo usiamo con gli avversari, asfaltare un avversario è molto umiliante. Anche questa è una netta vittoria. Abbastanza offensivo usare asfaltare.

Anche eclissare è abbastanza forte. Si usa l’immagine di un pianeta o una stella che viene oscurata, completamente nascosta da un altro corpo celeste.

Possiamo usarlo per una singola sfida, e in questo caso significa superare di gran lunga. Ancora una volta è una vittoria schiacciante.

Più in generale possiamo usare eclissare nel senso di far passare l’avversario in secondo piano nell’attenzione o nella stima generale.

Potremmo dire che Dante Alighieri ha eclissato i poeti contemporanei.

Poi esiste anche il verbo stravincere, che indica sempre una netta vittoria.

C’è anche il verbo superare, che è abbastanza freddo, diciamo così, o forse dovrei dire “tecnico”.

Non c’è una intensità in questo caso. È simile a vincere, ma si usa nei confronti di un avversario. “Superare un avversario” significa battere l’avversario, vincere contro questo avversario.

Il verbo in questione in realtà non si usa solo in questo modo, in ambito di una competizione.

Anche un esame può essere superato. Si va avanti, si passa al prossimo esame, si lascia questo esame alle proprie spalle.

Anche gli ostacoli e i problemi si possono superare e il senso è lo stesso.

È la stessa cosa che avviene anche quando un corridore ne supera un altro, quando una macchina supera un’altra macchina. Questo in realtà è l’utilizzo principale del verbo superare. Ciò non toglie che possa essere usato anche al posto di battere, sconfiggere, vincere contro un avversario. In questo caso, come detto, non c’è però emozione.

È così anche per il successo e l’affermazione. Questi sono sostantivi e non verbi, ma possiamo ugualmente usarli se il nostro scopo non è umiliare, o sottolineare la superiorità di chi vince contro chi perde, ma semplicemente comunicare chi ha vinto e chi ha perso.

L’ultimo successo del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020 (ad esempio).

L’ultima affermazione del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020.

Esiste comunque anche il verbo affermarsi.

Il Barcellona si afferma contro il Real Madrid.

Il senso è sempre lo stesso: la vittoria del Barcellona contro il real Madrid.

Il Barcellona batte il real Madrid.

Possiamo però anche dire:

Il Tennista si è affermato tra i primi 3 del mondo.

È simile quindi anche a “portare sé stessi”, “farsi valere”, quindi non è necessariamente come vincere, ma anche conseguire un buon risultato.

Ci si può affermare anche come un buon medico.

È simile ad imporsi e anche emergere e avere la meglio e avere successo. Se mi affermo contro un avversario comunque vuol dire che l’ho battuto.

Se poi vogliamo dire che è stato un ampio successo, ma senza umiliare chi ha perso, possiamo dire che è stato un trionfo.

Un trionfo normalmente si ha quando si ha una superba affermazione. Ricordiamoci che non vogliamo umiliare chi perde, quindi non possiamo usare verbi troppo forti, come asfaltare, eclissare o abbattere.

Trionfare indica ugualmente una vittoria schiacciante, netta, ma è maggiormente legata all’onore e alla conquista di un premio finale, come una medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali. Il trionfo infatti ha a che fare con la folla che acclama i vincitori.

Comunque anche le vittorie non schiaccianti hanno dei modi particolari per essere indicati.

Una vittoria di misura è una vittoria ottenuta con il minimo scarto, come, nel calcio, si indicano le vittorie con un solo gol di differenza: 1-0, 2-1 eccetera.

Una vittoria risicata indica ugualmente una vittoria ottenuta col minimo vantaggio. Una vittoria sul filo di lana è invece una vittoria ottenuta all’ultimo momento, come quella in zona Cesarini, di cui abbiamo già parlato.

Notate come la vittoria non è come la vincita. C’è anche in questo caso una competizione, un gioco, ma si usa la vincita quando si indica il ricavato di questa competizione o anche di una scommessa. Specie se si parla di soldi.

Giovanni ha realizzato una grossa vincita.

Significa che Giovanni ha vinto del denaro. Molto denaro in questo caso.

Esiste però anche la rivincita.

Questa ha più a che fare con le competizioni. La rivincita è una seconda prova che può essere concessa all’avversario perdente o sconfitto, nel gioco e nello sport in generale.

Hai perso. Vuoi la rivincita?

Cioè: vuoi giocare ancora? Vuoi avere l’opportunità di provare a battermi dopo aver perso?

Una rivincita si può concedere:

Ho vinto ma ti concedo la rivincita.

Vale a dire: ti darò l’occasione per rifarti.

Una rivincita si può negare (il contrario di concedere) :

Non puoi negarmi la rivincita!

Si può prendere:

Voglio prendermi la rivincita, e stavolta ti sconfiggerò.

A proposito di sconfiggere. Di questo verbo ancora non abbiamo parlato. Un verbo molto adatto alle battaglie e alle guerre, in ambito militare quindi.

Sconfiggere equivale a battere e superare. Si usa molto nello sport:

È il terzo avversario sconfitto in un mese

Sconfiggeremo chiunque si opporrà alla nostra squadra.

Dobbiamo ancora riprenderci dall’ultima sconfitta subita

Venendo dal linguaggio militare è abbastanza forte come verbo.

Annientare è decisamente più forte però. Sempre molto adatto in ambito militare. Nello sport è nella politica si usa abbastanza spesso. Simile a asfaltare e abbattere. Annientare contiene “niente”, che è ciò che rimane dell’avversario sconfitto. Non rimane niente!

Molto simile a distruggere anche.

Come possiamo chiamare una sconfitta inaspettata?

Possiamo chiamarla défaillance.

Sarebbe una debolezza improvvisa, e non si usa solo nelle competizioni. Si tratta di una figuraccia ad ogni modo.

La nostra squadra ha vinto tutte le partite. Abbiamo avuto una sola défaillance per aver sottovalutato l’avversario.

Invece una grossa sconfitta è una batosta, o una débâcle, o anche una disfatta. Spesso si usa anche una sonora sconfitta. Altre volte anziché di vittoria si parla di una lezione impartita agli avversari.

Vorrei concludere con due verbi particolari: sbarazzarsi e liberarsi.

Si usano spesso con la preposizione di per indicare la cosa di cui si parla:

Mi sono sbarazzato del mio avversario.

La Juventus si sbarazza facilmente delle piccole squadre.

Sbarazzarsi è assolutamente analogo a liberarsi, che però è più tenue, più leggero come verbo. Sbarazzarsi è sicuramente più umiliante.

Sono verbi che, in senso proprio si usano con le cose che fanno fastidio, gli impedimenti, gli intralci, i problemi, le cose inutili.

Quando ci si libera o ci si sbarazza di un avversario, sicuramente si batte, si supera questo avversario, che adesso non dà più fastidio, non è più di intralcio.

In genere si usano frasi di questo tipo:

Il calciatore si libera facilmente degli avversari e fa gol.

La Juventus si sbarazza senza problemi delle squadre meno blasonate.

L’attaccante si sbarazza della stretta marcatura del difensore prima di segnare il gol della vittoria

Vedete che non si usano solo per indicare una vittoria. Sono due verbi sinili a superare, sebbene stavolta c’è una componente emotiva.

Concludiamo con il verbo conquistare, che si usa con i trofei, i titoli e i traguardi in generale.

Quindi conquistare lo scudetto è come vincere lo scudetto. Simile anche a ottenere e raggiungere.

Ottenere una qualificazione equivale a conquistare e raggiungere una qualificazione.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Khaled: Ho vinto la coppa del mondo.

Irina: Ho battuto tutti gli avversari

Bogusia: Il record è stato battuto

Anthony: Abbattere l’avversario.

Andrè: Abbiamo vinto nettamente

Hartmut: È stata una vittoria schiacciante

Irina: Siamo stati distrutti dall’avversario. Era troppo forte

Olga: Stavolta dobbiamo asfaltare i nostri avversari politici

Ulrike: Battendo il record abbiamo eclissato i campioni del passato

Rauno: Qual è il prossimo avversario da superare?

Lejla: Stiamo avendo un successo dopo l’altro.

Rafaela: Dobbiamo affernarci come miglior gruppo aziendale

Sofie: La Juventus si è imposta sul Real Madrid

Ulrike: Dopo il trionfo dei mondiali del 2006, l’Italia non ha più vinto.

Emma: Ci si aspettava una superba affermazione invece è arrivata una vittoria di misura

Bogusia: Abbiamo vinto sul filo di lana

Rauno: Dopo la vittoria risicata della scorsa settimana, adesso gli avversari vogliono la rivincita.

Olga: Mi aspetto una sonora sconfitta dal prossimo incontro!

Sofie: Ci distruggeranno, sono troppo più forti di noi.

Irina: L’ultima volta ci hanno annientato. Stavolta dobbiamo impartire una lezione agli avversari.

Lejla: Ci dobbiamo sbarazzare dei nostri avversari

Emma: Prima di tutto, bisogna superare gli avversari sul piano atletico.

Sofie: L’obiettivo è conquistare la coppa del mondo

473 Mero e mera

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Quando volete ridurre, cioè diminuire l’importanza o il significato di qualcosa, potete usare l’aggettivo “mero” e “mera” (al femminile). Lo spiego meglio: questi aggettivi si usano per circoscrivere i limiti di questa cosa. Normalmente a questo scopo si utilizzano “solo” o “solamente” che però hanno utilizzi più ampi: Ad esempio:
Il tuo gatto ci sta ascoltando?
Sì, ma è solamente un gatto, non capisce ciò che diciamo.
Oppure:
Mi devi dire altre cose o solamente questo?
Ecco, in questi casi non posso usare “mero” e “mera”. Non posso dire cioè ad esempio:
E’ un mero gatto
Devo dirti mero questo
Invece mero e mera si usano, nell’uso odierno al posto di “solamente” ma il suo significato è più vicino a “nient’altro che”, quando vogliamo escludere tutto il resto, soprattutto quando qualcuno potrebbe avere dei dubbi in merito.
Ecco i modi più utilizzati:
Un mero caso: “Ci siamo incontrati per mero caso”, cioè solamente per caso, per puro caso, cioè casualmente.
Una mera coincidenza: Si è trattato di una mera coincidenza, nient’altro che una coincidenza. Una pura coincidenza.
Una mera ipotesi: Facciamo un’ipotesi, ma è solo una mera ipotesi, nient’altro che questo. Non voglio creare discussioni.
Una mera curiosità: Per curiosità, state seguendo la lezione? Non vi sto giudicando, non mi fraintendete, la mia è una mera curiosità.
Una mera svista: Accidenti ho sbagliato indirizzo di posta elettronica e adesso Giovanni non crederà che si è trattato di una mera svista.
Potete usarlo sempre davanti ad un qualcosa per sminuire il significato:
Un poliziotto che esegue l’ordine del suo capo di arrestare una persona, di fronte ad una protesta da parte di questa persona, può dire:
Non prendertela con me, io sono un mero esecutore! Cioè io eseguo solamente un ordine, non sono io che ho deciso il tuo arresto. Io faccio solamente il mio dovere.
Se invece dovesi vincere un premio importante, potrei esprimere la mia soddisfazione in questo modo:
La mia soddisfazione per aver vinto il premio di miglior professore al mondo va al di là del mero premio economico.

Questo significa che non sono soddisfatto per aver vinto dei soldi, ma per quello che significa il premio.

Esiste anche l’avverbio “meramente” che posso usare in alternativa all’aggettivo:
“E’ una mera questione formale” diventa “è una questione meramente formale”. Che significa “è una pura formalità”, “è solamente un problema di forma”, non di altro tipo.
“E’ un problema meramente matematico” è come dire “E’ un mero problema matematico” e significa che non è altro che questo, un problema matematico, non pensare ad altre cose.
Avete notato che posso spesso tradurre “mero” con “puro“, nel senso di “non c’è altro“. Infatti il senso proprio del termine nasce con le sostanze “mere”, cioè “pure”, nel senso di non mescolate con altre sostanze. I romani lo usavano ad esempio per indicare il vino non mescolato con acqua. Oggi in questo modo in pratica non si usa più se non in alcuni casi, abbastanza tecnici, per circoscrivere, isolare qualcosa:
Questo prodotto costa 100 euro, ma 30 euro sono di trasporto. Il mero costo del prodotto è di 70 euro.
Per ultimo, mero non può usarsi da solo, senza specificare, come posso invece fare con solo, solamente e anche puro.
Non posso dire:
Questa cosa è mera.
Inoltre non può andare dopo il sostantivo ma solo prima:
E’ una mera abitudine quella di fare i ripassi alla fine degli episodi
Non posso dire che “è una abitudine mera”. Sempre prima del sostantivo dunque. Ci farete l’abitudine comunque a forza di ripassare questo episodio.
Adesso ripassiamo, appunto:

Anthony: Mi annovererei senza dubbio tra i membri del gruppo a cui piace scherzare, anche eccessivamente a volte. Ciò non toglie che posso subito tornare a Bomba per seguire il piano settimanale.

Mariana: Sai, mi chiedo spesso se tu hai contezza di quanto spesso deragli le conversazioni rispetto all’argomento del giorno!

Khaled: lo/la stai cazziando? Questa tua critica è un po’ fuori luogo. Non trovi?

Rauno: Io per scrupolo ci tengo a precisare che è anche possibile darci a volte ad alcune deviazioni perché da così emergono degli spunti da cui imparare ancora di più.

Ulrike: sono d’accordo. Con l’ampia partecipazione dei membri siamo proprio a cavallo e il problema delle deviazioni non si pone.

472 Beato te

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Che significano le espressioni “beato te“, “beati loro“, “beata lei” e “beato lui”? 

Beato te è una esclamazione che significa “quanto sei fortunato!”. E’ un modo simpatico per dire che a me piacerebbe essere nei tuoi panni. 

Beato te che vai in vacanza in Italia!

Maria ha superato l’esame di italiano al primo colpo? Beata lei, quanto la invidio!

Beato Mario che vive in campagna!

Beato colui che riesce a vivere senza desiderare le ricchezze.

Non si tratta di invidia però. Ha un senso molto più attenuato, è più un apprezzamento e anche un desiderio di poter godere dello stesso bene che altri possiedono. Nel’invidia invece c’è rivalità, e non felicità per l’altro. L’invidia per questo è addirittura uno dei sette vizi capitali, secondo la dottrina cattolica (opposto alla virtù della carità). 

L’espressione “beato te” non contiene quindi rivalità e malanimo, ma si usa quando si apprezza qualcosa di altre persone, una condizione, qualcosa di accaduto, una prospettiva futura, una qualità posseduta eccetera. E’ come dire “come vorrei fosse accaduto a me”, “piacerebbe anche a me”, “che bello sarebbe se accadesse anche a me”. 

L’aggettivo in realtà viene dalla religione, dalla condizione di beatitudine, quindi il beato, sostantivo, è colui che gode della beatitudine eterna. La beatitudine è simile alla santità e rappresenta una tappa obbligatoria verso la santità. Prima di diventare santi bisogna diventare beati.

Ma torniamo all’aggettivo.

A volte si usa anche per scherzo, come nell’espressione “beato tra le donne” che si può utilizzare quando un uomo si trova ad essere l’unico uomo insieme a tante donne. Può anche essere rivolto a una condizione, come in “beata gioventù“, con cui si apprezza la condizione della gioventù, dell’essere giovani e tutto ciò che ne deriva.

In senso ironico, “beato” si usa anche quando diciamo di apprezzare qualcosa che in realtà è un grosso difetto: “beata ignoranza” potremmo dire ad esempio a persone che reputiamo ignoranti, se vogliamo intendere che questa loro ignoranza gli impedisce di affrontare dei grossi problemi, e per questo sono da invidiare.
Il senso comunque è ironico e il tono con cui si pronuncia questa esclamazione è importante.
Posso usare l’ironia anche in frasi simili, tipo:

Beato te che ancora credi nell’amore!

Speri ancora che questi episodi durino due minuti? Beato te!

Ricordatevi infine che se mi rivolgo a te, si dice “beato te” e non  “beato tu”.
Ora vediamo un breve ripasso delle puntate precedenti.

Irina:  Ciao caro amico! Sei scomparso di nuovo… Stavo scalpitando per il tuo messaggio da giorni ormai, ma sono rimasta a bocca asciutta. Mi chiedo se io abbia detto qualcosa che non ti vada a genio. Forse devo dare una stretta ai miei sentimenti. Immagino che dopo San Valentino la tua vita sia proprio scatenata con le nuove amiche. Ma io non mi scoraggio, bensì resto ottimista, in quanto ancora in balia dei miei sogni. *Sicché per non saper né leggere né scrivere, io continuo ad aspettare notizie da te.

471 Invano

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Questo è l’episodio numero 471 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Di cosa parliamo oggi?

Parliamo di religione ed in particolare del terzo comandamento della religione cattolica:

Non nominare il nome di Dio invano

Cosa significa invano?

Significa inutilmente, o meglio indica le cose vane, futili o false.

Quindi il terzo comandamento afferma che non è in generale vietato nominare il nome di Dio, ma non per motivi vani, cioè di poca importanza.

Ebbene, “invano“, che nasce proprio dal terzo comandamento, si usa nella lingua italiana subito dopo un verbo, in modo leggermente diverso: si usa per indicare le azioni che si rivelano inutili. Si potrebbe tradurre con “inutilmente“, o “in modo inutile” ma il modo corretto di usare invano è quando parliamo di un‘azione che non va a buon fine, che non riesce al fine voluto, che non dà alcun risultato positivo, e quindi una cosa fatta invano è priva di effetto, è senza un esito positivo.

Si usa, come dicevo,  dopo un verbo, proprio per indicare quell’azione, espressa da quel verbo, che si rivela inutile, priva di effetto.

Abbiamo combattuto inutilmente?

Allora abbiamo combattuto invano. Il combattimento non ha prodotto nessun risultato. Abbiamo perso.

Avete tentato di convincermi a fare episodi più brevi ma non ci siete riusciti? Allora avete tentato invano di convincermi.

Semplice vero?

Continuate a seguire gli episodi di italiano semplicemente e vi prometto che non sarà invano. Adesso vorrei una frse di ripasso di alcune espressioni precedentemente spiegate.

Ulrike: avete sentito? Il presidente ci ha chiamato in causa per una frase di ripasso. Io non me la sento proprio. L’ultima volta che ne ho sfoderata una me ne sono uscita con un vero obbrobrio. Con me dunque ha chiesto invano, vedete voi.

Bogusia: un obbrobrio? È un parolone. Mi fa specie che lo dica proprio tu perché non mi ricordo neanche di una ciofeca di ripasso fatto da te. Se questo è vero, come è vero, allora se non lo facciamo dovremo iniziare da capo a dodici. E questo non mi va giù.

470 Un obbrobrio

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Un sostantivo molto particolare, che bisogna fare attenzione ad usare, è obbrobrio. Sostantivo curioso anche per la pronuncia per un non madrelingua.

Obbrobrio è un sostantivo molto negativo che potete usare per descrivere soprattutto delle opere che non vi piacciono per niente. Queste opere offendono il senso estetico. Questo è il senso di obbrobrio.

Se vedete un brutto quadro, potete dire che:

Questo quadro è un obbrobrio!

Oddio, Che obbrobrio!

Ci sono termini simili, e quelli più comuni in questo caso sono sicuramente “bruttissimo“, e peggio ancora “schifo“.

Questo squadro è uno schifo!

Obbrobrio non si usa di solito per le persone che non ci piacciono. Si riferisce al gusto estetico sicuramente e ha un uso abbastanza ampio per giudicare negativamente qualsiasi cosa dal punto di vista visivo, ma solitamente si usa per le opere, spesso anche non solo dal punto di vista visivo. 

Questo compito è un obbrobrio! E’ pieno di errori.

Questa legge è un obbrobrio, è scritta con i piedi!

Si può usare anche in questo modo, ma il più adatto è per un giudizio estetico.

Le nuove costruzioni fatte dal comune sono un vero obbrobrio. Ma chi è l’architetto?

 Notate che obbrobrio è un sostantivo. Per questo dico “un obbrobrio”. Non è un aggettivo. Quindi obbrobrio sarebbe l’equivalente di schifo e non di schifoso. Sia “schifo” che “schifoso” sono troppo dispregiativi comunque.  Un artista, un critico d’arte o un esperto non userebbe mai questi due termini. Schifo e schifoso si usano per manifestare una sensazione di profonda ripugnanza o disgusto. Troppo forte decisamente.

Comunque l’equivalente di schifoso, e quindi l’aggettivo da usare è “obbrobrioso“, ma “un obbrobrio” è molto più usato e anche più semplice da pronunciare.

I termini più simili a obbrobrio, oltre a schifo e schifoso sono: “osceno”, “oscenità”, “orrore”, “terrificante” e volendo anche “abominio”, “disonore”, “ignominia” e “vergogna”. Informalmente si dice spesso anche “non si può vedere” e “non si può proprio vedere”.

Komi: Una volta ho provato a fare dei quadri, Ho fatto qualcosa come 30 quadri. Non erano un granché, ma non credo così brutti da potersi definire obbrobri.

Rafaela: Bisogna essere portati per dipingere, è così per tutte le arti.

Olga: Fermo restando che anche la pratica e l’esercizio sono cose importanti.

Irina: io comunque ero tanto incapace quanto te. I miei disegni a scuola erano di un brutto che non vi dico! Non credo di essere ingenerosa nei miei riguardi!

469 Se è vero come è vero

Se è vero come è vero (scarica audio)

Buongiorno. Mi è stato chiesto di spiegare il significato dell’espressione: “se è vero come è vero” (6 parole).
Questa è un’espressione che si usa quando si vuole esprimere una conseguenza di una cosa vera, o che siamo sicuri che sia vera, o che si presume sia vera.
Detto così sembra strano, ma l’espressione si usa semplicemente per dare importanza, enfasi a una affermazione,
La possiamo usare in diversi modi.

Se è vero, come è vero, che il Covid si sia diffuso da un mercato dove si vendevano animali vivi, bisogna prestare più attenzione in futuro a questo genere di mercati.

Notate che è bene fare una pausa dopo “è vero“. Infatti ho messo una virgola prima di “come è vero“. Ma potete anche non fare questa pausa. Se la fate però, allora c’è più enfasi, e la vostra conclusione alla fine della frase sarà maggiormente valorizzata.

Se è vero, come è vero, il proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, bisognerebbe sempre controllare che i propri figli non frequentino persone sbagliate.

In questo modo quindi si dà più importanza, più enfasi, più valore alla nostra affermazione finale.

Se è vero che Giovanni è un bravo insegnante, come è vero che tutti i membri dell’associazione sono bravissimi, allora possiamo pensare anche noi di farne parte.

Questo è un altro modo per usare l’espressione. C’è sempre un’affermazione finale a cui voglio dare enfasi. Sembra che io stia facendo un confronto tra Giovanni e i membri, ma in realtà sono due motivi diversi che servono a dare enfasi all’affermazione finale.

Comunque posso far tornare la frase nella forma precedente se preferite.

Se è vero, come è vero che Giovanni e i membri sono bravissimi, allora anche noi ci iscriviamo all’associazione.

Posso fare altri esempi. Possiamo cambiare il contesto come vogliamo:

Se è vero, come è vero, che mi hai tradito più volte, allora questo significa che puoi fare a meno di me. Addio!

Se è vero che la popolazione mondiale cresce sempre di più, come è vero, allora dovremmo abituarci alle pandemie.

Come vedete posso spostare la seconda parte della frase, come ho appena fatto.

In fin dei conti è proprio come dire:

Poiché la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Siccome la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Dacché la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Dato che la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Dal momento che la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Usare l’espressione “se è vero come è vero” è un’ottima alternativa, anche piuttosto elegante. Si usa spesso anche quando si vogliono dimostrare delle cose, o quando si vogliono fare ipotesi su quanto accaduto. E allora si usa la logica basandosi su dei fatti o su cose probabilmente accadute, vere, cose che con ogni probabilità, sono delle verità.

Irina: Se è vero, come è vero, che questi episodi debbano due durare più o meno due minuti, perché stai continuando a fare esempi? Ci stiamo attardando!

Bogusia: forse perché vuoi essere sicuro che tutti abbiano compreso l’episodio in toto.

Rafaela: o forse perché non vuoi che si scateni una pioggia di critiche al metodo che utilizzi?

Ulrike: avete ragione, purché si resti entro dei limiti accettabili di tempo.

Rauno: Cos’è, non ti vanno a genio gli episodi più lunghi?

Hartmut: bando alle ciance ragazzi, ci vediamo al prossimo episodio.

Giovanni: grazie del bel ripasso ragazzi, prima di lasciarvi però voglio farvi un indovinello.

Un indovinello che abbiamo anche condiviso sul gruppo whatsapp dell’associazione. I membri pertanto già lo conoscono. Nel nostro gruppo facciamo spesso questi giochi divertenti che aiutano a memorizzare alcuni termini e alcuni utilizzi particolari di questi termini della lingua italiana. Voglio quindi condividere con tutti i visitatori del sito questo indovinello perché si sappia quali sono le attività che facciamo nel gruppo qualora qualcuno sia curioso di questo o voglia iscriversi.

Io vi fornisco 10 indizi, 10 suggerimenti, e voi dovete indovinare la parola misteriosa, dovete indovinare di cosa si tratta. La soluzione è una parola italiana. Alla fine ascolteremo Irina, un membro dell’associazione che, avendo trovato la soluzione, ha voluto creare una frase con questa parola misteriosa usando diverse espressioni della lingua italiana. Allora ascoltate questi 10 indizi:

La parola misteriosa
1 – si possono riprendere
2 – si indossa facendo sport
3 – si può sciogliere
4 – si fa al supermercato
5 – una successione
6 – facendola, si attende
7 – se si salta si manca di rispetto a qualcuno
8 – si possono serrare (plurale)
9 – vattene!
10 – lo fa una macchina che produce maglie di lana

La parola misteriosa, lo avrete forse intuito, è FILA. Infatti riprendere le fila di un discorso significa tornare a quel discorso, cioè continuare a parlarne. Inoltre FILA si indossa perché è una famosa marca di abbigliamento sportivo. La fila si può sciogliere: si riferisce alla fila creata dalle persone, una dietro l’altra. Quando le persone non sono più in fila, si dice che la fila è stata sciolta. Inoltre la fila si fa anche alla cassa del supermercato per pagare le merci acquistate. Una fila è anche una successione, una serie continuata nel tempo, come una fila di disgrazie. Tornando alla fila del supermercato (ma non solo), quando si fa la fila, si aspetta che arrivi il proprio turno. Se invece qualcuno fa il furbo e prova a saltare la fila (si dice così), ciòoè prova a passare avanti ad un’altra persona, si manca di rispetto alle persone che stanno davanti a noi. Non si salta la fila!! Inoltre esiste l’espressione “serrare le file” (“file” in questo caso è il plurale di “fila”) che credo meriti una spiegazione in un episodio a parte. Fila! E’ anche un invito che si fa ad una persona, di solito un bambino, un figlio. Fila via!!

Equivale a vai, vai via, vattene!

Inoltre la macchina che produce maglie di lana cosa fa? Fila, perché viene dal verbo filare. Significa ridurre in filo delle fibre tessili con una lavorazione. Si può filare la lana, la seta, il cotone, eccetera.

Bene, adesso ascoltiamo la frase di Irina che si è divertita a usare la “fila” in vari modi creando una frase di senso compiuto.

Irina: Di primo acchito pensavo di perdere il filo della conversazione, cioè l’indovinello mi ha dato del filo da torcere. Poi ho capito il filo conduttore e sono arrivata al filo del traguardo.
Adesso tutto fila liscio. Grazie Gianni! Hai descritto la parola per filo e per segno.

Giovanni: bravissima Irina, che, tanto per usare ancora un’altra espressione, milita tra le fila dell’associazione dal settembre del 2020. Grazie allora anche a tutti gli altri membri che hanno partecipato a questo episodio, Bogusia, Rafeala, Ulrike, Rauno e Hartmut.

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468 Uscirsene con

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Il verbo uscire è molto interessante perché pur non esistendo la versione riflessiva uscirsi, esiste invece “uscirsene“, ed è quasi sempre seguito da “con“. Fa parte del linguaggio colloquiale e di conseguenza si usa abbastanza di frequente.

Il verbo uscirsene deriva da un uso particolare del sostantivo “uscita“.

L’uscita non è soltanto il contrario dell’entrata, cioè non è solo una porta dalla quale si esce.

Scusi dov’è l’uscita di questo ristorante?

L’uscita è anche il movimento verso l’esterno:

L’uscita dei ragazzi dalla scuola è alle 13:10

Una uscita però è parecchie altre cose ancora, soprattutto in senso figurato.

In particolare, anche le parole escono dalla bocca. Ci avevate pensato?

Allora un’uscita indica anche una battuta di spirito, o anche una espressione imprevedibile o bizzarra.

I bambini hanno/fanno spesso delle uscite molto imbarazzanti

Cioè:

I bambini spesso dicono cose molto imbarazzanti.

Si può usare sia il verbo fare che avere. Fare un’uscita, avere un’uscita.

Potrei anche dire che:

I bambini spesso se ne escono con delle cose molto imbarazzanti.

In questo modo si usa il verbo uscirsene. Come vedete si parla di “uscite” nel senso descritto prima.

Quindi se qualcuno se ne esce con qualcosa, vuol dire che dice qualcosa di improvviso, di curioso, di bizzarro, di imbarazzante. Vuol dire che fa o che ha un’uscita di un certo tipo, ad esempio un’uscita curiosa, imbarazzante, infelice.

L’uscita infelice, in particolare, si usa spesso e indica una frase che sarebbe stato meglio non dire per diverse ragioni.

Comunque, che voi usiate l’uscita o il verbo uscirsene, si tratta sempre di qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che lascia stupiti e che vale la pena di raccontare a qualcun altro, qualcosa spesso di eclatante.

Stavamo a cena con l’ambasciatore, quando Giovanni se ne esce con una barzelletta osé!

Giovanni, non puoi fare questo genere di uscite con l’ambasciatore!

Si usa spesso parlando di brutte figure come in questo caso. Ma non solo:

Domani finalmente è il giorno dello spettacolo teatrale di tuo fratello. Ti prego, non te ne uscire con una scusa e che non puoi venire, ok?

È possibile comunque usare uscirsene anche se parlo di idee, di invenzioni, di numeri, cioè prestazioni o giocate calcistiche ad esempio.

La cosa che conta è che siano cose inaspettate.

L’attaccante, dopo una prestazione incolore, se ne esce con un gol da cineteca!!

Più informalmente, uscirsene a volte si usa anche al posto di uscire, quando una persona lascia un luogo. Molto simile anche a andarsene e a starsene, ma più spesso è un’uscita non definitiva. Può avere il senso di stare fuori per un po’ da un luogo. In questo caso difficilmente trovate anche il “con”. 

Tra poco me ne esco a fumare una sigaretta.

Me ne esco a prendere una boccata d’aria. Ci vediamo tra 5 minuti.

Se n’è uscito di casa sbattendo la porta

Se n’è uscito di casa con una faccia molto arrabbiata

Andrè: Dacché studio l’italiano, non avevo mai incontrato il verbo uscirsene.

Irina: beh, allora tanto vale continuare con questi episodi di italiano semplicemente.

Anthony: tanto più che Giovanni se ne esce con un nuovo episodio più o meno ogni giorno.

467 Ciò non toglie che

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Quando parliamo, può capitare di dire qualcosa e subito dopo ci accorgiamo che il nostro messaggio potrebbe essere mal interpretato e quindi potrebbe portare fuori strada il nostro interlocutore.

A volte quindi si presenta l’esigenza di pronunciare una frase per chiarire meglio il concetto.

La locuzione “ciò non toglie che” serve proprio a questo.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni al lavoro è un tipo molto distratto, ma ciò non toglie che ottenga ottimi risultati.

La prima frase che ho detto potrebbe apparire troppo ingenerosa per Giovanni, allora ho ritenuto opportuno aggiungere un chiarimento:

Giovanni ottiene comunque ottimi risultati.

Giovanni è molto distratto ma questo non gli impedisce di ottenere ottimi risultati.

Prima ho usato il congiuntivo ma questo non significa che si debba sempre usare il congiuntivo.

Potrei anche dire:

In questo caso ho usato il congiuntivo ma ciò non toglie che si possano usare altri tempi.

In questo caso ho usato il congiuntivo, ad ogni modo si possono usare altri tempi.

Sei una ragazza bellissima e molto attraente ciò non toglie che io non tradirei mai mia moglie.

Qui ho usato il condizionale.

Eri molto emozionato durante le prove dello spettacolo ma ciò non toglie che sicuramente sarai bravissimo.

Qui ho usato il futuro.

Inoltre potrei in teoria sostituire “ciò” con “questo”.

Si usa quasi sempre “ciò”, ma questo non toglie che si possa ugualmente considerare corretto.

Abbiamo già superato i due minuti previsti. Ciò non toglie che ora si debba ripassare:

Irina: si dice che il covid durerà almeno un paio di anni ancora. Ciò non toglie che quest’anno ci scapperà sicuramente almeno una riunione dei membri dell’associaizione in Italia.

Bogusia: giusto. E per scrupolo meglio prenotare subito no?

Hartmut: io aspetto prima di dire che verrò. Dipende se otterrò le ferie in quel periodo. Non voglio illudermi inutilmente.

466 Probabile e improbabile

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Sapete che gli aggettivi probabile e improbabile hanno a che fare con le probabilità. 

Vediamo qualche uso:

Vieni stasera al cinema?

Non sono sicuro, ma è probabile che mia madre non mi faccia uscire.

Domani è probabile che piova. Invece dopodomani è improbabile secondo le previsioni meteo.

Fermiamoci su “improbabile” . Quando una cosa è improbabile, significa che ha scarsissime possibilità di verificarsi:

Ritengo improbabile che entro il 2030 l’uomo andrà su Marte.

Siamo in ritardo. E’ improbabile che riusciremo a prendere l’aereo.

Improbabile significa anche inverosimile, cioè poco credibile, quindi ad esempio se tu mi racconti una storia poco credibile posso dire che la tua storia è improbabile.

Però c’è anche un altro modo ancora di usare improbabile. Se dico che una persona è improbabile, voglio dire che è un personaggio strano, poco comune, con caratteristiche che lo fanno sembrare poco reale. Non è sicuramente un complimento questo.

Da questo punto di vista tante cose possono essere improbabili, e questo aggettivo potete usarlo per descrivere qualsiasi cosa che a voi sembra strana, poco comune, quasi irreale.

Posso dire ad esempio:

Ho scoperto mia moglie a cena con un altro uomo in un ristorante. Lui a quel punto ha iniziato a dare giustificazioni improbabili.

Evidentemente quell’uomo non era per niente credibile. 

I ragazzi danno spesso giustificazioni improbabili ai genitori:

Perché sei rientrato così tardi senza avvisare?

Beh, ho finito il credito al telefono e poi era tardi e non volevo disturbare!

Non mi sono accorto che era tardi, non c’erano orologi a casa del mio amico!

Il senso è molto negativo anche se si parla di persone improbabili.

Si usa spesso con i personaggi dei film.
Anziché improbabile, potremmo definire un tipo così come strano, anomalo, poco comune, insolito, inconsueto, singolare, sui generis, bizzarro, stravagante, originale, particolare.
Ma questi sono piuttosto neutri e spesso anche positivi come aggettivi.

Invece non è mai una bella caratteristica comunque quella di essere improbabili.

Un vestito di un colore improbabile è un brutto vestito, che ci colpisce per il colore strano e poco gradevole che ha.

Ma anche un caffè può avere un sapore improbabile! 

I gusti musicali di una persona possono essere improbabili.

In altre parole potremmo dire “dei gusti molto rari” ma sempre con un accezione molto negativa. 

Anche una situazione in cui una persona può trovarsi può dirsi improbabile, nel senso ugualmente di strana, inverosimile, o anche assurda. Anche assurdo è molto vicino in effetti all’aggettivo improbabile se usato in questo modo particolare.

Mariana: è sicuramente improbabile che Giovanni faccia episodi che siano veramente di due minuti, ma al netto di questo, l’episodio mi è piaciuto, a parte uno dei sinonimi di improbabile che hai usato.

Bogusia: Alludi a “sui generis“scommetto!

Tamuka: Dire che anche questo sarebbe un episodio degno di nota.

Rauno: se tanto mi dà tanto, credo che vedremo presto un episodio anche su questo. 

Ci fai e farci

Ci fai e farci (scarica audio)

In questo breve episodio vediamo tutti i modi per usare “ci fai” e farci

Prima vediamo un dialogo e poi la spiegazione dettagliata.

Ulrike: Ciao Giovanni, che ci fai qui?

Giovanni: Io? Tu che ci fai! Io ci abito! Questa di fronte infatti è casa mia.

Ulrike: Ah, non sapevo. Io sono qui per lavoro invece. Ma che casa grande che hai. Ma che ci fai con una casa così grande?

Giovanni: Siamo una famiglia di 10 persone, ci serve una casa grande.

Ulrike: 10 persone, wow! Ma come fai? Incredibile!!

Giovanni: Mi prendi in giro? Ci fai apposta? Comunque si, siamo tanti. Tu invece?

Ulrike: Io non sono sposata. Vivo da sola col mio cane.

Giovanni: Davvero?

Ulrike: Si, che vuoi farci. Pazienza. Ma non riuscirei a vivere con altre 9 persone come te.

Giovanni: Bisogna solo farci l’abitudine. Una volta che ci fai l’abitudine non è difficile.

Ulrike: Dici?

Giovanni: Sì, certo. Se ci fai caso, è così con tutte le abitudini. Ma il tuo cane come si chiama?

Ulrike: Si chiama Enzone. Aspetta che lo chiamo con whatsapp.

(suona il telefono)

Ulrike: Eccolo Enzone, guarda, Allora Enzone, ci fai sentire la tua voce? Enzone, dai!

Giovanni: Forse non ne ha voglia. Sembra che dorme…

Ulrike: Enzone dai, Non fare così, ché ci fai preoccupare!

Giovanni: Enzone, ma ci sei o ci fai? Secondo me ci fai

Enzone: BAU!

Ulrike: Bravo Enzone,

Giovanni: Scusa, ci fai una visita con Enzone una volta? Vieni a farci visita?

Ulrike: per carità! Così saremmo in 12! Vieni tu a farci visita piuttosto. Vieni quando vuoi, se ci fai una sorpresa non è un problema!

Spiegazione

Ulrike dice:

ciao Giovanni, che ci fai qui?

Che ci fai qui significa “cosa stai facendo in questo posto”. Ci si riferisce al luogo.

Io? Tu che ci fai! Io ci abito! Questa di fronte infatti è casa mia.

“Io ci abito”, cioè io abito in questo luogo. 

Ulrike dice:

Ma che ci fai con una casa così grande?

“Che ci fai con qualcosa” significa cosa ne fai, che uso ne fai, a cosa ti serve, come utilizzi questa cosa.

Siamo una famiglia di 10 persone, ci serve una casa grande.

“Ci serve una casa grande” è come dire “Noi abbiamo bisogno di una casa grande”. “Ci” indica noi, quindi ” a noi serve” = “ci serve”. 

Ci fai apposta? 

Questo è un modo informale per dire: lo fai apposta? Lo fai di proposito?

Ulrike dice:

Che vuoi farci. Pazienza.

“Che vuoi farci” è una domanda retorica, una finta domanda. In realtà è una affermazione e significa che non ci si può fare niente, cioè che la vita è così, bisogna accettarla. Ulrike si riferisce ovviamente al fatto che lei vive da sola col suo cane e che non è sposata. 

Bisogna solo farci l’abitudine. Una volta che ci fai l’abitudine non è difficile.

“Fare l’abitudine a qualcosa” significa abituarsi a questa cosa. “Bisogna farci l’abitudine” = è necessario abituarsi a questo. Il “ci” indica la cosa di cui si sta parlando.

Se ci fai caso, è così con tutte le abitudini. 

“Fare caso” a qualcosa significa “notare qualcosa”. Si usa spesso dire: ci avevi fatto caso? Facci caso! 

Allora Enzone, ci fai sentire la tua voce?

Ci fai sentire la tua voce? Cioè: fai sentire la tua voce a noi? Ce la fai sentire! Faccela sentire!

Non fare così, ché ci fai preoccupare!

Ulrike, non sentendo la voce di Enzone, dopo che ha risposto al cellulare, si preoccupa e dice “ci fai preoccupare”. Ci sta ancora una volta per noi. Fai preoccupare noi. 

Enzone, ma ci sei o ci fai? Secondo me ci fai

Questa è una espressione informale che significa: lo fai apposta oppure no? Secondo me “ci fai“, cioè secondo me lo fai apposta, o “ci fai apposta”.

Ci fai una visita con Enzone una volta? Vieni a farci visita?

Ci fai una visita = fai una visita a noi, cioè vieni a farci visita, vieni a trovarci, vieni a casa nostra a trovarci. Farci visita = fare visita a noi. 

Se ci fai una sorpresa non è un problema!

Ci fai una sorpresa = Fai una sorpresa a noi. 

Stai sereno – POLITICA ITALIANA (Ep. 3)

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Parliamo di politica italiana, e per farlo iniziamo da un concetto semplice:

Cos’è la serenità? E cosa c’entra con la politica? Lo vediamo gradualmente. 

Il dizionario, in merito, non lascia dubbi: la serenità è la condizione in cui si trova il cielo, è quindi lo stato del cielo quando è sgombro di nubi, quando cioè non ci sono nuvole nel cielo. La stessa cosa si può dire anche del tempo atmosferico: il cielo è sereno, il tempo è sereno. Non si parla di politica dunque.

C’è anche uno scioglilingua molto divertente sul termine “sereno”. Uno scioglilingua serve a sciogliere la lingua. Ecco lo scioglilingua:

Se oggi seren non è, doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.

Cioè: se oggi non è sereno, sarà sereno domani, e se neanche domani sarà sereno, vedrai che si rasserenerà, cioè diventerà sereno. E’ uno scioglilingua che sembra un proverbio che invita ad essere ottimisti.

Ma la serenità è anche una condizione dell’animo umano. Così come il cielo può essere sgombro di nubi, la nostra mente può essere sgombra di pensieri, di problemi, di turbamenti, Quindi la serenità è anche l’assenza di preoccupaszioni, di turbamenti.

Il termine in realtà si usa molto più spesso parlando di stato d’animo che di condizioni meteo.

Le frasi più usate sono ad esempio:

La cosa che più conta nella vita è la serenità

La mia è una famiglia serena

Bisogna sopportare con serenità i problemi della vita

Quell’incidente ha turbato la serenità della mia famiglia.

Questo esame di italiano non mi fa stare sereno

eccetera.

Ora, l’aggettivo “sereno” si usa spesso anche al posto di tranquillo, pacato.

Sono sereno (cioè sono tranquillo, non sono preoccupato)

Se ci avviciniamo al tema della politica, questa è una affermazione piuttosto diffusa quando un uomo politico o un personaggio pubblico viene coinvolto in una indagine giudiziaria. Viene accusato di qualche reato. Quando i giornalisti gli chiedono qualcosa sulla vicenza, lui o lei molto spesso rispondono in questo modo:

Sono sereno!

Come a dire: non mi preoccupo, perché sono innocente. Credo nella giustizia e alla fine la verità uscirà fuori e si vedrà che sono innocente.

Questa frase però: “sono sereno” negli ultimi anni si usa molto meno rispetto a prima, e c’è un motivo ben preciso.

La questione risale al 17 gennaio 2014. Enrico Letta era il presidente del consiglio italiano. Il Governo da lui presieduto sembrava in pericolo perché un suo collega di partito, che si chiama Matteo Renzi, politico molto noto in Italia e in tutto il mondo, sembrava essere interessato a diventare lui il presidente del Consiglio prendendo il posto di Enrico Letta.

Quel giorno però in una trasmissione televisiva, Renzi volle rasserenare, rassicurare Letta, cioè volle tranquillizzarlo, e perciò disse: disse la seguente frase rivolta al suo collega di partito:

Enrico stai sereno!

Come a dire: Enrico, non preoccuparti, perché io non ho nessuna intenzione di far cadere il tuo governo. Quindi Enrico stai sereno

 Solo un mese dopo quella dichiarazione però nacque il Governo Renzi. Quindi forse non doveva stare così sereno Enrico Letta.

Da allora, ogni volta che un italiano pronuncia la frase “stai sereno” si pensa a quell’episodio e si dà alla frase il significato opposto. Si usa anche per scherzo, per farsi due risate, quindi si usa di proposito questa frase, proprio per essere ironici, anche al di fuori della politica. Naturalmente i più giovani, che non si interessano  di politica, non sanno nulla di questa storia e non ci troverebbero nulla da ridere.

Per un non madrelingua credo comunque sia interessante sapere cosa si nasconde a volte dietro una frase apparentemente molto semplice.

Ci vediamo al prossimo episodio.

465 per scrupolo

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Sapete cos’è lo scrupolo? Se sei una persona scrupolosa lo devi sapere!

Cominciamo da qui allora. Una persona scrupolosa è una persona potremmo dire attenta, ma non nel senso di concentrata, ma una persona che ci tiene particolarmente a fare le cose per bene. È una persona che è attenta a non trascurare le cose importanti e spesso anche le cose che sembrano meno importanti ma che però, secondo lei, potrebbero essere più importanti di quello che sembra. O importanti per altri e non per sé stessi. Allora, per scrupolo, è meglio curare anche questi aspetti.

Avete capito che l’essere scrupolosi non è una brutta cosa, è fondamentalmente un pregio, e possiamo sicuramente annoverare questo aggettivo come positivo, ma c’è una componente di ansia verso il fare tutto per bene, verso l’adempimento al proprio dovere nel miglior modo possibile. Anche solo per non avere pensieri preoccupanti in futuro.

Questo potremmo chiamarlo “spiccato senso del dovere”, “attenzione verso tutte le cose”, ma appunto c’è un po’ di preoccupazione, di inquietudine e di ansia, appunto.

La locuzione “per scrupolo“, che ho usato prima, è spesso usata da chi ha un atteggiamento scrupoloso.

Se io ad esempio faccio un errore in un episodio, un membro dell’associazione potrebbe dirmi:

Rafaela: Che facciamo, glielo diciamo a Giovanni che ha fatto un errore in un episodio? Magari si offende, però è importante correggere gli errori. Io per scrupolo glielo dico, tanto sono sicuro che capirà.

In questo esempio, chi ha parlato si è fatto venire uno scrupolo: glielo dico o non glielo dico?

Si usa anche in questo modo lo scrupolo. “Farsi venire uno scrupolo” o “porsi uno scrupolo” o semplicemente “farsi uno scrupolo” .

Significa pensare a qualcosa che potrebbe essere importante e il fatto stesso di porsi il problema, senza trascurarlo, senza far finta di niente, senza dire che non è importante, questo stesso fatto è “farsi uno scrupolo“.

Uno scrupolo nasce, o viene, nel momento in cui viene in mente una cosa che non sai se trascurare oppure no.

In questi casi sorge anche un dubbio, c’è incertezza, ma quando decidiamo di non trascurare questa cosa, lo facciamo per scrupolo.

Se vedo una persona che mi sembra un po’ pallida in viso, forse credo che stia male, allora dico: come stai?

Mi è venuto lo scrupolo di farle questa domanda, perché aveva il viso pallido.

Per scrupolo, mi sono detto, meglio che chiedo, non si sa mai…

Gli scrupoli quindi, avendo molto a che fare con i dubbi, sono tipici delle persone che mettono sempre tutto in discussione, e anche di quelle che si preoccupano molto, o che sollevano sempre incertezze, e sono anche anche tipici delle persone altruiste, che pensano al prossimo e che si pongono spesso il problema che le proprie azioni possono danneggiare gli altri.

C’è chi si fa molti scrupoli, (cioè chi si fa venire molti scrupoli) ma c’è anche chi non si fa mai scrupoli. Queste persone vanno dritte per la loro strada e spesso danno consigli di questo tipo agli altri:

Non devi farti scrupoli! Perché ti stai facendo tutti questi scrupoli?

Vale a dire: non porti dubbi, domande, preoccupazioni eccessive. Non avere remore. Non ti fare problemi, non pensare troppo alle conseguenze delle tue azioni. In poche parole “non farti scrupoli“. Questa è un’espressione piuttosto forte perché chi non si fa scrupoli generalmente si intende come una persona fredda, cattiva, senza affetti, nella vita, negli affari, al lavoro. Stanno ovunque le persone senza scrupoli. E’ molto simile  all’essere spregiudicati, perché anche queste non stanno molto attente alle conseguenze delle proprie azioni, ma anche e soprattutto per sé stesse. Questa è la differenza. Senza scrupoli invece è molto più simile a “senza remore“. Anche questa l’abbiamo già spiegata.

Tornando a “per scrupolo“, Espressioni simili sono:

Per sicurezza

E anche:

Nel dubbio

A scanso di equivoci

Per non saper né leggere né scrivere

Queste ultime due, come ricorderete, le abbiamo già trattate. E c’è anche un bell’episodio che riguarda i dubbi in generale.  Ci sono differenze ovviamente. “A scanso di qualcosa” si usa più per evitare qualcosa, per scansare qualcosa, mentre l’ultima espressione (per non saper né leggere né scrivere), oltre che più colloquiale, si usa sopratutto per stare al sicuro, per cautelarsi verso qualcosa di incerto e spesso è anche sintomo di furbizia, Lo scrupolo invece oltre ad essere meno informale, sottolinea maggiormente a volte la preoccupazione, altre volte l’attenzione a non trascurare cose importanti. Spessissimo è una forma di attenzione verso altre persone.

Ecco, direi che dopo aver spiegato “per non saper né leggere né scrivere“, “a scanso di” e “senza remore” ho ritenuto, per scrupolo, di spiegarvi anche l’espressione “per scrupolo”.

In questo modo probabilmente, riuscirete a usar bene ogni modalità nel modo più opportuno.

E voi siete persone scrupolose?

Lejla: Ho una curiosità: vi viene mai lo scrupolo di chiudere sempre il gas e l’acqua prima di andare in vacanza?

Ulrike: io sempre, acché possa stare tranquilla per tutta la vacanza.

Natalia: io a volte me ne dimentico. Ma tanto che vuoi che succeda?

Monica: e fu così che trovò la casa allagata…

464 lì per lì

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Ieri abbiamo visto la locuzione per e si è detto che si usa, nel linguaggio informale, per indicare un preciso momento, quello appena prima che qualcosa accada, anche se poi non accade più.

Oggi vediamo invece la locuzione lì per lì, quasi uguale. Cambia solamente la posizione del termine “per“.

Stavolta, invece di indicare un momento precedente, indichiamo un momento successivo, vicino, troppo vicino a qualcosa che è accaduto, qualcosa di inatteso, di inaspettato. Questa è la cosa più importante.

Infatti quando usiamo li per lì, il motivo è che questa cosa accaduta ci coglie impreparati, e spesso non sappiamo cosa fare, oppure non abbiamo il tempo per pensare. Non abbastanza almeno.

Vediamo qualche esempio:

Ieri ero nel parco a fare una passeggiata e ad un certo punto un cane ha iniziato ad abbaiare ed io ho iniziato a correre d’istinto. Lì per lì ho avuto paura e non sapevo che altro fare.

Oppure: la mia fidanzata ha chiesto di sposarmi, e io lì per lì non sapevo cosa rispondere perché non me l’aspettavo.

Insomma, lì per lì si può usaee ogni volta che dobbiamo reagire ad un evento che non ci aspettiamo e non riusciamo perciò a dare la risposta migliore, ad agire a nostra volta nel modo migliore. Ovviamente parliamo di qualcosa di accaduto nel passato, anche recente ma pur sempre passato.

Allora se qualcosa accade proprio adesso? A volte capita di ascoltare “qui per qui“, ma ‘espressione da usare in questo caso è: “su due piedi“, che in realtà potete sempre usarla, anche per il passato. Potete dire ad esempio:

Su due piedi non sapevo cosa fare

Se parlare di un episodio avvenuto nel passato.

Oppure:

Su due piedi non so cosa fare.

Parlando del presente.

Questa è sicuramente un’espressione meno colloquiale rispetto a “lì per li” e potete usarla in ogni contesto. Vediamo un esempio di come usarle entrambe in uno stesso discorso:

So cosa accade quando una persona ti chiede di sposarti. per lì non sai cosa dire. In realtà, basterebbe rispondere in questo modo:

Cosa? Così, su due piedi, non so. Fammici pensare un po’.

Oppure puoi dire semplicemente di sì 🙂

Irina: oppure si potrebbe rispondere: sposarmi? No grazie, non è proprio cosa!

Ulrike: oppure anche così: ok, ma come la vedi se aspettiamo che finisce la pandemia?

Mariana: in effetti fare un bel pranzo di nozze non è fattibile adesso.

463 lì lì per

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Sapete la differenza tra lì lì per e li per lì?

No? Allora la prima ve la spiego subito. “Lì per lì” la vediamo nel prossimo episodio.

Si tratta di due locuzioni diverse, anche se apparentemente simili.

Lì lì per (lì – con l’accento – ripetuto due volte) si usa per indicare un momento preciso: il momento immediatamente precedente a quando accade qualcosa. A volte questa cosa accade, altre volte non accade più. In genere però non accade più, perché, anche se non è necessario, accade qualcosa che lo impedisce. Qualcosa di inaspettato.

Ad esempio:

Stavo lì lì per uscire, quando ha suonato il telefono.

Significa che un attimo prima che io uscissi ha suonato il telefono. Non importa se poi io sono uscito o meno. La cosa importante è che io stavo per uscire, proprio in quel momento quando ha suonato il telefono.

È ammesso usare il verbo essere oppure stare:

Ero lì lì per…

Stavo lì lì per…

Notate che si aggiunge sempre “per” seguito dal verbo all’infinito,che indica l’azione imminente. Imminente significa che stava per accadere.

Volendo si può anche dire:

Stavo quasi per uscire…

Stavo in procinto di uscire…

Mi accingevo ad uscire…

Stavo proprio per uscire…

Sapete che il termine “lì” serve a indicare un luogo. È analogo a “qui”, solo che qui è più vicino rispetto a lì.

Se raddoppio lì diventa lì lì, che come si è visto perde il significato di indicare un luogo è invece indica un momento preciso.

Si usa spesso quando si racconta qualcosa che è accaduto. Si può usare col verbo al presente, ma generalmente si usa quando si parla del passato. In questo caso si può usare l’imperfetto o il passato prossimo, e, se parlo di tanto tempo fa, anche il passato remoto:

Stavo lì li per prendere l’aereo, quando ho sentito un’esplosione.

Più volte sono stato lì lì per sposarmi.

Fui lì li per essere catturato dai soldati tedeschi, ma riuscii a scappare.

Adesso ripassiamo qualche episodio già spiegato, molto importante per non dimenticare espressioni o locuzioni che stavate lì lì per dimenticare.

Mariana: anche laddove dimenticassi qualche espressione, prima o poi, a tempo debito viene ripassata alla fine di questi episodi.

Anthony: certo. Qualche volta può accadere di non ricordare tutto. Ma non rischiamo assolutamente di iniziare ogni volta da capo a dodici.

Allora

Allora (scarica audio )

Avete mai pensato a tutti i diversi utilizzi del termine “allora”?

No? Allora li vediamo oggi in questo episodio. È una delle parole più usate della lingua italiana.

In tal caso

Il primo modo l’ho appena usato. Significa “in tal caso“, “in questo caso“. Naturalmente è un modo colloquiale per esprimere lo stesso concetto. In questo modo possiamo usarlo anche quando si propone un’alternativa o quando cambiamo idea o programma:

Domani piove? Allora non potremo andare al mare.

Non mi ami più? Allora addio!

Intercalare

Un secondo modo è quando allora viene usato come intercalare, e non ha un senso preciso. A volte dobbiamo iniziare a raccontare qualcosa di complesso, un discorso articolato, che ha bisogno di essere pensato e organizzato. Si usa anche se vogliamo guadagnare tempo, tipo “vediamo un po’… “, “ascoltate“, “stavo pensando che…”. Spesso preannuncia anche all’ascoltatore che bisogna prestare attenzione perché non è un discorso facile. Sempre colloquiale comunque. È simile a “dunque” in molti casi. Altre volte è come “, quindi“, “perciò” e simili.

Es: Allora (dunque), quello che sto per dirvi è molto complicato. Allora (quindi) è bene ascoltare con attenzione

Poi, a quel punto

Altre volte somiglia più a “poi”, “successivamente”, o “a quel punto”, o anche “al che“. In pratica serve ad anticipare qualcosa che viene dopo.

Lei mi ha detto che mi amava e allora io le risposto che l’amavo anch’io.

Ricapitolare

Altre volte serve a ricapitolare, o a riprendere un discorso interrotto.

Allora, i punti salienti sono i seguenti…

Allora, dove eravamo rimasti?

Allora, riprendiamo il discorso di prima.

Curiosità

Si usa spessissimo con gli amici in diversi modi.

Per fare domande che esprimono curiosità:

Allora? Che mi racconti di bello?

Allora? Com’è andato l’esame di italiano?

Lamentarsi

Possiamo usare allora anche per lamentarci. Se una persona ti guarda, ti fissa intensamente, questo può farti innervosire e tu puoi chiedere a questa persona:

Allora? Che hai da guardare?

Se aspetti il tuo amico che non arriva puoi chiamarlo e dirgli:

Allora? Ti vuoi sbrigare?

Concludere

Si usa anche alla fine di qualcosa, un incontro, una spiegazione ecc. spesso sempre nelle domande:

Allora? Avete domande?

Allora che ne pensi della mia fidanzata?

A volte esprime stanchezza, sempre in un momento finale:

Allora che facciamo? Ce ne andiamo?

Altre volte si usa solo per avere una conferma. Siamo sempre alla fine di qualcosa.

Allora ci vediamo domani?

Il tempo

Un altro uso di allora, completamente diverso, è relativo al suo significato di “a quel tempo“, “in quel periodo“, “in quegli anni” quando parliamo di molto tempo fa.

Ricordo di quando era viva mia nonna. Allora non c’erano i telefonini.

Quindi: a quel tempo, in quegli anni, non c’erano i telefonini.

Un uso, simile al precedente, è al posto di “di quel tempo“, “di quel periodo”, “di quegli anni”.

Si usa così quando parliamo di una persona che, in un periodo passato che conosciamo, occupava una certa carica:

Era il 1982 e l’Italia vinse i mondiali di calcio. L’allora presidente della repubblica era Sandro Pertini. E l’allora allenatore dell’Italia era Enzo Bearzot.

Quindi in questo caso significa: il presidente di quel tempo, il presidente di quel momento. Si deve sempre apostrofare allora in questo modo: “l’allora” e poi far seguire la carica, il titolo ricoperto: l’allora direttore, l’allora presidente eccetera.

Posso comunque anche invertire:

Il presidente di allora (o d’allora) era Giovanni = l’allora presidente era Giovanni = Allora il presidente era Giovanni

Il Direttore di allora era Paolo = l’allora direttore era Paolo = Allora il direttore era Paolo.

Quando “allora” si riferisce al tempo, si utilizza anche in altri modi:

Da allora:

Anche nel 2006 l’Italia vince il mondiale di calcio, ma da allora non abbiamo più vinto.

Fino ad allora:

domani andremo a pranzo fuori, ma fino ad allora non potremo uscire di casa.

Vedete che in questo caso allora non indica un momento passato, bensì futuro. “Fino ad allora” significa quindi “fino a quel momento”,”fino a quel giorno”.

Per allora:

Nel 1988 ho acquistato il mio primo telefonino. Per allora sembrava modernissimo, ma adesso…

Quindi “per allora” sta per “per quel periodo”, “considerato il periodo”, in confronto ad oggi. Si parla del passato. Per, volendo, possiamo anche toglierlo.

Volendo si può usare anche indicando un momento futuro:

Sembra che dopodomani pioverà, ma per allora dovremmo aver terminato i lavori nel nostro giardino.

Quindi avete capito che quando parlo di allora riferito ad un tempo passato o futuro, sappiamo di quale momento stiamo parlando. Lo dobbiamo specificare sempre in un momento precedente.

All’ora o allora

Un ultimo avvertimento: Attenzione a non confondere allora, un’unica parola, con all’ora, due parole con in mezzo l’apostrofo. Stessa pronuncia ma significato diverso.

In tal caso si parla di velocità: vado a 100 km all’ora.

In realtà all’ora con l’apostrofo può anche avere il significato di indicare un momento preciso, una precisa ora. All’ora in questo caso è la forma apostrofata di “alla ora”.

Ci vediamo domani alla stessa ora di oggi.

Che può diventare:

Ci vediamo domani all’ora di oggi

Esercizio di ripetizione

Bene, allora che ne dite se facciamo un esercizio di ripetizione?

Allora? Ti vuoi sbrigare?

Allora mi racconti com’è andata?

Allora che ve ne pare della mia nuova auto?

Allora, ascoltatemi bene…

Da piccolo giocavo con i soldatini. Allora ero veramente senza pensieri.

Si dice che nel 2100 riusciremo ad andare su Marte. Peccato che allora non ci sarò più.

Allora vuoi andare più piano? Stai andando a 200 all’ora!

Allora ragazzi, l’episodio finisce qui.

Allora allora

Ah no! Mi stavo quasi per dimenticare che possiamo anche raddoppiare allora:

Se lo facciamo, si indica un momento preciso che conosciamo nel passato e solo nel passato. Molto colloquiale.

Es:

quando sono entrati i ladri in casa, io ero uscito allora allora.

Significa “pochissimo tempo prima”, “proprio qualche attimo prima”.

È analogo a “lì lì“, “lì per lì” e “adesso adesso” ma di questo ce ne occupiamo in altri episodi.

Adesso è l’ora dei saluti.

Voi adesso potreste rispondere: Alla buon’ora!

Anche quest’ultima espressione la vediamo prossimamente.

Un saluto da Giovanni.

462 Acché

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Oggi vorrei spiegarvi una congiunzione particolare, e lo farò acché il vostro livello di conoscenza della lingua possa migliorare.

Acché è la congiunzione di cui vi parlavo, che si scrive in una sola parola, con un accento acuto sulla e finale, similmente a dacché, giacché, perché, poiché, granché, sicché, affinché eccetera.

Acché è equivalente a affinché. Si può usare quindi tutte le volte che specificate il motivo per cui fate o dite qualcosa, o il motivo per cui debba accadere qualcosa, oppure per specificare un obiettivo da realizzare, l’obiettivo da raggiungere, la finalità da perseguire con una azione. Acché è un po’ più formale, quindi si usa generalmente in contesti importanti.

Spesso si usa anche perché nello stesso modo. Che voi usiate perché, affinché o acché, ricordate però che si usa sempre il congiuntivo. Vediamo qualche esempio:

Bisogna accelerare le vaccinazioni, acché le persone siano al sicuro dal virus

 Bisogna quindi accelerare le vaccinazioni, in modo tale da mettere al sicuro la popolazione

 Bisogna accelerare le vaccinazioni, perché le persone siano al sicuro 

 Bisogna accelerare le vaccinazioni, affinché le persone siano al sicuro 

Si può sostituire volendo anche da “in modo da” e come avete visto, in questo caso non si usa il congiuntivo.

Voglio sottolineare ancora una volta che acché si scrive tutto attaccato. Infatti quando si scrive in due parti: “a che”, sebbene la pronuncia sia la stessa, il senso cambia:

Ad esempio: “Avere a che fare” e  “avere a che dire”, “avere a che vedere” hanno un significato diverso che vedremo in altri episodi. 

Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, acché possiate ricordare senza sforzo le questioni ivi spiegate. Ascoltiamo Irina.

Irina: Innanzitutto voglio dire che è solo il mio tentativo di incorporare le nuove parole. Non so se la cosa lederà gli interessi di qualcuno o meno. Comunque la mia illusione di poter imparare la grammatica italiana ha portato una pura delusione . La verità è che tutti i miei errori elidono le mie aspettative. Alludo al fatto di forse essere un po’ dura di comprendonio. Ma cosa ne dite voi, forse devo eludere i pensieri negativi e sforzarmi fino alla fine?

Ebbi a dire

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ebbi a dire

Buongiorno a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com. Io sono Giovanni, piacere di conoscervi per chi mi ascolta per la prima volta.

Oggi ci occupiamo di un argomento molto particolare, legato al verbo dire.

Voi adesso potreste chiedervi: cosa c’è da dire su questo verbo?

C’è da dire molto, in particolare riguardo alla differenza che esiste tra:

Avere a dire

Avere da dire

Avere da ridire

Avere a che dire

Sapete che il verbo dire significa esprimere un concetto a voce, esprimere un’idea, e si usa spesso anche per riportare esattamente le parole usate e per chiedere di esprimere un’opinione:

Io dico di no

Gianni dice di essere d’accordo

Perché dici questo?

Che ne dici?

Che hai detto?

Eccetera

Però si può usare anche anteponendo il verbo avere al verbo dire: in questo episodio vediamo “avere a dire“. Nei prossimi vediamo altre forme simili.

Avere a dire è una forma un po’ vecchiotta, arcaica ma ancora in uso in certi contesti. Si usa però nella pratica quasi solo col passato remoto e molto più raramente con altre forme:

Io ebbi a dire
Tu avesti a dire
Lui/lei ebbe a dire
Noi avemmo a dire
Voi aveste a dire
Loro ebbero a dire

Es:

La volta scorsa Giovanni ebbe a dire che non era d’accordo con noi.

In quell’occasione, ricordo bene che ebbi a dire che non c’era nessun pericolo.

Maria ha avuto a dire che nessuno è indispensabile in questa azienda.

Ma perché si fa questo? Perché non si dice semplicemente “disse”, “dissi” , “ha detto”, eccetera.

Si fa soprattutto per evidenziare ciò che è stato detto, a volte come forma di rispetto, altre volte per dare ufficialità ad una dichiarazione, ma più di frequente rappresenta un modo formale e comunque in uso solo in certi ambienti, semplicemente per citare una dichiarazione, solo per far riferimento ad essa, per ricordarla, o anche per lodarla. Altre volte per contestata, per criticarla:

Parlando di un argomento qualunque:

Vi ricordo quanto già ebbi a dire qualche anno fa in proposito.

Significa semplicemente: vi ricordo ciò che dissi qualche anno fa su questo argomento. È più formale però. Spesso si aggiunge anche il luogo o l’occasione in cui questa dichiarazione è stata fatta:

Come ebbe a dire il nostro presidente nel corso dell’incontro con tutti i membri, per imparare l’italiano, l’importante è ascoltare cose interessanti.

Quindi: come disse quella volta, in quell’occasione il nostro presidente, ma voglio dare risalto alla frase, come a sottolineare quel momento.

Come aveste a dire anche voi però, bisogna avere anche pazienza, perché non si impara una lingua in una settimana.

Qualcuno, ricordo, ebbe a dire che non aveva tempo per ascoltare. Che sciocchezza!

Qui invece c’è un po’ di polemica, quindi si vuole evidenziare la cosa a questo scopo. Sempre abbastanza formale come forma comunque.

Qualcuno “disse” è molto più usato naturalmente.

Ma questa modalità di anteporre il verbo avere non riguarda solo il verbo dire.

Si usa anche con altri verbi, sempre all’infinito e sempre in sostituzione del passato remoto come nel caso del verbo dire.

Giovanni ebbe a soffrire per la scomparsa del suo gatto.

Cioè Giovanni soffrì.

Io ebbi a manifestare a Giovanni tutto il mio dispiacere perché quel gatto anche a me piaceva molto.

Molte volte, da giovane, ebbi a piangere per delusioni d’amore.

Più volte avesti a ricordarmi i miei doveri

In passato avemmo a frequentare brutte persone.

Le aziende ebbero a beneficiare di tante leggi a loro favore

Una volta esistevano tante idee diverse riguardo terra e all’universo, idee che poi ebbero a convergere grazie alle scoperte scientifiche

Molte persone ebbero a testimoniare in quel processo

Anche queste sono modalità per evidenziare in modo formale e arcaico un fatto – in questo caso – e non una dichiarazione come col verbo dire.

Prima ho detto che si usa soprattutto il passato remoto del verbo avere, ma capita di usarlo anche in altro modo, ma difficilmente col verbo dire:

Stiamo inquinando troppo. Prima o poi avremo a pentircene.

Cioè: ci pentiremo di questo, arriverà il momento in cui ce ne pentiremo. Solo più formale.

Vi faccio una domanda: se aveste a rifare la stessa vita che avete fatto, rifareste gli stessi errori?

Cioè: se doveste rifare la stessa vita, se vi capitasse di rivivere, se viveste nuovamente.

Il verbo avere, in generale, usato in questo modo, non si usa in realtà con molti verbi, ma è bene che almeno conosciate l’utilizzo più frequente, cioè quello con il verbo dire.

Allora, nei prossimi episodi vedremo anche avere da dire, avere da ridire e avere a che dire.

Per ora se volete possiamo esercitare la pronuncia con qualche frase che vi invito a ripetere:

Io ebbi a dire.

Una volta ebbi a dire di volermi licenziare.

Avesti a dire

Ricordi quando avesti a dire che non parlo bene l’italiano?

Ebbe a dire

Mia moglie una volta ebbe a dire che io la tradivo.

Avemmo a dire

Lo scorso anno, durante la riunione, avemmo a dire che c’erano problemi economici.

Aveste a dire

Qualche volta aveste a dire che avevate dubbi sulla nostra onestà. Ve lo ricordate?

Ebbero a dire

Era molto tardi e era buio, ma i poliziotti ebbero a dire che la nostra macchina andava troppo veloce.

Abbiamo finito.

Spero non abbiate a dire che gli episodi di italiano semplicemente siano troppo lunghi.

461 Calare le braghe

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Vi auguro che nessuno, nella vita, vi dica mai che avete calato le braghe di fronte a qualcuno. Ma soprattutto spero non lo facciate mai.

Ma cosa significa?

Iniziamo dalle braghe o brache. Si tratta dei pantaloni. In realtà si tratta di un antico indumento maschile, simile ai pantaloni di oggi.

Togliersi le brache allora significa togliersi i pantaloni. Ok, ma quando si parla di braghe o brache si usa generalmente il verbo calare o calarsi le braghe, che indica il gesto di far scendere i pantaloni verso il basso. Calare infatti significa far scendere in basso.

Calarsi, riflessivo, indica il far scendere i propri pantaloni, restando in questo modo con i pantaloni abbassati, calati, scesi.

Ebbene, avete intuito che calare/calarsi le braghe ha un senso figurato oltre che un senso proprio.

Infatti ha il seguente significato: arrendersi, rinunciando alle cose più importanti.

Ma quando si usa?

Si utilizza molto spesso nella politica, per muovere una critica, quindi per criticare qualcuno che, senza vergogna, rinuncia a tutto ciò che sembrava importante per lui, tutto ciò a cui teneva. E perché lo fa? Perché questa persona si cala le braghe? Questo sembra qualcosa di molto grave, perché significa rinunciare a ciò in cui si crede per qualche motivo.

Quando si calano le braghe lo si fa sempre a favore di altri, che quindi hanno la meglio, riescono a prevalere su chi si cala le braghe.

Ma allora calare le braghe significa perdere?

No, piuttosto si vuole sottolineare la vergogna, il valore morale legato alla rinuncia dei propri interessi, evidentemente senza ragioni, almeno senza una ragione valida, ammesso che esista una ragione valida per rinunciare alle proprie idee e valori.
In realtà un motivo c’è sempre quando si calano le braghe.

Nella politica questo è sempre legato al potere, e per raggiungere il potere a volte si accettano soluzioni, scelte, che in teoria sono inaccettabili, ma in pratica accade che alcuni politici, per ottenere parte del potere, per contare qualcosa, accettano di calarsi le braghe e rinunciare ai propri valori più importanti.

Se pensate all’immagine che ne esce fuori, non è certo piacevole e dà l’idea di spogliarsi di qualcosa. In qualche modo i pantaloni rappresentano i valori, le idee che venivano sostenute.

Calando le braghe si rinuncia a queste idee. C’è chi ci vede anche un riferimento sessuale, ma il senso è quello di cedere, di dichiararsi battuti, di rinunciare a una pretesa o anche a un diritto. Spesso lo si fa per accettare un compromesso. In ogni caso, la cosa che veramente conta è che ci si arrende con poca dignità perdendo così anche la credibilità.

Ripasso delle lezioni precedenti

Mariana: ragazzi, vi rendete conto che siamo alla puntata numero 461?

Ulrike: Vuoi che io non sappia che fra poco arriveremo alla puntata 500? Quella puntata sicuramente sarà il fior fiore della rubrica!

Anthony: Ma veramente non riesco a capacitarmene! Sei proprio votato a creare contenuti per aiutare gli stranieri ad imparare l’italiano!

Rafaela: dobbiamo un plauso a Gianni che è proprio degno di nota. Poi se riusciamo ad imparare tanto italiano quanto ci insegna, di certo, il nostro italiano non sarà una ciofeca.

Hartmut: al di là del fior fiore di episodi presenti sul sito, ci torna utile chiamare in causa le sette regole d’oro inculcandoceli con la pratica. Sono un binomio inscindibile con l’apprendimento.

Irina: Zitti zitti anche noi però ci siamo ascoltati quasi 500 episodi della rubrica di due minuti! Nientepopodimeno che 500! Gianni non solo è votato alla causa di italiano semplicemente ma ci prende alla sprovvista, ogni due per tre con le sue idee. Non ne è mai sguarnito. Ci sa fare, appunto. Personalmente ho una indefessa speranza che non smetta mai. Sfido chicchessia a dire il contrario!

460 Da capo a dodici

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Quando dobbiamo andare in un luogo, ad esempio a Roma, partendo da Berlino, usiamo, come sapete, le preposizioni da e a.

Vado da Parigi a Bruxelles

Parto da Parigi per andare a Vienna

Eccetera.

Accade la stessa cosa nell’espressione “da capo a dodici“, un’espressione colloquiale che si usa di solito non quando parliamo di un viaggio, piuttosto quando si parla di un percorso, nel senso più ampio del termine.

Parliamo di un percorso inteso come una qualunque attività che inizia, prosegue e prima o poi termina.

Durante il percorso si fanno delle cose, si fatica, si perde tempo, si studia, ci si applica, si parla, si comunica, si raggiungono obiettivi intermedi, si passa insomma, impiegando risorse di vario tipo, da una tappa all’altra, fino a raggiungere un risultato. Questo è l’obiettivo finale di un qualsiasi percorso.

Allora l’espressione da capo a dodici si usa quando questo percorso si interrompe e bisogna iniziare da capo (due parole) o daccapo (un solo termine), cioè dobbiamo iniziare di nuovo, dobbiamo iniziare nuovamente, dal principio.

In questi casi si usa spesso dire “essere da capo a dodici” o “ricominciare da capo a dodici”, “stare da cappa dodici”, “ritrovarsi da capo a dodici”.

Siamo sempre un po’ irritati quando pronunciano questa frase, perché è faticoso ricominciare daccapo. Però dobbiamo farlo.

Qualcosa è andato storto e ha compromesso tutto. Bisogna ricominciare.

Un’espressione nata a Roma ma si comprende e si usa in tutt’Italia.

Es:

con queste varianti del covid, dopo tutta la fatica fatta dai cittadini, rischiamo di ritrovarci da capo a dodici.

Rischiamo quindi di iniziare tutto daccapo: chiusura totale, non si può uscire da casa, niente lavoro eccetera.

Il senso è che non è servito a nulla quanto fatto finora. Rischiamo di tornare al punto di partenza.

So che state pensando al perché del numero dodici, ma è presto detto: il nunero dodici è lo stesso dei mesi dell’anno.

Avete mai avuto problemi tecnici col telefonino? Ad un certo punto trovate la soluzione dopo una lunga ricerca e tanta fatica. Poi un bel giorno scoprite che il problema torna a manifestarsi nuovamente: siete da capo a dodici!

459 La supercazzola

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Ciao a tutti. Oggi vorrei parlarvi dalla supercazzola, che si scrive tutto attaccato perché è unica parola.

È una parola introdotta dal mondo del cinema, dal film “amici miei” del 1975.

Il termine indica una frase senza significato, composta mettendo insieme parole esistenti o inventate.

È una specie di scherzo, ma se una frase di questo tipo viene inserita in un discorso con un tono sicuro, l’interlocutore, anziché chiedersi il significato di questa frase, le dà ugualmente un senso, cerca cioè di interpretare la frase alla luce del contesto in cui ci troviamo e del tono usato.

In effetti se ci pensate capita spesso di non comprendere tutte le parole di una frase e spesso evitiamo di chiedere di ripetere. Crediamo di aver capito abbastanza per rispondere.

Ma la supercazzola è appositamente senza senso, e l’obiettivo è di imbrogliare, di prendere in giro la persona con cui parliamo.

Proprio questo era l’obiettivo della supercazzola nel film. Prendere in giro. Una burla insomma.

Il termine supercazzola è poi uscita dalla pellicola ed è entrata nel linguaggio informale, con un uso un po’ diverso, quello dalla fregatura, del raggiro.

Non è più una semplice presa in giro, uno sberleffo, ma più in generale, si riferisce a un uso della parola, orale o scritta, con l’obiettivo di imbrogliare il prossimo, di far credere qualcosa, di intortare qualcuno.

Ho detto “intortare”.

Ecco, il verbo intortare rende molto bene il senso della supercazzola.

Intortare significa cercare di convincere, di persuadere qualcuno a fare qualcosa o semplicemente a credere qualcosa, con un preciso scopo egoistico. La torta in effetti non c’entra nulla.

Non ti far intortare! Non credere alle sue parole. È una supercazzola!

Allo stesso modo si usano i verbi abbindolare e imbrogliare, o anche il simpatico verbo infinocchiare, che, come intortare, si riferisce all’uso delle parole per dare delle fregature.

Quindi in pratica la supercazzola è il nome che si dà alla fregatura, che si racconta.

Attenzione a non confondere la supercazzola con la cazzata, termine con cui spesso si indica una bugia, una cosa non vera, detta più per ignoranza, senza necessariamente esserci la volontà di raggirare, di dare una fregatura, ingrediente fondamentale per la supercazzola. A differenza delle cazzate, intese come sciocchezze, stupidaggini, spesso le supercazzole sono invece molto ingegnose. 

Possiamo usare questo termine, certamente informale, in modo molto ampio, ogni volta che si ascolta una frase che risulta conveniente per chi parla, che evita un problema a chi parla, mentre sembra, ma è solo un’apparenza, vantaggiosa per chi ascolta.

Un politico: Votatemi alle prossime elezioni, e io eliminerò le tasse per tutti

Un commerciante: Se acquistate il mio prodotto, non avrete più problemi.

Un macellaio: Mangia tanta carne se vuoi vivere più forte e più a lungo.

Dopo queste supercazzole ascoltiamo il ripasso di alcune espressioni già spiegate.
Ulrike: credo che riascolterò questo episodio. Tanto c’è il lockdown e non si può uscire.
Mariana: ah sì ? Tanto vale allora fare anche un bel ripasso.
Anthony: così riusciremo a giostrarcela meglio tra i 450 episodi passati

Me o mi

Me o mi?

Mi e me (scarica audio)

Sai distinguere me da mi?

Si. Certo. Mi esercito tutti i giorni con l’italiano.

Mi fai un esempio allora? Me ne fai almeno uno?

Ok: a me piace molto la pasta. La pasta mi piace molto.

Me ne fai un altro?

Ok: mi ricordo che una volta me ne sono andato di casa.

Perché te ne sei andato?

Mi ero stufato di mia moglie.

Cosa?

Non hai capito? Mi sono spiegato male? Vuoi che te lo ripeta?

No, non me lo ripetere, ho capito. Ma tua moglie?

Anche mia moglie mi ha chiesto il perché.

E tu?

Io me ne sono restato in silenzio e poi me ne sono tornato a casa

Ah, non me ne avevi parlato. E lei?

Lei poi mi ha lasciato. Allora, hai capito la differenza tra me e mi?

No, ma ho capito la differenza tra te e lei!!

Me la spieghi?

A me sembra ovvia. Mi pare strano che tu me lo chieda.

A me no! Mi aspetto che tu lo faccia.

Dunque: a me sembra che tu sia pazzo. Questo mi sembra.

E lei invece?

Lei mi sembra una persona normale, perché adesso sta con me e non più con te.

Ah ecco. Mi sembrava! A me comunque non importa perché a me sembra sia molto tempo che non mi ama più.

A me invece mi ama. Questo almeno mi dice….

Che ci vuole?

Che ci vuole?

Quanto ci vuole a ascoltare un episodio di 1 minuto?

Ci vuole un minuto. Occorre un minuto.

Ci vuole tanto tenpo? No, ci vuole solo un minuto.

È per farlo? Ci vuole competenza per fare un episodio così? Si, ci vuole competenza. Ce ne vuole molta.

Ci vuole anche coraggio? No, non ci vuole coraggio. Non ce ne vuole di coraggio.

È necessario avere competenza per fare un episodio di un minuto?

Si, è necessario. Bisogna avere competenza.

È necessario anche avere coraggio?

No, quello non è necessario. Non ci vuole coraggio, ma solo competenza. E a te basta un minuto per ascoltarlo. Ci vuole solo un minuto.

E adesso ci vuole un bel caffè!

Quando ci vuole, ci vuole!

Non sai fare il caffè ☕?

Dai, ma che ci vuole!! È facile!

Me ne

Me ne

Come si usa “me ne“? Vediamo qualche esempio usando il presente, il passato e il futuro. Prova anche tu.

Me ne vado

Me ne sono andato

Me ne andrò

Me ne accorgo

Me ne sono accorto/a

Me ne accorgerò

Me ne ricordo

Me ne sono ricordato/a

Me ne ricorderò

Me ne frego

Me ne sono fregato/a

Me ne fregherò

Me ne dimentico

Me ne sono dimenticato/a

Me ne dimenticherò

Me ne compiaccio

Me ne sono compiaciuto/a

Me ne compiacerò

Me ne innamoro

Me ne sono innamorato/a

Me ne innamorerò

Me ne dai cinque

Me ne hai date cinque

Me ne darai cinque

Quanto tempo ci vuole?

Quanto tempo ci vuole?

Quanto ci vuole?

Stasera dovete andare a cena da un amico.

Il vostro amico vi chiede: quanto tempo impiegherai per arrivare a casa mia?

Se si tratta di 10 minuti circa, ad esempio, ci sono molti modi per rispondere. Ecco i più utilizzati:

1. Impiegherò 10 minuti circa

2. Ci impiegherò 10 minuti circa

3. Ci vorranno 10 minuti circa

4. Mi ci vorranno 10 minuti circa

5. Ci metterò 10 minuti circa

6. Più o meno 10 minuti

Quanto ho impiegato a fare la spiegazione?

1. Ho impiegato circa 2 minuti

2. C’ho impiegato circa 2 minuti

3. Ci sono voluti circa 2 minuti

4. Mi ci sono voluti circa 2 minuti

5. C’ho messo circa 2 minuti

6. Circa/più o meno 2 minuti

Anzi no!

Ce ne ho messo uno.

Ho impiegato solo 1 minuto

Stare in campana

Stare in campana (scarica audio)

Vi hanno mai consigliato di stare in campana?

Ma che significa? Devo stare in campana? Cioè?

Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.

Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.

La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.

Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.

È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.

È un preallarme dunque, non proprio un allarme.

Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.

Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:

Occhio, ché se cadi ti fai male!

Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.

Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.

Va bene, grazie, starò in campana!

Un ultimo avvertimento.

Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.

Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.

Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.

Invece, quando si invita una persona a “stare all’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.

Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.

Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:

Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.

Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.

Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.

Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “le allerta“.

Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.

State all’erta dunque, anzi, in campana!

458 Un granché

Un granché (scarica audio)

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  • Ricordate la locuzione “un certo non so che“?
    Ce ne siamo già occupati, sempre all’interno della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
    Ebbene, questa locuzione, che se ricordate sottolinea qualcosa di vago, diciamo un’impressione non ben definita, è sempre preceduta da “un“.
    Questa locuzione in realtà è abbastanza flessibile, perché ci sono più modi di usare “che” in questo modo:
    un che, un non so che, un certo non so che.
    Ad esempio la forma più semplice, che è anche la più utilizzata, è “un che“, seguita sempre dalla preposizione “di”.
    Il viso di Maria ha un che di angelico.
    Il tono della tua voce ha un che di polemico.
    Il tuo viso ha un che di tua madre.
    Significa semplicemente “qualcosa“, che noi non riusciamo bene, per il momento, a identificare, a definire.
    Ma l’argomento di oggi è la locuzione “non è un gran che” dove che viene usato in modo simile.
    Si usa quando qualcosa o qualcuno non ci piace molto: ci aspettavamo di più.
    Non è un gran che significa non è niente di eccezionale.
    Granché si può scrivere anche in una sola parola, scritta però con l’accento acuto finale.
    Si usa quasi esclusivamente in frasi negative, proprio per evidenziare la non eccezionalità.
    Non è un granché significa non è bellissimo, non è un capolavoro, non è meraviglioso, eccetera.
    Si usa anche “una gran cosa” al posto di “un granché“, e in questo modo posso usarla anche in frasi non negative.
    Quindi se mi piace la tua idea, non posso dire “la tua idea è un granché”, ma posso dire “la tua idea è una gran cosa”.
    Se invece non mi piace molto posso usare entrambe le forme.

    Credevo non fosse un granché la tua idea.
    Invece adesso che me l’hai spiegata bene, credo sia una gran cosa!

    Si usa anche senza “un” quando si tratta di una quantità invece che una qualità, sempre in frasi negative:
    Non sei granché onesto con me.

    Quindi è come dire che non sei stato molto onesto.

    Mettere “un” quindi, oppure non metterlo, può fare la differenza:

    Questa pasta non è un granché.
    Questa pasta non è granché
    Nel primo caso la qualità è scarsa, nel secondo la quantità è scarsa: è poca pasta.

    A volte è la stessa cosa:

    Questa automobile non l’ho pagata (un) Granché.
    Si parla in questo caso sempre di una spesa non elevata.

    Infine, abbiamo visto insieme anche l’espressione ” niente di che“, assolutamente equivalente a ” non è un granché” sia che io lo scriva in due parole o usando granché con l’accento.

    La differenza è che “niente di che” si presta maggiormente ad essere usata come esclamazione:

    Domanda: Com’era il film?
    Risposta: Niente di che!

    La frase generalmente termina lì.
    Invece usando granché:

    Il film non è un granchéIl film non è granché interessanteNon c’è granché da aggiungere a questa spiegazione.
    Allora ripassiamo, parlando di impeachment.

    Flora: come si potrebbe tradurre impeachment? Il termine “accusa” non mi torna molto.

    Hartmut: si tratta di una accusa particolare, un’accusa in virtù di una cattiva condotta, insomma, per essersi comportati male, dal punto di vista dei doveri istituzionali.  Senz’altro è successo qualcosa di molto grave.

    Ulrike: molto grave certo. Non è un provvedimento pro forma sicuramente. D’altronde, che vuoi, bisogna mettere dei paletti a certi comportamenti.

    Anthony: ma per Trump potrebbe essere il colpo di grazia.

    Emma: e dire che poteva vincere nuovamente le elezioni nel 2020. Vi rendete conto?

    Komi: questi ripassi mi piacciono proprio. Sono un esercizio che per niente lascia il tempo che trova.

    Olga: Ogni tanto è il caso di rispolverare delle nostre ormai vecchie frasi.

    Anthony: Sì! Ormai di frasi, appunto, ce ne sono ben più di quattrocento! Vai a capire come siamo arrivati a così tante!

    Olga: E se non le continuiamo a ripassare, quando ci troviamo a tu per tu con un madrelingua italiano, saremo costretti ad andare a tentoni.

    Sofie: Ma dimmi tu! Come facciamo a ricordarle tutte? Ci vorrà una vera e propria mandrakata!

    Irina: Chiedi a Giovanni che la sa lunga in termini di disciplina. Ti dirà sicuramente di darti una regolata con la grammatica e invece continuare a seguire le sette regole d’oro dell’associazione Italiano Semplicemente .

    457 Alludere, eludere, elidere, deludere, ledere e illudere

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    Che differenza c’è tra i verbi alludere, eludere, elidere, deludere, ledere, illudere? Sono molto simili nella scrittura e nella pronuncia.

    Eludere lo abbiamo visto due episodi fa della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

    Oggi vediamo velocemente questi verbi, simili nella scrittura ma che sono in realtà molto diversi nel significato.

    Ve lo spiego velocemente e poi farò un esempio usando tutti i verbi in questione.

    Alludere indica una allusione, quindi quando si allude a qualcuno o qualcosa si fa un riferimento ad una persona o a qualcosa. Quando si allude, si fa un accenno velato, non evidente a cose o persone che non si vogliono nominare. Ma spesso è chiaro a chi o a cosa si allude. È simile a riferirsi, ma l’allusione è un riferimento poco evidente, nascosto di proposito.

    Eludere significa, come si è visto, evitare, in genere con malizia, furbizia o con destrezza qualcosa o una persona. L’elusione, pensate un po’, è persino un reato, perché si riferisce al mancato pagamento delle tasse.

    Elidere indica invece una elisione. Ha tutto un altro significato. Significa cancellare, ma più annullare, eliminare. Di solito si tratta di una eliminazione “a coppia”, dovuta a qualcosa che annulla gli effetti di un’altra.

    Generalmente quindi ci sono due cose che si elidono a vicenda.

    Deludere e quindi la delusione, indica un’aspettativa che, quando non è rispettata, genera un sentimento negativo, quindi c’è delusione quando c’è un risultato contrario a speranze e previsioni.

    Ledere significa invece danneggiare, quindi provocare una lesione, più morale o economica o nei diritti che materiale.

    Non devi ledere i miei interessi

    Hai leso i miei diritti

    La lesione della dignità umana

    Infine illudere è simile a deludere, perché una delusione mette fine a una illusione, cioè all’aver desiderato qualcosa che poi si dimostra contraria alla realtà. L’illusione proviene dalla nostra mente, mentre la delusione è una conseguenza della realtà.

    Io posso illudere una persona, cioè farle credere qualcosa, farle sognare qualcosa, ma posso anche illudermi da solo. È simile ad ingannare.

    Vediamo un esempio con tutti questi verbi.

    Inutile illudersi che l’essere umano riuscirà a mettere fine all’inquinamento del pianeta. Dovremmo velocemente stravolgere il funzionamento della nostra società e questo andrebbe a ledere troppi interessi.

    I politici spesso eludono le domande che riguardano le promesse non mantenute in questo ambito, e anche se ci sono alcuni uomini consapevoli che si impegnano in campo ambientale, i loro risultati positivi si elidono facilmente con quelli in senso opposto, che anzi, per ora hanno la meglio. E non solo i politici i colpevoli…

    Alludo alle grandi aziende che producono milioni di tonnellate di plastica. Non vorrei deludervi, ma siamo in una strada senza uscita.

    E dopo questo bel messaggio di ottimismo, ripassiamo qualche puntata precedente.

    Mariana: cosa si potrebbe fare per elidere in toto il problema dell’inquinamento?
    Irina: in toto? Cambiare pianeta! Tanto non c’è più niente da fare.
    Dorothea: mi piace l’idea di cambiare pianeta, ma se tanto mi dà tanto, nel giro di 30 anni saremmo nella stessa situazione. Riusciremmo a fare tesoro degli errori commessi sulla Terra?
    Ulrike: Hai ragione Dorothea. Allora bisogna subito mettere dei grossi paletti alle aziende più inquinanti. Non ce ne possiamo fregare.
    Natalia: Dovremmo guardare al futuro dei nostri figli e nipoti, anche se per noi il problema non si pone.

    456 Al netto di

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    Sapete la differenza tra peso netto e peso lordo? Siamo generalmente in un ambito commerciale, perché quando pesate una qualsiasi merce, questa merce è di solito in un contenitore, e anche questo contenitore ha un suo peso. Quindi in genere pesando un qualsiasi prodotto, ciò che pesate generalmente è il peso lordo, cioè il peso complessivo. Il peso del contenitore è compreso in questo peso lordo. Ma se tolgo il contenitore e peso nuovamente il prodotto, ciò che resta è il peso netto. Ciò che ho tolto invece è la tara, cioè il peso del contenitore.

    Se quindi mi chiedi: quanto pesa questo computer?

    Io potrei rispondere:

    Al netto del contenitore pesa 500 grammi.

    Questa espressione significa: se considero solo il computer, senza considerare il contenitore, il peso è 500 grammi. Ho in pratica fatto una sottrazione: peso lordo meno la tara (il contenitore).

    La stessa espressione “al netto di” si usa però non solo quando parliamo di peso, ma in generale quando vogliamo escludere qualcosa in termini di quantità, quando non vogliamo considerare qualcosa. Facciop sempre una sottrazione, ma stavolta di denaro.

    Ad esempio, se ho un negozio, se sono cioè il proprietario di una attività commerciale, parlando di denaro, se qualcuno mi chiede:

    Quanto guadagni con il tuo negozio?

    Posso dire:

    Al netto delle spese guadagno 1000 euro al mese.

    Quindi questo significa che ho sottratto le spese. 

    Notate che “netto” è un aggettivo che significa (tra le altre cose) anche “pulito“. Non a caso esiste la “nettezza urbana” che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani nei comuni italiani. La nettezza urbana contrinbuisce a mantenere puliti i comuni.

    Sapete che anche quando devo indicare  un peso netto, cioè senza il contenitore, o una cifra netta, senza le spese, senza costi, si parla spesso di “peso pulito” anziché “peso netto”:

     Se compro un pesce in pescheria, in genere si parla di “peso pulito” del pesce, cioè una volta che il pesce è stato pulito, cioè eliminando le parti che non si mangiano.

    Ugualmente parlando di soldi:

    il guadagno pulito di questo mese è stato di 1000 euro. Si intende il guadagno netto, cioè al netto delle spese.

    Questo prodotto costa 10 euro al netto delle imposte.

    Vale a dire che se consideriamo le imposte, il prezzo aumenta, e magari diventa 12 euro. 

    Altre volte il senso di “al netto di” è leggermente diverso, perché indichiamo non sempre ciò che togliamo, tipo al netto delle tasse, al netto della tara eccetera, ma vogliamo dire che il numero che indichiamo è comunque un numero che si ottiene come differenza, quindi questo numero si indica come “al netto di” un altro numero che non viene indicato ma che è importante sottolineare:  

    Ad esempio:

     Oggi in Italia ci sono 10 ricoverati in meno in terapia intensiva per Covid, al netto di 100 nuovi ingressi.

    Anche in questo caso parliamo di quantità

    Questo significa che ieri magari i ricoverati erano 1000, oggi sono 990, quindi sono diminuiti di 10, ma questo non significa che 10 persone sono guarite. In realtà queste 990 persone di oggi non sono esattamente le stesse persone di ieri. Infatti ho detto che sono 10 in meno “al netto di” 100 nuovi ingressi. Quindi 100 di questi ricoverati sono entrati oggi in terapia intensiva. Allora questo significa che  qualcuno è uscito dalla terapia intensiva: si tratta di 110 persone, 10 in più di quelle entrate. Appunto. E come si esce dalle terapie intensive? O si guarisce o si muore.

    Quindi è vero che oggi ci sono 10 ricoverati in meno di ieri, e questa è una bella notizia, ma è bene dire che  questo dato è un dato che non considera  chi esce e chi entra ma solo il saldo,  la differenza. Anche in questo caso si dice “al netto di“. E’ un modo per dire: questo è un saldo, una differenza tra due numeri, come tra il peso lordo e la tara.

    Altri esempi, stavolta senza numeri. Qui il senso della frase può essere a volte diversa.

    Vediamo:

    Sapete che gli iscritti al Movimento 5 stelle sono stati chiamati ad esprimersi sul nuovo Governo. Sono d’accordo? I capi del movimento lo sono, ma non sappiamo ancora se lo sono anche gli iscritti al movimento. Allora posso dire che:  

    Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, al netto del voto degli iscritti.

    Cioè: Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, sempre che gli iscritti sono d’accordo.

    Si tratta di qualcosa di importante da evidenziare che nella prima parte della frase non abbiamo considerato.

    Notate che quando non si parla di quantità, l’espressione “al netto di” è molto simile a “al di là” che abbiamo già spiegato nell’episodio 193. Spesso diventa anche “al netto di tutto“, che è è proprio come “al di là di tutto“.

    Vediamo qualche altro esempio:

    Mario, al netto degli ultimi litigi, alla fine sposerà Chiara, perché in fondo sono molto innamorati.

    Come dire: non consideriamo i litigi, mettiamoli da parte. Separiamo queste due questioni.

    Ho sempre detto che studiare solo la grammatica non serve a imparare una lingua, ma al netto di ciò, quello che veramente è importante è ascoltare e parlare, ripetere, sbagliare e riprovare.

    Anche qui voglio separare due questioni: la grammatica e il resto. Allora “al netto di” qualcosa è anche simile “a prescindere da” questo, un’espressione che ho già spiegato e che potete ascoltare nuovamente. 

    Al netto della mia fede calcistica, credo che Maradona sia stato un grande calciatore.

    Come dire: mettiamo da parte la mia fede calcistica, la squadra del mio cuore, perché non c’entra con il mio giudizio.

     Al netto delle mie preferenze politiche, credo che il partito X abbia dimostrato più coerenza degli altri.

    Vedete quindi che, come la tara e il peso netto, si tratta sempre di cose da tener distinte.

    Ora, al netto della lunghezza della mia spiegazione che ha ampiamente superato la durata prevista, spero sia riuscito a spiegare bene, anche al netto di qualche errore di battitura che potrei aver commesso.

    Ulrike: io sono ampiamente soddisfatta, sarebbe ingeneroso dire il contrario.

    Natalia: sì, anch’io, purché non diventi un’abitudine fare episodi così lunghi.

    Anthony: benché, bisogna dire che ci sono persone alle quali vanno più a genio episodi più lunghi,

    Bogusia: Ivi inclusa la sottoscritta

     

     

     

    455 Eludere, ineludibile

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    Oggi voglio spiegarvi un verbo e un aggettivo. Si tratta di eludere e ineludibile.

    Vediamo qualche esempio:

    Dei ladri sono entrati nella mia villa in campagna, eludendo le telecamere di sorveglianza.

    Tanti italiani hanno eluso il fisco portando i loro soldi a Lussemburgo

    Le varianti del Corona virus potrebbero eludere i vaccini

     Dunque eludere significa evitare, sfuggire. 

    I ladri che eludono le telecamere di sorveglianza non si fanno riprendere da queste telecamere, e lo fanno volontariamente, con furbizia. Nell’elusione c’è sempre la volontà, la volontarietà, spesso la malizia, la furbizia.

    Infatti spesso si parla di eludere le tasse, i pagamenti, i controlli della polizia, appunto, le telecamere. 

    Ma si può eludere anche una domanda, facendo il furbo, o facendo finta di niente. In questo caso si evita di dare una risposta. In questi casi si ha un comportamento elusivo.

    Quindi a volte si usa anche nel senso di sottrarsi a un obbligo o ad un impegno.

    Io eludo le tasse per non pagarle

    Tu eludi una domanda per non rispondere

    Lui elude le telecamere per non farsi riprendere

    Noi abbiamo eluso i controlli della polizia scappando!

    Voi avreste voluto eludere la legge

    Loro scappano dalla polizia e vorrebbero eludere la giustizia.

    Proprio per questa malizia e furbizia che si usa, spesso significa “prendersi gioco” di qualcuno o qualcosa. Infatti proprio questa è l’origine di eludere: prendersi gioco. 

    A volte però qualcosa non si può eludere, neanche usando tutta la furbizia del mondo. Siamo di fronte a qualcosa di ineludibile, come i ripassi finali alla fine di ogni episodio. Ascoltatene uno allora.

    Irina: sebbene il tempo sia sempre risicato per me, non posso eludere la tua richiesta.

    Natalia: a me fa piacere ripassare, specie se nel frattempo sorbisco un buon caffè americano. 

    Bogusia: Bene, ti risparmio di assaggiare quello che ho fatto io con la moka. E’ venuto una vera ciofeca.

    Dorothea: anche il mio non è niente di che comunque. 

    Ulrike: Forse andava pressato meno? Cosa ne dici Giovanni?

    Giovanni: non so, dovrei assaggiarlo per dirlo. Ma in questi casi meglio farne un altro. In questi casi però non posso dire che è meglio “eludere il caffè” fondamentalmente perché non c’è nessuna furbizia o malizia in questo. In generale non è escluso che un oggetto o una persona non possano essere elusi. Ad esempio si può “eludere un ostacolo” in mezzo alla strada, per evitare di prenderlo, di colpirlo e farsi male. Anche un colpo si può eludere: un colpo di pistola, di arma da fuoco o da taglio, o un calcio o un pugno. Queste sono tutte cose che possono essere eluse. Oltre alla malizia e alla furbizia può allora essere una questione di destrezza, di abilità

    Vi è mai capitato che qualcuno, vedendovi da lontano, cambi strada per non incontrarvi? Forse non lo sapevate, ma siete stati elusi! 

     

     

    Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

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    Descrizione

    Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

    Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

    454 Mettere dei paletti

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    Non so se vi sia mai capitato di incontrare il termine paletti, soprattutto nell’espressione “mettere dei paletti

    Si tratta di un’espressione che vale la pena di inserire nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente proprio perché è adatta a molti contesti diversi.

    Mettere dei paletti ha prima di tutto un senso proprio.

    I paletti sono dei pali, cioè delle assi di legno che vengono piantati a terra, cioè infilati nel terreno.

    Questo si fa in agricoltura per delimitare i terreni di proprietà, quindi si mettono dei paletti intorno al proprio terreno, con della rete tra un palo e l’altro.

    Queste recinzioni fatte con i pali e la rete servono anche per rinchiudere gli animali e formare un recinto che impedisce agli stessi animali di uscire.

    In senso figurato il senso non è molto diverso, infatti significa stabilire dei confini relativamente al comportamento delle persone. Si dice anche fissare o stabilire dei paletti con lo stesso significato.

    Stabilire dei vincoli, mettere dei confini, fissare delle regole: si tratta di paletti non materiali, bensì nel comportamento, quindi parliamo di un’imposizione di limiti a qualcuno. Si impongono dei limiti.

    Si dice: questo si può fare ma quest’altro no.

    Ad esempio una mamma potrebbe dire:

    Irina: Mio figlio esce tutte le sere e rientra a casa quando vuole. Non deve sottostare a nessuna regola.

    Un altro genitore potrebbe rispondere:

    Komi: Io invece no, perché se non metto dei paletti, mio figlio non studia più e poi prende una brutta piega.

    Anche dire semplicemente dei no significa mettere dei paletti.

    I figli devono imparare cosa si può fare e cosa invece è meglio non fare, e per questo i genitori spesso mettono dei paletti, fissano dei limiti da non superare.

    L’espressione si può usare, come avete ascoltato, in genere quando si parla di figli, per aducarli a comportarsi bene, ma si può usare anche in altre occasioni in cui si avverte il bisogno di imporre dei limiti al comportamento di qualcuno.

    In ufficio ad esempio, ci sono persone sempre disponibili ad aiutare i colleghi, e puoi entrare quando vuoi nel loro ufficio e chiedere loro aiuto. Loro non si lamentano mai.

    La disponibilità è sicuramente un pregio, una caratteristica positiva, ma se non si iniziano a mettere alcuni paletti, qualcuno sicuramente si approfitterà di questa disponibilità e non si riescirà a far bene il loro lavoro per aiutare sempre gli altri.

    Quali possono essere questi paletti? Ad esempio, si può rispondere: posso aiutarti dopo le 16, ché ho 10 minuti liberi. Prima devo finire un lavoro urgente.

    A me ad esempio non c’è nessuno che mi mette paletti, e la conseguenza è che gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente durano sempre un po’di più di due minuti.

    Hartmut: però almeno così, se tanto mi dà tanto, impariamo di più.

    Rafaela: poi questa strategia che abbiamo messo a punto per non dimenticarci degli episodi passati ha il suo perché.

    Il predellino – POLITICA ITALIANA (Ep. 2)

    Il predellino

    Il predellino (scarica audio)

    Nella politica italiana si sente abbastanza spesso parlare del predellino, un termine che anche se tradotto in altre lingue non aiuta certamente a capire.

    Infatti il predellino è semplicemente uno scalino, un gradino sul quale si poggia il piede per salire su una carrozza, su un treno o un altro veicolo.

    Esistono anche i predellini intesi semplicemente come gradini, per rialzarsi, usati ad esempio dalle persone anziane, che non possono usare una normale scala.

    Uno di questi predellini divenne famoso in Italia, quando, nel 2007, accadde che Silvio Berlusconi, uomo politico e imprenditore italiano molto famoso, salì proprio sul predellino della sua automobile e appoggiò le mani sul tetto della macchina.

    Non era in realtà un vero predellino, ma lo usò proprio a questo scopo: per andare più in alto.

    Non salì quindi sul predellino per entrare nell’automobile, bensì per stare ad un’altezza maggiore, affinché tutti intorno a lui potessero vederlo.
    Si trovava in una piazza di Milano molto famosa, nel centro della città, e fece un annuncio: annunciò la nascita di un nuovo partito politico: il popolo delle libertà.
    Questo annuncio venne fatto non durante un congresso, una riunione di partito, e neanche ospite di una trasmissione televisiva.

    Berlusconi preferì invece farla in mezzo alla sua città, in mezzo alla gente che lo acclamava.

    Da quel giorno il termine predellino viene usato molto spesso nel linguaggio della politica e quel discorso è ricordato come “il discorso del predellino“.

    Oggi, ogni volta che un personaggio politico fa un importante annuncio in pubblico, non quindi all’interno dei palazzi della politica, si parla sempre di discorso del predellino, oppure si fanno confronti con quel famoso annuncio del 2007 fatto da Silvio Berlusconi. In genere se ne parla con toni ironici, per prendere in giro il politico protagonista di volta in volta.

    Può capitare di incontrare il termine “predellino” o la frase “salire sul predellino”.

    Sappiate quindi che si tratta sempre di quel discorso del 2007, o anche volendo di un’altra dichiarazione politica importante, che può essere la nascita di un nuovo partito o una nuova leadership; ma la cosa che conta è che questa dichiarazione viene fatta fuori dai luoghi istituzionali ma in mezzo alla strada, con l’obiettivo probabilmente di apparire più vicini ai bisogni della gente.

     

    453 Risicato

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    Non so se vi ricordate, ma qualche tempo fa vi ho spiegato l’espressione “chi non risica non rosica“.
    In questa espressione abbiamo visto che il verbo risicare viene in questo caso usato al posto di rischiare.
    Infatti il senso della frase in questione è “chi non rischia non ottiene risultati”.
    Esistono anche però “risicato” e “risicata“, ed è vero che derivano dal partecipino passato del verbo risicare, ma in realtà questi due termini vengono usati nel linguaggio informale come aggettivi.
    Hanno un senso ben preciso: indica una quantità o una misura minima, appena sufficiente, limitata.
    Ma un’altra caratteristica è che spesso questa quantità o misura minima è stata raggiunta con fatica, o potrebbe non bastare, e spesso infatti non basta, perché è veramente esigua, sta ad un livello molto basso.
    Posso parlare di qualunque cosa:
    Se dico che:

    Il governo ha una maggioranza risicata

    Vuol dire che sommando tutti i voti a favore e sommando anche tutti i voti contro, la differenza è esigua.
    I voti a favore superano quelli contrari, ma di pochissimo.
    Si tratta di una maggioranza risicata, cioè appena sufficiente per governare.

    Quanti soldi abbiamo?
    Riusciamo a andare al cinema con i soldi che abbiamo?
    Non so, abbiamo una quantità risicata di denaro. Sicuramente non riusciremo a comprare anche i popcorn 🍿

    Quanto tempo abbiamo? Riusciamo a prendere l’aereo in tempo?

    Se disponiamo di un margine di tempo risicato, probabilmente potremmo riuscirci ma se non accade nessun inconveniente.

    Nel calcio, si parla spesso di vittorie risicate. Anche in questo caso si tratta calcolare una differenza: gol realizzati meno gol subiti. Si parla spesso anche di una vittoria di misura in questi casi, ma la vittoria di misura è semplicemente quella di un gol di scarto: 1-0 oppure 2-1 eccetera.
    Invece si parla di vittoria risicata quando ci si aspettava di più, oppure quando questa vittoria potrebbe non bastare per ottenere un risultato sportivo.
    Posso anche dire che nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente disponiamo di un tempo risicato per fare la Spiegazione, e infatti non riesco quasi mai a rispettare la regola dei due minuti.

    Adesso ripassiamo qualche puntata precedente. André dal Brasile ci parla della situazione politica italiana.

    André: ciao a tutti. Con una maggioranza risicata, tanto vale fare un nuovo governo giusto? Questo accade sempre quando non si riesce a fare incetta di voti. Questo sta accadendo in Italia e a me sinceramente non mi tange, in quanto brasiliano. Però credo che anche a molti italiani non vada a genio un governo che non riesca a prendere decisioni. Allora inutile puntare i piedi. Sicuramente adesso, forte dell’aiuto europeo, l’Italia si riprenderà facilmente. L’idea di chiamare Draghi alla guida del Governo comunque è veramente una Mandrakata!

    Risicato

    Il vallone dei mulini – le meraviglie d’Italia

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    Il Vallone dei Mulini è sicuramente una meta che vale la pena di visitare in Italia. 

    Si tratta di una valle. 

    In una valle di solito ci scorre un fiume o un corso d’acqua, poiché le valli si trovano sotto le montagne e hanno la forma di una striscia, una linea pianeggiante. 

    Il vallone è ugualmente una valle, ma stretta e molto profonda. Si possono chiamare anche “gole“. In effetti il termine “gola” è più diffuso in generale per questo tipo di insenature del terreno molto profonde, scavate dalle acque nel corso dei secoli. Esiste anche il termine “burrone“, abbastanza simile. 

    Quindi il Vallone dei Mulini è appunto un vallone, che si trova in Campania, la regione di Napoli, a pochissima distanza del centro di Sorrento. Precisamente questo vallone si trova nella “penisola sorrentina“.

    La penisole sorrentina è prima di tutto una penisola, proprio come l’Italia stessa.

    E’ quindi una striscia di terra che “entra” nel mare, ma non è circondata dal mare come le isole. E’ una delle principali mete turistiche della Campania, e ha due lati. Su un lato c’è la costiera sorrentina, e dall’altro forma la costiera amalfitana, che tra le altre cose è diventata patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO dal 1997.

    Il vallone dei Mulini si chiama così perché c’è un mulino, usato per macinare il grano, che molti anni fa era stato costruito proprio lì per utilizzare la potenza dell’acqua per far girare il mulino.

    Questo vallone non è ovviamente una zona abitata, soprattutto perché è molto umida. Ci sono comunque i resti di vecchi edifici del complesso industriale. 

    Questo clima comunque ha consentito la crescita di molte piante anche molto rare. Ci sono persino alcune  piante carnivore.

    L’esposizione solare e la presenza di moltissime piante conferiscono a questa valle un aspetto molto suggestivo. Infatti esistono moltissimi dipinti fatti ad ogni epoca da artisti di tutto il mondo.

     

    vallone dei mulini

    Il Colle – POLITICA ITALIANA (Ep. 1)

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    Il Colle

    Benvenuti in questa nuova rubrica di Italiano Semplicemente, dedicata alla politica italiana. Sono moltissimi i termini e le espressioni da spiegare che perché potrebbero risultare abbastanza difficili da capire. In campo politico poi nascono continuamente nuove espressioni e neologismi.

    Iniziamo dal “Colle“. I non madrelingua sicuramente conoscono la collina, che sta in mezzo tra la pianura e la montagna. Si tratta comunque di un rilievo, diciamo di medie proporzioni. Il colle sta dunque più in alto rispetto al terreno circostante.
    Il colle è abbastanza simile alla collina, ma quando si parla di un colle, questo colle generalmente ha sempre un nome, o perché è l’unico colle di quella zona territoriale, o anche perché è noto per qualche motivo.

    La città di Roma è a volte detta anche “il Colle“. Non è un caso che molto più frequentemente Roma è chiama la città dei sette colli. Infatti a Roma ci sono sette colli famosi. Ognuno di questi ha un nome.

    Ma cosa c’entra la politica?

    C’entra, perché su uno dei sette colli di Roma è sorge il palazzo che è sede del Presidente della Repubblica Italiana. Questo palazzo si chiama “Quirinale” e anche il colle sul quale si trova ha lo stesso nome. E’ evidentemente considerato il colle più importante, visto che viene persino detto “il Colle” nel linguaggio giornalistico politico.
    Vi dirò di più: la stessa presidenza della Repubblica viene indicata con questo nome: il Colle, che a questo punto, considerata l’importanza, va scritto con l’iniziale maiuscola.

    Questo significa che spesso si legge:
    Il Colle ha deciso di formare un nuovo governo

    Per il Colle bisogna iniziare subito il dialogo politico

    Il presidente del Consiglio sale oggi al Colle.

    Il prossimo anno ci saranno le elezioni al Colle

    Quindi ci si riferisce a volte al palazzo, altre volte alla presidenza come istituzione.

     

    452 In toto

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    Avete mai incontrato l’espressione “in toto“? E’ un’espressione che dà il senso di interezza. Infatti ha il significato di interamente, totalmente, completamente.

    Partiamo dal contrario: come sapete, il contrario di “completamente” è “parzialmente“, o anche “in parte“.

    Ebbene, “in toto” si usa soprattutto per sottolineare la completezza, l’interezza.

    Si usa più spesso in circostanze e situazioni poco informali, come ad esempio nel linguaggio medico, economico, politico, e in generale nel mondo del lavoro:

    Dopo l’incidente abbiamo dovuto asportare in toto la prostata.

    Asportare la prostata in toto significa asportarla tutta, per intero, non parzialmente, non in parte. 

    Oppure:

    A casa abbiamo rinnovato in toto l’impianto elettrico.

    Quindi lo abbiamo sostituito completamente.

    Le tasse dei cittadini sono utilizzate in toto per finanziare la spesa pubblica.

    Quindi nel caso dell’impianto elettrico, questo vuol dire che tutto ciò che serve per la diffusione dell’elettricità nella casa, è stato rimosso completamente, totalmente, è stato rimosso del tutto. L’impianto elettrico è stato rinnovato, cioè sostituito in toto.

    Notate che nel caso di “generalmente”, “completamente”, “totalmente” e anche “globalmente” ho due possibilità:

    Abbiamo rinnovato completamente l’impianto elettrico.

    oppure

    Abbiamo completamente rinnovato l’impianto elettrico.

    Posso cioè usare l’avverbio (qualunque esso sia) prima o dopo il verbo.

    Invece “in toto” si usa in genere dopo il verbo: abbiamo rinnovato l’impianto in toto, abbiamo usato i soldi in toto, è stato asportato l’organo in toto eccetera. Un po’ è la stessa cosa che avviene con gli aggettivi quando decidiamo di metterli dopo il sostantivo è perché vogliamo dare più importanza allo stesso aggettivo, come abbiamo visto nell’episodio n. 215. Lo stesso avviene con “in toto“.

    Un po’ più usato di “in toto” è “del tutto“, che comunque posso dire che è del tutto equivalente, se non fosse che “del tutto” fa parte del linguaggio di tutti i giorni e lo stesso non si può dire per “in toto”, che si usa prevalentemente in occasioni meno informali. Ad ogni modo si può usare sempre, come detto, anche solo per sottolineare la non parzialità, cioè la completezza.

    Ad esempio:

    Sono d’accordo in toto con te (tutto ciò che hai detto mi trova d’accordo)

    Aderisco in toto all’iniziativa (non ho nessun dubbio);

    Tutto il gruppo aderisce in toto (nessuno di noi è contrario);

    Gli studenti hanno partecipato in toto alla didattica a distanza (hanno partecipato tutti);

    L’ospedale è dedicato in toto ai malati Covid (l’ospedale è completamente dedicato al Covid).

    Quello che ha detto Giovanni corrisponde in toto alle dichiarazioni di Francesco (si tratta di due dichiarazioni identiche, che coincidono completamente).

    Ulrike: se tanto mi dà tanto, per domani mi aspetto un episodio sul totocalcio

    Irina: io invece me ne aspetto uno sul toto-ministri. Sarebbe veramente degno di nota. 

    Natalia: a proposito, ho saputo che è in partenza una nuova rubrica dedicata alla politica. Che voi sappiate è vera? 

    Flora: non saprei, ma mi piace l’idea, per me sarebbe benaccetta

    Bogusia: ho sentore che sia proprio così.

    Campa cavallo

    Campa cavallo ché l’erba cresce

    Avete perso la speranza?
    Pensate sia inutile aspettare?

    Allora adesso avete un modo simpatico per esprimere questo vostro pensiero:

    Campa cavallo!
    Questa è una frase che in realtà è la versione breve di una frase più lunga:

    Campa cavallo ché l’erba cresce!

    Adesso è un pò più chiara. Vediamo cosa significa e perché questa esclamazione indica la perdita di speranza.
    Campa è il verbo campare, che abbiamo incontrato in diversi episodi. Campare è come vivere, ma in genere significa vivere con difficoltà, o anche riuscire a vivere o a sopravvivere.
    Si dice al cavallo che deve campare, cioè vivere? E perché?
    Semplicemente perché deve aspettare che l’erba cresca, affinché possa mangiarla.
    Potete immaginare che l’erba non cresca così velocemente e il cavallo quindi non riuscirà a sopravvivere.
    Allora l’espressione “campa cavallo”, o la sua versione per esteso “campa cavallo ché l’erba cresce” è un invito ad aspettare qualcosa che non succederà mai.
    Si tratta di un invito ironico ovviamente.
    Un abitante della Corea del nord potrebbe dire: prima o poi avremo un governo democratico?
    Parlando seriamente si potrebbe rispondere:
    – per il momento mi sembra difficile.
    – credo ci sarà parecchio tempo da aspettare ancora
    – non mi sembra sia nell’aria
    – non mi sembra che ci siano le condizioni per una soluzione democratica nel breve e medio periodo.
    Se invece volete essere ironici potete rispondere:

    Campa cavallo!

    Notate poi una cosa: il ché della frase per esteso ha un accento. Infatti è simile a perché, affinché, dacché.
    Es:

    Ascoltare ancora questa spiegazione, ché dopo dovete lavorare.
    Diventate membri dell’associazione italiano semplicemente, ché non ce ne sono altre come questa.

    451 Tanto vale

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    Tanto vale

    Tanto vale

    Eccoci ad un altro esempio di come l’ordine delle parole è importante. Che differenza c’è tra vale tanto e tanto vale?

    Qui usiamo il verbo valere, che si può in generale usare in molti modi diversi, ma indica concetti simili: valore economico:

    Il mio cellulare vale 1000 euro

    Qualcosa di importante:

    Per me il tuo amore vale moltissimo  

    Un’utilità, una adeguatezza, un vantaggio:

    Vale la pena di spendere 1000 euro per un cellulare?

    Anche qualcosa che ‘può essere sufficiente, che può bastare:

    Il tuo gol valse il pareggio

    Il gioco vale la candela

    Essere leale, corretto, o il contrario:

    Hai fatto gol con la mano. Non vale!

    Allora, se torno al primo significato, e dico che il mio cellulare “vale tanto“, mi riferisco al valore economico: il mio cellulare ha un valore elevato, in termini di denaro, soldi.

    Invece “tanto vale“, “tanto valeva” e “tanto varrebbe”, sono locuzioni che si usano per indicare sempre qualcosa di inutile, e questo si fa facendo un esempio di come lo stesso risultato può essere raggiunto in modo molto più semplice, oppure semplicemente proponendo una soluzione migliore.
    Normalmente, in questi casi, si potrebbe semplicemente dire:

    Allora sarebbe meglio…
    In tal caso sarebbe stato meglio…
    Stando così le cose, forse la scelta sarebbe stata…

    Ma il modo migliore è usare “tanto vale”:

    Se non possiamo più vederci perché ti trasferisci in Cina per sempre, tanto vale lasciarci!

    Come a dire: inutile continuare: è meglio lasciarci. Soffriremmo inutilmente.

    Visto che devi acquistare una nuova auto, tanto vale prenderne una ecologica. Almeno è meno inquinante.

    Sei andato al parco a correre tutti i giorni per un anno? Tanto valeva ascoltare con le cuffie gli episodi di Italiano Semplicemente, almeno imparavi l’italiano e guadagnavi tempo.

    Con questa pandemia non viene nessuno al mio negozio. Tanto varrebbe tenere chiuso. 

    Attenzione adesso perché, ancora una volta, il modo di pronunciare la frase “tanto vale” può far sì che il senso sia simile a “vale tanto”, anzi, per la precisione, il senso può essere: “vale così tanto“, “vale proprio così tanto“. Suona come una conferma del valore economico, anche confrontando questo valore con un valore di altro tipo: utilità, caratteristiche, eccetera.

    Basta fermarsi un po’ sulla parola “tanto”.

    Es: Questa automobile l’ho pagata centomila euro e tanto vale!

    Notato il tono? Sto dicendo che è vero che l’auto costa molto, ma è anche vero che è un prezzo giusto in virtù delle caratteristiche dell’automobile. “Tanto”, in questo caso, è simile a “altrettanto“, che si usa spesso nei confronti.

    Ho messo in vendita la mia casa. Il prezzo è 300 mila euro perché tanto vale.

    Avete ancora un po’ di tempo? Allora tanto vale ascoltare un ripasso di qualche puntata precedente. 

    Rafaela: Nella nostra associazione c’è sempre tanto da fare. Ti dirò che non si lascia nulla di intentato per poter ingranare con l’italiano.
    Una puntata nuova ogni giorno, poi siamo chiamati a realizzare e a registrare un ripassino come questo e spesso ci scappa anche una parola misteriosa da indovinare: un giochino divertente che facciamo sul gruppo whatsapp.
    Nessuno si sente un’anima in pena però. Se qualcuno ha difficoltà a capire, nessuno oserebbe dire: “la cosa non mi tangeperché l’apprendimento di una lingua è un percorso a tappe e, con la lingua, al contempo si apprende anche la cultura del paese.
    Cercare di dividere i due aspetti è un tentativo che lascia il tempo che trova. Bisogna tener conto del fatto che è necessaria una vera e propria immersione nella lingua per non rimanere per sempre a carissimo amico e non andare a tentoni quando si cerca di capire un italiano quando parla.
    Bisogna dare fondo a tutte le forze, fermo restando che non si può dimenticare il divertimento.
    Già scalpito per quando partirò alla volta dell’Italia, ovviamente, previa vaccinazione!

    Giovanni: Grazie a Bogusia per aver realizzato questo bel ripasso e a Rafaela per averlo registrato. Ciao a tutti.

    450 Tanto piove o piove tanto?

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    Avete mai pensato che l’ordine delle parole spesso è importante per capire il significato di una frase?

    A volte non solo è sbagliato invertire l’ordine di due termini, ma succede spesso che cambia completamente il significato.

    Vi faccio un esempio:

    Piove tanto

    e

    Tanto piove

    Piove tanto” significa che sta cadendo molta pioggia, che sta piovendo tanto, molto. Una grande quantità d’acqua.

    Invece “tanto piove“, non si utilizza allo stesso scopo.

    Se dico:

    Domani non possiamo andare al mare perché dobbiamo studiare.

    Poi vedo le previsioni del tempo e dico: vabè, tanto piove!!

    “Tanto piove” in questa frase esprime questo significato: non avremmo comunque potuto andare al mare, perché domani piove.

    Questo utilizzo del termine “tanto” non esprime quindi una quantità, ma serve a sciogliere un rapporto di causa-effetto, di causalità o una relazione che sembrava scontata.

    Spesso si usa ad esempio per evidenziare una cosa che sembrava importante e invece poi si dimostra inutile.

    Inutile che pensi al mare, tanto domani piove (o tanto piove domani)

    Non studiare, tanto sarai bocciato all’esame!

    Inutile che continui a insistere, tanto non ti amo!

    Lo so che sbaglio sempre la pronuncia, ma tanto prima o poi io riuscirò a parlare come un vero italiano!

    A volte, soprattutto in caso di sconforto, rassegnazione, non si aggiunge nulla dopo “tanto”:

    Ma perché non provi ancora con la tua fidanzata, anche se ti ha detto che non ti ama più!

    Risposta: tanto

    Come a dire: tanto è inutile, tanto sarebbe fatica sprecata.

    Notare come anche il tono della voce è molto importante per trasmettere il senso della frase.

    In questo caso particolare “tanto” funge da congiunzione e possiamo spesso usare, al suo posto, anche “perché”:

    Non vado al mare, tanto piove.

    Non vado al mare perché piove

    Ci sono tanti esempi nella lingua italiana in cui invertire due parole cambia completamente il senso della frase. Nel prossimo episodio vediamo un altro caso.

    Ad ogni modo se volete c’è un bell’episodio, molto completo, dedicato alla parola tanto.

    Date un’occhiata, tanto piove fuori. Dove dovete andare?

    Bogusia: sì, darò un’occhiata ma prima io sarei per riascoltare questo episodio almeno un’altra volta.
    Ulrike: due volte ok, ma di più proprio non è cosa. Devo fare un sacco di cose a casa.
    Sofie: non dirlo a me, che devo andare a fare la spesa settimanale prima che si accaparrino tutto al supermercato.
    Ulrike: eh infatti con la crisi è così. La gente ha paura di restare a mani vuote, ma a me la crisi non mi tange proprio.
    Bogusia: tu parli così perché non sei più nel fior fiore degli anni. Scusa la Sincerità.

    449 Se tanto mi dà tanto

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    Ecco una bella espressione che potete utilizzare ogni volta che volete fare una deduzione logica.

    Quando accade qualcosa e, come conseguenza, vi aspettate una risposta, una reazione o un fatto più o meno logico che debba accadere – almeno secondo voi – potete usare “se tanto mi dà tanto”.

    Es: continuiamo a inquinare la terra con la plastica. Se tanto mi dà tanto, tra 100 anni dovremo trovare un altro pianeta su cui abitare.

    Si tratta quindi di una deduzione, si tratta di immaginare un prevedibile sviluppo di un fatto reale: l’inquinamento in questo caso.

    Potremmo anche dire:

    Se accade ciò che penso…

    Se la logica non mi inganna…

    Se le cose vanno avanti così…

    In base alla logica o alla nostra esperienza passata, allora crediamo di sapere cosa accadrà adesso.

    Vediamo un altro esempio:

    Ogni volta che Italiano Semplicemente pubblica un nuovo episodio, mi sento più sicuro. Se tanto mi dà tanto, nel giro di sei o sette mesi saprò usare almeno 200 nuove espressioni italiane!!

    Irina: esatto! E questo grazie ai ripassi con i fiocchi che facciamo tutti i giorni.

    Bogusia: io vorrei sapere quale sarà il prossimo episodio invece. Starò sulle spine fino a domani.

    Olga: scusate ma tenete conto che io, in quanto arrivata da poco tempo nell’associazione, ancora ho molti episodi passati da ascoltare.

    Ulrike: non preoccuparti, puoi anche iniziare dall’episodio di oggi e poi vedere solamente quelli che di volta in volta ripassiamo. Così sarà più facile.

    Anthony: infatti. Bisogna consentire alla mente di assorbire gli episodi un po’ alla volta, senza dar fondo a tutte le tue energie.

    Flora: vedrai che tra un paio di mesi ti sentirai a cavallo!

    448 Tener conto

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    Il verbo tenere è molto usato nelle locuzioni e nelle espressioni, anche idiomatiche, italiane.

    Uno dei modi di usare il verbo tenere è “tener conto“.

    Potremmo dire che questa locuzione è assolutamente equivalente a “considerare” o anche “tenere in considerazione“.

    Il verbo tenere quindi viene usato per esprimere, in questo caso, qualcosa da non lasciare, ma non nel senso materiale. Qualcosa da non trascurare, da non dimenticare.

    C’è quindi qualcosa di importante che va considerato, proprio perché è importante.

    Nel linguaggio informale normalmente quando si vuole evidenziare questo si usano anche altre modalità.

    Ad esempio:

    Andiamo al cinema? Ti passo a prendere alle otto questa sera.

    Ok, ma guarda che viene anche Giovanni.

    Guarda che” è una delle forme equivalenti. Molto informale ma molto usata come modalità.

    Potrei dire:

    Tieni conto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione che viene anche Giovanni.

    Considera che viene anche Giovanni.

    In aggiunta a “che” si usa, ma è un pochino meno informale, anche il termine “fatto”.

    Tieni conto anche del fatto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione il fatto che viene anche Giovanni.

    Considera anche il fatto che viene anche Giovanni.

    Tener conto si usa anche per sottolineare qualcosa su cui riflettere, qualcosa che merita attenzione, una circostanza che bisogna valutare attentamente.

    In questi casi, più formalmente, si può usare “tenere in debita considerazione“, o “fare la debita valutazione” o “tenere nel debito conto” una circostanza, un fatto o qualunque cosa che meriti attenzione. Aggiungere l’aggettivo “debita” o “debito” sottolinea l’importanza dell’aspetto da considerare. La debita attenzione è l’attenzione che merita.

    Se vi state chiedendo il perché si utilizzi il termine conto, non dimenticate, tenete conto che contare significa anche “avere importanza”.

    Inoltre il conto è anche un’operazione matematica, come il conto del ristorante, cioè la somma da pagare per ciò che si è mangiato.

    Quando si fa un conto, non bisogna dimenticare nulla, o meglio, bisogna tener conto di tutto ciò che va conteggiato, considerato.

    Se non lo fai, non ne stai tenendo conto.
    Che ne dite adesso facciamo altri esempi?

    Hartmut: tieni conto del fatto che hai già superato i due minuti. Lo farai a tempo debito magari in altri episodi.

    Mariana: sarebbe un peccato se dimentichiamo di tenere nel debito conto l’importanza della durata.

    Olga: Ciao amici, mi consentite solo una domanda?

    Emma: Beh, caschi male, perché da più di un’ora mi sto a scervellare preparando un ripasso e adesso che finalmente sono a cavallo devo continuare.

    Ulrike: Come sarebbe a dire caschi male, siamo tanti qui, qualcuno sarà disposto a ritagliarsi del tempo per una risposta. Vai Olga

    Olga: Allora, sicuramente avrete presente che Giovanni ci spedisce ogni giorno un nuovo episodio, a volte anche due. Mi sento in debito con lui, di volta in volta di più. In che modo potrei dargli il meritato plauso?

    Bogusia: Macché, non preoccuparti troppo, tanto è risaputo che lui si diverte e poi ci ha chiamato in causa lui, ossia è lui che ha voluto la bicicletta e adesso …

    Sofie: pure io penso che il presidente non voglia batter cassa, purché partecipiamo e diciamo grazie anche attraverso i nostri progressi. Benché, a pensarci bene, ogni tanto una donazione dovrebbe essere benaccetta.

    Cambiare i connotati

    Cambiare i connotati

    Cambiare i connotati e il verbo connotare Buongiorno da Giovanni.

    Sapete cosa sono i connotati?

    Sono i nostri tratti del volto, le caratteristiche del nostro viso, ciò che ci contraddistingue, ciò che ci rende unici e riconoscibili.

    Oggi però molte persone preferiscono cambiare i propri connotati, rifacendosi le labbra, gli zigomi, il naso, il mento eccetera. Rifarsi i connotati quindi è esattamente come cambiarsi i connotati. 

    Questo significa cambiare i connotati in senso proprio, ma, come avrete immaginato, la frase ha anche un senso figurato.

    Se dichiarate che volete cambiare i connotati di un’altra persona, non significa che siete un chirurgo estetico,  ma che lo volete picchiare, che la volete malmenare fino a cambiargli il volto, fino a deformargli il volto, fino a renderlo irriconoscibile.

    I connotati sono quindi i tratti distintivi del viso. Si potrebbe dire, state attenti, che i connotati ci connotano, cioè connotano noi, perché ognuno di noi ha i propri connotati.

    Infatti esiste anche il verbo connotare.

    Un verbo abbastanza professionale o formale se vogliamo, e ha un significato simile a associare ad un nome o a un significato, quindi simile al senso dei connotati, che identificano una persona.

    Es: Quale caratteristica connota maggiormente gli italiani? Forse il fatto di gesticolare? Forse la simpatia?  Forse lo stile?

    Come avreste espresso questa frase prima di conoscere il verbo connotare? Forse usando “identificare” o “associare” o anche “contraddistinguere“?

    Quale caratteristica identifica maggiormente gli italiani? 

    Qual è la caratteristica principale degli italiani?

    Quale caratteristica viene associata maggiormente agli italiani?

    Per cosa si contraddistinguono gli italiani?

    Si utilizza molto anche “connotazione”, un termine simile a “significato”. Infatti indica un significato particolare che viene attribuito ad una parola insieme al suo significato più importante.

    Ad esempio le parole anziano e vecchio, hanno una diversa connotazione, in quanto, pur indicando tutte lo stesso concetto, si usano in circostanze diverse. Potrei dire la stessa cosa anche di un solo termine che ha diverse connotazioni a seconda del modo in cui viene usato, tipo il termine “altezza“. Infatti se parlo di una persona, l’altezza può indicare quella espressa in centimetri ma anche l’altezza morale, l’altezza d’animo, la sua magnanimità. Una qualità morale dunque.  
    Un saluto a tutti. Vi ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi audio del sito tutti possono aderire all’associazione Italiano Semplicemente.

    Una volta richiesta l’adesione ricevere un nome utente e una password che potete usare per scaricare tutti gli episodi, inoltre potrete partecipare a tutte le nostre attività: gruppo whatsapp, esercizi di ascolto e registrazione con la vostra voce, video chat settimanali e riunione dei membri. 

    Un saluto a tutti. 

     

     

    N.12 – UN APPUNTAMENTO – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

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    Descrizione

    Lezione numero 12 per principianti della lingua italiana – PRIMI PASSI.
    Sofie e Giovanni si incontrano al bar dopo un lungo viaggio.
    L’episodio contiene anche 36 domande e risposte che riguardano il breve dialogo.

    Durata: 13:11

    447 Il fior fiore

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    E’ interessante come il termine “fiore” sia spesso usato per rappresentare non solo la bellezza ma anche la parte migliore di qualcosa.

    Se ad esempio dico che mio figlio si torva nel fiore degli anni, voglio dire che si trova nel mezzo della giovinezza, l’età migliore. Si parla anche del fiore della vita per indicare questo periodo di tempo.

    fiore all'occhielloAllo stesso modo, essere il fiore all’occhiello, significa essere il motivo di maggior prestigio e di vanto di una persona, di un’azienda eccetera.

    Tecnicamente l’occhiello è un taglio fatto su una giacca, una fessura, precisamente sul risvolto sinistro della giacca, dove si può inserire qualcosa che va mostrato: un distintivo, un fazzoletto colorato, e appunto anche un fiore.

    Potremmo dire che, ad esempio, la pizza è il fiore all’occhiello dell’Italia, o che il fiore all’occhiello della mia azienda è un particolare prodotto, di cui sono molto orgoglioso.

    Per indicare la parte migliore di qualcosa, la parte scelta, selezionata di un insieme, posso usare semplicemente la parola “fiore“:

    il fiore della città è la parte migliore della città.

    Il fiore della nazione è la parte migliore della nazione, quella di cui essere più orgogliosi.

    Il fiore della letteratura italiana è la parte migliore della letteratura italiana, intesa come interpreti, personaggi.

    Posso usare anche “un” e anche la forma abbreviata “fior”:

    Marco è un fior di architetto .

    Cioè è uno dei migliori architetti.

    Ma anche in senso negativo lo posso usare, ovviamente il senso è ironico:

     Giovanni è un fior di delinquente.

    Quindi Giovanni é uno dei delinquenti peggiori, o migliori (dipende dai punti di vista), quasi ci fosse stata una selezione.

    Spesso poi si raddoppia: un fior fiore.

    Alla riunione dei membri parteciperà il fior fiore dell’associazione.

    Scherzi a parte, si sente parlare spesso del “fior fiore“, di tante cose, come della società.

    Si usa anche nel commercio sapete?
    Quando si vuole dire che un prodotto ha un’elevata qualità, possiamo dire che rappresenta non solo il fiore all’occhiello di quell’azienda, ma anche il fior fiore come prodotto:

    il fior fiore dei carciofi

    il fior fiore della salumeria italiana

    Se ho un ristorante, posso dire che nel mio ristorante viene a mangiare il fior fiore della società.

    Infine, a volte indica anche un’alta quantità.
    In questo caso si usa “fior fiori” (al plurale):

     Sul nostro sito abbiamo pubblicato fior fiori di episodi audio

    Si vuole evidenziare questa quantità per qualche motivo.

    Es:

    Basta, ti lascio perché sei troppo avaro!

    Cosa? Ma ti ho fatto fior fiori di regali!

    credo che abbiate capito sebbene non vi abbia fatto fior fiori di esempi.

    Adesso sentiamo alcune voci del fior fiore dell’associazione Italiano Semplicemente per un bel ripasso:

    Hartmut: circa la qualità dei membri, non c’è nessun dubbio!
    Irina: giusto, vedremo se sarà così anche nel presieguo della vita dell’associazione.
    Ulrike: non dobbiamo che aspettare per vedere

    Cadere in piedi

    Cadere in piedi (scarica)

    Cadere in piedi. È possibile?

    Cadere per definizione implica la perdita dell’equilibrio e quindi una caduta, appunto. Non si può restare in piedi una volta caduti.

    Non è così però nell’espressione “cadere in piedi”, che significa salvarsi per fortuna, per caso da una situazione rischiosa. Si usa abbastanza spesso quando si scampa da un pericolo, sfuggire da un pericolo, ma scampare da una situazione rischiosa e quindi da un pericolo non è esattamente come questa espressione

    Infatti mentre scampare significa proprio salvarsi, sfuggire da un pericolo quasi sempre reale, materiale, nel caso di cadere in piedi il salvataggio non riguarda un pericolo fisico, ma una situazione diversa, comunque rischiosa.cadere in piedi

    Il caso, la fatalità, gioca un ruolo ugualmente importante.

    Avete presente quando lanciate un gatto in alto facendolo roteare col corpo? Il gatto alla fine riesce sempre a cadere in piedi, nel senso di atterrare sulle quattro zampe, senza sbattere la schiena quindi.

    Quest’immagine potrebbe aiutarvi a memorizzare l’espressione. Ma il gatto non cade in piedi per fortuna ma per abilità.

    Invece gli esseri umani, quando cadono in piedi è perché riescono a superare, senza subire danni, conseguenze negative, una situazione problematica, rischiosa, potenzialmente pericolosa, ma ne escono  più per buona sorte che per capacità personali.

    Vediamo un esempio:

    Ogni volta che si fa un nuovo governo, ci sono dei politici che cadono sempre in piedi.

    L’immagine che si vuole dare è lo stupore, la meraviglia che si prova vedendo che ci si ritrova in piedi incredibilmente.

    I mille usi del verbo prendere

    I mille usi del verbo prendere

    Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

    Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

    Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

    Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

    Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

    In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

    Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

    Hai preso lo stipendio questo mese?

    No, lo prendo domani.

    Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

    Cosa prendi? Offro io!

    Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

    No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

    Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
    Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

    Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

    Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

    Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

    Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

    C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

    Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

    Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
    qualcuno, incolpare qualcuno.

    Non te la prendere con me, io non sono stato!

    State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

    Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

    Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

    Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

    C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
    Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

    Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

    Ci sono frasi simili però:
    Prendere male qualcosa
    Prenderla male

    Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

    Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

    Posso dire:
    Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
    A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
    Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
    Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

    Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

    Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

    Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

    Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
    Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
    Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

    Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

    Prendere per buono.

    Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

    Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

    Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


    Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

    Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
    Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

    Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
    In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

    Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

    Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

    Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

    Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

    Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

    Tra l’altro esiste anche riprendere:

    Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

    Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

    Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

    Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

    Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

    Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

    All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

    Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

    Con Maria proprio non mi prendo!

    Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

    Si può anche dire:

    Io so come prenderlo, fidati di me.

    Non so come prenderlo.

    In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

    In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

    Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

    Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

    Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

    Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

    Ciao Giovanni!

    No, io sono Mario, non Giovanni.

    Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

    Si usa spesso anche come esclamazione:

    Ma per chi mi hai preso?

    Se dico ad esempio:

    Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

    Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

    Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

    Torniamo ora a prendersela.

    Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

    Ma esiste anche:

    Prendersela comoda

    Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

    Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

    Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

    Prendersi una responsabilità (assumersi)
    Prendere l’autobus (salire)
    Prendere la Laurea (laurearsi)

    Prendere le armi (arruolarsi)

    Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

    Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

    Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

    Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

    Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

    Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

    Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

    Preso! (cioè “colpito!”)

    Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

    Hai indovinato! = Ci hai preso!

    Anche gli animali si possono prendere:

    Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

    Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

    In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

    Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

    Non devi farti prendere dall’ansia.

    Non farti prendere dalla paura

    Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

    Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

    Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

    L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

    La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

    Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

    Prendere in castagna

    In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

    Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

    Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

    A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

    Che equivale a dire:

    Sono stato preso dalla paura
    Sono stato preso dal sonno

    Anche la smania può prendere.
    Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
    In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

    La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

    Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

    Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

    Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

    Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

    In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

    Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

    Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

    Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

    Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

    Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

    A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
    A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

    Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

    Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

    Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

    In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

    Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

    Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

    Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

    Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

    Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

    Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

    In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

    Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

    Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

    Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

    Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

    Prendi e porta a casa
    Prendere o lasciare
    Prendere fischi per fiaschi
    Prendere in contropiede
    Prendere il due di picche
    Prendere la palla al balzo
    E tante altre espressioni.

    Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.

    446 Una ciofeca

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

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    Noi italiani siamo fissati per il caffè! Lo sapete vero?

    E sapete cosa diciamo quando beviamo un caffè che non è buono?

    Diciamo che è una ciofeca!

    Una ciofeca è solo questo (o quasi): una bevanda dal sapore cattivo: non solo un caffè quindi ma anche un tè o un’altra bevanda, specie se molto amara.

    Ma la ciofeca in Italia è soprattutto un caffè schifoso, spesso troppo lungo. Un caffè “annacquato” si dice a volte, ma per indicare il sapore pessimo “ciofeca” è l’ideale!

    Ma perché il caffè è venuto una ciofeca? Solo perché è troppo lungo? No, spesso è colpa del caffè stesso, di scarsa qualità, oppure è conservato male, Altre volte è colpa dell’acqua. Altre volte è colpa della quantità di caffè. Hai fatto la montagnola nella moka? Spero di sì. Quanto caffè hai messo? Meglio di più che di meno, ricorda, ma non pressarlo col cucchiaino, altrimenti, anche in questo caso,  ti viene una ciofeca! Bleah!

    Il termine “ciofeca” è persino uscito naturalmente dal linguaggio del caffè. Oggi si usa anche quando vogliamo disprezzare qualcosa, dicendo che è di pessima qualità. Non solo il caffè quindi.

    Non ci piace un lavoro fatto da un nostro collega? Quello che hai fatto è una vera ciofeca, è completamente da rifare.

    Questo cellulare è una mezza ciofeca, la batteria si scarica subito e le foto sono scarsissime!

    Hartmut: Almeno Italiano Semplicemente non è una ciofeca! Sarebbe molto ingeneroso!

    Irina: dicendo questo scateneresti l’ira di tutti i membri dell’associazione!

    Xin: come minimo direi! Te la caveresti a buon mercato!

    Bogusia: Ma dimmi tu cosa devo sentire! Vado a farmi un caffè che è meglio!