Le lingue nell’ambito professionale finlandese. Episodio di ripasso.

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Descrizione

In questo episodio Heidi, ragazza finlandese membro dell’associazione Italiano Semplicemente, utilizza alcune espressioni imparate nelle prime lezioni del corso di ITALIANO PROFESSIONALE. 

Trascrizione 

Lingue nell’ambito professionale finlandese:

In Finlandia si è molto preoccupati. Tutti parlano del mio paese come uno dei più aperti e progressisti del mondo, ma su alcuni aspetti l’apparenza inganna. Ad esempio i ragazzi non studiano più le lingue. Scelgono piuttosto di studiare la  matematica oppure le scienze naturali. Io però, avendo studiato diverse lingue, direi che dal punto di vista professionale sia la scelta giusta.

Infatti i finlandesi sembrano non avere abbastanza rispetto per le lingue straniere: è ritenuto sufficiente saper parlare inglese perché è la lingua universalmente riconosciuta come ufficiale nell’ambito professionale internazionale.

A me, dopo aver finito i miei studi, questa realtà è arrivata tra capo e collo. Ciò detto, questi ragazzi perdono un aspetto importante: quello di capire le culture straniere e le persone diverse da loro. Voglio spezzare una lancia a favore delle altre culture: secondo me un’altra cultura e in generale la diversità culturale si possono capire innanzitutto attraverso la lingua. Ed è qui la bellezza d’imparare le lingue straniere: riuscire a guardare il mondo da un punto di vista diverso dal proprio, e così avere la capacità di vedere la propria cultura e le proprie opinioni più ggettivamente. È esattamente questo il valore aggiuntivo che, alle imprese nazionali, portano con sé gli esperti delle lingue: una maggior capacità di capire diverse opinioni e di lavorare con gente diversa. Non voglio parlare semplicemente del vile denaro, ma le imprese non sembrano dare il giusto peso al valore della diversità, nonostante lo Stato stia pagando l’istruzione universitaria anche per chi decide di studiare le lingue: un enorme Buco nell’acqua dunque, soldi mandati all’aria se le imprese non sono sono interessate a sfruttare questo sforzo economico. Per chi non lo sapesse, in Finlandia l’istruzione è gratuita, ed anche quella universitaria è praticamente senza oneri per le famiglie: tanto di guadagnato sarebbe per le imprese sfruttare questo vantaggio.

Con questo discorso non voglio dire che studiando  altre scienze, come la matematica ad esempio, non si impari nulla e non si allarghi la propria mente; dico che entrambe le discipline sono necessarie per imprese a caccia di successo. L’economia finlandese continua a basarsi sull’industria ma così non sarà per sempre. Essendo un piccolo paese, sarebbe importante guardare al futuro prima degli altri. Sarebbe importante dare il giusto valore alle esperienze internazionali, non solo dei giovani ma anche degli expat in ritorno in patria. In un piccolo paese tutti si conoscono e i professionisti privati della loro “anima” domestica perdono il loro valore; nello stesso tempo molti giovani finlandesi stanno trovando lavoro all’estero.
Se gli atteggiamenti non cambiano e non si riesce a capire l’antifona, la Finlandia arriverà alla resa dei conti e soffrirà di una grave fuga di cervelli. Peggio ancora, molti giovani che nei loro studi decidono di concentrarsi sulle lingue si troveranno abrancolare nel buio.

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La polenta – preparazione e vocabolario

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Vocabolario

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Trascrizione

Facciamo la polenta!

Non appena finisce l’estate ed inizia a farsi sentire l’autunno viene voglia di mangiare una bella polenta. Quando ero bambina era una festa, la polenta veniva girata con un mestolo lungo per almeno un’ora sul fuoco della stufa e tutti noi intorno alla tavola aspettavamo che finalmente fosse cotta.

Ora è molto più semplice, si possono utilizzare le farine trattate che hanno davvero pochi minuti di cottura, tutti sono in grado di cucinarla ed è buonissima ugualmente, comunque vi regalo la mia ricetta tradizionale.

Allora per prima cosa facciamo un bel ragù perché per essere buona ha bisogno di essere condita bene.

Io oggi ho utilizzato per 4 persone: 4 salsicce fresche, e 500 grammi di magro di maiale, una bottiglia di passata di pomodoro, un pezzettino di sedano, metà cipolla, una piccola carota e procediamo nel solito modo: si mettono le verdurine tagliate a pezzettini in una pentola con un po’ di olio, quando è ben caldo si aggiunge la carne, un po’ di sale e si cuoce per circa 5 minuti a fuoco vivace. Si aggiunge mezzo bicchiere di vino possibilmente bianco, appena è evaporato aggiungere la passata di pomodoro, coprire e fate cuocere per circa una mezz’ora.

Ora prepariamo la polenta. Se vogliamo usare farina di granoturco non precotta, ne usiamo 500 grammi e due litri di acqua. Mettiamo l’acqua in una pentola alta (perché quando cuoce la polenta schizza) un pizzico di sale e iniziamo da subito a mettere la farina poco a poco, così non fa grumi, giriamo, giriamo, sempre senza smettere mai e facciamo bollire circa 40/50 minuti.

Ne mettiamo un bel mestolo in un piatto largo e piano, la stendiamo sottile con un cucchiaio poi la ricopriamo di ragù e pezzi di carne e parmigiano grattugiato o pecorino, a piacere, e buon appetito!

Se invece fate come me ed usate la farina istantanea altrettanto buona e sana in 5 minuti siete a tavola. Il procedimento è lo stesso solo che si aggiunge la farina piano piano quando l’acqua inizia a bollire, si mescola subito cercando di non fare grumi, 2, 3 minuti di bollore ed è pronta da condire ed è in tavola. Buon pranzo!

Vocabolario

Mestolo: Il mestolo è una posata (come il cucchiaio, il coltello e la forchetta) usata per servire, cioè per trasportare cibi liquidi. Assomiglia ad un grande cucchiaio, serve quindi per raccogliere il liquido, come il brodo o anche il tè. Il manico è più lungo del cucchiaio e permette quindi di mantenere una presa molto salda (che non sfugga quindi) ben lontano dalle fonti di calore per non scottarsi.

Farine trattate: si tratta di farine sottoposte a procedimenti e trattamenti per dare alla farina certe caratteristiche, tipo una cottura più veloce. Attenzione perché spesso sono povere nutrizionalmente, cioè sono meno nutritive delle farine non trattate, cioè non sottoposte a trattamenti. Inoltre attenzione perché possono contenere tracce dei trattamenti chimici.

Ricetta tradizionale: la ricetta tradizionale è quella che si eredita dai genitori, dai nonni, cioè la ricetta che è da sempre stata la più utilizzata.

Salsicce: La salsiccia (salsicce al plurale, senza la i che sta nella forma singolare), si chiama a volte anche (almeno nell’uso popolare, in alcune regioni) anche salciccia (con la c e non la s), è un insaccato di carne, tipico di molte regioni italiane e diffuso in tutto il mondo. Generalmente pesa circa 100 grammi. In Italia, ha vari nomi, a seconda degli ingredienti e delle zone dove viene prodotta, luganega, salamella, salamina, salamino ed altri nomi ancora.

Magro di maiale: semplicemente si tratta di carne di maiale, e di una parte non grassa, ma magra: la parte più magra della carne di maiale, come il filetto di maiale, la lonza di maiale. La parte magra del maiale ha bisogno di una cottura appena più prolungata di quella necessaria per il manzo, cioè del vitello, altrimenti la carne sarà un po’ asciutta. Il vitello: in questo caso stiamo parlando di un altro animale: Vitello è il nome del bovino di sesso maschile di età inferiore ai 12 mesi.

Passata di pomodoro: La passata o il passato (al maschile) di pomodoro è semplicemente pomodoro, dopo che è stato cotto, cucinato e “passato”. Per preparare il passato, si prendono dei pomodoro maturi, rossi, si lavano, si tagliano a pezzi e si tolgono i semini. Poi si mette il pomodoro a pezzi in pentola a fuoco abbastanza vivace (cioè un bel fuoco, alto). Quando iniziano a bollire (l’acqua fa le bolle, è bollente) si spegne il fuoco e si aspetta che il liquido della cottura venga a galla. Si toglie l’acqua e si “passano” i pomodori, cioè si mettono in una macchina per fare la passata (generalmente elettrica o anche manuale) da cui uscirà la salsa. Nel frattempo si fanno bollire le bottiglie di vetro (che devono essere lasciate aperte, attenzione!) in cui si verserà poi la salsa. Quando entrambi hanno la stessa temperatura si versa la salsa nelle bottiglie. Alla fine possiamo chiudere le bottiglie con dei tappi.

Sedano, cipolle e carota: si tratta dei tipici ingredienti usati nei condimenti. Il sedano è una pianta che ha molte proprietà benefiche, la cipolla è quella pianta che provoca lacrimazione quando si taglia, e si usa molto per fare il condimento della pasta, oltre che nella polenta.

Evaporato: L’evaporazione è semplicemente il passaggio di un liquido dallo stato liquido allo stato di vapore. La differenza tra evaporazione ed ebollizione è che la prima interessa soltanto la superficie del liquido mentre l’ebollizione riguarda l’intera massa del liquido e che per ogni sostanza avviene ad una ben determinata temperatura.

Farina di granoturco non precotta: il granoturco, tutto unito o anche staccato in due parole grano turco o anche granturco (senza la o) o ancora gran turco (staccato, in due parole) non è altro che il mais. La farina si ottiene macinando il mais. Quando diciamo non precotta vogliamo dire che non è stata effettuata una precottura, cioè una cottura precedente, effettuata prima di mettere in commercio la farina. Perché si precuoce la farina? Perché così facendo i tempi di cottura sono decisamente inferiori, proprio perché le farine sono state sottoposte ad una cottura preliminare, precedente, generalmente a vapore.

Farina istantanea: lo dice la parola, cuoce istantaneamente, questo significa generalmente qualche minuto: 2,3 minuti.

Condire: condire la polenta è analogo a condire qualsiasi altro alimento. condire significa fare in modo che un cibo, un piatto, un alimento, sia più appetibile, più gustoso, più buono con l’aggiunta del “condimento”.

Grazie per le vostre donazioni.

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Il vile denaro. Introduzione alla lezione n. 10 di italiano prpfessionale

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Descrizione

In questo episodio Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, utilizza alcune delle espressioni contenute nella lezione n. 10 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Trascrizione

La lezione numero 10 è piena di espressioni nuove, tra l’altro molto colloquiali. I file audio della lezione li ho ascoltati durante il mio recente soggiorno in Italia. È bello che adesso il loro significato sia molto più chiaro per me, anche se tante frasi, come evidenziato nella lezione, sono sconsigliabili da usare, ma è sempre bene conoscerle.

Prima di presentarvi la mia prova con le frasi nuove, vorrei ringraziare Giuseppina per le sue spiegazioni molto chiare e utili.

Allora, per la gente della mia età in Russia è molto tipica la tendenza di programmare il proprio futuro e preoccuparsi del vile denaro sin dal banco universitario se non da quello della scuola!

Sappiamo bene che il denaro non fa la felicità, però nessuno vuole provare la miseria sulla propria pelle. Di conseguenza cerchiamo una professione che ci dia abbastanza denaro per mantenere la famiglia e mettere tranquillamente mani al portafogli quando ce n’è bisogno. Coloro che non vogliono andare in bolletta iniziano a conciliare gli studi universitari con il lavoro appena possibile.

A Mosca quasi tutti cercano lavoro come dipendente, gli altri avviano in proprio un’attività. Nonostante a volte le paghino a peso d’oro, riescono a mettere in pratica le loro idee trasformandole nei loro prodotti proprio com’era nella loro testa. I prezzi da loro praticati sono ovviamente molto alti, perché si producono merci e servizi unici, artigianali, che non possono conseguentemente costare poco.
È una bella fortuna riuscire a vendere i propri prodotti direttamente ai clienti che pagano in moneta sonante, ma quando si vende alle aziende più grandi a volte si deve aspettare il pagamento a lungo e così si rischia di rimanere al verde se le fatture non saranno saldate in un tempo ragionevole.

Dal mio punto di vista, aprire un’attività autonoma sembra veramente un compito molto rischioso. Mi assalirebbe presto la paura di rimanere senza il becco d’un quattrino o quella che un’altra crisi economica mandi I miei affari all’aria. Ad ogni modo sono molto orgogliosa che tra i miei conoscenti ci siano persone che l’hanno fatto. Auguro loro di andare sempre a gonfie vele e mai a rotoli! Sarei molto curiosa di sapere se anche tra i vostri conoscenti esistono degli uomini o donne d’affari così coraggiosi!

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Paura di parlare in italiano?

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Descrizione

In questa puntata di italiano semplicemente Ulrike, membro della nostra associazione, utilizza molte espressioni italiane che ha imparato sulle pagine del sito.

Trascrizione

Voglio parlare del parlare, e precisamente della paura di uno straniero di parlare l’italiano. Volevo farlo già da un bel po’ di tempo, *vuoi per* esercitarmi, *vuoi dopo* aver scoperto che siamo in tanti noi stranieri che cerchiamo di evitare un discorso a voce. Allora adesso colgo l’occasione e prendo il toro per le corna:. Mi chiedo perché si riesca a scrivere in una chat apparentemente senza problemi (certo con degli errori), ma almeno senza o con poca paura di farne, ed invece sì abbia molta paura di parlare. Perché fra le due possibilità di comunicare si preferisce solitamente la scrittura? A me pare che i problemi comincino ad emergere quando si inizia ad usare la propria voce.

Il suono della propria voce, quando si pronunciano parole straniere, sembra una cosa quasi che non ci appartiene, quasi la voce di un alieno.

Chi parla, sono proprio io? Poi, con la tua voce, facendola ascoltare ad altri, riveli un po’ della tua personalità, fai sentire le tue incertezze in modo più diretto, più vicino a chi ascolta; si sente il tuo respiro, i sottili rumori della lingua, ci si accorge come sei in cerca delle parole giuste per esprimere quello che vuoi trasmettere, si può notare la tua agitazione. Così la distanza fra te e i tuoi interlocutori viene ridotta e tu risulti più esposto a critiche. Una difficoltà particolare si incontra nei discorsi con degli interlocutori invisibili come nel gruppo Whatsapp dell’ Associazione Italiano Semplicemente, perche registrando il tuo messaggio parli quasi nel vuoto. Putacaso vedessi la mimica, anche un solo sguardo, una qualunque reazione immediata al tuo intervento vocale, potresti scoprire subito se sei stato comprensibile e saresti quindi in grado di reagire a tua volta, magari cercando un’altra parola, fare delle domande. Insomma potresti provare a spiegarti meglio.
Tutti questi aspetti – tra l’altro – compongono quello che chiamiamo timidezza o paura di parlare. Conoscete il detto la paura fa novanta? Significa che la paura stimola nel fare cose a volte impossibili. Nel parlare invece questo detto non vale per niente. Cosa fare allora per superare la preoccupazione che parlando si faccia cilecca nel senso di non raggiungere l’obiettivo comunicativo sperato? Permettetemi qualche pensiero e di dare alcuni suggerimenti all’ascoltatore in merito: Il primo: comincia a leggere ogni tanto ad alta voce qualche pezzo del tuo libro italiano preferito o di un qualsiasi testo in italiano. Poi cerca di parlare come mangi, quindi in parole povere, cioè in modo semplice, almeno quando parli spontaneamente senza precedente preparazione.
Terza proposta: comincia con poche parole, forse solo con un breve saluto. Dopo un po’ continua con poche frasi, volendo anche con l’aiuto degli appunti preparati prima. Ci vuole parecchia pazienza per ottenere più sicurezza ma così il gioco funziona e piano piano ci si butta a parlare più facilmente e più spesso in modo spontaneo. Restano i molti errori che credevi superati, ma ciò vale anche per la comunicazione scritta, che è tutta un’altra cosa. Gli errori non sono importanti! Checché se ne dica, c’è solo un modo di imparare a parlare e questo è propri PARLARE!

Fattene una ragione e datti il via libera per il prossimo messaggio a voce.

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Vuoi per

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Spiegazioni aggiuntive senza trascrizione

Video con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno ragazzi, e benvenuti ai nuovi ascoltatori di Italiano Semplicemente e a tutti coloro che, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, continuano a seguirci: c’è chi sceglie Italiano Semplicemente per imparare la lingua italiana in generale, c’è chi invece ama ascoltare mentre guida (ad esempio, o fa ginnastica), c’è chi semplicemente ama la melodia di questa lingua e c’è anche chi vuole imparare l’italiano formale e professionale. Insomma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, siete in molti a seguirci, ed oggi quale espressione spieghiamo secondo voi? Spieghiamo proprio l’uso di “vuoi” in questo modo: “vuoi per“, o anche “vuoi perché“.

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Infatti come avete ascoltato, io ho utilizzato questa parola “vuoi” in un modo abbastanza insolito. L’obiettivo è spiegare qualcosa, dare delle spiegazioni, cercare delle motivazioni, delle cause, fornire dei motivi.

Quando ci sono più motivi, più motivazioni, diverse ragioni per spiegare qualcosa (un avvenimento, un fatto, un’idea, un’ipotesi possibile, eccetera) solitamente si usa “sia“.

Ad esempio:

io sono Giovanni e sono sia la voce principale di Italiano Semplicemente, sia il presidente dell’Associazione omonima.

Perché allora io non ho usato “vuoi per”? Anziché usare sia (due volte), all’inizio ho usato “vuoi per” due volte.

Ebbene, questa è una modalità diciamo equivalente a “sia”, ma non del tutto equivalente.

Qual è la differenza?

La differenza sta nel fatto che se usiamo “sia”, normalmente vogliamo fare un elenco puntuale di motivi, vogliamo essere precisi, stiamo facendo una lista di ragioni, di motivazioni o di cose, e questa lista è esaustiva, o quantomeno dovrebbe esserlo.

Esaustiva vuol dire che tende a esaurire, a trattare in modo compiuto e finito un determinato soggetto. Faccio una lista, una enumerazione, una elencazione esaustiva, completa e non esemplificativa.

Ad esempio posso dire:

Ieri ci sono state le elezioni sia in Brasile sia/che in Camerun.

Questa è una lista esaustiva, completa. Non ci sono altri paesi in cui ieri si sono svolte delle elezioni nazionali. In questo caso non posso usare “vuoi” perché la lista è puntuale.

Se invece voglio dare delle ragioni tra le quali rientrano alcune ragioni, allora meglio utilizzare “vuoi per” o “vuoi perché”.

Ad esempio:

Vuoi perché c’è la crisi, vuoi per via dei problemi legati all’immigrazione, in tutto il mondo stanno andando le destre al governo.

Oppure:

Vuoi perché recentemente non andavamo molto d’accordo, vuoi perché erano ormai 35 anni che si sopportavamo, Mario e sua moglie si sono lasciati.

Ecco, in questi due ultimi esempi, non voglio essere esaustivo; la mia intenzione non è essere puntuale, fare una elencazione precisa e determinata di ragioni che spiegano qualcosa. Invece scelgo volontariamente di essere generico, non puntuale, la mia intenzione è fare delle considerazioni non compiute, ma solo esemplificative; non esaustive quindi ma generiche.

Potrebbero esserci altre ragioni alla base della vittoria delle destre nel mondo? Certo, proprio questo voglio dire. Potrebbero esserci altre ragioni: magari anche perché i governi passati non hanno risolto abbastanza problemi, magari perché ne hanno creati di altri, e magari ci sono anche altre ragioni considerate valide, in base alla vittoria delle destre.

Ci sono, allo stesso modo, anche altre ragioni per cui Mario e la moglie si sono lasciati dopo 35 anni di matrimonio. Probabilmente è arrivato qualcun altro o è accaduto qualcosa che ha turbato l’equilibrio della coppia, magari non sono mai andati d’accordo Mario e la moglie.

In tutti questi casi meglio usare “vuoi” in luogo di “sia“.

Qualche volta capita di usare “vuoi” (attenzione^) anche per fare delle semplici liste, non esaustive ovviamente, ma sempre per spiegare qualcosa, per spiegare delle ragioni. In questi casi non c’è “vuoi per” o “vuoi perché”. Vediamo un esempio.

Ad esempio:

Mio figlio va male a scuola. Di chi è la colpa? La colpa è vuoi la sua, che non sta mai concentrato e gioca sempre con gli amici durante le spiegazioni, vuoi anche dei professori che non se ne accorgono, vuoi anche di noi genitori che non lo aiutiamo mai a fare i compiti.

In particolare: “vuoi anche” è la modalità per aggiungere delle ragioni in più.

La colpa è sua, ma vuoi anche mia, e vuoi anche di noi genitori.

Voglio farvi alcune considerazioni.

L’espressione “vuoi per” si usa spessissimo in un modo particolare:

Vuoi per un motivo, vuoi per un altro

Vuoi per una ragione, vuoi per l’altra

L’ho usata io stesso all’inizio dell’episodio due volte.

Questo tipo di frase è indicativa e ci fa vedere proprio bene perché e quando usare “vuoi” e non “sia”: vogliamo essere generici. In realtà può capitare anche di vedere questo genere di espressioni con “sia per” ma è sicuramente meno corretto e meno usato farlo.

Sia per” è meglio utilizzarlo invece quando voglio specificare puntualmente oppure quando vogliamo spiegare qualcosa e voglio utilizzare il verbo essere. Faccio due esempi per l’uno e per l’altro utilizzo:

Il riscaldamento globale della terra è causato sia da fattori ambientali sia antropologici.

Questo è un elenco puntuale. Oppure: verbo essere

Il riscaldamento globale dipende anche da fattori ambientali? Qualcuno crede sia per questo motivo anche?

La seconda considerazione è sul verbo “volere“: vuoi. Si tratta della seconda persona singolare del verbo volere: “Tu vuoi“. Non possiamo fare in un modo diverso. Non posso dire: voglio, vuole eccetera. Posso usare solamente “vuoi“, e senza mettere “tu”, perché non stiamo dando del tu a nessuno in questo contesto, non mi sto rivolgendo a te direttamente, ma sto parlando in modo generico. E’ come se dicessimo:

Ho elencato soltanto alcune delle ragioni: vuoi trovarne delle altre? Vuoi cercare altre ragioni?

E’ quasi un invito a cercare qualche altro motivo che giustifichi ciò che sto dicendo. Stiamo cercando delle cause, delle ragioni.

Per farvi capire meglio, c’è anche un’altra modalità espressiva simile, in cui si usa il verbo “volere” quando si cercano delle spiegazioni: “se vogliamo“.

In questo caso è la prima persona plurale (noi vogliamo) ma il pronome “noi” non si mette, come prima non si metteva “tu”. In questo caso si mette invece il “se“: “se vogliamo”.

Si usa in modo molto simile. Se mi chiedete:

Per quale motivo insegni italiano su internet? Io potrei rispondervi:

Beh, perché ho la possibilità di conoscere e parlare con molte persone, perché amo le sfide, perché sono curioso e se vogliamo anche perché ho molta esperienza su internet.

Anche in questo caso sto cercando di fornire delle spiegazioni generiche, non esaustive. Anche in questo caso sto invitando l’ascoltatore ad ascoltare le mie ragioni, che sto cercando in quel momento e potrei non essere preciso e puntuale.

Attenzione perché non dico “se volessimo“, ma “se vogliamo“.

Gli amanti della grammatica non si scandalizzino per questo!

“Se vogliamo” si usa spesso per concludere la frase; è come una delle ultime ragioni, forse la meno importante di quelle elencate, forse no, però il senso è simile a “se volessimo”:

Se volessimo cercare altre ragioni potrei aggiungere la seguente…

Oppure posso dire:

Se vogliamo (pausa) un’altra ragione è la seguente…

Terza considerazione: “vuoi” in questa modalità si usa solo per dare delle spiegazioni, come detto, o per dare delle risposte, e mai per fare delle domande. Se uso “vuoi per”, “vuoi perché” o faccio un elenco non esaustivo non posso mettere il punto interrogativo perché non si usa nelle domande, ma solo nelle risposte e nelle spiegazioni. Anche “se vogliamo” non si usa mai nelle domande, o è molto difficile che questo avvenga.

Un’ultima considerazione è che si tratta sempre di espressioni che si usano nel linguaggio discorsivo, poiché nel linguaggio formale o professionale solitamente si preferisce non essere generici ma essere puntuali e precisi.

Se mi sono spiegato bene ora facciamo un esercizio di ripetizione.

Io vi chiedo il motivo (facciamo che ti do del tu): io ti chiedo il motivo per cui tu hai smesso di fumare e tu mi rispondi che tra i motivi c’è quello della salute, ma uno degli altri motivi è che ti eri stancato di fumare. Io faccio la domanda e tu rispondi.

Perché hai smesso di fumare?

Una possibile risposta è:

Beh, ho smesso vuoi per motivi di salute, vuoi perché mi ero stancato.

Notate che in questo caso ho messo prima “vuoi per” e dopo “vuoi perché”. Posso farlo tranquillamente.

Perché hai iniziato a praticare lo Yoga?

Rispondi che due motivi sono: 1) per rilassarti 2) per curiosità.

Perché hai iniziato a praticare lo yoga?

Ho iniziato a praticare lo yoga….

Ho iniziato a praticare lo yoga vuoi per rilassarmi, vuoi per curiosità.

Adesso usa anche “se vogliamo” oltre a “vuoi per” o “vuoi perché“.

Se io ti chiedo:

Perché hai deciso di cambiare lavoro?

Elenca tre ragioni: soldi (motivi economici quindi), vicinanza del posto di lavoro e, se vogliamo, il lavoro è anche più interessante di quello precedente

Perché hai deciso di cambiare lavoro?

L’ho fatto vuoi per motivi economici, vuoi perché è più vicino a casa mia, e se vogliamo anche perché è un lavoro più interessante.

Ciao ragazzi, grazie a tutti ancora una volta, tutti coloro che rendono possibile questo mio lavoro (e divertimento anche): ringrazio sia i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, sia i donatori, sia i semplici visitatori ed ascoltatori.

Ciao

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L’apostrofo – 2^ parte

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Trascrizione

Allora adesso riascoltiamo la storia che vi ho raccontato sull’uso dell’apostrofo e di volta in volta vediamo qual è la regola che occorre rispettare nell’uso dell’apostrofo.

C’era una volta uno straniero che sapeva scrivere solo un po’.

C’era una volta: in questo caso la particella “ci” si apostrofa obbligatoriamente perché c’è il verbo essere cominciante per e: c‘era, c‘erano. Anche con “come” vale la stessa regola: com’è andata? Come+verbo essere che inizia con “e”.

La stessa cosa di “ci“ avviene con altre particelle: mi, ti, si, vi ma in questo caso non è obbligatorio: mi interessa = m’interessa, ti invidio=t’invidio, si inventa=s’inventa, vi indispettisce = v’indispettisce.

Solo un po’: si tratta di un troncamento. Il troncamento sopprime una vocale, una consonante o anche una sillaba alla fine di una parola: poco diventa po’. In questo caso potete dire anche “poco”. Si tratta di un uso facoltativo del troncamento. In generale la regola è che il troncamento non va segnalato con un apostrofo. Ma a volte si usa, e “ un po’“ è uno di questi casi.

Esiste anche “a mo’ di” che sta per “alla maniera di”.

A mo’ di esempio posso dirvi… ah vi ho appena fatto un esempio!

L’arte di scrivere d’altronde non è una cosa semplice da imparare. Questo straniero, nato negli anni ’90, non dava importanza all’apostrofo.

L’arte di scrivere: l’arte si scrive obbligatoriamente con l’apostrofo. Questo accade sempre con gli articoli “lo” e “la” e le parole che iniziano per vocale: la arte= l’arte, lo albero=l’albero. Lo stesso accade con le preposizioni articolate: dell’albero, dell’arte eccetera. Ci sono alcune eccezioni in realtà… le vediamo fra un po’.

D’altronde: Generalmente con la preposizione “da” è vietato usare l’apostrofo per non creare confusione con “di”, quindi se dico che: “a Roma ci sono molti posti da andare a vedere” non ci va l’apostrofo. Però ci sono tante forme fisse, diciamo pure “locuzioni” dove invece è facoltativo e quindi consentito l’uso dell’apostrofo: d’altronde, d’ora in poi, fin d’allora, d’altra parte, d’altro canto eccetera. In questi casi potete mettere l’accento se volete.

Ma a pensarci bene d’altronde è la forma abbreviata di “da altronde” oppure “di altronde”? Da altronde è la risposta.

Potete apostrofare senza problemi, anzi io direi che nella locuzione “d’altronde” è obbligatorio mettere l’apostrofo. C’è qualcuno che addirittura toglie anche l’apostrofo e attacca tutto in una sola parola ma è sbagliato. Non è possibile fare la fusione tra una preposizione e un’altra parola.

Da imparare: In questo caso non ci va l’apostrofo, perché come ho detto si potrebbe confondere con “di”. Se dico “non si finisce mai d’imparare” una frase che si usa spesso in Italia, d’imparare (con l’apostrofo) sta per di+imparare: non si finisce mai di imparare. Ecco perché “da imparare” non si apostrofa.

Attenzione che il verbo apostrofare (scusatemi se apro una parentesi) ha anche un significato figurato: significa insultare, o almeno rivolgersi a qualcuno con un tono di rimprovero. Attenzione quindi a quando usate questo verbo.

Nato negli anni ’90: in questo caso è obbligatorio.

Non dava importanza: dava importanza non si apostrofa, a parte che sarebbe bruttina come forma, ma potrebbe creare confusione con dove, che invece si può volendo opostrofare: dov’è la macchina? Dov’è l’apostrofo?

All’apostrofo: come abbiamo detto, “lo” e “la” insieme alle preposizioni articolate associate si apostrofano obbligatoriamente (eccezioni a parte)

Va , l’imparerò col tempo”, diceva al suo professore che insisteva.

Va be’: be’ si scrive con l’apostrofo perché significa “bene” (va be’= va bene”=ok). Si tratta di troncamento facoltativo.

L’imparerò: lo imparerò. C’è l’articolo “lo” quindi sarebbe obbligatorio. Ma a dire il vero in questo caso “lo imparerò, lo imparerai, lo imparerete” è molto comune. Non vi fidate mai della regola, noi italiani non amiamo le regole J

Quell‘allievo ho l’impressione che sia un po’ cocciuto

Quell’allievo: ”Quello”, come aggettivo, si apostrofa sempre con parole che iniziano con vocale: quell’apostrofo, quell’uomo, quell’amico eccetera. Ma quello può anche essere pronome ed in questo caso non si apostrofa: non prendere il cappotto bianco, prendi quello arancione (senza apostrofo).

Fa tutto di testa sua e tutto per scontato, e questo non mi va a genio.

tutto per scontato: dà in questo caso è un accento e non un apostrofo. L’apostrofo si usa solamente con da’ inteso come seconda persona singolare dell’imperativo del verbo dare, tipo: da’ una mano a tua sorella!

Non mi va a genio: Non mi va a genio vuol dire non mi fa piacere, non lo gradisco, ma “va a”, vede due vocali vicine, ma nonostante questo non si apostrofa. Non si apostrofa anche perché “va’” con l’apostrofo serve ad indicare , analogamente a “da’” con l’apostrofo, la seconda persona singolare forma imperativa. Quindi va si può scrivere con l’apostrofo, ma solo in frasi tipo:

Va’ a capire come si scrive questa parola!

Va’ a indovinare cosa passa per la testa di Giovanni!

La stessa regola non vale solamente per i verbi dare e andare, ma anche per fare, dire e stare: esempio:

Dire: Ti ascolto, di’ pure ciò che pensi

Fare: Fa’ ciò che vuoi, non mi interessa

Stare: Sta’ buono, non ti arrabbiare!

Si tratta sempre della seconda persona singolare. In tutti questi casi l’apostrofo è obbligatorio, come nel caso di “un po’”. Sono tutti casi di troncamento in cui si usa l’apostrofo. Perché troncamento? Perché non può essere elisione, in quanto vedete che non c’è una parola che inizia con vocale dopo.

Sono un uomo bravo”, diceva lo studente, e il professore: “sei un brav’uomo, vorrai dire,

Sei un brav’uomo si apostrofa: “brav”, con l’apostrofo, sta per “bravo” ovviamente, e abbiamo una elisione: “bravo uomo” ha due vocali vicine in due parole diverse e la prima vocale cade e viene sostituita dall’apostrofo.

Diverso è il caso di “buon uomo” in luogo di “uomo buono”. Infatti buon uomo è un caso di troncamento e abbiamo già detto che in generale la regola è che il troncamento non va segnalato con un apostrofo (un po’ è un’eccezione).

Ma ancora c’è molto da fare perché l’apostrofo lo devi imparare ma lo devi anche studiare, perché sant’Antonio non ti può aiutare!”

Allora “c’è” si apostrofa, analogamente a “c’era” che abbiamo visto prima. Stessa regola: ci + verbo essere iniziante per “e”.

Come ho detto prima la particella “ci” si apostrofa con essere e la lettera “e”, ma attenzione perché se la parola successiva a “ci” inizia per a, o, u è vietato mettere l’apostrofo: ci andiamo, ci arrabbiamo, ci adoperiamo eccetera non si possono scrivere con l’apostrofo.

“Che c’entra Sant’Antonio?” Diceva lo studente

C’entra è ci+ entra ed è un altro caso di uso obbligatorio anche se non c’è il verbo essere. In questo caso però è una formula fissa, una frase fatta. “Che c’entra” significa cosa ha a che fare? Qual è il legame? Qual è il collegamento?

Nelle formule fisse l’apostrofo si usa sempre in modo obbligatorio: tutt’altro, tutt’al più, senz’altro, nient’affatto, avant’ieri eccetera. Si tratta sempre di elisioni, cade sempre una vocale, ma è talmente abitudine scrivere e pronunciare in questo modo che son appunto diventate delle “formule fisse”.

Comunque lo userò d‘ora in poi, d’altra parte son qui per imparare”

D’ora in poi e d’altra parte sono altre due forme fisse in cui si usa l’apostrofo, e abbiamo detto prima, quando parlavamo di d’altronde, che la regola vorrebbe che con la preposizione “da” è vietato usare l’apostrofo per non creare confusione con “di”. Sono fatte salve come abbiamo visto le forme fisse come ad esempio “d’ora in poi = da ora in poi”, che a volte si trova anche nella forma d’ora in avanti.

“Ok”, rispose il professore “Tutt‘al più – aggiunse – se proprio non riesci, puoi diventare membro dell’associazione Italiano Semplicemente, dove i membri sono molto motivati, studenti di tutt‘altro tipo rispetto agli altri. Senz‘altro questo t’aiuterà, hanno tutti la buona volontà di seguire le lezioni tutti i giorni”.

Tutt‘al più abbiamo detto che è un’altra forma fissa dall’uso obbligatorio. Analogamente tutt’altro e senz’altro.

Membro dell’associazione: l’associazione = la associazione. Con l’articolo la e le preposizioni articolate associate si mette obbligatoriamente l’apostrofo. Eccezioni a parte (vedrete che poi ne parleremo)

T’aiuterà = ti aiuterà, cioè aiuterà te, la tua persona. È un uso facoltativo, come si è visto questo vale sempre con le particelle mi, ti, ci, si, vi anche se ci sono alcune eccezioni che riguardano “ci” in particolare.

“Ah, sì, l’associazione… proprio avant‘ieri ne ho sentito parlare – disse lo studente –ma sono sicuro che non serve a niente!”

L’associazione e avant’ieri le abbiamo già spiegate. A proposito, anche “le abbiamo” non prevede l’apostrofo: è vietato sia con “li” sia con le, intese come pronomi personali. Invece con lo e la è facoltativo:

Lo avevo detto? = L’avevo detto?

Questa frase la elimino = questa frase l’elimino.

Avant‘ieri è un’altra forma fissa dall’uso obbligatorio.

Nient‘affatto! – rispose il professore –c’è molto da imparare, e se andrai d’amore e d’accordo con gli altri membri saranno fiori d’arancio, ne sono sicuro. Dai un’occhiata al sito web!

Nient’affatto: formula fissa, quindi obbligatorio

C’è molto da imparare: c’è con l’accento (obbligatorio) mentre “da imparare” senza apostrofo per non confondere con “di imparare”.

Se andrai d’amore e d’accordo: analogamente a “fiori d’arancio” si tratta della preposizione di, che si apostrofa generalmente (non è come “da”). Generalmente “d’amore” si scrive sempre in questo modo, con l’accento. La stessa cosa vale anche per d’accordo e d’arancio. Suonano meglio non è vero? A volte non mettere l’apostrofo ha una funzione particolare, cioè quella di sottolineare l’importanza della preposizione “di”. Se io dico:

Di cosa parliamo? Parliamo di amore? Oppure di amicizia?

In questo caso voglio dare importanza alla parola “di”, quindi posso togliere l’apostrofo e nessuno si scandalizza per questo. Se invece dico: “è una questione d’amore”, questa è più una frase fatta, e come tutte le frasi di questo tipo si preferisce mettere l’apostrofo.

Dai un’occhiata al sito web! Un’occhiata= una occhiata, e potete scegliere se mettere oppure no l’apostrofo. Con “un” invece non potete mai farlo. Non avrebbe senso perché un è un articolo e non c’è nessuna elisione, nessuna lettera che cade! Quindi “un aereo” ad esempio non va mai apostrofato.

“ok, ci andrò subito allora e se trovo le regole dell’apostrofo le userò subito!

Ci andrò: mai apostrofare in questo caso perché “andrò” inizia per a. E come abbiamo detto prima, ci seguito da parola che inizia con a, o, u non si può apostrofare: è vietato:

Ci aiuteremo sempre, Ci ostacolavano, Ci uccidono. Mai apostrofare.

Le userò subito! Ancora una volta, con “le” pronome personale (e con “li”) è vietato:

Le aiuterà Giovanni, li aiuterò io.

I compiti? Li vediamo domani insieme.

Le torte le mangiamo oggi!

I ragazzi li abbiamo visti.

Il professore allora disse: “imparerai subito come evitare lo iato, vedrai, e magari troverai anche un’amichetta…”

Lo iato: lo è un articolo quindi come abbiamo visto più volte l’apostrofo sarebbe obbligatorio abbiamo detto, giusto? Questo varrebbe sia per “lo” che per “la”.

Ma c’è un’eccezione, e quando la parola che segue inizia con ia, ie, io, l’apostrofo non si mette (lo iato è inevitabile). Finalmente quindi abbiamo visto l’eccezione alla regola: le iene, lo iato, lo iodio. Questo vale per tutti gli articoli, non solo per lo e la. Quindi: “le iene” come abbiamo detto, o anche “Gli ionici”.

Un’amichetta = una amichetta. Accento facoltativo: un’assemblea, un’amica, un’amichetta.

Lo studente rispose: “Questo non m’importa, quello che m’incuriosisce per adesso è sapere dov’è che posso usare l’apostrofo e com’è che posso impararlo facilmente!”

Non m’importa: uso facoltativo (accade con ci, ti, mi, si, vi).

Vi ricordo che se abbiamo “ci“ e parole inizianti con a, o, u è vietato l’apostrofo: ci aiutiamo, ci osteggia, ci umilia eccetera.

In questo caso abbiamo “mi” che si comporta come ti, si, vi. Cosa succede in questo caso con le lettere a, o, u? In questi casi non possiamo parlare di uso vietato, ma facoltativo, anche se la forma apostrofata è più familiare e spesso è meglio non apostrofare, quindi è meglio dire:

Mi arrabbio, mi odia, mi umilia;

Lo stesso con si: si avvicina. si opta, si ultimano,

e con “vi”: vi amiamo, vi ostruiscono, vi uccidiamo.

Non si usa quasi mai apostrofare in questi casi.

Nella poesia l’apostrofo si usa spesso in questi casi: “M’illumino d’immenso”, la poesia di Giuseppe Ungaretti ne è un esempio. M’illumino = mi illumino.

Ci sono tanti versi dell’inferno di Dante Alighieri:

Come vedi ancor non m’abbandonaè un esempio: m’abbandona = mi abbandona

Manca però la lettera “e”: cosa succede se abbiamo una parola che inizia con la e? Abbiamo detto che col verbo essere è obbligatorio l’apostrofo (c’è, c’era) con la particella ci.

Ma senza il verbo essere?

Se dico: “ci espellono”, “ci estingueremo” ad esempio, la regola vuole che con la “e” l’uso sia facoltativo, sebbene sia preferibile non mettere l’apostrofo: sicuramente è più elegante.

Anche con mi, ti, si, vi è la stessa cosa, con tutte le vocali ed anche con la lettera “e”. La frase può anche avere più gradevolezza all’udito, può essere più armoniosa a volte, ma se non mettete l’apostrofo in questi casi non sbagliate e fate la scelta migliore.

Esempi:

Non m’ero accorto di aver sbagliato – V’eravate accorti? – T’eri arrabbiato? – S’era fatto scuro.

Fammi sapere com’è andata ok?

Questa è la penultima frase della storia. “Com’è andata” contiene “come”. Come e dove, quando sono seguiti dal verbo essere possono essere apostrofati: com’è andata? Dov’è andata? Com’è finita? Dov’erano stati? Eccetera. Si fa sempre di solito.

Senz’altro! Lo abbiamo visto più volte.

Bene, la storia è finita.

Cosa abbiamo dimenticato? Sicuramente non abbiamo parlato della lettera “h” e della particella “ne”.

Ve n’eravate accorti? Te n’eri accorto tu?

Quante mele avete? Ce n’abbiamo due!

Ha importanza? Altroché se ce n’ha!

La particella “ne” quindi può essere vittima di elisione.

In effetti, “ne” si può apostrofare, ma solo con parole che cominciano per “e”: ce n’è (ce ne è), ce n’erano (ce ne erano), n’era convinta (ne era convinta) , n’elenco dei nomi (ne elenco dei nomi), eccetera.

Non è facilissimo per voi stranieri, lo capisco. Qualche volta c’è anche la particella “ce” che possiamo anche togliere, e l’apostrofo scompare! Quindi:

Ce n’abbiamo due = Ne abbiamo due

Altroché se ce n’ha = Altroché se ne ha

Ci sono altri esempi di “ne” su cui vi invito a riflettere e se volete potete anche ripetere:

Cos’hai da dire?

Ce n’avrei da dire, di cose! = Ne avrei da dire di cose

Quanti problemi avevi?

Ce n’avevo di problemi! = Ne avevo di problemi!

Finiamo con la lettera “h” sperando di aver coperto tutti i casi possibili di uso dell’apostrofo.

C’hanno detto che… ad esempio

Quando una parola finisce in vocale e si trova davanti a un’altra parola che inizia con una h, la regola dell’elisione non cambia: la vocale finale si elimina e al suo posto si segna l’apostrofo:

C’hai detto, c’hai fatto, m’hanno riferito, t’hanno consigliato, v’hanno detto, s’ha da fare, eccetera. Si tratta di un linguaggio spesso familiare, discorsivo, usato più all’orale, ma lo trovate anche scritto molto spesso.

Va be’, visto che ci sono, per essere più completo, posso citarvi alcuni esempi aggiuntivi, sempre di prevalente uso familiare:

Ma’ qualche volta indica la mamma, ma devi rivolgerti a lei direttamente: Ma’, hai fatto la cena?

Pa’, mi dai 10 euro? (pa’ = Papà)

Ciao ragazzi

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Problemi al lavoro

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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