371 Addetti ai lavori

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Chi sono gli addetti ai lavori?

Addetti ai lavori
Allora, per capire bene chi siano questi individui, vi faccio vedere un cartello, uno di quei cartelli che indica il divieto di accesso all’interno di un’area in cui si stanno facendo dei lavori di costruzione o ristrutturazione. Un’area in cui nessuno può entrare, perché è pericoloso. Nessuno può entrare, tranne gli addetti ai lavori. Questo c’è scritto sul cartello: Divieto di accesso ai non addetti ai lavori.
Quindi gli addetti ai lavori sono coloro che lavorano in quell’area, coloro che si stanno occupando della costruzione o distruzione o ristrutturazione dell’edificio, della strada eccetera.
Gli addetti, in generale, sono persone che hanno una responsabilità su un certo settore, sono persone alle quali è stato assegnato un determinato compito o ufficio. Loro sono i responsabili.
Chi è l’addetto alla manutenzione di questa stampante?
Questa persona è la persona incaricata di questa mansione, di questo compito. é un termine che si usa esclusivamente in un ambiente di lavoro, quindi adatto a descrivere una mansione specifica se parliamo di quella persona che deve fare quel lavoro.
Si legge spesso anche negli ospedali, dove su alcune porte c’è scritto: “vietato l’ingresso ai non addetti”. Spesso non c’è neanche biusogno di aggiungere la parte finale “ai lavori”, perché è scontata
In realtà “gli addetti ai lavori” o più semplicemente gli addetti si usa in senso più ampio,
Si usa infatti anche per indicare chi ha una particolare competenza in un determinato campo. Si tratta di un gruppo ristretto ed esclusivo, specie in un ambito professionale:
Questa riunione è solo per gli addetti ai lavori
Questo libro è troppo complicato e solo gli addetti ai lavori lo possono capire
Un linguaggio che solo gli addetti ai lavori capiscono
La legge sulla sicurezza è stata fatta, adesso tocca agli addetti ai lavori farla rispettare
E’ grazie I medici e gli addetti ai lavori di tutta Italia che il Covid non si sta diffondendo così tanto.

Adesso ripassiamo con Doris:

Doris: Devo darmi una regolata perché di recente non ho seguito le sette
regole d’oro di Italiano Semplicemente
in pieno e come si deve.

Comunque, adesso mi cimento
a scrivere qualche riga pur di
praticare ed ovviare alla tendenza che ho a dimenticare. Non sto parlando a vanvera, ma piuttosto sto cercando di rispolverare tutto quello che si è già ancorato nel cervello. Queste espressioni già imparate sono tutte presenti nella mia testa ma quando provo ad usarle spesso mi accorgo che qualcosa mi è sfuggito.
Ovviamente non voglio che passino
in cavalleria
 in men che non si dica. Nella vita quotidiana  la prontezza di parola è imprescindibile in tutti gli ambiti ma solo ciò che abbiamo ripetuto assai spesso, viene in mente immediatamente: r e p e t i t a   i u v a n t, appunto!
Allora dovremmo tutti ripetere per poi essere capaci di usare le espressioni al
bisogno. Senza questo lavoro aggiuntivo, è sempre difficile trovare
l’espressione giusta nel momento giusto, ivi inclusi i modi di dire, i proverbi, le esclamazioni eccetera.

Proverbi italiani: Chi semina vento raccoglie tempesta

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Chi semina vento raccoglie tempesta.

Un proverbio che invita a comportarsi bene nella vita, invita a fare del bene al prossimo. Perché chi si comporta male, che nel proverbio viene indicato come colui che “semina vento”, raccoglie tempesta, quindi chi fa del male riceverà un danno maggiore di quello arrecato.

Seminare e raccogliere: Si usa il linguaggio dell’agricoltura: si semina il seme, cioè prima si pianta il seme nel terreno, poi si raccoglie il frutto dalla pianta che uscirà dal terreno.

Quindi se provate a seminare del vento (vi invito a provare!) vedrete che il frutto sarà quello della tempesta, cioè pioggia e vento insieme (un frutto molto amaro!!). Comportatevi bene!

370 Ma dimmi tu!

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Lo stupore è una delle sensazioni più adatte per essere rappresentate da una espressione o locuzione o esclamazione.

Abbiamo già visto alcune espressioni in questa rubrica, ad esempio “ma come si fa!”, “pensa un po'”, “ma ti pare!”, “ma guarda tu”. Spesso compare “ma” davanti.

Oggi ve ne propongo un’altra abbastanza simile: ma dimmi tu!

Questa espressione si può usare in due modi diversi.

Prima di tutto facendola seguire da un “se” di condizione. Questo accade quando si sta esponendo un fatto a qualcuno. Altre volte si può trovare “che”, “cosa” o “come”, dipende dal contesto.

Es:

Ma dimmi tu se devo scendere dell’autobus perché un tizio non portava la mascherina!

Quindi c’è un tizio, cioè una persona qualsiasi che non conosco, uno che ho incontrato sull’autobus, che non portava la mascherina, quando invece era obbligatorio farlo. Ed io mi sono visto costretto a scendere dall’autobus per sicurezza.

Questo è veramente qualcosa di inaccettabile, non è vero?

Non è affatto giusto!

Allora quando racconto questo fatto ad una persona manifesto il mio sentimento di stupore per quanto accaduto, e anche di disapprovazione, con sdegno volte.

L’espressione è assolutamente analoga a “ma guarda tu” e le altre dette sopra.

È un modo per condividere questo sentimento negativo: stupore e disapprovazione.

Ma dimmi tu come è possibile!

Si può usare anche “voi” se si parla con più persone:

Ditemi voi se questo vi sembra giusto.

In realtà sebbene sembri una domanda, è più una specie di sfogo, una reazione istintiva. Non è una vera domanda. Infatti si può rispondere allo stesso modo: attenti al tono.

Ma dimmi tu!

Il secondo modo per usare l’espressione è proprio questo, per esprimere solidarietà verso qualcuno che ci ha appena raccontato qualcosa che suscita stupore e disapprovazione. Quindi la nostra è una risposta che significa: condivido il tuo sentimento di disapprovazione:

Ma dimmi tu!

Una vera esclamazione dunque.

Adesso ripassiamo qualche puntata precedente:

Mariana: sono spesso combattuta ogni volta che vado a votare, sapete?

Rafaela: Vuoi che non ti capisca? Per me è la stessa cosa, anche perché non mi interesso più di tanto di politica. Ne sono un po’ insofferente. Dovrei fare mente locale per ricordare cosa ho votato l’ultima volta.

Irina: a proposito, nel mio paese siamo a ridosso delle elezioni! Ma se mi gira quest’anno neanche ci vado a votare!

369 Rispondere con educazione

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Quando ti fanno una domanda, tipo:

Giovanni, posso dirti una cosa?

Si può rispondere in vari modi. Spesso si risponde con un’altra domanda, tipo:

Che vuoi?

Questa sicuramente è una domanda. Ma che tipo di domanda è?

È una domanda maleducata.

È una domanda che denota maleducazione, una domanda che può essere posta in modo molto più educato e cortese

Dimmi.

Questa semplicissima parola è il modo più diffuso per dimostrare disponibilità a rispondere.

In genere non si risponde ad una domanda con un’altra domanda, a meno che non sia:

Scusa, puoi aspettare un attimo?

Come posso aiutarti?

Generalmente però si risponde in questo modo:

Si, dimmi!

Dimmi pure!

Certo!

Ovviamente!

Naturalmente!

Come posso aiutarti?

Sono tutt’orecchi!

Questi sono tutti segnali di apertura e disponibilità.

Poi ci sono anche altre risposte che a me non piacciono molto, tipo:

Che problema c’è? (della serie: non mi scocciare!)

Ti ascolto! (della serie: dai, parla, sentiamo che hai da dire).

Veloce però! (della serie: non ho tempo da perdere!)

Cosa c’è?

Che c’è? (della serie: che motivo c’è di interrompere la mia quiete!)

Ma la risposta peggiore è sicuramente:

Che vuoi?

Della serie: perché mi disturbi? Che c’è di così importante?

Ripasso:

Khaled (Egitto) – Potrei partecipare ad una frase di ripasso?
Anthony (Stati Uniti) – Prego, lungi da noi dall’impedirtelo!
Ulrike (Germania) – Non fosse altro che per dare la stessa possibilità a tutti i membri. Ed io sono per la democrazia, tra l’altro.
Xiaoheng (Cina) – Mi raccomando, dobbiamo essere tutti concisi.
Mariana (Brasile) – Allora voglio dirvi una cosa che non è priva di fondamento: non avremo il vaccino del corona-virus prima di qualche mese ancora!
Rauno (Finlandia) – Vado a dirlo al mio dirimpettaio, che è convinto che ci sia già!

Ogni scarrafone è bello a mamma sua

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Ogni scarrafone è bello a mamma sua è un proverbio italiano famosissimo nato in Campania, una regione del centro-sud dell’Italia.

Il significato?

Lo scarrafone è il nome dialettale dello scarafaggio, un insetto dall’aspetto sicuramente poco piacevole.

Poco piacevole? Diciamo pure schifoso.

Questo è l’aggettivo che si addice maggiormente ad uno scarafaggio.

Ma questo non è certo il parere della madre, la mamma dello scarafaggio, che amerà suo figlio come ogni madre.

Allora l’insegnamento del proverbio è proprio questo:

L‘amore di una mamma per i propri figli è immenso e incondizionato. Non chiedete ad una mamma se le piace suo figlio perché:

Ogne scarrafone è bell’a mamma soja

Questo è il proverbio originale in lingua napoletana.

Anche la persona dall’aspetto più brutto è bello per sua madre, qualsiasi persona, anche la più brutta appare bella alla propria mamma.

368 A ridosso

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Giovanni: quello di oggi è un episodio dedicato al, termine “ridosso“.

Si usa molto spesso nella lingua italiana, e quando si usa, si trova quasi sempre accompagnato dalla preposizione “a”: a ridosso.

Intanto vi faccio notare che ridosso somiglia ad un altro termine: addosso, che significa molto vicino, o anche sopra.

Non mi stare così addosso!

Questa frase significa non mi stare così vicino. C’è un senso di fastidio anche, di vicinanza fastidiosa dunque. Quando una persona sta addosso ad un’altra, può significare diverse cose: che sta sulle spalle di questa persona, o che gli sta molto vicino, tanto da dar fastidio, o che lo sta incalzando continuamente per ottenere qualcosa. Anche qui c’è il senso di fastidio.

Possa anche usare addosso al posto di indossare (simile anche nella pronuncia), con i vestiti o con uno zaino:

Il ragazzo ha addosso un paio di pantaloni e una maglietta bianca

Aveva uno zaino addosso

In questi casi si usa anche indosso:

Il ragazzo ha indosso solo pochi stracci.

Comunque parlavamo di ridosso, simile a addosso, nel senso che anche ridosso si usa per indicare una vicinanza, e la cosa curiosa è che spessissimo si usa per indicare una vicinanza temporale. Non c’è il senso del peso materiale.

Quindi una vicinanza temporale ma anche semplicemente una vicinanza.

Vediamo come si usa:

Quando ero all’università io iniziavo a studiare solo a ridosso del giorno dell’esame.

Quindi “a ridosso di” significa che siamo molto vicino, che manca poco tempo.

Quando ero all’università io iniziavo a studiare solo qualche giorno prima del giorno dell’esame.

Questa è una frase assolutamente equivalente, ma meno elegante.

Sta iniziando a fare freddo, ormai l’inverno è a ridosso

Quindi l’inverno è vicino.

Notate che c’è ancora un senso di fastidio, qualcosa che sta arrivando e che potrebbe dare fastidio, qualcosa di inevitabile e incombente:

Il ladro aveva tutti i poliziotti a ridosso.

Qui c’è chiaramente il senso di qualcosa di incombente, che sta per accadere, vicino e inevitabile.

Non sempre però c’è fastidio:

Il mio giardino si trova a ridosso di un precipizio.

In questo caso c’è solo la vicinanza, e questa vicinanza in questo caso è spaziale, non temporale. In effetti “addosso” si usa più con le persone che danno fastidio o incalzano.

Comunque a volte si usa ugualmente quando si ha ansia per un giorno che sta arrivando.

Stiamo a ridosso del Natale non abbiamo ancora fatto i regali!

Esiste per dirla tutta, anche il verbo addossare, che si usa solo con le colpe, è analogo a “dare” o “attribuire“:

Non mi addossare la colpa, non sono stato io, capito?

Qualche secondo fa stavamo a ridosso dei due minuti, ora direi che li abbiamo ampiamente superati.

Ma non addossate la colpa a me, la colpa è del termine “ridosso”, che necessita di essere spiegata bene.

Adesso ripassiamo:

Doris (Austria): Me la sono pigliata con me stessa stamattina, più di quanto poteste immaginarvi, tutto solo perché mi sono svegliata troppo tardi. Per giunta non sono riuscita a guadagnare tempo. Avrei fatto di tutto pur di riuscire a prendere l’autobus. Anche perché pioveva a dirotto!
A stizzirmi ancora di più ci ha pensato una mia amica, che non capiva il motivo della mia arrabbiatura.
Meno male che non mi sono presa la febbre ma la mia faccia aveva comunque talmente tanto rossore che mi sono vista costretta a tuffarla in un vaso zeppo di acqua fredda per provare un certo sollievo e rimettermi in sesto
Dopo cotanto stress, per consolarmi, ho chiamato la mia cara madrina. La mia madrina di Parigi per essere più precisa. Lei è sempre disposta a sorbirsi le mie lamentele… All’inizio come scusa le ho detto che mi sono bagnata per un temporale imprevisto questa mattina. Non so se se l’è bevuta, me lo sono chiesto per un minuto, quando non si è sentita volare una mosca ma alla fine ho sputato il rospo.

367 Perfino e persino

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Giovanni: come promesso, eccoci a parlare di persino e perfino, che si usano in circostanze simili a “per giunta”, per di più”, o “come se non bastasse” che come abbiamo visto si usano per indicare una esagerazione che ci coinvolge personalmente, almeno a livello emotivo.

Il termine “oltretutto” invece non richiede un coinvolgimento emotivo, ma resta l’idea dell’esagerazione, come anche in “addirittura“, che è anche una esclamazione.

Ma andiamo per gradi:

Perfino contiene la parola “fino” che si usa per indicare un limite:

Sono arrivato fino a Roma

Devo studiare fino a quando non avrò imparato tutto

Ti amerò fino a quando sarò in vita.

Possono fare lo stesso con “sino”, equivalente a “fino”.

La differenza è che “sino” è meno diffuso, ma ha più senso usarlo per indicare una lontananza o per dare più enfasi alla frase:

Sono arrivato sino a Roma

dà l’idea di una maggiore lontananza rispetto all’uso di “fino a Roma”.

Lo stesso accade con perfino e persino, che indicano entrambi qualcosa di estremo, esagerato, che va subito indicato nella frase.

Nessuno mi vuole bene veramente, perfino tu che dici di amarmi!

Addirittura è un altro termine molto simile, ma persino e perfino non si usano come esclamazione.

Ieri ho avuto mal di pancia. Ho mangiato troppo: antipasti, 3 primi, 3 secondi, 2 contorni e persino 2 dolci.

Risposta: Addirittura!

Sì, anche i dolci. Persino quelli!

Quindi persino e perfino significano “anche” ma c’è una esagerazione, un limite estremo che è stato toccato.

Si dice anche “nientemeno che”. Però non c’è il senso di “anche” , di qualcosa che si aggiunge.

In questo caso c’è solo voglia di stupire.

Alla mia festa di compleanno ha partecipato nientemeno che Sofia Loren.

Abbiamo già visto “nientepopodimeno che”, ancora più esagerata ed anche più informale come espressione.

Siamo arrivati nientepopodimeno che all’episodio n. 367 e persino io sono stupito di questo traguardo.

Notate che il limite di cui si parla può essere superiore, nel senso di troppo, ma può anche essere inferiore, cioè nel senso di soltanto. Quindi può significare “anche soltanto”.

Es: davvero hai mangiato così tanto? Non me lo dire, mi sento male persino a pensarci!!

Hartmut Con italiano semplicemente, persino coloro che lavorano tutto il giorno possono imparare l’italiano.

Emma: vero. Se ci riesco persino io che rientro a casa tardi tutte le sere può farlo chicchessia. Bravo Giovanni!

Rauno: ruffiano!

Carmen: mhmm, e tu chi saresti? Io pure sono di diverso avviso ma non c’è bisogno di insultare.

Le meraviglie di Roma: Il Colosseo quadrato

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Ripassiamo qualcosa di quanto imparato su Italiano Semplicemente parlando delle Meraviglie di Roma, la rubrica dedicata alle bellezze di Roma dal punto di vista storico culturale.

Parliamo allora di poesia, di architettura, di migrazioni di scienziati e di eroi. Come sarebbe a dire? Potreste dirmi voi.

«un popolo di poeti di artisti di eroi, di santi di pensatori di scienziati, di navigatori di trasmigratori».

Questo è ciò che disse Benito Mussolini, il dittatore italiano nel 1935 ed è anche la scritta che campeggia sulla parte alta del Palazzo della Civiltà Italiana, anche detto Il Colosseo quadrato, un monumento costruito nel 1938 e terminato solo dopo la seconda guerra mondiale.

Iniziamo dal nome. Colosseo quadrato o Palazzo della Civiltà Italiana?

Il Colosseo quadrato è, si potrebbe dire, il soprannome, il nomignolo, perché il suol vero nome è appunto “Palazzo della Civiltà Italiana”.

Però somiglia molto al Colosseo, per via dei numerosi archi, ma avendo una base quadrata, è stato chiamato appunto Colosseo quadrato. Non trovate anche voi una certa somiglianza col Colosseo?

Allora, il Palazzo della Civiltà Italiana si chiama così perché doveva proprio rappresentare le virtù italiane, doveva parlare degli italiani. Durante l’era fascista, come sappiamo, si dava molta importanza all’identità dell’Italia e del popolo italiano.

Ovviamente dovevano essere descritte le virtù, e non certamente i difetti, il che non significa che non ne abbiamo! Dunque gli italiani vengono descritti come eroi, cioè come persone che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione s’impongono all’ammirazione di tutti.

Di indeciso42 – archivio personale, CC BY-SA 4.0, 

Un popolo di musicisti, cioè di persone che hanno talento per una determinata attività in musica, inerente alla creazione o all’esecuzione di composizioni strumentali, vocali, corali.

Un popolo di artisti, persone dedite all’arte.

Di Santi, vale a dire di persone riconosciute dalla Chiesa degne di venerazione.

Un popolo di pensatori e scienziati, cioè di studiosi di problemi a livello filosofico o di una particolare disciplina scientifica.

Siamo anche navigatori e trasmigratori, un termine, quest’ultimo, che equivale a “migranti”. A quel tempo erano gli italiani a migrare in altri paesi alla ricerca di fortuna e felicità.

Ebbene queste virtù del popolo italiano sono rappresentate da una serie di statue  altissime che si trovano a piano terra.

Dunque, una curiosità: essere migranti era considerata una virtù. In quanto tale dovrebbe essere sempre apprezzata, anche se appartiene ad altri popoli giusto? ma pare che oggi non sia più così. considerando tutti i problemi politici legati ai trasmigratori che arrivano oggi in Italia. Ma come si fa, dico io!

Si potrebbe dire che nel ventennio fascista, in quanto a democrazia e rispetto eravamo ancora a carissimo amico!

D’altronde si sa, i regimi sono quello che sono in quanto a democrazia.

Comunque, il Colosseo quadrato si trova in una zona molto grande a sud di Roma che si chiama EUR. Questa sigla sta per Esposizione Universale Roma.

Il palazzo nasce infatti insieme a tutto il quartiere dell’EUR, concepito per ospitare proprio una esposizione universale. La prima di queste esposizioni fu tenuta a Londra ad esempio, e in quell’occasione è stato costruito lo storico Crystal Palace.

Allora, nel 1942 se non ci fosse stata la guerra, si sarebbe svolta a Roma  l’Esposizione Universale e il Governo italiano, considerata la portata dell’evento, avrebbe approfittato dell’occasione per celebrare in tale data il ventennale del regime fascista. Il ventennale è il ventesimo anniversario, il ventesimo compleanno.

Che peccato vero?

Ma è interessante parlare di quanto disse Mussolini nel 1935 a proposito della scritta che campeggia sul Colosseo Quadrato.

Dovete sapere che la Società delle Nazioni ventilò delle sanzioni contro l’Italia a seguito della guerra d’Etiopia iniziata proprio nel 1935.

L’aggressione dell’Italia contro l’Etiopia ebbe importanti conseguenze diplomatiche e suscitò una notevole riprovazione (Il contrario dell’approvazione) da parte della Società delle Nazioni che quindi decise d’imporre delle sanzioni economiche contro l’Italia, ritirate nel luglio 1936 anche se Mussolini rispose picche all’appello delle Nazioni Unite. Mettere fine all’aggressione? Neanche per sogno, avrà pensato Mussolini!

Infatti il Duce, che evidentemente non era affatto d’accordo con queste sanzioni, disse che queste sanzioni erano un’offesa, e contro questo popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori, quindi come si osa parlare di sanzioni?

Come vi permettete di sanzionare l’Italia, voleva dire Mussolini, noi che abbiamo cotante virtù, le stesse virtù che adesso sono scritte sul Palazzo della civiltà italiana e che evidentemente Mussolini credeva fossero solo appannaggio degli italiani.

Poi non si può certo dire che il fascismo non ci abbia messo del suo nella costruzione del Colosseo quadrato: l’uso del materiale che si chiama Travertino, ad esempio, che ricopre la struttura esterna, non è casuale, infatti richiamava i valori dell’impero romano, era un ritorno alla tradizione, secondo i desiderata del duce.

Vi risparmio la lista completa dei desiderata del regime (lasciamo correre) perché alcuni di questi non sono affatto piacevoli da ascoltare. Qualcuno, ascoltando la lista completa, potrebbe prendere e interrompere l’ascolto di questo episodio,

Ma tanto finisce comunque qui. Non fosse altro che per non annoiarvi.

Comunque se venite a Roma, fate una capatina all’EUR. Dal vivo, il Palazzo è tutta un’altra cosa!

Ah, per la cronaca, voglio dare un ultimo messaggio dedicato a coloro che sono di diverso avviso sul regime fascista: questo episodio non voglio che vada loro di traverso in quanto è solo un episodio di ripasso delle espressioni spiegate su ItalianoSemplicemente.com e il sito non ha  niente a che spartire con la politica. Cominciamo a fare questo dovuto distinguo.

366 Per giunta

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per giunta

Giovanni: una delle tante cose che i libri di grammatica non insegnano e probabilmente solo italiano semplicemente ritiene importante, è l’utilizzo di “per giunta“, che è un’alternativa a “inoltre“.
Per giunta si usa normalmente però quando questa cosa che si aggiunge, quando questa cosa che viene aggiunta, è irritante, quando ci fa un po’ arrabbiare, quando è almeno fastidiosa, quando è una esagerazione, quando non la sopportiamo.

E’ perfettamente analoga a “per di più” e anche a “come se non bastasse“. Quest’ultima espressione ci fa capire perfettamente che siamo andati oltre, nel senso che c’è stata una esagerazione di qualcuno. Questo qualcuno non siamo noi ovviamente, poiché stiamo dando un giudizio negativo quando diciamo “per giunta”.

Es:

La mia ragazza mi ha lasciato per telefono lo sai? E per giunta mi ha anche mandato a quel paese!

Quindi questa ragazza ha un po’ esagerato. Passi che vengo lasciato, passi pure che lo fai per telefono, ma non mi sembra il caso che mi insulti anche!

II Covid in questi giorni sta facendo molte vittime, e per giunta l’età media dei contagiati si sta anche alzando.

Quindi come se non bastasse il numero elevato delle vittime, c’è anche l’innalzamento dell’età media dei contagiati.

Giovanni non è venuto neanche oggi in ufficio, e per giunta non ha neanche avvisato stavolta! E’ imperdonabile.

Un’avvertenza: Non è il caso di usare “per giunta” al posto di inoltre in ogni circostanza. In “inoltre” non c’è emozione, non c’è tensione, inoltre non neanche c’è rabbia. E’ solo un qualcosa in più.

Bene, ho nuovamente sforato con i due minuti, e per di più (vi ricordo che “per di più” è equivalente a “per giunta”) ne sono anche perfettamente consapevole.

Questa si chiama autoironia. Sì, potete usare queste modalità anche per fare ironia.

Oggi voglio esagerare: Vi dirò che anche i termini perfino e persino si possono usare nelle stesse circostanze. Ma di questi due termini parleremo nel prossimo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.

Ecco, adesso ho persino allungato ulteriormente questo episodio.

Ma io voglio essere esaustivo, ricordatevelo, e non solo conciso. L’esaustività viene sempre prima della….concisione. Il termine è concisione.

Adesso c’è persino un bel ripasso:

Rafaela (Spagna): Se non sbaglio, anche “oltretutto” è molto simile a “per giunta
Olga (Saint Kitts e Nevis): certo, ma questo lo abbiamo lasciato alla fine, come l’ammazza-caffè!
Xin (Cina): del resto, non possiamo mica lasciar spiegare tutto a Giovanni.
Irina (California): adesso lui chioserà: Solo io posso spiegare, mica i membri!

 

Italiano Professionale – lezione 29: Parlare delle possibilità

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Descrizione

Lezione 29 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è come parlare delle possibilità.

Analizziamo tutti gli avverbi utilizzabili a seconda della bassa, media e alta probabilità. La lezione appartiene alla sezione 3 del corso, dedicata alle riunioni e agli incontri.

365 Darsi una regolata

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Giovanni: il verbo regolare probabilmente molti di voi lo conoscono: ha molti utilizzi diversi: può significare:

ordinare:

Le leggi regolano la vita dei cittadini, ed anche i regolamenti. Il nome non è casuale

Significa anche limitare, controllare, o cambiare, modificare:

Occorre regolare le spese perché spendiamo troppo!

Oppure sistemare, risolvere:

Devo regolare una faccenda complicata!

Si usa anche con gli strumenti e le cose meccaniche:

Regolare l’orologio, la temperatura eccetera. Come se dovessimo girare una manopola per cambiare la temperatura. tenete a mente quest’immagine. Questa è la regolazione, diverso da un regolamento.

Anche mantenere costante qualcosa:

Regolare il flusso dell’acqua

Invece “regolarsi”, la forma riflessiva, è più facile da spiegare e da capire.

Regolarsi si usa parlando di sé stessi, e regolare sé stessi è molto simile a controllarsi. Si parla del comportamento da tenere in certe situazioni.
In particolare si parla di esagerazioni, quindi si parla di tenere il controllo di qualcosa che dipende dal proprio comportamento, che deve essere più corretto, più giusto, più moderato, forse la moderazione è ciò a cui si ambisce maggiormente.

Probabilmente però il verbo più adatto a sostituire regolarsi è contenersi, un altro verbo riflessivo.

Facciamo alcuni esempi:

Non bere così tanto! Ti devi regolare, altrimenti rischi di fare un incidente.

Quando siamo con gli amici cerca di regolarti e non parlare di sesso!

Dovrei fare piatti meno abbondanti, è vero. Non riesco mai a regolarmi

Poi c’è “darsi una regolata” che ha lo stesso significato, ma con un uso più informale: Il senso è quello di abbassare il livello, girare la manopola, come si fa con la temperatura ad esempio.

Mi devo dare una regolata perché ultimamente sto mangiando troppo

Datti una regolata con queste spese, altrimenti andiamo in rovina

Diamoci una regolata quando andiamo in discoteca, non beviamo troppo, altrimenti faremo un incidente.

Regolarsi, in realtà ha un uso ancora più ampio, perché si usa anche nel senso di “comportarsi“. Ad esempio posso chiedere:

Come mi devo regolare con questi ragazzi? Posso sgridarli se fanno confusione o se non studiano?

Quanto tempo ho per consegnare questo lavoro? Come devo regolarmi con i tempi?

Quindi è come dire: come devo comportarmi?

Regolati tu!

Questa potrebbe essere una risposta, simile a: vedi tu, fai come vuoi, cerca di capirlo da solo.

Allora usare il verbo “dare” nella espressione darsi una regolata serve proprio a evitare che si confondano questi due significati.

Darsi una regolata significa contenersi, non esagerare, controllarsi, moderare il proprio atteggiamento, e si usa verso sè stessi ma anche verso gli altri, come un invito o un ordine a contenersi, a moderarsi, a non esagerare. Può essere offensivo, attenzione al tono che usate.

Ora mi scuserete ma non sono riuscito neanche stavolta a regolarmi con la durata di questo episodio. Abbiate pazienza. Adesso ripassiamo un po’.

Carmen: ciao a tutti, oggi su quale argomento ci cimentiamo?
Anne France: dacché mi sono iscritto/a all’associazione non ho mai parlato di politica
Khaled: meglio così. Ancora ancora se parliamo di sport o di lingua italiana, ma di politica meglio stare zitti.
Rauno: la politica in quanto tale rischia di farci litigare
Sofie: e poi sarebbe un argomento appannaggio di esperti del settore, ed io proprio non me ne intendo di politica

Proverbi italiani: Chi vive sperando, muore cantando

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Chi vive sperando, muore cantando.

Sono numerosi i proverbi sulla speranza. In alcuni di questi la speranza e la vita o la morte si trovano spesso a convivere.
In questo caso la speranza è positiva: bisogna avere speranza, bisogna sperare, bisogna sognare: più si spera e meglio è, più si sogna, meglio è. Non si vive forse solo di sogni, di progetti, di desideri? Dunque se si spera continuamente in qualcosa, se si è continuamente alla ricerca di un obbiettivo da raggiungere, se non si perde mai la speranza, si morirà felici, quindi probabilmente si morirà cantando… canzoni italiane!

364 Pur di

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pur di - LINGUA ITALIANATrascrizione

Giovanni: oggi, pur di stare nei due minuti di durata, farò miracoli.

L’argomento del giorno è l’uso di “pur” nella locuzione “pur di”.

Gli italiani la usano moltissimo, e lo fanno per un motivo preciso: quando si vuole raggiungere un obiettivo con determinazione, quando si ha un desiderio e quando si vuole evitare una conseguenza con altrettanta determinazione.

Pur di farla finitafarei qualunque cosa

Vuol, dire che io voglio farla finita e sarei disposto a fare qualunque cosa al fine di raggiungere questo obiettivo.

Pur di imparare la lingua italiana studio 10 ore al giorno!

Pur di non andare a scuola, è disposto anche a rompersi un braccio!

Anche in questo caso c’è determinazione e l’obiettivo è evitare qualcosa (la scuola in questo caso).

Notate che dovete per forza usare la preposizione “di” e solamente questa preposizione se volete che la frase abbia questo senso.

Si scrive “pur di” poi l’obiettivo da raggiungere, poi si usa generalmente il congiuntivo.

Pur di andare in Italia, ci andrei anche a piedi.

Pur di mangiare qualcosa, sarei disposto a mettermi in ginocchio.

“Pur di” è simile a “purché”.

Purché si avveri il mio sogno sono disposto a fare molti sacrifici.

Direi che “purché” ha un uso più ampio rispetto a “pur di”. Casomai ne parliamo in un altro episodio.

Adesso, pur di ascoltare qualche membro con una frase di ripasso, sono disposto anche a sforare i due minuti.

Ulrike: Ci sono alcune espressioni della rubrica “due minuti con italiano semplicemente“, che mi sfuggono sempre di nuovo. Non vi dico che rabbia!!
Per esempio il verbo vertere; voi l’avete presente? Io invece ho dovuto fare mente locale sperando di poter così rimettere in sesto il mio cervello, ma niente da fare.
Per evitare di andare in tilt scervellandomi troppo, sono stata costretta a riascoltare la puntata 89 che verte proprio su questo verbo che ci fa capacitare anche delle preposizioni da usare col verbo. Date anche voi un’occhiata all’episodio! La memoria è quello che è, L’unico modo di imparare a giostrarsi con questa caterva di espressioni è ripeterle.

Proverbi italiani: L’appetito vien mangiando

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L’appetito vien mangiando.

Un proverbio chiaro: inizi a mangiare e anche se all’inizio non avevi fame, ti viene mentre mangi.

La fame, cioè l’appetito, non si riferiscono però solo al cibo, ma a tutto ciò che possiamo possedere: soldi, case, gioielli e volendo anche amore e successo. Beni materiali e immateriali, tutto ciò che può darci soddisfazione e felicità.
Più si ha e più si vuole avere.

L’uomo non si accontenta mai. Mi è già venuto un certo appetito!! Vado a mangiare qualcosa!

Proverbi italiani: A caval donato non si guarda in bocca.

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A caval donato non si guarda in bocca.

Se ricevete un cavallo come regalo, non bisogna guardare in bocca al cavallo.

Infatti è guardando i denti del cavallo che si capisce l’età dello stesso.

Questo proverbio ci insegna che
non bisogna essere troppo schizzinosi quando si riceve un regalo.

Un regalo bisogna sempre accettarlo (anche se non si tratta di un cavallo, che sarebbe un regalo un pò strano al giorno d’oggi), perché è il pensiero che conta. Questo è il messaggio del proverbio.

Qualunque sia il regalo dunque, non vi lamentate quindi se il colore non vi piace, o se ci sono altri dettagli che non vi soddisfano appieno.

Non fate i difficili, non i complicati, non fate gli schizzinosi.

363 Ha il suo perché

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Giuseppina: quella che vi spiego oggi è un’espressione che si sente spessissimo pronunciare in contesti informali.

L’espressione è “ha il/un suo perché”, che si utilizza quando vogliamo evidenziare un aspetto positivo di una persona, di una situazione e in generale di qualsiasi cosa. Si può usare quando si cerca di dare una spiegazione, un senso logico ad un aspetto quando potrebbe sembrare non esserci una spiegazione logica, ma invece, secondo noi, c’è. Altre volte si usa semplicemente per evidenziare l’importanza di un aspetto, anche quando potrebbe non sembrare importante, o per sottolineare una caratteristica unica.

Questo aspetto positivo o questa importanza o caratteristica unica non è del tutto evidente.

Allora con questa espressione vogliamo quindi tirar fuori, esprimere questo aspetto positivo o questa importanza. Si usa la parola “perché” come a voler spiegare un motivo, una ragione non del tutto chiara.

Inoltre si usa “un suo perché” per esprimere il senso, il significato di questo aspetto positivo, che in qualche modo è del tutto peculiare, personale, particolare, come a dire che esiste un motivo particolare per dare una spiegazione, c’è “un suo” personale motivo, un suo perché.

Esempio:

Fare il bagno senza costume, quindi completamente nudo, ha il suo perchè, infatti nei paesi nordici dove fa molto freddo, sembra che col costume il freddo si avverta maggiormente.

Ecco dunque il motivo, il perché.

Infatti “perché” è anche sostantivo. Posso dire “il perché” per indicare il motivo, la ragione:

Mi dici il perché del tuo comportamento? C’è un perché?

Voglio sapere il perché non mi chiami più!

Non si capisce il perché tu non riesca a capire.

Un altro esempio:

Anche se gli stadi sono vuoti, per un calciatore, entrare nello stadio Olimpico di Roma per giocare la sua prima partita nel campionato di serie A italiano ha il suo perché.

In questo caso è come chiedersi: Perché ci si emoziona nel giocare nello stadio olimpico di Roma anche senza spettatori?

Risposta: c’è un perché, c’è un motivo. È comunque emozionante, quindi giocare anche senza spettatori ha un suo perchè.

Se voglio fare un complimento o evidenziare un qualcosa di unico, posso dire:

Il metodo di Italiano Semplicemente, che non è centrato sullo studio della grammatica, ha un suo perché.

È un modo abbastanza veloce di cercare di dare una spiegazione, senza peraltro spiegare nulla. Infatti in teoria bisognerebbe aggiungere qualcos’altro per dare un senso alla frase, ad ogni modo su parla sempre di giuste motivazioni o di caratteristiche positive.

Se stiamo parlando male di una persona di nome Giovanni , evidenziando le sue caratteristiche negative, qualcuno potrebbe dire che però Giovanni ha un suo perchè, sto facendo un complimento a Giovanni. Voglio dire che è un tipo particolare, unico, ha una sua personalità.

Non si usa “il mio perché” o “il tuo perché” o “il loro perché” e non chiedetemi il perché!!

Ripasso:

Carmen: Amici, cosa facciamo stasera? Nessuno fa proposte? Battiamo la fiacca?
Komi: Macché! Ci stavo giusto pensando. Vi porterò in un posto “in”, dove ci divertiremo di brutto, un posto che è appannaggio solamente dei personaggi più celebri, di solito. Mica pizza e ficchi!
Irina: ehi, neanche per sogno! Non fa per me! Quante arie si danno le persone celebri.
Emma: Non è che non ne abbia voglia, ma purtroppo la stanchezza spesso ha la meglio su di me.

21 – L’IVA – 2 minuti con Italiano semplicemente – LINGUAGGIO COMMERCIALE

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Lezione numero 21 di due minuti con Italiano Commerciale.

Oggi parliamo dell’IVA, vale a dire dell’imposta sul valore aggiunto.

362 Appannaggio

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Giovanni: Oggi voglio spiegarvi il, termine “appannaggio”. Bene. Iniziamo.

Vi piace la panna? E vi è mai successo di avere la vostra automobile in panne? E vi si sono mai appannati gli occhiali? Ultima domanda: avete mai avuto un appannamento della vista?

Non sono impazzito, state tranquilli. Solo per dirvi che c’è un termine, e questo termine è appannaggio, che non c’entra nulla con la panna, quella che deriva dal latte, per intenderci. Appannaggio non c’entra nulla neanche con l’automobile in panne, che significa che l’automobile si è improvvisamente rotta, per un guasto qualsiasi.

E appannaggio non c’entra nulla neanche con gli occhiali appannati, cioè con gli occhiali quando diventano opachi, un appannamento provocato magari dal calore del vostro fiato, quando respirate.

Ah, l’appannamento… oltre a quello degli occhiali e di tutti i vetri, quando diventano opachi, c’è anche l’appannamento della vista. Si dice così quando non riuscite a vedere bene per qualche secondo, o perché magari state svenendo per un calo di energie.

Ma purtroppo né la panna del latte, né la macchina in panne, e tanto meno l’appannamento dei vetri e della vista hanno a che fare con l’appannaggio.

Questo termine invece ha a che fare con i privilegi e le qualità e le doti. A volte indica semplicemente una prerogativa, cioè qualcosa di riservato solamente a qualcuno.

Ad esempio se vuoi dire che le mercedes (le automobili Mercedes) possono acquistarle solamente le persone ricche, posso dire:

Solo i ricchi possono acquistare le Mercedes

Oppure:

Le mercedes sono appannaggio solamente dei ricchi.

Come dire: sono riservate solo a loro, i ricchi, solamente loro hanno questo privilegio.

Vediamo altri esempi:

La presunzione è appannaggio degli ignoranti

I questo caso non è un privilegio, perché essere presuntuosi è un tratto negativo del carattere.

Questa settimana il caldo sarà appannaggio solamente del sud-Italia.

Quindi solamente nel sud della penisola italiana si potrà godere del caldo.

Oggi i telefoni cellulari possono acquistarli più o meno tutti, mentre tanti anni fa erano appannaggio solamente di alcune persone.

Tutti gli audio-libri di Italiano Semplicemente e tutti i file audio della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente” sono appannaggio esclusivo dei membri dell’associazione.

Adesso ripassiamo:

M1: che ti è successo ? Come sei pallido/a!
M2: Tieniti forte, è venuto in ufficio stamani un tale dicendo che l’azienda naviga in cattive acque.
M3: ma dai, non prendere per oro colato ciò che diceva questo tizio.
M4: Ma se è vero ed il nostro datore di lavoro non riuscirà a giostrare la situazione? Saremo spacciati! Facciamo qualcosa, hai visto mai!
M5: ma lui non lascerà nulla d’intentato per salvare l’azienda, e ci riuscirà, anche se solo in calcio d’angolo.

Proverbi italiani: L’erba del vicino è sempre più verde

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Questo proverbio ci dice che le cose degli altri ci sembrano sempre migliori delle nostre.

Il giardino del nostro vicino, della persona che abita vicino noi, sembra più bello del nostro; ci appare più bello, e l’erba che ci cresce sembra più verde. In realtà è esattamente come il nostro.

L’idea che ci facciamo delle cose degli altri, solo perché non ci appartengono, è però distorta. Infatti l’apparenza spesso inganna.

Questo però è un altro proverbio!

361 Bando alle ciance

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Giovanni: cosa possiamo dire quando vogliamo arrivare subito al nocciolo della questione?

Spesso capita di parlare con una o più persone e si ha un po’ di fretta, non si vuole perdere tempo perché il tempo è denaro!

Si ha voglia di arrivare al dunque.

Non si vogliono chiacchiere inutili, si vogliono, possiamo dire, “bandire le ciance” , si vogliono mettere al bando le ciance.

Vi spiego meglio:

Una delle espressioni che si possono usare in questo caso è “bando alla ciance“, dove le ciance sono proprio le chiacchiere inutili, che non servono a nulla.

Esiste anche il verbo “cianciare“, ovviamente, un verbo un po’ “forte”, potremmo dire, nel senso che qualcuno si potrebbe offendere se venisse accusato di cianciare, ma vediamo qualche esempio con “bando alle ciance” :

Dai ragazzi, bando alle ciance, cerchiamo una soluzione al nostro problema.

Sono due ore che discutiamo inutilmente, adesso bando alle ciance, dobbiamo trovare un accordo.

Ma perché usiamo il termine bando?

Si sta parlando di un annuncio pubblico, che tutti possono vedere. Questo è il bando. Ma cosa c’entra?

Anche oggi esistono i bandi, infatti questo termine si usa quando ci sono dei concorsi o delle gare per costruire opere pubbliche, tanto per fare alcuni esempi, e questi bandi si pubblicano su internet cosicché tutti possano leggerli. Ma un tempo, molti anni fa, un bando era una sorta di manifesto cartaceo (ma non è molto diverso in fondo), e su questo bando si scriveva una condanna di una persona colpevole di qualche crimine.

Tutti dovevano sapere che questa persona era colpevole, per questo questa persona “si metteva al bando”, si dice, cioè si esponeva al pubblico giudizio.

A quei tempi si poteva urlare:

Bando ai criminali

Bando alle streghe

Bando ai ladri

Come a dire: tutti devono sapere chi sono e cosa hanno fatto!

Allora l’espressione di oggi, “bando alle ciance”, si usa per condannare non una persona ma le ciance, le chiacchiere. Si potrebbe dire, “mettiamo al bando le ciance” o “bandiamo le ciance”.

Infatti esiste anche il verbo bandire. Si può bandire un concorso, una gara pubblica, ma bandire si usa oggi anche nel senso di vietare, non solo per condannare, ed anche nel senso di cacciare via, allontanare, o anche eliminare, abolire, vietare.

Allora vedete che ha senso dire “bando alle ciance” perché si vogliono eliminare, vietare le chiacchiere, abolire, perché non sono gradite. Meglio essere concisi.

L’espressione è comunque colloquiale, non posso usarla nelle occasioni importanti. In quei casi meglio dire:

– andiamo al punto

– andiamo al nocciolo della questione

– evitiamo inutili preamboli

– cerchiamo di essere sintetici

– siamo/siate concisi

Ma tra amici e colleghi, o in famiglia potete usarla tranquillamente ogni volta che non vi va di perdere tempo inutilmente.

Ora ripassiamo un po’ con Irina dalla CALIFORNIA.

Le frasi di ripasso, lo ricordo, servono a non dimenticare le spiegazioni già fatte e sono appannaggio dei soli membri dell’associazione italiano semplicemente.

So cosa state pensando. Ma state tranquilli, perché il prossimo episodio lo dedichiamo alla spiegazione del termine “appannaggio“.

Irina: Non sono in vena ultimamente. Passi che tutto è chiuso dalle mie parti in California, passi pure che non possiamo viaggiare, però sono persino sguarnita di qualsiasi divertimento.
È vero, ho a portata di mano l’oceano e ci sono un paio di ristoranti all’aperto in spiaggia. Però è risaputo che l’oceano qui è freddissimo e di sera fa troppo freddo per mangiare fuori.
Una bistecca fredda non è il mio piatto preferito.
Dopo essermi scervellata su cosa fare, ho deciso di godere delle cose semplici a casa. Stasera quindi mangerò di nuovo un gelato serale ascoltando musica italiana e ballando un pò da sola. Almeno non faccio bisboccia, quindi non posso prendere una brutta piega.

Vivi e lascia vivere

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“Vivi e lascia vivere” è un bellissimo proverbio che ci insegna la tolleranza.

Lasciar vivere le persone che ci circondano significa che non bisogna imporre loro la nostra volontà, che non bisogna ossessionare gli altri con le nostre richieste e che, fondamentalmente, bisogna trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi.

Molto musicale come suona: “vivi e lascia vivere” , molto meglio di “Vivi e lascia anche che gli altri vivano”, più corretto (usiamo il congiuntivo del verbo vivere perché è un augurio, un consiglio). Più corretto ma sicuramente meno bello da ascoltare.

Proverbi italiani: Tra moglie e marito non mettere il dito.

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Tra moglie e marito non mettere il dito.

Proverbio famosissimo. Il significato è semplice:

Non bisogna immischiarsi negli affari di coppia.

Se marito e moglie discutono, se litigano, se bisticciano, se hanno una discussione, non bisogna mettersi in mezzo, non bisogna immischiarsi.

Mettere il dito” è un’immagine figurata ovviamente.

Immischiarsi è il verbo che si usa normalmente quando si parla di intervenire in una discussione, specie se tra estranei.

Immischiarsi significa partecipare inopportunamente a questioni che riguardano altre persone. Più informalmente si dice anche impicciarsi, mentre intromettersi è meno informale.

Allora se vedete moglie e marito che discutono, fatevi gli affari vostri.

Non vi impicciate, non vi intromettete, non vi immischiate!

360 Giostrare

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Giovanni: chi di voi sa cos’è una giostra?

Molto amata dai bambini, la giostra serve per divertirsi, infatti non è che una struttura girevole attrezzata per il divertimento dei bambini. Ci sono cavalli di legno, imbarcazioni, vetture che girano e tanta musica.

Questo è ciò à cui si pensa subito quando si parla del termine giostra.

Esiste però anche il verbo giostrare, che poco ha a che fare con il divertimento e i bambini. Ha a che fare invece con le abilità. Si usa per esprimere un’abilità nell’agire in una situazione difficile. Molto simile a destreggiarsi, di cui ci siamo già occupati nell’episodio n. 29 che si usa di più per superare le difficoltà.

Si parla di riuscire a trarre vantaggio da una situazione complicata, come accade durante una competizione, in cui occorre mettere alla prova le proprie abilità per vincere.

Il verbo si usa in vari modi, e può diventare giostrarsi, o anche giostrarsela.

Vediamo qualche esempio di utilizzo.

Per vincere un campionato di calcio l’allenatore deve saper anche giostrare bene l’insieme dei giocatori disposizione.

Che significa? Significa che l’allenatore deve avere la capacità di saper gestire la rosa dei giocatori a disposizione.

Deve riuscire ad utilizzarli al meglio, alternadoli in modo ottimale, senza creare malcontenti e ottenendo il massimo da loro.

Un altro esempio:

Un dirigente deve riuscire a giostrare bene le varie situazioni che possono capitare al lavoro.

Vedete che il verbo è simile a “gestire“.

Si potrebbe anche dire che saper giostrare una situazione è come “muoversi bene nelle varie situazioni”.

I genitori, tra i figli, la scuola, il lavoro, fare la spesa eccetera, devono imparare a giostrarsi.

Si tratta sempre di abilità. Giostrarsi è giostrare sé stessi, quindi gestire sé stessi.

Giovanni ha saputo giostrarsela bene nella spiegazione del verbo a persone di diversa nazionalità.

Se ti lascio solo con 30 bambini riesci a giostrarsela?

Cioè: riesci a gestire la situazione? Riesci a cavartela?

Simile anche barcamenarsi, che tuttavia si usa soprattutto nel senso di sopravvivere, riuscire a limitare i danni, diciamo che per non affondare nelle difficoltà occorre saper barcamenarsi, cioè cavarsela in qualche modo in situazioni difficili. Per saper giostrare non c’è bisogno di problemi, è sufficiente una prova impegnativa.

E voi riuscite a giostrarvi in mezzo alle difficoltà?

Olga: Io sono una madre, e in quanto tale ci devo riuscire per forza.

Komi: io invece no, almeno fino a quando farò bisboccia tutte le sere con gli amici. Ma domani smetto.

Hartmut: E fu così che si ubriacò la sera stessa!

ITALIANO PROFESSIONALE (Principianti) – La Costituzione Italiana (domande & risposte) – Art.10

Descrizione

Lettura, domande & Risposte sull’articolo 10 della Costituzione italiana.

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    Costituzione italiana – Art. 10

    L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

    La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

    Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

    Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici

Proverbi italiani: Acqua cheta rompe i ponti

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Acqua cheta rompe i ponti.

Un proverbio italiano che si riferisce alle persone tranquille, le persone chete, cioè quiete, tranquille, quelle che sembrano meno pericolose.

Si tratta di un avvertimento: il proverbio ci avverte che spesso le cose o le persone che sembrano più tranquille, ebbene sono quelle più da temere.

Si utilizza l’immagine dell’acqua, l’acqua che non si muove, l’acqua “cheta”, che significa quieta, cioè l’acqua stagnante, ferma, tranquilla, immobile o quasi, non come l’acqua di un fiume che è in movimento.

L’acqua “cheta”, silenziosa, che scorre lentamente, però rovina, rompe e corrode i ponti, e così anche le persone apparentemente chete, cioè tranquille e innocue sono invece le più pericolose.

Per le donne c’è anche un aggettivo: la gattamorta.

Ma volendo esiste anche il gattamorto!! Attenti ai gattamorti!! Pericolosissimi!!

359 Cotanto

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Giovanni: di tanto in tanto mi viene in mente un nuovo modo per esprimere il termine “tanto” o “molto”. Abbiamo già visti molti episodi in passato su questo argomento. Oggi ne ho trovato ancora un altro: COTANTO.

Cotanto si usa abbastanza spesso, anche al femminile “cotanta” o al plurale “cotanti” e “cotante“.

Un termine un po’ strano, starete sicuramente pensando. Significa “così tanto”, ma detto in una sola parola: cotanto.

Ma non parliamo quasi mai di quantità e di numeri. Non posso dire ad esempio “ho mangiato cotanto che mi sento scoppiare”. In questo caso devo dire semplicemente: “”ho mangiato così tanto che mi sento scoppiare”.

Si usa invece, spesso ironicamente, per sottolineare l’importanza, o anche la forza o grandezza o altri aggettivi simili. Quindi sarebbe come dire: così importante, così tanto importante, concetto che si può esprimere anche in altri modi, tipo con “un simile”. o “di questo tipo” o”di tale misura” eccetera. Ad esempio, parlando del coronavirus potrei dire.

Riuscirà l’essere umano a vincere contro cotanto virus?

Quindi voglio dire che questo virus è importante, forte: riusciremo a battere un virus così forte? Ce la faremo contro un virus simile?

Nessun animale è crudele come l’uomo. Nessuno di loro riesce a superare cotanta crudeltà.

Che bella miss mondo! Non avevo mai visto cotanta bellezza!

Roberto Benigni è un attore, un comico, un poeta, un regista: avete mai visto un personaggio con cotanta qualità?

Avete visto le piramidi egiziane? Per costruire cotante strutture ci sono volute chissà quante braccia!

Hai visto la casa di quel miliardario? Non avevo mai visto cotanto spreco di denaro! C’era oro dappertutto!

Vedete che a seconda dell’occasione può significare “così tanto”, o “talmente”, “simile”, “tale” ma anche “così a lungo”, “così grande”, “così importante” eccetera. C’è anche stupore, anche un falso stupore in molti casi Dicevo infatti che spesso si usa con ironia:

Direttore, le vendite sono in calo e la colpa è della crisi economica mondiale.

Direttore: Ah, e ma come hai fatto a fare un cotanto ragionamento?

L’ironia è abbastanza evidente: come hai fatto a fare un ragionamento così intelligente, un ragionamento così difficile?

Ripassiamo adesso insieme ad Olga alcune espressioni già spiegate.

Olga: Buongiorno a tutti. Penso tocchi a me oggi parlarvi. Mi sento molto benaccetta dal gruppo di italiano semplicemente. Grazie per darmi manforte. Me la sento proprio di cimentarmi nella lingua italiana e al contempo di approfondire la mia conoscenza della cultura italiana. Devo rimettere in sesto i miei appunti però. Sento proprio che imparerò molto grazie all’associazione. Poi, la prossima volta che farò bisboccia con gli amici, sotto gli effetti dell’alcool, cercherò di usare molte espressioni nuove!!

Proverbi italiani: Ognuno ha in casa sua il morto da piangere

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Ognuno ha in casa sua il morto da piangere.

Non c’è la rima in questo proverbio.

Questo proverbio sta a significare che ognuno, cioè ogni persona, ogni individuo, ognuno di noi, ha i suoi problemi, ognuno ha le sue gatte da pelare, I suoi personali problemi. Nessuno non ha problemi.

Tutti abbiamo i nostri problemi, non è vero?

E quando qualcuno si lamenta dei suoi, quando qualcuno si lamenta troppo dei propri problemi, come se esistessero solo i suoi problemi, potete usare questo bel proverbio:

Ognuno ha in casa sua il morto da piangere.

Un po’ macabro almeno all’apparenza, ma un proverbio spesso deve stupire!

Anche questo è il compito di un proverbio.

Proverbi italiani: Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre

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Un padre campa cento figli e cento figli non campano un padre.

Possiamo anche cambiare genitore:

Una madre campa cento figli e cento figli non campano una madre.

Campare significa vivere, ma anche far vivere, come in questo caso.

Il proverbio, sempre attuale (altrimenti non sarebbe un proverbio) ci dice che I figli, per quanti siano, non restituiscono quanto dato da un genitore.

Una madre o un padre danno la loro vita per i loro figli, si fanno in quattro per loro e riuscirebbero da soli a far crescere anche 100 figli.

Ma 100 figli, tutti insieme, non riescono a soddisfare i bisogni di un genitore.

Il proverbio ha anche una versione un po’ diversa:

Una madre è buona per 100 figli e 100 figli non sono buoni per una madre.

 

358 Fare bisboccia

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Giovanni: avete mai fatto bisboccia?

Sicuramente avete fatto, almeno una volta della vita, una festa tra amici, una riunione di amici per mangiare e bere in allegria.
Bene, allora, se lo avete fatto, avrete fatto sicuramente bisboccia.

Fare bisboccia è proprio questo. Potremmo dire fare baldoria, e baldoria sicuramente si usa di più di bisboccia. Forse però il termine bisboccia fa più pensare al divertimento, alle bevute in compagnia, ma più o meno baldoria e bisboccia sono equivalenti.
Ieri sera con gli amici abbiamo fatto bisboccia fino a tarda notte.

Volendo si può usare anche il verbo bisbocciare, che è come dire “fare bisboccia”. Stesso significato.

Esagerando si può anche dire “darsi ai bagordi”, o anche “gozzovigliare”.

C’è il senso dell’esagerazione, del divertimento esagerato.

Quando si fa bisboccia ci si diverte ma probabilmente ci si ubriaca, si beve esageratamente, e si mangia esageratamente e ripetutamente.

Tra l’altro, il termine “bis” indica proprio una ripetizione, e “fare il bis” potrebbe aiutarvi a ricordare il termine bisboccia. Ed anche il termine “boccia” è il nome di un contenitore di vetro, proprio come una bottiglia.

Allora bisboccia potrebbe essere interpretata come bis+boccia cioè ripetere la bevuta. Ed infatti la bisboccia è proprio questo no? Una allegra e abbondante mangiata e bevuta, fatta in compagnia. Naturalmente non è questa l’origine del termine bisboccia, ma magari vi può aiutare a ricordare!

Fare bisboccia significa quindi fare il bis della boccia!!
Ripasso lezioni precedenti:

Ulrike: Oggi non posso esserti d’ausilio Gianni. Soffro dei postumi della bisboccia di ieri e sono di idee.
Sofie: Dai, sguarnita di idee? Come sarebbe a dire! Rimettiti in sesto con un bel caffè e sarai fresca in men che non si dica.

Proverbi italiani: uomo avvisato, mezzo salvato

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Uomo avvisato, mezzo salvato.

C’è la rima in questo proverbio. Ma nei proverbi c’è quasi sempre una rima.

Un proverbio italiano che significa che se una persona viene avvertita, cioè avvisata di un pericolo, questa persona ha l’opportunità di salvarsi.

Se una persona, uomo o donna che sia, viene messa in guardia da un pericolo, viene avvisata di qualcosa di pericoloso, può mettersi in salvo. Non è detto però che si salverà.

Infatti è mezzo salvato! Mezzo significa metà, ma in realtà sta per “quasi” salvo, nel senso che la certezza non c’è, non è sicuro.

Io ti avviso, poi, decidi tu.

Attento, non andare all’estero, potresti prendere il coronavirus!

Uomo avvisato, mezzo salvato!

Proverbi: morto un papa se ne fa un altro

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Un simpatico proverbio italiano che significa che nessuno è insostituibile.

Quando muore un papa, si elegge un altro papa. Una volta morto un papa, si fa subito un altro papa. Così come avviene col papa, persona importantissima, così tutti possono essere sostituiti, quindi nessuno è indispensabile. Questo è l’insegnamento del proverbio.

Proprio come il papa, che quando muore se ne elegge subito un altro, senza troppi problemi.

Quindi non crediate che senza di voi non si possa andare avanti: al lavoro, in amore, con gli amici, in famiglia.

Nessuno è insostituibile. Ma non è necessario morire. È solo un proverbio.

Proverbi: non è tutto oro quel che luccica

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Il proverbio significa che non bisogna farsi ingannare dalle apparenze.

Ciò che splende, ciò che luccica non è detto sia prezioso.

Luccicare significa splendere, come l’oro, come i diamanti, come i gioielli, come le stelle.

Le cose preziose e bellissime luccicano, sono lucenti.

Le cose belle luccicano. Le cose belle splendono.

Allora: Ciò che sembra prezioso non è detto che effettivamente sia prezioso.

Non tutto ciò che splende, che luccica, è sempre oro, cioè non sempre è prezioso.

Bisogna sempre diffidare delle apparenze. Non vi fidate di ciò che sembra.

Non è tutto oro quel che luccica.

357 Cimentarsi

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Giovanni: in cosa vi siete cimentati recentemente?

Piuttosto, sapete usare il verbo Cimentarsi?

Allora ve lo spiego subito perché vi risulterà molto utile.

Intanto, come avrete notato, il verbo è riflessivo: Cimentarsi, come lavarsi e pettinarsi, esprime un’azione che si va verso sé stessi.

È solamente riflessivo però. Non posso dire “io cimento”, così come “io lavo la macchina” ad esempio. Invece devo dire:

Io mi cimento

Tu ti cimenti

Lui o lei si cimenta

Noi ci cimentiamo

Voi vi cimentate

Loro si cimentano

Cimentarsi è un verbo che serve a esprimere un’azione che riguarda l’apprendimento e la pratica di un’attività. È simile a provare, praticare, esercitarsi anche. Forse più simile a “mettersi alla prova”. Non è per niente informale come verbo. Potete usarlo senza problemi.

Quando si impara qualcosa e si prova a farlo, le prime volte possiamo dire che ci si sta cimentando a fare questa cosa.

Per specificare l’attività in questione si può usare “a” come preposizione, ma più frequentemente “nel” o “in”. Volendo anche “con”.

Es:

Io mi cimento nell’attività del webmaster.

Quindi io sto provando a fare il webmaster.

A me piace cimentarmi spesso in nuove ricette. L’ultima volta mi sono cimentato nel fare gli gnocchi.

Quindi si tratta di nuove attività, mai fatte prima, quindi provo, vedo se ci riesco, farò errori ma pazienza. Piano piano imparerò. Si potrebbe dire che “cimentandosi si impara”.

Si può usare nel lavoro:

Ci si può cimentare a fare qualsiasi mestiere

Ma anche e forse più frequentemente ci si cimenta nelle arti, e in tutte le attività piacevoli.

Ti sei mai cimentato nella pittura o in qualunque altra arte?

Io ho imparato ormai a fare episodi audio come questo, ma quando all’inizio mi cimentavo in questa attività, ero molto emozionato.

Adesso chiedo a qualche membro dell’associazione di cimentarsi in una frase di ripasso. Ci vorrebbe un nuovo membro, uno che non ha mai provato, ma va bene anche un membro più esperto.

Anthony: Avete visto quanti nuovi membri ci sono? SI ACCALCANO nel gruppo WhatsApp dell’associazione ormai. Ma se si considera la qualità del contenuto del sito, non c’è molto di cui CAPACITARSI. Infatti, se non MI DÀ DI VOLTA IL CERVELLO ricordo che, nei giorni scorsi, LA FORTUNA HA VOLUTO che si unissero al gruppo nuovi membri da almeno due nuovi paesi. Ormai c’e’ davvero una CATERVA di nazioni rappresentate tra i membri. E si vede già che questi nuovi membri CI METTONO DEL LORO nel gruppo e lo fanno SPESSO E VOLENTIERI. Direi che stanno fornendo davvero un APPORTO importante.

20 – I COLLI – 2 minuti con Italiano semplicemente – LINGUAGGIO COMMERCIALE

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Descrizione

L’episodio è dedicato alla descrizione dei colli, Termine normalmente usato nella logistica commerciale.

356 Il condizionale per dubitare

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Episodio collegato: Come esprimere i dubbi

Trascrizione
Giovanni: sapete usare il condizionale per dubitare?

Cosa? Cosa sarebbe questa cosa?

Questa potrebbe essere una possibile risposta alla mia domanda.

In un episodio passato abbiamo visto che il condizionale di un verbo si può usare non solo nel modo classico, ma anche per parlare del futuro nel passato. Ricordate l’episodio n. 210? Date un’occhiata se volete.

Ebbene, potete usare la forma del condizionale, ma soprattutto di alcuni verbi come essere e avere, quando volete esprimere un dubbio su qualcosa che avete appena ascoltato.

Si tratta di un modo che si usa prevalentemente  nella forma orale, perché a dire la verità è un po’ fastidioso ascoltare una persona che utilizza il condizionale in questo modo, non perché sta usando il condizionale, ma perché solitamente si tratta di un modo un po’ irrispettoso di dubitare.

La frase in genere è sotto forma di domanda, come avete visto:

Cosa sarebbe? Cosa avresti? Che avrebbe detto? Che avresti fatto tu?

Vediamo qualche esempio.

Figlio: Mamma, oggi viene a pranzo una mia amica.

Mamma: e chi sarebbe?

Come vedete, si tratta di una domanda.

Normalmente si dovrebbe chiedere:

Chi è?

Chi è questa tua amica?

La conosco?

Se invece dico: “e chi sarebbe?” Sto chiedendo, come prima, informazioni sulla ragazza, ma lo sto facendo in modo dubbioso, come ad esprimere una specie di fastidio, una sorpresa sgradita, qualcosa che la mamma non si aspettava, e per questo motivo la domanda vuole essere fastidiosa, dubitativa, preoccupata quasi.

“Chi sarebbe questa ragazza?”

L’espressione del viso che accompagna questa domanda deve essere idonea a esprimere queste emozioni.

Non si tratta, ripeto, di usare il condizionale nel modo classico, tipo:

Cosa faresti se fossi a casa?

Che diresti in quella occasione?

Tu che faresti?

Lei sarebbe felice se la baciassi

Eccetera. Si parla invece di esprimere dubbio, fastidio, preoccupazione, sfiducia, disaccordo. Dipende dalle occasioni

Altri esempi:

Stamattina ho costruito questo strumento utilissimo!

E a cosa servirebbe? Che sarebbe sto strumento?

Potrei usare l’indicativo: a cosa serve? Cosa fa questo strumento?

Ma questa sarebbe una reazione neutra, ed io invece viglio esprimere un dubbio. Non è molto educato però usare questa modalità se non conoscete la persona con la quale state parlando. State attenti al condizionale. Usatelo a condizione che lo sappiate fare 🙂

Irina: Facciamo un ripasso sulla falsariga dei ripassi precedenti? Ve la sentite?

Carmen: Certo, siamo membri dell’associazione italiano semplicemente e in quanto tali ogni tanto tocca a noi metterci un po’ del nostro agli episodi della famosa rubrica dei due minuti.

Olga: Altro che storie! Così diamo manforte a Gianni e al contempo ci esercitiamo nell’uso dell’espressioni già trattate.

Iberè: Allora mandiamo questo ripasso a Gianni. Speriamo sia benaccetto da lui e ci faccia sentire il suo gentile aggiudicato!.

Giovanni: altroché se è benaccetto! Aggiudicato!

 

N.10 – OGGI, DOMANI E DOPODOMANI – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

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Descrizione

L’episodio è per principianti. L’obiettivo è imparare ad usare i termini “oggi”, “domani” e “dopodomani”.

3 giorni in Italia – Lezione 16: informazioni di viaggio

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Descrizione

L’episodio contiene una serie di domande e risposte sulle diverse situazioni in cui si può trovare un turista che arriva in una città italiana: sul bus, sul treno, appena sceso dall’aeroporto, sul taxi.

Durata: 8 minuti

355 In quanto tale

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In quanto taleTrascrizione

Giovanni: cosa significa la parola Tale?

Dipende dall’uso che se ne fa.

Oggi parliamo dell’utilizzo del termine “tale” quando si parla di caratteristiche di qualcosa o qualcuno. Spesso capita di parlare delle qualità, delle caratteristiche, della natura della cosa o della persona di cui si sta parlando.

Ebbene, il tali casi, cioè in questi casi di cui sto parlando, si sente spesso “in quanto tale”, espressione che esprime qualcosa di sottinteso, qualcosa che si conosce già.

Ad esempio:

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, e in quanto tale, deve organizzare il funzionamento dell’associazione ed il coordinamento delle attività della stessa associazione.

Dunque potremmo dire che:

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, ed in quanto presidente, deve fare eccetera eccetera.

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, e, essendo il presidente deve fare eccetera eccetera.

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, e, poiché ricopre questa carica deve fare eccetera eccetera.

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, e questo prevede che lui faccia eccetera eccetera.

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, e questo comporta che lui faccia eccetera eccetera.

Giovanni è il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, e questo gli attribuisce determinati compiti

Con questo esempio si capisce come “in quanto tale” significa “in quanto presidente”, termine che abbiamo già usato nella stessa frase, quindi non c’è bisogno di ripeterlo. In quanto possiamo, come si è visto, sostituirlo semplicemente con “poiché”, o anche “essendo” o con frasi più elaborate.

“In quanto tale” si usa allo stesso modo anche al femminile.

Tu sei mia figlia, e in quanto tale sei sotto la mia responsabilità

Quindi “poiché sei mia figlia”, “essendo mia figlia”, “in quanto mia figlia”

Al plurale diventa tali:

I vaccini, in quanto tali, vanno testati accuratamente prima di essere messi sul mercato

Anche qui: “in quanto tali”, il, tali si riferisce ai vaccini, termine che non vogliamo ripetere.

Un’avvertenza: non potete iniziare una frase in questo modo, a meno che non si sappia di cosa state parlando:

es:

In quanto mia figlia, non puoi fare come ti pare!

Non posso certamente dire: “in quanto tale”, poiché non si capirebbe di cosa state parlando.

A meno che questa non sia una risposta:

Io sono tuo figlio!

E in quanto tale dei comportarti.

In questo caso va bene, è chiaro che, essendo questa una risposta alla prima affermazione, stiamo parlando del termine “figlio”.

Ora questo è un episodio della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”, e in quanto tale, necessita di un ripasso finale.

Irina: Ciao a tutti, mi chiamo Irina e sono un nuovo membro dell’associazione!
Sofie: Allora in quanto tale, hai pensato di partecipare al ripasso! Brava Irina! Questo la dice lunga sulla tua voglia di imparare!
Carmen: Grazie del tuo apporto Irina, vedrai che imparerai molto, e laddove avessi dei dubbi, basta chiedere!
Lejla: Giusto, non avere alcuna remora nel fare domande!

354 Rimettere in sesto

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Trascrizione

Giovanni: Un’espressione interessante da usare al posto del verbo “sistemare” è “rimettere in sesto“, di uso comune, che fa parte quindi del linguaggio quotidiano, soprattutto orale.

“Rimettere in sesto” si può usare in diverse occasioni.
Rimettere, prima di tutto, fa pensare a “mettere due volte”, ma in realtà il senso in questa frase è di sistemare (come dicevo), o anche risistemare, cioè di ripristinare la situazione precedente, far tornare com’era prima una situazione. Ecco il motivo di questo “ri” all’inizio. “Ri” come ritorno.
Ad esempio se abbiamo una situazione di disordine nella nostra camera, dobbiamo riordinare la camera, cioè darle una sistemata, o risistemare la camera. Insomma, dobbiamo fare ordine. Possiamo anche dire che dobbiamo rimettere in sesto la camera.

Si aggiunge “in sesto” perché il termine sesto (questo non lo sanno generalmente neanche gli italiani, e neanche io lo sapevo prima di informarmi), significa “compasso” , quello strumento che serve a fare i cerchi perfetti, che si usa a scuola e in architettura anche: è dunque legato alla posizione corretta delle cose.

Sesto quindi non rappresenta il numero 6 in questa espressione.

Quindi quando qualcosa “è rimesso in sesto” vuol dire che è risistemato, è riparato, che viene aggiustato, che è tornato a posto.

L’utilizzo è molto ampio. Se si rompe qualcosa e viene riparato, si può dire che è stato rimesso in sesto, pronto per essere utilizzato nuovamente.

Se non sto molto in forma, ho bisogno di rimettermi in sesto, ho bisogno dunque di tornare in forma, di sistemare alcune cose che non vanno. Magari ho bisogno di tornare in buona forma fisica, morale o anche economica.

Come vanno gli affari?

Non molto bene, dopo la crisi ho bisogno di rimettermi in sesto economicamente.

Vuoi giocare a tennis?

Meglio di no. Aspetta un paio di settimane che mi rimetto in sesto dopo la caduta che ho fatto e sono pronto!

Devo rimettere in sesto gli affari perché non stanno andando bene.

Ho la casa in disordine? Bisogna subito rimetterla in sesto per organizzare la festa del mio compleanno.

Rimettere in sesto somiglia anche al verbo “assestare” che è molto simile a sistemare. Infatti anche assestare deriva da “sesto”.

Avete capito che si può anche rimettersi in sesto, parlando di se stessi, così come si può rimettere in sesto qualunque altra cosa.

C’è qualche differenza con assestare però, perché spesso assestare è più legato alla giusta posizione, mentre rimettere in sesto più al funzionamento. Assestare il divano, una sedia, un tavolo quindi equivale più a spostarlo, cambiare posizione che a aggiustarlo perché non funziona.

Devo assestare questo tavolo perché è un po’ traballante.

Invece mettere in sesto un oggetto qualunque si usa perché non funziona più, non è in condizioni ottimali.

Rimetti in sesto questo tavolo, sennò è inutilizzabile.

Bisogna rimettere in sesto la macchina prima del viaggio.

Adesso ripassiamo:

André: se la camera è disordine, di per sé non è sempre una cosa negativa.

Sofie: ma va’! E che ci sarebbe di positivo?

Ulrike: beh diciamo che generalmente per un adolescente è normale la camera disordinata. Voi come la vedete?

Lejla: mia madre era severissima e una cosa del genere non sarebbe mai passata in cavalleria.

Andrè: anche la mia. Una magra consolazione. consolazione.

353 Del mio, del tuo, del suo, del loro

Video

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Trascrizione

Giovanni: oltre a di mio, di tuo, di suo, di loro, che abbiamo visto due episodi fa, esiste anche “del mio”, “del tuo”, “del suo” e “del loro”.

Insomma basta aggiungere una elle alla preposizione di. Questa elle rappresenta l’articolo il, come probabilmente sapete.

Di + il = del

Passiamo da una preposizione semplice ad una preposizione articolata. Ma è l’unica preposizione articolata che possiamo usare in questo caso.

Inoltre l’espressione che vi spiego oggi ha senso solo quando usate anche il verbo mettere, anzi il verbo è “metterci”.

L’espressione è “metterci del proprio”, che quindi diventa:

Io ci metto del mio

Tu ci metti del tuo

Lui ci mette del suo

Noi ci mettiamo del nostro

Voi ci mettete del vostro

Loro ci mettono del loro.

E come si usa?

Ognuno di noi, quando fa qualcosa, quando costruisce qualcosa o scrive qualcosa, lo fa in modo diverso, ognuno lascia un segno diverso, personale, perché siamo tutti diversi l’uno dall’altro.

Ebbene queste espressioni si possono usare proprio per indicare questo tratto speciale che ognuno di noi ha e che trasferisce quando fa qualcosa.

Ad esempio:

Quando si scrive una poesia bisogna sempre metterci del proprio.

In questo caso si parla del proprio stile di scrittura, del proprio modo di scrivere. Il mio è diverso dal tuo eccetera.

Gli architetti, quando progettano un edificio, cercano di metterci del loro, cercano di lasciare un segno riconoscibile.

Io ci metto sempre del mio quando realizzo gli episodi di italiano semplicemente.

Quando mio figlio cucina qualcosa, cerca sempre di metterci del suo.

“Del suo” contiene una preposizione articolata, “del” , ma “del suo” può diventare “qualcosa di suo”. E il significato non cambia.

Ci metto del mio diventa quindi ci metto qualcosa di mio.

Tu ci metti del tuo diventa tu ci metti qualcosa di tuo.

È così la preposizione diventa semplice. Usare del, ad ogni modo, evidenzia che si tratta non di oggetti, ma di caratteristiche.

Non stiamo dicendo cosa di suo si stia mettendo, non importa specificarlo. Il messaggio infatti è “lasciare un segno”, “usare la propria creatività”, “usare il proprio stile”.

Come avete visto “del mio” può essere molto diverso da “di mio” a seconda dell’utilizzo che ne facciamo.

Questa espressione “metterci del proprio” tra l’altro l’avevo già spiegata ma l’avevo messa in relazione col termine “proprio”. In quell’occasione avevo spiegato la differenza tra mettersi in proprio, metterci del proprio e rimetterci del proprio. Cambiava l’obiettivo quindi. Vi lascio il link così potete ascoltare anche quell’episodio della durata di 23 minuti.

L’episodio in questione fa parte di un audio-libro di frasi idiomatiche.

Ed ora ripassiamo:
Andrè: anche io voglio metterci del mio in questo episodio.
Hartmut: si, però dovevi usare un’espressione già spiegata. Ma io non lo so, guarda!
Lejla: così però, zitto zitto, ci ha messo del suo anche stavolta

352 Di per sè

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Indice degli episodi
I Primi 200 episodi in versione KINDLE (+MP3) – (1-100) (101-200) (201-300)
Tutti gli audio-libri in versione KINDLE e CARTACEA (+MP3)
Video YouTube
Trascrizione

Giovanni: ieri vi ho parlato di di mio, di suo, di tuo, di loro, e non vi ho detto, per non fare un episodio troppo lungo, che “di suo” è simile a “di per sé”. Stavolta si tratta di tre parole.

Sono espressioni simili ma “di suo” e simili si usano prevalentemente con le persone, mentre “di per sé” con tutto il resto. A volte però si può usare anche con le persone. Ma quando?

Intanto non posso usare “di per sé” se parlo di me o di te; sto parlando di qualcosa o qualcuno di esterno, lui o loro nel caso di persone o qualcos’altro che non sono persone ma fatti, situazioni, circostanze, oggetti.

Di conseguenza “di per sé” a volte si può usare al posto “di suo” e “di loro” parlando di una o più persone quindi. Es:

Mario, di per sé, è difficile da sopportare

uguale a :

Mario, di suo, è difficile da sopportare

e

Maria e Giuseppe, di per sé, sono brave persone

Maria e Giuseppe, di loro, sono brave persone

Queste frasi sono equivalenti.

Quindi “di per sé”, Come di “di suo” e “di loro”, si usa quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno solo singolarmente, quando dobbiamo isolare un aspetto, o quando dobbiamo considerare qualcosa o qualcuno nella sua essenza, nella sua singolarità.

Vediamo alcuni esempi quando invece non parlo di persone:

Lo studio della grammatica, di per sé non è sufficiente per riuscire a comunicare in una lingua

In questi casi meglio usare “di per sé”, sebbene si possa usare anche “di suo”.

Questo significa quindi che non basta studiare la grammatica per imparare una lingua. Se la consideriamo singolarmente, la grammatica non è sufficiente: di suo o di per sé non sé non è sufficiente.

Un secondo esempio:

Il Covid ha avuto effetti molto negativi sul mondo dello spettacolo, perché il lavoro in questo settore è di per sé intermittente.

Stessa cosa: anche senza il Covid il lavoro nello spettacolo non è mai continuativo, costante, ma già di suo, potremmo dire, già di per sé, senza aggiungere altro, è incostante, quindi non così sicuro e al riparo da rischi.

Potremmo anche dire in questo caso “è già di per sé intermittente”, proprio come abbiamo fatto con “già di suo”.

Però non parliamo di persone in questo caso. Il lavoro non è un essere umano. Allora è meglio usare “di per sé” come si è detto.

Un’altra differenza:

Questa espressione si usa più spesso senza aggiungere “già” perché più che a indicare qualcosa di sufficiente (già serve a questo, ricordate?)  la maggioranza delle volte indica qualcosa che di insufficiente, che non basta. Allora anche se si parla di persone in questo caso meglio usare “di per sé”.

Esempio:

Di per sé Maria non sarebbe male, ma frequenta cattive amicizie e questo la fa sembrare peggiore.

Come a dire: non basta essere delle brave persone, occorre anche frequentare persone simili a noi per essere considerate in modo positivo. Parliamo di persone quindi, e potremmo usare sia di suo che di per sé, ma parliamo di qualcosa di Maria che non basta, quindi meglio “di per sé”.

In questo tipo di frasi c’è quasi sempre un “non” un “ma” o un “però” da aggiungere, proprio perché qualcosa non basta, non è sufficiente.

Il piacere, per quanto necessario nella vita non è di per sé sufficiente per raggiungere la felicità.

Questo significa che il piacere non basta da solo (di per sé) perché occorre anche altro per essere felici: è una la forma di soddisfazione, ma molto superficiale e perciò è semplice da ottenere ma anche semplice da perdere.

Quindi ricapitoliamo: “di per sé” serve per isolare un aspetto, per considerarlo singolarmente +, e è un po’ diverso da “di suo”, “di tuo”, “di loro” innanzitutto perché stiamo parlando di qualcosa di esterno, quindi non sto parlando di me o di te. Al massimo posso parlare di una o più persone: lui o loro.

Secondo: “Di per sé” si usa sia con le persone che col resto: situazioni, caratteristiche ecc. Infine “di per sé”, spesso indica qualcosa che non basta, qualcosa di non sufficiente. Le caratteristiche proprie delle persone invece sono preferibilmente indicate con “di suo”, che spesso e volentieri sono precedute da “già” (già di suo) che sta a indicare una caratteristica che già esiste.

E adesso ripassiamo 5 espressioni già spiegate:

Hartmut: Dovrò fare mente locale quando userò questa espressione sai?

Khaled: Sarò un po’ duro di comprendonio, ma anche io non è che ci abbia capito proptio tutto!

Xin: Vai a capire quante volte dovremo ripassare questa espressione prima di poterla usare senza problemi!

Xiaoheng: é risaputo che la ripetizione è importante. Lo dice anche la prima regola di Italiano Semplicemente.

351 Di mio, di suo, di loro

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Giovanni: oggi vorrei parlarvi di una espressione particolare: “di mio”.

Perché vi parlo di una espressione? Ve ne parlo perché queste due parole “di mio”, o “di tuo”, o “di loro” non sempre, all’interno di una frase hanno un particolare significato.

Mio, suo, loro sapete che sono aggettivi possessivi, quindi indicano il possesso:

il mio giocattolo, il tuo telefono, il loro appartamento eccetera.

La preposizione “di” davanti a questi aggettivi però non si usa molto spesso. Possiamo distinguere 3 modi diversi di usare di davanti a mio, tuo, loro.

Chi ha scritto questo libro? L’hai scritto di tuo pugno?

Questa frase “scrivere di proprio pugno” indica semplicemente l’autore di un libri, ma anche di un articolo di giornale o un qualsiasi documenti scritto.

C’è il senso del possesso anche qui, ma non si usa in questo modo con altri verbi al di fuori di “scrivere”.

Sempre con il senso di appartenenza, posso anche dire:

In questa casa non c’è niente di mio.

Il che significa che non c’è niente che mi appartiene, non c’è nulla che è mio, ma megliol dire nulla “di mio”.

Allo stesso modo potrei dire:

Di mio, in questa casa, c’è solo questo armadio

oppure anche, in senso più ampio

In questa poesia non c’è niente di tuo

che è come dire:

In questa poesia non c’è niente di Giovanni

In questo caso il senso è un po’ più largo: si parla di stile di scrittura, del modo di scrivere.

Quindi anche in questo secondo modo di usare “di mio” c’è il senso di appartenenza.

C’è un terzo modo di usare questa espressione, il modo che mi interessa maggiormente spiegarvi oggi: “già di suo”, “già di mio”, “già di loro”.

Queste espressioni –  queste possiamo chiamarle così perché hanno un significato particolare – indicano una caratteristica di una persona o di una cosa che è già presente, che non ha bisogno di alcun intervento perché già fa parte di questa persona, o di questa cosa.

Mi spiego meglio con alcuni esempi:

Il Sabato è bello già di suo

Come a dire: il sabato è bello perché si chiama sabato, perché di sabato non si lavora, o perché è l’ultimo giorno di lavoro, o perché solitamente ci si diverte. Non ha bisogno di altro.

Lo stesso se dico:

Giovanni dovrebbe vestirsi bene per essere più carino. Marco invece è già bello di suo, e non ha bisogno di nient’altro.

Marco è già bello di suo: si parla sempre di appartenenza, ma non di oggetti o di cose qualsiasi, ma di caratteristiche proprie. Se vogliamo sottolineare che non c’è bisogno di intervenire per cambiare o migliorare la situazione o per aggiungere delle cose, possiamo usare questa espressione.

Andare in Italia è già di suo una grandissima esperienza, ma se vuoi esagerare puoi visitare Roma.

“Già” evidenzia la non necessità di fare qualcos’altro.

Giovanna si mette le scarpe col tacco per sembrare più alta, ma lei, già di suo, è alta 1  metro e 80 centimetri.

Senza mettere alcun tacco, Giovanna è già molto alta quindi.

Maria, che già di suo mangia moltissimo, questa settimana ha partecipato a tre pranzi di matrimonio!!

Notate come al femminile non cambia: “suo” resta “suo” anche al femminile, non diventa “sua”.
Ora è giusto che alcuni dei membri dell’associazione, che già di loro producono molte frasi di ripasso, mettano qualcosa di loro anche in questo episodio. A voi la parola:

Lejla: Certo, non ti risponderemmo mai picche Gianni!

Ulrike:  Dacché ce lo hai chiesto, siamo pronti ad accontentarti!

Anthony: Io è meglio che non dica nulla. Mi risparmio una figuraccia!

omi: E fu così che fece un figurone invece!

Italiano Professionale – lezione 28: come generalizzare

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    Descrizione

    In questa lezione di Italiano Professionale vediamo i vari modi che possiamo usare per generalizzare. La generalizzazione è l’operazione contraria della puntualizzazione, a  cui abbiamo dedicato la lezione n. 24

350 Ma come si fa!

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Trascrizione

come si fa!

Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo visto la differenza tra una frase seguita dal punto esclamativo e la stessa frase seguita dal punto interrogativo. La frase era “ma va’“. Nei due casi, come si è visto, il significato e l’utilizzo cambia completamente.

Succede spesso questo nella lingua italiana. Ad esempio anche con la, frase “ma come si fa”.

Col punto interrogativo si tratta di una domanda:

Ma come si fa?

E questa domanda si fa quando non si è in grado di fare qualcosa.

Esempio, il professore dice: ecco il compito di matematica che dovete fare.

Lo studente, se non ha studiato può rispondere: come si fa?

Cioè: come si fa questo compito?

Le domande con questa risposta sono praticamente infinite, e generalmente si tratta di cose difficili da fare, almeno per la persona che pronuncia questa frase:

Vediamo un altro esempio:

Dobbiamo immediatamente modificare questo video e renderlo più leggero, così è troppo pesante.

Come si fa a modificare un video?

Quando si tratta di una domanda, la preposizione da usare è “a”: come si fa a…

Poi si mette il verbo all’infinito, il verbo indica esattamente la cosa difficile da fare, ciò che non sappiamo come fare.

Se invece si tratta di una esclamazione cambia l’intonazione: Come si fa!

Questa è una frase che in genere è preceduta da “ma“:

Ma come si fa!!

Non si tratta di una domanda ma di una esclamazione.

Si usa quando si è molto stupiti di un comportamento di una persona, quando non ci si spiega qualcosa, quando qualcosa risulta incomprensibile. Si tratta quasi sempre di qualcosa che ha dei riflessi sulla stessa persona che pronuncia questa frase. Qualcosa di molto importante è accaduto, determinato da un comportamento sbagliato, qualcosa che si è “fatto“, quindi un’azione compiuta. Il verbo “fare” che si utilizza nell’espressione indica un’azione quindi, un’azione dalle conseguenze negative, anche molto negative.

Vediamo tre esempi:

Un figlio, non ancora maggiorenne, quindi ancora senza patente chiama a casa e dice che c’è stato un incidente con la macchina.

Il padre, sbalordito, tra le altre cose, dice:

Ma come si fa!! Come si fa! Dico io! Hai preso la macchina senza avere la patente, sei un incosciente.

Questo “come si fa” indica appunto un atteggiamento sbagliato, un modo sbagliato di comportarsi, qualcosa di non normale, di anormale, a volte di inspiegabile.

Dico io“, o “io dico” spessissimo accompagna l’espressione “come si fa”. Si tratta naturalmente di espressioni emotive, di conseguenza fanno parte di un linguaggio soprattutto parlato. Sono frasi che escono da sole dalla bocca, frutto di una intensa emozione.

L’espressione spesso sembra proprio una domanda, perché viene completata come una domanda:

Ma come si fa a guidare senza patente dico io! Ma come ti è venuto in mente!

Secondo esempio:

Sono stato bocciato tre colte consecutive all’esame di lingua italiana.

Commento di un mio amico:

Ma come si fa! Tre volte di fila! Sei proprio un somaro!

Terzo esempio:

Komi: ancora una volta, un episodio della rubrica 2 minuti con italiano semplicemente, sfora la durata dei due minuti!

Max Karl: Ma io non lo so! Ma come si fa, dico io! E’ inaccettabile! Ma è mai possibile?

Rauno: Si direbbe che non si abbia nessun rispetto per gli ascoltatori! Non è che lo fai apposta?

Sofie: secondo me nonostante tutto è stato un bell’episodio. Comunque andava bene anche ancora più lungo di così, io non ho problemi.