280 – Prendere e…

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Prendere e

Trascrizione

Giovanni: non so perché ma è da un po’ di tempo che parliamo di pazienza e di impazienza. Anche quello di oggi è un episodio che si inserisce in questa scia, infatti parliamo dell’espressione “prendere e…” fare qualcosa.

Difficile dare un nome a questa espressione. In realtà si tratta solo di un modo particolare di usare il verbo prendere.

Prendere in genere si usa con gli oggetti: prendere una mela, prendere un coltello, ovviamente si prende con le mani.

Ma si usa anche con le strade: prendere la strada a destra (cioè girare a destra) prendere l’autostrada, prendere la macchina.

In realtà però anche le decisioni si prendono. Ecco allora a questo proposito, quando prendiamo una decisione, se questa decisione si esplicita immediatamente in un’azione, se appena la prendiamo, appena ci pensiamo, subito agiamo di conseguenza, senza pensarci, di solito si tratta di decisioni impulsive, prese di getto, prese all’improvviso, magari perché eravamo stanchi e non ce la facevamo più. In genere però quando si prende una decisione non si agisce subito, semplicemente abbiamo deciso. Non siamo più indecisi.

Alcune volte la decisione si prende perché  la pazienza è finita. Abbiamo visto che se siamo pazienti possiamo lasciar correre, possiamo usare questa espressione particolare.

Invece quando non riusciamo più a lasciar correre, quando non possiamo più sopportare, possiamo usare l’espressione “passi che“, e quando usiamo questa espressione stiamo spiegando quanto siamo stati pazienti a sopportare tante cose prima di decidere che poteva bastare.

Allora, nella stessa situazione, se impulsivamente decidiamo di agire per interrompere qualcosa di fastidioso possiamo dire che prendiamo e agiamo, prendiamo e facciamo qualcosa.

Questo vuol dire che subito agiamo.

Vediamo con qualche esempio:

Non ce la facevo più a sopportare quella noiosa riunione, allora ho preso e me ne sono andato.

Un modo curioso di usare il verbo prendere vero?

All’inizio ho pensato a due motivi per cui usiamo il verbo prendere. Innanzitutto abbiamo appena preso una decisione. Il secondo motivo è che è come se noi prendessimo materialmente le cose che abbiamo con noi e le portassimo via con noi; con questo gesto esprimiamo chiaramente la volontà di andar via e non tornare più.

È come dire:

Ho perso le mie cose e me ne sono andato.

Ma questa seconda spiegazione in realtà è qualcosa a cui ho pensato inizialmente. Poi ho riflettuto meglio e ho pensato che posso anche trovarmi in situazioni diverse: non sempre me ne sto andando da un luogo.

Posso dire ad esempio che se sono con una ragazza:

Eravamo al primo appuntamento, io sono un ragazzo timido ma poi ho preso e l’ho baciata

Voglio così dire che ho preso una decisione all’improvviso. Non c’era niente da “prendere” materialmente, solo la decisione. Poi anche la pazienza in questo caso c’entra poco in realtà.

Insomma l’unica cosa che conta in realtà è che si tratta di una decisione improvvisa. Si, a volte si perde la pazienza, ma altre volte si vuole esprimere la fine di una indecisione. E un’azione immediata.

A volte non sai che fare, non sai qual è la cosa giusta da fare ma poi ti stanchi di questo stato di incertezza e allora prendi e decidi di fare qualcosa.

Ieri sai cosa ho fatto? Ho preso e ho smesso di fumare. Era un anno che ci pensavo.

Mi piacciono troppo quelle scarpe italiane. È vero, sono molto costose, ma se domani avrò il coraggio prendo e me le compro.

Ok, credo di essermi spiegato bene. Ora prima che prendiate e interrompiate l’ascolto, vi faccio ascoltare una frase di ripasso, in modo da non dimenticare le espressioni che abbiamo già spiegato. Se avete dei dubbi sul senso di qualche frase che ascolterete potete tornare sull’episodio in questione e tutto sarà più chiaro.

Ulrike: Ciao amici, spero che non mi dica male oggi e troverò alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente in vena per un ripasso di gruppo.

Sofie: un ripasso a voce dici? Beh…non me la sento proprio. Non è che non abbia voglia di partecipare, penso però di dover destreggiarsi meglio con la lingue italiana prima di cominciare a parlare.

Carmen: Io ho lo stesso problema. Se provo a parlare, ogni due per tre mi sento sguarnita delle parole adatte. Poi anche la mia conoscenza della grammatica è scarsa.

Lejla: Maddai ragazzi/e, ho sentore che si tratti di pretesti. Paventate una figuraccia? È solo un problema psicologico.

Mariana: Giusto, e a maggior ragione dovremmo parlare. Anch’io quando c’era occasione di parlare, spesso mi davo alla fuga. Ora però a ragion veduta raccolgo sempre provocazioni di questo tipo e mi butto.

Emma: Pure io. Una volta  rotti gli indugi mi sono accorto/a che man mano la paura sparisce. Superare questa inutile timidezza è stata una vera svolta nel mio apprendimento della lingua italiana.


L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

279 – Passi che…

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Passi che

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Giovanni: ecco un altro episodio che ha a che fare con la pazienza. Abbiamo visto “lasciar correre” nell’ultimo episodio, e oggi vediamo un’espressione particolare che si usa quando la pazienza sta finendo, o che si è già avuta abbastanza pazienza, quando si è sopportato molto, troppo, e adesso basta. Adesso non vogliamo sopportare più, adesso la pazienza è finita.

Vi faccio un esempio. Ammettiamo che un ragazzo di nome Marco stia seguendo una lezione di italiano a scuola, ma è arrivato tardi alla lezione, poi non è attento durante la lezione e ad un certo punto il ragazzo si addormenta sul banco.

A questo punto il professore, che non può sopportare tutte queste cose accadute, dice:

Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!

In questo esempio il professore pronuncia due volte “passi che”.

Utilizza il verbo passare al congiuntivo.

“Passi che” significa “sono disposto a lasciar correre su questo”.

Perché si usa il verbo passare? Passare indica movimento, proprio come correre. Pensate a quando qualcuno vi chiede il permesso di passare prima di voi, ad esempio in strada, o al supermercato. Voi se siete gentili dite: prego, passi pure, avanti. State dando del lei. Lei passi, passi pure. Passi pure prima di me. State concedendo un permesso perché siete gentili.

Allo stesso modo, quando sopportate qualcosa che non vi piace, voi, se siete pazienti e gentili, sopportate e lasciate correre, cioè lasciate passare questa cosa senza protestare.

Dire “passi che” seguito da qualcosa che mi ha dato fastidio, equivale a dire pertanto: “sono disposto a sopportare questa cosa fastidiosa: “che questa cosa passi”.

Però questa espressione si usa quando si sono sopportate troppe cose, si sono lasciate passare troppe cose, si è lasciato correre su troppe cose. Prima si dicono tutte le cose che si sono sopportare, e alla fine però si dice che ora basta, perché è accaduto qualcosa sulla quale non si può più transigere, non si più sopportare, non si può più lasciar correre.

Quindi rivediamo la frase:

Adesso basta Marco. Passi che arrivi tardi alla lezione, passi pure che non stai molto attento quando io spiego. Ma se ti addormenti addirittura durante la lezione, questo è troppo!

Il professore vuol dire che è disposto a sopportare il ritardo, ed anche che non sta attento durante la lezione, ma non può sopportare che si addormenti durante la lezione.

Si solito si è sempre arrabbiati quando si usa questa espressione o quantomeno irritati.

Vediamo un altro esempio.

Una donna è arrabbiata col marito:

Passi che non ti ricordi del mio compleanno. Passi pure che neanche mi saluti più quando esci di casa. Però non riesco a sopportare che pretendi anche di trovare il pranzo e la cena pronti tutti i giorni.

E voi potreste dirmi: Giovanni, la tua rubrica si chiama due minuti con italiano semplicemente. Ora, noi studenti siamo molto pazienti, e passi che un episodio duri tre minuti, non ci sono problemi. Passi pure che ce ne sia qualcuno della durata di 5 o 6 minuti, ma che tu Giovanni, ogni volta, fai episodi molto lunghi più di due minuti, questo non è giusto.

Avete ragione ragazzi. Allora vi lascio alla frase di ripasso.

Sarò conciso: non è che mi dispiaccia se quest’estate non potrò andare al mare; a me infatti piace molto di più la montagna. Il problema è che a ragion veduta avrei prenotato prima. Ora c’è il rischio che non troverò più posto neanche nelle località più in.

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278 – Lasciar correre

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lasciar correre

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Giovanni: siete dei tipi tolleranti, pazienti, oppure siete assolutamente intransigenti?

Se siete tolleranti, se cioè vi capita spesso di tollerare dei comportamenti di altre persone, se cioè sopportate pazientemente, se siete persone predisposte alla pazienza e al perdono, ebbene, vi capiterà altrettanto spesso di lasciar correre.

Se invece non avete molta pazienza probabilmente non lasciate mai correre di fronte a qualcosa che non vi piace.

Questo accade quando c’è qualcosa che non va, qualcosa di negativo, spesso per colpa di una persona, del suo comportamento, e voi anziché arrabbiarvi o rimproverare questa persona, fate finta di non vedere questa cosa negativa che è accaduta. Preferite lasciar correre, cioè far finta di niente.

Si può usare anche quando si invita a stare tranquilli, per non innervosirsi o per non farsi coinvolgere troppo.

Vediamo qualche esempio

I miei studenti hanno fatto molti errori di pronuncia durante il colloquio ma in quell’occasione ho preferito lasciar correre per non farli emozionare.

Mio figlio ha alzato la voce con me, e non potevo lasciar correre. L’ho messo subito in punizione.

Dopo che l’intervento del presidente è stato contestato, lui non ha lasciato correre ed ha insultato tutti i suoi contestatori.

Vivi e lascia vivere” è un noto proverbio italiano. Il suo significato è che non bisogna interferire, ma invece occorre lasciar correre e girare la testa dall’altra parte se il proprio desiderio è vivere tranquilli.

Un’espressione informale, usata da tutti, sia come invito:

lascia correre, non ti arrabbiare, non dar retta a queste persone

Sia se parliamo di noi stessi:

Se avessi lasciato correre non mi troverei in questa situazione

Siamo stati insultati ma noi abbiamo lasciato correre.

Potete usarla quando volete in occasioni informali.

Più formalmente anziché dire “lascia correre” potreste dire “non si preoccupi” (dando del lei) “sia paziente” oppure usare il verbo transigere e essere transigenti:

Non posso transigere di fronte a questi comportamenti!

Che equivale a dire:

Non posso lasciar correre di fronte a questi comportamenti.

Perché si sua correre?

Sta a indicare semplicemente che non ci si deve fermare a commentare, a riflettere, a discutere.

Ora ripassiamo qualche espressione precedentemente imparata su questa rubrica.

Ascoltiamo Sofie e sua figlia dal Belgio. Sofie è membro del’associazione Italiano Semplicemente.

– Ciao mamma , come mai sei già sveglia a quest’ora? Non ti pensavo cosi mattiniera! Ci sta qualcosa che non ti torna?

– Ciao Emma, hai proprio ragione. Oggi non mi gira bene. Ho passato una notte in bianco.

– Come mai? C’è qualcosa che ti ronza per la testa?

– Ieri, dopo 2 mesi di lavoro a distanza sono tornata in ufficio e li mi sono beccata insulti a destra e a manca.

– Non capisco proprio. Hai sempre dato anima e corpo al tuo lavoro.

– È vero. Ma devo ammettere che lo smart-working non è stato alla mia portata e negli ultimi tempi ho sgarrato un po’. Cosi sono finita nel mirino dei miei giovani colleghi.

– Ma lascia correre e abbi un po’ di pazienza. Gliela farai pagare a tempo debito.

– Eh si, la vendetta è un piatto che va servito freddo!

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277 – non è che…

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Non è che

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Giovanni: Non è che avete due minuti liberi? Oggi vediamo una locuzione che vi piacerà.

Si tratta di qualcosa che non troverete da nessuna altra parte su internet perché è anche difficile da ricercare.

Non è che“: questa è la locuzione in questione che ha tanti utilizzi non molto simili tra loro.

C’è una negazione: non.

Questa negazione a volte è una vera negazione, altre volte invece non è proprio così.

Vediamo bene. Una mamma dice al proprio figlio:

Non è che io ti devo dire ogni volta che ti devi alzare presto. Pensaci da solo.

In questo caso la mamma sta enfatizzando il suo pensiero, sta sottolineando la sua volontà. Certo, avrebbe potuto dire più semplicemente:

Io non devo dirti ogni volta che devi alzarti presto. Devi pensarci da solo.

Però nel primo modo, con la frase al negativo sta sottolineando ciò che non vuole che accada. È una modalità colloquiale comunque.

Vediamo un secondo modo.

Se io dico:

Non è che io voglia vantarmi, ma sono il presidente dell’associazione italiano semplicemente.

Questo è sempre un modo informale per negare qualcosa, ma in questo caso è come se volessimo aggiungere qualcosa. In questo caso è come se mi stessi giustificando: nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa.

Ci sono mille altri esempi di questo tipo:

Non è che mi stai antipatico, ma a volte sei un po’ maleducato e questo mi dà fastidio.

Non è che a me piaccia sgridarti, ma sei sempre disordinato con le tue cose.

Non è che voglia sembrare ripetitivo, ma se non ascolti e non parli, non imparerai mai la lingua italiana.

Sono tutti esempi analoghi. Si può usare anche il congiuntivo come avete visto.

Vediamo un terzo caso. Abbiamo un sospetto, pensiamo qualcosa, abbiamo un’idea, ma non siamo sicuri.

Maria sembra ingrassata. Non è che è incinta?

Chissà perché Giovanni non ha avvisato che non veniva al lavoro! Non è che ha finito il credito telefonico e non ha potuto avvisare?

In questi casi quindi si tratta di ipotesi non verificate, di supposizioni, e sono poste sotto forma di domanda, come a voler cercare un riscontro, come a dire: che ne dici? Sarebbe possibile?

Vediamo un quarto caso:

Non è che avresti da accendere per favore?

Questa domanda, molto usata dai ragazzi, è un tentativo di usare una forma di cortesia quando si vuole fumare una sigaretta ma non si è provvisti di accendino. Allora si chiede ad altre persone.

Si può anche chiedere:

Hai da accendere?

Avresti da accendere?

Stesso significato.

Posso fare altri esempi simili.

Non è che passi in ufficio dopo? Ho dimenticato la giacca. Se passi puoi prendermela per favore?

Non è che potresti farmi un favore?

Non è che potresti darmi un passaggio?

Anche in questo caso un modo colloquiale per chiedere un favore, o anche fare una semplice domanda, ma capite che la forma negativa non serve a negare qualcosa, ma è solo un modo di essere gentili, come a non voler dare per scontato, per certo, che il favore venga fatto. Una forma di cortesia. Spesso si usa aggiungere “per caso”:

Non è che per caso hai/avresti da accendere?

Non è che per caso hai visto Giovanni?

Posso togliere “per caso” e non succede niente.

Ultimo caso: si usa per chiedere che qualcosa di negativo non sia vero:

Non è che hai lasciato la luce accesa prima di uscire vero? Spero proprio di no!

Non è che non hai finito i compiti?

Non è che mi stai dicendo una bugia?

In questi casi “non è che” equivale a “non vorrei che“, ma mentre la seconda forma richiede in genere l’uso del congiuntivo, la prima richiede sempre l’indicativo.

Non è che avreste un altro minuto da dedicare al ripasso? Non è che siete stanchi?

Sofie: Stanotte ho sognato che prendevo botte a destra e a manca da 10 ragazzi. Ma anche io sono riuscito a dare un calcio.
Carmen: Una magra consolazione però.
Ulrike: ma perché ti hanno picchiato?
Sofie: Volevano picchiare mio figlio e io ho detto: giù le mani!
Carmen: Certo, 10 contro 1 non c’era la più remota possibilità di farcela.
Ulrike: Infatti, meno male che era un sogno.
Sofie: Comunque, laddove mi accadesse veramente, mi vendicherei a tempo debito.
Carmen: È risaputo che sei un tipo vendicativo
Ulrike: Infatti. Io mi sarei dato alla fuga. Tu invece non sei un tipo che lascia correre.

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276 – a destra e a manca

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A destra e a manca

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Emanuele: sapete qual è l’opposto di destra? Certo, è la sinistra!

Questo è chiaro per tutti, esiste ad esempio la mano destra e la mano sinistra.

A proposito, ognuno di noi, o quasi, ha una preferenza nell’uso della mano destra o della sinistra. Lo stesso vale per i piedi. Chi usa la mano destra con maggiore disinvoltura si dice che è destro (destra al femminile).

Io ad esempio sono destro.

Chi invece preferisce usare la mano o il piede sinistro si dice che è… “mancino” . Non si usa dire “io sono sinistro”.

Poi chi sa usarle entrambe indifferentemente si dice “ambidestro“.

La preferenza per la sinistra dunque si esprime col termine “mancino” o “mancina“.

Maradona è stato un calciatore mancino ad esempio perché il piede sinistro era il suo preferito.

Ma perché mancino? Abbiamo già visto insieme in questa rubrica il senso di “tirare un tiro mancino” . Il termine ha vari significati infatti.

Oggi però vorrei parlarvi dell’origine di “mancino”, che viene da “manca”.

C’è una simpatica locuzione italiana che recita così “a destra e a manca” che letteralmente vuol dire “a destra e a sinistra”. Manca quindi sarebbe “sinistra” (al femminile) intesa come contrapposta alla destra. Non ha niente a che vedere col verbo mancare.

Questa locuzione si usa prevalentemente in alcune occasioni.

Ad esempio:

Non riesco a guidare bene quando ci sono macchine che sfrecciano a destra e a manca.

Il senso è che ci sono molte macchine, cioè automobili, che corrono veloci (cioè sfrecciano) dappertutto, ovunque, e questo mi rende difficile la guida, forse per agitazione, per paura.

Oppure:

Sono stato malmenato da un gruppo di ragazzi; erano tanti e non riuscivo a difendermi: arrivavano calci e pugni a destra e a manca.

Quindi ovunque arrivavano colpi, da tutte le direzioni.

Spesso si usa la stessa espressione per rappresentare uno stato di confusione.

Se bevo alcool e sono ubriaco inizio a barcollare a destra e a manca.

Non c’è la volontà di andare in una direzione precisa.

Si, potremmo sempre dire “a destra e a sinistra” ma in questi casi si usa maggiormente il termine “manca” che si usa sempre o quasi sempre nella stessa frase insieme alla destra.

Se inizio a colpire una persona a destra e a manca, la colpisco un po’ alla cieca, senza badare a dove la colpisco, come se fossi cieco, cioè non vedente.

Anche il termine “destra“, in tutti questi casi si può sostituire con un altro termine: “dritta“, però è un po’ meno utilizzato.

In questo caso la frase diventa: “a dritta e a manca“.

Ora ripassiamo con Sofie ed André.

– Ciao Andre, che stai facendo?
– Sono appena riuscito a ritagliarmi del tempo per ascoltare qualche episodio di due minuti con italiano semplicemente.
– Caspita! Ti sei smarcato dal tuo capo ufficio che ti stava incalzando?
– No, siamo tutti chiusi in casa a causa dell’emergenza covid 19. A volte questa chiusura è un tormento ma faccio di necessità virtù e rispolvero il mio vocabolario italiano. Così quando mi troverò a tu per tu con Gianni non mi sentirò più sguarnito di espressioni.
– Andre, secondo me è una magra consolazione questa tua rispolverata. Vai a capire quando verrà consentito l’ingresso nel Belpaese agli stranieri…
– Mi sembra che di Maio abbia detto che sarà possibile a partire dal 3 giugno.
– Il 3 giugno è possibile solo per i paesi membri dell’Unione europea, quindi se vuoi incontrare dal vivo un italiano doc nei prossimi giorni, stai fresco!

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275 – Conciso

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Giuseppina: oggi sarò breve e concisa e riuscirò a stare nei due minuti previsti. Promesso.

Essere concisi, questo è l’oggetto dei due minuti di oggi, significa essere sintetici, significa che si sta dicendo qualcosa (un discorso) o si sta scrivendo qualcosa (un libro, un articolo di giornale) e nel fare questo non si usano molte parole, almeno non più di quanto sarebbe necessario. Equivale a essere brevi; quasi lo stesso significato.

Ma concisi è più formale come termine e se vogliamo essere precisi, conciso è non solo breve, ma anche completo ed efficace. Non ci sono cose non dette o non scritte. Il discorso è completo e chiaro, efficace. In una parola: conciso.

Un’altra differenza rispetto a “breve” è che conciso si può o usare anche per indicare lo stile di uno scrittore o di un giornalista, cioè il modo di scrivere: uno scrittore dallo stile conciso. Un giornalista conciso.

Si potrebbe anche dire uno stile o un discorso essenziale, efficace, asciutto. Non c’è niente di più di quanto è necessario.

Ora ripassiamo.

Carmen (Germania 🇩🇪): Vi risulta facile uscire dalla vostra “zona di conforto” oppure no? Può darsi che a volte risulti difficile, e la fifa abbia la meglio. Probabilmente ci si sente assai insicuri o si ha paura di sbagliare o si temono le difficoltà da affrontare e gli sforzi da fare. Però vale sempre la pena rischiare e osare. Eccome se ne vale la pena! Sia che vada bene o che si fallisca si è fatta un’esperienza da cui imparare. In ogni caso si perdono un sacco di opportunità qualora si eviti di correre dei rischi. Ogni lasciata è persa. Vedrete che col tempo si impara a destreggiarsi sempre meglio, sebbene all’inizio la paura faccia novanta!

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274 – Una magra consolazione

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magra consolazione

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Giovanni: sapete cos’è una consolazione? Quando siete tristi, quando accade qualcosa di negativo, qualcosa di brutto, o quando subite una sconfitta, anche sportiva, cosa potrebbe farvi tornare felici?

Ci vuole una bella notizia, qualcosa di positivo per farvi tornare il sorriso.

Non sempre questo accade, comunque ci può essere qualcosa che allevia la vostra tristezza, qualcosa che fa diminuire il vostro sentimento negativo, qualcosa che vi conforta, che fa parzialmente migliorare il vostro stato d’animo. Queste cose si chiamano consolazioni.

In questi casi molto spesso si usano avverbi come “almeno” o “perlomeno” o “meno male” per indicare un lato positivo della faccenda, un aspetto della storia che migliora un po’ la situazione.

Tipo:

Purtroppo la macchina si è rotta. Peccato perché volevo andare al mare. Meno male che piove.

Sono stato bocciato all’esame di italiano ma almeno ho detto al mio professore cosa penso di lui!

Ecco, queste consolazioni, quando non ci soddisfano per niente, quando sono insufficienti, si possono chiamare “magre consolazioni” che è come dire “piccole consolazioni

Una magra consolazione è pertanto una consolazione che non ci appaga, una consolazione non appagante, una consolazione che non è per niente sufficiente a darci conforto e tirarci su il morale.

ad esempio:

Abbiamo perso ma ho fatto un bel gol. Una magra consolazione comunque.

Lo so, prima o poi dovrò morire. Ma tutti dobbiamo morire prima o poi. Anche questa è una magra consolazione

Si usa questo aggettivo “magra” che solitamente si usa per indicare la magrezza delle persone, riferita quindi all’aspetto fisico: magra è il contrario di grassa.

A proposito, il ripasso di oggi verte proprio su questo argomento. Ascoltiamo Mariana dal Brasile che ha usato alcune delle più recenti espressioni spiegate in questa rubrica che, ve lo ricordo, si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente“.

Mariana: Il mio ripasso verte sulla cura del mio corpo durante l’emergenza coronavirus. Stando a casa, ho avuto più tempo a disposizione così avrei dovuto fare di necessità virtù e fare esercizi quotidiani per prendermi cura del mio corpo. Però non sono mai stata in vena di esercizi e sono ingrassata un po’.

Se esiste una remota possibilità (speriamo sia solo remota) che questa emergenza possa ripetersi, a ragion veduta stavolta sarà diverso.

Ulrike: so che è una magra consolazione Mariana, ma molte altre donne hanno preso qualche chilo durante l’emergenza

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273 – Fare di necessità virtù

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Fare di necessità virtù

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Giovanni:

Probabilmente, non dico sicuramente, avete ascoltato almeno una volta un italiano la frase “fare di necessità virtù“.

Cosa significa?

Intanto vi dico subito che si usa moltissimo in tutta l’Italia.

Il motivo per cui si usa così tanto risiede nel fatto che è una frase positiva, ottimistica. Infatti contiene la parola virtù, che indica i punti di forza, i pregi, i lati positivi, le doti.

Solitamente si parla delle virtù come il contrario del vizio, o anche il contrario dei  difetti- Le virtù sono come i pregi, ma il pregio è più adatto per la singola persona, per indicare i suoi lati positivi, mentre la virtù è un concetto più alto, più nobile.

Le necessità invece sono i bisogni, le esigenze.

Avere una necessità quindi è avere un bisogno, ma è un po’ diverso perché le necessità sono più spesso legate agli obiettivi da raggiungere e quindi agli sforzi da fare per poterli raggiungere, a ciò che è necessario fare per raggiungerli. Un peso insomma, un’incombenza, qualcosa che non si può evitare.

I bisogni invece sono più legati all’esistenza. Spesso comunque si possono usare allo stesso modo.

Allora, fare di necessità virtù significa trasformare una necessità in una virtù.

È una espressione ottimistica perché noi non abbiamo voglia di fare ciò che è necessario fare, ma quando lo facciamo poi spesso impariamo qualcosa, e acquistiamo una virtù che prima non avevamo.

Questo ci spinge, ci esorta a svolgere bene queste attività perché ci sarà una ricompensa alla fine.

Ad esempio:

La quarantena ha costretto gli italiani a lavorare da casa e gli studenti italiani a seguire le lezioni scolastiche da casa. Ma adesso abbiamo tutti imparato qualcosa. Da oggi la scuola e il lavoro in Italia sono cambiati. Possiamo dire che abbiamo tutti fatto di necessità virtù.

Ripeti dopo di me:

Io faccio di necessità virtù

Tu devi fare di necessità virtù

Lui doveva fare di necessità virtù

Noi avremmo dovuto fare di necessità virtù

Voi non avete fatto di necessità virtù

Loro hanno fatto di necessità virtù.

Ora ripassiamo.
Franco (Perù): Ciao a tutti, anche in Perù c’è l’emergenza coronavirus e siamo preoccupati che il contagio si estenda alla foresta, perché molti contagiati si stanno spostando da Lima alla volta delle località interne d’origine. Non è una preoccupazione priva di fondamento.

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272 – su le mani, giù le mani, alzare le mani, cadere le braccia

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Su le mani, giù le mani, alzare le mani, cadere le braccia

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Giuseppina:

Cosa succede quando alziamo e quando abbassiamo le mani?

Avete mai visto film western? In questo genere di film si usano molto le pistole, e capita di sentire frasi come:

Su le mani!

Alzate le mani!

In alto le mani!

Mani in alto!

Questo accade quando una persona ha una pistola e la punta contro un’altra persona, intimandole di alzare le mani.

Anche nel caso di rapine, il rapinatore punta la pistola e chiedere di alzare le mani!

Mani in alto!

Questa è la formula più utilizzata dai rapinatori.

La usano anche i DJ in discoteca, quando incitano tutti i ragazzi a alzare le mani come segno di divertimento.

Su le mani!!!

In questo caso si usa solo questa formula.

Ma le mani possono anche essere abbassate:

Giù le mani!

Sapete che giù è l’opposto di su, e abbassare è l’opposto di alzare.

Giù le mani” però è un’espressione idiomatica, che si utilizza quando qualcuno si vuole impadronire di una cosa che ci appartiene. Quando vuole prendere una cosa nostra.

Quindi con questa espressione non si sta dicendo necessariamente al nostro interlocutore di abbassare fisicamente le mani, ma si sta invitando, in un modo alquanto brusco e deciso, a non prendersi qualcosa che non gli appartiene.

Se sono a pranzo con mio fratello e lui sta per prendere qualcosa dal mio piatto, per fermarlo posso dirgli:

Fermo! Giù le mani dal mio cibo!

é importante usare da, dal, eccetera.

Giù le mani dalla mia pasta

Giù le mani dai miei carciofi!

Cioè: non toccare la mia pasta, non prendere i miei carciofi! Non ti appartengono, non è roba tua!

In senso meno materiale posso ugualmente usare questa espressione:

Se il mio direttore vuole abbassare il mio stipendio, posso dirgli:

Giù le mani dal mio stipendio!

Si usa molto anche come slogan, quindi è una frase usata in politica molto spesso e anche sui giornali. È come dire:

Questo non si tocca, lasciate stare questo perché è prezioso per me.

Per difendere le pensioni, ad esempio, si può dire:

Giù le mani dalle pensioni di anzianità!

Se il governo vuole fare una legge per mettere una tassa sui biglietti del cinema, chi non è d’accordo può dire:

Giù le mani dal cinema!

Poi mi viene 8n mente che azare le mani ha altri due significati.

Il primo è picchiare, fare del male a qualcuno attraverso schiaffi, pugni o anche con dei calci.

Ci sono uomini che alzano le mani con le donne, ad esempio, cioè le picchiano, e spesso le uccidono anche.

Le persone tranquille invece, pacate, calme, non alzano mai le mani con nessuno.

Quando in una discussione una persona inizia a usare le mani perché le parole non gli bastano più, allora l’altra esclama:

Non alzare le mani!

Se alzi le mani ti denuncio!

Una occasione ancora diversa per alzare le mani è per dimostrare che è inutile andare avanti, proseguire, in qualcosa. Meglio non insistere.

Quando una situazione è tale che secondo me qualsiasi mia azione sarebbe inutile posso dire:

A questo punto io alzo le mani!

Le mani alzate rappresentano una resa, un arrendersi a qualcosa che non ha rimedio.

Se un calciatore vuole lasciare una squadra anche se gli viene offerta qualsiasi cifra, a questo punto meglio alzare le mani. Inutile insistere, non c’è niente da fare.

Se poi c’è anche sconforto, sorpresa e delusione, allora diciamo:

Mi cadono le braccia!

Questa volta sono le braccia a andare giù. Però si usa il verbo cadere.

Sono dieci volte che ti spiego questa cosa semplicissima e tu ancora non hai capito. Mi fai cadere le braccia!

Questa è una delusione, una forte delusione, ma anche una resa. Anche qui è inutile insistere. Le braccia però è come se cadessero da sole, tanta è l’inutilità dei propri sforzi.

Ora ripassiamo e Carmen ci aiuterà perché ha preparato una bella frase ricca di espressioni:

Carmen:

L’inizio dell’anno nuovo e i propositi sono un binomio inscindibile. Ma avete presente il motivo per cui i propositi, che so, dieta, esercizio fisico: ogni due per tre vanno a monte?

E che i risultati non balzano subito agli occhi, sembra propio così, che non portino nessun apporto a prima vista . Invece, nessuno sforzo è invano, pertanto via via c’è un crescendo di progresso . Coloro che non si rendono conto che bisogna amarsi di pazienza per raggiungere il traguardo, prima o poi prendono una brutta piega, a discapito dell’avanzamento in tutti i campi della vita. Si tratta di facili obiettivi da raggiungere quotidianamente, indi per cui non occorre un forte impegno e propio questo è il segreto del successo.

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271 – curare, curarsi, avere cura

Audio

curare, curarsi, avere cura, prendersi cura

Trascrizione

Giovanni: mi è stato chiesto, da uno dei membri dell’associazione, di spiegare la differenza tra curare, curarsi e avere cura. Allora io, avendo cura dei membri, cercherò di spiegarlo nel più breve tempo possibile.

Curare è più semplice da spiegare. La prima cosa che a me viene in mente è curare un paziente, nel senso che se una persona è malata può essere curata, cosicché possa guarire.

Ma curare non significa solo occuparsi di persone malate, ma di qualsiasi altra cosa, basta avere cura di qualcosa o qualcuno. Se curiamo qualcosa o qualcuno, vuol dire che ci occupiamo di questa cosa, che sia materiale o meno, che sia un oggetto o una persona.

Molte cose possono quindi essere curate: l’abbigliamento, le amicizie, gli affari, il proprio aspetto, i propri difetti. Ognuno cura ciò che vuole, ed ognuno ha cura di ciò che vuole.

Ripeto: Ognuno cura ciò che vuole, ed ognuno ha cura di ciò che vuole.

Ma allora che differenza c’è tra curare ed avere cura?

Molto spesso nessuna differenza. Posso curare il mio aspetto e posso aver cura del mio aspetto. Ma questo può funzionare qualche volta, non sempre.

Avere cura di qualcosa in generale ha un senso maggiormente affettivo. Quando una cosa è importante è bene averne cura. Avere cura di qualcosa è occuparsi amorevolmente, come quando abbiamo cura dei nostri affetti, dei nostri cari, ma posso anche aver cura dei miei affari, e in questo caso è solo perché ci tengo, sebbene sia solamente io a beneficiarne. Si usa anche “prendersi cura” di qualcosa o qualcuno, con un senso ancora più affettivo, quasi di gelosia direi.

Mi prenderò cura di te.

Che è ancor più forte di “avrò cura di te”.

Riguardo alle malattie, curare ha un significato diverso da aver cura. Curare significa superare una malattia, superare uno stato di cattiva salute. Mentre aver cura è solo mostrare interesse, prestare attenzione, mostrare vicinanza, affetto, a prescindere dal risultato finale.

Il senso di curare, essendo meno legata all’affetto è spessissimo usato similmente a “occuparsi di” qualcosa.

Curare una mostra, curare l’edizione di un libro, curare dei particolari aspetti di una qualsiasi questione. In questi casi è come occuparsi di queste cose, o anche organizzare o gestire qualcosa in virtù di certe competenze.

Curare in questo senso è molto usato nel lavoro, nell’arte e nella didattica. Si sente spesso dire:

La rubrica di italiano per ispanofoni sarà a cura di Davide

Il corso gratuito è a cura di Giovanni.

Significa che Davide (o Giovanni) curerà tutti gli aspetti relativi al corso, che sarà tenuto da lui. Lui lo organizza, lui fa le lezioni, lui si occupa di tutto ciò che riguarda il corso. Sarà lui a curare tutti gli aspetti.

Se passiamo a curarsi, si parla di se stessi. “Io mi curo“, semplicemente significa che voglio guarire. Per questo mi curo.

Ma se io “non mi curo di” qualcosa, quindi con le negazione è una espressione che si usa quando non si vuole tenere in considerazione, considerare importante qualcosa. Spesso si usa verso le persone che non bisogna ascoltare, o delle cose che dicono queste persone. Simile a “non badare a“.

Non ti curare delle persone che parlano male di te.

E’ uscito di casa senza curarsi di chiudere la porta.

Di solito si usa al negativo, ma posso anche dire ad esempio_

Gli studenti dovranno curarsi di superare l’esame

I ristoratori devono curarsi di pulire e sanificare i locali

Qui c’è invece un senso di responsabilità, di qualcosa che si deve fare.

Al negativo si usa di più, come dicevo, anche perché si può usare anche come una forma di accusa, per sottolineare la mancanza di attenzione, di cura:

Non ti sei è mai curato di darmi una risposta!

Non ti sei degnato – stesso significato, ma più elegante. Non ti sei mai scomodato di rispondermi. Anche scomodarsi è utilizzato ma curarsi è e resta più elegante.

Ora ripassiamo con cura con l’aiuto di Doris, membro dell’associazione.

Doris (Austria): Desta l’interesse dei membri quando il presidente lancia un nuovo apporto sul sito Italiano Semplicemente. Un’associazione che si interessa di aiutare i suoi membri a fare progressi con la lingua italiana. Il suo supporto è irrinunciabile per quelli che si interessano ad imparare l’Italiano con tutti gli annessi e connessi. Le sette regole d’oro funzionano solo quando si tiene al metodo la cui efficacia è quasi inconfutabile. La dedizione e la disciplina però sono imprescindibili e non conviene andare in tilt se non si raggiungono immediatamente gli stabiliti obiettivi personali. Armarsi di pazienza è il primo passo verso il successo nello studio. Hai visto mai che anche tu abbia adocchiato questa bellissima lingua, la lingua di Dante e ti decida ad impararla? Se sì, fatti sentire e ti accoglieremo di buon grado nel nostro gruppo! Almeno per me, nulla quaestio di fronte a una richiesta da parte tua.

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270 – Interessare

Audio

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo del verbo interessare?

Che ne dite, vi interessa? Se vi interessa, evidentemente trovate questo argomento interessante, quindi la cosa attira, attrae il vostro interesse, o meglio ancora: suscita il vostro interesse.

Il verbo suscitare è molto adatto quando si parla di interesse ed anche di emozioni.

Ti interessa questa cosa?

Grazie, mi interessa. Riposta esatta.

Grazie, a me interessa. Risposta esatta.

Grazie a me mi interessa. Risposta sbagliata: “a me mi” non si può dire in generale; è una delle prime cose che si insegnano ai bambini.

A me mi, a te ti, a lui gli, a lei le, a noi ci, a voi vi, a loro gli. Sono tutti errori comuni tra i giovanissimi.

Questo di dimostrare interesse verso qualcosa è il modo più comune di usare questo verbo, ma non l’unico.

Posso usare “interessare” anche per indicare un particolare tipo di interesse, quando teniamo molto a qualcosa, quando ci importa molto di qualcosa, quando teniamo a cuore qualcosa.

Quella ragazza mi interessa.

C’è da dire però se una cosa ti interessa non significa sempre che questa cosa è interessante per te, che suscita il tuo interesse. Infatti può anche significare che ti riguarda, che ti tocca direttamente.

In questo caso quindi potremmo anche non provare interesse per un qualcosa che, ad ogni modo, interessa anche noi.

Ad esempio:

La legge interessa tutti.

La sicurezza sanitaria interessa tutti i cittadini.

Non ho detto “interessa a” tutti i cittadini, ma “interessa tutti” i cittadini. Ha un senso diverso, simile ma diverso, perché è come dire riguarda, coinvolge tutti i cittadini.

Lo stesso senso lo troviamo anche in frasi come:

Voglio parlarti di una cosa che interessa la tua azienda.

Ho un dolore alla gamba che interessa la parte posteriore.

Anche in questo caso, sebbene si parli di dolore, ci si riferisce non ad un interesse, ma più ad un interessamento.

Negli infortuni questo si usa spesso, quindi anche in generale nella scienza medica:

La parte del corpo interessata all’infortunio.

Il covid 19 può avere un interessamento neurologico.

Poi esiste anche interessarsi a qualcosa, che è come provare interesse, quindi essere attratti da qualcosa.

Da giovane mi sono interessato alla politica.

È esattamente come dire “ho provato interesse” nella politica, mi sono avvicinato alla politica, mi sono appassionato di politica.

Interessarsi si usa anche come occuparsi di qualcosa, avere cura di qualcosa o qualcuno:

Maria ha detto al direttore che il suo stipendio è troppo basso. Lui ha risposto che si interesserà personalmente per fare in modo che lo stipendio venga aumentato.

Quindi il direttore si occuperà personalmente di questa faccenda che interessa Maria.

Ho usato interessarsi e interessare nella stessa frase. Ora, se la cosa è di vostro interesse, ascoltate carmen che ha preparato un bel ripasso:

Carmen:

C’erano una volta due ranocchi e una pentola di panna, dove, loro malgrado caddero dentro. La pentola era grande, ragion per cui non ce la fecero ad uscire. Si trovarono pertanto nei guai. Uno dei due ranocchi aveva sentore che fosse inutile combattere e preferì arrendersi, ovviamente pagandone lo scotto con la propria vita. L’altro invece non se la sentì di mollare, aveva un temperamento pervicace, così, strinse i denti e tornò alla carica continuando a scalciare di buona lena. Beato lui, perché la panna iniziò via via a trasformarsi in burro e perciò il ranocchio riuscì a salvarsi in calcio d’angolo saltando fuori della pentola. Una storiella all’insegna della tenacia: d’altronde è risaputo: chi la dura la vince.

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269 – Remoto

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Re moto
disegno di Doris (Austria)

Trascrizione

Emanuele: C’era una volta, tanto tempo fa, un re. Il suo nome era Moto. Tutti lo chiamavano remoto. Il suo regno si trovava in un luogo molto remoto, e le possibilità di raggiungerlo erano altrettanto remote. Fortunatamente il re aveva una connessione remota e poteva collegarsi da ogni parte del mondo. Un giorno però si ruppe il PC e dovette tornare in ufficio. Questa è una leggenda che viene dal passato. E precisamente dal passato remoto 😀

Giovanni: avete ascoltato la storia del re Moto, raccontata da Emanuele. Un modo divertente per vedere insieme tutti i significati del termine “remoto”, noto più che altro per via del “passato remoto”. Chi studia la lingua italiana sa di cosa sta parlando: il passato remoto è un tempo verbale dell’indicativo e si usa per indicare un fatto avvenuto nel passato, un fatto che si è concluso, un fatto terminato, e quindi senza legami di nessun tipo con il presente. Emanuele ha utilizzato il passato remoto all’interno della storia, quando dice che un giorno però si ruppe il PC e il re Moto dovette tornare in ufficio. Emanuele ha utilizzato il passato remoto di rompere e di dovere.

Quindi remoto indica una lontananza nel tempo, ma in realtà la lontananza è di carattere sia cronologico, sia spaziale, sia psicologico, perché come ho detto è un passato con il quale non ci sono più legami oggi, nel presente.

Spaziale perché un luogo lontano, laddove sia molto ma molto lontano, può essere chiamato un luogo remoto, e con questo termine si vuole indicare anche che questo luogo è difficilmente raggiungibile. Remoto o remota, o anche remoti, al plurale sono termini che si usano in generale per la lontananza di ogni tipo.

Se un ricordo è un remoto ricordo, questo ricordo è lontano, si riferisce a tanto tempo fa, ed è anche difficile da ricordare, come un luogo che è difficilmente raggiungibile.

Quando nella storia si parla delle possibilità remote di raggiungere il regno del re, si intende che questo regno si trovava in un luogo difficile da raggiungere, e le possibilità di farcela sono basse, molto basse, remote, appunto.

Lo stesso concetto si può applicare a dei pericoli, che sono remoti quando sono potenzialmente dei pericoli, ma la probabilità che si verifichino è molto bassa.

Il pericolo che piova nel mese di agosto è molto remoto in Italia.

Le possibilità che Giovanni riesca a stare nei due minuti previsti dalla rubrica sono remote.

Infine, si parla di una connessione remota, e cos’è questa connessione remota?

Questa è una terminologia informatica, molto usata negli ultimi tempi, che indica il collegamento ad un PC, un computer che si trova in un luogo diverso da quello in cui ci troviamo. Stabilire una connessione remota serve quindi a collegarsi ad un computer. Ora ripassiamo alcune espressioni passate.

Ulrike: Vi dico, che bel po’po’ di espressioni interessanti qua, ormai siamo giunti alla puntata 269! E voi, le puntate precedenti, le avete tutte presenti? Io no, sono troppe, ragion per cui ogni due per tre mi vedo costretta a ricorrere al supporto delle frasi di ripasso. Che poi mi continuino a sfuggire, che volete… a maggior ragione devo ritagliarmi del tempo per rispolverarle. Un giorno riuscirò ad usarle senza dover più scervellarmi, hai visto mai.

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re moto
Disegno di Xiaoheng

268 – Perso per perso

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Trascrizione

Giovanni: L’espressione che vi spiegherò oggi è “perso per perso“, che si utilizza informalmente in situazioni  negative, quando le cose vanno male e allo stesso tempo c’è ancora qualcosa che possiamo fare per ridurre i danni, quindi.

Facciamo qualche esempio di situazioni negative, un esempio di cose che vanno male; anzi, forse dovrei parlare di una situazione ormai compromessa.

Quando una situazione è compromessa vuol dire che non c’è niente da fare per salvarla.

Ecco il primo esempio:

Mi ha detto il professore che non riuscirò a superare l’esame. Allora, perso per perso, scherziamoci su.

Quindi, visto che non riuscirò a superare l’esame, cioè considerato il fatto che che non riuscirò a superare l’esame, a questo punto, tanto vale che che ci scherziamo sopra.

Perso per perso” però è più immediata come espressione: ma perché si dice “perso per perso”?  Il motivo risiede nel fatto che questa strana locuzione si usa per confrontare le due situazioni: in questo caso la prima situazione è l’esame che non sarà superato (magari con conseguente tristezza) e l’esame che non sarà superato ma con uno stato d’animo positivo. In entrambi i casi la situazione è negativa, cioè abbiamo “perso”, quindi “perso per perso” indica che abbiamo perso in entrambi i casi.

Come a dire: almeno ridiamoci su, almeno scherziamoci sopra, tanto, perso per perso, non vale la pena arrabbiarsi o essere tristi.

Che faccio, ci vado a fare l’esame? Il professore mi ha detto che sarò bocciato.

Certo, perso per perso non ti costa niente provare.

Questa situazione negativa è probabilmente irrimediabile, e allora si cerca di ridurre i danni. Questo è il senso della locuzione.

A dire il vero, talvolta capita di incontrare altre parole al posto di “perso”, ma la frase ha lo stesso identico significato.

In effetti nell’esempio precedente si poteva dire:

Bocciato per bocciato, non ti costa niente provare.

E’ più raro incontrare queste ultime frasi ma può capitare. In alcune occasioni è persino più conveniente usare una parola diversa perché non sempre si tratta di situazioni compromesse, non sempre la cosa è molto negativa. Alla fine dell’episodio vi faccio un esempio su questo tipo di frase alternativa.

Altri due esempi adesso, velocemente:

La squadra della Roma stava perdendo 3-0 e allora, perso per perso, ha cercato almeno di salvare l’orgoglio senza farsi travolgere dall’avversario.

Il paziente stava morendo e allora, perso per perso, abbiamo provato un nuovo farmaco in fase di sperimentazione.

Insomma quando c’è ancora qualcosa da salvare in una situazione “persa” tra virgolette –  meglio dire compromessa – potete usare questa espressione.

Vabbè, abbiamo superato ancora una volta i due minuti, allora, superato per superato, ascoltiamo un bel ripasso delle espressioni precedenti dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

  1. Amelia: A Ragion veduta Giovanni, avresti potuto chiamare la rubrica “5 minuti con Italiano Semplicemente”. Sei sempre il solito!
  2. Ulrike: Sei in vena di polemiche?
  3. Sofie: Credo stesse scherzando. Cercava solo di dare il suo quotidiano apporto.
  4. Doris: A maggior ragione dovrebbe evitare certe battutine, no?
  5. E’ una domanda retorica questa?
  6. Io credo di sì, perché la domanda iniziale era proprio fuori luogo!
  7. Vai a capire perché discutiamo spesso in questi ripassi!
  8. Lejla: Possiamo smorzare i toni adesso?
  9. Camille: Ma non è così inutile discutere sapete? Ho trovato il rovescio della medaglia!!
  10. E quale sarebbe? meglio dirlo a scanso di malintesi!
  11. Io lo so: è che il rovescio della medaglia questi ripassi, al di là delle discussioni, non andranno a discapito degli stranieri che ascoltano. Anzi!

Giovanni: Quindi se avessi saputo prevedere che avrei superato sempre i due minuti (a ragion veduta), è vero, avrei potuto chiamare la rubrica in modo diverso. So bene che Amelia non era in vena di polemiche, come ha ipotizzato Ulrike, cioè non aveva voglia di fare polemiche, era solo uno scherzo. L’apporto, cioè l’aiuto, cioè il contributo portato da tutti voi che avete registrato queste frasi è molto importante. A maggior ragione, ha detto Doris, Amelia avrebbe potuto evitare certe battutine, il che significa che proprio perché volava dare un apporto, questo era un motivo in più per non fare polemiche. Non si trattava di una vera domanda, quella di Doris, quindi certamente di una domanda retorica, cioè dalla risposta scontata. C’è chi, come … dice che la polemica iniziale di Amelia fosse fuori luogo, cioè non appropriata, cioè inappropriata e c’è anche chi non si spiega il motivo di queste discussioni (…) e infatti dice: vai a capire perché discutiamo spesso quando facciamo questi ripassi.  Di fronte a questa situazione arriva Lejla, dalla Bosnia Erzegovina, che invita tutti a smorzare i toni, cioè Lejla vorrebbe riportare la discussione su dei toni pacati, senza alzare la voce e senza accusarsi. Alla fine Camille trova un lato positivo però in questa discussione, cioè trova il rovescio della medaglia. E quale sarebbe? A scanso di equivoci, cioè per evitare che qualcuno intenda diversamente, il rovescio della medaglia viene indicato da … che dice che, al di là delle discussioni, cioè a prescindere dalle discussioni, senza pensare alle discussioni, gli stranieri che ascoltano questo ripasso non saranno dispiaciuti, quindi tali discussioni, seppur fossero vere, non sarebbero andate a discapito dell’apprendimento.

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Romolo, Remo e la storia di Roma

Audio

Trascrizione

Romolo e Remo
Romolo, Remo e la lupa

Giovanni: Conoscete Romolo e Remo?

Chi sono? La leggenda vuole che siano i fondatori della Città di Roma.
Sono, o meglio, erano, due fratelli gemelli, uno dei quali, Romolo, fu il fondatore della città di Roma e suo primo re. Quindi sarebbe state Romolo e non entrambi a fondare Roma. Ma vediamo meglio, adesso vi racconto la storia. Con l’occasione aprirò alcune parentesi per spiegarvi qualcosa relativamente alla lingua italiana.

Apro prima di tutto una parentesi sul verbo fondare: Il verbo fondare è interessante perché si usa non solo per fondare una città o una nazione, nel senso di dare vita a un nuovo centro abitato, costruirne il primo nucleo.

Ma si usa anche nella politica: fondare un partito politico, è dare inizio al partito; non cambia molto rispetto alla città.

Fondare quindi è anche dare vita a un qualsiasi organismo, o a un’istituzione, o anche ad un pensiero, stabilendone le basi o i principi. E’ simile anche a istituire.

Freud è il fondatore della psicoanalisi ad esempio, come il sottoscritto (cioè io, Giovanni) è il fondatore di Italiano Semplicemente.

La data di fondazione di Roma è il 21 aprile 753 a.C. (cioè avanti Cristo, cioè prima della nascita di Gesù). Si parla di questa data come del Natale di Roma. Il 21 aprile 753 a.C. è dunque il Natale di Roma.

Sapete che la parola “Natale” si usa anche per indicare la nascita in generale, e non solo il, giorno in cui è nato Gesù Cristo (il fondatore del Cristianesimo).

Se io sono nato a Roma, poi, posso dire che la città di Roma ha dato i natali a Giovanni. Così analogamente Firenze ha dato i natali a Dante.

E quale città ti ha dato i natali? Tutti voi sicuramente avete un luogo e anche una nazione che vi ha dato i natali. Ricordate che natali si scrive con la n minuscola. Solo Natale, al singolare vuole l’iniziale maiuscola (l’iniziale è la prima lettera di una parola).

Dunque si parlava di Romolo e Remo, i fondatori di Roma. La leggenda vuole che Romolo e Remo furono cresciuti dalla femmina di un lupo, cioè da una lupa. Insomma da un animale.

Una lupa infatti, un giorno, narra la leggenda, scese dai monti fino al fiume per bere, quando fu attirata dal pianto di due bambini. Così li raggiunse e si mise ad allattarli.

In seguito i due bambini furono trovati da un pastore che insieme alla moglie decide di crescerli come suoi figli.

Alcuni dicono che sia proprio la moglie di questo pastore la famosa “lupa“, parola che in lingua latina significa, pensate un po’, anche “prostituta“.

Prostituta è un termine che indica generalmente una donna che dona il proprio corpo in cambio di denaro. Ma anche un uomo si può prostituire, avendo anche lui un corpo. Il verbo che indica l’atto di vendere il proprio corpo è proprio questo: prostituirsi, mentre per il luogo in cui ci si prostituisce, il luogo dove si svolge l’attività della prostituzione, ci sono diverse denominazioni. Normalmente si parla di “bordello”, termine abbastanza informale, ma si parla anche di casa di appuntamenti, casino (senza accento, altrimenti diventa casinò, dove si gioca d’azzardo), postribolo, puttanaio (termine abbastanza volgare) o anche, pensate, lupanara.

Le lupanare è un termine che oggi non si usa più, ma indica ugualmente un luogo dove si svolge la prostituzione. Sono famose le lupanare di Pompei, la città sommersa dalla lava del vulcano Vesuvio, nella regione Campania.

Di conseguenza questo ci dice che è molto probabile che la “lupa” da cui sono cresciuti Romolo e Remo sia stata in realtà una prostituta e i romani, gli abitanti di Roma, che orgogliosamente si dicono “figli della lupa“, capite bene che non sarebbe esattamente un complimento…

Comunque Romolo e Remo, secondo la leggenda, crebbero inizialmente in una capanna situata sulla sommità del Palatino, sulla punta più alta del Palatino. Si parla di sommità, cioè del punto più alto, perché il Palatino è un colle, cioè una collina, e precisamente si tratta di uno dei sette colli di Roma. A Roma ci sono sette colli.

Ebbene quando furono un po’ cresciuti, Romolo e Remo si recarono sulla riva del Tevere (il fiume che attraversa anche oggi Roma) per fondare una nuova città.

Romolo e Remo erano di origini nobili discendenti da Enea, figlio della dea Venere. La madre di Romolo e Remo era Rea Silvia, e il padre era il dio Marte, il dio della guerra, anche se la loro storia è abbastanza triste perché la loro madre fu uccisa e i due bambini furono messi un un una cesta, cioè in un contenitore e furono messi sull’acqua del fiume. La corrente ovviamente li trascinò con sé e successivamente furono trovati proprio dalla famosa “lupa”.

Rea Silvia: è vero, io, Rea Silvia, sono la madre di Romolo e Remo. Mio zio mi costrinse a fare voto di castità. Amulio, sì, proprio mio zio, dopo aver ucciso mio padre Numitore, che aveva diritto al trono (era il primo figlio).

Amulio non voleva che facessi figli. Tuttavia un giorno, in un bosco, mentre ero a prendere dell’acqua, il dio Marte mi ha preso con la forza e da quel rapporto nacquero Romolo e Remo. Poi io sono stata seppellita viva, aimé, per non aver rispettato il voto di castità.

Giovanni: Dunque, i due erano gemelli, dunque chi era il successore? Toccava agli dei decidere e così gli dei dovevano indicare colui che doveva dare il nome alla nuova città e che quindi diventasse il primo re di questa città dopo la fondazione. Ma come fanno gli dei ad indicare qualcosa? Come fanno a dare dei segnali agli esseri umani? Beh, sta agli stessi umani interpretarli, osservando ciò che accade e notando se accade qualcosa di strano. Si chiamano “presagi” in italiano. I presagi spesso venivano dal cielo, che era qualcosa di molto misterioso a quei tempi.

Allora sembra che apparvero sei avvoltoi, a Remo, e questo venne interpretato come un segno degli dei, cioè un presagio divino.

Gli avvoltoi sono degli uccelli, dei grossi uccelli rapaci. Evidentemente non accadeva spesso di vedere nel cielo di Roma degli avvoltoi.

Ma a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio di Remo era stato annunciato, così vennero proclamati re entrambi.

Ma uno solo poteva essere il re. Chi doveva spuntarla? Chi doveva avere la meglio?

C’era chi diceva che era giusto fosse Remo, perché il suo presagio era avvenuto prima, e c’era chi invece sosteneva che 12 è il doppio di 6, quindi toccava a Romolo l’onore di dare il nome alla città.

Dalle parole si passò allo scontro fisico e Romolo uccise Remo. E così poté dare il nome alla città: Roma.

E solo lui è stato pertanto il fondatore di Roma.

Chissà come si sarebbe chiamata la città se avesse vinto Remo!

Naturalmente tutto questo che vi ho detto è vero se questa storia è fondata!! Questo è un altro modo di usare il verbo fondare. Si tratta di un senso figurato. Significa prendere origine, basarsi. Ma se una cosa è fondata, come una teoria, o una storia, senza aggiungere altro, significa semplicemente che è credibile e quindi che molto probabilmente è vera.

Su cosa è fondata la tua teoria? Cioè su cosa è basata? Qual è l’origine?

Cosa c’è alla base dee tue idee? Si tratta di idee fondate? Oppure sono prive di fondamento?

Si può dire semplicemente così: la storia è fondata, oppure in caso contrario, la storia è infondata!

La storia di Romolo e Remo, o meglio la loro leggenda è fondata sulla tradizione mitologica romana e questo non significa che sia fondata, cioè credibile, vera. E’ fondata su quanto raccontato anche nell’Eneide di Virgilio e dalla storia di Roma raccontata dallo storico latino Tito Livio. Si parla di leggenda, appunto, e una leggenda è un racconto o immaginario, frutto della fantasia, oppure alterato dalla tradizione, modificato nel tempo dalla fantasia e dalla tradizione, per poter esaltare dei personaggi, per costruire un mito che appartenga al patrimonio di un popolo, per circondare di mistero e quindi di fascino un oggetto o un luogo.

Spero che abbiate gradito questo episodio. Ci sentiamo al prossimo.

267 – A ragion veduta

Audio

a ragion veduta

Trascrizione

Giovanni: L’episodio di oggi ha a che fare con le decisioni e i dubbi. In che senso?

Nel senso che si può essere più o meno sicuri di qualcosa, come una decisione da prendere di qualsiasi tipo, e aver avuto un’esperienza in passato può aiutare sicuramente. Soprattutto se questa esperienza è direttamente collegata con questa decisione da prendere, come se si trattasse della stessa decisione, da prendere come se conoscessimo già cosa accadrà.

Ovviamente non sarà mai così, ma c’è un’espressione in questi casi che si può usare per esprimere questo concetto, il concetto di relativa sicurezza di quanto accadrà e che quindi la decisione da prendere è più facile. l’espressione è: “a ragion veduta“.

Ancora un episodio su questa parola dunque, la ragione, che abbiamo già incontrato due volte finora (a maggior ragione e ragion per cui).

Il termine “veduta” a cosa serve? Sta lì proprio per questo motivo: sta a significare che abbiamo già “visto” come funziona e la ragione, cioè il nostro cervello, ci aiuterà a trarre beneficio dall’esperienza passata. Abbiamo quindi già un’idea di ciò che potrebbe accadere. La “ragione” è “veduta”, il che significa che abbiamo visto qualcosa che ci può aiutare a prevedere il futuro.

Facciamo qualche esempio:

Oggi, a ragion veduta, in tutto il mondo avremmo potuto prendere misure preventive per combattere il coronavirus.

Vale a dire: se avessimo saputo ciò che sarebbe accaduto avremmo agito diversamente. Avremmo potuto limitare il contagio. A ragion veduta l’avremmo fatto.

Oppure:

Io e tante altre persone abbiamo sbagliato a fidarci di Giovanni, ma tu adesso a ragion veduta sai come comportarti.

Tu adesso sei in una condizione diversa, tu sai cose che noi non sapevamo, noi abbiamo sbagliato, ma tu sulla base delle esperienze da noi vissute, considerate queste nostre esperienze, saprai meglio di noi come comportarti.

Voi mi direte: posso anche dire allora:

Adesso che lo so posso comportami così

Adesso che ne so di più posso prendere una decisione più ponderata

Siccome adesso conosciamo meglio il problema, possiamo risolverlo

In teoria potete usare anche queste frasi, ma non sono molto eleganti come frasi.

Poi la locuzione “a ragion veduta” si adatta bene a molte circostanze diverse e difficilmente troviamo una espressione equivalente sempre valida:

Ne parlo a ragion veduta (cioè so quello che dico, conosco i fatti)

Decideremo a ragion veduta (decideremo quando sapremo come fare)

Fidatevi di noi: parliamo a ragion veduta (fidatevi perché abbiamo dei motivi validi per sostenere le nostre idee).

Pensavo che tu parlassi a ragion veduta.

Dà il senso dell’affidabilità “parlare a ragion veduta”; anche il senso dell’esperienza, ma bisogna saper distinguere la “ragion veduta” con, ad esempio, la “cognizione di causa“, espressione simile che vediamo nel prossimo episodio.

Infine mi raccomando, bisogna dire e scrivere “ragion” e non “ragione“, come nell’espressione “ragion per cui” che abbiamo già visto nell’episodio n. 176.

Adesso ripassiamo alcune puntate precedenti:

Ulrike: Sono rimasta impressionata dall’efficacia delle frasi di ripasso.
Lejla: Vero, sono un supporto notevole per rinfrescare la memoria.
Camille: Anche il nostro apporto però è importante, no?
Khaled: Certo, senza di quello che sorta di associazione sarebbe?
Cristine: Ragazzi a proposito. Andiamo in Italia quest’estate? Inizio ad essere insofferente a casa mia! Oppure avete paura del virus?
Hartmut: Io non sono pronto a raccogliere la provocazione!!! Ho rispetto del virus.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Il verbo AVERE: Esercizio di ripetizione con tutte le coniugazioni.

Audio

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Il verbo avere. Coniugazione

Trascrizione

Buongiorno ragazzi, io sono Giovanni, il creatore del sito web italiano semplicemente punto com.

Oggi ci divertiamo un po’ col verbo avere. Lo abbiamo fatto in passato anche col verbo essere se ricordate, metterò un link sull’episodio per i più curiosi o smemorati.

Anche questo episodio sarà pertanto un pretesto per ripassare le espressioni spiegate sul sito italianosemplicemente.com. Le espressioni fanno parte della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente“.

Il verbo avere lo vediamo quindi in tutte le sue possibili utilizzazioni.

Potete, se volete, arrestare l’ascolto e ripetere la frase, oppure, meglio ancora, cambiarla al femminile o al plurale o anche negare la frase appena ascoltata o metterla sotto forma di domanda. Ci vorrà almeno una mezz’ora per ascoltare, mettetevi comodi e con l’occasione ripasseremo parecchie espressioni già spiegate fino alla lezione n. 265. Pronti?

Iniziamo dall’indicativo presente.

Indicativo presente

Indicativo imperfetto

  • Io avevo: Avevo tenuto fede alla mia promessa
  • Tu avevi: avevi tenuto a bada la tua impulsività.
  • Lei aveva: mi aveva indisposto, ecco perché ero arrabbiato.
  • Noi avevamo:  in men che non si dica abbiamo finito tutto. Con quella fame che avevamo!
  • Voi avevate: avevate detto o così o pomì. poi invece siete diventati più democratici.
  • loro avevano: i ragazzi avevano cincischiato fino a quel momento, poi hanno iniziato a lavorare.

Indicativo passato prossimo

  • Io ho avuto: ho avuto pazienza finora ma adesso bisogna rompere gli indugi.
  • tu hai avuto: al tuo esordio hai avuto molta paura di sbagliare.
  • Lui ha avuto: Giuseppe ha avuto un fare un po’ prepotente.
  • Noi abbiamo avuto: non abbiamo mai avuto voglia di lavorare, ma oggi siamo abbastanza in vena.
  • voi avete avuto: avete avuto tempo fino a ieri per fare il lavoro, oggi quindi a maggior ragione dovreste averlo finito.
  • loro hanno avuto: il supporto che hanno avuto non è stato sufficiente?

Indicativo trapassato prossimo

Passato remoto

  • io ebbi ragione a comportami così, ma vai a capire quanti avrebbero fatto lo stesso!
  • 10 anni fa non avesti la pazienza di aspettare la verità e così hai creduto a tante notizie prive di fondamento.
  • Appena noi iniziammo a discutere, mia figlia ebbe il coraggio di intervenire per dire che dovevamo smorzare i toni.
  • Io e Gianni avemmo una discussione molto accesa, ma siamo rimasti sempre amici. Poi dice a cosa servono gli amici…
  • voi aveste il coraggio di dire che non sapevate ovviare al problema in alcun modo
  • loro ebbero solo 2 euro per mangiare e bere, ivi incluso il caffè.

Trapassato remoto

  • Rimasi in silenzio perché non ebbi avuto il coraggio di dire tutta la verità. È risaputo che sono sempre stato un ragazzo timido.
  • in quell’occasione tu non avesti avuto il coraggio di rispondere al professore quando ti disse che il compito era passibile di miglioramento.
  • Il ragazzo ebbe avuto la sensazione di aver ricevuto un torto, sebbene tutto si fosse svolto a sua insaputa.
  • la crisi ci travolse e non avemmo avuto il tempo di reagire considerata la portata dell’avvenimento
  • qualora aveste avuto qualche dubbio, tranquillizzatevi perché lo chiariremo a tempo debito.
  • 20 anni fa i ragazzi non ebbero avuto il tempo per studiare, ma a suo tempo  non c’era wikipedia.

Futuro semplice

  • io avrò sicuramente qualcosa a casa che farà al caso mio.
  • tu, a tuo modo, avrai le tue ragioni per non studiare.
  • A suo dire, tra un mese avrà battuto tutti gli avversari.
  • Credo che vinceremo, ma se perderemo vorrà dire che avremo peccato di ottimismo e anche di presunzione.
  • voi avrete modo di speculare sulla crisi più tardi, adesso pensate ad aiutarci.
  • Ci vediamo alla solita ora allora, ma avranno tutti capito come siamo rimasti?

Futuro anteriore

  • Allora ci riaggiorniamo la prossima settimana? Spero che  avrò avuto il tempo di fare tutto per quella data.
  • Quando avrai avuto il tempo di decidere da che parte stai? Domani? Oppure domani è un parolone?
  • Luigi avrà avuto modo di superare i postumi dell’infortunio?
  • Saremo chiamati in causa non appena avremo avuto modo di comunicare.
  • Come avrete avuto modo di vedere, Gianni era molto arrabbiato, tant’è che uscendo ha anche sbattuto la porta.
  • Prendi questa medicina; se morirai, che senso avranno avuto i tuoi sforzi?, Tanto piú che hai anche due figli! disgraziato!

Condizionale Presente

  • io avrei quantomeno qualcosa da dire in merito.
  • tu avresti contezza della situazione attuale se leggessi i giornali.
  • in virtù della sua esperienza, mia madre avrebbe firmato il contratto!
  • noi avremmo voglia di uscire, ma se aspettiamo che ti prepari in 5 minuti stiamo freschi!
  • voi avreste voglia di venire a casa nostra laddove il ristorante fosse chiuso?
  • loro avrebbero deciso di andare al mare, tempo permettendo.

Condizionale Passato

  • Se non fosse arrivata la resa dei conti non avrei avuto il coraggio di sfidarlo.
  • tu avresti avuto il coraggio di dirgli che non devi rendere conto a nessuno se non ti avesse insultato?
  • Lui avrebbe avuto paura e si sarebbe reso conto di aver esagerato.
  • avremmo avuto una bella cazziata dal nostro capo se avessimo sbagliato.
  • voi avreste avuto paura di uscire se non ci fosse stata la comprova che il pericolo fosse finito.
  • loro avrebbero avuto voglia di picchiarvi, a dispetto della loro educazione alle buone maniere.

Congiuntivo Presente

Congiuntivo Passato

  • Devi dire alla tua sorella carina che quel bel sorriso che mi ha fatto, mi ha colpito. Dille anche come io abbia avuto fortuna ad incontrarla.
  • Io sono polemico? Vorrei farti notare come, per la cronaca, anche tu abbia avuto qualcosa da ridire in molte occasioni.
  • Che poi lei abbia avuto ragione quella volta, non significa che sia sempre così.
  • Non so cosa abbiamo mai avuto da contestare quella volta, circa la questione della pandemia.
  • Io sono il più fortunato di tutti, altro che storie! A meno che non abbiate avuto anche voi la fortuna di vincere la lotteria!
  • Il grande attore, che poi sarebbe morto due anni più tardi, finì la sua opera prima che i critici avessero avuto il tempo di valutarne la bellezza. Che abbiano avuto poca prontezza?

Congiuntivo Imperfetto

  • Se io avessi risentito delle offese ricevute, ora sarei offeso.
  • Se tu avessi capito che la tua decisione andava a discapito degli altri, non avresti agito così.
  • Se avesse agito a scapito di altre vite umane, sarebbe stato condannato.
  • Qualora noi avessimo insistito, ora saremmo a cavallo! come la vedi tu?
  • Se voi aveste voglia di divertirvi alle mie spalle, poi dovreste vedervela con i miei genitori.
  • Se i tuoi amici avessero voglia di uscire, io andrei, ma poi vedi tu 

Congiuntivo trapassato

  • Se avessi avuto più tempo avrei capito che a scanso di equivoci sarebbe stato meglio essere più chiari.
  • Stavo appena addormentarmi quando ho sentito delle urla così terribili che perfino tu che fai sempre il duro, sembrava avessi avuto paura.
  • Io sono per la pace in famiglia, ma se mio figlio avesse avuto più rispetto per me, io non l’avrei sgridato.
  • Quale responsabile del progetto, non doveva scappare. Se avessimo avuto il coraggio di denunciarlo, non saremmo a questo punto.
  • Nel caso in cui non ne aveste avuto abbastanza, vi spedisco un altro documento molto pesante. Il che non significa che dobbiate leggerlo oggi.
  • se queste persone avessero avuto la sfortuna di nascere in un Paese diverso, saremmo a cavallo, e non avremmo problemi di integrazione.

Imperativo Presente

  • Abbi pazienza, siamo ancora studenti, un compito difficile come questo, proprio non è cosa!
  • Mi chiedo se quel tipo abbia cose più interessanti da raccontare oltre alle sue solite sciocchezze! Vedremo!
  • abbiamo il coraggio di lottare! Dobbiamo contare solo su noi stessi!
  • Se vogliamo è abbastanza semplice la soluzione. Basta aspettare. Abbiate pazienza!
  • Mi chiedo se i miei dipendenti abbiano capito l’importanza delle regole. Non possono continuare a sgarrare così, ogni due per tre!

Infinito presente

Infinito passato

  • Ringrazio tutti i visitatori di avere avuto pazienza nell’ascoltare questi episodio sul verbo avere realizzato sulla falsariga dell’episodio sul verbo essere

Participio presente

  • Questo episodio avente ad oggetto il verbo avere, può risultare piuttosto difficile, ma volendo essere precisi, è stato lungo anche costruire tutti questi esempi!

Participio passato

  • Una volta avuto il coraggio di ascoltare tutti gli esempi, potremmo confrontarci dal vivo, magari in una videochat per chiarire eventuali diubbi.

Gerundio presente

  • avendo ancora un esempio da fare, sono abbastanza soddisfatto, così ora potrò fare una capatina sul gruppo whatsapp per vedere se ho dei messaggi a cui rispondere.

Gerundio passato

  • Pur avendo avuto un successo strepitoso, Amelia non si montò mai la testa, perché aveva sempre presente la massima, “chi si esalta sarà umiliato”.

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266 – Essere in vena

Audio

Essere in vena

Trascrizione

Giovanni: Benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Episodio n. 266. Ma siccome oggi non sono in vena di spiegazioni lascio la parola ai membri dell’associazione.

Ulrike (Germania): Facciamo di nuovo un lavoro di gruppo? Ve la sentite? Vi propongo un episodio di ripasso di qualche puntata precedente che al contempo verte su una spiegazione di una nuova locuzione.
Sarà un compito esigente direi, dovremo darci da fare. Allora, siete in vena di partecipare?

Leyla (Bosnia): Buona idea direi. E mi pare tu abbia appena usato un’espressione interessante che varrebbe la pena di spiegare. Essere in vena, appunto. Cominciamo subito, me la sento proprio.

Bogusia (Polonia): Te la senti hai detto? Sai Lejla, avresti potuto dire anche che ne sei in vena, proprio per dire che ti trovi nelle condizioni buone, che sei disposto/a e ti senti forte, pronto e predisposto per affrontare questo compito.

Andrè (Brasile): Eccomi anch’io ragazzi! non vi dico quale coincidenza! Proprio ieri una mia amica italiana ha usato questo modo di dire. Lei mi pareva triste ed io cercavo di rasserenarla un po’, allo ho fatto qualche battuta ma lei si mostrava restia e mi ha detto: ti prego, lasciami un po’ in pace guarda, non sono per niente in vena di queste battute.

Rauno (Finlandia):
Perché però in vena ? La vena è un vaso sanguigno che porta il sangue al cuore. Nelle vene scorre il sangue.
Mi pare che le vene non abbiano nulla a che spartire con lo stato d’animo della tua amica.
Qualcuno sa, da dove deriva questo modo di dire?

Sofie (Belgio): Allora, io ho fatto qualche ricerca e ho trovato un pezzo interessante sull’origine del modo di dire essere in vena, cosicché ora si può riuscire a capacitarsi del significato.

Ascoltate:
Nei tempi antichi i medici usavano tastare il polso dei pazienti per valutare il loro stato di salute e per scoprire se il malato fosse “in buona vena”, ovvero se si trovasse in uno stato che lasciava prevedere una guarigione in breve tempo.

Emma (Taiwan): Interessante, buona ricerca Sofie. Ecco perché quando oggi diciamo “mi sento in vena di fare questa cosa” significa che ci sentiamo nelle condizioni migliori per affrontare con successo una situazione o un’iniziativa. Il contrario sarebbe sentirsi totalmente privo di energia, di volontà. Potrei dire: oggi proprio non mi va, non me la sento, non ne ho voglia. Oppure non sono in vena.

Doris (Austria): Bene amici, ho capito, vi siete spiegati bene. Ora mi sento dello spirito giusto, cioè sono proprio in vena di ripetere alcune parole passate della rubrica. Ciao, alla prossima e grazie a Giovanni, bontà sua, per averci dato il suo beneplacito per questa attività ivi incluse le correzioni laddove siano venuti a galla degli errori.

Giovanni: complimenti, proprio un bell’episodio ragazzi, ricco di frasi di ripasso. A proposito, con questo episodio mi avete fatto venire in mente una battuta: sapete cosa dice una goccia di sangue cadendo a terra? Oggi non sono in vena!

E adesso visto che mi avete sostituito nella spiegazione, tocca a me fare una frase di ripasso:

Laddove voi vi sareste aspettati una cazziata da parte mia per aver commesso molti errori, mi complimento invece con voi e peccato che non lo facciamo spesso. Ma vedrete che a questo punto, bontà vostra, potrete supportarmi più frequentemente, ovviamente tempo e voglia permettendo. Un saluto a tutti.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

265 – A maggior ragione

Audio

a maggior ragione

Trascrizione

Giovanni:

La ragione è dei fessi

Quante volte la ragione ha torto!

La ragione non è nulla senza l’immaginazione

Queste solo alcune frasi sulla “ragione“, delle presunte verità, o delle frasi celebri sulla ragione.

La ragione. Cos’è la ragione?

Il modo più facile per usare questo termine è nella frase:

Avere ragione, che è il contrario di avere torto.

Io ho ragione, tu hai ragione e eccetera.

Avere ragione quindi significa avere un pensiero che si dimostra vero osservando la realtà.

Ci sono tantissime locuzioni col termine “ragione” con 1000 sfumature diverse. Oggi vediamo “a maggior ragione”, che è una locuzione che si usa in modo simile a un’altra espressione che abbiamo già visto nella puntata n. 234: tanto più. Le due espressioni si usano nelle stesse occasioni, esprimono lo stesso concetto, ma le frasi si costruiscono in modo diverso.

Si tratta ancora una volta di esprimere un concetto che voi ritenete valido, aggiungendo un argomento ancora più valido, che ne rafforza la validità.

Vediamo qualche esempio con entrambe le locuzioni

Dobbiamo sempre mettere la mascherina, a maggior ragione (tanto più) a casa se ci sono anziani o malati.

Dobbiamo sempre stare attenti alla pulizia delle mani, a maggior ragione (tanto più) adesso con questo virus.

Stesso concetto, stesso significato. E’ come dire: “anche perché“, che probabilmente voi stranieri usate di più. Ma “anche perché” si usa meno quando state cercando di convincere qualcuno.

Francesco oggi non vai a scuola perché fa troppo freddo. A maggior ragione non ci va neanche Giovanni perché è stato male nei giorni scorsi.

Qui si fa un confronto tra Francesco e Giovanni. Il freddo è un motivo valido per non andare a scuola, ma Giovanni ha anche un motivo in più per non andarci: è stato male quindi a maggior ragione meglio che se ne stia a casa.

Francesco e Giovanni, oggi non andate a scuola perché fa troppo freddo. Tanto più che Giovanni è stato anche male nei giorni scorsi.

Spesso si usa anche come esclamazione:

Domanda: Bisogna mettere la mascherina in casa se siamo solo io e mio nonno?

Risposta: lo devi fare a maggior ragione!

In questo “tanto più” è più difficilmente utilizzabile, anche perché “a maggior ragione” è più convincente.

Infine, è bene dire che “a maggior ragione“, non solo si usa in modo analogo a “tanto più“, ma in alcune circostanze ha anche lo stesso significato di “tantomeno“, e questo lo abbiamo già visto nella spiegazione di tanto più.

Si può fare solo quando si afferma qualcosa ma in forma negativa. Solo in questi casi tantomeno può essere uguale a “a maggior ragione” e “tanto più“. Ad esempio:
Tu non puoi a casa nostra perché è pericoloso. Tantomeno tu mamma, che hai una certa età. In questi casi si può anche dire:

A maggior ragione tu mamma

Oppure

Anche tu mamma, tanto più che hai anche una certa età.

Ora ascoltate una bella frase di ripasso, vale la pena farlo, anche perché sono già passati i due minuti. Sofie dal Belgio ha qualcosa da dire riguardo al coronavirus.

Sofie (Belgio): C’è chi dice “Pentola guardata non bolle mai” ma oggi è finalmente arrivato: il 4 maggio, giorno della ripartenza graduale dopo l’incubo del Covid19!
Ma vai a capire cosa sia questa ripartenza “con cautela”. Regione che vai, fase due che trovi.
Certo, ogni Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri) è passibile di modifiche ma quando provo a capacitarmi della situazione mi dà di volta il cervello.
Affetti stabili, congiunti, fidanzati, parenti di sesto e di quarto rado e affini.
Qualcuno si sente in vena di aiutarmi a ricostruire il mio albero genealogico?
No, scherzo, state tranquilli, mi rendo conto che è difficile.
Anche qui in Belgio c’è moltissima confusione; che vuoi, è da 11 mesi che stiamo senza governo.
Se aspettiamo che tutti rispettino le regole che cambiano ogni due per tre, stiamo freschi!

Giovanni: in Belgio non rispettate le regole? Beh, allora a maggior ragione non lo facciamo neanche in Italia, tanto più che non amiamo neanche tanto farlo!

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

264 – Supporto

Audio

Supporto, aiuto, Apporto, ausilio

Trascrizione

Giovanni: e dopo l’apporto vediamo il supporto, in questo duecentosessantaquattresimo episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Io sono Giovanni e sono qui a supportarvi, voi invece a (o per) sopportarmi.

Scherzi a parte, il supporto è un altro modo per indicare un aiuto.

Se state ascoltando questo episodio state di certo utilizzando un supporto audio; se state solamente leggendo non vi state avvalendo di alcun supporto audio ma sicuramente di un supporto video, magari lo schermo del vostro cellulare.

Ma il supporto è come l’apporto?

E supportare è come apportare?

Si, il supporto è come l’apporto e anche come l’aiuto, si usano allo stesso modo, ad es:

Avrai il mio aiuto

Avrai il mio supporto

Avrai il mio apporto

Ma il termine supporto si usa quando vogliamo indicare un sostegno, una base, qualcosa su cui appoggiarsi, qualcosa o qualcuno che ci sostiene, e infatti proprio sostenere è all’origine del supporto e del verbo supportare.

Il supporto, è vero, si usa anche in sostituzione dell’aiuto, ma è una via di mezzo tra l’aiuto e l’ausilio. Ricordate l’ausilio? Lo abbiamo visto nell’episodio 120 di questa rubrica. Anche l’ausilio è una forma di aiuto, ma è più tecnico come termine, e poi non c’è il verbo “ausiliare” come abbiamo già visto in quell’episodio.

Supportare invece esiste e si usa come aiutare, nel senso che si aiuta una persona, e si supporta una persona, mentre se ricordate non si può apportare una persona. Però possiamo dare aiuto, dare (un) supporto o dare (un) apporto.

Ma perché usare il verbo supportare?

Supportare inizia per “su”. Un caso?

No!

Quindi supportare serve a portare su, come quando ci si appoggia sulla spalla di un amico per alzarsi, per portarsi su, per alzarsi.

Quindi una squadra ha bisogno del supporto dei tifosi. Ha bisogno di essere supportata.

Tutti abbiamo bisogno del supporto di un amico quando siamo tristi. Bisogna supportare gli amici al bisogno.

Gli anziani spesso hanno bisogno di supporto per camminare. Un semplice bastone in questo caso li può supportare, ma meglio sicuramente un supporto umano e psicologico.

Anche un supporto informatico o tecnico serve ad aiutarci. E questo può essere sia l’aiuto di un tecnico esperto, sia un oggetto come un computer.

Un’azienda ha sicuramente bisogno di essere supportata dallo Stato, altrimenti fallisce.

Aiuto è più facile da usare, d’accordo; aiutare va sempre bene in ogni caso, ma col supporto di Italiano Semplicemente potete fare passi in avanti. L’apporto che posso darvi con questi episodi spero vi sia utile ma se non vi basta il mio, probabilmente può esservi di ausilio anche il contributo dei membri dell’associazione che state per ascoltare, in questo caso André e Mariana dal Brasile.

Andrè:

Vedo un crescendo nell’apprendimento della lingua italiana in questo gruppo, tant’è vero che molti dei membri se la sentono spesso di partecipare alle videochat organizzate da Giovanni. Si dà il caso che ci siano diversi livelli di conoscenza, ad esempio, Anthony e Natalia sono quasi madrelingua e direi anche che Ulrike e la Grammatica Italiana costituiscano un binomio inscindibile! Sono stato impegnatissimo nelle ultime settimane, ragion per cui non ho ancora partecipato alle videochat. Coronavirus permettendo tornerò alla carica tra pochi giorni, quindi ragazzi non lasciate che il cervello vi dia di volta e rimanete sempre membri di Italianosemplicemente. E non dimenticate, fate una donazione quando potrete! Sarà un ottimo ausilio a supporto del sito.

Mariana: Puntiamo sull’aiuto di tutti.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

263 – Apporto

Audio

Apporto ed apportare

Trascrizione

Giovanni: quanti modi ci sono per indicare un aiuto?

Abbiamo già visto che possiamo dare manforte ad una persona. Ricordate l’episodio n. 150? A dire il vero abbiamo anche visto tendere la mano nell’episodio 72.

Oggi vediamo una terza forma, l’apporto, ad esempio dare un apporto o fornire un apporto e domani ne vedremo una quarta: il supporto.

Iniziamo quindi dall’apporto e da apportare, che è un verbo simile a portare (senza la a e con una sola p), quindi, analogamente a portare, si può anche apportare qualcosa, ma non qualcuno, come l’aiuto. Le persone sono si possono apportare.

Non posso dire quindi “io ti apporto” perché non funziona come aiutare. Ho bisogno di specificare cosa si apporta. Proprio come le cose materiali.

Quindi io posso apportare un aiuto se c’è bisogno ma posso anche apportare altro, non solo un aiuto. La cosa importante per usare questo verbo è che siano cose immateriali. Solo quelle possono essere apportate.

Posso apportare modifiche ad un documento, posso apportare il mio contributo in un lavoro di gruppo.

Posso anche dire che tu hai apportato importanti novità.

Posso anche dire che l’attività sportiva apporta benefici alla salute.

Anche i benefici non sono oggetti.

Quindi è vero che apportare è simile ad aiutare ma è simile anche ad aggiungere e dare.

Spesso poi, anche con le cose immateriali si usa portare, sebbene questo verbo sia più adatto per le cose materiali.

Posso anche dire:

La pandemia apporta problemi al mondo intero.

Anche i problemi si possono apportare

Vedete che è simile anche a procurare, causare, arrecare. Il, verbo si può usare sempre sia in positivo che in negativo quando c’è qualcosa che causa o che influenza o aiuta o contribuisce a qualcos’altro. C’è un’influenza quindi, in generale.

Il termine apporto invece equivale all’aiuto ma in senso meno umano e più tecnico. Si usa molto al lavoro.

Il tuo apporto è stato determinante.

Cioè il tuo contributo è stato determinante. Ciò che hai portato tu ha prodotto risultati positivi.

Si sente spesso parlare dell’apporto della scienza al progresso dell’uomo ad esempio.

Posso anche dire che il mio ufficio non ha dato nessun apporto specifico ad un certo lavoro.

Le persone il cui apporto è fondamentale per la rubrica due minuti con italiano semplicemente sono sicuramente i membri dell’associazione italiano semplicemente che hanno realizzato queste frasi di ripasso, frasi alle quali anche io ho apportato alcune modifiche.

Doris (Austria): Bontà vostra Permettendo, do seguito all’invito di scrivere qualche frase di ripasso. Hai visto mai che questa volta riesco a farne una sulla falsariga degli altri membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Scriverne una è fattibile, basta ritagliarsi un po’ di tempo. Per noi il valore aggiunto di queste frasi è alto, poiché impariamo un sacco e al contempo ci aiutiamo reciprocamente ad avanzare e lentamente aumentare i propri livelli. Non dobbiamo avere fifa di non essere all’altezza di buttare giù qualcosa che sia accettabile. Oltretutto, è risaputo che ripassare regolarmente aumenta l’efficacia dello studio. Si deve ovviare alla pigrizia e rompere gli indugi. Volendo, si può anche fare un appunto nel calendario per non scordarsi.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!