L’istanza – ITALIANO PROFESSIONALE

L’istanza

Durata: 11 minuti

Sezione: approfondimenti

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Oggi vediamo il termine istanza, in questo nuovo approfondimento di italiano professionale.

 Disponibile ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

richiesta adesione iscrizione associazione

Fare da tramite – ITALIANO PROFESSIONALE

Fare da tramite

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Questo approfondimento di italiano professionale riguarda le intermediazioni. Parliamo di rapporti professionali e anche dei verbi che si usano quando non c’è un rapporto diretto tra due persone.

Durata MP3: 10:47 minuti

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

richiesta adesione

812 Pio e pia

Pio e pia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: voglio parlarvi di un uso particolare del termine pio e pia (al femminile).

Carla:

Pio: voce imitativa del verso dei pulcini o degli uccellini di nido (per lo più raddoppiata: pio pio).

Giovanni: grazie Carla. No, veramente non mi riferivo al verso del pulcino, ma grazie per averlo detto. In effetti pio è anche questo.

Giorgio:

Pio significa anche devoto: un atteggiamento pio, cioe credente convinto e praticante. Conosco molte famiglie pie.

Giovanni: grazie Giorgio, ma si dice pie. Pia è il femminile singolare di pio e pie è il femminile plurale.

Comunque ci stiamo avvicinando al concetto di pio di cui voglio parlarvi oggi.

Infatti Giorgio vi ha parlato di devozione, cioè della adesione agli aspetti spirituali e formali del culto (di una qualunque religione) o delle pratiche religiose in genere.

Quindi una persona molto pia rispetta le regole imposte dalla sua religione, crede ciecamente in essa. Si dice anche che questa persona è praticante perché segue scrupolosamente le pratiche di una religione.

Allora arriviamo al senso scherzoso di pio e pia.

Bianca:

Illusorio, utopistico, forse in quanto frutto di un abbandono ingenuo e sprovveduto alla divinità.

Giovanni: ecco, proprio questo significato intendevo. Grazie Bianca. Quanti aiutanti oggi!

Illusorio, ha detto Bianca, utopistico. Chi crede troppo nella sua religione, chi si fida ciecamente, crede a tutto ciò che dice la sua religione e rischia di prendere una cantonata. Questo è il senso ironico.

E allora, ogni volta che una persona si illude, ogni volta che ha una speranza vana, cioè che non si realizzerà mai, possiamo dire che ha una pia illusione.

Se ha un desiderio irrealizzabile, allora possiamo dire che ha un pio desiderio.

Se spera in qualcosa che secondo noi non accadrà mai, possiamo dire che la sua è una pia speranza.

Spesso, come ho fatto anch’io poco fa, si usa vana e vano al posto di pia e pio: una vana speranza, un vano desiderio, una vana illusione. Ma vano ha un senso un po’ diverso. Significa inutile, inconsistente, privo di utilità. Anche uno sforzo può essere vano. Anche delle parole possono essere vane quando non sono ascoltate o quando non sono servite a nulla.

Spero che le mie non lo saranno ovviamente. Oppure lo saranno?

Carla:

Se ti illudi che tutti abbiano capito la tua spiegazione, la tua è una pia illusione, caro Giovanni.

Giovanni: ah, facciamo anche gli spiritosi adesso? Secondo me invece hanno capito tutti!

Bianca:

Adesso meglio che ripassiamo.

Giovanni: questo veramente spetta a me dirlo! Non cominciamo!

Irina: stamattina mi sento proprio bene. Per questo ho rifatto il tampone rapido dopo sei giorni. Coltivavo la speranza, poi rivelatasi vana, di essermi negativizzato. Una pia illusione la mia.

Ulrike: Che vuoi Irina. Un tampone evidentemente realizzato anzitempo. Devi armarti di pazienza. Il virus non si lascia tallonare.

Anthony: sapete che oggi dice male pure a me cioè l’insorgere di sintomi me lo sento anch’io ormai da 2 giorni. Si tratta di un certo non so che di raffreddare leggero. Mi tocca fare il tampone. Purtroppo sono a corto di test fai da te e non me la sento di uscire di casa!

811 La bottarella

La bottarella

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno a tutti.

Per la spiegazione dell’episodio di oggi mi sarebbe di grande aiuto Anna Marchesini, una famosa comica italiana che riusciva ad affrontare gli argomenti più delicati, ovviamente in modo esilarante.

Ci proverò anch’io oggi. La parola che vi spiegherò è BOTTARELLA.

Inizierò con i significati più innocui.

Anzitutto, una bottarella è una piccola botta, vale a dire un piccolo colpo, un colpetto, un colpettino, una pacca.

Si usa maggiormente nel Lazio in questo senso, soprattutto nel caso di piccoli incidenti stradali.

Qualcuno ha dato una bottarella alla mia auto, esattamente sul paraurti, uscendo dal parcheggio.

Hanno preso una bottarella sulla fiancata dell’auto.

Non è un grave danno, comunque si tratta di qualcosa di visibile.

La bottarella si usa anche quando un dispositivo non funziona perfettamente.

Non vi capita mai che dando una bottarella con la mano al vostro computer, alla radio, o meglio ancora, a qualche strumento meccanico, si sistema miracolosamente?

Una piccola botta su un lato e tutto funziona!

Di solito quello è il sintomo che tra non molto tempo non funzionerà più neanche la bottarella.

Es:

Non funziona più la macchinetta per fare il caffè con le cialde!

Risposta: dagli una bottarella sul fianco e vedrai che funziona.

A volte si usa anche col senso di “spintarella“, un aiutino per andare avanti al lavoro.

Chi ha bisogno di questo tipo di bottarella evidentemente non ha le qualità necessarie per essere preferito agli altri concorrenti.

Ma veniamo alla bottarella legata al concetto di fugacità, di cui abbiamo parlato lo scorso episodio.

Stavolta però la poesia e la malinconia di cui abbiamo parlato non c’entrano proprio niente. Infatti questo tipo di bottarella indica un rapporto sessuale di breve durata, dunque fugace.

La bottarella, in questo senso, è un termine usato quasi esclusivamente dagli uomini, e ovviamente fa parte del linguaggio colloquiale.

Un termine abbastanza maschilista direi.

Attenzione alla differenza tra sveltina e bottarella. Anche la sveltina è un rapporto sessuale di breve durata, ma la definizione esatta di sveltina è “incontro sessuale frettoloso” .

C’è dunque un problema di tempo a disposizione per fare un “normale” rapporto sessuale, che ha bisogno invece di tempi decisamente più lunghi.

Tutto questo tempo non c’è però, e questo problema si risolve con una sveltina, un rapporto fatto alla svelta.

La bottarella è tutt’altra cosa: La bottarella si dà, la sveltina si fa.

Mi spiego meglio.

La sveltina coinvolge equamente i due partner che consumano un veloce rapporto sessuale, mentre la bottarella si utilizza quasi sempre quando si dà un giudizio su una ragazza o una donna. Teoricamente comunque si potrebbe usare anche nei confronti di un uomo con lo stesso senso:

Guarda quella ragazza laggiù. Gliela daresti una bottarella?

Questo è un giudizio di qualità, ma non implica nient’altro che la gradevolezza fisica, l’aspetto fisico che giustificherebbe la voglia di avere un rapporto veloce (dunque non impegnativo) con quella persona.

Tra l’altro questa gradevolezza non è molto alta. Anzi, normalmente se uso questo termine è perché la ragazza viene ritenuta sufficientemente carina ma niente di più:

Non so tu, ma io una bottarella gliela darei!

La fugacità è prevalentemente indicativa della mancanza di sentimento, del sesso poco impegnativo e non necessariamente nella velocità nell’esecuzione.

Spesso lo stesso termine si usa anche in senso ancora più dispregiativo del sesso femminile:

La nostra amica è troppo nervosa ultimamente. Secondo me ha bisogno di una bottarella rivitalizzante.

Mi rendo conto di essere sceso molto in basso rispetto al passato episodio in cui vi ho parlato di Petrarca e Boudelaire, ma il mio compito è aiutarvi a capire ogni tipo di conversazione e dunque non ci dobbiamo formalizzare troppo.

Tra l’altro capire la lingua italiana può essere importante anche in questo caso.

Se un italiano vi dicesse che vi darebbe volentieri una bottarella, potete rispondere così:

Dalla a tua sorella!

L’italiano non insisterà a questo punto.

Adesso che siamo scesi più in basso che più non si può, vediamo cosa ci hanno preparato i membri di Italiano Semplicemente per ripassare gli episodi passati.

Ulrike: Ho sentore che Gianni abbia un nuovo episodio pronto. Ha chiesto un ripassino, il che è tutto dire. Io purtroppo sono ancora sguarnita di forza mentale a causa del covid. All’inizio speravo in un attacco virale piuttosto fugace, invece no; quale idea peregrina questa. Allora tocca a voi!

Albéric: Un ripasso di domenica, seduta stante, questo è il colmo! La fa facile lui quando la metà del cucuzzaro è ammalata di Covid per non aver preso le dovute distanze al ristorante durante la riunione dei membri.
E cosa ci dice Gianni? Attaccatevi al tram! Bella faccia tosta che non è altro! Non vorrei sfondare una porta aperta ma secondo me il virus non guarda in faccia a nessuno. Basta mangiare un piatto di pasta in compagnia, il che è tutto dire. Allora per il ripassino, se la veda lui!

Estelle: se un così breve ripasso non fosse congeniale a qualcuno, potrei dirvi che, tanto per aggiungere qualcosa, anch’io ho avuto il Covid e non sembravo più io per quanto ero stanca. Se vi sembra un di più fate finta che non abbia detto nulla.

810 La fugacità e il fascino dell’effimero

La fugacità e il fascino dell’effimero

Audio MP3 e Trascrizione PDF disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Trascrizione

Giovanni: avete mai ricevuto uno sguardo fugace? Potrei chiamarla anche una rapida occhiata. Ma da oggi in poi abbiamo un nuovo aggettivo, molto più elegante da usare.

Fugace è un aggettivo molto interessante perché si può usare in molte occasioni.

Fugace, in origine, è ciò che fugge, che scappa (il verbo è fuggire) ma in realtà questo aggettivo non si usa normalmente in questo modo. Almeno non nel senso di scappare fisicamente.

Al limite, potrei definire una persona fugace non perché scappa via, ma per il suo atteggiamento fugace, cioè è una persona che ha paura di mostrarsi così com’è e allora tende a “scappare” , nel senso che i suoi rapporti con le persone (o con qualche persona) sono veloci, senza troppe confidenze, senza intimità. Potremmo anche parlare di persona sfuggente o sfuggevole.

Una persona così ci dà la sensazione che nasconda qualcosa o che, appunto, abbia paura di mostrarsi.

In generale l’aggettivo fugace si usa però per indicare le cose che hanno breve durata, che durano poco.

Spesso si tratta di cose piacevoli, e il fatto che durino poco, cioè che siano fugaci, non è pertanto una bella notizia.

C’è chi dice che tutte le gioie e i piaceri della vita siano fugaci.

D’altronde, dice il proverbio, la felicità dura come il sole di marzo.

Un aggettivo poetico, senza dubbio.

Spesso fugace si utilizza al posto di “veloce“:

Una volta sono andato in TV ma è stata un’apparizione fugace.

Quindi la mia apparizione è stata breve, brevissima.

Come detto, uno sguardo può essere fugace, una gioia, ma anche la giovinezza può essere definita fugace, considerando che non dura mai quando vorremmo.

Una speranza fugace, un dubbio fugace: entrambi, in questo caso durano poco, scompaiono subito.

E della fugacità della bellezza ne vogliamo parlare? E quella della vita?

Un aggettivo finora alquanto malinconico.

Fa pensare soprattutto alle cose belle che finiscono subito e che non tornano più.

Il poeta Petrarca parlava della fugacità del tempo e ne era ossessionato. Il titolo del suo sonetto “La vita fugge e non s’arresta un’oraè tutto dire.

Per non parlare di come Charles Boudelaire pensava al tempo, come “il nemico” (il titolo di una sua poesia) per la sua fugacità.

Ciò che è fugace viene spesso definito anche “effimero” .

Ma se fugace equivale a effimero, come mai si sente parlare del cosiddetto fascino dell’effimero? Cosa c’è di affascinante in ciò che dura poco?

A me effimero fa pensare ad una cosa che adesso c’è e tra un attimo non c’è più. Non resta niente.

Il termine effimero indica sempre qualcosa che di breve durata, come ad esempio i prodotti di scarsa qualità, che si rompono subito o che vengono subito sostituiti da altri prodotti maggiormente alla moda.

Il fascino dell’effimero è una frase che in realtà attacca il fenomeno del consumismo, basato sul consumo continuo di cose, anche se inutili e di poca durata. Anzi queste cose sono affascinanti proprio perché durano poco. Non sappiamo resistere all’acquisto di qualcosa di nuovo.

Possiamo dire che oggi viviamo nella società dell’effimero.

Effimero deriva dal greco e significa “che dura un solo giorno” , come la vita di alcuni insetti.

Può essere effimero anche un sogno che svanisce la mattina al risveglio (dopo un attimo non c’è più) o un desiderio che non si realizzerà mai o anche una promessa mai mantenuta.

Il tuo sogno di diventare ricco e famoso è più effimero di una promessa d’amore fatta su una spiaggia d’estate.

In effetti “effimero” , rispetto a fugace, fa più pensare al fatto che, dopo la breve durata, non rimane niente.

Si dice che bisogna stare lontani dalle cose effimere, soprattutto dai piaceri effimeri, perché sono inutili, inconsistenti e non lasciano traccia.

Fugace invece sottolinea maggiormente la velocità, la breve durata e spesso si associa al piacere che finisce presto, in men che non si dica.

Oggi vi ho parlato anche di Petrarca, di Boudelaire e di poesie.

E dire che la mia intenzione iniziale era di parlarvi di un’altra cosa che non ha nulla di poetico, (ma proprio niente!) ma che tuttavia è la cosa più fugace che ci sia.

Ve ne parlerò nel prossimo episodio, salute permettendo (per la cronaca mi sono appena beccato il Covid).

Per adesso ripassiamo fugacemente qualche episodio passato:

Irina: Giovanni, mi stai dicendo che ciò che finisce anzitempo può essere fugace? Oppure è il contrario?

Anthony: però le cose fugaci possono essere anche piacevoli proprio perché durano poco. Ma non voglio anticipare il prossimo episodio. La cosa potrebbe dare adito a polemiche.

809 La corsia preferenziale

La corsia preferenziale (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: conoscete il termine “corsia”?

Una corsia è una specie di via, di strada. È un luogo in cui si può passare, quindi un passaggio, spesso un corridoio.

Le corsie più note sono le corsie degli ospedali che sono delle sale con dei letti disposti lungo le pareti.

Anche al teatro e al cinema ci sono le corsie. La corsia in quel caso è lo spazio vuoto che si trova tra due file di poltrone, in cui si può passare. Ogni corsia divide due file di poltrone.

Anche nei tram e sugli autobus c’è la corsia che divide due file di sedili.

Nelle gare di atletica una corsia è lo spazio riservato a ciascun concorrente sulla pista o, nelle piscine di gara, lo spazio riservato a ciascun nuotatore.

Ogni atleta ha la sua corsia.

Anche sulla strada ci sono le corsie dove passano le macchine. Ci sono strade ad una sola corsia, strade con due o più corsie. Tra una corsia e l’altra ci sono delle strisce sull’asfalto. Tali strisce servono proprio a delimitare le corsie.

Nel caso di due corsie c’è la corsia di destra e la corsia di sinistra, che poi è detta anche la corsia di sorpasso.

Ci sono poi particolari tipi di corsie che vengono dette “corsie preferenziali”. Parliamo sempre di strada.

Al centro di Roma ce ne sono moltissime perché le corsie preferenziali sono quelle corsie in cui possono passare solamente i mezzi di trasporto pubblico.

Di solito queste corsie sono indicate con dei colori diversi per indicare agli automobilisti che sono riservate ai soli mezzi pubblici.

La corsia preferenziale però ha anche un significato figurato.

In un paese perfetto dove regna la democrazia non dovrebbero esistere corsie preferenziali.

Infatti le corsie preferenziali di cui sto parlando sono dei trattamenti di favore, delle procedure di comodo.

Si tratta molto spesso di modi per favorire delle persone a danno di altre, anche se a volte si tratta semplicemente di stabilire delle priorità.

Es:

I profughi ucraini hanno una corsia preferenziale rispetto agli altri.

A loro quindi viene data priorità rispetto agli altri profughi in questo momento. Si può anche dire che i profughi ucraini godono di una corsia preferenziale.

Fin qui niente di strano, ma spesso si tratta di favoritismi a scapito di altre persone.

Es:

I personaggi famosi come Calciatori, attori e altri vip godono di una corsia preferenziale per fare i tamponi per il coronavirus, mentre i normali cittadini devono mettersi in fila.

I parenti delle famiglie mafiose hanno una corsia preferenziale quando devono prenotare un tavolo al ristorante.

Questi ultimi due esempi sono due esempi negativi di corsia preferenziale, esempi che rientrano nella categoria dei cosiddetti “favoritismi“.

Stavolta il senso è sempre negativo perché quando si fa un favoritismo a una persona la si favorisce indebitamente con dei vantaggi a scapito di altre persone.

L’esistenza di una corsia preferenziale pertanto, nell’uso figurato, non necessariamente implica un favoritismo.

Questo accade solo quando c’è una ingiustizia, quando qualcuno viene avvantaggiato ed altri vengono svantaggiati senza una giusta causa. Se invece c’è un motivo valido non c’è niente di male ad avere una corsia preferenziale.

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente ad esempio godono di una corsia preferenziale da parte mia quando hanno delle domande relative alla lingua italiana.

Adesso vediamo un ripasso degli episodi precedenti:

Anthony: avete sentito la raucedine nella voce di Giovanni? Poverino sembra un’anima in pena.

Irina: purtroppo sia il nostro capo indefesso che molti altri membri del gruppo si trovano contagiati con questo maledetto virus che ci tallona tutti da ormai piu’ di 2 anni. Purtroppo è toccato a loro questa settimana.

Peggy: il capo adesso dovra’ essere un po’ meno indefesso cosi’ potra’ prendersi un bel riposo per poi tornare alla carica ancora più forte. E secondo me lo fara’ in men che non si dica.

Hartmut: intanto, ci fai la cortesia, Peggy, di riferire a Giovanni che siamo disponibili a dargli manforte, ivi inclusi la composizione dei nuovi episodi e la loro registrazione.

Rafaela: Sarebbe un di più rispetto ai soliti ripassi, ma si può fare. È plausibile che ne abbia bisogno.

808 Plausibile

Plausibile

Audio MP3 e Trascrizione PDF disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Video YouTube

Trascrizione

Giovanni: è molto probabile che quella di oggi sia una parola poco o per niente usata dai non madrelingua. Sto parlando di plausibile.

Questo per diversi motivi. Prima di tutto non è esattamente un termine che usano tutti, soprattutto nel linguaggio colloquiale. Sicuramente non fa parte del vocabolario della maggioranza dei giovani, almeno fino ai 20 anni.

Il secondo motivo è che si preferisce sempre usare “probabile” e non plausibile.

In effetti i due eggettivi sono abbastanza simili.

Probabile fa riferimento al concetto di probabilità.

Un fatto probabile si suppone possa accadere o sia già accaduto. Crediamo in questo fatto, dunque secondo noi è possibile, è verosimile. Non siamo sicuri ma lo riteniamo possibile.

Pensi che oggi pioverà?

Risposta:

Probabile.

Oppure:

lo ritengo poco probabile

Plausibile è simile ma si usa maggiormente quando si cerca una spiegazione a un fatto accaduto, perché vogliamo capire se sia accettabile dal punto di vista logico. Somiglia quindi molto a “credibile“.

Vogliamo capire se una possibile spiegazione sia ragionevole, convincente, ammissibile, attendibile, credibile. Altre volte non si tratta di una spiegazione ma di credere in qualcosa, di una possibilità concreta.

Se invece non ci convince diciamo che non è plausibile, cioè che non crediamo sia realistica come spiegazione o come possibilità, quindi è implausible, inaccettabile, inverosimile o anche incredibile.

Il contesto in cui usare plausibile è, come dicevo, poco informale perché generalmente soprattutto all’orale si usano altre forme. Se riteniamo che una spiegazione non sia plausibile normalmente si dice:

– no, non credo sia possibile questo

– secondo me non è credibile

– non mi pare sia logico

– non mi convince

oppure, se è plausibile:

– si, è logico

– ci può stare

– potrebbe darsi

– mi pare una spiegazione convincente

Il terzo motivo è che plausibile deriva da plaudere che significa applaudire. Abbiamo dedicato anche un episodio al termine plauso se ricordate.

Dunque se una cosa è plausibile è anche apprezzabile, encomiabile, degna di approvazione, merita il nostro plauso.

In realtà questo utilizzo è rarissimo e devo confessare che non sapevo si potesse usare anche in questo modo.

Vediamo invece qualche esempio che tutti gli italiani comprendono:

Secondo te è plausibile pensare che l’uomo abbia origine extraterrestre?

Cioè: ti sembra logico? Credi sia possibile?

Secondo i virologi, è plausibile un picco dei contagi di Covid a fine luglio.

Dunque i virologi ritengono sia questa un’ipotesi credibile, realistica, probabile, verosimile.

Se ci credessero meno avrebbero potuto dire che si tratta di un ipotesi che non è da scartare, e se avessero ritenuto questa possibilità inverosimile, avrebbero potuto dire che è implausible o poco probabile.

Ora, con ogni probabilità da oggi in poi userete questo aggettivo vero?

Sicuramente lo faranno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente in qualche ripasso nei prossimi episodi. A proposito, ecco il ripasso di oggi:

Ulrike:
Ho appena guardato le belle foto della riunione dei membri dell’associazione italiano semplicemente a Roma. Ho sentore che sia stato un grande successo.

Irina:
Sì, vi è una caterva di foto e alla faccia della tremenda calura, che dovrebbe aver reso faticoso i percorsi sulle strade di Roma, tutti sorridono. I volti felicissimi, il che è tutto dire circa lo stato d’animo dei membri viaggiatori.

Rauno:
Ah interessante, vado a guardarmi le foto di cui parlate, che ancora non ho visto. E se tanto mi dà tanto, parteciperò anch’io alla prossima riunione.

Anthony:
Ottima idea Rauno. Sai, io ho partecipato a questa bellissima riunione. A scanso di equivoci, vorrei chiarire però che oltre il divertimento e l’affetto che ci collegava reciprocamente, c’era un bel di più legato al nostro apprendimento della lingua italiana. Quattro giorni in cui abbiamo provato a spacciarci per italiane e italiani, parlando esclusivamente la lingua del sì. Non è stato affatto uno scherzo, anzi una vera sfida piuttosto.

Marcelo:
E dire che che avevo una fifa blu di non capire bene e non farmi capire bene. Tutto è andato liscio invece. Ci starò anche la prossima volta.

807 Congeniale

Congeniale (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: spesso mi chiedo: Gli episodi di italiano semplicemente saranno congeniali alle esigenze degli stranieri che studiano l’italiano?

E la durata dei singoli episodi sarà congeniale per tutti?

Congeniale è un aggettivo che i non madrelingua italiana non usano mai. Evidentemente per via del fatto che non è molto utilizzato nel linguaggio comune neanche dagli italiani.

Spiegare questo tipo di termini però dà a me la possibilità di esplorare il vocabolario alla ricerca di modalità alternative e a voi la possibilità di imparare qualcosa in più.

Congeniale significa confacente all’indole, ai gusti, all’intelligenza di una persona.

Questa è una definizione che ho trovato sul dizionario.

Se dovessi spiegarla a parole mie, direi che quando qualcosa mi è congeniale, o quando è congeniale alle mie necessità o esigenze o caratteristiche, significa che è adatta a me, che si confà alle mie caratteristiche o alle esigenze del momento.

Ciò che è congeniale a me o alle mie esigenze non è detto lo sia per tutti.

E’ molto simile a adatto, perché si tratta di confrontare un bisogno con ciò che serve a soddisfarlo. Ugualmente è simile a consono e confacente.

Questo lavoro mi è congeniale

Il viaggio che mi ha proposto l’agenzia è veramente congeniale alla nostra famiglia e ai nostri gusti.

Anche i gusti personali sono coinvolti, e non è un caso che l’espresione “andare a genio” è abbastanza simile, anche se più informale.

Anche l’indole, come visto sopra, è coinvolta. L’indole è l’insieme delle inclinazioni naturali che concorrono a definire il carattere individuale.

Molti termini interessanti oggi vero?

Detto in modo più semplice, e quindi in modo più congeniale a voi non madrelingua, si tratta dell’insieme delle qualità e delle caratteristiche in una persona.

Io sono di indole molto tollerante ma nonostante questo non mi risultano molto congeniali le persone razziste

Nota bene: è l’indole ad essere tollerante, non io. Io sono di indole tollerante, ho un’indole tollerante, la mia indole è tollerante.

Tu hai un’indole molto coraggiosa (coraggiosa è femminile, come indole) e le vacanze avventurose ti sono molto congeniali.

Mio fratello è di indole molto nervosa e non trova molto congeniale lavorare sotto pressione.

Si usa spesso: “mi è congeniale”, “ti è congeniale”, “gli è congeniale” eccetera.

Oppure “questa cosa è congeniale a me” o “questa cosa è congeniale alle mie necessità/esigenze/gusti/caratteristiche/interessi/capacità/aspettative”.

Per un tennista, ad esempio, un tipo di terreno può essere più o meno congeniale alle proprie caratteristiche

Uno sport a me congeniale? Devo ancora trovarlo!

In compenso fare episodi per italiano semplicemente mi risulta molto congeniale, considerate le mie inclinazioni verso l’insegnamento e l’informatica.

L’inclinazione: è anche questo un termine interessante, perché oltre a riguardare gli oggetti inclinati, cioè la loro posizione rispetto al piano orizzontale o verticale, è molto simile all’indole.

La differenza è che l’indole è più generica e riguarda maggiormente il carattere di una persona (calma, nervosismo, ecc,), mentre l’inclinazione, è vero che è anch’essa una caratteristica psicologica individuale che sta alla base di un comportamento, ma generalmente si usa per ciò che si fa: il lavoro, lo sport, lo studio eccetera.

Ognuno deve seguire le proprie inclinazioni; c’è chi ha una inclinazione per lo studio della statistica, chi invece è incline allo studio della medicina eccetera.

Ricordate l’espressione “essere portati a fare qualcosa”? Quella è l’inclinazione. Simile anche alla propensione e persino, a volte, alla simpatia o agli affetti.

Io ho sempre avuto una inclinazione per Maria

Tornando a congeniale, se qualcosa ci piace o non ci piace però non è il caso di usare sempre congeniale, perché non è esattamente una questione di puro piacere.

È pur vero però che a volte si dice, quando qualcosa ci piace, che incontra i nostri gusti, o che non li incontra, in caso contrario, e allora posso anche dire che questa cosa è congeniale ai miei gusti.

Niente di male in questo. È un modo di parlare, questo, sicuramente più sofisticato, meno informale, ma assolutamente consentito e molto utile in determinate circostanze.

Adesso ripassiamo altrimenti qualcuno potrebbe accusarmi di essere incline al ritardo.

Anthony: la prossima riunione dei membri che ne dite se la facciamo in Toscana? Potremmo prendere una villa e stare tutti insieme. Casomai potremmo anche cucinare insieme, così, tanto per creare altre occasioni per parlare italiano.

Irina: se fosse così mi precipiterei a prenotare un posto per me seduta stante!

806 Il che è tutto dire, basti pensare che

Il che è tutto dire, basti pensare che

File audio e trascrizione in PDF disponibili ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

ENTRA REGISTRATI

Trascrizione

Giovanni: L’espressione di oggi è utilizzatissima in tutt’Italia: il che è tutto dire.

Partiamo subito da “il che“. Ricorderete che ne abbiamo già parlato in un episodio (il n. 199 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente). Allora tutto sarà più semplice oggi. Ricorderete quindi che “il che” è analogo a “questo”, “questo fatto”, “questa cosa”.

Adesso non resta che spiegare “è tutto dire“. Scusate se ho appena usato il “non pleonastico” nella frase “non resta che…”. Non era mia intenzione ma forse è una buona cosa in fondo che ripassiamo i vecchi episodi anche durante la spiegazione e non solamente alla fine di ogni spiegazione.

Tornando a “il che è tutto dire”, è un’espressione ironica che ha lo stesso significato di “con questo tutto è chiaro”, “ciò che ho appena detto fa capire tutto”, “non serve aggiungere altro”, oppure “non c’è bisogno di aggiungere altre parole”.
Si usa ogniqualvolta esprimiamo un fatto, qualcosa di accaduto, che ci fa capire perfettamente cosa ne consegue come immediata conseguenza, quindi ci spiega lo stato dei fatti in modo evidente.
Spesso è accompagnata o sostituita da “ti dico solo che…” o il meno informale “basti pensare che…

Vediamo qualche esempio.

In Italia in questi giorni fa caldissimo. Mia moglie, che ha sempre amato il caldo, vuole stare sempre con l’aria condizionata accesa il che è tutto dire.

C’è spesso qualcosa che stupisce quando usiamo questa espressione, proprio come nell’esempio fatto. Come a dire che se anche mia moglie non sopporta il caldo di questi giorni, figuriamoci quando caldo possa fare!

Non è necessario che accada però qualcosa di incredibile o di impensabile, ma spesso si tratta di qualcosa che rende chiara la situazione e speso per ottenere questo obiettivo si deve mostrare un esempio che rappresenta “il massimo che possa accadere” o comunque qualcosa che stupisce molto.

Un altro esempio.

Nel mondo di oggi, nonostante siamo bombardati dalle informazioni e tutte le notizie sono accessibili a tutti ci sono molte persone che non credono a tante cose. Basti pensare che più del 5% degli italiani crede che la terra sia piatta. Il che è tutto dire.

Ancora un ultimo esempio:

Le persone che vogliono fare conoscenza o avere esperienze oggi possono ricorrere ad Internet. Funziona? Vi dico solo che un mio amico in un anno ha ottenuto “250 appuntamenti”. Il che è tutto dire.

In quest’ultimo esempio potrei anche evitare l’ultima frase “il che è tutto dire”. Infatti abbiamo già espresso lo stesso concetto attraverso “vi dico solo che…” equivalente ma più informale di “basti pensare che”.

Infine, “il che” non è sempre presente nell’espressione; serve solamente a dare maggiore enfasi alla frase. Può infatti anche essere sostituito da “questo”: questo è tutto dire, oppure omesso se cambiamo un po’ la frase:

E’ tutto dire che neanche tu, espertissimo in informatica, non riesca  a superare l’esame. E’ veramente un esame difficile.

Adesso ripassiamo:

Ulrike: Belle le foto della riunione dei membri! Questa gita sembra il fior fiore degli eventi ed io mi domando e dico: come è possibile che non ci sia pure io? Vabbè, domanda retorica; dovevo mantenere la parola data ad un amico, quindi mi sentivo proprio costretta a tornare ad Orvieto e lasciarvi. Allora mi limito a mandarvi i saluti ed un ripassino, tanto per starvi vicini. Buon proseguimento!

805 Potabile, edibile, bevibile, commestibile, immangiabile

Audio MP3 e Trascrizione PDF  disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Potabile, edibile, bevibile, commestibile, immangiabile

Danielle: Ieri, con alcuni membri dell’associazione, tra i vari luoghi visitati insieme a Roma, siamo stati a Piazza di Spagna, dove come probabilmente tutti sapete c’è una fontana a forma di barca. Si chiama fornana della Barcaccia.

Molti turisti facevano la fila per bere l’acqua dalla fontana e nessuno si chiedeva se l’acqua fosse realmente potabile, cioè se si potesse bere senza problemi.

Oggi mi interessa proprio il termine “potabile“, che molti stranieri sicuramente non conoscono.

Capita spesso infatti di incontrare delle fontane in cui si legge “acqua non potabile” e dunque quell’acqua non è acqua adatta ad essere bevuta. Non si può bere perché per le sue caratteristiche non è destinata a usi alimentari.

Possiamo anche dire che quell’acqua, se è potabile, si può bere senza pregiudizio per la salute, o senza pregiudicare la salute.

Potabile è un aggettivo che si può usare in generale con tutti i liquidi ma viene nella pratica utilizzato solamente parlando di acqua.

Fate attenzione perché il verbo potare in realtà significa *tagliare” ma si utilizza sempre per indicare il taglio degli alberi.

Dunque potabile significa anche albero “che può essere tagliato” e non soltanto liquido “che può essere bevuto”.

Potabile si può usare in realtà anche per descrivere un discorso troppo lungo, che dunque andrebbe accorciato, cioè tagliato, appunto, ma nei fatti si usa praticamente sempre parlando di acqua che si può bere, acqua che è consentito bere senza il rischio di sentirsi male.

Non si usa normalmente “bevibile”, ma in teoria possiamo usare anche questo aggettivo per descrivere l’acqua che si può bere senza problemi.

Bevibile, piuttosto, si usa perlopiù in senso figurato nel linguaggio orale e indica qualcosa di credibile, di plausibile, di verosimile, ma allo stesso tempo di non vero.

Il verbo “bere” infatti, si usa abbastanza spesso in questo senso simile a “credere“:

Questa non la bevo!

Cioè: non ci credo a questa cosa. Non è una bibita, una bevanda, ma una notizia, un’informazione.

Mi vuoi far bere che a trent’anni non hai mai avuto una fidanzata?

Normalmente quando usiamo bere al posto di credere è perché qualcuno cerca di imbrogliare un’altra persona, facendole credere qualcosa di non vero.

Es:

Ho detto alla mia fidanzata che ero a cena con mio fratello, ma non se l’è bevuta.

Cosa? Non sei venuto al lavoro perché non è suonata la sveglia? Questa scusa non è bevibile.

Non si usa “potabile” in questi casi, ma solo bevibile, che si usa anche per i liquidi, ma parliamo di qualità e sapore.

Quando non si riesce a bere un liquido perché ha un brutto sapore, possiamo usare in particolare “imbevibile” e non “non potabile”.

Questo caffè è imbevibile!

Abbastanza simile a ciofeca, soprattutto nel caso del caffè.

Quando qualcosa invece non si può mangiare? Quale aggettivo usiamo?

In genere l’aggettivo da usare anche in questo caso cambia a seconda se il cibo ha un brutto sapore oppure non si presta, per le sue caratteristiche, ad essere mangiato.

Stavolta ci sono tre diversi aggettivi:

Immangiabile si utilizza quando il cibo non riusciamo a mangiarlo per via del sapore oppure perché ha oggettivamente delle caratteristiche che non rendono possibile mangiarlo.

Questa carne è completamente bruciata. Così è immangiabile.

Questo gelato è immangiabile. Lo getto immediatamente.

Se uso “mangiabile” invece, in genere è per indicare che la qualità di quel cibo è appena sufficiente per poterlo mangiare.

Com’è questa pasta?

Direi che è mangiabile!

Questo non è certamente un complimento. Si usa anche “passabile” con lo stesso senso.

Esiste però anche l’aggettivo “commestibile“.

Indica qualcosa che si può mangiare, qualcosa atto a servire di nutrimento all’uomo.

Si può usare allo stesso modo di mangiabile, ma generalmente non ha un senso negativo.

Ci sono ad esempio funghi commestibili e funghi velenosi, cioè non commestibili.

Dunque i funghi commestibili non sono velenosi e possiamo mangiarli senza problemi. Commestibile è esattamente come potabile per i liquidi.

Ugualmente possiamo dire che dopo tre giorni, il pesce non è più commestibile.

Se state mangiando una fetta di torta e su questa fetta c’è un fiore rosso, probabilmente vi chiedete se si possa mangiare. Allora se non riuscite a capirlo potete domandare:

Il fiore è commestibile?

Se poi la torta o il fiore fa schifo potrete dire che è immangiabile.

Quindi l’aggettivo commestibile non c’entra (anche se ovviamente influisce) con la bontà o la gradevolezza di ciò che mangiate.

Infine, può capitare di incontrare l’aggettivo edibile, uguale nel significato a commestibile, ma è più scientifico, più tecnico.

Edbile si usa soprattutto parlando delle bucce delle arance e dei limoni, che non sempre si possono mangiare. Dipende dal trattamento che hanno ricevuto e dall’uso di alcune sostanze potenzialmente dannose per la salute.

Se ad esempio al supermercato trovate sull’etichetta delle arance o dei limoni la scritta “buccia non edibile” significa che la buccia non si può mangiare e quindi non si può usare neanche per fare marmellate e neanche per insaporire pietanze, verdure o secondi. Le arance e i limoni biologici hanno anche la buccia edibile.

Questo aggettivo in genere si usa per le bucce, ma si può usare anche per altre cose come ad esempio il fiore sulla torta di cui sopra.

Anche edibile, ancor più che commestibile, non si usa per giudicare la qualità o la bontà di un prodotto alimentare, proprio come potabile.

Per finire, vi dico che commestibile si usa talvolta anche per indicare i generi alimentari, cioè i prodotti alimentari.

Non vi stupite pertanto se trovate la scritta “vendita di commestibili” sulla porta di un negozio di alimentari. In questo caso, commestibile è sostantivo.

Adesso ripassiamo. Parliamo del ritardo.

Marcelo: Ieri sera abbiamo rischiato di perdere il tram. Per poco non ci attacchiamo al tram, perché fortunatamente un taxi ci ha salvato in calcio d’angolo.

Mary: a mio avviso, per non saper né leggere né scrivere, domani mattina metti la sveglia alle 5.

804 Tanto per

Tanto per (scarica audio)

Trascrizione

Ricordate gli episodi dedicati a “tanto“?

Ne abbiamo fatti diversi. Il primo l’abbiamo dedicato a tutti i modi per dire tanto e molto, poi abbiamo visto l’episodio che abbiamo chiamato “tanto piove” e poi “non più di tanto“, “tanto più“, “tanto quanto“, “se tanto mi dà tanto“, “tanto vale“, “Tanto da, tanto che”.

In particolare nel primo episodio vi avevo appena accennato ad un uso informale della locuzione “tanto per”.

A volte infatti non si aggiunge altro dopo: “tanto per“. In effetti ci si aspetta che ci sia un verbo, tipo:

Tanto per parlare

Tanto per ridere

Ecc.

Spesso però non c’è bisogno di aggiungere nient’altro, ma questo si può fare solo nel linguaggio colloquiale.

Si sta sempre cercando di spiegare il motivo per cui fare qualcosa o il motivo per cui si è fatto qualcosa.

Vediamo qualche esempio:

Passami a trovare qualche volta se capiti vicino casa mia. Così, tanto per.

Domanda: Come mai hai deciso di provare a dare l’esame anche se non eri preparato?

Risposta: niente di particolare, tanto per.

Nel primo esempio è come dire: non c’è un motivo particolare, passa a trovarmi per salutarmi, se non hai da fare niente di urgente, ma senza avere necessariamente un motivo per farlo. Non si tratta di qualcosa di molto importante, se lo vuoi fare, fallo “tanto per”.

Tanto per“, usato in questo modo, serve a comunicare il motivo di un’azione che si fa, ma in modo poco impegnativo, o qualcosa che si fa senza un motivo particolare, e si usa solamente all’orale o al massimo in una chat.

Nel secondo esempio, quando ho detto “ho deciso di fare l’esame tanto per” , cioè tanto per provare, perché tanto non avevo niente da perdere. La risposta sarebbe dunque stata “tanto per provare”, ma in fondo si capisce lo stesso se togliamo l’ultima parola, non è così?

In ogni caso è comunque una locuzione che si usa in contesti informali, dove non si richiede nessun impegno o responsabilità.

Rispetto all’uso di “tanto” che vi ho spiegato nell’episodio dal titolo “tanto piove”, c’è in comune il senso di qualcosa (come una scelta) che non comporta conseguenze negative, quindi i contesti sono abbastanza simili.

Ci sono alcune occasioni però in cui è bene concludere la frase, senza abbreviarla, senza togliere l’ultimo termine, che di solito è un verbo, perché potrebbe non essere scontato ciò che vogliamo dire.

Ad esempio:

Ho provato a iscrivermi all’associazione Italiano Semplicemente tanto per vedere come funziona (solo per vedere come funziona)

Ti ho fatto l’occhiolino tanto per scherzare, non perché volevo provarci con te! (stavo solo scherzando)

Ho fatto quella battuta tanto per ridere, mica perché volevo offendere (solo per ridere)

Quest’anno andiamo nella regione Molise in vacanza, tanto per cambiare! (solo per cambiare)

In questi casi siamo sempre in contesti informali, ma vogliamo specificare il motivo per cui facciamo qualcosa, perché altrimenti potrebbe sembrare che non avevamo nient’altro da fare o perché avevo voglia di fare questa cosa senza badare alle conseguenze.

Infatti “tanto per” denota una certa rilassatezza di stato d’animo o una poca attenzione ai particolari, e queste caratteristiche sono importanti quando vogliamo comunicare esattamente quello:

Vieni a trovarmi se passi da queste parti, tanto per.

Qui voglio fare proprio questo: comunicare rilassatezza, mancanza di impegno, mancanza di formalità.

Negli stessi contesti potremmo usare anche l’espressione “niente di che” di cui ci siamo già occupati. Anche questa espressione si può usare per abbassare il livello di importanza o formalità.

Adesso ripassiamo, tanto per non perdere l’abitudine.

Marcelo: dispiace che alla riunione dei membri non saremo tutti.

Edgardo: stando ai numeri attuali, saremo 18 alla cena di stasera a Trastevere.

Edita: casomai si aggiungessero altri, spero non ci saranno problemi.

Danielle: ma con ogni probabilità ormai le cose non cambieranno.

Irina: a stasera allora. E mi raccomando non vi schiaffate seduti vicino al presidente. Ho già prenotato quel posto per me.

803 Sembra me, sembro io, sembra te, sembri tu

File audio e trascrizione in PDF disponibili ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

ENTRA REGISTRATI

Sembra me, sembro io, sembra te, sembri tu

Trascrizione

Figlio: Guarda papà, guarda quell’uomo, sembri tu!

Padre: Sembro io, davvero? A me non sembra! Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.

Figlio: Secondo me, sia io che lui sembriamo te. Ti somigliamo entrambi.

Padre: secondo te entrambi sembrate me?

Figlio: si si, sicuramente. Però è strano perché io invece non sembro lui e lui non sembra me. Strano vero?

Giovanni: Avete appena ascoltato un dialogo tra padre e figlio, in cui più volte si è utilizzato il verbo sembrare. Moltissimi italiani direbbero che questo dialogo è assolutamente corretto, ma non è così.

Vediamo meglio il dialogo:

Figlio: Guarda papà, guarda quell’uomo, sembri tu!

Il figlio dice al padre che c’è un uomo che gli somiglia, somiglia al padre: c’è un uomo che sembra lui, il padre.

Sembri tu!

Sembri proprio tu!

In altre parole lui ti somiglia molto, tu e lui siete molto simili, sembrate la stessa persona.

Lui sembri tu.

Qualcuno potrebbe chiedere: ma perché “lui sembri tu” e non “lui sembra te?

Domanda assolutamente pertinente!

Infatti “lui sembra te” è sicuramente il modo corretto per indicare questa somiglianza.

A proposito dell’uso di tu e te, le regole grammaticali infatti dicono chiaramente che il pronome personale tu è d’obbligo come soggetto, mentre te si usa nei complementi.

Accade normalmente tuttavia di ascoltare “sembri tu”, “sembri proprio tu”. Sono formule utilizzatissime nel linguaggio colloquiale.

Dunque la frase corretta è:

Guarda papà, guarda quell’uomo, sembra te!

Tra l’altro, a proposito del verbo, è lui che “sembra” dunque non potrebbe neanche essere giusto: lui sembri te” perché verbo e soggetto devono andare d’accordo.

Andiamo avanti:

il Padre risponde:

Sembro io, davvero? A me non sembra! Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.

Per lo stesso motivo di prima, la risposta corretta è:

Sembra me, davvero? A me non sembra! Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.

Dunque “lui sembra me” e non “lui sembro io”.

Il resto della frase è corretto. Infatti “A me non sembra” significa “secondo me non è così”, “non ho avuto la stessa sensazione”, “a me non pare”.

Infine la parte finale: “Io direi che tu sembri me, non che lui sembri me.”

Alla fine quel “sembri” è congiuntivo, quindi corretto. Qui c’era un tranello quindi tutto corretto!

Andiamo avanti:

Figlio: Secondo me, sia io che lui sembriamo te. Ti somigliamo entrambi.

Questa frase è tutta corretta: “sia io che lui sembriamo te” cioè entrambi sembriamo te.

Andiamo avanti:

Padre: secondo te entrambi sembrate me?

Anche questa ok.

L’ultima:

Figlio: si si, sicuramente. Però è strano perché io invece non sembro lui e lui non sembra me. Strano vero?

Corretta anche questa.

Allora ricapitoliamo:

“Sembri tu” non si può dire in questi casi.

Allo stesso modo anche “sembro io” è scorretto. “Sembra me” invece è corretto.

Dunque se vedo una persona che mi somiglia è corretto dire:

Quel tizio sembra proprio me! E’ uguale a me!

E non:

Quel tizio sembro io!

Ovviamente la regola vale anche con la negazione:

Quel tizio non sembra me! (corretto)

Quel tizio non sembra te (corretto)

e non:

Quel tizio non sembro io (non corretto)

Quel tizio non sembri tu/te (scorretto)

Dunque il problema che vi ho appena descritto si pone quando parla la persona interessata (quest’ultimo caso) e quando io parlo con te (il caso precedentemente esposto).

Può accadere con noi e voi, anche se più raramente:

Quelle persone sembrano noi da giovani (versione corretta)

Quelle persone sembriamo noi da giovani (versione non corretta)

Quelle persone sembrano voi da giovani (versione corretta)

Quelle persone sembrate voi da giovani (versione non corretta)

Sembro io” e “sembri tu” non sono sempre scorretti, ma si possono usare quando io sono il soggetto, oppure quando sei tu.

Oggi non sembro io. non mi riconosco. Sono nervosissimo.

E’ come dire: non è da me, perché solitamente io non sono mai nervoso, non mi riconosco, non sembro la solita persona. E’ più efficace come messaggio:

Ero emozionatissimo! Non sembravo io!

Oggi sembro io quello pazzo tra noi due, ma sono sempre stato un tipo molto sereno e tranquillo rispetto a te.

In questo caso “sembro io” è l’unica forma accettata perché voglio sottolineare la mia persona.

Un altro esempio:

Ma cos’hai oggi? Non (mi) sembri tu con quell’aria triste e cupa! Cosa ti è successo?

Adesso ripassiamo e scusate se oggi mi sono occupato di grammatica: non sembro io ad aver scritto questo episodio, vero?

Ulrike: Va bene, mi faccio sotto con un ripassino. Perché lo faccio? Perché me la sento, cioè mi gira bene oggi. Certo, devo scervellarmi un po’, ma che volete, è solo un ripassino questa volta, solo un di più piccolo piccolo dell’episodio. E come posso esimermi dal rispolverare qualche espressione precedente, visto ho aderito all’associazione italiano semplicemente? Sono un membro, Il che significa che ho voluto la bicicletta, allora pedalo!

802 Farsi sotto e farsela sotto

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Farsi sotto e farsela sotto

Trascrizione

Avete mai visto un incontro di pugilato (o incontro di box)?

Avete mai sentito dei ragazzi adolescenti litigare fino a venire alle mani?

In occasioni come queste è facile che qualcuno possa dire la frase “fatti sotto!”.

È una esclamazione, una frase di sfida, con cui una persona invita l’altra a provare, a venire avanti, a rischiare. Nel caso in questione si invita a prendere l’iniziativa senza paura, per affrontarsi fisicamente.

Un pugile ad esempio invita l’altro pugile a prendere l’iniziativa, a farsi coraggio e provare a colpire l’avversario senza paura.

Fatti sotto” non è una frase volgare, solo più colloquiale, ma analoga a fatti avanti, fatti coraggio, fatti forza, vieni avanti, prova senza aver paura, eccetera.

Generalmente si usa in contesti come quelli di cui ho parlato, ma “fatti sotto” e “fatevi sotto” , al plurale, possono essere usati anche senza necessariamente usare le mani o senza parlare di paura di essere sconfitti.

Posso anche dirlo io ad esempio quando voglio invitare degli studenti a parlare italiano senza paura di sbagliare.

Adesso tocca a voi, fatevi sotto con gli esempi con questa espressione!

Oppure, se non avete ancora capito bene:

Dai, fatevi sotto con le domande!

Farsi sotto, state attenti, potrebbe essere confusa con “farsela sotto” che ha sempre a che fare con la paura, ma significa avere molta paura.

Farsela sotto, o farsela addosso, è un’espressione idiomatica che ha il senso proprio di farsi la pipi o la popò addosso, cioè nelle mutande.

In pratica significa farsi la cacca addosso o urinarsi addosso.

Vediamo comunque la differenza tra le due espressioni di oggi con un esempio concreto.

C’è uno studente universitario che dice:

Oggi ho l’esame più difficile. Me la sto letteralmente facendo sotto dalla paura!

Un amico gli risponde:

Dai, non fare il bambino. Sei preparatissimo. Vedrai che andrà bene. Ti hanno appena chiamato. Adesso fatti sotto che tocca a te!

Dunque “farsela sotto” è cosa molto diversa da “farsi sotto”.

La prima si usa spesso con la preposizione articolata dalla, dalle, dallo, dalle o dagli e “la”, alla fine di “farsela” (verbo pronominale) si riferisce alla cacca o alla pipi:

Io me la faccio sotto

Tu te la fai sotto

Lui se la fa sotto

Noi ce la facciamo sotto

Voi ve la fate sotto

Loro se la fanno sotto

Es:

Me la sto facendo sotto dalla paura

Me la sono fatta sotto dalle risate

Avete sentito bene: questa espressione si usa anche quando si ride molto. Si ride talmente tanto che la pipi non si riesce a trattenere. Questa tra l’altro è una cosa che può accadere veramente!

Farsi sotto” invece si usa a volte con la preposizione “con”:

Fatevi sotto con gli esempi!

Questa settimana mi devo far sotto col lavoro!

Fatti sotto con le ragazze, non aver paura di un rifiuto!

A seconda della circostanza, può voler dire anche “impegnarsi molto” , oltre a “non tirarsi indietro”, dunque molto similmente a “farsi coraggio”, “affrontare un impegno senza paura”, “farsi avanti”.

Può capitare a un non madrelingua di usare queste espressioni nel modo sbagliato anche perché la frase spesso è quasi identica:

Mi sono fatto sotto e l’ho affrontato!

Me la sono fatta sotto quando l’ho affrontato!

Adesso ripassiamo con la nostra Peggy che come al solito si è fatta

sotto con delle ottime frasi senza paura di sbagliare. Altre persone al suo posto se la sarebbero fatta sotto!

Peggy:

L’altro giorno ho assistito insieme a un gruppetto di amici allo spettacolo di una nostra amica. Il tema verteva sulle “ANTENATE”. Lo spettacolo è stato realizzato da una ventina di donne provenienti da diversi angoli di Napoli, e un di cui è dello stesso quartiere, ivi inclusa* la nostra amica.

Nelle scene, ognuna di loro raccontava in modo drammatico una storiella di una parente anziana scomparsa, che so, la nonna, la prozia, la bisnonna, e portava nelle mani anche un ricordo lasciato dalla protagonista.

I loro racconti mi hanno colmato di emozioni, tra cose divertenti e non, nonostante la non piena comprensione, per via delle voci dialettali, ma al contempo, grazie ai ricchi gesti delle narratrici *me la sono cavata abbastanza bene, afferrando la sostanza dei racconti.

Tra l’altro, lo spettacolo si teneva presso.

L’Archivio di Stato, dove si conserva e si sorveglia il patrimonio archivistico statale. La prerogativa di questo luogo magico è che offre a ogni cittadino la possibilità di risalire alle proprie origini per poi *avere contezza* di chi siano i suoi antenati e da dove provenissero. Intanto, immaginate! Queste donne raccontavano le vere storie delle loro care al cospetto di un’immensa quantità di libri antichi e significativi in uno spazio mastodontico, come fare a *tenere a bada* la propria commozione?

Sebbene questa sia stata un’esperienza singolare, edificante nonché colma di virtù, purtroppo però, oggigiorno il grosso della popolazione non è memore di quanto i nostri antenati ci hanno lasciato e insegnato e dunque non ne fa tesoro.

“Voi l’avete fatto ben presente in un modo più che reale, affermando dei valori di grande portata. Vi ringrazio di cuore.”
Così ho scritto alla nostra amica non appena il loro spettacolo è terminato.

801 La tirata

File audio e trascrizione in PDF disponibili ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente

ENTRA REGISTRATI

La tirata

Ricordate l’episodio dedicato alle tappe? Bene, oggi non ne facciamo neanche una e dunque facciamo tutta una tirata.

Foto di Shlomaster da Pixabay

Se ricordate l’episodio dedicato alle tappe, fare una o più tappe, durante un viaggio, significa fermarsi da qualche parte per un caffè o anche per una notte, evitando così di fare un unico e lungo viaggio. Può essere utile anche dare un’occhiata all’episodio dedicato al suffisso “ata”.

Se dunque, anziché fare tappe, facciamo tutta una tirata, questo vuol dire che non ci fermiamo mai nel nostro viaggio. Non facciamo soste, o tappe, appunto. Potremmo anche chiamarle pause o interruzioni volendo.

Ma per usare l’espressione “fare tutta una tirata” non c’è bisogno di fare viaggi. E’ vero che le tappe riguardano solamente i viaggi, ma stavolta parliamo più in generale di assenza di pause, soste o interruzioni, e allora possiamo anche, ad esempio, parlare di lavoro.

Anche al lavoro si fanno pause e interruzioni, ad esempio per prendere un caffè, per fare la pausa pranzo o due semplici chiacchiere con i colleghi per non stancarsi troppo. Se però dobbiamo fare un lavoro urgente può capitare di fare tutta una tirata finché non finisce. Magari dalle 8 di mattina alle 8 di sera e anche più tardi.

Si tratta di fare qualcosa senza interruzione, continuativamente, cioè in modo continuato.

Ieri sera ho dovuto fare tutta una tirata fino a tarda notte per terminare il lavoro

Abbiamo viaggiato da Roma a Parigi facendo tutta una tirata. ‘ stata una faticaccia!

Il senso della fatica e della stanchezza c’è quasi sempre, che si parli di viaggi o di lavoro. poi vediamo che esistono anche altre attività in cui si può fare tutta una tirata, come leggere e dormire.

Il termine “tirata” si usa in poche altre occasioni nella lingua italiana. Ad esempio si utilizza nell’espressione “dare una tirata d’orecchie“. Qui si usa il verbo dare.

tirata d'orecchie
Foto di Pezibear da Pixabay

E’ un modo questo per indicare un rimprovero, spesso affettuoso. Ricordate gli episodi dedicati alle ammonizioni e agli ammonimenti?  Il contesto è più familiare in questo caso, direi analogo a quando si usa il verbo “cercarsela” a cui abbiamo dedicato un bell’episodio. Rispetto invece alle filippiche e alle prediche, direi che quando si parla di tirate di orecchie il contesto generalmente è meno serio.

Ovviamente non è necessario tirarle veramente le orecchie, anche se con i propri figli a volte si fa veramente, sempre per rimproverarli (senza fargli male) per qualche marachella che hanno fatto.

Ti devo dare una tirata d’orecchie perché hai dimenticato di inviarmi quella email importante.

Ragazzi, devo darvi una bella tirata d’orecchie perché non avete fatto gli esercizi.

La “tirata” si usa anche parlando di sigarette. tra adolescenti si usa spesso:

Mi fai fare/dare una tirata?

Mi fai fare/dare due tirate alla sigaretta?

Mi fai fare/dare un tiro? (versione altrettanto diffusa)

Dell’espressione di oggi invece esiste una versione alternativa: “tutto/tutta di filata

Il libro era bellissimo. L’ho letto tutto di filata!

Andremo a Venezia e poi tutto di filata fino a Palermo.

Ho visto la serie TV tutta di filata: 8 ore senza interruzione

Finalmente sono riuscito a dormire stanotte: 9 ore tutte di filata e adesso sono riposatissimo

Stavolta tutto può diventare tutta, tutti, tutte, a seconda del soggetto, mentre “dare/fare tutta una tirata” è invariabile.

Notate che “filata” viene da “fila” e indica una serie di oggetti, cose o fatti in successione regolare o non interrotta. Si deve però usare “fila” e non “filata” quando non vogliamo sottolineare la fatica, la mancanza di pause o interruzioni nella nostra attività: viaggiare, leggere, lavorare o dormire (in questo caso sottolineiamo il sollievo) e anche altre attività.

Bene, allora è il momento del ripasso, che avviene come al solito grazie al supporto dei membri dell’associazione.

Ripasso in costruzione

La dissenteria, la cacarella e la stitichezza

La dissenteria, la cacarella e la stitichezza (scarica audio)

altre frasi idiomatiche

associazione italiano semplicemente

Voce di Danielle, membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Danielle: Uno dei prossimi verbi di cui parleremo su italiano semplicemente è il verbo dissentire.

Vale sicuramente la pena inserirlo nella rubrica dei verbi professionali quindi a breve sarà online.

Spiegato molto velocemente dissentire significa non essere d’accordo.

Oggi però ci occuperemo della dissenteria, che, vi chiedo: ha qualcosa a che vedere col verbo dissentire?

Iniziamo a dire che la dissenteria è una malattia.

Non è però la malattia di una persona che non è mai d’accordo, perché questo tipo di “malattia” viene comunemente chiamata in modo diverso:

Essere un bastian contrario

Fare il bastian contrario

Abbastanza simile è l’espressione:

Fare l’avvocato del diavolo

Questa è un’espressione colloquiale che indica il comportamento di una persona che controbatte sempre, ha sempre qualcosa da ridire, è sempre contrario a tutto ma non perché ne è convinta, piuttosto lo fa apposta, solo per l contrastare le altrui posizioni.

Può anche essere utile avere una persona che interpreta la figura dell’avvocato del diavolo perché aiuta a capire il rovescio della medaglia e ad analizzare obiettivamente una decisione da prendere su un problema da risolvere.

No. La dissenteria non è tutto questo.

Invece è una particolare l malattia infettiva che colpisce il nostro intestino.

La dissenteria è una grave forma di diarrea. Comunemente i termini “diarrea” e “dissenteria” vengono utilizzati come sinonimi, ma in realtà la dissenteria è più grave.

Per usare termini semplici, quando una persona soffre di dissenteria va spessissimo al bagno e si perdono molti liquidi e sali minerali.

Il verbo dissentire e la dissenteria si somigliano quindi ma l’origine è completamente diversa. Dissentire viene dal latino e deriva da “sentire“, ma riguarda le opinioni, mentre la dissenteria deriva dal greco “éntera” che significa intestini.

A proposito, visto che ci sono, vi dico che nel linguaggio familiare si usa anche il termine cacarella, che ha anche un uso legato alla paura e alla cosìddetta fifa.

Quando una persona ha paura di qualcosa, si dicono spesso frasi tipo:

Durante la passeggiata, due cani mi hanno rincorso. Non ti dico che cacarella che mi ha preso!

Oggi ho l’esame di italiano. Ho una cacarella!

Allo stesso modo si usa anche “cacarsi sotto dalla paura” o “cacarsi addosso dalla paura” che però è decisamente troppo esplicito e dunque abbastanza volgare.

Tornando alla dissenteria, che non si usa mai in senso figurato, voglio dirvi che quando una persona ha il problema opposto, cioè quando non riesce ad andare al bagno, si dice che soffre di stitichezza, oppure si dice che è costipato (costipazione).

Ogni volta che vado in vacanza, dopo tre giorni sono sempre costipato. Come posso fare per combattere questa stitichezza?

Esiste anche il termine stipsi, sicuramente più usato dai medici che dalla gente comune.

Come la cacarella, anche la stitichezza viene usata in senso figurato.

Può indicare lentezza, incertezza nel produrre qualcosa o nel realizzare qualcosa, specie se si tratta di libri e più in generale di produzioni letterarie.

Nell’uso figurato c’è sempre una difficoltà “nell’uscita” di qualcosa.

Uno scrittore giudicato stitico è dunque uno scrittore che non scrive moltissimo. Magari esce un libro ogni 10 anni. Si parla dell’uscita dei libri in libreria.

Anche se ad uscire con difficoltà sono i soldi dal proprio portafogli, possiamo parlare di stitichezza.

In pratica si tratta di un modo alternativo e meno offensivo per dire che una persona spende con difficoltà, ha difficoltà nello spendere.

Normalmente di queste persone si dice che sono tirchie, taccagne, avare, spilorce, o, più gentilmente, parsimoniose (avere parsimonia è persino giudicato un pregio).

Possiamo comunque anche dire:

Giovanni, quando deve offrire il caffè ai colleghi si mostra sempre un po’ stitico.

Possiamo usare la stitichezza anche per indicare una certa difficoltà nel mostrare sentimenti:

Sono sempre stato stitico quando devo mostrare affetto, ma non lo faccio apposta.

Dai non fare lo stitico, dai un forte abbraccio ai nonni!

Adesso facciamo un nell’esercizio di ripetizione per non dimenticare che bisogna esercitarsi anche nel parlare:

Ho sempre sofferto di stitichezza

Ho una forte dissenteria

Quando mangio le prugne mi viene subito la cacarella.

Domani ho il primo esame. Che cacarella che mi ha preso!

Francesco è un po’ stitico nel mostrare sentimenti.

Quando c’è da offrire, il più stitico è sempre stato Pietro.

Tra qualche giorno andrà online anche la spiegazione del verbo dissentire, nella rubrica dei verbi professionali. Se volete ascoltare e leggere questo episodio, non vi resta che chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Un saluto.

Il canone

Il canone (scarica audio)

altre frasi idiomatiche

associazione italiano semplicemente

Trascrizione

Ci sono molte parole italiane che hanno più significati, quindi diversi significati, nonostante si scrivano e si pronuncino allo stesso modo. Inutile fare una lista qui che sarebbe lunghissima.

Ci sono poi parole particolari con significato diverso, che si scrivono nello stesso modo ma si pronunciano in modo diverso, con un accento che cade su vocali diverse.

Su questo argomento abbiamo anche fatto un bell’episodio.

Una di queste parole merita secondo me una attenzione particolare: il CANONE, il cui accento può cadere sulla lettera a oppure sulla lettera o.

Nel secondo caso si tratta di un grosso cane, un cane di grandi dimensioni.

È chiaramente un modo colloquiale per chiamare un grosso cane, ma anche se cambiamo animale o parliamo di un oggetto di grandi dimensioni rispetto alla normalità, l’accento cade sempre sulla penultima vocale della parola:

Gattone

Armadione

Omone

Donnona

Bambinone (che si riferisce anche ai comportamenti)

Casona

Eccetera.

Il canone invece, intendo quello con l’accento fonico sulla lettera a, può avere a sua volta due diversi significati.

Il più semplice ha un significato simile a abbonamento.

Si tratta di una somma di denaro, cioè una certa quantità di denaro da corrispondersi periodicamente (cioè che bisogna pagare periodicamente) per il godimento di un immobile o la prestazione di un pubblico servizio.

Ho detto che si paga periodicamente quindi c’è il canone annuo, il canone mensile, il canone settimanale, il canone giornaliero e volendo anche il canone orario.

Perché si paga il canone? Quali sono i servizi di cui parliamo?

Ad esempio c’è il canone televisivo (canone TV o canone RAI) che tutti i possessori di una tv o altro dispositivo elettronico con il quale si può vedere la tv, devono pagare allo stato.

Si chiama anche canone di abbonamento perché si tratta di un servizio periodico al quale ci si può abbonare.

Dunque il canone è un pagamento, cioè una “prestazione in denaro” , che viene corrisposta a intervalli di tempo, quale corrispettivo del godimento di un bene, generalmente in base a un contratto che è stato firmato.

Non è il caso però della tv, perché tutti in Italia devono pagare il canone tv, a meno che non si dimostri di non avere un dispositivo TELEVISIVO. È dunque una forma di tassazione.

Il canone tv si paga già da qualche tempo insieme alla bolletta dell’energia elettrica. Quando viene pagata la bolletta elettrica si paga quindi, con lo stesso pagamento, anche il canone tv.

Vale la pena di parlare, come tipo di pagamento, anche del canone di locazione, detto comunemente canone di affitto o semplicemente affitto, che è il pagamento periodico (es. mensile) che si effettua per il godimento di un bene immobile: un appartamento, un garage ecc.

Si chiama normalmente affitto, oppure anche fitto, o in alcuni casi anche noleggio, o nolo. Solitamente noleggio si usano per le automobili, i furgoni, gli autobus, le barche eccetera.

Il nolo si può usare al posto di noleggio, ma normalmente si usa per indicare il prezzo per il trasporto di merce via nave o aereo.

Ma il canone (sempre con l’accento sulla a) è anche un’altra cosa.

Infatti può essere una specie di riferimento, di schema cui si fa riferimento per fare una valutazione.

Es:

Secondo i canoni di bellezza di un tempo, le donne in carne erano considerate molto belle e quelle magre non erano affatto considerate attraenti.

Normalmente si usa il plurale in questo uso: i canoni.

I canoni di bellezza attuali sono altri.

Potremmo dire che ognuno di noi ha un proprio canone di valutazione delle cose, o anche un proprio canone di giudizio.

Stiamo parlando di un criterio logico, di uno schema di valutazione, o anche di gusti personali, basati su considerazioni personali.

A me magari piacciono le donne alte e bionde e a Paolo quelle more e piccoline. Evidentemente i miei canoni di valutazione sono diversi da quello di Paolo.

Interessante che con questo tipo di canoni si possa usare anche il verbo rispondere:

Questa donna risponde ai canoni di bellezza del 1700

Vale a dire che se fosse vissuta nel 700 sarebbe stata considerata bellissima. Rispondere in questo caso è simile a soddisfare.

Andiamo però al di là dei gusti e della bellezza.

Si può usare infatti anche con i requisiti:

Questo attore non risponde ai canoni/requisiti richiesti dal regista

Dunque i canoni sono simili ai requisiti.

Il teatro risponde ai canoni architettonici propri del periodo.

La costruzione di questo convento risponde ai canoni classici dell’architettura romanica.

Canone a questo punto è anche simile a caratteristica, modalità, gusto, concetto.

Si usa molto anche nel linguaggio giuridico:

Es:

Questo comportamento dell’amministrazione pubblica non risponde al canone costituzionale previsto dall’articolo 97.

Non so se questo episodio risponda ai canoni della lezione di italiano della maggioranza di coloro che studiano la lingua italiana.

Spero di sì.

Per finire vi faccio notare che canone somiglia anche a “regola”:

I canoni di giudizio delle persone sono diversi. È vero o no?

Quali sono i canoni di giudizio adottati da una giuria che deve decidere quale atleta ha fatto la migliore performance?

Cioè: secondo quale criterio, secondo quali regole di giudizio? Quali sono le caratteristiche da rispettare? Quali sono i parametri di valutazione?

Quest’ultima è la versione probabilmente più tecnica.

Spero che l’episodio sia stato di vostro gradimento e ricordo a tutti che diventando membri dell’associazione Italiano Semplicemente potrete avere accesso a tutti gli episodi e a tutti i nostri audio-libri in formato pdf e mp3 da ascoltare durante il tempo libero o anche mentre fate un giro nel parco col vostro canone!

Un saluto da parte mia.

Caspita!

Caspita! (scarica audio)

altre frasi idiomatiche

associazione italiano semplicemente

Video YouTube

Trascrizione

Qual è la seconda parola che un non madrelingua impara della lingua italiana?

“Ciao” è sicuramente la prima. Per la seconda, credo che in molti casi si tratti di “cazzo”.

Le parolacce hanno evidentemente un fascino irresistibile per chi impara una nuova lingua.

Se però non volete dire parolacce, in tutte le occasioni potete usare una parolina molto più gentile.

Si tratta di “caspita“.

La si può usare ad esempio come singola esclamazione per esprimere stupore o meraviglia, e rispetto alla parolaccia di cui sopra, la si può usare in modo più appropriato quando si tratta di cose positive e non solo brutte notizie:

Caspita, come ti sta bene questo vestito!

Hai saputo che Giovanni ha avuto 7 figli?

Risposta: caspita!

Si può esprimere anche impazienza e in questi casi si aggiunge “che” per far capire che non sono stupito ma irritato e questa è veramente un’alternativa alla parolaccia:

Che caspita! Quanto ci mette per prepararsi la tua ragazza! Siamo già in ritardo per la cena!

Oppure si esprime offesa, risentimento, sempre con “che”:

Che caspita! sono due volte che mi rispondi male. La prossima volta prendo e me ne vado!

Si può usare anche all’interno di una frase per sottolineare la propria irritazione e contrarietà:

Che caspita ha detto il professore? Non ho capito un’acca della sua spiegazione.

Ti ho tradito? Che caspita stai dicendo!

In questi casi potremmo anche togliere caspita e la frase sarebbe meno colorita ma avrebbe lo stesso senso.

Esiste anche il diminutivo “caspiterina” che si può usare in tutti i modi visti finora. Certo, quando esprimiamo contrarietà o irritazione, non si raggiunge così lo stesso livello di rabbia ma l’obiettivo è proprio questo. Il senso è leggermente attenuato anche quando siamo stupiti.

Caspiterina, oggi l’episodio è durato veramente poco! Se volete però ne abbiamo un altro simile in cui ci siamo occupati di disappunto.

Vi parlo di disappunto perché ad esempio alcuni episodi presenti sul sito di italiano semplicemente potrebbero farvi esclamare espressioni come diamine! Oppure maledizione, accidenti, mannaggia. Questo perché non tutti gli episodi sono disponibili per tutti ma solo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

In questi casi potete usare anche “caspita” , ma avendo l’accorgimento di usare “che caspita”. Solo in questo modo trasmettete irritazione e non solo stupore.

Se poi volete evitare di arrabbiavi invece basta diventare membri. È facile, economico e, come se non bastasse, vi farete tanti amici. Ti aspettiamo!

Vuotare il sacco e sputare il rospo

Video YouTube

Trascrizione

Vuotare il sacco e sputare il rospo sono due modalità simili per dire che bisogna dire, o meglio “confessare” qualcosa.

Questo qualcosa che viene nascosto, potrebbe essere un segreto, e per questo si può usare il verbo confessare, come se si trattasse di un peccato da confessare ad un prete.

Dunque se io dico a una persona che deve vuotare il sacco (a volte si usa a che svuotare il sacco) le sto dicendo che deve confessare, che deve avere il coraggio di dire ciò che invece sta nascondendo.

Vuotare il sacco è una frase molto usata nei film e pochissimo nella realtà. Sputare il rospo è invece di uso molto più frequente, sebbene l’immagine del rospo “sputato” non è che sia il massimo dell’eleganza.

Certo è che un rospo in bocca dà fastidio. Si vuole trasmettere l’idea del peso di questo segreto, di quanto possa essere liberatorio confessare un segreto. o semplicemente dire la verità.

Sputa il rospo, chi ti ha passato la soluzione del compito di matematica?

Gira la voce che sei fidanzato. Dai sputa il rospo, chi è questa ragazza fortunata? Confessa!

Si usa sempre in contesti abbastanza scherzosi e amichevoli, quindi è preferibile che anche voi lo usiate con amici e parenti piuttosto che coi vostri professori o col vostro direttore, altrimenti saranno loro a dirvi:

Sputa il rospo! Chi ti ha insegnato questa espressione?

772 Come un fulmine a ciel sereno

Come un fulmine a ciel sereno (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai visto un fulmine? Un fulmine, anche detto saetta, è un fenomeno atmosferico legato all’elettricità nell’aria e consiste in una scarica elettrica di grandi dimensioni. Quando c’è un temporale può capitare di vedere dei fulmini e di sentire dei tuoni.

Prima arriva il fulmine e poi si sente il rumore del tuono, essendo la velocità della luce maggiore di quella del suono.

Un temporale: cos’è? Lo possiamo definire come una violenta perturbazione atmosferica, accompagnata da tuoni, lampi e fulmini oltre a poggia e spesso anche vento.

Dunque ci vuole un temporale, le nuvole e la pioggia per vedere un fulmine?

No, perché esistono anche i fulmini a ciel sereno.

Si tratta naturalmente di una espressione idiomatica.

Quando sembra tutto andar bene, quando tutto sembra tranquillo, senza problemi, quando tutto procede regolarmente, può arrivare un fulmine a ciel sereno, cioè può accadere qualcosa di sconvolgente.

Ma non si tratta di un temporale improvviso quando il cielo è sereno, cioè sgombro dalle nuvole, ma di un avvenimento inaspettato e che ci cambia la vita. Almeno questa è la sensazione che si ha quando usiamo questa espressione.

La vita era tranquilla in Ucraina. Nessuno si aspettava ciò che è accaduto dal 24 febbraio 2022.

La guerra è arrivata come un fulmine a ciel sereno e ha sconvolto la vita di milioni di persone.

Non è detto che le cose siano comunque sempre di questa gravità.

Es:

La mia fidanzata ha deciso di lasciarmi. Stavamo bene insieme, almeno io stavo bene e credevo anche lei. Per me è stato come un fulmine a ciel sereno.

Possiamo usare questa espressione quando si verificano eventi spiacevoli, o almeno sgraditi, ma spesso persino sconcertanti, che arrivano in modo del tutto improvviso.

Il fatto di essere inaspettati, inattesi, il fatto che non ci fosse niente che potesse farli presagire è rappresentato dal cielo sereno, cioè senza nuvole.

Il fulmine è ovviamente l’evento negativo e inatteso.

In questo caso il fulmine è visto come qualcosa di sconvolgente e negativo, ma non sempre è così.

Infatti si può associare anche all’amore, o meglio all’innamoramento cioè l’inizio della passione amorosa.

Anche l’amore può essere sconvolgente e si può dire, volendo, che l’amore arriva spesso come un fulmine a ciel sereno.

Si dice spesso anche di essere stati fulminati dall’amore. Avete presente il colpo di fulmine?

Se due persone si incontrano e subito si innamorano tra loro, al primo incontro, al primo sguardo, ebbene, quello è un colpo di fulmine: un innamoramento improvviso e non necessariamente (purtroppo) reciproco.

Si usa spesso anche il verbo “folgorare“, del tutto simile a “fulminare“, che significa colpire con un fulmine o una qualunque scarica elettrica. Ma anche l’amore, ancora una volta, può folgorare.

Sono stato folgorato dalla bellezza di Maria!

La sua bellezza è folgorante!

Purtroppo si usa anche nel senso di morire, con una scarica elettrica ma anche spesso con arma da fuoco o persino da una malattia improvvisa e inaspettata: una malattia folgorante.

Fulminare e folgorare si usano anche con riferimento allo sguardo.

La mia fidanzata, appena mi ha visto che sorridevo ad un’altra ragazza, mi ha folgorato/fulminato con lo sguardo!

Non deve essere piacevole, voi che ne dite?
Adesso ripassiamo perché pare sia caduto un altro fulmine in Brasile, anche se il cielo non era affatto sereno…

Andrè: Come se non bastasse il Covid, sono da far strabuzzare gli occhi i numeri dei casi di Dengue che sono stati resi noti ieri sera dalle autorità sanitarie brasiliane. Sono già confermati più di tremila casi solo nella mia città (Araraquara) nel 2022! Solo coloro che l’hanno già presa conoscono le peculiarità di questa malattia, e anche se quasi non se ne parla, di scomparire la pandemia covid non ne vuole sapere!
Una scomoda realtà per un paese che da 2019 viene condotto dallo Schettino brasiliano. Si salvi chi può!! Ma quando se ne va? Anche di questo per ora non se ne parla, ma alle elezioni di ottobre non manca molto. Che Dio ce la mandi buona .

Segue una spiegazione del ripasso.

767 Braccia conserte, di conserto

Braccia conserte

(scarica audio)

Trascrizione

Vediamo oggi un aggettivo cghe viene usato spessissimo, se non esclusivamente, alle braccia: Conserte. Ovviamente in questo caso l’agettivo è plurale femminile, come le braccia, appunto.

Le braccia conserte indica le braccia incrociate su petto, quindi intrecciate.

Quando le braccia sono conserte, sono quindi incrociate. Si usa parlare di braccia conserte quando parliamo di linguaggio del corpo. Potrei avere freddo, naturalmente, ed è per questo che tengo le braccia conserte ma in genere si esprime qualcosa di diverso.

Una persona che tiene le braccia conserte assume una posizione particolare.

Se sto assistendo a qualcuno che parla e mi trovo in piedi, è molto probabile che io incroci le braccia. Probabilmente perché non saprei dove altro metterle. Le potrei mettere in tasca. Questa è un’alternativa adottata a volte.

Altre volte invece questa posizione rappresenta un atteggiamento di chiusura, vale a dire che non siamo disposti, se teniamo le braccia conserte, a mettere in discussione le nostre idee, quindi è un modo per isolarci. In altre occasioni può essere un gesto che mostra sicurezza di sé.

Stare ma soprattutto restare a braccia conserte, è una espressione che indica la non azione, il non far nulla.

Es:

Di fronte al rischio di una guerra, non si dovrebbe restare a braccia conserte

Cioè: bisogna invece fare qualcosa, per impedire la guerra

Se voglio qualcosa dalla mia vita non poso restare a braccia conserte ad aspettare che il destino mi aiuti, ma devo fare qualcosa!

Attenzione perché “conserto”, al singolare, è presente nella locuzione “di conserto“, una locuzione abbastanza formale che sta a significare una decisione presa “di comune accordo“, quindi insieme.

Abbiamo deciso di conserto che è il momento di fare la pace.

Gli stati europei devono muoversi di conserto

Muoversi o fare qualcosa di conserto significa muoversi insieme, prendere decisioni insieme, decisioni che vanno nella stessa direzione attraverso degli accordi.

Anche questa è una espressione piuttosto formale.

Gli accordi e le intese, ancor più che le decisioni, vengono prese di conserto, altrimenti che accordi sono?

Spesso di usa anche “d’intesa“:

Agire d’intesa = agire di conserto

I carabinieri, d’intesa con la polizia, hanno fatto le indagini

Il comune di Roma, d’intesa col Ministero, promuove la settimana della cultura

Il presidente dell’associazione, d’intesa con tutti i membri, ha deciso la data della prossima riunione

Sicuramente d’intesa è una forma più utilizzata rispetto a “di conserto“.

Poi dovete sapere che “di concerto” ha lo stesso significato di “di conserto” quindi si parla sempre di un accordo, di un comune accordo. Non è un caso che durante un concerto ci siano molti strumenti a suonare tutti insieme.

Quindi agire di concerto o andare di concerto significano ancora una volta agire insieme, di comune accordo, procedere insieme. Però per le braccia non vale la stessa cosa. Le braccia possono solamente essere conserte, con la lettera esse.

Esiste anche a la concertazione (solamente con la lettera c) che è, nel linguaggio giornalistico e politico, un modo di operare, una prassi di reciproca consultazione e di azione congiunta tra le forze sociali e il governo sui maggiori temi della politica economica.

Adesso ripassiamo:

Danielle: dottore, ho un problema. Non riesco a smarcarmi dallo studio della grammatica. Anzi le dico che mi diverte persino a volte. È grave dottore?

Estelle: grave? Gravissimo! Provo una tremenda invidia però! Anch’io studio italiano ma la trovo veramente pesante la grammatica.

Irina: ma senti questi! Parlare della grammatica di venerdì! Vivaddio non ne ho più bisogno adesso! Ma anche lei, benedetto dottore! Non conosce I risvolti negativi delle regole grammaticali sull’umore?

Lo zoccolo duro

Lo zoccolo duro (scarica audio)

Video

Video YouTube

Audio

Benvenuti su Italiano semplicemente.

Spesso si sente parlare di “zoccolo duro“, che è un’espressione usata soprattutto nella politica italiana. In questo ambito indica gli elettori che non cambiano idea facilmente e che quindi continuano a votare per un partito anche se cambiano le condizioni o si verificano eventi particolari come dichiarazioni politiche o decisioni particolari dei leader di un partito che possono far cambiare idea agli elettori.

Lo zoccolo viene definito “duro” ad indicare una rigidità, quindi il contrario di “morbido”. Una cosa morbida infatti può modificarsi nella forma.

In realtà l’espressione si può usare in tutti i casi in cui c’è un gruppo di persone con opinioni o interessi comuni che sono più resistenti e difficilmente cambiano idea nel sostenere una causa o nel praticare un’attività nonostante il verificarsi di qualcosa che potrebbe ridurne il numero.


zoccolo e istogramma

Ad esempio si potrebbe parlare dei tifosi più violenti all’interno del gruppo dei tifosi di una squadra di calcio. Allora lo zoccolo duro è quella percentuale di tifosi violenti che non si riduce più nonostante siano aumentate le pene e i controlli della polizia.

Oppure si potrebbe parlare dei no-vax e di un nuovo vaccino più sicuro degli altri. Cosa succede ai no-vax? Si riducono? Scompaiono completamente? Oppure c’è uno zoccolo duro di no-vax che resta contrario ai vaccini nonostante tutto?

Si potrebbe parlare anche dello zoccolo duro della resistenza in Ucraina sottoposta ai continui bombardamenti russi: tale zoccolo duro è composto da chi non si arrende mai, fino alla fine.

L’uso del termine zoccolo (rigorosamente al maschile, mi raccomando, altrimenti diventa una parolaccia) non si riferisce, almeno in teoria, allo zoccolo degli animali, ma pensate alla forma dello zoccolo che somiglia ad un piccolo istogramma, cioè alla rappresentazione grafica di dati numerici (una possibile rappresentazione grafica).

Tra l’altro lo zoccolo è anche una calzatura di legno, una scarpa di legno; e se pensate alla forma dello zoccolo, e soprattutto al tacco di legno, questo ha una forma squadrata anch’essa simile ad un piccolo istogramma.

L’episodio finisce qui, e approfitto per ricordarvi la pagina in cui ci sono tutte le altre espressioni idiomatiche del sito. Basta andare sul menu’ in alto: livello intermedio e poi cliccare su frasi idiomatiche e modi di dire. Vi ricordo infine i due audiolibri dedicati alle espressioni idiomatiche che potete trovare sia in PDF e MP3, (1 audiolibro2 audiolibro) sia in versione kindle (1 audiolibro2 audiolibro) che cartacea su Amazon.

Inoltre vi ricordo che diventando membri dell’associazione Italiano Semplicemente potrete avere accesso a tutti gli episodi audio del sito (sono circa di 2000 per ora) suddivisi per categoria: principianti, intermedio, italiano professionale, politica italiana, italiano commerciale, italiano per ispanofoni, per cinesi e a tutti gli audiolibri, nonché partecipare alla discussione quotidiana sul nostro gruppo whatsapp.

Un saluto a tutti da Giovanni.

Spero che uno zoccolo duro di voi sia arrivato a leggere tutto l’episodio fino alla fine!

Voltarsi dall’altra parte

Voltarsi dall’altra parte

(Scarica audio)

Trascrizione

Sofie:

L’Italia non intende voltarsi dall’altra parte

Sono queste le parole del presidente del consiglio italiano Draghi di ieri, 1 marzo 2022 nel commentare il conflitto Ucraina – Russia.

Questo episodio speciale vuole essere un omaggio e un incoraggiamento alla nazione Ucraina in questo momento difficile.

Non possiamo farlo se non con uno dei nostri episodi.

Avete ascoltato all’inizio l’inno nazionale ucraino, il cui titolo è “non è ancora morta l’Ucraina”, un titolo veramente titolo emblematico e quantomai calzante.

Voltarsi dall’altra parte è ovviamente un’espressione figurata.

Si può dire che esprime il concetto contrario della locuzione “venire incontro” che abbiamo trattato all’interno della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Voltarsi significa girarsi, voltare lo sguardo, guardare da un’altra parte, dirigere il nostro sguardo e la nostra attenzione altrove, cioè da un’altra parte, in un’altra direzione.

Gli italiani non possono farlo. L’Europa non può farlo. Il mondo intero non oui farlo.

Naturalmente voltarsi significa anche, fisicamente, voltare sé stessi. Voltarsi è un atto, cioè indica il movimento di voltarsi, anche cambiando o invertendo la direzione di marcia.

Compare molto spesso in espressioni figurate, anche in modo non riflessivo (voltare). Espressioni che anche il presidente Draghi avrebbe potuto usare con un senso simile:

Voltare la faccia

Voltare la schiena

Voltarsi indietro

Voltare le spalle

Quest’ultima è particolarmente indicata quando si rifiuta di aiutare qualcuno ignorandolo, privandolo della meritata considerazione.

Ma noi non lo faremo. Non voteremo le spalle all’Ucraina e neanche la faccia. Non le volteremo la schiena, non ci voteremo indietro.

Viva l’Ucraina.

Irina: viva l’Italia.

Accreditare – VERBI PROFESSIONALI (n.78)

Accreditare

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Verbo professionale numero 78: Accreditare.

Un verbo che ha più significati. Questo accade perché contiene il termine credito, che da una parte si riferisce ai soldi, al denaro e dall’altra ha a che fare con la credibilità.

Il credito infatti, quando parliamo di soldi, c’è sempre di mezzo una banca.

È il contrario di debito. Infatti il credito è la cessione di una somma di denaro da parte del creditore (in genere una banca) contro l’impegno di restituzione futura da parte del debitore (colui, il cittadino, che chiede i soldi in prestito).

Chi prende soldi in prestito ha un debito con chi li dà in prestito.

Ma il credito, dicevo, ha a che fare con la credibilità, con la fiducia, la stima, prestigio. Un termine diffuso e usato soprattutto in ambito commerciale.

Posso dire ad esempio che:

ci sono dei prodotti che vanno acquistando sempre più credito.

Notate come si usi, anche quando si parla di fiducia e non di soldi, il verbo acquistare, nel senso di avere, conquistare, assumere, acquisire, prendere.

Il credito si può acquistare similmente alla fiducia, quando non si deve più dimostrare il proprio valore perché l’abbiamo già fatto.

Allora, visto che ci sono queste due possibilità nel parlare di credito, allora ci sono due possibilità anche per il verbo accreditare.

Nel linguaggio bancario o commerciale, significa eseguire un’operazione di accreditamento. Se si accredita un importo a qualcuno, si danno dei soldi a questa persona. Possiamo anche dire che si fa un accredito su quel conto bancario. Accredito e accreditamento sono la stessa cosa nel linguaggio bancario.

Il passaggio di denaro avviene però attraverso le banche.

La cifra di 1000 euro è stata accreditata nel (o sul) tuo conto.

Mi hanno accreditato 4000 euro.

Qualcuno evidentemente ha disposto un bonifico a mio favore pari a quella cifra. Adesso la posso spendere poiché mi è stata accreditata sul conto bancario.

Dall’altro lato accreditare significa rendere credibile, quindi simile anche a avvalorare, cioè dare valore.

Si può accreditare un fatto o anche un’opinione o delle voci che si sentono in giro.

Es:

Alcune fonti accreditano la voce delle dimissioni del presidente.

Quindi secondo queste fonti, questa voce delle dimissioni è credibile. Si tratta di notizie credibili: probabilmente è proprio vero che il presidente si dimetterà.

Accreditare è quindi rendere credibile nel senso di dare credito. Può significare anche semplicemete credere, fidarsi, ascoltare, sempre nel senso di credere.

Non puoi accreditare delle voci di corridoio!

Non puoi dare credito a delle voci di corridoio!

Quando credete in una opinione di una persona o a delle cose che sì sentono, state accreditando questa opinione, le state dando credito.

Potete decidere di dare credito ad una persona oppure di non darle credito. È analogo a accordare fiducia, o accordare credito.

Anche “dare credito” si può usare in senso economico. Però significa prestare dei soldi, soldi che normalmente vengono accreditati sul conto della persona che chiede credito alla banca.

Dare/concedere credito, in senso economico, lo usano solo le banche, e quando una banca dà o concede credito a una persona, nel senso che gli presta dei soldi, se ci pensate, ha anche fiducia che questi soldi vengano restituiti.

Per questo motivo il credito ha a che fare sia col denaro che con la fiducia.

Si è detto prima che accreditare è sinonimo di avvalorare. Questo è un verbo che abbiamo già visto.

Non sono però proprio uguali, infatti avvalorare significa , come visto, aumentare il valore, la credibilità. Simile a rafforzare.

Inoltre avvalorare non si usa, se non molto raramente, parlando si parl di valore economico.

Col verbo accreditare poi, non vogliamo (come accade con avvalorare) aggiungere qualcosa che renda maggiormente credibile una opinione, ma semplicemente riporre la nostra fiducia su qualcosa, anche a costo di subire le conseguenze di un eventuale errore di valutazione.

In ambito professionale si usa anche nel senso di stima e prestigio di una persona, non solo di un prodotto, come abbiamo visto inizialmente.

Una persona, quando si dice che è molto accreditata, vuol dire che ha acquistato credito, che viene stimata in ambito professionale.

Si fa sempre riferimento al suo mestiere in questi casi, oppure si fa riferimento a qualcosa di particolare, una particolare attività che lo vede spiccare rispetto agli altri, ma questo non vale solo per le persone.

Giovanni è un avvocato molto accreditato nella sua città

Un professionista tra i più accreditati in città nel suo mestiere

L’ospedale di cui stiamo parlando è molto accreditato per la cura delle malattie del sangue.

Stiamo parlando di stima, di notorietà, di credibilità acquisita da un medico o da un ospedale, grazie alle capacità mostrate in passato.

Infine è importate sapere che a volte non è questione di stima, ma semplicenete parliamo di accreditamento:

Ho fatto un Corso di formazione pratico online accreditato (dal) MIUR

Il MIUR è il mistero università e ricerca.

Posso anche dire che:

l’ente di formazione è un ente accreditato dal MIUR.

Non vuol dire che il MIUR ha fiducia o stima in quesito corso o in questo ente, ma che l’ente ha ricevuto un accreditamento dal ministero.

Un accreditamento è una attestazione della capacità di operare. Il MIUR ha riconosciuto a questo ente di avere le capacità richieste. Quindi un corso presso questo ente è riconosciuto dal MIUR.

Per l’ente è come avere una certificazione, perché essere accreditato presso un ente pubblico attribuisce credibilità. In termini di qualità, rispetto dell’ambiente, igiene, sicurezza, ecc. L’accreditamento si usa nelle questioni l particolarmente importante, nella sanità, sicurezza sociale, educazione, attività commerciali, attività di laboratorio e certificazioni. Dobbiamo essere sicuri di poterci fidare di una persona o un ente accreditato.

Ecco la fiducia e la stima di cui si parlava prima.

Del verbo screditare parliamo in un altro episodio.

Vi ho parlato dell’accreditamento che è ciò che ci viene concesso quando viene certificata una competenza particolare. Ma se ricordate all’inizio ho detto che nel linguaggio bancario accreditamento e accredito sono la stessa cosa: un versamento di una somma di denaro su un conto bancario.

Ma un accredito (solo accredito stavolta) è anche una autorizzazione formale ad assistere a un evento, concessa in particolare ai giornalisti.

ricevere l’accredito per un concerto

Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione.

Ripetete dopo ogni frase che ascolterete pronunciare dai membri dell’associazione Italiano Semplicemente:

Ulrike: Accreditare

Bogusia: Finalmente mi hanno accreditato lo stipendio

Komi: Accredito

Marcelo: Quando avverrà l’accredito dello stipendio?

Komi: L’accredito avviene il giorno 27 di ogni mese.

Komi: Accreditamento

Albéric: Abbiamo ricevuto un accreditamento da parte del ministero

Irina: Non vorrai mica accreditare queste chiacchiere che girano su di me, vero?

Marcelo: Sono solamente voci. Non gli do nessun credito.

Albéric: È un’azienda che gode di parecchio credito presso gli italiani

Karin: Puoi prestarmi il telefono? Il mio non ha più credito

Peggy: ricevere l’accredito per un concerto

Komi: Concedere l’accredito per entrare allo stadio

Ci vediamo al prossimo verbo professionale.

Soprassedere – VERBI PROFESSIONALI (n.77)

Soprassedere (scarica audio)

soprassedereTrascrizione

Giovanni: Verbo professionale numero 77.

Lo so, i verbi professionali sono più complicati degli altri verbi, perché si usano meno di frequente e quando li usiamo dobbiamo essere sicuri. Comunque se volete soprassediamo. Oppure vado avanti?

Se soprassediamo però non potrò spiegarvi questo verbo. Cercherò di essere abbastanza veloce allora.

Il verbo soprassedere (lo avete capito) è quello che vi spiego oggi. E’ un verbo molto adatto per le riunioni di lavoro.

E’ adatto anche ogni volta che ci sono decisioni da prendere.

Infatti soprassedere significa rinviare ad altra occasione una decisione o l’attuazione di quanto già avevamo programmato. In pratica è molto simile a “rimandare”. Quest’ultimo è ovviamente quello più usato in tutte le occasioni, ma soprassedere è la sua versione formale.

Quando dobbiamo preferirlo a rimandare dunque?

Quando siamo seduti?

Sembra una battuta, ma in effetti se siamo seduti in una riunione abbiamo certamente un programma, un ordine del giorno, qualcosa di cui parlare, e quando decidiamo di soprassedere su uno dei punti all’ordine del giorno quello che facciamo è spostare quel punto ad altra occasione.

“Sedere” lo dobbiamo intendere come verbo, non come sostantivo, nel senso di “stare”.

Quindi soprassedere è come “stare sopra” e questo non c’entra nulla col senso che vi ho appena spiegato. Il fatto è che il verbo si usa anche (ma molto raramente) nel senso di dominare, sovrastare.

Il senso che ci interessa invece è quello di rimandare, ma possiamo anche usare il verbo “differire“, altrettanto formale che soprassedere.

La mia proposta è di soprassedere fino a quando non saranno presenti tutti i ministri

Questo è un esempio di utilizzo del verbo….

Trascrizione completa disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Vuolsi così colà dove si puote

Vuolsi così colà dove si puote (scarica audio)

Trascrizione

Ecco a voi un’altra celebre frase della Divina Commedia, di Dante Alighieri, che, al pari di altre, è utilizzata anche ai giorni nostri.

La frase:

Vuolsi così colà dove si puote

Una frase che suona magnificamente, e a mio parere una frase del genere non poteva non trovare una sua applicazione anche nel linguaggio moderno.

Vediamo prima cosa significa e quando è stata usata da Dante, così da capire anche come usarla e in quale occasione.

Siamo all’inferno e Dante la utilizza ben due volte. Vediamo le singole parole.

Colà è un termine che oggi non si usa ma significa “là” , quindi indica un luogo e precisamente indica il paradiso, che è il luogo in cui si trova Dio.

È proprio là (colà) che si prendono le decisioni, è il luogo in cui si decidono le cose. Ma là dove?

Ce lo dice la parte finale:

dove si puote

cioè dove si può, dove si può tutto, dove tutto è possibile. Si parla del paradiso, perché è là che c’è Dio, e Dio infatti può tutto.

Vuolsi significa invece “si vuole” e anche vuolsi non è un termine usato oggi nella lingua italiana, come neanche il termine “puote“, tra l’altro.

Vuolsi così colà dove si puote

Si vuole così, là, in paradiso, dove tutto si può.

Questo è il senso della frase.

In pratica si potrebbe dire è che “questa è la volontà di chi comanda, chi detiene il potere”.

Prima Dante la usa all’inizio del suo viaggio infernale, in una frase nei confronti di Caronte, il cosiddetto traghettatore delle anime dei morti, cioè colui che trasportava le anime per passare da una sponda all’altra del fiume Acheronte.

Infatti Caronte non lo voleva trasportare a Dante perché lui non era morto ma vivo. E lui portava solo anime quindi non si trattava di persone vive.

Ma poi di fronte alla volontà di Dio, non poteva certo far nulla neanche Caronte.

Lo stesso invito viene fatto più tardi a Minosse e anche questa volta si fa riferimento alla volontà divina alla quale devono obbedire tutti.

E allora tutti, anche oggi, possiamo usare questa espressione, ovviamente in senso ironico, nel momento in cui voglio esprimere un concetto semplice:

Inutile lamentarsi, inutile cercare di obiettare contro una decisione che viene dall’alto. Bisogna obbedire e basta, perché così è stato deciso.

Chiunque venisse paragonato a Dio, ovviamente, non può essere fatto che in senso ironico.

Siamo evidentemente in una situazione in cui c’è un capo, qualcuno che comanda e la sua volontà o le sue decisioni non possono essere messi in discussione, perché quello è un vero e proprio ordine e non possiamo far nulla per opporci.

Non vi garantisco però che tutti gli italiani vi capiranno! Diciamo che un dieci per cento, più o meno, degli italiani potrebbe capire subito il senso della vostra frase.

Di certo comunque vi capirà il vostro professore di lingua italiana!

Quindi, se vi chiederà se avete fatto tutti i compiti da lei/lui assegnati, voi potrete rispondere:

Certo che li ho fatti, vuolsi così colà dove si puote!

A quel punto non potrete mai essere bocciati!

Oppure, ancora più adatta se la usate quando qualcuno si lamenta di qualche decisione di una persona importante, e voi gli fate presente che è inutile lamentarsi.

Esercizio di ripetizione adesso. Impariamo a pronunciare la frase. Ripetete dopo di me:

vuolsi

così

Vuolsi così

colà

Colà dove si puote

Vuolsi così colà dove si puote

Giulio Cesare e la lingua italiana

Descrizione:

Alcune curiosità su Giulio Cesare e sui legami con la lingua italiana.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA.

Audio e trascrizione: durata: 12:53

– – — – – – – – –

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

– – – –

Audio-libri in versione KINDLE e CARTACEA (+MP3)

Video YouTube

Donazione per Italiano Semplicemente

Associazione italiano Semplicemente

Caldeggiare – VERBI PROFESSIONALI (n.76)

Caldeggiare

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Trascrizione

Giovanni: brrrr, che freddo che fa vero?

Magari adesso in altre parti del mondo però fa caldo, anzi sicuramente è così!

Comunque non voglio parlare del tempo oggi. Dovevo però trovare un modo non banalissimo per introdurre il verbo professionale n. 76: caldeggiare.

Non si usa certamente parlando del tempo che fa, del caldo e del freddo e a dire il vero non si usa neanche molto al di fuori di contesti lavorativi o almeno è più spesso usato da giornalisti, per iscritto nei notiziari, nei tg eccetera.

Caldeggiare non è affatto slegato dal concetto di caldo, ma più propriamente è legato al calore, inteso in senso figurato.

Infatti caldeggiare significa Sostenere, appoggiare con calore, con impegno.

Si usa spesso con le proposte:

caldeggiare una proposta

Una proposta, o un’iniziativa, o un’ipotesi, hanno bisogno di essere caldeggiate, perché un semplice “sono d’accordo” o “sono favorevole” non bastano. Le proposte, per avere possibilità di realizzarsi, hanno bisogno di un sostegno caloroso, hanno bisogno di una spinta soprattutto emotiva, vigorosa, convinta. Bisogna favorire questa proposta, difenderla se qualcuno la osteggia, la ostacola, la contrasta. Questo è caldeggiare:

Io caldeggio fortemente la tua iniziativa

Spesso si aggiunge qualcosa come un avverbio di questo tipo per dare maggiormente l’idea del sostegno convinto.

Si usa come verbo anche con le candidature politiche, quindi in modo simile a sostenere una candidatura.

Caldeggiare una candidatura significa augurarsi che questa persona sia eletta perche si crede in lei.

Sostenere può dare a volte un’idea diversa.

Un gruppo politico, un partito può sostenere una candidatura. Significa che la propongono a loro rappresentanza, ma si esprime una preferenza, una scelta, magari frutto di un compromesso, di accordi. Magari questa scelta era l’unica possibile o anche peggio, è stata imposta da qualcuno, il leader del partito ad esempio. Niente di più.

Caldeggiare invece racchiude un convincimento nel sostenere questo candidato o un’idea qualunque.

Se si tratta di una proposta si tratta di appoggiarla con calore, con convincimento, anche in confronto ad altre proposte.

Se si tratta di una iniziativa, si esprime un “sono d’accordo” ma più convinto:

dai! Sì, è un’ottima idea!

Ma questo è troppo amichevole e informale!

Riguardo alle differenze rispetto al verbo sostenere, ci sono da dire altre cosette interessanti.

Il verbo “sostenere” può anche voler indicare un sostegno di tipo economico, cosa che non riguarda il verbo caldeggiare.

Caldeggiare, poi, sfiora anche il concetto di “augurarsi” e “sperare“, “volere“, “desiderare” ma c’è qualcosina in più solitamente, come una spinta, un aiuto, o almeno una forte volontà di avere una influenza per favorire questa iniziativa o proposta.

Il ministro caldeggia l’ipotesi di una interruzione della didattica a distanza

Quindi il ministro si mostra favorevole a questa sospensione, è d’accordo, la vorrebbe favorire e probabilmente lo farà.

Il convincimento ha la meglio rispetto al semplice sostegno, che spesso va anche interpretato come qualcosa di ufficiale, similmente ad “appoggiare” e “promuovere” come una dichiarazione pubblica o come un incoraggiamento, una protezione:

Il nuovo presidente è sostenuto da una maggioranza ampia

Gli elettori in piazza hanno sostenuto il sig.. Rossi come candidato alla presidenza

Ho bisogno del vostro sostegno, sono molto triste!

Poi sapete che sostenere ha anche un senso materiale, simile a reggere, tenere, con le mani ad esempio per non far cadere qualcosa, poi si può sostenere un peso, anche in senso figurato, come sostenere il peso di una responsabilità.

Infine, si sostiene anche nel senso di “dire”, “affermare”, “credere

Giovanni sostiene di aver ragione.

Niente di tutto ciò ritroviamo in caldeggiare. caldeggiare è più semplice, con un significato ben preciso.

Può somigliare anche a “raccomandare“:

Raccomando di scegliere Giovanni come presidente

cioè:

Io caldeggio Giovanni come scelta per la carica di presidente

Cioè:

secondo me dovreste scegliere lui, puntate su di lui. E’ un consiglio appassionato.

Anche il verbo “promuovere“, come ho accennato prima, si avvicina, pur avendo anche altri significati come verbo.  Comunque promuovere si usa spesso con le iniziative che si vogliono favorire, dare impulso.

Promuovo l’iniziativa da te proposta, mi piace molto.

Come a dire: per me è ok, per me va bene. Un senso simile ma come detto promuovere ha anche altri significati.

I verbi che esprimono il significato opposto sono contrastare, ostacolare, osteggiare.

Esercizio di ripetizione:

Caldeggiare

Caldeggiare una proposta

Caldeggiare un’iniziativa

Piace anche a me l’iniziativa da te caldeggiata

L’ipotesi da te caldeggiata non può non essere interessante

Questa strada è caldeggiata da tempo dal direttore. Dovremmo pensarci seriamente anche noi

Caldeggio la tua idea di prenderci una pausa di riflessione.

Tra le tante ipotesi in campo, le Regioni sembrano caldeggiare la prima.

Un piano caldeggiato da tutta la maggioranza

L’ipotesi di un governo tecnico sembra essere caldeggiato dall’Unione europea

Ci vediamo al prossimo verbo professionale

Avvalorare – VERBI PROFESSIONALI (n.75)

Avvalorare

Descrizione

Torniamo sul concetto di valore. In questo episodio spieghiamo il verbo avvalorare e vediamo con molti esempi il modo giusto di utilizzarlo.

Per farlo spieghiamo anche la differenza con i verbi simili: valorizzare, suffragare, corroborare. Vediamo anche i verbi dal significato opposto e un esercizio di ripetizione.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

L’albero della fecondità

L’albero della fecondità

(scarica audio)

Buongiorno a tutti, cari amici di Italiano Semplicemente.

Quello che segue è un episodio di ripasso.

Ho scelto di fare un episodio all’insegna dell’arte e della cultura italiana, sicuro che sarà di vostro interesse. Faremo dunque una bella ripassata di alcuni verbi, termini particolari ed espressioni che sono già state oggetto di spiegazione sulle pagine di italianosemplicemente.com. Per ognuno di questi episodi troverete un collegamento alla relativa spiegazione.

Parliamo dell’albero della fecondità, un affresco scoperto solo nell’anno 1999, che si trova a Massa Marittima, quindi in Toscana. Che c’azzecca, direte voi, con la lingua italiana? Oltre al pretesto del ripasso, c’è dell’altro e lo capirete tra un po’.

L'albero della fecondità

Autore foto: Niccolò Caranti

Trascrizione integrale disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Sentire due campane

Sentire due campane

🔔 🔔

(scarica audio)

Video YouTube con sottotitoli

Sentire due campane

Trascrizione

Din don dan, din don dan…

Avete appena ascoltato il suono di una campana.

In realtà avete ascoltato la mia voce che imita una campana, ma se abitate vicino ad una chiesa, in Italia ogni quindici minuti sentirete una campana suonare. Un’abitudine nata nel passato, utile per ricordare l’ora con dei rintocchi ogni quarto d’ora a chi si trovava in campagna e poteva regolarsi prima che facesse buio.

Ad esempio all’una e trenta, di mattina o di pomeriggio, si ascolta un solo rintocco per le ore e due rintocchi (dal suono più acuto) per i minuti. Ogni rintocco dei minuti vale 15 minuti. Quindi due rintocchi vogliono dire mezz’ora.

Vi faccio ascoltare il vero suono dell’una e trenta:

suono delle campane –

Ma passiamo alla lingua italiana, perché spesso si dice che bisogna sentire almeno due campane, o entrambe le campane. Perché?

Questa è un’espressione idiomatica che si può usare in diverse circostanze.

Le campane però rappresentano, in questo caso, delle opinioni, dei punti di vista, dei giudizi.

Quando ci sono questioni controverse che vede due o più parti una contro l’altra, chi ha ragione? Ogni campana ha il suo suono particolare!

Spesso è addirittura un giudice a deciderlo, ma ogni persona può farsi un’idea.

Il giudice comunque, prima di prendere una decisione, prima sente una campana e poi anche l’altra. Sente sempre entrambe le campane, cioè entrambe le opinioni contrapposte. Naturalmente l’espressione fa parte del linguaggio familiare e colloquiale.

Però, così come deve fare un giudice, anche una qualunque persona, per farsi un’idea deve sentire entrambe le campane, entrambe le parti, perché ascoltando una sola campana, cioè solo una delle due parti, si avrebbe un opinione distorta della realtà.

Un’altro modo di usare questa espressione, sempre molto diffusa, è quando ci si rivolge ad un professionista.

Ammettiamo di avere un problema fisico. Da cosa dipenderà?

Il mio dentista mi ha detto che mi fa male la schiena perché ho un problema ai denti.

Quindi adesso secondo lui devo mettere un apparecchio ai denti per risolvere la situazione.

Ma perché non sentire anche un’altra campana?

Allora sono andato da un ortopedico che mi ha consigliato invece di fare dei massaggi alla schiena.

Ho seguito il suo consiglio e il mal di schiena è passato subito.

Si fa sempre bene a sentire almeno due campane, non è vero?

Questa espressione si usa più in generale quando dobbiamo farci un’opinione su una questione, o quando dobbiamo dare un nostro parere, un giudizio e abbiamo bisogno di sentire cosa ne pensano altre persone.

Sentire una sola campana, magari solo quella che suona più forte, è sempre considerato un’errore. State sempre in campana allora! Ma questa è un’altra espressione, che, tra l’altro, vi ho già spiegato.

Sono già passati due minuti? Strano, perché non ho sentito nessuna campana!

Questo episodio fa parte però non della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente ma della categoria espressioni idiomatiche. Ne trovate tante altre sulle pagine del sito Italianosemplicemente.com

Le trovate anche su due degli audio-libri di italiano semplicemente, in pdf ed mp3 ma anche in versione cartacea e kindle,su Amazon.

Vi metto tutti i collegamenti per chi fosse interessato.

espressioni idiomatiche 1 (anche cartaceo e kindle)

espressioni idiomatiche 2 (anche cartaceo e kindle)

Alla prossima.

626 Sopra le righe

Sopra le righe (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai conosciuto persone che hanno avuto o che hanno sempre un comportamento sopra le righe?

Si dice che un comportamento è sopra le righe, quando è poco opportuno, poco adatto alla circostanza, o quando il tono della voce utilizzato è eccessivo, troppo alto.

Si dice anche di persone a volte:

Alessia è sempre sopra le righe.

La riga in qualche modo rappresenta la normalità. Immaginate una barra, una linea orizzontale, quindi una riga è come una linea immaginaria che rappresenta un livello ritenuto normale, medio, di comportarsi.

Chi sta sopra le righe o chi va sopra le righe, sempre al plurale, sta esagerando, magari non di molto, ma si discosta da questa linea della normalità.

Quindi una persona che ha un comportamento sopra le righe viene facilmente notata e la gente si chiede:

Questo non è normale, cosa c’è che non va? Come mai si comporta così?

Le persone che hanno comportamenti sopra le righe non passano mai inosservate per questo motivo. Spesso creano imbarazzo.

Quando un comportamento o un atteggiamento è caricato, troppo enfatico, eccedente la norma, si può sempre dire che è sopra le righe. Enfatico significa che questa persona si compiace di caricare i toni ad esempio in ogni suo comportamento. C’è troppa enfasi.

Ma allora voi potreste chiedervi: quando è il caso di usare opportuno per giudicare un comportamento e quando dire che è sopra le righe?

Direi che una persona, quando ha un comportamento sopra le righe, può essere descritta inopportuna, ma nel termine inopportuno c’è meno giudizio e inoltre inopportuno si addice maggiormente ad un singolo comportamento:

Spero di non essere inopportuno se non do del lei alla professoressa

Sarebbe opportuno prenotare prima di andare al ristorante.

Vedete che nell’opportinitâ ci può semplicemente essere la cosa giusta da fare, cioè prenotare, per non restare senza tavolo al ristorante.

Inopportuno significa, più in generale, contrario alla convenienza del momento.

Non conviene non prenotare

Prenotare sarebbe opportuno

Non prenotare sarebbe inopportuno

Il tuo è stato un intervento veramente inopportuno durante la riubione. Come ti è venuto in mente di fare quella battuta sulla fidanzata del direttore? Ma sei fuori di testa?

Questo è un singolo comportamento, un singolo atto criticabile per il fatto che non è stato conveniente per nessuno. Non era il caso di fare una battuta simile.

Si usa spesso anche questa formula per dare una valutazione negativa ad un fatto:

Non è il caso di arrivare sempre tardi o ufficio

Non è il caso di vestirsi di bianco in un matrimonio quando non sei la sposa. Una cosa veramente inopportuna.

Anche nell’inopportunitâ c’è spesso una critica ad un comportamento, quando non si fa una cosa corretta, o educata, criticabile da un punto di vista umano, professionale o anche solo di consuetudine, solo perché generalmente non si fa in questo modo.

Ma l’essere sopra le righe, come detto, riguarda spesso un’abitudine e non un singolo comportamento e poi ciò che stiamo criticando in fondo non è l’atteggiamento ma la persona, che si comporta in modo strano, che può mettere in imbarazzo le altre persone con questo di comportamenti.

Anche una persona che ha bevuto un po’ può avere comportamenti sopra le righe.

Persone di questo tipo di solito non si comportano in modo inopportuno una sola volta, ma in genere spesso, nelle stesse circostanze.

Ci sono conunque anche altri modi per descrivere tali atteggiamenti, ad esempio abbiano visto i comportamenti poco ortodossi, simile, se ricordate, a poco adatti.

Altri li vediamo meglio nel prossimo episodio.

Per adesso ripassiamo e parliamo di poesia.

Ma a cosa serve la poesia? Lo sanno i membri dell’associazione Italiano Semplicemente?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in registrazione)

Irina: non saprei. Ma non voglio eludere la domanda. Serve forse a istruire le persone? Ha uno scopo educativo o istruttivo? Mi prendi un po’ in contropiede con questa domanda. Di sicuro non mi è mai andata molto a genio per via dei troppi versi da imparare a memoria

Andrè (Brasile): secondo me la poesia è una passione, e magari anche un’arte. Non deve però necessariamente servire a qualcosa. Avevo un amico che mi costringeva sempre ad ascoltare le sue poesie… Che pesantezza! Mi chiedevo sempre: Ne avrà ancora per molto?

Peggy (Taiwan): ah? cosa? Ma quando mai! Magari il tuo amico non era all’altezza. Dovevi starne alla larga allora!

Ulrike (Germania): Secondo Giovanni Pascoli, che era qualcuno nella poesia, più che altro la poesia serve a riconoscere le cose belle anche in cose semplici, a vedere la bellezza anche in cose umili, semplici e vicine, senza curarsi della scienza o di ragionamenti complicati. La poesia è semplice come la mente di un fanciullino.

Mary (Stati Uniti): e avvicina tutti, poveri e ricchi, perché la poesia vive solo di intuizione, sicché scopre ogni giorno la realtà, il mondo, come se fosse nuovo.

Karin (Germania): Proprio come i bambini, che in quanto tali non sanno le cose e non conoscono il mondo.

Hartmut (Germania): a suo dire la poesia permette a tutti di dialogare, basta far parlare il fanciullino che è in ognuno di noi. È così semplice che tanto vale provare.

Sofie (Belgio): io sono esattamente agli antipodi e Pascoli non mi tange proprio. Infatti credo che lo scopo della poesia sia esprimere un pensiero mettendo insieme parole a caso, o copiando pari pari qualche verso scritto da altri, cercando di far credere a tutti che ci sia qualcosa di profondo in me. Così si fa una bella figura.

Harjit (India): basta! Io questa non la reggo più!! Sempre irriverente e poco ortodossa. Datemi pure dell’intransigente ma io questo sassolino dalla scarpa me lo dovevo togliere!

607 Prenderla con filosofia

Prenderla con filosofia (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: quando nella vita accadono cose negative, abbiamo due scelte:

Prenderla bene o prenderla male, vale a dire arrabbiarsi oppure non pensarci più di tanto. Quando la prendiamo bene si può anche dire prenderla con filosofia.

Curiosa espressione questa vero?

Il verbo prendere non deve stupire. Lo abbiamo incontrato molte volte finora.

Prendere qualcosa: se questo qualcosa è un oggetto bisogna usare le mani per prenderlo.

Ma se è un fatto accaduto, decidere come prenderla significa decidere che tipo di impatto questo fatto ha sul tuo morale e quanto riusciamo ad accettare questo fatto e andare avanti. Lo accettiamo con serenità? Oppure no?

Si tratta sempre di cose negative accadute. È facile infatti accettare con serenità le cose positive.

Attenzione a non confondere prenderla con prendersela.

Prenderla si riferisce ad un fatto accaduto o una notizia che si apprende. È questo fatto o questa notizia che si “prende”

Prendersela invece, sempre in senso figurato, significa offendersi oppure accusare qualcuno:

Io me la prendo sempre quando mi prendono in giro (offendersi)

Io me la prendo con te (io accuso te)

Si usa sempre la forma femminile in entrambi i casi: prenderla e Prendersela.

La regina non l’ha presa bene quando Carlo si è sposato con Camilla!

Prenderla bene quindi significa accettare questo fatto senza troppi problemi, e magari scherzarci su.

Se la cosa la si prende male invece ci si concentra troppo su questa cosa, senza riuscire a superarla, ci si rattrista o si resta arrabbiati a lungo.

L’espressione prenderla con filosofia è sostanzialmente come prenderla bene, più o meno come farebbe un filosofo.

Prenderla con filosofia significa mostrare una serena ed equilibrata rassegnazione nelle avversità.

C’è chi dice, ed è qui che l’espressione diventa particolarmente adatta, che la vita stessa debba essere presa con filosofia.

Il che significa che dobbiamo essere sempre pronti ed accettare anche le cose che non ci piacciono. È un stile di pensiero, una filosofia di vita, più che una reazione ad un singolo evento.

L’espressione è particolarmente adatta quando questa reazione serena è stupefacente, quando i guai che accadono sono molto seri e chiunque sarebbe moralmente distrutto.

In effetti a cosa serve la filosofia se non a restare sereni di fronte alle avversità?

La stessa espressione “filosofia di vita” rappresenta un modo di intendere la vita in generale e non solo un modo di reagire agli eventi. È una specie di software che esegue il programma della vita.

La mia personale filosofia di vita ad esempio consiste essenzialmente nel cercare di essere una persona piacevole, cercando sempre di avere un obiettivo ambizioso che tenga viva la mia curiosità e interesse nel mondo.

Ognuno ha una sua personale filosofia di vita e molti la devono ancora scoprire.

Comunque tornando all’espressione di oggi vediamo qualche esempio:

Giovanni: Sofie, hai visto che Marco è stato lasciato sia dalla moglie che dalla sua amante?

Sofie: Ah, e come l’ha presa?

Giovanni: L’ha presa male, infatti è una settimana che non esce di casa.

Sofie: Strano, non è da lui. Di solito Marco prende tutto con filosofia.

Secondo esempio:

Oggi ho visto Mario dopo tanto tempo. Sai che non l’avevo più visto dopo che era stato licenziato e aveva perso sua moglie. Comunque sembra averla presa con filosofia perché era molto allegro.

Terzo esempio:

Giovanni: Non ti dico quante me ne sono successe ultimamente: mi sono rotto una gamba, ho preso il covid, e poi mi è crollata la casa mentre facevo la quarantena. Una tragedia dietro l’altra!

Anthony: Che sarà mai. Dai, prendila con filosofia, in fondo sei ancora vivo.

Giovanni: vorrei vedere te al mio posto!

Adesso mettiamo da parte la filosofia e ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno, mi faccio viva di nuovo . Può darsi che da illo tempore non facciate una capatina a Roma. Sbaglio?
Vorrei farvi qualche domanda.
In primo luogo vi piacerebbe visitare piazza San Pietro piena zeppa di capolavori di artisti annoverati tra i più grandi del mondo? Magari avete in vista un viaggio alla volta di Roma. Io vorrei allora farvi notare qualcosa, come faccio a modo mio di volta in volta.
La pavimentazione di Piazza San Pietro è composta da circa 2 milioni di “sanpietrini” . Ce li avete presenti? Quei pezzi di pavimentazione quadrata si chiamano così, ma uno di loro è estremamente particolare ed il suo nome “il cuore di Nerone” si deve ai bambini che capitavano a giocarci con una palla fatta di stracci. Parlo di parecchio tempo fa, quando videogiochi e cellulari non esistevano ancora.

Marcelo: del nome “sanpietrini” ne ho sentito parlare. e quando sono stato/a in Piazza San Pietro, bisognava correre per vedere quella caterva di capolavori presenti!
Vai a immaginare che potevo imbattermi in uno chiamato il cuore di Nerone!

Ulrike: anch’io a mia volta, ne ho sentito parlare, e ho sentito anche delle leggende, o storielle che dir si voglia, su questo sanpietrino particolare. Ne ho sentita una che però parlava di questa pietra chiamandola “il cuore di Bernini”, che non riuscendo a trovare mai l’amore, avrebbe scolpito il cuore di pietra come simbolo della sua vita priva d’amore. Senz’altro mi è piaciuta questa spiegazione, visto tutto il colonnato che vi ha costruito (parlo di Bernini) e altri capolavori, aveva sicuramente il tempo risicato per cazzeggiare coll’amore.

Albéric: Questa tua storiella ha una certa attinenza con una che conosco io. In effetti anch’io ne ho sentito parlare ma nel mio caso lo hanno chiamato “il cuore di Michelangelo”, il quale essendo votato a fare anche piccoli scherzi, l’avrebbe scolpito lui questo cuore, simbolo del suo cuore spezzato da uno sfortunato amore.

Hartmut: Immagino che con questo numero di sanpietrini sulla Piazza, bisogni davvero armarsi di pazienza per poterlo trovare. Sono restio a farlo da solo però.

Irina: Non la faccio lunga io, e vi dico brevemente come fare a trovare questo sanpietrino. Di primo acchitto sembrerebbe difficile, ma spiegato per bene, dovrebbe risultarvi facile. Sempre che interessi a qualcuno.
Allora è situato nel riquadro “sud-ovest” della Rosa dei Venti, nella fascia che corre tutt’intorno all’obelisco centrale, sul lato sinistro del “libeccio”. Sempre che guardiate la facciata della Basilica.

Avercela con

Avercela con (audio)

espressioni idiomatiche italiane

due minuti con Italiano Semplicemente

Cosa significa avercela con una persona?

Ha due significati che mi appresto a spiegarvi.

Il primo utilizzo indica l’essere arrabbiati con una persona, o, più precisamente, provare rancore verso una persona.

Si usa in questo caso anche “prendersela con“, anche se è leggermente diverso usare questo verbo. Sono due verbi pronominali ma ognuno ha le sue carattetistiche.

Vediamo poi perché.

Avercela con una persona significa dunque serbare rancore verso questa persona per qualche cosa; qualcosa che è accaduto, qualcosa che questa persona ha fatto o che ha detto, e per questo motivo ci si sente offesi.

E allora posso dire che io ce l’ho con questa persona, o che io me la prendo con questa persona.

Perché ce l’hai con me?

Ce l’ho con te perché mi hai offeso. Mi hai detto stupido.

Cosa? Non puoi avercela con me per questo. Io scherzavo!

Quando ce l’hai con una persona, normalmente questo si dimostra attraverso un atteggiamento rancoroso, un atteggiamento pieno di rancore. Ma cos’è il rancore?

Tutto ha origine con un torto o un’offesa subita.

Il rancore è chiamato anche risentimento.

Come tutti i sentimenti è qualcosa che si prova, ma il verbo più adatto per il rancore è “serbare“, simile a “nascondere” dentro di noi.

Si può dire anche covare rancore. Il rancore è qualcosa che viene nascosto ma che può anche crescere, ed è per questo che si usa anche il verbo “covare“. Proprio come fa la gallina 🐔 quando cova il suo uovo 🥚. Lo nasconde e lo fa crescere.

Il rancore è dunque un’avversione, spesso profonda, covata nell’animo, dentro di noi, in seguito a un’offesa o a un torto ricevuto.

Bisogna dire che avercela con qualcuno è, comunque, un’espressione colloquiale, ed esprime in genere un sentimento più leggero, meno importante del rancore. Si usa dire anche “essere risentiti” con una persona. In questo caso si prova risentimento. Anche il risentimento in genere si usa per cose più importanti rispetto a “avercela con” qualcuno.

Spesso, quando ce l’hai con una persona, questo si manifesta attraverso il mostrarsi offesi, quindi semplicemente stando in silenzio, altre volte invece attraverso atti, conportamenti diversi, come una voce arrabbiata, parolacce, accuse, e a volte anche l’uso della violenza.

Vediamo adesso la differenza tra avercela con una persona e prendersela con una persona.

Quando ce l’hai con una persona, stai incolpando questa persona di qualcosa, ma si vuole indicare soprattutto il tuo rancore, il tuo sentimento verso di lei.

Se invece io me la prendo con questa persona, sto indicando la mia reazione.

Spesso si usano i due verbi indifferentemente, ma di solito “avercela con” indica il sentimento e “prendersela con” indica la reazione, e somiglia molto a “accusare“, “incolpare”.

Perché ce l’hai con me?

Ce l’ho con te perché mi hai detto che sono brutto e mi sono offeso. Sono un po’ risentito nei tuoi confronti

Non devi prendertela con me, ma con madre natura, che ti ha fatto così brutto!

Per capire bene la differenza, basti pensare che ce la si può prendere anche con cose diverse dalle persone.

Ad esempio potrei prendermela con la sfortuna, cioè incolpare la sfortuna, imputare alla sfortuna dei fatti negativi, ma non si usa dire “avercela con la sfortuna”, perché sarebbe come offendersi con la sfortuna, che non ha senso.

Casomai si usa dire che la sfortuna ce l’ha con me, quindi il contrario, come se la sfortuna mi avesse preso di mira, ma sappiamo bene che la sfortuna è cieca.

Così almeno si dice per indicare la sua imparzialità.

A volte però sembra veramente che ce l’abbia con noi.

Adesso vediamo il secondo uso di “avercela con“, che si può usare nel senso di rivolgersi ad una persona, parlare con una persona e non con un’altra.

Si usa in modo colloquiale quando ci può essere un dubbio riguardo alla persona con cui sto parlando.

Es:

“Adesso vai a fare i compiti”, dice il papà ad uno dei suoi figli.

Ma sono presenti due figli nella stanza. Marco e Paolo. Con chi sta parlando il papà?

Marco domanda allora:

Con chi ce l’hai papà?

Ce l’ho con Paolo, non con te.

Che significa:

Con chi stai parlando papà?

Sto parlando con Paolo, non con te.

Oppure:

A chi ti stai rivolgendo papà?

Mi sto rivolgendo a Paolo, non a te.

C’è da dire che a volte questa modalità si usa anche quando si è un po’ alterati, arrabbiati e può sicuramente apparire un po’ sgarbato, ma dipende anche dal tono che si usa, specie se si tratta di un sollecito:

Ehi, Paolo, ce l’ho con te, vuoi venire o no?

Comunque, che siate irritati o no, in questo caso non potete usare “prendersela con”.

Notate infine che “avercela con” ha questi due significati che vi ho detto solamente quando c’è la preposizione “con”.

Lo stesso vale per “prendersela“. In questo caso però se non usate alcuna preposizione, si tratta semplicemente di essere offesi:

Perché fai l’offeso?

Me la sono presa.

Perché te la sei presa così tanto? Dai, non fare l’offeso.

Me la sono presa perché non sei venuto alla mia festa di compleanno.

Quindi, ricapitoliamo: “avercela con” è una locuzione informale per indicare che una persona prova del rancore verso un’altra.

Io ce l’ho con te

Tu ce l’hai con me

Lui ce l’ha con tutti

Lei ce l’ha con la sorte

Noi ce l’abbiamo con l’arbitro

Voi ce l’avete con i professori

Loro ce l’hanno con tutti

Prendersela con” è abbastanza simile, ma indica più il colpevole e meno l’emozione verso questa persona.

Avercela con“, poi, si usa anche nel senso di parlare con una persona, rivolgersi e a lei, e spesso con un tono scocciato e sgarbato.

Infine, la preposizione “con” è importante e non si può togliere, altrimenti cambia il significato.

Ce l’ho fatta a finire l’episodio, e avercela fatta per me è molto importante.

Questo è un esempio di ciò che può accadere senza “con”.

Ce l’avete con me perché non vi faccio fare un esercizio di ripetizione?

Allora facciamolo, così poi se non riuscite a memorizzare non potete prendervela con me.

Ripeti anche tu:

Con chi ce l’hai?

Ce l’ho con Maria perché non mi chiama più.

Maria invece ce l’ha con suo fratello perché non le presta l’automobile.

Tu non dovresti prendertela con me. Io non c’entro coi tuoi problemi.

Non puoi prendertela per cosi poco.

Tutti se la prendono con me perché urlo sempre.

Se abbiamo problemi personali non è giusto prendersela con gli amici.

Perché quella faccia? Sembri risentito!

Il perdono è la chiave che sblocca la porta del risentimento

Allora, io adesso vi dico una cosa: sto per terminare l’episodio…… Ehi, ce l’ho con voi!

Sollevare da un incarico – ITALIANO PROFESSIONALE

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Descrizione 

Questa lezione del corso di Italiano Professionale, per non madrelingua, verte sulla sollevazione degli incarichi, vale a dire su una forma particolare di licenziamento.

Il plagio, la pirateria e il diritto d’autore – ITALIANO PROFESSIONALE

Il plagio e il diritto d’autore (scarica audio)

Nel mondo del lavoro si sente spessissimo parlare di plagio. Si parla altrettanto spesso di pirateria, con lo stesso significato. In entrambi i casi si parla del cosiddetto “diritto d’autore“.
Allora in questo episodio di Italiano Professionale inserirò anche alcuni verbi professionali, che sono già stati oggetto di episodi passati (vi inserisco il link all’interno dell’episodio), di conseguenza questo episodio finirà per essere anche un episodio di ripasso.

Il significato di plagio e pirateria, è molto simile a quello di furto. In tutti i casi si ha la proprietà di qualcosa. Sono entrambi dei reati, sebbene il furto sia giudicato più grave.

Cosa fanno i ladri? I ladri rubano, cioè si appropriano delle cose altrui. Ho usato il verbo appropriarsi, cioè far diventare proprio. Si parla quindi di proprietà. A chi appartiene questa automobile? Di chi è la proprietà di questa automobile?

Quando parliamo di plagio e pirateria però non si parla di oggetti rubati, ma fondamentalmente di idee rubate.
Per commettere il reato di plagio infatti è sufficiente imitare qualcosa, apportando lievi modifiche a qualcosa e cambiandone il titolo.
Così facendo ci si appropria di una qualche paternità sull’opera.
In sostanza, non ci si può avvalere delle opere altrui per ottenere dei vantaggi personali, perché in questo modo si cagiona anche un danno al proprietario dell’opera, cioè di chi detiene la proprietà dell’opera.
Spesso il confine tra il furto e il plagio è sottile, e un avvocato difensore di un ladro, in alcuni casi, potrebbe adoperarsi nel cercare di derubricare il furto in plagio per ottenere delle pene meno pesanti. Non credo sia cosa facile però.

Mi viene in mente il parmigiano e il parmesan cheese. Il parmesan cheese possiamo chiamarlo un plagio, in uso all’estero. Un tentativo di spacciare un prodotto, il parmesan scheese, per il vero parmigiano italiano.

Naturalmente il “parmigiano” non appartiene a nessuno in particolare, non ha un proprietario, quindi non è un plagio nel vero senso del termine. Il vero plagio ha bisogno di una vera proprietà.

Molto spesso si parla di plagio in ambito artistico e letterario. Si dice ad esempio che molti cantanti si siano “ispirati” un po’ troppo ad altre canzoni, molto famose, per scrivere il loro pezzo. Ma questo pezzo, questa canzone, risulta alla fine troppo somigliante all’originale. In questo caso si parla di plagio. Abbiamo quindi una falsa attribuzione a sé di opere o anche di scoperte, invenzioni scientifiche i cui diritti di invenzione spettano ad altri, i veri autori, i veri proprietari.

La questione riveste una certa importanza come potete immaginare, esiste infatti una legge per capire quando si tratta di plagio oppure no, e l’esito di questo confronto ha delle conseguenze penali ovviamente. Si chiama legge sul diritto d’autore e ci sono anche direttive europee. Quindi di volta in volta, quando c’è una denuncia di plagio, bisognerà valutare se si tratta di plagio oppure no.
Prima parlavo di appropriazione di idee di altre persone. In realtà la definizione esatta non è idea, ma “un’opera dell’ingegno altrui”, quindi un’opera che scaturisce dalla mente di altre persone. Il termine ingegno indica quello che possiamo chiamare il principio attivo dell’intelligenza.
Se diamo un’occhiata alle notizie sul web, notiamo che ci sono molte notizie che attualmente parlano di plagio.
Ad esempio Dolce & Gabbana, la famosa casa di moda, è stata accusata di plagio per aver copiato delle ceramiche spagnole. E coloro che hanno denunciato questo plagio, hanno dichiarato che a loro non dà fastidio che qualcuno si ispiri alle loro opere, ma invece dà fastidio di essere copiati in modo sfacciato. Comunque chiunque denunci di essere stato plagiato deve suffragare le proprie accuse con delle prove.
Prima parlavo della pirateria come sinonimo di plagio, ma forse è meglio chiarire che questo termine assume un significato più ampio.
Questo termine viene da”pirati“, che sono coloro che in mare, assalgono e depredano a proprio beneficio navi di qualunque nazionalità, rubano il loro carico e anche le persone imbarcate.
Quindi non siamo lontani dal concetto di plagio.
Esiste anche la pirateria aerea, ma la questione non cambia. Si tratta di sequestrare un aereo mentre è in volo, minacciando con le armi costringendolo a dirigersi verso una destinazione diversa.
In senso figurato però il concetto di pirateria è un atto, un comportamento di abuso associato a un atteggiamento fraudolento. Inoltre anche gli utilizzatori, cioè chi acquista questi prodotti possono essere accusati di pirateria.
Quindi il pirata è anche chi utilizza in modo clandestino, quindi di nascosto, anche senza pagare le tasse, oltre a chi vende  abusivamente e senza autorizzazione, prodotti generalmente come come libri, dischi, cd, dvd eccetera. Il plagio quindi è il reato commesso solamente da chi copia il prodotto, mentre la pirateria, termine poco giuridico, è commesso anche da chi acquista questo prodotto.
La pirateria più famosa è probabilmente quella informatica. E questa è l’attività di chi riesce a entrare all’interno di reti di informazioni e archivî di dati informatici, copia programmi o dati riservati. Avete presente i cosiddetti hacker? Non c’è una vera traduzione in italiano di questo termine. Possiamo chiamarlo un esperto informatico disonesto, o, appunto, un pirata informatico.
Infatti gli hacker possono fare anche pirateria perché se, una volta entrati in possesso di dati riservati, ne ricavano dei vantaggi economici illeciti.
Abbastanza diffusa è anche la pirateria editoriale, cioè che si riferisce ai libri.

Voglio terminare con il verbo plagiare, che ha ovviamente il significato di copiare, attribuire a sé stessi un’opera di altri, sebbene viene spesso usato anche in modo simile a “convincere“. Si usa infatti nella psicologia in questo senso.
Il plagio in questo caso è un termine che viene usato in due modi diversi. Il primo modo indica una sorta di abuso che consiste nel ridurre una persona in uno stato di totale soggezione al proprio potere.
Quindi la persona plagiata fa tutto ciò che dice la persona che l’ha plagiata, che impartisce ordini alla persona plagiata, che si attiene a sua volta tutte le sue disposizioni. In questi casi si parla comunemente di lavaggio del cervello o di manipolazione mentale. Anche questo dunque si chiama plagio.
Questo modo di plagiare non ha niente a che fare però con i prodotti e il mondo del lavoro, invece, il secondo modo di usare “plagiare” nella psicologia è per indicare il “plagio incosciente”. Cos’è?
Si tratta di quando un musicista, ad esempio, copia, senza rendersene conto, una musica di un altro musicista. Non lo fa apposta, non intende farlo, ma sempre di plagio si tratta. Non si può quindi addossare la colpa alla distrazione o dire che si tratta di una coincidenza.

492 Passarla liscia

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Video YouTube

Passarla liscia

Oggi vediamo un’espressione informale usata in tutt’Italia: passarla liscia, che ha lo stesso significato di cavarsela, riuscire a evitare una punizione o una conseguenza negativa, soprattutto se deriva da un proprio comportamento sbagliato.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

Un automobilista ha superato i 200 km orari in autostrada, ma non l’ha passata liscia e la Polizia l’ha multato.

Quindi l’automobilista, dopo aver superato il limite di velocità in autostrada, sperava di passarla liscia ma non c’è riuscito. Sperava che la polizia non si accorgesse di questa infrazione ma invece non l’ha passata liscia e ha dovuto pagare la multa.

Si usa il verbo passare, nel senso di superare, lasciarsi alle spalle qualcosa senza pagare.

Si può usare anche per indicare il superare un pericolo o una difficoltà, in genere per pura fortuna.

È la seconda volta che crolla la mia casa ma anche stavolta l’ho passata liscia.

In questo caso è simile a “è andata bene“, “l’ho scampata bella“. Passarla liscia si usa solo al femminile: sempre passarla, mai passarlo.

Però generalmente è più usato nel senso di scansare una punizione, una punizione meritata per aver sbagliato qualcosa.

La usano spesso i genitori con i propri figli:

È la quarta volta che rientri a casa molto tardi la sera. Non credere di passarla liscia!

Con il pallone i ragazzi hanno rotto il vetro di una finestra ma l’hanno passata liscia perché nessuno li ha visti.

Ma perché liscia?

Liscio e liscia si usano anche in un’altra espressione: andare liscio. In questo caso indica l’assenza di problemi.

Com’è andata?

Tutto liscio!

È andato tutto liscio.

Tutto liscio come l’olio.

Le cose lisce, gli oggetti lisci, infatti, scivolano, al contrario delle cose ruvide, che incontrano resistenza con l’attrito.

I problemi quindi scivolano via, è come se non ci fossero.

Io la passo liscia

Tu la passi liscia

Lui la passa liscia

Lei la passa liscia

Noi la passiamo liscia

Voi la passate liscia

Loro la passano liscia

potete ascoltare e leggere proprio adesso:

Rafaela. Come saprete tutti, ho un cane a casa. L’altro ieri questa bestiola, tanto bella quanto vispa, è scappata via.

Ulrike: Lì per li, ho perso il lume della ragione per via della paura che le accadesse qualche guaio, sola soletta per le strade. Volevo andare in giro gridando a squarciagola il suo nome affinché rivenisse da me. Ero sconvolta emotivamente e allo stesso tempo arrabbiata di brutto. Avevo bisogno di aiuto.

Marguerite: In quel mentre, mio marito mi guardò in malo modo e, udite udite, invece di darmi una mano mi fece questa paternale:

Hartmut: Ma come si fa!! Sembrerebbe che la tua brutta bestia lo faccia apposta per vederti andare su tutte le furie! Di fatto è troppo maleducata, devi metterle dei paletti. Bisogna insegnarle tutto da capo a dodici. In via cautelativa meglio tenerla incatenata. Punto e basta.

Irina: Nel prosieguo la cagnetta si è fatta viva, e io, per rimettermi in sesto mi sono sorseggiata un bicchiere di spumante con mio marito che, tutto sommato, di per sé non è un vero cattivone.

Ottimo lavoro ragazzi! Qualcuno avrà già notato che passarla liscia ha qualcosa in comune con passare in cavalleria! Ma sono le persone a passarla liscia, mentre sono le questioni a passare in cavalleria.

Italiano Professionale – lezione 32: Situazioni ipotetiche

Situazioni ipotetiche

Durata: 22 minuti

 

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Vincere e perdere

Vincere e perdere

Quanti sono i sinonimi di vincere e perdere?

Sono parecchi, ognuno con la sua sfumatura di significato. Se avete venti minuti di tempo da dedicarmi li scoprirete tutti.

Un episodio che potete ascoltare più volte se volete. Alla fine faremo anche un esercizio di ripetizione.

Allora, puo cambiare l’intensità, il tono, il contesto, l’emozione.

Solitamente si parla di sport, ma non si vincono e perdono solamente le partite.

Esistono anche le competizioni, le gare, i conflitti, le dispute, gli scontri, i confronti, gli incontri, le battaglie, le guerre, i dibattiti, quindi potremmo parlare anche di politica, di confronti tra uomini, donne, militari, politici e via dicendo.

In moltissimi campi c’è chi vince e c’è chi perde, e vincere e perdere sono sempre i verbi più usati indubbiamente.

La particolarità di questi due verbi è che sono i più generici e quelli che hanno un contenuto emotivo meno intenso.

Per questo motivo ha più senso usarli quando vogliamo dare una semplice comunicazione, quando vogliamo informare. Per lo stesso motivo si usa meno indicando l’avversario e più indicando cosa è stato vinto o perso.

Non è vietato indicare l’avversario, ma conta di più l’informazione che l’emozione:

La Roma vince lo scudetto

Il partito X vince le elezioni.

Il tennista y perde la finale.

Il pugile z ha vinto gli ultimi 20 incontri.

Giovanni ultimamente perde con tutti gli avversari.

La nostra proposta alla fine ha vinto.

La partita è stata vinta con la strategia.

L’Italia ha vinto la coppa del mondo nel 2006

Quando invece voglio dire che la vittoria è avvenuta contro un avversario specifico, posso usare, è questo è ciò che avviene solitamente, il verbo battere.

Se si batte qualcuno si tratta di un avversario.

Si può battere anche un record però.

Non si vince il record, perché il record non è l’oggetto della vittoria, il premio in palio.

Il record si supera, quindi si fa meglio degli altri che ci hanno preceduto. In pratica battendo il record si battono tutti gli avversari.

Verbo molto utilizzato in tutti i campi, il verbo battere.

La Roma batte la Juventus, (normalmente è il contrario),

il ciclista ha battuto tutti i record del mondo,

il politico è stato battuto in un confronto televisivo.

In questi casi si parla sempre di vittoria e di sconfitta, ma si indica il vincitore e lo sconfitto, la squadra vincitrice e quella battuta, vinta, sconfitta.

Il vincitore batte il perdente, mentre il perdente è (o “viene”) battuto dal vincitore.

Passiamo ad abbattere, che sembra simile a battere ma non lo è molto in realtà.

Prima di tutto c’è più intensità, nel senso che, quando uso abbattere per indicare la vittoria contro un avversario, l’essere abbattuto è molto più umiliante che essere battuto.

Possiamo usarlo quando c’è una vittoria netta, schiacciante, indiscutibile, quando cioè il vincitore umilia l’avversario con la propria superiorità; quando chi vince mostra tutti i limiti dell’avversario, che in questo caso viene abbattuto dal vincitore.

Un verbo molto intenso, che si usa, fuori delle competizioni anche al posto di uccidere. Gli animali vengono abbattuti ad esempio.

Anche i bersagli possono essere abbattuti. Infatti abbattere significa anche provocare la caduta, far cadere, buttare giù, mandare a terra.

Nel pugilato significa far cadere l’avversario a terra, cioè, in gergo pugilistico, “metterlo al tappeto”.

Nei confronti di un avversario, quando l’umiliazione è molto pesante, possiamo usare anche i verbi distruggere, schiacciare, eclissare e asfaltare.

Notare che questi verbi utilizzano un’immagine figurata. La distruzione di un avversario usa l’immagine di un avversario fatto a pezzi, come un oggetto.

E schiacciare? Le noci si schiacciano; c’è l’immagine di una compressione, di una pressione.

Questo verbo si usa non solo per indicare una vittoria, ma una superiorità, una netta supremazia che normalmente si risolve in una vittoria.

Spesso si parla infatti di vittoria schiacciante, ciò netta, indiscutibile, inequivocabile. Nessuno può mettere in discussione una vittoria schiacciante.

Anche schiacciare, come potete immaginare, ha una forte componente emotiva.

Come anche asfaltare, verbo abbastanza recente, coniato in ambito politico nel senso figurato.

Deriva dall’asfalto, il materiale usato per ricoprire le strade percorse dalle automobili. Le strade quindi vengono asfaltate, e se lo usiamo con gli avversari, asfaltare un avversario è molto umiliante. Anche questa è una netta vittoria. Abbastanza offensivo usare asfaltare.

Anche eclissare è abbastanza forte. Si usa l’immagine di un pianeta o una stella che viene oscurata, completamente nascosta da un altro corpo celeste.

Possiamo usarlo per una singola sfida, e in questo caso significa superare di gran lunga. Ancora una volta è una vittoria schiacciante.

Più in generale possiamo usare eclissare nel senso di far passare l’avversario in secondo piano nell’attenzione o nella stima generale.

Potremmo dire che Dante Alighieri ha eclissato i poeti contemporanei.

Poi esiste anche il verbo stravincere, che indica sempre una netta vittoria.

C’è anche il verbo superare, che è abbastanza freddo, diciamo così, o forse dovrei dire “tecnico”.

Non c’è una intensità in questo caso. È simile a vincere, ma si usa nei confronti di un avversario. “Superare un avversario” significa battere l’avversario, vincere contro questo avversario.

Il verbo in questione in realtà non si usa solo in questo modo, in ambito di una competizione.

Anche un esame può essere superato. Si va avanti, si passa al prossimo esame, si lascia questo esame alle proprie spalle.

Anche gli ostacoli e i problemi si possono superare e il senso è lo stesso.

È la stessa cosa che avviene anche quando un corridore ne supera un altro, quando una macchina supera un’altra macchina. Questo in realtà è l’utilizzo principale del verbo superare. Ciò non toglie che possa essere usato anche al posto di battere, sconfiggere, vincere contro un avversario. In questo caso, come detto, non c’è però emozione.

È così anche per il successo e l’affermazione. Questi sono sostantivi e non verbi, ma possiamo ugualmente usarli se il nostro scopo non è umiliare, o sottolineare la superiorità di chi vince contro chi perde, ma semplicemente comunicare chi ha vinto e chi ha perso.

L’ultimo successo del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020 (ad esempio).

L’ultima affermazione del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020.

Esiste comunque anche il verbo affermarsi.

Il Barcellona si afferma contro il Real Madrid.

Il senso è sempre lo stesso: la vittoria del Barcellona contro il real Madrid.

Il Barcellona batte il real Madrid.

Possiamo però anche dire:

Il Tennista si è affermato tra i primi 3 del mondo.

È simile quindi anche a “portare sé stessi”, “farsi valere”, quindi non è necessariamente come vincere, ma anche conseguire un buon risultato.

Ci si può affermare anche come un buon medico.

È simile ad imporsi e anche emergere e avere la meglio e avere successo. Se mi affermo contro un avversario comunque vuol dire che l’ho battuto.

Se poi vogliamo dire che è stato un ampio successo, ma senza umiliare chi ha perso, possiamo dire che è stato un trionfo.

Un trionfo normalmente si ha quando si ha una superba affermazione. Ricordiamoci che non vogliamo umiliare chi perde, quindi non possiamo usare verbi troppo forti, come asfaltare, eclissare o abbattere.

Trionfare indica ugualmente una vittoria schiacciante, netta, ma è maggiormente legata all’onore e alla conquista di un premio finale, come una medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali. Il trionfo infatti ha a che fare con la folla che acclama i vincitori.

Comunque anche le vittorie non schiaccianti hanno dei modi particolari per essere indicati.

Una vittoria di misura è una vittoria ottenuta con il minimo scarto, come, nel calcio, si indicano le vittorie con un solo gol di differenza: 1-0, 2-1 eccetera.

Una vittoria risicata indica ugualmente una vittoria ottenuta col minimo vantaggio. Una vittoria sul filo di lana è invece una vittoria ottenuta all’ultimo momento, come quella in zona Cesarini, di cui abbiamo già parlato.

Notate come la vittoria non è come la vincita. C’è anche in questo caso una competizione, un gioco, ma si usa la vincita quando si indica il ricavato di questa competizione o anche di una scommessa. Specie se si parla di soldi.

Giovanni ha realizzato una grossa vincita.

Significa che Giovanni ha vinto del denaro. Molto denaro in questo caso.

Esiste però anche la rivincita.

Questa ha più a che fare con le competizioni. La rivincita è una seconda prova che può essere concessa all’avversario perdente o sconfitto, nel gioco e nello sport in generale.

Hai perso. Vuoi la rivincita?

Cioè: vuoi giocare ancora? Vuoi avere l’opportunità di provare a battermi dopo aver perso?

Una rivincita si può concedere:

Ho vinto ma ti concedo la rivincita.

Vale a dire: ti darò l’occasione per rifarti.

Una rivincita si può negare (il contrario di concedere) :

Non puoi negarmi la rivincita!

Si può prendere:

Voglio prendermi la rivincita, e stavolta ti sconfiggerò.

A proposito di sconfiggere. Di questo verbo ancora non abbiamo parlato. Un verbo molto adatto alle battaglie e alle guerre, in ambito militare quindi.

Sconfiggere equivale a battere e superare. Si usa molto nello sport:

È il terzo avversario sconfitto in un mese

Sconfiggeremo chiunque si opporrà alla nostra squadra.

Dobbiamo ancora riprenderci dall’ultima sconfitta subita

Venendo dal linguaggio militare è abbastanza forte come verbo.

Annientare è decisamente più forte però. Sempre molto adatto in ambito militare. Nello sport è nella politica si usa abbastanza spesso. Simile a asfaltare e abbattere. Annientare contiene “niente”, che è ciò che rimane dell’avversario sconfitto. Non rimane niente!

Molto simile a distruggere anche.

Come possiamo chiamare una sconfitta inaspettata?

Possiamo chiamarla défaillance.

Sarebbe una debolezza improvvisa, e non si usa solo nelle competizioni. Si tratta di una figuraccia ad ogni modo.

La nostra squadra ha vinto tutte le partite. Abbiamo avuto una sola défaillance per aver sottovalutato l’avversario.

Invece una grossa sconfitta è una batosta, o una débâcle, o anche una disfatta. Spesso si usa anche una sonora sconfitta. Altre volte anziché di vittoria si parla di una lezione impartita agli avversari.

Vorrei concludere con due verbi particolari: sbarazzarsi e liberarsi.

Si usano spesso con la preposizione di per indicare la cosa di cui si parla:

Mi sono sbarazzato del mio avversario.

La Juventus si sbarazza facilmente delle piccole squadre.

Sbarazzarsi è assolutamente analogo a liberarsi, che però è più tenue, più leggero come verbo. Sbarazzarsi è sicuramente più umiliante.

Sono verbi che, in senso proprio si usano con le cose che fanno fastidio, gli impedimenti, gli intralci, i problemi, le cose inutili.

Quando ci si libera o ci si sbarazza di un avversario, sicuramente si batte, si supera questo avversario, che adesso non dà più fastidio, non è più di intralcio.

In genere si usano frasi di questo tipo:

Il calciatore si libera facilmente degli avversari e fa gol.

La Juventus si sbarazza senza problemi delle squadre meno blasonate.

L’attaccante si sbarazza della stretta marcatura del difensore prima di segnare il gol della vittoria

Vedete che non si usano solo per indicare una vittoria. Sono due verbi sinili a superare, sebbene stavolta c’è una componente emotiva.

Concludiamo con il verbo conquistare, che si usa con i trofei, i titoli e i traguardi in generale.

Quindi conquistare lo scudetto è come vincere lo scudetto. Simile anche a ottenere e raggiungere.

Ottenere una qualificazione equivale a conquistare e raggiungere una qualificazione.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Khaled: Ho vinto la coppa del mondo.

Irina: Ho battuto tutti gli avversari

Bogusia: Il record è stato battuto

Anthony: Abbattere l’avversario.

Andrè: Abbiamo vinto nettamente

Hartmut: È stata una vittoria schiacciante

Irina: Siamo stati distrutti dall’avversario. Era troppo forte

Olga: Stavolta dobbiamo asfaltare i nostri avversari politici

Ulrike: Battendo il record abbiamo eclissato i campioni del passato

Rauno: Qual è il prossimo avversario da superare?

Lejla: Stiamo avendo un successo dopo l’altro.

Rafaela: Dobbiamo affernarci come miglior gruppo aziendale

Sofie: La Juventus si è imposta sul Real Madrid

Ulrike: Dopo il trionfo dei mondiali del 2006, l’Italia non ha più vinto.

Emma: Ci si aspettava una superba affermazione invece è arrivata una vittoria di misura

Bogusia: Abbiamo vinto sul filo di lana

Rauno: Dopo la vittoria risicata della scorsa settimana, adesso gli avversari vogliono la rivincita.

Olga: Mi aspetto una sonora sconfitta dal prossimo incontro!

Sofie: Ci distruggeranno, sono troppo più forti di noi.

Irina: L’ultima volta ci hanno annientato. Stavolta dobbiamo impartire una lezione agli avversari.

Lejla: Ci dobbiamo sbarazzare dei nostri avversari

Emma: Prima di tutto, bisogna superare gli avversari sul piano atletico.

Sofie: L’obiettivo è conquistare la coppa del mondo

460 Da capo a dodici

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Quando dobbiamo andare in un luogo, ad esempio a Roma, partendo da Berlino, usiamo, come sapete, le preposizioni da e a.

Vado da Parigi a Bruxelles

Parto da Parigi per andare a Vienna

Eccetera.

Accade la stessa cosa nell’espressione “da capo a dodici“, un’espressione colloquiale che si usa di solito non quando parliamo di un viaggio, piuttosto quando si parla di un percorso, nel senso più ampio del termine.

Parliamo di un percorso inteso come una qualunque attività che inizia, prosegue e prima o poi termina.

Durante il percorso si fanno delle cose, si fatica, si perde tempo, si studia, ci si applica, si parla, si comunica, si raggiungono obiettivi intermedi, si passa insomma, impiegando risorse di vario tipo, da una tappa all’altra, fino a raggiungere un risultato. Questo è l’obiettivo finale di un qualsiasi percorso.

Allora l’espressione da capo a dodici si usa quando questo percorso si interrompe e bisogna iniziare da capo (due parole) o daccapo (un solo termine), cioè dobbiamo iniziare di nuovo, dobbiamo iniziare nuovamente, dal principio.

In questi casi si usa spesso dire “essere da capo a dodici” o “ricominciare da capo a dodici”, “stare da cappa dodici”, “ritrovarsi da capo a dodici”.

Siamo sempre un po’ irritati quando pronunciano questa frase, perché è faticoso ricominciare daccapo. Però dobbiamo farlo.

Qualcosa è andato storto e ha compromesso tutto. Bisogna ricominciare.

Un’espressione nata a Roma ma si comprende e si usa in tutt’Italia.

Es:

con queste varianti del covid, dopo tutta la fatica fatta dai cittadini, rischiamo di ritrovarci da capo a dodici.

Rischiamo quindi di iniziare tutto daccapo: chiusura totale, non si può uscire da casa, niente lavoro eccetera.

Il senso è che non è servito a nulla quanto fatto finora. Rischiamo di tornare al punto di partenza.

So che state pensando al perché del numero dodici, ma è presto detto: il nunero dodici è lo stesso dei mesi dell’anno.

Avete mai avuto problemi tecnici col telefonino? Ad un certo punto trovate la soluzione dopo una lunga ricerca e tanta fatica. Poi un bel giorno scoprite che il problema torna a manifestarsi nuovamente: siete da capo a dodici!

Bogusia: La prima grana di Mario Draghi.
Gli impianti sciistici in Italia, se la stanno vedendo veramente brutta. Si dà il caso infatti che, gli imprenditori si siano preparati per la riapertura degli impianti e siano rimasti piuttosto male del nuovo stop arrivato proprio a ridosso dell’apertura . È stata una bella mandrakata far entrare  Draghi nel governo, dice qualcuno. Però a me, memore* di ciò che ho detto l’altro giorno, *si pone* di nuovo la domanda, adesso ne vedremo delle belle , ancora di più? Sulla scorta delle notizie che ci giungono, si potrebbe dire che Draghi, politico vecchio stampo, senza social affatto, se ne freghi di apparire di continuo o di ricevere il plauso o meno. Sarò stata ingenerosa? C’è poca indulgenza da parte mia? Può darsi. Ma bisogna mettersi anche nei panni degli imprenditori che erano felici di riprendere a lavorare e adesso si trovano di nuovo da capo a dodici.

Stare in campana

Stare in campana (scarica audio)

Vi hanno mai consigliato di stare in campana?

Ma che significa? Devo stare in campana? Cioè?

Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.

Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.

La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.

Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.

È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.

È un preallarme dunque, non proprio un allarme.

Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.

Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:

Occhio, ché se cadi ti fai male!

Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.

Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.

Va bene, grazie, starò in campana!

Un ultimo avvertimento.

Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.

Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.

Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.

Invece, quando si invita una persona a “stare all’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.

Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.

Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:

Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.

Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.

Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.

Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “le allerta“.

Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.

State all’erta dunque, anzi, in campana!

458 Un granché

Un granché (scarica audio)

  • Tutti gli audio-libri in versione KINDLE e CARTACEA (+MP3)
  • Video YouTube
  • Donazione per Italiano Semplicemente
  • Ricordate la locuzione “un certo non so che“?
    Ce ne siamo già occupati, sempre all’interno della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
    Ebbene, questa locuzione, che se ricordate sottolinea qualcosa di vago, diciamo un’impressione non ben definita, è sempre preceduta da “un“.
    Questa locuzione in realtà è abbastanza flessibile, perché ci sono più modi di usare “che” in questo modo:
    un che, un non so che, un certo non so che.
    Ad esempio la forma più semplice, che è anche la più utilizzata, è “un che“, seguita sempre dalla preposizione “di”.
    Il viso di Maria ha un che di angelico.
    Il tono della tua voce ha un che di polemico.
    Il tuo viso ha un che di tua madre.
    Significa semplicemente “qualcosa“, che noi non riusciamo bene, per il momento, a identificare, a definire.
    Ma l’argomento di oggi è la locuzione “non è un gran che” dove che viene usato in modo simile.
    Si usa quando qualcosa o qualcuno non ci piace molto: ci aspettavamo di più.
    Non è un gran che significa non è niente di eccezionale.
    Granché si può scrivere anche in una sola parola, scritta però con l’accento acuto finale.
    Si usa quasi esclusivamente in frasi negative, proprio per evidenziare la non eccezionalità.
    Non è un granché significa non è bellissimo, non è un capolavoro, non è meraviglioso, eccetera.
    Si usa anche “una gran cosa” al posto di “un granché“, e in questo modo posso usarla anche in frasi non negative.
    Quindi se mi piace la tua idea, non posso dire “la tua idea è un granché”, ma posso dire “la tua idea è una gran cosa”.
    Se invece non mi piace molto posso usare entrambe le forme.

    Credevo non fosse un granché la tua idea.
    Invece adesso che me l’hai spiegata bene, credo sia una gran cosa!

    Si usa anche senza “un” quando si tratta di una quantità invece che una qualità, sempre in frasi negative:
    Non sei granché onesto con me.

    Quindi è come dire che non sei stato molto onesto.

    Mettere “un” quindi, oppure non metterlo, può fare la differenza:

    Questa pasta non è un granché.
    Questa pasta non è granché
    Nel primo caso la qualità è scarsa, nel secondo la quantità è scarsa: è poca pasta.

    A volte è la stessa cosa:

    Questa automobile non l’ho pagata (un) Granché.
    Si parla in questo caso sempre di una spesa non elevata.

    Infine, abbiamo visto insieme anche l’espressione ” niente di che“, assolutamente equivalente a ” non è un granché” sia che io lo scriva in due parole o usando granché con l’accento.

    La differenza è che “niente di che” si presta maggiormente ad essere usata come esclamazione:

    Domanda: Com’era il film?
    Risposta: Niente di che!

    La frase generalmente termina lì.
    Invece usando granché:

    Il film non è un granchéIl film non è granché interessanteNon c’è granché da aggiungere a questa spiegazione.
    Allora ripassiamo, parlando di impeachment.

    Flora: come si potrebbe tradurre impeachment? Il termine “accusa” non mi torna molto.

    Hartmut: si tratta di una accusa particolare, un’accusa in virtù di una cattiva condotta, insomma, per essersi comportati male, dal punto di vista dei doveri istituzionali.  Senz’altro è successo qualcosa di molto grave.

    Ulrike: molto grave certo. Non è un provvedimento pro forma sicuramente. D’altronde, che vuoi, bisogna mettere dei paletti a certi comportamenti.

    Anthony: ma per Trump potrebbe essere il colpo di grazia.

    Emma: e dire che poteva vincere nuovamente le elezioni nel 2020. Vi rendete conto?

    Komi: questi ripassi mi piacciono proprio. Sono un esercizio che per niente lascia il tempo che trova.

    Olga: Ogni tanto è il caso di rispolverare delle nostre ormai vecchie frasi.

    Anthony: Sì! Ormai di frasi, appunto, ce ne sono ben più di quattrocento! Vai a capire come siamo arrivati a così tante!

    Olga: E se non le continuiamo a ripassare, quando ci troviamo a tu per tu con un madrelingua italiano, saremo costretti ad andare a tentoni.

    Sofie: Ma dimmi tu! Come facciamo a ricordarle tutte? Ci vorrà una vera e propria mandrakata!

    Irina: Chiedi a Giovanni che la sa lunga in termini di disciplina. Ti dirà sicuramente di darti una regolata con la grammatica e invece continuare a seguire le sette regole d’oro dell’associazione Italiano Semplicemente .

    456 Al netto di

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

    Sapete la differenza tra peso netto e peso lordo? Siamo generalmente in un ambito commerciale, perché quando pesate una qualsiasi merce, questa merce è di solito in un contenitore, e anche questo contenitore ha un suo peso. Quindi in genere pesando un qualsiasi prodotto, ciò che pesate generalmente è il peso lordo, cioè il peso complessivo. Il peso del contenitore è compreso in questo peso lordo. Ma se tolgo il contenitore e peso nuovamente il prodotto, ciò che resta è il peso netto. Ciò che ho tolto invece è la tara, cioè il peso del contenitore.

    Se quindi mi chiedi: quanto pesa questo computer?

    Io potrei rispondere:

    Al netto del contenitore pesa 500 grammi.

    Questa espressione significa: se considero solo il computer, senza considerare il contenitore, il peso è 500 grammi. Ho in pratica fatto una sottrazione: peso lordo meno la tara (il contenitore).

    La stessa espressione “al netto di” si usa però non solo quando parliamo di peso, ma in generale quando vogliamo escludere qualcosa in termini di quantità, quando non vogliamo considerare qualcosa. Facciop sempre una sottrazione, ma stavolta di denaro.

    Ad esempio, se ho un negozio, se sono cioè il proprietario di una attività commerciale, parlando di denaro, se qualcuno mi chiede:

    Quanto guadagni con il tuo negozio?

    Posso dire:

    Al netto delle spese guadagno 1000 euro al mese.

    Quindi questo significa che ho sottratto le spese. 

    Notate che “netto” è un aggettivo che significa (tra le altre cose) anche “pulito“. Non a caso esiste la “nettezza urbana” che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani nei comuni italiani. La nettezza urbana contrinbuisce a mantenere puliti i comuni.

    Sapete che anche quando devo indicare  un peso netto, cioè senza il contenitore, o una cifra netta, senza le spese, senza costi, si parla spesso di “peso pulito” anziché “peso netto”:

     Se compro un pesce in pescheria, in genere si parla di “peso pulito” del pesce, cioè una volta che il pesce è stato pulito, cioè eliminando le parti che non si mangiano.

    Ugualmente parlando di soldi:

    il guadagno pulito di questo mese è stato di 1000 euro. Si intende il guadagno netto, cioè al netto delle spese.

    Questo prodotto costa 10 euro al netto delle imposte.

    Vale a dire che se consideriamo le imposte, il prezzo aumenta, e magari diventa 12 euro. 

    Altre volte il senso di “al netto di” è leggermente diverso, perché indichiamo non sempre ciò che togliamo, tipo al netto delle tasse, al netto della tara eccetera, ma vogliamo dire che il numero che indichiamo è comunque un numero che si ottiene come differenza, quindi questo numero si indica come “al netto di” un altro numero che non viene indicato ma che è importante sottolineare:  

    Ad esempio:

     Oggi in Italia ci sono 10 ricoverati in meno in terapia intensiva per Covid, al netto di 100 nuovi ingressi.

    Anche in questo caso parliamo di quantità

    Questo significa che ieri magari i ricoverati erano 1000, oggi sono 990, quindi sono diminuiti di 10, ma questo non significa che 10 persone sono guarite. In realtà queste 990 persone di oggi non sono esattamente le stesse persone di ieri. Infatti ho detto che sono 10 in meno “al netto di” 100 nuovi ingressi. Quindi 100 di questi ricoverati sono entrati oggi in terapia intensiva. Allora questo significa che  qualcuno è uscito dalla terapia intensiva: si tratta di 110 persone, 10 in più di quelle entrate. Appunto. E come si esce dalle terapie intensive? O si guarisce o si muore.

    Quindi è vero che oggi ci sono 10 ricoverati in meno di ieri, e questa è una bella notizia, ma è bene dire che  questo dato è un dato che non considera  chi esce e chi entra ma solo il saldo,  la differenza. Anche in questo caso si dice “al netto di“. E’ un modo per dire: questo è un saldo, una differenza tra due numeri, come tra il peso lordo e la tara.

    Altri esempi, stavolta senza numeri. Qui il senso della frase può essere a volte diversa.

    Vediamo:

    Sapete che gli iscritti al Movimento 5 stelle sono stati chiamati ad esprimersi sul nuovo Governo. Sono d’accordo? I capi del movimento lo sono, ma non sappiamo ancora se lo sono anche gli iscritti al movimento. Allora posso dire che:  

    Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, al netto del voto degli iscritti.

    Cioè: Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, sempre che gli iscritti sono d’accordo.

    Si tratta di qualcosa di importante da evidenziare che nella prima parte della frase non abbiamo considerato.

    Notate che quando non si parla di quantità, l’espressione “al netto di” è molto simile a “al di là” che abbiamo già spiegato nell’episodio 193. Spesso diventa anche “al netto di tutto“, che è è proprio come “al di là di tutto“.

    Vediamo qualche altro esempio:

    Mario, al netto degli ultimi litigi, alla fine sposerà Chiara, perché in fondo sono molto innamorati.

    Come dire: non consideriamo i litigi, mettiamoli da parte. Separiamo queste due questioni.

    Ho sempre detto che studiare solo la grammatica non serve a imparare una lingua, ma al netto di ciò, quello che veramente è importante è ascoltare e parlare, ripetere, sbagliare e riprovare.

    Anche qui voglio separare due questioni: la grammatica e il resto. Allora “al netto di” qualcosa è anche simile “a prescindere da” questo, un’espressione che ho già spiegato e che potete ascoltare nuovamente. 

    Al netto della mia fede calcistica, credo che Maradona sia stato un grande calciatore.

    Come dire: mettiamo da parte la mia fede calcistica, la squadra del mio cuore, perché non c’entra con il mio giudizio.

     Al netto delle mie preferenze politiche, credo che il partito X abbia dimostrato più coerenza degli altri.

    Vedete quindi che, come la tara e il peso netto, si tratta sempre di cose da tener distinte.

    Ora, al netto della lunghezza della mia spiegazione che ha ampiamente superato la durata prevista, spero sia riuscito a spiegare bene, anche al netto di qualche errore di battitura che potrei aver commesso.

    Ulrike: io sono ampiamente soddisfatta, sarebbe ingeneroso dire il contrario.

    Natalia: sì, anch’io, purché non diventi un’abitudine fare episodi così lunghi.

    Anthony: benché, bisogna dire che ci sono persone alle quali vanno più a genio episodi più lunghi,

    Bogusia: Ivi inclusa la sottoscritta

     

     

     

    455 Eludere, ineludibile

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

    Oggi voglio spiegarvi un verbo e un aggettivo. Si tratta di eludere e ineludibile.

    Vediamo qualche esempio:

    Dei ladri sono entrati nella mia villa in campagna, eludendo le telecamere di sorveglianza.

    Tanti italiani hanno eluso il fisco portando i loro soldi a Lussemburgo

    Le varianti del Corona virus potrebbero eludere i vaccini

     Dunque eludere significa evitare, sfuggire. 

    I ladri che eludono le telecamere di sorveglianza non si fanno riprendere da queste telecamere, e lo fanno volontariamente, con furbizia. Nell’elusione c’è sempre la volontà, la volontarietà, spesso la malizia, la furbizia.

    Infatti spesso si parla di eludere le tasse, i pagamenti, i controlli della polizia, appunto, le telecamere. 

    Ma si può eludere anche una domanda, facendo il furbo, o facendo finta di niente. In questo caso si evita di dare una risposta. In questi casi si ha un comportamento elusivo.

    Quindi a volte si usa anche nel senso di sottrarsi a un obbligo o ad un impegno.

    Io eludo le tasse per non pagarle

    Tu eludi una domanda per non rispondere

    Lui elude le telecamere per non farsi riprendere

    Noi abbiamo eluso i controlli della polizia scappando!

    Voi avreste voluto eludere la legge

    Loro scappano dalla polizia e vorrebbero eludere la giustizia.

    Proprio per questa malizia e furbizia che si usa, spesso significa “prendersi gioco” di qualcuno o qualcosa. Infatti proprio questa è l’origine di eludere: prendersi gioco. 

    A volte però qualcosa non si può eludere, neanche usando tutta la furbizia del mondo. Siamo di fronte a qualcosa di ineludibile, come i ripassi finali alla fine di ogni episodio. Ascoltatene uno allora.

    Irina: sebbene il tempo sia sempre risicato per me, non posso eludere la tua richiesta.

    Natalia: a me fa piacere ripassare, specie se nel frattempo sorbisco un buon caffè americano. 

    Bogusia: Bene, ti risparmio di assaggiare quello che ho fatto io con la moka. E’ venuto una vera ciofeca.

    Dorothea: anche il mio non è niente di che comunque. 

    Ulrike: Forse andava pressato meno? Cosa ne dici Giovanni?

    Giovanni: non so, dovrei assaggiarlo per dirlo. Ma in questi casi meglio farne un altro. In questi casi però non posso dire che è meglio “eludere il caffè” fondamentalmente perché non c’è nessuna furbizia o malizia in questo. In generale non è escluso che un oggetto o una persona non possano essere elusi. Ad esempio si può “eludere un ostacolo” in mezzo alla strada, per evitare di prenderlo, di colpirlo e farsi male. Anche un colpo si può eludere: un colpo di pistola, di arma da fuoco o da taglio, o un calcio o un pugno. Queste sono tutte cose che possono essere eluse. Oltre alla malizia e alla furbizia può allora essere una questione di destrezza, di abilità

    Vi è mai capitato che qualcuno, vedendovi da lontano, cambi strada per non incontrarvi? Forse non lo sapevate, ma siete stati elusi! 

     

     

    Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

    File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

    Descrizione

    Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

    Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

    454 Mettere dei paletti

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

    Non so se vi sia mai capitato di incontrare il termine paletti, soprattutto nell’espressione “mettere dei paletti

    Si tratta di un’espressione che vale la pena di inserire nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente proprio perché è adatta a molti contesti diversi.

    Mettere dei paletti ha prima di tutto un senso proprio.

    I paletti sono dei pali, cioè delle assi di legno che vengono piantati a terra, cioè infilati nel terreno.

    Questo si fa in agricoltura per delimitare i terreni di proprietà, quindi si mettono dei paletti intorno al proprio terreno, con della rete tra un palo e l’altro.

    Queste recinzioni fatte con i pali e la rete servono anche per rinchiudere gli animali e formare un recinto che impedisce agli stessi animali di uscire.

    In senso figurato il senso non è molto diverso, infatti significa stabilire dei confini relativamente al comportamento delle persone. Si dice anche fissare o stabilire dei paletti con lo stesso significato.

    Stabilire dei vincoli, mettere dei confini, fissare delle regole: si tratta di paletti non materiali, bensì nel comportamento, quindi parliamo di un’imposizione di limiti a qualcuno. Si impongono dei limiti.

    Si dice: questo si può fare ma quest’altro no.

    Ad esempio una mamma potrebbe dire:

    Irina: Mio figlio esce tutte le sere e rientra a casa quando vuole. Non deve sottostare a nessuna regola.

    Un altro genitore potrebbe rispondere:

    Komi: Io invece no, perché se non metto dei paletti, mio figlio non studia più e poi prende una brutta piega.

    Anche dire semplicemente dei no significa mettere dei paletti.

    I figli devono imparare cosa si può fare e cosa invece è meglio non fare, e per questo i genitori spesso mettono dei paletti, fissano dei limiti da non superare.

    L’espressione si può usare, come avete ascoltato, in genere quando si parla di figli, per aducarli a comportarsi bene, ma si può usare anche in altre occasioni in cui si avverte il bisogno di imporre dei limiti al comportamento di qualcuno.

    In ufficio ad esempio, ci sono persone sempre disponibili ad aiutare i colleghi, e puoi entrare quando vuoi nel loro ufficio e chiedere loro aiuto. Loro non si lamentano mai.

    La disponibilità è sicuramente un pregio, una caratteristica positiva, ma se non si iniziano a mettere alcuni paletti, qualcuno sicuramente si approfitterà di questa disponibilità e non si riescirà a far bene il loro lavoro per aiutare sempre gli altri.

    Quali possono essere questi paletti? Ad esempio, si può rispondere: posso aiutarti dopo le 16, ché ho 10 minuti liberi. Prima devo finire un lavoro urgente.

    A me ad esempio non c’è nessuno che mi mette paletti, e la conseguenza è che gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente durano sempre un po’di più di due minuti.

    Hartmut: però almeno così, se tanto mi dà tanto, impariamo di più.

    Rafaela: poi questa strategia che abbiamo messo a punto per non dimenticarci degli episodi passati ha il suo perché.

    449 Se tanto mi dà tanto

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

    Ecco una bella espressione che potete utilizzare ogni volta che volete fare una deduzione logica.

    Quando accade qualcosa e, come conseguenza, vi aspettate una risposta, una reazione o un fatto più o meno logico che debba accadere – almeno secondo voi – potete usare “se tanto mi dà tanto”.

    Es: continuiamo a inquinare la terra con la plastica. Se tanto mi dà tanto, tra 100 anni dovremo trovare un altro pianeta su cui abitare.

    Si tratta quindi di una deduzione, si tratta di immaginare un prevedibile sviluppo di un fatto reale: l’inquinamento in questo caso.

    Potremmo anche dire:

    Se accade ciò che penso…

    Se la logica non mi inganna…

    Se le cose vanno avanti così…

    In base alla logica o alla nostra esperienza passata, allora crediamo di sapere cosa accadrà adesso.

    Vediamo un altro esempio:

    Ogni volta che Italiano Semplicemente pubblica un nuovo episodio, mi sento più sicuro. Se tanto mi dà tanto, nel giro di sei o sette mesi saprò usare almeno 200 nuove espressioni italiane!!

    Irina: esatto! E questo grazie ai ripassi con i fiocchi che facciamo tutti i giorni.

    Bogusia: io vorrei sapere quale sarà il prossimo episodio invece. Starò sulle spine fino a domani.

    Olga: scusate ma tenete conto che io, in quanto arrivata da poco tempo nell’associazione, ancora ho molti episodi passati da ascoltare.

    Ulrike: non preoccuparti, puoi anche iniziare dall’episodio di oggi e poi vedere solamente quelli che di volta in volta ripassiamo. Così sarà più facile.

    Anthony: infatti. Bisogna consentire alla mente di assorbire gli episodi un po’ alla volta, senza dar fondo a tutte le tue energie.

    Flora: vedrai che tra un paio di mesi ti sentirai a cavallo!

    448 Tener conto

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

    Il verbo tenere è molto usato nelle locuzioni e nelle espressioni, anche idiomatiche, italiane.

    Uno dei modi di usare il verbo tenere è “tener conto“.

    Potremmo dire che questa locuzione è assolutamente equivalente a “considerare” o anche “tenere in considerazione“.

    Il verbo tenere quindi viene usato per esprimere, in questo caso, qualcosa da non lasciare, ma non nel senso materiale. Qualcosa da non trascurare, da non dimenticare.

    C’è quindi qualcosa di importante che va considerato, proprio perché è importante.

    Nel linguaggio informale normalmente quando si vuole evidenziare questo si usano anche altre modalità.

    Ad esempio:

    Andiamo al cinema? Ti passo a prendere alle otto questa sera.

    Ok, ma guarda che viene anche Giovanni.

    Guarda che” è una delle forme equivalenti. Molto informale ma molto usata come modalità.

    Potrei dire:

    Tieni conto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione che viene anche Giovanni.

    Considera che viene anche Giovanni.

    In aggiunta a “che” si usa, ma è un pochino meno informale, anche il termine “fatto”.

    Tieni conto anche del fatto che viene anche Giovanni.

    Prendi in considerazione il fatto che viene anche Giovanni.

    Considera anche il fatto che viene anche Giovanni.

    Tener conto si usa anche per sottolineare qualcosa su cui riflettere, qualcosa che merita attenzione, una circostanza che bisogna valutare attentamente.

    In questi casi, più formalmente, si può usare “tenere in debita considerazione“, o “fare la debita valutazione” o “tenere nel debito conto” una circostanza, un fatto o qualunque cosa che meriti attenzione. Aggiungere l’aggettivo “debita” o “debito” sottolinea l’importanza dell’aspetto da considerare. La debita attenzione è l’attenzione che merita.

    Se vi state chiedendo il perché si utilizzi il termine conto, non dimenticate, tenete conto che contare significa anche “avere importanza”.

    Inoltre il conto è anche un’operazione matematica, come il conto del ristorante, cioè la somma da pagare per ciò che si è mangiato.

    Quando si fa un conto, non bisogna dimenticare nulla, o meglio, bisogna tener conto di tutto ciò che va conteggiato, considerato.

    Se non lo fai, non ne stai tenendo conto.
    Che ne dite adesso facciamo altri esempi?

    Hartmut: tieni conto del fatto che hai già superato i due minuti. Lo farai a tempo debito magari in altri episodi.

    Mariana: sarebbe un peccato se dimentichiamo di tenere nel debito conto l’importanza della durata.

    Olga: Ciao amici, mi consentite solo una domanda?

    Emma: Beh, caschi male, perché da più di un’ora mi sto a scervellare preparando un ripasso e adesso che finalmente sono a cavallo devo continuare.

    Ulrike: Come sarebbe a dire caschi male, siamo tanti qui, qualcuno sarà disposto a ritagliarsi del tempo per una risposta. Vai Olga

    Olga: Allora, sicuramente avrete presente che Giovanni ci spedisce ogni giorno un nuovo episodio, a volte anche due. Mi sento in debito con lui, di volta in volta di più. In che modo potrei dargli il meritato plauso?

    Bogusia: Macché, non preoccuparti troppo, tanto è risaputo che lui si diverte e poi ci ha chiamato in causa lui, ossia è lui che ha voluto la bicicletta e adesso …

    Sofie: pure io penso che il presidente non voglia batter cassa, purché partecipiamo e diciamo grazie anche attraverso i nostri progressi. Benché, a pensarci bene, ogni tanto una donazione dovrebbe essere benaccetta.

    447 Il fior fiore

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

    Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

    richiesta adesione

     

    E’ interessante come il termine “fiore” sia spesso usato per rappresentare non solo la bellezza ma anche la parte migliore di qualcosa.

    Se ad esempio dico che mio figlio si torva nel fiore degli anni, voglio dire che si trova nel mezzo della giovinezza, l’età migliore. Si parla anche del fiore della vita per indicare questo periodo di tempo.

    fiore all'occhielloAllo stesso modo, essere il fiore all’occhiello, significa essere il motivo di maggior prestigio e di vanto di una persona, di un’azienda eccetera.

    Tecnicamente l’occhiello è un taglio fatto su una giacca, una fessura, precisamente sul risvolto sinistro della giacca, dove si può inserire qualcosa che va mostrato: un distintivo, un fazzoletto colorato, e appunto anche un fiore.

    Potremmo dire che, ad esempio, la pizza è il fiore all’occhiello dell’Italia, o che il fiore all’occhiello della mia azienda è un particolare prodotto, di cui sono molto orgoglioso.

    Per indicare la parte migliore di qualcosa, la parte scelta, selezionata di un insieme, posso usare semplicemente la parola “fiore“:

    il fiore della città è la parte migliore della città.

    Il fiore della nazione è la parte migliore della nazione, quella di cui essere più orgogliosi.

    Il fiore della letteratura italiana è la parte migliore della letteratura italiana, intesa come interpreti, personaggi.

    Posso usare anche “un” e anche la forma abbreviata “fior”:

    Marco è un fior di architetto .

    Cioè è uno dei migliori architetti.

    Ma anche in senso negativo lo posso usare, ovviamente il senso è ironico:

     Giovanni è un fior di delinquente.

    Quindi Giovanni é uno dei delinquenti peggiori, o migliori (dipende dai punti di vista), quasi ci fosse stata una selezione.

    Spesso poi si raddoppia: un fior fiore.

    Alla riunione dei membri parteciperà il fior fiore dell’associazione.

    Scherzi a parte, si sente parlare spesso del “fior fiore“, di tante cose, come della società.

    Si usa anche nel commercio sapete?
    Quando si vuole dire che un prodotto ha un’elevata qualità, possiamo dire che rappresenta non solo il fiore all’occhiello di quell’azienda, ma anche il fior fiore come prodotto:

    il fior fiore dei carciofi

    il fior fiore della salumeria italiana

    Se ho un ristorante, posso dire che nel mio ristorante viene a mangiare il fior fiore della società.

    Infine, a volte indica anche un’alta quantità.
    In questo caso si usa “fior fiori” (al plurale):

     Sul nostro sito abbiamo pubblicato fior fiori di episodi audio

    Si vuole evidenziare questa quantità per qualche motivo.

    Es:

    Basta, ti lascio perché sei troppo avaro!

    Cosa? Ma ti ho fatto fior fiori di regali!

    credo che abbiate capito sebbene non vi abbia fatto fior fiori di esempi.

    Adesso sentiamo alcune voci del fior fiore dell’associazione Italiano Semplicemente per un bel ripasso:

    Hartmut: circa la qualità dei membri, non c’è nessun dubbio!
    Irina: giusto, vedremo se sarà così anche nel presieguo della vita dell’associazione.
    Ulrike: non dobbiamo che aspettare per vedere

    I mille usi del verbo prendere

    I mille usi del verbo prendere

    Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

    Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

    Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

    Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

    Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

    In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

    Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

    Hai preso lo stipendio questo mese?

    No, lo prendo domani.

    Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

    Cosa prendi? Offro io!

    Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

    No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

    Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
    Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

    Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

    Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

    Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

    Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

    C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

    Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

    Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
    qualcuno, incolpare qualcuno.

    Non te la prendere con me, io non sono stato!

    State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

    Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

    Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

    Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

    C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
    Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

    Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

    Ci sono frasi simili però:
    Prendere male qualcosa
    Prenderla male

    Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

    Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

    Posso dire:
    Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
    A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
    Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
    Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

    Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

    Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

    Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

    Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
    Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
    Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

    Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

    Prendere per buono.

    Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

    Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

    Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


    Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

    Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
    Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

    Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
    In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

    Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

    Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

    Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

    Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

    Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

    Tra l’altro esiste anche riprendere:

    Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

    Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

    Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

    Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

    Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

    Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

    All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

    Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

    Con Maria proprio non mi prendo!

    Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

    Si può anche dire:

    Io so come prenderlo, fidati di me.

    Non so come prenderlo.

    In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

    In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

    Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

    Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

    Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

    Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

    Ciao Giovanni!

    No, io sono Mario, non Giovanni.

    Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

    Si usa spesso anche come esclamazione:

    Ma per chi mi hai preso?

    Se dico ad esempio:

    Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

    Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

    Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

    Torniamo ora a prendersela.

    Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

    Ma esiste anche:

    Prendersela comoda

    Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

    Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

    Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

    Prendersi una responsabilità (assumersi)
    Prendere l’autobus (salire)
    Prendere la Laurea (laurearsi)

    Prendere le armi (arruolarsi)

    Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

    Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

    Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

    Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

    Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

    Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

    Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

    Preso! (cioè “colpito!”)

    Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

    Hai indovinato! = Ci hai preso!

    Anche gli animali si possono prendere:

    Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

    Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

    In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

    Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

    Non devi farti prendere dall’ansia.

    Non farti prendere dalla paura

    Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

    Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

    Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

    L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

    La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

    Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

    Prendere in castagna

    In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

    Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

    Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

    A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

    Che equivale a dire:

    Sono stato preso dalla paura
    Sono stato preso dal sonno

    Anche la smania può prendere.
    Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
    In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

    La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

    Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

    Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

    Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

    Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

    In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

    Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

    Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

    Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

    Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

    Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

    A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
    A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

    Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

    Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

    Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

    In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

    Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

    Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

    Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

    Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

    Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

    Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

    In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

    Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

    Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

    Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

    Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

    Prendi e porta a casa
    Prendere o lasciare
    Prendere fischi per fiaschi
    Prendere in contropiede
    Prendere il due di picche
    Prendere la palla al balzo
    E tante altre espressioni.

    Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.