Il putiferio, il vespaio e la bufera

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Voce di Sofie, membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Trascrizione

Sofie (Belgio): Il termine putiferio non è molto usato dai non madrelingua.

Il motivo probabilmente è che somiglia molto al più diffuso “casino“.

Casino è però molto informale, e sicuramente è il più usato da tutti nel linguaggio di tutti i giorni.

Ad ogni modo un putiferio, proprio come il casino, possiamo usarlo in più occasioni. La scelta dipende dal contesto, che può essere più o meno familiare.

Prima di tutto un putiferio è una specie di litigio tra persone o meglio ancora una situazione di clamore improvvisa.

Questo clamore è stato provocato da un grosso problema venutosi a creare.

Es:

Appena la notizia della corruzione è apparsa sui giornali, nel partito è successo il/un putiferio.

Il mio ragazzo mi ha lasciato e io all’inizio ho fatto il/un putiferio.

Quando arrivai tardi alla riunione il mio capo ha scatenato il/un putiferio.

Si tratta di qualcosa di rumoroso e violento, che genera confusione e generalmente anche dei grossi cambiamenti.

Ma un putiferio può anche essere una scenata, una reazione di una persona che giudichiamo esagerata, uno sfogo incontrollato di rabbia e di risentimento contro qualcuno:

Il mio ragazzo mi ha visto che baciavo un altro ragazzo e ha fatto un putiferio.

Perché per così poco hai generato un putiferio? Che bisogno c’era? Non potevi reagire da persona equilibrata e tranquilla? C’era bisogno di questa reazione esagerata?

Un putiferio può indicare, proprio come il casino, un grande disordine:

Che putiferio che c’è in questa stanza! Perché non la riordini?

Ci sono altri termini anch’essi altrettanto usati, quali finimondo, pandemonio, parapiglia, trambusto, tumulto e al limite anche il vespaio.

Il vespaio è interessante perché viene dal termine vespa. In vespaio è in senso proprio il nido delle vespe.

Rispetto al pandemonio, il vespaio dà l’idea di una reazione più silenziosa, ma comunque confusionale e incontrollata. Indica pettegolezzi, scandali, gente che parla e discute, l’esistenza di risentimenti e malumori.

Il tipico esempio dell’uso del vespaio è:

Provocare un vespaio di polemiche

Suscitare un vespaio di critiche

Sollevare un vespaio di proteste

Queste critiche vengono da più parti. Pensate al rumore delle vespe nel vespaio.

Il pandemonio dunque è più rumoroso e può essere fatto anche da una sola persona. Il vespaio invece coinvolge più persone.

Molto giornalistico è anche il termine “bufera“, preso in prestito dalla terminologia meteorologica:

Si scatena una bufera nelle istituzioni scolastiche dopo le dichiarazioni di Giovanni che vuole rinunciare all’insegnamento della grammatica.

Si tratta sempre di proteste generalizzate, che vengono da più parti e generano scompiglio, confusione; un grave sconvolgimento, in genere politico o sociale.

Generalmente il vespaio viene generato, suscitato o sollevato e si riferisce a critiche e polemiche da parte di più persone.

Appena ho pronunciato il verbo sollevare mi è subito venuto alla mente il termine “polverone“, anch’esso simile.

Hai sollevato un polverone per un nonnulla. Datti una calmata!

Più informale il polverone rispetto al vespaio.

Le bufere invece, proprio come le tempeste di pioggia e vento, sono qualcosa di più violento e si dice in genere che si abbattono (ad es. su una persona o su un personaggio pubblico) dopo un certo avvenimento, come può essere una dichiarazione pubblica.

Il pandemonio si può tranquillamente usare al posto del vespaio e della bufera, ma in tal caso si preferisce usare il verbo “fare” o “provocare” (fare/provocare un pandemonio), oppure si dice che è successo un pandemonio.

Oddio,vedo che siamo arrivati a sei minuti! Allora vi saluto e spero che tra di voi non si sia sollevato un vespaio di proteste!

Ciao.

La dissenteria, la cacarella e la stitichezza

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Voce di Danielle, membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Danielle: Uno dei prossimi verbi di cui parleremo su italiano semplicemente è il verbo dissentire.

Vale sicuramente la pena inserirlo nella rubrica dei verbi professionali quindi a breve sarà online.

Spiegato molto velocemente dissentire significa non essere d’accordo.

Oggi però ci occuperemo della dissenteria, che, vi chiedo: ha qualcosa a che vedere col verbo dissentire?

Iniziamo a dire che la dissenteria è una malattia.

Non è però la malattia di una persona che non è mai d’accordo, perché questo tipo di “malattia” viene comunemente chiamata in modo diverso:

Essere un bastian contrario

Fare il bastian contrario

Abbastanza simile è l’espressione:

Fare l’avvocato del diavolo

Questa è un’espressione colloquiale che indica il comportamento di una persona che controbatte sempre, ha sempre qualcosa da ridire, è sempre contrario a tutto ma non perché ne è convinta, piuttosto lo fa apposta, solo per l contrastare le altrui posizioni.

Può anche essere utile avere una persona che interpreta la figura dell’avvocato del diavolo perché aiuta a capire il rovescio della medaglia e ad analizzare obiettivamente una decisione da prendere su un problema da risolvere.

No. La dissenteria non è tutto questo.

Invece è una particolare l malattia infettiva che colpisce il nostro intestino.

La dissenteria è una grave forma di diarrea. Comunemente i termini “diarrea” e “dissenteria” vengono utilizzati come sinonimi, ma in realtà la dissenteria è più grave.

Per usare termini semplici, quando una persona soffre di dissenteria va spessissimo al bagno e si perdono molti liquidi e sali minerali.

Il verbo dissentire e la dissenteria si somigliano quindi ma l’origine è completamente diversa. Dissentire viene dal latino e deriva da “sentire“, ma riguarda le opinioni, mentre la dissenteria deriva dal greco “éntera” che significa intestini.

A proposito, visto che ci sono, vi dico che nel linguaggio familiare si usa anche il termine cacarella, che ha anche un uso legato alla paura e alla cosìddetta fifa.

Quando una persona ha paura di qualcosa, si dicono spesso frasi tipo:

Durante la passeggiata, due cani mi hanno rincorso. Non ti dico che cacarella che mi ha preso!

Oggi ho l’esame di italiano. Ho una cacarella!

Allo stesso modo si usa anche “cacarsi sotto dalla paura” o “cacarsi addosso dalla paura” che però è decisamente troppo esplicito e dunque abbastanza volgare.

Tornando alla dissenteria, che non si usa mai in senso figurato, voglio dirvi che quando una persona ha il problema opposto, cioè quando non riesce ad andare al bagno, si dice che soffre di stitichezza, oppure si dice che è costipato (costipazione).

Ogni volta che vado in vacanza, dopo tre giorni sono sempre costipato. Come posso fare per combattere questa stitichezza?

Esiste anche il termine stipsi, sicuramente più usato dai medici che dalla gente comune.

Come la cacarella, anche la stitichezza viene usata in senso figurato.

Può indicare lentezza, incertezza nel produrre qualcosa o nel realizzare qualcosa, specie se si tratta di libri e più in generale di produzioni letterarie.

Nell’uso figurato c’è sempre una difficoltà “nell’uscita” di qualcosa.

Uno scrittore giudicato stitico è dunque uno scrittore che non scrive moltissimo. Magari esce un libro ogni 10 anni. Si parla dell’uscita dei libri in libreria.

Anche se ad uscire con difficoltà sono i soldi dal proprio portafogli, possiamo parlare di stitichezza.

In pratica si tratta di un modo alternativo e meno offensivo per dire che una persona spende con difficoltà, ha difficoltà nello spendere.

Normalmente di queste persone si dice che sono tirchie, taccagne, avare, spilorce, o, più gentilmente, parsimoniose (avere parsimonia è persino giudicato un pregio).

Possiamo comunque anche dire:

Giovanni, quando deve offrire il caffè ai colleghi si mostra sempre un po’ stitico.

Possiamo usare la stitichezza anche per indicare una certa difficoltà nel mostrare sentimenti:

Sono sempre stato stitico quando devo mostrare affetto, ma non lo faccio apposta.

Dai non fare lo stitico, dai un forte abbraccio ai nonni!

Adesso facciamo un nell’esercizio di ripetizione per non dimenticare che bisogna esercitarsi anche nel parlare:

Ho sempre sofferto di stitichezza

Ho una forte dissenteria

Quando mangio le prugne mi viene subito la cacarella.

Domani ho il primo esame. Che cacarella che mi ha preso!

Francesco è un po’ stitico nel mostrare sentimenti.

Quando c’è da offrire, il più stitico è sempre stato Pietro.

Tra qualche giorno andrà online anche la spiegazione del verbo dissentire, nella rubrica dei verbi professionali. Se volete ascoltare e leggere questo episodio, non vi resta che chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Un saluto.

Il canone

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Trascrizione

Ci sono molte parole italiane che hanno più significati, quindi diversi significati, nonostante si scrivano e si pronuncino allo stesso modo. Inutile fare una lista qui che sarebbe lunghissima.

Ci sono poi parole particolari con significato diverso, che si scrivono nello stesso modo ma si pronunciano in modo diverso, con un accento che cade su vocali diverse.

Su questo argomento abbiamo anche fatto un bell’episodio.

Una di queste parole merita secondo me una attenzione particolare: il CANONE, il cui accento può cadere sulla lettera a oppure sulla lettera o.

Nel secondo caso si tratta di un grosso cane, un cane di grandi dimensioni.

È chiaramente un modo colloquiale per chiamare un grosso cane, ma anche se cambiamo animale o parliamo di un oggetto di grandi dimensioni rispetto alla normalità, l’accento cade sempre sulla penultima vocale della parola:

Gattone

Armadione

Omone

Donnona

Bambinone (che si riferisce anche ai comportamenti)

Casona

Eccetera.

Il canone invece, intendo quello con l’accento fonico sulla lettera a, può avere a sua volta due diversi significati.

Il più semplice ha un significato simile a abbonamento.

Si tratta di una somma di denaro, cioè una certa quantità di denaro da corrispondersi periodicamente (cioè che bisogna pagare periodicamente) per il godimento di un immobile o la prestazione di un pubblico servizio.

Ho detto che si paga periodicamente quindi c’è il canone annuo, il canone mensile, il canone settimanale, il canone giornaliero e volendo anche il canone orario.

Perché si paga il canone? Quali sono i servizi di cui parliamo?

Ad esempio c’è il canone televisivo (canone TV o canone RAI) che tutti i possessori di una tv o altro dispositivo elettronico con il quale si può vedere la tv, devono pagare allo stato.

Si chiama anche canone di abbonamento perché si tratta di un servizio periodico al quale ci si può abbonare.

Dunque il canone è un pagamento, cioè una “prestazione in denaro” , che viene corrisposta a intervalli di tempo, quale corrispettivo del godimento di un bene, generalmente in base a un contratto che è stato firmato.

Non è il caso però della tv, perché tutti in Italia devono pagare il canone tv, a meno che non si dimostri di non avere un dispositivo TELEVISIVO. È dunque una forma di tassazione.

Il canone tv si paga già da qualche tempo insieme alla bolletta dell’energia elettrica. Quando viene pagata la bolletta elettrica si paga quindi, con lo stesso pagamento, anche il canone tv.

Vale la pena di parlare, come tipo di pagamento, anche del canone di locazione, detto comunemente canone di affitto o semplicemente affitto, che è il pagamento periodico (es. mensile) che si effettua per il godimento di un bene immobile: un appartamento, un garage ecc.

Si chiama normalmente affitto, oppure anche fitto, o in alcuni casi anche noleggio, o nolo. Solitamente noleggio si usano per le automobili, i furgoni, gli autobus, le barche eccetera.

Il nolo si può usare al posto di noleggio, ma normalmente si usa per indicare il prezzo per il trasporto di merce via nave o aereo.

Ma il canone (sempre con l’accento sulla a) è anche un’altra cosa.

Infatti può essere una specie di riferimento, di schema cui si fa riferimento per fare una valutazione.

Es:

Secondo i canoni di bellezza di un tempo, le donne in carne erano considerate molto belle e quelle magre non erano affatto considerate attraenti.

Normalmente si usa il plurale in questo uso: i canoni.

I canoni di bellezza attuali sono altri.

Potremmo dire che ognuno di noi ha un proprio canone di valutazione delle cose, o anche un proprio canone di giudizio.

Stiamo parlando di un criterio logico, di uno schema di valutazione, o anche di gusti personali, basati su considerazioni personali.

A me magari piacciono le donne alte e bionde e a Paolo quelle more e piccoline. Evidentemente i miei canoni di valutazione sono diversi da quello di Paolo.

Interessante che con questo tipo di canoni si possa usare anche il verbo rispondere:

Questa donna risponde ai canoni di bellezza del 1700

Vale a dire che se fosse vissuta nel 700 sarebbe stata considerata bellissima. Rispondere in questo caso è simile a soddisfare.

Andiamo però al di là dei gusti e della bellezza.

Si può usare infatti anche con i requisiti:

Questo attore non risponde ai canoni/requisiti richiesti dal regista

Dunque i canoni sono simili ai requisiti.

Il teatro risponde ai canoni architettonici propri del periodo.

La costruzione di questo convento risponde ai canoni classici dell’architettura romanica.

Canone a questo punto è anche simile a caratteristica, modalità, gusto, concetto.

Si usa molto anche nel linguaggio giuridico:

Es:

Questo comportamento dell’amministrazione pubblica non risponde al canone costituzionale previsto dall’articolo 97.

Non so se questo episodio risponda ai canoni della lezione di italiano della maggioranza di coloro che studiano la lingua italiana.

Spero di sì.

Per finire vi faccio notare che canone somiglia anche a “regola”:

I canoni di giudizio delle persone sono diversi. È vero o no?

Quali sono i canoni di giudizio adottati da una giuria che deve decidere quale atleta ha fatto la migliore performance?

Cioè: secondo quale criterio, secondo quali regole di giudizio? Quali sono le caratteristiche da rispettare? Quali sono i parametri di valutazione?

Quest’ultima è la versione probabilmente più tecnica.

Spero che l’episodio sia stato di vostro gradimento e ricordo a tutti che diventando membri dell’associazione Italiano Semplicemente potrete avere accesso a tutti gli episodi e a tutti i nostri audio-libri in formato pdf e mp3 da ascoltare durante il tempo libero o anche mentre fate un giro nel parco col vostro canone!

Un saluto da parte mia.

Caspita!

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Trascrizione

Qual è la seconda parola che un non madrelingua impara della lingua italiana?

“Ciao” è sicuramente la prima. Per la seconda, credo che in molti casi si tratti di “cazzo”.

Le parolacce hanno evidentemente un fascino irresistibile per chi impara una nuova lingua.

Se però non volete dire parolacce, in tutte le occasioni potete usare una parolina molto più gentile.

Si tratta di “caspita“.

La si può usare ad esempio come singola esclamazione per esprimere stupore o meraviglia, e rispetto alla parolaccia di cui sopra, la si può usare in modo più appropriato quando si tratta di cose positive e non solo brutte notizie:

Caspita, come ti sta bene questo vestito!

Hai saputo che Giovanni ha avuto 7 figli?

Risposta: caspita!

Si può esprimere anche impazienza e in questi casi si aggiunge “che” per far capire che non sono stupito ma irritato e questa è veramente un’alternativa alla parolaccia:

Che caspita! Quanto ci mette per prepararsi la tua ragazza! Siamo già in ritardo per la cena!

Oppure si esprime offesa, risentimento, sempre con “che”:

Che caspita! sono due volte che mi rispondi male. La prossima volta prendo e me ne vado!

Si può usare anche all’interno di una frase per sottolineare la propria irritazione e contrarietà:

Che caspita ha detto il professore? Non ho capito un’acca della sua spiegazione.

Ti ho tradito? Che caspita stai dicendo!

In questi casi potremmo anche togliere caspita e la frase sarebbe meno colorita ma avrebbe lo stesso senso.

Esiste anche il diminutivo “caspiterina” che si può usare in tutti i modi visti finora. Certo, quando esprimiamo contrarietà o irritazione, non si raggiunge così lo stesso livello di rabbia ma l’obiettivo è proprio questo. Il senso è leggermente attenuato anche quando siamo stupiti.

Caspiterina, oggi l’episodio è durato veramente poco! Se volete però ne abbiamo un altro simile in cui ci siamo occupati di disappunto.

Vi parlo di disappunto perché ad esempio alcuni episodi presenti sul sito di italiano semplicemente potrebbero farvi esclamare espressioni come diamine! Oppure maledizione, accidenti, mannaggia. Questo perché non tutti gli episodi sono disponibili per tutti ma solo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

In questi casi potete usare anche “caspita” , ma avendo l’accorgimento di usare “che caspita”. Solo in questo modo trasmettete irritazione e non solo stupore.

Se poi volete evitare di arrabbiavi invece basta diventare membri. È facile, economico e, come se non bastasse, vi farete tanti amici. Ti aspettiamo!

Vuotare il sacco e sputare il rospo

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Trascrizione

Vuotare il sacco e sputare il rospo sono due modalità simili per dire che bisogna dire, o meglio “confessare” qualcosa.

Questo qualcosa che viene nascosto, potrebbe essere un segreto, e per questo si può usare il verbo confessare, come se si trattasse di un peccato da confessare ad un prete.

Dunque se io dico a una persona che deve vuotare il sacco (a volte si usa a che svuotare il sacco) le sto dicendo che deve confessare, che deve avere il coraggio di dire ciò che invece sta nascondendo.

Vuotare il sacco è una frase molto usata nei film e pochissimo nella realtà. Sputare il rospo è invece di uso molto più frequente, sebbene l’immagine del rospo “sputato” non è che sia il massimo dell’eleganza.

Certo è che un rospo in bocca dà fastidio. Si vuole trasmettere l’idea del peso di questo segreto, di quanto possa essere liberatorio confessare un segreto. o semplicemente dire la verità.

Sputa il rospo, chi ti ha passato la soluzione del compito di matematica?

Gira la voce che sei fidanzato. Dai sputa il rospo, chi è questa ragazza fortunata? Confessa!

Si usa sempre in contesti abbastanza scherzosi e amichevoli, quindi è preferibile che anche voi lo usiate con amici e parenti piuttosto che coi vostri professori o col vostro direttore, altrimenti saranno loro a dirvi:

Sputa il rospo! Chi ti ha insegnato questa espressione?

793 Piuttosto o abbastanza?

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Piuttosto o abbastanza?

Domanda del giorno: piuttosto e abbastanza hanno lo stesso significato?

Gianni: O meglio: piuttosto che usare abbastanza, posso anche usare piuttosto?

In generale la risposta è no, ma la domanda non è peregrina perché ci sono dei casi in cui usare abbastanza e piuttosto è “quasi” la stessa cosa. Questo accade quando ad esempio dico:

Oggi fa abbastanza caldo

È piuttosto strano

È stata una giornata abbastanza difficile

Due termini dal significato piuttosto diverso

Ho messo “quasi” tra virgolette perché se all’orale, nel linguaggio colloquiale, non ci si fa troppo caso a volte, in realtà qualche differenza c’è tra abbastanza e piuttosto.

Prima di tutto “abbastanza” viene da “bastare” che significa essere sufficiente per raggiungere un certo fine. Infatti molto spesso questo fine viene specificato:

Oggi fa abbastanza caldo per uscire senza giacca.

Non ho abbastanza soldi per comprarmi una macchina.

Per oggi ho lavorato abbastanza.

Il compito è andato abbastanza bene

Quindi può indicare una quantità sufficiente o un livello, un’intensità sufficiente.

Piuttosto” invece deriva da “più” ed è per questo che a volte possono somigliarsi quando parliamo di quantità o livelli.

Bisogna però iniziare a distinguere.

Se posso dire sia che il compito è andato abbastanza bene che piuttosto bene, normalmente non si dice ad esempio:

Il compito è andato abbastanza male.

In questo caso si preferisce usare “piuttosto”:

Il compito è andato piuttosto male.

Questo perché l’obiettivo è che il compito vada bene e non male.

Come stai? Ti trovo piuttosto bene!

Sì, sto abbastanza bene grazie.

Sì, sto piuttosto bene.

Se proprio devo trovare una differenza, dico che abbastanza sottolinea il minimo sufficiente per sentirsi soddisfatti, mentre piuttosto è maggiormente ottimistico.

Tuttavia “piuttosto” si usa anche proprio per indicare una forma di cautela, la volontà di non esagerare nella valutazione.

Se dico che il compito è andato piuttosto bene, evidentemente non è andato benissimo. Sempre meglio che “abbastanza bene” comunque.

C’è un proverbio in merito: “piuttosto è meglio che niente” cioè bisogna sapersi accontentare.

Se voglio indicare un livello alto anche se non altissimo, sempre meglio usare piuttosto:

Sono piuttosto portato per l’informatica

Sono piuttosto sicuro che la Roma stasera vincerà

Una seconda differenza tra abbastanza e piuttosto è che abbastanza si può usare anche come singola affermazione; di solito una risposta ad una domanda:

Ti senti bene oggi?

Risposta: abbastanza!

Non posso usare “piuttosto” in questo caso. Per lo stesso motivo, con le frasi negative si usa quasi sempre “abbastanza” e non “piuttosto”, perché si sottolinea un livello non raggiunto:

Non ho dormito abbastanza bene

Non sei abbastanza simpatico per farmi ridere

Più in generale poi è molto difficile che “piuttosto” si trovi alla fine di una frase. Cosa normale per “abbastanza”.

Per comprare questa macchina non ho soldi abbastanza.

Quando la fortuna non è abbastanza.

Non ho dormito abbastanza

Hai studiato ma non abbastanza

Di soldi ne ho abbastanza

Come avverbio possono essere entrambi simili a “parecchio” ma come detto è meno rispetto a “molto” e “assai

Sono piuttosto stanco. Devo fare una pausa caffè.

Naturalmente, in questi casi, “piuttosto” diventa più adatto rispetto ad “abbastanza” quando non parliamo di qualcosa di “sufficiente” (che basta) per ottenere un fine: una quantità, un numero o un livello, una intensità.
Il tempo è piuttosto peggiorato. Conviene rientrare.
Sto piuttosto male oggi, meglio che resti a casa.

L’obiettivo non è che peggiori il tempo. Sarebbe del tutto normale invece usare “abbastanza” se il tempo migliora o se sono migliorato in salute:

Il tempo è migliorato abbastanza. Possiamo uscire senza ombrello!

Sto abbastanza bene oggi.

Dicevo che nelle frasi negative non si usa in genere “piuttosto”. Se questo avviene, piuttosto ha spesso un altro significato. Infatti si può usare anche per fare confronti, esprimendo una preferenza. In questi casi si usano le preposizioni “di” e “che”. C’è una certa somiglianza con anziché e invece.

Piuttosto di rivedere la mia ex-moglie, mi trasferisco in Brasile!

Piuttosto che criticarmi, perché non mi aiuti?

Sono più portato alla matematica piuttosto che alle materie umanistiche.

Pasta? No grazie, vorrei piuttosto del riso.

Io sarei pigro? Non sei piuttosto tu che mi stai chiedendo troppo?

Vorrei capire se sono io a non capire, e se non è piuttosto o il professore che si spieghi male.

Questi ultimi due sono esempi di frase negativa di cui vi parlavo. Sto facendo un confronto. Questo “piuttosto” in questo caso somiglia a “invece di” e anche a “casomai“.

Veramente c’è anche un altro caso in cui si può fare:

Molte persone non si rendono conto del loro peggioramento dello stato di salute fino a quando non è piuttosto grave.

Questo però è un caso di non pleonastico. Ricordate il “non” pleonastico?

Qualche volta comunque anche piuttosto si usa con le frasi negative in modo analogo a abbastanza.

Se non sei piuttosto esperto, non ti prenderanno a lavorare qui.

Non è piuttosto curioso che a 40 anni Maria non sia ancora mai stata neanche fidanzata?

Dato che non è piuttosto semplice, meglio affidarsi a chi ne sa più di me.

Riguardo al fatto di terminare una frase con la parola piuttosto, possiamo farlo, ma il senso è simile a invece:

Non ho fatto il mio dovere? Tu piuttosto! (anche qui siamo vicini a “casomai“)

Anche qui si fa un confronto e questo è un modo abbreviato ma molto efficace per rimarcare qualcosa. C’è una contrapposizione in questi casi.

Come a dire:

Sei tu che non hai fatto il tuo lavoro, non io.

altro esempio:

Non sono io che ho sbagliato, piuttosto lui! (piuttosto è stato lui!)

All’inizio vi ho fatto l’esempio:

Piuttosto che criticarmi, perché non mi aiuti?

Questa frase può anche essere scritta così:

Basta con le critiche. Perché non mi aiuti piuttosto?

Piuttosto si usa anche nella locuzione “piuttosto che” ma non solo nel modo in cui lo abbiamo fatto finora, quando facciamo un confronto.

Parlo invece di un modo poco apprezzato ma molto diffuso di “piuttosto che” che significa “oppure“. Sicuramente però questo è un errore.

Ne abbiamo già parlato in un episodio passato in cui abbiamo confrontato invece e piuttosto. Vi invito a dare un’occhiata all’episodio in questione. Vi troverete molti esempi e questo vi chiarirà ancor di più le idee.

Poi come al solito, ci sono alcune espressioni e locuzioni cristallizzate che, anche potendo, non potremmo cambiare, come “ne ho abbastanza“.

Adesso se non siete abbastanza stanchi, vi propongo un ripasso piuttosto breve.

Marcelo: Non riesco più’ a tenere a bada la voglia di viaggiare oltreoceano. Tanto il covid è agli sgoccioli vero?

Peggy: Sali in soffitta allora a rispolverare le valigie. E poi andiamo online per dare una sbirciatina al nostro conto corrente. Prima che perdiamo tempo a pianificare un viaggio dovremmo assicurarci di non essere a corto dei fondi necessari per un po’ di svago.

Edita: Certo! se i fondi non ci sono, questa conversazione lascia il tempo che trova

792 Con ogni probabilità, con tutta probabilità

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Con ogni probabilità

Gianni: cosa dite voi se siete certi che qualcosa accadrà?

Es:

Sicuramente domani pioverà

Sono sicuro che prenderò la laurea entro l’anno

Sono certo che la mia idea funzionerà

Puoi star certo che le cose andranno proprio così

Si può usare anche il concetto di probabilità:

Sono sicuro al 100 percento che vinceremo

Non ci sono possibilità che questo non accadrà

Con tutta probabilità ce la faremo

Con ogni probabilità il governo cadrà prima dell’estate

Queste ultime due modalità sono le più interessanti:

Con ogni probabilità

Con tutta probabilità

Notate che trattandosi di eventi futuri, in realtà la certezza assoluta non c’è mai.

Ciò che esprimiamo è sempre un nostro convincimento. Quindi anche se dico che qualcosa avverrà sicuramente, al 100% di probabilità, o con ogni probabilità, o con tutta probabilità, non abbiamo la certezza assoluta. Il senso è quindi:

Assai probabilmente, quasi certamente, molto probabilmente, A volte si incontra anche sicurissimamente.

A mio avviso nella maggioranza dei casi si è più convincenti se si usa una di queste due formule piuttosto che esprimere una certezza che in realtà non può esserci.

Ovviamente se devo tranquillizzare una persona, l’incertezza non è la scelta migliore e allora, per dare fiducia meglio dire:

Sono sicuro che ce la farai!

Vai tranquillo, sicuramente passerai l’esame col massimo dei voti.

Con tutta/ogni probabilità sono formule più eleganti e sono piuttosto usate anche in ambito professionale.

Questo è tutto

Nel prossimo episodio vedremo la differenza tra piuttosto e abbastanza.

Adesso ripassiamo.

Edita: Siamo alle solite, manca un ripasso. Non so voi, io, delle richieste di un ripasso ne ho abbastanza. Almeno oggi non me la sento. Ma con tutta probabilità ci sarà qualcun altro del nostro cucuzzaro a dar manforte al presidente, uscendosene con una bella frase di ripasso.

791 Casomai

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Casomai

Gianni: quante volte, parlando con un italiano avete incontrato il termine casomai?

Casomai si usa in tre modi diversi.

Prima di tutto, contenendo “caso“, indica un’ipotesi, ma si tratta di qualcosa di poco probabile.

Equivale a “nel caso che”, o anche a “qualora“, o, se vogliamo anche a “se” e “nel caso in cui”, ma la caratteristica di casomai è proprio il fatto che stiamo per parlare di qualcosa che ha poche possibilità di accadere.

Es.

Lo so che non mi vuoi più vedere ma casomai cambiassi idea, mi puoi chiamare quando vuoi.

Oppure:

Sto aspettando il mio pacco Amazon da due ore. Ora però devo andare al bagno cinque minuti. Casomai venisse il corriere, puoi prendere tu il pacco?

Solitamente casomai precede sempre l’eventualità:

Casomai cambiassi idea, sai dove trovarmi

Casomai venisse il corriere apri tu la porta

Casomai passassi dalle mie parti vieni a trovarmi

A volte però è sufficiente “casomai” e si va subito alla conclusione.

Es:

Vado in bagno un attimo, casomai vai tu ad aprire la porta al corriere.

Avete notato che nel primo caso si usa il congiuntivo:

Casomai facessi…

Casomai dovessi…

Casomai suonasse…

Ecc

Passiamo al secondo utilizzo di casomai, in cui si introduce una possibile alternativa.

Vieni tu a casa mia, poi se sarai impossibilitata casomai vengo io da te.

In questo caso somiglia a “se necessario“, o “semmai“.

Non so se riesco a chiamarti stamattina, casomai ci sentiamo nel pomeriggio.

Voglio aiutarti a fare il trasloco e casomai potrei anche portare mio fratello.

È una forma colloquiale molto usata da tutti.

Potremmo sostituìrla anche con “al limite”, oppure con “male che va” in alcune occasioni.

Oggi il programma era di andare al mare ma forse pioverà. Beh, casomai restiamo a casa a vedere un bel film.

Il terzo modo in cui possiamo usare casomai è in modo simile a “invece” o “piuttosto“.

Cosa hai detto? Giovanni è antipatico? Casomai tu, caro Mario!

Questa modalità è diversa dalle precedenti perché in pratica si sta dicendo: non è come dici tu, ma…

Ah, ti lamenti perché lavori troppo? Casomai io dovrei lamentarmi perché non mi fai mai una telefonata!

È simile anche a “al contrario” e ancora una volta a “semmai”.

Infatti anche “semmai” si utilizza in questo modo.

Questo vestito non è rosso! Casomai è Bordeaux.

Vedete che “invece” e ancor di più “piuttosto” sono abbastanza simili specie negli incisi (ricordate che abbiamo fatto un episodio sugli incisi?)

Tu dici di aver fame? Sono io, casomai, che ho fame, visto che sono due giorni che non mangio!

Adesso facciamo un bel ripasso di qualche episodio precedente.

Ulrike:
Ciao cari amici, quale sollievo essere qui per abbozzare un bel ripasso. Sono in ritardo, lo so, ma fino ad adesso sono stata costrettoa a sorbirmi una predica bell’ e buona di mia madre, dovuta al fatto che ho dimenticato per la seconda volta il compleanno di mio padre. Mannaggia a me! Una caterva di rimproveri, tanto duri *quanto* meritati, difficilissimo smarcarmene per raggiungervi in tempo.

Marcelo:
A sgridarti, ne aveva ben donde tua madre. Lei avrà probabilmente notato dolorosamente quanto era rimasto male tuo padre allorché si è reso conto che sei di nuovo venuta meno al giorno del suo compleanno. E dire che non è stato un qualsiasi compleanno ma proprio l’ottantantesimo! Scusami Ulrike, ma non sono riuscito risparmiarti una seconda predica. Così impari!

Convenire – VERBI PROFESSIONALI (n. 80)

Convenire (scarica audio)

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Gianni: Verbo professionale n. 80: convenire.

Il primo significato che mi viene in mente è quello della convenienza economica.

Se qualcosa conviene rispetto ad un’altra, molto spesso è perché è più economica, quindi costa meno, è meno cara di un’altra, o è meno cara rispetto a un periodo precedente.
Es:

Per andare da Roma a Parigi conviene prendere l’aereo oppure il treno?

Probabilmente conviene prendere l’aereo, nel senso che è più economico, che costa meno.
In realtà, la convenienza non si riferisce solamente al prezzo o al valore di qualcosa, ma più in generale all’utilità, al vantaggio che ne deriva rispetto ad altra soluzione o decisione.
Il vantaggio può essere di qualsiasi tipo.
Ad esempio prendere l’aereo può convenire per diverse ragioni: è più veloce, è più comodo, più sicuro, e magari l’aeroporto anche più vicino della stazione del treno.
Prevalentemente si usa con un verbo a seguire, con cui si specifica di quale tipo di convenienza stiamo parlando. Es:
Ti conviene prendere l’aereo.
Mi conviene stare zitto piuttosto che controbattere a una polemica di mia moglie..
Per imparare velocemente l’italiano vi conviene diventare membri di Italiano Semplicemente in tutti i sensi, sia quello economico che quello scolastico, quello relativo al tempo impiegato, al divertimento e altro ancora.
Quando si parla di convenienza c’è sempre un’alternativa.

Prendo il treno o l’aereo? Rispondo a mia moglie oppure no? Divento membro oppure no? Ci possono essere anche più di due alternative.

Es:
Mi conviene andare al lavoro con la bici, la moto, la macchina, l’autobus, il treno, la metropolitana o a piedi?
Se abito molto vicino non (mi) conviene prendere un mezzo pubblico o la macchina. (Mi) conviene andare a piedi. Questa è una convenienza sia economica che ambientale.
Se una cosa non conviene, allora sconviene, oppure non è conveniente, cioè è sconveniente.
Il termine “inconveniente” ha invece un significato diverso, perché è simile a problema, imprevisto, contrattempo, ostacolo, impedimento, intoppo, seccatura.
Notate che la convenienza è una questione quasi sempre personale, quindi solitamente si associa a una o più persone. Se non lo faccio sto parlando in generale.
Mi conviene = a me conviene = conviene a me
Ti conviene = a te conviene = conviene a te
Gli/Le conviene = a lui/lei conviene = conviene a lui/lei
Eccetera.

Quando si specifica con la forma “a me”, “a te” eccetera , a differenza di mi, ti, eccetera, lo si fa però per sottolineare la persona:

Come facciamo se l’autobus non passa? A me conviene andare a piedi perché abito vicino. A te invece conviene aspettare comunque perché la tua casa è molto lontana.

Ci si può comunque riferire non solo alla persona ma anche direttamente alla scelta che riteniamo conveniente, senza usare alcun verbo. In questo caso la convenienza è per tutti ed è anche scontato a cosa si riferisce, quindi non c’è bisogno di usare il verbo per specificarlo. Tra l’altro la convenienza potrebbe essere di più di un tipo.
Es:

La frutta conviene rispetto alla carne (convenienza economica).

È la frutta che conviene, che è più economica della carne. La convenienza nell’acquistare la frutta vale per tutti, altrimenti avrei detto mi conviene, o ti conviene, o ci conviene eccetera. Non ho specificato di quale convenienza si parla, ma è normale che parlando di frutta e carne, parlo del prezzo.

Un altro esempio:

Forse pioverà. Mi conviene prendere l’ombrello. Non si sa mai (opportunità, vantaggio scontato).
Qui la questione è personale (mi conviene, sono io che sto uscendo di casa) e in questi casi si mette un verbo.

Molto spesso, considerato che la convenienza potrebbe derivare da diversi fattori, si usa “tutto sommato”:

Sai che ti dico? Visto che l’autobus non passa, tutto sommato mi conviene andare a piedi. Così faccio anche un po’ di movimento.

Quindi: considerando tutti gli aspetti, tutti i fattori che entrano in gioco, per me è preferibile andare a piedi, è meglio andare a piedi. Si, forse impiegherò più tempo, ma tutto sommato mi conviene.

Notate che quando uso l’ausiliare si usa solamente essere:

A me è convenuto andare a piedi

Ci è convenuto acquistare il biglietto aereo un mese prima.

Vedremo che l’ausiliare diventa importante nel secondo maggiore significato del verbo CONVENIRE che vedremo dopo.

Molto spesso il verbo convenire si usa per chiedere o dare consigli:

Secondo te cosa mi conviene fare?

Secondo me ti conviene chiedere a qualcuno anziché aspettare.

È come dire:

È meglio fare questo, meglio che chiedi a qualcuno, ti consiglio di chiedere a qualcuno, potrebbe essere una buona idea chiedere informazioni.

A questo punto conviene parlare di questo secondo significato del verbo convenire.

Non c’entra nulla con le scelte, i vantaggi e le alternative.

E’ simile a concordare, accordarsi, mettersi d’accordo, raggiungere un accordo, o semplicemente esprimere un accordo. E’ di uso soprattutto formale.

Es:

Durante la videochat abbiamo convenuto di vederci a Roma dal 23 al 26 giugno.
Durante la videochat siamo convenuti sul fatto di vederci dal 23 al 26 giugno
Durante la videochat si è convenuto/i di vederci dal 23 al 26 giugno.
Con+venire = convenire. È una cosa che si fa insieme. Si converge, si concord, in qualcosa.

In questo secondo utilizzo, posso, come si è appena visto, usare sia l’ausiliare avere che essere, ma normalmente si usa avere, che sottolinea l’oggetto dell’accordo:

abbiamo convenuto che…

Essere invece si concentra sulle persone:

Siamo convenuti su…

Allo stesso modo, se uso la forma al singolare (si è convenuto) si sottolinea ancora la questione sulla quale si converge, l’oggetto, ciò di cui sto parlando che trova tutti d’accordo.

Se invece uso il plurale (si è convenuti) mi sto riferendo alle persone che hanno raggiunto l’accordo.

Ovviamente, a maggior ragione, se uso essere al plurale: “siamo”, devo usare convenuti. Se invece uso “abbiamo”, anche se si riferisce a noi, devo usare il singolare: abbiamo convenuto.

Con la forma riflessiva “si è” potremmo avere il dubbio:

Si è convenuto o si è convenuti? Come ho detto, possiamo usare entrambi.

Il verbo convenire, dicevo prima, in questo secondo utilizzo, si usa anche per esprimere un accordo con quanto detto da un’altra persona.

Quindi se mi trovo in una riunione e voglio dire: siete d’accordo?

Posso anche dire:
Convenite su quanto detto da me?
Ne convenite?
Questa è l’unica soluzione al problema. Ne convieni?
Risposta:
Certo, ne convengo assolutamente
Replica: bene, se ne convenite tutti, passiamo al prossimo punto.
L’uso è ancora una volta abbastanza formale.
Quindi, ricapitolando, nell’uso più fréquente ci si riferisce alla convenienza economica, ma la cosa che conta è che si sta parlando di opportunità rispetto all’alternativa o alle alternative.

Un secondo uso, più formale, esprime un accordo raggiunto in comune oppure l’essere d’accordo, concordare con una opinione espressa.

Convenire, più raramente, significa anche venire insieme ad altri in un luogo, quindi radunarsi in un luogo provenendo da diverse parti, riunirsi. Questo è un terzo utilizzo possibile.

I membri sono convenuti da ogni parte del mondo.

Adesso vi voglio parlare anche del termine convenzione, che ha vari significati, ma uno di questi è un accordo raggiunto fra due o più persone, quindi è una cosa che si fa insieme. Può anche essere una specie di assemblea (simile alla riunione), specie politica o legislativa. C’è la famosa convenzione di Ginevra ad esempio.

Un ultimo e interessante utilizzo è quello riflessivo.

Una forma poco in uso tra i giovani ma abbastanza usata. In genere si usa la forma “come si conviene”, che sottolinea la maggioranza delle volte l’importanza di un ruolo, che non può fare diversamente per una questione di prestigio, o consuetudine.

Mi spiego meglio: è simile a “come dovrebbe essere/accadere” e c’è una certa affinità con un uso particolare di “quale“, di cui ci siamo già occupati, simile a “come”, “in qualità di”.

Es:

Quale presidente dell’associazione, devo rispettare le regole e farle rispettare.

Come si conviene ad un buon presidente, devo rispettare…..

C’è qualcosa in più però, un senso di rispetto e di rettitudine, di rango, di regola morale, e anche di responsabilità.

Direi che si intravede un senso chiaramente legato alla convenienza nel senso di qualcosa legato ai vantaggi di una scelta, però l’uso riflessivo sicuramente confonde un po’.

Si parla di un comportamento in genere, o di una scelta, che è adatta a un certo ruolo. In questo quarto utilizzo di convenire non si usa riferirsi direttamente a una persona (es: come si conviene a te) ma ci si riferisce a un ruolo, una funzione assunta, una carica.

Come si conviene tra amici come noi, possiamo abbracciarci

Come si conviene a un presidente come Giovanni, sarà lui a occuparsi dell’organizzazione.

Come si conviene a chi, come me, ha sempre messo al primo posto la lealtà, se non manterrò la promessa mi dimetterò.

Il si è obbligatorio altrimenti cambia il senso e sembrerebbe che, ad esempio il presidente abbia una convenienza di qualche tipo, un qualche vantaggio. Invece si sta parlando di qualcosa da fare.

Tutti voi converrete adesso sul fatto che occorra fare un esercizio di ripetizione:

Devi andare in Italia? Ti conviene imparare un po’ di italiano, no?

Devo comprare un corso, ma qual è il più conveniente?

Aspetta. Conviene chiedere a Marcelo che ha fatto uno studio.

Forse conviene a te che parti tra un mese, a me non conviene perché parto domani.

Ho comprato il biglietto aereo un anno fa perché era molto conveniente.

A me è convenuto acquistarlo online.

A te conviene informarti prima, magari ci sono delle offerte last minute.

Come si conviene tra vecchi amici, ci possiamo anche abbracciare per salutarci.

Vi conviene ascoltare l’episodio almeno un paio di volte. Ci vediamo e sentiamo al più presto.

790 Quando si dice

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Quando si dice

Gianni: oggi voglio spiegarvi una curiosa espressione: “quando si dice”.

Un’espressione che si usa per fare una esclamazione.

Il nostro obiettivo è porre all’attenzione dell’ascoltatore una cosa curiosa che è accaduta, o inattesa, o incredibile, o evidenziare, anche ironicamente una caratteristica.

Il modo più frequente di utilizzo è:

Quando si dice il caso!

Con questa esclamazione si vuole far notare che è successo qualcosa di casuale ma è veramente strano che sia accaduto per caso.

Es:

Ieri ho sognato di incontrare una attrice famosa e proprio oggi ho incontrato Monica Bellucci. Quando si dice il caso!

Come dire: che coincidenza, veramente strana questa cosa che mi è successa. Una strana casualità questa.

Vi devo dire però che “quando si dice il caso” spessissimo viene utilizzata in senso ironico, ed allora è simile all’espressione “guarda caso” che abbiamo già trattato. La differenza è che “guarda caso” generalmente è seguita dalla frase sulla quale si sta ironizzando.

Come singola esclamazione invece sono equivalenti ma solo quando il senso è ironico.

Es: a casa mia non abbiamo mai mangiato pane. Però da qualche tempo ho il sospetto che mia moglie mi tradisca con il panettiere, perché guarda caso ogni giorno a casa c’è sempre il pane fresco. Quando si dice il caso!

Il senso è sempre ironico, e si vuole dire che non è affatto un caso che c’è sempre il pane fresco. Il sospetto sembra essere confermato. Non credo alle casualità.

Quando si dice”, più in generale, si usa in molti altri modi, nel senso che può essere seguito da parole diverse, generalmente termini singoli come qualità, caratteristiche delle persone.

Es: oggi sono uscito di casa e sono caduto proprio su una cacca! Quando si dice la sfortuna!

Qui voglio sottolineare quanto sono stato sfortunato, perché sarei potuto cadere semplicemente in terra, o su un prato o sul marciapiede. Invece sono stato proprio sfortunato.

Si vuole sottolineare, enfatizzare ciò che è accaduto perché rappresenta un episodio veramente sfortunato.

Posso fare lo stesso con la fortuna:

Giovanni ha partecipato alle olimpiadi e durante la gara finale, tutti i suoi migliori avversari, che erano i favoriti, hanno dovuto ritirarsi dalla gara per problemi fisici. Quando si dice la fortuna!

Vale a dire: quanto accaduto rappresenta una manifestazione eclatante della fortuna. Si tratta di vera fortuna, mai visto un caso simile prima d’ora.

Il tono con cui si pronuncia questa esclamazione è molto importante, anche perché si deve capire che non si tratta di una domanda, anche se questa espressione potrebbe anche sembrare, a chi non la conosce, proprio una domanda.

In realtà a volte il tono potrebbe anche essere quello fi una domanda perché può capitare che ci si rivolge all’interlocutore con tono interrigativo, quasi a chiedere una conferma:

Quando si dice la fortuna, vero?

Quando si dice una combinazione, no?

Altre volte invece il tono non è quello di una domanda ma quello di una esclamazione con cui si può esprimere sconforto, sconsolazione, rammarico o sollievo o stupore o ilarità.

Oltre al caso (o la combinazione), la paura, la sfortuna e la fortuna, possiamo usare anche altri termini o intere frasi volendo, ma queste sono le modalità più frequenti. Se si prova a usare frasi più lunghe c’è anche il rischio di non essere compresi quindi vi consiglio di non osare troppo.

Potete comunque provare a usare altri termini, tipo la puntualità, la sincerità, la compostezza, la comodità e altro:

Appena sposato, un uomo ha tradito la moglie ancora prima di partire per il viaggio di nozze. Quando si dice la fedeltà!

Anche qui il senso è chiaramente ironico. Accade di frequente con questa espressione.

Oppure posso anche usare brevi frasi:

Il capo del partito aveva sempre detto che la famiglia è la cosa più importante, poi però lui si è sposato tre volte. Quando si dice che la coerenza in politica è tutto!

Avete notato che a volte c’è una somiglianza con l’espressione “della serie”? Questo accade soprattutto con le frasi più lunghe.

Pensateci.

Adesso ripassiamo:

Anthony: Manca ancora un ripasso? Vienici un po’ incontro Gianni, ci servirebbe un bell’assist per poter produrre qualcosa consono alle aspettative degli ascoltatori e per evitare che ci scappino castronerie.

Una applicazione per italiano Semplicemente: SHORTCUTS

Chiunque possieda un iPhone, può usare l’appliccazione “shortcuts”, da AppStore, creando un link veloce che ti permette di accedere facilmente gli episodi. Ed l’uso è abbastanza semplice:

  1. Scaricare da AppStore e installare l’applicazione “shortcuts”: https://apps.apple.com/cn/app/shortcuts/id1462947752?l=en
  2. Scaricare ☕️IS (V1.4)
  3. Aprire ☕️IS (V1. 4) con “Shortcuts”
  4. Premere i tre puntini in alto a destra per piazzare ☕️IS (V1.4) sullo schermo del cellulare

Volendo, è anche possibile avere uno shortcut solamente per cercare sul sito.E’ in preparazione una soluzione simile anche per chi utilizza ANDROID. Abbiate solo un po’di pazienza 🙂I membri dell’associazione avranno naturalmente accesso anche a tutti i file audio MP3 e tutti i testi delle spiegazioni. Vediamo meglio con alcune immagini e video:

Travisare, equivocare, fraintendere – VERBI PROFESSIONALI (n. 79)

Travisare, equivocare, fraintendere

(scarica audio)

Trascrizione

Gianni: questo è veramente un verbo interessante: travisare.

Di primo acchito mi verrebbe da dire che travisare significhi “capire male“, quindi stiamo parlando di comunicazione.

È un verbo abbastanza formale, ma ha delle sfumature interessanti che conviene approfondire.

Posso ad esempio dire:

Quando dico che non dovete concentrarvi sulla grammatica, spero di non essere travisato, perché non voglio dire che non sia utile o importante, ma solo che per imparare a comunicare occorre anche parlare e ascoltare più che potete e possibilmente avere piacere nel farlo.

Quindi spero che voi non travisiate le mie parole o il mio messaggio, perché non voglio sottovalutare l’utilità della grammatica.

Perciò, travisare significa comprendere in modo sbagliato, errato delle parole o un testo scritto o anche un comportamento qualsiasi, e trarre delle conclusioni altrettanto sbagliate, perché le intenzioni erano diverse.

Non si tratta quindi di errori semplici tipo “capire fischi per fiaschi” o scambiare una parola qualunque per un’altra. Si tratta invece di interpretare in modo diverso una qualunque forma di comunicazione.

L’interpretazione è la parola chiave: attribuire un significato a una comunicazione diverso da quello che voleva essere trasmesso.

Molto spesso questo verbo viene usato anche con un significato negativo, nel senso che questa alterata interpretazione è voluta, volontaria. Questa alterazione diventa una distorsione volontaria, uno stravolgimento finalizzato a ottenere un risultato personale.

Es:

Dire che Hitler non avesse cattive intenzioni significa travisare la realtà storica.

Stiamo quindi volutamente cercando di cambiare la storia, di stravolgerla, di modificare il senso di ciò che è accaduto.

Come al solito hai travisato le mie parole. Lo fai apposta?

Altre volte non c’è cattiva intenzione ma semplicemente un modo diverso di leggere un messaggio:

Quando imparerete a non travisare le parole di Giovanni? Non dovete offendervi quando fa le battute su di voi. A volte si prende troppe confidenze ma non è per niente cattivo. Vuole solo risultare simpatico.

Voglio essere chiaro, sono stato travisato. Non è che io sia favorevole alla guerra. Dico solo che non è sbagliato difendersi se qualcuno ci attacca.

Scusate devo aver travisato le vostre parole. Quando avete detto che volevate andar via ero convinto che vi stavate annoiando.

Oppure:

Non travisare le parole che ho detto, non volevo affatto offenderti. Ho solo detto che forse non hai riflettuto abbastanza, non che sei uno stupido.

Si può usare il verbo anche relativamente alle persone e non solo alle parole o ai messaggi:

Ti prego di non travisarmi quando ti chiedo una maggiore puntualità. Credo che tu sia un’ottimo lavoratore, ma in questo ufficio tutti abbiamo tanti impegni e bisogna essere sempre puntuali. Non mi travisare.

Questa, tra l’altro, non è un’accusa di distorsione volontaria delle mie parole ma un tentativo di spiegarmi meglio.

Sto cercando di usare la mia sensibilità per assicurarmi (posso anche dire sincerarmi) che il mio messaggio non venga travisato o malinteso o male interpretato.

Molto spesso, nel linguaggio di tutti i giorni, si dice:

Scusa, mi hai capito male, volevo dire che…

Oppure:

Non mi capire male, non voglio dire che…

Non è sbagliato, ma perché non imparare un nuovo verbo considerato che volete migliorare il vostro italiano?

Invece se voglio dire che si sta cercando volontariamente di interpretare in modo sbagliato e distorto qualcosa, è più difficile sostituire il verbo travisare. Potrei usare mistificare, un verbo simile che non si presta a doppie interpretazioni e significa solamente distorcere, falsificare, ma anche ingannare, imbrogliare, raggirare, truffare.

Mentre se si parla di “parole” è più frequente usare travisare, per i fatti e la realtà si usa spesso mistificare. È sicuramente più forte come verbo e si usa solo per le accuse.

Un altro verbo simile ma molto più innocuo è fraintendere. Il fraintendimento non è volontario, non c’è malafede.

Poi c’è anche equivocare. Significa sbagliare a comprendere il significato delle parole, spesso perché si chiamano con lo stesso nome delle cose diverse. Solitamente anche questo verbo non si usa per accusare qualcuno di distorcere le parole di chi parla.

In effetti l’equivoco solitamente si usa in modo simile a malinteso, quindi anche equivocare è un verbo più innocente rispetto a travisare.

A volte, se si crea un equivoco è casomai perché chi parla usa parole volutamente ambigue, che possono essere interpretate diversamente. Equivocare è abbastanza normale quando qualcuno parla in modo equivoco.

Qui l’attenzione si sposta su chi parla e non su chi ascolta.

Anche una persona può essere definita equivoca, cioè falsa, insincera, sospetta. Allo stesso modo anche un comportamento può essere giudicato equivoco.

C’è sempre una componente morale.

Comunque, tornando alla chiarezza di una comunicazione, se il mio messaggio è chiaro posso dire che le mie parole non ammettono equivoci, o che non si prestano ad equivoci. Non è possibile equivocare. Se qualcuno cerca di travisare le mie parole è solo colpa sua.

Vedete che quindi meglio usare travisare se voglio far capire che c’è la volontà di cambiare il senso delle mie parole.

Se invece voglio dire che sono stato compreso male ma la colpa non è di nessuno, meglio non usare travisare.

Ci deve essere stato un equivoco!

Cioè: magari mi sono spiegato male, ad ogni modo non volevo dire questo. Non è colpa né mia né tua.

Hai equivocato” e “hai frainteso” non sono pertanto sempre uguali a “hai travisato“.

Dipende essenzialmente dal caso. Tra i tre verbi, sicuramente fraintendere è il più usato. Tra l’altro questo episodio è la prima occasione in cui io stesso ho utilizzato i verbi travisare e equivocare.

Dell’equivoco invece ce ne siamo occupati spesso, specie nell’episodio dedicato al termine “scanso“, in quello dedicato all’espressione “sgombrare il campo” e anche in “dare adito” e “onde evitare

Ci vediamo al prossimo verbo professionale.

Travisare, equivocare, fraintendere

789 Accavallare

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Accavallare

Gianni: tra i verbi che hanno origine dal mondo animale, uno dei più utilizzati è sicuramente accavallare.

Ovviamente l’animale di riferimento è il cavallo.

Molti di voi ad esempio in questo preciso momento hanno le gambe accavallate.

Avere/tenere le gambe accavallate è molto semplice. Indica la posizione che si assume quando si mette una gamba sull’altra, o la destra sulla sinistra o la sinistra sulla destra.

Ovviamente per tenere le gambe accavallate bisogna essere seduti e generalmente si è in attesa di qualcosa.

Magari si sta assistendo ad una lezione o ci si trova in uno studio medico in attesa del nostro turno. È anche una posizione ritenuta sexy per le donne. Generalmente davanti al pc non si sta però con le gambe accavallate.

Accavallare le gambe, detto in altri termini, è sovrapporre le gambe, incrociando. Si può fare lo stesso con due dita, ad esempio con l’indice e il medio quando si fanno gli scongiuri. Però in quel caso si dice: incrociamo le dita.

La sovrapposizione è la chiave per capire tutti gli usi del verbo accavallare. Sovrapporre significa mettere una cosa sull’altra: porre sopra, mettere sopra.

Si parla dunque sempre di una sovrapposizione, ma per usare questo verbo non basta avere una cosa sopra un’altra. Ci vuole qualche ingrediente in più.

Ad esempio, anche le onde del mare possono accavallarsi una sull’altra. Si vuole dare l’idea di un mare agitato, dove le onde si susseguono talmente velocemente che si sovrappongono una sull’altra.

Somiglia anche a sussuguirsi, ma è un rapido susseguirsi, talmente rapido che ciò che arriva dopo non aspetta il suo turno.

Prima che un’onda sia tornata indietro ne arriva subito un’altra. C’è la sensazione della velocità e della confusione.

Quando sono i ricordi o i pensieri ad accavallarsi, prevale il senso della confusione, della mancanza di ordine e lucidità. Non si riesce a capire quale ricordo è più datato, più vecchio dell’altro perché nella nostra memoria sembrano sovrapporsi, accavallarsi, persino accumularsi in modo disordinato, uno sopra l’altro.

Si dice che poco prima di morire mille ricordi si accavallino nella nostra mente in pochissimi secondi.

Quando sono i giorni ad accavallarsi, o le ore o persino gli anni, evidentemente la confusione è nella percezione, nel nostro cervello, forse perché credo che passino troppo velocemente o magari perché sembrano tutti uguali.

Se si accavallano le paure c’è un’ansia e una paura crescente.

In senso figurato si possono accavallare anche delle persone che parlano senza un ordine preciso, anche parlando nello stesso momento. Generalmente non ci si riferisce quindi al sovrapporsi fisicamente, ma nelle parole, nelle voci di persone diverse.

Per favore, non vi accavallate, parlate uno alla volta, altrimenti non capisco nulla.

Spesso anche le domande dei giornalisti ad un politico (ad esempio) si accavallano una sull’altra.

C’è confusione anche in questo caso, sovrapposizione, scompiglio, disordine.

Anche due o più appuntamenti possono accavallarsi se sbaglio la programmazione.

Possiamo usare il verbo in questione anche per i problemi, le difficoltà:

In questo periodo ho troppi problemi che mi si accavallano in testa!

Lo stesso può valere per gli impegni lavorativi, che possono accavallarsi, così da renderne più difficile la programmazione.

In senso fisico, sebbene si usi meno, potrei dire che delle persone che stanno in fila, nel momento in cui si crea disordine e qualcuno tenta di passare avanti agli altri, si accavallano:

Vi prego, rispettate la fila, non vi accavallate alle casse!

Questi sono i modi più usati per usare il verbo accavallare.

Adesso, senza accavallarsi per favore, facciamo un bel ripasso insieme.

Nel ripasso di oggi potremo parlare di sogni. Che ne pensate?

Ulrike: Un mio sogno ricorrente che al contempo si rivela un incubo a tutti gli effetti è quello di non giungere in tempo ad un appuntamento importante. Il percorso per raggiungere il traguardo è un continuo crescendo di intoppi di qualsiasi tipo. Fortuna vuole che mi sveglio sempre prima di andare in tilt.

788 Il pannicello caldo e il palliativo

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Il pannicello caldo e il palliativo

Gianni: Oggi parliamo di una espressione italiana. L’espresisone è “pannicello caldo”.

Il pannicello caldo è, mi riferisco al senso proprio, ciò che si mette sulla fronte di un malato.

È una specie di panno bagnato, caldo, che dovrebbe alleviare le sofferenze di una persona. Pannicello = piccolo panno.

Anziché panno bagnato o pannicello bagnato possiamo chiamarlo anche pezza bagnata, oppure pezzuola bagnata, di lana o di cotone.

Questa pezza è bagnata, cioè impregnata di sostanze medicamentose riscaldate o anche solo con acqua calda, e si applica (cioè si mette, si appoggia) sulla pelle per curare ferite o per riscaldare della parti del corpo doloranti, che fino male.

Impregnarsi di un liquido significa riempirsi di un liquido, assorbire un liquido, quindi una pezza impregnata è un pezzo di stoffa che ha assorbito un liquido.

Possiamo dire, in estrema sintesi, che il pannicello caldo è un rimedio, ma come rimedio non è proprio un granché.

Questo però non riguarda solamente il senso proprio del termine pannicello.

Infatti, in senso figurato, il pannicello caldo è ancora una volta un rimedio insufficiente, una soluzione apparente o un intervento superficiale ma per problema di un certo tipo.

Infatti, tornando al senso proprio, non serve a molto mettere una pezza bagnata sulla fronte se non ad alleviare un po’ la sofferenza. E’ un provvedimento inadeguato alla gravità di una situazione.

Un provvedimento inadeguato è la versione più complicata e formale di “rimedio insufficiente“. Il rimedio, possiamo dire, non è adeguato alla “malattia”.

In lingua italiana esiste anche il termine “palliativo“, dal significato simile.

Questo termine viene proprio dalla medicina e indica un medicamento o una terapia che si limita a combattere provvisoriamente i sintomi di una malattia. Esistono poi anche le cosiddette cure palliative, cioè quelle volte ad alleviare il dolore e a contrastare i sintomi più invalidanti della malattia nei malati terminali.

I malati terminali sono persone che hanno una malattia incurabile e che si trovano in una fase terminale, vale a dire che la malattia sta in una fase avanzata, tanto che non esiste una cura.

Non potendo sconfiggere la malattia, almeno facciamo in modo che il malato non soffra. Questo avviene con le cure palliative.

Anche il termine palliativo però si può usare in ogni contesto, anche non medico.

Sia il pannicello caldo che il palliativo si usano quindi per indicare qualcosa che serve a combattere provvisoriamente i sintomi di una “malattia” intesa in senso più ampio come qualcosa che non funziona, qualcosa a cui porre rimedio, qualcosa che sta causando danni o problemi di qualsiasi tipo.

Il pannicello caldo, questa è la differenza col palliativo, si usa generalmente in senso ironico, come si fa normalmente con le frasi idiomatiche.

Non è una espressione di uso familiare, ma in TV si sente abbastanza spesso, specie quando si parla di politica.

Es:

L’attuale riforma della giustizia, dice qualche politico, è un pannicello caldo contro la corruzione.

In pratica questo è un modo ironico per dire che in pratica questa riforma non serve a niente!

Detto in altri termini, parliamo sempre di soluzioni poco efficaci. Nella politica non abbiamo malattie ma problemi da risolvere: corruzione, criminalità, povertà, mancanza di giustizia eccetera.

Di fronte a un qualunque problema da affrontare di tipo politico, spesso si propongono soluzioni non strutturali, oppure poco costose, o facilmente attuabili, ma che non servono a molto se non ad attenuare leggermente un fenomeno.

Quando si usa il pannicello caldo si tratta ovviamente di opinioni di chi non è d’accordo con queste soluzioni che si ritengono poco efficaci, che possiamo quindi chiamare anche dei pannicelli caldi oppure, se vogliamo essere più seri, dei palliativi.

Si usa pertanto nelle trasmissioni televisive in cui ci sono opinionisti e dibattiti politici.

In contesti familiari e tra amici non si usa, e qualcuno, soprattutto I più giovani, neanche cairebbero il significato, sia del pannicello caldo che del palliativo.

In effetti i problemi di cui si parla in questi sono generalmente problemi che riguardano la popolazione, problemi endemici, fenomeni dannosi, specie politici o sociali, costanti o frequentemente ricorrenti in un determinato paese.

Nessuno conunque mi impedisce di usare questi termini per un problema personale, sebbene questo normalmente non avvenga essendo più usati in altri contesti.

Ad esempio se il mio problema, che so, è che sono sovrappeso (questo evidentemente è un problema che sta causando conseguenze negative) che ne dite se smettessi di mangiare caramelle dopo cena?

Potreste tranquillamente rispondermi che questo è un pannicello caldo, perché occorre altro per perdere peso, altro che caramelle!

Facciamo un ripasso adesso? Parliamo di forma fisica.

Ulrike: io per essere in forma, mi faccio ben due ore di passeggiata al giorno a passo veloce. Questo mi permette di respirare aria sana, godere dello spettacolo della natura e stare in forma. Così unisco l’utile al dilettevole.

Marcelo: dici bene tu che vivi in campagna! Io devo mio malgrado ripiegare sul tappetino di yoga.

Danielle: Invece, io prediligo il nuoto, soprattutto in mare. Non ti dico quanto mi sento bene e libero/a praticandolo . Mi va così a genio che lo faccio persino durante l’inverno.

Estelle: Una volta entrati negli anta, urge sempre di più tenersi in forma. Non importa che tipo di sport o movimento preferisci; ognuno può fare a piacere e modo suo, purché lo faccia regolarmente.

Sofie: Hai ragione M4. Per ridurre un pò di peso, proprio ieri, non appena ne ho preso consapevolezza, ho deciso seduta stante di andare a fare una corsa, che, per inciso, è uno sport che non mi sconfinfera per niente. Alla fine, dopo aver preso ben tre storte, ho preso anche una slogatura al piede. Adesso mi toccherà stare a braccia conserte per qualche tempo. Mannaggia!

Edgardo: Io sono entrato negli anta trentadue anni fa. Da cinque anni a questa parte preferisco fare jogging funzionale. Me lo ha fatto praticare un giovane professore, un vero pezzo da novanta in questo campo.

787 La dritta e la storta

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La dritta e la storta (scarica audio)

Trascrizione

Che differenza c’è tra una dritta e una storta?

Apparentemente sono una l’opposto dell’altra, direte voi, studenti della lingua italiana.

È vero, replico io, perché se qualcosa è dritto non ha curve, come un percorso, o, al femminile una strada dritta o diritta.

Le cose diritte, seguono una linea retta. Le cose storte, di converso, presentano un’incurvatura o una deformazione, una inclinazione, un mancato allineamento.

Le gambe spesso vengono definite dritte o storte, il naso di una persona, un quadro, una cravatta, e anche gli occhi quando sono strabici.

Ma al femminile, la dritta e la storta assumono significati aggiuntivi curiosi. Riguardo al maschile, ci siamo già occupati del termine “dritto” in più occasioni: nelle espressioni “essere un dritto” (oppure essere una dritta, al femminile) e “tirare dritto“. Poi abbiamo anche visto “il dritto” come il contrario del termine rovescio. Infine ne abbiamo parlato anche nell’episodio dedicato alle informazioni stradali.

Oggi però ci occupiamo solo delle versioni femminili: una dritta e una storta.

Una dritta infatti è anche (oltre a una donna furba) una un’informazione confidenziale o più spesso un suggerimento utile.

La vuoi sapere una dritta per superare l’esame?

Questo è un suggerimento, un consiglio che ci permette di superare l’esame, quindi ci permette di raggiungere un obiettivo.

A questo serve, in questo caso, una dritta, a raggiungere un obiettivo più rapidamente, senza difficoltà. Una strada senza curve in effetti è dritta, e con una strada dritta si arriva prima, senza il bisogno di applicare il teorema di Pitagora.

Come aggettivo, una strada senza curve si dice diritta o dritta, al contrario si usa normalmente “curva” o con molte curve, mentre “storto” e “storta” sono aggettivi che si usa spessissimo in modo figurato.

Normalmente si usano il verbo dare e avere, proprio come con il suggerimento

Avere una dritta da qualcuno

Dare una dritta a qualcuno

Naturalmente, lo avete già capito, si tratta di un sostantivo e non di un aggettivo.

una dritta

Ma una dritta è un suggerimento particolare, perché è vero che ci permette di arrivare prima ad una soluzione, ma è anche vero che per dare una dritta bisogna essere una persona esperta. La stessa cosa vale in teoria anche in generale per un consiglio o un suggerimento, ma le dritte hanno qualcosa in più, perché quasi nessuno le conosce ed è in grado di darle. Una dritta è considerato qualcosa di più prezioso di un semplice suggerimento proprio perché è quasi un segreto.

Non è un caso che una dritta può anche essere, come detto, oltre ad un suggerimento, una informazione confidenziale, che somiglia molto ad un segreto.

Ti do una dritta: ci sarà una promozione per la metà di noi dipendenti alla fine del mese!

Questo è una informazione, non un suggerimento o un consiglio. Ma posso ugualmente dire:

Ti do un’altra dritta: per avere la promozione è molto importante non uscire dal lavoro prima delle 19 almeno per questo mese!

Questo sì, è un suggerimento. Infatti mi permette di ottenere qualcosa: la promozione, senza difficoltà.

Se la dritta è qualcosa che si “dà”, come un consiglio, invece la storta, sempre come sostantivo, è qualcosa che si “prende”. Che significa prendere una storta?

Si parla di una distorsione alla caviglia.

Mentre si cammina può capitare di prendere (a volte si usa anche il verbo avere) una storta.

Una storta alla caviglia

Significa che una delle mie caviglia si piega improvvisamente e questo, oltre al dolore e alla preoccupazione, potrebbe anche comportare una slogatura della caviglia. In generale distorsione, slogatura e storta possono avere lo stesso senso, però se uso il termine storta in realtà potrei anche non avere conseguenze serie.

Dunque, sebbene i termini dritta e storta si possano intendere come aggettivi contrari; come sostantivi non hanno nulla a che fare tra loro.

La storta però non è solamente relativa alla distorsione della caviglia. Infatti è un termine che si usa delle volte quando si parla di strade che curvano. Anche qui ci occupiamo di informazioni stradali. Ad esempio posso dire:

La strada ad un certo punto presenta una storta.

Oppure sto dando indicazioni e dico:

Il punto più pericoloso della strada è là in quel punto dove la strada fa/presenta una storta.

Potrei parlare di una semplice curva e il senso non cambierebbe, anche se con le curve in genere si specifica (curva a destra o a sinistra).

Questi due sono gli utilizzi più comuni del termine storta. Del verbo storcere ci occuperemo in un altro episodio altrimenti qualcuno potrebbe storcere il naso…. Adesso invece ripassiamo

Ulrike: io non ho mai ricevuto una dritta in vita mia! A parte quando mi è stato consigliato Italiano Semplicemente per migliorare il mio italiano. Per il resto, nisba!

Rauno: È stata proprio una dritta coi fiocchi questa. Quando ti sei unita a noi eri ancora a carissimo amico. E dire che avevi già due anni di studio della grammatica alle spalle.

Segue una spiegazione del ripasso

786 De gustibus

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De gustibus

Oggi un episodio semplice semplice. Parliamo di piacere.

Ognuno ha i suoi gusti, non è vero? Questo significa che non c’è un gusto migliore di un altro. Se parliamo di cibo, a me piace mangiare frutta e verdura, ad altri invece potrebbe non piacere. A me piace mangiare piccante, mentre altri potrebbero pensarla diversamente.

Se parliamo di donne, a Paolo magari piacciono le bionde con gli occhi azzurri, mentre a Franco le more con gli occhi verdi.

Quando però commentiamo i gusti degli altri, si usa spesso la formula “de gustibus“.

A te piace la pizza con la nutella? A me fa schifo, comunque, de gustibus!

Ti piacciono gli uomini sovrappeso e calvi? De gustibus!

Ti piace essere insultato quando fai sesso? De gustibus!

Avrete capito che è un commento adatto solamente quando qualcosa non incontra i nostri gusti, che siano alimentari o di altro genere, ma, nonostante questo, li accettiamo, anche perché non siamo noi, in fin dei conti, a mangiare la pizza con l’ananas o a baciare qualcuno che non ci piace.

I gusti sono gusti, o meglio, come si suol dire, de gustibus. La usano tutti gli italiani o quasi, almeno dai vent’anni in su.

L’espressione deriva dal latino ed è l’abbreviazione di “De gustibus non est disputandum“, vale a dire, letteralmente, “sui gusti non si deve discutere” perché alla fine è tempo perso. Ad ogni modo la forma estesa è usata pochissimo.

Harjit: a me piace la pizza con l’ananas. Che c’è di male? Per non parlare della pasta con ketchup. che delizia!

Karin: Ognuno ha i suoi gusti anche in merito alla moda. C’è chi preferisce la moda a buon mercato (anche se mi direte che a volte è una necessità) e chi predilige la moda sostenibile.

Marguerite: La forma estesa della locuzione latina, cioè “de gustibus non est disputandum” è apparentemente un po’ leziosa, ma capisco che il ketchup sulla pasta di cui sopra non faccia molto italiano. Comunque la locuzione di oggi rende in linea di massima l’idea di una tolleranza verso dei gusti giudicati singolari.

Marcelo: La locuzione mi sembra esprima un concetto di buon senso. Però vi voglio a mangiare – ve la butto lì – spaghetti e ananas insieme – come ha pubblicato la BBC recentemente. La cosa migliore in questi casi è affidarsi all’undicesimo comandamento.

Segue una spiegazione del ripasso

Il verbo POTERE : Esercizio di ripetizione con tutte le coniugazioni.

Audio in costruzione

Trascrizione

Buongiorno ragazzi, io sono Giovanni, ed oggi, sulla falsariga di quanto abbiamo già fatto in passato, ci esercitiamo con un verbo e al contempo ripassiamo gli episodi passati.

Lo facciamo con un esercizio che consiste nel formare delle frasi usando sempre il verbo POTERE. In ogni frase ci sarà anche l’utilizzo di qualcosa che è già stata oggetto di uno dei tantissimi episodi di italiano semplicemente.

Ce la possiamo fare anche stavolta perché come dice il proverbio, volere è potere.

Indicativo

Non posso aiutarti, mi dispiace.

Puoi essere meno accondiscendente con i tuoi figli?

Nasconditi, perché tua madre può sbucare da un momento all’altro.

Voi andate in taxi, noi possiamo senz’altro andare a piedi.

I miei genitori non possono dirmi sempre cosa devo fare se è vero come è vero che ho cinquant’anni.

Passato prossimo

Non ho potuto più lavorare perché mi si è impallato il PC.

Hai potuto vedere coi tuoi occhi quanto è ruffiano il suo atteggiamento.

Maria ha potuto salvarsi in calcio d’angolo solo grazie all’aiuto del professore.

Oggi pomeriggio, con un’ora a disposizione, abbiamo potuto rispolverare le lezioni passate che vanno per la maggiore.

Avete potuto fare uno strappo alla regola solo perché siamo persone tolleranti.

Hanno potuto agire per interposta persona non essendo in grado di andare a Roma.

Imperfetto

Potevo avvertirti, lo so, ma ero sguarnito di telefono.

Potevi anche avvisarmi, invece te ne sei fregato

Marco poteva cincischiare meno invece di lamentarsi!

Potevamo essere colti alla sprovvista dal terremoto, se non fossimo usciti di casa di lì a poco

Potevate dirmelo che la soluzione era così semplice senza che io mi scervellassi.

Potevano venire a galla un sacco di lacune durante l’interrogazione.

Trapassato prossimo

Finalmente ho un lavoro come si deve. Se penso che l’anno scorso non avevo potuto neanche lavorare come cameriere, oggi è come il paradiso.

Hai la possibilità di tornare alla carica adesso, e mostrare un lato di te stesso che finora non avevi potuto ostentare

Mio figlio aveva potuto vedere i giocatori della Roma solo in tv. Ora per la felicità non riesce a tenere a bada il suo entusiasmo.

Ha finalmente riaperto il reparto chirurgia, il fiore all’occhiello del nuovo ospedale che, a causa della pandemia, non avevamo potuto utilizzare.

Dopo tre anni di studio, adesso potete senz’altro provare anche voi a fare degli esempi in italiano, cosa che prima non avevate potuto ovviamente fare. Nel giro di un paio di mesi non avrete più alcun problema.

Erano ubriachi, tanto che non avevano potuto neanche avvisare con una telefonata che avrebbero dormito lì. Hanno veramente preso una brutta piega. Bisogna correre ai ripari.

Passato remoto

Non potetti/otei avvisarti. Era tardi ormai. Mi vidi costretto a scappare.

Eccome se potesti! Bastava tendermi la mano e l’avrei presa.

La Juventus era troppo forte. Non ne aveva per nessuno. Papà dagli spalti non potette/oté fare altro che gufare.

Non potemmo schierare la formazione migliore per via dei numerosi infortuni.

Non poteste vedere cosa è accaduto, altrimenti li avresti presi a mali parole.

Grazie alla vittoria alla lotteria potettero/erono permettersi una villa con piscina. Fino ad oggi erano sopravvissuti con mezzi di fortuna.

Trapassato remoto

Da piccolo avevo molta paura del buio, ma, non come ebbi potuto più tardi verificare, non ero il solo. Non che la cosa si a molto edificante, ma come si suol dire, mal comune, mezzo gaudio.

Non appena mi vedesti, scappasti in men che non si dica e nessuno, dico neanche un amico che è uno sapeva quale strada avesti potuto fare.

Le discussioni in famiglia aumentarono sempre di più man mano che il padre ebbe potuto constatare che il figlio fosse infelice e molto frustrato.

Noi lavoratori abbiamo intrapreso un percorso di riqualificazione da cui non avemmo potuto esimerci

Se aveste potuto potuto vedere quanti progressi hanno fatto i membri dell’associazione, vi sareste fiondati a iscrivervi anche voi.

A detta di molti esperti economici internazionali, pochi oligarchi, non appena ebbero potuto concentrare nelle loro mani tutto il potere economico, si affrettarono per renderlo sempre più solido.

Futuro semplice (Peggy)

Benché io sia nuovo nella nostra associazione, se continuerò ad adoperarmi, sicuramente un giorno potrò destreggiarmi meglio nel parlare l’italiano.

Magari durante la festa potrai avere un desiderio smodato di bisbocciare con gli amici, ma ti consiglio di mettere dei paletti, se non altro perché dovrai guidare dopo.

Cerca di non tallonarlo troppo. Nonostante sia lento, potrà adirarsi di brutto.

Meglio che finiamo il più presto possibile il nostro lavoro, in caso contrario potremo accusare il colpo, se il direttore ci farà un bel cazziatone.

Checché se ne dica, credo che potrete sempre giostrare bene questa vicenda anche a vostro modo.

Beati loro! Tra pochi giorni, potranno spaparanzarsi su una spiaggia del Mare Caraibico prendendo il sole, bevendo cocktail, nonché magari godendo di un bel massaggio direttamente sulla spiaggia con vista mare.

Futuro anteriore

Sarà mia cura ricontattarla, dopo che avrò potuto controllare i dati. Non me ne voglia, è una questione squisitamente procedurale.

Non abbiamo nulla da eccepire sulla grafica del tuo sito, ma come avrai potuto leggere attraverso le pagine del nostro sito, la nostra associazione è in completo disaccordo sul metodo di insegnamento basato esclusivamente sulla grammatica.

La riunione è domani. Si riproporrà un incontro successivo per chi non avrà potuto partecipare, quale che sia la ragione.

Il lavoro da remoto è un mezzo che ci ha offerto delle possibilità che in presenza forse non avremo potuto avere.

Come avrete potuto notare, nel nostro gruppo whatsapp cerchiamo di seguire un programma settimanale di lezioni. Il motivo conduttore è sempre lo stesso: imparare divertendosi e provando emozioni fino a dirsi soddisfatti.

A partire dal 2022, coloro i quali non avranno potuto assistere a nessuna partita durante l’anno precedente, magari perché si sono ridotti sempre all’ultimo per acquistare il biglietto, non avranno diritto allo sconto fedeltà.

Condizionale Presente (Danielle)

Potrei parlare col titolare del negozio?

Attento, non andare all’estero, potresti prendere il coronavirus! Uomo avvisato, mezzo salvato!

Il ministro delle pari opportunità lancia un monito: “Il Covid potrebbe allungare i tempi per raggiungere la parità di genere”

Facciamo questo affare, e se dovesse nascere qualche problema, potremmo nominare un avvocato all’uopo, o se vuoi lo decidiamo subito se preferisci.

Se venite in Italia abbiate rispetto anche dell’ambiente, non gettate cicche di sigarette in terra, altrimenti, oltre a sporcare potreste appiccare un incendio: anche se non sarebbe doloso.

Le ultime decisioni del governo potrebbero dar luogo a forti proteste

Condizionale Passato (Marcelo)

Ecco un dialogo tra un padre e i suoi due figli, dopo la bisboccia del più giovane di loro e l’esperienza con i poliziotti che l’hanno arrestato.

Padre: Figlio mio, a proposito del problema di ieri, mi vedo costretto a dirti che avrei potuto risparmiarti questa figuraccia se avessi ascoltato i miei consigli. Adesso prendi e porta a casa! Così impari!

Figlio: Ma dai papà, un’altra paternale!… se ti eri accorto che mi sbagliavo, avresti potuto darmi un ammonimento e non restare con le braccia conserte!… la fai facile tu!

Padre: Se tuo fratello avesse potuto intervenire, avrebbe ovviato al problema, ma d’un tratto non ti ha visto più a detta sua.

Benedetto figlio! Adesso faremo repulisti delle cattive amicizie. Avremmo potuto anche farlo prima, ma ormai…

Tuo fratello non era da meno comunque. Entrambi avreste potuto divertirvi senza questi risvolti antipatici, però ora la frittata è fatta.

Anche i tuoi amici, volendo, avrebbero potuto evitare. Avete sgarrato tutti anziché smarcarsi dall’alcool! Ma come si suol dire, chi si somiglia si piglia!

Congiuntivo Presente

Credo che con Italiano Semplicemente io possa solo migliorare, sia all’orale che allo scritto e tra l’altro senza sorbirmi libri e libri di grammatica che mi hanno sempre dato troppo filo da torcere. Non mi date del ruffiano però.

Mi auguro che stavolta tu possa superare l’esame e che non risenta dell’ultima brutta figura che hai fatto.

Vuoi sapere cosa penso del professore che mi ha bocciato? Che possa bruciare all’inferno, altro che storie!

Ci piacerebbe se voi faceste una approfondita analisi del sito, così che noi possiamo capire come soddisfare i visitatori.

Ci auguriamo che dopo queste nozze voi possiate trovare la serenità che cercate, con buona pace di chi non crede nel matrimonio.

La vita di coppia può anche dare problemi. Uno dei rischi ad esempio e che gli sposi possano avere la famosa crisi del settimo anno. Ma alcuni modi di dire lasciano il tempo che trovano. Questa poi è proprio una sciocchezza bell’e buona.

Congiuntivo Passato

La mia gatta sembrava morta e ho pensato “te ne sei andata all’improvviso, senza che io abbia potuto dirti ciao”… quando ad un certo punto ho sentito un piccolissimo “miao”. Non vi dico quale gioia ho provato!

Mi auguro che tu abbia potuto ascoltare l’episodio che verte su come evitare il congiuntivo.

Sono felice che che Maradona abbia potuto far felice il popolo napoletano. Questo è accaduto persino prima dal suo esordio in campo.

L’unico inconveniente che abbiamo potuto riscontrare negli episodi dei due minuti con italiano Semplicemente è la loro durata, spesso poco cogrua alle aspettative dei visitatori.

Siamo molto felici che voi abbiate potuto apprezzare la vostra visita, che a vostro dire, aveva un non so che di originale.

Hanno iniziato ad ingranare con l’italiano molto prima che loro abbiano potuto rendersene conto

Congiuntivo Imperfetto

Voglio ringraziare i membri dell’associazione che hanno avuto fiducia in me hanno fatto si che io potessi continuare, a mia volta. avere fiducia in me stesso.

Non immaginavo che tu potessi imparare a destreggiarti in poco tempo!

Avevo una tremenda paura che la mia malattia potesse tornare. La paura fa novanta in questi casi!

Nessuno credeva che noi potessimo resistere così tanto in questa guerra. Il nemico ha imparato che sappiamo il fatto nostro.

Speravo che voi poteste fare qualcosa per me, invece nisba.

Non avrei mai immaginato che loro potessero risultare così nullafacenti.

Congiuntivo Trapassato

Avessi potuto chiamarti, lo avrei fatto, ma avevo il telefono scarico. Non è che l’ho dimenticato

Che tu avessi potuto aiutarmi, non ne avevo il benché minimo dubbio. Che poi non l’avessi più fatto, non me lo aspettavo proprio!

Non mi capacitavo che Paolo avesse potuto tenermi nascosta una cosa del genere.
Vorrei che avessimo potuto passare più tempo insieme ma stante la mia situazione lavorativa, non sarebbe comunque stato possibile.
Vorrei che aveste potuto vedere il suo appartamento, cavolo! Era grandissimo. Dovevano essere insofferenti agli spazi stretti.

Non avrei mai immaginato che i miei fratelli avessero potuto dedicare così tante energie a degli animali. Mi fa piacere sbagliarmi delle volte, ma solo nella misura in cui le conseguenze sono positive, come in questo caso.

Infinito Presente (Estelle)

Il fatto di partecipare a quest’episodio è un privilegio. O meglio, il poter partecipare è un privilegio.

Infinito Passato (Peggy)

Sono stato contento di aver potuto ottenere un ottimo risultato senza tediare nessuno.

Participio Passato (Peggy)

Per quanto non portato per la matematica, Ciro, con la sua diligenza, ha potuto avere la meglio su tutti gli altri compagni di classe in un test fatto oggi in classe.

Gerundio Presente (Peggy)

Non potendo prendere le distanze dal vizio del fumo, abbiamo dovuto ripartire tante volte da capo a dodici. Accipicchia! Devo ammettere che è quanto mai difficile.

Gerundio Passato (Peggy)

Avendo potuto fare qualcosa come un anno di Erasmus in Italia, sono riuscito ad imparare bene l’italiano e fare una tesi con i fiocchi; per non parlare delle tante fantastiche esperienze all’insegna della cultura italiana

785 Il calderone

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Il calderone

Giovanni: sapete cos’è un calderone?

Si tratta di un grosso recipiente usato per bollire liquidi o cuocere vivande.

Normalmente si usa il termine pentola o pentolone.

Quando ad esempio c’è un gran numero di persone a pranzo e dobbiamo cucinare la pasta. Una pentola non basta. Ci vuole un pentolone.

Il termine calderone difficilmente si usa in questi casi, se non per indicare il pentolone che usa la strega cattiva nelle favole, i cui si preparano le pozioni magiche.

Tecnicamente quindi un calderone serve per cucinare o preparare qualcosa, ma nella pratica si usa solamente o quasi in senso figurato.

La frase più usata è “metter tutto nello stesso calderone“.

Significa fare un miscuglio, un mix, mischiare cose o argomenti eterogenei, diversi tra loro, mettere tutto assieme, proprio come gli ingredienti delle pozioni magiche delle streghe.

Avete intuito che non è quasi mai una buona cosa mettere tutto nello stesso calderone.

Si vuole trasmettere l’idea di una confusione che non serve a niente, perché mischiare cose diverse ta loro non aiuta a capire e non produce risultati.

Vediamo qualche esempio:

In tv si sentono notizie diverse sulla guerra in Ucraina. Non si capisce però cosa sia più importante o vero e cosa meno importante o falso. Tutto viene messo nello stesso calderone.

Si dà quindi un’idea di confusione e non si capisce quanto tale confusione sia voluta o meno. Tutto viene messo nello stesso calderone dell’informazione, senza un ordine e una gerarchia.

Il governo ha deciso di aumentare le tasse sulla casa, mettendo nello stesso calderone prime, seconde e terze case, come se niente fosse.

Anche in questo caso non viene fatta una distinzione che invece sarebbe necessaria. Perché chi ha una sola casa non si può confrontare con chi ne possiede 10.

Normalmente ci sono più di due cose diverse quando si parla di calderone, ma non è obbligatorio. La cosa importante è manifestare la necessità di distinguere.

L’espressione è abbastanza simile a “fare di tutta l’erba un fascio“. Quest’ultima è più informale ma è anche più carica di giudizio negativo nei confronti delle persone alle quali ci si rivolge.

Inoltre il calderone a volte si usa semplicemente come sinonimo di insieme, anche se somiglia più a un insieme confuso e disordinato.

Posso dire ad esempio che:

Per sanzionare la Russia l’Europa sta pensano ad un calderone di soluzioni diverse.

Oppure:

A cosa serve praticare Yoga? Tra le altre cose serve a rilassarsi e combattere lo stress.

Infatti dobbiamo immaginare il nostro cervello, come un enorme calderone pronto a riempirsi di tutte le esperienze che viviamo ogni giorno. Praticando lo yoga facciamo in modo che il calderone non esploda.

Un uso figurato, quest’ultimo, che rende bene l’idea del calderone inteso come contenitore.

Ripassiamo adesso.

Giovanni: il mio dirimpettaio mi ha fatto una domanda: Sai distinguere il pollo dalla gallina?

Ulrike: e vedi un po’! Eccome se ci riesco! Prendo spunto dal proverbio “gallina vecchia fa buon brodo” per attivare alla conclusione che il pollo sia più giovane! Non c’è bisogno di fare voli pindarici per arrivarci. Questa differenza balza subito agli occhi, almeno a me. Non so agli altri.

Rafaela: giusto. Ma vuoi che non lo sappia anch’io? Non a caso, per la cronaca, la carne del pollo è più tenera e si stacca con facilità dall’osso.

Alberic: di contro ovviamente la gallina ha la carne più dura, senza contare che è anche più grassa, ragion per cui è migliore per la preparazione del brodo. Tutto quadra. Giusto?

Karin: Fa molto italiano parlare di cucina vero? Ogni italiano probabilmente è un goloso con la G Maiuscola!

Edgardo: Ti sbagli di grosso, c’è italiano e italiano! C‘è addirittura un gruppetto, a dire il vero, ancora un po’ sparuto, a cui la carne, quale che sia l’animale di provenienza, non gli sconfinfera per niente.

Irina: vi prego, torniamo a bomba! Oggi il ripasso verte sulle prerogative del pollo e quelle della gallina, quindi non farnetichiamo troppo! Il pollo è più giovane, allora vorrà dire che sarà più tenero; su questo non ci piove. D’altra parte una gallina, in quanto vecchietta, sarà senza dubbio d’un coriaceo che non ti dico! Per carità! Meglio il pollo!

Peggy: vi rispondo seduta stante che si fa presto a dire che il pollo sia migliore da mangiare. Infatti a mio avviso la carne di pollo, quand’anche tenera, non è niente di transcendentale!
Se è vero come è vero che il pollo è più apprezzato, di qui a dire che la gallina non valga niente, ce ne passa!

Esstelle: Per inciso, è il caso di puntare sul ruolo del brodo di gallina che da illo tempore rappresenta un vero toccasana. Per sincerarsene basta dare una scorsa ai vecchi libri di cucina.

Marcelo: tra l’altro, sarà pure meglio il pollo, ma la gallina è pur sempre più a buon mercato.

784 Una

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Una

Giovanni: dopo aver visto “delle due l’una“, oggi vi voglio dire che “una,” al femminile, con o senza apostrofo, si usa in diversi modi interessanti oltre a quello visto l’episodio scorso e oltre agli utilizzi già noti a tutti coloro che studiano la lingua italiana, come ad esempio:

Ho visto una ragazza molto carina

Facile. In questo modo lo sapete usare tutti senza problemi.

Quante volte sei andato in Italia? Solo una?

Anche qui nessun problema e poi anche la versione maschile “un” si usa negli stessi modi. A noi però interessa oggi quella femminile: una.

C’era una volta…

Anche questa la conoscete sicuramente. Le storielle per bambini iniziano sempre in questo modo.

Anche con l’apostrofo sono sicuro che non ci sono problemi:

È l’una e mezza

È l’una in punto

Ci vediamo all’una meno un quarto

Qui parliamo chiaramente dell’ora.

Oppure:

Faccio la pasta a pranzo oppure una bistecca?

Risposta: L’una o l’altra va bene lo stesso.

Va bene sia l’una che l’altra.

Notate che la pronuncia di “l’una” con l’apostrofo, è diversa dalla pronuncia di “luna” senza apostrofo: si intende il pianeta più vicino alla terra in questo caso.

Con l’apostrofo, la elle iniziale è più “allungata” che senza.

C’è un’eccezione però, perché esiste la regola del rafforzamento, anche detto raddoppiamento fonosintattico, ricordate?

Abbiamo un bell’episodio in merito fortunatamente.

Es:

Guarda che luna!

In questo come in altri casi, si raddoppia la pronuncia ugualmente, come se fosse scritto “chelluna”.

Nonostante questo, la luna resta quel pianeta vicino alla terra che ha ispirato tanti poeti e artisti di tutto il mondo.

Poi esiste anche l’espressione “è una parola!” che abbiamo già trattato in un bello e lungo episodio vecchio stampo, dedicato al termine “parola”.

Tornando a “una“, è interessante che si usa in frasi cosiddette ellittiche, cioè quando si parla di qualcosa che non viene espresso, ma si intuisce dal contesto.

Si capisce insomma di cosa parliamo anche se non lo diciamo.

Ma di cosa parliamo?

Ad esempio di una barzelletta, o una cosa divertente, una storia, un fatto accaduto di interesse. Anche se il termine “fatto” è maschile, non possiamo usare “uno” allo stesso modo. Dobbiamo usare il femminile.

Adesso te ne dico una divertente!

Forse stavamo parlando di barzellette, quindi è ovvio che “una” indica una barzelletta, ma non è detto. Posso iniziare anche una discussione in questo modo.

Ne vuoi sentire una?

Una frase di questo tipo fa subito pensare a qualcosa di divertente, qualcosa di insolito, di curioso.

È come dire:

Senti cosa mi è capitato oggi!

Ti devo dire una cosa curiosissima

Oppure se dico:

Stamattina me ne è capitata una che non ti dico!

Anche qui voglio creare curiosità nelle parole che sto per dire, per l’avvenimento che mi è capitato, qualcosa di divertente forse, di curioso, che stupisce o magari che sbalordisce per quanto è strana e insolita.

Si potrebbe trattare anche di una disavventura, cioè di un fatto, una situazione inaspettata, un contrattempo spiacevole.

È interessante poi notare che a volte è sufficiente la forma femminile, senza neanche usare “una” perché magari parliamo al plurale:

Ne vedremo delle belle!

Questo è un esempio. Abbiamo già parlato di questa espressione.

Oppure:

Ne sono successe di tutti i colori! Una poi in particolare te la devo raccontare!

Comunque, restando sull’uso di “una”, vi faccio un altro esempio:

Oggi mio figlio ne ha combinata una delle sue!

Stavolta si può trattare di uno scherzo, un dispetto, un piccolo guaio, di una marachella.

Il verbo combinare fa pensare proprio a questo. Potrei anche usare comunque il verbo fare.

Si tratta sempre di linguaggio piuttosto informale. Adesso rinfreschiamoci la memoria:

Ulrike: Se non c’è altro parliamo un po’ del tempo? Tanto per chiacchierare un po’.

Marcelo: Tempo, in che senso? Intendi le condizioni meteorologiche? Ma va, proprio un tema che lascia il tempo che trova.

Albéric: Che bel gioco di parole Marcelo. Ma hai proprio ragione. Coloro che non sanno onon se la sentono di parlare di cose interessanti ricorrono spesso e volentieri alle condizioni del tempo. Che pizza.

Sofie: Ma cosa dite voi due? Quali commenti sgarbati ad un’igenua proposta di un membro del gruppo!! Oltretutto siete proprio ignoranti. Come se non fosse risaputo che il tempo ha un impressionante impatto sul nostro stato d’animo.

Hartmut: Giusto Sofie, per non parlare dello stretto nesso con la situazione ambientale del mondo.

Ulrike: Per me, quando ero giovane, il tempo era una cosa di secondaria importanza. Poi, non so dire esattamente quando – sarà più o meno stata dopo esser entrata negli anta. Mi sono resa conto di una certa dipendenza del mio stato mentale dalle relative condizioni del tempo.

Peggy: A proposito di tempo! Per la nostra gita di domani, le previsioni danno pioggia di brutto. Come rimaniamo? Ci incontriamo a casa mia per una bella abbuffata?

783 Delle due l’una

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Delle due l’una

Trascrizione

Giovanni: Delle due l’una: un’espressione che si usa in genere per far chiarezza. In particolare per far notare l’impossibilità che due cose avvengano contemporaneamente oppure che non ci sono che due alternative e nessun’altra possibilità.

L’espressione è equivalente a:

delle due cose ne devi scegliere una

oppure:

delle due cose solamente una delle due è possibile.

Oppure:

Non ci sono vie di mezzo

Si usa quasi sempre con le congiunzioni o e oppure.

Vediamo qualche esempio:

Non si può restare neutrali di fronte ad una guerra. Delle due l’una: o scegliamo di stare da una parte oppure dall’altra.

Dunque si sottolinea una alternativa obbligatoria e si esclude che ci siano altre possibilità.

Bisogna scegliere.

Ho letto una statistica secondo cui una persona su dieci crede che la terra sia piatta. Io dico che delle due l’una: o questa statistica è completamente sbagliata oppure che c’è una pandemia di stupidità.

Quindi solamente una delle due cose è possibile.

Se il dato è esatto allora siamo di fronte ad una pandemia di stupidità, oppure siamo tutte persone più o meno intelligenti e il dato è sbagliato.

È senza dubbio una frase che si usa quando si vuole fare chiarezza e con la quale si afferma una doppia possibilità, due cose alternative, senza via d’uscita.

Tante volte però si usa in frasi cosiddette ad effetto, quando non ci sarebbe bisogno di questa espressione, e però si vuole in questo modo attirare l’attenzione, rischiando, è importante dirlo, di apparire un tantino saccenti, presuntuosi.

Se ad esempio sto facendo una discussione con una persona, se dico:

Delle due l’una: o non sei abbastanza intelligente oppure non hai studiato abbastanza.

Questo è molto irritante, fastidioso, perché si sta dicendo che la persona con cui si parla è un ignorante oppure, in alternativa uno stupido. Non ci sono altre possibilità. Una forma di ironia fastidiosa senza dubbio.

Naturalmente in questi casi si vuole apparire saccenti e irritanti, facendo innervosire l’interlocutore.

In questo caso specifico, tra l’altro, non si vuole evidenziare l’impossibilità che entrambe le cose siano vere, ma solo insultare una persona attraverso una doppia alternativa che purtroppo è sempre negativa per la persona a cui si rivolge.

Notate che si usa sempre e solamente in questo modo: al femminile.

“Delle due” sta per “delle due cose”, (“cosa” è femminile) quindi “l’una” rappresenta una delle due cose. Quindi. è ancora femminile:

di queste due cose, solamente una è vera.

Se invece non voglio apparire saccente, presuntuoso, il mio deve essere solamente un chiarimento.

Es:

Vuoi venire a Tirana a vedere la finale di Conference league ma non hai il biglietto? Scusa, ma delle due l’una: o trovi un biglietto prima di partire oppure è inutile che tu vada a Tirana.

Adesso ripassiamo:

Peggy: Notate che l’una va scritto con l’apostrofo, proprio come l’ora. Es: Che ore sono? È l’una in punto. Ma forse è meglio che di questo ne parliamo in un episodio a sé stante.

Estelle: Infatti, perché delle due l’una: o facciamo episodi brevi, e allora il nome della rubrica descrive bene le prerogative degli episodi, oppure li facciamo più lunghi e cambiamo il nome alla rubrica.

Marcelo: ma si sa che Giovanni non brilla per puntualità. E precisione. Resta pur sempre un italiano. Ciò non toglie che gli episodi abbiano comunque il loro perché. Ci mancherebbe!

Rauno: non per contraddirti Peggy, ma per inciso, si trova spesso scritto anche senza apostrofo: Delle due una. Mi dirai che Treccani non ne parla. Questo è vero, ma nessun italiano va a controllare dopo che lo hai detto.

Riunione a Roma dal 23 al 26 giugno 2022 – Programma e iscrizioni

Programma della riunione dei membri di Italiano Semplicemente dal 23 al 26 giugno 2022 a Roma.

Giovedì 23 giugno

– Cena e passeggiata nel quartiere Trastevere. Ristorante “il Duca” ore 20.30

Costo: circa€ 40
Venerdì 24 giugno

Ore 20:30: Viaggio e cena in RISTO-TRAM

Una carrozza in esclusiva solo per noi con aperitivo con sfizi e prosecco, cena, bevande e musica dal vivo.

Appuntamemto a piazza Porta Maggiore. Fine: 00:30

Costo: € 80

Sabato 25 giugno

– Visita a un birrificio di Roma (viaggio incluso)

Il tour prevedere il trasporto da Roma Ostiense alle 11:00. Il tragitto per arrivare in birrificio dura circa 40 minuti.
Il tour prevede:
– visita delle piantagioni di luppolo e orzo
– visita del laboratorio
– degustazione 3 birre
Tagliere salumi e formaggi con focaccia
– dolce in abbinamento ad una birra

Il rientro è previsto per le 15:00 da birrificio con arrivo a Roma Ostiense per le 15:40 circa

Costo: € 25

Ore 20:30 Gelateria Giolitti – Roma EUR

Cena a base di pizza e tagliere di salumi e formaggi.

Passeggiata nel quartiere eur a seguire.
Domenica 26 giugno

Gita sul fiume Tevere. Partenza ore 10:00 da Roma (Ponte Marconi) verso Ostia Antica – durata 2:30 circa, con navigazione commentata.

Costo: €30

Pranzo ore 13 al borgo di Ostia Antica.

Costo: €20

Scrivere a italianosemplicemente@gmail.com per ricevere assistenza, per l’organizzazione degli incontri e ulteriori dettagli.

iscriversi all’associazione

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782 Uno che è uno!

File audio e trascrizione in PDF disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Uno che è uno!

Trascrizione

Ma è mai possibile che non c’è una volta, dico una che è una, che fai ciò che ti dico?

Una frase di questo tipo, comprensibile da tutti gli italiani di ogni luogo, può creare problemi ad un non madrelingua, ma sicuramente il tono della voce aiuta a capire.

Non troverete in nessun dizionario una spiegazione di questa locuzione, neanche uno che è uno, ma almeno un sito, da oggi, lo troverete. Parlo di Italiano semplicemente, ovviamente.

Questo è un modo enfatico per dire “uno/a solamente” e si usa insieme al “almeno”, “neanche”, o “manco” o “nemmeno”.

Con questa locuzione si vuole sottolineare in modo enfatico, la necessità o la mancanza di qualcosa.

All’inizio ho detto:

E’ mai possibile che non c’è una volta, dico una che è una, che fai ciò che ti dico?

Mi sto lamentando, ad esempio con mio figlio che non mi obbedisce mai, cioè neanche una volta, nemmeno una volta, manco una volta. “Manco” è una forma colloquiale equivalente a neanche e nemmeno.

Avrei potuto dire:

E’ mai possibile che non c’è neanche una volta, che fai ciò che ti dico?

Quindi, dire “neanche uno che è uno” o “neanche uno” è praticamente la stessa cosa ma nel secondo caso c’è molta meno enfasi.

In realtà se uso questa locuzione non c’è bisogno di aggiungere “neanche”, “manco” o “nemmeno”.

Il senso, se dico semplicemente “solo uno/a”, è lo stesso, ma è molto meno enfatico e dicendo “neanche uno/a che è uno/a” sottolineo ancora di più il fatto che non accade mai.

Dire “una che è una” è come dire: “Non è mai successo, neanche una sola volta”.

Anche quando si utilizza “almeno“, sebbene il senso sia diverso, posso in realtà ometterlo, e questo perché dalla frase generalmente il senso si capisce ugualmente.

Es:

Mi puoi dire almeno un motivo valido, dico uno che è uno, per cui dovrei perdonare il tuo tradimento?

Mi puoi dire un motivo valido, dico uno che è uno, per cui dovrei perdonare il tuo tradimento?

diminuendo l’intesità potrei dire semplicemente:

Puoi dirmi un solo motivo per cui dovrei perdonare il tuo tradimento?

Uno (1) è un piccolo numero, e in questo modo si fa notare che sebbene una sola volta, o un solo caso, o un solo motivo ecc. sarebbe comunque da considerare poca cosa, neanche quel piccolo numero si è mai verificato.

Il tono è ovviamente molto importante e di solito, mentre si parla, si fa il gesto con la mano indicando il numero 1 con il dito (il dito indice, mi raccomando!).

A volte, come avete visto, si inserisce anche “dico” e questo è un altro modo per dare enfasi alla frase, per sottolineare questo numero esiguo,

Vediamo altri esempi:

Non ho neanche un amico. Se dovessi indicare una persona che è una che non mi ha mai tradito, non riuscirei a farlo!

Tra i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, non ce n’è uno che è uno che è insoddisfatto della sua scelta.

Spesso si tratta di persone arrabbiate, altre volte si sta soltanto cercando di sottolineare qualcosa.

Non esiste un italiano che è uno che non abbia mai mangiato gli “spaghetti”

Ho cercato disperatamente dei biglietti per andare a vedere la partita della Roma, ma non se ne trova uno che è uno!

Inutile che continui a fare previsioni su chi vincerà il festival di San Remo. Non c’hai indovinato neanche una volta che è una!

Adesso è arrivato il momento del ripasso delle espressioni precedenti. Allora vi chiedo, cari membri, per una volta, per favore mi fate un ripasso, dico uno che è uno, che non ha bisogno di correzioni? Sono proprio cattivo oggi!

Bogusia: Buongiorno ragazzi. Mi dispiace dovervi comunicare che oggi il nostro presidente sarà assente. Mi vedo costretto dunque a fargli da facente funzioni. In quanto tale aspetto da ognuno di voi una frase di ripasso entro stasera. Non mi aspetto tante frasi da voi, ma almeno una che è una, dico, me la volete inviare?
Albèric: Ah, siamo alle solite. Smettila, il tuo modo di fare mi va un po’ di traverso. Non sei all’altezza del nostro presidente. Abbassa la cresta.
Irina: Smorziamo i toni ragazzi e torniamo a bomba. Se ho capito bene dobbiamo fare una frase di ripasso utilizzando un’espressione facente parte della rubrica dei due minuti vero?
Bogusia: Verissimo Irina. Non è che volevo lanciare un diktat. Volevo tout court incentivarvi a parlare in questo giorno della voce. Riguardo alle critiche mosse nei miei confronti poc’anzi, dico, ditemi uno che è uno, tra noi, che è in grado di sostituire il presidente!

781 Facente

File audio e trascrizione in PDF disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Facente

Trascrizione

Giovanni: Facente parte, facente capo e facente funzione.

Sono queste le tre cose di cui parliamo nell’episodio numero 781 facente parte della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, rubrica che è stata ideata per farvi fare un passo alla volta nella comprensione della lingua italiana.

Facente parte significa semplicemente “che fa parte”, quindi è la più semplice da utilizzare delle tre forme che ho presentato all’inizio:

Un immobile facente parte di un fabbricato

Ho acquistato un libro facente parte della collana “due minuti con Italiano Semplicemente”

Il presidente può essere sostituito solamente da una persona facente parte dell’associazione.

L’utilizzo di “facente parte” e in generale di “facente” avviene quasi sempre in ambiti tecnici o professionali. Generalmente si usa “che fa parte”:

Quale quadro vuoi? Ti potrei regalare questo, che fa parte della mia collezione privata.

Riga è la capitale della Lettonia, che fa parte della Nato.

Tra i paesi facenti parte della Nato, non appartengono Svezia e Finlandia

Comunque non preoccupatevi perché potete usarlo spesso senza problemi anche in contesti relativi alla vita di tutti i giorni:

Ho chiesto ai membri dell’associazione facenti parte del gruppo whatsapp di farmi alcuni esempi:

A proposito. Avrete notato che esiste anche il plurale: facenti parte = che fanno parte.

Anthony: Se il presidente perde le sue capacità mentali, assumerò il ruolo di facente funzioni.

Giovanni: bravo Anthony, grazie dell’aiuto, ma fortunatamente ancora sono nel pieno nelle mie capacità mentali.

Hai usato tra l’altro la locuzione “facente funzioni”, che si può dire anche “facente funzione”, al singolare. Nel linguaggio burocratico, il facente funzione o la persona facente funzione è la persona che sostituisce temporaneamente il titolare.

Se manca il sindaco ci sarà quindi una persona che assumerà il ruolo di facente funzione, che potrà sostituirlo in qualunque occasione nel ruolo di sindaco.

Si tratta di incarichi importanti come anche il segretario generale di un’organizzazione, il direttore di un parco eccetera.

È simile al luogotenente, di cui abbiamo parlato qualche episodio fa, che si usa in casi particolari soprattutto per le cariche altissime. Tra l’altro si usa anche nel linguaggio militare, proprio come il tenente.

Adesso manca solamente “facente capo”, che deriva dall’espressione “fare capo”.

È un’espressione che si utilizza per indicare una dipendenza, ma non una dipendenza tipo la droga, ma dal punto di vista delle responsabilità e del lavoro.

Fare capo significa dipendere, essere soggetti. Si usa in due modi diversi. Prima di tutto quando si parla di negozi, esercizi commerciali, aziende, organizzazioni, in cui spesso abbiamo diverse sedi, punti vendita che dipendono da una sola sede centrale, a cui fanno capo le altre sedi o filiali.

Es:

La filiale di Roma dell’azienda X fa capo alla sede di Milano.

Si usa la preposizione a.

E allora posso anche dire:

Le filiali facenti capo (che fanno capo, che dipendono) alla sede di Milano sono quelle dislocate nel territorio della provincia della stessa Milano.

Un secondo uso, abbastanza simile, è considerare una persona come referente per informazioni, Gerarchie e simili.

Quindi se al lavoro una persona mi chiede:

A chi fai capo nel tuo ufficio?

Io devo rispondere dicendo il nome del mio dirigente:

Faccio capo al dott. Paravati. È lui il capo.

È un po’ come chiedere: chi prende le decisioni nel tuo ufficio? Chi è il dirigente del tuo ufficio?

Ho fatto un esempio col dirigente di un ufficio ma va bene qualunque organizzazione gerarchica:

I parlamentari che fanno capo al senatore Renzi vengono detti renziani.

Posso ugualmente dire:

I parlamentari facenti capo al senatore Renzi vengono detti renziani.

Il senso può essere anche figurato, in cui c’è un punto di riferimento e non necessariamente un “capo” inteso come persona che comanda.

Es:

I termini dimensioni, quantità dei finanziamenti, numero dei dipendenti, qualità del personale, risorse proprie e conoscenze politiche fanno tutti capo al concetto di risorsa.

Sono molte le tipologie facenti capo al concetto di risorsa.

Gli uomini dovrebbero avere un numero maggiore di caratteristiche facenti capo al concetto di comprensione del partner.

Poi? Un altro esempio?

Anthony: lavoro presso un reparto radiiterapico facente capo a un direttore facente funzione che si chiama…

Giovanni: ecco bravo, così abbiamo capito che non solo delle persone, ma anche un reparto di un ospedale come anche un ufficio, o più reparti o più uffici possono far capo a una persona, o anche far capo a una direzione, cioè non una persona ma una struttura più importante.

Altro es:

il mio ufficio fa capo alla direzione del personale.

Adesso ripassiamo. Un ripassino breve.

Anthony: che voi sappiate, tra le generalità di una persona rientra anche la religione di appartenenza?

Peggy: La religione? Ci vogliamo mettere anche il profilo di Facebook? Cos’è questa se non una sciocchezza bell’e buona?

Irina: ma come sarebbe a dire? A me dispiace molto che ci si scagli così contro un membro della stessa associazione. Dovremmo cercare di moderare i toni anziché prendere un qualunque pretesto per sfogarsi. Questo è quanto.

780 A sé stante

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A sé stante

Eccoci arrivati all’ultimo episodio dedicato a “stante“, il participio presente del verbo stare.

Ho pensato meritasse un episodio a parte, anzi direi che posso anche dire che merita un episodio a sé stante.

A sé stante” (“a sé stanti” al plurale) è una locuzione che si utilizza per separare qualcosa dal resto, quindi indica qualcosa che è distinto, separato. Siamo noi che vogliamo che sia separato, che sia considerato separatamente e lo facciamo perché riteniamo ce ne sia bisogno; oppure, al contrario, riteniamo che non sia da considerare separatamente ma insieme a qualcos’altro.

Ricordate che qualcosa di simile lo abbiamo già visto nella locuzione “di per sé.

Vediamo come usare “a sé stante”:

Giovanni va molto male a scuola. Inoltre ha un problema perché non ha nessun amico. Il suo rendimento scolastico non è un discorso a sé stante, non possiamo trattarlo separatamente. I due problemi sono sicuramente legati quindi sono da trattare insieme.

Questa locuzione merita un episodio a sé stante? Oppure avrei dovuto trattarla nello scorso episodio?

Il derby Roma Lazio è sempre una partita a sé stante. Non si possono fare previsioni in base alla classifica. Non è come le altre partite.

Nelle scuole è tornata la materia denominata “educazione civica” che da adesso in poi verrà insegnata come materia a sé stante. Era ora!

Mi chiedo se anche l’educazione sessuale possa meritare di essere trattata in modo a sé stante.

Non possiamo considerare l’inquinamento come un rischio per la salute da trattare a sé stante perché ha numerose implicazioni su tanti altri aspetti della vita.

Credo sia sufficiente per oggi. E adesso un ripasso delle lezioni precedenti, a ciascuno dei quali, a suo tempo, abbiamo dedicato un episodio a sé stante.

Irina: Sapete, da stamattina mi ronza per la testa un pensiero peregrino. Una decina di anni fa o giù di lì, la città dove viviamo in Calabria, Scalea, di punto in bianco è sembrata andare a genio ai russi. Cosicché un nutrito numero di abitanti stabili di Scalea è ora di nazionalità russa. La città ha ricevuto nientepopodimeno che il nome di “Scalea russa”. Qualcuno inizia a preoccuparsi, ma considerato l’andazzo attuale, direi che da quel dì che la frittata è fatta.
Voglio dire che non sarei colta alla sprovvista se un bel giorno Putin (o chi per lui) decidesse estemporaneamente di invadere l’Italia per proteggere i suoi cittadini, se non solamente per creare il nuovo “Donbass” italiano. Boh, lui è un pazzo bell’e buono, ma forse non ha ben chiare quali siano le regole da seguire da quelle parti…

779 Stante, stante che

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Stante, stante che

Continuiamo ad occuparci di stante, il participio presente del verbo stare.

Iniziamo dalla locuzione “stante che”.

Stante che” oppure “stante il fatto che” è una locuzione che si può usare per fotografare una situazione e trarre delle considerazioni.

Stante che non ci sono prove che ti ho tradito, non puoi accusarmi!

Ho fatto un esempio che può destare maggiore attenzione rispetto ad altri, ma in realtà questa locuzione si usa più spesso in contesti abbastanza tecnici e formali.

Il senso è lo stesso di “per il fatto che“, “in considerazione del fatto che”, oppure le forme più utilizzate: visto che, dal momento che, dato che, giacché, poiché, siccome, e anche dacché.

Se ricordate anche dacché è stato trattato in un passato episodio.

Se usiamo solamente “stante” (senza aggiungere “che” o “il fatto che”) possiamo ugualmente fotografare una situazione per trarre considerazioni o conseguenze, ma possiamo farlo più spesso, anche in contesti familiari e colloquiali.

Vediamo alcuni esempi:

Stante la situazione attuale internazionale, non mi sembra il caso di fare quel viaggio a Mosca che tanto desideravamo.

Stante le tue condizioni di salute, non potrai uscire dall’ospedale prima della prossima settimana.

In questi ultimi due esempi il senso è anche abbastanza simile a “se le cose non cambieranno“, quindi si fotografa una situazione e si evidenzia il fatto che non sta cambiando, quindi ne traggo una conclusione o ne deriva una conseguenza.

Stante le cose tra noi, non abbiamo più nulla da dirci. Addio.

Stante le premesse, ci aspetta un’estate molto calda

Stante le condizioni economiche attuali, non potremo andare in vacanza in Italia.

Stante le difficoltà che ci sono, meglio rimandare il nostro appuntamento

Stante le disposizioni di legge, dovete indossare le mascherine

Stante le circostanze politiche, la guerra non finirà presto.

Stante“, nonostante la varietà degli esempi che ho fatto, resta non molto usato nella vita di tutti i giorni, ma lo trovate molto spesso nelle notizie, soprattutto nello scritto.

Avrete notato che, dagli esempi fatti, a volte stante somiglia a “a causa di”.

Un altro esempio in tal senso:

Stante il cattivo tempo, la vacanza è stata rinviata.

Non abbiamo finito ancora con “stante” ma meglio continuare nel prossimo episodio anziché farlo seduta stante.

Adesso un breve ripasso.

Anthony: Ero indisposto ma adesso sono riuscito a ritagliarmi del tempo per comporre qualcosa al volo.

Ulrike: bontà tua! Su cosa verterà il ripasso?

Marguerite: in questo primo maggio verterà ovviamente sulla dignità del lavoro e la responsabilità dei manager a tutelare i diritti dei lavoratori. La maggiore sicurezza sul lavoro è il tema che sta più a cuore a tutti.

Marcelo: ma questi sono paroloni, concetti enormi, usati spesso a sproposito, non ti pare? Comunque qualcosa di decente alla fine è uscito. Buttalo via!