Le particelle: Ci, ce, gli, ce, lo, li, si – alla fine dei verbi

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E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Buongiorno amici di ItalianoSemplicemente.com io sono Giovanni ed oggi siamo qui per fare un esercizio particolare: sarà essenzialmente un esercizio di ripetizione e di domande e risposte. Ricordatevi sempre della regola n. 6 per imparare l’italiano: l’importanza delle domande e risposte.

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L’argomento è utilizzare: ce, si, ci lo, la, gli, ne eccetera. Lo abbiamo fatto altre volte, intendo parlare di queste particelle.

Oggi però mi interessa soprattutto quando inseriamo queste particelle e pronomi alla fine del verbo per riferirci a qualcosa. Senza dare troppe spiegazioni, passiamo subito alla pratica, come si compete a chi rispetta le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Io dunque dirò una frase normale, una frase per esteso, parlando di qualcosa (non importa cosa) mentre voi dovete dire la stessa frase dando per scontato la cosa di cui parliamo. Capita spessissimo in una conversazione di riferirsi alla cosa di cui parliamo non attraverso il suo nome ma usando una di quelle particelle alla fine, attaccandole al verbo.

Non si tratta di vere domande, in realtà, ma di due tipi di frasi diverse, ma l’importante è far lavorare il cervello.

Ad esempio se io dico “mangiare la mela” voi dovete dire “mangiarla“. “La” mela, quindi: mangiarla. “La” va alla fine del verbo.

Ad esempio in una frase posso dire: ecco la mela ma non mangiarla tutta. Non posso dire: ecco la mela ma non devi mangiare tutta la mela; per non ripetere “la mela” dico semplicemente: non devi mangiarla.

Se invece io dico “mangiare uno spicchio di mela” voi dite: “mangiarne uno spicchio“.

Se dico: “Noi ci mangiamo un po’ di mele” voi dite: “mangiamone un po’” (oppure mangiamocene un po’)

Mangiamone o mangiamocene: in questo caso è più difficile perché ho messo insieme sia la persona che compie l’azione (noi) che la mela (usiamo ne perché è una parte della mela): Posso anche dire:

  • mangiamoci un po’ di mela (la mela la scrivo)

Se invece dico “ce la mangiano noi la mela” voi dite: “mangiamocela“, oppure mangiamola (Ce anche in questo caso è facoltativo, anche nella domanda).

Tutti chiaro? Usate ce, ne, ci, lo, gli eccetera a seconda della frase.

Ho notato che si tratta di un ostacolo difficile anche per gli stranieri più bravi.

Allora un gioco di questo tipo può aiutare.

Iniziamo:

Noi dobbiamo ricordare quelle ragazze.

Voi rispondete senza nominare la parola “ragazze” (che prevede l’articolo le) e senza di dire “noi” ma facendo riferimento a noi ed alle ragazze alla fine del verbo:

Ricordiamocele, oppure Dobbiamo ricordarcele. Ce le dobbiamo ricordare (che è la stessa cosa).

È importante questo esercizio perché bisogna saper distinguere le cose tra loro, a seconda ad esempio che siano divisibili o meno, o altre regole che è inutile spiegare perché quello che conta è praticare e ripetere come vi dico sempre. Tutto verrà in automatico.

Bene continuiamo. Vi darò il tempo per rispondere e poi rispondo io.

Prendi la penna: Prendila.

Prendi la penna per me: prendimela

Prendete la penna per voi: prendetevela

Andiamo a Roma: andiamoci

Andate a Roma: andateci

Mordi la mela: mordila

Mangia una parte della mela: mangiane una parte

Scrivi una storia: scrivila

Scrivi una parte della storia: scrivine una parte

Scriviamo il libro insieme: scriviamolo insieme, scriviamocelo insieme

Spedisci una e-mail a Giovanni: Spediscigli una e-mail, spediscigliela

Raccomanda quel ristorante a Maria: Raccomandale quel ristorante, raccomandaglielo.

Spedisci la cartolina: spediscila

Spedisci a noi una cartolina: spediscici una cartolina. Spediscicela. 

Manda i saluti: mandali

Manda i saluti a lui: mandagli i saluti, mandaglieli

Chiedi un bacio a Giovanna: chiedilo a Giovanna, chiediglielo

Dammi i soldi: dammeli

Alcune persone si mangiano le unghie. Non è normale (in questo caso dovete usare “si” alla fine del verbo mangiare): non è normale mangiarsi le unghie. Alcune persone lo fanno.

Attenzione con la terza persona:

Mario deve dare i soldi a noi: Mario deve darceli, ce li deve dare, ce li dia.

Mario deve dare i soldi a te: Mario deve darteli, te li deve dare, te li dia.

Mario deve dare i soldi a Maria: Mario deve darglieli, glieli deve dare, glieli dia

Mario deve dare i soldi a me: Deve darmeli, me li devi dare, me li dia!

Fate i compiti: fateli.

Fai i compiti: falli

Alcuni si fanno dei problemi a parlare in pubblico. E’ segno di poca esperienza. (usare “si”: Farsi dei problemi a parlare in pubblico è segno di poca esperienza.

Devi farti carico di quel lavoro: fatti carico di quel lavoro, fattene carico.

Mangia tutto il cibo: mangialo tutto!

Responsabilizza tuo figlio: responsabilizzalo.

Attenti sempre alla terza persona:

Quella madre deve responsabilizzare il figlio: che lo responsabilizzi, che responsabilizzi suo figlio (con la terza persona non posso mettere lo alla fine).

Dovrei andare sul sito: dovrei andarci.

Andiamo via da qui: andiamocene.

Noi ci occupiamo di loro: occupiamocene.

Devi ritrovare la pazienza: ritrovala.
Ci devi riprovare: riprovaci

Voi vi occupate di lui: occupatevene.

Siete voi che dovete occuparvi di lui: occupatevene voi!

Sono io che mi occupo di lei: me ne occupo io.

Devi occuparti di lei: occupatene tu!

Devo fare la pasta al dente: devo farla al dente. Che la facciano al dente.

Dillo a lui: diglielo.

È lui che si deve occupare di lei: se ne occupi lui. Se ne deve occupare lui, deve occuparsene lui.

Occorre che qualcuno si occupi del problema: Qualcuno se ne deve occupare. Occorre occuparsene.

Mettiamo il sale sulla pasta: mettiamocelo sopra.

Attenzione questa è più difficile:

Dovete aver cura di questa cosa: dovete averne cura, abbiatene cura

Difficile?

Proviamo le ultime volte:

Andate via: andatevene

Vogliamo parlare di questa cosa? Vogliamo parlarne? Parliamone.

Mettiamo il pantalone nell’armadio: mettiamolo nell’armadio. Mettiamocelo.

Devi ridare la fiducia a noi: ridacci la fiducia, ridaccela

Bene amici spero vi sia piaciuto questo episodio. Grazie a tutti dell’ascolto. Spero ce l’abbiate fatta.

Per chi è interessato e vuole approfondire la pronuncia, tutti i giovedì facciamo questi esercizi nel gruppo Whatsapp dell’Associazione Italiano Semplicemente. Fate richiesta di adesione e saremo felici di avervi tra noi. E’ possibile aderire anche se si rappresenta una scuola o un istituto dove si studia italiano.

Ciao a tutti da Giovanni.

Parliamo di Fiducia e Diffidenza

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Trascrizione

Giovanni: Ciao ragazzi, io sono Giovanni, e oggi ci occupiamo di Italiano Professionale, con un nuovo episodio della nostra Daria dalla Russia.

Abbiamo iniziato con Andrè, che si è definito il corrispondente di Italiano Semplicemente dal Brasile. In un recente episodio Andrè ci ha parlato delle elezioni nel suo paese, elezioni che hanno portato il candidato Bolsonaro alla vittoria, anche Daria ora (anche lei come Andrè è un membro dell’associazione), rivendica il suo ruolo di “Corrispondente”, ovviamente dalla Russia, la sua terra.

Si sta delineando quindi una nuova “figura”, che stanno assumendo i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

E’ una bella novità che mi piace molto questa del corrispondente estero. In questo modo sicuramente si impara di più, le frasi, le espressioni, i modi di dire si memorizzano più facilmente e in questo episodio Daria si esercita con alcune espressioni imparate nella lezione n. 13 del corso di Italiano Professionale, dedicata alla fiducia e alla diffidenza, un argomento abbastanza delicato e comune a tutte le professioni.

A te la parola Daria.

Daria: Buongiorno a tutti da Daria, corrispondente dalla Russia di italiano semplicemente.

Mentre ascoltavo la lezione numero 13 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE mi è venuta in mente un’idea.

La lezione è dedicata alla fiducia ed alla diffidenza e quando parliamo di questo argomento nei confronti delle persone nuove in un’azienda, le raccomandazioni o le referenze possono valere diversamente.

Mi spiego meglio. Una ditta relativamente piccola, locale, in genere considera l’assunzione di manodopera ad esempio, una questione innanzitutto di fiducia e soltanto subito dopo di professionalità della persona. Non di rado un nuovo lavoratore si cerca tra le persone referenziate, oppure tra i conoscenti perché Il successo di tutta la ditta dipende da ogni lavoratore. Ogni volta si devono valutare tutti i pro e i contro. Visto che ci deve essere sempre con la persona nuova un’unione di intenti (nota: espressione spiegata nella lezione n. 12 del corso), talvolta sarebbe preferibile non rischiare e provare ad eseguire il lavoro da solo; come si dice in questi casi: chi fa da sé fa per tre.

Per quanto riguarda le grandi aziende, secondo me, il proverbio italiano “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio” descrive bene il concetto delle referenze. Qui nessuno può essere al di sopra di ogni sospetto. Così come l’abito non fa il monaco, le referenze non danno garanzia che si possa contare ciecamente su di un nuovo arrivato.

Tra l’altro quasi tutti i lavoratori hanno buone o ottime referenze da loro precedenti posti di lavoro. Quindi non ci sono reali certezze che effettivamente si tratti di persone che siano degne della nostra fiducia. Vanno messi alla prova dei fatti.

Lavorando insieme coi nuovi assunti i primi tempi gli altri lavoratori mantengono relativamente le distanze, cioè si comportano in modo amichevole ma piuttosto formale. Non si tratta di diffidenza, ma si sa che spesso l’apparenza inganna e non viene spontaneo dare troppa confidenza da subito, solamente perché qualcuno lavora fianco a fianco a te. Sarà sicuramente capitato anche a voi.

Con il passar del tempo si può invece acquistare la fiducia dei nuovi colleghi.

Ho una certa esperienza personale nel dare referenze alle persone conosciute al lavoro che hanno guadagnato il mio credito in un’azienda e poi hanno iniziato a lavorare in un’altra.

Guardandomi indietro direi che non sempre le persone che si sono ben comportate in un’azienda saranno così efficaci in un’altra, e viceversa, ed il fatto che le persone facciano valere il proprio talento distintamente nei vari ambiti ha seminato in me il dubbio se le referenze possano risultare veramente utili.

Non so come funzioni in Italia e quanto la cultura possa influire su questo.
A voi è mai capitato di fornire le proprie referenze a qualcuno, che ne pensate?

Un saluto dalla vostra Daria, corrispondente di italiano semplicemente dalla Russia.

Giovanni: bene, grazie Daria perché hai fatto un ottimo lavoro. Hai anche usato espressioni delle lezioni precedenti del corso e devo dire che è molto interessante quello di cui hai parlato.

Tutti possono ascoltare la prima parte della lezione n.13 se vogliono, metto un collegamento nella trascrizione di questo episodio, per tutta la lezione, come per l’intero corso di Italiano Professionale, vi aspetto nella nostra associazione.

Un saluto fiducioso da Giovanni.

Darsi la zappa sui piedi

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E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

zappa_immagineBuongiorno amici di italiano semplicemente e benvenuti in questo nuovo episodio dedicato alle espressioni italiane.

Io sono Giovanni e oggi parliamo di una nuova espressione idiomatica italiana.

Di tratta di una espressione utilizzata un po’ da tutti gli italiani, tutti i giorni e in più di un contesto diverso. Fondamentalmente viene usata sia in famiglia che al lavoro quindi ma sempre in modo abbastanza informale.

Potreste trovarla anche su articoli di giornale comunque. L’espressione è la seguente: darsi la zappa sui piedi.

Allora spieghiamo brevemente questa espressione e poi facciamo un piccolo esercizio di ripetizione.

Darsi è il verbo dare, dare nel senso riflessivo quindi darsi vuol dire dare a se stessi.

Ok ma darsi cosa? Darsi la zappa. La zappa è uno strumento utilizzato in agricoltura, un attrezzo agricolo che serve per muovere il terreno, quindi la zappa è uno strumento che viene usano dai contadini anche oggi.

In passato era molto più utilizzata rispetto ad oggi perché la tecnologia ormai ha portato all’utilizzo di strumenti più sofisticati della Zappa per muovere il terreno.

Si tratta di uno strumento provvisto di un manico, lungo circa un metro, un metro e venti centimetri e all’estremità di questo manico c’è un pezzo di ferro, di metallo, un pezzo di metallo dalla punta piatta che serve a essere infilata nel terreno. Quindi la zappa serve per essere infilata nel terreno e per muovere il terreno, per muovere la terra.

In questo modo il contadino può seminare la terra, rimuovere erbacce, può quindi curare il proprio giardino o il proprio orto, può decidere di piantare degli ortaggi, di togliere le erbacce spontanee eccetera.

Quindi ogni qualvolta un contadino ha bisogno di movimentare il terreno può usare una zappa: attenzione alla pronuncia della lettera Z della parola Zappa.

È una z sorda (si dice così in italiano). La Z sorda è quella di Zappa e anche quella di zoppo o di informazione e non è quindi una z “sonora” come quella della lettera z per esempio.

Questi sono tutti argomenti che solitamente trattiamo sul gruppo dell’associazione italianosemplicemente. In particolare sul gruppo WhatsApp ogni giovedì ci occupiamo di pronuncia.

Comunque andiamo avanti con la spiegazione di questa espressione: darsi la zappa sui piedi quindi vuol dire, in senso proprio, prendere la zappa con le mani, afferrarla e darsela sui piedi, cioè colpire i propri piedi al posto della terra.

Darsela: la parte finale “la” si riferisce alla zappa quindi darsi la zappa sui piedi vuol dire prendere la zappa e colpire i propri piedi: cosa che evidentemente provoca del dolore: ma questa è un’espressione figurata.

Cosa significa questa espressione?in senso figurato questa espressione sta ad indicare che ciascuno di noi può compiere un’azione che può trasformarsi in un’azione controproducente.

Posso usarla in più di un contesto diverso, sia in famiglia che al lavoro ma sempre in modo informale.

Può capitare di farsi del male con una propria azione, anche involontariamente, senza volerlo, e specialmente se si è stanchi o nervosi.

Anche su articoli di giornale si usa questa frase perché rende molto bene l’idea di farsi del male da soli.

Ok quindi ricapitoliamo: darsi la zappa sui piedi significa compiere un’azione che si rivela controproducente per noi stessi e l’espressione ha origini contadine.

Capita molto spesso di usare questo tipo di espressione poiché molto spesso i risultati negativi sono causati, sono provocati proprio da una nostra azione.

In questi casi posso dire tranquillamente che ci siamo dati la zappa sui piedi. Nel tentativo di produrre qualcosa di positivo il risultato è stato invece controproducente.

Si usa il verbo dare nel senso di colpire.

Solitamente dare si usa quando ci sono due persone (io do una cosa a te) ma in alcuni casi, in senso riflessivo, posso usarla anche rivolto a me stesso.

In questo caso “dare sui piedi” significa colpire i piedi.

Proviamo a fare qualche esempio. In ambito politico posso dire ad esempio che dopo le elezioni amministrative in Brasile la vittoria di Bolsonaro potrebbe portare dei risultati positivi per l’economia brasiliana e per il popolo brasiliano, ma potrebbe anche portare dei risultati negativi per lo stesso popolo e per la stessa economia.

Allora i brasiliani che lo hanno votato, coloro che lo hanno portato alla vittoria, coloro che hanno espresso il loro voto a favore di Bolsonaro potrebbero dire, a ragion veduta, che si sono dati la zappa sui piedi oppure anche che si sono dati la zappa sui piedi da soli.

Coniugando posso dire:

Io mi sono dato la zappa sui piedi.

Tu ti sei dato la zappa sui piedi.

Lui o lei si è dato o si è data la zappa sui piedi.

Noi ci siamo dati la zappa sui piedi.

Voi vi siete dati la zappa sui piedi.

Loro si sono dati la zappa sui piedi.

Ovviamente questo possiamo dirlo soltanto se Bolsonaro non darà i risultati sperati.

Credo che tutto sia abbastanza chiaro, d’altronde l’immagine della Zappa sui piedi è abbastanza eloquente.

Facciamo un piccolo esercizio di ripetizione. Facciamo in modo anche di far lavorare un po’ il cervello ok?

Rispondete alle domande rispettando il tempo e la persona indicate nella domanda.

Attenzione alla persona e al tempo della domanda.

Non abbiano mai fatto questo esercizio finora ma credo possa funzionare per memorizzare.

Se io ad esempio dico: Cosa fai?

La risposta è: ti dai la zappa sui piedi.

Cosa farà?

Si darà la zappa sui piedi.

Cosa ho fatto?

Mi sono dato la zappa sui piedi.

Cosa potremmo fare?

Potremmo darci la zappa sui piedi.

Cosa dovreste evitare?

Dovreste evitare di darvi la zappa sui piedi.

Cosa hanno deciso?

Hanno deciso di darsi la zappa sui piedi.

Abbiamo terminato anche oggi, spero che l’episodio vi sia piaciuto. Ringrazio tutti e invito a chi è interessato di dare un’occhiata al programma settimanale di italiano semplicemente, cioè agli argomenti di cui parliamo nel gruppo WhatsApp ogni giorno.

Per chiunque fosse interessato a partecipare può chiedere l’adesione all’associazione. In questo modo il vostro italiano migliorerà di giorno in giorno, mentre se volete continuare a studiare da soli è una vostra scelta, lo potete fare ma potrete dire di esservi dati la zappa sui piedi.

Grazie ai donatori e ci rivediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Parliamo di unione e condivisione

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Trascrizione

Introduzione di Giovanni: questo episodio è un esempio di utilizzo delle espressioni professionali contenute nella lezione n. 12 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Daria: Si può dire che l’argomento della lezione numero 12 si riferisca sia alla vita professionale che a quella privata.
Anche la qualità della vita dipende dalle persone con cui ci uniamo e condividiamo gli intenti: vorremmo ad esempio che le persone al nostro fianco fossero sempre in grado di spezzare *una* lancia a *nostro* favore e proteggere i nostri interessi. Nella vita privata siamo liberi *di* sceglere gli amici ad esempio, o semplicemente dire che nel peggiore dei casi è meglio soli che mal accompagnati se non proviamo simpatia proprio per nessuno. Ma in ambito lavorativo occorre accettare i colleghi che ci capitano esattamente come sono ed investire con forza e desiderio sul nostro futuro insieme cercando di stabilire con loro un rapporto efficace.

Infatti, al lavoro dobbiamo stringere accordu con persone diverse. In collaborazione reciprocamente vantaggiose ognuno cerca di *perseguire* i propri obbiettivi e non sempre si è orientati verso un qualcosa di comune. Anche se succede di dover chiedere l’aiuto di un collega, non è la stessa cosa di un lavoro di squadra quando molto spesso ci si trova nella necessità di dover credere cecamente in un compagno. Nonostante si capisca che l’unione faccia la forza, a volte manca la necessaria confidenza per formare un gruppo affiatato.

Formare un’unione lavorativa in uno spirito di squadra è un argomento attuale per ogni società. Ogni leader di un gruppo vorrebbe mettere assieme persone in gamba, *nei* cui confronti *possa nutrire* una fiducia incondizionata e operare con loro. Nella realtà dei fatti però quello che va fatto è svolgere regolarmente attività che aiutino a far nascere lo spirito di squadra. Si tratta di attività anche fuori dell’ambito lavorativo, in un ambiente rilassato, che servono a conoscersi meglio l’un l’altro. Trovando interessi o hobby comuni le persone si vedono anche da una prospettiva diversa, più personale, più variegata, il che aiuta molto a nutrire più fiducia nella vita lavorativa.

Curiosamente, nel settore in cui sono occupata si svolge ogni anno un campionato di calcio. Tutti i lavoratori sono invitati a partecipare ai giochi: gli uomini per giocare nel campo e le donne per fare il tifo per la loro azienda. La partecipazione non è ovviamente obbligatoria: chi c’e’ c’e’, chi non c’e’ non c’e’, verrebbe da dire, ma è caldamente consigliata per i motivi precedentemente esposti.
Nessuna azienda, c’è da aggiungere, vorrebbe presentarsi al campionato come un’armata Brancaleone. Quindi i giocatori si allenano regolarmente durante l’anno, e giocando si devono fidare ad occhi chiusi dei compagni. La squadra vincitrice riceve una coppa che viene orgogliosamente esposta nell’ufficio durante l’anno fino al prossimo campionato.

Ci sono anche persone scettiche e poco comunicatuve che non credono invece che ci sia una ragione valida nello stabilire una comunità di intenti coi colleghi. Senz’altro ognuno fa come gli pare e piace ma sarebbe meglio non fare tutta *di* l’erba *un* fascio e provare a stabilire un rapporto informale anche con qualche collega.

Un saluto a tutti e buona giornata, e ricordate che l’unione fa sempre la forza.

Le elezioni in Brasile

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Trascrizione

Andrè Arena, corrispondente in Brasile (Araraquara, San Paolo) di Italiano Semplicemente

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Andrè Arena, corrispondente di Italiano Semplicemente in Brasile

Buonasera e benvenuti a tutti su Italiano semplicemente.

In questi “quasi 100 secondi”, con André Arena, cioè il sottoscritto, il vostro corrispondente di italiano semplicemente in Brasile!

Ancora buonasera dunque, vi racconto qualcosa sul Brasile che come sapete sta attraversando un periodo molto ricco di cambiamenti.

La campagna elettorale è finita, ma forse sarebbe stato meglio  chiamarla “battaglia elettorale”: un mese che ci ha fatto rivoltare lo stomaco.

Il Brasile infatti sta male, malissimo, ed è un problema comune di tutti i brasiliani, che non si affronta a colpi di accuse reciproche tra sinistra e destra.

I problemi sono radicati, antichi, grandi, ma nessuno si può chiamar fuori dalle responsabilità, sia chi ha governato il paese in passato sia chi lo sta facendo oggi nel presente! Il rimpallo delle colpe è lo sport preferito dei politici. In Brasile come in Italia.

Domenica prossima decideremo il futuro del nostro paese.

Chiunque sia il vincitore, Haddad o Bolsonaro, dovrà affrontare il difficile compito di riunificare il paese e di riuscire nel difficile compito di guidare il paese verso il cambiamento.

Compito assai importante: occorre fare le riforme necessarie per la crescita economica e l’occupazione e si potrebbe parlare di tante altre questioni importanti per il popolo brasiliano.

Bisogna combattere quello che rappresenta forse il più grande problema in Brasile, la corruzione!

Lo so, c’è in altri paesi anche, ma in Brasile è pazzesco.

Ogni cosa che non funziona in Brasile è colpa della corruzione, tanto che, come si dice in Italia, verrebbe da dire: piove, governo ladro!!

E non a caso in Brasile sta diluviando!

– – – – – –

Vocabolario

Vediamo un po’ di vocabolario che ha utilizzato Andrè in occasione di questo episodio. Andrè è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. In questa occasione Andrè ha rappresentato Italiano Semplicemente quindi è un:

Corrispondente: inviato speciale, delegato, persona che rappresenta. In questo caso Andrè rappresenta Italiano Semplicemente, quindi è il corrispondente di Italiano semplicemente. E’ un termine che si sente spesso in TV nei servizi televisivi.

Rivoltare lo stomaco: si dice di un qualcosa di “rivoltante” cioè di disgustoso, che provoca disgusto, cioè una forte emozione negativa di repulsione e avversità verso qualcosa. Spesso si usa col cibo disgustoso, che può provocare vomito, ed in questo caso si dice che “lo stomaco si rivolta”, cioè si rigira. Da qui il termine “rivoltante”, che in senso figurato si può usare verso qualcosa che non condividiamo e giudichiamo invece molto negativo, fino a provocare disgusto, repulsione e persino vomito.

Piove, governo ladro! Espressione idiomatica italiana con la quale ironicamente si dà la colpa al Governo anche degli eventi naturali, gli unici per i quali non avrebbe alcuna colpa.

Diluviando: Diluviare è un verbo simile a piovere. Il diluvio è infatti una fortissima pioggia, una pioggia dirotta (si dice anche così quando piove molto intensamente), una pioggia d’una violenza unica e che sembra non debba aver mai fine. Sta diluviando, pertanto, significa sta piovendo moltissimo. Si ricorda che esiste anche il cosiddetto “Diluvio universale”, cioè la pioggia, anzi possiamo dire l’uragano che sommerse e inondò la terra, secondo il racconto biblico.

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New York. Ripassiamo le particelle

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, ed oggi facciamo un episodio speciale, dedicato alla città di New York. Un episodio per ringraziare i donatori newyorkesi di Italiano Semplicemente.

Oggi facciamo quindi un bell’esercizio di pronuncia ed insieme un ripasso di alcune frasi che contengono delle paroline difficili per gli stranieri, sia per la pronuncia, sia per le particelle che useremo.

E’ quindi questa un’occasione anche per fare un po’ di pronuncia e in questo modo aiutare voi stranieri con alcune parole a volte difficili da usare.

Gli esempi e le frasi che vedremo riguardano quindi la città di New York, quindi questa diventa anche un’opportunità per condividere informazioni interessanti su questa città.

Facciamo che io vi pongo delle domande (una specie di gioco), poi vi suggerisco in che modo dare la risposta e voi provare a rispondermi. Pronti?

Prima domanda:

Vogliamo provare a fare questo esercizio? Rispondi utilizzando la particella “CI”

Risposta:

Ok, ci possiamo provare, oppure, ok, proviamoci.

Seconda domanda:

Sapete sicuramente che New York è soprannominata la grande mela, allora la mia seconda domanda è:

Conosci un soprannome di New York? Nella risposta provate ad usare la particella “NE”

Risposta:

Sì, ne conosco uno: la grande mela.

Ovviamente ne serve a sostituire la parola soprannome.

Terza domanda:

Per le strade di New York possiamo mangiarci un gustoso hot dog? Allora rispondete alla domanda utilizzando la particella “CE”, e volendo insieme anche la particella “NE”. Ok? Nella stessa risposta utilizzate sia ne che ce.

Risposta:

Sì, ce ne possiamo mangiare quanti ne vogliamo di Hot dog per le strade di New York.

Quarta domanda. Per rispondere a questa domanda utilizzare “SE” e “NE” nella stessa risposta. Se e ne nella versione senza accento. Sapete che a NY esiste una zona, un quartiere chiamato “Little Italy”, un famosissimo sobborgo newyorkese che è a maggioranza italiana. Ci sono molti italiani a Little Italy.

La domanda è la seguente:

Gli italiani di New York si sono accorti che esiste Little Italy a Manhattan? Usate se e ne.

Risposta:

Certo, tutti gli italiani se ne sono accorti!

Il se indica gli italiani mentre il ne sostituisce la cosa di cui si sono accorti gli italiani.

Quinta domanda. Sapete che nell’isola di Manhattan c’è uno schema di strade particolare, strade che la percorrono in senso verticale e orizzontale, tutte intersecate tra loro. Io non riuscirei ad orientarmi facilmente. Ne sono sicuro.

Ecco dunque la domanda n. 5:

C’è bisogno della mappa per orientarsi tra le vie di Manhattan?

Per rispondere utilizzate “ce” e anche “n’è” (n + apostrofo + è-verbo essere)

Risposta:

Sì, per Giovanni sicuramente ce n’è bisogno

Questa ovviamente è una delle tante risposte possibili.

Forse anche per altre persone con poco senso dell’orientamento ce n’è bisogno, non solo per Giovanni. N’è sta per “ne è”. Metto l’apostrofo che sostituisce la e.

Sesta domanda. Sapete che a New York l’11 settembre del 2001 sono cadute le torri gemelle a causa di uno dei maggiori attacchi terroristici degli ultimi anni. Nonostante tutto però New York non possiamo definirla una città pericolosa. Tutt’altro direi. Allora proviamo a rispondere alla domanda usando una espressione nuova: “in sé per sé”.

Domanda: il fatto che New York sia stata vittima di uno dei più grandi attacchi terroristici degli ultimi anni cosa implica?

Risposta:

In sé per sé questo non implica che sia una città pericolosa.

Quindi l’attentato del 2001, da solo, da sé, o in sé per sé, non comporta, non implica che NY sia pericolosa.

Infatti, rispetto a molte altre metropoli, la Grande Mela può rivendicare il titolo di città più sicura in rapporto al numero di abitanti. Infatti New York City ha il tasso di criminalità più basso delle 25 più grandi città degli Stati Uniti.

Settima e Ottava domanda. Per rispondere usiamo la particella “CE” e il pronome ”LA” nella stessa frase. Attenzione: “LA” non come articolo ma come pronome.

Allora: C’è un film dal titolo “qualcosa è cambiato”: questo è il titolo in lingua italiana, mentre il titolo inglese è “As Good as It Gets”. In questo film c’è una famosa frase che riguarda New York:

Qui siamo a New York: se ce la fai qui, ce la puoi fare ovunque.

Ok allora la domanda n. 7 è: Dove ce la puoi fare se ce la fai qui?

Risposta:

Ce la puoi fare ovunque.

Cioè in ogni luogo, in ogni posto al mondo: se ce la puoi fare qui, cioè qui a News York, allora puoi riuscirci in tutti gli altri posti al mondo, cioè ovunque. Evidentemente New York è una città in cui non è molto semplice riuscire a farcela, cioè riuscire ad affermarsi, ad avere successo, o semplicemente a sopravvivere. “ce la fai” vuol dire appunto “ci riesci”, “riesci a farcela”, riesci a cavartela eccetera. .

Ottava domanda: Dove è più difficile farcela? (facciamo un confronto tra New York ed altrove usando la parola farcela.

Risposta: farcela è più difficile a New York che altrove.

A proposito di altrove. C’è una celebre frase che dice: “Un vero newyorkese crede che coloro che vivono altrove stiano, in qualche modo, scherzando”. Ho trovato molto divertente questa frase, che probabilmente allude al fatto che i newyorkesi si sentano al centro del mondo, magari anche più importanti degli altri o semplicemente che a New York c’è tutto ciò che serve per vivere ed essere felici.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione: parliamo di New York, di pizza e di pronuncia (chi non conosce la pizza!). Pizza si pronuncia con la z doppia e anche sorda (come cozze, mazzo, pazzo, palazzo ma non come “organizzare” e “ipotizzare” ad esempio che hanno la doppia zeta sonora).

Ebbene la prima pizzeria degli Stati Uniti è stata aperta a New York nel 1895 da un napoletano di nome Gennaro, nome tipicamente napoletano.

Attenti alla pronuncia delle doppie zeta.

Ripetete dopo di me:

Ipotizziamo (zeta sonora) di mangiare la pizza a New York (zeta sorda).

e organizziamo (zeta sonora) una cena per toglierci uno sfizio. (zeta sorda)

In quale pizzeria andare? (zeta sorda)

C’è solo l’imbarazzo della scelta! (zeta sorda)

Possiamo mangiare anche pizza a buon prezzo! (zeta sorda)

Analizziamo con cura il locale in cui andare (zeta sonora)

Ci sono locali con terrazze panoramiche (zeta sorda)

Gli italiani a New York hanno una lista di pizzerie (zeta sorda) personalizzata (zeta sonora)

Nella speranza (zeta sorda) che questo esercizio vi sia piaciuto, vi mando un saluto affettuoso da Roma. Scommetto che vi è venuta voglia di pizza! E grazie ancora ai donatori di tutto il mondo.

Ciao

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Dare adito

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi, eccoci di nuovo insieme per una nuova espressione italiana.

L’espressione di oggi è “dare adito”. Prima voglio raccontarvi qualcosa sulle ultime novità di Italiano Semplicemente.

Abbiamo aperto l’iscrizione all’associazione anche per le scuole e gli istituti di italiano nel mondo. Una novità molto importante perché permette ad intere scuole di aderire all’associazione Italiano Semplicemente e così permettere a tutti gli studenti della scuola di avere a disposizione tutte le lezioni di italiano dedicate ai membri.

Vi invito a leggere i vantaggi di questa iscrizione per tutte le scuole di italiano nel mondo. Un’iniziativa unica, di cui sono orgoglioso. Ve ne parlerò nel futuro anche se ci saranno sviluppi e novità. L’espressione di oggi è “dare adito”. Sicuramente questa è una delle espressioni che uno straniero non usa mai, ed il motivo è che non si trova nei libri di italiano, e non capita molto spesso di ascoltarla in strada o come semplice turista. Infatti è una espressione che si usa molto in ambienti professionali e istituzionali, soprattutto per iscritto. Molto usata anche dai giornalisti e nella stampa in generale.

Bene, il verbo dare lo conoscete tutti: dare è semplice da capire e è un verbo molto usato nella lingua italiana e anche in molte espressioni perché si può usare in moltissimi contesti e situazioni diverse. Molte cose si possono dare. Per dare qualcosa è sufficiente essere in due. Una dà e l’altra riceve: posso dare una mela, posso dare un bacio, una carezza, un abbraccio o anche un documento. Questo nel senso proprio del termine, nel senso che si prevede a volte il passaggio di un oggetto da una mano all’altra, a volte si tratta non di un oggetto ma di un qualcosa di immateriale (il bacio o l’abbraccio). Tante cose si possono dare: dare soddisfazione, dare credito, dare speranza, eccetera.

In questo caso si “dà adito”. Questa parolina, adito, se state guardando il vocabolario, è legata al concetto di entrata, oppure a quello di possibilità, di facoltà, di accesso, di passaggio, di ingresso. È come se si aprisse una porta, ma in senso figurato. A dire il vero non solo in senso figurato ma anche in senso proprio.

Infatti posso dire ad esempio:

Quella porta permette l’adito a un giardino

Difficilmente ascolterete questa frase da un italiano. È più facile trovare un documento, magari un documento tecnico con una frase di questo tipo. Significa che attraverso quella porta, passando per quella porta, si accede, si entra, in un giardino. Adito quindi è uguale ad accesso, uscita, passaggio, in questo caso.

In senso più figurato, all’università, potreste ascoltare una frase come ad esempio:

Ci sono alcuni titoli di studio che danno adito all’università.

Questo significa che il possedere quei titoli si studio, uno di quei titoli di studio permette di iscriversi all’università. Vedete che anche in questo caso si ha un accesso, un qualcosa che permette un passaggio, come una porta. Se non abbiamo uno di quei titoli di studio, la porta dell’università è chiusa. Non possiamo accedere all’università, nel senso che non possiamo iscriverci all’università se non abbiamo uno dei titoli di studio che danno adito all’università, cioè che permettono, che consentono l’iscrizione all’università.

C’è sempre un’entrata, una porta che si apre, ed in ognuno dei casi si vuole evidenziare la possibilità, la facoltà che abbiamo, non il fatto che la utilizziamo effettivamente questa facoltà.

.

La porta dà adito al giardino: allora da quella porta possiamo andare in giardino.

Il titolo di studio dà adito all’università: allora senza quel titolo di studio non possiamo andare avanti in quella università.

In senso più ampio, se usciamo ancora di più dall’ambito fisico, materiale, possiamo usare la frase “dare adito” o “avere adito” accompagnata dalla preposizione a, al, alla, agli, allo, alle, per indicare una facoltà.

Ho detto che posso usare anche “avere”, quindi posso “avere adito” ad una casa o ad un giardino nel senso che ho la facoltà di accesso, ma se mi riferisco ad una porta, ad una finestra, ad un cancello, allora uso il verbo “dare”: la porta dà adito al giardino.

Questo è quello che avviene da un punto di vista materiale. Se invece esco dal materiale, in senso ampio posso usare dare adito e avere adito in più modi:

Ad esempio un mio atteggiamento o comportamento può dare adito a qualcosa.

In questo caso voglio dire che con il mio comportamento apro alla possibilità che possa accadere qualcosa. Vediamo con qualche esempio:

Il mio comportamento ha dato adito a molte critiche.

Sto dicendo che il mio comportamento ha permesso ad alcune persone di criticarmi, se invece io non mi fossi comportato in questo modo non sarebbe successo.

In modo simile potrei dire (più usato dalle persone comuni):

Il mio comportamento ha generato molte critiche.

Il mio comportamento ha provocato molte critiche.

Il mio comportamento ha destato molte critiche. Questa è più ricercata come frase.

Il mio comportamento ha dato luogo a molte critiche. Dare luogo è simile a generare ma è più formale.

Il mio comportamento ha ingenerato molte critiche. Il verbo ingenerare equivale a generare, dar vita, provocare, ed è meno usato ma più formale di generare, poi ingenerare si usa solo nei rapporti sociali, mentre generare è molto ampio come verbo.

Il mio comportamento ha dato la stura a molte critiche. “Dare la stura” è del tutto analogo a “dare adito”, ma è meno elegante e si usa quando si vuol fare riferimento a un’improvvisa ondata, in questo caso di critiche. Lo spiegheremo meglio in un prossimo episodio.

L’espressione dare adito si usa prevalentemente in senso figurato, e meno in senso materiale, quindi si usa soprattutto nei comportamenti delle persone. Quando un comportamento di una persona può, anche involontariamente, provocare degli effetti indesiderati. Quando un certo comportamento può generare effetti spiacevoli, allora possiamo usare “dare adito”. Non è detto che questi effetti spiacevoli ai quali si dà adito poi effettivamente si verifichino, però intanto la porta è stata aperta. Staremo a vedere se sarà utilizzata!

La paola adito può anche essere usata insieme alla parola “presso”: adito presso. Ad esempio posso dire:

Ho libero adito presso il mio direttore.

Questa espressione significa che io ho la facoltà di accesso, posso andare da lui, posso farlo, ne ho la facoltà, sono nelle condizioni di poterlo fare, posso farlo, posso andare da lui (anche qui vedete c’è una facoltà) perché ho un certo rapporto di conoscenza col direttore, magari anche di amicizia quindi ho adito presso di lui, ho adito presso il direttore.

In questo caso il verbo è “avere” adito e non “dare” adito. Quindi avere adito è un altro modo di dire che avete la facoltà di fare qualcosa.

Adesso un piccolo esercizio di ripetizione. Attenti alla preposizione.

Dare adito

Avere adito

Dare adito alle critiche

Non devi dare adito alle critiche

Dare adito a polemiche

Il presidente ha fatto chiarezza per non dare adito a polemiche

Non vorremmo dare adito a polemiche

Dare adito ad ulteriori equivoci.

Vediamo un paio di frasi professionale del mondo del lavoro:

Per non dare adito ad equivoci, consegneremo la merce entro le 13:00

Per non dare adito a polemiche, il pagamento avverrà contestualmente alla consegna della merce.

Per non dare adito a sospetti, non venderemo le nostre azioni fino a domani.

Bene ragazzi, spero abbiate gradito questa espressione, molto utilizzata in ambito professionale e istituzionale. Ambito nel quale noi di Italiano Semplicemente cerchiamo di chiarirvi più aspetti possibili, visto che Italiano Semplicemente è specializzato anche nell’italiano formale, nell’italiano professionale, ed ovviamente per non dare adito a critiche dobbiamo cercare essere sempre precisi e puntuali, altrimenti c’è sempre qualcuno che dice: Attenzione! Avete sbagliato questo! Attenzione, avete sbagliato quest’altro. Attenzione! Allora per non dare adito a critiche di nessun tipo dobbiamo sempre essere precisi e puntuali. Ciao!

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Il piccolo principe

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Descrizione

In questo episodio Giovanni e suo figlio Emanuele di 10 anni leggono e commentano due capitoli de “il piccolo principe”. I file audio di tutti i capitoli sono disponibili per i membri dell’associazione italiano semplicemente.

Italiano professionale: Rischi ed opportunità nel settore della farmaceutica

Audio

Trascrizione

Giovanni: ciao ragazzi buongiorno!

In questa lezione n. 11, “rischi ed opportunità”, lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE Daria, ragazza di nazionalità russa e membro dell’associazione Italiano Semplicemente, prova ad utilizzare alcune delle frasi imparate nel corso di questa lezione.

A te la Parola Daria.

Daria: La lezione undici del corso di ITALIANO PROFESSIONALE ha a che fare con un l’argomento sicuramente scottante, non solo in ambito lavorativo, ma anche nella vita quotidiana. Infatti, l’atteggiamento di fronte al futuro contingente rivela molto del carattere delle persone.

Quelle positive e curiose, di fronte ad un’opportunità cercano sempre di battere il ferro finché è caldo e un’altra loro fondamentale caratteristica è che fanno sempre un tentativo di considerare una situazione da tutti i possibili punti di vista spesso molto diversi tra loro, sfruttando così le opportunità che si presentano al massimo.

La prontezza nell’azione è altresì fondamentale, perché come si dice, chi non risica non rosica.

Rischiando, però, lo dice la parola stessa, possono sfuggire fattori importanti: si deve sempre tenere a mente, ad esempio, dell’esistenza di leggi nel settore di competenza, e prendere i dovuti provvedimenti senza difettare in superficialità.

È un equilibrio difficile. Sul mercato farmaceutico ad esempio, che è quello di cui mi occupo personalmente, ogni opportunità va sempre considerata tenendo conto dell’applicazione rigorosa della legge.

Se, ad esempio, i ricercatori scoprono una nuova molecola che consente di trattare efficacemente una malattia, un’azienda farmaceutica non può, nel tentativo di cogliere l’occasione al volo, lanciarla subito sul mercato.

È necessario invece svolgere le prove cliniche, registrare il nuovo farmaco ed avere tutte le pezze d’appoggio prima di mettere sul mercato una medicina. Insomma c’è un rigoroso iter burocratico da seguire.

Possiamo sicuramente dire che in questo mercato, quello della farmaceutica, non si può vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Curiosamente a volte accade anche che due o tre aziende farmaceutiche sono impegnate in ricerche sulla stessa molecola. In questi casi ha sempre la meglio l’azienda che non si sbilancia e che invece supera le prove cliniche e di registrazione rispettando la legge e completando l’intero iter da seguire. Vince sempre l’azienda che riesce a preparare i documenti giustificativi per prima.

Un altro fatto curioso e che fornisce una grossa opportunità è che talvolta lo Stato permette di usare il nuovo farmaco in un paese prima della registrazione, a condizione però che quel prodotto sia già stato registrato in altri paesi.

In questo caso un’azienda farmaceutica prende due piccioni con una fava: far conoscere ai medici il nuovo prodotto e condurre delle prove cliniche. In questo modo fanno quindi di necessità virtù, perché le prove sugli esseri umani è sempre l’ultima e indispensabile fase delle prove cliniche.

Buono a sapersi vero? Questa in effetti è una opportunità rara e pregiata. I pazienti, dei veri esseri umani, vengono a cascare a fagiolo, e allo stesso tempo sono davvero fortunati perché hanno il nuovo medicinale, certamente più efficace (nella maggior parte dei casi) prima degli altri.

Ognuno è libero di operare a propria coscienza ovviamente, ma il mio consiglio è di non buttare a mare tali occasioni e, assicurandosi di essere venuti a conoscenza di tutto ciò che c’è da sapere, dare il proprio ok per partecipare alle prove cliniche.

Bene, ho terminato il mio contributo personale. Spero di essere stata utile a tutti.

Un saluto da Daria a tutti e buona giornata!

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Il ponte delle Spie – ripasso dei primi 31 verbi professionali

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Trascrizione

Buongiorno a tutti, sono Giovanni, la voce principale di italianoSemplicemente.com.

L’episodio di oggi è un episodio dedicato alla Germania. Perché ho deciso di dedicare una puntata di Italiano Semplicemente alla Germania? Beh solo per ringraziare i donatori di questo sito, coloro che hanno aiutato e continuano ad aiutare Italiano Semplicemente attraverso delle donazioni.

L’ho già fatto con L’Azerbaigian e con l’Argentina in passato, in due episodi dedicati rispettivamente al Dolma (specialità azera) e al Mate (specialità argentina).

Oggi vediamo qualcosa della Germania e con l’occasione ripassiamo alcuni verbi che abbiamo dettagliatamente spiegato nel corso di italiano professionale. Parliamo dei cosiddetti “verbi professionali” che si usano più spesso in ambito lavorativo e che gli stranieri non usano quasi mai. Questa allora può essere una buona occasione per vedere qualche utilizzo interessante. Finora abbiamo spiegato ben 31 verbi di questo tipo.

Ok ma di cosa parliamo in particolare? Parliamo di un ponte tedesco. Sapete che il tema dei ponti recentemente è un tema sensibile per via del ponte di Genova crollato recentemente.

Ebbene Il ponte di cui sto parlando è il ponte di Glienicke, detto “il ponte delle spie”. Una cosa molto interessante, soprattutto dal punto di vista storico. Un film che sicuramente ci aiuta a volgere lo sguardo all’indietro per imparare qualcosa dal passato.

Il Ponte delle Spie – Autore: Undogmatisch Berlin

Mi avvalgo di questo episodio quindi non per promuovere il film di Spielberg dal titolo omonimo, di cui vi parlerò dopo, ma è solamente un modo che io utilizzo per ripassare i verbi professionali e per ringraziare i generosi tedeschi amici di Italiano Semplicemente. Un compito non facile, sicuramente, ma mi sono assunto questo incarico e mi adopererò per adempiere a questo compito fino alla fine. Ho già iniziato a dire il vero, poiché ho già utilizzato sei verbi professionali: avvalersi, promuovere, assumere, adoperarsi ed adempiere.

Andiamo avanti però perché dobbiamo arrivare a quota 31.

Il ponte di Glienicke è un ponte stradale di Berlino che supera il fiume Havel collegando la città di Potsdam e quella di Berlino; prende il nome dal centro abitato di Klein Glienicke.

È un ponte importante perché è un pezzo che insiste sulla storia di Berlino, ed investe direttamente il tema della guerra fredda che seguì dopo la seconda guerra mondiale.

È stato costruito tra il 1904 e il 1907. Fu distrutto nel corso della seconda guerra mondiale e fu ricostruito nell’immediato dopoguerra e riaperto al pubblico nel 1949 come “ponte dell’Unità“. Infatti prima che venne costruito il muro di Berlino nel 1961, questo confine era ancora aperto e dopo il 1949 il ponte fungeva da unione tra est e ovest e quello che succedeva è che ogni giorno centinaia di macchine transitavano sul ponte senza troppi controlli da una parte del ponte all’altra, da Berlino ovest alla DDR e viceversa. Il ponte, proprio al centro, vedeva il confine tra le due parti, e si può vedere come ad est e ad ovest le due parti del ponte abbiano anche un colore diverso.

Nel 1961 fu costruito il famoso muro e chiuso al traffico essendo posto sulla linea di demarcazione, la linea di confine fra la Berlino Ovest e la Germania Est. Alle due estremità del ponte furono collocati due posti di controllo dei militari delle due parti, quindi il transito fu interdetto. Interdire significa proibire con un atto d’autorità; vietare. Quindi il traffico, fino a quel momento libero per tutti, fu vietato ai normali cittadini.

Poi come sapete il muro cadde e così il ponte fu riaperto al transito nel 1989.

Il ponte è conosciuto soprattutto con il soprannome di “ponte delle spie“, in quanto durante il periodo della guerra fredda fu il luogo in cui avvennero alcuni scambi diplomatici fra le due parti: venivano scambiati dei prigionieri, delle spie di entrambe le fazioni.

Chi sono le “spie”? Spie è il plurale di “spia”, un termine femminile, ma in realtà non ha nulla a che fare col sesso. Una spia è infatti una persona (può essere di entrambi i sessi) che esercita un’attività segreta, che fa qualcosa di segreto: come ad esempio cercare di catturare informazioni importanti, eseguendo degli ordini commissionati da uno stato ai danni di qualcuno. In questo caso si tratta di spie di guerra, spie particolari, persone che, nel territorio di uno stato, svolgono un’attività clandestina, la svolgono di nascosto, al fine di informare un altro stato. Quindi in questo caso le spie sono le persone che cercavano informazioni importanti in Occidente per conto dell’Oriente e In Oriente per conto dell’Occidente.

Abbiamo anche parlato di “guerra fredda”, che, è bene precisarlo, è un termine che indica la lotta politica, i contrasti ideologici che vennero a crearsi dal 1947, cioè dalla fine della seconda Guerra Mondiale, tra i due vincitori della guerra: gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica, che non potendo affrontarsi direttamente per il rischio di essere distrutte entrambe con armi atomiche (le armi più importanti di cui si possa disporre), hanno dato vita ad una “guerra fredda” (si chiama fredda poiché il caldo è associato alle armi ed alle esplosioni). Si forma a quei tempi quello che anche oggi chiamiamo l’Occidente e l’Oriente, due grandi blocchi internazionali tra loro ostili. L’occidente comprende gli Stati Uniti, gli alleati della NATO e i Paesi amici mentre l’Oriente, è il cosiddetto “blocco comunista” composto dall’Unione Sovietica, gli alleati del Patto di Varsavia e i Paesi amici.

L’Unione Sovietica e gli Stati Uniti durante questo periodo della guerra fredda usarono per molto tempo il ponte per scambiarsi tra loro le spie fatte prigioniere, per questo motivo il ponte fu soprannominato il “ponte delle spie“.

In pratica avvenivano su questo ponte degli scambi di prigionieri. Questo dal 1962 quando una spia russa, fu liberata in cambio di un pilota statunitense.

Nel 1985 ci fu un altro scambio: 23 agenti dei servizi segreti statunitensi in cambio di un agente e altre tre spie sovietiche. L’ultimo scambio avvenne nel 1986 e fu l’unico reso pubblico a seguito di un servizio delle televisioni occidentali. Uno di questi scambi di spie viene descritto in un film dal titolo “il ponte delle spie”, un film di Steven Spielberg. Sapete che si tratta di un grande regista, anche se all’inizio veniva liquidato come regista un po’ commerciale rispetto a Coppola e Scorsese. Spielberg con l’aiuto dell’attore Tom Hanks, si è adoperato per rendere il ponte delle spie ancora più famoso; si tratta infatti di un film che ha un’ottima valutazione da parte dei critici dopo che questi ultimi lo hanno vagliato con attenzione.

Spielberg con questo film infatti ha saputo convertire una sua naturale predisposizione alla metafora in un denso rigore narrativo. Un film infatti che ha molta attinenza ai fatti. Questo significa che quanto viene raccontato risponde in linea di massima a ciò che è realmente accaduto: La ricostruzione di Berlino, devastata dai bombardamenti, è splendida e allo stesso tempo abbastanza cruda e scioccante. Sono molto belli anche i passaggi del film in cui si mostrano le trattative dello scambio delle spie, con ognuna delle due parti che cerca di dettare le condizioni usando il proprio stile, così diverso dall’altro ed è proprio uno splendido Tom Hanks che impersona un avvocato che riesce a dirimere una trattativa molto delicata. Un film da vedere sicuramente, anche se la sua durata supera, se vogliamo arrotondare, le due ore e quindi potrebbe far declinare la concentrazione. Comunque Il film ha riscosso un discreto successo in Italia, anche da parte della critica, non solo dal pubblico. Non lo sto dicendo tanto per dire perché questo è suffragato dai dati. Qualcuno però dice che non è un film da spacciare come un capolavoro del cinema, un film per cui valga la pena di contrarre un debito per pagare il biglietto, ad ogni modo sicuramente non ha disatteso le aspettative del pubblico, non a caso è un film che ha come si dice, sbancato il botteghino.

L’episodio sta volgendo al termine, spero di essere riuscito a fare un buon lavoro. Sono riuscito ad utilizzare tutti i verbi professionali visti finora. Se ci sono riuscito significa che ho erogato un servizio di qualità per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente. Se invece non ci sono riuscito potete addossare la responsabilità esclusivamente su di me ma non potete querelarmi. Non potete farlo perché non ho parlato male di nessuno dei visitatori di Italiano Semplicemente.

Piuttosto coloro che sono interessati ai verbi professionali ed in generale al linguaggio del mondo del lavoro non devono fare altro che chiedere la loro adesione all’Associazione Italiano Semplicemente. State certi che non casserò la vostra richiesta di adesione.

Bene. Finalmente ho appena utilizzato il penultimo dei 31 verbi professionali (cassare) e questo implica che adesso posso dare il mio consueto saluto a tutti. Implicare era infatti l’ultimo verbo in programma.

Grazie dell’ascolto.

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Le lingue nell’ambito professionale finlandese. Episodio di ripasso.

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Descrizione

In questo episodio Heidi, ragazza finlandese membro dell’associazione Italiano Semplicemente, utilizza alcune espressioni imparate nelle prime lezioni del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Trascrizione

Lingue nell’ambito professionale finlandese:

In Finlandia si è molto preoccupati. Tutti parlano del mio paese come uno dei più aperti e progressisti del mondo, ma su alcuni aspetti l’apparenza inganna. Ad esempio i ragazzi non studiano più le lingue. Scelgono piuttosto di studiare la matematica oppure le scienze naturali. Io però, avendo studiato diverse lingue, direi che dal punto di vista professionale sia la scelta giusta.
Infatti i finlandesi sembrano non avere abbastanza rispetto per le lingue straniere: è ritenuto sufficiente saper parlare inglese perché è la lingua universalmente riconosciuta come ufficiale nell’ambito professionale internazionale.
A me, dopo aver finito i miei studi, questa realtà è arrivata tra capo e collo. Ciò detto, questi ragazzi perdono un aspetto importante: quello di capire le culture straniere e le persone diverse da loro. Voglio spezzare una lancia a favore delle altre culture: secondo me un’altra cultura e in generale la diversità culturale si possono capire innanzitutto attraverso la lingua. Ed è qui la bellezza d’imparare le lingue straniere: riuscire a guardare il mondo da un punto di vista diverso dal proprio, e così avere la capacità di vedere la propria cultura e le proprie opinioni più ggettivamente. È esattamente questo il valore aggiuntivo che, alle imprese nazionali, portano con sé gli esperti delle lingue: una maggior capacità di capire diverse opinioni e di lavorare con gente diversa. Non voglio parlare semplicemente del vile denaro, ma le imprese non sembrano dare il giusto peso al valore della diversità, nonostante lo Stato stia pagando l’istruzione universitaria anche per chi decide di studiare le lingue: un enorme Buco nell’acqua dunque, soldi mandati all’aria se le imprese non sono sono interessate a sfruttare questo sforzo economico. Per chi non lo sapesse, in Finlandia l’istruzione è gratuita, ed anche quella universitaria è praticamente senza oneri per le famiglie: tanto di guadagnato sarebbe per le imprese sfruttare questo vantaggio.
Con questo discorso non voglio dire che studiando altre scienze, come la matematica ad esempio, non si impari nulla e non si allarghi la propria mente; dico che entrambe le discipline sono necessarie per imprese a caccia di successo. L’economia finlandese continua a basarsi sull’industria ma così non sarà per sempre. Essendo un piccolo paese, sarebbe importante guardare al futuro prima degli altri. Sarebbe importante dare il giusto valore alle esperienze internazionali, non solo dei giovani ma anche degli expat in ritorno in patria. In un piccolo paese tutti si conoscono e i professionisti privati della loro “anima” domestica perdono il loro valore; nello stesso tempo molti giovani finlandesi stanno trovando lavoro all’estero.
Se gli atteggiamenti non cambiano e non si riesce a capire l’antifona, la Finlandia arriverà alla resa dei conti e soffrirà di una grave fuga di cervelli. Peggio ancora, molti giovani che nei loro studi decidono di concentrarsi sulle lingue si troveranno abrancolare nel buio.

Grazie dell’ascolto.

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La polenta – preparazione e vocabolario

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Vocabolario

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Trascrizione

Facciamo la polenta!

Non appena finisce l’estate ed inizia a farsi sentire l’autunno viene voglia di mangiare una bella polenta. Quando ero bambina era una festa, la polenta veniva girata con un mestolo lungo per almeno un’ora sul fuoco della stufa e tutti noi intorno alla tavola aspettavamo che finalmente fosse cotta.

Ora è molto più semplice, si possono utilizzare le farine trattate che hanno davvero pochi minuti di cottura, tutti sono in grado di cucinarla ed è buonissima ugualmente, comunque vi regalo la mia ricetta tradizionale.

Allora per prima cosa facciamo un bel ragù perché per essere buona ha bisogno di essere condita bene.

Io oggi ho utilizzato per 4 persone: 4 salsicce fresche, e 500 grammi di magro di maiale, una bottiglia di passata di pomodoro, un pezzettino di sedano, metà cipolla, una piccola carota e procediamo nel solito modo: si mettono le verdurine tagliate a pezzettini in una pentola con un po’ di olio, quando è ben caldo si aggiunge la carne, un po’ di sale e si cuoce per circa 5 minuti a fuoco vivace. Si aggiunge mezzo bicchiere di vino possibilmente bianco, appena è evaporato aggiungere la passata di pomodoro, coprire e fate cuocere per circa una mezz’ora.

Ora prepariamo la polenta. Se vogliamo usare farina di granoturco non precotta, ne usiamo 500 grammi e due litri di acqua. Mettiamo l’acqua in una pentola alta (perché quando cuoce la polenta schizza) un pizzico di sale e iniziamo da subito a mettere la farina poco a poco, così non fa grumi, giriamo, giriamo, sempre senza smettere mai e facciamo bollire circa 40/50 minuti.

Ne mettiamo un bel mestolo in un piatto largo e piano, la stendiamo sottile con un cucchiaio poi la ricopriamo di ragù e pezzi di carne e parmigiano grattugiato o pecorino, a piacere, e buon appetito!

Se invece fate come me ed usate la farina istantanea altrettanto buona e sana in 5 minuti siete a tavola. Il procedimento è lo stesso solo che si aggiunge la farina piano piano quando l’acqua inizia a bollire, si mescola subito cercando di non fare grumi, 2, 3 minuti di bollore ed è pronta da condire ed è in tavola. Buon pranzo!

Vocabolario

Mestolo: Il mestolo è una posata (come il cucchiaio, il coltello e la forchetta) usata per servire, cioè per trasportare cibi liquidi. Assomiglia ad un grande cucchiaio, serve quindi per raccogliere il liquido, come il brodo o anche il tè. Il manico è più lungo del cucchiaio e permette quindi di mantenere una presa molto salda (che non sfugga quindi) ben lontano dalle fonti di calore per non scottarsi.

Farine trattate: si tratta di farine sottoposte a procedimenti e trattamenti per dare alla farina certe caratteristiche, tipo una cottura più veloce. Attenzione perché spesso sono povere nutrizionalmente, cioè sono meno nutritive delle farine non trattate, cioè non sottoposte a trattamenti. Inoltre attenzione perché possono contenere tracce dei trattamenti chimici.

Ricetta tradizionale: la ricetta tradizionale è quella che si eredita dai genitori, dai nonni, cioè la ricetta che è da sempre stata la più utilizzata.

Salsicce: La salsiccia (salsicce al plurale, senza la i che sta nella forma singolare), si chiama a volte anche (almeno nell’uso popolare, in alcune regioni) anche salciccia (con la c e non la s), è un insaccato di carne, tipico di molte regioni italiane e diffuso in tutto il mondo. Generalmente pesa circa 100 grammi. In Italia, ha vari nomi, a seconda degli ingredienti e delle zone dove viene prodotta, luganega, salamella, salamina, salamino ed altri nomi ancora.

Magro di maiale: semplicemente si tratta di carne di maiale, e di una parte non grassa, ma magra: la parte più magra della carne di maiale, come il filetto di maiale, la lonza di maiale. La parte magra del maiale ha bisogno di una cottura appena più prolungata di quella necessaria per il manzo, cioè del vitello, altrimenti la carne sarà un po’ asciutta. Il vitello: in questo caso stiamo parlando di un altro animale: Vitello è il nome del bovino di sesso maschile di età inferiore ai 12 mesi.

Passata di pomodoro: La passata o il passato (al maschile) di pomodoro è semplicemente pomodoro, dopo che è stato cotto, cucinato e “passato”. Per preparare il passato, si prendono dei pomodoro maturi, rossi, si lavano, si tagliano a pezzi e si tolgono i semini. Poi si mette il pomodoro a pezzi in pentola a fuoco abbastanza vivace (cioè un bel fuoco, alto). Quando iniziano a bollire (l’acqua fa le bolle, è bollente) si spegne il fuoco e si aspetta che il liquido della cottura venga a galla. Si toglie l’acqua e si “passano” i pomodori, cioè si mettono in una macchina per fare la passata (generalmente elettrica o anche manuale) da cui uscirà la salsa. Nel frattempo si fanno bollire le bottiglie di vetro (che devono essere lasciate aperte, attenzione!) in cui si verserà poi la salsa. Quando entrambi hanno la stessa temperatura si versa la salsa nelle bottiglie. Alla fine possiamo chiudere le bottiglie con dei tappi.

Sedano, cipolle e carota: si tratta dei tipici ingredienti usati nei condimenti. Il sedano è una pianta che ha molte proprietà benefiche, la cipolla è quella pianta che provoca lacrimazione quando si taglia, e si usa molto per fare il condimento della pasta, oltre che nella polenta.

Evaporato: L’evaporazione è semplicemente il passaggio di un liquido dallo stato liquido allo stato di vapore. La differenza tra evaporazione ed ebollizione è che la prima interessa soltanto la superficie del liquido mentre l’ebollizione riguarda l’intera massa del liquido e che per ogni sostanza avviene ad una ben determinata temperatura.

Farina di granoturco non precotta: il granoturco, tutto unito o anche staccato in due parole grano turco o anche granturco (senza la o) o ancora gran turco (staccato, in due parole) non è altro che il mais. La farina si ottiene macinando il mais. Quando diciamo non precotta vogliamo dire che non è stata effettuata una precottura, cioè una cottura precedente, effettuata prima di mettere in commercio la farina. Perché si precuoce la farina? Perché così facendo i tempi di cottura sono decisamente inferiori, proprio perché le farine sono state sottoposte ad una cottura preliminare, precedente, generalmente a vapore.

Farina istantanea: lo dice la parola, cuoce istantaneamente, questo significa generalmente qualche minuto: 2,3 minuti.

Condire: condire la polenta è analogo a condire qualsiasi altro alimento. condire significa fare in modo che un cibo, un piatto, un alimento, sia più appetibile, più gustoso, più buono con l’aggiunta del “condimento”.

Grazie per le vostre donazioni.

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Il vile denaro. Introduzione alla lezione n. 10 di italiano prpfessionale

Audio

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Descrizione

In questo episodio Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, utilizza alcune delle espressioni contenute nella lezione n. 10 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Trascrizione

La lezione numero 10 è piena di espressioni nuove, tra l’altro molto colloquiali. I file audio della lezione li ho ascoltati durante il mio recente soggiorno in Italia. È bello che adesso il loro significato sia molto più chiaro per me, anche se tante frasi, come evidenziato nella lezione, sono sconsigliabili da usare, ma è sempre bene conoscerle.

Prima di presentarvi la mia prova con le frasi nuove, vorrei ringraziare Giuseppina per le sue spiegazioni molto chiare e utili.

Allora, per la gente della mia età in Russia è molto tipica la tendenza di programmare il proprio futuro e preoccuparsi del vile denaro sin dal banco universitario se non da quello della scuola!

Sappiamo bene che il denaro non fa la felicità, però nessuno vuole provare la miseria sulla propria pelle. Di conseguenza cerchiamo una professione che ci dia abbastanza denaro per mantenere la famiglia e mettere tranquillamente mani al portafogli quando ce n’è bisogno. Coloro che non vogliono andare in bolletta iniziano a conciliare gli studi universitari con il lavoro appena possibile.

A Mosca quasi tutti cercano lavoro come dipendente, gli altri avviano in proprio un’attività. Nonostante a volte le paghino a peso d’oro, riescono a mettere in pratica le loro idee trasformandole nei loro prodotti proprio com’era nella loro testa. I prezzi da loro praticati sono ovviamente molto alti, perché si producono merci e servizi unici, artigianali, che non possono conseguentemente costare poco.
È una bella fortuna riuscire a vendere i propri prodotti direttamente ai clienti che pagano in moneta sonante, ma quando si vende alle aziende più grandi a volte si deve aspettare il pagamento a lungo e così si rischia di rimanere al verde se le fatture non saranno saldate in un tempo ragionevole.

Dal mio punto di vista, aprire un’attività autonoma sembra veramente un compito molto rischioso. Mi assalirebbe presto la paura di rimanere senza il becco d’un quattrino o quella che un’altra crisi economica mandi I miei affari all’aria. Ad ogni modo sono molto orgogliosa che tra i miei conoscenti ci siano persone che l’hanno fatto. Auguro loro di andare sempre a gonfie vele e mai a rotoli! Sarei molto curiosa di sapere se anche tra i vostri conoscenti esistono degli uomini o donne d’affari così coraggiosi!

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Paura di parlare in italiano?

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Descrizione

In questa puntata di italiano semplicemente Ulrike, membro della nostra associazione, utilizza molte espressioni italiane che ha imparato sulle pagine del sito.

Trascrizione

Voglio parlare del parlare, e precisamente della paura di uno straniero di parlare l’italiano. Volevo farlo già da un bel po’ di tempo, *vuoi per* esercitarmi, *vuoi dopo* aver scoperto che siamo in tanti noi stranieri che cerchiamo di evitare un discorso a voce. Allora adesso colgo l’occasione e prendo il toro per le corna:. Mi chiedo perché si riesca a scrivere in una chat apparentemente senza problemi (certo con degli errori), ma almeno senza o con poca paura di farne, ed invece sì abbia molta paura di parlare. Perché fra le due possibilità di comunicare si preferisce solitamente la scrittura? A me pare che i problemi comincino ad emergere quando si inizia ad usare la propria voce.

Il suono della propria voce, quando si pronunciano parole straniere, sembra una cosa quasi che non ci appartiene, quasi la voce di un alieno.

Chi parla, sono proprio io? Poi, con la tua voce, facendola ascoltare ad altri, riveli un po’ della tua personalità, fai sentire le tue incertezze in modo più diretto, più vicino a chi ascolta; si sente il tuo respiro, i sottili rumori della lingua, ci si accorge come sei in cerca delle parole giuste per esprimere quello che vuoi trasmettere, si può notare la tua agitazione. Così la distanza fra te e i tuoi interlocutori viene ridotta e tu risulti più esposto a critiche. Una difficoltà particolare si incontra nei discorsi con degli interlocutori invisibili come nel gruppo Whatsapp dell’ Associazione Italiano Semplicemente, perche registrando il tuo messaggio parli quasi nel vuoto. Putacaso vedessi la mimica, anche un solo sguardo, una qualunque reazione immediata al tuo intervento vocale, potresti scoprire subito se sei stato comprensibile e saresti quindi in grado di reagire a tua volta, magari cercando un’altra parola, fare delle domande. Insomma potresti provare a spiegarti meglio.
Tutti questi aspetti – tra l’altro – compongono quello che chiamiamo timidezza o paura di parlare. Conoscete il detto la paura fa novanta? Significa che la paura stimola nel fare cose a volte impossibili. Nel parlare invece questo detto non vale per niente. Cosa fare allora per superare la preoccupazione che parlando si faccia cilecca nel senso di non raggiungere l’obiettivo comunicativo sperato? Permettetemi qualche pensiero e di dare alcuni suggerimenti all’ascoltatore in merito: Il primo: comincia a leggere ogni tanto ad alta voce qualche pezzo del tuo libro italiano preferito o di un qualsiasi testo in italiano. Poi cerca di parlare come mangi, quindi in parole povere, cioè in modo semplice, almeno quando parli spontaneamente senza precedente preparazione.
Terza proposta: comincia con poche parole, forse solo con un breve saluto. Dopo un po’ continua con poche frasi, volendo anche con l’aiuto degli appunti preparati prima. Ci vuole parecchia pazienza per ottenere più sicurezza ma così il gioco funziona e piano piano ci si butta a parlare più facilmente e più spesso in modo spontaneo. Restano i molti errori che credevi superati, ma ciò vale anche per la comunicazione scritta, che è tutta un’altra cosa. Gli errori non sono importanti! Checché se ne dica, c’è solo un modo di imparare a parlare e questo è propri PARLARE!

Fattene una ragione e datti il via libera per il prossimo messaggio a voce.

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Spiegazioni aggiuntive senza trascrizione

Video con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno ragazzi, e benvenuti ai nuovi ascoltatori di Italiano Semplicemente e a tutti coloro che, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, continuano a seguirci: c’è chi sceglie Italiano Semplicemente per imparare la lingua italiana in generale, c’è chi invece ama ascoltare mentre guida (ad esempio, o fa ginnastica), c’è chi semplicemente ama la melodia di questa lingua e c’è anche chi vuole imparare l’italiano formale e professionale. Insomma vuoi per un motivo, vuoi per un altro, siete in molti a seguirci, ed oggi quale espressione spieghiamo secondo voi? Spieghiamo proprio l’uso di “vuoi” in questo modo: “vuoi per“, o anche “vuoi perché” (o anche “vuoi con“)

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Infatti come avete ascoltato, io ho utilizzato questa parola “vuoi” in un modo abbastanza insolito. L’obiettivo è spiegare qualcosa, dare delle spiegazioni, cercare delle motivazioni, delle cause, fornire dei motivi.

Quando ci sono più motivi, più motivazioni, diverse ragioni per spiegare qualcosa (un avvenimento, un fatto, un’idea, un’ipotesi possibile, eccetera) solitamente si usa “sia“.

Ad esempio:

io sono Giovanni e sono sia la voce principale di Italiano Semplicemente, sia il presidente dell’Associazione omonima.

Perché allora io non ho usato “vuoi per”? Anziché usare sia (due volte), all’inizio ho usato “vuoi per” due volte.

Ebbene, questa è una modalità diciamo equivalente a “sia”, ma non del tutto equivalente.

Qual è la differenza?

La differenza sta nel fatto che se usiamo “sia”, normalmente vogliamo fare un elenco puntuale di motivi, vogliamo essere precisi, stiamo facendo una lista di ragioni, di motivazioni o di cose, e questa lista è esaustiva, o quantomeno dovrebbe esserlo.

Esaustiva vuol dire che tende a esaurire, a trattare in modo compiuto e finito un determinato soggetto. Faccio una lista, una enumerazione, una elencazione esaustiva, completa e non esemplificativa.

Ad esempio posso dire:

Ieri ci sono state le elezioni sia in Brasile sia/che in Camerun.

Questa è una lista esaustiva, completa. Non ci sono altri paesi in cui ieri si sono svolte delle elezioni nazionali. In questo caso non posso usare “vuoi” perché la lista è puntuale.

Se invece voglio dare delle ragioni tra le quali rientrano alcune ragioni, allora meglio utilizzare “vuoi per” o “vuoi perché”.

Ad esempio:

Vuoi perché c’è la crisi, vuoi per via dei problemi legati all’immigrazione, in tutto il mondo stanno andando le destre al governo.

Oppure:

Vuoi perché recentemente non andavamo molto d’accordo, vuoi perché erano ormai 35 anni che si sopportavamo, Mario e sua moglie si sono lasciati.

Ecco, in questi due ultimi esempi, non voglio essere esaustivo; la mia intenzione non è essere puntuale, fare una elencazione precisa e determinata di ragioni che spiegano qualcosa. Invece scelgo volontariamente di essere generico, non puntuale, la mia intenzione è fare delle considerazioni non compiute, ma solo esemplificative; non esaustive quindi ma generiche.

Potrebbero esserci altre ragioni alla base della vittoria delle destre nel mondo? Certo, proprio questo voglio dire. Potrebbero esserci altre ragioni: magari anche perché i governi passati non hanno risolto abbastanza problemi, magari perché ne hanno creati di altri, e magari ci sono anche altre ragioni considerate valide, in base alla vittoria delle destre.

Ci sono, allo stesso modo, anche altre ragioni per cui Mario e la moglie si sono lasciati dopo 35 anni di matrimonio. Probabilmente è arrivato qualcun altro o è accaduto qualcosa che ha turbato l’equilibrio della coppia, magari non sono mai andati d’accordo Mario e la moglie.

In tutti questi casi meglio usare “vuoi” in luogo di “sia“.

Qualche volta capita di usare “vuoi” (attenzione^) anche per fare delle semplici liste, non esaustive ovviamente, ma sempre per spiegare qualcosa, per spiegare delle ragioni. In questi casi non c’è “vuoi per” o “vuoi perché”. Vediamo un esempio.

Ad esempio:

Mio figlio va male a scuola. Di chi è la colpa? La colpa è vuoi la sua, che non sta mai concentrato e gioca sempre con gli amici durante le spiegazioni, vuoi anche dei professori che non se ne accorgono, vuoi anche di noi genitori che non lo aiutiamo mai a fare i compiti.

In particolare: “vuoi anche” è la modalità per aggiungere delle ragioni in più.

La colpa è sua, ma vuoi anche mia, e vuoi anche di noi genitori.

Voglio farvi alcune considerazioni.

L’espressione “vuoi per” si usa spessissimo in un modo particolare:

Vuoi per un motivo, vuoi per un altro

Vuoi per una ragione, vuoi per l’altra

L’ho usata io stesso all’inizio dell’episodio due volte.

Questo tipo di frase è indicativa e ci fa vedere proprio bene perché e quando usare “vuoi” e non “sia”: vogliamo essere generici. In realtà può capitare anche di vedere questo genere di espressioni con “sia per” ma è sicuramente meno corretto e meno usato farlo.

Sia per” è meglio utilizzarlo invece quando voglio specificare puntualmente oppure quando vogliamo spiegare qualcosa e voglio utilizzare il verbo essere. Faccio due esempi per l’uno e per l’altro utilizzo:

Il riscaldamento globale della terra è causato sia da fattori ambientali sia antropologici.

Questo è un elenco puntuale. Oppure: verbo essere

Il riscaldamento globale dipende anche da fattori ambientali? Qualcuno crede sia per questo motivo anche?

La seconda considerazione è sul verbo “volere“: vuoi. Si tratta della seconda persona singolare del verbo volere: “Tu vuoi“. Non possiamo fare in un modo diverso. Non posso dire: voglio, vuole eccetera. Posso usare solamente “vuoi“, e senza mettere “tu”, perché non stiamo dando del tu a nessuno in questo contesto, non mi sto rivolgendo a te direttamente, ma sto parlando in modo generico. E’ come se dicessimo:

Ho elencato soltanto alcune delle ragioni: vuoi trovarne delle altre? Vuoi cercare altre ragioni?

E’ quasi un invito a cercare qualche altro motivo che giustifichi ciò che sto dicendo. Stiamo cercando delle cause, delle ragioni.

Per farvi capire meglio, c’è anche un’altra modalità espressiva simile, in cui si usa il verbo “volere” quando si cercano delle spiegazioni: “se vogliamo“.

In questo caso è la prima persona plurale (noi vogliamo) ma il pronome “noi” non si mette, come prima non si metteva “tu”. In questo caso si mette invece il “se“: “se vogliamo”.

Si usa in modo molto simile. Se mi chiedete:

Per quale motivo insegni italiano su internet? Io potrei rispondervi:

Beh, perché ho la possibilità di conoscere e parlare con molte persone, perché amo le sfide, perché sono curioso e se vogliamo anche perché ho molta esperienza su internet.

Anche in questo caso sto cercando di fornire delle spiegazioni generiche, non esaustive. Anche in questo caso sto invitando l’ascoltatore ad ascoltare le mie ragioni, che sto cercando in quel momento e potrei non essere preciso e puntuale.

Attenzione perché non dico “se volessimo“, ma “se vogliamo“.

Gli amanti della grammatica non si scandalizzino per questo!

“Se vogliamo” si usa spesso per concludere la frase; è come una delle ultime ragioni, forse la meno importante di quelle elencate, forse no, però il senso è simile a “se volessimo”:

Se volessimo cercare altre ragioni potrei aggiungere la seguente…

Oppure posso dire:

Se vogliamo (pausa) un’altra ragione è la seguente…

Terza considerazione: “vuoi” in questa modalità si usa solo per dare delle spiegazioni, come detto, o per dare delle risposte, e mai per fare delle domande. Se uso “vuoi per”, “vuoi perché” o faccio un elenco non esaustivo non posso mettere il punto interrogativo perché non si usa nelle domande, ma solo nelle risposte e nelle spiegazioni. Anche “se vogliamo” non si usa mai nelle domande, o è molto difficile che questo avvenga.

Un’ultima considerazione è che si tratta sempre di espressioni che si usano nel linguaggio discorsivo, poiché nel linguaggio formale o professionale solitamente si preferisce non essere generici ma essere puntuali e precisi.

Se mi sono spiegato bene ora facciamo un esercizio di ripetizione.

Io vi chiedo il motivo (facciamo che ti do del tu): io ti chiedo il motivo per cui tu hai smesso di fumare e tu mi rispondi che tra i motivi c’è quello della salute, ma uno degli altri motivi è che ti eri stancato di fumare. Io faccio la domanda e tu rispondi.

Perché hai smesso di fumare?

Una possibile risposta è:

Beh, ho smesso vuoi per motivi di salute, vuoi perché mi ero stancato.

Notate che in questo caso ho messo prima “vuoi per” e dopo “vuoi perché”. Posso farlo tranquillamente.

Perché hai iniziato a praticare lo Yoga?

Rispondi che due motivi sono: 1) per rilassarti 2) per curiosità.

Perché hai iniziato a praticare lo yoga?

Ho iniziato a praticare lo yoga….

Ho iniziato a praticare lo yoga vuoi per rilassarmi, vuoi per curiosità.

Adesso usa anche “se vogliamo” oltre a “vuoi per” o “vuoi perché“.

Se io ti chiedo:

Perché hai deciso di cambiare lavoro?

Elenca tre ragioni: soldi (motivi economici quindi), vicinanza del posto di lavoro e, se vogliamo, il lavoro è anche più interessante di quello precedente

Perché hai deciso di cambiare lavoro?

L’ho fatto vuoi per motivi economici, vuoi perché è più vicino a casa mia, e se vogliamo anche perché è un lavoro più interessante.

Ciao ragazzi, grazie a tutti ancora una volta, tutti coloro che rendono possibile questo mio lavoro (e divertimento anche): ringrazio sia i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, sia i donatori, sia i semplici visitatori ed ascoltatori.

Ciao

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L’apostrofo – 2^ parte

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Trascrizione

Allora adesso riascoltiamo la storia che vi ho raccontato sull’uso dell’apostrofo e di volta in volta vediamo qual è la regola che occorre rispettare nell’uso dell’apostrofo.

C’era una volta uno straniero che sapeva scrivere solo un po’.

C’era una volta: in questo caso la particella “ci” si apostrofa obbligatoriamente perché c’è il verbo essere cominciante per e: c‘era, c‘erano. Anche con “come” vale la stessa regola: com’è andata? Come+verbo essere che inizia con “e”.

La stessa cosa di “ci“ avviene con altre particelle: mi, ti, si, vi ma in questo caso non è obbligatorio: mi interessa = m’interessa, ti invidio=t’invidio, si inventa=s’inventa, vi indispettisce = v’indispettisce.

Solo un po’: si tratta di un troncamento. Il troncamento sopprime una vocale, una consonante o anche una sillaba alla fine di una parola: poco diventa po’. In questo caso potete dire anche “poco”. Si tratta di un uso facoltativo del troncamento. In generale la regola è che il troncamento non va segnalato con un apostrofo. Ma a volte si usa, e “ un po’“ è uno di questi casi.

Esiste anche “a mo’ di” che sta per “alla maniera di”.

A mo’ di esempio posso dirvi… ah vi ho appena fatto un esempio!

L’arte di scrivere d’altronde non è una cosa semplice da imparare. Questo straniero, nato negli anni ’90, non dava importanza all’apostrofo.

L’arte di scrivere: l’arte si scrive obbligatoriamente con l’apostrofo. Questo accade sempre con gli articoli “lo” e “la” e le parole che iniziano per vocale: la arte= l’arte, lo albero=l’albero. Lo stesso accade con le preposizioni articolate: dell’albero, dell’arte eccetera. Ci sono alcune eccezioni in realtà… le vediamo fra un po’.

D’altronde: Generalmente con la preposizione “da” è vietato usare l’apostrofo per non creare confusione con “di”, quindi se dico che: “a Roma ci sono molti posti da andare a vedere” non ci va l’apostrofo. Però ci sono tante forme fisse, diciamo pure “locuzioni” dove invece è facoltativo e quindi consentito l’uso dell’apostrofo: d’altronde, d’ora in poi, fin d’allora, d’altra parte, d’altro canto eccetera. In questi casi potete mettere l’accento se volete.

Ma a pensarci bene d’altronde è la forma abbreviata di “da altronde” oppure “di altronde”? Da altronde è la risposta.

Potete apostrofare senza problemi, anzi io direi che nella locuzione “d’altronde” è obbligatorio mettere l’apostrofo. C’è qualcuno che addirittura toglie anche l’apostrofo e attacca tutto in una sola parola ma è sbagliato. Non è possibile fare la fusione tra una preposizione e un’altra parola.

Da imparare: In questo caso non ci va l’apostrofo, perché come ho detto si potrebbe confondere con “di”. Se dico “non si finisce mai d’imparare” una frase che si usa spesso in Italia, d’imparare (con l’apostrofo) sta per di+imparare: non si finisce mai di imparare. Ecco perché “da imparare” non si apostrofa.

Attenzione che il verbo apostrofare (scusatemi se apro una parentesi) ha anche un significato figurato: significa insultare, o almeno rivolgersi a qualcuno con un tono di rimprovero. Attenzione quindi a quando usate questo verbo.

Nato negli anni ’90: in questo caso è obbligatorio.

Non dava importanza: dava importanza non si apostrofa, a parte che sarebbe bruttina come forma, ma potrebbe creare confusione con dove, che invece si può volendo opostrofare: dov’è la macchina? Dov’è l’apostrofo?

All’apostrofo: come abbiamo detto, “lo” e “la” insieme alle preposizioni articolate associate si apostrofano obbligatoriamente (eccezioni a parte)

Va , l’imparerò col tempo”, diceva al suo professore che insisteva.

Va be’: be’ si scrive con l’apostrofo perché significa “bene” (va be’= va bene”=ok). Si tratta di troncamento facoltativo.

L’imparerò: lo imparerò. C’è l’articolo “lo” quindi sarebbe obbligatorio. Ma a dire il vero in questo caso “lo imparerò, lo imparerai, lo imparerete” è molto comune. Non vi fidate mai della regola, noi italiani non amiamo le regole J

Quell‘allievo ho l’impressione che sia un po’ cocciuto

Quell’allievo: ”Quello”, come aggettivo, si apostrofa sempre con parole che iniziano con vocale: quell’apostrofo, quell’uomo, quell’amico eccetera. Ma quello può anche essere pronome ed in questo caso non si apostrofa: non prendere il cappotto bianco, prendi quello arancione (senza apostrofo).

Fa tutto di testa sua e tutto per scontato, e questo non mi va a genio.

tutto per scontato: dà in questo caso è un accento e non un apostrofo. L’apostrofo si usa solamente con da’ inteso come seconda persona singolare dell’imperativo del verbo dare, tipo: da’ una mano a tua sorella!

Non mi va a genio: Non mi va a genio vuol dire non mi fa piacere, non lo gradisco, ma “va a”, vede due vocali vicine, ma nonostante questo non si apostrofa. Non si apostrofa anche perché “va’” con l’apostrofo serve ad indicare , analogamente a “da’” con l’apostrofo, la seconda persona singolare forma imperativa. Quindi va si può scrivere con l’apostrofo, ma solo in frasi tipo:

Va’ a capire come si scrive questa parola!

Va’ a indovinare cosa passa per la testa di Giovanni!

La stessa regola non vale solamente per i verbi dare e andare, ma anche per fare, dire e stare: esempio:

Dire: Ti ascolto, di’ pure ciò che pensi

Fare: Fa’ ciò che vuoi, non mi interessa

Stare: Sta’ buono, non ti arrabbiare!

Si tratta sempre della seconda persona singolare. In tutti questi casi l’apostrofo è obbligatorio, come nel caso di “un po’”. Sono tutti casi di troncamento in cui si usa l’apostrofo. Perché troncamento? Perché non può essere elisione, in quanto vedete che non c’è una parola che inizia con vocale dopo.

Sono un uomo bravo”, diceva lo studente, e il professore: “sei un brav’uomo, vorrai dire,

Sei un brav’uomo si apostrofa: “brav”, con l’apostrofo, sta per “bravo” ovviamente, e abbiamo una elisione: “bravo uomo” ha due vocali vicine in due parole diverse e la prima vocale cade e viene sostituita dall’apostrofo.

Diverso è il caso di “buon uomo” in luogo di “uomo buono”. Infatti buon uomo è un caso di troncamento e abbiamo già detto che in generale la regola è che il troncamento non va segnalato con un apostrofo (un po’ è un’eccezione).

Ma ancora c’è molto da fare perché l’apostrofo lo devi imparare ma lo devi anche studiare, perché sant’Antonio non ti può aiutare!”

Allora “c’è” si apostrofa, analogamente a “c’era” che abbiamo visto prima. Stessa regola: ci + verbo essere iniziante per “e”.

Come ho detto prima la particella “ci” si apostrofa con essere e la lettera “e”, ma attenzione perché se la parola successiva a “ci” inizia per a, o, u è vietato mettere l’apostrofo: ci andiamo, ci arrabbiamo, ci adoperiamo eccetera non si possono scrivere con l’apostrofo.

“Che c’entra Sant’Antonio?” Diceva lo studente

C’entra è ci+ entra ed è un altro caso di uso obbligatorio anche se non c’è il verbo essere. In questo caso però è una formula fissa, una frase fatta. “Che c’entra” significa cosa ha a che fare? Qual è il legame? Qual è il collegamento?

Nelle formule fisse l’apostrofo si usa sempre in modo obbligatorio: tutt’altro, tutt’al più, senz’altro, nient’affatto, avant’ieri eccetera. Si tratta sempre di elisioni, cade sempre una vocale, ma è talmente abitudine scrivere e pronunciare in questo modo che son appunto diventate delle “formule fisse”.

Comunque lo userò d‘ora in poi, d’altra parte son qui per imparare”

D’ora in poi e d’altra parte sono altre due forme fisse in cui si usa l’apostrofo, e abbiamo detto prima, quando parlavamo di d’altronde, che la regola vorrebbe che con la preposizione “da” è vietato usare l’apostrofo per non creare confusione con “di”. Sono fatte salve come abbiamo visto le forme fisse come ad esempio “d’ora in poi = da ora in poi”, che a volte si trova anche nella forma d’ora in avanti.

“Ok”, rispose il professore “Tutt‘al più – aggiunse – se proprio non riesci, puoi diventare membro dell’associazione Italiano Semplicemente, dove i membri sono molto motivati, studenti di tutt‘altro tipo rispetto agli altri. Senz‘altro questo t’aiuterà, hanno tutti la buona volontà di seguire le lezioni tutti i giorni”.

Tutt‘al più abbiamo detto che è un’altra forma fissa dall’uso obbligatorio. Analogamente tutt’altro e senz’altro.

Membro dell’associazione: l’associazione = la associazione. Con l’articolo la e le preposizioni articolate associate si mette obbligatoriamente l’apostrofo. Eccezioni a parte (vedrete che poi ne parleremo)

T’aiuterà = ti aiuterà, cioè aiuterà te, la tua persona. È un uso facoltativo, come si è visto questo vale sempre con le particelle mi, ti, ci, si, vi anche se ci sono alcune eccezioni che riguardano “ci” in particolare.

“Ah, sì, l’associazione… proprio avant‘ieri ne ho sentito parlare – disse lo studente –ma sono sicuro che non serve a niente!”

L’associazione e avant’ieri le abbiamo già spiegate. A proposito, anche “le abbiamo” non prevede l’apostrofo: è vietato sia con “li” sia con le, intese come pronomi personali. Invece con lo e la è facoltativo:

Lo avevo detto? = L’avevo detto?

Questa frase la elimino = questa frase l’elimino.

Avant‘ieri è un’altra forma fissa dall’uso obbligatorio.

Nient‘affatto! – rispose il professore –c’è molto da imparare, e se andrai d’amore e d’accordo con gli altri membri saranno fiori d’arancio, ne sono sicuro. Dai un’occhiata al sito web!

Nient’affatto: formula fissa, quindi obbligatorio

C’è molto da imparare: c’è con l’accento (obbligatorio) mentre “da imparare” senza apostrofo per non confondere con “di imparare”.

Se andrai d’amore e d’accordo: analogamente a “fiori d’arancio” si tratta della preposizione di, che si apostrofa generalmente (non è come “da”). Generalmente “d’amore” si scrive sempre in questo modo, con l’accento. La stessa cosa vale anche per d’accordo e d’arancio. Suonano meglio non è vero? A volte non mettere l’apostrofo ha una funzione particolare, cioè quella di sottolineare l’importanza della preposizione “di”. Se io dico:

Di cosa parliamo? Parliamo di amore? Oppure di amicizia?

In questo caso voglio dare importanza alla parola “di”, quindi posso togliere l’apostrofo e nessuno si scandalizza per questo. Se invece dico: “è una questione d’amore”, questa è più una frase fatta, e come tutte le frasi di questo tipo si preferisce mettere l’apostrofo.

Dai un’occhiata al sito web! Un’occhiata= una occhiata, e potete scegliere se mettere oppure no l’apostrofo. Con “un” invece non potete mai farlo. Non avrebbe senso perché un è un articolo e non c’è nessuna elisione, nessuna lettera che cade! Quindi “un aereo” ad esempio non va mai apostrofato.

“ok, ci andrò subito allora e se trovo le regole dell’apostrofo le userò subito!

Ci andrò: mai apostrofare in questo caso perché “andrò” inizia per a. E come abbiamo detto prima, ci seguito da parola che inizia con a, o, u non si può apostrofare: è vietato:

Ci aiuteremo sempre, Ci ostacolavano, Ci uccidono. Mai apostrofare.

Le userò subito! Ancora una volta, con “le” pronome personale (e con “li”) è vietato:

Le aiuterà Giovanni, li aiuterò io.

I compiti? Li vediamo domani insieme.

Le torte le mangiamo oggi!

I ragazzi li abbiamo visti.

Il professore allora disse: “imparerai subito come evitare lo iato, vedrai, e magari troverai anche un’amichetta…”

Lo iato: lo è un articolo quindi come abbiamo visto più volte l’apostrofo sarebbe obbligatorio abbiamo detto, giusto? Questo varrebbe sia per “lo” che per “la”.

Ma c’è un’eccezione, e quando la parola che segue inizia con ia, ie, io, l’apostrofo non si mette (lo iato è inevitabile). Finalmente quindi abbiamo visto l’eccezione alla regola: le iene, lo iato, lo iodio. Questo vale per tutti gli articoli, non solo per lo e la. Quindi: “le iene” come abbiamo detto, o anche “Gli ionici”.

Un’amichetta = una amichetta. Accento facoltativo: un’assemblea, un’amica, un’amichetta.

Lo studente rispose: “Questo non m’importa, quello che m’incuriosisce per adesso è sapere dov’è che posso usare l’apostrofo e com’è che posso impararlo facilmente!”

Non m’importa: uso facoltativo (accade con ci, ti, mi, si, vi).

Vi ricordo che se abbiamo “ci“ e parole inizianti con a, o, u è vietato l’apostrofo: ci aiutiamo, ci osteggia, ci umilia eccetera.

In questo caso abbiamo “mi” che si comporta come ti, si, vi. Cosa succede in questo caso con le lettere a, o, u? In questi casi non possiamo parlare di uso vietato, ma facoltativo, anche se la forma apostrofata è più familiare e spesso è meglio non apostrofare, quindi è meglio dire:

Mi arrabbio, mi odia, mi umilia;

Lo stesso con si: si avvicina. si opta, si ultimano,

e con “vi”: vi amiamo, vi ostruiscono, vi uccidiamo.

Non si usa quasi mai apostrofare in questi casi.

Nella poesia l’apostrofo si usa spesso in questi casi: “M’illumino d’immenso”, la poesia di Giuseppe Ungaretti ne è un esempio. M’illumino = mi illumino.

Ci sono tanti versi dell’inferno di Dante Alighieri:

Come vedi ancor non m’abbandonaè un esempio: m’abbandona = mi abbandona

Manca però la lettera “e”: cosa succede se abbiamo una parola che inizia con la e? Abbiamo detto che col verbo essere è obbligatorio l’apostrofo (c’è, c’era) con la particella ci.

Ma senza il verbo essere?

Se dico: “ci espellono”, “ci estingueremo” ad esempio, la regola vuole che con la “e” l’uso sia facoltativo, sebbene sia preferibile non mettere l’apostrofo: sicuramente è più elegante.

Anche con mi, ti, si, vi è la stessa cosa, con tutte le vocali ed anche con la lettera “e”. La frase può anche avere più gradevolezza all’udito, può essere più armoniosa a volte, ma se non mettete l’apostrofo in questi casi non sbagliate e fate la scelta migliore.

Esempi:

Non m’ero accorto di aver sbagliato – V’eravate accorti? – T’eri arrabbiato? – S’era fatto scuro.

Fammi sapere com’è andata ok?

Questa è la penultima frase della storia. “Com’è andata” contiene “come”. Come e dove, quando sono seguiti dal verbo essere possono essere apostrofati: com’è andata? Dov’è andata? Com’è finita? Dov’erano stati? Eccetera. Si fa sempre di solito.

Senz’altro! Lo abbiamo visto più volte.

Bene, la storia è finita.

Cosa abbiamo dimenticato? Sicuramente non abbiamo parlato della lettera “h” e della particella “ne”.

Ve n’eravate accorti? Te n’eri accorto tu?

Quante mele avete? Ce n’abbiamo due!

Ha importanza? Altroché se ce n’ha!

La particella “ne” quindi può essere vittima di elisione.

In effetti, “ne” si può apostrofare, ma solo con parole che cominciano per “e”: ce n’è (ce ne è), ce n’erano (ce ne erano), n’era convinta (ne era convinta) , n’elenco dei nomi (ne elenco dei nomi), eccetera.

Non è facilissimo per voi stranieri, lo capisco. Qualche volta c’è anche la particella “ce” che possiamo anche togliere, e l’apostrofo scompare! Quindi:

Ce n’abbiamo due = Ne abbiamo due

Altroché se ce n’ha = Altroché se ne ha

Ci sono altri esempi di “ne” su cui vi invito a riflettere e se volete potete anche ripetere:

Cos’hai da dire?

Ce n’avrei da dire, di cose! = Ne avrei da dire di cose

Quanti problemi avevi?

Ce n’avevo di problemi! = Ne avevo di problemi!

Finiamo con la lettera “h” sperando di aver coperto tutti i casi possibili di uso dell’apostrofo.

C’hanno detto che… ad esempio

Quando una parola finisce in vocale e si trova davanti a un’altra parola che inizia con una h, la regola dell’elisione non cambia: la vocale finale si elimina e al suo posto si segna l’apostrofo:

C’hai detto, c’hai fatto, m’hanno riferito, t’hanno consigliato, v’hanno detto, s’ha da fare, eccetera. Si tratta di un linguaggio spesso familiare, discorsivo, usato più all’orale, ma lo trovate anche scritto molto spesso.

Va be’, visto che ci sono, per essere più completo, posso citarvi alcuni esempi aggiuntivi, sempre di prevalente uso familiare:

Ma’ qualche volta indica la mamma, ma devi rivolgerti a lei direttamente: Ma’, hai fatto la cena?

Pa’, mi dai 10 euro? (pa’ = Papà)

Ciao ragazzi

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Problemi al lavoro

Audio

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Descrizione

Ascoltiamo un breve discorso di Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che prova ad utilizzare le espressioni contenute in una lezione del corso di ITALIANO PROFESSIONALE (la lezione n. 9) dedicata ai problemi ed ai fallimenti.

    Tascrizione

    Si dice che un dirigente esperto sappia gestire i suoi dipendenti cosi che le cose vadano liscio senza prendere ecesaariamente parte al loro lavoro.
    Quando gli obiettivi sono chiari, non si brancola nei buio ma si rimuovono gli ostacoli e si continuano a svolgere le funzioni.
    A tale fine è sicuramente anche necessario la capacità di fissare termini stabiliti perche’ la tentazione di battere la fiacca è forte talvolta. Piu’ dettagliato è il programma del lavoro, meno alta è la possibilita’ di un suo fallimento a causa di colleghi che, anziché quagliare, fanno continuamente buchi nell’acqua. Esistono poi persone che mettono i bastoni tra le ruote e cosi facendo creano dei problemi per sé stessi e per gli altri.
    Io personalmente sono un’allarmista, cioè preferisco preoccuparmi in anticipo dei possibili e potenziali problemi. Errare è umano, ma io non vorrei ripetere gli errori: sarebbe diabolico perseverare nell’errore
    So di non essere stress-resistente e quando un problema mi arriva tra capo e collo, mi innervosisco e brancolo nel buio invece di concentrarmi e risolverlo mantenendo il sangue freddo.
    Come tutti non mi piace fungere da capro espiatorio e neanche contare esclusivamente su qualcuno come se fosse sempre l’ancora di salvezza.
    Essere allarmista non significa comunque che io me le vada a cercare col lanternino. Nel caso in cui si possa portare a termine un compito un po’ prima del previsto, credo sarebbe meglio, per risparmiare tempo, la risorsa più preziosa nel mondo del lavoro.

    Come come errare è umano, anche avere tempo in aggiunta è sempre un vantaggio.
    Non capisco le persone che mandano per le lunghe i loro compiti e poi cercano qualsiasi soluzione che risulti appena sufficiente.
    E voi che tipo di persona siete?

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    L’apostrofo nella lingua italiana

    Audio

    È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

    Trascrizione

    Buongiorno amici. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un episodio di Italiano Semplicemente, un sito in cui si impara a comunicare usando la lingua italiana. Sapete che in questo sito non ci piace parlare di grammatica, lo diciamo sempre. Difficilmente studiare la grammatica non risulta noioso e inoltre tiene lontani coloro che di tempo per studiare non ne hanno molto.

    Per questa ragione in Italianosemplicemente.com si realizzano episodi audio come questo. Per aiutare i lavoratori e coloro che hanno poco tempo.

    Bene, oggi parliamo dell’uso dell’apostrofo. Una di quelle cose che può creare difficoltà nella comprensione di un italiano quando parla e allo stesso tempo uno di quegli aspetti che caratterizza l’armoniosità di una lingua. E’ anche grazie ad un corretto uso dell’apostrofo che la lingua italiana è così all’udito, all’ascolto.

    L’apostrofo inoltre è anche molto usato dai poeti italiani di oggi e di ieri.

    Ma quando si può usare l’apostrofo. Beh, innanzitutto cos’è l’apostrofo. Per spiegare questo dobbiamo necessariamente parlare di grammatica, ma questo ogni tanto può andar bene perché comunque faremo molti esempi, sperando di non annoiarvi. Cercherò di essere più chiaro possibile, come al solito.

    L’apostrofo è un segno, simile alla virgola, ed infatti possiamo chiamarla anche una “virgoletta” sopraelevata (’), una virgoletta che sta un po’ in alto (sopraelevata) rispetto alle lettere, e sta ad indicare diverse cose. Solitamente l’apostrofo si mette in sostituzione di una vocale che sta alla fine di una parola. Si parla di “elisione di una vocale finale”. Elidere significa eliminare, annullare. Possiamo elidere, eliminare la vocale che sta alla fine di una parole. Allora quando facciamo questo dobbiamo usare l’apostrofo. Ho appena detto “l’apostrofo” e per dire “l’apostrofo” ho usato un apostrofo. Infatti l’apostrofo sarebbe in realtà “lo apostrofo”. Noi eliminiamo, elidiamo la lettera “o” dell’articolo “lo”, sia nello scritto che nella pronuncia e sostituiamo la lettera “o” con un apostrofo.

    Perché lo facciamo? Perché si fatica meno a dire l’apostrofo e il suono è più musicale. Infatti la lettera “o” dell’articolo “lo” è troppo attaccata alla “a” di apostrofo.

    Quando due vocali di due parole diverse sono vicine, qualche volta possiamo sostituire la prima vocale con un apostrofo. Non sempre però. Quando non possiamo farlo, siamo di fronte ad uno “iato”, una brutta parola, lo so, ma così si chiama.

    Sappiate che uno “iato” lo incontrate ogni volta che avete due vocali ma non possiamo sostituire una vocale con un apostrofo. In questi casi abbiamo uno iato.

    Ebbene qualche volta possiamo evitare lo iato, come se fosse una malattia, usando un apostrofo.

    Ci sono delle regole naturalmente per capire quando possiamo evitare questa malattia.

    A volte l’apostrofo è obbligatorio, a volte è facoltativo cioè sta alla vostra facoltà di usarlo: decidete voi se volete usarlo o meno. Altre volte l’apostrofo è vietato: non potete usarlo. In quest’ultimo caso la malattia di nome “iato” è inevitabile. E la cosa brutta è che non esiste la cura!

    Bene, come facciamo molto spesso, prima di spiegarvi la regola vi racconto una storia. Poi spieghiamo i perché della storia sull’uso dell’apostrofo.

    Prima però devo dirvi che l’apostrofo non si usa solamente per evitare lo “iato”. Si usa anche in altri casi: ad esempio nei numeri (1948 diventa ’48) e “gli anni ‘90” si scrive con l’apostrofo prima di scrivere 90. In questo caso non si parla di elisione, perché non cadono vocali in questo caso. Si parla invece di aferesi.

    Bisogna dire che a volte l’apostrofo può sostituire anche un’intera sillaba, ad esempio quando scriviamo la parola “poco” questa può diventare po’ dove la sillaba finale è stata tolta per far posto ad un bell’apostrofo (non è un accento ma un apostrofo. Molti italiani si sbagliano qui). In questo caso si parla di troncamento.

    Poi a volte capita di vedere parole in cui manca la prima vocale, tipo ‘nsomma al posto di insomma, ma questo non è linguaggio corretto.

    Eccovi la storia dunque, dove troviamo un po’ di tutto: elisioni, aferesi e troncamenti, usi obbligatori, vietati e facoltativi:

    C’era una volta uno straniero che sapeva scrivere solo un po’.

    L’arte di scrivere d’altronde non è una cosa semplice da imparare. Questo straniero, nato negli anni ’90, non dava importanza all’apostrofo.

    Va , l’imparerò col tempo”, diceva al suo professore che insisteva. “Quell‘allievo ho l’impressione che sia un po’ cocciuto”, diceva sempre il professore : “fa tutto di testa sua e dà tutto per scontato, e questo non mi va a genio.

    Sono un uomo bravo”, diceva lo studente, e il professore: “sei un brav’uomo, vorrai dire, ma ancora c’è molto da fare perché l’apostrofo lo devi imparare ma lo devi anche studiare, perché sant’Antonio non ti può aiutare!”

    “Che c’entra Sant’Antonio?” Diceva lo studente “Comunque lo userò d‘ora in poi, d’altra parte son qui per imparare”

    “Ok”, rispose il professore “Tutt‘al più – aggiunse – se proprio non riesci, puoi diventare membro dell’associazione Italiano Semplicemente, dove i membri sono molto motivati, studenti di tutt‘altro tipo rispetto agli altri. Senz‘altro questo t’aiuterà, hanno tutti la buona volontà di seguire le lezioni tutti i giorni”.

    “Ah, sì, l’associazione… proprio avant‘ieri ne ho sentito parlare – disse lo studente –ma sono sicuro che non serve a niente!”

    Nient‘affatto! – rispose il professore –c’è molto da imparare, e se andrai d’amore e d’accordo con gli altri membri saranno fiori d’arancio, ne sono sicuro. Dai un’occhiata al sito web!

    “ok, ci andrò subito allora e se trovo le regole dell’apostrofo le userò subito!

    Il professore allora disse: “imparerai subito come evitare lo iato, vedrai, e magari troverai anche un’amichetta…”

    Lo studente rispose: “Questo non m’importa, quello che m’incuriosisce per adesso è sapere dov’è che posso usare l’apostrofo e com’è che posso impararlo facilmente!”

    Fammi sapere com’è andata ok?

    Senz’altro! A domani prof!

    Domani vediamo le regole.

    Ciao

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    La zanzara zuzzurellona e la pronuncia della lettera zeta

    Audio storia

    scarica il file audio in formato mp3 

    Audio spiegazione

    Trascrizione

    Buongiorno e benvenuti su Italiano Semplicemente. Oggi voglio parlarvi della zanzara zuzzurellona, l’ultimo degli episodi per principianti, appena realizzato. E’ una storia divertente, raccontata dalla voce di mio figlio Emanuele di 10 anni.

    E’ una storia per principianti perché oltre alla storia raccontata con la voce di Emanuele ci sono anche le domande & risposte: circa 80 domande e relative risposte sulla storia, che aiutano i principianti della lingua italiana a ben pronunciare la lettera z, ascoltando anche la mia voce. La lettera zeta è infatti una delle lettere più difficili, più ostiche da pronunciare. Come al solito in questo sito a me piace cercare di fare qualcosa di più che una lezione noiosa sulla pronuncia, o peggio ancora sulla grammatica, quindi mi sono inventato questa storiella e ho chiesto a mio figlio di raccontarvela.

    Oggi quindi vi spiego cosa c’è dietro questa storia e poi vediamo la pronuncia della zeta.

    Allora: E’ divertente come storia? Sicuramente sì, ma a dire il vero la storia ha un contenuto non troppo nascosto e anche abbastanza triste. La storia infatti ci fa riflettere, perché parla di migranti, parla di emigrazione, di persone che si spostano da un paese non europeo (in questo caso l’Azerbaigian) verso un paese europeo, in un paese dell’Unione Europea (non importa quale, può essere anche l’Italia). Si tratta di persone quindi nel linguaggio nascosto (e non di zanzare), persone che entrano in un paese spesso senza autorizzazione, senza essere autorizzati, senza avere un permesso. Spesso arrivano attraverso delle imbarcazioni, sui cosiddetti “barconi del mare“. Il barcone (così vengono chiamate le imbarcazioni spesso vecchie, pericolose e riempite oltremisura di persone) questa volta è semplicemente una “tazza“, come quelle che si usano per fare colazione, sulla quale viaggia la zanzara “azera“, cioè originaria dell’Azerbaïgian. In Italia siamo italiani, in Azerbaigian sono azeri.

    La zanzara zuzzurellona infatti rappresenta un po’ questo tipo di persone, persone disperate che vanno alla ricerca di un futuro migliore. Ma cosa c’entra questo con la zeta? Non c’entra nulla, se non per via del fatto che solitamente i migranti non conoscono bene la lingua italiana.

    Vi spiego un po’ allora:

    La Zanzara azera sembra aver perso il controllo. Non sembra “raccapezzarci” molto all’inizio. La zanzara infatti ha perso la memoria nella storiella (è caduta da un pero, cioè da un albero di pere). E poi ha attraversato il Mar Nero sulla sua tazza 🍵.

    Sua zia (la zia della zanzara) voleva riportarla a casa, voleva riportarla indietro, sulla “retta via” di casa, cioè in Azerbaigian, ma la zanzara esprime la ferma volontà di restare per poter gestire autonomamente la sua nuova vita, col suo passato da dimenticare. Infatti ha perso la tutti memoria, ad indicare che le persone che incontra la zanzara non sanno chi sia, è solo una zanzara straniera. Non sanno nulla di lei, e non ha alcuna importanza il paese da cui viene e il suo passato.

    Il suo passato è da dimenticare. Questo vuole essere il MESSAGGIO nascosto: la memoria non le servirà nel nuovo paese.
    La zanzara, come dicevo, però è forte, è determinata, ha coraggio da vendere, ed è persino disposta a vivere in un “ospizio“, dice il finale della storia.

    L’ospizio è un ricovero per anziani. Un posto non molto felice a dire il vero, dove si aspetta solamente la morte e si è spesso dimenticati da tutti.

    La storia, seppur viaggiando su un tono scherzoso, racconta quindi una realtà tangibile, vissuta da molti stranieri in difficoltà (ai quali non si permette di avere né una memoria né una dignità). La zia, facendole comprendere la condizione di disagio che vive la nipote, incarna (cioè rappresenta) la razionalità che si arrende alla legge del più forte. Questo è la Zia.

    La zanzara però sfida le avversità. Promette di non pungere e di non ronzare, in poche parole è disposta ad “azzerarsi” completamente. Cos’è una zanzara se non può ronzare e non può pungere?

    Azzerare in italiano significa “cancellare tutto”, come se si trattasse di cancellare il contenuto di un CD, o di una memoria di un computer. Azzerarsi è invece azzerare se stessi, cioè cancellarsi, annullarsi e ricominciare da capo.

    La zanzara “azera” però non vorrebbe “azzerarsi”, perché vorrebbe dire dimenticare il passato e lei, invece, vorrebbe essere ospite in un paese che riconosce la sua nazione, la sua dignità e i suoi problemi.

    Ma la zanzara è disperata ed è disposta a rinunciare persino alla sua natura di zanzara. L’alternativa sarebbe salire su di una zattera che la riporti indietro, seguendo il consiglio della zia, e tornare nella precarietà della sua vita precedente. Allora meglio un ospizio, dove solitamente si aspetta la morte. Ma il futuro è stato sfidato.

    Passiamo invece alla lingua italiana ed alla pronuncia della lettera zeta.

    In italiano esistono due tipi di zeta. La zeta sonora e la zeta sorda. I nomi non vi dicono nulla naturalmente, ma la zeta sonora è quella di zanzara, di zona, euro-zona e Azerbaigian mentre quella sorda è quella di zia, ospizio eccetera.

    Molti diranno: ma che differenza c’è? A me sembra sempre uguale!

    Ed invece uguale non è, perché se state attenti potrete notare la Differenza tra la zeta sonora e sorda.

    Posso darvi qualche indicazione sulla pronuncia anche parlando della posizione della lingua.

    Nella zeta sonora la lingua tocca i denti superiori ed il palato superiore nello stesso tempo.

    Nella zeta sorda invece la lingua tocca solamente il palato superiore e non i denti.

    Vediamo la storia allora è vediamo la pronuncia delle parole con la zeta. Ce ne sono moltissime.

    Una zanzara zuzzurellona (sonora) ,
    Andava a zonzo (sonora) nell’euro-zona,

    Andare a zonzo significa andare in giro, girare senza meta, senza sapere dove si va, mentre zuzurellona è un aggettivo che si dà agli adulti che si comportano un po’ come i bambini e che hanno degli atteggiamenti scherzosi.

    Lei non sapeva di essere azera (sonora)
    Non ricordava neanche chi era.
    Su di una tazza (sorda) arrivò dal mar nero,
    Dopo che un giorno è caduta da un pero.
    Come mi chiamo? In che zona (sonora) sono?
    Dove mi trovo e qual è la mia razza (sorda)?
    Risponda qualcuno o diventerò pazza (sorda) !
    Sebbene sua zia (sorda) avesse la tosse, le spiegò presto di che razza (sorda) fosse:
    In questa zona (sonora) non puoi più restare,
    Non per la razza (sorda) ma per la nazione (sorda).
    L’Azerbaigian (sonora) non è nell’Unione.
    Cara zanzara (sonora) occorre prudenza (sorda)
    La polizia (sorda) qui non scherza (sorda) per niente,
    E la libertà, sai, non ha prezzo (sorda)
    prendi una zattera (sonora) , riparti da zero! (sonora)
    Ma la zanzarina (sonora) rispose con zelo (sonora)
    Sto sempre in silenzio (sorda) non pungo e non ozio (sorda) ,

    Qui è il verbo oziare cioè non fare nulla. La zanzara promette di lavorare quindi è non di oziare, non di non fare nulla.

    non ho, se ricordo, neanche un sol vizio (sorda)

    La zanzara non è neanche sicura di ricordare se ha dei vizi (sorda) ma dice di non avere un sol vizio, cioè di non avere neanche un vizio, neanche uno.

    Potrebbe andar bene se sto in un ospizio (sorda)?

    Quindi la storia si conclude con la zanzara che si dichiara disponibile a restare in un ospizio (sorda) che, almeno dal nome sembra dichiarare ospitalità, quella ospitalità che manca nei paesi dell’Unione Europea.

    Non è molto semplice per molti stranieri distinguere le due tipologie di zeta. Molti italiani anche le sbagliano.

    Io stesso la parola zio spesso la pronuncio con la zeta sonora sbagliando. Lo stesso accade a molti italiani con la parola zucchero che si pronuncia con la zeta sorda.

    Proviamo a fare un piccolo esercizio di ripetizione per imparare la pronuncia.

    La zanzara azera

    Andava a zonzo nell’euro-zona

    La zanzara zuzzurellona

    La zia della zanzara

    La zattera

    La tazza

    Diventerò pazza

    Razza

    Prudenza

    Polizia

    La polizia non scherza

    La libertà non ha prezzo

    Starò in silenzio

    Non ozierò

    L’ospizio

    Vizio

    Non ho alcun vizio

    Ricordate che pur esistendo delle regole, sono praticamente inutili da imparare perché mentre parlate non potete pensare alle regole. Molto meglio parlare ed esercitarsi.

    Grazie a tutti per l’ascolto. Grazie ai donatori di italiano semplicemente e viva le zanzare.

    La zanzara zuzzurellona

    Il libro fa parte del corso di Italiano per principianti.

    Disponibile anche su Kindle e cartaceo.

    KINDLE: US  UK  DE  FR  ES  IT  NL  JP  BR  CA  MX  AU  IN

    Cartaceo: US UK  DE  FR  ES  IT  NL  JP  BR  CA  MX  AU IN

     

    Audio Storia

    Audio Domande & Risposte

    Trascrizione

    Una zanzara zuzzurellona,
    Andava a zonzo nell’euro-zona,
    Lei non sapeva di essere azera,
    Non ricordava neanche chi era.
    Su di una tazza arrivò dal mar nero,
    Dopo che un giorno è caduta da un pero.
    Come mi chiamo? In che zona sono?
    Dove mi trovo e qual è la mia razza?
    Risponda qualcuno o diventerò pazza!
    Sebbene sua zia avesse la tosse, le spiegò presto di che razza fosse:
    In questa zona non puoi più restare,
    Non per la razza ma per la nazione,
    L’Azerbaigian non è nell’Unione.
    Cara zanzara, occorre prudenza,
    La polizia qui non scherza per niente,
    E la libertà, sai, non ha prezzo,
    prendi una zattera, riparti da zero!
    Ma la zanzarina rispose con zelo:
    Sto sempre in silenzio, non pungo e non ozio,
    non ho, se ricordo, neanche un sol vizio,
    Potrebbe andar bene se sto in un ospizio?

     

    DOMANDE E RISPOSTE

    1. Di chi parla la storia?

    Parla di una zanzara. La storia parla di una zanzara.

    Una zanzara zuzzurellona,

    2. Com’è la zanzara?

    E’ zuzzurellona, la zanzara è zuzzurellona

    3. La zanzara è triste?

    No, la zanzara non è triste. La zanzara è zuzzurellona.

    Andava a zonzo nell’euro-zona

    4. Dove andava a zonzo la zanzara?

    Nell’euro-zona. Andava a zonzo nell’euro-zona.

    5. Andava in giro nella zona euro?

    Si. andava in giro nella zona euro.

    Lei non sapeva di essere azera,

    6. La zanzara sapeva di essere azera?

    No, lei non sapeva di essere azera,

    7. Di quale paese era?

    Era dell’Azerbaigian. La zanzara era dell’Azerbaigian.

    8. Era una zanzara italiana?

    No, non era italiana. era azera.

    Non ricordava neanche chi era.

    9. La zanzara ricordava chi era?

    No, la zanzara non ricordava chi era.

    Su di una tazza arrivò dal mar nero,

    10. Da dove arrivò?

    Dal mar nero. Arrivò dal mar nero.

    11. Arrivò su una nave?

    No, non arrivò su una nave.

    12. Arrivò su una tazza?

    Sì, esatto. Arrivò su una tazza. Arrivò su di una tazza.

    13. Arrivò dal mar giallo?

    No, non arrivò dal mar giallo, ma dal mar nero.

    Dopo che un giorno è caduta da un pero.

    14. La zanzara è caduta?

    Sì, la zanzara è caduta.

    15. Da dove è caduta?

    Da un pero. La zanzara è caduta da un pero.

    16. Quando è caduta da un pero?

    Un giorno.

    17. Arrivò dal mar nero dopo che un giorno è caduta da un pero?

    Sì, esatto, arrivò dal mar nero dopo che un giorno è caduta da un pero.

    18. Prima è caduta da un pero? Oppure prima è arrivata dal mar nero?

    Prima è caduta da un pero.

    19. Poi è arrivata dal mar nero?

    Sì, poi è arrivata dal mar nero.

    20. da dove è caduta la zanzara azera?

    La zanzara azera è caduta da un pero.

    21. Il pero è un albero?

    Sì, il pero è un albero.

    22. La zanzara è caduta da un albero?

    Sì, la zanzara è caduta da un albero.

    Come mi chiamo? In che zona sono?

    Dove mi trovo e qual è la mia razza?

    23. Quali domande fa la zanzara?

    La zanzara domanda: come mi chiamo? In che zona sono? Dove mi trovo e qual è la mia razza?

    24. Lei sa come si chiama?

    No, lei non sa come si chiama.

    25. Sa di che zona è?

    No, lei non sa di che zona è.

    26. Cosa non sa la zanzara?

    Non sa di che zona è.

    27. Lei sa dove si trova?

    No, lei non sa dove si trova.

    28. Lei sa qual è la sua razza?

    No, non sa qual è la sua razza.

    29. Non lo sa?

    No, non lo sa.

    30. Lo sa o non lo sa?

    Non lo sa.

    31. Di quale razza è?

    Non lo sa. Lei non sa di quale razza è.

    32. dove si trova la zanzara?

    Non lo sa. Lei non sa dove si trova.

    Risponda qualcuno o diventerò pazza!

    33. Come diventerà la zanzara se non risponde nessuno?

    Pazza. Diventerà pazza.

    34. Quando diventerà pazza la zanzara?

    Se non risponde nessuno. Diventerà pazza se non risponde nessuno.

    Sebbene sua zia avesse la tosse, le spiegò presto di che razza fosse.

    35. Chi le spiegò di che razza fosse?

    La zia.

    36. La zia di chi?

    La zia della zanzara.

    37. Cosa le spiegò la zia?  Di quale razza fosse?

    Esatto. Le spiegò di quale razza fosse.

    38. La zia aveva la tosse?

    Sì, la zia aveva la tosse.

    39. Sebbene avesse la tosse, le spiegò di che razza fosse?

    Esatto. Sebbene avesse la tosse, la zia le spiegò di che razza fosse.

    In questa zona non puoi più restare,
    Non per la razza ma per la nazione,

    40.  Cosa disse la zia alla zanzara zuzzurellona?

    Le disse: In questa zona non puoi più restare! Non per la razza ma per la nazione,

    41. Dove non poteva più restare la zanzara? Nella zona euro?

    Esatto. Non poteva più restare nella zona euro.

    42. Per quale motivo? Per la sua razza?

    No, non per la razza.

    L’Azerbaïgian non è nell’Unione.

    43. Per quale motivo allora? Per la sua nazione di origine?

    Sì, per la sua nazione di origine.

    44. Qual era la sua nazione di origine?

    L’Azerbaigian

    45. La zanzara poteva restare nell’euro-zona?

    No. Non poteva.

    46. Perché?

    Perché era azera.

    47. L’Azerbaigian è nell’Unione Europea?

    No, L’Azerbaigian non è nell’Unione Europea.

    Cara zanzara, occorre prudenza,

    49. Cosa occorre, dice la zia?

    Occorre prudenza, dice la zia.

    50. Serve prudenza? è necessario essere prudenti?

    Sì, serve prudenza, è necessario essere prudenti.

    51. Cosa occorre? Come occorre essere?

    Occorre prudenza. Occorre essere prudenti.

    La polizia qui non scherza per niente,

    52. La polizia scherza?

    No, non scherza per niente.

    53. La polizia fa sul serio?

    Esatto, fa sul serio la polizia.

    E la libertà, sai, non ha prezzo,

    54. Ha prezzo la libertà?

    No, non ha prezzo.

    55. Ce l’ha un prezzo la libertà?

    No, non ce l’ha!

    56. Che prezzo ha la libertà?

    La libertà non ha prezzo.

    Prendi una zattera, riparti da zero!

    57. Secondo la zia, cosa deve prendere la zanzara?

    Una zattera. Secondo la zia, la zanzara deve prendere una zattera.

    58. Deve andar via con una zattera?

    Sì, deve andar via con una zattera.

    59. Deve tornare a casa la zanzara secondo la zia?

    Sì, deve tornare a casa.

    60. Da dove deve ripartire?

    Deve ripartire da zero!

    61. deve ripartire daccapo?

    Esatto, deve ripartire daccapo.

    Ma la zanzarina rispose con zelo

    62. La zanzara rispose?

    Sì, rispose la zanzara.

    63. Come rispose?

    Con zelo. La zanzarina rispose con zelo.

    64. Era una piccola zanzara?

    Sì, era una piccola zanzara.

    65. era una zanzarina?

    Esatto, era una zanzarina.

    Sto sempre in silenzio, non pungo e non ozio,

    66. Cosa promette la zanzara? Promette di stare sempre in silenzio?

    Sì, promette di stare in silenzio.

    67. Promette di non pungere?

    Esatto, promette di non pungere.

    68. Promette anche di non oziare?

    Infatti. La zanzara promette anche di non oziare.

    69. La zanzara vuole oziare?

    No, la zanzara non vuol oziare.

    70. La zanzara non vuole neanche pungere?

    No, non vuole neanche pungere.

    71. La zanzara parlerà?

    No, non parlerà.

    72. Starà sempre in silenzio?

    Esatto. Starà sempre in silenzio.

    Non ho, se ricordo, neanche un sol vizio,

    73. Quanti vizi ha la zanzara?

    Neanche uno.

    74. Non ha neanche un vizio la zanzara?

    No, neanche uno.

    751. Ha almeno un vizio?

    No, non ha neanche un sol vizio.

    Potrebbe andar bene se sto in un ospizio?

    76. Dove vorrebbe stare la zanzara?

    Vorrebbe stare in un ospizio.

    77. Vorrebbe stare in un albergo?

    No, non in un albergo, ma in un ospizio.