467 Ciò non toglie che

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Quando parliamo, può capitare di dire qualcosa e subito dopo ci accorgiamo che il nostro messaggio potrebbe essere mal interpretato e quindi potrebbe portare fuori strada il nostro interlocutore.

A volte quindi si presenta l’esigenza di pronunciare una frase per chiarire meglio il concetto.

La locuzione “ciò non toglie che” serve proprio a questo.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni al lavoro è un tipo molto distratto, ma ciò non toglie che ottenga ottimi risultati.

La prima frase che ho detto potrebbe apparire troppo ingenerosa per Giovanni, allora ho ritenuto opportuno aggiungere un chiarimento:

Giovanni ottiene comunque ottimi risultati.

Giovanni è molto distratto ma questo non gli impedisce di ottenere ottimi risultati.

Prima ho usato il congiuntivo ma questo non significa che si debba sempre usare il congiuntivo.

Potrei anche dire:

In questo caso ho usato il congiuntivo ma ciò non toglie che si possano usare altri tempi.

In questo caso ho usato il congiuntivo, ad ogni modo si possono usare altri tempi.

Sei una ragazza bellissima e molto attraente ciò non toglie che io non tradirei mai mia moglie.

Qui ho usato il condizionale.

Eri molto emozionato durante le prove dello spettacolo ma ciò non toglie che sicuramente sarai bravissimo.

Qui ho usato il futuro.

Inoltre potrei in teoria sostituire “ciò” con “questo”.

Si usa quasi sempre “ciò”, ma questo non toglie che si possa ugualmente considerare corretto.

Abbiamo già superato i due minuti previsti. Ciò non toglie che ora si debba ripassare:

Irina: si dice che il covid durerà almeno un paio di anni ancora. Ciò non toglie che quest’anno ci scapperà sicuramente almeno una riunione dei membri dell’associaizione in Italia.

Bogusia: giusto. E per scrupolo meglio prenotare subito no?

Hartmut: io aspetto prima di dire che verrò. Dipende se otterrò le ferie in quel periodo. Non voglio illudermi inutilmente.

466 Probabile e improbabile

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Sapete che gli aggettivi probabile e improbabile hanno a che fare con le probabilità. 

Vediamo qualche uso:

Vieni stasera al cinema?

Non sono sicuro, ma è probabile che mia madre non mi faccia uscire.

Domani è probabile che piova. Invece dopodomani è improbabile secondo le previsioni meteo.

Fermiamoci su “improbabile” . Quando una cosa è improbabile, significa che ha scarsissime possibilità di verificarsi:

Ritengo improbabile che entro il 2030 l’uomo andrà su Marte.

Siamo in ritardo. E’ improbabile che riusciremo a prendere l’aereo.

Improbabile significa anche inverosimile, cioè poco credibile, quindi ad esempio se tu mi racconti una storia poco credibile posso dire che la tua storia è improbabile.

Però c’è anche un altro modo ancora di usare improbabile. Se dico che una persona è improbabile, voglio dire che è un personaggio strano, poco comune, con caratteristiche che lo fanno sembrare poco reale. Non è sicuramente un complimento questo.

Da questo punto di vista tante cose possono essere improbabili, e questo aggettivo potete usarlo per descrivere qualsiasi cosa che a voi sembra strana, poco comune, quasi irreale.

Posso dire ad esempio:

Ho scoperto mia moglie a cena con un altro uomo in un ristorante. Lui a quel punto ha iniziato a dare giustificazioni improbabili.

Evidentemente quell’uomo non era per niente credibile. 

I ragazzi danno spesso giustificazioni improbabili ai genitori:

Perché sei rientrato così tardi senza avvisare?

Beh, ho finito il credito al telefono e poi era tardi e non volevo disturbare!

Non mi sono accorto che era tardi, non c’erano orologi a casa del mio amico!

Il senso è molto negativo anche se si parla di persone improbabili.

Si usa spesso con i personaggi dei film.
Anziché improbabile, potremmo definire un tipo così come strano, anomalo, poco comune, insolito, inconsueto, singolare, sui generis, bizzarro, stravagante, originale, particolare.
Ma questi sono piuttosto neutri e spesso anche positivi come aggettivi.

Invece non è mai una bella caratteristica comunque quella di essere improbabili.

Un vestito di un colore improbabile è un brutto vestito, che ci colpisce per il colore strano e poco gradevole che ha.

Ma anche un caffè può avere un sapore improbabile! 

I gusti musicali di una persona possono essere improbabili.

In altre parole potremmo dire “dei gusti molto rari” ma sempre con un’accezione molto negativa. 

Anche una situazione in cui una persona può trovarsi può dirsi improbabile, nel senso ugualmente di strana, inverosimile, o anche assurda. Anche assurdo è molto vicino in effetti all’aggettivo improbabile se usato in questo modo particolare.

Mariana: è sicuramente improbabile che Giovanni faccia episodi che siano veramente di due minuti, ma al netto di questo, l’episodio mi è piaciuto, a parte uno dei sinonimi di improbabile che hai usato.

Bogusia: Alludi a “sui generis“scommetto!

Tamuka: Dire che anche questo sarebbe un episodio degno di nota.

Rauno: se tanto mi dà tanto, credo che vedremo presto un episodio anche su questo. 

Ci fai e farci

Ci fai e farci (scarica audio)

In questo breve episodio vediamo tutti i modi per usare “ci fai” e farci

Prima vediamo un dialogo e poi la spiegazione dettagliata.

Ulrike: Ciao Giovanni, che ci fai qui?

Giovanni: Io? Tu che ci fai! Io ci abito! Questa di fronte infatti è casa mia.

Ulrike: Ah, non sapevo. Io sono qui per lavoro invece. Ma che casa grande che hai. Ma che ci fai con una casa così grande?

Giovanni: Siamo una famiglia di 10 persone, ci serve una casa grande.

Ulrike: 10 persone, wow! Ma come fai? Incredibile!!

Giovanni: Mi prendi in giro? Ci fai apposta? Comunque si, siamo tanti. Tu invece?

Ulrike: Io non sono sposata. Vivo da sola col mio cane.

Giovanni: Davvero?

Ulrike: Si, che vuoi farci. Pazienza. Ma non riuscirei a vivere con altre 9 persone come te.

Giovanni: Bisogna solo farci l’abitudine. Una volta che ci fai l’abitudine non è difficile.

Ulrike: Dici?

Giovanni: Sì, certo. Se ci fai caso, è così con tutte le abitudini. Ma il tuo cane come si chiama?

Ulrike: Si chiama Enzone. Aspetta che lo chiamo con whatsapp.

(suona il telefono)

Ulrike: Eccolo Enzone, guarda, Allora Enzone, ci fai sentire la tua voce? Enzone, dai!

Giovanni: Forse non ne ha voglia. Sembra che dorme…

Ulrike: Enzone dai, Non fare così, ché ci fai preoccupare!

Giovanni: Enzone, ma ci sei o ci fai? Secondo me ci fai

Enzone: BAU!

Ulrike: Bravo Enzone,

Giovanni: Scusa, ci fai una visita con Enzone una volta? Vieni a farci visita?

Ulrike: per carità! Così saremmo in 12! Vieni tu a farci visita piuttosto. Vieni quando vuoi, se ci fai una sorpresa non è un problema!

Spiegazione

Ulrike dice:

ciao Giovanni, che ci fai qui?

Che ci fai qui significa “cosa stai facendo in questo posto”. Ci si riferisce al luogo.

Io? Tu che ci fai! Io ci abito! Questa di fronte infatti è casa mia.

“Io ci abito”, cioè io abito in questo luogo. 

Ulrike dice:

Ma che ci fai con una casa così grande?

“Che ci fai con qualcosa” significa cosa ne fai, che uso ne fai, a cosa ti serve, come utilizzi questa cosa.

Siamo una famiglia di 10 persone, ci serve una casa grande.

“Ci serve una casa grande” è come dire “Noi abbiamo bisogno di una casa grande”. “Ci” indica noi, quindi ” a noi serve” = “ci serve”. 

Ci fai apposta? 

Questo è un modo informale per dire: lo fai apposta? Lo fai di proposito?

Ulrike dice:

Che vuoi farci. Pazienza.

“Che vuoi farci” è una domanda retorica, una finta domanda. In realtà è una affermazione e significa che non ci si può fare niente, cioè che la vita è così, bisogna accettarla. Ulrike si riferisce ovviamente al fatto che lei vive da sola col suo cane e che non è sposata. 

Bisogna solo farci l’abitudine. Una volta che ci fai l’abitudine non è difficile.

“Fare l’abitudine a qualcosa” significa abituarsi a questa cosa. “Bisogna farci l’abitudine” = è necessario abituarsi a questo. Il “ci” indica la cosa di cui si sta parlando.

Se ci fai caso, è così con tutte le abitudini. 

“Fare caso” a qualcosa significa “notare qualcosa”. Si usa spesso dire: ci avevi fatto caso? Facci caso! 

Allora Enzone, ci fai sentire la tua voce?

Ci fai sentire la tua voce? Cioè: fai sentire la tua voce a noi? Ce la fai sentire! Faccela sentire!

Non fare così, ché ci fai preoccupare!

Ulrike, non sentendo la voce di Enzone, dopo che ha risposto al cellulare, si preoccupa e dice “ci fai preoccupare”. Ci sta ancora una volta per noi. Fai preoccupare noi. 

Enzone, ma ci sei o ci fai? Secondo me ci fai

Questa è una espressione informale che significa: lo fai apposta oppure no? Secondo me “ci fai“, cioè secondo me lo fai apposta, o “ci fai apposta”.

Ci fai una visita con Enzone una volta? Vieni a farci visita?

Ci fai una visita = fai una visita a noi, cioè vieni a farci visita, vieni a trovarci, vieni a casa nostra a trovarci. Farci visita = fare visita a noi. 

Se ci fai una sorpresa non è un problema!

Ci fai una sorpresa = Fai una sorpresa a noi. 

Stai sereno – POLITICA ITALIANA (Ep. 3)

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Trascrizione

Parliamo di politica italiana, e per farlo iniziamo da un concetto semplice:

Cos’è la serenità? E cosa c’entra con la politica? Lo vediamo gradualmente. 

Il dizionario, in merito, non lascia dubbi: la serenità è la condizione in cui si trova il cielo, è quindi lo stato del cielo quando è sgombro di nubi, quando cioè non ci sono nuvole nel cielo. La stessa cosa si può dire anche del tempo atmosferico: il cielo è sereno, il tempo è sereno. Non si parla di politica dunque.

C’è anche uno scioglilingua molto divertente sul termine “sereno”. Uno scioglilingua serve a sciogliere la lingua. Ecco lo scioglilingua:

Se oggi seren non è, doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.

Cioè: se oggi non è sereno, sarà sereno domani, e se neanche domani sarà sereno, vedrai che si rasserenerà, cioè diventerà sereno. E’ uno scioglilingua che sembra un proverbio che invita ad essere ottimisti.

Ma la serenità è anche una condizione dell’animo umano. Così come il cielo può essere sgombro di nubi, la nostra mente può essere sgombra di pensieri, di problemi, di turbamenti, Quindi la serenità è anche l’assenza di preoccupaszioni, di turbamenti.

Il termine in realtà si usa molto più spesso parlando di stato d’animo che di condizioni meteo.

Le frasi più usate sono ad esempio:

La cosa che più conta nella vita è la serenità

La mia è una famiglia serena

Bisogna sopportare con serenità i problemi della vita

Quell’incidente ha turbato la serenità della mia famiglia.

Questo esame di italiano non mi fa stare sereno

eccetera.

Ora, l’aggettivo “sereno” si usa spesso anche al posto di tranquillo, pacato.

Sono sereno (cioè sono tranquillo, non sono preoccupato)

Se ci avviciniamo al tema della politica, questa è una affermazione piuttosto diffusa quando un uomo politico o un personaggio pubblico viene coinvolto in una indagine giudiziaria. Viene accusato di qualche reato. Quando i giornalisti gli chiedono qualcosa sulla vicenza, lui o lei molto spesso rispondono in questo modo:

Sono sereno!

Come a dire: non mi preoccupo, perché sono innocente. Credo nella giustizia e alla fine la verità uscirà fuori e si vedrà che sono innocente.

Questa frase però: “sono sereno” negli ultimi anni si usa molto meno rispetto a prima, e c’è un motivo ben preciso.

La questione risale al 17 gennaio 2014. Enrico Letta era il presidente del consiglio italiano. Il Governo da lui presieduto sembrava in pericolo perché un suo collega di partito, che si chiama Matteo Renzi, politico molto noto in Italia e in tutto il mondo, sembrava essere interessato a diventare lui il presidente del Consiglio prendendo il posto di Enrico Letta.

Quel giorno però in una trasmissione televisiva, Renzi volle rasserenare, rassicurare Letta, cioè volle tranquillizzarlo, e perciò disse: disse la seguente frase rivolta al suo collega di partito:

Enrico stai sereno!

Come a dire: Enrico, non preoccuparti, perché io non ho nessuna intenzione di far cadere il tuo governo. Quindi Enrico stai sereno

 Solo un mese dopo quella dichiarazione però nacque il Governo Renzi. Quindi forse non doveva stare così sereno Enrico Letta.

Da allora, ogni volta che un italiano pronuncia la frase “stai sereno” si pensa a quell’episodio e si dà alla frase il significato opposto. Si usa anche per scherzo, per farsi due risate, quindi si usa di proposito questa frase, proprio per essere ironici, anche al di fuori della politica. Naturalmente i più giovani, che non si interessano  di politica, non sanno nulla di questa storia e non ci troverebbero nulla da ridere.

Per un non madrelingua credo comunque sia interessante sapere cosa si nasconde a volte dietro una frase apparentemente molto semplice.

Ci vediamo al prossimo episodio.

465 per scrupolo

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Sapete cos’è lo scrupolo? Se sei una persona scrupolosa lo devi sapere!

Cominciamo da qui allora. Una persona scrupolosa è una persona potremmo dire attenta, ma non nel senso di concentrata, ma una persona che ci tiene particolarmente a fare le cose per bene. È una persona che è attenta a non trascurare le cose importanti e spesso anche le cose che sembrano meno importanti ma che però, secondo lei, potrebbero essere più importanti di quello che sembra. O importanti per altri e non per sé stessi. Allora, per scrupolo, è meglio curare anche questi aspetti.

Avete capito che l’essere scrupolosi non è una brutta cosa, è fondamentalmente un pregio, e possiamo sicuramente annoverare questo aggettivo come positivo, ma c’è una componente di ansia verso il fare tutto per bene, verso l’adempimento al proprio dovere nel miglior modo possibile. Anche solo per non avere pensieri preoccupanti in futuro.

Questo potremmo chiamarlo “spiccato senso del dovere”, “attenzione verso tutte le cose”, ma appunto c’è un po’ di preoccupazione, di inquietudine e di ansia, appunto.

La locuzione “per scrupolo“, che ho usato prima, è spesso usata da chi ha un atteggiamento scrupoloso.

Se io ad esempio faccio un errore in un episodio, un membro dell’associazione potrebbe dirmi:

Rafaela: Che facciamo, glielo diciamo a Giovanni che ha fatto un errore in un episodio? Magari si offende, però è importante correggere gli errori. Io per scrupolo glielo dico, tanto sono sicuro che capirà.

In questo esempio, chi ha parlato si è fatto venire uno scrupolo: glielo dico o non glielo dico?

Si usa anche in questo modo lo scrupolo. “Farsi venire uno scrupolo” o “porsi uno scrupolo” o semplicemente “farsi uno scrupolo” .

Significa pensare a qualcosa che potrebbe essere importante e il fatto stesso di porsi il problema, senza trascurarlo, senza far finta di niente, senza dire che non è importante, questo stesso fatto è “farsi uno scrupolo“.

Uno scrupolo nasce, o viene, nel momento in cui viene in mente una cosa che non sai se trascurare oppure no.

In questi casi sorge anche un dubbio, c’è incertezza, ma quando decidiamo di non trascurare questa cosa, lo facciamo per scrupolo.

Se vedo una persona che mi sembra un po’ pallida in viso, forse credo che stia male, allora dico: come stai?

Mi è venuto lo scrupolo di farle questa domanda, perché aveva il viso pallido.

Per scrupolo, mi sono detto, meglio che chiedo, non si sa mai…

Gli scrupoli quindi, avendo molto a che fare con i dubbi, sono tipici delle persone che mettono sempre tutto in discussione, e anche di quelle che si preoccupano molto, o che sollevano sempre incertezze, e sono anche anche tipici delle persone altruiste, che pensano al prossimo e che si pongono spesso il problema che le proprie azioni possono danneggiare gli altri.

C’è chi si fa molti scrupoli, (cioè chi si fa venire molti scrupoli) ma c’è anche chi non si fa mai scrupoli. Queste persone vanno dritte per la loro strada e spesso danno consigli di questo tipo agli altri:

Non devi farti scrupoli! Perché ti stai facendo tutti questi scrupoli?

Vale a dire: non porti dubbi, domande, preoccupazioni eccessive. Non avere remore. Non ti fare problemi, non pensare troppo alle conseguenze delle tue azioni. In poche parole “non farti scrupoli“. Questa è un’espressione piuttosto forte perché chi non si fa scrupoli generalmente si intende come una persona fredda, cattiva, senza affetti, nella vita, negli affari, al lavoro. Stanno ovunque le persone senza scrupoli. E’ molto simile  all’essere spregiudicati, perché anche queste non stanno molto attente alle conseguenze delle proprie azioni, ma anche e soprattutto per sé stesse. Questa è la differenza. Senza scrupoli invece è molto più simile a “senza remore“. Anche questa l’abbiamo già spiegata.

Tornando a “per scrupolo“, Espressioni simili sono:

Per sicurezza

E anche:

Nel dubbio

A scanso di equivoci

Per non saper né leggere né scrivere

Queste ultime due, come ricorderete, le abbiamo già trattate. E c’è anche un bell’episodio che riguarda i dubbi in generale.  Ci sono differenze ovviamente. “A scanso di qualcosa” si usa più per evitare qualcosa, per scansare qualcosa, mentre l’ultima espressione (per non saper né leggere né scrivere), oltre che più colloquiale, si usa sopratutto per stare al sicuro, per cautelarsi verso qualcosa di incerto e spesso è anche sintomo di furbizia, Lo scrupolo invece oltre ad essere meno informale, sottolinea maggiormente a volte la preoccupazione, altre volte l’attenzione a non trascurare cose importanti. Spessissimo è una forma di attenzione verso altre persone.

Ecco, direi che dopo aver spiegato “per non saper né leggere né scrivere“, “a scanso di” e “senza remore” ho ritenuto, per scrupolo, di spiegarvi anche l’espressione “per scrupolo”.

In questo modo probabilmente, riuscirete a usar bene ogni modalità nel modo più opportuno.

E voi siete persone scrupolose?

Lejla: Ho una curiosità: vi viene mai lo scrupolo di chiudere sempre il gas e l’acqua prima di andare in vacanza?

Ulrike: io sempre, acché possa stare tranquilla per tutta la vacanza.

Natalia: io a volte me ne dimentico. Ma tanto che vuoi che succeda?

Monica: e fu così che trovò la casa allagata…

464 lì per lì

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Ieri abbiamo visto la locuzione per e si è detto che si usa, nel linguaggio informale, per indicare un preciso momento, quello appena prima che qualcosa accada, anche se poi non accade più.

Oggi vediamo invece la locuzione lì per lì, quasi uguale. Cambia solamente la posizione del termine “per“.

Stavolta, invece di indicare un momento precedente, indichiamo un momento successivo, vicino, troppo vicino a qualcosa che è accaduto, qualcosa di inatteso, di inaspettato. Questa è la cosa più importante.

Infatti quando usiamo li per lì, il motivo è che questa cosa accaduta ci coglie impreparati, e spesso non sappiamo cosa fare, oppure non abbiamo il tempo per pensare. Non abbastanza almeno.

Vediamo qualche esempio:

Ieri ero nel parco a fare una passeggiata e ad un certo punto un cane ha iniziato ad abbaiare ed io ho iniziato a correre d’istinto. Lì per lì ho avuto paura e non sapevo che altro fare.

Oppure: la mia fidanzata ha chiesto di sposarmi, e io lì per lì non sapevo cosa rispondere perché non me l’aspettavo.

Insomma, lì per lì si può usaee ogni volta che dobbiamo reagire ad un evento che non ci aspettiamo e non riusciamo perciò a dare la risposta migliore, ad agire a nostra volta nel modo migliore. Ovviamente parliamo di qualcosa di accaduto nel passato, anche recente ma pur sempre passato.

Allora se qualcosa accade proprio adesso? A volte capita di ascoltare “qui per qui“, ma ‘espressione da usare in questo caso è: “su due piedi“, che in realtà potete sempre usarla, anche per il passato. Potete dire ad esempio:

Su due piedi non sapevo cosa fare

Se parlare di un episodio avvenuto nel passato.

Oppure:

Su due piedi non so cosa fare.

Parlando del presente.

Questa è sicuramente un’espressione meno colloquiale rispetto a “lì per li” e potete usarla in ogni contesto. Vediamo un esempio di come usarle entrambe in uno stesso discorso:

So cosa accade quando una persona ti chiede di sposarti. per lì non sai cosa dire. In realtà, basterebbe rispondere in questo modo:

Cosa? Così, su due piedi, non so. Fammici pensare un po’.

Oppure puoi dire semplicemente di sì 🙂

Irina: oppure si potrebbe rispondere: sposarmi? No grazie, non è proprio cosa!

Ulrike: oppure anche così: ok, ma come la vedi se aspettiamo che finisce la pandemia?

Mariana: in effetti fare un bel pranzo di nozze non è fattibile adesso.

463 lì lì per

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Sapete la differenza tra lì lì per e li per lì?

No? Allora la prima ve la spiego subito. “Lì per lì” la vediamo nel prossimo episodio.

Si tratta di due locuzioni diverse, anche se apparentemente simili.

Lì lì per (lì – con l’accento – ripetuto due volte) si usa per indicare un momento preciso: il momento immediatamente precedente a quando accade qualcosa. A volte questa cosa accade, altre volte non accade più. In genere però non accade più, perché, anche se non è necessario, accade qualcosa che lo impedisce. Qualcosa di inaspettato.

Ad esempio:

Stavo lì lì per uscire, quando ha suonato il telefono.

Significa che un attimo prima che io uscissi ha suonato il telefono. Non importa se poi io sono uscito o meno. La cosa importante è che io stavo per uscire, proprio in quel momento quando ha suonato il telefono.

È ammesso usare il verbo essere oppure stare:

Ero lì lì per…

Stavo lì lì per…

Notate che si aggiunge sempre “per” seguito dal verbo all’infinito,che indica l’azione imminente. Imminente significa che stava per accadere.

Volendo si può anche dire:

Stavo quasi per uscire…

Stavo in procinto di uscire…

Mi accingevo ad uscire…

Stavo proprio per uscire…

Sapete che il termine “lì” serve a indicare un luogo. È analogo a “qui”, solo che qui è più vicino rispetto a lì.

Se raddoppio lì diventa lì lì, che come si è visto perde il significato di indicare un luogo è invece indica un momento preciso.

Si usa spesso quando si racconta qualcosa che è accaduto. Si può usare col verbo al presente, ma generalmente si usa quando si parla del passato. In questo caso si può usare l’imperfetto o il passato prossimo, e, se parlo di tanto tempo fa, anche il passato remoto:

Stavo lì li per prendere l’aereo, quando ho sentito un’esplosione.

Più volte sono stato lì lì per sposarmi.

Fui lì li per essere catturato dai soldati tedeschi, ma riuscii a scappare.

Adesso ripassiamo qualche episodio già spiegato, molto importante per non dimenticare espressioni o locuzioni che stavate lì lì per dimenticare.

Mariana: anche laddove dimenticassi qualche espressione, prima o poi, a tempo debito viene ripassata alla fine di questi episodi.

Anthony: certo. Qualche volta può accadere di non ricordare tutto. Ma non rischiamo assolutamente di iniziare ogni volta da capo a dodici.

Allora

Allora (scarica audio )

Avete mai pensato a tutti i diversi utilizzi del termine “allora”?

No? Allora li vediamo oggi in questo episodio. È una delle parole più usate della lingua italiana.

In tal caso

Il primo modo l’ho appena usato. Significa “in tal caso“, “in questo caso“. Naturalmente è un modo colloquiale per esprimere lo stesso concetto. In questo modo possiamo usarlo anche quando si propone un’alternativa o quando cambiamo idea o programma:

Domani piove? Allora non potremo andare al mare.

Non mi ami più? Allora addio!

Intercalare

Un secondo modo è quando allora viene usato come intercalare, e non ha un senso preciso. A volte dobbiamo iniziare a raccontare qualcosa di complesso, un discorso articolato, che ha bisogno di essere pensato e organizzato. Si usa anche se vogliamo guadagnare tempo, tipo “vediamo un po’… “, “ascoltate“, “stavo pensando che…”. Spesso preannuncia anche all’ascoltatore che bisogna prestare attenzione perché non è un discorso facile. Sempre colloquiale comunque. È simile a “dunque” in molti casi. Altre volte è come “, quindi“, “perciò” e simili.

Es: Allora (dunque), quello che sto per dirvi è molto complicato. Allora (quindi) è bene ascoltare con attenzione

Poi, a quel punto

Altre volte somiglia più a “poi”, “successivamente”, o “a quel punto”, o anche “al che“. In pratica serve ad anticipare qualcosa che viene dopo.

Lei mi ha detto che mi amava e allora io le risposto che l’amavo anch’io.

Ricapitolare

Altre volte serve a ricapitolare, o a riprendere un discorso interrotto.

Allora, i punti salienti sono i seguenti…

Allora, dove eravamo rimasti?

Allora, riprendiamo il discorso di prima.

Curiosità

Si usa spessissimo con gli amici in diversi modi.

Per fare domande che esprimono curiosità:

Allora? Che mi racconti di bello?

Allora? Com’è andato l’esame di italiano?

Lamentarsi

Possiamo usare allora anche per lamentarci. Se una persona ti guarda, ti fissa intensamente, questo può farti innervosire e tu puoi chiedere a questa persona:

Allora? Che hai da guardare?

Se aspetti il tuo amico che non arriva puoi chiamarlo e dirgli:

Allora? Ti vuoi sbrigare?

Concludere

Si usa anche alla fine di qualcosa, un incontro, una spiegazione ecc. spesso sempre nelle domande:

Allora? Avete domande?

Allora che ne pensi della mia fidanzata?

A volte esprime stanchezza, sempre in un momento finale:

Allora che facciamo? Ce ne andiamo?

Altre volte si usa solo per avere una conferma. Siamo sempre alla fine di qualcosa.

Allora ci vediamo domani?

Il tempo

Un altro uso di allora, completamente diverso, è relativo al suo significato di “a quel tempo“, “in quel periodo“, “in quegli anni” quando parliamo di molto tempo fa.

Ricordo di quando era viva mia nonna. Allora non c’erano i telefonini.

Quindi: a quel tempo, in quegli anni, non c’erano i telefonini.

Un uso, simile al precedente, è al posto di “di quel tempo“, “di quel periodo”, “di quegli anni”.

Si usa così quando parliamo di una persona che, in un periodo passato che conosciamo, occupava una certa carica:

Era il 1982 e l’Italia vinse i mondiali di calcio. L’allora presidente della repubblica era Sandro Pertini. E l’allora allenatore dell’Italia era Enzo Bearzot.

Quindi in questo caso significa: il presidente di quel tempo, il presidente di quel momento. Si deve sempre apostrofare allora in questo modo: “l’allora” e poi far seguire la carica, il titolo ricoperto: l’allora direttore, l’allora presidente eccetera.

Posso comunque anche invertire:

Il presidente di allora (o d’allora) era Giovanni = l’allora presidente era Giovanni = Allora il presidente era Giovanni

Il Direttore di allora era Paolo = l’allora direttore era Paolo = Allora il direttore era Paolo.

Quando “allora” si riferisce al tempo, si utilizza anche in altri modi:

Da allora:

Anche nel 2006 l’Italia vince il mondiale di calcio, ma da allora non abbiamo più vinto.

Fino ad allora:

domani andremo a pranzo fuori, ma fino ad allora non potremo uscire di casa.

Vedete che in questo caso allora non indica un momento passato, bensì futuro. “Fino ad allora” significa quindi “fino a quel momento”,”fino a quel giorno”.

Per allora:

Nel 1988 ho acquistato il mio primo telefonino. Per allora sembrava modernissimo, ma adesso…

Quindi “per allora” sta per “per quel periodo”, “considerato il periodo”, in confronto ad oggi. Si parla del passato. Per, volendo, possiamo anche toglierlo.

Volendo si può usare anche indicando un momento futuro:

Sembra che dopodomani pioverà, ma per allora dovremmo aver terminato i lavori nel nostro giardino.

Quindi avete capito che quando parlo di allora riferito ad un tempo passato o futuro, sappiamo di quale momento stiamo parlando. Lo dobbiamo specificare sempre in un momento precedente.

All’ora o allora

Un ultimo avvertimento: Attenzione a non confondere allora, un’unica parola, con all’ora, due parole con in mezzo l’apostrofo. Stessa pronuncia ma significato diverso.

In tal caso si parla di velocità: vado a 100 km all’ora.

In realtà all’ora con l’apostrofo può anche avere il significato di indicare un momento preciso, una precisa ora. All’ora in questo caso è la forma apostrofata di “alla ora”.

Ci vediamo domani alla stessa ora di oggi.

Che può diventare:

Ci vediamo domani all’ora di oggi

Esercizio di ripetizione

Bene, allora che ne dite se facciamo un esercizio di ripetizione?

Allora? Ti vuoi sbrigare?

Allora mi racconti com’è andata?

Allora che ve ne pare della mia nuova auto?

Allora, ascoltatemi bene…

Da piccolo giocavo con i soldatini. Allora ero veramente senza pensieri.

Si dice che nel 2100 riusciremo ad andare su Marte. Peccato che allora non ci sarò più.

Allora vuoi andare più piano? Stai andando a 200 all’ora!

Allora ragazzi, l’episodio finisce qui.

Allora allora

Ah no! Mi stavo quasi per dimenticare che possiamo anche raddoppiare allora:

Se lo facciamo, si indica un momento preciso che conosciamo nel passato e solo nel passato. Molto colloquiale.

Es:

quando sono entrati i ladri in casa, io ero uscito allora allora.

Significa “pochissimo tempo prima”, “proprio qualche attimo prima”.

È analogo a “lì lì“, “lì per lì” e “adesso adesso” ma di questo ce ne occupiamo in altri episodi.

Adesso è l’ora dei saluti.

Voi adesso potreste rispondere: Alla buon’ora!

Anche quest’ultima espressione la vediamo prossimamente.

Un saluto da Giovanni.

462 Acché

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Oggi vorrei spiegarvi una congiunzione particolare, e lo farò acché il vostro livello di conoscenza della lingua possa migliorare.

Acché è la congiunzione di cui vi parlavo, che si scrive in una sola parola, con un accento acuto sulla e finale, similmente a dacché, giacché, perché, poiché, granché, sicché, affinché eccetera.

Acché è equivalente a affinché. Si può usare quindi tutte le volte che specificate il motivo per cui fate o dite qualcosa, o il motivo per cui debba accadere qualcosa, oppure per specificare un obiettivo da realizzare, l’obiettivo da raggiungere, la finalità da perseguire con una azione. Acché è un po’ più formale, quindi si usa generalmente in contesti importanti.

Spesso si usa anche perché nello stesso modo. Che voi usiate perché, affinché o acché, ricordate però che si usa sempre il congiuntivo. Vediamo qualche esempio:

Bisogna accelerare le vaccinazioni, acché le persone siano al sicuro dal virus

 Bisogna quindi accelerare le vaccinazioni, in modo tale da mettere al sicuro la popolazione

 Bisogna accelerare le vaccinazioni, perché le persone siano al sicuro 

 Bisogna accelerare le vaccinazioni, affinché le persone siano al sicuro 

Si può sostituire volendo anche da “in modo da” e come avete visto, in questo caso non si usa il congiuntivo.

Voglio sottolineare ancora una volta che acché si scrive tutto attaccato. Infatti quando si scrive in due parti: “a che”, sebbene la pronuncia sia la stessa, il senso cambia:

Ad esempio: “Avere a che fare” e  “avere a che dire”, “avere a che vedere” hanno un significato diverso che vedremo in altri episodi. 

Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, acché possiate ricordare senza sforzo le questioni ivi spiegate. Ascoltiamo Irina.

Irina: Innanzitutto voglio dire che è solo il mio tentativo di incorporare le nuove parole. Non so se la cosa lederà gli interessi di qualcuno o meno. Comunque la mia illusione di poter imparare la grammatica italiana ha portato una pura delusione . La verità è che tutti i miei errori elidono le mie aspettative. Alludo al fatto di forse essere un po’ dura di comprendonio. Ma cosa ne dite voi, forse devo eludere i pensieri negativi e sforzarmi fino alla fine?

Ebbi a dire

Ebbi a dire (scarica audio)

ebbi a dire

Buongiorno a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com. Io sono Giovanni, piacere di conoscervi per chi mi ascolta per la prima volta.

Oggi ci occupiamo di un argomento molto particolare, legato al verbo dire.

Voi adesso potreste chiedervi: cosa c’è da dire su questo verbo?

C’è da dire molto, in particolare riguardo alla differenza che esiste tra:

Avere a dire

Avere da dire

Avere da ridire

Avere a che dire

Sapete che il verbo dire significa esprimere un concetto a voce, esprimere un’idea, e si usa spesso anche per riportare esattamente le parole usate e per chiedere di esprimere un’opinione:

Io dico di no

Gianni dice di essere d’accordo

Perché dici questo?

Che ne dici?

Che hai detto?

Eccetera

Però si può usare anche anteponendo il verbo avere al verbo dire: in questo episodio vediamo “avere a dire“. Nei prossimi vediamo altre forme simili.

Avere a dire è una forma un po’ vecchiotta, arcaica ma ancora in uso in certi contesti. Si usa però nella pratica quasi solo col passato remoto e molto più raramente con altre forme:

Io ebbi a dire
Tu avesti a dire
Lui/lei ebbe a dire
Noi avemmo a dire
Voi aveste a dire
Loro ebbero a dire

Es:

La volta scorsa Giovanni ebbe a dire che non era d’accordo con noi.

In quell’occasione, ricordo bene che ebbi a dire che non c’era nessun pericolo.

Maria ha avuto a dire che nessuno è indispensabile in questa azienda.

Ma perché si fa questo? Perché non si dice semplicemente “disse”, “dissi” , “ha detto”, eccetera.

Si fa soprattutto per evidenziare ciò che è stato detto, a volte come forma di rispetto, altre volte per dare ufficialità ad una dichiarazione, ma più di frequente rappresenta un modo formale e comunque in uso solo in certi ambienti, semplicemente per citare una dichiarazione, solo per far riferimento ad essa, per ricordarla, o anche per lodarla. Altre volte per contestata, per criticarla:

Parlando di un argomento qualunque:

Vi ricordo quanto già ebbi a dire qualche anno fa in proposito.

Significa semplicemente: vi ricordo ciò che dissi qualche anno fa su questo argomento. È più formale però. Spesso si aggiunge anche il luogo o l’occasione in cui questa dichiarazione è stata fatta:

Come ebbe a dire il nostro presidente nel corso dell’incontro con tutti i membri, per imparare l’italiano, l’importante è ascoltare cose interessanti.

Quindi: come disse quella volta, in quell’occasione il nostro presidente, ma voglio dare risalto alla frase, come a sottolineare quel momento.

Come aveste a dire anche voi però, bisogna avere anche pazienza, perché non si impara una lingua in una settimana.

Qualcuno, ricordo, ebbe a dire che non aveva tempo per ascoltare. Che sciocchezza!

Qui invece c’è un po’ di polemica, quindi si vuole evidenziare la cosa a questo scopo. Sempre abbastanza formale come forma comunque.

Qualcuno “disse” è molto più usato naturalmente.

Ma questa modalità di anteporre il verbo avere non riguarda solo il verbo dire.

Si usa anche con altri verbi, sempre all’infinito e sempre in sostituzione del passato remoto come nel caso del verbo dire.

Giovanni ebbe a soffrire per la scomparsa del suo gatto.

Cioè Giovanni soffrì.

Io ebbi a manifestare a Giovanni tutto il mio dispiacere perché quel gatto anche a me piaceva molto.

Molte volte, da giovane, ebbi a piangere per delusioni d’amore.

Più volte avesti a ricordarmi i miei doveri

In passato avemmo a frequentare brutte persone.

Le aziende ebbero a beneficiare di tante leggi a loro favore

Una volta esistevano tante idee diverse riguardo terra e all’universo, idee che poi ebbero a convergere grazie alle scoperte scientifiche

Molte persone ebbero a testimoniare in quel processo

Anche queste sono modalità per evidenziare in modo formale e arcaico un fatto – in questo caso – e non una dichiarazione come col verbo dire.

Prima ho detto che si usa soprattutto il passato remoto del verbo avere, ma capita di usarlo anche in altro modo, ma difficilmente col verbo dire:

Stiamo inquinando troppo. Prima o poi avremo a pentircene.

Cioè: ci pentiremo di questo, arriverà il momento in cui ce ne pentiremo. Solo più formale.

Vi faccio una domanda: se aveste a rifare la stessa vita che avete fatto, rifareste gli stessi errori?

Cioè: se doveste rifare la stessa vita, se vi capitasse di rivivere, se viveste nuovamente.

Il verbo avere, in generale, usato in questo modo, non si usa in realtà con molti verbi, ma è bene che almeno conosciate l’utilizzo più frequente, cioè quello con il verbo dire.

Allora, nei prossimi episodi vedremo anche avere da dire, avere da ridire e avere a che dire.

Per ora se volete possiamo esercitare la pronuncia con qualche frase che vi invito a ripetere:

Io ebbi a dire.

Una volta ebbi a dire di volermi licenziare.

Avesti a dire

Ricordi quando avesti a dire che non parlo bene l’italiano?

Ebbe a dire

Mia moglie una volta ebbe a dire che io la tradivo.

Avemmo a dire

Lo scorso anno, durante la riunione, avemmo a dire che c’erano problemi economici.

Aveste a dire

Qualche volta aveste a dire che avevate dubbi sulla nostra onestà. Ve lo ricordate?

Ebbero a dire

Era molto tardi e era buio, ma i poliziotti ebbero a dire che la nostra macchina andava troppo veloce.

Abbiamo finito.

Spero non abbiate a dire che gli episodi di italiano semplicemente siano troppo lunghi.

461 Calare le braghe

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Vi auguro che nessuno, nella vita, vi dica mai che avete calato le braghe di fronte a qualcuno. Ma soprattutto spero non lo facciate mai.

Ma cosa significa?

Iniziamo dalle braghe o brache. Si tratta dei pantaloni. In realtà si tratta di un antico indumento maschile, simile ai pantaloni di oggi.

Togliersi le brache allora significa togliersi i pantaloni. Ok, ma quando si parla di braghe o brache si usa generalmente il verbo calare o calarsi le braghe, che indica il gesto di far scendere i pantaloni verso il basso. Calare infatti significa far scendere in basso.

Calarsi, riflessivo, indica il far scendere i propri pantaloni, restando in questo modo con i pantaloni abbassati, calati, scesi.

Ebbene, avete intuito che calare/calarsi le braghe ha un senso figurato oltre che un senso proprio.

Infatti ha il seguente significato: arrendersi, rinunciando alle cose più importanti.

Ma quando si usa?

Si utilizza molto spesso nella politica, per muovere una critica, quindi per criticare qualcuno che, senza vergogna, rinuncia a tutto ciò che sembrava importante per lui, tutto ciò a cui teneva. E perché lo fa? Perché questa persona si cala le braghe? Questo sembra qualcosa di molto grave, perché significa rinunciare a ciò in cui si crede per qualche motivo.

Quando si calano le braghe lo si fa sempre a favore di altri, che quindi hanno la meglio, riescono a prevalere su chi si cala le braghe.

Ma allora calare le braghe significa perdere?

No, piuttosto si vuole sottolineare la vergogna, il valore morale legato alla rinuncia dei propri interessi, evidentemente senza ragioni, almeno senza una ragione valida, ammesso che esista una ragione valida per rinunciare alle proprie idee e valori.
In realtà un motivo c’è sempre quando si calano le braghe.

Nella politica questo è sempre legato al potere, e per raggiungere il potere a volte si accettano soluzioni, scelte, che in teoria sono inaccettabili, ma in pratica accade che alcuni politici, per ottenere parte del potere, per contare qualcosa, accettano di calarsi le braghe e rinunciare ai propri valori più importanti.

Se pensate all’immagine che ne esce fuori, non è certo piacevole e dà l’idea di spogliarsi di qualcosa. In qualche modo i pantaloni rappresentano i valori, le idee che venivano sostenute.

Calando le braghe si rinuncia a queste idee. C’è chi ci vede anche un riferimento sessuale, ma il senso è quello di cedere, di dichiararsi battuti, di rinunciare a una pretesa o anche a un diritto. Spesso lo si fa per accettare un compromesso. In ogni caso, la cosa che veramente conta è che ci si arrende con poca dignità perdendo così anche la credibilità.

Ripasso delle lezioni precedenti

Mariana: ragazzi, vi rendete conto che siamo alla puntata numero 461?

Ulrike: Vuoi che io non sappia che fra poco arriveremo alla puntata 500? Quella puntata sicuramente sarà il fior fiore della rubrica!

Anthony: Ma veramente non riesco a capacitarmene! Sei proprio votato a creare contenuti per aiutare gli stranieri ad imparare l’italiano!

Rafaela: dobbiamo un plauso a Gianni che è proprio degno di nota. Poi se riusciamo ad imparare tanto italiano quanto ci insegna, di certo, il nostro italiano non sarà una ciofeca.

Hartmut: al di là del fior fiore di episodi presenti sul sito, ci torna utile chiamare in causa le sette regole d’oro inculcandoceli con la pratica. Sono un binomio inscindibile con l’apprendimento.

Irina: Zitti zitti anche noi però ci siamo ascoltati quasi 500 episodi della rubrica di due minuti! Nientepopodimeno che 500! Gianni non solo è votato alla causa di italiano semplicemente ma ci prende alla sprovvista, ogni due per tre con le sue idee. Non ne è mai sguarnito. Ci sa fare, appunto. Personalmente ho una indefessa speranza che non smetta mai. Sfido chicchessia a dire il contrario!

460 Da capo a dodici

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Quando dobbiamo andare in un luogo, ad esempio a Roma, partendo da Berlino, usiamo, come sapete, le preposizioni da e a.

Vado da Parigi a Bruxelles

Parto da Parigi per andare a Vienna

Eccetera.

Accade la stessa cosa nell’espressione “da capo a dodici“, un’espressione colloquiale che si usa di solito non quando parliamo di un viaggio, piuttosto quando si parla di un percorso, nel senso più ampio del termine.

Parliamo di un percorso inteso come una qualunque attività che inizia, prosegue e prima o poi termina.

Durante il percorso si fanno delle cose, si fatica, si perde tempo, si studia, ci si applica, si parla, si comunica, si raggiungono obiettivi intermedi, si passa insomma, impiegando risorse di vario tipo, da una tappa all’altra, fino a raggiungere un risultato. Questo è l’obiettivo finale di un qualsiasi percorso.

Allora l’espressione da capo a dodici si usa quando questo percorso si interrompe e bisogna iniziare da capo (due parole) o daccapo (un solo termine), cioè dobbiamo iniziare di nuovo, dobbiamo iniziare nuovamente, dal principio.

In questi casi si usa spesso dire “essere da capo a dodici” o “ricominciare da capo a dodici”, “stare da cappa dodici”, “ritrovarsi da capo a dodici”.

Siamo sempre un po’ irritati quando pronunciano questa frase, perché è faticoso ricominciare daccapo. Però dobbiamo farlo.

Qualcosa è andato storto e ha compromesso tutto. Bisogna ricominciare.

Un’espressione nata a Roma ma si comprende e si usa in tutt’Italia.

Es:

con queste varianti del covid, dopo tutta la fatica fatta dai cittadini, rischiamo di ritrovarci da capo a dodici.

Rischiamo quindi di iniziare tutto daccapo: chiusura totale, non si può uscire da casa, niente lavoro eccetera.

Il senso è che non è servito a nulla quanto fatto finora. Rischiamo di tornare al punto di partenza.

So che state pensando al perché del numero dodici, ma è presto detto: il nunero dodici è lo stesso dei mesi dell’anno.

Avete mai avuto problemi tecnici col telefonino? Ad un certo punto trovate la soluzione dopo una lunga ricerca e tanta fatica. Poi un bel giorno scoprite che il problema torna a manifestarsi nuovamente: siete da capo a dodici!

Bogusia: La prima grana di Mario Draghi.
Gli impianti sciistici in Italia, se la stanno vedendo veramente brutta. Si dà il caso infatti che, gli imprenditori si siano preparati per la riapertura degli impianti e siano rimasti piuttosto male del nuovo stop arrivato proprio a ridosso dell’apertura . È stata una bella mandrakata far entrare  Draghi nel governo, dice qualcuno. Però a me, memore* di ciò che ho detto l’altro giorno, *si pone* di nuovo la domanda, adesso ne vedremo delle belle , ancora di più? Sulla scorta delle notizie che ci giungono, si potrebbe dire che Draghi, politico vecchio stampo, senza social affatto, se ne freghi di apparire di continuo o di ricevere il plauso o meno. Sarò stata ingenerosa? C’è poca indulgenza da parte mia? Può darsi. Ma bisogna mettersi anche nei panni degli imprenditori che erano felici di riprendere a lavorare e adesso si trovano di nuovo da capo a dodici.

459 La supercazzola

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Ciao a tutti. Oggi vorrei parlarvi dalla supercazzola, che si scrive tutto attaccato perché è unica parola.

È una parola introdotta dal mondo del cinema, dal film “amici miei” del 1975.

Il termine indica una frase senza significato, composta mettendo insieme parole esistenti o inventate.

È una specie di scherzo, ma se una frase di questo tipo viene inserita in un discorso con un tono sicuro, l’interlocutore, anziché chiedersi il significato di questa frase, le dà ugualmente un senso, cerca cioè di interpretare la frase alla luce del contesto in cui ci troviamo e del tono usato.

In effetti se ci pensate capita spesso di non comprendere tutte le parole di una frase e spesso evitiamo di chiedere di ripetere. Crediamo di aver capito abbastanza per rispondere.

Ma la supercazzola è appositamente senza senso, e l’obiettivo è di imbrogliare, di prendere in giro la persona con cui parliamo.

Proprio questo era l’obiettivo della supercazzola nel film. Prendere in giro. Una burla insomma.

Il termine supercazzola è poi uscita dalla pellicola ed è entrata nel linguaggio informale, con un uso un po’ diverso, quello dalla fregatura, del raggiro.

Non è più una semplice presa in giro, uno sberleffo, ma più in generale, si riferisce a un uso della parola, orale o scritta, con l’obiettivo di imbrogliare il prossimo, di far credere qualcosa, di intortare qualcuno.

Ho detto “intortare”.

Ecco, il verbo intortare rende molto bene il senso della supercazzola.

Intortare significa cercare di convincere, di persuadere qualcuno a fare qualcosa o semplicemente a credere qualcosa, con un preciso scopo egoistico. La torta in effetti non c’entra nulla.

Non ti far intortare! Non credere alle sue parole. È una supercazzola!

Allo stesso modo si usano i verbi abbindolare e imbrogliare, o anche il simpatico verbo infinocchiare, che, come intortare, si riferisce all’uso delle parole per dare delle fregature.

Quindi in pratica la supercazzola è il nome che si dà alla fregatura, che si racconta.

Attenzione a non confondere la supercazzola con la cazzata, termine con cui spesso si indica una bugia, una cosa non vera, detta più per ignoranza, senza necessariamente esserci la volontà di raggirare, di dare una fregatura, ingrediente fondamentale per la supercazzola. A differenza delle cazzate, intese come sciocchezze, stupidaggini, spesso le supercazzole sono invece molto ingegnose. 

Possiamo usare questo termine, certamente informale, in modo molto ampio, ogni volta che si ascolta una frase che risulta conveniente per chi parla, che evita un problema a chi parla, mentre sembra, ma è solo un’apparenza, vantaggiosa per chi ascolta.

Un politico: Votatemi alle prossime elezioni, e io eliminerò le tasse per tutti

Un commerciante: Se acquistate il mio prodotto, non avrete più problemi.

Un macellaio: Mangia tanta carne se vuoi vivere più forte e più a lungo.

Dopo queste supercazzole ascoltiamo il ripasso di alcune espressioni già spiegate.
Ulrike: credo che riascolterò questo episodio. Tanto c’è il lockdown e non si può uscire.
Mariana: ah sì ? Tanto vale allora fare anche un bel ripasso.
Anthony: così riusciremo a giostrarcela meglio tra i 450 episodi passati

Me o mi

Me o mi?

Mi e me (scarica audio)

Sai distinguere me da mi?

Si. Certo. Mi esercito tutti i giorni con l’italiano.

Mi fai un esempio allora? Me ne fai almeno uno?

Ok: a me piace molto la pasta. La pasta mi piace molto.

Me ne fai un altro?

Ok: mi ricordo che una volta me ne sono andato di casa.

Perché te ne sei andato?

Mi ero stufato di mia moglie.

Cosa?

Non hai capito? Mi sono spiegato male? Vuoi che te lo ripeta?

No, non me lo ripetere, ho capito. Ma tua moglie?

Anche mia moglie mi ha chiesto il perché.

E tu?

Io me ne sono restato in silenzio e poi me ne sono tornato a casa

Ah, non me ne avevi parlato. E lei?

Lei poi mi ha lasciato. Allora, hai capito la differenza tra me e mi?

No, ma ho capito la differenza tra te e lei!!

Me la spieghi?

A me sembra ovvia. Mi pare strano che tu me lo chieda.

A me no! Mi aspetto che tu lo faccia.

Dunque: a me sembra che tu sia pazzo. Questo mi sembra.

E lei invece?

Lei mi sembra una persona normale, perché adesso sta con me e non più con te.

Ah ecco. Mi sembrava! A me comunque non importa perché a me sembra sia molto tempo che non mi ama più.

A me invece mi ama. Questo almeno mi dice….

Che ci vuole?

Che ci vuole?

Quanto ci vuole a ascoltare un episodio di 1 minuto?

Ci vuole un minuto. Occorre un minuto.

Ci vuole tanto tenpo? No, ci vuole solo un minuto.

È per farlo? Ci vuole competenza per fare un episodio così? Si, ci vuole competenza. Ce ne vuole molta.

Ci vuole anche coraggio? No, non ci vuole coraggio. Non ce ne vuole di coraggio.

È necessario avere competenza per fare un episodio di un minuto?

Si, è necessario. Bisogna avere competenza.

È necessario anche avere coraggio?

No, quello non è necessario. Non ci vuole coraggio, ma solo competenza. E a te basta un minuto per ascoltarlo. Ci vuole solo un minuto.

E adesso ci vuole un bel caffè!

Quando ci vuole, ci vuole!

Non sai fare il caffè ☕?

Dai, ma che ci vuole!! È facile!

Me ne

Me ne

Come si usa “me ne“? Vediamo qualche esempio usando il presente, il passato e il futuro. Prova anche tu.

Me ne vado

Me ne sono andato

Me ne andrò

Me ne accorgo

Me ne sono accorto/a

Me ne accorgerò

Me ne ricordo

Me ne sono ricordato/a

Me ne ricorderò

Me ne frego

Me ne sono fregato/a

Me ne fregherò

Me ne dimentico

Me ne sono dimenticato/a

Me ne dimenticherò

Me ne compiaccio

Me ne sono compiaciuto/a

Me ne compiacerò

Me ne innamoro

Me ne sono innamorato/a

Me ne innamorerò

Me ne dai cinque

Me ne hai date cinque

Me ne darai cinque

Quanto tempo ci vuole?

Quanto tempo ci vuole?

Quanto ci vuole?

Stasera dovete andare a cena da un amico.

Il vostro amico vi chiede: quanto tempo impiegherai per arrivare a casa mia?

Se si tratta di 10 minuti circa, ad esempio, ci sono molti modi per rispondere. Ecco i più utilizzati:

1. Impiegherò 10 minuti circa

2. Ci impiegherò 10 minuti circa

3. Ci vorranno 10 minuti circa

4. Mi ci vorranno 10 minuti circa

5. Ci metterò 10 minuti circa

6. Più o meno 10 minuti

Quanto ho impiegato a fare la spiegazione?

1. Ho impiegato circa 2 minuti

2. C’ho impiegato circa 2 minuti

3. Ci sono voluti circa 2 minuti

4. Mi ci sono voluti circa 2 minuti

5. C’ho messo circa 2 minuti

6. Circa/più o meno 2 minuti

Anzi no!

Ce ne ho messo uno.

Ho impiegato solo 1 minuto

Stare in campana

Stare in campana (scarica audio)

Vi hanno mai consigliato di stare in campana?

Ma che significa? Devo stare in campana? Cioè?

Tranquilli, significa semplicemente “stai attento/a“.

Un’espressione informale sicuramente, ma molto diffusa in tutt’Italia.

La campana 🔔 infatti suona, e in particolare può essere utilizzata per far suonare un allarme.

Stai in campana significa infatti “stai in preallarme”, o meglio ancora “stai all’erta“.

È un invito, un consiglio che si fa ad una persona quando potrebbe accadere qualcosa, quindi occorre stare attenti, non rilassarsi troppo, non distrarsi, perché potrebbe essere necessario reagire immediatamente, oppure potrebbero esserci problemi.

È un preallarme dunque, non proprio un allarme.

Questo è importante sottolinearlo, quindi non è proprio come “stare attenti” che si può riferire anche ad un pericolo immediato.

Ancora più informalmente si può pronunciare una sola parola: occhio 👁!! Anche in questo caso tuttavia il pericolo è quasi sempre immediato:

Occhio, ché se cadi ti fai male!

Stai in campana quando guidi, ché se ti distrai potresti andare fuori strada.

Stai all’erta, ché se perdi l’aereo il prossimo volo è tra due giorni.

Va bene, grazie, starò in campana!

Un ultimo avvertimento.

Come ho detto prima, stare in campana è equivalente a stare all’erta.

Allora vi do un consiglio: state in campana quando scrivete all’erta, perché in questo caso si scrive con l’apostrofo e se state facendo un esame questo è importante.

Infatti allerta, senza apostrofo, esiste, ma è un sostantivo che indica sempre un preallarme, come ad esempio l’allerta meteo, cioè l’allerta per una possibile condizione metereologica negativa: temporale, pioggia, forte vento eccetera.

Invece, quando si invita una persona a “stare all’erta”, scritto con l’apostrofo, si tratta di una locuzione avverbiale. Significa stare vigili, guardinghi, attenti a ciò che può accadere.

Quindi si usa il verbo stare, nel senso di rimanere, restare, proprio come “stai attento” o “stare in piedi”.

Quindi prima nasce all’erta con l’apostrofo e solo successivamente il sostantivo allerta, tutto attaccato, senza apostrofo dunque:

Per domani allerta meteo, venti forti e temporali.

Ah, state in campana anche a quando usate il plurale del sostantivo allerta , che è sempre allerta: l’allerta al singolare, le allerta al plurale o anche gli allerta, se preferite.

Al plurale molto spesso si trova anche “le allerte” ma si tratta di un errore. Sarebbe al massimo “le allerta”.

Riguardo al genere, ho detto che potete scegliere, infatti c’è chi dice che allerta sia maschile, e altri che sia femminile. Allora il plurale è “gli allerta” oppure “le allerta“.

Non preoccupatevi del genere comunque. Maschile o femminile va bene lo stesso. È invece facile sbagliarsi sul plurale.

State all’erta dunque, anzi, in campana!

458 Un granché

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  • Ricordate la locuzione “un certo non so che“?
    Ce ne siamo già occupati, sempre all’interno della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
    Ebbene, questa locuzione, che se ricordate sottolinea qualcosa di vago, diciamo un’impressione non ben definita, è sempre preceduta da “un“.
    Questa locuzione in realtà è abbastanza flessibile, perché ci sono più modi di usare “che” in questo modo:
    un che, un non so che, un certo non so che.
    Ad esempio la forma più semplice, che è anche la più utilizzata, è “un che“, seguita sempre dalla preposizione “di”.
    Il viso di Maria ha un che di angelico.
    Il tono della tua voce ha un che di polemico.
    Il tuo viso ha un che di tua madre.
    Significa semplicemente “qualcosa“, che noi non riusciamo bene, per il momento, a identificare, a definire.
    Ma l’argomento di oggi è la locuzione “non è un gran che” dove che viene usato in modo simile.
    Si usa quando qualcosa o qualcuno non ci piace molto: ci aspettavamo di più.
    Non è un gran che significa non è niente di eccezionale.
    Granché si può scrivere anche in una sola parola, scritta però con l’accento acuto finale.
    Si usa quasi esclusivamente in frasi negative, proprio per evidenziare la non eccezionalità.
    Non è un granché significa non è bellissimo, non è un capolavoro, non è meraviglioso, eccetera.
    Si usa anche “una gran cosa” al posto di “un granché“, e in questo modo posso usarla anche in frasi non negative.
    Quindi se mi piace la tua idea, non posso dire “la tua idea è un granché”, ma posso dire “la tua idea è una gran cosa”.
    Se invece non mi piace molto posso usare entrambe le forme.

    Credevo non fosse un granché la tua idea.
    Invece adesso che me l’hai spiegata bene, credo sia una gran cosa!

    Si usa anche senza “un” quando si tratta di una quantità invece che una qualità, sempre in frasi negative:
    Non sei granché onesto con me.

    Quindi è come dire che non sei stato molto onesto.

    Mettere “un” quindi, oppure non metterlo, può fare la differenza:

    Questa pasta non è un granché.
    Questa pasta non è granché
    Nel primo caso la qualità è scarsa, nel secondo la quantità è scarsa: è poca pasta.

    A volte è la stessa cosa:

    Questa automobile non l’ho pagata (un) Granché.
    Si parla in questo caso sempre di una spesa non elevata.

    Infine, abbiamo visto insieme anche l’espressione ” niente di che“, assolutamente equivalente a ” non è un granché” sia che io lo scriva in due parole o usando granché con l’accento.

    La differenza è che “niente di che” si presta maggiormente ad essere usata come esclamazione:

    Domanda: Com’era il film?
    Risposta: Niente di che!

    La frase generalmente termina lì.
    Invece usando granché:

    Il film non è un granchéIl film non è granché interessanteNon c’è granché da aggiungere a questa spiegazione.
    Allora ripassiamo, parlando di impeachment.

    Flora: come si potrebbe tradurre impeachment? Il termine “accusa” non mi torna molto.

    Hartmut: si tratta di una accusa particolare, un’accusa in virtù di una cattiva condotta, insomma, per essersi comportati male, dal punto di vista dei doveri istituzionali.  Senz’altro è successo qualcosa di molto grave.

    Ulrike: molto grave certo. Non è un provvedimento pro forma sicuramente. D’altronde, che vuoi, bisogna mettere dei paletti a certi comportamenti.

    Anthony: ma per Trump potrebbe essere il colpo di grazia.

    Emma: e dire che poteva vincere nuovamente le elezioni nel 2020. Vi rendete conto?

    Komi: questi ripassi mi piacciono proprio. Sono un esercizio che per niente lascia il tempo che trova.

    Olga: Ogni tanto è il caso di rispolverare delle nostre ormai vecchie frasi.

    Anthony: Sì! Ormai di frasi, appunto, ce ne sono ben più di quattrocento! Vai a capire come siamo arrivati a così tante!

    Olga: E se non le continuiamo a ripassare, quando ci troviamo a tu per tu con un madrelingua italiano, saremo costretti ad andare a tentoni.

    Sofie: Ma dimmi tu! Come facciamo a ricordarle tutte? Ci vorrà una vera e propria mandrakata!

    Irina: Chiedi a Giovanni che la sa lunga in termini di disciplina. Ti dirà sicuramente di darti una regolata con la grammatica e invece continuare a seguire le sette regole d’oro dell’associazione Italiano Semplicemente .

    457 Alludere, eludere, elidere, deludere, ledere e illudere

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    Che differenza c’è tra i verbi alludere, eludere, elidere, deludere, ledere, illudere? Sono molto simili nella scrittura e nella pronuncia.

    Eludere lo abbiamo visto due episodi fa della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

    Oggi vediamo velocemente questi verbi, simili nella scrittura ma che sono in realtà molto diversi nel significato.

    Ve lo spiego velocemente e poi farò un esempio usando tutti i verbi in questione.

    Alludere indica una allusione, quindi quando si allude a qualcuno o qualcosa si fa un riferimento ad una persona o a qualcosa. Quando si allude, si fa un accenno velato, non evidente a cose o persone che non si vogliono nominare. Ma spesso è chiaro a chi o a cosa si allude. È simile a riferirsi, ma l’allusione è un riferimento poco evidente, nascosto di proposito.

    Eludere significa, come si è visto, evitare, in genere con malizia, furbizia o con destrezza qualcosa o una persona. L’elusione, pensate un po’, è persino un reato, perché si riferisce al mancato pagamento delle tasse.

    Elidere indica invece una elisione. Ha tutto un altro significato. Significa cancellare, ma più annullare, eliminare. Di solito si tratta di una eliminazione “a coppia”, dovuta a qualcosa che annulla gli effetti di un’altra.

    Generalmente quindi ci sono due cose che si elidono a vicenda.

    Deludere e quindi la delusione, indica un’aspettativa che, quando non è rispettata, genera un sentimento negativo, quindi c’è delusione quando c’è un risultato contrario a speranze e previsioni.

    Ledere significa invece danneggiare, quindi provocare una lesione, più morale o economica o nei diritti che materiale.

    Non devi ledere i miei interessi

    Hai leso i miei diritti

    La lesione della dignità umana

    Infine illudere è simile a deludere, perché una delusione mette fine a una illusione, cioè all’aver desiderato qualcosa che poi si dimostra contraria alla realtà. L’illusione proviene dalla nostra mente, mentre la delusione è una conseguenza della realtà.

    Io posso illudere una persona, cioè farle credere qualcosa, farle sognare qualcosa, ma posso anche illudermi da solo. È simile ad ingannare.

    Vediamo un esempio con tutti questi verbi.

    Inutile illudersi che l’essere umano riuscirà a mettere fine all’inquinamento del pianeta. Dovremmo velocemente stravolgere il funzionamento della nostra società e questo andrebbe a ledere troppi interessi.

    I politici spesso eludono le domande che riguardano le promesse non mantenute in questo ambito, e anche se ci sono alcuni uomini consapevoli che si impegnano in campo ambientale, i loro risultati positivi si elidono facilmente con quelli in senso opposto, che anzi, per ora hanno la meglio. E non solo i politici i colpevoli…

    Alludo alle grandi aziende che producono milioni di tonnellate di plastica. Non vorrei deludervi, ma siamo in una strada senza uscita.

    E dopo questo bel messaggio di ottimismo, ripassiamo qualche puntata precedente.

    Mariana: cosa si potrebbe fare per elidere in toto il problema dell’inquinamento?
    Irina: in toto? Cambiare pianeta! Tanto non c’è più niente da fare.
    Dorothea: mi piace l’idea di cambiare pianeta, ma se tanto mi dà tanto, nel giro di 30 anni saremmo nella stessa situazione. Riusciremmo a fare tesoro degli errori commessi sulla Terra?
    Ulrike: Hai ragione Dorothea. Allora bisogna subito mettere dei grossi paletti alle aziende più inquinanti. Non ce ne possiamo fregare.
    Natalia: Dovremmo guardare al futuro dei nostri figli e nipoti, anche se per noi il problema non si pone.

    456 Al netto di

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    Sapete la differenza tra peso netto e peso lordo? Siamo generalmente in un ambito commerciale, perché quando pesate una qualsiasi merce, questa merce è di solito in un contenitore, e anche questo contenitore ha un suo peso. Quindi in genere pesando un qualsiasi prodotto, ciò che pesate generalmente è il peso lordo, cioè il peso complessivo. Il peso del contenitore è compreso in questo peso lordo. Ma se tolgo il contenitore e peso nuovamente il prodotto, ciò che resta è il peso netto. Ciò che ho tolto invece è la tara, cioè il peso del contenitore.

    Se quindi mi chiedi: quanto pesa questo computer?

    Io potrei rispondere:

    Al netto del contenitore pesa 500 grammi.

    Questa espressione significa: se considero solo il computer, senza considerare il contenitore, il peso è 500 grammi. Ho in pratica fatto una sottrazione: peso lordo meno la tara (il contenitore).

    La stessa espressione “al netto di” si usa però non solo quando parliamo di peso, ma in generale quando vogliamo escludere qualcosa in termini di quantità, quando non vogliamo considerare qualcosa. Facciop sempre una sottrazione, ma stavolta di denaro.

    Ad esempio, se ho un negozio, se sono cioè il proprietario di una attività commerciale, parlando di denaro, se qualcuno mi chiede:

    Quanto guadagni con il tuo negozio?

    Posso dire:

    Al netto delle spese guadagno 1000 euro al mese.

    Quindi questo significa che ho sottratto le spese. 

    Notate che “netto” è un aggettivo che significa (tra le altre cose) anche “pulito“. Non a caso esiste la “nettezza urbana” che si occupa della raccolta dei rifiuti urbani nei comuni italiani. La nettezza urbana contrinbuisce a mantenere puliti i comuni.

    Sapete che anche quando devo indicare  un peso netto, cioè senza il contenitore, o una cifra netta, senza le spese, senza costi, si parla spesso di “peso pulito” anziché “peso netto”:

     Se compro un pesce in pescheria, in genere si parla di “peso pulito” del pesce, cioè una volta che il pesce è stato pulito, cioè eliminando le parti che non si mangiano.

    Ugualmente parlando di soldi:

    il guadagno pulito di questo mese è stato di 1000 euro. Si intende il guadagno netto, cioè al netto delle spese.

    Questo prodotto costa 10 euro al netto delle imposte.

    Vale a dire che se consideriamo le imposte, il prezzo aumenta, e magari diventa 12 euro. 

    Altre volte il senso di “al netto di” è leggermente diverso, perché indichiamo non sempre ciò che togliamo, tipo al netto delle tasse, al netto della tara eccetera, ma vogliamo dire che il numero che indichiamo è comunque un numero che si ottiene come differenza, quindi questo numero si indica come “al netto di” un altro numero che non viene indicato ma che è importante sottolineare:  

    Ad esempio:

     Oggi in Italia ci sono 10 ricoverati in meno in terapia intensiva per Covid, al netto di 100 nuovi ingressi.

    Anche in questo caso parliamo di quantità

    Questo significa che ieri magari i ricoverati erano 1000, oggi sono 990, quindi sono diminuiti di 10, ma questo non significa che 10 persone sono guarite. In realtà queste 990 persone di oggi non sono esattamente le stesse persone di ieri. Infatti ho detto che sono 10 in meno “al netto di” 100 nuovi ingressi. Quindi 100 di questi ricoverati sono entrati oggi in terapia intensiva. Allora questo significa che  qualcuno è uscito dalla terapia intensiva: si tratta di 110 persone, 10 in più di quelle entrate. Appunto. E come si esce dalle terapie intensive? O si guarisce o si muore.

    Quindi è vero che oggi ci sono 10 ricoverati in meno di ieri, e questa è una bella notizia, ma è bene dire che  questo dato è un dato che non considera  chi esce e chi entra ma solo il saldo,  la differenza. Anche in questo caso si dice “al netto di“. E’ un modo per dire: questo è un saldo, una differenza tra due numeri, come tra il peso lordo e la tara.

    Altri esempi, stavolta senza numeri. Qui il senso della frase può essere a volte diversa.

    Vediamo:

    Sapete che gli iscritti al Movimento 5 stelle sono stati chiamati ad esprimersi sul nuovo Governo. Sono d’accordo? I capi del movimento lo sono, ma non sappiamo ancora se lo sono anche gli iscritti al movimento. Allora posso dire che:  

    Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, al netto del voto degli iscritti.

    Cioè: Il Movimento 5 stelle formerà un nuovo Governo, sempre che gli iscritti sono d’accordo.

    Si tratta di qualcosa di importante da evidenziare che nella prima parte della frase non abbiamo considerato.

    Notate che quando non si parla di quantità, l’espressione “al netto di” è molto simile a “al di là” che abbiamo già spiegato nell’episodio 193. Spesso diventa anche “al netto di tutto“, che è è proprio come “al di là di tutto“.

    Vediamo qualche altro esempio:

    Mario, al netto degli ultimi litigi, alla fine sposerà Chiara, perché in fondo sono molto innamorati.

    Come dire: non consideriamo i litigi, mettiamoli da parte. Separiamo queste due questioni.

    Ho sempre detto che studiare solo la grammatica non serve a imparare una lingua, ma al netto di ciò, quello che veramente è importante è ascoltare e parlare, ripetere, sbagliare e riprovare.

    Anche qui voglio separare due questioni: la grammatica e il resto. Allora “al netto di” qualcosa è anche simile “a prescindere da” questo, un’espressione che ho già spiegato e che potete ascoltare nuovamente. 

    Al netto della mia fede calcistica, credo che Maradona sia stato un grande calciatore.

    Come dire: mettiamo da parte la mia fede calcistica, la squadra del mio cuore, perché non c’entra con il mio giudizio.

     Al netto delle mie preferenze politiche, credo che il partito X abbia dimostrato più coerenza degli altri.

    Vedete quindi che, come la tara e il peso netto, si tratta sempre di cose da tener distinte.

    Ora, al netto della lunghezza della mia spiegazione che ha ampiamente superato la durata prevista, spero sia riuscito a spiegare bene, anche al netto di qualche errore di battitura che potrei aver commesso.

    Ulrike: io sono ampiamente soddisfatta, sarebbe ingeneroso dire il contrario.

    Natalia: sì, anch’io, purché non diventi un’abitudine fare episodi così lunghi.

    Anthony: benché, bisogna dire che ci sono persone alle quali vanno più a genio episodi più lunghi,

    Bogusia: Ivi inclusa la sottoscritta

     

     

     

    455 Eludere, ineludibile

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    Oggi voglio spiegarvi un verbo e un aggettivo. Si tratta di eludere e ineludibile.

    Vediamo qualche esempio:

    Dei ladri sono entrati nella mia villa in campagna, eludendo le telecamere di sorveglianza.

    Tanti italiani hanno eluso il fisco portando i loro soldi a Lussemburgo

    Le varianti del Corona virus potrebbero eludere i vaccini

     Dunque eludere significa evitare, sfuggire. 

    I ladri che eludono le telecamere di sorveglianza non si fanno riprendere da queste telecamere, e lo fanno volontariamente, con furbizia. Nell’elusione c’è sempre la volontà, la volontarietà, spesso la malizia, la furbizia.

    Infatti spesso si parla di eludere le tasse, i pagamenti, i controlli della polizia, appunto, le telecamere. 

    Ma si può eludere anche una domanda, facendo il furbo, o facendo finta di niente. In questo caso si evita di dare una risposta. In questi casi si ha un comportamento elusivo.

    Quindi a volte si usa anche nel senso di sottrarsi a un obbligo o ad un impegno.

    Io eludo le tasse per non pagarle

    Tu eludi una domanda per non rispondere

    Lui elude le telecamere per non farsi riprendere

    Noi abbiamo eluso i controlli della polizia scappando!

    Voi avreste voluto eludere la legge

    Loro scappano dalla polizia e vorrebbero eludere la giustizia.

    Proprio per questa malizia e furbizia che si usa, spesso significa “prendersi gioco” di qualcuno o qualcosa. Infatti proprio questa è l’origine di eludere: prendersi gioco. 

    A volte però qualcosa non si può eludere, neanche usando tutta la furbizia del mondo. Siamo di fronte a qualcosa di ineludibile, come i ripassi finali alla fine di ogni episodio. Ascoltatene uno allora.

    Irina: sebbene il tempo sia sempre risicato per me, non posso eludere la tua richiesta.

    Natalia: a me fa piacere ripassare, specie se nel frattempo sorbisco un buon caffè americano. 

    Bogusia: Bene, ti risparmio di assaggiare quello che ho fatto io con la moka. E’ venuto una vera ciofeca.

    Dorothea: anche il mio non è niente di che comunque. 

    Ulrike: Forse andava pressato meno? Cosa ne dici Giovanni?

    Giovanni: non so, dovrei assaggiarlo per dirlo. Ma in questi casi meglio farne un altro. In questi casi però non posso dire che è meglio “eludere il caffè” fondamentalmente perché non c’è nessuna furbizia o malizia in questo. In generale non è escluso che un oggetto o una persona non possano essere elusi. Ad esempio si può “eludere un ostacolo” in mezzo alla strada, per evitare di prenderlo, di colpirlo e farsi male. Anche un colpo si può eludere: un colpo di pistola, di arma da fuoco o da taglio, o un calcio o un pugno. Queste sono tutte cose che possono essere eluse. Oltre alla malizia e alla furbizia può allora essere una questione di destrezza, di abilità

    Vi è mai capitato che qualcuno, vedendovi da lontano, cambi strada per non incontrarvi? Forse non lo sapevate, ma siete stati elusi! 

     

     

    Italiano Professionale – lezione 31: Conflitti lavorativi

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    Descrizione

    Lezione 31 del corso di Italiano Professionale

    Parliamo dei conflitti lavorativi, qualcosa che può accadere e accade in effetti in tutti gli uffici del mondo, prima o poi. 

    454 Mettere dei paletti

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    Non so se vi sia mai capitato di incontrare il termine paletti, soprattutto nell’espressione “mettere dei paletti

    Si tratta di un’espressione che vale la pena di inserire nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente proprio perché è adatta a molti contesti diversi.

    Mettere dei paletti ha prima di tutto un senso proprio.

    I paletti sono dei pali, cioè delle assi di legno che vengono piantati a terra, cioè infilati nel terreno.

    Questo si fa in agricoltura per delimitare i terreni di proprietà, quindi si mettono dei paletti intorno al proprio terreno, con della rete tra un palo e l’altro.

    Queste recinzioni fatte con i pali e la rete servono anche per rinchiudere gli animali e formare un recinto che impedisce agli stessi animali di uscire.

    In senso figurato il senso non è molto diverso, infatti significa stabilire dei confini relativamente al comportamento delle persone. Si dice anche fissare o stabilire dei paletti con lo stesso significato.

    Stabilire dei vincoli, mettere dei confini, fissare delle regole: si tratta di paletti non materiali, bensì nel comportamento, quindi parliamo di un’imposizione di limiti a qualcuno. Si impongono dei limiti.

    Si dice: questo si può fare ma quest’altro no.

    Ad esempio una mamma potrebbe dire:

    Irina: Mio figlio esce tutte le sere e rientra a casa quando vuole. Non deve sottostare a nessuna regola.

    Un altro genitore potrebbe rispondere:

    Komi: Io invece no, perché se non metto dei paletti, mio figlio non studia più e poi prende una brutta piega.

    Anche dire semplicemente dei no significa mettere dei paletti.

    I figli devono imparare cosa si può fare e cosa invece è meglio non fare, e per questo i genitori spesso mettono dei paletti, fissano dei limiti da non superare.

    L’espressione si può usare, come avete ascoltato, in genere quando si parla di figli, per aducarli a comportarsi bene, ma si può usare anche in altre occasioni in cui si avverte il bisogno di imporre dei limiti al comportamento di qualcuno.

    In ufficio ad esempio, ci sono persone sempre disponibili ad aiutare i colleghi, e puoi entrare quando vuoi nel loro ufficio e chiedere loro aiuto. Loro non si lamentano mai.

    La disponibilità è sicuramente un pregio, una caratteristica positiva, ma se non si iniziano a mettere alcuni paletti, qualcuno sicuramente si approfitterà di questa disponibilità e non si riescirà a far bene il loro lavoro per aiutare sempre gli altri.

    Quali possono essere questi paletti? Ad esempio, si può rispondere: posso aiutarti dopo le 16, ché ho 10 minuti liberi. Prima devo finire un lavoro urgente.

    A me ad esempio non c’è nessuno che mi mette paletti, e la conseguenza è che gli episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente durano sempre un po’di più di due minuti.

    Hartmut: però almeno così, se tanto mi dà tanto, impariamo di più.

    Rafaela: poi questa strategia che abbiamo messo a punto per non dimenticarci degli episodi passati ha il suo perché.

    Il predellino – POLITICA ITALIANA (Ep. 2)

    Il predellino

    Il predellino (scarica audio)

     

    Tutti gli episodi della rubrica

    Trascrizione

    Nella politica italiana si sente abbastanza spesso parlare del predellino, un termine che anche se tradotto in altre lingue non aiuta certamente a capire.

    Infatti il predellino è semplicemente uno scalino, un gradino sul quale si poggia il piede per salire su una carrozza, su un treno o un altro veicolo.

    Esistono anche i predellini intesi semplicemente come gradini, per rialzarsi, usati ad esempio dalle persone anziane, che non possono usare una normale scala.

    Uno di questi predellini divenne famoso in Italia, quando, nel 2007, accadde che Silvio Berlusconi, uomo politico e imprenditore italiano molto famoso, salì proprio sul predellino della sua automobile e appoggiò le mani sul tetto della macchina.

    Non era in realtà un vero predellino, ma lo usò proprio a questo scopo: per andare più in alto.

    Non salì quindi sul predellino per entrare nell’automobile, bensì per stare ad un’altezza maggiore, affinché tutti intorno a lui potessero vederlo.
    Si trovava in una piazza di Milano molto famosa, nel centro della città, e fece un annuncio: annunciò la nascita di un nuovo partito politico: il popolo delle libertà.
    Questo annuncio venne fatto non durante un congresso, una riunione di partito, e neanche ospite di una trasmissione televisiva.

    Berlusconi preferì invece farla in mezzo alla sua città, in mezzo alla gente che lo acclamava.

    Da quel giorno il termine predellino viene usato molto spesso nel linguaggio della politica e quel discorso è ricordato come “il discorso del predellino“.

    Oggi, ogni volta che un personaggio politico fa un importante annuncio in pubblico, non quindi all’interno dei palazzi della politica, si parla sempre di discorso del predellino, oppure si fanno confronti con quel famoso annuncio del 2007 fatto da Silvio Berlusconi. In genere se ne parla con toni ironici, per prendere in giro il politico protagonista di volta in volta.

    Può capitare di incontrare il termine “predellino” o la frase “salire sul predellino”.

    Sappiate quindi che si tratta sempre di quel discorso del 2007, o anche volendo di un’altra dichiarazione politica importante, che può essere la nascita di un nuovo partito o una nuova leadership; ma la cosa che conta è che questa dichiarazione viene fatta fuori dai luoghi istituzionali ma in mezzo alla strada, con l’obiettivo probabilmente di apparire più vicini ai bisogni della gente.

     

    453 Risicato

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    Non so se vi ricordate, ma qualche tempo fa vi ho spiegato l’espressione “chi non risica non rosica“.
    In questa espressione abbiamo visto che il verbo risicare viene in questo caso usato al posto di rischiare.
    Infatti il senso della frase in questione è “chi non rischia non ottiene risultati”.
    Esistono anche però “risicato” e “risicata“, ed è vero che derivano dal partecipino passato del verbo risicare, ma in realtà questi due termini vengono usati nel linguaggio informale come aggettivi.
    Hanno un senso ben preciso: indica una quantità o una misura minima, appena sufficiente, limitata.
    Ma un’altra caratteristica è che spesso questa quantità o misura minima è stata raggiunta con fatica, o potrebbe non bastare, e spesso infatti non basta, perché è veramente esigua, sta ad un livello molto basso.
    Posso parlare di qualunque cosa:
    Se dico che:

    Il governo ha una maggioranza risicata

    Vuol dire che sommando tutti i voti a favore e sommando anche tutti i voti contro, la differenza è esigua.
    I voti a favore superano quelli contrari, ma di pochissimo.
    Si tratta di una maggioranza risicata, cioè appena sufficiente per governare.

    Quanti soldi abbiamo?
    Riusciamo a andare al cinema con i soldi che abbiamo?
    Non so, abbiamo una quantità risicata di denaro. Sicuramente non riusciremo a comprare anche i popcorn 🍿

    Quanto tempo abbiamo? Riusciamo a prendere l’aereo in tempo?

    Se disponiamo di un margine di tempo risicato, probabilmente potremmo riuscirci ma se non accade nessun inconveniente.

    Nel calcio, si parla spesso di vittorie risicate. Anche in questo caso si tratta calcolare una differenza: gol realizzati meno gol subiti. Si parla spesso anche di una vittoria di misura in questi casi, ma la vittoria di misura è semplicemente quella di un gol di scarto: 1-0 oppure 2-1 eccetera.
    Invece si parla di vittoria risicata quando ci si aspettava di più, oppure quando questa vittoria potrebbe non bastare per ottenere un risultato sportivo.
    Posso anche dire che nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente disponiamo di un tempo risicato per fare la Spiegazione, e infatti non riesco quasi mai a rispettare la regola dei due minuti.

    Adesso ripassiamo qualche puntata precedente. André dal Brasile ci parla della situazione politica italiana.

    André: ciao a tutti. Con una maggioranza risicata, tanto vale fare un nuovo governo giusto? Questo accade sempre quando non si riesce a fare incetta di voti. Questo sta accadendo in Italia e a me sinceramente non mi tange, in quanto brasiliano. Però credo che anche a molti italiani non vada a genio un governo che non riesca a prendere decisioni. Allora inutile puntare i piedi. Sicuramente adesso, forte dell’aiuto europeo, l’Italia si riprenderà facilmente. L’idea di chiamare Draghi alla guida del Governo comunque è veramente una Mandrakata!

    Risicato

    Il vallone dei mulini – le meraviglie d’Italia

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    Il Vallone dei Mulini è sicuramente una meta che vale la pena di visitare in Italia. 

    Si tratta di una valle. 

    In una valle di solito ci scorre un fiume o un corso d’acqua, poiché le valli si trovano sotto le montagne e hanno la forma di una striscia, una linea pianeggiante. 

    Il vallone è ugualmente una valle, ma stretta e molto profonda. Si possono chiamare anche “gole“. In effetti il termine “gola” è più diffuso in generale per questo tipo di insenature del terreno molto profonde, scavate dalle acque nel corso dei secoli. Esiste anche il termine “burrone“, abbastanza simile. 

    Quindi il Vallone dei Mulini è appunto un vallone, che si trova in Campania, la regione di Napoli, a pochissima distanza del centro di Sorrento. Precisamente questo vallone si trova nella “penisola sorrentina“.

    La penisole sorrentina è prima di tutto una penisola, proprio come l’Italia stessa.

    E’ quindi una striscia di terra che “entra” nel mare, ma non è circondata dal mare come le isole. E’ una delle principali mete turistiche della Campania, e ha due lati. Su un lato c’è la costiera sorrentina, e dall’altro forma la costiera amalfitana, che tra le altre cose è diventata patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO dal 1997.

    Il vallone dei Mulini si chiama così perché c’è un mulino, usato per macinare il grano, che molti anni fa era stato costruito proprio lì per utilizzare la potenza dell’acqua per far girare il mulino.

    Questo vallone non è ovviamente una zona abitata, soprattutto perché è molto umida. Ci sono comunque i resti di vecchi edifici del complesso industriale. 

    Questo clima comunque ha consentito la crescita di molte piante anche molto rare. Ci sono persino alcune  piante carnivore.

    L’esposizione solare e la presenza di moltissime piante conferiscono a questa valle un aspetto molto suggestivo. Infatti esistono moltissimi dipinti fatti ad ogni epoca da artisti di tutto il mondo.

     

    vallone dei mulini

    Il Colle – POLITICA ITALIANA (Ep. 1)

    Il Colle (scarica audio)

    Trascrizione

    Benvenuti in questa nuova rubrica di Italiano Semplicemente, dedicata questa volta alla politica italiana. Sono moltissimi i termini e le espressioni da spiegare e che spiegheremo perché potrebbero risultare abbastanza difficili da capire.

    In campo politico poi nascono continuamente neologismi e nuove espressioni.

    Iniziamo dal “Colle“. I non madrelingua sicuramente conoscono la collina, che sta in mezzo tra la pianura e la montagna. Si tratta comunque di un rilievo, diciamo di medie proporzioni: non molto grande, non come la montagna, non così in alto. Il colle sta dunque più in alto rispetto al terreno circostante ma più bassa delle montagne.
    Il colle è abbastanza simile alla collina, ma quando si parla di un colle, questo colle generalmente ha sempre un nome, o perché è l’unico colle di quella zona territoriale, o anche perché è noto per qualche motivo.

    La città di Roma è a volte detta anche “il Colle“. Così viene chiamata volte. Non è un caso che, molto più frequentemente Roma è chiama “la città dei sette colli“.
    Infatti a Roma ci sono sette colli famosi. Ognuno di questi ha un nome.

    Ma cosa c’entra la politica?

    C’entra, perché su uno dei sette colli di Roma sorge il palazzo che è sede del Presidente della Repubblica Italiana. Questo palazzo si chiama “Quirinale” e anche il colle sul quale si trova questo palazzo ha lo stesso nome. E’ evidentemente considerato il colle più importante, visto che viene persino detto “il Colle” nel linguaggio giornalistico politico.
    Vi dirò di più: la stessa presidenza della Repubblica viene indicata con questo nome: il Colle, che a questo punto, considerata l’importanza, va scritto con l’iniziale maiuscola: la “C” maiuscola.

    Questo significa che spesso si legge:

    Il Colle ha deciso di formare un nuovo governo (cioè la presidenza della Repubblica lo ha deciso)

    Per il Colle bisogna iniziare subito il dialogo politico

    Il presidente del Consiglio sale oggi al Colle (vuol dire he va al Quirinale, entra nel palazzo del Quirinale)

    Il prossimo anno ci saranno le elezioni al Colle

    Quindi ci si riferisce a volte al palazzo, altre volte alla presidenza come istituzione.

    452 In toto

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    Avete mai incontrato l’espressione “in toto“? E’ un’espressione che dà il senso di interezza. Infatti ha il significato di interamente, totalmente, completamente.

    Partiamo dal contrario: come sapete, il contrario di “completamente” è “parzialmente“, o anche “in parte“.

    Ebbene, “in toto” si usa soprattutto per sottolineare la completezza, l’interezza.

    Si usa più spesso in circostanze e situazioni poco informali, come ad esempio nel linguaggio medico, economico, politico, e in generale nel mondo del lavoro:

    Dopo l’incidente abbiamo dovuto asportare in toto la prostata.

    Asportare la prostata in toto significa asportarla tutta, per intero, non parzialmente, non in parte. 

    Oppure:

    A casa abbiamo rinnovato in toto l’impianto elettrico.

    Quindi lo abbiamo sostituito completamente.

    Le tasse dei cittadini sono utilizzate in toto per finanziare la spesa pubblica.

    Quindi nel caso dell’impianto elettrico, questo vuol dire che tutto ciò che serve per la diffusione dell’elettricità nella casa, è stato rimosso completamente, totalmente, è stato rimosso del tutto. L’impianto elettrico è stato rinnovato, cioè sostituito in toto.

    Notate che nel caso di “generalmente”, “completamente”, “totalmente” e anche “globalmente” ho due possibilità:

    Abbiamo rinnovato completamente l’impianto elettrico.

    oppure

    Abbiamo completamente rinnovato l’impianto elettrico.

    Posso cioè usare l’avverbio (qualunque esso sia) prima o dopo il verbo.

    Invece “in toto” si usa in genere dopo il verbo: abbiamo rinnovato l’impianto in toto, abbiamo usato i soldi in toto, è stato asportato l’organo in toto eccetera. Un po’ è la stessa cosa che avviene con gli aggettivi quando decidiamo di metterli dopo il sostantivo è perché vogliamo dare più importanza allo stesso aggettivo, come abbiamo visto nell’episodio n. 215. Lo stesso avviene con “in toto“.

    Un po’ più usato di “in toto” è “del tutto“, che comunque posso dire che è del tutto equivalente, se non fosse che “del tutto” fa parte del linguaggio di tutti i giorni e lo stesso non si può dire per “in toto”, che si usa prevalentemente in occasioni meno informali. Ad ogni modo si può usare sempre, come detto, anche solo per sottolineare la non parzialità, cioè la completezza.

    Ad esempio:

    Sono d’accordo in toto con te (tutto ciò che hai detto mi trova d’accordo)

    Aderisco in toto all’iniziativa (non ho nessun dubbio);

    Tutto il gruppo aderisce in toto (nessuno di noi è contrario);

    Gli studenti hanno partecipato in toto alla didattica a distanza (hanno partecipato tutti);

    L’ospedale è dedicato in toto ai malati Covid (l’ospedale è completamente dedicato al Covid).

    Quello che ha detto Giovanni corrisponde in toto alle dichiarazioni di Francesco (si tratta di due dichiarazioni identiche, che coincidono completamente).

    Ulrike: se tanto mi dà tanto, per domani mi aspetto un episodio sul totocalcio

    Irina: io invece me ne aspetto uno sul toto-ministri. Sarebbe veramente degno di nota. 

    Natalia: a proposito, ho saputo che è in partenza una nuova rubrica dedicata alla politica. Che voi sappiate è vera? 

    Flora: non saprei, ma mi piace l’idea, per me sarebbe benaccetta

    Bogusia: ho sentore che sia proprio così.

    Campa cavallo

    Campa cavallo ché l’erba cresce

    Avete perso la speranza?
    Pensate sia inutile aspettare?

    Allora adesso avete un modo simpatico per esprimere questo vostro pensiero:

    Campa cavallo!
    Questa è una frase che in realtà è la versione breve di una frase più lunga:

    Campa cavallo ché l’erba cresce!

    Adesso è un pò più chiara. Vediamo cosa significa e perché questa esclamazione indica la perdita di speranza.
    Campa è il verbo campare, che abbiamo incontrato in diversi episodi. Campare è come vivere, ma in genere significa vivere con difficoltà, o anche riuscire a vivere o a sopravvivere.
    Si dice al cavallo che deve campare, cioè vivere? E perché?
    Semplicemente perché deve aspettare che l’erba cresca, affinché possa mangiarla.
    Potete immaginare che l’erba non cresca così velocemente e il cavallo quindi non riuscirà a sopravvivere.
    Allora l’espressione “campa cavallo”, o la sua versione per esteso “campa cavallo ché l’erba cresce” è un invito ad aspettare qualcosa che non succederà mai.
    Si tratta di un invito ironico ovviamente.
    Un abitante della Corea del nord potrebbe dire: prima o poi avremo un governo democratico?
    Parlando seriamente si potrebbe rispondere:
    – per il momento mi sembra difficile.
    – credo ci sarà parecchio tempo da aspettare ancora
    – non mi sembra sia nell’aria
    – non mi sembra che ci siano le condizioni per una soluzione democratica nel breve e medio periodo.
    Se invece volete essere ironici potete rispondere:

    Campa cavallo!

    Notate poi una cosa: il ché della frase per esteso ha un accento. Infatti è simile a perché, affinché, dacché.
    Es:

    Ascoltare ancora questa spiegazione, ché dopo dovete lavorare.
    Diventate membri dell’associazione italiano semplicemente, ché non ce ne sono altre come questa.

    451 Tanto vale

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    Tanto vale

    Tanto vale

    Eccoci ad un altro esempio di come l’ordine delle parole è importante. Che differenza c’è tra vale tanto e tanto vale?

    Qui usiamo il verbo valere, che si può in generale usare in molti modi diversi, ma indica concetti simili: valore economico:

    Il mio cellulare vale 1000 euro

    Qualcosa di importante:

    Per me il tuo amore vale moltissimo  

    Un’utilità, una adeguatezza, un vantaggio:

    Vale la pena di spendere 1000 euro per un cellulare?

    Anche qualcosa che ‘può essere sufficiente, che può bastare:

    Il tuo gol valse il pareggio

    Il gioco vale la candela

    Essere leale, corretto, o il contrario:

    Hai fatto gol con la mano. Non vale!

    Allora, se torno al primo significato, e dico che il mio cellulare “vale tanto“, mi riferisco al valore economico: il mio cellulare ha un valore elevato, in termini di denaro, soldi.

    Invece “tanto vale“, “tanto valeva” e “tanto varrebbe”, sono locuzioni che si usano per indicare sempre qualcosa di inutile, e questo si fa facendo un esempio di come lo stesso risultato può essere raggiunto in modo molto più semplice, oppure semplicemente proponendo una soluzione migliore.
    Normalmente, in questi casi, si potrebbe semplicemente dire:

    Allora sarebbe meglio…
    In tal caso sarebbe stato meglio…
    Stando così le cose, forse la scelta sarebbe stata…

    Ma il modo migliore è usare “tanto vale”:

    Se non possiamo più vederci perché ti trasferisci in Cina per sempre, tanto vale lasciarci!

    Come a dire: inutile continuare: è meglio lasciarci. Soffriremmo inutilmente.

    Visto che devi acquistare una nuova auto, tanto vale prenderne una ecologica. Almeno è meno inquinante.

    Sei andato al parco a correre tutti i giorni per un anno? Tanto valeva ascoltare con le cuffie gli episodi di Italiano Semplicemente, almeno imparavi l’italiano e guadagnavi tempo.

    Con questa pandemia non viene nessuno al mio negozio. Tanto varrebbe tenere chiuso. 

    Attenzione adesso perché, ancora una volta, il modo di pronunciare la frase “tanto vale” può far sì che il senso sia simile a “vale tanto”, anzi, per la precisione, il senso può essere: “vale così tanto“, “vale proprio così tanto“. Suona come una conferma del valore economico, anche confrontando questo valore con un valore di altro tipo: utilità, caratteristiche, eccetera.

    Basta fermarsi un po’ sulla parola “tanto”.

    Es: Questa automobile l’ho pagata centomila euro e tanto vale!

    Notato il tono? Sto dicendo che è vero che l’auto costa molto, ma è anche vero che è un prezzo giusto in virtù delle caratteristiche dell’automobile. “Tanto”, in questo caso, è simile a “altrettanto“, che si usa spesso nei confronti.

    Ho messo in vendita la mia casa. Il prezzo è 300 mila euro perché tanto vale.

    Avete ancora un po’ di tempo? Allora tanto vale ascoltare un ripasso di qualche puntata precedente. 

    Rafaela: Nella nostra associazione c’è sempre tanto da fare. Ti dirò che non si lascia nulla di intentato per poter ingranare con l’italiano.
    Una puntata nuova ogni giorno, poi siamo chiamati a realizzare e a registrare un ripassino come questo e spesso ci scappa anche una parola misteriosa da indovinare: un giochino divertente che facciamo sul gruppo whatsapp.
    Nessuno si sente un’anima in pena però. Se qualcuno ha difficoltà a capire, nessuno oserebbe dire: “la cosa non mi tangeperché l’apprendimento di una lingua è un percorso a tappe e, con la lingua, al contempo si apprende anche la cultura del paese.
    Cercare di dividere i due aspetti è un tentativo che lascia il tempo che trova. Bisogna tener conto del fatto che è necessaria una vera e propria immersione nella lingua per non rimanere per sempre a carissimo amico e non andare a tentoni quando si cerca di capire un italiano quando parla.
    Bisogna dare fondo a tutte le forze, fermo restando che non si può dimenticare il divertimento.
    Già scalpito per quando partirò alla volta dell’Italia, ovviamente, previa vaccinazione!

    Giovanni: Grazie a Bogusia per aver realizzato questo bel ripasso e a Rafaela per averlo registrato. Ciao a tutti.

    450 Tanto piove o piove tanto?

    File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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    Avete mai pensato che l’ordine delle parole spesso è importante per capire il significato di una frase?

    A volte non solo è sbagliato invertire l’ordine di due termini, ma succede spesso che cambia completamente il significato.

    Vi faccio un esempio:

    Piove tanto

    e

    Tanto piove

    Piove tanto” significa che sta cadendo molta pioggia, che sta piovendo tanto, molto. Una grande quantità d’acqua.

    Invece “tanto piove“, non si utilizza allo stesso scopo.

    Se dico:

    Domani non possiamo andare al mare perché dobbiamo studiare.

    Poi vedo le previsioni del tempo e dico: vabè, tanto piove!!

    “Tanto piove” in questa frase esprime questo significato: non avremmo comunque potuto andare al mare, perché domani piove.

    Questo utilizzo del termine “tanto” non esprime quindi una quantità, ma serve a sciogliere un rapporto di causa-effetto, di causalità o una relazione che sembrava scontata.

    Spesso si usa ad esempio per evidenziare una cosa che sembrava importante e invece poi si dimostra inutile.

    Inutile che pensi al mare, tanto domani piove (o tanto piove domani)

    Non studiare, tanto sarai bocciato all’esame!

    Inutile che continui a insistere, tanto non ti amo!

    Lo so che sbaglio sempre la pronuncia, ma tanto prima o poi io riuscirò a parlare come un vero italiano!

    A volte, soprattutto in caso di sconforto, rassegnazione, non si aggiunge nulla dopo “tanto”:

    Ma perché non provi ancora con la tua fidanzata, anche se ti ha detto che non ti ama più!

    Risposta: tanto

    Come a dire: tanto è inutile, tanto sarebbe fatica sprecata.

    Notare come anche il tono della voce è molto importante per trasmettere il senso della frase.

    In questo caso particolare “tanto” funge da congiunzione e possiamo spesso usare, al suo posto, anche “perché”:

    Non vado al mare, tanto piove.

    Non vado al mare perché piove

    Ci sono tanti esempi nella lingua italiana in cui invertire due parole cambia completamente il senso della frase. Nel prossimo episodio vediamo un altro caso.

    Ad ogni modo se volete c’è un bell’episodio, molto completo, dedicato alla parola tanto.

    Date un’occhiata, tanto piove fuori. Dove dovete andare?

    Bogusia: sì, darò un’occhiata ma prima io sarei per riascoltare questo episodio almeno un’altra volta.
    Ulrike: due volte ok, ma di più proprio non è cosa. Devo fare un sacco di cose a casa.
    Sofie: non dirlo a me, che devo andare a fare la spesa settimanale prima che si accaparrino tutto al supermercato.
    Ulrike: eh infatti con la crisi è così. La gente ha paura di restare a mani vuote, ma a me la crisi non mi tange proprio.
    Bogusia: tu parli così perché non sei più nel fior fiore degli anni. Scusa la Sincerità.