A ritroso

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Trascrizione

A ritroso. Questa è l’espressione di oggi. Buongiorno a tutti da Giovanni e da italiano semplicemente.

A ritroso

L’espressione di oggi è abbastanza semplice, e credo sarà molto utile a voi stranieri che volete migliorare il vostro livello di italiano perché è una di quelle espressioni che difficilmente un italiano usa quando parla con una persona straniera.

L’espressione ha a che fare con il carattere di una persona, ma ancora più spesso si usa quando si parla di movimenti del corpo e anche di memoria.

Riguardo al primo aspetto, si dice che una persona ha un carattere un po’ ritroso, oppure che è ritroso o che il suo atteggiamento è un po’ ritroso, significa che questa persona è di carattere riservato, vale a dire che non parliamo di una persona molto espansiva ed estroversa, ma piuttosto di una persona introversa, riservata, che non ama molto comunicare con gli altri. Possiamo anche dire che questa persona è schiva, che tende a volte ad evitare le persone, a farsi i fatti suoi, in qualche maniera. Le persone schive sono persone ritrose, ma c’è qualcosa in più nella ritrosia.

Chi ha un atteggiamento di ritrosia, molto spesso fa opposizione, è contrario alle proposte che vengono fatte. Si usa molto più spesso la parola ritrosia però piuttosto che l’aggettivo ritroso.

Cos’è quest’ atteggiamento di ritrosia?

A volte si utilizza anche la scontrosità come caratteristica. Entrambe sono caratteristiche che si manifestano, si mostrano nei rapporti umani, nelle relazioni con gli altri.

Ricordiamoci la parola “contrario“, quando parlavo di atteggiamento contrario, oppositivo delle persone ritrose.

Ebbene, se davanti alla parola “ritroso” mettiamo la preposizione “a”, resta il senso della contrarietà, ma cambia il contesto.

Non parliamo più del carattere di una persona e del suo atteggiamento schivo e contrario, ma parliamo di un:

movimento a ritroso

Oppure di:

Procedere/andare a ritroso

Se parliamo di movimenti, andare a ritroso è muoversi a ritroso vuol dire fare un movimento all’indietro.

Il nostro corpo normalmente va in avanti giusto? Ebbene dobbiamo fare il contrario (ecco la parola che dovevate ricordare).

Camminare a ritroso è muoversi a ritroso è muoversi all’indietro. Quando si usa?

Ad esempio se sto visitando una città ed ho paura di perdermi per le strade della città,se ho paura di non ricordare più la strada per tornare indietro, in mancanza di una bussola per orientarmi o di un cellulare con Google maps, potrei decidere di andare a ritroso e di ripercorrere le stesse vie del percorso di andata. Ho detto ripercorrere, che inizia per “ri”, come “ritroso” o “ripetere”.

Andare a ritroso significa quindi andare indietro, muoversi all’indietro, ripetendo i movimenti al contrario.

Posso anche dire che oggi molti italiani vanno a lavorare all’estero in alcuni paesi, facendo a ritroso lo stesso percorso che qualche anno fa facevano i lavoratori stranieri: prima venivano loro in Italia alla ricerca di lavoro, partendo dal loro paese, oggi sono gli italiani che percorrono a ritroso la stessa rotta.

Questi sono esempi di movimenti fisici.

A ritroso, ad ogni modo, si usa molto più spesso in senso figurato. Si parla sempre di muoversi all’indietro, di spostarsi all’indietro, ma stavolta lo facciamo con la mente: andare indietro nel tempo, ripercorrere con la mente al fine di ricordare o di provare piacere. Si guarda indietro, in senso contrario quindi, nella memoria.

Facciamo qualche esempio:

C’è un film. In questo film viene raccontata la vita di una persona che oggi ha 80 anni. Posso dire che in questo film si fa un viaggio a ritroso nel tempo per riscoprire i momenti più belli della vita di quest’uomo. Un viaggio a ritroso nella sua adolescenza, un viaggio a ritroso nella sua città di origine, dove è nato, dove è cresciuto.

Oppure se mi sono dimenticato dove ho messo le chiavi di casa, potrei cercare di andare a ritroso per ricordare tutte le cose che ho fatto, ripercorrendo tutte le mie azioni da questa mattina.

Anche guardando una fotografia o una mostra fotografica si può fare un viaggio a ritroso nei momenti importanti della storia.

Infine un ultimo utilizzo:

Sì usa anche quando si fa qualcosa e questa cosa è il contrario a ciò che si fa normalmente. Ad esempio se io abito al centro di Roma e il mio ufficio si trova fuori rispetto al centro della città, posso dire che quando vado al lavoro e quando torno mi muovo a ritroso rispetto al traffico. Infatti il traffico è sempre al contrario, perché quasi tutte le persone vanno a lavorare al centro di roma ed abitano fuori Roma; il contrario quindi rispetto a me. Di conseguenza io non trovo mai traffico, né all’andata né al ritorno.
Voglio anche dirvi che non si usa “a ritrosa” al femminile.

Adesso vi metto alla prova. Ripetiamo qualche parola e frase e vediamo se riuscite a rispondere a qualche domanda.

Ritroso

A ritroso

Camminare a ritroso

Procedere a ritroso

Andare a ritroso

Ritrosia

Ho provato a parlarne con lui ma ho notato una certa ritrosia da parte sua

Se vado all’indietro come sto procedendo?

Sto procedendo a ritroso.

Non trovo più il mio cellulare. Per ritrovarlo potrei…. andare a ritroso per…. ripercorrere le azioni fatte finora.

Quel film mi ha fatto fare un viaggio…. a ritroso nel tempo della mia giovinezza.

Se non avete capito qualche parola andate… a ritroso e riascoltate quella parte dell’episodio una seconda volta.

Un saluto da Giovanni e da italianosemplicemente.com.

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Ci sono rimasto

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com.

L’espressione di oggi è “ci sono rimasto“.

Un’espressione molto usata dagli italiani anche perché la si utilizza in molti modi diversi.

Cominciamo ad analizzare le singole parole.

Ci è una particella di cui ci siamo occupati più volte. A volte indica un luogo: ci vado, ci vivo, ci abito, ci andrei eccetera.

A volte indica “noi”: io e i miei genitori ci vogliamo bene. Io e te ci amiamo. Noi due ci beviamo un bicchiere di vino insieme.

Altre volte è più complicato capire l’uso di ci. Questa è una di quelle volte.

Ci sono rimasto. Questa frase può essere usata sia in senso proprio sia in senso figurato.

In senso proprio ci indica un luogo. Ad esempio se mi trovo in casa e rimango in casa, nel senso che non esco di casa, posso dire che, parlando al passato:

Sono rimasto a casa

Cioè

Ci sono rimasto

“Ci” indica la casa. Quindi se ad esempio mia madre mi dice: io sono uscita di casa alle 10 e tu?

Io posso rispondere:

Io invece ci sono rimasto

Che equivale a dire:

Io invece sono rimasto a casa.

Questo è l’uso non figurato. Posso fare vari esempi di questo tipo, e ci indica sempre un luogo noto. Il nostro interlocutore capisce di quale luogo stiamo parlando e per questo possiamo usare la particella ci.

Vediamo l’uso figurato.

Quando accade qualcosa di negativo per me, qualcosa che non mi fa piacere, ma mi causa dispiacere, posso sempre dire, parlando al passato che:

Ci sono rimasto male

Al presente:

Ci rimango/resto male.

Ad esempio se un mio amico parla male di me, se io vengo a conoscenza di questo fatto, io ci rimango male. Cioè non mi fa piacere.

Posso anche dire:

Ci sono rimasto molto male quando ho saputo questo fatto.

Questo indica un sentimento negativo da parte mia.

Qualcosa mi ha colpito, ha colpito il mio orgoglio, ha colpito la mia autostima, oppure ha messo in discussione qualcosa di cui ero convinto, o qualche cosa di molto importante per me.

Sì tratta di una frase al passato ovviamente in questo caso. Si usa quasi sempre al passato. A volte posso anche usarla al prseente ma è più raro. Ad esempio:

Se una persona mi offende ci resto/ci rimango male.

I verbi rimanere o restare sono quasi equivalenti.

Io resto a casa, io rimango a casa

Io ci resto, io ci rimango

Siamo rimasti da soli, siamo restati da soli

Quanti soldi ci restano? Quanti soldi ci rimangono?

Tu resti del tuo parere, tu rimani del tuo parere

Rimanere e restare sono quindi usati quasi sempre indifferentemente in tutti gli utilizzi.

Anche il termine resto e rimanenza hanno lo stesso significato.

Certo, il termine resto è molto più usato, ma è solo una questione di abitudini e di usanze. Ad esempio la frase:

Il resto è mancia

Questa è la frase che si usa per lasciare la Mancia (cioè di soldi) come premio o ringraziamento o solo per cortesia al ristorante.

Nessuno dice “la rimanenza è mancia”, ma non sarebbe scorretto.

Comunque “restarci male” è nell’uso comune della lingua italiana, usata per indicare un leggero dispiacere. Non si può usare in casi gravi infatti.

Se ad esempio muore una persona, difficilmente sentirete che qualcuno c’è rimasto male. Inoltre la parola “male” alla fine della frase posso anche toglierla:

ci sono rimasto“, espressione che non prevede parole aggiuntive.

In questo caso ha non sempre lo stesso rispetto a “ci sono rimasto male”.

“Ci sono rimasto” indica solamente un forte stupore, incredulità, per aver appena ascoltato qualcosa di strano, di incredibile, di sorprendente e spesso, bisogna dirlo, anche qualcosa di sgradevole, di inaspettato ma anche di negativo.

Altre volte invece può stupirci anche una notizia positiva.

Ad esempio:

Sai che ho saputo? Francesco, quel ragazzo che tutti dicevano fosse non molto intelligente, ricordi? Ebbene, ha ottenuto il premio nobel per una importante scoperta scientifica. Appena l’ho saputo ci sono rimasto!

Oppure :

Se c’è un mio amico che non vedo da molto tempo e che ricordo come una persona onestissima, se vengo a sapere che è stato arrestato per furto, io ci rimango, nel resto che resto stupito, meravigliato. C’è un senso di incredulità, di stupore, verso qualcosa di inaspettato che va contro ciò che pensavo, va contro i miei convincimenti.

In tutti questi casi posso dire che “ci sono rimasto” quando ho saputo questa notizia.

Dicevo che si usa soprattutto al passato, quindi si utilizza soprattutto quando si racconta un avvenimento a qualcuno.

Sai che hanno arrestato il mio amico per furto? Appena l’ho saputo ci sono rimasto.

Ci sei rimasto? Perché?

Ci sono rimasto perché me lo ricordavo come una persona onestissima. Non mi aspettavo una cosa del genere. Ci sono veramente rimasto.

Non è necessario aggiungere “male” anche se sarebbe la stessa cosa.

Possiamo dire che “ci sono rimasto” è più distaccato rispetto a “ci sono rimasto male” perché in fondo non si è trattato di un’offesa personale. Un grosso stupore e basta.

Attenti perché “restarci” o “rimanerci” ha anche un significato aggiuntivo. Piuttosto macabro direi.

Infatti si usa anche quando una persona perde la vita, cioè muore.

Anziché dire “è morto” spesso si sente dire “c’è rimasto”.

Restarci, rimanerci ha anche questo utilizzo. Ci sono anche versioni più simpatiche per indicare la morte di qualcuno:

C’è rimasto secco

C’è rimasto stecchito

Anche lo stupore poi si può esprimere in modo più simpatico:

Ci sono rimasto di stucco

Ci sono rimasto di sasso

Vedete che nel caso della morte, come bel caso dello stupore, c’è un elemento comune che viene dal verbo restare e rimanere.

Quando sono stupito, meravigliato, per un attimo il mio corpo è immobile, non si muove. Lo stupore è tale che il mio corpo per qualche secondo non si muove. “Rimanere di sasso” si basa proprio sulla figura del sasso, della pietra che non si muove per sua natura. E la morte?

È l’espressione massima dell’immobilità non credete?

Spero non ci siate rimasti male da questo mio confronto tra lo stupore e la morte. Probabilmente qualcuno ci sarà rimasto di sasso, ma adesso avrà anche lui o lei una nuova espressione da utilizzare.

Un breve esercizio di ripetizione:

Ci resto male

Ci rimango male

Restarci male

Rimanerci male

Ci sono rimasto

Ci sei rimasto vero?

Appena saputo ci siamo tutti rimasti!

Ci sono tutti rimasti appena l’hanno saputo.

Ci siete rimasti anche voi?

Grazie a tutti dell’ascolto ed al prossimo episodio di italiano semplicemente. Un saluto da Giovanni.

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Di straforo

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Descrizione

Un’espressione informale ma molto utilizzata all’orale. Ha a che fare con le informazioni e con le regole. Usata prevalentemente con il verbo passare, trasmettere, dare.

Programma corso di italiano: 15-20 aprile

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Programma settimanale italiano semplicemente: 15-20 aprile

Lunedì: l’espressione idiomatica “di straforo”

Martedì: il notiziario del giorno

Mercoledì: italiano professionale: ripassiamo i verbi professionali

Giovedì: esercizio orale con parole con due o tre vocali attaccate.

Venerdi: la rubrica di Giuseppina. Una specialità italiana: la pastiera.

Sabato: il capitolo viii di “Sostiene Pereira”

Per iscrizioni italianosemplicemente.com/chi-siamo

Descrivere, riportare e raccontare

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Trascrizione

Ciao ragazzi, oggi vediamo come fare per descrivere e riportare ciò che dice o che ha detto qualcun altro, riportare cioè quanto è stato detto in un momento precedente.

In questo caso stiamo cioè raccontando qualcosa di accaduto o qualcosa che è stato detto. Non è una cosa semplicissima da fare, ed anche gli italiani spesso hanno qualche dubbio sul modo più corretto per farlo.

Senza dilungarmi molto nelle spiegazioni, proviamo ad ascoltare un dialogo tra tre persone. Si tratta di un dialogo tra un poliziotto che ferma una macchina per un controllo (è una lezione del corso di Italiano professionale):

Nell’auto ci sono un ragazzo e sua madre. Io faccio la parte del ragazzo e mia madre Giuseppina fa ovviamente la parte della mamma del ragazzo.

Iniziamo col dialogo dunque, seguirà immediatamente una descrizione dello stesso dialogo. Io racconterò il dialogo, vi parlerò cioè del dialogo, vi descriverò questo controllo della polizia e cosa dicono i protagonisti.

Attenzione perché nella descrizione del dialogo userò fondamentalmente il presente: si tratta di una descrizione di quello che accade, e la cosa è non esattamente uguale se invece il giorno stesso o il successivo raccontassi ad un’altra persona quanto accaduto.

In questi casi si usa più spesso invece una delle forme del passato.

Vediamo dopo meglio.

Iniziamo:

Un ragazzo appena patentato di nome Giovanni guida la sua automobile accompagnato dalla mamma Giuseppina, che siede sul sedile anteriore come passeggero.

Giovanni: accidenti, un posto di blocco, mamma che faccio?

Giuseppina: aspetta, vediamo se alza la paletta! Se lo fa allora, quello è un invito ad accostare l’auto.

Giovanni: l’ha alzata, l’ha alzata! Allora accosto ok?

Giuseppina: calma calma, sì, adesso accosta, devi solo accostare e stare calmo!

Giovanni: ok! Sono un po’ in soggezione! Spero tutto sia in regola!

Poliziotto: buongiorno, favorisca patente di guida e libretto di circolazione.

Giovanni: subito!

Giuseppina: buongiorno signor poliziotto, mio figlio ha appena preso la patente, lo perdoni se è un po’ emozionato, ma è tutto a posto, abbiamo tutti i documenti.

Poliziotto: non c’è problema, si figuri. Il ragazzo non abbia timore, se tutto è a posto! Adesso facciamo una breve verifica.

Giovanni: sì, sì, tutto a posto. Ecco il libretto, ed ecco anche la mia patente!

Poliziotto: mmmm, la patente va bene, ed anche la carta di circolazione tutto in ordine.

Giuseppina: ne ero sicura! Possiamo andare adesso?

Poliziotto: solo un attimo. Mi lasci ispezionare la vostra automobile.

Giovanni: ispezionare? Cosa vuole ispezionare esattamente?

Poliziotto: devo fare un breve controllo all’abitacolo, al cofano motore e al bagagliaio. Poi darò anche un’occhiata alle gomme.

Giovanni: prego, faccia pure!

Poliziotto: tutto bene, ma devo dirle che le sue gomme sono decisamente lisce!

Giuseppina: lisce signor poliziotto? Sicuro?

Poliziotto: certo, guardi lei stessa il battistrada! Vede le scanalature? Non sono affatto profonde!

Giovanni: va bene allora le facciamo cambiare!

Poliziotto: fatele subito sostituire, perché con le gomme lisce si va incontro a diversi problemi di aderenza alla strada ed il controllo dell’auto può diventare difficoltoso.

Giovanni: benissimo allora la porto subito dal gommista!

Poliziotto: le dovrei fare una multa ed anche piuttosto salata, ma per questa volta può andare. Mi raccomando le sostituisca il prima possibile.

Giuseppina: per curiosità, a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione?

Poliziotto: per chi circola con pneumatici consumati o lisci la sanzione va dagli 85 a più di 300 euro.

Giovanni: accidenti! L’abbiamo scampata bella!

Giuseppina: (verso il figlio) …. ringrazia per la gentilezza e saluta…

Giovanni: arrivederci e grazie mille per la sua gentilezza eh?

Poliziotto: dovere! Arrivederci.

Giovanni: hai sentito? Sembrava un accento brasiliano! Mah!

Spiegazione dialogo

Ok dunque vediamo che il dialogo inizia con me che, notando un posto di blocco della polizia chiedo, molto preoccupato, a mia madre cosa fare. Essendo un ragazzo appena patentato chiedo un consiglio a chi ne sa più di me, e mia madre risponde di aspettare, e di vedere se il poliziotto alza la paletta!

In questo caso, dice mia madre, significa che quello è un invito ad accostare l’auto. L’alzarsi della paletta, secondo l’esperienza di mia madre ha un significato preciso: fermarsi, accostare l’auto. Questo risponde mia madre alla mia richiesta di aiuto.

Allora io, sempre più preoccupato, vedendo che la paletta si alza, chiedo ancora una volta conferma a mia madre: le chiedo se devo veramente accostare, avendo visto alzarsi la paletta.

Mia madre replica prontamente di mantenere la calma, di accostare e restare calmo. Nient’altro.

Io a quel punto ammetto di essere un po’ in soggezione e manifesto la mia speranza che tutto sia in regola.

A questo punto, una volta accostata l’autovettura, il poliziotto ci saluta e ci chiede di favorirgli sia la patente di guida che il libretto di circolazione.

Io ovviamente lo faccio subito, gli favorisco i documenti da lui richiesti sperando che tutto sia a posto.

Mia madre, vedendo il mio imbarazzo e nella paura che il poliziotto interpreti quell’emozione in modo sbagliato, cerca, dopo aver risposto al saluto, di spiegare che il figlio ha appena preso la patente, e gli chiede di perdonarlo per la sua emozione ed imbarazzo. Alla fine mia madre aggiunge che tutti i documenti sono in regola, che cioè è tutto a posto.

Al che, il poliziotto capisce immediatamente la situazione e replica prontamente che non ci sono problemi e che non è il caso di essere preoccupati, non è il caso di aver timore di un controllo della polizia, ovviamente questo solo se tutto è a posto, se cioè tutto è in regola! Per verificare questo dice di voler fare una breve ispezione, cioè un breve controllo.

Io mostro il libretto e la patente al poliziotto, che li controlla e dice che vanno bene, cioè che i documenti sono in regola, che tutto è in ordine. Un poliziotto molto attento sembra.

Mia madre allora interviene dicendo di essere stata sicura che tutto fosse in ordine. Poi mia madre chiede se a questo punto il controllo sia terminato o meno e se possiamo quindi andare via. “Possiamo andare adesso?” – Dice mia madre.

Ma il poliziotto non è affatto d’accordo, e dice di aspettare un attimo. La sua volontà è quella di ispezionare l’automobile. Questa non ci voleva proprio!

L’ispezione fa preoccupare il sottoscritto, tant’è che io a quel punto chiedo al poliziotto cosa voglia ispezionare esattamente.

Solo un breve controllo all’abitacolo – replica questi – al cofano motore e al bagagliaio. Ed infine anche un’occhiata alle gomme.

Io dico di far pure.

Il poliziotto fa la sua ispezione e fortunatamente dice che tutto va bene, ma aggiunge, dandomi sempre del lei, che le gomme dell’automobile sono decisamente lisce. Si riferisce ai pneumatici ovviamente, che normalmente vengono dette “gomme” dell’automobile, dal nome della gomma, il materiale usato per la sua fabbricazione.

Mia madre però non ci sta e mette in discussione ciò che ha appena detto il poliziotto. Gli chiede così se sia sicuro che le gomme, come da lui affermato, siano veramente lisce come dice, sempre con gentilezza ovviamente.

Il poliziotto, che evidentemente è abituato a polemiche di questo tipo, chiede a mia madre di verificare personalmente il battistrada, e di porre attenzione in particolare alle scanalature del pneumatico, e al fatto che queste non siano affatto profonde!

Io allora, per non far innervosire il poliziotto rispondo prontamente che le gomme saranno sostituite, ed il poliziotto aggiunge che questo va fatto subito.

Il poliziotto fa notare la sua competenza in materia, motivando la sua richiesta di sostituzione, dicendo che con le gomme lisce si va incontro a diversi problemi di aderenza alla strada ed il controllo dell’auto può diventare difficoltoso.

A questo punto io ribadisco la mia promessa e dico di portare subito la macchina dal gommista.

Tutto bene dunque, ma il poliziotto ci tiene a dire che è stato buono, e che se dovesse applicare correttamente le disposizioni del codice della strada, dovrebbe fare una multa, cioè elevare una contravvenzione piuttosto salata.

Ciononostante il poliziotto dice che per questa volta può andar bene così, lasciando intendere che se accadesse una seconda volta non sarebbe così tollerante. Per questa volta il poliziotto decide di chiudere un occhio.

Ad ogni modo si raccomanda con me perché io faccia sostituire il prima possibile le gomme lisce.

Curiosità è donna, si sa, ed allora mia madre chiede a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione. Quanto sarebbe stata salata la multa nel caso che il poliziotto avesse deciso di non chiudere un occhio?

Il poliziotto risponde che va dagli 85 a più di 300 euro. Questa è la multa, cioè la sanzione, l’ammenda per chi circola con pneumatici consumati o lisci.

Io allora, risollevato, mi rendo conto di aver scampato un bel pericolo ma vengo subito ripreso da mia madre che mi chiede di ringraziare il poliziotto per la gentilezza e di salutarlo… non sia mai dovesse cambiare idea…

Ovviamente io seguo immediatamente il consiglio di mia madre, saluto e ringrazio per la gentilezza (cioè per aver chiuso un occhio).

Il poliziotto allora replica: dovere! E con questo intende dire ovviamente che per lui essere gentile è un dovere.

Il dialogo termina con il sottoscritto che manifesta dei dubbi sull’accento del poliziotto. Secondo lui il poliziotto sembrava avere un accento brasiliano!

Racconto di un episodio avvenuto in passato

Dunque avete ascoltato come vi ho parlato di questo dialogo.

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All’inizio vi ho detto che una cosa è descrivere un dialogo e una cosa diversa è raccontare quanto accaduto in passato, una vicenda passata.

Io ad esempio ho descritto questo dialogo usando sempre il presente:

Mia madre dice, il poliziotto risponde, io replico eccetera.

Vediamo cosa succede invece se racconto un episodio passato.

Potrei anche usare ugualmente il presente per rendere il racconto ricco di suspance, come se la cosa stesse accadendo in quel momento, ma normalmente uso il passato, cioè una delle forme del passato, ed inoltre devo cercare di adattare un po’ i verbi nella giusta forma quando racconto.

Ammettiamo che io racconti l’episodio il giorno successivo. Ci sono molti modi per raccontare un evento passato, nel senso che avete una certa libertà nel modo di raccontare. Io ve ne propongo solo uno di questi.

Sai, ieri sono stato fermato dalla polizia in un posto di blocco. Ero molto preoccupato, ma c’era mia madre accanto a me che mi ha aiutato, mi ha rassicurato molto.

Ho appena preso la partente e così ho chiesto cosa fare a mia madre ancor prima di vedere la paletta della polizia alzarsi. Lei mi ha detto di aspettare la paletta che si alzava e, non appena l’avessi vista alzare, si è raccomandata di accostare la macchina e di accettare così l’invito della polizia. E così è stato: la paletta si è alzata!!

Io ero preoccupato, ma mia madre mi diceva di mantenere la calma, di accostare e restare calmo. Nient’altro.

Io a quel punto ricordo di aver ammesso di essere un po’ in soggezione con lei ed ho e manifestato la mia speranza che tutto fosse in regola.

A questo punto, una volta accostata l’autovettura, il poliziotto, dopo averci salutato, ci ha chiesto di favorirgli sia la patente di guida che il libretto di circolazione.

Io ovviamente ho obbedito, gli ho dato ciò che voleva, cioè gli ho consegnato sia la patente che il libretto.

Mia madre, dopo aver salutato il poliziotto, ha ritenuto opportuno spiegargli come suo figlio (cioè io) fosse appena patentato, e gli ha chiesto di perdonarmi per la mia emozione ed imbarazzo. Alla fine mia madre ha aggiunto che tutti i documenti erano in regola, che cioè era tutto a posto da quel punto di vista.

Al che, il poliziotto ha replicato che non c’erano problemi e che non era il caso di essere preoccupati, non era il caso di aver timore di un controllo della polizia – ovviamente questo solo se tutto fosse stato a posto, se cioè tutto fosse stato in regola – Per verificare questo ha dichiarato di voler fare una breve ispezione.

Io allora ho mostrato il libretto e la patente al poliziotto, documenti subito controllati dallo stesso con esito positivo (per nostra fortuna). A me è sembrato un poliziotto molto attento.

Mia madre allora è intervenuta dicendo di essere stata sicura che tutto fosse in ordine, chiedendo se a questo punto il controllo fosse terminato e se potevamo quindi andar via. “Possiamo andare adesso?” – ha chiesto mia madre.

Ma il poliziotto non era affatto d’accordo, e ha detto di aspettare un attimo. La sua volontà era quella di ispezionare l’automobile. “Non è una bella notizia” ho pensato.

L’ispezione sinceramente mi ha fatto molto preoccupare, tant’è che io a quel punto ho anche chiesto al poliziotto cosa avesse voluto ispezionare esattamente.

Solo un breve controllo all’abitacolo – ha replicato questi – al cofano motore e al bagagliaio. Ed infine, come se non bastasse, ha detto anche di voler ispezionare le gomme.

Io gli ho detto di far pure.

Il poliziotto ha terminato la sua ispezione e fortunatamente ha anche detto che tutto andava bene, ma ci ha fatto notare come secondo lui le gomme dell’automobile fossero lisce.

Mia madre non era d’accordo, ed ha messo in discussione le parole del poliziotto. Gli ha così chiesto se fosse sicuro che le gomme fossero lisce come diceva, sempre con gentilezza ovviamente.

Il poliziotto, evidentemente abituato a polemiche di questo tipo, ha chiesto a mia madre di verificare personalmente il battistrada, e di porre attenzione in particolare alle scanalature del pneumatico, e al fatto che queste non fossero affatto profonde!

Io allora ho risposto che le gomme sarebbero state sostituite, ed il poliziotto ha tenuto a puntualizzare come questo andasse fatto subito.

Il poliziotto ci ha fatto notare come con le gomme lisce si vada incontro a diversi problemi di aderenza alla strada e come il controllo dell’auto possa diventare difficoltoso.

A questo punto io, per tranquillizzarlo, ho ribadito la mia promessa dicendo di portare subito la macchina dal gommista.

Il poliziotto è sembrato effettivamente rassicurato, ma ha tenuto a puntualizzare che se avesse applicato correttamente le regole, avrebbe dovuto fare una multa, cioè applicare una sanzione piuttosto salata. Ma per questa volta poteva andar bene così, ed in questo modo ha lasciato intendere che una seconda volta non sarebbe stato così tollerante. Per questa volta il poliziotto ha deciso di chiudere un occhio.

Ad ogni modo si è raccomandato con me perché io sostituissi il prima possibile le gomme lisce.

Mia madre gli ha anche chiesto a quanto sarebbe ammontata la contravvenzione se il poliziotto avesse deciso di non chiudere un occhio.

Il poliziotto ha risposto che la multa in questi casi sarebbe stata abbastanza cara: dagli 85 a più di 300 euro.

Noi abbiamo tirato un sospiro di sollievo, così mia madre alla fine, con un tono di rimprovero, mi ha chiesto di salutare e ringraziare il poliziotto per la sua gentilezza.

Ovviamente io ho seguito immediatamente il suo consiglio ed ho salutato e ringraziato il poliziotto per aver chiuso un occhio.

Il poliziotto mi ha però risposto che l’esser gentili fa parte del suo dovere di poliziotto.

Sai, alla fine devo dirti che mi sono anche chiesto se il poliziotto fosse un vero italiano, perché dall’accento mi sembra quasi avesse origini brasiliane. Questo almeno mi è sembrato. Impossibile credo, ma comunque sembrava proprio un accento sud-americano! Che strano!

Bene ragazzi, finisce qui questo episodio, ascoltatelo più di una volta mi raccomando. Ho avuto modo anche di inserire due espressioni spiegate in episodi passati, parlo dell’espressione “Al che” e dell’uso della parola “questi” al singolare. Date un’occhiata ai due episodi se siete curiosi.

Per realizzare questo episodio ho utilizzato un dialogo che fa parte del corso di Italiano Professionale e precisamente è una delle lezioni dedicate alla polizia.

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente hanno accesso a tutte queste lezioni.

Date un’occhiata al corso se siete interessati. Un saluto da Giovanni e da Italiano Semplicemente.

prenota-il-corso

Chi di dovere

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Trascrizione

Ciao a tutti, “chi di dovere” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un nuovo episodio di italianosemplicemente.com.

Tre parole compongono questa frase, questa espressione, che si usa solamente nella forma orale.

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Chi è un pronome, è significa “colui che” o “colei che” cioè “la persona che“. Quindi chi indica una persona. Non si può quindi usare per gli animali e per gli oggetti.

Di è una preposizione semplice. Si usa in moltissimi casi diversi. Vi consiglio un episodio dedicato proprio alle preposizioni semplici.

La parola dovere, infine, è un verbo e un sostantivo. Il dovere come sostantivo si contrappone solitamente al diritto.

Come verbo infatti indica l’obbligo di fare qualcosa. “Io devo fare qualcosa” significa che io sono tenuto a fare qualcosa,  che sono obbligato a fare qualcosa.

Nella frase di oggi la parola “dovere” funge da sostantivo.

Quindi stiamo parlando di una persona, perché c’è il “chi”, e di un dovere: qualcuno forse ha un dovere da fare?

In realtà non c’è nessuno che ha un dovere da fare. Ma siamo vicini al concetto di dovere.

Vediamo perché.

L’espressione in effetti fa riferimento a qualcuno, questo è vero, quindi il pronome “chi” ha proprio questa funzione, ma “di dovere” indica qualcosa di molto generico.

Non si sta indicando una persona che conosciamo, qualcuno di preciso, una persona precisa.

Questa espressione possiamo anche vederla come una frase accorciata. La vera frase potrebbe cioè essere più lunga.

Ad esempio, se in ufficio accade qualcosa che io ritengo non sia corretta, potrei decidere di riferire l’accaduto al direttore o a qualcuno che ha capacità decisionale, qualcuno che possa prendere adeguati provvedimenti. In modo generico potrei dire:

Quello che è accaduto non deve più accadere, quindi riferirò a chi di dovere.

Riferirò a chi di dovere: voglio dire che l’accaduto sarà riferito a qualcuno che possa fare qualcosa.

Non mi sto riferendo ad una persona precisa, ma solamente alla figura che questa persona rappresenta.

Potrebbe trattarsi del direttore, del dirigente di un ufficio, del responsabile di un servizio.

Insomma, sto parlando della persona (o dell’ufficio) alla quale tocca o compete fare qualcosa.

Questa persona o quest’ufficio ha un potere, evidentemente.

Questa persona ha un ruolo, e potremmo dire che ha un “dovere”.

Spesso infatti parliamo di una figura professionale, di qualcuno che ha una responsabilità che deriva dal lavoro che fa, dal ruolo che occupa. Quindi questa persona ha un dovere, un dovere professionale.

Ecco perché si dice “chi di dovere”. Si intende dire:

Chi, di dovere, svolge questa funzione

Chi, di dovere, ha responsabilità in merito

Chi, di professione, ha il potere di fare qualcosa.

Mentre ho pronunciato queste frasi ho aggiunto sempre qualche parola in più rispetto a “chi di dovere” ed inoltre ho fatto una pausa dopo la parola “chi” , ed infatti ho anche messo una virgola:

chi, di dovere, svolge questa funzione.

Un modo veloce e discorsivo di esprimere lo stesso concetto è proprio:

Chi di dovere.

Senza fare pause, quindi senza mettere virgole, e senza aggiungere altro. Il concetto è chiaro così.

Vi faccio altri esempi:

Mi trovo in ospedale e devo fare delle analisi del sangue. Vado allo sportello amministrativo e la persona addetta a parlare con i clienti mi dice:

Compili questo foglio, scriva tutte le informazioni personali, dopodiché io provvederò a inoltrare la sua richiesta a chi di dovere!

Quindi il foglio verrà consegnato a qualcun altro, e precisamente alla persona a cui spetta questo compito, cioè alla persona cui va consegnato perché è proprio questo il suo compito.

Fa parte del suo “dovere” ricevere queste informazioni.

Ho usato diversi verbi finora parlando di responsabilità e dovere: Spettare, competere, toccare.

Il verbo “toccare” può sembrare strano da usare in questo contesto, poiché non stiamo parlando di mani e di tatto.

Toccare in questo caso equivale a spettare, competere.

Ah quasi dimenticavo: se invece conoscete la persona responsabile, cioè la persona alla quale spetta la responsabilità. Potete ugualmente usare l’espressione di oggi, se volete aggiungere che, in caso di sua assenza o indisponibilità, la responsabilità è di un’altra persona che la sostituisce. In tal caso potete sempre usare “chi di dovere” e dire dire ad esempio:

La responsabilità spetta a Giovanni o a chi di dovere

oppure:

La responsabilità spetta a Giovanni o chi per lui.

oppure

Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi di dovere

Bisogna inviare il documento a Francesca o (a) chi per lei.

In questi casi quindi non sapete chi è il sostituto di Giovanni o Francesca (o non siete sicuri), potete usare entrambe le espressioni, ma se volete sottolineare la sostituzione meglio usare l’espressione “o a chi per lui/lei”.

Vediamo ancora questi verbi che abbiamo usato quando si parla di responsabilità: spettare, competere e toccare.

A chi tocca fare questo lavoro?

A chi spetta?

A chi compete?

Chi è il responsabile?

Di chi è la responsabilità?

Di chi è la competenza?

Di chi è la spettanza?

Sicuramente toccare è il più informale di tutti, ma è molto usato informalmente.

Facciamo un ultimo esempio. Ammettiamo che una persona abbia un incidente per colpa dell’amministrazione di una città.

Ad esempio una persona che cade in una buca nel terreno in città.

Questa persona potrebbe chiedere al sindaco della città, o a chi di dovere, di intervenire, per riparare il danno alla strada.

Questo cittadino non conosce le responsabilità dell’amministrazione, ma questo non significa che non possa lamentarsi, quindi nella sua lettera chiede un intervento da parte di chi di dovere.

“L’ufficio responsabile deve intervenire”, questa è la richiesta da parte del cittadino, pur non conoscendo di chi sia esattamente la responsabilità.

A chi spetta intervenire? A chi tocca? A chi compete? Non si sa, ma si spera che l’ufficio responsabile intervenga.

Bene un piccolo esercizio di ripetizione adesso. Ripetete dopo di me.

Chi di dovere

Spediamo il documento a chi di dovere

Chiedo a chi di dovere di intervenire

Speriamo che, chi di dovere, faccia immediatamente qualcosa.

Giovanni mi ha detto di aver parlato con chi di dovere sabato scorso.

Ciao ragazzi, al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Un abbraccio da Giovanni.

Programma 8-12 aprile 2019

Programma settimanale Associazione ITALIANO SEMPLICEMENTE – 8-12 aprile 2019

scarica la spiegazione del programma in formato mp3

Lunedì: Spieghiamo l’espressione “chi di dovere”
Martedì: il notiziario del giorno
Mercoledì: italiano professionale: il linguaggio delle forze dell’ordine – 3° episodio: “patente e libretto”
Giovedì: il discorso indiretto
Venerdi: la rubrica di Giuseppina. Una specialità italiana
Sabato: il capitolo VII di “Sostiene Pereira”
PER ISCRIZIONI ITALIANOSEMPLICEMENTE.COM/CHI-SIAMO

Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno (omaggio ai donatori)

Audio

Trascrizione

Buongiorno, oggi vorrei parlarvi del Cozonac, il dolce tipico nazionale rumeno. Un episodio particolare quello di oggi però.

Un episodio per aiutarvi non solo ad apprezzare la cucina rumena, ma anche e soprattutto per imparare e migliorare l’italiano.

Perché un episodio sul dolce della Romania?

E’ solamente un modo originale per ringraziare i donatori. I donatori sono coloro che hanno fatto (posso anche dire “effettuato”) una donazione a favore di Italiano Semplicemente.

I donatori rumeni dunque. O forse dovrei dire romeni? In realtà si può dire in entrambi i modi, sia rumeni che romeni.

Sarà questa l’occasione per imparare anche qualcosa di nuovo, usare qualche espressione idiomatica e qualche verbo particolare. Scriverò in colore rosso le cose più importanti che impareremo oggi.

Non voglio spiegare la ricetta nel dettaglio però (ci vorrebbe una persona rumena per questo), ma vorrei solamente parlarvi degli strumenti che occorrono per la sua preparazione. Vedrete che semplicemente parlando degli strumenti potrò cogliere l’occasione per poter spiegare qualche curiosità della lingua italiana. Gli strumenti sono gli oggetti di cui abbiamo bisogno, ciò che ci serve per preparare il Cozonac.

Allora vediamo gli strumenti usati per la preparazione del Cozonac. Cosa occorre?

Vi occorre (cioè vi serve). Posso anche dire: “avete bisogno di“. A volte si usa anche il verbo necessitare. Quindi necessitate di… Il verbo necessitare non si usa molto nel linguaggio di tutti i giorni, invece è abbastanza utilizzato nel linguaggio più formale: necessito di una spiegazione (attenzione all’accento di necessito:

Io necessito di spiegazioni

tu necessiti di materiale

Lui necessita di maggiori dettagli

Noi necessitiamo di voi

Voi necessitate della nostra presenza

loro necessitano urgentemente di cure mediche.

La preparazione dei dolci necessita di molta attenzione.

A volte, ma si usa veramente raramente, potete trovare anche il verbo abbisognare.

Comunque un’altra cosa di cui necessitate per preparare il Cozonac è:

ciotola capiente.jpg

1) una ciotola capiente, vale a dire un grande contenitore. Parliamo della capienza. La capienza di un contenitore, in questo caso una “ciotola” si misura in centimetri cubici. Tutti i contenitori hanno una capienza. Ad ogni modo una ciotola è un contenitore senza manico, di legno, plastica, metallo o terracotta e, cosa importante, le ciotole non vanno nel forno e sul gas. Non servono per cuocere ma solo per contenere del cibo. La posso chiamare anche “scodella” ed inoltre può contenere anche liquidi ed anche cose non commestibili, come oggetti di piccole dimensioni. Per cuocere e cucinare si usano invece padelle, pentole, tegami, tegamini e casseruole.

stampo.jpg

2) uno stampo da plumcake: Lo stampo: cos’è? Si tratta di uno strumento (possiamo anche parlare di “arnese“, che è un sinonimo di strumento ma l’arnese si usa prevalentemente con oggetti che si afferrano con le mani. L’arnese è un utensile di lavoro in genere, un’arte o un mestiere qualsiasi). Lo stampo di cui necessitiamo ha la forma di un contenitore.
Può avere diverse forme. Anche uno stampo è un contenitore dunque, ma la sua funzione è diversa. Uno stampo ha dei disegni sulla base e serve a dare la forma a delle preparazioni come anche i biscotti. E’ dunque un recipiente (o contenitore) in cui si versa un liquido o un semiliquido formato da diversi ingredienti perché ne acquisti la forma solidificandosi. Quindi uno stampo serve a far assumere una forma particolare a un preparato, che, inizialmente liquido o denso, poi quando si solidifica, cioè quando diversa solido, assume la forma desiderata, che è quella dello stampo. Ci sono gli stampi per fare i budini, i biscotti ed anche quello per fare il Cozonac, che è ovviamente più grande. Gli “stampi” comunque in genere servono a modellare, cioè fungono da modello anche per ottenere oggetti di plastica o metallica nella forma voluta. “Fungono” significa “servono”.
Il verbo fungere si usa solitamente per indicare una funzione, qualcosa “che è utile per… “, quindi indica l’utilità di qualcosa, utilità per un fine specifico, generalmente diverso da quello originario. Ed allora lo stampo assume la funzione di “modello”, perché modella, cioè dà una forma a ciò che viene messo all’interno dello stampo. Generalmente il verbo fungere, come dicevo, generalmente si usa quando l’uso è diverso da quello originario, solito. Ad esempio:”la mia camera da letto ultimamente funge da garage“, nel senso che non c’è il letto adesso ma c’è la mia moto, ma chiaramente una camera da letto contiene un letto normalmente e viene usata per dormire. Ecco perché uso il verbo fungere generalmente. Nel nostro caso invece lo stampo ha proprio questa funzione, quella di modellare il contenuto, ed anche in questo caso posso dire “funge da modello”, anche se questa è la sua funzione primaria. La parola “stampo” è simile alla parola “stampa”, cioè quella dei giornali e della “carta stampata” ma se ci pensate, la stampa non è altro che una riproduzione di cose scritte o disegni in più copie, quindi si tratta ugualmente di riprodurre qualcosa diverse volte, sempre nella stessa forma e dimensione.

forno elettrico.jpg

3) un forno: Un forno serve a cuocere. Quindi è un impianto per la cottura. A noi interessa il forno da cucina, ma come tutti i forni, si riscalda, e l’alta temperatura permette di cuocere le pietanze. In cucina si usa prevalentemente il forno elettrico. Nei ristoranti c’è anche il forno a legna, cioè alimentato con legna.
Attenzione poi alla differenza tra cuocere e cucinare. Il forno cuoce, o un fornello del gas, perché c’è il calore che permette la cottura. Invece a cucinare è una persona. Cucinare significa in generale preparare un pasto. Si dice solitamente fare da mangiare.

Chi fa da mangiare oggi?

Equivale a dire:

Chi cucina oggi?

Chi prepara il pasto oggi?

stuzzicadenti.jpg

4) uno stuzzicadenti: lo stuzzicadenti è un piccolo strumento di legno. Possiamo anche chiamarlo utensile se vogliamo, ma come dicevo prima l’utensile è il nome generico che possiamo dare ad un arnese o un “attrezzo” (possiamo chiamarlo anche così) necessario allo svolgimento di un’attività lavorativa.
Questo attrezzo ha due piccole punte, ed in genere serve a pulire i denti dai residui di cibo. Ne abbiamo parlato anche in un altro episodio, di cui metto il link, parlando del verbo stuzzicare.
Nel caso della preparazione del Cozonac invece lo stuzzicadenti viene usato per effettuare la cosiddetta “prova dello stuzzicadenti“, quindi possiamo dire che in questo caso lo stuzzicadenti funge da strumento per valutare il grado di cottura che è stato raggiunto. Il verbo fungere in questo caso è perfetto.
Come si fa a fare la prova dello stuzzicadenti? Si infilza il Cozonac dopo che è stato cotto al forno. Si infilza, cioè si fa un piccolo foro, si “pratica” un buco. Lo stuzzicadenti, quando si usa per infilzare il Cozonac, si infila nel Cozonac. Attenzione perché i verbi infilare e infilzare sono molto simili. Diciamo che infilzare è più legato alla materia. Infilare invece si usa molto anche in senso figurato.
Se dopo aver infilato lo stuzzicadenti nel Cozonac, questi (lo stuzzicadenti) esce pulito dal dolce, allora il Cozonac è cotto e potete toglierlo dal forno. Attenzione, ho detto “se questi esce pulito“, parlando dello stuzzicadenti. Ma lo stuzzicadenti è singolare! Non si tratta di un errore però! Infatti nella lingua italiana si usa spesso “questi” per indicare un solo oggetto. Si usa “questi”, che solitamente è invece il plurale di “questo”. Es:

Questo oggetto

Questi oggetti

Oppure:

Questi spaghetti non sono buoni.

In questa frase “questi” precede gli spaghetti, che è una parola plurale.
“Questi”, al plurale, si usa anche ovviamente con le persone, indicando un gruppo di persone, o almeno più di una persona. Ma sapete una cosa? “Questi” si usa anche per indicare una sola persona.
Anzi, a dire il vero “questi”, al singolare, si usa più con le persone che con gli oggetti o animali: “Questi” significa proprio “Questa persona“, e si usa quando sappiamo di chi stiamo parlando.
Questo è fondamentale. Dobbiamo sapere di chi parliamo. In questo caso, nella ricetta, lo usiamo al posto di “lo stuzzicadenti“.
Abbiamo detto che se questi esce pulito ed asciutto dopo che lo abbiamo infilato nel Cozonac, allora il dolce è pronto, se invece questi esce sporco significa che non è ancora pronto. Quindi “questi” significa solitamente “questa persona“, “la persona di cui si è appena parlato” ma, più raramente si usa anche con animali o cose. A volte si usa anche “quegli” per dire “quella persona“. In questo caso può essere che la persona è lontana, nello spazio o nel tempo, rispetto a chi parla. A volte poi si usano entrambi se si parla di due persone:

Mentre questi se ne andò, quegli non si mosse

Attenzione alla pronuncia di quegli, con “gli”. Tornando a questi e quegli, nell’uso “normale” dei due termini posso quindi dire:

Questi dolci sono buonissimi

Quegli animali sono tranquilli

Ma posso anche dire:

Giovanni era in casa. Quest’uomo mangiava la pasta

Giovanni era in casa. Mentre questi mangiava la pasta, suonò il campanello.

Oppure (uso sia questi che quegli):

Giovanni e Andrea sono due compagni di classe intelligenti, ma mentre questi è più studioso, quegli non ha molta voglia di studiare.

Un altro esempio:

Mentre la professoressa spiegava la grammatica, si addormentarono due ragazzi, questi dopo la spiegazione dei pronomi, e quegli appena prima dell’esercizio scritto.

Quindi ricapitolando: questi e quegli in questo caso sono dei pronomi dimostrativi (non l’avevo detto finora) e non devono essere confusi con il plurale degli aggettivi questo e quello: sono pronomi che si utilizzano soltanto in funzione di un soggetto maschile singolare e sono sempre in relazione ad una persona che è già stata menzionata in precedenza.

L’ultimo strumento di cui abbiamo bisogno per fare il nostro Cozonac è:

  • un tagliere di legno

Un tagliere. un tagliere è qualcosa su cui si taglia qualcosa. Il tagliere (attenti alla pronuncia) serve a tagliare, è uno strumento usato per tagliare, per affettare o spezzettare degli alimenti. Generalmente è fatto di legno, ma non è detto. Nella ricetta di oggi serve ad appoggiarci sopra il Cozonac dopo che esce dal forno. per farlo raffreddare completamente prima di tagliarlo a fette e servirlo.

Abbiamo detto che il tagliere serve a tagliare, affettare o spezzettare. Spezzettare viene da pezzo. Significa fare a pezzetti, dividere qualcosa in piccoli pezzi, cioè in piccole parti. Affettare invece è tagliare a fette, e per affettare serve un coltello o qualcosa con una lama.

Se abbiamo del pane ad esempio usiamo le mani per spezzettarlo e usiamo il coltello per tagliarlo o affettarlo. Con il pane ad esempio il più usato è tagliare, mentre affettare sarebbe il più corretto. Lo si può anche spezzettare ma questo non dà lo stesso risultato poiché come detto lo si spezzetta con le mani.

Grazie ai donatori Romeni dunque, questo episodio è dedicato a loro.

Un saluto a tutti.

Giovanni

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Mettere le grinfie

Audio

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Trascrizione

Mettere le grinfie. Benvenuti nel sito italianosemplicemente.com o bentornati, che dir si voglia, io sono Giovanni ed oggi sono qui per spiegare a tutti voi, che state imparando – o meglio migliorando – la lingua italiana, l’espressione “mettere le grinfie“.

Da dove cominciamo?

Iniziamo dalle grinfie. Strana parola vero? Non solo è strana ma, fortunatamente per voi, si usa praticamente solo in questa espressione.

Però la parola grinfie ha un significato. Non trovate che il suono di questa parola sia un po’… come dire… graffiante?

Una cosa graffiante è una cosa che graffia, e per graffiare solitamente ci vogliono le unghie. Tutti noi, all’estremità delle nostre dita, sia delle mani che dei piedi, abbiamo le unghie. Le unghie a cosa servono? Beh negli animali servono proprio a graffiare, per difendersi, per lottare, per ferire, quindi per fare del male. Le unghie sono affilate, e se non stiamo attenti, anche noi possiamo fare del male a qualcuno con le nostre unghie.

Negli animali si parla di “artigli” per indicare le unghie affilate, unghie a punta, taglienti e le grinfie indicano la zampa fornita di artigli. La zampa con gli artigli è rappresentata dalle grinfie, al plurale.

Anche gli esseri umani, se vogliono fare del male ad una persona, basta graffiare questa persona. Le unghie quindi servono a far male, a graffiare, ed una mano umana, in senso animalesco e quindi figurato, con le unghie lunghe ed affilate la possiamo chiamare “le grinfie”.

Questo termine però si usa solo quando queste unghie (sempre in senso figurato) vengono usate per scopi personali e con un’azione che va contro l’interesse di altre persone.

Usare le proprie grinfie, quindi, si può usare con gli animali per indicare una difesa contro un nemico, mentre con gli essere umani la parola grinfie si usa in senso figurato e inoltre si usa quasi sempre insieme al verbo “mettere“:

mettere le grinfie su qualcosa

Quando si mettono le grinfie “su” qualcosa, si vuole indicare la volontà da parte di questa persona di impossessarsi di qualcosa. La preposizione “su” non è casuale, indica il possesso, stare sopra qualcosa che si desidera, per dire “questa cosa è mia e nessuno me la può toccare”.

L’obiettivo è quindi quello di prendere possesso dell’oggetto del proprio desiderio.

C’è la volontà di impossessarsi di qualcosa, come se questa fosse una preda (cioè una vittima), richiamando così il mondo animale, in cui l’istinto ha sempre la meglio sulla ragione.

Perché si usa il verbo mettere?

Mettere significa collocare, sistemare. In genere si usa con gli oggetti: mettere una penna sul tavolo, mettere le mani sul viso; ma volendo posso usarlo anche in senso figurato e questo si fa spesso nella lingua italiana:

mettere gli occhi addosso ad una persona (cioè osservarla, tenerla sotto controllo, essere interessati a lei)

mettere in imbarazzo (far provare o provocare imbarazzo in una persona)

mettere le mani avanti (cioè proteggersi prima di cadere o prima che accada qualcosa)

mettere le mani addosso a qualcuno (cioè provare a picchiarlo)

Queste sono alcune espressioni idiomatiche di uso comune in cui si usa il verbo mettere.

Se vogliamo, la frase “mettere le grinfie su qualcosa” è molto simile a “mettere le mani su qualcosa”, ma con la parola grinfie ci si avvicina al senso animale, si eccentua quindi il senso di difendere qualcosa che si crede proprio. Se mettete le mani o le grinfie comunque il senso non cambia molto.

Vi faccio qualche esempio:

Se sono in un ambiente lavorativo, se questo ambiente è molto competitivo, ci potrebbe essere qualcuno che, pur di avere la meglio sui colleghi, è disposto a “battersi con le unghie e con i denti” . Ovviamente in senso figurato. Questa è un’altra frase idiomatica che si usa in caso di competizioni e di sfide.

Ebbene, un lavoratore di questa azienda potrebbe mettere le grinfie su un ufficio, nel senso che vuole diventare il dirigente di questo ufficio, vorrebbe comandare lui, prendere lui le decisioni, perché evidentemente questo è il suo desiderio.

Ma se uso questa espressione vuol dire che questa sua volontà viene manifestata in modo molto opportunistico. Richiamando il mondo animale. questa persona non permette a nessuno di avvicinarsi, di ambire alla sua stessa preda, di avere il suo stesso desiderio. Le grinfie quindi indicano la volontà di nuocere, di far male, ma anche di possedere per fini personali.

Via le grinfie dalla mia torta! Quello è mio pezzo di torta!

Questo potrebbe dire un bambino a cui il fratello vuole mangiare la sua torta!

Esiste anche la frase:

Cadere nelle grinfie di qualcuno

Usare il verbo cadere è come usare il verbo “finire”; ha lo stesso significato: indica quindi finire sotto il controllo di qualcuno, sotto il suo potere. Le grinfie, le unghie fungono da prigione, come una gabbia nella quale si finisce.

Questo per sottolineare ancora di più il senso animalesco della frase, che si usa sempre in senso figurato.

Un altro esempio: se ci sono delle persone che subiscono dei furti da parte di ladri professionisti, posso dire che sono molte le persone che finiscono tra le grinfie dei ladri.

In questo caso ho usato “finire tra le grinfie“, per indicare delle vittime dei furti dei ladri che vogliono impadronirsi delle loro proprietà.

Ed i ladri a loro volta mettono le grinfie sulle cose che riescono a rubare.

Il verbo può cambiare a seconda dell’occasione.

Posso dire anche che coloro che evadono le tasse, coloro cioè che non pagano le tasse, sperano di non finire tra le grinfie del fisco, perché in questo caso sarebbero costretti a pagarle, le tasse, cioè le imposte. Analogamente posso dire che gli immigrati che vengono in Italia devono stare attenti se non vogliono cadere nelle grinfie (cioè finire nelle grinfie) della mafia, della criminalità organizzata.

Se parliamo di persone, si può quindi finire nelle grinfie di qualcuno, ma si può anche sfuggire alle (o dalle) grinfie di qualcuno. Se questo qualcuno infatti non riesce a mettere le grinfie su di te, allora sei riuscito a sfuggire alle sue grinfie.

Un po’ di ripetizione adesso (non crediate di sfuggire dalle grinfie delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente!)

Grinfie

Le grinfie

Mettere le grinfie sulla torta

Non mettere le tue grinfie sulla mia torta!

Sfuggire dalle grinfie della mafia!

Finire tra le grinfie del fisco!

Cadere nelle grinfie del diavolo!

Grazie a tutti, ringraziando ancora una volta tutti i donatori, che permettono a Italiano Semplicemente di esistere e sopravvivere, anche senza pubblicità sul sito.

Un saluto da Giovanni.

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